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2019-12-11
Pure il sito del Mes spiega che Gualtieri e Conte non hanno ottenuto niente
Ansa
Povero Roberto Gualtieri! Tanto sforzo per costruire una narrazione, con giornalisti al seguito all'Eurogruppo, interviste televisive, racconti di negoziati estenuanti e trattative furibonde, conferenze stampa assertive, battute sferzanti sul «conto del Papeete», e poi - zac! - basta un piccolo clic sul sito del Mes (www.esm.europa.eu) per far afflosciare il soufflé.
Procediamo con ordine. I nostri mainstream media hanno impiegato un pochino ad accorgersene, ma l'ultima riunione dei ministri delle Finanze Ue, la scorsa settimana, è stata mortificante per l'Italia. La Verità lo ha raccontato - senza alcun compiacimento - prima, durante e dopo il vertice, dando conto delle parole testuali del presidente dell'Eurogruppo, il portoghese Mario Centeno, il quale, con insolita durezza, era stato impietoso verso il governo di Roma, ribadendo ossessivamente tre messaggi.
Primo: non c'è nessun rinvio della riforma del Mes, e la firma finale avverrà (esattamente come preventivato) nel primo trimestre del 2020. Secondo: rispetto alla riforma del Fondo, non si tocca una virgola dell'accordo politico raggiunto a giugno 2019 (quello avallato da Giovanni Tria il 13 giugno, senza una risoluzione parlamentare, e successivamente da Giuseppe Conte, contro la risoluzione parlamentare che nel frattempo era stata approvata il giorno 19 di quel mese). Terzo: rimane solo un piccolo margine (se ne discuterà ancora a gennaio) per qualche modifica di dettaglio alla legislazione sussidiaria.
Vistosi perso su tutto il resto, il ministro Gualtieri si era tuffato su questo terzo punto. E, fino a trentasei ore fa, aveva veicolato sui media amici una versione dignitosa: quella di essere riuscito a strappare una modifica significativa di una di queste norme di dettaglio, quella relativa alle famigerate Cacs, le clausole di azione collettiva. Per carità: comunque niente per cui esaltarsi. Stiamo parlando di ciò che accadrebbe se l'Italia fosse costretta a ristrutturare il suo debito: insomma, giusto gli strumenti per capire a quale girone infernale saremmo destinati. Il solo fatto di discutere su questo piano, per un Paese fondatore dell'Ue, è una sconfitta incredibile: bisognerebbe rovesciare il tavolo ponendo il veto, non certo dare la sensazione (anche ai mercati) di predisporre gli addobbi per i nostri stessi funerali. Ma tant'è.
Sta di fatto - tornando a Gualtieri - che però il titolare del Mef aveva accreditato la seguente versione. Mentre oggi, per ristrutturare, occorre sia un voto dei detentori di ogni serie di titoli emessi sia un voto complessivo (double limb), con la riforma basterebbe un unico voto complessivo (single limb), aggirando più facilmente eventuali minoranze di blocco. Dinanzi a questa prospettiva poco simpatica, cos'aveva escogitato Gualtieri? Raccontare di aver per lo meno ottenuto la possibilità di una subaggregazione dei titoli simili, con ciò esplorando la possibilità di coinvolgere nell'eventuale voto soltanto i relativi detentori. Insomma, nel disastro, almeno un modo per provare a limitare i danni.
Ma che hanno fatto quei cattivoni del Mes? Hanno pubblicato nell'ambito delle Faq del sito (la sequenza di domande e risposte con cui il Fondo chiarisce il proprio funzionamento) che «the introduction of the single-limb Cacs does not change the current possibility for countries to use so-called sub-aggregation». Traduzione: l'introduzione delle clausole single limb non cambia la possibilità esistente per i Paesi di usare la cosiddetta subaggregazione. Avete capito bene: il Mes comunica che quello che Gualtieri racconta come l'esito di un braccio di ferro negoziale già esiste, e non cambia.
Va peraltro segnalato che, per tutta la serata dell'altro ieri, il sito del Mes ha visto alcune pagine - proprio quelle relative alle Cacs - prima tolte (e rese per qualche tempo non accessibili) e poi ripubblicate. Naturalmente non mancherà chi tenterà di alimentare ulteriori leggende metropolitane (ad esempio, presunte richieste italiane di aggiornamento del materiale informativo a seguito delle fantomatiche «conquiste» di Gualtieri). Sembra tuttavia ben più probabile che, per dissipare ogni dubbio ed equivoco, il Mes stesso abbia voluto chiarire che all'Italia non è stata fatta alcuna concessione. Rendendo evidente a tutti che - per il Mes - ciò che Gualtieri andava veicolando come novità era in realtà un'ipotesi già esistente e invariata.
Tra i primi ad accorgersene e a lanciare la doppia notizia (sia il gran movimento sulle pagine Internet del Mes sia la figuraccia di Gualtieri), il presidente della commissione Bilancio della Camera, il leghista Claudio Borghi, che ha commentato su Twitter: «Gualtieri non ha ottenuto nulla. Non cambia nulla! La cosa incredibile è che il M5s ci stava cascando». Dunque, al di là delle narrazioni di comodo, è il caso di concentrarsi sul punto di fondo, senza distrazioni e divagazioni.
Con il vecchio Mes, la ristrutturazione del debito era considerata una circostanza eccezionale; con la riforma del Mes, invece, essa diventa un evento più probabile e ordinario, con tutte le devastanti conseguenze del caso. Per quale misteriosa ragione un Paese ad alto debito come l'Italia dovrebbe esporsi a questo rischio? Basterebbe mettere il veto. Operazione senza conseguenze, tra l'altro: perché resterebbe operativo l'attuale Mes, con le vecchie regole.
Daniele Capezzone
Sarà un «pacchetto progressivo». I grillini si bevono la supercazzola
L'accordo sul Mes c'è, o forse no, ma l'unica cosa certa è che tra Pd, M5s, Iv e Leu un'intesa è stata raggiunta: fino al prossimo 26 gennaio, ovvero fino a quando gli elettori di Emilia Romagna e Calabria andranno alle urne per eleggere i presidenti delle due regioni, il governo va messo al riparo.
Dunque, alla fine del solito tira e molla, oggi la coalizione giallorossa dovrebbe approvare in maniera quasi compatta, al Senato e alla Camera, la risoluzione di maggioranza sul Mes che accompagnerà le comunicazioni del premier, Giuseppe Conte, in vista del Consiglio europeo di domani e dopodomani. Il «quasi» è riferito a alcuni senatori pentastellati, come Gianluigi Paragone, che molto probabilmente non voterà il testo della maggioranza, Stefano Lucidi, che certamente non lo voterà, Elio Lannutti e Mario Michele Giarrusso, critici verso la risoluzione.
Il resto del M5s, salvo imprevisti, voterà la risoluzione messa a punto dal ministro Pd agli Affari europei, Enzo Amendola, e dal sottosegretario M5s Laura Agea; quest'ultima ieri ha riunito i capigruppo delle commissioni espressione della maggioranza, e ha seguito passo dopo passo la messa a punto del testo della risoluzione. «Il M5s», spiega alla Verità una fonte del Pd che ha lavorato sul testo, «ha chiesto con insistenza di sottolineare con chiarezza che per qualunque decisione dovrà essere consultato il Parlamento, e che si vada avanti con la logica di pacchetto. Entrambi i punti non sono mai stati in discussione».
«Probabilmente», conferma alla Verità una fonte di governo pentastellata, «oltre a Paragone, solo Lucidi potrebbe votare contro. Abbiamo lavorato bene, il testo sarà snello, chiaro e conterrà i punti che stanno a cuore al M5s: logica di pacchetto, e pieno coinvolgimento del Parlamento». Il pacchetto potrebbe anche essere progressivo, vale a dire addio all'idea di votare insieme Mes, Unione bancaria e Bicc, che potrebbero quindi essere approvati dall'Eurogruppo uno dopo l'altro. In sostanza, il M5s dovrebbe essere protagonista di un ennesimo voltafaccia, approvando questa sorta di acrobazia dialettica che va contro tutto quello che è stato detto, annunciato e promesso fino a oggi, pur di non mollare le poltrone.
Salvo colpi di scena, quindi, la risoluzione di maggioranza avrà il via libera sia alla Camera che al Senato, e del resto ieri pomeriggio l'ovazione che ha accolto il discorso di Luigi Di Maio ai senatori del M5s è stato un segnale molto preciso. Di Maio ha parlato di Mes, di manovra, ma soprattutto della nuova agenda di governo che si discuterà da gennaio. Ovazione che i senatori del M5s, si può facilmente immaginare, hanno riservato più che altro alla prospettiva di restare in carica per ancora qualche… mes.
«A gennaio, come abbiamo letto dalla lettera del presidente dell'Eurogruppo, Mario Centeno», ha sottolineato Di Maio al termine della riunione con i senatori del M5s, «si faranno approfondimenti su alcune criticità del Mes. Ovviamente noi vogliamo inserire nella risoluzione tutte le tutele per cui il Parlamento, nelle prossime settimane, debba essere ulteriormente consultato in modo tale da dare una linea chiara al prossimo Eurogruppo e al prossimo Eurosummit. I senatori? Li ho trovati molto compatti», ha aggiunto Di Maio, «stiamo lavorando al meglio, quindi si va avanti così».
Ottimista il ministro del Lavoro, Nunzia Catalfo, vicinissima a Di Maio: «Sulla risoluzione in parlamento sulla riforma del Mes», ha detto la Catalfo, «noi voteremo assolutamente compatti». Significatile le parole di Fabio Massimo Castaldo, vicepresidente M5s del Parlamento europeo: «What a Mes(s) (che casino)», ha scherzato ieri Castaldo, «qualcuno direbbe. Battute a parte, mi sembra evidente che ci siano state troppe ambiguità e troppa confusione in questo dibattito. Ho detto più volte che esistono delle criticità evidenti all'interno di questa proposta che devono essere analizzate nel merito da un punto di vista tecnico. Ad esempio», ha precisato Castaldo, «il passaggio dalla doppia maggioranza alla maggioranza singola nelle ristrutturazioni; la governance futura del Mes, l'asse che si sposta molto di più dalla Commissione verso il board del Mes, con un problema di legittimità democratica; le applicazioni e le interpretazioni che sono state fatte dalla Corte costituzionale tedesca ad esempio all'interno dell'ordinamento tedesco; così come un dibattito futuro importante su quello che sarà la valutazione prudenziale che potrebbe fare anche il board del Mes quanto alla sostenibilità dei singoli debiti e quindi le immaginabili conseguenze che questo potrebbe avere sui mercati. Domani (oggi, ndr) manterremo la linea», ha aggiunto Castaldo, «una linea salda, intelligente, legata al nostro interesse nazionale, legata a una volontà di rafforzare l'Unione economica e monetaria, ma di farlo in modo equo ed equilibrato. In questo senso sono sicuro che il dibattito che ci sarà in parlamento ci vedrà come forza tenace, costruttiva, sicuramente legata ad evidenziare le criticità, ma anche aperta a trovare una soluzione intelligente per il paese. Sono sicuro», ha concluso Castaldo, «quindi che i colleghi a livello nazionale non mancheranno di andare a profondere sforzi in questo senso». Verso il no, come detto, il senatore del M5s Gianluigi Paragone: «Stiamo stravolgendo il nostro programma elettorale», ha detto ieri Paragone, «al 90% il mio voto alla risoluzione sul Mes sarà negativo».
Carlo Tarallo
Miniguida alle Cac, le nuove clausole che facilitano la ristrutturazione
Molte delle problematicità del Mes, oltre a essere vere, sono purtroppo già presenti nel trattato vigente: anche non ratificando la riforma, rimarrebbero in piedi. Particolare attenzione destano le modifiche che verranno apportate alle cosiddette Cac.
Ecco perché è utile un prontuario.
Cosa sono le Cac?
L'acronimo sta per «clausole di azione collettiva»: si trovano nei regolamenti di emissione dei titoli di stato dei Paesi dell'eurozona con scadenza superiore a un anno.
Quando sono state introdotte e a che servono?
A partire dal 1° gennaio 2013. Disciplinano una cosa più unica che rara: la ristrutturazione del debito di uno Stato emesso nella sua valuta. Ovviamente in un nessun regolamento di emissione di un titolo di Stato del Giappone (in yen) o degli Usa (in dollari) o della Gran Bretagna (in sterline) troverete scritte delle cose simili.
Cosa vuol dire ristrutturare il debito?
Ridurre in parte il capitale da rimborsare o, meno di rado, ridurre gli interessi e/o posticipare i pagamenti dovuti rispetto alle scadenze pattuite.
Perché uno Stato sovrano non ha bisogno di Cac?
Perché è lui ad emettere la valuta in cui quel debito è denominato e lo fa attraverso la sua banca centrale, che rimane un'istituzione di quello Stato dedita appunto all'emissione della moneta.
Se si acquistano titoli di stato di altri Paesi sovrani non si corre quindi alcun rischio?
Nessuno. Chi acquista titoli di Stato di Giappone, Svizzera o Ungheria valuterà diverse tipologie di rischio: quello di cambio, quello di tasso (dovuto a eventuali aumenti), quello di inflazione. Tutte fattispecie che un qualsiasi obbligazionista è in grado di valutare e fronteggiare. Ma mai e poi mai potrà accadere che gli Usa non siano in grado di rimborsare per mancanza dei dollari che solo loro possono stampare.
Quindi uno Stato che contrae debito nella sua valuta non rischia il default?
Esattamente.
E perché uno Stato sovrano prende a prestito la propria moneta emettendo titoli se può stamparla liberamente?
È un'operazione di politica monetaria non fiscale. Nel prendere a prestito soldi dal settore privato a un dato interesse, lo Stato di fatto cerca di orientare la struttura dei tassi cui potranno adeguarsi banche, imprese e famiglie.
E perché sono andati in bancarotta stati importanti come ad esempio l'Argentina?
Perché avevano debiti contratti in dollari, che Buenos Aires non ha il diritto di stampare. L'Argentina al momento del default aveva un rapporto debito/Pil inferiore al 50%.
E perché la Russia sul finire degli anni novanta non ha rimborsato titoli emessi in rubli?
È stata una libera scelta. Ha compiuto un default selettivo decidendo di non rimborsare titoli in scadenza detenuti da investitori stranieri. Volendo difendere il cambio col dollaro e non volendosi privare di preziose riserve valutarie, la Russia ha in quel momento scelto di non pagare un suo titolo.
Come cambiano le Cac con la riforma del Mes, che le introdurrebbe a partire dal 2022?
Le vecchie Cac presuppongono che, qualora uno Stato intenda ristrutturare il suo debito, debba ottenere un accordo della maggioranza degli investitori. Gli Stati emettono debito in tante emissioni spezzettate: doveva quindi esserci una doppia maggioranza (dual limb) sia a livello di debito complessivo che in ciascuna singola emissione. Con le nuove Cac sarà sufficiente la sola maggioranza a livello complessivo (single limb).
Il nuovo Mes rende quindi più semplice per uno Stato ristrutturare il debito?
Una volta che lo Stato fosse «convinto» dal Mes a intraprendere questa strada per avere accesso alla linea di credito a condizioni rafforzate, con queste clausole sarà più facile ristrutturare il debito.
Cosa è la linea di credito a condizioni rafforzate?
È il credito che il Mes può erogare a quei Paesi - come l'Italia - non sono in linea con tutti i parametri. Per accedere dovranno sottoscrivere un'intesa col Mes affinché si attuino determinate azioni correttive. Fra queste può esserci, come in Grecia, il coinvolgimento del settore privato attraverso la ristrutturazione del debito.
Il Mes prevede espressamente la ristrutturazione del debito?
Lo prevedeva già prima di questa riforma. Le nuove Cac la faciliteranno.
Le Cac impediscono all'Italia o a un altro Paese di poter ridenominare il debito nella sua valuta in caso di uscita dall'euro?
No. Il debito verrebbe ridenominato nella nuova valuta in forza di legge. Perché ciò avvenga occorre che al debito si applichi la legge italiana. Le Cac sono clausole contrattuali che non possono sopraffare la legge: disciplinano le modalità con cui possono essere modificati i termini del contratto nel quadro legislativo vigente.
I prestiti erogati dal Mes a uno Stato nell'ambito della sua assistenza finanziaria possono rendere più problematica l'uscita dall'euro?
Si. Il Mes di fatto eroga fondi anche a condizione che la disciplina legale dei prestiti erogati sia diversa da quella dello Stato debitore. Il Mes ha sede in Lussemburgo, la cui disciplina è quella preferita in campo finanziario europeo.
Con l'intervento del Mes ad Atene si è impedita la Grexit?
Di fatto, sì. Con le operazioni di «salvataggio» dal 2011 al 2015 Mes e Fmi sono corse in soccorso di Atene prestandole soldi perché quest'ultima potesse rimborsare in anticipo i titoli di stato che impiombavano i portafogli delle banche francesi e tedesche. Il tutto mediante l'istituzione fra tanti organismi anche del Mes. E già dovremmo chiamare questi fondi col meno professionale «Fondi salva Loro» (sottinteso: le banche francesi e tedesche). Con in più un non secondario effetto tossico. Mentre i titoli di stato estinti anticipatamente erano disciplinati dalla legge ellenica (e quindi in caso di uscita dall'euro sarebbero stati ridenominati in dracme che Atene avrebbe potuto emettere ad libitum addebitando la svalutazione sul conto dei creditori), i nuovi debiti accesi dalla Grecia in queste operazioni di salvataggio - come documentato anche in uno studio dell'economista Marcello Minenna - sono invece disciplinati in legge estera. Quindi in caso di Grexit, Atene dovrà comunque rimborsare euro che non potrà ovviamente stampare come del resto già accade oggi.
Fabio Dragoni
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Per non ammettere la resa totale all'Ue, il Mef dice di aver spuntato modifiche minori. Ma per il portale del Fondo era tutto già previsto, a prescindere dalle richieste di Roma.Oggi la coalizione giallorossa si prepara ad approvare al Senato e alla Camera la risoluzione di maggioranza sul salva Stati. I dissidenti del M5s saranno al massimo un paio, gli altri cederanno alla fuffa di Giuseppi.Entrati in vigore già nel 2013, questi strumenti del Meccanismo saranno modificati in modo da rendere più facile un default controllato degli Stati che sottoscrivono il trattato.Lo speciale contiene tre articoliPovero Roberto Gualtieri! Tanto sforzo per costruire una narrazione, con giornalisti al seguito all'Eurogruppo, interviste televisive, racconti di negoziati estenuanti e trattative furibonde, conferenze stampa assertive, battute sferzanti sul «conto del Papeete», e poi - zac! - basta un piccolo clic sul sito del Mes (www.esm.europa.eu) per far afflosciare il soufflé. Procediamo con ordine. I nostri mainstream media hanno impiegato un pochino ad accorgersene, ma l'ultima riunione dei ministri delle Finanze Ue, la scorsa settimana, è stata mortificante per l'Italia. La Verità lo ha raccontato - senza alcun compiacimento - prima, durante e dopo il vertice, dando conto delle parole testuali del presidente dell'Eurogruppo, il portoghese Mario Centeno, il quale, con insolita durezza, era stato impietoso verso il governo di Roma, ribadendo ossessivamente tre messaggi. Primo: non c'è nessun rinvio della riforma del Mes, e la firma finale avverrà (esattamente come preventivato) nel primo trimestre del 2020. Secondo: rispetto alla riforma del Fondo, non si tocca una virgola dell'accordo politico raggiunto a giugno 2019 (quello avallato da Giovanni Tria il 13 giugno, senza una risoluzione parlamentare, e successivamente da Giuseppe Conte, contro la risoluzione parlamentare che nel frattempo era stata approvata il giorno 19 di quel mese). Terzo: rimane solo un piccolo margine (se ne discuterà ancora a gennaio) per qualche modifica di dettaglio alla legislazione sussidiaria.Vistosi perso su tutto il resto, il ministro Gualtieri si era tuffato su questo terzo punto. E, fino a trentasei ore fa, aveva veicolato sui media amici una versione dignitosa: quella di essere riuscito a strappare una modifica significativa di una di queste norme di dettaglio, quella relativa alle famigerate Cacs, le clausole di azione collettiva. Per carità: comunque niente per cui esaltarsi. Stiamo parlando di ciò che accadrebbe se l'Italia fosse costretta a ristrutturare il suo debito: insomma, giusto gli strumenti per capire a quale girone infernale saremmo destinati. Il solo fatto di discutere su questo piano, per un Paese fondatore dell'Ue, è una sconfitta incredibile: bisognerebbe rovesciare il tavolo ponendo il veto, non certo dare la sensazione (anche ai mercati) di predisporre gli addobbi per i nostri stessi funerali. Ma tant'è. Sta di fatto - tornando a Gualtieri - che però il titolare del Mef aveva accreditato la seguente versione. Mentre oggi, per ristrutturare, occorre sia un voto dei detentori di ogni serie di titoli emessi sia un voto complessivo (double limb), con la riforma basterebbe un unico voto complessivo (single limb), aggirando più facilmente eventuali minoranze di blocco. Dinanzi a questa prospettiva poco simpatica, cos'aveva escogitato Gualtieri? Raccontare di aver per lo meno ottenuto la possibilità di una subaggregazione dei titoli simili, con ciò esplorando la possibilità di coinvolgere nell'eventuale voto soltanto i relativi detentori. Insomma, nel disastro, almeno un modo per provare a limitare i danni. Ma che hanno fatto quei cattivoni del Mes? Hanno pubblicato nell'ambito delle Faq del sito (la sequenza di domande e risposte con cui il Fondo chiarisce il proprio funzionamento) che «the introduction of the single-limb Cacs does not change the current possibility for countries to use so-called sub-aggregation». Traduzione: l'introduzione delle clausole single limb non cambia la possibilità esistente per i Paesi di usare la cosiddetta subaggregazione. Avete capito bene: il Mes comunica che quello che Gualtieri racconta come l'esito di un braccio di ferro negoziale già esiste, e non cambia. Va peraltro segnalato che, per tutta la serata dell'altro ieri, il sito del Mes ha visto alcune pagine - proprio quelle relative alle Cacs - prima tolte (e rese per qualche tempo non accessibili) e poi ripubblicate. Naturalmente non mancherà chi tenterà di alimentare ulteriori leggende metropolitane (ad esempio, presunte richieste italiane di aggiornamento del materiale informativo a seguito delle fantomatiche «conquiste» di Gualtieri). Sembra tuttavia ben più probabile che, per dissipare ogni dubbio ed equivoco, il Mes stesso abbia voluto chiarire che all'Italia non è stata fatta alcuna concessione. Rendendo evidente a tutti che - per il Mes - ciò che Gualtieri andava veicolando come novità era in realtà un'ipotesi già esistente e invariata. Tra i primi ad accorgersene e a lanciare la doppia notizia (sia il gran movimento sulle pagine Internet del Mes sia la figuraccia di Gualtieri), il presidente della commissione Bilancio della Camera, il leghista Claudio Borghi, che ha commentato su Twitter: «Gualtieri non ha ottenuto nulla. Non cambia nulla! La cosa incredibile è che il M5s ci stava cascando». Dunque, al di là delle narrazioni di comodo, è il caso di concentrarsi sul punto di fondo, senza distrazioni e divagazioni. Con il vecchio Mes, la ristrutturazione del debito era considerata una circostanza eccezionale; con la riforma del Mes, invece, essa diventa un evento più probabile e ordinario, con tutte le devastanti conseguenze del caso. Per quale misteriosa ragione un Paese ad alto debito come l'Italia dovrebbe esporsi a questo rischio? Basterebbe mettere il veto. Operazione senza conseguenze, tra l'altro: perché resterebbe operativo l'attuale Mes, con le vecchie regole. Daniele Capezzone<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/pure-il-sito-del-mes-spiega-che-gualtieri-e-conte-non-hanno-ottenuto-niente-2641562782.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sara-un-pacchetto-progressivo-i-grillini-si-bevono-la-supercazzola" data-post-id="2641562782" data-published-at="1774142176" data-use-pagination="False"> Sarà un «pacchetto progressivo». I grillini si bevono la supercazzola L'accordo sul Mes c'è, o forse no, ma l'unica cosa certa è che tra Pd, M5s, Iv e Leu un'intesa è stata raggiunta: fino al prossimo 26 gennaio, ovvero fino a quando gli elettori di Emilia Romagna e Calabria andranno alle urne per eleggere i presidenti delle due regioni, il governo va messo al riparo. Dunque, alla fine del solito tira e molla, oggi la coalizione giallorossa dovrebbe approvare in maniera quasi compatta, al Senato e alla Camera, la risoluzione di maggioranza sul Mes che accompagnerà le comunicazioni del premier, Giuseppe Conte, in vista del Consiglio europeo di domani e dopodomani. Il «quasi» è riferito a alcuni senatori pentastellati, come Gianluigi Paragone, che molto probabilmente non voterà il testo della maggioranza, Stefano Lucidi, che certamente non lo voterà, Elio Lannutti e Mario Michele Giarrusso, critici verso la risoluzione. Il resto del M5s, salvo imprevisti, voterà la risoluzione messa a punto dal ministro Pd agli Affari europei, Enzo Amendola, e dal sottosegretario M5s Laura Agea; quest'ultima ieri ha riunito i capigruppo delle commissioni espressione della maggioranza, e ha seguito passo dopo passo la messa a punto del testo della risoluzione. «Il M5s», spiega alla Verità una fonte del Pd che ha lavorato sul testo, «ha chiesto con insistenza di sottolineare con chiarezza che per qualunque decisione dovrà essere consultato il Parlamento, e che si vada avanti con la logica di pacchetto. Entrambi i punti non sono mai stati in discussione». «Probabilmente», conferma alla Verità una fonte di governo pentastellata, «oltre a Paragone, solo Lucidi potrebbe votare contro. Abbiamo lavorato bene, il testo sarà snello, chiaro e conterrà i punti che stanno a cuore al M5s: logica di pacchetto, e pieno coinvolgimento del Parlamento». Il pacchetto potrebbe anche essere progressivo, vale a dire addio all'idea di votare insieme Mes, Unione bancaria e Bicc, che potrebbero quindi essere approvati dall'Eurogruppo uno dopo l'altro. In sostanza, il M5s dovrebbe essere protagonista di un ennesimo voltafaccia, approvando questa sorta di acrobazia dialettica che va contro tutto quello che è stato detto, annunciato e promesso fino a oggi, pur di non mollare le poltrone. Salvo colpi di scena, quindi, la risoluzione di maggioranza avrà il via libera sia alla Camera che al Senato, e del resto ieri pomeriggio l'ovazione che ha accolto il discorso di Luigi Di Maio ai senatori del M5s è stato un segnale molto preciso. Di Maio ha parlato di Mes, di manovra, ma soprattutto della nuova agenda di governo che si discuterà da gennaio. Ovazione che i senatori del M5s, si può facilmente immaginare, hanno riservato più che altro alla prospettiva di restare in carica per ancora qualche… mes. «A gennaio, come abbiamo letto dalla lettera del presidente dell'Eurogruppo, Mario Centeno», ha sottolineato Di Maio al termine della riunione con i senatori del M5s, «si faranno approfondimenti su alcune criticità del Mes. Ovviamente noi vogliamo inserire nella risoluzione tutte le tutele per cui il Parlamento, nelle prossime settimane, debba essere ulteriormente consultato in modo tale da dare una linea chiara al prossimo Eurogruppo e al prossimo Eurosummit. I senatori? Li ho trovati molto compatti», ha aggiunto Di Maio, «stiamo lavorando al meglio, quindi si va avanti così». Ottimista il ministro del Lavoro, Nunzia Catalfo, vicinissima a Di Maio: «Sulla risoluzione in parlamento sulla riforma del Mes», ha detto la Catalfo, «noi voteremo assolutamente compatti». Significatile le parole di Fabio Massimo Castaldo, vicepresidente M5s del Parlamento europeo: «What a Mes(s) (che casino)», ha scherzato ieri Castaldo, «qualcuno direbbe. Battute a parte, mi sembra evidente che ci siano state troppe ambiguità e troppa confusione in questo dibattito. Ho detto più volte che esistono delle criticità evidenti all'interno di questa proposta che devono essere analizzate nel merito da un punto di vista tecnico. Ad esempio», ha precisato Castaldo, «il passaggio dalla doppia maggioranza alla maggioranza singola nelle ristrutturazioni; la governance futura del Mes, l'asse che si sposta molto di più dalla Commissione verso il board del Mes, con un problema di legittimità democratica; le applicazioni e le interpretazioni che sono state fatte dalla Corte costituzionale tedesca ad esempio all'interno dell'ordinamento tedesco; così come un dibattito futuro importante su quello che sarà la valutazione prudenziale che potrebbe fare anche il board del Mes quanto alla sostenibilità dei singoli debiti e quindi le immaginabili conseguenze che questo potrebbe avere sui mercati. Domani (oggi, ndr) manterremo la linea», ha aggiunto Castaldo, «una linea salda, intelligente, legata al nostro interesse nazionale, legata a una volontà di rafforzare l'Unione economica e monetaria, ma di farlo in modo equo ed equilibrato. In questo senso sono sicuro che il dibattito che ci sarà in parlamento ci vedrà come forza tenace, costruttiva, sicuramente legata ad evidenziare le criticità, ma anche aperta a trovare una soluzione intelligente per il paese. Sono sicuro», ha concluso Castaldo, «quindi che i colleghi a livello nazionale non mancheranno di andare a profondere sforzi in questo senso». Verso il no, come detto, il senatore del M5s Gianluigi Paragone: «Stiamo stravolgendo il nostro programma elettorale», ha detto ieri Paragone, «al 90% il mio voto alla risoluzione sul Mes sarà negativo». Carlo Tarallo <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/pure-il-sito-del-mes-spiega-che-gualtieri-e-conte-non-hanno-ottenuto-niente-2641562782.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="miniguida-alle-cac-le-nuove-clausole-che-facilitano-la-ristrutturazione" data-post-id="2641562782" data-published-at="1774142176" data-use-pagination="False"> Miniguida alle Cac, le nuove clausole che facilitano la ristrutturazione Molte delle problematicità del Mes, oltre a essere vere, sono purtroppo già presenti nel trattato vigente: anche non ratificando la riforma, rimarrebbero in piedi. Particolare attenzione destano le modifiche che verranno apportate alle cosiddette Cac. Ecco perché è utile un prontuario. Cosa sono le Cac? L'acronimo sta per «clausole di azione collettiva»: si trovano nei regolamenti di emissione dei titoli di stato dei Paesi dell'eurozona con scadenza superiore a un anno. Quando sono state introdotte e a che servono? A partire dal 1° gennaio 2013. Disciplinano una cosa più unica che rara: la ristrutturazione del debito di uno Stato emesso nella sua valuta. Ovviamente in un nessun regolamento di emissione di un titolo di Stato del Giappone (in yen) o degli Usa (in dollari) o della Gran Bretagna (in sterline) troverete scritte delle cose simili. Cosa vuol dire ristrutturare il debito? Ridurre in parte il capitale da rimborsare o, meno di rado, ridurre gli interessi e/o posticipare i pagamenti dovuti rispetto alle scadenze pattuite. Perché uno Stato sovrano non ha bisogno di Cac? Perché è lui ad emettere la valuta in cui quel debito è denominato e lo fa attraverso la sua banca centrale, che rimane un'istituzione di quello Stato dedita appunto all'emissione della moneta. Se si acquistano titoli di stato di altri Paesi sovrani non si corre quindi alcun rischio? Nessuno. Chi acquista titoli di Stato di Giappone, Svizzera o Ungheria valuterà diverse tipologie di rischio: quello di cambio, quello di tasso (dovuto a eventuali aumenti), quello di inflazione. Tutte fattispecie che un qualsiasi obbligazionista è in grado di valutare e fronteggiare. Ma mai e poi mai potrà accadere che gli Usa non siano in grado di rimborsare per mancanza dei dollari che solo loro possono stampare. Quindi uno Stato che contrae debito nella sua valuta non rischia il default? Esattamente. E perché uno Stato sovrano prende a prestito la propria moneta emettendo titoli se può stamparla liberamente? È un'operazione di politica monetaria non fiscale. Nel prendere a prestito soldi dal settore privato a un dato interesse, lo Stato di fatto cerca di orientare la struttura dei tassi cui potranno adeguarsi banche, imprese e famiglie. E perché sono andati in bancarotta stati importanti come ad esempio l'Argentina? Perché avevano debiti contratti in dollari, che Buenos Aires non ha il diritto di stampare. L'Argentina al momento del default aveva un rapporto debito/Pil inferiore al 50%. E perché la Russia sul finire degli anni novanta non ha rimborsato titoli emessi in rubli? È stata una libera scelta. Ha compiuto un default selettivo decidendo di non rimborsare titoli in scadenza detenuti da investitori stranieri. Volendo difendere il cambio col dollaro e non volendosi privare di preziose riserve valutarie, la Russia ha in quel momento scelto di non pagare un suo titolo. Come cambiano le Cac con la riforma del Mes, che le introdurrebbe a partire dal 2022? Le vecchie Cac presuppongono che, qualora uno Stato intenda ristrutturare il suo debito, debba ottenere un accordo della maggioranza degli investitori. Gli Stati emettono debito in tante emissioni spezzettate: doveva quindi esserci una doppia maggioranza (dual limb) sia a livello di debito complessivo che in ciascuna singola emissione. Con le nuove Cac sarà sufficiente la sola maggioranza a livello complessivo (single limb). Il nuovo Mes rende quindi più semplice per uno Stato ristrutturare il debito? Una volta che lo Stato fosse «convinto» dal Mes a intraprendere questa strada per avere accesso alla linea di credito a condizioni rafforzate, con queste clausole sarà più facile ristrutturare il debito. Cosa è la linea di credito a condizioni rafforzate? È il credito che il Mes può erogare a quei Paesi - come l'Italia - non sono in linea con tutti i parametri. Per accedere dovranno sottoscrivere un'intesa col Mes affinché si attuino determinate azioni correttive. Fra queste può esserci, come in Grecia, il coinvolgimento del settore privato attraverso la ristrutturazione del debito. Il Mes prevede espressamente la ristrutturazione del debito? Lo prevedeva già prima di questa riforma. Le nuove Cac la faciliteranno. Le Cac impediscono all'Italia o a un altro Paese di poter ridenominare il debito nella sua valuta in caso di uscita dall'euro? No. Il debito verrebbe ridenominato nella nuova valuta in forza di legge. Perché ciò avvenga occorre che al debito si applichi la legge italiana. Le Cac sono clausole contrattuali che non possono sopraffare la legge: disciplinano le modalità con cui possono essere modificati i termini del contratto nel quadro legislativo vigente. I prestiti erogati dal Mes a uno Stato nell'ambito della sua assistenza finanziaria possono rendere più problematica l'uscita dall'euro? Si. Il Mes di fatto eroga fondi anche a condizione che la disciplina legale dei prestiti erogati sia diversa da quella dello Stato debitore. Il Mes ha sede in Lussemburgo, la cui disciplina è quella preferita in campo finanziario europeo. Con l'intervento del Mes ad Atene si è impedita la Grexit? Di fatto, sì. Con le operazioni di «salvataggio» dal 2011 al 2015 Mes e Fmi sono corse in soccorso di Atene prestandole soldi perché quest'ultima potesse rimborsare in anticipo i titoli di stato che impiombavano i portafogli delle banche francesi e tedesche. Il tutto mediante l'istituzione fra tanti organismi anche del Mes. E già dovremmo chiamare questi fondi col meno professionale «Fondi salva Loro» (sottinteso: le banche francesi e tedesche). Con in più un non secondario effetto tossico. Mentre i titoli di stato estinti anticipatamente erano disciplinati dalla legge ellenica (e quindi in caso di uscita dall'euro sarebbero stati ridenominati in dracme che Atene avrebbe potuto emettere ad libitum addebitando la svalutazione sul conto dei creditori), i nuovi debiti accesi dalla Grecia in queste operazioni di salvataggio - come documentato anche in uno studio dell'economista Marcello Minenna - sono invece disciplinati in legge estera. Quindi in caso di Grexit, Atene dovrà comunque rimborsare euro che non potrà ovviamente stampare come del resto già accade oggi. Fabio Dragoni
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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