Una presenza costante nei circuiti digitali vicini allo Stato Islamico, la partecipazione a gruppi riservati e la raccolta di materiale sulla costruzione di ordigni. Sono gli elementi attorno ai quali ruota l’inchiesta che ha portato all’arresto di una ragazza italiana di origine egiziana di 17 anni, residente in provincia di Pavia, accusata di partecipazione a un’associazione con finalità di terrorismo internazionale.
Su disposizione del Tribunale per i Minorenni di Milano, la giovane è stata sottoposta alla custodia cautelare in una comunità. Il provvedimento rappresenta il punto di arrivo di un’indagine sviluppata attraverso il controllo degli ambienti jihadisti presenti sul Web e approfondita con accertamenti tecnici e attività investigative sul territorio.
Tutto sarebbe cominciato durante il monitoraggio di alcune piattaforme di messaggistica istantanea utilizzate per diffondere propaganda estremista. L’attenzione degli investigatori si è concentrata su un profilo collegato a una numerazione telefonica virtuale, sistema che può rendere più difficile risalire all’identità dell’utilizzatore. Quell’account risultava inserito in almeno quattro gruppi di orientamento jihadista, apertamente favorevoli allo Stato Islamico.
Non si trattava di spazi liberamente consultabili: per entrare sarebbe stato necessario ricevere un invito oppure ottenere il consenso degli amministratori. Una struttura chiusa, dunque, pensata per selezionare i partecipanti e limitare l’accesso di estranei. All’interno di queste comunità digitali circolavano video, documenti e messaggi destinati a celebrare le azioni dell’Isis e a favorire nuove adesioni.
Secondo la ricostruzione investigativa, venivano pubblicati anche contenuti che esaltavano il martirio, testi per l’indottrinamento e istruzioni riguardanti l’addestramento, l’impiego delle armi e la preparazione domestica di esplosivi. Come funzionano questi gruppi sul Web? Lo chiediamo a Elisa Garfagna, che studia il fenomeno del terrorismo online: «I gruppi operativi su Telegram sono nascosti: non si trovano cercandoli nell’app. Si entra solo con link segreti “usa e getta” che scadono dopo pochi minuti. Una volta dentro, i capi usano sistemi automatici per controllare chi sei prima di mostrarti i contenuti. I file pericolosi, come i manuali, vengono scambiati in chat segrete e super protette. Qui si usa il timer di autodistruzione: foto o testi si cancellano da soli pochi secondi dopo essere stati letti. Il messaggio sparisce contemporaneamente dal telefono di chi lo riceve e da quello di chi lo ha mandato, senza lasciare traccia nei server».
Attraverso verifiche e servizi mirati, gli agenti sono riusciti ad attribuire il profilo sospetto alla diciassettenne. Durante l’operazione sono stati sequestrati diversi dispositivi elettronici utilizzati dalla ragazza. Cellulari e altri supporti informatici sono stati sottoposti ad analisi per ricostruire la rete dei contatti, le conversazioni e i materiali consultati o archiviati. Gli accertamenti avrebbero fatto emergere una frequentazione degli ambienti radicali più estesa rispetto a quella individuata inizialmente. La minorenne sarebbe stata presente in numerosi canali e gruppi distribuiti su differenti applicazioni di messaggistica. La maggior parte di questi spazi sarebbe stata riservata e riconducibile alla galassia del jihadismo internazionale; alcuni, secondo gli inquirenti, avrebbero avuto legami diretti con lo Stato Islamico. Nei dispositivi sarebbe stata trovata una quantità rilevante di materiale propagandistico dell’Isis, non soltanto visionato, ma anche scaricato e conservato.
L’aspetto più allarmante riguarda la presenza di documenti con indicazioni per la fabbricazione di ordigni rudimentali. Tra i file sequestrati comparirebbe un manuale dedicato alla costruzione di una cintura esplosiva. L’inchiesta si concentra anche sui rapporti intrattenuti dalla ragazza attraverso la rete. Gli investigatori avrebbero recuperato numerose conversazioni con altri giovani, italiani e stranieri. Alcuni degli interlocutori vengono indicati come presunti militanti dell’Isis. Nelle chat, la diciassettenne avrebbe inoltrato e condiviso contenuti estremisti, mostrando un coinvolgimento che, secondo l’accusa, sarebbe andato oltre la consultazione passiva della propaganda. In più occasioni, sempre stando alla ricostruzione degli inquirenti, la giovane avrebbe manifestato «la propria volontà di martirio in nome di Allah».
L’accesso a gruppi riservati, i contatti con ambienti vicini all’Isis, la propaganda e il possesso di manuali operativi hanno portato all’accusa di terrorismo internazionale. Resta da accertare il reale coinvolgimento della minorenne, l’esistenza di eventuali progetti concreti e il ruolo delle persone che avrebbero favorito la sua radicalizzazione.
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