Si avvia verso l’archiviazione l’inchiesta sugli appalti digitali di Milano-Cortina 2026. Ieri la Corte costituzionale ha dato ragione al governo e torto, su un punto decisivo, alla Procura di Milano: la Fondazione incaricata di organizzare i Giochi olimpici e paralimpici invernali era un soggetto privato già dal 2020. Il decreto approvato quattro anni dopo, dunque, non avrebbe cambiato le regole a indagine in corso per salvare gli indagati. Avrebbe soltanto chiarito ciò che la legge prevedeva fin dall’inizio.
L’indagine (pm Alessandro Gobbis e Francesco Cajani con l’ex aggiunto Tiziana Siciliano) riguardava due procedure per la realizzazione dell’ecosistema digitale dei Giochi, aggiudicate a Vetrya e Deloitte consulting. Secondo l’ipotesi investigativa, le selezioni sarebbero state condizionate con il contributo di dirigenti della Fondazione incaricati di regolare e assegnare i contratti. Per il primo affidamento erano state contestate anche dazioni di beni e promesse di utilità. Tra gli indagati figuravano l’ex ad della Fondazione Vincenzo Novari, l’ex dirigente Massimiliano Zuco e Luca Tomassini, fondatore di Vetrya. Nella seconda procedura erano coinvolti anche i manager della Fondazione Marco Moretti e Daniele Corvasce e i dirigenti di Deloitte Claudio Colmegna e Luigi Onorato. Le accuse formulate a vario titolo riguardavano la corruzione e la turbata libertà degli incanti. Per sostenere quelle ipotesi, però, era necessario considerare la Fondazione un organismo di diritto pubblico, obbligato a scegliere i fornitori attraverso gare pubbliche. Solo partendo da questa premessa i suoi dirigenti potevano essere qualificati come pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio e le procedure potevano rientrare nella turbativa d’asta.
La Corte smonta proprio questo presupposto. La formula introdotta nel 2020, secondo cui la Fondazione opera «in regime di diritto privato», non era una semplice indicazione formale. Esprimeva la scelta di consentire al comitato organizzatore di acquistare beni e servizi senza sottostare alle procedure tipiche della Pubblica amministrazione. I lavori parlamentari, osserva la Consulta, mostrano in modo inequivocabile che lo scopo era rendere più veloce l’attività della Fondazione, sottraendola al regime delle gare pubbliche. Il decreto del 2024, quindi, non avrebbe salvato gli indagati modificando la legge a procedimento in corso. Avrebbe solo confermato il significato già contenuto nella norma del 2020. Anche cancellandolo, spiega la Corte, il giudice milanese dovrebbe applicare una disposizione di identica portata.
Le conseguenze sull’inchiesta sono pesanti. L’ipotesi di corruzione era già debole, perché il pm aveva chiesto l’archiviazione ritenendo non dimostrato l’accordo corruttivo. Ma il colpo principale è la turbativa d’asta a subirlo. La Consulta afferma infatti che le condotte contestate furono commesse mentre era vigente una disciplina che escludeva il ricorso alla gara pubblica. È da questa premessa che il gip dovrà ora ripartire. Il procedimento non è ancora chiuso, ma per la Procura la strada diventa in salita. Resterebbe da dimostrare che le selezioni organizzate dalla Fondazione fossero comunque vere gare, anche fuori dal codice degli appalti.
Con tutta probabilità si va quindi verso l’archiviazione. Perché di fondo la Consulta ha giudicato sbagliata la premessa normativa sulla quale era stata costruita l’indagine. La decisione dà ragione anche alla scelta politica compiuta nel 2020. Organizzare un’Olimpiade significa rispettare scadenze internazionali non rinviabili e acquistare rapidamente migliaia di beni e servizi. Sottoporre la Fondazione ai tempi delle gare pubbliche, con controlli, ricorsi e possibili sospensioni, avrebbe messo seriamente a rischio la preparazione dei Giochi. In pratica Milano-Cortina avrebbe rischiato di non arrivare pronta all’appuntamento. La stessa Corte collega la scelta privatistica alla necessità di consentire alla Fondazione un’azione più rapida e di rispettare gli impegni internazionali.
La Procura sosteneva che il governo Meloni fosse intervenuto indebitamente sull’inchiesta. La Consulta stabilisce il contrario, cioè che la regola non fosse nata nel 2024 per fermare i magistrati. Esisteva già dal 2020. Su questo punto l’esecutivo aveva ragione.
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