True
2024-10-09
I parenti delle vittime processano Conte
Giuseppe Conte (Getty Images)
È il primo marzo 2021. Gli italiani, prigionieri dell’incubo della pandemia, coltivano una speranza: il vaccino. Priorità a fragili e anziani, ma anche alle categorie professionali più esposte al contagio e attive nei settori essenziali: sanitari, forze dell’ordine, insegnanti. Ed è proprio a scuola che lavora Zelia Guzzo, 37 anni, originaria di Gela. Si vaccina con Astrazeneca, ma poi inizia a stare male. Undici giorni dopo l’iniezione, viene ricoverata. Il 24 marzo muore. A stroncarla è la Vitt, acronimo inglese di trombocitopenia e trombosi immunitaria indotta da vaccino. Il nesso causale con quella dose è ormai certificato. Tanto che, a febbraio 2023, il ministero della Salute riconosce alla famiglia della donna un indennizzo da 77.000 euro. I suoi parenti, però, considerano la cifra «irrisoria e offensiva per una perdita che ha provocato tanto dolore». E insieme all’avvocato Valerio Messina, puntano al bersaglio grosso: la casa farmaceutica anglosvedese, dalla quale si aspettano un risarcimento di oltre 2 milioni. Nel Regno Unito ci sono altri procedimenti in corso, ma la loro è la causa pilota in Italia.
Si combatte a colpi di consulenze tecniche, controdeduzioni del legale della vittima e repliche dei periti incaricati dal tribunale siciliano. Il punto è questo: poteva Astrazeneca, a marzo 2021, non sapere nulla del rischio di trombosi associato al suo farmaco? E se ne era al corrente, perché non ha lanciato un avvertimento? Tutto si gioca su una distinzione sottilissima. Da un lato, l’effettiva «conoscenza» di quel potenziale effetto collaterale: per dimostrarla in modo incontrovertibile, bisognerebbe trovare, ad esempio, uno scambio di comunicazioni tra la compagnia e l’Aifa britannica, la Medicines & health products regulatory agency. Dall’altro lato, però, c’è la «conoscibilità» del fenomeno. E secondo l’avvocato dei familiari di Zelia, i rischi del vaccino potevano essere noti al colosso farmaceutico.
Uno degli argomenti fa leva sui precedenti studi dedicati alle controindicazioni degli immunizzanti a vettore adenovirale, a cominciare da quello che era stato proposto per combattere l’ebola. La complicanza che ha ucciso la Guzzo - è scritto nelle carte del legale - «era stata ampiamente descritta in letteratura già prima della commercializzazione» del rimedio anti Covid. Nella fase 3 del trial, anche Astrazeneca aveva inserito, tra gli «eventi avversi di speciale interesse», quattro «eventi trombotici, tromboembolici e neurovascolari», su 12.021 partecipanti alla sperimentazione. Pochi? Non esattamente, se si pensa a quante persone era destinato il preparato... All’epoca, però, era stato escluso un rapporto diretto tra vaccinazione e le patologie, nessuna delle quali, in quel momento (17 novembre 2020), aveva avuto esito fatale. A parere degli esperti convocati dal giudice, è un errore pensare che i problemi del vaccino anti ebola siano paragonabili a quelli di Vaxzevria: l’adenovirus utilizzato per i due medicinali è diverso e le ricerche su quello per il coronavirus non avrebbero confermato i dati raccolti sull’altro candidato, la cui casistica sarebbe stata troppo limitata. I Cc.tt.uu avrebbero dovuto spiegarlo all’allora capo dell’Aifa, Giorgio Palù. In una riunione del 7 giugno 2021, quando i membri del Comitato tecnico scientifico discutevano sull’opportunità di vaccinare con il prodotto di Az i giovani, l’oncologo sottolineava che vi era una «conoscenza del problema che è legato agli adenovirus in generale, eh, lo dico anche nei modelli di macaco, quindi è stato dimostrato questo evento». Rileggete: «Dimostrato». Palù parlava delle trombosi da vaccino a vettore adenovirale come di un effetto collaterale noto nella comunità scientifica: «Io posso dirvi […] che dal punto di vista virologico adenovirus è molto reattogenico sia nella fibra che nel pentone che nel polianione che nel Dna che nella molteplicità di recettori che trova all’interno delle cellule che sono in grado di attivare la risposta innata del complemento e questo porta a sua volta, come sapete, ad amplificare quella che è poi l’attività pro coagulativa». Se gli specialisti non sembravano meravigliati dagli episodi di Vitt registrati in Italia, era plausibile che Astrazeneca fosse caduta dal pero?
L’avvocato Messina cita pure un altro elemento importante. Il 16 gennaio 2021, un mese e mezzo prima che Zelia Guzzo venisse vaccinata, una dose fu somministrata allo psicologo inglese Stephen Wright, 32 anni. Otto giorni dopo, il giovane morì per una Vitt. Al quartier generale dell’industria ne erano all’oscuro? Il 19 febbraio, dieci giorni prima dell’iniezione che sarebbe stata fatale all’insegnate di Gela, quel sospetto evento avverso era stato incluso nella tabella Mhra, anche se non ancora come «reazione fatale». L’avvocato della famiglia della defunta ne è convinto: a marzo ce n’era abbastanza per fermare le punture. E la società, che è tenuta a svolgere farmacovigilanza post marketing, non doveva essere già sull’attenti? O si deve supporre che, come gli altri comuni cittadini, apprendesse degli effetti collaterali dalle relazioni periodiche dell’authority di Londra? Per i consulenti del tribunale, al contrario, non ci sarebbe stato tempo a sufficienza per raccogliere i dati, confermare i rischi e bloccare le somministrazioni. Vedremo a chi daranno ragione le toghe. Intanto, emerge una contraddizione. I tecnici, in effetti, insistono: solo ad aprile 2021 si accerta un collegamento tra Vaxzevria e la Vitt. Ma la scheda del medicinale viene aggiornata, con l’inserimento della voce «Trombocitopenia e disturbi della coagulazione», il 25 marzo 2021. In base a cosa, se mancavano informazioni? Tra l’altro, quella è la ragione per cui i querelanti affermano che Zelia, 24 giorni prima delle modifiche al bugiardino, non sarebbe stata in condizione di esprimere un consenso davvero «informato» alla vaccinazione.
Astrazeneca ha ammesso i possibili danni derivanti dalle inoculazioni a fine aprile 2024. Nell’ambito di uno dei processi in cui è coinvolta in Gran Bretagna, ha riconosciuto che il suo farmaco «può provocare, in casi molto rari, trombosi con sindrome da trombocitopenia (Tts)». Fino a un anno prima, negava ogni addebito: «Non ammettiamo, a livello generale, che la Tts sia causata dal vaccino». A inizio maggio, in seguito alla revoca dell’autorizzazione al suo uso nell’Ue, il colosso anglosvedese ha definitivamente ritirato Vaxzevria, citando una «eccedenza di vaccini aggiornati disponibili» e dichiarando che si sarebbe buttata sulla tecnologia a mRna. Guarda un po’: con questa mossa, l’azienda non ha più l’onere di pubblicare i risultati dell’indagine retrospettiva sulle trombosi, attesa per il «secondo trimestre 2024». Le rimane la manleva: se fosse costretta a risarcire gli eredi di Zelia Guzzo e se iniziassero a piovere ricorsi, la compagnia, in virtù dei contratti siglati con l’Ue, dovrebbe essere coperta dai denari pubblici. Ecco perché viene da pensar male: lo Stato ha più interesse a stare con le presunte vittime, oppure con Big pharma?
I parenti delle vittime processano Conte: «Dignità lesa, lo Stato alimentò il terrore»
«Ecco che cosa erano i nostri cari. Dei piedi, con un cartellino attaccato. Corpi nudi, chiusi in una busta di plastica, privati di ogni dignità. Questo è il grido di dolore di noi familiari, ne abbiamo il diritto. Voglio fidarmi di questa commissione», ha detto a voce ferma l’avvocato Eleonora Coletta del Comitato Verità e giustizia vittime Covid Moscati di Taranto. Ospedale dove i morti furono tantissimi, anche nelle tende allestite all’esterno. Era tra i rappresentanti delle prime associazioni ascoltate ieri in commissione parlamentare d’inchiesta. Audizioni sofferte, testimonianze di lutti e di un regime sanitario scellerato che non vogliono finisca dimenticato. «Chiediamo si faccia chiarezza, che le responsabilità emergano», è stata la richiesta unanime. «Se non ci fosse stato il clima di terrore nel quale abbiamo vissuto, mai saremmo andati in ospedale per una febbre a 38/39 o per la tosse. Invece ci hanno inculcato che il Covid non aveva cura, che dovevamo diffidare gli uni degli altri, che dovevamo stare in vigile attesa, che l’unica soluzione era correre in ospedale. Questo nella prima, nella seconda, nella terza ondata, quando era chiaro che il virus andava aggredito subito», ha dichiarato Coletta. Per poi aggiungere: «Con quale criterio si è stabilito che cosa fosse scientifico o meno? Lo chiederei al ministro Speranza, o al presidente Conte che è qui seduto di fronte a me. Perché nei comitati scientifici non sono stati inseriti i medici che offrivano cure, e sono stati messi solo coloro che generavano allarmismi?». La sua conclusione è stata altrettanto diretta: «Ci siamo fidati, abbiamo accettato tutte le assurde regole imposte. Nessuno dei governi dal 2020 al 2022 ha detto o fatto qualche cosa per noi. Nessuno ha chiesto scusa».Molti interventi di ieri hanno riguardato l’assenza di cure domiciliari e il grande caos che regnava negli ospedali. Contagi in corsia, nelle Rsa, infezioni nosocomiali, «alti flussi di ossigeno somministrati per un tempo lungo che hanno creato danni anziché miglioramento», elencava Sabrina Guarini, presidente del Comitato nazionale familiari vittime Covid. «Abbiamo chat tra parenti e degenti che sono surreali, con il congiunto che non riusciva a respirare con la maschera che gli avevano messo. Ci chiediamo a che cosa sia servito l’incremento tariffario, oltre 3.000 euro al giorno per le degenze in area medica Covid e oltre 9.000 euro in terapia intensiva, se i diritti del malato e della persona non sono stati rispettati». Proseguiva: «La prescrizione generale era “paracetamolo e vigile attesa”. Un uso del plasma iperimmune avrebbe evitato circa 200.000 ospedalizzazioni e migliaia di decessi, ma diversi di noi si sono visti negare l’accesso a questa terapia». Stesso discorso sull’utilizzo degli anticorpi monoclonali.Molti, troppi morirono. «Ci è stato impedito di vedere il nostro caro ormai privo di vita, neppure indossando una doppia, tripla tuta. E non solo nei primi mesi della pandemia, il mio papà è morto il 27 luglio del 2021 senza che potessi dargli un saluto. Noi non sappiamo nemmeno chi ci sia dentro la bara», ha raccontato con voce rotta Guarini, rispondendo al senatore Claudio Borghi della Lega che chiedeva qualche testimonianza sulle persone decedute per Covid. Come giudica sia stata la comunicazione da parte dello Stato, le ha invece chiesto il senatore Marco Lisei di Fdi, presidente della commissione d’inchiesta. «Scarsa e basata sul terrore», è stata la definizione della portavoce del comitato.«Abbiamo bisogno che indaghiate e facciate un ottimo lavoro», ha detto ai parlamentari Elisabetta Stellabotte, presidente del comitato L’Altra verità, che ritiene «colpevole anche il grande silenzio della Chiesa», che ha permesso che venisse tolta l’acqua benedetta e fossero vietate le funzioni religiose. «Noi abbiamo la colpa di aver lasciato i nostri cari in ospedale e chiediamo il motivo per cui nessuna Procura abbia visto le nostre cartelle periziate», ha proseguito Stellabotte, ritenendo inaccettabile che i dottori avessero potuto seguire «linee guida scellerate» e che «un medico si possa sostituire a Dio e decidere di suo pugno quando portare un paziente a fine vita».Il leader del M5s, Giuseppe Conte, si è sentito in dovere di dichiarare: «Lascio alla presidente Stellabotte la responsabilità di alcune affermazioni del tutto opinabili come il fatto che sia responsabile la Chiesa. Perché non mi sono chiare». Ci ha pensato l’avvocato Consuelo Locati per l’associazione #Sereniesempreuniti a rinfrescare la memoria all’ex premier. «Possedevamo i piani e le capacità necessarie indicate dall’Oms nel Regolamento sanitario internazionale (Rsi) per rispondere efficacemente a questa minaccia? Abbiamo osservato le disposizioni in materia emesse dall’Ue nel 2013 con la decisione del Parlamento europeo e del Consiglio n. 1082/2013? È un no su tutta la linea, sebbene il presidente del Consiglio avesse assicurato la popolazione che eravamo “pronti, anzi, prontissimi”».Ne ha avute anche per l’ex ministro della Salute, Roberto Speranza, che il 3 febbraio 2020 dichiarava: «Sul nuovo coronavirus vogliamo dare un messaggio di assoluta serenità. Il Servizio sanitario nazionale è molto forte, abbiamo scelto fin dall’inizio di avere un livello di attenzione che è il più alto in Europa. In questo momento siamo l’unico paese che ha interrotto i collegamenti con la Cina». Commento di Locati in aula: «Una serie di spaventosi abbagli, visto che il nemico era già da diverse settimane entrato in città senza essere stato rilevato». Nella prima seduta delle audizioni è stato anche sentita l’Associazione italiana vittime Covid, con altre testimonianze contro Speranza e Conte, e l’Anaao Assomed, sindacato di medici e dirigenti sanitari italiani, che ha dichiarato di «aver sempre operato nel rispetto profondo della scienza e dei pazienti perché è il nostro ruolo».
Continua a leggereRiduci
L’ex premier incalzato: «Perché nel Cts non c’erano i medici che offrivano cure ma solo chi generava allarmismi?». «Senza il clima di terrore, mai i nostri cari sarebbero andati in ospedale per una febbre». «Poi lì sono morti e non ce li avete neanche fatti vedere».È il primo marzo 2021. Gli italiani, prigionieri dell’incubo della pandemia, coltivano una speranza: il vaccino. Priorità a fragili e anziani, ma anche alle categorie professionali più esposte al contagio e attive nei settori essenziali: sanitari, forze dell’ordine, insegnanti. Ed è proprio a scuola che lavora Zelia Guzzo, 37 anni, originaria di Gela. Si vaccina con Astrazeneca, ma poi inizia a stare male. Undici giorni dopo l’iniezione, viene ricoverata. Il 24 marzo muore. A stroncarla è la Vitt, acronimo inglese di trombocitopenia e trombosi immunitaria indotta da vaccino. Il nesso causale con quella dose è ormai certificato. Tanto che, a febbraio 2023, il ministero della Salute riconosce alla famiglia della donna un indennizzo da 77.000 euro. I suoi parenti, però, considerano la cifra «irrisoria e offensiva per una perdita che ha provocato tanto dolore». E insieme all’avvocato Valerio Messina, puntano al bersaglio grosso: la casa farmaceutica anglosvedese, dalla quale si aspettano un risarcimento di oltre 2 milioni. Nel Regno Unito ci sono altri procedimenti in corso, ma la loro è la causa pilota in Italia.Si combatte a colpi di consulenze tecniche, controdeduzioni del legale della vittima e repliche dei periti incaricati dal tribunale siciliano. Il punto è questo: poteva Astrazeneca, a marzo 2021, non sapere nulla del rischio di trombosi associato al suo farmaco? E se ne era al corrente, perché non ha lanciato un avvertimento? Tutto si gioca su una distinzione sottilissima. Da un lato, l’effettiva «conoscenza» di quel potenziale effetto collaterale: per dimostrarla in modo incontrovertibile, bisognerebbe trovare, ad esempio, uno scambio di comunicazioni tra la compagnia e l’Aifa britannica, la Medicines & health products regulatory agency. Dall’altro lato, però, c’è la «conoscibilità» del fenomeno. E secondo l’avvocato dei familiari di Zelia, i rischi del vaccino potevano essere noti al colosso farmaceutico.Uno degli argomenti fa leva sui precedenti studi dedicati alle controindicazioni degli immunizzanti a vettore adenovirale, a cominciare da quello che era stato proposto per combattere l’ebola. La complicanza che ha ucciso la Guzzo - è scritto nelle carte del legale - «era stata ampiamente descritta in letteratura già prima della commercializzazione» del rimedio anti Covid. Nella fase 3 del trial, anche Astrazeneca aveva inserito, tra gli «eventi avversi di speciale interesse», quattro «eventi trombotici, tromboembolici e neurovascolari», su 12.021 partecipanti alla sperimentazione. Pochi? Non esattamente, se si pensa a quante persone era destinato il preparato... All’epoca, però, era stato escluso un rapporto diretto tra vaccinazione e le patologie, nessuna delle quali, in quel momento (17 novembre 2020), aveva avuto esito fatale. A parere degli esperti convocati dal giudice, è un errore pensare che i problemi del vaccino anti ebola siano paragonabili a quelli di Vaxzevria: l’adenovirus utilizzato per i due medicinali è diverso e le ricerche su quello per il coronavirus non avrebbero confermato i dati raccolti sull’altro candidato, la cui casistica sarebbe stata troppo limitata. I Cc.tt.uu avrebbero dovuto spiegarlo all’allora capo dell’Aifa, Giorgio Palù. In una riunione del 7 giugno 2021, quando i membri del Comitato tecnico scientifico discutevano sull’opportunità di vaccinare con il prodotto di Az i giovani, l’oncologo sottolineava che vi era una «conoscenza del problema che è legato agli adenovirus in generale, eh, lo dico anche nei modelli di macaco, quindi è stato dimostrato questo evento». Rileggete: «Dimostrato». Palù parlava delle trombosi da vaccino a vettore adenovirale come di un effetto collaterale noto nella comunità scientifica: «Io posso dirvi […] che dal punto di vista virologico adenovirus è molto reattogenico sia nella fibra che nel pentone che nel polianione che nel Dna che nella molteplicità di recettori che trova all’interno delle cellule che sono in grado di attivare la risposta innata del complemento e questo porta a sua volta, come sapete, ad amplificare quella che è poi l’attività pro coagulativa». Se gli specialisti non sembravano meravigliati dagli episodi di Vitt registrati in Italia, era plausibile che Astrazeneca fosse caduta dal pero?L’avvocato Messina cita pure un altro elemento importante. Il 16 gennaio 2021, un mese e mezzo prima che Zelia Guzzo venisse vaccinata, una dose fu somministrata allo psicologo inglese Stephen Wright, 32 anni. Otto giorni dopo, il giovane morì per una Vitt. Al quartier generale dell’industria ne erano all’oscuro? Il 19 febbraio, dieci giorni prima dell’iniezione che sarebbe stata fatale all’insegnate di Gela, quel sospetto evento avverso era stato incluso nella tabella Mhra, anche se non ancora come «reazione fatale». L’avvocato della famiglia della defunta ne è convinto: a marzo ce n’era abbastanza per fermare le punture. E la società, che è tenuta a svolgere farmacovigilanza post marketing, non doveva essere già sull’attenti? O si deve supporre che, come gli altri comuni cittadini, apprendesse degli effetti collaterali dalle relazioni periodiche dell’authority di Londra? Per i consulenti del tribunale, al contrario, non ci sarebbe stato tempo a sufficienza per raccogliere i dati, confermare i rischi e bloccare le somministrazioni. Vedremo a chi daranno ragione le toghe. Intanto, emerge una contraddizione. I tecnici, in effetti, insistono: solo ad aprile 2021 si accerta un collegamento tra Vaxzevria e la Vitt. Ma la scheda del medicinale viene aggiornata, con l’inserimento della voce «Trombocitopenia e disturbi della coagulazione», il 25 marzo 2021. In base a cosa, se mancavano informazioni? Tra l’altro, quella è la ragione per cui i querelanti affermano che Zelia, 24 giorni prima delle modifiche al bugiardino, non sarebbe stata in condizione di esprimere un consenso davvero «informato» alla vaccinazione.Astrazeneca ha ammesso i possibili danni derivanti dalle inoculazioni a fine aprile 2024. Nell’ambito di uno dei processi in cui è coinvolta in Gran Bretagna, ha riconosciuto che il suo farmaco «può provocare, in casi molto rari, trombosi con sindrome da trombocitopenia (Tts)». Fino a un anno prima, negava ogni addebito: «Non ammettiamo, a livello generale, che la Tts sia causata dal vaccino». A inizio maggio, in seguito alla revoca dell’autorizzazione al suo uso nell’Ue, il colosso anglosvedese ha definitivamente ritirato Vaxzevria, citando una «eccedenza di vaccini aggiornati disponibili» e dichiarando che si sarebbe buttata sulla tecnologia a mRna. Guarda un po’: con questa mossa, l’azienda non ha più l’onere di pubblicare i risultati dell’indagine retrospettiva sulle trombosi, attesa per il «secondo trimestre 2024». Le rimane la manleva: se fosse costretta a risarcire gli eredi di Zelia Guzzo e se iniziassero a piovere ricorsi, la compagnia, in virtù dei contratti siglati con l’Ue, dovrebbe essere coperta dai denari pubblici. Ecco perché viene da pensar male: lo Stato ha più interesse a stare con le presunte vittime, oppure con Big pharma? <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/parenti-delle-vittime-processano-conte-2669360681.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-parenti-delle-vittime-processano-conte-dignita-lesa-lo-stato-alimento-il-terrore" data-post-id="2669360681" data-published-at="1728420531" data-use-pagination="False"> I parenti delle vittime processano Conte: «Dignità lesa, lo Stato alimentò il terrore» «Ecco che cosa erano i nostri cari. Dei piedi, con un cartellino attaccato. Corpi nudi, chiusi in una busta di plastica, privati di ogni dignità. Questo è il grido di dolore di noi familiari, ne abbiamo il diritto. Voglio fidarmi di questa commissione», ha detto a voce ferma l’avvocato Eleonora Coletta del Comitato Verità e giustizia vittime Covid Moscati di Taranto. Ospedale dove i morti furono tantissimi, anche nelle tende allestite all’esterno. Era tra i rappresentanti delle prime associazioni ascoltate ieri in commissione parlamentare d’inchiesta. Audizioni sofferte, testimonianze di lutti e di un regime sanitario scellerato che non vogliono finisca dimenticato. «Chiediamo si faccia chiarezza, che le responsabilità emergano», è stata la richiesta unanime. «Se non ci fosse stato il clima di terrore nel quale abbiamo vissuto, mai saremmo andati in ospedale per una febbre a 38/39 o per la tosse. Invece ci hanno inculcato che il Covid non aveva cura, che dovevamo diffidare gli uni degli altri, che dovevamo stare in vigile attesa, che l’unica soluzione era correre in ospedale. Questo nella prima, nella seconda, nella terza ondata, quando era chiaro che il virus andava aggredito subito», ha dichiarato Coletta. Per poi aggiungere: «Con quale criterio si è stabilito che cosa fosse scientifico o meno? Lo chiederei al ministro Speranza, o al presidente Conte che è qui seduto di fronte a me. Perché nei comitati scientifici non sono stati inseriti i medici che offrivano cure, e sono stati messi solo coloro che generavano allarmismi?». La sua conclusione è stata altrettanto diretta: «Ci siamo fidati, abbiamo accettato tutte le assurde regole imposte. Nessuno dei governi dal 2020 al 2022 ha detto o fatto qualche cosa per noi. Nessuno ha chiesto scusa».Molti interventi di ieri hanno riguardato l’assenza di cure domiciliari e il grande caos che regnava negli ospedali. Contagi in corsia, nelle Rsa, infezioni nosocomiali, «alti flussi di ossigeno somministrati per un tempo lungo che hanno creato danni anziché miglioramento», elencava Sabrina Guarini, presidente del Comitato nazionale familiari vittime Covid. «Abbiamo chat tra parenti e degenti che sono surreali, con il congiunto che non riusciva a respirare con la maschera che gli avevano messo. Ci chiediamo a che cosa sia servito l’incremento tariffario, oltre 3.000 euro al giorno per le degenze in area medica Covid e oltre 9.000 euro in terapia intensiva, se i diritti del malato e della persona non sono stati rispettati». Proseguiva: «La prescrizione generale era “paracetamolo e vigile attesa”. Un uso del plasma iperimmune avrebbe evitato circa 200.000 ospedalizzazioni e migliaia di decessi, ma diversi di noi si sono visti negare l’accesso a questa terapia». Stesso discorso sull’utilizzo degli anticorpi monoclonali.Molti, troppi morirono. «Ci è stato impedito di vedere il nostro caro ormai privo di vita, neppure indossando una doppia, tripla tuta. E non solo nei primi mesi della pandemia, il mio papà è morto il 27 luglio del 2021 senza che potessi dargli un saluto. Noi non sappiamo nemmeno chi ci sia dentro la bara», ha raccontato con voce rotta Guarini, rispondendo al senatore Claudio Borghi della Lega che chiedeva qualche testimonianza sulle persone decedute per Covid. Come giudica sia stata la comunicazione da parte dello Stato, le ha invece chiesto il senatore Marco Lisei di Fdi, presidente della commissione d’inchiesta. «Scarsa e basata sul terrore», è stata la definizione della portavoce del comitato.«Abbiamo bisogno che indaghiate e facciate un ottimo lavoro», ha detto ai parlamentari Elisabetta Stellabotte, presidente del comitato L’Altra verità, che ritiene «colpevole anche il grande silenzio della Chiesa», che ha permesso che venisse tolta l’acqua benedetta e fossero vietate le funzioni religiose. «Noi abbiamo la colpa di aver lasciato i nostri cari in ospedale e chiediamo il motivo per cui nessuna Procura abbia visto le nostre cartelle periziate», ha proseguito Stellabotte, ritenendo inaccettabile che i dottori avessero potuto seguire «linee guida scellerate» e che «un medico si possa sostituire a Dio e decidere di suo pugno quando portare un paziente a fine vita».Il leader del M5s, Giuseppe Conte, si è sentito in dovere di dichiarare: «Lascio alla presidente Stellabotte la responsabilità di alcune affermazioni del tutto opinabili come il fatto che sia responsabile la Chiesa. Perché non mi sono chiare». Ci ha pensato l’avvocato Consuelo Locati per l’associazione #Sereniesempreuniti a rinfrescare la memoria all’ex premier. «Possedevamo i piani e le capacità necessarie indicate dall’Oms nel Regolamento sanitario internazionale (Rsi) per rispondere efficacemente a questa minaccia? Abbiamo osservato le disposizioni in materia emesse dall’Ue nel 2013 con la decisione del Parlamento europeo e del Consiglio n. 1082/2013? È un no su tutta la linea, sebbene il presidente del Consiglio avesse assicurato la popolazione che eravamo “pronti, anzi, prontissimi”».Ne ha avute anche per l’ex ministro della Salute, Roberto Speranza, che il 3 febbraio 2020 dichiarava: «Sul nuovo coronavirus vogliamo dare un messaggio di assoluta serenità. Il Servizio sanitario nazionale è molto forte, abbiamo scelto fin dall’inizio di avere un livello di attenzione che è il più alto in Europa. In questo momento siamo l’unico paese che ha interrotto i collegamenti con la Cina». Commento di Locati in aula: «Una serie di spaventosi abbagli, visto che il nemico era già da diverse settimane entrato in città senza essere stato rilevato». Nella prima seduta delle audizioni è stato anche sentita l’Associazione italiana vittime Covid, con altre testimonianze contro Speranza e Conte, e l’Anaao Assomed, sindacato di medici e dirigenti sanitari italiani, che ha dichiarato di «aver sempre operato nel rispetto profondo della scienza e dei pazienti perché è il nostro ruolo».
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
Continua a leggereRiduci
Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
Continua a leggereRiduci