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2018-11-07
Renzi al telefono con papà: «Se tu dici la verità io sono biondo e magro»
ANSA
Le carte dell'inchiesta Consip restituiscono il dietro le quinte del controverso rapporto di Matteo Renzi con suo padre Tiziano, con la magistratura e i media. L'immagine a tinte fosche di un uomo che cerca disperatamente di conservare il proprio potere a dispetto di tutto. Il nocciolo sono le conversazioni che intercorrono tra l'ex premier e il suo babbo tra l'1 e il 14 marzo 2017, chiamate captate dalla Procura di Roma. L'1 marzo 2017 Matteo, come un allenatore all'angolo, sta preparando il genitore al match con gli inquirenti capitolini. «Babbo ascoltami (…) l'avvocato (Federico Bagattini, ndr) deve prepararti all'interrogatorio e questi sono cazzi tuoi e credo che sia opportuno che tu lo faccia bene». Mentre parla gli viene in mente il compagno di merende del padre, Carlo Russo, in quel momento coindagato con il genitore per traffico di influenze illecite. Si capisce che il solo pensiero gli fa gonfiare le vene delle tempie: «Questo meraviglioso personaggio che risponde al nome di Carlo Russo, che il signore ce lo conservi per tutto il resto dei nostri giorni e il meglio dei nostri anni (…) dicono che voi due vi facevate promettere dei soldi da Romeo». Matteo spiega al padre che è indagato «per avere alzato quella merda di telefono e aver chiamato Luigi Marroni (ex ad di Consip, ndr), cosa che in una prossima vita sicuramente non farai».
L'ex premier s'industria per cavare il padre dagli impicci in cui si è ficcato e gli consiglia di farsi fare «un comunicato da Bagattini» per distinguere la propria posizione da quella di Russo. Poi ci ripensa: «Ci parlo io con Bagattini, lascia stare dai (…) stai tranquillo, preparati per l'interrogatorio e basta, domani segui Bagattini e fai quello che ti dice».
Il 2 marzo Renzi e il padre discutono a causa dell'imprenditore Alfredo Romeo, al centro dell'inchiesta: il figlio non crede che Tiziano non lo abbia incontrato (in effetti i magistrati di Roma ritengono che nel luglio del 2015 ci sia stato un abboccamento a Firenze). «Io non ho memoria di aver incontrato Romeo» protesta Tiziano. Il suo ragazzo esplode: «Benissimo! E Carlo Russo e tu sei andato da Marroni, così per simpatia (…) E io sono biondo, magro e con un cazzo di trenta centimetri! Babbo vai, piglia per il culo…».
Il 3 marzo i carabinieri registrano una nuova conversazione. È il giorno dell'interrogatorio di Tiziano a Roma. Matteo è sempre più preoccupato. Chiede al padre che cosa ci faccia ancora a Rignano sull'Arno e Tiziano lo informa che andrà in auto: «Mi porta Carlo (un collaboratore, ndr), io sono dietro con Bagattini e vetri oscurati». Matteo: «Perfetto…uhm, fai mettere d'accordo Bagattini con i giudici per farvi entrare senza avere l'assalto dei giornalisti».
A questo punto arriva la parte più interessante, quella che dimostra come le prese di distanza del figlio nei confronti del genitore fossero una messa in scena per i media. «Io oggi parto al contrattacco» annuncia Matteo. «Si sta giocando un pezzo di potere che non è semplicemente il mio culo, ma si stanno giocando pezzi di potere tra servizi segreti, magistratura e mezzo mondo. Quindi si sta giocando una partita molto complicata. In questa partita il sottoscritto oggi dovrà andare all'attacco, mentre tu sarai interrogato (…) io andrò dalla Gruber». Qui l'ex premier anticipa al genitore i contenuti del suo intervento: «Te non ti preoccupare, nel senso che io dirò (…) che se mio padre è colpevole gli diano il doppio degli anni, che lo processino subito, dopodiché che si faccia il processo, perché secondo me questo atteggiamento è un processo mediatico e non giudiziario». Matteo ripete con il padre il fervorino che si appresta a pronunciare in tv: «Quindi la parte giudiziaria sono cazzi di mio padre, noi non chiediamo sconti, anzi chiediamo un atteggiamento molto duro, si vada a verificare tutto quello che è accaduto e che non è accaduto. Dopodiché vado all'attacco politico». Il discorso passa a Russo, che quel giorno deve essere interrogato. Tiziano trilla: «So che non risponde lui». E in effetti l'amico di babbo Renzi si avvarrà della facoltà di non rispondere. Matteo capisce che l'argomento è scivoloso: «Te non hai da sapere un cazzo». Il babbo, cogliendo al volo il messaggio del suo ragazzo, esclama, quasi a discolparsi: «Me l'ha detto l'avvocato! Me l'ha detto l'avvocato!». Renzi replica: «Anche a me l'ha detto il suo avvocato». In poche parole, mentre si prepara a dichiarare al mondo che non intende immischiarsi nelle vicende giudiziarie del padre, in realtà passa le giornate al telefono a parlare con i difensori del genitore e dei suoi coindagati. Ma il preannunciato silenzio di Russo non tranquillizza i Renzi. Che considerano il pm napoletano Henry John Woodcock una variabile impazzita che potrebbe sciogliere la lingua dell'indagato. L'ex segretario del Pd prova ad anticipare le mosse: «Se parte Woodcock, gli dirà (a Russo, ndr) o dice il nome di Renzi o la mettiamo in galera, fanno così ora (…). Questo è il loro atteggiamento, scandaloso e squallido che noi sappiamo che è questo, che da vent'anni è lo stesso, che hanno usato a suo tempo quelli di Woodcock contro gli uomini di D'Alema (il riferimento è all'inchiesta Cpl Concordia, ndr)». Tiziano cerca conforto: «Ma a me mi dovrebbe interrogare (Mario, ndr) Palazzi, no?». Si sbaglia. Palazzi è destinato, insieme con Woodcock, agli interrogatori che si terranno quel giorno Firenze. Matteo pare molto più aggiornato: «Considera che tutti i magistrati di cui si sta parlando, come dire, hanno dei loro giri, (…) dei cazzi loro di vario genere, quindi io credo che a te ti interrogherà un magistrato importante di Roma (come in effetti avverrà, ndr), se ho capito bene. Te fai il tuo, c'hai la tua parte, dì la verità, evita le polemiche, facciamo parlare Bagattini uscendo, che tanto dirà che hai risposto a tutto e che di conseguenza, ehm, poi insomma vedrà Bagattini che cazzo dire ai giornali. Però se mentre sei dentro ti arrivano notizie e dintorni, io sto facendo i cazzi miei! Cioè io sto facendo la mia controffensiva, sappilo (…) non ti preoccupare sono molto tranquillo, molto consapevole». Tiziano è quasi commosso: «Io sono felice, ti voglio bene». Il figlio lo sprona: «Fai la tua parte, adesso devi portare a casa il culo, non ci sono problemi, non devi avere atteggiamenti provocatori e polemici nei confronti di questo qui (…) e io faccio la mia parte, a me, se mi vogliono ammazzare, mi ammazzano in campo e non m'ammazzano, che tu lo sappia. A me non m'ammazzano! Nonostante tutti (…)». Infine dà un consiglio: «Riguardate bene il verbale (…) Marroni l'hanno inculato su quello (…) ciao bellino, ciao».
Dopo l'interrogatorio i due si risentono: «Come è andata, bene?» chiede Matteo. «Mi sembra di sì» risponde il padre. L'ex sindaco di Firenze è soddisfatto della sua performance dalla Gruber: «Ho fatto il mio show» si rallegra, prima di chiedere di parlare con Bagattini. Il legale scende dall'auto: «Aspetta, esco perché questa macchina mi piace il giusto, ma senti (è andata, ndr) bene, benino, nel senso che…». Il fu Rottamatore lo interrompe: «Aspetta Fede… sul tuo, ti chiamo sul tuo».
Il 14 marzo padre e figlio vengono di nuovo intercettati. Matteo prende notizie sui movimenti del padre. «Qual è il problema?» domanda perplesso Tiziano. «Nulla (…) l'importante è che tu non faccia cazzate in questo periodo, eh babbo». Il genitore è preoccupato, si sente sotto osservazione: «Che cazzate sto facendo Matteo?». Il figlio lo tranquillizza: «La mia è una telefonata di cortesia». L'ex premier ha appena chiamato Bagattini e il difensore ha relazionato l'ex premier sul contenuto degli atti ritirati a Roma. Padre e figlio discutono delle dichiarazioni di Marroni ai pm. Matteo annuncia che il ministro Luca Lotti andrà in Parlamento a riferire sulla vicenda Consip. Successivamente se la prende con il sindaco di Rignano Daniele Lorenzini, che ha raccontato ai magistrati che Tiziano era informato dell'inchiesta sul suo conto: «Diciamo che il premio dell'uomo dell'anno lo diamo a Lorenzini (…) te l'ho detto sempre io (…) è quello che aveva più partiti che mutande». I due discutono di un'ulteriore richiesta di risarcimento da inoltrare a Marco Travaglio. Tiziano dice che dalla Gruber il direttore del Fatto Quotidiano si è scontrato con Annalisa Chirico: «A Otto e Mezzo c'è quella giornalista del Foglio, è stata bravissima m'hanno detto». Matteo gongola: «E lo so babbo, lo so bene. L'abbiamo mandata noi, va bene così, è una brava ragazza (…) a me sta simpatica (inc.) con gli avvocati che cominciano con la b… (inc.) gli manca solo Bagattini (…) Annalisa è una mia amica, è una persona seria, è una persona brava, è una persona molto intelligente (…) tra l'altro lei continuerà su questa roba, era con me al Lingotto». Visto tutto il tempo che dedicava alla vicenda Consip, resta da capire come Renzi si occupasse anche di politica.
Giacomo Amadori
I verbali che inguaiano Lotti e i generali dell’Arma
Prima di scoprire che sulla fuga di notizie dell'inchiesta Consip la versione dell'ex amministratore delegato della stazione unica appaltante, Luigi Marroni, era vera, i magistrati della Procura di Roma hanno chiesto a Luca Lotti, in quel momento ministro dello Sport, se alla base di quelle propalazioni ci fossero motivi di contrasto o di risentimento. E l'ex ministro ha tentato di buttarla in politica, sostenendo nel corso del suo secondo interrogatorio (16 luglio 2017) che aveva cercato di ostacolare la nomina di Marroni ai vertici di Consip. «E per questo», dichiara Lotti, «ci fu un contrasto aperto con il presidente Matteo Renzi». Poi ha rincarato la dose: «Marroni era assessore della giunta regionale della Toscana guidata da Enrico Rossi, notoriamente su posizioni diverse dalle mie».
Il ministro probabilmente pensava bastasse per prendere le distanze dal suo accusatore, che nel dicembre 2016 spiegò prima ai carabinieri e poi al pm Henry John Woodcock che furono Lotti e l'ex comandante della Legione carabinieri Toscana, Emanuele Saltalamacchia, a fargli sapere che era in corso un'indagine sulla società che guidava (Marroni disse anche che l'ex presidente di Consip, Luigi Ferrara, gli disse di aver saputo dell'inchiesta dall'ex comandante generale dell'Arma, Tullio Del Sette). Dopo quella soffiata, Marroni fece bonificare il suo ufficio dalle microspie messe dai carabinieri del Noe. L'attività investigativa, a quel punto, saltò. Dopo vari interrogatori, confronti all'americana e accertamenti, i magistrati hanno chiuso le indagini nei confronti di Lotti e Saltalamacchia per il reato di favoreggiamento e con Del Sette per la rivelazione del segreto d'ufficio. Tra le migliaia di pagine allegate al documento giudiziario, ci sono le dichiarazioni con le quali i tre indagati si sono messi nei guai.
A Lotti, per esempio, la trimurti della Procura di Piazzale Clodio (il procuratore Giuseppe Pignatone, l'aggiunto Paolo Ielo e il pm Mario Palazzi), sempre nel corso della seconda convocazione, aveva fatto una lunga premessa, spiegando al ministro dello Sport che Marroni ma anche Filippo Vannoni (ex consigliere economico di Palazzo Chigi) avevano riferito fatti e circostanze che confermavano la fuga di notizie. Lotti ha negato: «Le dichiarazioni di Marroni sono totalmente false, poiché, ribadisco, non ho mai saputo di indagini relative a Consip». Vannoni, invece, durante un «casuale» incontro avvenuto in un luogo imprecisato tra largo Chigi e Palazzo Chigi, gli riferì che era stato sentito da Woodcock. «Ammise di aver mentito», fa mettere a verbale Lotti, «scusandosi in modo imbarazzato». Lotti disse a Vannoni che avrebbe voluto dargli una testata. E questi successivamente ha tentato di ritrattare, dichiarando che era stato costretto ad accusare il ministro per cavarsi d'impaccio. A confermare che Marroni non godeva di buoni uffici dal ministro, poi, è stato un deputato del Pd: Ettore Rosato. Sentito dai difensori di Lotti, ha riferito che gli sembrò strano che Marroni si recasse da lui, quando era capogruppo del Pd alla Camera, per questioni che riguardavano le società partecipate, invece di andare direttamente da Lotti o Renzi, «visto che dal suo percorso politico», ha sostenuto Rosato, «mi sembrava che potesse avere rapporti diretti con la presidenza del Consiglio». E fu proprio in quell'occasione che Marroni gli disse «di non avere facili rapporti con Lotti». Al momento, però, la linea difensiva dell'ex ministro non è stata sufficiente a ottenere una richiesta di archiviazione. E così è stato anche per il generale Saltalamacchia, che avrebbe detto a Marroni «di stare attento perché era intercettato». O, forse, «perché c'era un'indagine sull'imprenditore napoletano Alfredo Romeo». O, forse ancora, «per un'inchiesta che veniva da Napoli». Marroni su questo particolare appare un po' confuso nel faccia a faccia con Saltalamacchia. «Non credo che sia un mentitore», si è difeso il generale candidato inutilmente dal Rottamatore alla guida dei servizi segreti, «credo che si sia completamente confuso o che sia stato indotto a confondersi».
E così il generale ha cercato anche di far passare Marroni per un paranoico con la fissa delle intercettazioni: «Quella degli ascolti nei suoi confronti era una costante delle nostre conversazioni». Con il generale che gli ricordava sempre che «per i ruoli istituzionali rivestiti rischiava di essere sottoposto ad attività di ascolto, non solo dagli organi inquirenti, ma anche per attività di spionaggio industriale». Sull'indagine di Woodock però bocca cucita. «Non gliel'ho assolutamente detto io», afferma Saltalamacchia. «Anche perché», aggiunge, «per la mia esperienza gli avrei consigliato di non toglierle le microspie, ma di tenerne conto quando parlava». E il generalissimo Del Sette? Ferrara ha prima confermato di aver saputo dal comandante generale. Poi ritrattato. E poi riconfermato. Del Sette, sentito in Procura il 23 dicembre 2016, ammise: «Ferrara si avvicinò per chiedermi un consiglio in merito all'opportunità o meno di ricevere un qualche imprenditore che ripetutamente aveva sollecitato di incontrarlo». Quell'imprenditore era Romeo. «Compreso chi fosse», dice Del Sette, «immediatamente lo sconsigliai dicendogli che si trattava di un imprenditore più volte apparso sulle cronache giudiziarie, notoriamente coinvolto in plurime indagini e forse anche in indagini in corso». E quell'indagine era Consip.
Fabio Amendolara
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Il genitore dell'ex premier ha sempre negato l'incontro con Alfredo Romeo. Matteo Renzi, prima dell'interrogatorio: «Babbo vai, piglia per il culo».I verbali che inguaiano Luca Lotti e i generali dell'Arma. Negli interrogatori degli indagati emergono elementi chiari sulla fuga di notizie. Il ministro cercò di screditare l'ad che l'accusava: «Era in contrasto con il premier». Lo speciale comprende due articoli.Le carte dell'inchiesta Consip restituiscono il dietro le quinte del controverso rapporto di Matteo Renzi con suo padre Tiziano, con la magistratura e i media. L'immagine a tinte fosche di un uomo che cerca disperatamente di conservare il proprio potere a dispetto di tutto. Il nocciolo sono le conversazioni che intercorrono tra l'ex premier e il suo babbo tra l'1 e il 14 marzo 2017, chiamate captate dalla Procura di Roma. L'1 marzo 2017 Matteo, come un allenatore all'angolo, sta preparando il genitore al match con gli inquirenti capitolini. «Babbo ascoltami (…) l'avvocato (Federico Bagattini, ndr) deve prepararti all'interrogatorio e questi sono cazzi tuoi e credo che sia opportuno che tu lo faccia bene». Mentre parla gli viene in mente il compagno di merende del padre, Carlo Russo, in quel momento coindagato con il genitore per traffico di influenze illecite. Si capisce che il solo pensiero gli fa gonfiare le vene delle tempie: «Questo meraviglioso personaggio che risponde al nome di Carlo Russo, che il signore ce lo conservi per tutto il resto dei nostri giorni e il meglio dei nostri anni (…) dicono che voi due vi facevate promettere dei soldi da Romeo». Matteo spiega al padre che è indagato «per avere alzato quella merda di telefono e aver chiamato Luigi Marroni (ex ad di Consip, ndr), cosa che in una prossima vita sicuramente non farai».L'ex premier s'industria per cavare il padre dagli impicci in cui si è ficcato e gli consiglia di farsi fare «un comunicato da Bagattini» per distinguere la propria posizione da quella di Russo. Poi ci ripensa: «Ci parlo io con Bagattini, lascia stare dai (…) stai tranquillo, preparati per l'interrogatorio e basta, domani segui Bagattini e fai quello che ti dice».Il 2 marzo Renzi e il padre discutono a causa dell'imprenditore Alfredo Romeo, al centro dell'inchiesta: il figlio non crede che Tiziano non lo abbia incontrato (in effetti i magistrati di Roma ritengono che nel luglio del 2015 ci sia stato un abboccamento a Firenze). «Io non ho memoria di aver incontrato Romeo» protesta Tiziano. Il suo ragazzo esplode: «Benissimo! E Carlo Russo e tu sei andato da Marroni, così per simpatia (…) E io sono biondo, magro e con un cazzo di trenta centimetri! Babbo vai, piglia per il culo…». Il 3 marzo i carabinieri registrano una nuova conversazione. È il giorno dell'interrogatorio di Tiziano a Roma. Matteo è sempre più preoccupato. Chiede al padre che cosa ci faccia ancora a Rignano sull'Arno e Tiziano lo informa che andrà in auto: «Mi porta Carlo (un collaboratore, ndr), io sono dietro con Bagattini e vetri oscurati». Matteo: «Perfetto…uhm, fai mettere d'accordo Bagattini con i giudici per farvi entrare senza avere l'assalto dei giornalisti». A questo punto arriva la parte più interessante, quella che dimostra come le prese di distanza del figlio nei confronti del genitore fossero una messa in scena per i media. «Io oggi parto al contrattacco» annuncia Matteo. «Si sta giocando un pezzo di potere che non è semplicemente il mio culo, ma si stanno giocando pezzi di potere tra servizi segreti, magistratura e mezzo mondo. Quindi si sta giocando una partita molto complicata. In questa partita il sottoscritto oggi dovrà andare all'attacco, mentre tu sarai interrogato (…) io andrò dalla Gruber». Qui l'ex premier anticipa al genitore i contenuti del suo intervento: «Te non ti preoccupare, nel senso che io dirò (…) che se mio padre è colpevole gli diano il doppio degli anni, che lo processino subito, dopodiché che si faccia il processo, perché secondo me questo atteggiamento è un processo mediatico e non giudiziario». Matteo ripete con il padre il fervorino che si appresta a pronunciare in tv: «Quindi la parte giudiziaria sono cazzi di mio padre, noi non chiediamo sconti, anzi chiediamo un atteggiamento molto duro, si vada a verificare tutto quello che è accaduto e che non è accaduto. Dopodiché vado all'attacco politico». Il discorso passa a Russo, che quel giorno deve essere interrogato. Tiziano trilla: «So che non risponde lui». E in effetti l'amico di babbo Renzi si avvarrà della facoltà di non rispondere. Matteo capisce che l'argomento è scivoloso: «Te non hai da sapere un cazzo». Il babbo, cogliendo al volo il messaggio del suo ragazzo, esclama, quasi a discolparsi: «Me l'ha detto l'avvocato! Me l'ha detto l'avvocato!». Renzi replica: «Anche a me l'ha detto il suo avvocato». In poche parole, mentre si prepara a dichiarare al mondo che non intende immischiarsi nelle vicende giudiziarie del padre, in realtà passa le giornate al telefono a parlare con i difensori del genitore e dei suoi coindagati. Ma il preannunciato silenzio di Russo non tranquillizza i Renzi. Che considerano il pm napoletano Henry John Woodcock una variabile impazzita che potrebbe sciogliere la lingua dell'indagato. L'ex segretario del Pd prova ad anticipare le mosse: «Se parte Woodcock, gli dirà (a Russo, ndr) o dice il nome di Renzi o la mettiamo in galera, fanno così ora (…). Questo è il loro atteggiamento, scandaloso e squallido che noi sappiamo che è questo, che da vent'anni è lo stesso, che hanno usato a suo tempo quelli di Woodcock contro gli uomini di D'Alema (il riferimento è all'inchiesta Cpl Concordia, ndr)». Tiziano cerca conforto: «Ma a me mi dovrebbe interrogare (Mario, ndr) Palazzi, no?». Si sbaglia. Palazzi è destinato, insieme con Woodcock, agli interrogatori che si terranno quel giorno Firenze. Matteo pare molto più aggiornato: «Considera che tutti i magistrati di cui si sta parlando, come dire, hanno dei loro giri, (…) dei cazzi loro di vario genere, quindi io credo che a te ti interrogherà un magistrato importante di Roma (come in effetti avverrà, ndr), se ho capito bene. Te fai il tuo, c'hai la tua parte, dì la verità, evita le polemiche, facciamo parlare Bagattini uscendo, che tanto dirà che hai risposto a tutto e che di conseguenza, ehm, poi insomma vedrà Bagattini che cazzo dire ai giornali. Però se mentre sei dentro ti arrivano notizie e dintorni, io sto facendo i cazzi miei! Cioè io sto facendo la mia controffensiva, sappilo (…) non ti preoccupare sono molto tranquillo, molto consapevole». Tiziano è quasi commosso: «Io sono felice, ti voglio bene». Il figlio lo sprona: «Fai la tua parte, adesso devi portare a casa il culo, non ci sono problemi, non devi avere atteggiamenti provocatori e polemici nei confronti di questo qui (…) e io faccio la mia parte, a me, se mi vogliono ammazzare, mi ammazzano in campo e non m'ammazzano, che tu lo sappia. A me non m'ammazzano! Nonostante tutti (…)». Infine dà un consiglio: «Riguardate bene il verbale (…) Marroni l'hanno inculato su quello (…) ciao bellino, ciao».Dopo l'interrogatorio i due si risentono: «Come è andata, bene?» chiede Matteo. «Mi sembra di sì» risponde il padre. L'ex sindaco di Firenze è soddisfatto della sua performance dalla Gruber: «Ho fatto il mio show» si rallegra, prima di chiedere di parlare con Bagattini. Il legale scende dall'auto: «Aspetta, esco perché questa macchina mi piace il giusto, ma senti (è andata, ndr) bene, benino, nel senso che…». Il fu Rottamatore lo interrompe: «Aspetta Fede… sul tuo, ti chiamo sul tuo». Il 14 marzo padre e figlio vengono di nuovo intercettati. Matteo prende notizie sui movimenti del padre. «Qual è il problema?» domanda perplesso Tiziano. «Nulla (…) l'importante è che tu non faccia cazzate in questo periodo, eh babbo». Il genitore è preoccupato, si sente sotto osservazione: «Che cazzate sto facendo Matteo?». Il figlio lo tranquillizza: «La mia è una telefonata di cortesia». L'ex premier ha appena chiamato Bagattini e il difensore ha relazionato l'ex premier sul contenuto degli atti ritirati a Roma. Padre e figlio discutono delle dichiarazioni di Marroni ai pm. Matteo annuncia che il ministro Luca Lotti andrà in Parlamento a riferire sulla vicenda Consip. Successivamente se la prende con il sindaco di Rignano Daniele Lorenzini, che ha raccontato ai magistrati che Tiziano era informato dell'inchiesta sul suo conto: «Diciamo che il premio dell'uomo dell'anno lo diamo a Lorenzini (…) te l'ho detto sempre io (…) è quello che aveva più partiti che mutande». I due discutono di un'ulteriore richiesta di risarcimento da inoltrare a Marco Travaglio. Tiziano dice che dalla Gruber il direttore del Fatto Quotidiano si è scontrato con Annalisa Chirico: «A Otto e Mezzo c'è quella giornalista del Foglio, è stata bravissima m'hanno detto». Matteo gongola: «E lo so babbo, lo so bene. L'abbiamo mandata noi, va bene così, è una brava ragazza (…) a me sta simpatica (inc.) con gli avvocati che cominciano con la b… (inc.) gli manca solo Bagattini (…) Annalisa è una mia amica, è una persona seria, è una persona brava, è una persona molto intelligente (…) tra l'altro lei continuerà su questa roba, era con me al Lingotto». Visto tutto il tempo che dedicava alla vicenda Consip, resta da capire come Renzi si occupasse anche di politica. 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E l'ex ministro ha tentato di buttarla in politica, sostenendo nel corso del suo secondo interrogatorio (16 luglio 2017) che aveva cercato di ostacolare la nomina di Marroni ai vertici di Consip. «E per questo», dichiara Lotti, «ci fu un contrasto aperto con il presidente Matteo Renzi». Poi ha rincarato la dose: «Marroni era assessore della giunta regionale della Toscana guidata da Enrico Rossi, notoriamente su posizioni diverse dalle mie». Il ministro probabilmente pensava bastasse per prendere le distanze dal suo accusatore, che nel dicembre 2016 spiegò prima ai carabinieri e poi al pm Henry John Woodcock che furono Lotti e l'ex comandante della Legione carabinieri Toscana, Emanuele Saltalamacchia, a fargli sapere che era in corso un'indagine sulla società che guidava (Marroni disse anche che l'ex presidente di Consip, Luigi Ferrara, gli disse di aver saputo dell'inchiesta dall'ex comandante generale dell'Arma, Tullio Del Sette). Dopo quella soffiata, Marroni fece bonificare il suo ufficio dalle microspie messe dai carabinieri del Noe. L'attività investigativa, a quel punto, saltò. Dopo vari interrogatori, confronti all'americana e accertamenti, i magistrati hanno chiuso le indagini nei confronti di Lotti e Saltalamacchia per il reato di favoreggiamento e con Del Sette per la rivelazione del segreto d'ufficio. Tra le migliaia di pagine allegate al documento giudiziario, ci sono le dichiarazioni con le quali i tre indagati si sono messi nei guai. A Lotti, per esempio, la trimurti della Procura di Piazzale Clodio (il procuratore Giuseppe Pignatone, l'aggiunto Paolo Ielo e il pm Mario Palazzi), sempre nel corso della seconda convocazione, aveva fatto una lunga premessa, spiegando al ministro dello Sport che Marroni ma anche Filippo Vannoni (ex consigliere economico di Palazzo Chigi) avevano riferito fatti e circostanze che confermavano la fuga di notizie. Lotti ha negato: «Le dichiarazioni di Marroni sono totalmente false, poiché, ribadisco, non ho mai saputo di indagini relative a Consip». Vannoni, invece, durante un «casuale» incontro avvenuto in un luogo imprecisato tra largo Chigi e Palazzo Chigi, gli riferì che era stato sentito da Woodcock. «Ammise di aver mentito», fa mettere a verbale Lotti, «scusandosi in modo imbarazzato». Lotti disse a Vannoni che avrebbe voluto dargli una testata. E questi successivamente ha tentato di ritrattare, dichiarando che era stato costretto ad accusare il ministro per cavarsi d'impaccio. A confermare che Marroni non godeva di buoni uffici dal ministro, poi, è stato un deputato del Pd: Ettore Rosato. Sentito dai difensori di Lotti, ha riferito che gli sembrò strano che Marroni si recasse da lui, quando era capogruppo del Pd alla Camera, per questioni che riguardavano le società partecipate, invece di andare direttamente da Lotti o Renzi, «visto che dal suo percorso politico», ha sostenuto Rosato, «mi sembrava che potesse avere rapporti diretti con la presidenza del Consiglio». E fu proprio in quell'occasione che Marroni gli disse «di non avere facili rapporti con Lotti». Al momento, però, la linea difensiva dell'ex ministro non è stata sufficiente a ottenere una richiesta di archiviazione. E così è stato anche per il generale Saltalamacchia, che avrebbe detto a Marroni «di stare attento perché era intercettato». O, forse, «perché c'era un'indagine sull'imprenditore napoletano Alfredo Romeo». O, forse ancora, «per un'inchiesta che veniva da Napoli». Marroni su questo particolare appare un po' confuso nel faccia a faccia con Saltalamacchia. «Non credo che sia un mentitore», si è difeso il generale candidato inutilmente dal Rottamatore alla guida dei servizi segreti, «credo che si sia completamente confuso o che sia stato indotto a confondersi». E così il generale ha cercato anche di far passare Marroni per un paranoico con la fissa delle intercettazioni: «Quella degli ascolti nei suoi confronti era una costante delle nostre conversazioni». Con il generale che gli ricordava sempre che «per i ruoli istituzionali rivestiti rischiava di essere sottoposto ad attività di ascolto, non solo dagli organi inquirenti, ma anche per attività di spionaggio industriale». Sull'indagine di Woodock però bocca cucita. «Non gliel'ho assolutamente detto io», afferma Saltalamacchia. «Anche perché», aggiunge, «per la mia esperienza gli avrei consigliato di non toglierle le microspie, ma di tenerne conto quando parlava». E il generalissimo Del Sette? Ferrara ha prima confermato di aver saputo dal comandante generale. Poi ritrattato. E poi riconfermato. Del Sette, sentito in Procura il 23 dicembre 2016, ammise: «Ferrara si avvicinò per chiedermi un consiglio in merito all'opportunità o meno di ricevere un qualche imprenditore che ripetutamente aveva sollecitato di incontrarlo». Quell'imprenditore era Romeo. «Compreso chi fosse», dice Del Sette, «immediatamente lo sconsigliai dicendogli che si trattava di un imprenditore più volte apparso sulle cronache giudiziarie, notoriamente coinvolto in plurime indagini e forse anche in indagini in corso». E quell'indagine era Consip. Fabio Amendolara
Donald Trump (Ansa)
I rapporti transatlantici potrebbero essere presto rimodellati. «Gli alleati europei non sono stati d’aiuto adesso, ma possono essere molto d’aiuto in futuro, dopo l’intesa con l’Iran», ha dichiarato ieri Donald Trump. Nelle stesse ore, il New York Times riferiva che gli Stati Uniti sarebbero pronti a ridurre gli aerei e le navi da guerra messe a disposizione per le operazioni militari della Nato in Europa. «I funzionari del Dipartimento della Guerra hanno comunicato agli alleati che gli Stati Uniti ridimensioneranno il proprio contributo al Modello di Forza Nato, in linea con le direttive di condivisione degli oneri previste dalla Strategia di Difesa Nazionale 2026 e con la visione del Dipartimento per una Nato 3.0», aveva del resto già dichiarato il Pentagono la settimana scorsa. Non solo. Il Comandante supremo delle Forze alleate in Europa, Alexus G. Grynkewich, ha anche annunciato ieri una graduale riduzione delle truppe Nato in Kosovo.
Sempre ieri, il ministero della Difesa di Canberra ha annunciato che, in base all’Aukus, a partire dal prossimo anno quattro sottomarini a propulsione nucleare, comandati dagli Stati Uniti, opereranno a rotazione nella costa occidentale australiana. Secondo quanto reso noto da alcuni funzionari americani, questo permetterà a Washington di avere maggiore proiezione sul Mar cinese meridionale: il che consentirà alla Casa Bianca di aumentare il proprio margine di manovra soprattutto per quanto riguarda la crescente tensione tra Pechino e Taipei. Era inoltre fine maggio, quando, nell’ambito del Quadrilateral security dialogue, i ministri degli esteri di Australia, India, Giappone e Stati Uniti hanno concordato di realizzare congiuntamente un porto nelle Fiji, oltre a firmare accordi in materia di minerali strategici e di sicurezza energetica.
Si tratta di mosse significative. Il Quadrilateral security dialogue è un formato che venne rilanciato nel 2017 ai tempi della prima amministrazione Trump e che, durante il primo anno della sua seconda presidenza, era sembrato finire parzialmente nel dimenticatoio a causa delle tensioni commerciali tra Washington e Nuova Delhi. L’Aukus è invece un patto di sicurezza tra Usa, Australia e Regno Unito, che fu sottoscritto da Joe Biden nel settembre 2021. Ebbene, Trump ha adesso intenzione di far leva su entrambe queste partnership per aumentare la deterrenza statunitense nei confronti di Pechino. Tutto questo, mentre, come abbiamo visto, la Casa Bianca si prepara a ridurre la propria presenza militare in Europa.
Emergono quindi almeno due considerazioni. Innanzitutto, è chiaro come, dal punto di vista strategico, per gli Stati Uniti il Vecchio continente stia sempre più diventando di secondaria importanza rispetto all’Indo-Pacifico. Parliamo di un trend che era già iniziato ai tempi della presidenza di Barack Obama e che si è rafforzato nel corso degli ultimi anni. Trump, a maggior ragione nel pieno del difficile sforzo diplomatico per porre fine al conflitto iraniano, ha bisogno di alleati proattivi, che si assumano maggiori responsabilità e che permettano di ridurre oneri e costi agli Stati Uniti. Tutto questo, in nome della priorità strategica di Washington, che è il contenimento della Cina.
In secondo luogo, il presidente americano ha intenzione di usare il sostegno militare anche come strumento di ricompensa o punizione nei rapporti altalenanti con gli alleati. Da una parte, anche a causa dei suoi rapporti non idilliaci con il cancelliere tedesco Friedrich Merz, Trump ha annunciato a maggio l’intenzione di ritirare 5.000 soldati americani dalla Germania; dall’altra, l’inquilino della Casa Bianca ha tuttavia detto di volerne inviare altrettanti in Polonia in nome della sua solida relazione politica con il presidente polacco, Karol Nawrocki. Insomma, il Vecchio continente non può più dare nulla per scontato. E le ben note manovre filocinesi di leader, come Emmanuel Macron e Pedro Sánchez, rischiano soltanto di complicare (anziché rilanciare) le relazioni transatlantiche.
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(Ansa)
Dovrebbe essere Ginevra, in Svizzera e non in un Paese dell’Ue, il luogo scelto per una svolta destinata a ridisegnare gli equilibri del Medio Oriente. Secondo Reuters e Bloomberg, un memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran per porre fine alla guerra nel Golfo potrebbe essere firmato domenica o lunedì dal vicepresidente americano, JD Vance, e dal presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Ghalibaf. A rafforzare le aspettative è intervenuto il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif: «La pace non è mai stata così vicina come lo è adesso», ha scritto su X, sostenendo che è stato raggiunto un testo condiviso e che Islamabad sta lavorando con entrambe le parti per definire gli ultimi dettagli dell’intesa.
Nonostante l’ottimismo dei mediatori, attorno all’accordo continua a regnare incertezza. A generarla sono soprattutto le dichiarazioni contraddittorie provenienti da Teheran, dove le diverse anime del regime sembrano raccontare versioni differenti dello stesso memorandum. Secondo la Casa Bianca, l’Iran avrebbe accettato di smantellare il programma nucleare, distruggere il materiale fissile accumulato e riaprire immediatamente lo Stretto di Hormuz. Un alto funzionario americano ha precisato che nessun fondo iraniano congelato verrà sbloccato fino a quando Teheran non avrà dimostrato di rispettare gli impegni assunti. Le agenzie iraniane raccontano però una storia diversa. Mehr sostiene che l’accordo prevederebbe lo sblocco di 24 miliardi di dollari di beni congelati durante il periodo negoziale di 60 giorni. L’agenzia ufficiale Irna afferma che l’Iran non rinuncerà al controllo di Hormuz e che la gestione futura dell’area dovrà essere concordata con l’Oman.
Le divergenze riguardano proprio i punti più delicati dell’intesa e riflettono le profonde divisioni interne alla Repubblica islamica, già emerse nelle scorse ore con la diffusione di una bozza in 14 punti attribuita agli ambienti più radicali del regime.
Le indiscrezioni provenienti da Teheran hanno provocato l’irritazione di Donald Trump. In un messaggio pubblicato su Truth, il presidente americano ha accusato il regime di diffondere informazioni false sul contenuto dell’intesa. «Le condizioni che l’Iran ha fatto trapelare ai media non hanno nulla a che vedere con quelle concordate per iscritto», ha scritto. Trump, che ha accusato gli europei di essere stati «inutili», aggiungendo però, col Corriere, che potranno aiutare gli Usa nel dopoguerra, ha definito «disonorevole» il comportamento dei negoziatori iraniani, pur continuando a sostenere che l’accordo sia vicino. Sulla stessa linea il vicepresidente Vance: «Gli iraniani non ricevono contanti e nessun fondo viene sbloccato soltanto per firmare un accordo o partecipare a un incontro», ha scritto su X, smentendo le indiscrezioni relative a un immediato rilascio di risorse finanziarie. Sul fronte iraniano, il coinvolgimento di Ghalibaf viene interpretato come un segnale politico significativo. La sua eventuale firma rappresenterebbe il sostegno di una parte importante dell’establishment iraniano all’intesa. Restano però forti dubbi sulla posizione definitiva della Guida suprema, Mojtaba Khamenei, e delle correnti più radicali del regime. Anche il dossier libanese continua a rappresentare un elemento di tensione. Hezbollah insiste affinché qualsiasi accordo comprenda la cessazione delle ostilità in Libano, una richiesta che complica il lavoro dei mediatori.
Se a Washington prevale l’ottimismo, a Gerusalemme domina la prudenza. Secondo fonti israeliane citate dalla Cnn, l’annuncio di Trump sull’accordo avrebbe colto di sorpresa lo stesso Benjamin Netanyahu durante una riunione sulla sicurezza nazionale. Secondo quanto riferito dall’emittente israeliana Channel 12, che citava una fonte americana, durante l’ultima telefonata del premier israeliano con Trump, il presidente statunitense avrebbe sostenuto che l’accordo in discussione rappresenti un passo positivo e che sia arrivato il momento di mettere fine al conflitto.
Le preoccupazioni israeliane trovano conferma negli sviluppi sul terreno. Un convoglio umanitario organizzato dal nunzio apostolico in Libano, monsignor Paolo Borgia, e diretto verso alcuni villaggi cristiani del Sud del Paese, è stato fermato dall’esercito israeliano e costretto a modificare il proprio itinerario. L’episodio si inserisce in un contesto di forte tensione. Secondo le Forze di difesa israeliane, nell’ultima settimana sono stati colpiti circa 310 obiettivi di Hezbollah e neutralizzati 80 miliziani. In questo quadro, il ministro della Difesa Israel Katz ha ribadito che Israele non si ritirerà dalle zone di sicurezza in Libano, Siria e Gaza. Katz ha inoltre affermato che lui e Netanyahu hanno ordinato all’esercito di prepararsi all’eventualità di un’azione autonoma per impedire all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare.
La possibile firma rappresenterebbe una svolta storica. Tuttavia, le divergenze tra Washington e Teheran sul contenuto dell’intesa, le tensioni in Libano e le molte riserve israeliane mostrano quanto il percorso verso una stabilizzazione della regione resti fragile e tutt’altro che scontato.
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Giorgia Meloni (Getty Images)
Lo ha fatto sapere l’Eliseo e sono i media francesi a precisare che dall’insediamento di Meloni nel 2022 e dal trattato del Quirinale, del 2021, si tratta del primo vertice che disciplina le relazioni bilaterali. «Nove ministri di entrambe le parti» e un «forum economico franco-italiano» nella vicina Le Cannet, nonché a una visita ministeriale alla sede centrale di Thales Alenia Space, azienda franco-italiana, a Cannes.
«I due leader scambieranno inoltre opinioni sulle principali questioni europee e internazionali e discuteranno le modalità per rafforzare i legami tra la società civile francese e quella italiana, in particolare attraverso i giovani e la cultura». Un segnale quello dell’Eliseo, dopo anni di rapporti tiepidi, che lascia intendere un’apertura nei confronti delle politiche del governo Meloni. Ed è Roberta Metsola, in occasione di un’intervista con Bruno Vespa al Forum in Masseria, a sposare subito la proposta di Meloni di proporre una voce unica con Mosca. Mancano pochi giorni al Consiglio europeo, dove si parlerà di questo ma anche dei numeri del prossimo quadro finanziario pluriennale (Qfp), il programma di spesa a lungo termine dell’Ue. Meloni nel suo intervento alle Camere aveva già ribadito che l’Italia non accetterà «un bilancio in conseguenza del quale, a fronte di maggiori contributi, l’Italia rischia di avere a disposizione risorse inferiori».
Adesso anche la Germania esprime insoddisfazione e considera «assolutamente deludente» la proposta presentata dalla presidenza cipriota per il prossimo bilancio pluriennale europeo. Lo ha fatto sapere una fonte diplomatica tedesca: «Non entrerò oggi nei dettagli, ma per noi questo non può assolutamente costituire una base per arrivare a un accordo. La proposta negoziale è inaccessibile dal punto di vista finanziario e non è nemmeno stata riformata nella direzione necessaria. Abbiamo bisogno di tagli significativi al volume complessivo in tutti i settori». Per il governo tedesco, «primo, per ridurre sensibilmente le cifre complessive, il 2% è di gran lunga insufficiente. Secondo, per mantenere la corretta priorità delle politiche che la Commissione ha indicato nella sua proposta presentata un anno fa, la modernizzazione del quadro finanziario pluriennale deve essere realizzata. Non approveremo né un quadro finanziario pluriennale troppo costoso né uno privo di riforme». Berlino si dice disponibile ad arrivare un accordo già nel 2026, in quanto «riteniamo che nel 2027 sia estremamente improbabile arrivare a una conclusione, a causa delle elezioni in molti Stati membri dell’Ue» e quindi, «senza un accordo quest’anno, è poco probabile che nel 2028 possano effettivamente iniziare a essere erogati i fondi».
E c’è da immaginare che Italia e Germania non rimarranno gli unici Paesi membri ad esprimere malcontento su questo tema, a dimostrazione che le politiche europee, anche in questo campo, sono state insoddisfacenti. I socialisti (S&D) definiscono il tutto «preoccupante».
Continuano intanto i bilaterali di Meloni con i leader esteri. Ieri il premier ha ricevuto a Villa Pamphili il presidente della Repubblica di Corea, Lee Jae Myung, nel quadro della sua visita di Stato in Italia. L’incontro, che fa seguito alla missione di Meloni a Seul il 19 gennaio scorso, ha consentito di elevare le relazioni tra Italia e Corea al livello di Partenariato strategico speciale e di adottare un Piano d’Azione 2026-2030 per intensificare la collaborazione bilaterale in ambito politico, economico, scientifico-tecnologico, culturale e nel campo della sicurezza e difesa.
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