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2023-12-28
L’ultimo pasticcio dell’era pandemica: niente indennizzi per i sanitari morti
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Sono molte le questioni legate alla pandemia Covid ancora irrisolte. Una tra tutte risulta essere il nodo assicurativo, e più nel dettaglio il risarcimento che le compagnie del settore dovrebbero fornire ai medici morti a causa del virus.
La questione però risulta essere più complicata di quanto si possa pensare, anche perché entrano in gioco i tecnicismi legati al mondo assicurativo, quale la differenza tra infortunio e malattia e l’eventuale collegamento della morte come conseguenza di un infortunio professionale/extraprofessionale o alla malattia. Nel caso specifico, Cattolica Assicurazioni, diventata a luglio una divisione di Generali Italia guidata da Giancarlo Fancel, non intende pagare gli indennizzi dei dottori dipendenti del Servizio sanitario nazionale (Ssn) deceduti durante la pandemia.
I familiari dei 383 camici bianchi morti scomparsi starebbero premendo sulla compagnia assicurativa per vedersi riconosciuto l’indennizzo, minacciando in caso contrario di fare causa. Secondo quanto risulta a Milano Finanza, lo scontro tra le parti verterebbe sull’estensione del concetto di infortunio sul lavoro e l’assimilazione di questo a quello di morte improvvisa, inaspettata e imprevedibile, da agente infettivo. I famigliari dei medici deceduti stanno infatti sollecitando la compagnia assicurativa ad adottare, per i risarcimenti, l’interpretazione fornita dall’Inail per quanto riguarda il Covid. Nel dettaglio, l’istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro, nella circolare numero 13 del 3 aprile 2020, ha chiarito alcuni aspetti concernenti la tutela assicurativa nei casi accertati di infezione da nuovo coronavirus, avvenuti in occasione di lavoro. «Secondo l’indirizzo vigente in materia di trattazione dei casi di malattie infettive e parassitarie, l’Inail tutela tali affezioni morbose, inquadrandole, per l’aspetto assicurativo, nella categoria degli infortuni sul lavoro: in questi casi, infatti, la causa virulenta è equiparata a quella violenta», si legge dal testo della circolare che aggiunge anche come, «in tale ambito delle affezioni morbose, inquadrate come infortuni sul lavoro, sono ricondotti anche i casi di infezione da nuovo Coronavirus occorsi a qualsiasi soggetto assicurato dall’Istituto. [...] Nell’attuale situazione pandemica, l’ambito della tutela riguarda innanzitutto gli operatori sanitari esposti a un elevato rischio di contagio, aggravato fino a diventare specifico».
Interpretazione che però Cattolica assicurazioni non intende applicare. Molto probabilmente la compagnia, nel negare l’indennizzo ai parenti dei camici bianchi morti durante la il Covid, si rifà alla sentenza del 20 giugno 2023, con cui la Corte di appello di Torino ha affrontato una controversia relativa alla riconducibilità dell’infezione da Covid all’infortunio sul lavoro, previsto dal contratto di assicurazione e il relativo indennizzo spettante alla morte dell’assicurato. Nel caso in esame, il giudice era partito dal fatto che quando si stipula una polizza infortuni privata, l’oggetto della garanzia viene liberamente determinato tra le parti in questione (concetto di autonomia negoziale riconosciuto dal Codice civile). Le parti avevano deciso di distinguere tra infortunio e malattia e di legare l’evento di morte a un conseguente infortunio e non alla malattia. Nel farlo, avevano anche definito l’infortunio come un evento dovuto a una causa fortuita, violenta ed esterna che causa lesioni fisiche.
Stando alla definizione, si è però andati a escludere il concetto di Covid e più in generale della morte conseguente a infezioni virali, visto che questa non si può configurare come un evento dovuto a una causa violenta. Altro elemento evidenziato dal giudice è che nel caso di infezione da Covid, non si può risalire con precisione al luogo e al momento del contagio (nell’incidente sul lavoro il tutto è invece individuabile). Inoltre, la lesione non è immediatamente riscontrabile, dato che è preceduta da un periodo di incubazione che può variare a secondo del ceppo del virus che si contrae. Il riconoscimento dell’indennizzo si gioca dunque su sottigliezze e dettagli, tipici dei contratti assicurativi, che possono far pendere l’ago della bilancia dalla parte dei parenti dei medici o della compagnia assicurativa. La questione rimane dunque ancora aperta, in attesa di ulteriori risvolti. L’unica certezza è che Cattolica assicurazioni in tempi non sospetti, nel 2017, aveva vinto la gara pubblica per la stipula delle polizze Rc infortuni indetta dall’Enpam, la cassa previdenziale dei medici. Difficile dunque andare a quantificare il rischio finanziario di questa vicenda, anche perché non risulta essere ancora chiaro il numero delle famiglie che potrebbero intraprendere le vie legali. Considerando che il tetto per gli indennizzi a seguito di morte da infortunio è di 100.000 euro, il rischio potenziale per la compagnia si aggira intorno ai 38 milioni di euro.
Pfizer non fornisce le informazioni sulla stabilità dell’Rna nel vaccino
«È di fondamentale importanza conoscere la stabilità dell’Rna nei vaccini perché se si disintegra, l’efficacia del vaccino diminuisce». L’esperto australiano Phillip Altman, responsabile dell’approvazione sul mercato di numerosi nuovi farmaci, ha spiegato alla giornalista investigativa Maryanne Demasi che questi dati «sono di enorme interesse pubblico e dovrebbero essere divulgati», mentre Pfizer si rifiuta di farlo. Eppure, i dubbi si sono accumulati dalla prima comparsa sul mercato del vaccino anti Covid. In un primo momento, l’azienda aveva affermato che l’mRna nel vaccino, che codifica per la proteina Spike, è instabile e decadrebbe se le fiale chiuse non fossero conservate a -70°C. Ma nel febbraio 2021, Pfizer aveva apparentemente risolto il problema. Dichiarò che il vaccino poteva essere conservato in congelatori convenzionali (-20°C), non richiedeva più congelatori ultra freddi. Tanto bastò a Fda ed Ema, le agenzie regolatorie statunitense ed europea, che approvarono rapidamente la modifica, così pure le date di scadenza del vaccino furono prorogate di sei mesi e fino a un anno. «Ma conoscendo la sensibilità dell’Rna ai cambiamenti di temperatura e alla durata di conservazione, su quali dati di stabilità si sono basate le agenzie regolatorie per dare il via libera?», ha chiesto la Demasi alla Fda, che si è rifiutata di fornire la documentazione richiesta. Anche Pfizer ha detto di no, non intende divulgare i dati e invoca la «riservatezza commerciale». Però è una questione di sicurezza del vaccino, che riguarda la salute di milioni di persone. «Alcune ricevono dosi di mRna più elevate rispetto ad altre, e questo potrebbe spiegare perché lotti di vaccino sono associati a più eventi avversi rispetto ad altri», ha precisato Altman, riferendosi allo studio danese pubblicato lo scorso marzo sull’European Journal of Clinical Investigation. «Credo che le aziende farmaceutiche abbiamo sottostimato l’effetto paradosso», o Ade, che dipende principalmente da un rapporto squilibrato tra anticorpi neutralizzanti e non neutralizzanti contro il virus infettante, spiegò alla Verità un’affermata studiosa costretta all’anonimato. «Hanno detto di essere pronte a fornire i vaccini perché confidavano sul fatto che, già a fine 2020, il virus fosse ormai sufficientemente attenuato, sperando così di poter osservare un numero limitato di Ade nei vaccinati». Aggiunse che forse, avere composti con un mRna meno stabile, cambiando la temperatura di conservazione, è stata la «fortuna» per quanti si sarebbero ritrovati con molti più effetti avversi. Il bioscienziato David Wiseman afferma che sarebbe stato essenziale condurre test di stabilità in condizioni reali per valutare l’integrità dell’Rna e delle nanoparticelle lipidiche dopo il trasporto, lo stoccaggio, la preparazione e il mantenimento in cliniche in condizioni non ideali. La nuova soluzione tampone utilizzata da Pfizer per il sequenziamento dell’mRna e per migliorare il profilo di stabilità del vaccino «probabilmente avrebbe un impatto sulla quantità di proteine Spike prodotte o altererebbe il modo in cui le nanoparticelle lipidiche si comportano nel corpo», osserva Wiseman. Il professore accusa la Fda di non «aver mai insistito affinché la nuova formulazione fosse testata, almeno sugli animali, prima che farla iniettare nei bambini».Nuove ipotesi sugli effetti del vaccino anti Covid a mRna arrivano anche da un paper, pubblicato su European Review for Medical and Pharmacological Sciences. Gli autori, tra i quali esperti di genetica italiani, nella documentazione supplementare dichiarano di aver rilevato nel Dna genomico di pazienti con long Covid e diversi mesi dopo l’essersi vaccinati, «la presenza di una sequenza simile alla sequenza proteica del picco del vaccino BNT162b2, che potrebbe indicare una potenziale integrazione». La persistenza della Spike è già stata documentata da diversi studi, mentre per la integrazione nel Dna di sequenze da mRna vaccinali servirebbero casistiche più ampie, ma è un altro campanello d’allarme.
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Cattolica rifiuta di equiparare la malattia che uccise i medici all’infortunio sul lavoro. Cause in vista dai parenti delle vittime. Dati essenziali per valutare l’efficacia dei preparati, ma l’azienda invoca la riservatezza. Lo speciale contiene due articoli. Sono molte le questioni legate alla pandemia Covid ancora irrisolte. Una tra tutte risulta essere il nodo assicurativo, e più nel dettaglio il risarcimento che le compagnie del settore dovrebbero fornire ai medici morti a causa del virus. La questione però risulta essere più complicata di quanto si possa pensare, anche perché entrano in gioco i tecnicismi legati al mondo assicurativo, quale la differenza tra infortunio e malattia e l’eventuale collegamento della morte come conseguenza di un infortunio professionale/extraprofessionale o alla malattia. Nel caso specifico, Cattolica Assicurazioni, diventata a luglio una divisione di Generali Italia guidata da Giancarlo Fancel, non intende pagare gli indennizzi dei dottori dipendenti del Servizio sanitario nazionale (Ssn) deceduti durante la pandemia. I familiari dei 383 camici bianchi morti scomparsi starebbero premendo sulla compagnia assicurativa per vedersi riconosciuto l’indennizzo, minacciando in caso contrario di fare causa. Secondo quanto risulta a Milano Finanza, lo scontro tra le parti verterebbe sull’estensione del concetto di infortunio sul lavoro e l’assimilazione di questo a quello di morte improvvisa, inaspettata e imprevedibile, da agente infettivo. I famigliari dei medici deceduti stanno infatti sollecitando la compagnia assicurativa ad adottare, per i risarcimenti, l’interpretazione fornita dall’Inail per quanto riguarda il Covid. Nel dettaglio, l’istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro, nella circolare numero 13 del 3 aprile 2020, ha chiarito alcuni aspetti concernenti la tutela assicurativa nei casi accertati di infezione da nuovo coronavirus, avvenuti in occasione di lavoro. «Secondo l’indirizzo vigente in materia di trattazione dei casi di malattie infettive e parassitarie, l’Inail tutela tali affezioni morbose, inquadrandole, per l’aspetto assicurativo, nella categoria degli infortuni sul lavoro: in questi casi, infatti, la causa virulenta è equiparata a quella violenta», si legge dal testo della circolare che aggiunge anche come, «in tale ambito delle affezioni morbose, inquadrate come infortuni sul lavoro, sono ricondotti anche i casi di infezione da nuovo Coronavirus occorsi a qualsiasi soggetto assicurato dall’Istituto. [...] Nell’attuale situazione pandemica, l’ambito della tutela riguarda innanzitutto gli operatori sanitari esposti a un elevato rischio di contagio, aggravato fino a diventare specifico». Interpretazione che però Cattolica assicurazioni non intende applicare. Molto probabilmente la compagnia, nel negare l’indennizzo ai parenti dei camici bianchi morti durante la il Covid, si rifà alla sentenza del 20 giugno 2023, con cui la Corte di appello di Torino ha affrontato una controversia relativa alla riconducibilità dell’infezione da Covid all’infortunio sul lavoro, previsto dal contratto di assicurazione e il relativo indennizzo spettante alla morte dell’assicurato. Nel caso in esame, il giudice era partito dal fatto che quando si stipula una polizza infortuni privata, l’oggetto della garanzia viene liberamente determinato tra le parti in questione (concetto di autonomia negoziale riconosciuto dal Codice civile). Le parti avevano deciso di distinguere tra infortunio e malattia e di legare l’evento di morte a un conseguente infortunio e non alla malattia. Nel farlo, avevano anche definito l’infortunio come un evento dovuto a una causa fortuita, violenta ed esterna che causa lesioni fisiche. Stando alla definizione, si è però andati a escludere il concetto di Covid e più in generale della morte conseguente a infezioni virali, visto che questa non si può configurare come un evento dovuto a una causa violenta. Altro elemento evidenziato dal giudice è che nel caso di infezione da Covid, non si può risalire con precisione al luogo e al momento del contagio (nell’incidente sul lavoro il tutto è invece individuabile). Inoltre, la lesione non è immediatamente riscontrabile, dato che è preceduta da un periodo di incubazione che può variare a secondo del ceppo del virus che si contrae. Il riconoscimento dell’indennizzo si gioca dunque su sottigliezze e dettagli, tipici dei contratti assicurativi, che possono far pendere l’ago della bilancia dalla parte dei parenti dei medici o della compagnia assicurativa. La questione rimane dunque ancora aperta, in attesa di ulteriori risvolti. L’unica certezza è che Cattolica assicurazioni in tempi non sospetti, nel 2017, aveva vinto la gara pubblica per la stipula delle polizze Rc infortuni indetta dall’Enpam, la cassa previdenziale dei medici. Difficile dunque andare a quantificare il rischio finanziario di questa vicenda, anche perché non risulta essere ancora chiaro il numero delle famiglie che potrebbero intraprendere le vie legali. Considerando che il tetto per gli indennizzi a seguito di morte da infortunio è di 100.000 euro, il rischio potenziale per la compagnia si aggira intorno ai 38 milioni di euro.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/pasticcio-niente-indennizzi-sanitari-morti-2666816356.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="pfizer-non-fornisce-le-informazioni-sulla-stabilita-dellrna-nel-vaccino" data-post-id="2666816356" data-published-at="1703755274" data-use-pagination="False"> Pfizer non fornisce le informazioni sulla stabilità dell’Rna nel vaccino «È di fondamentale importanza conoscere la stabilità dell’Rna nei vaccini perché se si disintegra, l’efficacia del vaccino diminuisce». L’esperto australiano Phillip Altman, responsabile dell’approvazione sul mercato di numerosi nuovi farmaci, ha spiegato alla giornalista investigativa Maryanne Demasi che questi dati «sono di enorme interesse pubblico e dovrebbero essere divulgati», mentre Pfizer si rifiuta di farlo. Eppure, i dubbi si sono accumulati dalla prima comparsa sul mercato del vaccino anti Covid. In un primo momento, l’azienda aveva affermato che l’mRna nel vaccino, che codifica per la proteina Spike, è instabile e decadrebbe se le fiale chiuse non fossero conservate a -70°C. Ma nel febbraio 2021, Pfizer aveva apparentemente risolto il problema. Dichiarò che il vaccino poteva essere conservato in congelatori convenzionali (-20°C), non richiedeva più congelatori ultra freddi. Tanto bastò a Fda ed Ema, le agenzie regolatorie statunitense ed europea, che approvarono rapidamente la modifica, così pure le date di scadenza del vaccino furono prorogate di sei mesi e fino a un anno. «Ma conoscendo la sensibilità dell’Rna ai cambiamenti di temperatura e alla durata di conservazione, su quali dati di stabilità si sono basate le agenzie regolatorie per dare il via libera?», ha chiesto la Demasi alla Fda, che si è rifiutata di fornire la documentazione richiesta. Anche Pfizer ha detto di no, non intende divulgare i dati e invoca la «riservatezza commerciale». Però è una questione di sicurezza del vaccino, che riguarda la salute di milioni di persone. «Alcune ricevono dosi di mRna più elevate rispetto ad altre, e questo potrebbe spiegare perché lotti di vaccino sono associati a più eventi avversi rispetto ad altri», ha precisato Altman, riferendosi allo studio danese pubblicato lo scorso marzo sull’European Journal of Clinical Investigation. «Credo che le aziende farmaceutiche abbiamo sottostimato l’effetto paradosso», o Ade, che dipende principalmente da un rapporto squilibrato tra anticorpi neutralizzanti e non neutralizzanti contro il virus infettante, spiegò alla Verità un’affermata studiosa costretta all’anonimato. «Hanno detto di essere pronte a fornire i vaccini perché confidavano sul fatto che, già a fine 2020, il virus fosse ormai sufficientemente attenuato, sperando così di poter osservare un numero limitato di Ade nei vaccinati». Aggiunse che forse, avere composti con un mRna meno stabile, cambiando la temperatura di conservazione, è stata la «fortuna» per quanti si sarebbero ritrovati con molti più effetti avversi. Il bioscienziato David Wiseman afferma che sarebbe stato essenziale condurre test di stabilità in condizioni reali per valutare l’integrità dell’Rna e delle nanoparticelle lipidiche dopo il trasporto, lo stoccaggio, la preparazione e il mantenimento in cliniche in condizioni non ideali. La nuova soluzione tampone utilizzata da Pfizer per il sequenziamento dell’mRna e per migliorare il profilo di stabilità del vaccino «probabilmente avrebbe un impatto sulla quantità di proteine Spike prodotte o altererebbe il modo in cui le nanoparticelle lipidiche si comportano nel corpo», osserva Wiseman. Il professore accusa la Fda di non «aver mai insistito affinché la nuova formulazione fosse testata, almeno sugli animali, prima che farla iniettare nei bambini».Nuove ipotesi sugli effetti del vaccino anti Covid a mRna arrivano anche da un paper, pubblicato su European Review for Medical and Pharmacological Sciences. Gli autori, tra i quali esperti di genetica italiani, nella documentazione supplementare dichiarano di aver rilevato nel Dna genomico di pazienti con long Covid e diversi mesi dopo l’essersi vaccinati, «la presenza di una sequenza simile alla sequenza proteica del picco del vaccino BNT162b2, che potrebbe indicare una potenziale integrazione». La persistenza della Spike è già stata documentata da diversi studi, mentre per la integrazione nel Dna di sequenze da mRna vaccinali servirebbero casistiche più ampie, ma è un altro campanello d’allarme.
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Il caso Ice viene raccontato come una guerra civile negli Usa, ma i disordini sono locali e coprono uno scandalo miliardario in Minnesota. E mentre il dibattito arriva in Italia, una cosa è chiara: la propaganda rischia di creare tensioni reali, anche sulla sicurezza internazionale.
(Totaleu)
Lo ha dichiarato il ministro delle Imprese e del Made in Italy in un punto stampa al Parlamento europeo di Bruxelles.
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Secondo un report di Oliver Wyman e World Economic Forum, l’economia dello sport potrebbe quasi quadruplicare nei prossimi decenni. Ma inattività fisica e fattori operativi rischiano di pesare sulla tenuta della crescita già nel medio periodo.
L’economia dello sport continua a correre. Secondo le stime, nei prossimi venticinque anni il settore è destinato a quasi quadruplicare il proprio valore, passando dagli attuali 2,3 trilioni di dollari di ricavi annui a 8,8 trilioni nel 2050. Una traiettoria imponente, che conferma il peso crescente dello sport non solo come fenomeno culturale, ma come comparto industriale globale.
È quanto emerge dal report Sports for People and Planet, realizzato dalla società di consulenza Oliver Wyman insieme al World Economic Forum e presentato la scorsa settimana a Davos. Lo studio prevede già nel breve periodo una crescita significativa: entro il 2030 i ricavi complessivi dovrebbero salire a 3,7 trilioni di dollari, con un aumento del 10% nei prossimi cinque anni. Accanto a queste prospettive, il report segnala però una serie di criticità che, secondo gli analisti, potrebbero incidere sulla tenuta economica del settore. La prima riguarda la partecipazione. La diffusione di stili di vita sempre più sedentari, in particolare tra le fasce più giovani, rischia di ridurre nel tempo la base di praticanti e appassionati su cui si fondano molti dei ricavi dell’industria sportiva. Una dinamica che potrebbe riflettersi negativamente su ambiti come eventi, turismo sportivo, fitness, abbigliamento e attrezzature.
A questi elementi si affiancano fattori ambientali che, sempre secondo lo studio, rappresentano un ulteriore rischio operativo. Eventi meteorologici estremi, condizioni climatiche avverse e problemi legati all’inquinamento possono complicare l’organizzazione delle competizioni, incidere sull’affluenza del pubblico e aumentare i costi legati a infrastrutture, logistica e catene di approvvigionamento. Lo stesso comparto sportivo, osserva il report, comporta un utilizzo intensivo di risorse attraverso grandi eventi, viaggi e infrastrutture, elementi che gli analisti indicano come variabili da gestire sul piano industriale. Sommando questi fattori, Oliver Wyman stima che fino a 517 miliardi di dollari di ricavi potrebbero essere a rischio entro il 2030. Nel lungo periodo, in assenza di un’azione coordinata, le perdite potenziali potrebbero arrivare fino a 1,6 trilioni di dollari entro il 2050. Lo studio individua comunque i principali motori destinati a sostenere la crescita dell’economia sportiva nei prossimi decenni. Tra questi figurano l’espansione del turismo sportivo, il crescente interesse degli investitori che porta lo sport a essere considerato una vera e propria asset class, la diffusione dello sport femminile e un riequilibrio geografico della crescita verso le economie emergenti.
Per ridurre i rischi e sostenere lo sviluppo del settore, il report propone tre direttrici di intervento. La prima riguarda una gestione più efficiente e responsabile delle risorse. La seconda punta a rafforzare il ruolo dello sport come leva di sviluppo urbano, con effetti sull’attrattività delle città e sulla qualità della vita. La terza richiama la necessità di indirizzare flussi di capitale dedicati, in grado di sostenere investimenti coerenti con queste traiettorie. «Oltre ad analizzare i principali fattori di crescita che stanno plasmando la sua economia, questo report identifica tre percorsi distinti che riflettono l’impatto unico dello sport», ha spiegato Tony Simpson, partner e responsabile della practice Sport di Oliver Wyman, sottolineando come l’analisi possa supportare le organizzazioni sia nelle scelte di investimento sia nella gestione dei rischi. Secondo il World Economic Forum, il peso dello sport va oltre i numeri. «Lo sport fonde potere economico e influenza culturale in modi che pochi altri settori possono eguagliare», ha osservato Sebastian Buckup, managing director del Forum, indicando nel comparto una leva potenziale non solo di crescita economica, ma anche di sviluppo sociale.
Il quadro che emerge è quello di un’industria in forte espansione, ma non immune da fragilità. La corsa verso gli 8,8 trilioni di dollari è avviata, ma la sua sostenibilità dipenderà dalla capacità del settore di affrontare, con strumenti concreti, i fattori che oggi ne mettono alla prova la crescita.
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Carlo Nordio (Ansa)
Il chiarimento delle Forze di difesa israeliane, secondo cui il fermo sarebbe stato effettuato da un soldato riservista e non da un colono armato, non ha chiuso la vicenda, ma ha spostato il nodo sulla qualificazione giuridica dell’atto e sulle relative responsabilità.
«È evidente che manchi a oggi una sufficiente tutela legislativa per gli atti ostili commessi nei confronti dei nostri militari impegnati in operazioni fuori area in contesti di conflitto armato» spiega l’avvocato Massimiliano Strampelli, docente di diritto militare all’Università Link, richiamando un quadro normativo frammentato e fortemente condizionato da valutazioni politiche più che giuridiche.
Dal punto di vista del diritto penale, il riferimento è l’articolo 8 del Codice penale, che estende la giurisdizione italiana ai delitti commessi all’estero quando ledono un interesse politico dello Stato. In questa prospettiva, la convocazione dell’ambasciatore israeliano costituisce un implicito riconoscimento di tale interesse.
La norma, tuttavia, pone un limite decisivo: la procedibilità dipende dalla richiesta del ministro della Giustizia, trasformando la tutela penale in una scelta politica. In assenza di tale atto, anche ipotesi di reato come il sequestro di persona o la minaccia armata restano sul piano della sola protesta diplomatica: è Carlo Nordio che dovrebbe muoversi in prima persona.
Secondo Strampelli, tuttavia, il problema è ancora più profondo. «L’unica reale tutela sarebbe offerta dal Codice penale militare di guerra che consentirebbe l’applicazione della legge penale militare italiana anche per gli atti ostili commessi in danno di militari italiani da appartenenti ad altre forze armate o comunque belligeranti». Una soluzione tutt’altro che teorica, già sperimentata nella storia recente della Repubblica.
«In effetti tale soluzione è stata percorsa nella Storia della nostra Repubblica solo nel caso di “Enduring Freedom”, quando il Parlamento deliberò l’applicazione per la guerra in Afghanistan della legge n. 6 del 2002, con applicazione del codice penale militare di guerra». Una scelta che ampliava la tutela dei militari italiani, ma che esponeva anche gli stessi militari a un regime sanzionatorio particolarmente severo.
Non a caso, quell’esperienza venne successivamente abbandonata. Il timore era quello di sottoporre il personale italiano a pene molto più afflittive in caso di reati militari, anche quando commessi in danno della popolazione locale o di altri belligeranti. Un equilibrio fragile, che ha portato negli anni a preferire un approccio prudente, se non rinunciatario.
«Oggi però», aggiunge Strampelli, «vi è la consapevolezza che l’attuale regime normativo non tuteli i nostri militari nell’ambito di operazioni in aree operative e conflittuali, essendo ormai ineludibile l’intervento del legislatore». Le missioni definite «di pace» hanno infatti assunto nel tempo caratteristiche sempre più simili a operazioni di sicurezza armata, senza che a tale evoluzione sia corrisposto un adeguamento delle regole.
Ne deriva una tutela disomogenea, spesso rimessa alla sola diplomazia, che il caso dei carabinieri in Cisgiordania ha riportato al centro del dibattito pubblico e giuridico.
«Mi lasci dire che come cittadino e ufficiale dei carabinieri in congedo mi auguro per la dignità dell’Arma che il ministro avanzi richiesta di procedibilità a norma dell’articolo 8 del codice penale, augurandomi che i carabinieri sporgano querela per quanto sofferto», conclude Strampelli. Una presa di posizione che richiama una questione più ampia: la credibilità dello Stato nella tutela dei propri militari all’estero. Senza una riforma chiara, questi episodi rischiano di restare affidati alla politica. Ma la tutela di chi agisce in nome dello Stato non può essere occasionale.
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