Non sono più soltanto i missili lanciati contro Israele o i droni utilizzati per colpire le rotte commerciali del Mar Rosso a sostenere la guerra degli Huthi. Dietro le operazioni militari del movimento yemenita si è sviluppata una sofisticata rete finanziaria basata sulle criptovalute che, secondo un recente rapporto investigativo, avrebbe movimentato quasi un miliardo di dollari, consentendo all’organizzazione di ricevere fondi, acquistare armamenti e aggirare il sistema internazionale di sanzioni.
L’indagine ricostruisce una delle più estese infrastrutture di finanza illecita emerse dall’inizio del conflitto, mostrando come gli Huthi si siano progressivamente trasformati da milizia armata in un’organizzazione dotata di una struttura finanziaria autonoma, capace di gestire e movimentare risorse direttamente attraverso la blockchain.
Il sistema utilizzato dagli Huthi ruota principalmente attorno a una precisa combinazione tecnologica: la stablecoin Usdt emessa da Tether e la blockchain Tron. Non si tratta di una scelta casuale. Usdt sulla rete Tron rappresenta oggi la stablecoin più utilizzata al mondo per volume di transazioni on-chain, grazie alla stabilità ancorata al dollaro, all’elevata liquidità, ai costi di trasferimento molto contenuti e alla possibilità di operare attraverso broker ed exchange presenti anche in Paesi caratterizzati da controlli limitati o praticamente inesistenti. Secondo la società specializzata in analisi blockchain Trm Labs, otto wallet digitali riconducibili agli Huthi hanno trasferito oltre 900 milioni di dollari in criptovalute verso soggetti classificati come ad alto rischio. Le risorse sarebbero state impiegate, con ogni probabilità, per l’acquisto di sistemi d’arma e altro materiale militare. Quegli stessi otto indirizzi sono stati inseriti nelle liste sanzionatorie dell’Office of foreign assets control (Ofac) del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti nell’aprile 2025. Tuttavia gli investigatori hanno individuato una rete molto più ampia, composta da ulteriori portafogli digitali che si sviluppa ben oltre quelli già colpiti dalle sanzioni. Le entrate in criptovalute arrivano da più canali e si alimentano reciprocamente. Il sostegno economico e militare garantito dalla Repubblica Islamica dell’Iran costituisce il pilastro dell’intera architettura finanziaria. L’analisi delle transazioni mostra collegamenti diretti tra i wallet sanzionati e gli indirizzi attribuiti a Sa’id al-Jamal, finanziere residente in Iran, già sottoposto a sanzioni Ofac e considerato uno dei principali responsabili economici degli Huthi, con legami operativi con la Forza Quds dei Guardiani della Rivoluzione iraniani.
Accanto ai fondi provenienti da Teheran, il movimento ha progressivamente ampliato le proprie attività economiche. Tra queste figura anche il mining di criptovalute, documentato fin dal 2017, svolto sfruttando servizi dedicati e l’infrastruttura internet fornita dallo YemenNet, il principale provider nazionale. Anche il controllo del Mar Rosso si è trasformato in una fonte di ricavi. Grazie al dominio esercitato sulla fascia costiera nord-occidentale dello Yemen, gli Huthi hanno imposto una sorta di sistema estorsivo ai danni del traffico commerciale internazionale, chiedendo di fatto pagamenti assimilabili a pedaggi di protezione alle navi in transito. Le somme riscosse confluiscono poi nella stessa rete finanziaria utilizzata per sostenere le operazioni militari. Un modello che ricorda quello sperimentato dall’Iran nello Stretto di Hormuz, dove sono stati ipotizzati pagamenti anche mediante asset digitali, segnale di una possibile estensione di questa strategia lungo tutto l’asse filoiraniano. L’intera infrastruttura è progettata per sfuggire ai tradizionali strumenti di controllo finanziario. Le risorse vengono continuamente spostate tra portafogli digitali differenti, rendendo molto più complessa la ricostruzione dei flussi attraverso la blockchain e aumentando tempi e costi delle attività investigative.
Per convertire le criptovalute in denaro liquido o beni materiali, gli Huthi fanno ampio ricorso ai servizi over-the-counter, sia all’interno dello Yemen sia all’estero, affidandosi a intermediari che operano al di fuori dei circuiti regolamentati degli exchange. Ansarallah utilizza inoltre un sistema di transazioni indirette in due passaggi con Huione Pay, società di pagamenti e cambio valuta collegata al cosiddetto Huione Guarantee Group, conglomerato cambogiano più volte indicato come piattaforma di supporto a truffe informatiche e operazioni di riciclaggio. Questo collegamento evidenzia come la rete economica degli Huthi sia ormai pienamente inserita all’interno dell’ecosistema della criminalità finanziaria internazionale, in particolare nelle infrastrutture di riciclaggio attive nel Sud-est asiatico.
Le analisi on-chain hanno inoltre individuato consistenti trasferimenti di fondi tra i wallet riconducibili agli Huthi, quelli di Sa’id al-Jamal, intermediari finanziari russi e l’exchange Garantex, anch’esso colpito dalle sanzioni dell’Ofac. Dai principali exchange sarebbero transitati prelievi superiori ai 200 milioni di dollari. Il coinvolgimento della Russia, sia come fornitore di armamenti sia come possibile snodo finanziario, rappresenta uno degli aspetti meno conosciuti dell’attuale conflitto.
Il sistema economico costruito dagli Huthi non rappresenta un fenomeno isolato. Fa parte di una più ampia architettura finanziaria coordinata da Teheran e destinata al sostegno delle principali milizie alleate nella regione. Attraverso questo meccanismo, il governo iraniano finanzia organizzazioni come Hezbollah in Libano, Hamas e gli stessi Huthi, facilitando traffici di petrolio illegale, materie prime e armamenti mediante strumenti finanziari sempre più sofisticati, inclusa la blockchain. Secondo Trm Labs, la rete riconducibile agli Houthi presenta collegamenti con il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (Irgc), Hamas e numerose entità già sottoposte a sanzioni internazionali, mostrando una significativa sovrapposizione con altri circuiti finanziari ad alto rischio. Gli stessi canali utilizzati per sostenere gli attacchi con droni e missili contro Israele sarebbero impiegati anche per finanziare le attività di Hezbollah in Libano e il riarmo di Hamas nella Striscia di Gaza. Nel corso del 2025 gli indirizzi classificati come illeciti hanno ricevuto almeno 154 miliardi di dollari in criptovalute, con un incremento del 162% rispetto all’anno precedente. L’aumento è stato trainato soprattutto dalla crescita del 694% dei fondi destinati a soggetti sanzionati, arrivati complessivamente a 104 miliardi di dollari. La quasi totalità delle operazioni è stata effettuata tramite stablecoin, con Usdt che continua a rappresentare lo strumento dominante.

Scambi miliardari sui conti dei pasdaran. CoinEx sotto accusa
Le criptovalute si confermano uno degli strumenti più utilizzati dall’Iran per mantenere rapporti con il sistema finanziario internazionale nonostante le sanzioni occidentali. Un’inchiesta del Wall Street Journal ricostruisce il ruolo svolto da CoinEx, exchange che negli ultimi anni sarebbe diventato uno dei principali punti di collegamento tra il mercato iraniano degli asset digitali e le piattaforme estere. L’indagine segue il percorso di miliardi di dollari transitati sulla blockchain, evidenziando i rapporti tra CoinEx, l’exchange iraniano Nobitex e wallet che diverse società di analisi attribuiscono alla Repubblica Islamica. L’inchiesta prende avvio da alcuni movimenti sospetti individuati nei primi mesi dell’anno su due wallet ritenuti riconducibili alla Banca centrale iraniana. Seguendo il tracciato delle transazioni, gli analisti hanno rilevato collegamenti con una parte degli oltre 1,5 miliardi di dollari sottratti nell’attacco informatico contro Bybit. I fondi sarebbero poi transitati attraverso una rete di operazioni fino a raggiungere CoinEx, piattaforma indicata come uno dei principali snodi utilizzati dagli operatori iraniani per accedere ai mercati internazionali delle criptovalute.
Secondo la società di analisi Trm Labs, dal 2019 wallet attribuiti a soggetti iraniani hanno movimentato attraverso CoinEx oltre 3,84 miliardi di dollari. Le verifiche indicano inoltre che alcuni indirizzi ospitati dalla piattaforma avrebbero ricevuto criptovalute provenienti dal furto ai danni di Bybit, successivamente trasferite verso wallet attribuiti alla Banca centrale iraniana e, in seguito, verso conti che le autorità statunitensi hanno collegato ai pasdaran.
CoinEx respinge qualsiasi coinvolgimento nelle attività contestate. Il fondatore Haipo Yang ha confermato che numerosi utenti iraniani hanno utilizzato la piattaforma, ma ha escluso rapporti con il governo di Teheran, sostenendo che l’azienda dispone di sistemi antiriciclaggio e procedure di controllo rafforzate. Negli ultimi mesi la società ha inoltre avviato un progressivo disimpegno dal mercato iraniano, bloccando le nuove registrazioni provenienti dall’Iran e annunciando verifiche interne sulle operazioni finite al centro dell’inchiesta.
Il caso evidenzia le difficoltà incontrate dagli Stati Uniti nel far rispettare il sistema di sanzioni economiche. Da anni Teheran utilizza infatti le criptovalute come alternativa ai circuiti bancari tradizionali, sfruttando exchange esteri per mantenere collegamenti con il mercato globale degli asset digitali. Negli ultimi anni CoinEx ha progressivamente sostituito Binance come principale interlocutore internazionale di Nobitex, il maggiore exchange iraniano. Il cambiamento è iniziato quando Binance ha rafforzato i controlli sul rispetto delle sanzioni internazionali, riducendo i rapporti con operatori iraniani. Successivamente l’amministrazione Trump ha inserito Nobitex nella lista delle entità sanzionate, accusandola di sostenere il governo di Teheran.
Secondo Trm Labs, una parte consistente dei rapporti tra CoinEx e il sistema delle criptovalute iraniano è transitata proprio attraverso Nobitex. Soltanto nell’ultimo anno le due piattaforme avrebbero movimentato oltre 760 milioni di dollari. CoinEx contesta queste stime, sostenendo che i metodi di attribuzione dei wallet possono produrre risultati non definitivi, ma ammette che Nobitex rappresenta uno dei principali interlocutori dell’ecosistema iraniano. L’inchiesta evidenzia inoltre collegamenti con soggetti successivamente colpiti dalle sanzioni statunitensi, tra cui l’imprenditore Alireza Derakhshan e la piattaforma Zedcex, ricondotta a Babak Zanjani, figura nota per il suo ruolo nelle reti utilizzate dall’Iran per commercializzare petrolio e aggirare le restrizioni economiche. Le verifiche effettuate utilizzando dati pubblici della blockchain mostrano transazioni riconducibili a questi soggetti, anche se le operazioni risultano precedenti ai provvedimenti adottati dal Dipartimento del Tesoro americano. CoinEx ribadisce di non aver mai agevolato consapevolmente soggetti sottoposti a sanzioni e sottolinea come la blockchain, pur garantendo trasparenza sulle transazioni, non consenta sempre di identificare con certezza i titolari dei wallet.
Le criptovalute hanno assunto un ruolo sempre più importante nell’economia iraniana. La svalutazione del rial e le limitazioni imposte dal sistema sanzionatorio hanno spinto milioni di cittadini a utilizzare gli asset digitali come forma di investimento e di tutela del patrimonio. Secondo le stime disponibili, circa il 13% della popolazione possiede criptovalute e il valore del mercato nazionale potrebbe raggiungere tra gli 8 e i 10 miliardi di dollari. Nelle ultime settimane CoinEx ha annunciato un ulteriore irrigidimento delle proprie procedure di controllo. Attraverso i canali ufficiali in lingua persiana ha comunicato il blocco delle nuove registrazioni provenienti dall’Iran e la progressiva chiusura degli account iraniani identificabili. Secondo Haipo Yang, la decisione è maturata dopo le sanzioni imposte a Nobitex, che hanno aumentato sensibilmente il rischio operativo. Una scelta che conferma come il settore delle criptovalute sia ormai uno dei principali terreni di confronto tra il sistema sanzionatorio occidentale e le reti finanziarie sviluppate dall’Iran per continuare a operare sui mercati internazionali.
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