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2022-02-10
Palazzo Chigi blinda la Belloni contro Conte
Luigi Di Maio ed Elisabetta Belloni (Ansa)
Nessuna domanda, nessun accenno, nessun riferimento a quel famoso pranzo dello scorso 1° febbraio quando il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, e il capo del Dis, i nostri servizi segreti, Elisabetta Belloni, si incontrarono in un ristorante romano poche ore dopo la conclusione della vicenda Quirinale. Di Maio e la Belloni, rispettivamente l’altro ieri e ieri, sono stati auditi dal Copasir, Il comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, organo di controllo sull’attività dei servizi segreti. Le audizioni erano già in programma da tempo, ma chi si aspettava qualche domanda relativa a quel pranzo è rimasto deluso: a quanto apprende La Verità, nessuno dei parlamentari che compongono il comitato ha fatto il minimo accenno a quella occasione. Le audizioni sono state dedicate, si legge in una nota del presidente del Copasir, Adolfo Urso di Fdi, alla crisi Ucraina, alle sue conseguenze sul settore energetico e ad altri aspetti della situazione internazionale e, come di consueto, sono state secretate. Di Maio il 1° febbraio pubblicò su Facebook la foto del pranzetto, con un post di contorno: «”Con il ministro Di Maio c’è un’amicizia sempre più solida. Di Maio è sempre leale”. Queste le parole di Elisabetta Belloni», scrisse Di Maio, «alla quale mi legano una profonda stima e una grande amicizia».
Di Maio, nella tarda serata del 28 gennaio, quando sul nome della Belloni per la presidenza della Repubblica si erano messi d’accordo Matteo Salvini, Enrico Letta, Giuseppe Conte e Giorgia Meloni, si presentò davanti alle telecamere: «Trovo indecoroso», disse il ministro degli Esteri, «che sia stato buttato in pasto al dibattito pubblico un alto profilo come quello di Elisabetta Belloni senza un accordo condiviso. Lo avevo detto ieri: prima di bruciare nomi bisognava trovare l’accordo della maggioranza di governo». Era stata proprio La Verità, il giorno prima della (quasi) ufficializzazione della candidatura della Belloni, a riferire delle preoccupazioni di Di Maio: «Il profilo di Elisabetta Belloni», aveva detto il ministro degli Esteri ai suoi più stretti collaboratori, «è tale che il suo nome può essere fatto solo se c’è la sicurezza di eleggerlo». La frase della Belloni sulla «lealtà» di Di Maio (tra i due c’è un eccellente rapporto cementato nel periodo in cui lei è stata segretario generale della Farnesina) aveva sollevato polemiche e proteste, in particolare da parte del deputato di Italia viva Michele Anzaldi, rimaste senza seguito, visto che neanche Ernesto Magorno, segretario del Copasir e senatore del partito di Matteo Renzi, ha ritenuto di chiedere conto di quel pranzo né a Di Maio né alla Belloni. Del resto, l’avvertimento di Di Maio, riportato dalla Verità il 28 gennaio, sulla inopportunità di candidare una persona che ricopre un ruolo così delicato senza la certezza che venga eletta, ricalca quanto ha detto ieri a Porta a Porta su Rai Uno, il sottosegretario con delega all’intelligence, Franco Gabrielli: «Ho seguito in presa diretta tutta questa vicenda», ha sottolineato Gabrielli, «e ho visto in primis come Elisabetta Belloni, da grande servitrice dello Stato, abbia vissuto con molto fastidio e preoccupazione tutta una serie di veicolazioni, incontri che ci dovevano essere quando lei addirittura nemmeno stava a Roma. Io mi sono affrettato a dire, per intima convinzione», ha aggiunto Gabrielli, «che lei godeva della mia fiducia e di quella del presidente del Consiglio Mario Draghi. Lei è stata una vittima di questa vicenda e ora bisogna imparare dagli errori, commessi a volte in buona fede e con le migliori intenzioni: alcuni soggetti e alcune istituzioni», ha aggiunto Gabrielli, «devono essere messe al riparo. O hai la certezza che venga eletta oppure si arrecano danni alla persona e alle istituzioni che bisogna salvaguardare. Non c’è alcuna possibilità di rimozione di Elisabetta Belloni». Un bel siluro quello lanciato da Gabrielli, evidentemente concordato con Mario Draghi, contro Conte, che aveva lanciato la candidatura della Belloni. Resta sullo sfondo un interrogativo: in quelle ore concitate, qualche esponente dei servizi segreti, magari del Dis, fece da ponte tra Conte, ex premier, e la Belloni? Un interrogativo che ieri nessun componente del Copasir ha ritenuto di porre, e che lascia aperta una ipotesi: evidentemente, considerato che Gabrielli ha blindato la Belloni per conto di Draghi, risollevare la questione nel corso delle audizioni avrebbe significato riaprire un caso che si considera a tutti gli effetti chiuso. Elisabetta Belloni, ricordiamolo sempre, è diventata capo dei servizi segreti italiani nel maggio 2021, al posto di Gennaro Vecchione, nominato da Conte nel 2018 e vicinissimo a «Giuseppi». Vecchione fu sostituito sei mesi prima della scadenza del mandato, prorogato per due anni da Conte alla fine del novembre 2020. Se così fosse, questa così netta affermazione di Gabrielli sarebbe un ulteriore timbro del governo sulle «pulizie di primavera» che la Belloni sta portando avanti all’interno dei servizi.
Grillo cala a Roma per riprendersi un Movimento in preda al panico
Come ai vecchi tempi. Per Beppe Grillo, l’ordinanza del Tribunale di Napoli che ha defenestrato Giuseppe Conte ha rappresentato una manna dal cielo. Lo si capisce da come ieri, nei corridoi di Palazzo, cronisti e parlamentari si affannavano per avere un’informazione o almeno un indizio utile a capire se l’Elevato fosse in viaggio per la Capitale. E questo per il garante del Movimento, da troppo tempo in astinenza da attenzioni mediatiche che non fossero quelle per le vicende giudiziarie, rappresenta già una vittoria. Per lui che lo scorso agosto ha toccato con mano la voglia di Conte di sfilargli il giocattolo dopo averlo già sfilato a Davide Casaleggio, il colpo di coda delle toghe partenopee è un assist per riavvolgere il nastro.
Per capire di che storia si tratterà molto dipenderà dall’incontro tra i due contendenti, che si terrà verosimilmente nelle prossime ore come conseguenza della calata a Roma di Grillo, per la quale il diretto interessato, affilando ferri del mestiere un po’ arrugginiti, ha creato una sapiente suspence. Tornano dunque le ammucchiate selvagge di giornalisti e cameraman davanti all’hotel Forum e i siparietti tutt’altro che improvvisati del fondatore di M5s, ma stavolta è presumibile che quest’ultimo voglia badare al sodo e giocare questi insperati supplementari non commettendo gli errori della volta scorsa. Il problema è che, stando anche a quanto dicono a mezza bocca i parlamentari del Movimento (cercando di mantenere la consegna del silenzio intimata dal garante), ogni esito potrà essere impugnato dall’avvocato della parte rimasta insoddisfatta. Come accaduto per la votazione del nuovo statuto e l’elezione di Conte. Il M5s potrebbe restare in una situazione di anarchia ancora per molto, pregiudicando addirittura la presentazione delle liste per le prossime amministrative.
Conte anche ieri ha ripetuto il mantra: «Con Grillo ci incontreremo, ci confronteremo, stiamo studiando anche con i legali le varie soluzioni», aggiungendo che «l’azione di una forza politica non può interrompersi per un provvedimento giudiziario». Tutti sanno però che il summit avrà due tavoli: quello legale, al quale si siederanno gli avvocati con tutte le carte e le possibili soluzioni a prova di sentenza, ma soprattutto quello politico, dove ripartirà il braccio di ferro di sei mesi fa sullo statuto e sulla leadership. Da una parte, al fianco di Grillo e di Luigi Di Maio, chi vuole tornare all’ipotesi direttorio composto da cinque persone, che poi era quella in campo prima dell’irruzione a gamba tesa di un Conte in uscita da Palazzo Chigi e votare (ma su quale piattaforma?) un nuovo comitato di garanzia. Dall’altra chi vorrebbe semplicemente ripetere la votazione sullo statuto made in Conte e sulla leadership di quest’ultimo, includendo gli iscritti degli ultimi sei mesi. Ma c’è anche molta roba sotto al tavolo: la questione della deroga alla regola del secondo mandato, ad esempio, attorno alla quale si stanno concentrando inquietudini e fibrillazioni dei parlamentari di seconda nomina e dei ministri pentastellati ansiosi di sapere, ora che la legislatura ha imboccato la dirittura d’arrivo, se nella ridotta pattuglia di grillini che approderà nel nuovo Parlamento con 600 eletti ci sarà ancora uno strapuntino dove accomodarsi.
Ieri poi si è aggiunta un’altra tegola: è diventata esecutiva la decisione del collegio di garanzia di Palazzo Madama che annulla l’espulsione dal gruppo parlamentare di sei senatori grillini che non hanno votato la fiducia a Mario Draghi perché «nel regolamento del M5s l’autonomia del gruppo viene schiacciata dall’influenza decisoria del partito».
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Franco Gabrielli parla della bagarre sulla candidatura della numero uno del Dis al Colle e lancia un siluro sull’avvocato del popolo: «Alcune istituzioni vanno messe al riparo». Il Copasir la ascolta sull’Ucraina ma nessuno chiede del pranzo con Luigi Di Maio.Beppe Grillo cala a Roma per riprendersi un Movimento in preda al panico. Vedrà l’ex premier. Il Senato annulla l’espulsione di sei grillini dal gruppo parlamentare.Lo speciale contiene due articoli.Nessuna domanda, nessun accenno, nessun riferimento a quel famoso pranzo dello scorso 1° febbraio quando il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, e il capo del Dis, i nostri servizi segreti, Elisabetta Belloni, si incontrarono in un ristorante romano poche ore dopo la conclusione della vicenda Quirinale. Di Maio e la Belloni, rispettivamente l’altro ieri e ieri, sono stati auditi dal Copasir, Il comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, organo di controllo sull’attività dei servizi segreti. Le audizioni erano già in programma da tempo, ma chi si aspettava qualche domanda relativa a quel pranzo è rimasto deluso: a quanto apprende La Verità, nessuno dei parlamentari che compongono il comitato ha fatto il minimo accenno a quella occasione. Le audizioni sono state dedicate, si legge in una nota del presidente del Copasir, Adolfo Urso di Fdi, alla crisi Ucraina, alle sue conseguenze sul settore energetico e ad altri aspetti della situazione internazionale e, come di consueto, sono state secretate. Di Maio il 1° febbraio pubblicò su Facebook la foto del pranzetto, con un post di contorno: «”Con il ministro Di Maio c’è un’amicizia sempre più solida. Di Maio è sempre leale”. Queste le parole di Elisabetta Belloni», scrisse Di Maio, «alla quale mi legano una profonda stima e una grande amicizia». Di Maio, nella tarda serata del 28 gennaio, quando sul nome della Belloni per la presidenza della Repubblica si erano messi d’accordo Matteo Salvini, Enrico Letta, Giuseppe Conte e Giorgia Meloni, si presentò davanti alle telecamere: «Trovo indecoroso», disse il ministro degli Esteri, «che sia stato buttato in pasto al dibattito pubblico un alto profilo come quello di Elisabetta Belloni senza un accordo condiviso. Lo avevo detto ieri: prima di bruciare nomi bisognava trovare l’accordo della maggioranza di governo». Era stata proprio La Verità, il giorno prima della (quasi) ufficializzazione della candidatura della Belloni, a riferire delle preoccupazioni di Di Maio: «Il profilo di Elisabetta Belloni», aveva detto il ministro degli Esteri ai suoi più stretti collaboratori, «è tale che il suo nome può essere fatto solo se c’è la sicurezza di eleggerlo». La frase della Belloni sulla «lealtà» di Di Maio (tra i due c’è un eccellente rapporto cementato nel periodo in cui lei è stata segretario generale della Farnesina) aveva sollevato polemiche e proteste, in particolare da parte del deputato di Italia viva Michele Anzaldi, rimaste senza seguito, visto che neanche Ernesto Magorno, segretario del Copasir e senatore del partito di Matteo Renzi, ha ritenuto di chiedere conto di quel pranzo né a Di Maio né alla Belloni. Del resto, l’avvertimento di Di Maio, riportato dalla Verità il 28 gennaio, sulla inopportunità di candidare una persona che ricopre un ruolo così delicato senza la certezza che venga eletta, ricalca quanto ha detto ieri a Porta a Porta su Rai Uno, il sottosegretario con delega all’intelligence, Franco Gabrielli: «Ho seguito in presa diretta tutta questa vicenda», ha sottolineato Gabrielli, «e ho visto in primis come Elisabetta Belloni, da grande servitrice dello Stato, abbia vissuto con molto fastidio e preoccupazione tutta una serie di veicolazioni, incontri che ci dovevano essere quando lei addirittura nemmeno stava a Roma. Io mi sono affrettato a dire, per intima convinzione», ha aggiunto Gabrielli, «che lei godeva della mia fiducia e di quella del presidente del Consiglio Mario Draghi. Lei è stata una vittima di questa vicenda e ora bisogna imparare dagli errori, commessi a volte in buona fede e con le migliori intenzioni: alcuni soggetti e alcune istituzioni», ha aggiunto Gabrielli, «devono essere messe al riparo. O hai la certezza che venga eletta oppure si arrecano danni alla persona e alle istituzioni che bisogna salvaguardare. Non c’è alcuna possibilità di rimozione di Elisabetta Belloni». Un bel siluro quello lanciato da Gabrielli, evidentemente concordato con Mario Draghi, contro Conte, che aveva lanciato la candidatura della Belloni. Resta sullo sfondo un interrogativo: in quelle ore concitate, qualche esponente dei servizi segreti, magari del Dis, fece da ponte tra Conte, ex premier, e la Belloni? Un interrogativo che ieri nessun componente del Copasir ha ritenuto di porre, e che lascia aperta una ipotesi: evidentemente, considerato che Gabrielli ha blindato la Belloni per conto di Draghi, risollevare la questione nel corso delle audizioni avrebbe significato riaprire un caso che si considera a tutti gli effetti chiuso. Elisabetta Belloni, ricordiamolo sempre, è diventata capo dei servizi segreti italiani nel maggio 2021, al posto di Gennaro Vecchione, nominato da Conte nel 2018 e vicinissimo a «Giuseppi». Vecchione fu sostituito sei mesi prima della scadenza del mandato, prorogato per due anni da Conte alla fine del novembre 2020. Se così fosse, questa così netta affermazione di Gabrielli sarebbe un ulteriore timbro del governo sulle «pulizie di primavera» che la Belloni sta portando avanti all’interno dei servizi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/palazzo-chigi-blinda-la-belloni-contro-conte-2656610441.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="grillo-cala-a-roma-per-riprendersi-un-movimento-in-preda-al-panico" data-post-id="2656610441" data-published-at="1644440426" data-use-pagination="False"> Grillo cala a Roma per riprendersi un Movimento in preda al panico Come ai vecchi tempi. Per Beppe Grillo, l’ordinanza del Tribunale di Napoli che ha defenestrato Giuseppe Conte ha rappresentato una manna dal cielo. Lo si capisce da come ieri, nei corridoi di Palazzo, cronisti e parlamentari si affannavano per avere un’informazione o almeno un indizio utile a capire se l’Elevato fosse in viaggio per la Capitale. E questo per il garante del Movimento, da troppo tempo in astinenza da attenzioni mediatiche che non fossero quelle per le vicende giudiziarie, rappresenta già una vittoria. Per lui che lo scorso agosto ha toccato con mano la voglia di Conte di sfilargli il giocattolo dopo averlo già sfilato a Davide Casaleggio, il colpo di coda delle toghe partenopee è un assist per riavvolgere il nastro. Per capire di che storia si tratterà molto dipenderà dall’incontro tra i due contendenti, che si terrà verosimilmente nelle prossime ore come conseguenza della calata a Roma di Grillo, per la quale il diretto interessato, affilando ferri del mestiere un po’ arrugginiti, ha creato una sapiente suspence. Tornano dunque le ammucchiate selvagge di giornalisti e cameraman davanti all’hotel Forum e i siparietti tutt’altro che improvvisati del fondatore di M5s, ma stavolta è presumibile che quest’ultimo voglia badare al sodo e giocare questi insperati supplementari non commettendo gli errori della volta scorsa. Il problema è che, stando anche a quanto dicono a mezza bocca i parlamentari del Movimento (cercando di mantenere la consegna del silenzio intimata dal garante), ogni esito potrà essere impugnato dall’avvocato della parte rimasta insoddisfatta. Come accaduto per la votazione del nuovo statuto e l’elezione di Conte. Il M5s potrebbe restare in una situazione di anarchia ancora per molto, pregiudicando addirittura la presentazione delle liste per le prossime amministrative. Conte anche ieri ha ripetuto il mantra: «Con Grillo ci incontreremo, ci confronteremo, stiamo studiando anche con i legali le varie soluzioni», aggiungendo che «l’azione di una forza politica non può interrompersi per un provvedimento giudiziario». Tutti sanno però che il summit avrà due tavoli: quello legale, al quale si siederanno gli avvocati con tutte le carte e le possibili soluzioni a prova di sentenza, ma soprattutto quello politico, dove ripartirà il braccio di ferro di sei mesi fa sullo statuto e sulla leadership. Da una parte, al fianco di Grillo e di Luigi Di Maio, chi vuole tornare all’ipotesi direttorio composto da cinque persone, che poi era quella in campo prima dell’irruzione a gamba tesa di un Conte in uscita da Palazzo Chigi e votare (ma su quale piattaforma?) un nuovo comitato di garanzia. Dall’altra chi vorrebbe semplicemente ripetere la votazione sullo statuto made in Conte e sulla leadership di quest’ultimo, includendo gli iscritti degli ultimi sei mesi. Ma c’è anche molta roba sotto al tavolo: la questione della deroga alla regola del secondo mandato, ad esempio, attorno alla quale si stanno concentrando inquietudini e fibrillazioni dei parlamentari di seconda nomina e dei ministri pentastellati ansiosi di sapere, ora che la legislatura ha imboccato la dirittura d’arrivo, se nella ridotta pattuglia di grillini che approderà nel nuovo Parlamento con 600 eletti ci sarà ancora uno strapuntino dove accomodarsi. Ieri poi si è aggiunta un’altra tegola: è diventata esecutiva la decisione del collegio di garanzia di Palazzo Madama che annulla l’espulsione dal gruppo parlamentare di sei senatori grillini che non hanno votato la fiducia a Mario Draghi perché «nel regolamento del M5s l’autonomia del gruppo viene schiacciata dall’influenza decisoria del partito».
Dal Brasile arriva pollo contaminato da salmonella che invade il mercato europeo senza alcun controllo. Nella partita del Mercosur per l’Italia c’è anche un’aggravante, se così si può dire: aveva fatto fronte comune con gli altri Paesi per bloccarlo, ma alla fine ha detto sì al trattato di libero scambio con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay con annessa Bolivia. Il ministro per la Sovranità alimentare, Francesco Lollobrigida, anche su consiglio di Giorgia Meloni, si era fatto convincere perché la Commissione Ue ha promosso l’applicazione della clausola di reciprocità: i prodotti agricoli importati dal Mercosur devono avere le stesse garanzie di salubrità e qualità di quelli europei.
Promessa immediatamente smentita da quanto è accaduto in Grecia: è sbarcato un carico di carne di pollo contaminato il 2 maggio, il giorno seguente all’entrata in vigore ufficiale del Mercosur. Ursula von der Leyen ha fatto il diavolo a quattro per far ratificare l’accordo il prima possibile, ha sfidato il Parlamento europeo che ha chiesto alla Corte di giustizia di verificare se l’accordo violi o meno i Trattati europei e lo ha fatto applicare in via provvisoria infischiandosene del pronunciamento dei giudici. Il che espone l’Ue, nel caso in cui la Corte di Lussemburgo sancisse l’illegittimità dell’accordo, a un contenzioso lungo e oneroso assai. Pur di vendere le vecchie Mercedes, le Bmw e le Audi ai brasiliani che ci rimpinzano di ogni schifezza agricola, la baronessa non è andata tanto per il sottile. Ma, come si dice, il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi. E la prima, gravissima conseguenza del Mercosur si è materializzata in Grecia, Paese che, dopo la batosta della crisi monetaria del 2009, di fatto è a trazione tedesca e il leader di Nea Democratia e premier, Kyriakos Mitsotakis, ha già pagato un prezzo alto in popolarità. Ha seguito la stessa traiettoria dell’Italia anche se i contadini greci sono tutt’ora sul piede di guerra, soprattutto i coltivatori di riso Ndel nord, gli allevatori del Peloponneso e gli olivicoltori e vignaioli di Creta dove ci sono state le proteste più violente.
E hanno ragione perché l’80% del primo carico di pollo congelato, pari a 3 tonnellate in totale, giunto in Grecia dal Brasile, era contaminato da salmonella. Lo ha rivelato la Federazione panellenica degli ingegneri geotecnici. Quanto accaduto solleva seri interrogativi sull’efficacia dei meccanismi di controllo dell’Ue sulla sicurezza degli alimenti importati. Secondo i risultati dei laboratori veterinari di Agia Paraskevi, nella periferia di Atene, 8 su 10 dei primi lotti analizzati sono risultati contaminati da salmonella e il presidente della Federazione panellenica degli ingegnergeotecnici pubblici, Nikos Kakavas, lo ha confermato esprimendo forti preoccupazioni circa l’adeguatezza dei controlli sui prodotti importati.
Nikos Kakavas ha denunciato peraltro le gravi ripercussioni sull’agricoltura greca a causa delle importazioni selvagge via Mercosur, in un Paese che, avendo solo il 40% dei tecnici che servirebbero, non è in grado di controllare la merce che arriva. Come direbbero i francesi: è solo l’inizio. In Italia la mobilitazione anti Mercosur, per chiedere controlli e lotta alle contraffazioni, non si è mai arrestata. Migliaia di agricoltori della Coldiretti si ritroveranno alla Fiera di Cagliari domani per protestare e con loro ci sarà anche il ministro Francesco Lollobrigida che sul Mercosur avrà forse da ridire.
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Papa Leone (Imagoeconomica)
A rivelarlo pubblicamente è stato un caro amico di Robert Prevost, padre Tom McCarthy, nel corso di un incontro con alcuni fedeli a Naperville nell’Illinois il cui contenuto è stato poi diffuso dal New York Times.
I fatti, secondo il racconto di McCarthy, sono avvenuti a due mesi dall’elezione al soglio pontificio di Prevost; quando, cioè, il suo nome - pur già noto in precedenza negli States - era divenuto di fama planetaria. In breve, è accaduto che papa Leone XIV abbia contattato telefonicamente la sua banca di Chicago per aggiornare, per ovvie ragioni, il suo numero di telefono e il suo indirizzo. In tale tentativo, si è trovato d interloquire con una addetta che gli ha posto tutta una serie di domande di verifica.
Ebbene, il Santo Padre ha risposto correttamente a tutti i quesiti postigli; eppure ciò non è bastato per ottenere lo scopo che si era prefissato con la telefonata, che a un certo punto ha visto la zelante addetta alla sicurezza scandire queste parole al suo interlocutore: «Deve venire di persona in filiale». A quel punto, sempre secondo il racconto di McCarthy, l’utente - dopo aver manifestato una cauta perplessità («Beh, non credo di poterlo fare») - avrebbe tentato la sua ultima carta per uscire dall’angolo: «Cambierebbe qualcosa se le dicessi che sono papa Leone?». Una domanda a fronte della quale l’addetta - la quale forse non aveva sufficiente familiarità con la voce del pontefice, benché suo connazionale - ha riattaccato. Fine della conversazione e delle speranze, da parte di papa Prevost, di sbrigare con quella telefonata una faccenda semplice, come milioni di persone potranno confermare, solo sulla carta. Com’è finita? Che il pontefice ha poi contattato un altro sacerdote di Chicago, il quale l’ha messo in contatto con il presidente della banca, che a sua volta avrebbe fatto resistenza rimarcando, dura lex sed lex, che le regole impongono la presenza fisica del correntista. Leone XIV a questo punto avrebbe fatto capire che avrebbe cambiato banca, eventualità che avrebbe fatto cedere anche il presidente.
Fine di questa storia, che torna utile sotto almeno due punti di vista. Il primo, senza dubbio, è quello dell’umiltà d’un capo di Stato - perché questo è il Papa - il quale, pur potendo delegare numerosissimi sottoposti, sceglie di sbrigarsi da solo faccende per giunta snervanti. Già si sapeva, in realtà, come Prevost fosse un uomo di grande umiltà, ma episodi come questo sono comunque significativi e rivelatori di chi sia e di come ragioni il successore di Pietro. In secondo luogo, come già si diceva in apertura, il racconto di padre McCarthy funge da monito: mai osare mettere alla prova l’impermeabilità d’un servizio di assistenza clienti. Neppure se si è il Papa.
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Ecco #DimmiLaVerità del 7 maggio 2026. La deputata della Lega Tiziana Nisini ci parla della carenza di senologi in Italia, una emergenza nazionale
Papa Leone XIV (Ansa)
L’ennesimo codazzo del disordine sinodale è la pubblicazione del rapporto finale del nono Gruppo di studio sulle «questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti». In sostanza, il rapporto con i fedeli Lgbt. L’ennesima mina che a Robert Francis Prevost toccherà disinnescare, dopo il caso delle benedizioni gay in Germania.
La relazione, infatti, cerca di occultare, dietro l’uso della neolingua catto-woke, un vero e proprio assalto al magistero. Lo si intuisce già dallo slittamento semantico che propone: gli autori dicono di ritenere «più appropriato qualificare le questioni in oggetto come questioni “emergenti” piuttosto che come questioni “controverse”». Essi annunciano, così, un «cambio di paradigma», che consentirebbe di trattare certe situazioni non più alla stregua di un «problema» da risolvere, evidenziando invece «la qualità globale dell’impegno che concerne l’insieme della comunità ecclesiale e l’integralità della persona», oltre che rimandando a «una possibile risorsa da discernere nella “conversazione nello Spirito” e nella “conversione relazionale”». Cristallino, eh? Se Gesù si fosse espresso in questi termini, non si sarebbe capito nemmeno da solo.
Quel che si capisce benissimo è dove che vogliano andare a parare le 24 pagine (su 32 totali) che precedono la prima occorrenza della parola «omosessuali»: a legittimare, appunto, le relazioni gay. Se non il matrimonio tra persone dello stesso sesso.
Al volumetto sono state allegate alcune testimonianze anonime, in particolare una proveniente dal Portogallo e l’altra dagli Stati Uniti, di cattolici Lgbt accolti dalle locali comunità ecclesiali, dopo un periodo di travagli e discriminazioni.
Il fedele lusitano allude apertamente al «mio matrimonio» e a «mio marito». Matrimonio. Marito. La Chiesa ritiene che l’unione omosessuale sia equiparabile alle nozze tra uomo e donna? Strano, perché il Dicastero per la Dottrina della fede, pur retto dal bergogliano Víctor Manuel Fernández, ha appena diffuso il testo di una lettera che il cardinale, nel 2024, indirizzò a monsignor Stephen Ackermann, vescovo di Trier, in risposta alla posizione della Conferenza episcopale tedesca sulle «benedizioni per le coppie che si amano». Il capo dell’ex Sant’Uffizio spiegava che, nonostante Fiducia Supplicans avesse liberalizzato - in modo maldestro - la pratica di benedire le unioni irregolari, la Chiesa di Germania si stava spingendo troppo in là. Tucho ricordava che la Chiesa «non ha il potere di conferire la sua benedizione liturgica» a coppie omosessuali e divorziati risposati, che non voleva «legittimare nulla» né «sancire […] nulla» e che non bisognava, dunque, «creare confusione», introducendo un «rito liturgico» o «forme di benedizioni simili a sacramentali». Tirare fuori quella missiva è stata la risposta della Santa Sede, ora guidata dal pontefice americano, all’ennesima fuga in avanti dei teutonici: il cardinale Reinhard Marx ha chiesto ai sacerdoti della sua diocesi, Monaco e Frisinga, di mettere a «fondamento della pratica pastorale» le benedizioni già bocciate dal Dicastero della Fede.
Ma nel rapporto del Gruppo di studio n. 9 del Sinodo compare un’intervista dagli Usa, che è ancora più esplicita di quella realizzata in Portogallo. La corrispondente vaticana Diane Montagna ha identificato il testimone statunitense, il quale ringrazia Dio «per mio marito» e si presenta come l’autore del libro Lgbtq catholic ministry, past and present, che reca la prefazione del noto prete arcobaleno, il gesuita James Martin. L’innominato, allora, non può che essere Jason Steidl: è l’uomo la cui foto con il compagno, mentre entrambi venivano benedetti dallo stesso padre Martin, comparve il 21 dicembre 2023 sul New York Times, scatenando un vespaio di polemiche. L’immagine, in effetti, somigliava alla celebrazione di un matrimonio gay.
D’altronde, nel comitato di teologi che ha prodotto il documento compaiono figure quali Maurizio Chiodi, sostenitore della pastorale Lgbt e convinto che, in alcune circostanze, gli atti omosessuali siano «moralmente buoni». Tutto coerente con i toni della relazione sinodale, che per giustificare l’inosservanza della dottrina pattina tra espressioni alate e retoriche evanescenti: la «narrazione», la «cultura della trasparenza» e quella «del rendiconto e della valutazione», il dovere di accogliere le «istanze che le pratiche credenti esprimono e mettono in atto», nonché di piegare i principi alle esigenze dei «contesti».
Se la decisione di nominare vescovi senza il consenso di Roma romperà, per ovvi motivi, la comunione della Fraternità San Pio X con la Santa Sede, sarebbe bizzarro se il Vaticano non iniziasse a prendere provvedimenti seri anche per arginare queste martellanti campagne di demolizione del magistero «da sinistra». Per il Papa chiamato a riparare le crepe che si erano aperte durante il pontificato di Francesco, lo scisma arcobaleno è più allarmante degli attacchi di Trump. Il presidente Usa non è eterno e le sue sparate, semmai, stanno compattando i cattolici. La vera grana - il Vangelo insegna - un regno ce l’ha quando si divide in sé stesso.
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