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2018-12-04
«Renzi faceva lavorare clandestini in nero»
ANSA
(...) anno fa Monday si presenta in Tribunale sostenendo di aver lavorato «continuativamente dal 14 novembre 2005 al 12 aprile 2007 senza alcuna regolarizzazione ai fini contributivi e previdenziali con mansioni di consegna del quotidiano Il Secolo XIX durante la notte alle dipendenze delle società convenute (Eukos, Dmp, Arturo) che si sono via via succedute nell'esecuzione dell'appalto commissionato dalla predetta testata giornalistica». Un appalto che era stato conquistato, nel 2003, dalla Chil Srl della famiglia Renzi.
Tiziano all'inizio si affidò per la distribuzione al sodale Mariano Massone, genovese trapiantato ad Alessandria, a cui nel 2010 cederà la Chil imbottita di debiti, la quale andrà in malora e costringerà Tiziano Renzi a difendersi dall'accusa di concorso in bancarotta fraudolenta. Renzi senior uscirà indenne dall'inchiesta, Massone patteggerà 26 mesi di reclusione.
In principio la distribuzione viene affidata alla cooperativa Recapita, presieduta da Giovanna Gambino, coniuge di Massone, e successivamente alla Eukos distribuzioni Srl, sempre riconducibile a Massone.
Per pochi mesi l'attività di consegna passa alla Dmp servizi pubblicitari di Massimiliano Di Palma, un imprenditore genovese in rapporti sia con Massone sia con Renzi senior, poi Tiziano subentra direttamente con una società amministrata da lui stesso, la Arturo Srl. Per il Tribunale quest'ultima e la Eukos sono praticamente la stessa cosa.
Nel 2009 Monday, dopo essere stato licenziato in tronco e aver perso le speranze di essere riassunto, decide di fare ricorso e chiama in causa Dmp, Eukos e Arturo. La prima si difende e vince, dimostrando la propria buona fede. Eukos e Arturo, nel frattempo sciolte, si fanno invece processare in contumacia. Nel 2011 il giudice Giuliana Melandri le condanna a pagare in solido un risarcimento di 15.449,50 euro al nigeriano per differenze di paga, indennità di ferie e permessi, straordinari e Tfr non saldati. Ma il magistrato non riconosce al ricorrente le retribuzioni successive al licenziamento «intimato verbalmente» e, quindi, sulla carta, «inefficace a interrompere il rapporto di lavoro». Il motivo? Monday, essendo sprovvisto di permesso di soggiorno, per il Tribunale, «non avrebbe potuto svolgere attività lavorativa» e «conseguentemente» non era possibile «applicarsi nei suoi confronti la normativa tutela del posto di lavoro prevista nel nostro ordinamento».
E qui arriva la nota dolente. Tiziano sapeva di utilizzare lavoratori clandestini? Sembrerebbe di sì. Durante il processo è emerso che solo la Dmp aveva «vietato in modo categorico che potessero lavorare» i nigeriani sprovvisti di permesso di soggiorno. E così, chi era senza documenti aiutava chi era in regola «dividendosi il compenso». Al contrario, la Eukos e la Arturo non avrebbero applicato restrizione alcuna.
Proprio per riscattare quei mesi di lavoro da clandestini, il 23 giugno scorso Monday, insieme con Omoigui, ha sporto querela, assistito dall'avvocato danese (trapiantato a Genova) Lars Markus Hansen, per millantato credito, assunzione di lavoratori clandestini ed eventuali altri reati contro Tiziano e Matteo Renzi; denuncia per cui non hanno ricevuto ancora alcuna notifica ufficiale di archiviazione. Nell'esposto è sottolineato che «gran parte dei lavoratori di colore (della Arturo, ndr) erano clandestini non assunti e lavoranti in nero». E in un altro passaggio si legge: «Noi due e molti altri ragazzi di colore, che hanno lavorato per Tiziano Renzi e i suoi amici, abbiamo creduto in queste persone, perché Adewale Tore Adenigi, il braccio destro di Tiziano Renzi, ci diceva sempre di aver fiducia in Matteo Renzi perché stava diventando un importante politico nel Partito democratico. Ci disse: “Io, Tiziano e Matteo Renzi siamo amici, calma, calma, i permessi di soggiorno con Renzi figlio li avrete"». In realtà non arrivarono mai. «Sono in Italia da 14 anni, e ancora oggi non sono regolare» spiega Monday alla Verità. «Quando sono andato a offrirmi in azienda, per un lavoro, mi hanno detto: “Sai guidare? Hai un'auto?". E così ho iniziato».
Il babbo, si legge nella querela, avrebbe dichiarato personalmente: «Vi porto io in Questura. Ho degli amici lì. Così facciamo il documento per tutti». Nel marzo del 2007 i nigeriani improvvisarono uno sciopero e in piena notte apparve Tiziano, il quale avrebbe detto al rappresentante dei lavoratori: «Dammi due mesi e sistemo tutto io per i documenti». Monday Alari ha anche aggiunto: «Tiziano Renzi sapeva che in molti eravamo clandestini e ci dava degli ordini, a volte personalmente, ma in genere tramite il suo segretario Adewale Tori Adenige (…)». Insomma sapeva e impartiva direttive.
Nel marzo del 2007 Tiziano lasciò l'incarico di amministratore della Arturo a un amico fotografo, Pier Giovanni Spiteri, oggi coindagato con lui per la bancarotta di una cooperativa. Nella notte tra l'11 e il 12 aprile i nigeriani inscenarono una protesta per le promesse non mantenute e, a causa degli schiamazzi, gli abitanti del posto chiamarono la Polizia. I lavoratori vennero portati in Questura e 11 di loro non risultarono in regola con i permessi di soggiorno e per questo Spiteri venne denunciato per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Non tutti i fermati erano soggetti raccomandabili e due di loro, o quanto meno due omonimi residenti a Genova, successivamente sono finiti sui giornali per storie di cronaca nera: Akhadelor Talatu nell'agosto del 2008 ha ucciso la compagna; Osawe Saturdau è stato condannato nel 2010 per racket della prostituzione. «A parte uno, che è tornato in Nigeria, quasi tutti gli altri vivono nascosti in Italia e non hanno avuto il coraggio di denunciare Renzi senior e i suoi soci» continua Monday, il quale, invece, il coraggio lo ha trovato eccome. Tanto che avrebbe ricevuto anche una telefonata: «Un giorno, il mio avvocato mi chiama e mi dice che il legale di Tiziano Renzi ha fatto una proposta di 2.000 euro per chiudere. Ma io ho rifiutato, preferisco morire povero. Non voglio i 2.000 euro di Renzi, io voglio i 15.000 euro che il giudice mi ha riconosciuto». E come vive ora? «Chiedo la carità e devo farmi aiutare dalla mia fidanzata, che lavora. Ho una “mamma adottiva" italiana, si chiama Paola. È lei a pagare, per me e per la mia compagna, la stanzetta da 200 euro al mese in cui viviamo. Io non voglio andare a rubare, non voglio vendere la droga. Vorrei solo un lavoro e i soldi che mi devono Tiziano Renzi e i suoi amici».
Di Maio senior chiede perdono e il Bullo inverte la rotta sui papà
Antonio Di Maio, padre del vicepremier grillino Luigi, rompe il silenzio e chiede scusa a tutti. Decide di parlare e lo fa usando Facebook - strumento più consono al figlio - e in giacca e cravatta, con grande emozione legge la sua verità, scritta su due fogli che gli tremano nelle mani, per spiegare le vicende dell'azienda di famiglia «spulciate» dai servizi delle Iene.
«Chiedo scusa per gli errori che ho commesso, chiedo scusa alla mia famiglia per i dispiaceri che hanno provato. Chiedo scusa agli operai che hanno lavorato senza contratto per la mia azienda qualche anno fa. Mi dispiace per mio figlio Luigi, che stanno cercando di attaccare ma lui non ha colpa. Luigi non sapeva nulla».
Si definisce un piccolo imprenditore che ha commesso degli errori ma sottolinea polemicamente i sequestri: «Nei giorni scorsi, la polizia municipale è venuta a Mariglianella per controllare il capanno sul terreno, di proprietà mia e di mia sorella: l'area è stata sorvolata da un drone, come anche la nostra casa. C'erano telecamere e giornalisti ovunque. Ammetto che nel cortile avevo lasciato qualche mattone e dei sacchi con materiale edile e altre cose. Anche in questo caso se ho sbagliato me ne assumo la responsabilità, ma essendo la mia proprietà privata non pensavo che questo potesse essere addirittura un reato ambientale. Forse non spetta a me giudicare, ma mi sembra un trattamento che si riserva a un pericoloso criminale e mi spiace anche per i miei vicini e per tutto il paese».
Per quanto riguarda quel debito di 176.000 euro che l'Agenzia di riscossione (già Equitalia) non ha mai riscosso in 10 anni, chiarisce: «Non esiste nessuna elusione fraudolenta. Nel 2006 ho deciso di chiudere la mia azienda per debiti tributari e previdenziali che non ero in grado di pagare. Non vi era altra strada che chiudere. Ma non ho sottratto i miei beni alla garanzia dei creditori».
Di Maio ricorda poi che non sono state eluse le tasse da sua moglie, la docente Paolina poi diventata titolare della nuova impresa (benché incompatibile in quanto insegnante di scuola pubblica). La trasmissione di Mediaset, infatti, dopo le polemiche sull'utilizzo di manodopera in nero dell'impresa Ardima Costruzioni di Antonio, ha tirato fuori il ruolo di titolare della moglie e, infine, domenica ha ipotizzato per il leader del Movimento 5 stelle nonché ministro del Lavoro il ruolo di prestanome nell'azienda di famiglia, prospettando il possibile reato di concorso in elusione fraudolenta. In pratica, stando alla trasmissione Mediaset, Luigi Di Maio avrebbe avuto un ruolo di prestanome per salvaguardare l'Ardima Costruzioni proprio nel contenzioso con Equitalia.
Antonio Di Maio, con toni ancora più accorati, ha poi confessato la sua debolezza di pater familias: «Come ogni padre ho provato a non far mancare nulla alla mia famiglia. Per questo nei periodi difficili ho cercato di andare avanti da solo, perché non volevo pesare su di loro. So che tanti papà mi capiscono. Luigi a volte mi ha dato una mano in azienda, come fanno tanti figli con i padri e ci sono tutti i documenti che lo provano, lui li ha già pubblicati. Io sono molto orgoglioso dei miei figli e sono orgoglioso di Luigi. Come scritto da mia cugina, non potendo attaccare l'onestà, la trasparenza e il coraggio di Luigi, ecco che sono partiti gli attacchi spropositati verso la sua famiglia, pur di screditarlo e togliergli la voglia di andare avanti. Cosa che, se conosco mio figlio, non succederà. Non voglio certamente discolparmi se ho fatto degli errori. E voglio, da padre a figlio, dire a Luigi che mi dispiace per tutto quel che sta passando. Da padre posso solo incoraggiarlo ad andare avanti, non perché è mio figlio ma perché credo che stia facendo il bene di questo Paese contro tutto e contro tutti».
La videolettera non commuove il Partito democratico, che attacca con l'hastag #DiMaioBugiardo, mentre l'ex segretario, Matteo Renzi, si dice dispiaciuto nel vedere le telecamere entrare nell'intimità di una famiglia, però chiede al vicepremier di chiarire il suo ruolo di prestanome. Non solo, il Rottamatore ne ha anche per i propri compagni politici, tant'è vero che si è scagliato contro il gruppo dirigente del Pd, a suo dire mai solidale col capo quando l'inchiesta Consip coinvolse suo padre Tiziano.
Renzi cita Bettino Craxi: «Hanno creato un clima infame», per dire che la vicenda del padre di Luigi Di Maio dovrebbe essere tenuta fuori dalla scena politica ma ci sono due ragioni per cui se ne parla: «Perché il Movimento 5 stelle ha creato un clima infame, con aggressioni personali. E oggi la famiglia Di Maio è vittima di questo sistema. Io conosco cosa sta passando la famiglia Di Maio», continua Renzi, ricordando come i pentastellati siano stati i suoi principali accusatori politici quando l'inchiesta Consip coinvolse suo padre, Tiziano Renzi, «per colpa di Luigi e dei suoi amici ci siamo passati anche noi».
Poi però attacca il suo stesso partito: «Almeno Di Maio può contare sulla solidarietà dei suoi colleghi pentastellati. A me invece la solidarietà è arrivata dalla nostra gente, non dal gruppo dirigente del Partito democratico, che per la stragrande maggioranza è rimasto in silenzio, sia pubblicamente che privatamente». In ottica congressuale, sono dichiarazioni di peso, è innegabile. L'attacco al Pd per la mancanza di solidarietà davanti ai guai giudiziari del Giglio magico, unito a quel «dobbiamo chiedere scusa a Berlusconi» pronunciato pochi giorni fa, rende sempre più credibile lo scenario che vede Renzi impegnato nella creazione di un nuovo partito.
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Oltre ai contratti irregolari, un tribunale accerta la presenza di stranieri abusivi fra il personale nella ditta del signor Tiziano. Un giudice ha riconosciuto a un nigeriano un risarcimento, rilevando anche che fu sfruttato in assenza di permesso di soggiorno.Il genitore di Luigi Di Maio: «Ho sbagliato, volevo provvedere alla mia famiglia. Luigi però non c'entra nulla». L'ex premier, che fino a pochi giorni fa gridava allo scandalo, davanti ai guai dei suoi ripiega: «Clima infame».Lo speciale contiene due articoli.(...) anno fa Monday si presenta in Tribunale sostenendo di aver lavorato «continuativamente dal 14 novembre 2005 al 12 aprile 2007 senza alcuna regolarizzazione ai fini contributivi e previdenziali con mansioni di consegna del quotidiano Il Secolo XIX durante la notte alle dipendenze delle società convenute (Eukos, Dmp, Arturo) che si sono via via succedute nell'esecuzione dell'appalto commissionato dalla predetta testata giornalistica». Un appalto che era stato conquistato, nel 2003, dalla Chil Srl della famiglia Renzi.Tiziano all'inizio si affidò per la distribuzione al sodale Mariano Massone, genovese trapiantato ad Alessandria, a cui nel 2010 cederà la Chil imbottita di debiti, la quale andrà in malora e costringerà Tiziano Renzi a difendersi dall'accusa di concorso in bancarotta fraudolenta. Renzi senior uscirà indenne dall'inchiesta, Massone patteggerà 26 mesi di reclusione.In principio la distribuzione viene affidata alla cooperativa Recapita, presieduta da Giovanna Gambino, coniuge di Massone, e successivamente alla Eukos distribuzioni Srl, sempre riconducibile a Massone.Per pochi mesi l'attività di consegna passa alla Dmp servizi pubblicitari di Massimiliano Di Palma, un imprenditore genovese in rapporti sia con Massone sia con Renzi senior, poi Tiziano subentra direttamente con una società amministrata da lui stesso, la Arturo Srl. Per il Tribunale quest'ultima e la Eukos sono praticamente la stessa cosa.Nel 2009 Monday, dopo essere stato licenziato in tronco e aver perso le speranze di essere riassunto, decide di fare ricorso e chiama in causa Dmp, Eukos e Arturo. La prima si difende e vince, dimostrando la propria buona fede. Eukos e Arturo, nel frattempo sciolte, si fanno invece processare in contumacia. Nel 2011 il giudice Giuliana Melandri le condanna a pagare in solido un risarcimento di 15.449,50 euro al nigeriano per differenze di paga, indennità di ferie e permessi, straordinari e Tfr non saldati. Ma il magistrato non riconosce al ricorrente le retribuzioni successive al licenziamento «intimato verbalmente» e, quindi, sulla carta, «inefficace a interrompere il rapporto di lavoro». Il motivo? Monday, essendo sprovvisto di permesso di soggiorno, per il Tribunale, «non avrebbe potuto svolgere attività lavorativa» e «conseguentemente» non era possibile «applicarsi nei suoi confronti la normativa tutela del posto di lavoro prevista nel nostro ordinamento».E qui arriva la nota dolente. Tiziano sapeva di utilizzare lavoratori clandestini? Sembrerebbe di sì. Durante il processo è emerso che solo la Dmp aveva «vietato in modo categorico che potessero lavorare» i nigeriani sprovvisti di permesso di soggiorno. E così, chi era senza documenti aiutava chi era in regola «dividendosi il compenso». Al contrario, la Eukos e la Arturo non avrebbero applicato restrizione alcuna.Proprio per riscattare quei mesi di lavoro da clandestini, il 23 giugno scorso Monday, insieme con Omoigui, ha sporto querela, assistito dall'avvocato danese (trapiantato a Genova) Lars Markus Hansen, per millantato credito, assunzione di lavoratori clandestini ed eventuali altri reati contro Tiziano e Matteo Renzi; denuncia per cui non hanno ricevuto ancora alcuna notifica ufficiale di archiviazione. Nell'esposto è sottolineato che «gran parte dei lavoratori di colore (della Arturo, ndr) erano clandestini non assunti e lavoranti in nero». E in un altro passaggio si legge: «Noi due e molti altri ragazzi di colore, che hanno lavorato per Tiziano Renzi e i suoi amici, abbiamo creduto in queste persone, perché Adewale Tore Adenigi, il braccio destro di Tiziano Renzi, ci diceva sempre di aver fiducia in Matteo Renzi perché stava diventando un importante politico nel Partito democratico. Ci disse: “Io, Tiziano e Matteo Renzi siamo amici, calma, calma, i permessi di soggiorno con Renzi figlio li avrete"». In realtà non arrivarono mai. «Sono in Italia da 14 anni, e ancora oggi non sono regolare» spiega Monday alla Verità. «Quando sono andato a offrirmi in azienda, per un lavoro, mi hanno detto: “Sai guidare? Hai un'auto?". E così ho iniziato».Il babbo, si legge nella querela, avrebbe dichiarato personalmente: «Vi porto io in Questura. Ho degli amici lì. Così facciamo il documento per tutti». Nel marzo del 2007 i nigeriani improvvisarono uno sciopero e in piena notte apparve Tiziano, il quale avrebbe detto al rappresentante dei lavoratori: «Dammi due mesi e sistemo tutto io per i documenti». Monday Alari ha anche aggiunto: «Tiziano Renzi sapeva che in molti eravamo clandestini e ci dava degli ordini, a volte personalmente, ma in genere tramite il suo segretario Adewale Tori Adenige (…)». Insomma sapeva e impartiva direttive.Nel marzo del 2007 Tiziano lasciò l'incarico di amministratore della Arturo a un amico fotografo, Pier Giovanni Spiteri, oggi coindagato con lui per la bancarotta di una cooperativa. Nella notte tra l'11 e il 12 aprile i nigeriani inscenarono una protesta per le promesse non mantenute e, a causa degli schiamazzi, gli abitanti del posto chiamarono la Polizia. I lavoratori vennero portati in Questura e 11 di loro non risultarono in regola con i permessi di soggiorno e per questo Spiteri venne denunciato per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Non tutti i fermati erano soggetti raccomandabili e due di loro, o quanto meno due omonimi residenti a Genova, successivamente sono finiti sui giornali per storie di cronaca nera: Akhadelor Talatu nell'agosto del 2008 ha ucciso la compagna; Osawe Saturdau è stato condannato nel 2010 per racket della prostituzione. «A parte uno, che è tornato in Nigeria, quasi tutti gli altri vivono nascosti in Italia e non hanno avuto il coraggio di denunciare Renzi senior e i suoi soci» continua Monday, il quale, invece, il coraggio lo ha trovato eccome. Tanto che avrebbe ricevuto anche una telefonata: «Un giorno, il mio avvocato mi chiama e mi dice che il legale di Tiziano Renzi ha fatto una proposta di 2.000 euro per chiudere. Ma io ho rifiutato, preferisco morire povero. Non voglio i 2.000 euro di Renzi, io voglio i 15.000 euro che il giudice mi ha riconosciuto». E come vive ora? «Chiedo la carità e devo farmi aiutare dalla mia fidanzata, che lavora. Ho una “mamma adottiva" italiana, si chiama Paola. È lei a pagare, per me e per la mia compagna, la stanzetta da 200 euro al mese in cui viviamo. Io non voglio andare a rubare, non voglio vendere la droga. Vorrei solo un lavoro e i soldi che mi devono Tiziano Renzi e i suoi amici».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/renzi-faceva-lavorare-clandestini-in-nero-2622289951.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="di-maio-senior-chiede-perdono-e-il-bullo-inverte-la-rotta-sui-papa" data-post-id="2622289951" data-published-at="1781260646" data-use-pagination="False"> Di Maio senior chiede perdono e il Bullo inverte la rotta sui papà Antonio Di Maio, padre del vicepremier grillino Luigi, rompe il silenzio e chiede scusa a tutti. Decide di parlare e lo fa usando Facebook - strumento più consono al figlio - e in giacca e cravatta, con grande emozione legge la sua verità, scritta su due fogli che gli tremano nelle mani, per spiegare le vicende dell'azienda di famiglia «spulciate» dai servizi delle Iene. «Chiedo scusa per gli errori che ho commesso, chiedo scusa alla mia famiglia per i dispiaceri che hanno provato. Chiedo scusa agli operai che hanno lavorato senza contratto per la mia azienda qualche anno fa. Mi dispiace per mio figlio Luigi, che stanno cercando di attaccare ma lui non ha colpa. Luigi non sapeva nulla». Si definisce un piccolo imprenditore che ha commesso degli errori ma sottolinea polemicamente i sequestri: «Nei giorni scorsi, la polizia municipale è venuta a Mariglianella per controllare il capanno sul terreno, di proprietà mia e di mia sorella: l'area è stata sorvolata da un drone, come anche la nostra casa. C'erano telecamere e giornalisti ovunque. Ammetto che nel cortile avevo lasciato qualche mattone e dei sacchi con materiale edile e altre cose. Anche in questo caso se ho sbagliato me ne assumo la responsabilità, ma essendo la mia proprietà privata non pensavo che questo potesse essere addirittura un reato ambientale. Forse non spetta a me giudicare, ma mi sembra un trattamento che si riserva a un pericoloso criminale e mi spiace anche per i miei vicini e per tutto il paese». Per quanto riguarda quel debito di 176.000 euro che l'Agenzia di riscossione (già Equitalia) non ha mai riscosso in 10 anni, chiarisce: «Non esiste nessuna elusione fraudolenta. Nel 2006 ho deciso di chiudere la mia azienda per debiti tributari e previdenziali che non ero in grado di pagare. Non vi era altra strada che chiudere. Ma non ho sottratto i miei beni alla garanzia dei creditori». Di Maio ricorda poi che non sono state eluse le tasse da sua moglie, la docente Paolina poi diventata titolare della nuova impresa (benché incompatibile in quanto insegnante di scuola pubblica). La trasmissione di Mediaset, infatti, dopo le polemiche sull'utilizzo di manodopera in nero dell'impresa Ardima Costruzioni di Antonio, ha tirato fuori il ruolo di titolare della moglie e, infine, domenica ha ipotizzato per il leader del Movimento 5 stelle nonché ministro del Lavoro il ruolo di prestanome nell'azienda di famiglia, prospettando il possibile reato di concorso in elusione fraudolenta. In pratica, stando alla trasmissione Mediaset, Luigi Di Maio avrebbe avuto un ruolo di prestanome per salvaguardare l'Ardima Costruzioni proprio nel contenzioso con Equitalia. Antonio Di Maio, con toni ancora più accorati, ha poi confessato la sua debolezza di pater familias: «Come ogni padre ho provato a non far mancare nulla alla mia famiglia. Per questo nei periodi difficili ho cercato di andare avanti da solo, perché non volevo pesare su di loro. So che tanti papà mi capiscono. Luigi a volte mi ha dato una mano in azienda, come fanno tanti figli con i padri e ci sono tutti i documenti che lo provano, lui li ha già pubblicati. Io sono molto orgoglioso dei miei figli e sono orgoglioso di Luigi. Come scritto da mia cugina, non potendo attaccare l'onestà, la trasparenza e il coraggio di Luigi, ecco che sono partiti gli attacchi spropositati verso la sua famiglia, pur di screditarlo e togliergli la voglia di andare avanti. Cosa che, se conosco mio figlio, non succederà. Non voglio certamente discolparmi se ho fatto degli errori. E voglio, da padre a figlio, dire a Luigi che mi dispiace per tutto quel che sta passando. Da padre posso solo incoraggiarlo ad andare avanti, non perché è mio figlio ma perché credo che stia facendo il bene di questo Paese contro tutto e contro tutti». La videolettera non commuove il Partito democratico, che attacca con l'hastag #DiMaioBugiardo, mentre l'ex segretario, Matteo Renzi, si dice dispiaciuto nel vedere le telecamere entrare nell'intimità di una famiglia, però chiede al vicepremier di chiarire il suo ruolo di prestanome. Non solo, il Rottamatore ne ha anche per i propri compagni politici, tant'è vero che si è scagliato contro il gruppo dirigente del Pd, a suo dire mai solidale col capo quando l'inchiesta Consip coinvolse suo padre Tiziano. Renzi cita Bettino Craxi: «Hanno creato un clima infame», per dire che la vicenda del padre di Luigi Di Maio dovrebbe essere tenuta fuori dalla scena politica ma ci sono due ragioni per cui se ne parla: «Perché il Movimento 5 stelle ha creato un clima infame, con aggressioni personali. E oggi la famiglia Di Maio è vittima di questo sistema. Io conosco cosa sta passando la famiglia Di Maio», continua Renzi, ricordando come i pentastellati siano stati i suoi principali accusatori politici quando l'inchiesta Consip coinvolse suo padre, Tiziano Renzi, «per colpa di Luigi e dei suoi amici ci siamo passati anche noi». Poi però attacca il suo stesso partito: «Almeno Di Maio può contare sulla solidarietà dei suoi colleghi pentastellati. A me invece la solidarietà è arrivata dalla nostra gente, non dal gruppo dirigente del Partito democratico, che per la stragrande maggioranza è rimasto in silenzio, sia pubblicamente che privatamente». In ottica congressuale, sono dichiarazioni di peso, è innegabile. L'attacco al Pd per la mancanza di solidarietà davanti ai guai giudiziari del Giglio magico, unito a quel «dobbiamo chiedere scusa a Berlusconi» pronunciato pochi giorni fa, rende sempre più credibile lo scenario che vede Renzi impegnato nella creazione di un nuovo partito.
Vladimir Putin (Ansa)
Fatto sta che ieri, nelle sue comunicazioni alla Camera in vista del Consiglio Ue del 18 e 19 giugno, il presidente del Consiglio, reduce dall’irritante esclusione dal vertice E3 con Volodymyr Zelensky, ha espresso chiaramente la sua preferenza per un’iniziativa diplomatica comune nei confronti di Mosca: «L’Unione europea», ha detto il premier, «deve essere pronta a guidare questo dialogo, mentre farebbe un errore a subirlo». Sia se a guidare le danze fossero gli Stati Uniti da soli, sia se, per le manie di protagonismo di certi leader nazionali, si procedesse «a tentoni, con formati variabili» che producono «frammentazione, confusione, debolezza». «Ma per farlo», ha aggiunto l’inquilina di Palazzo Chigi, «una volta stabilito quale sia, dal nostro punto di vista, l’obiettivo finale del negoziato, occorre individuare chi possa rappresentare gli interessi europei nel tavolo negoziale». È un aspetto su cui si registra una convergenza più rara che unica con Sergio Mattarella, secondo il quale è «molto opportuno che l’Unione europea, nei confronti dell’Ucraina e della Russia, si presenti con una voce sola». Opinione che, non a caso, il presidente ha espresso al pranzo di ieri con il premier. Ma ora che pure Francia, Germania e Regno Unito si sono decisi a intavolare una trattativa, tanto che, ieri, hanno spedito i loro ambasciatori al ministero degli Esteri russo, la sfida complicata è proprio quella di scegliere una figura adatta, che metta d’accordo tutti gli Stati membri dell’Ue e magari pure Londra.
È escluso che l’incarico possa essere ricoperto dall’Alto rappresentante di Bruxelles, Kaja Kallas. Oltranzista nei confronti del Cremlino, nonostante il passato sovietico della sua famiglia, adesso è ulteriormente delegittimata da chi briga per liquidarla, prendendo atto della sua irrilevanza. Il Financial Times ha infatti svelato che Parigi e Berlino, stizzite per l’«inefficacia» del servizio diplomatico Ue, sarebbero pronte a ritrasferire il grosso delle sue competenze alla Commissione, o in capo agli Stati membri. E, soprattutto, a sottrargli un budget da oltre un miliardo di euro. L’autorevolezza per andare da Vladimir Putin, la Kallas non ce l’ha affatto; anzi, la sua parabola certifica che l’Unione europea rimane priva di una politica estera. E questo è un ostacolo serio, se l’obiettivo è raggiungere un accordo ampio, superando le coalizioni ristrette.
A fine maggio, il quotidiano britannico aveva messo in cima alla lista dei potenziali mediatori il sempreverde «nonno» della Repubblica italiana: Mario Draghi. Affidargli un ruolo del genere potrebbe avere un qualche impatto anche sulla successione al Colle, nel 2029. L’ex banchiere potrebbe trovarsi impelagato in un lungo e difficile processo politico, che finirebbe per tenerlo lontano dal Quirinale. Il che lascerebbe campo più libero a un’alternativa più organica al centrodestra - ammettendo che il centrodestra si trovi, fra due anni e mezzo, nella posizione di dare le carte. Addirittura, un eventuale fallimento della mediazione potrebbe bruciare per la seconda volta l’ascesa di Draghi; la prima, era bastata la ricandidatura di Sergio Mattarella. Viceversa, un successo storico lo renderebbe la scelta naturale per subentrare all’attuale capo dello Stato. E la Meloni potrebbe intestarselo, facendo valere i buoni rapporti che ha intrattenuto con il suo predecessore.
Al di là dei risvolti e dei calcoli di politica interna, il limite alla missione di Draghi sarebbero le sue scarse credenziali nei confronti dello zar. La Federazione russa ha mandato segnali contraddittori. Ha biasimato l’Europa per la rinuncia al dialogo, ma poi ha bocciato ogni papabile interlocutore, a eccezione dell’ex cancelliere tedesco socialdemocratico, Gerhard Schröder, che ha il problema opposto: è troppo compromesso con Mosca per avere la fiducia dell’Ue.
Fermo restando che le intenzioni di Putin, come da tradizioni di Oltrecortina, non sono cristalline, e che la Russia potrebbe semplicemente considerare Bruxelles troppo ininfluente per sedersi a un tavolo che verrebbe gestito solo dalle grandi potenze imperiali, un altro ex capo del governo proveniente dalla Germania è stato più volte tirato in ballo: si tratta di Angela Merkel, la principale artefice del vecchio asse Berlino-Mosca, fondato sulle forniture energetiche a basso costo, ma anche responsabile e rea confessa del matrimonio infelice con un «nemico dell’Europa», come lei stessa definì lo zar nel 2024. La Russia, per di più, le rimprovera di aver propiziato gli accordi di Minsk, con cui si pose fine alla prima guerra nel Donbass, dodici anni fa: lungi dall’aver posto le basi per una pace duratura, quei patti, secondo Putin, consentirono a Kiev di beneficiare di una tregua tattica, che l’Ucraina ha utilizzato per prepararsi al successivo scontro con Mosca. Inoltre, meno di un mese fa, la stessa Merkel, pur dicendosi rammaricata perché l’Europa non stava «facendo sufficiente uso del suo potenziale diplomatico», aveva escluso di poter intervenire in prima persona: riferendosi al precedente negoziato, aveva precisato che esso era stato possibile «solo perché avevamo il potere politico, perché eravamo capi di governo. C’è bisogno di quel potere». Lei, ora, è fuori dai giochi.
Gli altri nomi circolati nelle ultime settimane sembrano di secondo piano. E se ciò, da un lato, li libera da eredità pesanti, dall’altro li rende poco credibili al cospetto di Putin: l’ex presidente finlandese, Sauli Niinistö, o il premier in carica, Alexander Stubb. L’inviato europeo, ha concluso ieri Antonio Tajani, «non lo decide né Putin né i Paesi da soli, ma tutta l’Unione europea».
Ci sarebbe, in effetti, da scongiurare l’ipotesi forse più indigeribile: che Emmanuel Macron, in uscita dall’Eliseo, ai giardinetti preferisca una dacia, pur di continuare a nutrire il suo ego.
Per il momento, se l’Ue non ha avuto il coraggio di dissociarsi dai volenterosi («In effetti i negoziati stanno avvenendo in diversi formati, in diversi luoghi, anche a diversi livelli», si è limitata a confermare ieri una portavoce della Commissione), la Russia li ha ricevuti per umiliarli: i membri dell’E3, ha tuonato Maria Zakharova, «stanno perseguendo una linea d’azione volta a impedire la creazione delle condizioni per i negoziati su una pace veramente globale, giusta e duratura». Sicuri ci si debba rammaricare che la Meloni sia uscita dal gruppo?
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Volodymyr Zelensky (Ansa)
Poiché il nodo della difesa aerea è fra i più importanti, l’Unione europea ha aperto al finanziamento dell’acquisto di missili antiaerei e antimissile americani Patriot, stando al portavoce della Commissione europea, Balazs Ujvari: «Se c’è interesse per attrezzature che vanno oltre i droni, siano sistemi antimissile o da difesa aerea, è una possibilità da mettere sul tavolo». A monte, i ripetuti appelli del presidente Volodymir Zelensky per aiuti in difesa aerea.
Fa pensare che, dopo i 6 miliardi di euro per i droni, l’Ue si prepari a pagare nuovi costosi Patriot, sebbene scarsi essendo dirottati nel Golfo Persico per contrastare i missili iraniani. Ma Kiev guarda anche a missili europei, come l’Aster 30 di fabbricazione franco-italiana, coprodotto da industrie fra cui Mbda e la nostra Avio. Un missile con raggio d’azione di 120 km e quota massima di 22 km, imbarcato anche su navi della Marina italiana.
Ne hanno parlato ieri il ministro della Difesa ucraino Mykhailo Fedorov e la ministra francese delle Forze armate, Catherine Vautrin. L’Ucraina, dalla notte all’alba, ha affrontato incursioni di 221 droni e due missili balistici Iskander lanciati dai russi. La difesa avrebbe «abbattuto 195 droni», ma molti dei velivoli telecomandati russi non erano Shahed d’attacco, ma tipi usati come esca, dunque per distrarre le difese, come Parodia e Italmas. Inoltre non sono stati intercettati i missili Iskander, che essendo balistici ipersonici sono ardui da fermare. Fra i bersagli, un deposito di locomotive nella regione di Sumy, dove il bombardamento ha ucciso una ferroviera e ha ferito quattro suoi colleghi. I russi affermano di aver conquistato due villaggi, Okhrimivka, nella regione di Kharkiv, e Rozkishne, in quella del Donetsk già per la maggior parte annessa alla Russia. Il sito di mappatura ucraino Deep State non ha finora confermato queste avanzate russe ed è difficile discriminare fra la vera occupazione integrale di un territorio e l’infiltrazione di avanguardie.
L’Ucraina ha colpito con droni l’ennesima raffineria russa, ad Afipsky, dove è scoppiato un incendio. Altri droni hanno ucciso due persone nella parte occupata dai russi della regione di Zaporizhzhia. Altro obiettivo è stato un convoglio di 50 camion militari russi carichi di carburante e munizioni ad Armyansk, in Crimea, dove le forze di Mosca hanno gettato ponti galleggianti. Kiev ha celebrato ieri per la prima volta una festa istituita da Zelensky, la Giornata delle Forze dei Sistemi a pilotaggio remoto. Per l’occasione il presidente ucraino ha affermato che «il 90% delle perdite russe sul campo di battaglia è dovuto ai droni».
E secondo il comandante della Forza droni ucraina, Robert Brovdi, detto «Madyar» («magiaro») perché d’origine ungherese, «dall’inizio del 2026 la forza droni ha ucciso 50.900 militari russi e colpito 176.500 obbiettivi». Brovdi ha spiegato alla Reuters che si sta bombardando l’autostrada Novorossiya per isolare la Crimea dalla Russia: «La campagna ha ridotto di due terzi, nell’ultimo mese, il traffico sull’autostrada Novorossiya, via di rifornimento russa che traversa l’Ucraina meridionale occupata fino alla Crimea. Entro un mese, l’Ucraina avrà il controllo della strada. Isoleremo la Crimea. Colpire i veicoli è facile come sparare alle pernici in un campo aperto». Se i droni sono l’ultimo grido, i vecchi razzi Grad di origine sovietica vengono ancora usati dai soldati di Zelensky, come ieri sul villaggio russo di Belaya Berezka, nella regione di Bryansk, dove è stato ucciso un civile. Installazioni della Marina Russa a Sebastopoli sono stati invece colpiti con missili Neptune di fabbricazione ucraina.
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Donald Trump (Ansa)
Nelle prime ore di giovedì, le forze armate americane hanno lanciato una nuova ondata di bombardamenti contro obiettivi militari iraniani, la seconda nel giro di 48 ore, alimentando il timore che la guerra a bassa intensità che da mesi coinvolge Washington, Teheran e Israele possa trasformarsi in un conflitto regionale aperto. Secondo il Comando centrale statunitense (Centcom), l’operazione è iniziata poco dopo la mezzanotte, ora di Teheran, e si è conclusa circa quattro ore più tardi. Nel mirino sono finiti sistemi radar, reti di comunicazione militare e batterie di difesa aerea distribuite in diverse aree del Paese. Washington ha definito l’azione una misura di autodifesa e una risposta diretta alle attività ostili attribuite alla Repubblica islamica.
Le esplosioni sono state segnalate soprattutto nelle province meridionali iraniane, nelle vicinanze dello Stretto di Hormuz. Trump ha successivamente rivelato che gli Stati Uniti hanno impiegato 49 missili Tomahawk contro infrastrutture militari iraniane, alcune situate a circa 65 chilometri da Teheran. Per il Wall Street Journal, Washington avrebbe comunicato a Teheran, attraverso la mediazione del Qatar, che l’operazione rappresenta una risposta limitata e non l’inizio di una guerra su vasta scala. Trump, tuttavia, ha ulteriormente alzato il livello dello scontro. In un’intervista a Fox News ha sostenuto che l’Iran sarebbe ormai privo di reali capacità difensive e che gli Usa potrebbero, se lo volessero, «conquistare l’intero Paese». Ancora più pesante il messaggio pubblicato su Truth. «Stanotte gli Stati Uniti colpiranno l’Iran con la massima durezza», ha scritto Trump, minacciando anche di assumere il controllo di infrastrutture energetiche strategiche. Nel messaggio ha indicato esplicitamente l’isola di Kharg, principale terminal petrolifero dell’Iran e snodo essenziale per le esportazioni di greggio. «Questa notte prenderemo l’isola», ha affermato.
Teheran ha reagito respingendo le dichiarazioni americane e negando l’esistenza di nuovi negoziati con Washington. Un duro avvertimento è arrivato da Mohammad Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano, che ha affermato che «eventuali decisioni impulsive» da parte degli Stati Uniti rischierebbero di destabilizzare ulteriormente la regione, colpire i mercati energetici globali e trascinare Washington in una crisi prolungata. «Vedrete un Iran diverso», ha dichiarato. Le Guardie rivoluzionarie hanno annunciato la chiusura completa dello Stretto di Hormuz, mentre l’Autorità dello Stretto del Golfo Persico ha confermato il blocco «fino a nuovo avviso», invitando tutte le navi autorizzate al transito ad attendere nuove istruzioni. Il Centcom ha invece ribadito che l’Iran non controlla il passaggio marittimo strategico e che le rotte restano accessibili alle imbarcazioni che rispettano le sanzioni statunitensi contro Teheran. Il comandante delle forze aerospaziali dei Pasdaran, il generale Seyed Majid Mousavi, ha minacciato direttamente Washington. «Faremo di questa regione un inferno per voi», ha dichiarato, mentre la Marina delle Guardie rivoluzionarie ha avvertito che qualsiasi imbarcazione si avvicinerà allo Stretto potrà «essere sottoposta a misure decisive». Le autorità iraniane hanno inoltre ampliato la lista dei bersagli in caso di nuove escalation, includendo interessi economici riconducibili a Elon Musk in Medio Oriente.
Poi in serata è arrivata l’ennesima svolta inattesa. Il presidente degli Stati Uniti ha annunciato di aver sospeso gli attacchi contro l’Iran e che il regime di Teheran avrebbe accettato un accordo per porre fine alla guerra. «Considerato che le discussioni con la Repubblica islamica dell’Iran sono state portate ai massimi livelli della leadership iraniana e approvate, io, in qualità di presidente degli Stati Uniti d’America, ho annullato gli attacchi e i bombardamenti programmati contro l’Iran per questa sera. Le discussioni e i punti finali sono stati approvati, sia a livello concettuale che nei dettagli, da tutte le parti coinvolte, inclusi Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Turchia, Pakistan, Bahrein, Kuwait, Giordania, Egitto e altri. Il blocco navale rimarrà in vigore fino al completamento di questa transazione: data e luogo della firma saranno annunciati a breve», ha scritto Trump su Truth. Non solo, secondo Axios, Qatar e Teheran avrebbero già un testo comune. Si attenderebbe l’ok di Khamenei (e degli Usa).
Sul fronte israeliano, il premier Benjamin Netanyahu ha convocato una riunione straordinaria con i principali ministri e i responsabili della sicurezza. Il leader israeliano ha dichiarato che le forze armate stanno «colpendo duramente Hezbollah» e che «centinaia di terroristi vengono eliminati ogni settimana». Nel frattempo, l’Idf ha annunciato di aver assunto il controllo operativo dell’area a Nord del fiume Saluki, nel Libano meridionale. Secondo l’esercito israeliano, nel corso dell’operazione sono stati eliminati miliziani di Hezbollah e smantellate infrastrutture utilizzate dal movimento sciita filo-iraniano. L’operazione conferma l’intensificazione delle attività militari israeliane lungo il fronte settentrionale e il tentativo di creare una fascia di sicurezza contro le minacce provenienti dal Libano.
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Andrea Bocelli e EJAE si esibiscono alla cerimonia di apertura dei Mondiali 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Il Messico apre il Mondiale 2026 superando 2-0 il Sudafrica nello stadio che ha ospitato la «partita del secolo» e le magie di Maradona. Dalla cerimonia con Shakira e Bocelli alle proteste per i desaparecidos, fino al primo annuncio Var della storia del torneo e alle tre espulsioni. Nella notte la Corea del Sud rimonta e batte 2-1 la Repubblica Ceca. Stasera Canada-Bosnia e Usa-Paraguay.
Il Mondiale 2026 è ufficialmente cominciato e lo ha fatto nel segno del Messico. Davanti agli oltre 80.000 spettatori dello stadio Azteca El Tricolor ha battuto 2-0 nella gara d'esordio il Sudafrica e ha conquistato i primi tre punti del Gruppo A. Una partita inaugurale che è già passata alla storia per il primo annuncio Var della storia dei Mondiali, diventato virale per l'incertezza linguistica dell'arbitro brasiliano Wilton Sampaio, il record di tre espulsioni e per l'Azteca diventato il primo stadio ad aver ospitato tre gare d’apertura della Coppa del Mondo.
Per inaugurare il primo Mondiale a 48 squadre non poteva esserci, infatti, scenario più adatto dello stadio Azteca. Uno degli impianti più iconici del calcio mondiale dove la Coppa del Mondo è tornata quarant'anni dopo l'ultima volta. Era già accaduto nel 1970 e nel 1986; con questa edizione l'Azteca diventa il primo stadio della storia ad aver ospitato tre partite inaugurali del torneo. Un dettaglio statistico che racconta bene il valore simbolico di questo luogo per intere generazioni di appassionati.
L'Azteca, infatti, è molto più di un semplice stadio. Qui il 17 giugno 1970 andò in scena quella che è passata alla storia come la «partita del secolo», il 4-3 con cui l'Italia di Ferruccio Valcareggi eliminò la Germania Ovest conquistando la finale mondiale. Pochi giorni dopo, sempre su questo prato, Pelé segnò di testa nella finale contro gli azzurri, sovrastando un gigante come Tarcisio Burgnich nel gol che aprì il successo del Brasile. Ma è soprattutto il Mondiale del 1986 ad aver consegnato definitivamente l'Azteca alla leggenda. Nei quarti di finale tra Argentina e Inghilterra, Diego Armando Maradona realizzò nel giro di quattro minuti due reti destinate a entrare nella storia per motivi opposti: la prima, segnata con la mano e poi ribattezzata Mano de Dios; la seconda, frutto di una straordinaria azione personale iniziata nella propria metà campo e conclusa dopo aver superato mezza squadra inglese, passata agli annali come il «gol del secolo». In quello stesso Mondiale e sempre all'Azteca, nell'ottavo di finale tra Messico e Bulgaria, il gol dei padroni di casa segnato in sforbiciata da Manuel Negrete fece registrare il boato più potente del pubblico mai ascoltato in uno stadio. Insomma, a queste altitudini - all'Estadio Azteca si gioca a 2.240 metri sopra il livello del mare - si respira storia del calcio a pieni polmoni. Una storia che il popolo messicano custodisce orgogliosamente e che, prima ancora del fischio d'inizio, è stata celebrata attraverso una cerimonia inaugurale pensata per raccontare al mondo l'identità e la tradizione del Paese ospitante.
La cerimonia di apertura della Coppa del Mondo Fifa 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Un gigantesco pallone dorato, poi diventato una Coppa del Mondo al centro del campo, ha accompagnato uno spettacolo costruito attorno alla cultura messicana e alla celebrazione del torneo. Ad aprire la serata sono stati i Manà, seguiti da J Balvin e da altri artisti latinoamericani. Il boato più forte è stato però riservato a Shakira, tornata protagonista di un Mondiale sedici anni dopo il successo di Waka Waka, questa volta con Dai Dai, interpretata insieme a Burna Boy. A chiudere la cerimonia ci hanno pensato Andrea Bocelli ed EJAE con Dna (More Than A Game), mentre sul terreno di gioco sfilavano le bandiere delle 48 nazionali partecipanti. L'apertura ufficiale della competizione è stata affidata al presidente della Fifa, Gianni Infantino, accompagnato dall'attrice messicana Salma Hayek. Fuori dall'impianto, intanto, alcuni manifestanti hanno protestato per chiedere giustizia per i desaparecidos, dando vita a momenti di tensione con le forze dell'ordine nei pressi dello stadio.
Poi finalmente palla al campo, dove il Messico ha confermato i favori del pronostico, sbloccando il risultato appena dopo 9' grazie a Julián Quiñones, capocannoniere dell'ultima Saudi Pro League con 33 gol. El Tricolor, sfruttando anche la superiorità numerica causata dall'espulsione di Sithole a inizio ripresa, ha continuato a spingere trovando il raddoppio con un colpo di testa di Raúl Jiménez, al 47° centro in nazionale, secondo miglior marcatore nella storia messicana alle spalle del solo Chicharito Hernández. Il finale è stato caratterizzato da altri due cartellini rossi: quello diretto a Zwane, dopo la revisione al Var, e quello mostrato nel recupero al messicano Montes. Un record per una partita inaugurale di un Mondiale. Proprio l'espulsione del sudafricano Zwane ha dato vita a uno degli episodi più curiosi della serata. Chiamato a comunicare la decisione al pubblico attraverso il nuovo sistema di annunci arbitrali introdotto dalla Fifa, il brasiliano Wilton Sampaio si è inceppato nell'inglese prima di riuscire a spiegare il provvedimento disciplinare. Le immagini dei giocatori sudafricani intenti a cercare di interpretare le sue parole hanno fatto rapidamente il giro del web, trasformando il primo annuncio Var della storia dei Mondiali in un inatteso momento virale.
Themba Zwane del Sudafrica viene espulso dall'arbitro Wilton Sampaio (Getty Images)
Nell'altra partita del Gruppo A, disputata nella notte italiana a Guadalajara, la Corea del Sud ha superato 2-1 in rimonta la Repubblica Ceca, agganciando così il Messico in testa alla classifica del girone. Dopo un primo tempo senza reti, sono stati i cechi a passare in vantaggio al 58' con Ladislav Krejci. La reazione asiatica, però, è stata immediata: In-Beom Hwang ha ristabilito la parità al 67'. Dieci minuti più tardi Tomas Soucek aveva riportato avanti la Repubblica Ceca, ma il Var ha annullato la rete per fuorigioco. A decidere l'incontro è stato quindi Hyeon-Gyu Oh, che all'81' ha firmato il definitivo 2-1.
Oggi si prosegue con l'esordio delle altre due nazioni ospitanti. Alle 21 italiane, a Toronto, il Canada affronterà la Bosnia-Erzegovina nella prima sfida del Gruppo B. Nella notte tra venerdì e sabato, alle 3 italiane, toccherà invece agli Stati Uniti, impegnati a Los Angeles contro il Paraguay nel match inaugurale del Gruppo D. Dopo la serata dell'Azteca, la Coppa del Mondo entrerà così definitivamente nel vivo, coinvolgendo tutti e tre i Paesi organizzatori della rassegna.
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