Ponte Morandi: 12 anni all’ex ad Castellucci
Giovanni Castellucci (Ansa)

Chiudi gli occhi e ti sembra di risentirlo, quel fragore di morte un attimo dopo la rottura dei cavi corrosi dal tempo della pila numero 9. Genova, ponte Morandi, otto anni dopo la strage arriva la sentenza di primo grado: condanna a 12 anni di carcere all’ex amministratore delegato di Autostrade per l’Italia (Aspi) Giovanni Castellucci, il principale imputato, e a 11 anni all’ex capo delle manutenzioni della società, Michele Donferri Mitelli.

Nell’affollatissima aula magna del Palazzo di giustizia il giudice Paolo Lepri snocciola piano l’interminabile elenco dei condannati: sono 32 dei 57 imputati per omicidio e disastro colposi, omicidio stradale aggravato (con violazione delle norme sulla sicurezza sul lavoro), crollo doloso e falso. Totale 150 anni di carcere, quelli chiesti dai pm erano 400.

I parenti delle 43 vittime (la più giovane, Samuele Robbiano, aveva 8 anni) ascoltano in silenzio il rosario laico del dispositivo e testimoniano con la presenza il sacrificio dei loro cari scomparsi. In molti non hanno saltato neppure un’udienza, nei quattro anni di cammino verso quella che il tribunale definisce tecnicamente verità. «Se non a Castellucci, a chi bisognerebbe dare il massimo della pena?» aveva tuonato con esercizio di retorica il pm Walter Cotugno, titolare dell’accusa con il collega Marco Airoldi. Lui aveva chiesto 18 anni, il collegio giudicante ne confeziona 12 escludendo «la colpa con previsione dell’evento». Non si poteva prevedere.

Le accuse per gli imputati erano comunque pesantissime: aver omesso per decenni i controlli sulla struttura, nonostante gli avvertimenti dello stesso progettista Riccardo Morandi sul suo declino e nonostante alcuni segnali premonitori. E averlo fatto per ritardare le manutenzioni e di conseguenza aumentare i profitti delle società. L’ex ad di Aspi non è presente, sta scontando 6 anni, condanna definitiva per la tragedia di Avellino del 2013, quando un pullman precipitò dal viadotto Acqualonga a causa di un guasto ai freni e del cattivo stato del guardrail: 40 morti.

Come per la strage di Viareggio, nella quale il peso maggiore è ricaduto sull’ex ad di Ferrovie dello Stato, Mauro Moretti, oggi i giudici tendono a far pagare i top manager per la responsabilità di ruolo, una sorta di «responsabilità oggettiva» che prescinde dalla condotta individuale. Qualcosa di forzato, che stride con la giurisprudenza. Forse perché la scelta è più scenografica, è più popolare (o populista) e pure più facile. L’avvocato Giovanni Paolo Accinni, che con il collega Guido Carlo Alleva difende Castellucci, sul tema non ha dubbi.

«Si è cercato il colpevole ma non la colpa, il mio assistito è innocente e questa è una deriva giurisprudenziale non degna di un Paese civile. Si ritiene di attribuire una responsabilità penale personale all’ad di una società che altro non ha fatto che affidarsi ai migliori tecnici del settore ingegneristico. Il principio secondo cui il garante è il soggetto che gestisce concretamente il rischio viene sostituito da una concezione che fa coincidere la responsabilità con la posizione gerarchica. È una sconfitta per la verità dei fatti; i periti hanno accertato che il ponte è crollato per un vizio costruttivo mai emerso in 50 anni. Continueremo in Appello questa battaglia di civiltà».

Fra i condannati non mancano i tecnici di Aspi (nel 2021 passata a Cassa depositi e prestiti per 8,2 miliardi) e di Spea Engineering, che fino al 2019 si occupava delle manutenzioni. Dieci anni a Emanuele De Angelis, ex direttore tecnico di Spea, e a Maurizio Ceneri, responsabile ufficio collaudi e controlli; 8 anni e 8 mesi a Giampaolo Nebbia, responsabile ufficio funzione centrale e servizi d’esercizio di Spea; 8 anni e 6 mesi a Riccardo Mollo, ex direttore generale di Aspi; 8 anni a Fulvio Di Taddeo, responsabile ufficio manutenzione opere infrastrutturali di Aspi; 5 anni e 6 mesi per Antonino Galatà e Paolo Berti, ex ad ed ex direttore di Spea.

Da sottolineare due condanne particolari, a conferma di responsabilità non solo private ma anche dello Stato: cinque anni di carcere allo storico capo della Vigilanza del ministero dei Trasporti sulle concessioni autostradali, Mauro Coletta, e 4 anni e 2 mesi a Carmine Testa, l’ex capo degli ispettori. Quattro anni anche all’ingegnere e docente genovese Antonio Brencich, finito fra gli imputati perché membro del comitato tecnico del Provveditorato. Era iscritto nel 2021 in una lista del Pd.

I rappresentanti del Comitato delle vittime accolgono la sentenza con grande compostezza. La presidente Egle Possetti: «Siamo soddisfatti, questo è il primo spiraglio di luce. È stato bocciato un sistema di controllo fallimentare, anche con responsabili dei controlli pubblici. Ma la strada è ancora lunga». L’avvocato Raffaele Caruso riassume così il sentimento generale: «In questa sentenza c’è un’affermazione chiara di responsabilità. Il crollo del ponte era evitabile e chi ha sbagliato è stato condannato».

Aspi e Spea sono uscite dal processo con un patteggiamento da 30 milioni e i familiari sono stati risarciti con accordi privati che hanno accettato. Ha fatto molto discutere l’altroieri una lettera inviata dall’attuale ad di Aspi, Arrigo Giana, per scusarsi del crollo. Egle Possetti ha risposto: «È tardi, le scuse andavano fatte a suo tempo». Mai arrivate ai lettori neppure le scuse dei molti giornali che, dopo il crollo del Ponte Morandi, hanno impiegato due giorni prima di scrivere che Atlantia (la capogruppo di Aspi) non era un continente scomparso. Ma la holding della famiglia Benetton.

Da non perdere