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2019-12-11
Pure il sito del Mes spiega che Gualtieri e Conte non hanno ottenuto niente
Ansa
Povero Roberto Gualtieri! Tanto sforzo per costruire una narrazione, con giornalisti al seguito all'Eurogruppo, interviste televisive, racconti di negoziati estenuanti e trattative furibonde, conferenze stampa assertive, battute sferzanti sul «conto del Papeete», e poi - zac! - basta un piccolo clic sul sito del Mes (www.esm.europa.eu) per far afflosciare il soufflé.
Procediamo con ordine. I nostri mainstream media hanno impiegato un pochino ad accorgersene, ma l'ultima riunione dei ministri delle Finanze Ue, la scorsa settimana, è stata mortificante per l'Italia. La Verità lo ha raccontato - senza alcun compiacimento - prima, durante e dopo il vertice, dando conto delle parole testuali del presidente dell'Eurogruppo, il portoghese Mario Centeno, il quale, con insolita durezza, era stato impietoso verso il governo di Roma, ribadendo ossessivamente tre messaggi.
Primo: non c'è nessun rinvio della riforma del Mes, e la firma finale avverrà (esattamente come preventivato) nel primo trimestre del 2020. Secondo: rispetto alla riforma del Fondo, non si tocca una virgola dell'accordo politico raggiunto a giugno 2019 (quello avallato da Giovanni Tria il 13 giugno, senza una risoluzione parlamentare, e successivamente da Giuseppe Conte, contro la risoluzione parlamentare che nel frattempo era stata approvata il giorno 19 di quel mese). Terzo: rimane solo un piccolo margine (se ne discuterà ancora a gennaio) per qualche modifica di dettaglio alla legislazione sussidiaria.
Vistosi perso su tutto il resto, il ministro Gualtieri si era tuffato su questo terzo punto. E, fino a trentasei ore fa, aveva veicolato sui media amici una versione dignitosa: quella di essere riuscito a strappare una modifica significativa di una di queste norme di dettaglio, quella relativa alle famigerate Cacs, le clausole di azione collettiva. Per carità: comunque niente per cui esaltarsi. Stiamo parlando di ciò che accadrebbe se l'Italia fosse costretta a ristrutturare il suo debito: insomma, giusto gli strumenti per capire a quale girone infernale saremmo destinati. Il solo fatto di discutere su questo piano, per un Paese fondatore dell'Ue, è una sconfitta incredibile: bisognerebbe rovesciare il tavolo ponendo il veto, non certo dare la sensazione (anche ai mercati) di predisporre gli addobbi per i nostri stessi funerali. Ma tant'è.
Sta di fatto - tornando a Gualtieri - che però il titolare del Mef aveva accreditato la seguente versione. Mentre oggi, per ristrutturare, occorre sia un voto dei detentori di ogni serie di titoli emessi sia un voto complessivo (double limb), con la riforma basterebbe un unico voto complessivo (single limb), aggirando più facilmente eventuali minoranze di blocco. Dinanzi a questa prospettiva poco simpatica, cos'aveva escogitato Gualtieri? Raccontare di aver per lo meno ottenuto la possibilità di una subaggregazione dei titoli simili, con ciò esplorando la possibilità di coinvolgere nell'eventuale voto soltanto i relativi detentori. Insomma, nel disastro, almeno un modo per provare a limitare i danni.
Ma che hanno fatto quei cattivoni del Mes? Hanno pubblicato nell'ambito delle Faq del sito (la sequenza di domande e risposte con cui il Fondo chiarisce il proprio funzionamento) che «the introduction of the single-limb Cacs does not change the current possibility for countries to use so-called sub-aggregation». Traduzione: l'introduzione delle clausole single limb non cambia la possibilità esistente per i Paesi di usare la cosiddetta subaggregazione. Avete capito bene: il Mes comunica che quello che Gualtieri racconta come l'esito di un braccio di ferro negoziale già esiste, e non cambia.
Va peraltro segnalato che, per tutta la serata dell'altro ieri, il sito del Mes ha visto alcune pagine - proprio quelle relative alle Cacs - prima tolte (e rese per qualche tempo non accessibili) e poi ripubblicate. Naturalmente non mancherà chi tenterà di alimentare ulteriori leggende metropolitane (ad esempio, presunte richieste italiane di aggiornamento del materiale informativo a seguito delle fantomatiche «conquiste» di Gualtieri). Sembra tuttavia ben più probabile che, per dissipare ogni dubbio ed equivoco, il Mes stesso abbia voluto chiarire che all'Italia non è stata fatta alcuna concessione. Rendendo evidente a tutti che - per il Mes - ciò che Gualtieri andava veicolando come novità era in realtà un'ipotesi già esistente e invariata.
Tra i primi ad accorgersene e a lanciare la doppia notizia (sia il gran movimento sulle pagine Internet del Mes sia la figuraccia di Gualtieri), il presidente della commissione Bilancio della Camera, il leghista Claudio Borghi, che ha commentato su Twitter: «Gualtieri non ha ottenuto nulla. Non cambia nulla! La cosa incredibile è che il M5s ci stava cascando». Dunque, al di là delle narrazioni di comodo, è il caso di concentrarsi sul punto di fondo, senza distrazioni e divagazioni.
Con il vecchio Mes, la ristrutturazione del debito era considerata una circostanza eccezionale; con la riforma del Mes, invece, essa diventa un evento più probabile e ordinario, con tutte le devastanti conseguenze del caso. Per quale misteriosa ragione un Paese ad alto debito come l'Italia dovrebbe esporsi a questo rischio? Basterebbe mettere il veto. Operazione senza conseguenze, tra l'altro: perché resterebbe operativo l'attuale Mes, con le vecchie regole.
Daniele Capezzone
Sarà un «pacchetto progressivo». I grillini si bevono la supercazzola
L'accordo sul Mes c'è, o forse no, ma l'unica cosa certa è che tra Pd, M5s, Iv e Leu un'intesa è stata raggiunta: fino al prossimo 26 gennaio, ovvero fino a quando gli elettori di Emilia Romagna e Calabria andranno alle urne per eleggere i presidenti delle due regioni, il governo va messo al riparo.
Dunque, alla fine del solito tira e molla, oggi la coalizione giallorossa dovrebbe approvare in maniera quasi compatta, al Senato e alla Camera, la risoluzione di maggioranza sul Mes che accompagnerà le comunicazioni del premier, Giuseppe Conte, in vista del Consiglio europeo di domani e dopodomani. Il «quasi» è riferito a alcuni senatori pentastellati, come Gianluigi Paragone, che molto probabilmente non voterà il testo della maggioranza, Stefano Lucidi, che certamente non lo voterà, Elio Lannutti e Mario Michele Giarrusso, critici verso la risoluzione.
Il resto del M5s, salvo imprevisti, voterà la risoluzione messa a punto dal ministro Pd agli Affari europei, Enzo Amendola, e dal sottosegretario M5s Laura Agea; quest'ultima ieri ha riunito i capigruppo delle commissioni espressione della maggioranza, e ha seguito passo dopo passo la messa a punto del testo della risoluzione. «Il M5s», spiega alla Verità una fonte del Pd che ha lavorato sul testo, «ha chiesto con insistenza di sottolineare con chiarezza che per qualunque decisione dovrà essere consultato il Parlamento, e che si vada avanti con la logica di pacchetto. Entrambi i punti non sono mai stati in discussione».
«Probabilmente», conferma alla Verità una fonte di governo pentastellata, «oltre a Paragone, solo Lucidi potrebbe votare contro. Abbiamo lavorato bene, il testo sarà snello, chiaro e conterrà i punti che stanno a cuore al M5s: logica di pacchetto, e pieno coinvolgimento del Parlamento». Il pacchetto potrebbe anche essere progressivo, vale a dire addio all'idea di votare insieme Mes, Unione bancaria e Bicc, che potrebbero quindi essere approvati dall'Eurogruppo uno dopo l'altro. In sostanza, il M5s dovrebbe essere protagonista di un ennesimo voltafaccia, approvando questa sorta di acrobazia dialettica che va contro tutto quello che è stato detto, annunciato e promesso fino a oggi, pur di non mollare le poltrone.
Salvo colpi di scena, quindi, la risoluzione di maggioranza avrà il via libera sia alla Camera che al Senato, e del resto ieri pomeriggio l'ovazione che ha accolto il discorso di Luigi Di Maio ai senatori del M5s è stato un segnale molto preciso. Di Maio ha parlato di Mes, di manovra, ma soprattutto della nuova agenda di governo che si discuterà da gennaio. Ovazione che i senatori del M5s, si può facilmente immaginare, hanno riservato più che altro alla prospettiva di restare in carica per ancora qualche… mes.
«A gennaio, come abbiamo letto dalla lettera del presidente dell'Eurogruppo, Mario Centeno», ha sottolineato Di Maio al termine della riunione con i senatori del M5s, «si faranno approfondimenti su alcune criticità del Mes. Ovviamente noi vogliamo inserire nella risoluzione tutte le tutele per cui il Parlamento, nelle prossime settimane, debba essere ulteriormente consultato in modo tale da dare una linea chiara al prossimo Eurogruppo e al prossimo Eurosummit. I senatori? Li ho trovati molto compatti», ha aggiunto Di Maio, «stiamo lavorando al meglio, quindi si va avanti così».
Ottimista il ministro del Lavoro, Nunzia Catalfo, vicinissima a Di Maio: «Sulla risoluzione in parlamento sulla riforma del Mes», ha detto la Catalfo, «noi voteremo assolutamente compatti». Significatile le parole di Fabio Massimo Castaldo, vicepresidente M5s del Parlamento europeo: «What a Mes(s) (che casino)», ha scherzato ieri Castaldo, «qualcuno direbbe. Battute a parte, mi sembra evidente che ci siano state troppe ambiguità e troppa confusione in questo dibattito. Ho detto più volte che esistono delle criticità evidenti all'interno di questa proposta che devono essere analizzate nel merito da un punto di vista tecnico. Ad esempio», ha precisato Castaldo, «il passaggio dalla doppia maggioranza alla maggioranza singola nelle ristrutturazioni; la governance futura del Mes, l'asse che si sposta molto di più dalla Commissione verso il board del Mes, con un problema di legittimità democratica; le applicazioni e le interpretazioni che sono state fatte dalla Corte costituzionale tedesca ad esempio all'interno dell'ordinamento tedesco; così come un dibattito futuro importante su quello che sarà la valutazione prudenziale che potrebbe fare anche il board del Mes quanto alla sostenibilità dei singoli debiti e quindi le immaginabili conseguenze che questo potrebbe avere sui mercati. Domani (oggi, ndr) manterremo la linea», ha aggiunto Castaldo, «una linea salda, intelligente, legata al nostro interesse nazionale, legata a una volontà di rafforzare l'Unione economica e monetaria, ma di farlo in modo equo ed equilibrato. In questo senso sono sicuro che il dibattito che ci sarà in parlamento ci vedrà come forza tenace, costruttiva, sicuramente legata ad evidenziare le criticità, ma anche aperta a trovare una soluzione intelligente per il paese. Sono sicuro», ha concluso Castaldo, «quindi che i colleghi a livello nazionale non mancheranno di andare a profondere sforzi in questo senso». Verso il no, come detto, il senatore del M5s Gianluigi Paragone: «Stiamo stravolgendo il nostro programma elettorale», ha detto ieri Paragone, «al 90% il mio voto alla risoluzione sul Mes sarà negativo».
Carlo Tarallo
Miniguida alle Cac, le nuove clausole che facilitano la ristrutturazione
Molte delle problematicità del Mes, oltre a essere vere, sono purtroppo già presenti nel trattato vigente: anche non ratificando la riforma, rimarrebbero in piedi. Particolare attenzione destano le modifiche che verranno apportate alle cosiddette Cac.
Ecco perché è utile un prontuario.
Cosa sono le Cac?
L'acronimo sta per «clausole di azione collettiva»: si trovano nei regolamenti di emissione dei titoli di stato dei Paesi dell'eurozona con scadenza superiore a un anno.
Quando sono state introdotte e a che servono?
A partire dal 1° gennaio 2013. Disciplinano una cosa più unica che rara: la ristrutturazione del debito di uno Stato emesso nella sua valuta. Ovviamente in un nessun regolamento di emissione di un titolo di Stato del Giappone (in yen) o degli Usa (in dollari) o della Gran Bretagna (in sterline) troverete scritte delle cose simili.
Cosa vuol dire ristrutturare il debito?
Ridurre in parte il capitale da rimborsare o, meno di rado, ridurre gli interessi e/o posticipare i pagamenti dovuti rispetto alle scadenze pattuite.
Perché uno Stato sovrano non ha bisogno di Cac?
Perché è lui ad emettere la valuta in cui quel debito è denominato e lo fa attraverso la sua banca centrale, che rimane un'istituzione di quello Stato dedita appunto all'emissione della moneta.
Se si acquistano titoli di stato di altri Paesi sovrani non si corre quindi alcun rischio?
Nessuno. Chi acquista titoli di Stato di Giappone, Svizzera o Ungheria valuterà diverse tipologie di rischio: quello di cambio, quello di tasso (dovuto a eventuali aumenti), quello di inflazione. Tutte fattispecie che un qualsiasi obbligazionista è in grado di valutare e fronteggiare. Ma mai e poi mai potrà accadere che gli Usa non siano in grado di rimborsare per mancanza dei dollari che solo loro possono stampare.
Quindi uno Stato che contrae debito nella sua valuta non rischia il default?
Esattamente.
E perché uno Stato sovrano prende a prestito la propria moneta emettendo titoli se può stamparla liberamente?
È un'operazione di politica monetaria non fiscale. Nel prendere a prestito soldi dal settore privato a un dato interesse, lo Stato di fatto cerca di orientare la struttura dei tassi cui potranno adeguarsi banche, imprese e famiglie.
E perché sono andati in bancarotta stati importanti come ad esempio l'Argentina?
Perché avevano debiti contratti in dollari, che Buenos Aires non ha il diritto di stampare. L'Argentina al momento del default aveva un rapporto debito/Pil inferiore al 50%.
E perché la Russia sul finire degli anni novanta non ha rimborsato titoli emessi in rubli?
È stata una libera scelta. Ha compiuto un default selettivo decidendo di non rimborsare titoli in scadenza detenuti da investitori stranieri. Volendo difendere il cambio col dollaro e non volendosi privare di preziose riserve valutarie, la Russia ha in quel momento scelto di non pagare un suo titolo.
Come cambiano le Cac con la riforma del Mes, che le introdurrebbe a partire dal 2022?
Le vecchie Cac presuppongono che, qualora uno Stato intenda ristrutturare il suo debito, debba ottenere un accordo della maggioranza degli investitori. Gli Stati emettono debito in tante emissioni spezzettate: doveva quindi esserci una doppia maggioranza (dual limb) sia a livello di debito complessivo che in ciascuna singola emissione. Con le nuove Cac sarà sufficiente la sola maggioranza a livello complessivo (single limb).
Il nuovo Mes rende quindi più semplice per uno Stato ristrutturare il debito?
Una volta che lo Stato fosse «convinto» dal Mes a intraprendere questa strada per avere accesso alla linea di credito a condizioni rafforzate, con queste clausole sarà più facile ristrutturare il debito.
Cosa è la linea di credito a condizioni rafforzate?
È il credito che il Mes può erogare a quei Paesi - come l'Italia - non sono in linea con tutti i parametri. Per accedere dovranno sottoscrivere un'intesa col Mes affinché si attuino determinate azioni correttive. Fra queste può esserci, come in Grecia, il coinvolgimento del settore privato attraverso la ristrutturazione del debito.
Il Mes prevede espressamente la ristrutturazione del debito?
Lo prevedeva già prima di questa riforma. Le nuove Cac la faciliteranno.
Le Cac impediscono all'Italia o a un altro Paese di poter ridenominare il debito nella sua valuta in caso di uscita dall'euro?
No. Il debito verrebbe ridenominato nella nuova valuta in forza di legge. Perché ciò avvenga occorre che al debito si applichi la legge italiana. Le Cac sono clausole contrattuali che non possono sopraffare la legge: disciplinano le modalità con cui possono essere modificati i termini del contratto nel quadro legislativo vigente.
I prestiti erogati dal Mes a uno Stato nell'ambito della sua assistenza finanziaria possono rendere più problematica l'uscita dall'euro?
Si. Il Mes di fatto eroga fondi anche a condizione che la disciplina legale dei prestiti erogati sia diversa da quella dello Stato debitore. Il Mes ha sede in Lussemburgo, la cui disciplina è quella preferita in campo finanziario europeo.
Con l'intervento del Mes ad Atene si è impedita la Grexit?
Di fatto, sì. Con le operazioni di «salvataggio» dal 2011 al 2015 Mes e Fmi sono corse in soccorso di Atene prestandole soldi perché quest'ultima potesse rimborsare in anticipo i titoli di stato che impiombavano i portafogli delle banche francesi e tedesche. Il tutto mediante l'istituzione fra tanti organismi anche del Mes. E già dovremmo chiamare questi fondi col meno professionale «Fondi salva Loro» (sottinteso: le banche francesi e tedesche). Con in più un non secondario effetto tossico. Mentre i titoli di stato estinti anticipatamente erano disciplinati dalla legge ellenica (e quindi in caso di uscita dall'euro sarebbero stati ridenominati in dracme che Atene avrebbe potuto emettere ad libitum addebitando la svalutazione sul conto dei creditori), i nuovi debiti accesi dalla Grecia in queste operazioni di salvataggio - come documentato anche in uno studio dell'economista Marcello Minenna - sono invece disciplinati in legge estera. Quindi in caso di Grexit, Atene dovrà comunque rimborsare euro che non potrà ovviamente stampare come del resto già accade oggi.
Fabio Dragoni
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Per non ammettere la resa totale all'Ue, il Mef dice di aver spuntato modifiche minori. Ma per il portale del Fondo era tutto già previsto, a prescindere dalle richieste di Roma.Oggi la coalizione giallorossa si prepara ad approvare al Senato e alla Camera la risoluzione di maggioranza sul salva Stati. I dissidenti del M5s saranno al massimo un paio, gli altri cederanno alla fuffa di Giuseppi.Entrati in vigore già nel 2013, questi strumenti del Meccanismo saranno modificati in modo da rendere più facile un default controllato degli Stati che sottoscrivono il trattato.Lo speciale contiene tre articoliPovero Roberto Gualtieri! Tanto sforzo per costruire una narrazione, con giornalisti al seguito all'Eurogruppo, interviste televisive, racconti di negoziati estenuanti e trattative furibonde, conferenze stampa assertive, battute sferzanti sul «conto del Papeete», e poi - zac! - basta un piccolo clic sul sito del Mes (www.esm.europa.eu) per far afflosciare il soufflé. Procediamo con ordine. I nostri mainstream media hanno impiegato un pochino ad accorgersene, ma l'ultima riunione dei ministri delle Finanze Ue, la scorsa settimana, è stata mortificante per l'Italia. La Verità lo ha raccontato - senza alcun compiacimento - prima, durante e dopo il vertice, dando conto delle parole testuali del presidente dell'Eurogruppo, il portoghese Mario Centeno, il quale, con insolita durezza, era stato impietoso verso il governo di Roma, ribadendo ossessivamente tre messaggi. Primo: non c'è nessun rinvio della riforma del Mes, e la firma finale avverrà (esattamente come preventivato) nel primo trimestre del 2020. Secondo: rispetto alla riforma del Fondo, non si tocca una virgola dell'accordo politico raggiunto a giugno 2019 (quello avallato da Giovanni Tria il 13 giugno, senza una risoluzione parlamentare, e successivamente da Giuseppe Conte, contro la risoluzione parlamentare che nel frattempo era stata approvata il giorno 19 di quel mese). Terzo: rimane solo un piccolo margine (se ne discuterà ancora a gennaio) per qualche modifica di dettaglio alla legislazione sussidiaria.Vistosi perso su tutto il resto, il ministro Gualtieri si era tuffato su questo terzo punto. E, fino a trentasei ore fa, aveva veicolato sui media amici una versione dignitosa: quella di essere riuscito a strappare una modifica significativa di una di queste norme di dettaglio, quella relativa alle famigerate Cacs, le clausole di azione collettiva. Per carità: comunque niente per cui esaltarsi. Stiamo parlando di ciò che accadrebbe se l'Italia fosse costretta a ristrutturare il suo debito: insomma, giusto gli strumenti per capire a quale girone infernale saremmo destinati. Il solo fatto di discutere su questo piano, per un Paese fondatore dell'Ue, è una sconfitta incredibile: bisognerebbe rovesciare il tavolo ponendo il veto, non certo dare la sensazione (anche ai mercati) di predisporre gli addobbi per i nostri stessi funerali. Ma tant'è. Sta di fatto - tornando a Gualtieri - che però il titolare del Mef aveva accreditato la seguente versione. Mentre oggi, per ristrutturare, occorre sia un voto dei detentori di ogni serie di titoli emessi sia un voto complessivo (double limb), con la riforma basterebbe un unico voto complessivo (single limb), aggirando più facilmente eventuali minoranze di blocco. Dinanzi a questa prospettiva poco simpatica, cos'aveva escogitato Gualtieri? Raccontare di aver per lo meno ottenuto la possibilità di una subaggregazione dei titoli simili, con ciò esplorando la possibilità di coinvolgere nell'eventuale voto soltanto i relativi detentori. Insomma, nel disastro, almeno un modo per provare a limitare i danni. Ma che hanno fatto quei cattivoni del Mes? Hanno pubblicato nell'ambito delle Faq del sito (la sequenza di domande e risposte con cui il Fondo chiarisce il proprio funzionamento) che «the introduction of the single-limb Cacs does not change the current possibility for countries to use so-called sub-aggregation». Traduzione: l'introduzione delle clausole single limb non cambia la possibilità esistente per i Paesi di usare la cosiddetta subaggregazione. Avete capito bene: il Mes comunica che quello che Gualtieri racconta come l'esito di un braccio di ferro negoziale già esiste, e non cambia. Va peraltro segnalato che, per tutta la serata dell'altro ieri, il sito del Mes ha visto alcune pagine - proprio quelle relative alle Cacs - prima tolte (e rese per qualche tempo non accessibili) e poi ripubblicate. Naturalmente non mancherà chi tenterà di alimentare ulteriori leggende metropolitane (ad esempio, presunte richieste italiane di aggiornamento del materiale informativo a seguito delle fantomatiche «conquiste» di Gualtieri). Sembra tuttavia ben più probabile che, per dissipare ogni dubbio ed equivoco, il Mes stesso abbia voluto chiarire che all'Italia non è stata fatta alcuna concessione. Rendendo evidente a tutti che - per il Mes - ciò che Gualtieri andava veicolando come novità era in realtà un'ipotesi già esistente e invariata. Tra i primi ad accorgersene e a lanciare la doppia notizia (sia il gran movimento sulle pagine Internet del Mes sia la figuraccia di Gualtieri), il presidente della commissione Bilancio della Camera, il leghista Claudio Borghi, che ha commentato su Twitter: «Gualtieri non ha ottenuto nulla. Non cambia nulla! La cosa incredibile è che il M5s ci stava cascando». Dunque, al di là delle narrazioni di comodo, è il caso di concentrarsi sul punto di fondo, senza distrazioni e divagazioni. Con il vecchio Mes, la ristrutturazione del debito era considerata una circostanza eccezionale; con la riforma del Mes, invece, essa diventa un evento più probabile e ordinario, con tutte le devastanti conseguenze del caso. Per quale misteriosa ragione un Paese ad alto debito come l'Italia dovrebbe esporsi a questo rischio? Basterebbe mettere il veto. Operazione senza conseguenze, tra l'altro: perché resterebbe operativo l'attuale Mes, con le vecchie regole. Daniele Capezzone<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/pure-il-sito-del-mes-spiega-che-gualtieri-e-conte-non-hanno-ottenuto-niente-2641562782.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sara-un-pacchetto-progressivo-i-grillini-si-bevono-la-supercazzola" data-post-id="2641562782" data-published-at="1767337299" data-use-pagination="False"> Sarà un «pacchetto progressivo». I grillini si bevono la supercazzola L'accordo sul Mes c'è, o forse no, ma l'unica cosa certa è che tra Pd, M5s, Iv e Leu un'intesa è stata raggiunta: fino al prossimo 26 gennaio, ovvero fino a quando gli elettori di Emilia Romagna e Calabria andranno alle urne per eleggere i presidenti delle due regioni, il governo va messo al riparo. Dunque, alla fine del solito tira e molla, oggi la coalizione giallorossa dovrebbe approvare in maniera quasi compatta, al Senato e alla Camera, la risoluzione di maggioranza sul Mes che accompagnerà le comunicazioni del premier, Giuseppe Conte, in vista del Consiglio europeo di domani e dopodomani. Il «quasi» è riferito a alcuni senatori pentastellati, come Gianluigi Paragone, che molto probabilmente non voterà il testo della maggioranza, Stefano Lucidi, che certamente non lo voterà, Elio Lannutti e Mario Michele Giarrusso, critici verso la risoluzione. Il resto del M5s, salvo imprevisti, voterà la risoluzione messa a punto dal ministro Pd agli Affari europei, Enzo Amendola, e dal sottosegretario M5s Laura Agea; quest'ultima ieri ha riunito i capigruppo delle commissioni espressione della maggioranza, e ha seguito passo dopo passo la messa a punto del testo della risoluzione. «Il M5s», spiega alla Verità una fonte del Pd che ha lavorato sul testo, «ha chiesto con insistenza di sottolineare con chiarezza che per qualunque decisione dovrà essere consultato il Parlamento, e che si vada avanti con la logica di pacchetto. Entrambi i punti non sono mai stati in discussione». «Probabilmente», conferma alla Verità una fonte di governo pentastellata, «oltre a Paragone, solo Lucidi potrebbe votare contro. Abbiamo lavorato bene, il testo sarà snello, chiaro e conterrà i punti che stanno a cuore al M5s: logica di pacchetto, e pieno coinvolgimento del Parlamento». Il pacchetto potrebbe anche essere progressivo, vale a dire addio all'idea di votare insieme Mes, Unione bancaria e Bicc, che potrebbero quindi essere approvati dall'Eurogruppo uno dopo l'altro. In sostanza, il M5s dovrebbe essere protagonista di un ennesimo voltafaccia, approvando questa sorta di acrobazia dialettica che va contro tutto quello che è stato detto, annunciato e promesso fino a oggi, pur di non mollare le poltrone. Salvo colpi di scena, quindi, la risoluzione di maggioranza avrà il via libera sia alla Camera che al Senato, e del resto ieri pomeriggio l'ovazione che ha accolto il discorso di Luigi Di Maio ai senatori del M5s è stato un segnale molto preciso. Di Maio ha parlato di Mes, di manovra, ma soprattutto della nuova agenda di governo che si discuterà da gennaio. Ovazione che i senatori del M5s, si può facilmente immaginare, hanno riservato più che altro alla prospettiva di restare in carica per ancora qualche… mes. «A gennaio, come abbiamo letto dalla lettera del presidente dell'Eurogruppo, Mario Centeno», ha sottolineato Di Maio al termine della riunione con i senatori del M5s, «si faranno approfondimenti su alcune criticità del Mes. Ovviamente noi vogliamo inserire nella risoluzione tutte le tutele per cui il Parlamento, nelle prossime settimane, debba essere ulteriormente consultato in modo tale da dare una linea chiara al prossimo Eurogruppo e al prossimo Eurosummit. I senatori? Li ho trovati molto compatti», ha aggiunto Di Maio, «stiamo lavorando al meglio, quindi si va avanti così». Ottimista il ministro del Lavoro, Nunzia Catalfo, vicinissima a Di Maio: «Sulla risoluzione in parlamento sulla riforma del Mes», ha detto la Catalfo, «noi voteremo assolutamente compatti». Significatile le parole di Fabio Massimo Castaldo, vicepresidente M5s del Parlamento europeo: «What a Mes(s) (che casino)», ha scherzato ieri Castaldo, «qualcuno direbbe. Battute a parte, mi sembra evidente che ci siano state troppe ambiguità e troppa confusione in questo dibattito. Ho detto più volte che esistono delle criticità evidenti all'interno di questa proposta che devono essere analizzate nel merito da un punto di vista tecnico. Ad esempio», ha precisato Castaldo, «il passaggio dalla doppia maggioranza alla maggioranza singola nelle ristrutturazioni; la governance futura del Mes, l'asse che si sposta molto di più dalla Commissione verso il board del Mes, con un problema di legittimità democratica; le applicazioni e le interpretazioni che sono state fatte dalla Corte costituzionale tedesca ad esempio all'interno dell'ordinamento tedesco; così come un dibattito futuro importante su quello che sarà la valutazione prudenziale che potrebbe fare anche il board del Mes quanto alla sostenibilità dei singoli debiti e quindi le immaginabili conseguenze che questo potrebbe avere sui mercati. Domani (oggi, ndr) manterremo la linea», ha aggiunto Castaldo, «una linea salda, intelligente, legata al nostro interesse nazionale, legata a una volontà di rafforzare l'Unione economica e monetaria, ma di farlo in modo equo ed equilibrato. In questo senso sono sicuro che il dibattito che ci sarà in parlamento ci vedrà come forza tenace, costruttiva, sicuramente legata ad evidenziare le criticità, ma anche aperta a trovare una soluzione intelligente per il paese. Sono sicuro», ha concluso Castaldo, «quindi che i colleghi a livello nazionale non mancheranno di andare a profondere sforzi in questo senso». Verso il no, come detto, il senatore del M5s Gianluigi Paragone: «Stiamo stravolgendo il nostro programma elettorale», ha detto ieri Paragone, «al 90% il mio voto alla risoluzione sul Mes sarà negativo». Carlo Tarallo <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/pure-il-sito-del-mes-spiega-che-gualtieri-e-conte-non-hanno-ottenuto-niente-2641562782.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="miniguida-alle-cac-le-nuove-clausole-che-facilitano-la-ristrutturazione" data-post-id="2641562782" data-published-at="1767337299" data-use-pagination="False"> Miniguida alle Cac, le nuove clausole che facilitano la ristrutturazione Molte delle problematicità del Mes, oltre a essere vere, sono purtroppo già presenti nel trattato vigente: anche non ratificando la riforma, rimarrebbero in piedi. Particolare attenzione destano le modifiche che verranno apportate alle cosiddette Cac. Ecco perché è utile un prontuario. Cosa sono le Cac? L'acronimo sta per «clausole di azione collettiva»: si trovano nei regolamenti di emissione dei titoli di stato dei Paesi dell'eurozona con scadenza superiore a un anno. Quando sono state introdotte e a che servono? A partire dal 1° gennaio 2013. Disciplinano una cosa più unica che rara: la ristrutturazione del debito di uno Stato emesso nella sua valuta. Ovviamente in un nessun regolamento di emissione di un titolo di Stato del Giappone (in yen) o degli Usa (in dollari) o della Gran Bretagna (in sterline) troverete scritte delle cose simili. Cosa vuol dire ristrutturare il debito? Ridurre in parte il capitale da rimborsare o, meno di rado, ridurre gli interessi e/o posticipare i pagamenti dovuti rispetto alle scadenze pattuite. Perché uno Stato sovrano non ha bisogno di Cac? Perché è lui ad emettere la valuta in cui quel debito è denominato e lo fa attraverso la sua banca centrale, che rimane un'istituzione di quello Stato dedita appunto all'emissione della moneta. Se si acquistano titoli di stato di altri Paesi sovrani non si corre quindi alcun rischio? Nessuno. Chi acquista titoli di Stato di Giappone, Svizzera o Ungheria valuterà diverse tipologie di rischio: quello di cambio, quello di tasso (dovuto a eventuali aumenti), quello di inflazione. Tutte fattispecie che un qualsiasi obbligazionista è in grado di valutare e fronteggiare. Ma mai e poi mai potrà accadere che gli Usa non siano in grado di rimborsare per mancanza dei dollari che solo loro possono stampare. Quindi uno Stato che contrae debito nella sua valuta non rischia il default? Esattamente. E perché uno Stato sovrano prende a prestito la propria moneta emettendo titoli se può stamparla liberamente? È un'operazione di politica monetaria non fiscale. Nel prendere a prestito soldi dal settore privato a un dato interesse, lo Stato di fatto cerca di orientare la struttura dei tassi cui potranno adeguarsi banche, imprese e famiglie. E perché sono andati in bancarotta stati importanti come ad esempio l'Argentina? Perché avevano debiti contratti in dollari, che Buenos Aires non ha il diritto di stampare. L'Argentina al momento del default aveva un rapporto debito/Pil inferiore al 50%. E perché la Russia sul finire degli anni novanta non ha rimborsato titoli emessi in rubli? È stata una libera scelta. Ha compiuto un default selettivo decidendo di non rimborsare titoli in scadenza detenuti da investitori stranieri. Volendo difendere il cambio col dollaro e non volendosi privare di preziose riserve valutarie, la Russia ha in quel momento scelto di non pagare un suo titolo. Come cambiano le Cac con la riforma del Mes, che le introdurrebbe a partire dal 2022? Le vecchie Cac presuppongono che, qualora uno Stato intenda ristrutturare il suo debito, debba ottenere un accordo della maggioranza degli investitori. Gli Stati emettono debito in tante emissioni spezzettate: doveva quindi esserci una doppia maggioranza (dual limb) sia a livello di debito complessivo che in ciascuna singola emissione. Con le nuove Cac sarà sufficiente la sola maggioranza a livello complessivo (single limb). Il nuovo Mes rende quindi più semplice per uno Stato ristrutturare il debito? Una volta che lo Stato fosse «convinto» dal Mes a intraprendere questa strada per avere accesso alla linea di credito a condizioni rafforzate, con queste clausole sarà più facile ristrutturare il debito. Cosa è la linea di credito a condizioni rafforzate? È il credito che il Mes può erogare a quei Paesi - come l'Italia - non sono in linea con tutti i parametri. Per accedere dovranno sottoscrivere un'intesa col Mes affinché si attuino determinate azioni correttive. Fra queste può esserci, come in Grecia, il coinvolgimento del settore privato attraverso la ristrutturazione del debito. Il Mes prevede espressamente la ristrutturazione del debito? Lo prevedeva già prima di questa riforma. Le nuove Cac la faciliteranno. Le Cac impediscono all'Italia o a un altro Paese di poter ridenominare il debito nella sua valuta in caso di uscita dall'euro? No. Il debito verrebbe ridenominato nella nuova valuta in forza di legge. Perché ciò avvenga occorre che al debito si applichi la legge italiana. Le Cac sono clausole contrattuali che non possono sopraffare la legge: disciplinano le modalità con cui possono essere modificati i termini del contratto nel quadro legislativo vigente. I prestiti erogati dal Mes a uno Stato nell'ambito della sua assistenza finanziaria possono rendere più problematica l'uscita dall'euro? Si. Il Mes di fatto eroga fondi anche a condizione che la disciplina legale dei prestiti erogati sia diversa da quella dello Stato debitore. Il Mes ha sede in Lussemburgo, la cui disciplina è quella preferita in campo finanziario europeo. Con l'intervento del Mes ad Atene si è impedita la Grexit? Di fatto, sì. Con le operazioni di «salvataggio» dal 2011 al 2015 Mes e Fmi sono corse in soccorso di Atene prestandole soldi perché quest'ultima potesse rimborsare in anticipo i titoli di stato che impiombavano i portafogli delle banche francesi e tedesche. Il tutto mediante l'istituzione fra tanti organismi anche del Mes. E già dovremmo chiamare questi fondi col meno professionale «Fondi salva Loro» (sottinteso: le banche francesi e tedesche). Con in più un non secondario effetto tossico. Mentre i titoli di stato estinti anticipatamente erano disciplinati dalla legge ellenica (e quindi in caso di uscita dall'euro sarebbero stati ridenominati in dracme che Atene avrebbe potuto emettere ad libitum addebitando la svalutazione sul conto dei creditori), i nuovi debiti accesi dalla Grecia in queste operazioni di salvataggio - come documentato anche in uno studio dell'economista Marcello Minenna - sono invece disciplinati in legge estera. Quindi in caso di Grexit, Atene dovrà comunque rimborsare euro che non potrà ovviamente stampare come del resto già accade oggi. Fabio Dragoni
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È la notte di Capodanno, il locale è pieno di ragazzi, la musica, le voci, le risate. All’improvviso, le fiamme: lingue di fuoco che avvolgono il soffitto, prima dietro il bancone del bar e, in pochi secondi, su tutti gli arredi. I ragazzi non se ne accorgono subito, non capiscono cosa stia accadendo, qualcuno riprende i primi istanti con il cellulare e, in sottofondo, le voci sono ancora di festa.
Qualche attimo dopo il locale si trasforma in una trappola mortale: il fuoco si propaga velocemente, tutti lasciano i tavoli gridando di terrore e cercano le scale che portano all’esterno, avvolti dal fumo sempre più denso. Si calpestano, si ostacolano a vicenda, atterriti, si feriscono. Poi qualcosa nel locale esplode, un boato fortissimo forse due e la tragedia diventa una strage.
Sono 47 i morti e oltre 115 i feriti, molti dei quali gravi, nella tragedia di Crans-Montana località sciistica del Canton Gallese in Svizzera frequentatissima in questa stagione da turisti che arrivano da tanti Paesi diversi. Intorno all’1.30 della notte tra il 31 dicembre e il 1 gennaio, forse a causa di alcune candeline accese e posizionate sui tappi delle bottiglie di spumante, il soffitto del bar discoteca Le Constellation, nel centro del paese, ha preso fuoco mentre era in corso una serata di Capodanno dedicata ai giovanissimi. Il longue bar è una struttura nota in paese, aperta da anni, molto frequentata dai ragazzi che arrivano anche dalle località vicine. È un locale a due piani: a quello terreno c’è una terrazza chiusa e coperta che affaccia direttamente sulla via. Da lì si accede al piano seminterrato, dove si stava svolgendo la festa. All’interno, secondo le testimonianze, c’erano circa 200 persone, quasi tutte sedute ai tavoli, e tanti ragazzi erano in fila, fuori al freddo, ancora in attesa di entrare.
Secondo uno dei primi racconti di ieri, quello di due giovani francesi che hanno parlato alla tv transalpina Bfm, le fiamme sarebbero partite da candeline accese su bottiglie di champagne che avrebbero appiccato il fuoco al soffitto in legno. «Una delle candeline è stata avvicinata troppo al soffitto, che ha preso fuoco e nel giro di poche decine di secondi tutto era in fiamme», hanno spiegato le due giovani che sono riuscite a mettersi in salvo. «Abbiamo cominciato a vedere del fumo e delle fiamme molto alte, ho provato a fuggire ma non riuscivamo ad uscire dalla porta», ha raccontato un altro giovane testimone, «c’era il caos, ho messo un tavolo a terra per proteggermi e per evitare che le persone in fuga mi schiacciassero, ho pensato che sarei morto così. Poi ho capito che l’unico modo per uscire era rompere una finestra, l’ho fatto e mi sono ritrovato fuori senza scarpe e senza vestiti».
Fuori del locale, dopo lo scoppio, una scena surreale: decine di persone a terra, bruciate sul corpo e sul volto, alcune senza vita. «L’aria era irrespirabile, tanti ragazzi insanguinati senza vestiti, stavano riversi sul marciapiede con i volti nascosti», racconta chi si è trovato davanti alla tragedia.
L’allarme che ha avvisato le forze dell’ordine dell’incendio è stato lanciato da una persona che abita accanto al locale: «I soccorsi sono arrivati in pochi minuti e molto rapidamente è stato attivato il dispositivo di sicurezza per fare in modo che gli agenti potessero agire al meglio», ha spiegato il capo della polizia del Canton Gallese, Frederic Gisler, in conferenza stampa, «Per prima cosa abbiamo soccorso le vittime e le abbiamo smistate nei quattro ospedali della zona, poi i vigili del fuoco hanno circondato l’area e abbiamo attivato un numero verde per le famiglie dei dispersi e un servizio di supporto psicologico per i feriti e i loro familiari». La macchina dei soccorsi è stata efficiente: solo nelle prime ore dopo la tragedia erano già in attività dieci elicotteri, 40 ambulanze e oltre 150 sanitari. Ma lo strazio non è finito per le tante famiglie che restano in attesa di notizie dai loro cari. «Purtroppo il lavoro di identificazione delle vittime sarà lungo e richiederà molto tempo perché molti corpi sono carbonizzati o con ustioni gravissime», ha chiarito ancora il capo della polizia, mentre sulle cause che hanno scatenato l’incendio è stata aperta una inchiesta.
Quello che appare certo è che il fuoco si sia propagato velocemente perché l’incendio è scoppiato all’interno di un locale chiuso e ha provocato a sua volta l’esplosione, un fenomeno ad altissimo impatto definito con il termine tecnico «flashover», ossia il passaggio improvviso da un incendio localizzato in uno spazio chiuso a uno più ampio.
Secondo quanto riportato dal quotidiano Corse Matin i proprietari e gestori de Le Constellation sarebbero una coppia di francesi originari della Corsica, Jessica e Jacques Moretti. A quanto risulta, la donna, proprietaria anche di un altro locale nella zona, era all’interno del bar quando è scoppiato l’incendio ed è rimasta ferita a un braccio. «Quello che è accaduto è tra le peggiori tragedie del nostro Paese e ci impegneremo al massimo per capire le cause e le responsabilità», ha dichiarato il presidente della Confederazione elvetica che ha invitato turisti e sciatori a prestare particolare attenzione nei prossimi giorni e ad adottare comportamenti prudenti al fine di non impegnare i soccorsi e le unità operative degli ospedali in nuove emergenze. Dichiarati cinque giorni di lutto «per rispetto alle vittime».
Dispersi 6 connazionali, 13 ricoverati. Tajani oggi sul luogo dell’ecatombe
La notizia dell’esplosione e i telefoni che squillano a vuoto. È questa la rappresentazione plastica dell’incubo di ogni genitore, incubo divenuto realtà per decine di loro nella notte del primo gennaio 2026. La Farnesina è al lavoro ma ci vorranno giorni per avere numero e nomi precisi dei morti nella tragica esplosione di Capodanno a Crans-Montana, in Svizzera. Lo ha spiegato l’ambasciatore Gian Lorenzo Cornado accorso sul posto: «L’accertamento delle vittime richiederà dei giorni a causa delle gravi ustioni subite dalle persone che si trovavano all’interno del locale».
A dilaniare i parenti dei dispersi è soprattutto l’incertezza, le prime notizie trapelate parlavano di un numero di italiani coinvolti ben superiore a 19. Molti minorenni, i più grandi superano appena i 25 anni. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, che questa mattina si recherà a Crans Montana, ha disposto l’allestimento di una piccola unità di crisi del consolato generale di Ginevra sul posto «per rispondere alle domande dei connazionali ma anche per assistere le famiglie».
Il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, tenuta in costante aggiornamento dal vicepremier Tajani, al mattino ha espresso, a titolo personale e a nome del governo, le più sentite condoglianze per il drammatico incendio ringraziando le risorse della Protezione civile operative ed esprimendo la propria vicinanza ai familiari delle vittime, ai feriti, alle istituzioni e al popolo elvetici.
Dieci i nomi dei dispersi raccolti dalle prime testimonianze dei familiari che hanno raggiunto il centro per avere notizie, ma ieri sera erano in sei a risultare dispersi: Achille Osvaldo Giovanni Barosi (nato il 17 luglio del 2009), Riccardo Minghetti (02/09/2009), Chiara Costanzo (05/06/2009), Giovanni Raggini (26/09/1997), Giovanni Tamburi (21/12/2009), Giuliano Biasini. Tredici fin qui i ricoverati, molti di questi gravi. Leonardo Bove, Alessandra Galli De Min ed Eleonora Palmieri nel nosocomio di Sion, Antonio Lucia e Filippo Leone Grassi all’ospedale di Losanna, Francesca Nota in quello di Zurigo, Manfredi Marcucci nell’ospedale di Sion e Talingdan Kian Kaiser. Tragica la sorte di un gruppetto di sedicenni milanesi che, come gli altri, avevano raggiunto il locale Le Constellation per festeggiare il Capodanno. Una di loro è in coma all’ospedale di Zurigo, un altro è stato trasportato con l’elicottero a Zurigo con diverse ustioni alla testa e a una mano. Gli altri tre si sono salvati perché non sono stati fatti entrare.
«Mi hanno respinto all’ingresso e ho deciso di prendere il bus che stava passando in quel momento per andare al Montana (un altro locale)», ha raccontato un ragazzo ai microfoni di Rainews. Un altro, Battista Medde di Oliena ha risposto alle domande del Messaggero: «Dovevo andare anch’io ma ho preferito un altro locale dove si poteva entrare gratuitamente, visto che La Constellation aveva un biglietto di ingresso». Poi ha spiegato: «Io sono italiano e ho sempre frequentato quel locale, tanti italiani vanno là perché è un locale che chiudeva abbastanza tardi, che aveva il biliardo e le freccette e lo spazio era abbastanza grande per stare tutti insieme».
Guido Bertolaso, che dopo aver guidato la Protezione civile oggi è assessore al Welfare della Regione Lombardia, ai cronisti ha detto: «Ci sono altri due giovanissimi italiani ricoverati negli ospedali di Zurigo e Berna che però al momento non sono trasportabili per le gravi condizioni». Bertolaso illustra ai cronisti anche le condizioni di salute del primo ferito italiano arrivato al Niguarda la cui situazione sarebbe seria e per il quale il primo bollettino è stato emesso dopo le 20 insieme a quello di altri due connazionali, anch’essi giovani come la prima vittima, che hanno raggiunto anche loro l’ospedale milanese in serata, tutti intubati e con ustioni stimate tra il 30 e il 40% del corpo. Tra i feriti arrivati anche una donna: «Era cosciente e le sue condizioni non apparivano particolarmente critiche. So che ha subito un fortissimo trauma, probabilmente toracico stava mentre uscendo di corsa come tutti gli altri per salvarsi. Ha anche delle ustioni ma non mi sono sembrano gravissime. Sono arrivati anche altri due ragazzi che adesso stanno facendo il triage», ha spiegato Bertolaso.
Le notizie, tuttavia, arrivano confuse tanto che l’ex uomo forte della Protezione civile nazionale precisa: «Siccome sappiamo che ci sono altri italiani, stiamo facendo il censimento da un lato per sapere tutti quelli che sono ricoverati negli ospedali del Paese svizzero e poi per capire con il “team” di medici esperti che dovrebbe partire nella notte chi può essere trasportato, lo prendiamo e lo portiamo subito qui».
«Le autorità svizzere mi hanno promesso che mi forniranno l’elenco degli italiani feriti stasera, al massimo domani mattina, e lo condividerò immediatamente con la Farnesina», ha aggiunto l’ambasciatore italiano Cornado, che al Tg4 ha spiegato: «Ci manca questo dato: l’elenco dei feriti e dove sono ricoverati».
Anche la Commissione europea, al pomeriggio, si espone per proporre il suo aiuto: «Profondamente rattristata dall’incendio a Crans-Montana. I miei pensieri sono con le vittime, le loro famiglie e tutti coloro che sono stati colpiti. Stiamo collaborando con le autorità svizzere per fornire assistenza medica alle vittime attraverso il Meccanismo di Protezione civile dell’Ue. L’Europa è pienamente solidale con la Svizzera», ha scritto su X il presidente Ursula Von der Leyen.
La discoteca era in un seminterrato. Una trappola con un’unica via d’uscita
Centinaia di persone in un seminterrato con una sola scala per risalire all’esterno. Una uscita di sicurezza sul fondo del locale, ma poco segnalata. Il soffitto in legno, i materiali non ignifughi e i giochi pirotecnici con le «stelle di natale» infilate nelle bottiglie di champagne per fare festa. Ci sarebbero anche questi tra gli elementi che hanno trasformato la festa di capodanno nell’apres- ski Le Constellation, meglio conosciuto come Le Conste, in una strage di giovani, rimasti intrappolati e bruciati vivi all’interno della discoteca più nota di Crans-Montana.
Sulle dinamiche dell’accaduto è stata aperta una inchiesta e il procuratore generale del Canton Vallese, Beatrice Pilloud, ha annunciato l’avvio di una indagine per accertare cause e responsabilità. I racconti dei giovani che si sono salvati insistono, però, tutti, su alcuni fatti drammatici: l’utilizzo delle candeline scintillanti nella sala con il soffitto in legno, i pochi secondi passati tra le prime fiamme e la strage e la difficoltà dei presenti a raggiungere l’uscita per mettersi in salvo.
«Poco prima che scoppiasse l’incendio ho visto ragazze del servizio che portavano ai tavoli le bottiglie con dentro le candeline scintillanti», racconta uno dei giovani che si è salvato. «A un certo punto, uno dei clienti a cui era stata servita la bottiglia è salito sulle spalle di un amico, tenendo la bottiglia in mano e alzando le braccia ha quasi toccato il soffitto», racconta un altro «e pochi secondi dopo, tutto era avvolto dalle fiamme». Ma come è possibile? In gergo tecnico di chiama «flashover» e si tratta di un rogo che divampa velocemente in un locale chiuso e che crea esplosioni a ripetizione, senza lasciare scampo a chi si trova all’interno. Non serve una fiamma libera, per avviarlo bastano le temperature elevatissime e la concentrazione di materiali infiammabili, la reazione a catena che si innesca è incontrollabile e la temperatura sale così rapidamente da non lasciare ai presenti il tempo di fuggire. Le Constellation è aperto dal 2015, dopo una completa ristrutturazione che lo ha trasformato da locale fatiscente in meta chic delle vacanze sulla neve. Al piano seminterrato, che è il cuore del locale, tra schermi, luci psichedeliche e dj set, la pratica delle candeline pirotecniche, come dimostrano alcuni video girati nel locale, era usuale e quindi evidentemente, ritenuta sicura, nonostante l’ambiente senza sbocchi diretti sull’esterno.
Poi c’è la questione della scala e dell’uscita di sicurezza e, anche in questo caso, i racconti dei superstiti lasciano attoniti. Come quello di tre amici che quella sera dovevano festeggiare a Le Conste ma, all’ultimo momento, hanno rinunciato perché fuori dal locale c’erano decine di giovani in fila per entrare: «Appena è scoppiato l’incendio, i body guard che erano all’ingresso sono stati avvisati e sono scesi di sotto», raccontano, «a quel punto quelli che erano in fila ne hanno approfittato per riversarsi dentro ostacolando la fuga di chi tentava disperatamente di uscire per salvarsi la vita». Un altro testimone ha raccontato di essere passato nei pressi del locale proprio dopo lo scoppio dell’incendio e di aver visto «decine di giovani accalcati che cercavano di uscire dal locale senza riuscirci» mentre il fuoco devastava i loro corpi.
A quanto risulta sulle piattaforme di promozione turistica, Le Conste non brillava alla voce «sicurezza»: aveva collezionato alcune recensioni negative. Da ieri, inoltre, le pagine social del locale sono state chiuse.
Aiuti dall’Italia, ustionati al Niguarda
«Se le autorità elvetiche dovessero farne richiesta, attraverso il nostro ministero degli Affari esteri, non esiteremmo a dichiarare lo stato di mobilitazione nazionale delle nostre strutture di Protezione civile a supporto di quelle operative in Svizzera»: così il ministro per la Protezione civile, Nello Musumeci, ha voluto ribadire lo sforzo straordinario che le autorità e i soccorritori italiani hanno fin da subito messo in campo per assistere la Svizzera nelle operazioni di soccorso a Crans-Montana. Fin da subito, infatti, Regione Lombardia si è prontamente messa a disposizione per «accogliere i giovani rimasti feriti nella notte nel tragico incidente mettendo a disposizione tutte le competenze e le risorse necessarie», hanno fatto sapere da Palazzo Lombardia con una nota. Ieri sera sono stati trasferiti in Italia i primi pazienti coinvolti nel rogo: si tratta di tre connazionali portati al centro grandi ustioni del Niguarda di Milano, dopo sono stati resi disponibili 18 posti letto. Lo ha riferito a Rainews 24 il direttore del Cross 118, Andrea Nicolini. «Sono intubati e hanno ustioni sul 30-40% del corpo, non sappiamo se sono lombardi», ha aggiunto l’assessore lombardo al Welfare, Guido Bertolaso, accettiamo e siamo pronti a farci carico di feriti di qualsiasi nazionalità. Manderemo un team di nostri esperti di grandi ustioni che gireranno tutti gli ospedali della Svizzera per controllare tutti i nostri connazionali. Manderemo anche un team di psicologi per i genitori dei ragazzi ricoverati negli ospedali e per quelli ancora non riconosciuti». Solidarietà lombarda ribadita, ieri sera, anche dal governatore Attilio Fontana. Anche una squadra del soccorso alpino valdostano sta operando nella cittadina svizzera: da Aosta è partito all’alba di ieri un elicottero della Protezione civile regionale con a bordo i tecnici del soccorso alpino e un medico.
E pure il Piemonte è sceso in campo: «Abbiamo attivato il nostro sistema sanitario, offrendo posti letto per ricoverare i pazienti negli ospedali del nord del Piemonte, medici e personale sanitario in grado di gestire situazioni di emergenza Azienda zero è già in contatto con i diversi soggetti interessati per mettere a disposizione gli elicotteri del servizio regionale di elisoccorso per il trasporto di eventuali pazienti critici negli ospedali regionali sulla base delle richieste che perverranno dal ministero degli Esteri e dagli organi sanitari europei. Anche il nostro sistema di Protezione civile è pronto a collaborare», ha dichiarato il governatore Alberto Cirio. L’Emilia-Romagna ha messo a disposizione 50 posti di terapia intensiva, da Genova è pronto a partire un expert-team per le grandi ustioni.
«Vogliamo ringraziare Italia, Francia e Germania per l’aiuto dopo la tragedia», ha commentato commosso Guy Parmelin, presidente della Confederazione elvetica, in conferenza stampa.
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Sergio Mattarella (Ansa)
Ciò detto, del discorso di Mattarella mi ha colpito il riferimento ai giovani, liquidati in poche parole proprio in chiusura dell’intervento. «Qualcuno - che vi giudica senza conoscervi davvero - vi descrive come diffidenti, distaccati, arrabbiati». Il capo dello Stato poi ha esortato la «generazione Z» a non rassegnarsi e a essere esigente e coraggiosa. Tuttavia, se c’è qualcuno che con le sue parole ha dimostrato di non conoscere davvero i giovani, questo è proprio il presidente della Repubblica, che dopo il pistolotto con cui ha rievocato 80 anni di storia, ha deciso di chiudere con un riferimento ai ragazzi, appiccicato al resto del messaggio quasi per caso, senza alcuna reale intenzione né di approfondire il disagio giovanile e men che meno di capire le aspirazioni di adolescenti e ventenni.
Se solo il capo dello Stato avesse avuto notizia delle recenti riflessioni fatte dagli organi di polizia, preoccupati dalla recrudescenza della delinquenza giovanile, si sarebbe risparmiato di parlare di giovani «diffidenti, distaccati e arrabbiati». Se c’è un fenomeno che nel corso del 2025 si è evidenziato è quello dell’aumento dei reati da parte dei ragazzini. Minorenni con il coltello in mano, branchi pronti ad aggredire e derubare i coetanei, gruppi determinati a scontrarsi con le forze dell’ordine. Certo, i maranza non sono rappresentativi dell’intero universo degli adolescenti e dei ventenni, però se i questori denunciano con preoccupazione la crescita di queste bande è evidente che non si tratta di una percezione dell’opinione pubblica e nemmeno della valutazione di qualche osservatore politicamente orientato. Altro che ragazzi dipinti da chi non li conosce bene come «diffidenti, distaccati e arrabbiati». Qui stiamo tenendo a battesimo le gang che altri Paesi, per esempio la Francia, hanno già visto all’opera. Banditi in erba, quasi sempre di origine straniera, spesso di seconda generazione, che in Italia ritengono di poter fare ciò che nei loro Paesi sarebbe represso senza esitazione. Solo a fine anno, mentre Mattarella parlava, a Roma la zona del Colosseo era segnalata come off limits per aggressioni e risse, a Torino la gang di Askatasuna si scontrava con la polizia e a Milano il centro era di fatto chiuso ai festeggiamenti per il timore di violenze come in passato. Altro che inclusione, come invoca il capo dello Stato: qui sarebbe necessaria la repressione, ma il sistema buonista spesso invocato dal Colle rischia di regalarci la rassegnazione, ovvero un cedimento alla violenza di chi è giudicato «diffidente, distaccato e arrabbiato».
Certo, sarebbe stato interessante se, invece che parlarci del passato, degli 80 anni della Repubblica e di tutte le conquiste raggiunte, dalla riforma sanitaria a quella agraria, dal voto alle donne allo statuto dei lavoratori, Mattarella ci avesse raccontato del presente e del futuro. Sarebbe stato un segno di modernità, di uno sguardo aperto verso le sfide che ci attendono, di una vera vicinanza nei confronti dei giovani. Invece Mattarella ha scelto di voltarsi indietro, di commemorarsi e di rallegrarsi, dimostrando ancora una volta non solo di non comprendere le giovani generazioni, ma neppure il secolo che ha di fronte e i cambiamenti con cui l’Italia e l’Europa si dovranno confrontare nel 2026 e negli anni a venire. Non proprio un messaggio ben augurante per la più alta carica dello Stato.
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Andy Warhol. Ladies and Gentlemen (Wilhelmina Ross), 1975. Pittsburgh, The Andy Warhol Museum, Founding Collection, Contribution The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts, Inc., 1998.1.167 © The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts Inc., by SIAE 2025
1. Metafisica/Metafisiche
21 gennaio - 21 giugno 2026. Palazzo Reale, Miano
Un progetto espositivo vasto, dislocato in 3 diversi musei milanesi (Palazzo Reale, il Museo del Novecento e Palazzo Citterio), che mette in dialogo i grandi Maestri della Metafisica (Giorgio de Chirico, Alberto Savinio, Carlo Carrà, Filippo de Pisis, Giorgio Morandi ) con gli « eredi» internazionali e con gli «allievi » del XX e XXI secolo. Esposte a Palazzo Reale circa 400 opere tra dipinti, sculture, fotografie, disegni, oggetti di design oltre a plastici e modelli architettonici, illustrazioni, fumetti, riviste, video, vinili con prestiti nazionali e internazionali provenienti da più di 150 istituzioni tra pubbliche e private, gallerie, archivi e prestigiose collezioni private.
2. I Macchiaioii
3 febbraio – 14 giugno 2026. Palazzo Reale, Miano
A Palazzo Reale di Milano una grande retrospettiva con oltre 100 capolavori del movimento pittorico che rivoluzionò l'Ottocento italiano, anticipò l'Impressionismo ed ebbe un ruolo attivo nel Risorgimento. In mostra fra gli altri, opere di Fattori, Lega e Signorini, in un’esposizione e che è frutto degli ultimi studi sui Macchiaioli da parte dei tre esperti italiani più autorevoli del movimento: Francesca Dini, Elisabetta Matteucci e Fernando Mazzocca
3. Le Alchimiste
7 febbraio - 27 settembre 2026. Palazzo Reale, Miano
Sarà allestita nella Sala delle Cariatidi Le Alchimiste, la nuova imponente mostra di Anselm Kiefer, tra i più influenti artisti contemporanei. L’esposizione, curata dalla storica dell’arte Gabriella Belli, nasce da un progetto avviato nel 2023 e presenta oltre quaranta grandi teleri, concepiti appositamente per dialogare con la drammatica bellezza di questo luogo, pesantemente segnato dal bombardamento del 1943. Attraverso la sua pittura materica e simbolica, l’artista restituisce volti e corpi cancellati dalla storia, riconoscendo alle alchimiste (a Caterina Sforza,scienziata e condottiera, in primis…) un ruolo cruciale nella nascita del pensiero scientifico moderno.
4. Barocco. Il Gran Teatro delle Idee
21 febbraio - 28 giugno 2026. Museo Civico San Domenico, Forlì
In un inedito confronto con il Novecento, che offrirà un’occasione unica per cogliere il sorprendente dialogo tra due epoche lontane ma intimamente legate da un’inquietudine formale ed esistenziale, la mostra intende restituire una visione complessiva della cultura barocca vista attraverso i suoi protagonisti, i committenti, il ruolo di Roma e delle corti europee. Oltre 200 le opere esposte, che spaziano da Guercino a De Chirico, da Rubens a Boccioni, da Borromini a Melotti.
5. Zandomeneghi e Degas. Impressionismo tra Firenze e Parigi
27 febbraio – 28 giugno 2026. Palazzo Roverella, Rovigo
Una mostra che mette in dialogo un protagonista dell’arte italiana dell’Ottocento e uno dei nomi più incisivi della scena europea: Federico Zandomeneghi (Venezia 1841 – Parigi 1917) ed Edgar Degas (Parigi 1834 – 1917), legati da una lunga e profonda amicizia parigina. Il percorso espositivo, curato dalla storica dell’arte Francesca Dini, illumina affinità, rimandi e sorprendenti convergenze tra due maestri capaci di ridefinire lo sguardo moderno ed è reso unico da prestiti nazionali e internazionali di straordinaria qualità, provenienti da importanti musei e collezioni.Fra le opere esposte, la celebre Dans un café di Degas e la spendida Bambina dai capelli rossi di Zandomeneghi.
6. Mark Rothko
14 marzo - 23 agosto 2026. Palazzo Strozzi, Firenze
Indiscusso maestro dell’arte moderna americana, la mostra permette di ripercorrere l’intera carriera di Rothko (1903-1970) attraverso oltre 70 opere provenienti da prestigiose collezioni private e dai più importanti musei internazionali. Curato dal figlio Christopher Rothko e da Elena Geuna, da Palazzo Strozzi il progetto si estende poi a tutta la città di Firenze, coinvolgendo due luoghi particolarmente cari all’artista: il Museo di San Marco, con opere in dialogo con gli affreschi di Beato Angelico, e il Vestibolo della Biblioteca Medicea Laurenziana progettato da Michelangelo.
7.Andy Warhol. Ladies and Gentlemen
14 Marzo - 19 Luglio 2026. Palazzo dei Diamanti, Ferrara
Un evento di respiro internazionale che non è solo una mostra su Warhol, ma una riedizione - a 50 anni di distanza - della trasgressiva esposizione che l‘artista in persona aveva presentato in Italia e che aveva segnato un punto di svolta nella sua produzione e nell’arte del tempo. Con Ladies and Gentleman, infatti, Warhol aveva per la prima volta eletto a protagonisti del proprio lavoro anonime drag queen afro-americane e portoricane, piuttosto che icone della società dello spettacolo sulle quali si era concentrato fino a quel momento. Esposta a Ferrara un’ eccezionale selezione di oltre 150 ritratti, tra acrilici, disegni, serigrafie e Polaroid, provenienti da importanti musei e collezioni, europei e americani.
8.Van Dyck l’europeo. Il viaggio di un genio da Anversa a Genova e Londra
20 Marzo 2026 - 19 Luglio 2026. Palazzo Ducale, Genova
Con un numero straordinario di opere di Van Dyck (58 in dieci sezioni tematiche) prestate dai più grandi e autorevoli musei d’Europa, l’esposizione genovese è senza dubbio la più grande mostra sul maestro fiammingo degli ultimi venticinque anni. Curata da Anna Orlando e Katlijne Van der Stighelen - affiancate da un comitato scientifico onorario internazionale composto da prestigiosi studiosi italiani e stranieri - la mostra permette al pubblico di ammirare opere di straordinario valore, fra cui spiccano il primo autoritratto che si conosca del pittore, eseguito quando Van Dyck era ragazzino, il Ritratto dei Principi Palatini, Sansone e Dalila, il modernissimo studio per la figura di San Gerolamo e Le quattro età dell’uomo. Per chi volesse ammirare altre opere di Van Dyck e dei suoi contemporanei nordici, la mostra prosegue nei meravigliosi spazi dei Musei di Strada Nuova (Palazzo Rosso e Palazzo Bianco) , facendo di Genova, a città dove Van Dyck risiedette a lungo e dove ha lasciato segni tangibili della sua presenza, teatro perfetto per le opere di questo grande Maestro.
9.Obey
6 maggio - 6 settembre 2026. Galleria d’Italia, Napoi
In continuità con il progetto dell’artista JR Chi sei Napoli? realizzato a Napoli nel 2024, una nuova iniziativa sarà realizzata alle Gallerie d’Italia con l’artista e illustratore statunitense Frank Shepard Fairey, in arte Obey , street artist di fama mondiale noto per aver realizzato, tra l’altro, il manifesto Hope, che riproduce il volto stilizzato di Barack Obama in quadricromia.
10. Arnaldo Pomodoro
29 maggio – 18 ottobre 2026. Galleria d’Italia,Milano
Allestita alle Gallerie d’Italia milanesi, curata da Luca Massimo Barbero e Federico Giani in collaborazione con Fondazione Arnaldo Pomodoro, la mostra celebrerà il centenario della nascita di uno dei più grandi scultori italiani contemporanei. A raccontare il percorso artistico di Arnaldo Pomodoro una selezione di lavori in prestito dalla Fondazione, posti in dialogo con esemplari dell’artista presenti nelle collezioni di Intesa Sanpaolo.
LA BIENNALE DI VENEZIA
In Minor Keys: sarà questo il titolo della 61esima Biennale d’arte di Venezia, che si terrà dal 9 maggio al 22 novembre 2026. La scelta del tema e l’intero progetto espositivo resteranno quelli pensati da Koyo Kouoh, la curatrice camerenunse-svizzera (e la prima curatrice africana della Biennale Arte) prematuramente scomparsa lo scorso 10 maggio 2025, pochi mesi dopo la sua nomina da parte del Consiglio di Amministrazione della Biennale di Venezia.
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Tom Selleck, protagonista della serie «Magnum P.I.» con la Ferrari 308 GTS (Getty Images)
La Ferrari 308 comparve sulla stampa alla fine del 1975. Presentata al salone di Parigi, iniziò ad essere prodotta nel dicembre di 50 anni fa. La nuova due posti secchi del cavallino rampante dovette affrontare difficili sfide all’atto della nascita. La crisi del petrolio mordeva il mercato dell’auto mondiale, mentre le politiche fiscali di quegli anni penalizzavano le cilindrate più alte, che Ferrari aveva in listino con i motori a 12 cilindri. In ultima istanza, la nuova nata avrebbe dovuto essere l’erede delle «Dino», le Ferrari con motore a 8 cilindri che presero il nome dal figlio di Enzo Ferrari prematuramente scomparso nel 1956, la cui ultima serie del 1974 disegnata da Bertone non aveva riscosso particolare consenso. La linea della nuova 308, uscita dallo studio di Pininfarina, sarà invece la chiave del successo della nuova sportiva del cavallino. Le forme rispecchiavano in pieno lo stile del decennio, che prediligevano linee tese più che quelle tondeggianti, con un chiaro accenno all’aspetto della sorella maggiore 512 BB 12 cilindri. Il motore era trasversale centrale e per la prima volta un V8 trovava posto sotto il cofano di una vettura a marchio Ferrari e non Dino.
La cilindrata era di 2.926cc erogante una potenza di 255 Cv. Alimentato da 4 carburatori Weber doppio corpo, la 308 raggiungeva la velocità di punta di 252 km/h ed un’accelerazione da 0 a 100 km/h in 6,5 secondi. I primi esemplari furono costruiti con carrozzeria in vetroresina dalla carrozzeria Scaglietti, che ne produsse poco più di 700 esemplari fino al 1977. La fibra di vetro garantiva particolare riduzione di peso (poco più di 1.000 kg a vuoto) rendendo brillanti la maneggevolezza e le prestazioni. Fu l’enorme successo della 308 GTB (dove G sta per Granturismo, T per motore trasversale e B per berlinetta) a costringere la casa di Maranello a proseguire la produzione adottando una più tradizionale carrozzeria in alluminio in quanto il fiberglass non permetteva l’assemblaggio di grandi numeri con un lavoro semiartigianale come quello applicato ai primi esemplari. Alla 308 GTB si affiancò una «scoperta», la 308 GTS (dove S sta appunto per scoperta) dotata di un tettuccio rimovibile del tipo «targa». Fu questo modello in particolare a rendere celebre in tutto il mondo la Ferrari 308, quando fu scelto per la serie tv americana «Magnum P.I.». Il protagonista, interpretato da Tom Selleck, fu accompagnato per tutte le puntate dalla 308 GTS rossa che entrò così nelle case di milioni di telespettatori. Dal 1980 i motori ricevettero l’iniezione elettronica al posto dei carburatori doppio corpo e nel 1984 nacque la 308 «Quattrovalvole», più affidabile di quella a carburatori e più brillante della precedente versione a iniezione che era stata criticata per l’eccessivo depotenziamento. La 308 fu uno dei più grandi successi commerciali per la casa di Maranello con circa 12.000 esemplari di tutte le serie prodotti fino al 1985. La 8 cilindri segnò la strada per i modelli successivi come la 328, di fatto un’evoluzione della 308 con la quale condivideva la meccanica e l’estetica di base. Oggi la versione in vetroresina è la più ricercata dai collezionisti e raggiunge quotazioni attorno ai 300.000 euro.
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