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2019-12-11
Pure il sito del Mes spiega che Gualtieri e Conte non hanno ottenuto niente
Ansa
Povero Roberto Gualtieri! Tanto sforzo per costruire una narrazione, con giornalisti al seguito all'Eurogruppo, interviste televisive, racconti di negoziati estenuanti e trattative furibonde, conferenze stampa assertive, battute sferzanti sul «conto del Papeete», e poi - zac! - basta un piccolo clic sul sito del Mes (www.esm.europa.eu) per far afflosciare il soufflé.
Procediamo con ordine. I nostri mainstream media hanno impiegato un pochino ad accorgersene, ma l'ultima riunione dei ministri delle Finanze Ue, la scorsa settimana, è stata mortificante per l'Italia. La Verità lo ha raccontato - senza alcun compiacimento - prima, durante e dopo il vertice, dando conto delle parole testuali del presidente dell'Eurogruppo, il portoghese Mario Centeno, il quale, con insolita durezza, era stato impietoso verso il governo di Roma, ribadendo ossessivamente tre messaggi.
Primo: non c'è nessun rinvio della riforma del Mes, e la firma finale avverrà (esattamente come preventivato) nel primo trimestre del 2020. Secondo: rispetto alla riforma del Fondo, non si tocca una virgola dell'accordo politico raggiunto a giugno 2019 (quello avallato da Giovanni Tria il 13 giugno, senza una risoluzione parlamentare, e successivamente da Giuseppe Conte, contro la risoluzione parlamentare che nel frattempo era stata approvata il giorno 19 di quel mese). Terzo: rimane solo un piccolo margine (se ne discuterà ancora a gennaio) per qualche modifica di dettaglio alla legislazione sussidiaria.
Vistosi perso su tutto il resto, il ministro Gualtieri si era tuffato su questo terzo punto. E, fino a trentasei ore fa, aveva veicolato sui media amici una versione dignitosa: quella di essere riuscito a strappare una modifica significativa di una di queste norme di dettaglio, quella relativa alle famigerate Cacs, le clausole di azione collettiva. Per carità: comunque niente per cui esaltarsi. Stiamo parlando di ciò che accadrebbe se l'Italia fosse costretta a ristrutturare il suo debito: insomma, giusto gli strumenti per capire a quale girone infernale saremmo destinati. Il solo fatto di discutere su questo piano, per un Paese fondatore dell'Ue, è una sconfitta incredibile: bisognerebbe rovesciare il tavolo ponendo il veto, non certo dare la sensazione (anche ai mercati) di predisporre gli addobbi per i nostri stessi funerali. Ma tant'è.
Sta di fatto - tornando a Gualtieri - che però il titolare del Mef aveva accreditato la seguente versione. Mentre oggi, per ristrutturare, occorre sia un voto dei detentori di ogni serie di titoli emessi sia un voto complessivo (double limb), con la riforma basterebbe un unico voto complessivo (single limb), aggirando più facilmente eventuali minoranze di blocco. Dinanzi a questa prospettiva poco simpatica, cos'aveva escogitato Gualtieri? Raccontare di aver per lo meno ottenuto la possibilità di una subaggregazione dei titoli simili, con ciò esplorando la possibilità di coinvolgere nell'eventuale voto soltanto i relativi detentori. Insomma, nel disastro, almeno un modo per provare a limitare i danni.
Ma che hanno fatto quei cattivoni del Mes? Hanno pubblicato nell'ambito delle Faq del sito (la sequenza di domande e risposte con cui il Fondo chiarisce il proprio funzionamento) che «the introduction of the single-limb Cacs does not change the current possibility for countries to use so-called sub-aggregation». Traduzione: l'introduzione delle clausole single limb non cambia la possibilità esistente per i Paesi di usare la cosiddetta subaggregazione. Avete capito bene: il Mes comunica che quello che Gualtieri racconta come l'esito di un braccio di ferro negoziale già esiste, e non cambia.
Va peraltro segnalato che, per tutta la serata dell'altro ieri, il sito del Mes ha visto alcune pagine - proprio quelle relative alle Cacs - prima tolte (e rese per qualche tempo non accessibili) e poi ripubblicate. Naturalmente non mancherà chi tenterà di alimentare ulteriori leggende metropolitane (ad esempio, presunte richieste italiane di aggiornamento del materiale informativo a seguito delle fantomatiche «conquiste» di Gualtieri). Sembra tuttavia ben più probabile che, per dissipare ogni dubbio ed equivoco, il Mes stesso abbia voluto chiarire che all'Italia non è stata fatta alcuna concessione. Rendendo evidente a tutti che - per il Mes - ciò che Gualtieri andava veicolando come novità era in realtà un'ipotesi già esistente e invariata.
Tra i primi ad accorgersene e a lanciare la doppia notizia (sia il gran movimento sulle pagine Internet del Mes sia la figuraccia di Gualtieri), il presidente della commissione Bilancio della Camera, il leghista Claudio Borghi, che ha commentato su Twitter: «Gualtieri non ha ottenuto nulla. Non cambia nulla! La cosa incredibile è che il M5s ci stava cascando». Dunque, al di là delle narrazioni di comodo, è il caso di concentrarsi sul punto di fondo, senza distrazioni e divagazioni.
Con il vecchio Mes, la ristrutturazione del debito era considerata una circostanza eccezionale; con la riforma del Mes, invece, essa diventa un evento più probabile e ordinario, con tutte le devastanti conseguenze del caso. Per quale misteriosa ragione un Paese ad alto debito come l'Italia dovrebbe esporsi a questo rischio? Basterebbe mettere il veto. Operazione senza conseguenze, tra l'altro: perché resterebbe operativo l'attuale Mes, con le vecchie regole.
Daniele Capezzone
Sarà un «pacchetto progressivo». I grillini si bevono la supercazzola
L'accordo sul Mes c'è, o forse no, ma l'unica cosa certa è che tra Pd, M5s, Iv e Leu un'intesa è stata raggiunta: fino al prossimo 26 gennaio, ovvero fino a quando gli elettori di Emilia Romagna e Calabria andranno alle urne per eleggere i presidenti delle due regioni, il governo va messo al riparo.
Dunque, alla fine del solito tira e molla, oggi la coalizione giallorossa dovrebbe approvare in maniera quasi compatta, al Senato e alla Camera, la risoluzione di maggioranza sul Mes che accompagnerà le comunicazioni del premier, Giuseppe Conte, in vista del Consiglio europeo di domani e dopodomani. Il «quasi» è riferito a alcuni senatori pentastellati, come Gianluigi Paragone, che molto probabilmente non voterà il testo della maggioranza, Stefano Lucidi, che certamente non lo voterà, Elio Lannutti e Mario Michele Giarrusso, critici verso la risoluzione.
Il resto del M5s, salvo imprevisti, voterà la risoluzione messa a punto dal ministro Pd agli Affari europei, Enzo Amendola, e dal sottosegretario M5s Laura Agea; quest'ultima ieri ha riunito i capigruppo delle commissioni espressione della maggioranza, e ha seguito passo dopo passo la messa a punto del testo della risoluzione. «Il M5s», spiega alla Verità una fonte del Pd che ha lavorato sul testo, «ha chiesto con insistenza di sottolineare con chiarezza che per qualunque decisione dovrà essere consultato il Parlamento, e che si vada avanti con la logica di pacchetto. Entrambi i punti non sono mai stati in discussione».
«Probabilmente», conferma alla Verità una fonte di governo pentastellata, «oltre a Paragone, solo Lucidi potrebbe votare contro. Abbiamo lavorato bene, il testo sarà snello, chiaro e conterrà i punti che stanno a cuore al M5s: logica di pacchetto, e pieno coinvolgimento del Parlamento». Il pacchetto potrebbe anche essere progressivo, vale a dire addio all'idea di votare insieme Mes, Unione bancaria e Bicc, che potrebbero quindi essere approvati dall'Eurogruppo uno dopo l'altro. In sostanza, il M5s dovrebbe essere protagonista di un ennesimo voltafaccia, approvando questa sorta di acrobazia dialettica che va contro tutto quello che è stato detto, annunciato e promesso fino a oggi, pur di non mollare le poltrone.
Salvo colpi di scena, quindi, la risoluzione di maggioranza avrà il via libera sia alla Camera che al Senato, e del resto ieri pomeriggio l'ovazione che ha accolto il discorso di Luigi Di Maio ai senatori del M5s è stato un segnale molto preciso. Di Maio ha parlato di Mes, di manovra, ma soprattutto della nuova agenda di governo che si discuterà da gennaio. Ovazione che i senatori del M5s, si può facilmente immaginare, hanno riservato più che altro alla prospettiva di restare in carica per ancora qualche… mes.
«A gennaio, come abbiamo letto dalla lettera del presidente dell'Eurogruppo, Mario Centeno», ha sottolineato Di Maio al termine della riunione con i senatori del M5s, «si faranno approfondimenti su alcune criticità del Mes. Ovviamente noi vogliamo inserire nella risoluzione tutte le tutele per cui il Parlamento, nelle prossime settimane, debba essere ulteriormente consultato in modo tale da dare una linea chiara al prossimo Eurogruppo e al prossimo Eurosummit. I senatori? Li ho trovati molto compatti», ha aggiunto Di Maio, «stiamo lavorando al meglio, quindi si va avanti così».
Ottimista il ministro del Lavoro, Nunzia Catalfo, vicinissima a Di Maio: «Sulla risoluzione in parlamento sulla riforma del Mes», ha detto la Catalfo, «noi voteremo assolutamente compatti». Significatile le parole di Fabio Massimo Castaldo, vicepresidente M5s del Parlamento europeo: «What a Mes(s) (che casino)», ha scherzato ieri Castaldo, «qualcuno direbbe. Battute a parte, mi sembra evidente che ci siano state troppe ambiguità e troppa confusione in questo dibattito. Ho detto più volte che esistono delle criticità evidenti all'interno di questa proposta che devono essere analizzate nel merito da un punto di vista tecnico. Ad esempio», ha precisato Castaldo, «il passaggio dalla doppia maggioranza alla maggioranza singola nelle ristrutturazioni; la governance futura del Mes, l'asse che si sposta molto di più dalla Commissione verso il board del Mes, con un problema di legittimità democratica; le applicazioni e le interpretazioni che sono state fatte dalla Corte costituzionale tedesca ad esempio all'interno dell'ordinamento tedesco; così come un dibattito futuro importante su quello che sarà la valutazione prudenziale che potrebbe fare anche il board del Mes quanto alla sostenibilità dei singoli debiti e quindi le immaginabili conseguenze che questo potrebbe avere sui mercati. Domani (oggi, ndr) manterremo la linea», ha aggiunto Castaldo, «una linea salda, intelligente, legata al nostro interesse nazionale, legata a una volontà di rafforzare l'Unione economica e monetaria, ma di farlo in modo equo ed equilibrato. In questo senso sono sicuro che il dibattito che ci sarà in parlamento ci vedrà come forza tenace, costruttiva, sicuramente legata ad evidenziare le criticità, ma anche aperta a trovare una soluzione intelligente per il paese. Sono sicuro», ha concluso Castaldo, «quindi che i colleghi a livello nazionale non mancheranno di andare a profondere sforzi in questo senso». Verso il no, come detto, il senatore del M5s Gianluigi Paragone: «Stiamo stravolgendo il nostro programma elettorale», ha detto ieri Paragone, «al 90% il mio voto alla risoluzione sul Mes sarà negativo».
Carlo Tarallo
Miniguida alle Cac, le nuove clausole che facilitano la ristrutturazione
Molte delle problematicità del Mes, oltre a essere vere, sono purtroppo già presenti nel trattato vigente: anche non ratificando la riforma, rimarrebbero in piedi. Particolare attenzione destano le modifiche che verranno apportate alle cosiddette Cac.
Ecco perché è utile un prontuario.
Cosa sono le Cac?
L'acronimo sta per «clausole di azione collettiva»: si trovano nei regolamenti di emissione dei titoli di stato dei Paesi dell'eurozona con scadenza superiore a un anno.
Quando sono state introdotte e a che servono?
A partire dal 1° gennaio 2013. Disciplinano una cosa più unica che rara: la ristrutturazione del debito di uno Stato emesso nella sua valuta. Ovviamente in un nessun regolamento di emissione di un titolo di Stato del Giappone (in yen) o degli Usa (in dollari) o della Gran Bretagna (in sterline) troverete scritte delle cose simili.
Cosa vuol dire ristrutturare il debito?
Ridurre in parte il capitale da rimborsare o, meno di rado, ridurre gli interessi e/o posticipare i pagamenti dovuti rispetto alle scadenze pattuite.
Perché uno Stato sovrano non ha bisogno di Cac?
Perché è lui ad emettere la valuta in cui quel debito è denominato e lo fa attraverso la sua banca centrale, che rimane un'istituzione di quello Stato dedita appunto all'emissione della moneta.
Se si acquistano titoli di stato di altri Paesi sovrani non si corre quindi alcun rischio?
Nessuno. Chi acquista titoli di Stato di Giappone, Svizzera o Ungheria valuterà diverse tipologie di rischio: quello di cambio, quello di tasso (dovuto a eventuali aumenti), quello di inflazione. Tutte fattispecie che un qualsiasi obbligazionista è in grado di valutare e fronteggiare. Ma mai e poi mai potrà accadere che gli Usa non siano in grado di rimborsare per mancanza dei dollari che solo loro possono stampare.
Quindi uno Stato che contrae debito nella sua valuta non rischia il default?
Esattamente.
E perché uno Stato sovrano prende a prestito la propria moneta emettendo titoli se può stamparla liberamente?
È un'operazione di politica monetaria non fiscale. Nel prendere a prestito soldi dal settore privato a un dato interesse, lo Stato di fatto cerca di orientare la struttura dei tassi cui potranno adeguarsi banche, imprese e famiglie.
E perché sono andati in bancarotta stati importanti come ad esempio l'Argentina?
Perché avevano debiti contratti in dollari, che Buenos Aires non ha il diritto di stampare. L'Argentina al momento del default aveva un rapporto debito/Pil inferiore al 50%.
E perché la Russia sul finire degli anni novanta non ha rimborsato titoli emessi in rubli?
È stata una libera scelta. Ha compiuto un default selettivo decidendo di non rimborsare titoli in scadenza detenuti da investitori stranieri. Volendo difendere il cambio col dollaro e non volendosi privare di preziose riserve valutarie, la Russia ha in quel momento scelto di non pagare un suo titolo.
Come cambiano le Cac con la riforma del Mes, che le introdurrebbe a partire dal 2022?
Le vecchie Cac presuppongono che, qualora uno Stato intenda ristrutturare il suo debito, debba ottenere un accordo della maggioranza degli investitori. Gli Stati emettono debito in tante emissioni spezzettate: doveva quindi esserci una doppia maggioranza (dual limb) sia a livello di debito complessivo che in ciascuna singola emissione. Con le nuove Cac sarà sufficiente la sola maggioranza a livello complessivo (single limb).
Il nuovo Mes rende quindi più semplice per uno Stato ristrutturare il debito?
Una volta che lo Stato fosse «convinto» dal Mes a intraprendere questa strada per avere accesso alla linea di credito a condizioni rafforzate, con queste clausole sarà più facile ristrutturare il debito.
Cosa è la linea di credito a condizioni rafforzate?
È il credito che il Mes può erogare a quei Paesi - come l'Italia - non sono in linea con tutti i parametri. Per accedere dovranno sottoscrivere un'intesa col Mes affinché si attuino determinate azioni correttive. Fra queste può esserci, come in Grecia, il coinvolgimento del settore privato attraverso la ristrutturazione del debito.
Il Mes prevede espressamente la ristrutturazione del debito?
Lo prevedeva già prima di questa riforma. Le nuove Cac la faciliteranno.
Le Cac impediscono all'Italia o a un altro Paese di poter ridenominare il debito nella sua valuta in caso di uscita dall'euro?
No. Il debito verrebbe ridenominato nella nuova valuta in forza di legge. Perché ciò avvenga occorre che al debito si applichi la legge italiana. Le Cac sono clausole contrattuali che non possono sopraffare la legge: disciplinano le modalità con cui possono essere modificati i termini del contratto nel quadro legislativo vigente.
I prestiti erogati dal Mes a uno Stato nell'ambito della sua assistenza finanziaria possono rendere più problematica l'uscita dall'euro?
Si. Il Mes di fatto eroga fondi anche a condizione che la disciplina legale dei prestiti erogati sia diversa da quella dello Stato debitore. Il Mes ha sede in Lussemburgo, la cui disciplina è quella preferita in campo finanziario europeo.
Con l'intervento del Mes ad Atene si è impedita la Grexit?
Di fatto, sì. Con le operazioni di «salvataggio» dal 2011 al 2015 Mes e Fmi sono corse in soccorso di Atene prestandole soldi perché quest'ultima potesse rimborsare in anticipo i titoli di stato che impiombavano i portafogli delle banche francesi e tedesche. Il tutto mediante l'istituzione fra tanti organismi anche del Mes. E già dovremmo chiamare questi fondi col meno professionale «Fondi salva Loro» (sottinteso: le banche francesi e tedesche). Con in più un non secondario effetto tossico. Mentre i titoli di stato estinti anticipatamente erano disciplinati dalla legge ellenica (e quindi in caso di uscita dall'euro sarebbero stati ridenominati in dracme che Atene avrebbe potuto emettere ad libitum addebitando la svalutazione sul conto dei creditori), i nuovi debiti accesi dalla Grecia in queste operazioni di salvataggio - come documentato anche in uno studio dell'economista Marcello Minenna - sono invece disciplinati in legge estera. Quindi in caso di Grexit, Atene dovrà comunque rimborsare euro che non potrà ovviamente stampare come del resto già accade oggi.
Fabio Dragoni
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Per non ammettere la resa totale all'Ue, il Mef dice di aver spuntato modifiche minori. Ma per il portale del Fondo era tutto già previsto, a prescindere dalle richieste di Roma.Oggi la coalizione giallorossa si prepara ad approvare al Senato e alla Camera la risoluzione di maggioranza sul salva Stati. I dissidenti del M5s saranno al massimo un paio, gli altri cederanno alla fuffa di Giuseppi.Entrati in vigore già nel 2013, questi strumenti del Meccanismo saranno modificati in modo da rendere più facile un default controllato degli Stati che sottoscrivono il trattato.Lo speciale contiene tre articoliPovero Roberto Gualtieri! Tanto sforzo per costruire una narrazione, con giornalisti al seguito all'Eurogruppo, interviste televisive, racconti di negoziati estenuanti e trattative furibonde, conferenze stampa assertive, battute sferzanti sul «conto del Papeete», e poi - zac! - basta un piccolo clic sul sito del Mes (www.esm.europa.eu) per far afflosciare il soufflé. Procediamo con ordine. I nostri mainstream media hanno impiegato un pochino ad accorgersene, ma l'ultima riunione dei ministri delle Finanze Ue, la scorsa settimana, è stata mortificante per l'Italia. La Verità lo ha raccontato - senza alcun compiacimento - prima, durante e dopo il vertice, dando conto delle parole testuali del presidente dell'Eurogruppo, il portoghese Mario Centeno, il quale, con insolita durezza, era stato impietoso verso il governo di Roma, ribadendo ossessivamente tre messaggi. Primo: non c'è nessun rinvio della riforma del Mes, e la firma finale avverrà (esattamente come preventivato) nel primo trimestre del 2020. Secondo: rispetto alla riforma del Fondo, non si tocca una virgola dell'accordo politico raggiunto a giugno 2019 (quello avallato da Giovanni Tria il 13 giugno, senza una risoluzione parlamentare, e successivamente da Giuseppe Conte, contro la risoluzione parlamentare che nel frattempo era stata approvata il giorno 19 di quel mese). Terzo: rimane solo un piccolo margine (se ne discuterà ancora a gennaio) per qualche modifica di dettaglio alla legislazione sussidiaria.Vistosi perso su tutto il resto, il ministro Gualtieri si era tuffato su questo terzo punto. E, fino a trentasei ore fa, aveva veicolato sui media amici una versione dignitosa: quella di essere riuscito a strappare una modifica significativa di una di queste norme di dettaglio, quella relativa alle famigerate Cacs, le clausole di azione collettiva. Per carità: comunque niente per cui esaltarsi. Stiamo parlando di ciò che accadrebbe se l'Italia fosse costretta a ristrutturare il suo debito: insomma, giusto gli strumenti per capire a quale girone infernale saremmo destinati. Il solo fatto di discutere su questo piano, per un Paese fondatore dell'Ue, è una sconfitta incredibile: bisognerebbe rovesciare il tavolo ponendo il veto, non certo dare la sensazione (anche ai mercati) di predisporre gli addobbi per i nostri stessi funerali. Ma tant'è. Sta di fatto - tornando a Gualtieri - che però il titolare del Mef aveva accreditato la seguente versione. Mentre oggi, per ristrutturare, occorre sia un voto dei detentori di ogni serie di titoli emessi sia un voto complessivo (double limb), con la riforma basterebbe un unico voto complessivo (single limb), aggirando più facilmente eventuali minoranze di blocco. Dinanzi a questa prospettiva poco simpatica, cos'aveva escogitato Gualtieri? Raccontare di aver per lo meno ottenuto la possibilità di una subaggregazione dei titoli simili, con ciò esplorando la possibilità di coinvolgere nell'eventuale voto soltanto i relativi detentori. Insomma, nel disastro, almeno un modo per provare a limitare i danni. Ma che hanno fatto quei cattivoni del Mes? Hanno pubblicato nell'ambito delle Faq del sito (la sequenza di domande e risposte con cui il Fondo chiarisce il proprio funzionamento) che «the introduction of the single-limb Cacs does not change the current possibility for countries to use so-called sub-aggregation». Traduzione: l'introduzione delle clausole single limb non cambia la possibilità esistente per i Paesi di usare la cosiddetta subaggregazione. Avete capito bene: il Mes comunica che quello che Gualtieri racconta come l'esito di un braccio di ferro negoziale già esiste, e non cambia. Va peraltro segnalato che, per tutta la serata dell'altro ieri, il sito del Mes ha visto alcune pagine - proprio quelle relative alle Cacs - prima tolte (e rese per qualche tempo non accessibili) e poi ripubblicate. Naturalmente non mancherà chi tenterà di alimentare ulteriori leggende metropolitane (ad esempio, presunte richieste italiane di aggiornamento del materiale informativo a seguito delle fantomatiche «conquiste» di Gualtieri). Sembra tuttavia ben più probabile che, per dissipare ogni dubbio ed equivoco, il Mes stesso abbia voluto chiarire che all'Italia non è stata fatta alcuna concessione. Rendendo evidente a tutti che - per il Mes - ciò che Gualtieri andava veicolando come novità era in realtà un'ipotesi già esistente e invariata. Tra i primi ad accorgersene e a lanciare la doppia notizia (sia il gran movimento sulle pagine Internet del Mes sia la figuraccia di Gualtieri), il presidente della commissione Bilancio della Camera, il leghista Claudio Borghi, che ha commentato su Twitter: «Gualtieri non ha ottenuto nulla. Non cambia nulla! La cosa incredibile è che il M5s ci stava cascando». Dunque, al di là delle narrazioni di comodo, è il caso di concentrarsi sul punto di fondo, senza distrazioni e divagazioni. Con il vecchio Mes, la ristrutturazione del debito era considerata una circostanza eccezionale; con la riforma del Mes, invece, essa diventa un evento più probabile e ordinario, con tutte le devastanti conseguenze del caso. Per quale misteriosa ragione un Paese ad alto debito come l'Italia dovrebbe esporsi a questo rischio? Basterebbe mettere il veto. Operazione senza conseguenze, tra l'altro: perché resterebbe operativo l'attuale Mes, con le vecchie regole. Daniele Capezzone<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/pure-il-sito-del-mes-spiega-che-gualtieri-e-conte-non-hanno-ottenuto-niente-2641562782.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sara-un-pacchetto-progressivo-i-grillini-si-bevono-la-supercazzola" data-post-id="2641562782" data-published-at="1782028584" data-use-pagination="False"> Sarà un «pacchetto progressivo». I grillini si bevono la supercazzola L'accordo sul Mes c'è, o forse no, ma l'unica cosa certa è che tra Pd, M5s, Iv e Leu un'intesa è stata raggiunta: fino al prossimo 26 gennaio, ovvero fino a quando gli elettori di Emilia Romagna e Calabria andranno alle urne per eleggere i presidenti delle due regioni, il governo va messo al riparo. Dunque, alla fine del solito tira e molla, oggi la coalizione giallorossa dovrebbe approvare in maniera quasi compatta, al Senato e alla Camera, la risoluzione di maggioranza sul Mes che accompagnerà le comunicazioni del premier, Giuseppe Conte, in vista del Consiglio europeo di domani e dopodomani. Il «quasi» è riferito a alcuni senatori pentastellati, come Gianluigi Paragone, che molto probabilmente non voterà il testo della maggioranza, Stefano Lucidi, che certamente non lo voterà, Elio Lannutti e Mario Michele Giarrusso, critici verso la risoluzione. Il resto del M5s, salvo imprevisti, voterà la risoluzione messa a punto dal ministro Pd agli Affari europei, Enzo Amendola, e dal sottosegretario M5s Laura Agea; quest'ultima ieri ha riunito i capigruppo delle commissioni espressione della maggioranza, e ha seguito passo dopo passo la messa a punto del testo della risoluzione. «Il M5s», spiega alla Verità una fonte del Pd che ha lavorato sul testo, «ha chiesto con insistenza di sottolineare con chiarezza che per qualunque decisione dovrà essere consultato il Parlamento, e che si vada avanti con la logica di pacchetto. Entrambi i punti non sono mai stati in discussione». «Probabilmente», conferma alla Verità una fonte di governo pentastellata, «oltre a Paragone, solo Lucidi potrebbe votare contro. Abbiamo lavorato bene, il testo sarà snello, chiaro e conterrà i punti che stanno a cuore al M5s: logica di pacchetto, e pieno coinvolgimento del Parlamento». Il pacchetto potrebbe anche essere progressivo, vale a dire addio all'idea di votare insieme Mes, Unione bancaria e Bicc, che potrebbero quindi essere approvati dall'Eurogruppo uno dopo l'altro. In sostanza, il M5s dovrebbe essere protagonista di un ennesimo voltafaccia, approvando questa sorta di acrobazia dialettica che va contro tutto quello che è stato detto, annunciato e promesso fino a oggi, pur di non mollare le poltrone. Salvo colpi di scena, quindi, la risoluzione di maggioranza avrà il via libera sia alla Camera che al Senato, e del resto ieri pomeriggio l'ovazione che ha accolto il discorso di Luigi Di Maio ai senatori del M5s è stato un segnale molto preciso. Di Maio ha parlato di Mes, di manovra, ma soprattutto della nuova agenda di governo che si discuterà da gennaio. Ovazione che i senatori del M5s, si può facilmente immaginare, hanno riservato più che altro alla prospettiva di restare in carica per ancora qualche… mes. «A gennaio, come abbiamo letto dalla lettera del presidente dell'Eurogruppo, Mario Centeno», ha sottolineato Di Maio al termine della riunione con i senatori del M5s, «si faranno approfondimenti su alcune criticità del Mes. Ovviamente noi vogliamo inserire nella risoluzione tutte le tutele per cui il Parlamento, nelle prossime settimane, debba essere ulteriormente consultato in modo tale da dare una linea chiara al prossimo Eurogruppo e al prossimo Eurosummit. I senatori? Li ho trovati molto compatti», ha aggiunto Di Maio, «stiamo lavorando al meglio, quindi si va avanti così». Ottimista il ministro del Lavoro, Nunzia Catalfo, vicinissima a Di Maio: «Sulla risoluzione in parlamento sulla riforma del Mes», ha detto la Catalfo, «noi voteremo assolutamente compatti». Significatile le parole di Fabio Massimo Castaldo, vicepresidente M5s del Parlamento europeo: «What a Mes(s) (che casino)», ha scherzato ieri Castaldo, «qualcuno direbbe. Battute a parte, mi sembra evidente che ci siano state troppe ambiguità e troppa confusione in questo dibattito. Ho detto più volte che esistono delle criticità evidenti all'interno di questa proposta che devono essere analizzate nel merito da un punto di vista tecnico. Ad esempio», ha precisato Castaldo, «il passaggio dalla doppia maggioranza alla maggioranza singola nelle ristrutturazioni; la governance futura del Mes, l'asse che si sposta molto di più dalla Commissione verso il board del Mes, con un problema di legittimità democratica; le applicazioni e le interpretazioni che sono state fatte dalla Corte costituzionale tedesca ad esempio all'interno dell'ordinamento tedesco; così come un dibattito futuro importante su quello che sarà la valutazione prudenziale che potrebbe fare anche il board del Mes quanto alla sostenibilità dei singoli debiti e quindi le immaginabili conseguenze che questo potrebbe avere sui mercati. Domani (oggi, ndr) manterremo la linea», ha aggiunto Castaldo, «una linea salda, intelligente, legata al nostro interesse nazionale, legata a una volontà di rafforzare l'Unione economica e monetaria, ma di farlo in modo equo ed equilibrato. In questo senso sono sicuro che il dibattito che ci sarà in parlamento ci vedrà come forza tenace, costruttiva, sicuramente legata ad evidenziare le criticità, ma anche aperta a trovare una soluzione intelligente per il paese. Sono sicuro», ha concluso Castaldo, «quindi che i colleghi a livello nazionale non mancheranno di andare a profondere sforzi in questo senso». Verso il no, come detto, il senatore del M5s Gianluigi Paragone: «Stiamo stravolgendo il nostro programma elettorale», ha detto ieri Paragone, «al 90% il mio voto alla risoluzione sul Mes sarà negativo». Carlo Tarallo <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/pure-il-sito-del-mes-spiega-che-gualtieri-e-conte-non-hanno-ottenuto-niente-2641562782.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="miniguida-alle-cac-le-nuove-clausole-che-facilitano-la-ristrutturazione" data-post-id="2641562782" data-published-at="1782028584" data-use-pagination="False"> Miniguida alle Cac, le nuove clausole che facilitano la ristrutturazione Molte delle problematicità del Mes, oltre a essere vere, sono purtroppo già presenti nel trattato vigente: anche non ratificando la riforma, rimarrebbero in piedi. Particolare attenzione destano le modifiche che verranno apportate alle cosiddette Cac. Ecco perché è utile un prontuario. Cosa sono le Cac? L'acronimo sta per «clausole di azione collettiva»: si trovano nei regolamenti di emissione dei titoli di stato dei Paesi dell'eurozona con scadenza superiore a un anno. Quando sono state introdotte e a che servono? A partire dal 1° gennaio 2013. Disciplinano una cosa più unica che rara: la ristrutturazione del debito di uno Stato emesso nella sua valuta. Ovviamente in un nessun regolamento di emissione di un titolo di Stato del Giappone (in yen) o degli Usa (in dollari) o della Gran Bretagna (in sterline) troverete scritte delle cose simili. Cosa vuol dire ristrutturare il debito? Ridurre in parte il capitale da rimborsare o, meno di rado, ridurre gli interessi e/o posticipare i pagamenti dovuti rispetto alle scadenze pattuite. Perché uno Stato sovrano non ha bisogno di Cac? Perché è lui ad emettere la valuta in cui quel debito è denominato e lo fa attraverso la sua banca centrale, che rimane un'istituzione di quello Stato dedita appunto all'emissione della moneta. Se si acquistano titoli di stato di altri Paesi sovrani non si corre quindi alcun rischio? Nessuno. Chi acquista titoli di Stato di Giappone, Svizzera o Ungheria valuterà diverse tipologie di rischio: quello di cambio, quello di tasso (dovuto a eventuali aumenti), quello di inflazione. Tutte fattispecie che un qualsiasi obbligazionista è in grado di valutare e fronteggiare. Ma mai e poi mai potrà accadere che gli Usa non siano in grado di rimborsare per mancanza dei dollari che solo loro possono stampare. Quindi uno Stato che contrae debito nella sua valuta non rischia il default? Esattamente. E perché uno Stato sovrano prende a prestito la propria moneta emettendo titoli se può stamparla liberamente? È un'operazione di politica monetaria non fiscale. Nel prendere a prestito soldi dal settore privato a un dato interesse, lo Stato di fatto cerca di orientare la struttura dei tassi cui potranno adeguarsi banche, imprese e famiglie. E perché sono andati in bancarotta stati importanti come ad esempio l'Argentina? Perché avevano debiti contratti in dollari, che Buenos Aires non ha il diritto di stampare. L'Argentina al momento del default aveva un rapporto debito/Pil inferiore al 50%. E perché la Russia sul finire degli anni novanta non ha rimborsato titoli emessi in rubli? È stata una libera scelta. Ha compiuto un default selettivo decidendo di non rimborsare titoli in scadenza detenuti da investitori stranieri. Volendo difendere il cambio col dollaro e non volendosi privare di preziose riserve valutarie, la Russia ha in quel momento scelto di non pagare un suo titolo. Come cambiano le Cac con la riforma del Mes, che le introdurrebbe a partire dal 2022? Le vecchie Cac presuppongono che, qualora uno Stato intenda ristrutturare il suo debito, debba ottenere un accordo della maggioranza degli investitori. Gli Stati emettono debito in tante emissioni spezzettate: doveva quindi esserci una doppia maggioranza (dual limb) sia a livello di debito complessivo che in ciascuna singola emissione. Con le nuove Cac sarà sufficiente la sola maggioranza a livello complessivo (single limb). Il nuovo Mes rende quindi più semplice per uno Stato ristrutturare il debito? Una volta che lo Stato fosse «convinto» dal Mes a intraprendere questa strada per avere accesso alla linea di credito a condizioni rafforzate, con queste clausole sarà più facile ristrutturare il debito. Cosa è la linea di credito a condizioni rafforzate? È il credito che il Mes può erogare a quei Paesi - come l'Italia - non sono in linea con tutti i parametri. Per accedere dovranno sottoscrivere un'intesa col Mes affinché si attuino determinate azioni correttive. Fra queste può esserci, come in Grecia, il coinvolgimento del settore privato attraverso la ristrutturazione del debito. Il Mes prevede espressamente la ristrutturazione del debito? Lo prevedeva già prima di questa riforma. Le nuove Cac la faciliteranno. Le Cac impediscono all'Italia o a un altro Paese di poter ridenominare il debito nella sua valuta in caso di uscita dall'euro? No. Il debito verrebbe ridenominato nella nuova valuta in forza di legge. Perché ciò avvenga occorre che al debito si applichi la legge italiana. Le Cac sono clausole contrattuali che non possono sopraffare la legge: disciplinano le modalità con cui possono essere modificati i termini del contratto nel quadro legislativo vigente. I prestiti erogati dal Mes a uno Stato nell'ambito della sua assistenza finanziaria possono rendere più problematica l'uscita dall'euro? Si. Il Mes di fatto eroga fondi anche a condizione che la disciplina legale dei prestiti erogati sia diversa da quella dello Stato debitore. Il Mes ha sede in Lussemburgo, la cui disciplina è quella preferita in campo finanziario europeo. Con l'intervento del Mes ad Atene si è impedita la Grexit? Di fatto, sì. Con le operazioni di «salvataggio» dal 2011 al 2015 Mes e Fmi sono corse in soccorso di Atene prestandole soldi perché quest'ultima potesse rimborsare in anticipo i titoli di stato che impiombavano i portafogli delle banche francesi e tedesche. Il tutto mediante l'istituzione fra tanti organismi anche del Mes. E già dovremmo chiamare questi fondi col meno professionale «Fondi salva Loro» (sottinteso: le banche francesi e tedesche). Con in più un non secondario effetto tossico. Mentre i titoli di stato estinti anticipatamente erano disciplinati dalla legge ellenica (e quindi in caso di uscita dall'euro sarebbero stati ridenominati in dracme che Atene avrebbe potuto emettere ad libitum addebitando la svalutazione sul conto dei creditori), i nuovi debiti accesi dalla Grecia in queste operazioni di salvataggio - come documentato anche in uno studio dell'economista Marcello Minenna - sono invece disciplinati in legge estera. Quindi in caso di Grexit, Atene dovrà comunque rimborsare euro che non potrà ovviamente stampare come del resto già accade oggi. Fabio Dragoni
Guido George Lombardi, consigliere di Trump (Getty Images)
Lombardi ha poco tempo, ma ci tiene a chiarire una questione, fondamentale per provare a comprendere l’attacco senza precedenti del presidente americano: «C’è stato un momento decisivo nel cambiamento di Trump: il suo rientro dalla Cina». Un vero e proprio punto di non ritorno: «Ha cambiato attitudine per quanto riguarda l’Iran. Probabilmente c’è stato un momento di stress molto forte, che sta durando ancora». Possibile, certo. Ma, gli chiediamo, dovuto a cosa? «Lo conosco da tanto tempo e posso dire che forse Donald è stressato per il troppo lavoro, oppure per i troppi viaggi senza dormire. Non lo so con precisione, però si vede che è stressato». Non è solamente una questione fisica o di stanchezza. «Certamente», prosegue Lombardi, «un po’ di questo stress è dovuto alla difficoltà nei negoziati con Teheran, un altro po’ alle resistenze che Trump ha dovuto accettare nel corso della fase iniziale della guerra all’Iran, come per esempio la mancanza di appoggio dei Paesi europei e la chiusura delle basi, che sono della Nato, e quindi non sono veramente a disposizione dei governi». L’indipendenza della Meloni in politica estera e, in particolare, la decisione di non voler concedere le basi agli americani avrebbero quindi deluso Trump. O meglio: lo avrebbe fatto sentire tradito: «E purtroppo andrà avanti per un po’, anche se dovremmo riuscire a risolvere anche questa situazione», conclude Lombardi.
Non sarà facile, però. Del resto, lo stesso manager italoamericano non sa che dire («mi dispiace moltissimo, perché neanche io, che ho sempre cercato di difendere Donald, oggi proprio non trovo le parole»). Ma poi le trova e pensa che il presidente americano abbia commesso degli errori. Come, per esempio, «parlare direttamente con un giornalista, invece di affidarsi al suo ufficio stampa, o ancora meglio al ministro degli Esteri, Marco Rubio». A tal proposito, con un certo orgoglio, ci manda una sua foto insieme al segretario di Stato: «È di 16 anni fa», chiosa l’imprenditore, mentre ci manda altri scatti insieme a Santiago Abascal, Javier Milei e il presidente della commissione Esteri del Congresso americano, Brian Mast, che sta andando a incontrare.
Già il giorno in cui erano state diffuse le parole del tycoon, Lombardi aveva pubblicato una nota in cui diceva: «Posso capire i commenti di Trump riguardo l’eccessiva immigrazione clandestina nei Paesi europei, ma c’era di peggio sotto Obama e Biden. Io, invece, rimango sempre coerente con i nostri valori conservatori, condivisi con la nostra coalizione di governo. Quante volte, in passato, sono stato con Umberto Bossi o con il grande Silvio Berlusconi ad Arcore o a Gemonio. Sono fedele alle nostre tradizioni di libertà e rispetto per il prossimo e per le istituzioni». E poi quella che sembra una chiara presa di posizione: «Resto un sincero, e sopratutto un leale, ammiratore della nostra eccezionale presidente del Consiglio, Giorgia Meloni».
L’aereo è ormai in volo. Lombardi ci manda un audio, con il vociare dei passeggeri in sottofondo. E aggiunge una promessa: «Continuiamo tra due giorni. Ma per l’Italia il futuro resta roseo». Non è certo facile immaginarlo oggi, almeno per quanto riguarda i rapporti tra il nostro Paese e gli Stati Uniti. Ma, precisa il businessman prima di congedarsi, «le imprese americane e quelle del Golfo sono entusiaste del lavoro italiano e di quello del governo Meloni». È arrivato il momento di di salutarsi. Un’ultima frase: «Ci saranno tante sorprese». Un saluto in perfetto stile trumpiano, che appare come il trailer di un film che sta per arrivare sul grande schermo della politica. Anche se per Lombardi il peggio è passato. E spera che i rapporti tra Italia e Stati Uniti tornino alla normalità. Chissà. Tutto dipende dal suo dirimpettaio.
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Volodymyr Zelensky (Ansa)
Alla base della decisione vi è la scelta di Zelensky di intitolare un’unità delle forze speciali agli «eroi dell’Upa», ossia l’Esercito insurrezionale ucraino che durante la Seconda guerra mondiale combatté per l’indipendenza del Paese ma che, in Polonia, è ricordato soprattutto per i massacri di decine di migliaia di civili polacchi in Volinia e Galizia orientale tra il 1943 e il 1945.
Storico di formazione, da anni impegnato nella valorizzazione della memoria delle vittime polacche del nazionalsocialismo e del comunismo, Nawrocki ci ha tenuto a precisare che la sua decisione non rappresenta un cambiamento della linea strategica polacca sulla guerra russo-ucraina, ma ha sostenuto che «i polacchi non devono tradire con il silenzio i sacrifici dei loro antenati». Il capo dello Stato ha inoltre affermato che «intitolare una delle unità militari ucraine ai criminali dell’Upa ha un significato che va ben oltre gli affari interni dell’Ucraina».
La replica di Kiev non si è fatta attendere. Zelensky ha ricordato che «l’Ucraina è grata al popolo polacco per il sostegno e la cooperazione» ricevuti dall’inizio dell’invasione russa, ma ha annunciato la restituzione dell’onorificenza, che comunque non considerava come un titolo personale: «Credevamo che l’Ordine dell’aquila bianca, assegnato nel 2023, fosse destinato al popolo ucraino e al nostro esercito, o così almeno ci era stato detto». La polemica è stata ulteriormente alimentata da alcuni alti funzionari ucraini, tra cui il ministro degli Esteri, Andrij Sybiha, il capo dell’intelligence militare, Kyrylo Budanov, e l’ambasciatore a Varsavia, Vasyl Bodnar, che hanno deciso di rinunciare a loro volta alle decorazioni ricevute dalla Polonia. Budanov, in particolare, ha definito la scelta di Nawrocki «un regalo all’aggressore moscovita» e ha ricordato polemicamente che l’onorificenza non era stata revocata neanche a Benito Mussolini.
Proprio la storia dell’Ordine dell’aquila bianca, in effetti, costituisce uno degli aspetti più curiosi della vicenda. Istituita nel 1705, la decorazione è stata assegnata nel corso dei secoli a personalità eminenti come papa Giovanni Paolo II, al leader di Solidarnosc, Lech Walesa, e all’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder, noto per i suoi stretti rapporti con Vladimir Putin. Ma anche, appunto, allo stesso Mussolini. Come precisa Politico, la revoca decisa da Nawrocki rappresenta un caso senza precedenti, poiché l’onorificenza non era mai stata ritirata in modo permanente a nessun destinatario. Non a caso, Zelensky ha osservato che, se si ritiene che «tale riconoscimento possa continuare a essere associato a figure come Caterina II, Mussolini e Schröder, allora noi ucraini non abbiamo nulla da eccepire».
A cercare di contenere l’escalation è stato il premier polacco Donald Tusk, avversario politico di Nawrocki, che nelle scorse settimane aveva invitato le parti a evitare uno scontro pubblico. Come osserva sempre Politico, tuttavia, la disputa sull’Upa si inserisce in un quadro più ampio di progressivo raffreddamento dei rapporti tra Varsavia e Kiev. Oltre alle controversie storiche, infatti, pesano le tensioni legate ai rifugiati ucraini, alle proteste degli agricoltori polacchi contro le importazioni agricole provenienti dall’Ucraina e alle discussioni sulle conseguenze di una futura adesione di Kiev all’Unione europea.
La crisi diplomatica, peraltro, arriva mentre sul terreno continuano i combattimenti e i tentativi di rilanciare i negoziati faticano a produrre risultati concreti. Nella notte tra venerdì e sabato la Russia ha lanciato un nuovo attacco contro Kharkiv, la seconda città dell’Ucraina. Secondo le autorità locali, le bombe hanno colpito il quartiere di Kholodnohirsky provocando almeno cinque vittime civili, tra cui un bambino, e alcune persone potrebbero trovarsi ancora sotto le macerie.
Malgrado tutto, però, Donald Trump ha ribadito il proprio ottimismo sulla possibilità di porre fine al conflitto. Prima di partire per Camp David, il presidente americano ha dichiarato di aver «risolto otto guerre» e di ritenere che anche quella tra Russia e Ucraina possa essere risolta. In un’intervista ad Axios, Trump è inoltre tornato a criticare l’espulsione della Russia dal G8, sostenendo che si sia trattato di «un errore» e che, se Mosca fosse rimasta nel gruppo, «probabilmente non ci sarebbe stata la guerra tra Russia e Ucraina».
Eppure, nonostante l’ottimismo professato da Trump, proseguono senza sosta anche gli attacchi reciproci lontano dalla linea del fronte. Il sindaco di Mosca, Sergej Sobjanin, ha per esempio annunciato che la difesa aerea russa ha abbattuto due droni diretti verso la capitale. Tanto che il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, Dmitrij Medvedev, ha dichiarato che ormai «non esistono più regole» nei confronti del «regime neonazista di Kiev». I negoziati, insomma, appaiono ancora lontani.
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Giorgia Meloni (Ansa). Nel riquadro post pubblicato sul social Truth da Donald Trump
Trump è tornato a criticarla, questa volta con un post su Truth. «Meloni ha chiesto, ripetutamente, di fare una foto con me durante il vertice del G7 in Francia» ha ribadito. «Sta andando male in Italia in termini di popolarità, forse perché ha rifiutato gli Stati Uniti d’America, un Paese che davvero ama e protegge l’Italia, quando si è trattato di impedire all’Iran di ottenere o sviluppare un’arma nucleare (ma anche la Nato ha fatto lo stesso!). Non ci ha neppure permesso di utilizzare le piste o le basi aeree italiane, creando un grande problema logistico, e questo nonostante gli Stati Uniti contribuiscano con centinaia di miliardi di dollari all’anno per proteggere l’Italia e gli altri cosiddetti alleati della Nato», ha insistito. «Ora, dopo che gli Stati Uniti hanno sconfitto militarmente l’Iran, vuole tornare a essere amica per far risalire i suoi numeri. No grazie!!!».
Un messaggio con un (forse voluto) refuso, in cui invece di scrivere Giorgia, scrive «Gigiorgia». Un infantilismo tipico di chi ha evidenti accenni di demenza senile. Peggiore di quella di Biden, che almeno se ne andava per prati e Truth non lo sapeva utilizzare. Trump, che è convinto di aver sconfitto militarmente l’Iran, sta collezionando una figuraccia dopo l’altra, una figura pessima davanti al mondo, uno spettacolo da asilo nido. A bloccare tutto, almeno dal canto su, ci pensa Meloni, che scrive: «Non tornerò sull’argomento, perché credo ancora nell’unità dell’Occidente e non credo che questo sia uno spettacolo all’altezza del nostro compito».
Prima però ha risposto con una frecciata sanguinosissima: «Presidente Trump, questi continui e gratuiti attacchi sono privi di senso. Quanto alla mia popolarità, esserti amica non mi ha certamente aiutata, né dipende dal mio rapporto con te. La mia popolarità dipende dalla mia capacità di difendere l’interesse nazionale italiano, ed è esattamente quello che ho sempre fatto. È quello che ho fatto anche riguardo alle basi militari americane in Italia. Il loro utilizzo è regolato da accordi che abbiamo sempre rispettato, e che non possono essere violati finché sarò presidente del Consiglio. L’Italia è ancora una nazione sovrana. In ogni caso, la mia popolarità non ti riguarda. Ti suggerirei di concentrarti sulla tua».
Resta unanime il coro a sostegno del premier. Il vicepremier Matteo Salvini si schiera senza indugio: «Litigare con gli alleati non è utile, lo dico dal punto di vista della presidenza americana. L’Italia è un Paese alleato responsabile, sempre presente e generoso. Nessuno può mettere in discussione i buoni rapporti fra Italia e Stati Uniti, sicuramente c’è un problema in questo momento perché, ribadisco, chi attacca il nostro presidente del Consiglio attacca tutto il governo e tutto il Paese. Tuttavia, questo non può e non deve mettere in discussione i buoni rapporti e le relazioni diplomatiche e commerciali fra Italia e Stati Uniti, che prescindono dal presidente attuale o dal presidente futuro». Lo ha detto a margine delle primarie del partito per la scelta del candidato sindaco di Milano, e sul nuovo botta e risposta ha commentato: «È chiaro che sono parole gratuite, inutili, sgradevoli, però non c’è una guerra fra Italia e Stati Uniti, ci sono già troppe guerre e spero che gliUsa ci aiutino a porre fine ad alcune di queste guerre, visto che anche in Iran mi sembra che le cose non stiano andando benissimo. Mentre in Iran, in Libano, in Israele, in Ucraina e in Russia si continua a sparare, ritengo che la più importante potenza mondiale debba rivolgere le sue attenzioni a questi fronti di guerra e non ad altro». Il movimento 5 stelle coglie l’occasione per attaccare il premier: «Lo scontro di oggi non è contro un leader che alza la testa, ma è un richiamo all’ordine verso chi ha sempre obbedito senza fiatare, assumendo impegni insostenibili per il popolo italiano. Chi ha ridotto l’Italia così non la rimetterà in piedi di certo. Tocca a noi», scrive Giuseppe Conte, «Risparmiateci la favoletta del governo Meloni che tutela l’Italia con la schiena dritta. La premier si guardi allo specchio». A sinistra, nel Pd, c’è chi pensa al complotto: «Mi pare evidente che, con i suoi attacchi sconsiderati e arroganti a Meloni, Trump stia provando a tutti i costi a far vincere la destra al governo alle prossime elezioni. Ma ti abbiamo sgamato, mascherina» ha scritto il senatore Filippo Sensi.
Francesco Boccia, capogruppo del Pd al Senato è più istituzionale: «Per qualsiasi italiano la reazione immediata è la difesa della dignità delle nostre istituzioni» dichiara, ma sottolinea anche Meloni ha puntato su un rapporto personale con Trump che «non ha rafforzato il peso dell’Italia».
Livello bassissimo per Matteo Renzi, che non attacca e non difende, ma si limita a dire: «Bei tempi quando il G7 ospitava discussioni politiche e non litigi da asilo». Ahhh quando c’era lui…
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