True
2022-02-10
Palazzo Chigi blinda la Belloni contro Conte
Luigi Di Maio ed Elisabetta Belloni (Ansa)
Nessuna domanda, nessun accenno, nessun riferimento a quel famoso pranzo dello scorso 1° febbraio quando il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, e il capo del Dis, i nostri servizi segreti, Elisabetta Belloni, si incontrarono in un ristorante romano poche ore dopo la conclusione della vicenda Quirinale. Di Maio e la Belloni, rispettivamente l’altro ieri e ieri, sono stati auditi dal Copasir, Il comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, organo di controllo sull’attività dei servizi segreti. Le audizioni erano già in programma da tempo, ma chi si aspettava qualche domanda relativa a quel pranzo è rimasto deluso: a quanto apprende La Verità, nessuno dei parlamentari che compongono il comitato ha fatto il minimo accenno a quella occasione. Le audizioni sono state dedicate, si legge in una nota del presidente del Copasir, Adolfo Urso di Fdi, alla crisi Ucraina, alle sue conseguenze sul settore energetico e ad altri aspetti della situazione internazionale e, come di consueto, sono state secretate. Di Maio il 1° febbraio pubblicò su Facebook la foto del pranzetto, con un post di contorno: «”Con il ministro Di Maio c’è un’amicizia sempre più solida. Di Maio è sempre leale”. Queste le parole di Elisabetta Belloni», scrisse Di Maio, «alla quale mi legano una profonda stima e una grande amicizia».
Di Maio, nella tarda serata del 28 gennaio, quando sul nome della Belloni per la presidenza della Repubblica si erano messi d’accordo Matteo Salvini, Enrico Letta, Giuseppe Conte e Giorgia Meloni, si presentò davanti alle telecamere: «Trovo indecoroso», disse il ministro degli Esteri, «che sia stato buttato in pasto al dibattito pubblico un alto profilo come quello di Elisabetta Belloni senza un accordo condiviso. Lo avevo detto ieri: prima di bruciare nomi bisognava trovare l’accordo della maggioranza di governo». Era stata proprio La Verità, il giorno prima della (quasi) ufficializzazione della candidatura della Belloni, a riferire delle preoccupazioni di Di Maio: «Il profilo di Elisabetta Belloni», aveva detto il ministro degli Esteri ai suoi più stretti collaboratori, «è tale che il suo nome può essere fatto solo se c’è la sicurezza di eleggerlo». La frase della Belloni sulla «lealtà» di Di Maio (tra i due c’è un eccellente rapporto cementato nel periodo in cui lei è stata segretario generale della Farnesina) aveva sollevato polemiche e proteste, in particolare da parte del deputato di Italia viva Michele Anzaldi, rimaste senza seguito, visto che neanche Ernesto Magorno, segretario del Copasir e senatore del partito di Matteo Renzi, ha ritenuto di chiedere conto di quel pranzo né a Di Maio né alla Belloni. Del resto, l’avvertimento di Di Maio, riportato dalla Verità il 28 gennaio, sulla inopportunità di candidare una persona che ricopre un ruolo così delicato senza la certezza che venga eletta, ricalca quanto ha detto ieri a Porta a Porta su Rai Uno, il sottosegretario con delega all’intelligence, Franco Gabrielli: «Ho seguito in presa diretta tutta questa vicenda», ha sottolineato Gabrielli, «e ho visto in primis come Elisabetta Belloni, da grande servitrice dello Stato, abbia vissuto con molto fastidio e preoccupazione tutta una serie di veicolazioni, incontri che ci dovevano essere quando lei addirittura nemmeno stava a Roma. Io mi sono affrettato a dire, per intima convinzione», ha aggiunto Gabrielli, «che lei godeva della mia fiducia e di quella del presidente del Consiglio Mario Draghi. Lei è stata una vittima di questa vicenda e ora bisogna imparare dagli errori, commessi a volte in buona fede e con le migliori intenzioni: alcuni soggetti e alcune istituzioni», ha aggiunto Gabrielli, «devono essere messe al riparo. O hai la certezza che venga eletta oppure si arrecano danni alla persona e alle istituzioni che bisogna salvaguardare. Non c’è alcuna possibilità di rimozione di Elisabetta Belloni». Un bel siluro quello lanciato da Gabrielli, evidentemente concordato con Mario Draghi, contro Conte, che aveva lanciato la candidatura della Belloni. Resta sullo sfondo un interrogativo: in quelle ore concitate, qualche esponente dei servizi segreti, magari del Dis, fece da ponte tra Conte, ex premier, e la Belloni? Un interrogativo che ieri nessun componente del Copasir ha ritenuto di porre, e che lascia aperta una ipotesi: evidentemente, considerato che Gabrielli ha blindato la Belloni per conto di Draghi, risollevare la questione nel corso delle audizioni avrebbe significato riaprire un caso che si considera a tutti gli effetti chiuso. Elisabetta Belloni, ricordiamolo sempre, è diventata capo dei servizi segreti italiani nel maggio 2021, al posto di Gennaro Vecchione, nominato da Conte nel 2018 e vicinissimo a «Giuseppi». Vecchione fu sostituito sei mesi prima della scadenza del mandato, prorogato per due anni da Conte alla fine del novembre 2020. Se così fosse, questa così netta affermazione di Gabrielli sarebbe un ulteriore timbro del governo sulle «pulizie di primavera» che la Belloni sta portando avanti all’interno dei servizi.
Grillo cala a Roma per riprendersi un Movimento in preda al panico
Come ai vecchi tempi. Per Beppe Grillo, l’ordinanza del Tribunale di Napoli che ha defenestrato Giuseppe Conte ha rappresentato una manna dal cielo. Lo si capisce da come ieri, nei corridoi di Palazzo, cronisti e parlamentari si affannavano per avere un’informazione o almeno un indizio utile a capire se l’Elevato fosse in viaggio per la Capitale. E questo per il garante del Movimento, da troppo tempo in astinenza da attenzioni mediatiche che non fossero quelle per le vicende giudiziarie, rappresenta già una vittoria. Per lui che lo scorso agosto ha toccato con mano la voglia di Conte di sfilargli il giocattolo dopo averlo già sfilato a Davide Casaleggio, il colpo di coda delle toghe partenopee è un assist per riavvolgere il nastro.
Per capire di che storia si tratterà molto dipenderà dall’incontro tra i due contendenti, che si terrà verosimilmente nelle prossime ore come conseguenza della calata a Roma di Grillo, per la quale il diretto interessato, affilando ferri del mestiere un po’ arrugginiti, ha creato una sapiente suspence. Tornano dunque le ammucchiate selvagge di giornalisti e cameraman davanti all’hotel Forum e i siparietti tutt’altro che improvvisati del fondatore di M5s, ma stavolta è presumibile che quest’ultimo voglia badare al sodo e giocare questi insperati supplementari non commettendo gli errori della volta scorsa. Il problema è che, stando anche a quanto dicono a mezza bocca i parlamentari del Movimento (cercando di mantenere la consegna del silenzio intimata dal garante), ogni esito potrà essere impugnato dall’avvocato della parte rimasta insoddisfatta. Come accaduto per la votazione del nuovo statuto e l’elezione di Conte. Il M5s potrebbe restare in una situazione di anarchia ancora per molto, pregiudicando addirittura la presentazione delle liste per le prossime amministrative.
Conte anche ieri ha ripetuto il mantra: «Con Grillo ci incontreremo, ci confronteremo, stiamo studiando anche con i legali le varie soluzioni», aggiungendo che «l’azione di una forza politica non può interrompersi per un provvedimento giudiziario». Tutti sanno però che il summit avrà due tavoli: quello legale, al quale si siederanno gli avvocati con tutte le carte e le possibili soluzioni a prova di sentenza, ma soprattutto quello politico, dove ripartirà il braccio di ferro di sei mesi fa sullo statuto e sulla leadership. Da una parte, al fianco di Grillo e di Luigi Di Maio, chi vuole tornare all’ipotesi direttorio composto da cinque persone, che poi era quella in campo prima dell’irruzione a gamba tesa di un Conte in uscita da Palazzo Chigi e votare (ma su quale piattaforma?) un nuovo comitato di garanzia. Dall’altra chi vorrebbe semplicemente ripetere la votazione sullo statuto made in Conte e sulla leadership di quest’ultimo, includendo gli iscritti degli ultimi sei mesi. Ma c’è anche molta roba sotto al tavolo: la questione della deroga alla regola del secondo mandato, ad esempio, attorno alla quale si stanno concentrando inquietudini e fibrillazioni dei parlamentari di seconda nomina e dei ministri pentastellati ansiosi di sapere, ora che la legislatura ha imboccato la dirittura d’arrivo, se nella ridotta pattuglia di grillini che approderà nel nuovo Parlamento con 600 eletti ci sarà ancora uno strapuntino dove accomodarsi.
Ieri poi si è aggiunta un’altra tegola: è diventata esecutiva la decisione del collegio di garanzia di Palazzo Madama che annulla l’espulsione dal gruppo parlamentare di sei senatori grillini che non hanno votato la fiducia a Mario Draghi perché «nel regolamento del M5s l’autonomia del gruppo viene schiacciata dall’influenza decisoria del partito».
Continua a leggereRiduci
Franco Gabrielli parla della bagarre sulla candidatura della numero uno del Dis al Colle e lancia un siluro sull’avvocato del popolo: «Alcune istituzioni vanno messe al riparo». Il Copasir la ascolta sull’Ucraina ma nessuno chiede del pranzo con Luigi Di Maio.Beppe Grillo cala a Roma per riprendersi un Movimento in preda al panico. Vedrà l’ex premier. Il Senato annulla l’espulsione di sei grillini dal gruppo parlamentare.Lo speciale contiene due articoli.Nessuna domanda, nessun accenno, nessun riferimento a quel famoso pranzo dello scorso 1° febbraio quando il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, e il capo del Dis, i nostri servizi segreti, Elisabetta Belloni, si incontrarono in un ristorante romano poche ore dopo la conclusione della vicenda Quirinale. Di Maio e la Belloni, rispettivamente l’altro ieri e ieri, sono stati auditi dal Copasir, Il comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, organo di controllo sull’attività dei servizi segreti. Le audizioni erano già in programma da tempo, ma chi si aspettava qualche domanda relativa a quel pranzo è rimasto deluso: a quanto apprende La Verità, nessuno dei parlamentari che compongono il comitato ha fatto il minimo accenno a quella occasione. Le audizioni sono state dedicate, si legge in una nota del presidente del Copasir, Adolfo Urso di Fdi, alla crisi Ucraina, alle sue conseguenze sul settore energetico e ad altri aspetti della situazione internazionale e, come di consueto, sono state secretate. Di Maio il 1° febbraio pubblicò su Facebook la foto del pranzetto, con un post di contorno: «”Con il ministro Di Maio c’è un’amicizia sempre più solida. Di Maio è sempre leale”. Queste le parole di Elisabetta Belloni», scrisse Di Maio, «alla quale mi legano una profonda stima e una grande amicizia». Di Maio, nella tarda serata del 28 gennaio, quando sul nome della Belloni per la presidenza della Repubblica si erano messi d’accordo Matteo Salvini, Enrico Letta, Giuseppe Conte e Giorgia Meloni, si presentò davanti alle telecamere: «Trovo indecoroso», disse il ministro degli Esteri, «che sia stato buttato in pasto al dibattito pubblico un alto profilo come quello di Elisabetta Belloni senza un accordo condiviso. Lo avevo detto ieri: prima di bruciare nomi bisognava trovare l’accordo della maggioranza di governo». Era stata proprio La Verità, il giorno prima della (quasi) ufficializzazione della candidatura della Belloni, a riferire delle preoccupazioni di Di Maio: «Il profilo di Elisabetta Belloni», aveva detto il ministro degli Esteri ai suoi più stretti collaboratori, «è tale che il suo nome può essere fatto solo se c’è la sicurezza di eleggerlo». La frase della Belloni sulla «lealtà» di Di Maio (tra i due c’è un eccellente rapporto cementato nel periodo in cui lei è stata segretario generale della Farnesina) aveva sollevato polemiche e proteste, in particolare da parte del deputato di Italia viva Michele Anzaldi, rimaste senza seguito, visto che neanche Ernesto Magorno, segretario del Copasir e senatore del partito di Matteo Renzi, ha ritenuto di chiedere conto di quel pranzo né a Di Maio né alla Belloni. Del resto, l’avvertimento di Di Maio, riportato dalla Verità il 28 gennaio, sulla inopportunità di candidare una persona che ricopre un ruolo così delicato senza la certezza che venga eletta, ricalca quanto ha detto ieri a Porta a Porta su Rai Uno, il sottosegretario con delega all’intelligence, Franco Gabrielli: «Ho seguito in presa diretta tutta questa vicenda», ha sottolineato Gabrielli, «e ho visto in primis come Elisabetta Belloni, da grande servitrice dello Stato, abbia vissuto con molto fastidio e preoccupazione tutta una serie di veicolazioni, incontri che ci dovevano essere quando lei addirittura nemmeno stava a Roma. Io mi sono affrettato a dire, per intima convinzione», ha aggiunto Gabrielli, «che lei godeva della mia fiducia e di quella del presidente del Consiglio Mario Draghi. Lei è stata una vittima di questa vicenda e ora bisogna imparare dagli errori, commessi a volte in buona fede e con le migliori intenzioni: alcuni soggetti e alcune istituzioni», ha aggiunto Gabrielli, «devono essere messe al riparo. O hai la certezza che venga eletta oppure si arrecano danni alla persona e alle istituzioni che bisogna salvaguardare. Non c’è alcuna possibilità di rimozione di Elisabetta Belloni». Un bel siluro quello lanciato da Gabrielli, evidentemente concordato con Mario Draghi, contro Conte, che aveva lanciato la candidatura della Belloni. Resta sullo sfondo un interrogativo: in quelle ore concitate, qualche esponente dei servizi segreti, magari del Dis, fece da ponte tra Conte, ex premier, e la Belloni? Un interrogativo che ieri nessun componente del Copasir ha ritenuto di porre, e che lascia aperta una ipotesi: evidentemente, considerato che Gabrielli ha blindato la Belloni per conto di Draghi, risollevare la questione nel corso delle audizioni avrebbe significato riaprire un caso che si considera a tutti gli effetti chiuso. Elisabetta Belloni, ricordiamolo sempre, è diventata capo dei servizi segreti italiani nel maggio 2021, al posto di Gennaro Vecchione, nominato da Conte nel 2018 e vicinissimo a «Giuseppi». Vecchione fu sostituito sei mesi prima della scadenza del mandato, prorogato per due anni da Conte alla fine del novembre 2020. Se così fosse, questa così netta affermazione di Gabrielli sarebbe un ulteriore timbro del governo sulle «pulizie di primavera» che la Belloni sta portando avanti all’interno dei servizi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/palazzo-chigi-blinda-la-belloni-contro-conte-2656610441.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="grillo-cala-a-roma-per-riprendersi-un-movimento-in-preda-al-panico" data-post-id="2656610441" data-published-at="1644440426" data-use-pagination="False"> Grillo cala a Roma per riprendersi un Movimento in preda al panico Come ai vecchi tempi. Per Beppe Grillo, l’ordinanza del Tribunale di Napoli che ha defenestrato Giuseppe Conte ha rappresentato una manna dal cielo. Lo si capisce da come ieri, nei corridoi di Palazzo, cronisti e parlamentari si affannavano per avere un’informazione o almeno un indizio utile a capire se l’Elevato fosse in viaggio per la Capitale. E questo per il garante del Movimento, da troppo tempo in astinenza da attenzioni mediatiche che non fossero quelle per le vicende giudiziarie, rappresenta già una vittoria. Per lui che lo scorso agosto ha toccato con mano la voglia di Conte di sfilargli il giocattolo dopo averlo già sfilato a Davide Casaleggio, il colpo di coda delle toghe partenopee è un assist per riavvolgere il nastro. Per capire di che storia si tratterà molto dipenderà dall’incontro tra i due contendenti, che si terrà verosimilmente nelle prossime ore come conseguenza della calata a Roma di Grillo, per la quale il diretto interessato, affilando ferri del mestiere un po’ arrugginiti, ha creato una sapiente suspence. Tornano dunque le ammucchiate selvagge di giornalisti e cameraman davanti all’hotel Forum e i siparietti tutt’altro che improvvisati del fondatore di M5s, ma stavolta è presumibile che quest’ultimo voglia badare al sodo e giocare questi insperati supplementari non commettendo gli errori della volta scorsa. Il problema è che, stando anche a quanto dicono a mezza bocca i parlamentari del Movimento (cercando di mantenere la consegna del silenzio intimata dal garante), ogni esito potrà essere impugnato dall’avvocato della parte rimasta insoddisfatta. Come accaduto per la votazione del nuovo statuto e l’elezione di Conte. Il M5s potrebbe restare in una situazione di anarchia ancora per molto, pregiudicando addirittura la presentazione delle liste per le prossime amministrative. Conte anche ieri ha ripetuto il mantra: «Con Grillo ci incontreremo, ci confronteremo, stiamo studiando anche con i legali le varie soluzioni», aggiungendo che «l’azione di una forza politica non può interrompersi per un provvedimento giudiziario». Tutti sanno però che il summit avrà due tavoli: quello legale, al quale si siederanno gli avvocati con tutte le carte e le possibili soluzioni a prova di sentenza, ma soprattutto quello politico, dove ripartirà il braccio di ferro di sei mesi fa sullo statuto e sulla leadership. Da una parte, al fianco di Grillo e di Luigi Di Maio, chi vuole tornare all’ipotesi direttorio composto da cinque persone, che poi era quella in campo prima dell’irruzione a gamba tesa di un Conte in uscita da Palazzo Chigi e votare (ma su quale piattaforma?) un nuovo comitato di garanzia. Dall’altra chi vorrebbe semplicemente ripetere la votazione sullo statuto made in Conte e sulla leadership di quest’ultimo, includendo gli iscritti degli ultimi sei mesi. Ma c’è anche molta roba sotto al tavolo: la questione della deroga alla regola del secondo mandato, ad esempio, attorno alla quale si stanno concentrando inquietudini e fibrillazioni dei parlamentari di seconda nomina e dei ministri pentastellati ansiosi di sapere, ora che la legislatura ha imboccato la dirittura d’arrivo, se nella ridotta pattuglia di grillini che approderà nel nuovo Parlamento con 600 eletti ci sarà ancora uno strapuntino dove accomodarsi. Ieri poi si è aggiunta un’altra tegola: è diventata esecutiva la decisione del collegio di garanzia di Palazzo Madama che annulla l’espulsione dal gruppo parlamentare di sei senatori grillini che non hanno votato la fiducia a Mario Draghi perché «nel regolamento del M5s l’autonomia del gruppo viene schiacciata dall’influenza decisoria del partito».
Achille Lauro e Laura Pausini sul palco dell'Ariston (Ansa)
Seconda serata del Festival di Sanremo 2026 tra musica, ospiti e momenti di spettacolo più o meno riusciti. Sul palco dell’Ariston si alternano cantanti, co-conduttori e incursioni comiche: queste le pagelle ai protagonisti della serata.
Laura Pausini 8 Più che spalla, padrona di casa. Conti le concede l’apertura e ripaga la fiducia. A proprio agio anche da conduttrice, s’improvvisa corista dell’Anffas. Lo stile pop porta spontaneità al protocollo. Disinvolta.
Patty Pravo 5 Santi e peccatori/ Naviganti e sognatori. L’unicità di ogni essere umano, come la sua all’Ariston, ultima resistente dell’era beat. Proprio indispensabile?
Achille Lauro 7,5 Accolto dal tifo organizzato. La sua Perdutamente, intonata al funerale di Achille Barosi, morto nel rogo del Constellation, canta la precarietà umana. E se bastasse una notte, sì, per farci sparire/ Cancellarci in un lampo come un meteorite. Momento clou con coro lirico. E un pizzico d’enfasi di troppo.
Lillo 6,5 Si finge apprendista presentatore. Infila i luoghi comuni del mestiere, la «splendida cornice», il «voltiamo pagina», il «proprio su questo palcoscenico»… Si dilunga, imposta la voce attoriale, esagera con l’enfasi. Autoironico.
Vincenzo De Lucia 4 La performance meno riuscita del Festival. L’imitazione di Laura Pausini non è credibile e soprattutto non diverte. Conti fa il finto tonto. Gli autori dove sono? Numero da oratorio.
Elettra Lamborghini 6 Media voto tra Voilà, esile canzonzina da spiaggia sostenuta dal balletto glamour, e la protesta fuori programma contro le «festine bilaterali» che l’hanno costretta alla notte insonne. Il fuori palco irrompe sul palco. Strappacopione.
Francesca Lollobrigida, Lisa Vittozzi 6 Vincitrici di tre ori olimpici, emozionate più che sul ghiaccio e sulla neve di Milano Cortina. Dove stanno per cimentarsi anche gli atleti paralimpici. Non manca l’onnipresente ex presidente del Coni, Giovanni Malagò. Passaggio del testimone, forzato, da un evento all’altro.
Levante 7 Sei tu, la più difficile delle canzoni in gara. Recitata, sussurrata, commossa. Se l’amore sei tu/ Ma ho già perso il controllo/ Non mi segue più il corpo. Un brano romantico vecchia maniera, scritto da sola. Cantautrice ispirata.
Continua a leggereRiduci
A quattro anni dall'invasione russa in Ucraina un evento di Fratelli d'Italia in Senato per raccontare la verità di quello che succede sul campo.
Un evento organizzato dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari e dall'onorevole Francesco Filini, responsabile dell'Ufficio studi e che lo ha anche moderato.
Fazzolari ha garantito che il sostegno, anche militare a Kiev, ci sarà per tutto il 2026, così come confermato dal voto in Senato del giorno successivo. «Il governo è sempre stato molto compatto sul sostegno a Kiev, abbiamo messo più volte la fiducia su più provvedimenti anche per ragioni di tempo e di semplicità, ma non c’è mai stato un problema nella maggioranza sul sostegno all’Ucraina». Poi ha aggiunto: «In tutto questo gioco di trattative il pericolo più grande che abbiamo è quello di giungere alla fine a una pace tra Mosca e Kiev senza aver inglobato pienamente l’Ucraina nel contesto europeo, nel nostro sistema di difesa o nel nostro sistema dell’Unione Europea». Per Filini i quattro anni passati sono stati conditi anche tantissima disinformazione: «Da quattro anni circolano fake news che raccontano come l’Ucraina avrebbe perso la guerra sin dalle prime settimane. In realtà, la situazione sul campo è tutt’altra: ci parla di una Russia impantanata, che non riesce più a uscire da un inferno che si è andata a cercare, perché non si aspettava la risposta ucraina all’aggressione di quattro anni fa». Invece, aggiunge: «Oggi siamo qui per raccontare, anche attraverso un documento elaborato dall’Ufficio studi di FdI, come stanno realmente le cose e per smascherare l’enorme quantità di fake news che purtroppo vengono rilanciate qui in Italia da persone che probabilmente si bevono la propaganda russa e la rilanciano. Noi siamo qui a testimoniare la verità».
All'evento hanno partecipato anche il presidente dei senatori di FdI Lucio Malan, il capogruppo alla Camera Galeazzo Bignami, il direttore di Libero Mario Sechi, il direttore de Il Foglio Claudio Cerasa, l’analista e youtuber Anton Sokol, il presidente del Copasir Lorenzo Guerini, il senatore di Azione Marco Lombardo, l’inviata Rai Stefania Battistini e il giornalista Federico Rampini, esperto di politica americana e inviato del Corriere della sera, il giornalista ucraino Vladislav Maistrouk.
Continua a leggereRiduci
Ansa
Gli arrestati per l’omicidio di Quentin Deranque sono quasi tutti figli della borghesia benestante della Francia-ztl e più in generale quando la Sinistra antagonista va in piazza per una manifestazione propal i musulmani arruolati appartengono sempre a fasce di disagio urbano precedentemente e pazientemente politicizzate dalla Sinistra antagonista alla testa delle proteste di piazza. Non avviene mai, come invece sarebbe logico aspettarsi, che i Centri sociali si accodino a proteste di eventuali movimenti politici composti da coloro che in prima persona vivono il problema oggetto della manifestazione, al contrario, quando si tratta di manifestare a favore del Venezuela o di Cuba, il copione classico vede lo scontro verbale tra i manifestanti europei figli di famiglie benestanti con i veri venezuelani e i veri cubani ai quali viene rimproverato il fatto di non essere abbastanza informati su ciò che succede «davvero» a casa loro.
Questo schema non è casuale e discende consequenzialmente dal nuovo rapporto di utilizzo che la Sinistra occidentale ha sviluppato nei confronti della violenza: venuta a mancare da decenni la prospettiva rivoluzionaria reale, la Sinistra ha trasformato la violenza di piazza in un rituale autoreferenziale privo di telos politico ed è giunta a tale stadio dialettico realizzando le linee-guida tratteggiate dai postmarxisti teorici della protesta come fonte di senso esistenziale à la Toni Negri. In questa visione la violenza diventa lo strumento paradossale con cui la borghesia ricca e presentabile manifesta la propria esistenza morale contro la società che essa stessa ha edificato. Dalla radice iniziale del concetto di violenza intesa come «levatrice della storia» - il contributo forse più originale elaborato da Marx insieme alla superiorità della prassi sulla teoria - si è giunti alla sua funzione puramente simulacrale e sostanzialmente finalizzata al dispendio energetico delle forze di coloro che non trovano posto nella nuova società postindustriale.
Dalla Comune di Parigi alla Rivoluzione d’ottobre, dal Biennio rosso al Sessantotto, dalle Brigate Rosse alla Rote Armee Fraktion, la violenza ha sempre avuto una precisa finalità politica ed un preciso obiettivo rivoluzionario, più o meno realistico o utopico. Con l’ingresso nella Globalizzazione la rivoluzione è in effetti avvenuta ma non come i rivoluzionari si aspettavano: in effetti si è entrati in un «mondo nuovo» ma non basato sugli esiti ultimi del marxismo bensì sul mercato unico globale in grado, secondo il marketing che l’ha accompagnato, di stabilire «pace perpetua e fine delle ineguaglianze». La presa d’atto da parte della Sinistra più violenta, quella legata alle proprie radici marxiste, di tale deriva realizzata proprio dalla Sinistra mercatista - quella per intenderci del New Labour il cui principale teorizzatore, Peter Mandelson, è stato arrestato due giorni fa per i suoi rapporti con Jeffrey Epstein - ha portato ad una sorta di «denudamento della violenza» ormai trovatasi orfana dei propri obiettivi rivoluzionari.
Ecco dunque la necessaria ridefinizione della stessa nei termini di «svolta identitaria post-coloniale», come ipotizzato da Herbert Marcuse, per arrivare ad un nuovo utilizzo della violenza stessa la quale non abbatte più lo Stato ma «decolonizza lo spazio pubblico», «denuncia il privilegio» e, soprattutto, «pratica l’antifascismo militante». Inutile sottolineare come tutto ciò significhi un ritiro dagli obiettivi politici reali ed un approdo all’ambito esistenziale, soggettivo e psicologico. Il «disagio» è così passato dall’essere parte decisiva della coscienza di classe ad essere elemento scatenante il rifiuto della propria condizione soggettiva, del proprio corpo, dei propri codici comunicativi, della propria cultura, della propria etnia, del proprio sesso.
Privata di obiettivi politici la violenza resta tuttavia in gioco in quanto ineliminabile ed in quanto costitutiva della vita sociale degli esseri umani ma anche la sua strumentalizzazione è rimasta intatta dietro le quinte dei meccanismi vittimari per i quali i «nuovi oppressi» - immigrati, minoranze, trans - vengono sacralizzati per permettere alla borghesia di espiare il proprio privilegio senza rinunciarvi. La tragica conferma della dissoluzione nichilistica della violenza si ha, infine, nei numerosi casi di omicidio-suicidio degli individui spinti a ciò dal woke negli Usa e senza che ciò possa incidere politicamente su alcun aspetto della società.
Continua a leggereRiduci
Valdo Calocane (Getty Images)
Uno schizofrenico paranoico diagnosticato, che però non riceveva alcuna cura perché nero. E il razzismo questa volta non c’entra. C’entra, in compenso, la paura di essere additati come xenofobi. Quella paura che ha fatto sì che gli specialisti dell’ospedale psichiatrico che avrebbero dovuto prenderlo in cura preferissero lasciarlo libero per evitare una «sovrarappresentazione di giovani maschi neri in detenzione».
Come emerge da una recente inchiesta, infatti, Valdo sarebbe dovuto stare in un istituto psichiatrico. Del resto, la sua carriera di violenza è lunga. Nel 2020 il primo raptus. Provano a curarlo ma non c’è nulla da fare. Va e viene dagli ospedali per quattro volte, fino a quando i medici rinunciano. Non perché Valdo non ne abbia più bisogno ma perché, come si legge nel report dedicato al killer, «il team coinvolto nel quarto ricovero di Calocane si è sentito sotto pressione per evitare pratiche restrittive a causa della sua etnia, data la pubblicità che circondava l’uso eccessivo del Mental Health Act e le misure restrittive nei confronti dei pazienti neri africani e neri caraibici».
Del resto, come rileva il Telegraph, «secondo gli ultimi dati del Servizio sanitario nazionale (Nhs), le persone di colore hanno quattro volte più probabilità di essere internate rispetto ai bianchi. Nel 2024-2025, 262,4 neri ogni 100.000 persone sono stati internati, la percentuale più alta tra tutti i gruppi etnici, contro i 65,8 ogni 100.000 bianchi».
Calocane resta così libero. Non fa nemmeno più le cure perché dice di aver paura degli aghi. Continua con le aggressioni e afferma di esser controllato. Di sentire delle voci che gli sussurrano di colpire.
Un giorno, nel 2021, si presenta anche davanti all’ufficio che ospita i servizi segreti interni britannici, il famoso Mi5, e chiede di essere arrestato. La spirale di paranoia è sempre più feroce. Valdo continua a nutrirsi di violenza. Guarda i video delle stragi e cerca informazioni su come compierle. Si è convinto che la sua testa sia eterodiretta da qualcun altro attraverso l’intelligenza artificiale. Era un pericolo pubblico e, non a caso, era stato internato quattro volte, ma poi sempre «liberato». E questo nonostante il medico che lo aveva in cura fosse convinto che Calocane, prima o poi, avrebbe ammazzato qualcuno. Così è stato.
Chris Philp, il ministro ombra degli Interni, commentando questa notizia ha detto: «Le decisioni non dovrebbero mai essere prese su questa base (ovvero la paura di esser tacciati come razzisti, Ndr). È preoccupante che il partito laburista stia modificando la legge per rendere ancora più difficile l’internamento di persone per lo stesso motivo. L’ingegneria inversa dei risultati basati sull’etnia sta mettendo a rischio vite umane. Questa follia deve finire».
Eppure il Regno Unito sembra colpito da questa follia che è diventata una vera e propria «malattia». Da questo razzismo al contrario che si ostina a non vedere la realtà.
Solamente qualche settimana fa, la metropolitana di Londra aveva realizzato una campagna per mostrare i comportamenti inadeguati ai quali stare attenti durante i viaggi. In essa, si vedeva un bianco che importunava una ragazza. E poi, in un altro spezzone, un nero che faceva la stessa cosa. Ovviamente il filmato è stato rimosso perché, secondo alcuni, non faceva altro che rafforzare «stereotipi razziali dannosi» nei confronti della comunità afro. Non era così. O meglio. In quei pochi frame si faceva notare una cosa molto semplice: chiunque può delinquere, indipendentemente dal colore della pelle. Ma l’aver mostrato anche un ragazzo nero non è accettabile. È la white guilt», la colpa di essere bianchi, per citare un bel libro di Emanuele Fusi. Una colpa che ormai è penetrata nelle viscere dell’Occidente. E che sta continuando a mietere vittime innocenti.
Continua a leggereRiduci