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2018-12-04
«Renzi faceva lavorare clandestini in nero»
ANSA
(...) anno fa Monday si presenta in Tribunale sostenendo di aver lavorato «continuativamente dal 14 novembre 2005 al 12 aprile 2007 senza alcuna regolarizzazione ai fini contributivi e previdenziali con mansioni di consegna del quotidiano Il Secolo XIX durante la notte alle dipendenze delle società convenute (Eukos, Dmp, Arturo) che si sono via via succedute nell'esecuzione dell'appalto commissionato dalla predetta testata giornalistica». Un appalto che era stato conquistato, nel 2003, dalla Chil Srl della famiglia Renzi.
Tiziano all'inizio si affidò per la distribuzione al sodale Mariano Massone, genovese trapiantato ad Alessandria, a cui nel 2010 cederà la Chil imbottita di debiti, la quale andrà in malora e costringerà Tiziano Renzi a difendersi dall'accusa di concorso in bancarotta fraudolenta. Renzi senior uscirà indenne dall'inchiesta, Massone patteggerà 26 mesi di reclusione.
In principio la distribuzione viene affidata alla cooperativa Recapita, presieduta da Giovanna Gambino, coniuge di Massone, e successivamente alla Eukos distribuzioni Srl, sempre riconducibile a Massone.
Per pochi mesi l'attività di consegna passa alla Dmp servizi pubblicitari di Massimiliano Di Palma, un imprenditore genovese in rapporti sia con Massone sia con Renzi senior, poi Tiziano subentra direttamente con una società amministrata da lui stesso, la Arturo Srl. Per il Tribunale quest'ultima e la Eukos sono praticamente la stessa cosa.
Nel 2009 Monday, dopo essere stato licenziato in tronco e aver perso le speranze di essere riassunto, decide di fare ricorso e chiama in causa Dmp, Eukos e Arturo. La prima si difende e vince, dimostrando la propria buona fede. Eukos e Arturo, nel frattempo sciolte, si fanno invece processare in contumacia. Nel 2011 il giudice Giuliana Melandri le condanna a pagare in solido un risarcimento di 15.449,50 euro al nigeriano per differenze di paga, indennità di ferie e permessi, straordinari e Tfr non saldati. Ma il magistrato non riconosce al ricorrente le retribuzioni successive al licenziamento «intimato verbalmente» e, quindi, sulla carta, «inefficace a interrompere il rapporto di lavoro». Il motivo? Monday, essendo sprovvisto di permesso di soggiorno, per il Tribunale, «non avrebbe potuto svolgere attività lavorativa» e «conseguentemente» non era possibile «applicarsi nei suoi confronti la normativa tutela del posto di lavoro prevista nel nostro ordinamento».
E qui arriva la nota dolente. Tiziano sapeva di utilizzare lavoratori clandestini? Sembrerebbe di sì. Durante il processo è emerso che solo la Dmp aveva «vietato in modo categorico che potessero lavorare» i nigeriani sprovvisti di permesso di soggiorno. E così, chi era senza documenti aiutava chi era in regola «dividendosi il compenso». Al contrario, la Eukos e la Arturo non avrebbero applicato restrizione alcuna.
Proprio per riscattare quei mesi di lavoro da clandestini, il 23 giugno scorso Monday, insieme con Omoigui, ha sporto querela, assistito dall'avvocato danese (trapiantato a Genova) Lars Markus Hansen, per millantato credito, assunzione di lavoratori clandestini ed eventuali altri reati contro Tiziano e Matteo Renzi; denuncia per cui non hanno ricevuto ancora alcuna notifica ufficiale di archiviazione. Nell'esposto è sottolineato che «gran parte dei lavoratori di colore (della Arturo, ndr) erano clandestini non assunti e lavoranti in nero». E in un altro passaggio si legge: «Noi due e molti altri ragazzi di colore, che hanno lavorato per Tiziano Renzi e i suoi amici, abbiamo creduto in queste persone, perché Adewale Tore Adenigi, il braccio destro di Tiziano Renzi, ci diceva sempre di aver fiducia in Matteo Renzi perché stava diventando un importante politico nel Partito democratico. Ci disse: “Io, Tiziano e Matteo Renzi siamo amici, calma, calma, i permessi di soggiorno con Renzi figlio li avrete"». In realtà non arrivarono mai. «Sono in Italia da 14 anni, e ancora oggi non sono regolare» spiega Monday alla Verità. «Quando sono andato a offrirmi in azienda, per un lavoro, mi hanno detto: “Sai guidare? Hai un'auto?". E così ho iniziato».
Il babbo, si legge nella querela, avrebbe dichiarato personalmente: «Vi porto io in Questura. Ho degli amici lì. Così facciamo il documento per tutti». Nel marzo del 2007 i nigeriani improvvisarono uno sciopero e in piena notte apparve Tiziano, il quale avrebbe detto al rappresentante dei lavoratori: «Dammi due mesi e sistemo tutto io per i documenti». Monday Alari ha anche aggiunto: «Tiziano Renzi sapeva che in molti eravamo clandestini e ci dava degli ordini, a volte personalmente, ma in genere tramite il suo segretario Adewale Tori Adenige (…)». Insomma sapeva e impartiva direttive.
Nel marzo del 2007 Tiziano lasciò l'incarico di amministratore della Arturo a un amico fotografo, Pier Giovanni Spiteri, oggi coindagato con lui per la bancarotta di una cooperativa. Nella notte tra l'11 e il 12 aprile i nigeriani inscenarono una protesta per le promesse non mantenute e, a causa degli schiamazzi, gli abitanti del posto chiamarono la Polizia. I lavoratori vennero portati in Questura e 11 di loro non risultarono in regola con i permessi di soggiorno e per questo Spiteri venne denunciato per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Non tutti i fermati erano soggetti raccomandabili e due di loro, o quanto meno due omonimi residenti a Genova, successivamente sono finiti sui giornali per storie di cronaca nera: Akhadelor Talatu nell'agosto del 2008 ha ucciso la compagna; Osawe Saturdau è stato condannato nel 2010 per racket della prostituzione. «A parte uno, che è tornato in Nigeria, quasi tutti gli altri vivono nascosti in Italia e non hanno avuto il coraggio di denunciare Renzi senior e i suoi soci» continua Monday, il quale, invece, il coraggio lo ha trovato eccome. Tanto che avrebbe ricevuto anche una telefonata: «Un giorno, il mio avvocato mi chiama e mi dice che il legale di Tiziano Renzi ha fatto una proposta di 2.000 euro per chiudere. Ma io ho rifiutato, preferisco morire povero. Non voglio i 2.000 euro di Renzi, io voglio i 15.000 euro che il giudice mi ha riconosciuto». E come vive ora? «Chiedo la carità e devo farmi aiutare dalla mia fidanzata, che lavora. Ho una “mamma adottiva" italiana, si chiama Paola. È lei a pagare, per me e per la mia compagna, la stanzetta da 200 euro al mese in cui viviamo. Io non voglio andare a rubare, non voglio vendere la droga. Vorrei solo un lavoro e i soldi che mi devono Tiziano Renzi e i suoi amici».
Di Maio senior chiede perdono e il Bullo inverte la rotta sui papà
Antonio Di Maio, padre del vicepremier grillino Luigi, rompe il silenzio e chiede scusa a tutti. Decide di parlare e lo fa usando Facebook - strumento più consono al figlio - e in giacca e cravatta, con grande emozione legge la sua verità, scritta su due fogli che gli tremano nelle mani, per spiegare le vicende dell'azienda di famiglia «spulciate» dai servizi delle Iene.
«Chiedo scusa per gli errori che ho commesso, chiedo scusa alla mia famiglia per i dispiaceri che hanno provato. Chiedo scusa agli operai che hanno lavorato senza contratto per la mia azienda qualche anno fa. Mi dispiace per mio figlio Luigi, che stanno cercando di attaccare ma lui non ha colpa. Luigi non sapeva nulla».
Si definisce un piccolo imprenditore che ha commesso degli errori ma sottolinea polemicamente i sequestri: «Nei giorni scorsi, la polizia municipale è venuta a Mariglianella per controllare il capanno sul terreno, di proprietà mia e di mia sorella: l'area è stata sorvolata da un drone, come anche la nostra casa. C'erano telecamere e giornalisti ovunque. Ammetto che nel cortile avevo lasciato qualche mattone e dei sacchi con materiale edile e altre cose. Anche in questo caso se ho sbagliato me ne assumo la responsabilità, ma essendo la mia proprietà privata non pensavo che questo potesse essere addirittura un reato ambientale. Forse non spetta a me giudicare, ma mi sembra un trattamento che si riserva a un pericoloso criminale e mi spiace anche per i miei vicini e per tutto il paese».
Per quanto riguarda quel debito di 176.000 euro che l'Agenzia di riscossione (già Equitalia) non ha mai riscosso in 10 anni, chiarisce: «Non esiste nessuna elusione fraudolenta. Nel 2006 ho deciso di chiudere la mia azienda per debiti tributari e previdenziali che non ero in grado di pagare. Non vi era altra strada che chiudere. Ma non ho sottratto i miei beni alla garanzia dei creditori».
Di Maio ricorda poi che non sono state eluse le tasse da sua moglie, la docente Paolina poi diventata titolare della nuova impresa (benché incompatibile in quanto insegnante di scuola pubblica). La trasmissione di Mediaset, infatti, dopo le polemiche sull'utilizzo di manodopera in nero dell'impresa Ardima Costruzioni di Antonio, ha tirato fuori il ruolo di titolare della moglie e, infine, domenica ha ipotizzato per il leader del Movimento 5 stelle nonché ministro del Lavoro il ruolo di prestanome nell'azienda di famiglia, prospettando il possibile reato di concorso in elusione fraudolenta. In pratica, stando alla trasmissione Mediaset, Luigi Di Maio avrebbe avuto un ruolo di prestanome per salvaguardare l'Ardima Costruzioni proprio nel contenzioso con Equitalia.
Antonio Di Maio, con toni ancora più accorati, ha poi confessato la sua debolezza di pater familias: «Come ogni padre ho provato a non far mancare nulla alla mia famiglia. Per questo nei periodi difficili ho cercato di andare avanti da solo, perché non volevo pesare su di loro. So che tanti papà mi capiscono. Luigi a volte mi ha dato una mano in azienda, come fanno tanti figli con i padri e ci sono tutti i documenti che lo provano, lui li ha già pubblicati. Io sono molto orgoglioso dei miei figli e sono orgoglioso di Luigi. Come scritto da mia cugina, non potendo attaccare l'onestà, la trasparenza e il coraggio di Luigi, ecco che sono partiti gli attacchi spropositati verso la sua famiglia, pur di screditarlo e togliergli la voglia di andare avanti. Cosa che, se conosco mio figlio, non succederà. Non voglio certamente discolparmi se ho fatto degli errori. E voglio, da padre a figlio, dire a Luigi che mi dispiace per tutto quel che sta passando. Da padre posso solo incoraggiarlo ad andare avanti, non perché è mio figlio ma perché credo che stia facendo il bene di questo Paese contro tutto e contro tutti».
La videolettera non commuove il Partito democratico, che attacca con l'hastag #DiMaioBugiardo, mentre l'ex segretario, Matteo Renzi, si dice dispiaciuto nel vedere le telecamere entrare nell'intimità di una famiglia, però chiede al vicepremier di chiarire il suo ruolo di prestanome. Non solo, il Rottamatore ne ha anche per i propri compagni politici, tant'è vero che si è scagliato contro il gruppo dirigente del Pd, a suo dire mai solidale col capo quando l'inchiesta Consip coinvolse suo padre Tiziano.
Renzi cita Bettino Craxi: «Hanno creato un clima infame», per dire che la vicenda del padre di Luigi Di Maio dovrebbe essere tenuta fuori dalla scena politica ma ci sono due ragioni per cui se ne parla: «Perché il Movimento 5 stelle ha creato un clima infame, con aggressioni personali. E oggi la famiglia Di Maio è vittima di questo sistema. Io conosco cosa sta passando la famiglia Di Maio», continua Renzi, ricordando come i pentastellati siano stati i suoi principali accusatori politici quando l'inchiesta Consip coinvolse suo padre, Tiziano Renzi, «per colpa di Luigi e dei suoi amici ci siamo passati anche noi».
Poi però attacca il suo stesso partito: «Almeno Di Maio può contare sulla solidarietà dei suoi colleghi pentastellati. A me invece la solidarietà è arrivata dalla nostra gente, non dal gruppo dirigente del Partito democratico, che per la stragrande maggioranza è rimasto in silenzio, sia pubblicamente che privatamente». In ottica congressuale, sono dichiarazioni di peso, è innegabile. L'attacco al Pd per la mancanza di solidarietà davanti ai guai giudiziari del Giglio magico, unito a quel «dobbiamo chiedere scusa a Berlusconi» pronunciato pochi giorni fa, rende sempre più credibile lo scenario che vede Renzi impegnato nella creazione di un nuovo partito.
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Oltre ai contratti irregolari, un tribunale accerta la presenza di stranieri abusivi fra il personale nella ditta del signor Tiziano. Un giudice ha riconosciuto a un nigeriano un risarcimento, rilevando anche che fu sfruttato in assenza di permesso di soggiorno.Il genitore di Luigi Di Maio: «Ho sbagliato, volevo provvedere alla mia famiglia. Luigi però non c'entra nulla». L'ex premier, che fino a pochi giorni fa gridava allo scandalo, davanti ai guai dei suoi ripiega: «Clima infame».Lo speciale contiene due articoli.(...) anno fa Monday si presenta in Tribunale sostenendo di aver lavorato «continuativamente dal 14 novembre 2005 al 12 aprile 2007 senza alcuna regolarizzazione ai fini contributivi e previdenziali con mansioni di consegna del quotidiano Il Secolo XIX durante la notte alle dipendenze delle società convenute (Eukos, Dmp, Arturo) che si sono via via succedute nell'esecuzione dell'appalto commissionato dalla predetta testata giornalistica». Un appalto che era stato conquistato, nel 2003, dalla Chil Srl della famiglia Renzi.Tiziano all'inizio si affidò per la distribuzione al sodale Mariano Massone, genovese trapiantato ad Alessandria, a cui nel 2010 cederà la Chil imbottita di debiti, la quale andrà in malora e costringerà Tiziano Renzi a difendersi dall'accusa di concorso in bancarotta fraudolenta. Renzi senior uscirà indenne dall'inchiesta, Massone patteggerà 26 mesi di reclusione.In principio la distribuzione viene affidata alla cooperativa Recapita, presieduta da Giovanna Gambino, coniuge di Massone, e successivamente alla Eukos distribuzioni Srl, sempre riconducibile a Massone.Per pochi mesi l'attività di consegna passa alla Dmp servizi pubblicitari di Massimiliano Di Palma, un imprenditore genovese in rapporti sia con Massone sia con Renzi senior, poi Tiziano subentra direttamente con una società amministrata da lui stesso, la Arturo Srl. Per il Tribunale quest'ultima e la Eukos sono praticamente la stessa cosa.Nel 2009 Monday, dopo essere stato licenziato in tronco e aver perso le speranze di essere riassunto, decide di fare ricorso e chiama in causa Dmp, Eukos e Arturo. La prima si difende e vince, dimostrando la propria buona fede. Eukos e Arturo, nel frattempo sciolte, si fanno invece processare in contumacia. Nel 2011 il giudice Giuliana Melandri le condanna a pagare in solido un risarcimento di 15.449,50 euro al nigeriano per differenze di paga, indennità di ferie e permessi, straordinari e Tfr non saldati. Ma il magistrato non riconosce al ricorrente le retribuzioni successive al licenziamento «intimato verbalmente» e, quindi, sulla carta, «inefficace a interrompere il rapporto di lavoro». Il motivo? Monday, essendo sprovvisto di permesso di soggiorno, per il Tribunale, «non avrebbe potuto svolgere attività lavorativa» e «conseguentemente» non era possibile «applicarsi nei suoi confronti la normativa tutela del posto di lavoro prevista nel nostro ordinamento».E qui arriva la nota dolente. Tiziano sapeva di utilizzare lavoratori clandestini? Sembrerebbe di sì. Durante il processo è emerso che solo la Dmp aveva «vietato in modo categorico che potessero lavorare» i nigeriani sprovvisti di permesso di soggiorno. E così, chi era senza documenti aiutava chi era in regola «dividendosi il compenso». Al contrario, la Eukos e la Arturo non avrebbero applicato restrizione alcuna.Proprio per riscattare quei mesi di lavoro da clandestini, il 23 giugno scorso Monday, insieme con Omoigui, ha sporto querela, assistito dall'avvocato danese (trapiantato a Genova) Lars Markus Hansen, per millantato credito, assunzione di lavoratori clandestini ed eventuali altri reati contro Tiziano e Matteo Renzi; denuncia per cui non hanno ricevuto ancora alcuna notifica ufficiale di archiviazione. Nell'esposto è sottolineato che «gran parte dei lavoratori di colore (della Arturo, ndr) erano clandestini non assunti e lavoranti in nero». E in un altro passaggio si legge: «Noi due e molti altri ragazzi di colore, che hanno lavorato per Tiziano Renzi e i suoi amici, abbiamo creduto in queste persone, perché Adewale Tore Adenigi, il braccio destro di Tiziano Renzi, ci diceva sempre di aver fiducia in Matteo Renzi perché stava diventando un importante politico nel Partito democratico. Ci disse: “Io, Tiziano e Matteo Renzi siamo amici, calma, calma, i permessi di soggiorno con Renzi figlio li avrete"». In realtà non arrivarono mai. «Sono in Italia da 14 anni, e ancora oggi non sono regolare» spiega Monday alla Verità. «Quando sono andato a offrirmi in azienda, per un lavoro, mi hanno detto: “Sai guidare? Hai un'auto?". E così ho iniziato».Il babbo, si legge nella querela, avrebbe dichiarato personalmente: «Vi porto io in Questura. Ho degli amici lì. Così facciamo il documento per tutti». Nel marzo del 2007 i nigeriani improvvisarono uno sciopero e in piena notte apparve Tiziano, il quale avrebbe detto al rappresentante dei lavoratori: «Dammi due mesi e sistemo tutto io per i documenti». Monday Alari ha anche aggiunto: «Tiziano Renzi sapeva che in molti eravamo clandestini e ci dava degli ordini, a volte personalmente, ma in genere tramite il suo segretario Adewale Tori Adenige (…)». Insomma sapeva e impartiva direttive.Nel marzo del 2007 Tiziano lasciò l'incarico di amministratore della Arturo a un amico fotografo, Pier Giovanni Spiteri, oggi coindagato con lui per la bancarotta di una cooperativa. Nella notte tra l'11 e il 12 aprile i nigeriani inscenarono una protesta per le promesse non mantenute e, a causa degli schiamazzi, gli abitanti del posto chiamarono la Polizia. I lavoratori vennero portati in Questura e 11 di loro non risultarono in regola con i permessi di soggiorno e per questo Spiteri venne denunciato per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Non tutti i fermati erano soggetti raccomandabili e due di loro, o quanto meno due omonimi residenti a Genova, successivamente sono finiti sui giornali per storie di cronaca nera: Akhadelor Talatu nell'agosto del 2008 ha ucciso la compagna; Osawe Saturdau è stato condannato nel 2010 per racket della prostituzione. «A parte uno, che è tornato in Nigeria, quasi tutti gli altri vivono nascosti in Italia e non hanno avuto il coraggio di denunciare Renzi senior e i suoi soci» continua Monday, il quale, invece, il coraggio lo ha trovato eccome. Tanto che avrebbe ricevuto anche una telefonata: «Un giorno, il mio avvocato mi chiama e mi dice che il legale di Tiziano Renzi ha fatto una proposta di 2.000 euro per chiudere. Ma io ho rifiutato, preferisco morire povero. Non voglio i 2.000 euro di Renzi, io voglio i 15.000 euro che il giudice mi ha riconosciuto». E come vive ora? «Chiedo la carità e devo farmi aiutare dalla mia fidanzata, che lavora. Ho una “mamma adottiva" italiana, si chiama Paola. È lei a pagare, per me e per la mia compagna, la stanzetta da 200 euro al mese in cui viviamo. Io non voglio andare a rubare, non voglio vendere la droga. Vorrei solo un lavoro e i soldi che mi devono Tiziano Renzi e i suoi amici».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/renzi-faceva-lavorare-clandestini-in-nero-2622289951.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="di-maio-senior-chiede-perdono-e-il-bullo-inverte-la-rotta-sui-papa" data-post-id="2622289951" data-published-at="1771516454" data-use-pagination="False"> Di Maio senior chiede perdono e il Bullo inverte la rotta sui papà Antonio Di Maio, padre del vicepremier grillino Luigi, rompe il silenzio e chiede scusa a tutti. Decide di parlare e lo fa usando Facebook - strumento più consono al figlio - e in giacca e cravatta, con grande emozione legge la sua verità, scritta su due fogli che gli tremano nelle mani, per spiegare le vicende dell'azienda di famiglia «spulciate» dai servizi delle Iene. «Chiedo scusa per gli errori che ho commesso, chiedo scusa alla mia famiglia per i dispiaceri che hanno provato. Chiedo scusa agli operai che hanno lavorato senza contratto per la mia azienda qualche anno fa. Mi dispiace per mio figlio Luigi, che stanno cercando di attaccare ma lui non ha colpa. Luigi non sapeva nulla». Si definisce un piccolo imprenditore che ha commesso degli errori ma sottolinea polemicamente i sequestri: «Nei giorni scorsi, la polizia municipale è venuta a Mariglianella per controllare il capanno sul terreno, di proprietà mia e di mia sorella: l'area è stata sorvolata da un drone, come anche la nostra casa. C'erano telecamere e giornalisti ovunque. Ammetto che nel cortile avevo lasciato qualche mattone e dei sacchi con materiale edile e altre cose. Anche in questo caso se ho sbagliato me ne assumo la responsabilità, ma essendo la mia proprietà privata non pensavo che questo potesse essere addirittura un reato ambientale. Forse non spetta a me giudicare, ma mi sembra un trattamento che si riserva a un pericoloso criminale e mi spiace anche per i miei vicini e per tutto il paese». Per quanto riguarda quel debito di 176.000 euro che l'Agenzia di riscossione (già Equitalia) non ha mai riscosso in 10 anni, chiarisce: «Non esiste nessuna elusione fraudolenta. Nel 2006 ho deciso di chiudere la mia azienda per debiti tributari e previdenziali che non ero in grado di pagare. Non vi era altra strada che chiudere. Ma non ho sottratto i miei beni alla garanzia dei creditori». Di Maio ricorda poi che non sono state eluse le tasse da sua moglie, la docente Paolina poi diventata titolare della nuova impresa (benché incompatibile in quanto insegnante di scuola pubblica). La trasmissione di Mediaset, infatti, dopo le polemiche sull'utilizzo di manodopera in nero dell'impresa Ardima Costruzioni di Antonio, ha tirato fuori il ruolo di titolare della moglie e, infine, domenica ha ipotizzato per il leader del Movimento 5 stelle nonché ministro del Lavoro il ruolo di prestanome nell'azienda di famiglia, prospettando il possibile reato di concorso in elusione fraudolenta. In pratica, stando alla trasmissione Mediaset, Luigi Di Maio avrebbe avuto un ruolo di prestanome per salvaguardare l'Ardima Costruzioni proprio nel contenzioso con Equitalia. Antonio Di Maio, con toni ancora più accorati, ha poi confessato la sua debolezza di pater familias: «Come ogni padre ho provato a non far mancare nulla alla mia famiglia. Per questo nei periodi difficili ho cercato di andare avanti da solo, perché non volevo pesare su di loro. So che tanti papà mi capiscono. Luigi a volte mi ha dato una mano in azienda, come fanno tanti figli con i padri e ci sono tutti i documenti che lo provano, lui li ha già pubblicati. Io sono molto orgoglioso dei miei figli e sono orgoglioso di Luigi. Come scritto da mia cugina, non potendo attaccare l'onestà, la trasparenza e il coraggio di Luigi, ecco che sono partiti gli attacchi spropositati verso la sua famiglia, pur di screditarlo e togliergli la voglia di andare avanti. Cosa che, se conosco mio figlio, non succederà. Non voglio certamente discolparmi se ho fatto degli errori. E voglio, da padre a figlio, dire a Luigi che mi dispiace per tutto quel che sta passando. Da padre posso solo incoraggiarlo ad andare avanti, non perché è mio figlio ma perché credo che stia facendo il bene di questo Paese contro tutto e contro tutti». La videolettera non commuove il Partito democratico, che attacca con l'hastag #DiMaioBugiardo, mentre l'ex segretario, Matteo Renzi, si dice dispiaciuto nel vedere le telecamere entrare nell'intimità di una famiglia, però chiede al vicepremier di chiarire il suo ruolo di prestanome. Non solo, il Rottamatore ne ha anche per i propri compagni politici, tant'è vero che si è scagliato contro il gruppo dirigente del Pd, a suo dire mai solidale col capo quando l'inchiesta Consip coinvolse suo padre Tiziano. Renzi cita Bettino Craxi: «Hanno creato un clima infame», per dire che la vicenda del padre di Luigi Di Maio dovrebbe essere tenuta fuori dalla scena politica ma ci sono due ragioni per cui se ne parla: «Perché il Movimento 5 stelle ha creato un clima infame, con aggressioni personali. E oggi la famiglia Di Maio è vittima di questo sistema. Io conosco cosa sta passando la famiglia Di Maio», continua Renzi, ricordando come i pentastellati siano stati i suoi principali accusatori politici quando l'inchiesta Consip coinvolse suo padre, Tiziano Renzi, «per colpa di Luigi e dei suoi amici ci siamo passati anche noi». Poi però attacca il suo stesso partito: «Almeno Di Maio può contare sulla solidarietà dei suoi colleghi pentastellati. A me invece la solidarietà è arrivata dalla nostra gente, non dal gruppo dirigente del Partito democratico, che per la stragrande maggioranza è rimasto in silenzio, sia pubblicamente che privatamente». In ottica congressuale, sono dichiarazioni di peso, è innegabile. L'attacco al Pd per la mancanza di solidarietà davanti ai guai giudiziari del Giglio magico, unito a quel «dobbiamo chiedere scusa a Berlusconi» pronunciato pochi giorni fa, rende sempre più credibile lo scenario che vede Renzi impegnato nella creazione di un nuovo partito.
Danni causati dal maltempo a San Giovanni Li Cuti, Catania (Ansa)
I danni hanno aperto anche il problema del turismo che rischia di essere compromesso. Le aree colpite sono tradizionalmente di grande interesse e meta estiva per le vacanze. Il governo ha destinato 5 milioni alla promozione internazionale di Sicilia, Calabria e Sardegna, perché, come ha spiegato il ministro del Turismo, Daniela Santanchè, «dobbiamo partire subito con una contro-narrazione. I turisti possono andare in queste regioni e verranno ospitati nel migliore dei modi. La campagna la presenteremo a Berlino visto che la Germania è il primo mercato di riferimento per tutte e tre le regioni. Bisogna evitare che ai danni già ingenti, si aggiunga un danno di immagine che comprometta il turismo. Il nostro obiettivo è di sostenere il turismo in queste aree, lavorando a stretto contatto con le istituzioni locali e le associazioni di categoria creando una sinergia vincente».
Nel 2025 le tre regioni hanno segnato un aumento record dei flussi turistici: le presenze in Sardegna sono aumentate del 15,6% sul 2024, in Sicilia del 2,8% e in Calabria del 10,5%.
Il capo dipartimento della Protezione civile, Fabio Ciciliano, ha firmato una nuova ordinanza che integra analogo provvedimento adottato lo scorso 30 gennaio e include altri 55 Comuni calabresi ai 119 già in precedenza deliberati a seguito della dichiarazione dello stato d’emergenza da parte del governo.
Soddisfatto per i provvedimenti del consiglio dei ministri, il presidente della Regione Siciliana, Renato Schifani. «È un segnale concreto di attenzione e vicinanza alle nostre comunità, che stanno affrontando con grande dignità e senso di responsabilità una fase complessa e dolorosa», ha detto il governatore che ha evidenziato «la sinergia istituzionale che si è creata tra il governo nazionale e quello regionale». Schifani poi ha ricordato i 680 milioni di euro di risorse proprie già destinate per far fronte all’emergenza e per sostenere la ricostruzione. «Inoltre, abbiamo istituito a Palazzo d’Orleans un’apposita cabina di regia, composta dagli assessori e dai dirigenti generali dei dipartimenti interessati, che si riunisce una volta a settimana per garantire coordinamento, rapidità decisionale e monitoraggio costante degli interventi». Intanto una circolare congiunta dei dipartimenti dell’Ambiente, dei Beni culturali e Tecnico della Regione Sicilia, stabilisce procedure più snelle per la ricostruzione delle strutture balneari danneggiate. Il provvedimento rende più semplice l’iter burocratico per effettuare gli interventi di ripristino dei manufatti ricadenti in concessioni demaniali marittime che hanno subito danni o siano stati distrutti in conseguenza del maltempo del 19-21 gennaio scorso. Sono state istituite due procedure semplificate: una per la ricostruzione fedele e l’altra per la ricostruzione con variazioni sostanziali.
«Lo stanziamento complessivo di oltre un miliardo di euro, rappresenta una risposta concreta e tempestiva a sostegno delle comunità colpite dal ciclone», ha commentato la sottosegretaria all’Interno Wanda Ferro. «Ancora una volta sono stati mantenuti gli impegni assunti. Il governo ha agito con rapidità».
Dall’opposizione, il segretario del Pd, Elly Schlein, propone «di sospendere i tributi alle famiglie e alle imprese delle zone colpite».
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Ricostruzione del primo camion Daimler del 1896 (Daimler Media)
Aveva una potenza di soli 4 cavalli, più o meno come uno scooter odierno di bassa cilindrata. E le ruote piene in ferro. Ma il Daimler è stato il primo camion del mondo e oggi compie 130 anni. Una pietra miliare nel mondo dei trasporti a motore, fu presentato nel 1896 dai suoi progettisti (e fondatori della casa tedesca) Gottlieb Daimler e Wihelm Maybach. Il motore posteriore a due cilindri «Phoenix», applicato anche alle prime vetture della casa di Stoccarda, erogava 4 Cv con una cilindrata di 1,06 litri e azionava l’asse posteriore tramite trasmissione a cinghia. Le molle elicoidali proteggevano il motore contro le vibrazioni e l’asse anteriore era sterzante per mezzo di catena. Il telaio era interamente in legno rinforzato. Il conducente sedeva su una panca rialzata come su una carrozza a cavalli, mentre il motore era posizionato inizialmente al posteriore. Daimler aveva già applicato al primo esemplare di mezzo commerciale un principio ancora oggi utilizzato negli autocarri pesanti: l’asse a gruppi epicicloidali esterni. Il Daimler poteva trasportare circa 1.500 chilogrammi di carico nel cassone dalle sponde di legno e raggiungeva una velocità massima di circa 12 km/h. Nel 1898 Daimler apportò la prima sostanziale modifica, spostando il motore dall’originaria posizione all’asse posteriore all’anteriore. Nel 1900 il primo camion fu presentato all’Esposizione Internazionale di Parigi, dove riscosse un grande successo soprattutto tra gli operatori del nascente settore automobilistico. Già due anni prima Daimler aveva fondato in Inghilterra la prima filiale estera con licenza di produzione a Coventry e nello stesso anno il marchio tedesco solcò l’Atlantico per approdare a Long Island, New York, dove Daimler iniziò una joint venture con il prestigioso produttore di pianoforti Steinway, con il quale condivideva gli spazi produttivi di Astoria.
La produzione rimase inizialmente di tipo artigianale, con pochi esemplari prodotti. Ma l’evoluzione tecnica dei camion Daimler fu rapidissima e nel 1905 già fu presentato un autocarro da 20 Cv di potenza, con telaio metallico e capacità di carico di ben 5 tonnellate. La produzione diventò presto standardizzata e i veicoli commerciali di Stoccarda furono impiegati da birrifici (Löwenbräu) e dal servizio postale. Il primo Daimler militare da 20 Cv fu presentato alla vigilia della Grande Guerra ed entrò subito in servizio meno di 10 anni dopo la prima piccola produzione di serie.
Un esemplare fedelmente ricostruito del primo prototipo di camion al mondo è visibile dal 19 al 22 febbraio alla Fiera di Stoccarda, la città dove 130 anni fa vide la luce il Daimler, in occasione della fiera «Retro Classics 2026». In questa edizione, la casa tedesca celebra i 30 anni di una pietra miliare della produzione di veicoli pesanti, il Mercedes «Actros» e gli 80 anni dei mezzi speciali prodotti con il marchio Unimog, oltre ai 75 degli autobus Setra.
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MIchele De Pascale (Imagoeconomica)
Se poi si dice sì anche alle espulsioni e ai Cpr, pur con tutte le sfumature del caso, allora si rischia l’intervento della Santa Inquisizione dem: «Io penso che sul tema dell’espulsione dei soggetti socialmente pericolosi», ha detto Michele De Pascale dopo aver sentito al telefono il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, «le istituzioni si debbano parlare e l’Emilia-Romagna si deve sedere al tavolo con il governo portando tutti gli elementi e le proposte di miglioria e critica. Perché oggi i Cpr hanno un problema di umanità e di efficacia: si può rendere umano ed efficace? Ma non dico un no secco, abbiamo tanti dubbi e perplessità ma siamo disponibili a discutere, perché vogliamo entrare nel merito».
Parole di semplice buon senso che hanno scatenato nell’ordine: una protesta contro De Pascale al grido di «Emilia-Romagna ribelle, mai più Cpr», che ha portato alla sospensione della seduta del consiglio regionale; l’indignazione del sindaco pd di Bologna, Matteo Lepore (che ovviamente non lo vuole nella sua città); la scomunica del responsabile organizzazione della segreteria nazionale del Pd, Igor Taruffi, che ha tuonato: «Non riteniamo necessaria la costruzione di nuovi Cpr»; la vibrante presa di posizione dei vertici dem bolognesi, che hanno ribadito «la propria contrarietà ai Cpr come strumento delle politiche su sicurezza e migrazioni», oltre ovviamente agli anatemi di Avs e compagnia strepitante.
A Lepore, De Pascale ha risposto malizioso: «La campagna elettorale del Comune di Bologna (si vota l’anno prossimo, ndr) interessa ai cittadini di Bologna. Questa Regione è un po’ più grande». Le accuse di «favorire la destra» e tutto il florilegio di critiche arrivate dalla «sua» parte politica, però, non intimidiscono il presidente dell’Emilia-Romagna: «Il problema più odioso per i cittadini», dice De Pascale a Calibro 9, programma condotto da Francesco Borgonovo su Radio Cusano Campus, «riguarda le persone irregolari che commettono reati e che non vengono espulse: oggi spesso lo Stato si limita a consegnare un foglio di carta con l’ordine di lasciare l’Italia. Con numeri così alti di persone senza permesso di soggiorno e poche espulsioni disponibili, bisogna essere selettivi e concentrare le risorse sui soggetti socialmente pericolosi». E i Cpr? «Oggi i centri tengono insieme persone che hanno commesso reati e persone che non li hanno commessi. Non sono strutture nate per la sicurezza e infatti registrano evasioni, tensioni e critiche anche sul piano dei diritti umani. È necessario discutere e riformare questo sistema. La detenzione amministrativa», aggiunge De Pascale, «dovrebbe riguardare solo chi rappresenta un pericolo per la comunità. Su sicurezza e immigrazione bisogna sedersi a discutere senza ideologie: lo Stato ha la competenza, ma il confronto istituzionale è un dovere. Servono soluzioni efficaci e rispettose dei diritti umani».
De Pascale ha pure proposto al Pd di organizzare gli Stati generali sulla sicurezza, «anche per ascoltare i sindacati delle forze di polizia, utili per capire come migliorare la nostra proposta. Ci sono tante voci da ascoltare e sono certo che il Pd lo farà».
Macchè: Taruffi ha liquidato la proposta come «semplificazione e spot propagandistico». È un riflesso condizionato: chiunque nel Pd parli di sicurezza viene scomunicato dai vertici nazionali. È quanto accade all’ex presidente della Campania, Vincenzo De Luca, che sull’argomento randella il suo partito a più non posso, con frasi lapidarie, e che Elly e i suoi stanno cercando di ostacolare nella corsa a sindaco di Salerno (sarebbe la quinta volta): «Le forze politiche che si autodefiniscono di sinistra», ha detto tra l’altro De Luca, «non hanno ancora capito che la sicurezza è oggi un bisogno umano fondamentale».
Tornando all’Emilia-Romagna, La Verità ha chiesto un commento alla capogruppo di Fdi in Consiglio regionale, Marta Evangelisti: «Il 76% degli italiani e la stragrande maggioranza degli elettori di centrosinistra chiedono l’espulsione di chi delinque. Non parliamo di lavoratori integrati, ma di soggetti con precedenti penali gravi. Ignorare questa realtà significa tradire il mandato dei cittadini. La posizione della giunta oscilla», sottolinea la Evangelisti, «si apre, si arretra, si mescolano gli argomenti. Questa non è cattiva comunicazione, è la dimostrazione di una coalizione di sinistra dilaniata che non sa offrire soluzioni concrete. I cittadini emiliano-romagnoli chiedono sicurezza, responsabilità e trasparenza. Da una parte c’è chi sta con la legalità, dall’altra chi accetta l’impunità. De Pascale», conclude la Evangelisti, «non può più ignorare questa richiesta di concretezza».
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