Anni fa, da pm di Agrigento, Luigi Patronaggio si fece notare perché indagò Matteo Salvini, allora ministro dell’Interno, per sequestro di persona. Erano i giorni dei «porti chiusi» e il magistrato si occupò del caso della nave Diciotti e della Ong Sea Watch. Attualmente Pattinaggio è procuratore generale presso la Corte d’Appello di Cagliari. Ma a quanto risulta la questione migratoria gli sta ancora molto a cuore.
Infatti nei giorni scorsi ha partecipato all’evento di lancio di Rete Lampedusa, progetto politico pro accoglienza di Piero Bartolo, il «medico dei migranti» eletto nel 2019 al Parlamento europeo con il Partito democratico. Per l’occasione, Patronaggio ha scritto una sorta di breve saggio per la rivista Vita, pubblicato con questo titolo: «“Migranti e reati? La devianza non dipende dalla nazionalità, ma dalla marginalizzazione sociale”. Parola di magistrato». Patronaggio inizia spiegando che «il tema delle migrazioni impone di superare una lettura emergenziale e securitaria del fenomeno. Una politica pubblica costituzionalmente orientata deve coniugare governo dei flussi, tutela dei diritti fondamentali, integrazione sociale, contrasto allo sfruttamento e responsabilità europea oltre che una seria attività investigativa e repressiva volta a fronteggiare la tratta degli esseri umani». Secondo il magistrato «occorre, anzitutto, governare l’immigrazione senza cedere alla narrazione della paura. La gestione dei flussi migratori deve fondarsi sul rispetto della dignità della persona e dei diritti fondamentali, evitando rappresentazioni costruite sul terrore, sulla criminalizzazione dello straniero e sulla artificiosa contrapposizione tra sicurezza e umanità». Non si può non concordare sul fatto che ogni essere umano meriti dignità e rispetto. Ma appunto per questo occorre rispettare anche chi è contrario all’immigrazione di massa e ne vive i disagi, senza ridurne le posizioni critiche a «rappresentazioni» fasulle basate sulla paura e la manipolazione. Sembra di capire tuttavia che per Patronaggio chi contesta l’accoglienza lo faccia per ragioni fondamentalmente sbagliate, basandosi su una errata percezione della realtà o sulla malafede.
«Il rapporto tra immigrazione e sicurezza deve essere affrontato distinguendo con rigore tra sicurezza reale e sicurezza percepita», scrive il magistrato. «La prima riguarda l’andamento oggettivo dei reati, delle denunce, degli arresti e delle condanne; la seconda è influenzata da fattori emotivi, mediatici, urbani e sociali: degrado visibile, spaccio di strada, occupazioni informali, conflittualità nei quartieri, esperienze personali e narrazione pubblica dell’allarme. In Italia non emerge una crescita generalizzata della criminalità violenta, come conferma il livello storicamente contenuto degli omicidi; alcune forme di criminalità urbana e predatoria, tuttavia, incidono fortemente sulla percezione di insicurezza, soprattutto nelle aree metropolitane e nei contesti di marginalità».
A dire il vero, in alcune aree (molte, troppe) non si tratta di percezione ma di amara realtà. Patronaggio a un certo punto è pure costretto a riconoscerlo. «I dati sulle persone denunciate, fermate o arrestate mostrano una sovrarappresentazione dei cittadini stranieri in alcune categorie di reati, in particolare nei reati predatori, nei furti con destrezza, negli scippi, nelle rapine in strada e in talune condotte connesse al mercato degli stupefacenti», scrive. Poi aggiunge: «Questo dato non può essere ignorato, ma non può neppure essere trasformato in una generalizzazione etnica o identitaria. La categoria stranieri comprende infatti situazioni profondamente diverse: cittadini europei, cittadini di Paesi terzi regolarmente soggiornanti, richiedenti asilo, titolari di protezione, persone irregolari, soggetti senza dimora, lavoratori inseriti, persone sfruttate o reclutate in economie illegali». Ha perfettamente ragione: la categoria «immigrato» non esiste. Ma a crearla è stata la sinistra italiana, che identifica negli stranieri una sorta di classe sostitutiva del proletariato a cui attribuire interessi comuni per farne un soggetto rivoluzionario in grado di cambiare l’ordine sociale.
Il punto più interessante del discorso, però, resta quello in cui Patronaggio spiega perché gli immigrati delinquano. «L’incidenza statistica della devianza è molto più elevata nelle aree dell’irregolarità amministrativa, della marginalità sociale, dell’assenza di lavoro legale, della precarietà abitativa e della mancanza di reti familiari o comunitarie», dice il magistrato. «Ne deriva che il tema della sicurezza non può essere ridotto all’equazione tra immigrazione e criminalità. Una lettura corretta impone di distinguere tra presenza regolare e irregolare, tra integrazione e marginalità, tra vulnerabilità sociale e pericolosità individuale. La sicurezza collettiva si rafforza certamente con il presidio del territorio, il contrasto ai reati predatori, allo spaccio e allo sfruttamento criminale; ma si consolida anche con canali legali di ingresso, lavoro regolare, percorsi di integrazione, accesso ai servizi essenziali, tutela dei minori, contrasto al caporalato e riduzione delle aree di esclusione. L’irregolarità non governata produce insicurezza: l’integrazione regolata, invece, è uno strumento di prevenzione, legalità e coesione sociale». Insomma: i migranti commettono reati per via del disagio sociale, il quale – se ne deduce – dipende dalle nostre politiche sbagliate e troppo restrittive.
Ovviamente Patronaggio è libero di pensare e scrivere ciò che desidera. Ma la sensazione è che il suo discorso sia più che vagamente politico. Del resto viene svolto in occasione della presentazione di un movimento politico. Non per nulla le idee del magistrato paiono decisamente affini a quelle dei dem in tema di stranieri. Specie quando scrive che «va affermato con forza un principio essenziale dell’attuale dibattito pubblico: le esigenze di sicurezza dello Stato non possono comprimere i diritti fondamentali dei migranti». Patronaggio spiega che «il panorama politico e legislativo appare profondamente mutato: dalle politiche statunitensi di controllo e rastrellamento sino al nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo». E poco dopo afferma: «Restano centrali le criticità legate alla detenzione alla frontiera, all’esternalizzazione delle procedure e alle proposte di reimmigrazione. Le più rilevanti critiche formulate dalle Ong, dalle associazioni impegnate nella tutela dei diritti dei migranti e da una parte significativa del Terzo settore, che lo scrivente condivide senza riserve, convergono su un punto essenziale: il Patto, pur presentandosi apparentemente come strumento di razionalizzazione e solidarietà europea, rischia di consolidare una logica prevalentemente securitaria, nella quale l’accesso effettivo alla protezione internazionale viene subordinato alla rapidità del filtro di frontiera e alla funzione dissuasiva del trattenimento». Colpisce sentire che un uomo delle istituzioni, il quale si è trovato a lavorare su casi che coinvolgevano Ong, dichiari di condividere in toto la visione di queste ultime.
Più volte, nel suo testo, Patronaggio insiste sulla necessità di aprire in qualche modo le frontiere. Ed esprime pensieri su cui si può legittimamente nutrire qualche riserva, ad esempio quando sostiene che «troppo spesso le forze dell’ordine si accontentano di arrestare i cosiddetti scafisti, i quali non di rado sono anch’essi vittime di trafficanti collocati più in alto nella scala gerarchica del crimine». Oppure quando decreta: «Una politica migratoria democratica non si misura soltanto dalla capacità di controllare le frontiere, ma dalla capacità di tenere insieme legalità, dignità, sicurezza sociale, protezione dei vulnerabili e responsabilità condivisa. Il governo delle migrazioni è, in questo senso, un banco di prova della qualità costituzionale dello Stato di diritto e tutti noi vogliamo che l’Italia non smarrisca la sua originaria vocazione all’accoglienza democratica, ugualitaria e soprattutto umana». Di nuovo, qui siamo totalmente nel territorio della politica: sostenere il contrario è piuttosto complicato. Viene dunque da chiedersi: chi ha convinzioni così radicate, tanto da esprimerle pubblicamente per la presentazione di un movimento, può davvero giudicare serenamente l’operato di un ministro o altre vicende che riguardino questioni migratorie?
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