Esiste un privilegio che sembra essere stato revocato al popolo italiano: il diritto ad avere un sistema limbico. A noi non è consentito essere esseri umani.
Dovremmo vivere come se la paura non esistesse, come se la collera fosse un vizio anziché una reazione biologica, come se l’istinto di proteggere la propria famiglia fosse un difetto del carattere. L’odio è vietato. La collera è sospetta. La paura è ammessa soltanto quando viene autorizzata dallo Stato.
Durante la pandemia ci è stato ordinato di averne, e allora bisognava tremare. Se invece un uomo viene rapinato più volte, minacciato di morte, costretto per anni a vivere aspettando il prossimo assalto, quella paura dovrebbe improvvisamente sparire. Dovrebbe restare lucido, razionale, sorridente.
Mario Roggero aveva alle spalle una lunga e indecente serie di rapine. Non un episodio isolato, ma una persecuzione. Minacce rivolte a lui, a sua moglie, a sua figlia. Le persone che un marito e un padre ha il dovere biologico, prima ancora che morale, di proteggere. Quando quei rapinatori sono entrati ancora una volta nella sua gioielleria, il suo cervello non stava consultando il Codice penale.
Era dominato dal sistema limbico, la parte più antica del cervello, quella programmata per una sola missione: sopravvivere e far sopravvivere i propri cari. La corteccia cerebrale, quella che valuta, pondera, distingue, cita articoli e sentenze, in quei momenti arretra. È fisiologia. È neuroscienza. È il funzionamento normale di un essere umano sottoposto a un’aggressione estrema. La sua reazione può essere giudicata sul piano del diritto. Ma sul piano umano è comprensibile. Sul piano biologico è comprensibile. E, per molti, anche sul piano etico.
Lo stesso ragionamento vale per la donna di Viareggio che, subito dopo avere subito una rapina, investì con l’automobile il proprio aggressore. Anche in quel caso il sistema limbico aveva preso il comando. Pretendere che una vittima appena aggredita ragioni come un professore di diritto seduto in poltrona è una richiesta disumana.
E poi arrivano le sentenze. Uno dei responsabili dell’omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega si trova oggi agli arresti domiciliari presso l’abitazione della propria nonna. Nel frattempo, Mario Roggero viene condannato a 14 anni e 9 mesi. È inevitabile che molti cittadini si chiedano quale sia il messaggio. E il messaggio che percepiscono è uno solo: colpirne uno per educarne cento. In pratica, alla vittima viene richiesto un autocontrollo infinitamente superiore a quello preteso dal rapinatore.
Poi ci spiegano che la vendetta è sempre sbagliata. Davvero? Chi lo ha stabilito? La vendetta è la forma più antica, più rozza e più brutale della giustizia. Proprio perché è una forma di giustizia, può essere sostituita soltanto da una forma migliore di giustizia. Se esiste uno Stato che protegge i cittadini, una magistratura efficiente e forze dell’ordine sostenute da un sistema capace di garantire sicurezza, allora la vendetta diventa inutile. Ma quando il cittadino ha la sensazione che tutto questo non funzioni più, è inevitabile che riaffiori l’idea della giustizia primitiva.
Attenzione, però: qui non stiamo nemmeno parlando di vendetta. Vendetta significherebbe andare a cercare i rapinatori giorni dopo. Non è ciò che è accaduto. Qui siamo ancora dentro la medesima sequenza dell’aggressione. Mario Roggero non poteva sapere se quei rapinatori stessero davvero fuggendo o se stessero andando a recuperare altre armi. Non poteva sapere se sarebbero tornati mezz’ora dopo per uccidere lui, sua moglie e sua figlia. Pretendere che in quei secondi elaborasse tutte le ipotesi possibili con il distacco di un magistrato significa ignorare completamente il funzionamento della mente umana.
E poi ci sono i 3 milioni di euro di risarcimento. Una cifra che, al di là dei tecnicismi giuridici, è diventata un simbolo. Per molti cittadini rappresenta un manifesto, un avvertimento, anzi un ordine: lasciati rapinare, lasciati terrorizzare, lasciati uccidere, sei un servo, un suddito, questo è il tuo dovere. Perché se reagisci, il problema diventi tu. Il risarcimento milionario per la morte dei due uccisi, infinitamente superiore al pochissimo dato per la morte in servizio di carabinieri e operai, al nulla dato ai massacrati dai cosiddetti migranti, dimostra al di là di ogni ragionevole dubbio una sola cosa: la proprietà privata, il lavoro di una vita e la sicurezza della propria famiglia sono considerate sciocchezze.
Lo Stato moderno nasce da uno scambio: il cittadino rinuncia a una parte della propria libertà, perfino al diritto di vendicarsi da solo, perché qualcun altro eserciti la forza al suo posto. È il fondamento del patto sociale: tu non ti fai giustizia, io ti garantisco giustizia. Il problema è che un contratto vale finché entrambe le parti lo rispettano. Quando il cittadino vede lo stesso autore di decine di furti entrare e uscire dagli uffici di polizia come da una porta girevole, quando scopre che un professionista del crimine viene arrestato ripetutamente nel giro di poche settimane e torna immediatamente sulla strada, inevitabilmente si domanda quale parte del patto sia rimasta in piedi.
Lo Stato ha un obbligo preciso: rendere credibile il monopolio della forza che rivendica. Se lo Stato pretende che nessuno si difenda da sé, deve dimostrare di essere realmente in grado di difendere tutti. Se questo non accade, non viene meno soltanto la fiducia nelle istituzioni: si incrina il presupposto stesso su cui quelle istituzioni hanno costruito la propria legittimità e i quattrini dei propri stipendi.
Altrimenti il patto sociale smette di essere un patto e diventa un atto di fede. E gli atti di fede possono essere pretesi dalle religioni, non dalle istituzioni, altrimenti si chiamano sottomissione del suddito. Tre milioni di euro significano simbolicamente un euro per 3 milioni di italiani, oppure 10 euro per 300.000, oppure 1.000 euro per 3.000 persone. Io voglio essere uno di quei 3.000. Datemi subito l’Iban.
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