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2022-02-10
Palazzo Chigi blinda la Belloni contro Conte
Luigi Di Maio ed Elisabetta Belloni (Ansa)
Nessuna domanda, nessun accenno, nessun riferimento a quel famoso pranzo dello scorso 1° febbraio quando il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, e il capo del Dis, i nostri servizi segreti, Elisabetta Belloni, si incontrarono in un ristorante romano poche ore dopo la conclusione della vicenda Quirinale. Di Maio e la Belloni, rispettivamente l’altro ieri e ieri, sono stati auditi dal Copasir, Il comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, organo di controllo sull’attività dei servizi segreti. Le audizioni erano già in programma da tempo, ma chi si aspettava qualche domanda relativa a quel pranzo è rimasto deluso: a quanto apprende La Verità, nessuno dei parlamentari che compongono il comitato ha fatto il minimo accenno a quella occasione. Le audizioni sono state dedicate, si legge in una nota del presidente del Copasir, Adolfo Urso di Fdi, alla crisi Ucraina, alle sue conseguenze sul settore energetico e ad altri aspetti della situazione internazionale e, come di consueto, sono state secretate. Di Maio il 1° febbraio pubblicò su Facebook la foto del pranzetto, con un post di contorno: «”Con il ministro Di Maio c’è un’amicizia sempre più solida. Di Maio è sempre leale”. Queste le parole di Elisabetta Belloni», scrisse Di Maio, «alla quale mi legano una profonda stima e una grande amicizia».
Di Maio, nella tarda serata del 28 gennaio, quando sul nome della Belloni per la presidenza della Repubblica si erano messi d’accordo Matteo Salvini, Enrico Letta, Giuseppe Conte e Giorgia Meloni, si presentò davanti alle telecamere: «Trovo indecoroso», disse il ministro degli Esteri, «che sia stato buttato in pasto al dibattito pubblico un alto profilo come quello di Elisabetta Belloni senza un accordo condiviso. Lo avevo detto ieri: prima di bruciare nomi bisognava trovare l’accordo della maggioranza di governo». Era stata proprio La Verità, il giorno prima della (quasi) ufficializzazione della candidatura della Belloni, a riferire delle preoccupazioni di Di Maio: «Il profilo di Elisabetta Belloni», aveva detto il ministro degli Esteri ai suoi più stretti collaboratori, «è tale che il suo nome può essere fatto solo se c’è la sicurezza di eleggerlo». La frase della Belloni sulla «lealtà» di Di Maio (tra i due c’è un eccellente rapporto cementato nel periodo in cui lei è stata segretario generale della Farnesina) aveva sollevato polemiche e proteste, in particolare da parte del deputato di Italia viva Michele Anzaldi, rimaste senza seguito, visto che neanche Ernesto Magorno, segretario del Copasir e senatore del partito di Matteo Renzi, ha ritenuto di chiedere conto di quel pranzo né a Di Maio né alla Belloni. Del resto, l’avvertimento di Di Maio, riportato dalla Verità il 28 gennaio, sulla inopportunità di candidare una persona che ricopre un ruolo così delicato senza la certezza che venga eletta, ricalca quanto ha detto ieri a Porta a Porta su Rai Uno, il sottosegretario con delega all’intelligence, Franco Gabrielli: «Ho seguito in presa diretta tutta questa vicenda», ha sottolineato Gabrielli, «e ho visto in primis come Elisabetta Belloni, da grande servitrice dello Stato, abbia vissuto con molto fastidio e preoccupazione tutta una serie di veicolazioni, incontri che ci dovevano essere quando lei addirittura nemmeno stava a Roma. Io mi sono affrettato a dire, per intima convinzione», ha aggiunto Gabrielli, «che lei godeva della mia fiducia e di quella del presidente del Consiglio Mario Draghi. Lei è stata una vittima di questa vicenda e ora bisogna imparare dagli errori, commessi a volte in buona fede e con le migliori intenzioni: alcuni soggetti e alcune istituzioni», ha aggiunto Gabrielli, «devono essere messe al riparo. O hai la certezza che venga eletta oppure si arrecano danni alla persona e alle istituzioni che bisogna salvaguardare. Non c’è alcuna possibilità di rimozione di Elisabetta Belloni». Un bel siluro quello lanciato da Gabrielli, evidentemente concordato con Mario Draghi, contro Conte, che aveva lanciato la candidatura della Belloni. Resta sullo sfondo un interrogativo: in quelle ore concitate, qualche esponente dei servizi segreti, magari del Dis, fece da ponte tra Conte, ex premier, e la Belloni? Un interrogativo che ieri nessun componente del Copasir ha ritenuto di porre, e che lascia aperta una ipotesi: evidentemente, considerato che Gabrielli ha blindato la Belloni per conto di Draghi, risollevare la questione nel corso delle audizioni avrebbe significato riaprire un caso che si considera a tutti gli effetti chiuso. Elisabetta Belloni, ricordiamolo sempre, è diventata capo dei servizi segreti italiani nel maggio 2021, al posto di Gennaro Vecchione, nominato da Conte nel 2018 e vicinissimo a «Giuseppi». Vecchione fu sostituito sei mesi prima della scadenza del mandato, prorogato per due anni da Conte alla fine del novembre 2020. Se così fosse, questa così netta affermazione di Gabrielli sarebbe un ulteriore timbro del governo sulle «pulizie di primavera» che la Belloni sta portando avanti all’interno dei servizi.
Grillo cala a Roma per riprendersi un Movimento in preda al panico
Come ai vecchi tempi. Per Beppe Grillo, l’ordinanza del Tribunale di Napoli che ha defenestrato Giuseppe Conte ha rappresentato una manna dal cielo. Lo si capisce da come ieri, nei corridoi di Palazzo, cronisti e parlamentari si affannavano per avere un’informazione o almeno un indizio utile a capire se l’Elevato fosse in viaggio per la Capitale. E questo per il garante del Movimento, da troppo tempo in astinenza da attenzioni mediatiche che non fossero quelle per le vicende giudiziarie, rappresenta già una vittoria. Per lui che lo scorso agosto ha toccato con mano la voglia di Conte di sfilargli il giocattolo dopo averlo già sfilato a Davide Casaleggio, il colpo di coda delle toghe partenopee è un assist per riavvolgere il nastro.
Per capire di che storia si tratterà molto dipenderà dall’incontro tra i due contendenti, che si terrà verosimilmente nelle prossime ore come conseguenza della calata a Roma di Grillo, per la quale il diretto interessato, affilando ferri del mestiere un po’ arrugginiti, ha creato una sapiente suspence. Tornano dunque le ammucchiate selvagge di giornalisti e cameraman davanti all’hotel Forum e i siparietti tutt’altro che improvvisati del fondatore di M5s, ma stavolta è presumibile che quest’ultimo voglia badare al sodo e giocare questi insperati supplementari non commettendo gli errori della volta scorsa. Il problema è che, stando anche a quanto dicono a mezza bocca i parlamentari del Movimento (cercando di mantenere la consegna del silenzio intimata dal garante), ogni esito potrà essere impugnato dall’avvocato della parte rimasta insoddisfatta. Come accaduto per la votazione del nuovo statuto e l’elezione di Conte. Il M5s potrebbe restare in una situazione di anarchia ancora per molto, pregiudicando addirittura la presentazione delle liste per le prossime amministrative.
Conte anche ieri ha ripetuto il mantra: «Con Grillo ci incontreremo, ci confronteremo, stiamo studiando anche con i legali le varie soluzioni», aggiungendo che «l’azione di una forza politica non può interrompersi per un provvedimento giudiziario». Tutti sanno però che il summit avrà due tavoli: quello legale, al quale si siederanno gli avvocati con tutte le carte e le possibili soluzioni a prova di sentenza, ma soprattutto quello politico, dove ripartirà il braccio di ferro di sei mesi fa sullo statuto e sulla leadership. Da una parte, al fianco di Grillo e di Luigi Di Maio, chi vuole tornare all’ipotesi direttorio composto da cinque persone, che poi era quella in campo prima dell’irruzione a gamba tesa di un Conte in uscita da Palazzo Chigi e votare (ma su quale piattaforma?) un nuovo comitato di garanzia. Dall’altra chi vorrebbe semplicemente ripetere la votazione sullo statuto made in Conte e sulla leadership di quest’ultimo, includendo gli iscritti degli ultimi sei mesi. Ma c’è anche molta roba sotto al tavolo: la questione della deroga alla regola del secondo mandato, ad esempio, attorno alla quale si stanno concentrando inquietudini e fibrillazioni dei parlamentari di seconda nomina e dei ministri pentastellati ansiosi di sapere, ora che la legislatura ha imboccato la dirittura d’arrivo, se nella ridotta pattuglia di grillini che approderà nel nuovo Parlamento con 600 eletti ci sarà ancora uno strapuntino dove accomodarsi.
Ieri poi si è aggiunta un’altra tegola: è diventata esecutiva la decisione del collegio di garanzia di Palazzo Madama che annulla l’espulsione dal gruppo parlamentare di sei senatori grillini che non hanno votato la fiducia a Mario Draghi perché «nel regolamento del M5s l’autonomia del gruppo viene schiacciata dall’influenza decisoria del partito».
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Franco Gabrielli parla della bagarre sulla candidatura della numero uno del Dis al Colle e lancia un siluro sull’avvocato del popolo: «Alcune istituzioni vanno messe al riparo». Il Copasir la ascolta sull’Ucraina ma nessuno chiede del pranzo con Luigi Di Maio.Beppe Grillo cala a Roma per riprendersi un Movimento in preda al panico. Vedrà l’ex premier. Il Senato annulla l’espulsione di sei grillini dal gruppo parlamentare.Lo speciale contiene due articoli.Nessuna domanda, nessun accenno, nessun riferimento a quel famoso pranzo dello scorso 1° febbraio quando il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, e il capo del Dis, i nostri servizi segreti, Elisabetta Belloni, si incontrarono in un ristorante romano poche ore dopo la conclusione della vicenda Quirinale. Di Maio e la Belloni, rispettivamente l’altro ieri e ieri, sono stati auditi dal Copasir, Il comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, organo di controllo sull’attività dei servizi segreti. Le audizioni erano già in programma da tempo, ma chi si aspettava qualche domanda relativa a quel pranzo è rimasto deluso: a quanto apprende La Verità, nessuno dei parlamentari che compongono il comitato ha fatto il minimo accenno a quella occasione. Le audizioni sono state dedicate, si legge in una nota del presidente del Copasir, Adolfo Urso di Fdi, alla crisi Ucraina, alle sue conseguenze sul settore energetico e ad altri aspetti della situazione internazionale e, come di consueto, sono state secretate. Di Maio il 1° febbraio pubblicò su Facebook la foto del pranzetto, con un post di contorno: «”Con il ministro Di Maio c’è un’amicizia sempre più solida. Di Maio è sempre leale”. Queste le parole di Elisabetta Belloni», scrisse Di Maio, «alla quale mi legano una profonda stima e una grande amicizia». Di Maio, nella tarda serata del 28 gennaio, quando sul nome della Belloni per la presidenza della Repubblica si erano messi d’accordo Matteo Salvini, Enrico Letta, Giuseppe Conte e Giorgia Meloni, si presentò davanti alle telecamere: «Trovo indecoroso», disse il ministro degli Esteri, «che sia stato buttato in pasto al dibattito pubblico un alto profilo come quello di Elisabetta Belloni senza un accordo condiviso. Lo avevo detto ieri: prima di bruciare nomi bisognava trovare l’accordo della maggioranza di governo». Era stata proprio La Verità, il giorno prima della (quasi) ufficializzazione della candidatura della Belloni, a riferire delle preoccupazioni di Di Maio: «Il profilo di Elisabetta Belloni», aveva detto il ministro degli Esteri ai suoi più stretti collaboratori, «è tale che il suo nome può essere fatto solo se c’è la sicurezza di eleggerlo». La frase della Belloni sulla «lealtà» di Di Maio (tra i due c’è un eccellente rapporto cementato nel periodo in cui lei è stata segretario generale della Farnesina) aveva sollevato polemiche e proteste, in particolare da parte del deputato di Italia viva Michele Anzaldi, rimaste senza seguito, visto che neanche Ernesto Magorno, segretario del Copasir e senatore del partito di Matteo Renzi, ha ritenuto di chiedere conto di quel pranzo né a Di Maio né alla Belloni. Del resto, l’avvertimento di Di Maio, riportato dalla Verità il 28 gennaio, sulla inopportunità di candidare una persona che ricopre un ruolo così delicato senza la certezza che venga eletta, ricalca quanto ha detto ieri a Porta a Porta su Rai Uno, il sottosegretario con delega all’intelligence, Franco Gabrielli: «Ho seguito in presa diretta tutta questa vicenda», ha sottolineato Gabrielli, «e ho visto in primis come Elisabetta Belloni, da grande servitrice dello Stato, abbia vissuto con molto fastidio e preoccupazione tutta una serie di veicolazioni, incontri che ci dovevano essere quando lei addirittura nemmeno stava a Roma. Io mi sono affrettato a dire, per intima convinzione», ha aggiunto Gabrielli, «che lei godeva della mia fiducia e di quella del presidente del Consiglio Mario Draghi. Lei è stata una vittima di questa vicenda e ora bisogna imparare dagli errori, commessi a volte in buona fede e con le migliori intenzioni: alcuni soggetti e alcune istituzioni», ha aggiunto Gabrielli, «devono essere messe al riparo. O hai la certezza che venga eletta oppure si arrecano danni alla persona e alle istituzioni che bisogna salvaguardare. Non c’è alcuna possibilità di rimozione di Elisabetta Belloni». Un bel siluro quello lanciato da Gabrielli, evidentemente concordato con Mario Draghi, contro Conte, che aveva lanciato la candidatura della Belloni. Resta sullo sfondo un interrogativo: in quelle ore concitate, qualche esponente dei servizi segreti, magari del Dis, fece da ponte tra Conte, ex premier, e la Belloni? Un interrogativo che ieri nessun componente del Copasir ha ritenuto di porre, e che lascia aperta una ipotesi: evidentemente, considerato che Gabrielli ha blindato la Belloni per conto di Draghi, risollevare la questione nel corso delle audizioni avrebbe significato riaprire un caso che si considera a tutti gli effetti chiuso. Elisabetta Belloni, ricordiamolo sempre, è diventata capo dei servizi segreti italiani nel maggio 2021, al posto di Gennaro Vecchione, nominato da Conte nel 2018 e vicinissimo a «Giuseppi». Vecchione fu sostituito sei mesi prima della scadenza del mandato, prorogato per due anni da Conte alla fine del novembre 2020. Se così fosse, questa così netta affermazione di Gabrielli sarebbe un ulteriore timbro del governo sulle «pulizie di primavera» che la Belloni sta portando avanti all’interno dei servizi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/palazzo-chigi-blinda-la-belloni-contro-conte-2656610441.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="grillo-cala-a-roma-per-riprendersi-un-movimento-in-preda-al-panico" data-post-id="2656610441" data-published-at="1644440426" data-use-pagination="False"> Grillo cala a Roma per riprendersi un Movimento in preda al panico Come ai vecchi tempi. Per Beppe Grillo, l’ordinanza del Tribunale di Napoli che ha defenestrato Giuseppe Conte ha rappresentato una manna dal cielo. Lo si capisce da come ieri, nei corridoi di Palazzo, cronisti e parlamentari si affannavano per avere un’informazione o almeno un indizio utile a capire se l’Elevato fosse in viaggio per la Capitale. E questo per il garante del Movimento, da troppo tempo in astinenza da attenzioni mediatiche che non fossero quelle per le vicende giudiziarie, rappresenta già una vittoria. Per lui che lo scorso agosto ha toccato con mano la voglia di Conte di sfilargli il giocattolo dopo averlo già sfilato a Davide Casaleggio, il colpo di coda delle toghe partenopee è un assist per riavvolgere il nastro. Per capire di che storia si tratterà molto dipenderà dall’incontro tra i due contendenti, che si terrà verosimilmente nelle prossime ore come conseguenza della calata a Roma di Grillo, per la quale il diretto interessato, affilando ferri del mestiere un po’ arrugginiti, ha creato una sapiente suspence. Tornano dunque le ammucchiate selvagge di giornalisti e cameraman davanti all’hotel Forum e i siparietti tutt’altro che improvvisati del fondatore di M5s, ma stavolta è presumibile che quest’ultimo voglia badare al sodo e giocare questi insperati supplementari non commettendo gli errori della volta scorsa. Il problema è che, stando anche a quanto dicono a mezza bocca i parlamentari del Movimento (cercando di mantenere la consegna del silenzio intimata dal garante), ogni esito potrà essere impugnato dall’avvocato della parte rimasta insoddisfatta. Come accaduto per la votazione del nuovo statuto e l’elezione di Conte. Il M5s potrebbe restare in una situazione di anarchia ancora per molto, pregiudicando addirittura la presentazione delle liste per le prossime amministrative. Conte anche ieri ha ripetuto il mantra: «Con Grillo ci incontreremo, ci confronteremo, stiamo studiando anche con i legali le varie soluzioni», aggiungendo che «l’azione di una forza politica non può interrompersi per un provvedimento giudiziario». Tutti sanno però che il summit avrà due tavoli: quello legale, al quale si siederanno gli avvocati con tutte le carte e le possibili soluzioni a prova di sentenza, ma soprattutto quello politico, dove ripartirà il braccio di ferro di sei mesi fa sullo statuto e sulla leadership. Da una parte, al fianco di Grillo e di Luigi Di Maio, chi vuole tornare all’ipotesi direttorio composto da cinque persone, che poi era quella in campo prima dell’irruzione a gamba tesa di un Conte in uscita da Palazzo Chigi e votare (ma su quale piattaforma?) un nuovo comitato di garanzia. Dall’altra chi vorrebbe semplicemente ripetere la votazione sullo statuto made in Conte e sulla leadership di quest’ultimo, includendo gli iscritti degli ultimi sei mesi. Ma c’è anche molta roba sotto al tavolo: la questione della deroga alla regola del secondo mandato, ad esempio, attorno alla quale si stanno concentrando inquietudini e fibrillazioni dei parlamentari di seconda nomina e dei ministri pentastellati ansiosi di sapere, ora che la legislatura ha imboccato la dirittura d’arrivo, se nella ridotta pattuglia di grillini che approderà nel nuovo Parlamento con 600 eletti ci sarà ancora uno strapuntino dove accomodarsi. Ieri poi si è aggiunta un’altra tegola: è diventata esecutiva la decisione del collegio di garanzia di Palazzo Madama che annulla l’espulsione dal gruppo parlamentare di sei senatori grillini che non hanno votato la fiducia a Mario Draghi perché «nel regolamento del M5s l’autonomia del gruppo viene schiacciata dall’influenza decisoria del partito».
Donald Trump e Xi Jinping (Ansa)
Donald Trump arriverà a Pechino domani sera e ripartirà venerdì, con una agenda fitta di incontri bilaterali, una cena di Stato, una visita al Tempio del Cielo e un faccia a faccia finale con Xi Jinping davanti a una tazza di tè. Sul tavolo, in teoria, gli argomenti di discussione tra i due sono tanti. Senza un ordine particolare, ci sono la guerra in Iran, i dazi, le restrizioni cinesi sui materiali critici, Taiwan, il deficit commerciale americano, le esportazioni cinesi, gli acquisti di petrolio iraniano da parte di Pechino, i semiconduttori, gli investimenti cinesi negli Stati Uniti, la pressione americana sull’industria tecnologica cinese, il caso Jimmy Lai (l’editore attivista condannato a 20 anni di carcere) e in generale il ruolo globale delle due potenze. Ci sarebbe, in teoria, persino un clamoroso caso di spionaggio cinese a Washington, di cui ha parlato il New York Times ieri.
Ma il punto politico è che entrambi i leader arrivano all’incontro piuttosto indeboliti, o per meglio dire gravati da molti pesi sulle spalle. Sia Trump che Xi Jinping, anche sulla base di buoni rapporti personali, hanno bisogno di stabilizzare il rapporto bilaterale e nessuno dei due sembra avere oggi la forza per imporre una svolta. Trump arriva in Cina mentre la guerra con l’Iran pesa sulla sua presidenza. Negli Usa gli effetti economici del conflitto iniziano a farsi sentire nei supermercati, mentre il blocco dello Stretto di Hormuz continua a mettere pressione sui mercati (energetici e non).
Alla Casa Bianca sarebbe utile una mano della Cina per spingere Teheran verso una soluzione negoziale, anche perché Pechino mantiene rapporti stretti con la Repubblica islamica e continua ad acquistare petrolio iraniano nonostante le sanzioni americane.
Xi Jinping vede con preoccupazione l’instabilità nello Stretto di Hormuz e allo stesso tempo non vuole restare intrappolato nel conflitto. Per Pechino il vero obiettivo è impedire che la guerra degeneri, perché un caos prolungato nel Golfo danneggerebbe l’economia cinese e ridurrebbe la domanda mondiale.
Trump e Xi arrivano al confronto dopo mesi di escalation e tregue parziali sul fronte commerciale. I dazi americani e le restrizioni cinesi sulle terre rare hanno mostrato quanto il rapporto economico tra le due superpotenze sia ormai fondato più sulla coercizione reciproca che sulla cooperazione. La Cina continua però ad accumulare surplus giganteschi. Ad aprile 2026 l’export cinese è cresciuto del 14% e il surplus commerciale mensile è salito a 84,8 miliardi di dollari. Nell’intero 2025 il surplus ha superato i mille miliardi, un numero che alimenta la pressione politica americana.
Anche per questo l’industria dell’auto made in Usa sta spingendo Trump a non concedere alcuna apertura significativa alle aziende cinesi sul mercato statunitense. Pechino invece vuole evitare nuove restrizioni americane sui semiconduttori avanzati e sull’Intelligenza artificiale, settori nei quali Xi Jinping ha investito centinaia di miliardi di dollari negli ultimi anni.
Xi si presenta al vertice come leader di una potenza tecnologica e militare sempre più forte, ma dietro l’immagine di forza l’economia cinese continua a mostrare problemi profondi. La crisi immobiliare ha distrutto ricchezza, la fiducia dei consumatori resta debole, il mercato del lavoro è in difficoltà e molte città industriali soffrono un rallentamento pesante. Nel frattempo, la Cina sta modificando profondamente la gestione dei propri capitali. Pechino ha ridotto il peso dei Treasury americani nelle proprie riserve e sta spostando parte crescente del surplus commerciale verso oro, materie prime e investimenti esteri in dollari. Nel primo trimestre del 2026 le aziende cinesi hanno annunciato 128 grandi operazioni di investimento diretto all’estero per oltre 26 miliardi di dollari, tra progetti energetici e acquisizioni minerarie.
Questo tema potrebbe entrare indirettamente nei colloqui di Pechino. Lo scarico progressivo di titoli di Stato americani contribuisce infatti a mantenere pressione sui tassi statunitensi in una fase delicata per l’economia americana e per la Federal Reserve. Il presidente americano potrebbe quindi cercare negozialmente una forma di tregua finanziaria.
Dunque, il vertice che inizia domani sera sembra destinato soprattutto a certificare un equilibrio instabile. Trump non ha (ancora) la forza politica per imporre il proprio quadro di rapporti con la Cina, mentre è impantanato nella guerra iraniana e alle prese con un consenso in calo in vista delle elezioni di novembre. Xi non ha convenienza ad aggravare ulteriormente le tensioni commerciali mentre l’economia cinese e il suo modello basato sul risparmio mostrano squilibri sempre più evidenti.
Per questo da Pechino potrebbe uscire soprattutto una fotografia del momento attuale, più che il film di un possibile futuro. Si va verso una sorta di pareggio tra due potenze rivali, diffidenti, entrambe convinte di potere prevalere nel lungo periodo, ma troppo esposte, oggi, per potersi permettere di alzare la posta.
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Donald Trump (Ansa)
L’Iran ha respinto la proposta americana per mettere fine alla guerra nel Golfo Persico, aprendo una nuova fase di tensione tra Teheran e Washington. La bozza di memorandum avanzata dagli Stati Uniti è stata giudicata «inaccettabile» dalla Repubblica islamica perché considerata una resa politica alle richieste di Donald Trump. Secondo i media iraniani citati da Sky News, il piano avrebbe imposto «la sottomissione di Teheran alle eccessive richieste americane». La risposta iraniana, rilanciata dalla televisione di Stato Press TV, riafferma alcuni punti ritenuti non negoziabili: fine delle sanzioni economiche, rilascio dei beni iraniani congelati all’estero, pagamento di riparazioni di guerra e riconoscimento della sovranità iraniana sullo Stretto di Hormuz. Per Teheran, il controllo dello Stretto rappresenta una questione di sicurezza nazionale e un diritto strategico non discutibile.
A rafforzare la linea dura iraniana è stato Mohammad Ali Jafari, ex comandante dei Pasdaran e oggi responsabile del quartier generale Baqiyatallah. In dichiarazioni diffuse dall’agenzia Fars, Jafari ha fissato cinque condizioni preliminari per qualsiasi dialogo con Washington: cessazione completa della guerra, revoca delle sanzioni, sblocco dei fondi iraniani congelati, risarcimento dei danni causati dal conflitto e riconoscimento della sovranità iraniana su Hormuz. «Finché queste condizioni non saranno soddisfatte, non ci sarà spazio per alcun negoziato», ha dichiarato. L’agenzia Tasnim, vicina ai Pasdaran ha affermato che «nessuno in Iran scrive piani per compiacere Trump». La linea ufficiale di Teheran resta quella della fermezza, anche se all’interno del regime emergono aperture prudenti verso un possibile negoziato. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha infatti dichiarato che la diplomazia non è esclusa: «Pur nella diffidenza verso il nemico, riteniamo possibile negoziare da una posizione di dignità, saggezza e interesse». Ma il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baqaei, ha difeso la decisione di respingere il memorandum americano, sostenendo che il testo iraniano fosse «ragionevole e generoso».
Nonostante il duro scontro diplomatico, Donald Trump continua in modo contraddittorio a sostenere che una soluzione politica resti possibile. Parlando alla Casa Bianca, il presidente americano ha definito «molto possibile» un accordo con Teheran, pur attaccando pesantemente la leadership iraniana, definita «indegna». Trump ha sostenuto che i vertici storici della Repubblica islamica sarebbero stati quasi completamente eliminati durante le ultime operazioni militari. «Sono leader di terzo livello, gli altri li abbiamo uccisi tutti», ha dichiarato. Il presidente americano ha inoltre affermato che parte della popolazione iraniana sarebbe pronta a ribellarsi contro il regime ma non avrebbe accesso alle armi necessarie. Trump ha anche accusato i curdi di non aver distribuito gli armamenti inviati dagli Stati Uniti ai gruppi anti-regime. «Pensavamo che i curdi avrebbero dato delle armi, ma ci hanno deluso», ha detto. «Sono disposto a prendermi una pallottola per gli Stati Uniti», ha aggiunto Trump parlando della guerra contro l’Iran.
Successivamente, lo stesso Trump ha definito il cessate il fuoco con l’Iran «debolissimo» e «in terapia intensiva», sostenendo che abbia «solo l’1% di possibilità di reggere» dopo la risposta iraniana alla proposta americana. Poco dopo, attraverso Truth Social, il presidente americano ha definito la posizione di Teheran «la più debole in questo momento. Dopo aver letto quella schifezza che ci hanno mandato, non ho nemmeno finito di leggerla. È tenuta in vita artificialmente», accusando la Repubblica islamica di «aver preso in giro gli Stati Uniti e il resto del mondo per 47 anni». Nel suo messaggio, Trump ha attaccato anche Barack Obama e Joe Biden, accusando le precedenti amministrazioni di aver consentito all’Iran di rafforzarsi economicamente e militarmente. «Non rideranno più», ha scritto, promettendo nuove pressioni economiche e militari fino a ottenere un accordo. Benjamin Netanyahu ha affermato che Mojtaba Khamenei sarebbe ancora vivo e impegnato a consolidare il proprio potere in Iran, pur con un’autorità inferiore a quella del padre Ali Khamenei. Secondo il premier israeliano, un eventuale collasso del regime iraniano avrebbe ripercussioni su tutte le milizie filo-Teheran della regione.
Resta altissima la tensione nello Stretto di Hormuz: una petroliera irachena ha attraversato il passaggio sotto controllo iraniano, mentre la nave qatariota Mizhem sarebbe stata fermata in attesa dell’autorizzazione di Teheran. L’Onu teme una crisi umanitaria globale legata al blocco dei fertilizzanti, con altri 45 milioni di persone a rischio. Intanto la Cina prova a rafforzare il proprio ruolo di mediatore ma senza risultati concreti all’orizzonte. Anche per questo Donald Trump, secondo quanto riferito da Axios, riunirà il team per la sicurezza nazionale per valutare le prossime mosse nella crisi con l’Iran, inclusa una possibile ripresa delle operazioni militari.
I nostri dragamine devono partire prima che sia firmato un accordo
Non saremo autorizzati, o tantomeno costretti, a partire per una missione a Hormuz soltanto se ci sarà il mandato delle Nazioni Unite, né se lo pretende Donald Trump. Questa, in sintesi, la decisione annunciata dal ministro della Difesa Guido Crosetto, che nella giornata di ieri ha dichiarato: «Il problema dell’Onu non è la volontà dell’istituzione stessa, ma che è sufficiente il No di una sola nazione per bloccare le iniziative nel Consiglio di sicurezza. Se la Russia decide di fermare questa iniziativa, come è probabile, lo farà. Ma così fosse, basterà formare una coalizione con altre 30-40 nazioni e saranno le navi di quei Paesi a partire anche senza le Nazioni Unite, a quel punto bloccate da qualcuno che evidentemente non vuole la pace».
Crosetto ha parlato ieri a margine del seminario del Gruppo speciale Mediterraneo e Medio Oriente (Gsm), organizzato dalla delegazione italiana presso l’assemblea parlamentare della Nato, nel suo 30° anniversario. E stante che, come sempre, l’Europa non è pervenuta, il nostro governo deve decidere: approvare una missione che aiuti gli Stati Uniti a liberare lo Stretto di Hormuz, possibilmente schivando l’accusa di servilismo verso Trump, oppure aspettare che Bruxelles discuta, litighi e probabilmente poi decida per il No oppure in forte ritardo, come hanno già ventilato diverse nazioni del Vecchio Continente eccetto Regno Unito, Francia, Germania, Paesi Bassi e, dall’altra parte del mondo, il Giappone.
Diverse le difficoltà da risolvere: senza l’assenso di Pechino e Mosca l’Onu non potrà mettere la sua bandiera sulle operazioni; senza un passaggio parlamentare la nostra Difesa non si muove e, domani mattina, i ministri Antonio Tajani e Guido Crosetto saranno ascoltati a proposito della situazione di Hormuz nelle commissioni di Esteri e Difesa della Camera e del Senato riunite per l’occasione. La questione di fondo è però un’altra: la situazione politica e militare tra Israele, Usa e Iran cambia molto rapidamente, anche più volte ogni settimana, mentre far partire nei prossimi giorni per lo Stretto di Hormuz i nostri dragamine con il personale significa, intoppi permettendo, arrivare nella zona delle operazioni alla fine del mese se non addirittura dopo. Troppo, serve quindi partire senza poter aspettare che un possibile accordo di pace sia firmato e, soprattutto, si riveli duraturo e rispettato. Anche perché Crosetto è molto chiaro su un punto: «Non siamo in guerra con l’Iran». Il passaggio parlamentare permetterebbe però di organizzare la partenza della nostra flotta specializzata nella rimozione delle mine di vario genere che possono essere state poste nelle acque dello Stretto, far salpare le navi per farle transitare dalla nostra base di supporto di Gibuti, situata tra il Mar Rosso e il Golfo di Aden. E da quel punto attendere le condizioni e l’ordine per procedere verso la zona delle operazioni. Il tutto senza dover dipendere né scendere a compromessi con la Casa Bianca, che una tale operazione la vorrà certamente comandare.
La base italiana di supporto a Gibuti (Bmis) Amedeo Guillet è attiva dal 2013 e si trova a Loyada, a soli 7 km dal confine somalo. Essa permette di supportare le forze armate italiane operanti nell’area del Corno d’Africa, nel Golfo di Aden e nell’Oceano Indiano. Ospita un’ottantina di militari, con una capacità massima possibile di 300, e include reparti di protezione dei fucilieri di Marina del San Marco, squadre delle forze speciali e il personale della missione addestrativa italiana che forma le forze di polizia locali. Quanto alle navi, dal sito della nostra Marina Militare si evince che i nostri cacciamine di classe Lerici e Gaeta sono una decina, ma importante è anche la componente umana prevista nelle operazioni subacquee, ovvero i palombari. Una parte di essi è imbarcata su ogni cacciamine e tutti dipendono dal Comando forze contromisure mine che ha sede a La Spezia. Quanto alle attuali unità cacciamine, le navi di classe Lerici, evolute nella classe Gaeta, sono tra le migliori al mondo, presentano lo scafo di un particolare tipo di vetroresina che permette sia la riduzione dei campi magnetici che fanno esplodere le mine, sia una elevata resistenza a esplosioni subacquee e all’impatto contro lo scafo delle onde d’urto. Sono oggi equipaggiate con armamenti e sistemi elettronici di scoperta e comunicazione moderni, ma giocoforza hanno una velocità di trasferimento ridotta, circa 15 nodi (27,7km/h), dunque per arrivare fino a Gibuti e poi a Hormuz impiegheranno tempo. Altre cinque unità cacciamine di nuova generazione sono in costruzione presso lo stabilimento Intermarine di Sarzana (Sp), insieme con Leonardo, ma la prima consegna è prevista nel 2028.
Intanto c’è chi ha cominciato a navigare verso sud: martedì scorso è salpata da Creta la portaerei francese Charles De Gaulle e venerdì il Regno Unito ha fatto partire il cacciatorpediniere Hms Dragon in vista di una missione a Hormuz.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 12 maggio con Carlo Cambi
Alessandro Giuli (Ansa)
Qualcuno lo ha definito, forse esagerando, «un terremoto». Sicuramente si può dire che al Mic in queste ultime due settimane c’è stato grande fermento. Nelle ricostruzioni, tuttavia, c’è qualcosa che non torna. Merlino viene definito «l’uomo di fiducia di Fazzolari», si sostiene quindi che il ministro firmando la sua revoca avrebbe voluto colpire il sottosegretario di Palazzo Chigi, considerato la mente di questo esecutivo. Eppure, fino al giorno prima, a fare da sponda a Giuli nella battaglia contro il padiglione russo alla Biennale c’era proprio Fazzolari, che con ben due note a stretto giro ha spalleggiato la posizione del numero uno del Mic ribadendo, come già fatto dal premier Meloni, che la linea di Giuli fosse la stessa del governo. Quindi perché attaccare l’uomo di governo che ha legittimato la tua posizione? E se anche fosse lui l’obiettivo, perché proprio ora? Non avrebbe avuto molto senso. Merlino oltretutto non è un politico, si fa fatica a considerarlo «l’uomo di Fazzolari». Il capo della segreteria tecnica viene nominato al Mic in quanto tecnico per la sua professionalità e competenza perché si è sempre occupato di cultura nella sua ricca carriera che, di certo, non comincia a via del Collegio romano nel 2022. Un tecnico quindi, probabilmente maldigerito da Giuli così come la Proietti per dinamiche squisitamente interne al Mic. Certo è che le motivazioni addotte nei retroscena non trovano motivo di esistere e hanno più l’aria di deboli scuse per legittimare la revoca degli incarichi. Revoche che forse Giuli avrebbe voluto firmare ben prima, dal giorno del suo ingresso al Mic, e non per incapacità dei due stimati dirigenti, ma per criticabili equilibri di potere. Tradotto: Giuli si è trovato due tecnici di alto profilo che avevano il difetto di non esser stati scelti da lui.
Tra i palazzi si vocifera che questi due nomi non fossero gli unici della lista nera del ministro. Alcune fonti parlano di altri due dirigenti «morti che camminano» e che soprattutto sanno di esserlo. Voci non confermate naturalmente e che si sono magicamente sopite dopo il colloquio con il presidente Meloni.
Un colloquio che, secondo le fonti di Palazzo Chigi, è servito a «confermare e a ribadire la piena sintonia all’interno dell’azione di governo». Chigi nega anche le «presunte divergenze di opinione tra il ministro Giuli, il presidente del Consiglio e altri esponenti del governo, ricostruzioni prive di fondamento. Da parte del presidente del Consiglio è stata ribadita la piena volontà di sostenere l’azione di un ministero centrale per l’Italia. È emersa, anche sul piano formale, la solidità di un rapporto cordiale e proficuo tra il capo del governo e il ministro Giuli, relegando le polemiche emerse nelle ultime settimane alla normale dialettica politica, in un contesto reso particolarmente complesso dall’attuale scenario internazionale». Insomma traspare un confronto cordiale e disteso che più verosimilmente è stato invece più franco e chiarificatorio. L’impressione è che si siano messe le cose in chiaro: «Testa bassa e lavorare», come si ripete da settimane nelle stanze di Palazzo Chigi.
Uscito da Palazzo Chigi, Giuli avrebbe dovuto proseguire i suoi impegni come da programma: ha fatto rientro nella sede del ministero e oggi si sarebbe dovuto recare alla riunione dei ministri della Cultura a Bruxelles. Appuntamento che però salterà. Il che consente alle opposizioni di tornare all’attacco del governo. A cominciare da Piero De Luca (Pd): «L’Italia non verrà rappresentata, qualcosa si è incrinato per la Biennale nei rapporti con l’Ue. Giuli non ha più l’agibilità politica». Mentre il collega di partito Walter Verini torna a criticare le epurazioni: «Non è un normale avvicendamento di persone che hanno rapporti fiduciari. È una guerra di potere che riguarda Fratelli d’Italia come epicentro, ma che riguarda questa destra».
I capigruppo del Movimento 5 stelle in commissione Cultura al Senato e alla Camera, Luca Pirondini e Antonio Caso, si chiedono cosa si siano detti per più di un’ora Giuli e Meloni a Palazzo Chigi. Mentre il leader di Azione, Carlo Calenda, allarga il perimetro commentando così: «Salvini polemizza con Tajani, Giuli e anche Meloni. O esiste un problema Salvini per il governo o c’è un problema del governo nel suo complesso. Decidete».
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