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2025-05-17
Il pontefice scomunica il riarmo: «Ora basta strumenti di morte»
Papa Leone XIV (Ansa)
L’incontro di ieri con il corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede ha permesso ancora una volta di notare che Leone XIV sfugge a ogni tentativo di arruolamento come, invece, si affannano in molte redazioni, tentando di precettarlo per garantire che sarà una fotocopia di Francesco (ammesso che ciò significhi qualcosa), oppure, come ha fatto La Stampa, dipingendolo come Papa dal profilo «atlantista». Ieri il Papa ha rimandato al mittente tutti gli intruppamenti non richiesti. Ha parlato di necessità della pace, come ha fatto in ogni sua uscita, legandola però ancora una volta «alla pace di Cristo», quella che pacifica i cuori perché, ha detto, è a partire da qui che si sradicano «l’orgoglio e le rivendicazioni». Sebbene questo messaggio passi a fatica, il tentativo di arruolare Leone XIV come «atlantista» o fan dei cosiddetti «volonterosi», è un pio esercizio di un’altra chiesa, ma non quella del Papa. «L’esigenza che ogni popolo ha di provvedere alla difesa non può trasformarsi in una corsa generale al riarmo», ha detto Robert Francis Prevost. E ancora: «Occorre smettere di produrre strumenti di distruzione e di morte», citando papale-papale proprio quel Francesco di cui ci si preoccupa che sia in continuità.
La via della Santa Sede è la via della diplomazia, senza essere chierichetti di nessuno, una via da percorrere, ha ricordato ieri il pontefice, «tramite il costante e paziente lavoro della Segreteria di Stato». Un passaggio apparentemente scontato, ma di un certo rilievo, perché denota che il Segretario di Stato e il suo ufficio nel nuovo pontificato ritroveranno quella centralità che le è propria, e che con Francesco era stata, invece, progressivamente depauperata a favore di realtà esterne, come ad esempio la Comunità di Sant’Egidio. L’Onu di Trastevere nei dossier internazionali sembrava quasi affiancarsi al lavoro della Segreteria di Stato, come nel caso del compito speciale che Francesco aveva assegnato al cardinale Matteo Zuppi sul fronte ucraino. In questa prospettiva di lavoro diplomatico, ha aggiunto poi Leone, «è necessario ridare respiro alla diplomazia multilaterale e a quelle istituzioni internazionali che sono state volute per porre rimedio alle contese».
Il messaggio non poteva essere più chiaro: «la pace» non è «una semplice tregua, un momento di riposo tra una contesa e l’altra». Occorre «sradicare le premesse di ogni conflitto e di ogni distruttiva volontà di conquista».
Non solo la parola pace, il Papa ha riflettuto anche su «giustizia e verità», così da indicare tre parole chiave per costruire un mondo riconciliato. Per edificare società «armoniche» è compito di chi governa adoperarsi «anzitutto investendo sulla famiglia, fondata sull’unione stabile tra uomo e donna», «società piccola ma vera, e anteriore a ogni civile società», ha affermato, citando anche Leone XIII. Un passaggio che rimanda a una priorità nel buon governo, qualcosa che effettivamente sembra discostarsi dal magistero di Francesco, ma si ritrova facilmente in quelli di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, che non temevano di parlare di «principi che non sono negoziabili». La stella polare del discorso di Leone resta fissa sulla dignità «di ogni persona, specialmente di quelle più fragili e indifese, dal nascituro all’anziano, dal malato al disoccupato, sia esso cittadino o immigrato». Al netto dei titolisti in astinenza, che ieri hanno ben pensato di ricordare che «diversamente da Francesco (Leone, nda) non cita le coppie gay», c’è questo preciso riferimento alla dignità della persona, qualcosa che già il documento Dignitas infinita, pubblicato sotto il pontificato di Bergoglio, collegava alla «dignità ontologica radicata nell’essere stesso della persona umana e che sussiste al di là di ogni circostanza».
In questa prospettiva va inquadrato anche il passaggio dove il Papa ha ricordato la sua storia familiare, che è quella di migranti. Chi vorrebbe il Papa anti Trump, tutto intento a anatematizzare le politiche dell’attuale amministrazione Usa sul tema, dovrebbe riflettere perché il Papa ieri ha giustamente parlato di dignità umana da preservare anche in queste politiche, ma non è arrivato a dogmatizzare un’accoglienza incondizionata. «Ciascuno di noi, nel corso della vita, si può ritrovare sano o malato, occupato o disoccupato, in patria o in terra straniera: la sua dignità però rimane sempre la stessa, quella di creatura voluta e amata da Dio». Su questa dignità da preservare, che siano politiche messe in atto da Trump o da Joe Biden, c’è da stare certi che Leone XIV non arretrerà di un millimetro.
Perché, e siamo alla terza parola ricordata ieri da Prevost - «verità» - «da parte sua, la Chiesa non può mai esimersi dal dire la verità sull’uomo e sul mondo, ricorrendo quando necessario anche a un linguaggio schietto, che può suscitare qualche iniziale incomprensione». Verità è la parola più abrasiva per un mondo in cui la «dittatura del relativismo» di ratzingeriana memoria non ha mai smesso di esercitare il suo potere. «La verità però non è mai disgiunta dalla carità, che alla radice ha sempre la preoccupazione per la vita e il bene di ogni uomo e donna», quindi, ha ricordato Leone XIV, non è una serie di formule e idee, ma nella «prospettiva cristiana» è «l’incontro con la persona stessa di Cristo». Così la verità non è una variabile a piacere, ma «ci consente di affrontare con miglior vigore le sfide del nostro tempo».
Prevost-Vance, colloquio possibile
Leone XIV potrebbe incontrare JD Vance. A non escludere una simile ipotesi, è stato ieri il cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin. «Un faccia a faccia tra Leone e il vicepresidente Vance? Non lo so, il problema è che ci sono tante delegazioni, i tempi sono molto stretti e quindi si tratterà di vedere se c’è spazio, il protocollo sta lavorando, non ho notizie dell’ultimo minuto», ha dichiarato il porporato. Vance sarà infatti a Roma per la messa d’intronizzazione di Leone, che si terrà domenica. E l’eventuale incontro con il Papa potrebbe avvenire il giorno successivo. Ricordiamo che il vicepresidente Usa era stato a Roma a Pasqua e aveva avuto modo di incontrare sia Parolin che papa Francesco, il giorno prima della sua morte.
Ora, in attesa di capire se l’incontro avrà luogo, è interessante interrogarsi su quali argomenti Leone e Vance potrebbero discutere. È vero: a febbraio, i due avevano avuto un diverbio sui social relativo alle politiche migratorie dell’amministrazione Trump. È tuttavia superficiale ridurre a quel singolo episodio quello che potrebbe essere il rapporto tra i due. Certo, vari analisti hanno sostenuto che Leone sarà un Papa «anti trumpista». Si tratta tuttavia di una visione piuttosto miope.
Innanzitutto, dal punto di vista geopolitico, la Casa Bianca è tutt’altro che scontenta del fatto che sia uno statunitense a sedere sul soglio pontificio. Eleggendo Robert Francis Prevost, il conclave ha lanciato un segnale di discontinuità rispetto alla politica estera di Francesco e Parolin, che avevano sia raffreddato i rapporti con gli Usa sia avvicinato notevolmente la Santa Sede alla Cina attraverso il controverso accordo sino-vaticano sulla nomina dei vescovi. Un patto che, in questi anni, è stato più volte violato da Pechino, mentre la situazione dei cattolici cinesi è addirittura peggiorata, visto che continuano a subire un processo d’indottrinamento governativo. Non è quindi escluso che proprio di quest’intesa Leone e Vance possano parlare.
In secondo luogo, è vero che l’attuale pontefice potrebbe avere un rapporto dialettico con la Casa Bianca sulla questione migratoria. Dall’altra parte sembra però registrarsi una certa convergenza sull’anti abortismo e sul contrasto alla cultura woke. Un altro elemento che potrebbe vedere avvicinarsi Leone e Vance è quello della libertà religiosa: ricordiamo che l’attuale amministrazione Usa ha avviato un’inchiesta su una controversa legge dello Stato di Washington, che impone la violazione del segreto confessionale nei casi di abusi.
È poi altamente probabile che i due possano parlare delle principali crisi internazionali in corso: dall’Ucraina al Medio Oriente. Ieri, Parolin ha offerto la Santa Sede come luogo d’incontro tra le parti in guerra nella crisi ucraina, tirando invece il freno a mano sulla crisi di Gaza. «Per Gaza non mi pare ci siano le condizioni per un incontro a livello di Santa Sede», ha detto, nonostante il patriarca latino di Gerusalemme, Pierbattista Pizzaballa, avesse recentemente affermato: «Se penso al nostro contesto, quello della Terra Santa, vedo la Santa Sede con un ruolo di facilitatore». Il tema è che la sconfitta di Parolin al conclave è stata dovuta (anche) alla politica estera che ha condotto, da segretario di Stato, sotto il precedente papato. È quindi molto probabile che, pur mantenendo attualmente il porporato in questo ruolo, Leone punti a correggere (almeno parzialmente) il tiro su varie questioni internazionali dirimenti. Insomma, indipendentemente dall’eventuale incontro Papa-Vance, i rapporti tra l’attuale pontificato e la Casa Bianca si riveleranno probabilmente ben più articolati di quanto preconizza qualcuno. Con l’elezione al soglio di Prevost, il baricentro della politica estera vaticana è tornato a Occidente. Il che non vuol dire che il papato di Leone sarà «occidentalista»: il pontefice ha confermato una profonda attenzione al Sud globale. Vuol dire semmai che certe ambiguità del recente passato (specialmente nel rapporto con la Cina), forse, svaniranno. È del resto significativo che, ieri, Leone abbia collegato l’attività diplomatica al principio della verità.
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Il Santo Padre indica ai diplomatici una via opposta a quella dei volenterosi: «Occorre sradicare ogni volontà di conquista». Poi fa chiarezza sulla famiglia: «È fondata sull’unione stabile tra uomo e donna».Incontro Papa-Vance, Parolin conferma: «Protocollo al lavoro, è una questione di tempi». Oltre al vecchio screzio sui migranti, la sintonia sulla carta riguarda Cina, aborto e lotta alle follie woke.Lo speciale contiene due articoli.L’incontro di ieri con il corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede ha permesso ancora una volta di notare che Leone XIV sfugge a ogni tentativo di arruolamento come, invece, si affannano in molte redazioni, tentando di precettarlo per garantire che sarà una fotocopia di Francesco (ammesso che ciò significhi qualcosa), oppure, come ha fatto La Stampa, dipingendolo come Papa dal profilo «atlantista». Ieri il Papa ha rimandato al mittente tutti gli intruppamenti non richiesti. Ha parlato di necessità della pace, come ha fatto in ogni sua uscita, legandola però ancora una volta «alla pace di Cristo», quella che pacifica i cuori perché, ha detto, è a partire da qui che si sradicano «l’orgoglio e le rivendicazioni». Sebbene questo messaggio passi a fatica, il tentativo di arruolare Leone XIV come «atlantista» o fan dei cosiddetti «volonterosi», è un pio esercizio di un’altra chiesa, ma non quella del Papa. «L’esigenza che ogni popolo ha di provvedere alla difesa non può trasformarsi in una corsa generale al riarmo», ha detto Robert Francis Prevost. E ancora: «Occorre smettere di produrre strumenti di distruzione e di morte», citando papale-papale proprio quel Francesco di cui ci si preoccupa che sia in continuità.La via della Santa Sede è la via della diplomazia, senza essere chierichetti di nessuno, una via da percorrere, ha ricordato ieri il pontefice, «tramite il costante e paziente lavoro della Segreteria di Stato». Un passaggio apparentemente scontato, ma di un certo rilievo, perché denota che il Segretario di Stato e il suo ufficio nel nuovo pontificato ritroveranno quella centralità che le è propria, e che con Francesco era stata, invece, progressivamente depauperata a favore di realtà esterne, come ad esempio la Comunità di Sant’Egidio. L’Onu di Trastevere nei dossier internazionali sembrava quasi affiancarsi al lavoro della Segreteria di Stato, come nel caso del compito speciale che Francesco aveva assegnato al cardinale Matteo Zuppi sul fronte ucraino. In questa prospettiva di lavoro diplomatico, ha aggiunto poi Leone, «è necessario ridare respiro alla diplomazia multilaterale e a quelle istituzioni internazionali che sono state volute per porre rimedio alle contese». Il messaggio non poteva essere più chiaro: «la pace» non è «una semplice tregua, un momento di riposo tra una contesa e l’altra». Occorre «sradicare le premesse di ogni conflitto e di ogni distruttiva volontà di conquista». Non solo la parola pace, il Papa ha riflettuto anche su «giustizia e verità», così da indicare tre parole chiave per costruire un mondo riconciliato. Per edificare società «armoniche» è compito di chi governa adoperarsi «anzitutto investendo sulla famiglia, fondata sull’unione stabile tra uomo e donna», «società piccola ma vera, e anteriore a ogni civile società», ha affermato, citando anche Leone XIII. Un passaggio che rimanda a una priorità nel buon governo, qualcosa che effettivamente sembra discostarsi dal magistero di Francesco, ma si ritrova facilmente in quelli di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, che non temevano di parlare di «principi che non sono negoziabili». La stella polare del discorso di Leone resta fissa sulla dignità «di ogni persona, specialmente di quelle più fragili e indifese, dal nascituro all’anziano, dal malato al disoccupato, sia esso cittadino o immigrato». Al netto dei titolisti in astinenza, che ieri hanno ben pensato di ricordare che «diversamente da Francesco (Leone, nda) non cita le coppie gay», c’è questo preciso riferimento alla dignità della persona, qualcosa che già il documento Dignitas infinita, pubblicato sotto il pontificato di Bergoglio, collegava alla «dignità ontologica radicata nell’essere stesso della persona umana e che sussiste al di là di ogni circostanza». In questa prospettiva va inquadrato anche il passaggio dove il Papa ha ricordato la sua storia familiare, che è quella di migranti. Chi vorrebbe il Papa anti Trump, tutto intento a anatematizzare le politiche dell’attuale amministrazione Usa sul tema, dovrebbe riflettere perché il Papa ieri ha giustamente parlato di dignità umana da preservare anche in queste politiche, ma non è arrivato a dogmatizzare un’accoglienza incondizionata. «Ciascuno di noi, nel corso della vita, si può ritrovare sano o malato, occupato o disoccupato, in patria o in terra straniera: la sua dignità però rimane sempre la stessa, quella di creatura voluta e amata da Dio». Su questa dignità da preservare, che siano politiche messe in atto da Trump o da Joe Biden, c’è da stare certi che Leone XIV non arretrerà di un millimetro.Perché, e siamo alla terza parola ricordata ieri da Prevost - «verità» - «da parte sua, la Chiesa non può mai esimersi dal dire la verità sull’uomo e sul mondo, ricorrendo quando necessario anche a un linguaggio schietto, che può suscitare qualche iniziale incomprensione». Verità è la parola più abrasiva per un mondo in cui la «dittatura del relativismo» di ratzingeriana memoria non ha mai smesso di esercitare il suo potere. «La verità però non è mai disgiunta dalla carità, che alla radice ha sempre la preoccupazione per la vita e il bene di ogni uomo e donna», quindi, ha ricordato Leone XIV, non è una serie di formule e idee, ma nella «prospettiva cristiana» è «l’incontro con la persona stessa di Cristo». Così la verità non è una variabile a piacere, ma «ci consente di affrontare con miglior vigore le sfide del nostro tempo».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/papa-leone-riarmo-2672032950.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="prevost-vance-colloquio-possibile" data-post-id="2672032950" data-published-at="1747460940" data-use-pagination="False"> Prevost-Vance, colloquio possibile Leone XIV potrebbe incontrare JD Vance. A non escludere una simile ipotesi, è stato ieri il cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin. «Un faccia a faccia tra Leone e il vicepresidente Vance? Non lo so, il problema è che ci sono tante delegazioni, i tempi sono molto stretti e quindi si tratterà di vedere se c’è spazio, il protocollo sta lavorando, non ho notizie dell’ultimo minuto», ha dichiarato il porporato. Vance sarà infatti a Roma per la messa d’intronizzazione di Leone, che si terrà domenica. E l’eventuale incontro con il Papa potrebbe avvenire il giorno successivo. Ricordiamo che il vicepresidente Usa era stato a Roma a Pasqua e aveva avuto modo di incontrare sia Parolin che papa Francesco, il giorno prima della sua morte. Ora, in attesa di capire se l’incontro avrà luogo, è interessante interrogarsi su quali argomenti Leone e Vance potrebbero discutere. È vero: a febbraio, i due avevano avuto un diverbio sui social relativo alle politiche migratorie dell’amministrazione Trump. È tuttavia superficiale ridurre a quel singolo episodio quello che potrebbe essere il rapporto tra i due. Certo, vari analisti hanno sostenuto che Leone sarà un Papa «anti trumpista». Si tratta tuttavia di una visione piuttosto miope. Innanzitutto, dal punto di vista geopolitico, la Casa Bianca è tutt’altro che scontenta del fatto che sia uno statunitense a sedere sul soglio pontificio. Eleggendo Robert Francis Prevost, il conclave ha lanciato un segnale di discontinuità rispetto alla politica estera di Francesco e Parolin, che avevano sia raffreddato i rapporti con gli Usa sia avvicinato notevolmente la Santa Sede alla Cina attraverso il controverso accordo sino-vaticano sulla nomina dei vescovi. Un patto che, in questi anni, è stato più volte violato da Pechino, mentre la situazione dei cattolici cinesi è addirittura peggiorata, visto che continuano a subire un processo d’indottrinamento governativo. Non è quindi escluso che proprio di quest’intesa Leone e Vance possano parlare. In secondo luogo, è vero che l’attuale pontefice potrebbe avere un rapporto dialettico con la Casa Bianca sulla questione migratoria. Dall’altra parte sembra però registrarsi una certa convergenza sull’anti abortismo e sul contrasto alla cultura woke. Un altro elemento che potrebbe vedere avvicinarsi Leone e Vance è quello della libertà religiosa: ricordiamo che l’attuale amministrazione Usa ha avviato un’inchiesta su una controversa legge dello Stato di Washington, che impone la violazione del segreto confessionale nei casi di abusi. È poi altamente probabile che i due possano parlare delle principali crisi internazionali in corso: dall’Ucraina al Medio Oriente. Ieri, Parolin ha offerto la Santa Sede come luogo d’incontro tra le parti in guerra nella crisi ucraina, tirando invece il freno a mano sulla crisi di Gaza. «Per Gaza non mi pare ci siano le condizioni per un incontro a livello di Santa Sede», ha detto, nonostante il patriarca latino di Gerusalemme, Pierbattista Pizzaballa, avesse recentemente affermato: «Se penso al nostro contesto, quello della Terra Santa, vedo la Santa Sede con un ruolo di facilitatore». Il tema è che la sconfitta di Parolin al conclave è stata dovuta (anche) alla politica estera che ha condotto, da segretario di Stato, sotto il precedente papato. È quindi molto probabile che, pur mantenendo attualmente il porporato in questo ruolo, Leone punti a correggere (almeno parzialmente) il tiro su varie questioni internazionali dirimenti. Insomma, indipendentemente dall’eventuale incontro Papa-Vance, i rapporti tra l’attuale pontificato e la Casa Bianca si riveleranno probabilmente ben più articolati di quanto preconizza qualcuno. Con l’elezione al soglio di Prevost, il baricentro della politica estera vaticana è tornato a Occidente. Il che non vuol dire che il papato di Leone sarà «occidentalista»: il pontefice ha confermato una profonda attenzione al Sud globale. Vuol dire semmai che certe ambiguità del recente passato (specialmente nel rapporto con la Cina), forse, svaniranno. È del resto significativo che, ieri, Leone abbia collegato l’attività diplomatica al principio della verità.
Nasa
L’uomo li creò maschio e femmina, i bulloni. Ma dopo 500 anni di utilizzo inconsapevole è arrivato il momento di liberarli da stereotipi sessisti. Basta con viti maschio e dadi femmina. La Nasa ha brevettato un connettore genderless, che si assembla in qualunque direzione. Per secoli milioni di esseri umani hanno usato i bulloni con rozza insensibilità e sottile discriminazione. Come non capire che il dado-donna era un simbolo della dominazione patriarcale? Lo stesso vale per il reparto elettricità, dove si sprecano spinotti fallocrati, da abbinare per forza a spine femmine dolci e remissive. E pure nell’idraulica, è tutto un pullulare di tubi maschi, manicotti femmina e perfino «prolunghe femmina» sulla cui destinazione finale sarà meglio non elucubrare troppo.
Sul sito gay.it, tra i più popolari nei cantieri e nelle ferramenta, leggiamo che «il binarismo, anche nell’hardware, è un limite tecnico prima ancora che culturale. I connettori convenzionali impongono orientamento, gerarchia, direzione obbligata. Quello androgino no: si assembla in qualunque direzione, tollera il disallineamento, non richiede che il robot sappia distinguere chi sta sopra e chi sta sotto». E quindi ben venga il bullone no gender della Nasa, «strumento non-escludente che garantisce più ampi margini di manovra, più adattabilità e maggior efficienza». Tutto pronto, insomma, anche per la rondella ermafrodita e il trapano non binario. Sembra da gay.it apprendiamo che il connettore genderless «troverà immediato utilizzo nella costruzione di habitat lunari assemblati da robot: strutture modulari, reversibili, riconfigurabilabili. Metafora perfetta di identità deidentificate: non fisse, non gerarchiche, ma adattabili e polifunzionali». Come i batteri, le muffe e altre forme di vita umida e spugnosa.
Tomaso Montanari (Imagoeconomica)
Un complesso che l’ha sempre portata, per dirla con Massimo Fini, ad essere «antropologicamente incapace di accettare la destra», a disprezzarne gli esponenti e i sostenitori, giudicati sempre e comunque ignoranti e gretti, a negarne o a ridicolizzarne le espressioni culturali, «perché la sinistra difende ideali, mentre la destra difende interessi» e quindi, se presenta un profilo intellettuale, o si maschera o ricicla idee altrui. Questo retroterra psicologico, faceva notare il sociologo, produce nel mondo progressista un atteggiamento pedagogico, «un misto di supponenza e snobismo» al cui fondo c’è un riflesso razzista, connotato «da un assunto di irrecuperabilità, ossia dalla convinzione che gli «inferiori» siano destinati a rimanere tali», che «riaffiora continuamente nel [suo] discorso politico» e che «non si esprime solo nella petulanza un po’ rituale del politicamente corretto, nell’incapacità di intendere le ragioni degli altri […] ma si esprime anche nelle forme più dirette e aggressive del disprezzo e della derisione».
Da quando, nel settembre 2022, il successo elettorale ha portato a Palazzo Chigi Giorgia Meloni, la malattia descritta da Ricolfi si è ulteriormente aggravata. Sulla sinistra intellettuale italiana si è abbattuta un’ondata depressiva simile a quella che seguì l’exploit di Berlusconi nel 1994, che in molti dei suoi esponenti si è trasformata in nevrosi e in ossessione del «ritorno del fascismo», condita da una forte dose di aggressività, che è ulteriormente cresciuta quando l’ex ministro Sangiuliano ha espresso la sua velleitaria intenzione di promuovere un’azione di «contro-egemonia» in campo culturale. Gli appassionati di talk show ne hanno avuto - e tuttora ne hanno - un’ampia quantità di esempi nelle frequenti risse verbali e appassionate concioni in argomento, ma la stringatezza dei tempi televisivi non consente di constatare in tutta la sua gravità questo stato di malessere psicologico. Che si rivela in pieno, invece, nelle sue forme scritte.
Da un paio d’anni a questa parte ha infatti iniziato a fare la sua comparsa nelle librerie una serie di testi che non si limitano più alla generica denuncia del prossimo rientro sulla scena delle camicie nere ma si concentrato sulla scoperta, e successiva decrittazione, delle fonti ideologiche che starebbero preparando il terreno al temuto revival. Ad alimentare questo filone c’è l’impegno di una pletora di avanguardisti che, sprezzanti del disgusto che con ogni probabilità li avrebbe colti, si sono avventurati nella lettura di autori e opere del sulfureo mondo della destra radicale - da sempre circolanti, in tirature confidenziali, negli ambienti giovanili dei vari partiti della Fiamma - con l’esclusivo scopo di sostenere che, dietro la facciata delle politiche ufficiali del governo Meloni, il suo ferreo atlantismo, il sostegno a Israele, l’appoggio a Zelensky, le scelte liberali in economia, c’è un oscuro lato nascosto fatto di antiamericanismo, antisemitismo, razzismo, anticapitalismo, rivolta contro la modernità, celebrazione di ogni forma di diseguaglianza, suprematismo. Ovvero, per citare l’epigrafe del libro di Tomaso Montanari La continuità del male, ultimo (per adesso) prodotto di questa pamphlettistica livorosa e militante, svelare che «c’è un lungo e sotterraneo filo nero che lega le idee della destra che governa l’Italia al fascismo».
Ripetitiva, sommaria, zeppa di errori, intrisa di complottismo, questa letteratura ossessiva - che purtroppo, oltre a giornalisti e polemisti da talk show, ha coinvolto anche studiosi che su altri temi o in altre occasioni hanno dimostrato il loro valore - esemplifica alla perfezione quel razzismo etico di cui scriveva Ricolfi. Ogni manifestazione di una cultura accostabile al Nemico viene bollata come inaccettabile, assoggettata alla cultura del sospetto, manipolata sulla base del pregiudizio, adattata ai bisogni della propria fazione e denigrata. Perché, quando si è fanaticamente convinti di agire in nome del Bene, ogni mezzo per colpire il Male è lecito.
Capita così a chi scrive queste righe - che pure da più di quarant’anni rifiuta di essere classificato a destra e rivendica una libertà di giudizio che lo rende sgradito tanto all’attuale governo quanto ai suoi oppositori (e ai rispettivi fiancheggiatori radiotelevisivi e giornalistici) - di subire da parte di Montanari, «intellettuale pubblico fra i più influenti», come umilmente si lascia definire nella bandella della sua più recente fatica editoriale, l’accusa di non essere uno studioso «neutrale» per il solo fatto di aver dimostrato, testi alla mano, nel mio libro Le tre età della Fiamma (Solferino) che inserire Fratelli d’Italia nella categoria della «destra radicale populista» è infondato, e che l’etichetta che più gli si addice è quella di un partito nazional-conservatore e afascista.
A questa convinzione sono giunti altri politologi come Salvatore Vassallo, già deputato del Pd e direttore dell’Istituto Cattaneo, e Rinaldo Vignati, nel loro libro Fratelli di Giorgia (il Mulino), o Alice Santaniello, autrice della prima ricerca empirica sul FdI. Ma ciò non sembra indignare Montanari, stanti le opinioni di sinistra degli autori citati. Nel mio caso c’è invece da segnalare e denunciare «una vita [che] si è svolta così dentro la galassia neofascista, che a un certo punto fu eletto alla guida del Fronte della Gioventù, salvo essere sostituito con Gianfranco Fini per decisione di Giorgio Almirante» [i fatti non andarono così, ma poco importa…] «e quindi espulso dal Movimento Sociale per un numero satirico della Voce della fogna che dirigeva».
Con un simile pedigree, che risale agli anni 1977 e 1981, per i piccoli Torquemada alla Montanari ce n’è abbastanza per essere destinati al ghetto dei deplorevoli e degli infrequentabili. Non servono più di trent’anni di insegnamento e più di un centinaio di corsi di Scienza politica e materie affini tenuti all’università di Firenze, le attestazioni di stima di studenti, collaboratori e colleghi molto spesso di opinioni politiche lontane, la produzione scientifica, gli inviti ai convegni internazionali, l’elezione a professore emerito, per essere al riparo dalla denigrazione di chi, accecato dalla faziosità, ovunque e comunque vede nero.
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«Margo» (Apple Tv)
Dal romanzo di Rufi Thorpe, la serie segue una diciannovenne sola con un figlio, tra difficoltà economiche e giudizi sociali. Quando perde il lavoro, sceglie una strada controversa pur di sopravvivere, aprendo una riflessione su maternità e stigma.
Margo è vagamente diversa da come Rufi Thorpe l'aveva dipinta. Ha un pizzico di strafottenza, lo sguardo severo di Elle Fanning. Fra le braccia, però, lo stesso neonato che la scrittrice americana aveva immaginato per lei. Margo, diciannove anni, ha portato a termine la propria gravidanza nonostante gli strali del mondo circostante. Le dicevano di abortire, di restarsene al college, in California, e darsi l'occasione di vivere una vita di intenzionalità e scelte consapevoli. Urlavano che un figlio le avrebbe distrutto la vita, e lei, così giovane e inesperta, avrebbe finito per distruggerla a lui, esserino senza colpa. Margo, invece, quel bambino ha deciso di tenerlo. Da sola, ché il padre, adultero, s'è tenuto stretto la moglie che tradiva, e i figli avuti con lei. Un'esistenza di plastica, finta e miserevole. Margo è tornata a casa, dalla madre e dalle amiche ormai estranee. Lo ha fatto da sola, e di questa sua solitudine la Thorpe ha fatto un libro.Nessuna storia vera, solo verosimile.
Margo ha problemi di soldi, da cui Apple Tv ha tratto una serie omonima, pronta a debuttare online mercoledì 15 aprile, ha preso spunto dalla contemporaneità per dar forma ad un racconto sottile e ironico. Un racconto che può dirsi iniziato con la crisi di questa diciannovenne di belle speranze. Margo, contro tutti fuorché se stessa, ha scelto una vita difficile. Ostinata, credeva di poterla sostenere. Ma il castello che s'era figurata crolla miseramente il giorno in cui la licenziano. Troppe assenze per badare al figlio, nessuna capacità economica che le consenta una tata. Margo è sul baratro della disperazione. Ed è guardando giù, nell'abisso nero, che pensa l'impensabile: aprire un account OnlyFans per garantire a sé e al figlio un posto nel mondo.Lo show, in cui Michelle Pfeiffer è madre di Margo, ex cameriera di Hooter's perennemente in bolletta, si muove così a raccontare le difficoltà intrinseche alla maternità, alla solitudine che spesso ne consegue e, pure, al pregiudizio legato ai lavori online. Specie, a quelli che abbiano a che fare con il sesso.
Margo è il cuore di ogni complessità, motore di ogni riflessione che la serie induca. Non somiglia per forza alle ragazze di oggi, così particolare nelle sue scelte. Eppure, è capace di indurre al pensiero critico chiunque la guardi muoversi nel mondo dei grandi: lei, piccola e bionda, testarda e fiera, di quella fierezza che ogni madre scopre in sé nel momento in cui capisce di essere l'unica responsabile dell'esistenza minuscola che le sta fra le braccia.
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Ansa
Suo padre, magari anche per insegnare a suo figlio come ci si comporta, è intervenuto con suo cognato per farli smettere. Il branco di ragazzini allora si è scagliato contro, in particolare alcuni di loro, tra cui due romeni maggiorenni e un italiano minorenne, poi fermati dalla polizia. Ha visto suo padre morire davanti ai suoi occhi, inutilmente soccorso dal 118. Ma esco dalla cronaca, non vi racconto quello che è già stato descritto nei dettagli; vorrei entrare invece nella testa di quel bambino e in quella degli assassini di suo padre, per capire come hanno vissuto quella domenica sera di aprile a Massa.
Io non sono riuscito a capire cos’hanno in testa quei ragazzi che hanno massacrato l’uomo, e cosa frullava nella loro testa in quel momento, quando hanno cominciato a colpirlo e a finirlo. Se avevano bevuto, fumato, oppure no. Certo, non è stato tutto l’intero branco ad aggredirlo, c’è chi si è limitato a vedere la scena o magari a godersi il brutto spettacolo di un uomo adulto che soccombe sotto i colpi furiosi dei ragazzi fino a morire. Ma l’effetto branco è sicuramente la prima molla che li muove e li contagia. E ogni branco ha sempre un capo-branco, o forse due, cioè qualcuno che dà l’esempio e indica la linea da violare, individua il nemico o l’ostacolo da abbattere e sveglia la molla bestiale che è in loro, dà inizio al massacro, come se fosse una festa crudele, invita all’imitazione e al rito tribale.
Ma si può uccidere per così poco un essere umano di cui non sai nulla, che non ti ha mai fatto nulla, che ti ha solo detto di non fare danni, non far del male e non farvi male? Cos’è per loro un uomo, non è un loro simile, uno che vive, fatica, ama, soffre, ha il suo mondo e i suoi affetti proprio come te? No, lui è solo un’ombra molesta, un ostacolo da abbattere, come nei videogiochi; e a differenza della vetrina che subisce inerte il loro scempio, è uno che osa mettere in discussione la tua libertà e frenare i tuoi desideri. Ma non ti ricorda, quell’uomo che hai pestato a sangue, tuo padre, tua madre, un amico o una persona a cui sei affezionato, non ti dice nulla l’umanità che avete in comune, non provi nulla davanti a qualcuno che soffre, per giunta a causa tua, non vedi la sproporzione gigantesca tra un piccolo bisticcio e la soppressione definitiva di una persona? E non ti sembra da vigliacchi pestarlo in branco? Non hai nessun codice elementare di vita, nessuna residua, istintiva pietà, nessun freno o nessun senso del limite che a un certo punto, quando lo vedi a terra, inerme e ferito, ti spinge a fermarti? Nessuno ti ha insegnato nulla o nessuno è riuscito a insegnarti nulla? Da chi attingi i tuoi modelli di vita, dalla tv, dai social, dalla scuola, dalla famiglia, dal rione? Ma come vivi, cosa dà significato e valore alla tua vita e a quella degli altri, vale solo quel che ti passa in quel momento per la testa e per le mani? Pensi pure tu, come quel tredicenne di Bergamo che scriveva prima di aggredire l’insegnante e progettare l’uccisione dei suoi genitori, che «conto solo io, gli altri sono nulla»? Non ti fa nessun effetto che con lui c’era anche sua moglie e soprattutto c’era un bambino, suo figlio; non ti sei neanche per un momento messo nei suoi panni, per capire come avrà sofferto davanti a quella scena, quanto dolore e forse quanto odio impotente, che è il peggiore delle forme di odio accumulate nel tempo, gli hai trasmesso per tutta la sua vita, massacrandogli il padre davanti ai suoi occhi?
Mentre scrivo queste parole so che sto parlando al vento o so che potrà ascoltarmi e magari capirmi solo chi non avrebbe mai compiuto un massacro del genere, non certo quei ragazzi; so che le parole rimbalzano nel vuoto quando hanno davanti il nulla più sordo e più cieco; se potessero, costoro ucciderebbero anche me. So che ogni frase rivolta a loro cade in una terra straniera, come se mi rivolgessi a barbari o alieni che non ne capiscono il più basilare significato; so che parliamo due lingue diverse, abitiamo in due mondi diversi anche se in apparenza è lo stesso.
Ma qui la domanda che più preme è l’altra, da cui sono partito. Cosa avrà capito della vita il bambino che ha visto suo padre colpito e ucciso dal branco di ragazzi un po’ più grandi di lui? Che idea si sarà fatto del mondo, dei rapporti tra gli uomini, della legge che vige sulla terra? Che fiducia potrà avere nella vita e nel futuro avendo patito un colpo così letale che gli ha lasciato un macigno così enorme sulle sue spalle? Da grande sarà come suo padre, e cercherà di opporsi al male e di educare a sua volta suo figlio, o sarà come i suoi assassini, per vendicarsi della vita subita e perché ha capito che quello è l’unico modo per stare al mondo, uccidi prima che ti uccidano gli altri, se non sbrani vieni sbranato? Io mi auguro che quel dolore lo renda migliore, lo vaccini dal male, lo conduca a una vita decisamente diversa da quella di chi ha imboccato quel vicolo cieco sull’abisso. Ma non sempre il dolore ci rende migliori, non sempre l’ingiustizia subita, il male patito, vengono ripagati con un più acuto senso della giustizia e un più forte desiderio del bene. Le tragedie educano i migliori, incattiviscono i peggiori, migliorano i più costruttivi, peggiorano i più disfattisti. Conta l’indole, e l’habitat, il mondo circostante, le esperienze successive di vita.
Intanto hanno rubato a quel bambino suo padre, per sempre, e lo hanno prematuramente gettato nella vita, facendolo passare dalla porta peggiore, lasciandogli addosso l’odore nero e acre della disperazione e della vita selvaggia. Spero che gli resti almeno l’esempio di suo padre come un segno benefico lasciato nella sua mente e nella sua anima: a lui è costato la vita insegnare agli altri, a cominciare da suo figlio, il rispetto per le regole, per le cose e per la vita degli altri. Ha fatto il suo dovere di uomo, di padre, di cittadino, esponendosi a un rischio che si è rivelato mortale. Che di quella domenica sera a passeggio, gli resti da adulto almeno la fierezza di essere il figlio di quel Giacomo e la tenerezza indimenticabile di averlo visto morire, in modo così stupido e brutale. Ricordarsi e pensare, con fierezza e tenerezza: di questo vive la nostra umanità.
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