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2018-12-04
«Renzi faceva lavorare clandestini in nero»
ANSA
(...) anno fa Monday si presenta in Tribunale sostenendo di aver lavorato «continuativamente dal 14 novembre 2005 al 12 aprile 2007 senza alcuna regolarizzazione ai fini contributivi e previdenziali con mansioni di consegna del quotidiano Il Secolo XIX durante la notte alle dipendenze delle società convenute (Eukos, Dmp, Arturo) che si sono via via succedute nell'esecuzione dell'appalto commissionato dalla predetta testata giornalistica». Un appalto che era stato conquistato, nel 2003, dalla Chil Srl della famiglia Renzi.
Tiziano all'inizio si affidò per la distribuzione al sodale Mariano Massone, genovese trapiantato ad Alessandria, a cui nel 2010 cederà la Chil imbottita di debiti, la quale andrà in malora e costringerà Tiziano Renzi a difendersi dall'accusa di concorso in bancarotta fraudolenta. Renzi senior uscirà indenne dall'inchiesta, Massone patteggerà 26 mesi di reclusione.
In principio la distribuzione viene affidata alla cooperativa Recapita, presieduta da Giovanna Gambino, coniuge di Massone, e successivamente alla Eukos distribuzioni Srl, sempre riconducibile a Massone.
Per pochi mesi l'attività di consegna passa alla Dmp servizi pubblicitari di Massimiliano Di Palma, un imprenditore genovese in rapporti sia con Massone sia con Renzi senior, poi Tiziano subentra direttamente con una società amministrata da lui stesso, la Arturo Srl. Per il Tribunale quest'ultima e la Eukos sono praticamente la stessa cosa.
Nel 2009 Monday, dopo essere stato licenziato in tronco e aver perso le speranze di essere riassunto, decide di fare ricorso e chiama in causa Dmp, Eukos e Arturo. La prima si difende e vince, dimostrando la propria buona fede. Eukos e Arturo, nel frattempo sciolte, si fanno invece processare in contumacia. Nel 2011 il giudice Giuliana Melandri le condanna a pagare in solido un risarcimento di 15.449,50 euro al nigeriano per differenze di paga, indennità di ferie e permessi, straordinari e Tfr non saldati. Ma il magistrato non riconosce al ricorrente le retribuzioni successive al licenziamento «intimato verbalmente» e, quindi, sulla carta, «inefficace a interrompere il rapporto di lavoro». Il motivo? Monday, essendo sprovvisto di permesso di soggiorno, per il Tribunale, «non avrebbe potuto svolgere attività lavorativa» e «conseguentemente» non era possibile «applicarsi nei suoi confronti la normativa tutela del posto di lavoro prevista nel nostro ordinamento».
E qui arriva la nota dolente. Tiziano sapeva di utilizzare lavoratori clandestini? Sembrerebbe di sì. Durante il processo è emerso che solo la Dmp aveva «vietato in modo categorico che potessero lavorare» i nigeriani sprovvisti di permesso di soggiorno. E così, chi era senza documenti aiutava chi era in regola «dividendosi il compenso». Al contrario, la Eukos e la Arturo non avrebbero applicato restrizione alcuna.
Proprio per riscattare quei mesi di lavoro da clandestini, il 23 giugno scorso Monday, insieme con Omoigui, ha sporto querela, assistito dall'avvocato danese (trapiantato a Genova) Lars Markus Hansen, per millantato credito, assunzione di lavoratori clandestini ed eventuali altri reati contro Tiziano e Matteo Renzi; denuncia per cui non hanno ricevuto ancora alcuna notifica ufficiale di archiviazione. Nell'esposto è sottolineato che «gran parte dei lavoratori di colore (della Arturo, ndr) erano clandestini non assunti e lavoranti in nero». E in un altro passaggio si legge: «Noi due e molti altri ragazzi di colore, che hanno lavorato per Tiziano Renzi e i suoi amici, abbiamo creduto in queste persone, perché Adewale Tore Adenigi, il braccio destro di Tiziano Renzi, ci diceva sempre di aver fiducia in Matteo Renzi perché stava diventando un importante politico nel Partito democratico. Ci disse: “Io, Tiziano e Matteo Renzi siamo amici, calma, calma, i permessi di soggiorno con Renzi figlio li avrete"». In realtà non arrivarono mai. «Sono in Italia da 14 anni, e ancora oggi non sono regolare» spiega Monday alla Verità. «Quando sono andato a offrirmi in azienda, per un lavoro, mi hanno detto: “Sai guidare? Hai un'auto?". E così ho iniziato».
Il babbo, si legge nella querela, avrebbe dichiarato personalmente: «Vi porto io in Questura. Ho degli amici lì. Così facciamo il documento per tutti». Nel marzo del 2007 i nigeriani improvvisarono uno sciopero e in piena notte apparve Tiziano, il quale avrebbe detto al rappresentante dei lavoratori: «Dammi due mesi e sistemo tutto io per i documenti». Monday Alari ha anche aggiunto: «Tiziano Renzi sapeva che in molti eravamo clandestini e ci dava degli ordini, a volte personalmente, ma in genere tramite il suo segretario Adewale Tori Adenige (…)». Insomma sapeva e impartiva direttive.
Nel marzo del 2007 Tiziano lasciò l'incarico di amministratore della Arturo a un amico fotografo, Pier Giovanni Spiteri, oggi coindagato con lui per la bancarotta di una cooperativa. Nella notte tra l'11 e il 12 aprile i nigeriani inscenarono una protesta per le promesse non mantenute e, a causa degli schiamazzi, gli abitanti del posto chiamarono la Polizia. I lavoratori vennero portati in Questura e 11 di loro non risultarono in regola con i permessi di soggiorno e per questo Spiteri venne denunciato per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Non tutti i fermati erano soggetti raccomandabili e due di loro, o quanto meno due omonimi residenti a Genova, successivamente sono finiti sui giornali per storie di cronaca nera: Akhadelor Talatu nell'agosto del 2008 ha ucciso la compagna; Osawe Saturdau è stato condannato nel 2010 per racket della prostituzione. «A parte uno, che è tornato in Nigeria, quasi tutti gli altri vivono nascosti in Italia e non hanno avuto il coraggio di denunciare Renzi senior e i suoi soci» continua Monday, il quale, invece, il coraggio lo ha trovato eccome. Tanto che avrebbe ricevuto anche una telefonata: «Un giorno, il mio avvocato mi chiama e mi dice che il legale di Tiziano Renzi ha fatto una proposta di 2.000 euro per chiudere. Ma io ho rifiutato, preferisco morire povero. Non voglio i 2.000 euro di Renzi, io voglio i 15.000 euro che il giudice mi ha riconosciuto». E come vive ora? «Chiedo la carità e devo farmi aiutare dalla mia fidanzata, che lavora. Ho una “mamma adottiva" italiana, si chiama Paola. È lei a pagare, per me e per la mia compagna, la stanzetta da 200 euro al mese in cui viviamo. Io non voglio andare a rubare, non voglio vendere la droga. Vorrei solo un lavoro e i soldi che mi devono Tiziano Renzi e i suoi amici».
Di Maio senior chiede perdono e il Bullo inverte la rotta sui papà
Antonio Di Maio, padre del vicepremier grillino Luigi, rompe il silenzio e chiede scusa a tutti. Decide di parlare e lo fa usando Facebook - strumento più consono al figlio - e in giacca e cravatta, con grande emozione legge la sua verità, scritta su due fogli che gli tremano nelle mani, per spiegare le vicende dell'azienda di famiglia «spulciate» dai servizi delle Iene.
«Chiedo scusa per gli errori che ho commesso, chiedo scusa alla mia famiglia per i dispiaceri che hanno provato. Chiedo scusa agli operai che hanno lavorato senza contratto per la mia azienda qualche anno fa. Mi dispiace per mio figlio Luigi, che stanno cercando di attaccare ma lui non ha colpa. Luigi non sapeva nulla».
Si definisce un piccolo imprenditore che ha commesso degli errori ma sottolinea polemicamente i sequestri: «Nei giorni scorsi, la polizia municipale è venuta a Mariglianella per controllare il capanno sul terreno, di proprietà mia e di mia sorella: l'area è stata sorvolata da un drone, come anche la nostra casa. C'erano telecamere e giornalisti ovunque. Ammetto che nel cortile avevo lasciato qualche mattone e dei sacchi con materiale edile e altre cose. Anche in questo caso se ho sbagliato me ne assumo la responsabilità, ma essendo la mia proprietà privata non pensavo che questo potesse essere addirittura un reato ambientale. Forse non spetta a me giudicare, ma mi sembra un trattamento che si riserva a un pericoloso criminale e mi spiace anche per i miei vicini e per tutto il paese».
Per quanto riguarda quel debito di 176.000 euro che l'Agenzia di riscossione (già Equitalia) non ha mai riscosso in 10 anni, chiarisce: «Non esiste nessuna elusione fraudolenta. Nel 2006 ho deciso di chiudere la mia azienda per debiti tributari e previdenziali che non ero in grado di pagare. Non vi era altra strada che chiudere. Ma non ho sottratto i miei beni alla garanzia dei creditori».
Di Maio ricorda poi che non sono state eluse le tasse da sua moglie, la docente Paolina poi diventata titolare della nuova impresa (benché incompatibile in quanto insegnante di scuola pubblica). La trasmissione di Mediaset, infatti, dopo le polemiche sull'utilizzo di manodopera in nero dell'impresa Ardima Costruzioni di Antonio, ha tirato fuori il ruolo di titolare della moglie e, infine, domenica ha ipotizzato per il leader del Movimento 5 stelle nonché ministro del Lavoro il ruolo di prestanome nell'azienda di famiglia, prospettando il possibile reato di concorso in elusione fraudolenta. In pratica, stando alla trasmissione Mediaset, Luigi Di Maio avrebbe avuto un ruolo di prestanome per salvaguardare l'Ardima Costruzioni proprio nel contenzioso con Equitalia.
Antonio Di Maio, con toni ancora più accorati, ha poi confessato la sua debolezza di pater familias: «Come ogni padre ho provato a non far mancare nulla alla mia famiglia. Per questo nei periodi difficili ho cercato di andare avanti da solo, perché non volevo pesare su di loro. So che tanti papà mi capiscono. Luigi a volte mi ha dato una mano in azienda, come fanno tanti figli con i padri e ci sono tutti i documenti che lo provano, lui li ha già pubblicati. Io sono molto orgoglioso dei miei figli e sono orgoglioso di Luigi. Come scritto da mia cugina, non potendo attaccare l'onestà, la trasparenza e il coraggio di Luigi, ecco che sono partiti gli attacchi spropositati verso la sua famiglia, pur di screditarlo e togliergli la voglia di andare avanti. Cosa che, se conosco mio figlio, non succederà. Non voglio certamente discolparmi se ho fatto degli errori. E voglio, da padre a figlio, dire a Luigi che mi dispiace per tutto quel che sta passando. Da padre posso solo incoraggiarlo ad andare avanti, non perché è mio figlio ma perché credo che stia facendo il bene di questo Paese contro tutto e contro tutti».
La videolettera non commuove il Partito democratico, che attacca con l'hastag #DiMaioBugiardo, mentre l'ex segretario, Matteo Renzi, si dice dispiaciuto nel vedere le telecamere entrare nell'intimità di una famiglia, però chiede al vicepremier di chiarire il suo ruolo di prestanome. Non solo, il Rottamatore ne ha anche per i propri compagni politici, tant'è vero che si è scagliato contro il gruppo dirigente del Pd, a suo dire mai solidale col capo quando l'inchiesta Consip coinvolse suo padre Tiziano.
Renzi cita Bettino Craxi: «Hanno creato un clima infame», per dire che la vicenda del padre di Luigi Di Maio dovrebbe essere tenuta fuori dalla scena politica ma ci sono due ragioni per cui se ne parla: «Perché il Movimento 5 stelle ha creato un clima infame, con aggressioni personali. E oggi la famiglia Di Maio è vittima di questo sistema. Io conosco cosa sta passando la famiglia Di Maio», continua Renzi, ricordando come i pentastellati siano stati i suoi principali accusatori politici quando l'inchiesta Consip coinvolse suo padre, Tiziano Renzi, «per colpa di Luigi e dei suoi amici ci siamo passati anche noi».
Poi però attacca il suo stesso partito: «Almeno Di Maio può contare sulla solidarietà dei suoi colleghi pentastellati. A me invece la solidarietà è arrivata dalla nostra gente, non dal gruppo dirigente del Partito democratico, che per la stragrande maggioranza è rimasto in silenzio, sia pubblicamente che privatamente». In ottica congressuale, sono dichiarazioni di peso, è innegabile. L'attacco al Pd per la mancanza di solidarietà davanti ai guai giudiziari del Giglio magico, unito a quel «dobbiamo chiedere scusa a Berlusconi» pronunciato pochi giorni fa, rende sempre più credibile lo scenario che vede Renzi impegnato nella creazione di un nuovo partito.
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Oltre ai contratti irregolari, un tribunale accerta la presenza di stranieri abusivi fra il personale nella ditta del signor Tiziano. Un giudice ha riconosciuto a un nigeriano un risarcimento, rilevando anche che fu sfruttato in assenza di permesso di soggiorno.Il genitore di Luigi Di Maio: «Ho sbagliato, volevo provvedere alla mia famiglia. Luigi però non c'entra nulla». L'ex premier, che fino a pochi giorni fa gridava allo scandalo, davanti ai guai dei suoi ripiega: «Clima infame».Lo speciale contiene due articoli.(...) anno fa Monday si presenta in Tribunale sostenendo di aver lavorato «continuativamente dal 14 novembre 2005 al 12 aprile 2007 senza alcuna regolarizzazione ai fini contributivi e previdenziali con mansioni di consegna del quotidiano Il Secolo XIX durante la notte alle dipendenze delle società convenute (Eukos, Dmp, Arturo) che si sono via via succedute nell'esecuzione dell'appalto commissionato dalla predetta testata giornalistica». Un appalto che era stato conquistato, nel 2003, dalla Chil Srl della famiglia Renzi.Tiziano all'inizio si affidò per la distribuzione al sodale Mariano Massone, genovese trapiantato ad Alessandria, a cui nel 2010 cederà la Chil imbottita di debiti, la quale andrà in malora e costringerà Tiziano Renzi a difendersi dall'accusa di concorso in bancarotta fraudolenta. Renzi senior uscirà indenne dall'inchiesta, Massone patteggerà 26 mesi di reclusione.In principio la distribuzione viene affidata alla cooperativa Recapita, presieduta da Giovanna Gambino, coniuge di Massone, e successivamente alla Eukos distribuzioni Srl, sempre riconducibile a Massone.Per pochi mesi l'attività di consegna passa alla Dmp servizi pubblicitari di Massimiliano Di Palma, un imprenditore genovese in rapporti sia con Massone sia con Renzi senior, poi Tiziano subentra direttamente con una società amministrata da lui stesso, la Arturo Srl. Per il Tribunale quest'ultima e la Eukos sono praticamente la stessa cosa.Nel 2009 Monday, dopo essere stato licenziato in tronco e aver perso le speranze di essere riassunto, decide di fare ricorso e chiama in causa Dmp, Eukos e Arturo. La prima si difende e vince, dimostrando la propria buona fede. Eukos e Arturo, nel frattempo sciolte, si fanno invece processare in contumacia. Nel 2011 il giudice Giuliana Melandri le condanna a pagare in solido un risarcimento di 15.449,50 euro al nigeriano per differenze di paga, indennità di ferie e permessi, straordinari e Tfr non saldati. Ma il magistrato non riconosce al ricorrente le retribuzioni successive al licenziamento «intimato verbalmente» e, quindi, sulla carta, «inefficace a interrompere il rapporto di lavoro». Il motivo? Monday, essendo sprovvisto di permesso di soggiorno, per il Tribunale, «non avrebbe potuto svolgere attività lavorativa» e «conseguentemente» non era possibile «applicarsi nei suoi confronti la normativa tutela del posto di lavoro prevista nel nostro ordinamento».E qui arriva la nota dolente. Tiziano sapeva di utilizzare lavoratori clandestini? Sembrerebbe di sì. Durante il processo è emerso che solo la Dmp aveva «vietato in modo categorico che potessero lavorare» i nigeriani sprovvisti di permesso di soggiorno. E così, chi era senza documenti aiutava chi era in regola «dividendosi il compenso». Al contrario, la Eukos e la Arturo non avrebbero applicato restrizione alcuna.Proprio per riscattare quei mesi di lavoro da clandestini, il 23 giugno scorso Monday, insieme con Omoigui, ha sporto querela, assistito dall'avvocato danese (trapiantato a Genova) Lars Markus Hansen, per millantato credito, assunzione di lavoratori clandestini ed eventuali altri reati contro Tiziano e Matteo Renzi; denuncia per cui non hanno ricevuto ancora alcuna notifica ufficiale di archiviazione. Nell'esposto è sottolineato che «gran parte dei lavoratori di colore (della Arturo, ndr) erano clandestini non assunti e lavoranti in nero». E in un altro passaggio si legge: «Noi due e molti altri ragazzi di colore, che hanno lavorato per Tiziano Renzi e i suoi amici, abbiamo creduto in queste persone, perché Adewale Tore Adenigi, il braccio destro di Tiziano Renzi, ci diceva sempre di aver fiducia in Matteo Renzi perché stava diventando un importante politico nel Partito democratico. Ci disse: “Io, Tiziano e Matteo Renzi siamo amici, calma, calma, i permessi di soggiorno con Renzi figlio li avrete"». In realtà non arrivarono mai. «Sono in Italia da 14 anni, e ancora oggi non sono regolare» spiega Monday alla Verità. «Quando sono andato a offrirmi in azienda, per un lavoro, mi hanno detto: “Sai guidare? Hai un'auto?". E così ho iniziato».Il babbo, si legge nella querela, avrebbe dichiarato personalmente: «Vi porto io in Questura. Ho degli amici lì. Così facciamo il documento per tutti». Nel marzo del 2007 i nigeriani improvvisarono uno sciopero e in piena notte apparve Tiziano, il quale avrebbe detto al rappresentante dei lavoratori: «Dammi due mesi e sistemo tutto io per i documenti». Monday Alari ha anche aggiunto: «Tiziano Renzi sapeva che in molti eravamo clandestini e ci dava degli ordini, a volte personalmente, ma in genere tramite il suo segretario Adewale Tori Adenige (…)». Insomma sapeva e impartiva direttive.Nel marzo del 2007 Tiziano lasciò l'incarico di amministratore della Arturo a un amico fotografo, Pier Giovanni Spiteri, oggi coindagato con lui per la bancarotta di una cooperativa. Nella notte tra l'11 e il 12 aprile i nigeriani inscenarono una protesta per le promesse non mantenute e, a causa degli schiamazzi, gli abitanti del posto chiamarono la Polizia. I lavoratori vennero portati in Questura e 11 di loro non risultarono in regola con i permessi di soggiorno e per questo Spiteri venne denunciato per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Non tutti i fermati erano soggetti raccomandabili e due di loro, o quanto meno due omonimi residenti a Genova, successivamente sono finiti sui giornali per storie di cronaca nera: Akhadelor Talatu nell'agosto del 2008 ha ucciso la compagna; Osawe Saturdau è stato condannato nel 2010 per racket della prostituzione. «A parte uno, che è tornato in Nigeria, quasi tutti gli altri vivono nascosti in Italia e non hanno avuto il coraggio di denunciare Renzi senior e i suoi soci» continua Monday, il quale, invece, il coraggio lo ha trovato eccome. Tanto che avrebbe ricevuto anche una telefonata: «Un giorno, il mio avvocato mi chiama e mi dice che il legale di Tiziano Renzi ha fatto una proposta di 2.000 euro per chiudere. Ma io ho rifiutato, preferisco morire povero. Non voglio i 2.000 euro di Renzi, io voglio i 15.000 euro che il giudice mi ha riconosciuto». E come vive ora? «Chiedo la carità e devo farmi aiutare dalla mia fidanzata, che lavora. Ho una “mamma adottiva" italiana, si chiama Paola. È lei a pagare, per me e per la mia compagna, la stanzetta da 200 euro al mese in cui viviamo. Io non voglio andare a rubare, non voglio vendere la droga. Vorrei solo un lavoro e i soldi che mi devono Tiziano Renzi e i suoi amici».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/renzi-faceva-lavorare-clandestini-in-nero-2622289951.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="di-maio-senior-chiede-perdono-e-il-bullo-inverte-la-rotta-sui-papa" data-post-id="2622289951" data-published-at="1767542315" data-use-pagination="False"> Di Maio senior chiede perdono e il Bullo inverte la rotta sui papà Antonio Di Maio, padre del vicepremier grillino Luigi, rompe il silenzio e chiede scusa a tutti. Decide di parlare e lo fa usando Facebook - strumento più consono al figlio - e in giacca e cravatta, con grande emozione legge la sua verità, scritta su due fogli che gli tremano nelle mani, per spiegare le vicende dell'azienda di famiglia «spulciate» dai servizi delle Iene. «Chiedo scusa per gli errori che ho commesso, chiedo scusa alla mia famiglia per i dispiaceri che hanno provato. Chiedo scusa agli operai che hanno lavorato senza contratto per la mia azienda qualche anno fa. Mi dispiace per mio figlio Luigi, che stanno cercando di attaccare ma lui non ha colpa. Luigi non sapeva nulla». Si definisce un piccolo imprenditore che ha commesso degli errori ma sottolinea polemicamente i sequestri: «Nei giorni scorsi, la polizia municipale è venuta a Mariglianella per controllare il capanno sul terreno, di proprietà mia e di mia sorella: l'area è stata sorvolata da un drone, come anche la nostra casa. C'erano telecamere e giornalisti ovunque. Ammetto che nel cortile avevo lasciato qualche mattone e dei sacchi con materiale edile e altre cose. Anche in questo caso se ho sbagliato me ne assumo la responsabilità, ma essendo la mia proprietà privata non pensavo che questo potesse essere addirittura un reato ambientale. Forse non spetta a me giudicare, ma mi sembra un trattamento che si riserva a un pericoloso criminale e mi spiace anche per i miei vicini e per tutto il paese». Per quanto riguarda quel debito di 176.000 euro che l'Agenzia di riscossione (già Equitalia) non ha mai riscosso in 10 anni, chiarisce: «Non esiste nessuna elusione fraudolenta. Nel 2006 ho deciso di chiudere la mia azienda per debiti tributari e previdenziali che non ero in grado di pagare. Non vi era altra strada che chiudere. Ma non ho sottratto i miei beni alla garanzia dei creditori». Di Maio ricorda poi che non sono state eluse le tasse da sua moglie, la docente Paolina poi diventata titolare della nuova impresa (benché incompatibile in quanto insegnante di scuola pubblica). La trasmissione di Mediaset, infatti, dopo le polemiche sull'utilizzo di manodopera in nero dell'impresa Ardima Costruzioni di Antonio, ha tirato fuori il ruolo di titolare della moglie e, infine, domenica ha ipotizzato per il leader del Movimento 5 stelle nonché ministro del Lavoro il ruolo di prestanome nell'azienda di famiglia, prospettando il possibile reato di concorso in elusione fraudolenta. In pratica, stando alla trasmissione Mediaset, Luigi Di Maio avrebbe avuto un ruolo di prestanome per salvaguardare l'Ardima Costruzioni proprio nel contenzioso con Equitalia. Antonio Di Maio, con toni ancora più accorati, ha poi confessato la sua debolezza di pater familias: «Come ogni padre ho provato a non far mancare nulla alla mia famiglia. Per questo nei periodi difficili ho cercato di andare avanti da solo, perché non volevo pesare su di loro. So che tanti papà mi capiscono. Luigi a volte mi ha dato una mano in azienda, come fanno tanti figli con i padri e ci sono tutti i documenti che lo provano, lui li ha già pubblicati. Io sono molto orgoglioso dei miei figli e sono orgoglioso di Luigi. Come scritto da mia cugina, non potendo attaccare l'onestà, la trasparenza e il coraggio di Luigi, ecco che sono partiti gli attacchi spropositati verso la sua famiglia, pur di screditarlo e togliergli la voglia di andare avanti. Cosa che, se conosco mio figlio, non succederà. Non voglio certamente discolparmi se ho fatto degli errori. E voglio, da padre a figlio, dire a Luigi che mi dispiace per tutto quel che sta passando. Da padre posso solo incoraggiarlo ad andare avanti, non perché è mio figlio ma perché credo che stia facendo il bene di questo Paese contro tutto e contro tutti». La videolettera non commuove il Partito democratico, che attacca con l'hastag #DiMaioBugiardo, mentre l'ex segretario, Matteo Renzi, si dice dispiaciuto nel vedere le telecamere entrare nell'intimità di una famiglia, però chiede al vicepremier di chiarire il suo ruolo di prestanome. Non solo, il Rottamatore ne ha anche per i propri compagni politici, tant'è vero che si è scagliato contro il gruppo dirigente del Pd, a suo dire mai solidale col capo quando l'inchiesta Consip coinvolse suo padre Tiziano. Renzi cita Bettino Craxi: «Hanno creato un clima infame», per dire che la vicenda del padre di Luigi Di Maio dovrebbe essere tenuta fuori dalla scena politica ma ci sono due ragioni per cui se ne parla: «Perché il Movimento 5 stelle ha creato un clima infame, con aggressioni personali. E oggi la famiglia Di Maio è vittima di questo sistema. Io conosco cosa sta passando la famiglia Di Maio», continua Renzi, ricordando come i pentastellati siano stati i suoi principali accusatori politici quando l'inchiesta Consip coinvolse suo padre, Tiziano Renzi, «per colpa di Luigi e dei suoi amici ci siamo passati anche noi». Poi però attacca il suo stesso partito: «Almeno Di Maio può contare sulla solidarietà dei suoi colleghi pentastellati. A me invece la solidarietà è arrivata dalla nostra gente, non dal gruppo dirigente del Partito democratico, che per la stragrande maggioranza è rimasto in silenzio, sia pubblicamente che privatamente». In ottica congressuale, sono dichiarazioni di peso, è innegabile. L'attacco al Pd per la mancanza di solidarietà davanti ai guai giudiziari del Giglio magico, unito a quel «dobbiamo chiedere scusa a Berlusconi» pronunciato pochi giorni fa, rende sempre più credibile lo scenario che vede Renzi impegnato nella creazione di un nuovo partito.
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio (Ansa)
La raccolta firme per il no, promossa da un gruppo di 15 cittadini e appoggiata dalle opposizioni, ha quasi raggiunto le 200.000 sottoscrizioni in soli 12 giorni. Ne servono 500.000 per completarla. Il governo, per evitare polemiche, ha valutato di lasciare il tempo che la raccolta si concluda. La scadenza è fissata al 30 gennaio. Se le 500.000 firme dell’obiettivo non arriveranno, tutto come prima. Se saranno raggiunte, si vedrà cosa può cambiare.
Nelle scorse settimane si era ipotizzata un’accelerazione del governo Meloni sulle date. Nordio ha smentito che il governo volesse accorciare i tempi per ridurre la campagna referendaria: «Semmai è il contrario», ha commentato, dicendo che «più informiamo gli elettori su contenuto e importanza di questa riforma, più li porteremo alle urne, con risultati positivi». Il messaggio da far passare, dice Nordio, è che «la riforma non stravolge la Costituzione» né tanto meno «è punitiva». Al contrario, chi sostiene il no è convinto che proprio chiarendo ai cittadini i contenuti della riforma, li si possa spingere a votare per bocciarla.
L’appuntamento con il voto, che in ogni caso sarà su due giorni, includendo anche il lunedì, avrebbe potuto essere già fissato con il consiglio dei ministri che si è svolto a fine anno, ma una decisione definitiva non è arrivata. Il Cdm del 17 gennaio sarà quello decisivo.
Ed è muro contro muro. Il governo sceglie di procedere nell’interpretazione «stretta» della norma, secondo cui la data va fissata entro sessanta giorni dall’ordinanza con cui la Cassazione ha ammesso le richieste referendarie presentate dai parlamentari (il 18 novembre scorso). «Ci muoviamo nei limiti previsti dalla legge», sottolineano fonti di governo. Di tutt’altro avviso i 15 cittadini che hanno avviato la raccolta firme. «Qualsiasi decreto di fissazione del referendum che dovesse venire emesso prima che la Cassazione si sarà espressa sulla raccolta firme», spiega il portavoce del comitato, Carlo Guglielmi, «sarebbe un atto in violazione della Costituzione. E come tale lo impugneremo in ogni sede». Il «Comitato dei 15» è pronto a presentare ricorso al Tar e alla Consulta.
Si va allo scontro. La battaglia legale è pronta e si basa su una prassi costituzionalmente orientata secondo la quale, la data del referendum può essere fissata solo al termine dei 90 giorni dati ai cittadini per raccogliere le firme dopo la pubblicazione della legge costituzionale in Gazzetta ufficiale. In questo caso, il 30 gennaio.
A questo punto entra in gioco anche il Colle. Nessuna opposizione da parte del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sulla firma del decreto di indizione, solo dubbi sulla tempistica e possibili impugnazioni. Dopo la decisione presa nell’ultimo consiglio dei ministri di non forzare sulla data del primo marzo, è lo stesso Nordio a tornare sulla scelta. «Il Quirinale», spiega il guardasigilli, «è sempre il nostro interlocutore più autorevole, soprattutto quando si tratta di argomenti così delicati. Ma in questo caso le nostre considerazioni sono state motivate dalla novità dell’iniziativa di raccolta delle firme». Iniziativa - sottolinea il ministro - «superflua», perché, «il quesito non si può cambiare: è un sì o un no alla riforma, senza possibilità di modifiche. E poiché era stato chiesto proprio da noi, e la Cassazione l’aveva dichiarato ammissibile, non se ne vedeva la ragione».
Ciò fa montare la protesta delle opposizioni. I partiti di Matteo Renzi e Carlo Calenda, Iv e Azione, spaccano lo schieramento e sono favorevoli alla separazione delle carriere, mentre il leader M5s, Giuseppe Conte, nel video di fine anno raccomanda di «dire assolutamente no a questo scempio» e rivolgendosi a Nordio aggiunge: «Nessuna iniziativa di partecipazione dal basso è “superflua” o inutile. Specie quando è su provvedimenti dannosi». Condanna per le parole di Nordio anche dalla responsabile Giustizia del Pd, Debora Serracchiani: «L’esercizio democratico della raccolta delle firme è per il ministro poco più che un fastidio e la fissazione della data del referendum sembra ormai un fatto più personale che politico e tale da giustificare anche il mancato rispetto delle regole». E come loro abitudine pensano già a una bella piazzata il 10 gennaio.
Il sì è talmente avvantaggiato, per i sondaggi, da consigliare al centrodestra di accorciare i tempi. Per l’opposizione, invece, più tempo vuol dire più possibilità di recupero, forse anche per far eleggere il Csm con il vecchio sistema correntizio che il sorteggio vorrebbe stroncare.
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Giorgia Meloni (Ansa)
A margine dell’incontro, il capo di Stato maggiore delle forze armate ucraine, Andriy Gnatov, ha reso noto che Kiev e Washington hanno raggiunto un accordo bilaterale sul futuro sostegno all’esercito ucraino. Nel documento vengono descritte «le modalità di supporto all’Ucraina, alle forze armate, al loro approvvigionamento, alla loro modernizzazione». Nel frattempo, il presidente americano, Donald Trump, ha espresso tutta la sua frustrazione nei confronti dello zar russo: «Non mi entusiasma Putin. Non sono contento. Sta uccidendo troppe persone».
In ogni caso, il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, dopo la riunione a Kiev, ha scritto su X: «Il lavoro con i consiglieri continua. Stiamo preparando gli incontri in Europa la prossima settimana» e anche quelli «con gli Stati Uniti». Il prossimo appuntamento, a livello di leader, sarà infatti il 6 gennaio quando è previsto a Parigi il vertice della Coalizione dei Volenterosi. A prendere parte all’incontro sarà anche il presidente del consiglio, Giorgia Meloni.
E in vista del summit di Parigi, Zelensky si è anche sentito telefonicamente con il premier britannico, Keir Starmer, per «discutere i dettagli». Ma non solo: i due hanno anche parlato «della necessità di una giusta decisione riguardo ai proventi congelati derivanti dalla vendita del Chelsea». Si tratta di «2,5 miliardi di sterline che possono e devono contribuire in modo significativo a proteggere le vite umane e sostenere la ripresa dell’Ucraina dopo tutti gli attacchi russi» ha scritto Zelensky su X. Solamente un paio di settimane fa, Starmer ha minacciato l’ex proprietario della squadra di calcio, Roman Abramovich, di ricorrere ad azioni legali qualora l’oligarca russo si rifiuti di donare i proventi della vendita a Kiev. Tornando alla telefonata, una nota di Downing Street ha aggiunto che Zelensky «ha discusso del lavoro in corso per garantire il dispiegamento di una forza multinazionale in Ucraina nei giorni successivi al cessate il fuoco».
Oltre alle trattative di pace, il presidente ucraino prosegue con il rimpasto dopo lo scandalo sulla corruzione: ha proposto l’ex primo ministro Denys Shmyhal, che è stato alla guida del ministero della Difesa per meno di sei mesi, come nuovo ministro dell’Energia e primo viceministro. A prendere il posto di Shmyhal al dicastero della Difesa sarà l’ormai ex ministro alla Transizione digitale, Mykhailo Fedorov. Nel motivare quest’ultima decisione, il leader di Kiev ha dichiarato che Fedorov sarà «in grado di attuare cambiamenti nel settore della difesa» visto che è stato già «profondamente impegnato nel lavoro sui droni». Inoltre, Zelensky ha annunciato su X che cambierà i vertici in cinque regioni, ovvero a «Vinnytsia, Dnipro, Poltava, Ternopil e Chernivtsi».
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