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2021-05-26
L’Ong di Colombo vuol spedirci i (finti) eritrei
Getty Images
«Sei pronto a salvare una vita per 600 dollari?». «Lo vuoi comprare un giubbotto salvagente per una mamma e un bambino per 50 euro?». Con tanto di video promozionale, l'Ong italiana Resq, che come presidente onorario vanta il magistrato Gherardo Colombo, richiama alla memoria una tragedia vecchia di otto anni, quella del 3 ottobre 2013, in cui 360 eritrei persero la vita davanti alle coste di Lampedusa, per raccogliere 250.000 euro entro il 30 giugno e unirsi alla flotta delle Ong in mare. Le bare, le lacrime, i barconi stracolmi, nel video in inglese c'è tutto, persino un'allegra musica eritrea di sottofondo forse per aiutare ad affrontare il viaggio verso la Libia e l'Europa con una certa serenità. «Molti eritrei si stanno preparando ad andare verso la Libia perché da maggio ad agosto è il momento migliore», spiega una carrellata di attivisti stranieri come se lasciare il proprio Paese sia un'urgenza naturale alla stregua di quella degli uccelli migratori. «Quest'anno ci aspettiamo che saranno molti di più quelli che decideranno di intraprendere questo viaggio pericoloso». Un'operazione di marketing a dir poco curiosa però, perché basta dare un'occhiata ai numeri per accorgersi che da un paio d'anni gli eritrei hanno smesso, o quasi, di migrare. Da gennaio 2021 infatti gli arrivi in Italia sono solo 800, poca cosa a confronto dei 16.000 del 2015 e di medie annuali che ai tempi del naufragio di Lampedusa viaggiavano oltre i 10.000. Un calo progressivo iniziato nel 2018, quando l'Eritrea e l'Etiopia firmano un accordo di pace che pone fine a un clima da guerra fredda che andava avanti da 18 anni. Con la salita al potere del nuovo premier etiope, Abiy Ahmed, infatti, finalmente l'Etiopia riconosce all'Eritrea i confini stabiliti dalle Nazioni Unite nel 2002 e dà il via a un nuovo corso. Nonostante fossero già state ritenute del tutto infondate dallo stesso monitoring group del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il segretario Onu Antonio Guterres decide di revocare le sanzioni contro l'Eritrea. «Erano motivate da una serie di fattori che ora non esistono più», spiegherà, senza però specificare che chi doveva porre rimedio a un comportamento scorretto non era l'Eritrea, ma l'Etiopia.
Forse Resq non sa che il Paese è ormai avviato verso un percorso di ricostruzione e ignora che il tam tam mediatico, se sicuramente aiuta il fund raising, al momento a quota 20.000 euro, un boost lo può dare anche ai flussi.
Nel video nulla è casuale. Non si parla di «migranti» ma di «rifugiati». Una giovane attrice americana racconta con tono fermo che «nel 2020 ne sono morti 1.000». L'intero fenomeno migratorio viene ricondotto allo status degli eritrei, i rifugiati per eccellenza, in conseguenza di quelle annose sanzioni inflitte al proprio Paese. L'associazione tra l'arrivo di una nuova nave e la tragedia del 2013 suggerisce che l'aumento delle navi di soccorso riduca le morti in mare, quando basta leggere i dati per rendersi conto di come la presenza delle navi di soccorso ha aumentato il numero dei morti e l'utilizzo dei pericolosissimi gommoni. Non è un caso che gli anni di Mare Nostrum e Triton II, che hanno visto un dispiego enorme di mezzi di soccorso, sono stati anche quelli con più morti. Quando chiedo informazioni a Resq, come mai una campagna di raccolta fondi punti proprio agli eritrei, Lia Manzella, vicepresidente di Resq mi spiega che l'iniziativa è nata dall'esterno, nello specifico da Alganesh Fessaha, della Ong Ghandi Charity, che da anni lavora con gli eritrei nei campi profughi dell'Etiopia e figura tra i partner di Resq. La dottoressa Alganesh, anche detta «Angelo dei profughi», fa parte di quella cosiddetta opposizione eritrea che insieme a don Mussie Zerai, alias «don Barcone», da anni è particolarmente attiva per facilitare il percorso di fuoriuscita dei giovani eritrei dal loro Paese, anche se questo può significare rimanere bloccati in un campo profughi in Etiopia (al momento sarebbero almeno 100.000). In una serie di incontri pubblici è lei stessa a spiegare come la sua organizzazione fornisca ai giovani eritrei imprigionati nel Nord Africa un biglietto aereo per portarli nei campi profughi dell'Etiopia. «Poi da lì possono sempre fuggire in Sudan anche per tentare l'altro percorso per andare in Libia», spiegava all'Human dignity award di Bergen. Ma l'iniziativa di Resq per far salpare quella che viene presentata come la «nave eritrea» può contare anche sull'aiuto mediatico di altre figure chiave dell'attivismo anti eritreo, come Vanessa Tsehaye, che da Londra lavora con la sezione Corno d'Africa di Amnesty international ed è velocissima nel ritwittare i post della «nave eritrea». Proprio Amnesty, negli ultimi mesi, è stata particolarmente attiva nel muovere denunce, spesso affrettate e sulla base di scarse evidenze, contro il ruolo dell'Eritrea nel recente conflitto in Tigray, regione nel Nord dell'Etiopia. Perché puntare su un revival della narrativa anti eritrea proprio in questo momento? Resq di preciso non lo sa. Di sicuro il clima generato dal conflitto di questi mesi tra il Tplf, il partito del Tigray alla guida dell'Etiopia fino al 2018, e il governo federale, aiuta. Il nuovo asse tra il premier Abiy Ahmed e il presidente dell'Eritrea, da tempo impegnati nella stabilizzazione dell'intera area, ha visto un'enorme mobilitazione mediatica da parte degli attivisti antieritrei, attivisti che oggi guarda caso sono diventati anche antietiopi. E che non sono di certo scevri di interessi politici, spesso vicini alle istanze del Tplf, che vanta da sempre ottime introduzioni nella comunità internazionale. Il terreno dunque è sicuramente fertile per il fundraising e per attingere a nuovi potenziali flussi dal Corno d'Africa. Ma a che prezzo?
Il prof della Luiss rispolvera il mito: «Gli immigrati pagano le pensioni»
Non c'è alcun problema immigrazione in Italia, anzi. Gli immigrati ci servono e ne serviranno sempre di più nei prossimi anni, quindi «vanno importati» a «prescindere» dalle decisioni politiche dei governi per «interessi economici». La tesi - ammessa con un candore che lascia di sale - è di Christopher Hein, cattedratico di diritto e politiche di immigrazione e asilo alla Luiss che lunedì sera, ospite di Nicola Porro a Quarta Repubblica, si è fatto portavoce senza filtri del verbo immigrazionista.
Tutto è avvenuto nella seconda e ultima parte della trasmissione, quando Hein ha fatto ampio sfoggio della ostilità alle frontiere. Tanto per cominciare, bocciando in pieno il blocco navale - liquidato come «atto di guerra» -, e poi spiegando che c'è una grave «malattia» di cui dovremmo liberarci, ossia quella di aver reso e «impossibile» la vita ai cittadini africani interessati ad arrivare in Europa.
In altre parole, secondo l'esperto i migranti dovrebbero arrivare direttamente con gli aerei; anche perché, ha precisato, non c'è «nessuna invasione» in corso. Anche per questo Hein ha punzecchiato la scarsa attenzione che ultimamente l'Europa ha riservato al tema migratorio; forse perché c'è stata la pandemia, gli si sarebbe potuto far notare, ma pazienza. Il momento più surreale si è però toccato dopo che il filosofo Stefano Zecchi ha sottolineato che dietro l'immigrazione c'è un giro d'affari «più colossale di quello della droga, che la politica non è in grado di sconfiggere».
A quel punto è intervenuto Porro chiedendo al docente della Luiss se secondo lui i flussi migratori sono destinati a continuare «per interessi economici, indipendentemente dalle scelte politiche dei governi». La domanda del conduttore, giunta poco dopo che Zecchi alludeva agli sfruttamenti economici collegati all'immigrazione, poteva suggerire risposte prudenti. Invece Hein è stato lapidario. «Certamente», ha infatti ammesso, «c'è un interesse economico demografico legato alla sostenibilità dei sistemi di previdenza».
«Quindi gli immigrati li dovremmo importare?», ha quel punto incalzato con una domanda schietta e provocatoria Porro. Hein: «In un certo senso, sì». Per un istante nello studio di Quarta Repubblica è calato un imbarazzato silenzio. Ed è cosa comprensibile, di fronte a un'ammissione così abnorme, che ribalta completamente la tesi secondo cui dovremmo accogliere i migranti in quanto richiedenti asilo. Quello che Hein, sia pure attraverso un eloquio incerto, ha riconosciuto, è infatti che se non arrivassero gli immigrati dovremmo quasi andarceli a prendere.
Certo, all'esperto di politiche migratorie si sarebbe potuto far notare che un simile pensiero ha un sapore sinistro, vagamente schiavista. Ma meglio che non lo si sia fatto: visto il suo sconvolgente andazzo, Hein magari avrebbe ammesso pure quello. Mentre basta e avanza ciò che ha dichiarato, confermando tutte le perplessità possibili su una certa visione immigrazionista in ordine al futuro che ci attende.
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Resq, associazione che ha l'ex magistrato come presidente onorario ed è vicina a «don Barcone», fa un video spot per raccogliere 250.000 euro e aggregarsi ai tassisti del mare. L'obiettivo è approfittare di dispute politiche nella zona per incoraggiare le partenze.A «Quarta Repubblica», delirio di Christopher Hein: «Vanno importati, scortiamoli con gli aerei».Lo speciale contiene due articoli.«Sei pronto a salvare una vita per 600 dollari?». «Lo vuoi comprare un giubbotto salvagente per una mamma e un bambino per 50 euro?». Con tanto di video promozionale, l'Ong italiana Resq, che come presidente onorario vanta il magistrato Gherardo Colombo, richiama alla memoria una tragedia vecchia di otto anni, quella del 3 ottobre 2013, in cui 360 eritrei persero la vita davanti alle coste di Lampedusa, per raccogliere 250.000 euro entro il 30 giugno e unirsi alla flotta delle Ong in mare. Le bare, le lacrime, i barconi stracolmi, nel video in inglese c'è tutto, persino un'allegra musica eritrea di sottofondo forse per aiutare ad affrontare il viaggio verso la Libia e l'Europa con una certa serenità. «Molti eritrei si stanno preparando ad andare verso la Libia perché da maggio ad agosto è il momento migliore», spiega una carrellata di attivisti stranieri come se lasciare il proprio Paese sia un'urgenza naturale alla stregua di quella degli uccelli migratori. «Quest'anno ci aspettiamo che saranno molti di più quelli che decideranno di intraprendere questo viaggio pericoloso». Un'operazione di marketing a dir poco curiosa però, perché basta dare un'occhiata ai numeri per accorgersi che da un paio d'anni gli eritrei hanno smesso, o quasi, di migrare. Da gennaio 2021 infatti gli arrivi in Italia sono solo 800, poca cosa a confronto dei 16.000 del 2015 e di medie annuali che ai tempi del naufragio di Lampedusa viaggiavano oltre i 10.000. Un calo progressivo iniziato nel 2018, quando l'Eritrea e l'Etiopia firmano un accordo di pace che pone fine a un clima da guerra fredda che andava avanti da 18 anni. Con la salita al potere del nuovo premier etiope, Abiy Ahmed, infatti, finalmente l'Etiopia riconosce all'Eritrea i confini stabiliti dalle Nazioni Unite nel 2002 e dà il via a un nuovo corso. Nonostante fossero già state ritenute del tutto infondate dallo stesso monitoring group del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il segretario Onu Antonio Guterres decide di revocare le sanzioni contro l'Eritrea. «Erano motivate da una serie di fattori che ora non esistono più», spiegherà, senza però specificare che chi doveva porre rimedio a un comportamento scorretto non era l'Eritrea, ma l'Etiopia. Forse Resq non sa che il Paese è ormai avviato verso un percorso di ricostruzione e ignora che il tam tam mediatico, se sicuramente aiuta il fund raising, al momento a quota 20.000 euro, un boost lo può dare anche ai flussi. Nel video nulla è casuale. Non si parla di «migranti» ma di «rifugiati». Una giovane attrice americana racconta con tono fermo che «nel 2020 ne sono morti 1.000». L'intero fenomeno migratorio viene ricondotto allo status degli eritrei, i rifugiati per eccellenza, in conseguenza di quelle annose sanzioni inflitte al proprio Paese. L'associazione tra l'arrivo di una nuova nave e la tragedia del 2013 suggerisce che l'aumento delle navi di soccorso riduca le morti in mare, quando basta leggere i dati per rendersi conto di come la presenza delle navi di soccorso ha aumentato il numero dei morti e l'utilizzo dei pericolosissimi gommoni. Non è un caso che gli anni di Mare Nostrum e Triton II, che hanno visto un dispiego enorme di mezzi di soccorso, sono stati anche quelli con più morti. Quando chiedo informazioni a Resq, come mai una campagna di raccolta fondi punti proprio agli eritrei, Lia Manzella, vicepresidente di Resq mi spiega che l'iniziativa è nata dall'esterno, nello specifico da Alganesh Fessaha, della Ong Ghandi Charity, che da anni lavora con gli eritrei nei campi profughi dell'Etiopia e figura tra i partner di Resq. La dottoressa Alganesh, anche detta «Angelo dei profughi», fa parte di quella cosiddetta opposizione eritrea che insieme a don Mussie Zerai, alias «don Barcone», da anni è particolarmente attiva per facilitare il percorso di fuoriuscita dei giovani eritrei dal loro Paese, anche se questo può significare rimanere bloccati in un campo profughi in Etiopia (al momento sarebbero almeno 100.000). In una serie di incontri pubblici è lei stessa a spiegare come la sua organizzazione fornisca ai giovani eritrei imprigionati nel Nord Africa un biglietto aereo per portarli nei campi profughi dell'Etiopia. «Poi da lì possono sempre fuggire in Sudan anche per tentare l'altro percorso per andare in Libia», spiegava all'Human dignity award di Bergen. Ma l'iniziativa di Resq per far salpare quella che viene presentata come la «nave eritrea» può contare anche sull'aiuto mediatico di altre figure chiave dell'attivismo anti eritreo, come Vanessa Tsehaye, che da Londra lavora con la sezione Corno d'Africa di Amnesty international ed è velocissima nel ritwittare i post della «nave eritrea». Proprio Amnesty, negli ultimi mesi, è stata particolarmente attiva nel muovere denunce, spesso affrettate e sulla base di scarse evidenze, contro il ruolo dell'Eritrea nel recente conflitto in Tigray, regione nel Nord dell'Etiopia. Perché puntare su un revival della narrativa anti eritrea proprio in questo momento? Resq di preciso non lo sa. Di sicuro il clima generato dal conflitto di questi mesi tra il Tplf, il partito del Tigray alla guida dell'Etiopia fino al 2018, e il governo federale, aiuta. Il nuovo asse tra il premier Abiy Ahmed e il presidente dell'Eritrea, da tempo impegnati nella stabilizzazione dell'intera area, ha visto un'enorme mobilitazione mediatica da parte degli attivisti antieritrei, attivisti che oggi guarda caso sono diventati anche antietiopi. E che non sono di certo scevri di interessi politici, spesso vicini alle istanze del Tplf, che vanta da sempre ottime introduzioni nella comunità internazionale. Il terreno dunque è sicuramente fertile per il fundraising e per attingere a nuovi potenziali flussi dal Corno d'Africa. Ma a che prezzo?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ong-colombo-finti-eritrei-2653106844.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-prof-della-luiss-rispolvera-il-mito-gli-immigrati-pagano-le-pensioni" data-post-id="2653106844" data-published-at="1621975786" data-use-pagination="False"> Il prof della Luiss rispolvera il mito: «Gli immigrati pagano le pensioni» Non c'è alcun problema immigrazione in Italia, anzi. Gli immigrati ci servono e ne serviranno sempre di più nei prossimi anni, quindi «vanno importati» a «prescindere» dalle decisioni politiche dei governi per «interessi economici». La tesi - ammessa con un candore che lascia di sale - è di Christopher Hein, cattedratico di diritto e politiche di immigrazione e asilo alla Luiss che lunedì sera, ospite di Nicola Porro a Quarta Repubblica, si è fatto portavoce senza filtri del verbo immigrazionista. Tutto è avvenuto nella seconda e ultima parte della trasmissione, quando Hein ha fatto ampio sfoggio della ostilità alle frontiere. Tanto per cominciare, bocciando in pieno il blocco navale - liquidato come «atto di guerra» -, e poi spiegando che c'è una grave «malattia» di cui dovremmo liberarci, ossia quella di aver reso e «impossibile» la vita ai cittadini africani interessati ad arrivare in Europa. In altre parole, secondo l'esperto i migranti dovrebbero arrivare direttamente con gli aerei; anche perché, ha precisato, non c'è «nessuna invasione» in corso. Anche per questo Hein ha punzecchiato la scarsa attenzione che ultimamente l'Europa ha riservato al tema migratorio; forse perché c'è stata la pandemia, gli si sarebbe potuto far notare, ma pazienza. Il momento più surreale si è però toccato dopo che il filosofo Stefano Zecchi ha sottolineato che dietro l'immigrazione c'è un giro d'affari «più colossale di quello della droga, che la politica non è in grado di sconfiggere». A quel punto è intervenuto Porro chiedendo al docente della Luiss se secondo lui i flussi migratori sono destinati a continuare «per interessi economici, indipendentemente dalle scelte politiche dei governi». La domanda del conduttore, giunta poco dopo che Zecchi alludeva agli sfruttamenti economici collegati all'immigrazione, poteva suggerire risposte prudenti. Invece Hein è stato lapidario. «Certamente», ha infatti ammesso, «c'è un interesse economico demografico legato alla sostenibilità dei sistemi di previdenza». «Quindi gli immigrati li dovremmo importare?», ha quel punto incalzato con una domanda schietta e provocatoria Porro. Hein: «In un certo senso, sì». Per un istante nello studio di Quarta Repubblica è calato un imbarazzato silenzio. Ed è cosa comprensibile, di fronte a un'ammissione così abnorme, che ribalta completamente la tesi secondo cui dovremmo accogliere i migranti in quanto richiedenti asilo. Quello che Hein, sia pure attraverso un eloquio incerto, ha riconosciuto, è infatti che se non arrivassero gli immigrati dovremmo quasi andarceli a prendere. Certo, all'esperto di politiche migratorie si sarebbe potuto far notare che un simile pensiero ha un sapore sinistro, vagamente schiavista. Ma meglio che non lo si sia fatto: visto il suo sconvolgente andazzo, Hein magari avrebbe ammesso pure quello. Mentre basta e avanza ciò che ha dichiarato, confermando tutte le perplessità possibili su una certa visione immigrazionista in ordine al futuro che ci attende.
Ecco #DimmiLaVerità del 26 gennaio 2026. Il nostro Fabio Amendolara commenta gli ultimi sviluppi del caso di Anguillara.
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani (secondo da sinistra) presente alla cerimonia di firma del contratto di concessione della zona franca di Misurata (Ansa)
Con il nuovo terminal container della Free Zone inaugurato a Misurata, frutto di un investimento privato da oltre 2,7 miliardi di dollari di Msc e un fondo qatarino, Roma consolida il proprio ruolo non solo in Libia ma nel Mediterraneo, tra Piano Mattei, economia, energia e stabilità regionale.
L’Italia ribadisce il suo ruolo da protagonista nel Mediterraneo, rafforzando la sua presenza in Libia e coinvolgendo anche il Qatar. A Misurata, grande città amministrata dal Governo di unità nazionale (Gnu), riconosciuto dalle Nazioni unite e guidato da Abdul-Hamid Dbeibah, è stato inaugurato il terminal container della Misurata Free Zone a opera del gruppo italiano Mediterranean shipping company, meglio noto come Msc e il fondo Al Maha Capital Partners del Qatar.
Alla posa della prima pietra erano presenti oltre a Dbeibah, il ministro degli Esteri del Qatar Mohammed bin Abdulrahman Al Thani ed il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani. L’investimento supera i 2,7 miliardi di dollari spalmati in tre anni e punta all’ammodernamento di un enorme hub commerciale. Misurata, nonostante faccia parte del governo della Libia occidentale, gode di una fortissima autonomia dovuta alla presenza di potenti milizie garanti della permanenza al potere dell’attuale Primo ministro Dbeibah. La città vanta una lunga tradizione di autonomia e ribellione e nel 2011 era stata fra le prime a ribellarsi a Muammar Gheddafi. Ancora oggi le milizie di Misurata sono determinanti per la tenuta del governo di Tripoli e sono loro che hanno difeso i quartieri governativi quando nei mesi scorsi la capitale si era trasformata in un campo di battaglia.
Le milizie misuratine sono acerrime nemiche del generale Khalifa Haftar, autentico padrone della Libia orientale, ed hanno dichiarato più volte che avrebbero impedito la sua avanzata verso Tripoli. Haftar nell’estate scorsa aveva stretto la Tripolitania in una morsa chiudendola a Est e a Sud, spingendosi fino a Sirte, ma non aveva trovato un accordo con le milizie locali e soprattutto le forze misuratine aveva iniziato ad attaccare tutti i suoi alleati. L’accordo creerà circa 70.000 posti di lavoro nella città portuale ed il ministro degli Esteri italiano Tajani ha voluto sottolineare l’importanza di questa joint venture che aumenta la presenza di Roma nel Mediterraneo. «Una firma che rafforza il Piano Mattei per l’Africa e che amplia una strategia che unisce economia, sicurezza energetica e dona nuova linfa alla dinamica diplomazia italiana in una regione chiave. La partnership con il Qatar dimostra come la nostra politica estera stia funzionando e come tante nazioni vogliano stringere rapporti commerciali con noi e che possiamo cambiare gli equilibri sul campo». Il ministro degli Affari esteri e della cooperazione internazionale del governo di Tripoli, Taher Al-Baour ha ribadito l’importanza delle relazioni fra Libia ed Italia che stanno affrontato insieme anche il processo di riconciliazione nazionale per la stabilità e l’unità del Paese. «Il governo di Roma riconosce il nostro governo come il legittimo rappresentante del popolo libico e vuole continuare a lavorare insieme per crescere. Gli investimenti come quello di Misurata dimostrano come il territorio sia saldamente nelle nostre mani, respingendo le false notizie di un crollo imminente del nostro esecutivo. Questo hub può diventare strategico e connettere Europa, Nord Africa e Medio Oriente».
L’Italia esporta verso la Libia derivati dalla raffinazione del petrolio, navi e imbarcazioni, mentre le importazioni italiane sono concentrate su petrolio e gas naturale. Nel 2024 l’interscambio fra le due nazioni ha raggiunto 9,5 miliardi di euro con le esportazioni italiane aumentate di oltre il 36%, mentre nel 2025, l’Italia è stato primo cliente della Libia, con una quota di mercato del 22,4%, e terzo fornitore, con una quota del 10,1%. Una crescita continua che dimostra come la presa della Turchia sul Gnu si stia indebolendo a favore dell’Italia ed anche in Cirenaica, dove sono i russi a essere protagonisti, il governo italiano sta lavorando per aumentare gli scambi commerciali e soprattutto riunificare i due governi. «Roma garantisce al Gnu un sostegno chiaro e diretto anche sul fronte migratorio - continua il responsabile della politica estera di Tripoli - noi abbiamo bisogno di collaborazione per i rimpatri e per la sicurezza delle nostre frontiere. Dobbiamo lavorare con le nazioni africane, anche a sud del Sahel, con l’obiettivo di rafforzare i governi che spesso si trovano in difficoltà contro banditi ed estremisti islamici. Italia e Libia hanno firmato un nuovo accordo per la perforazione e lo sfruttamento di un grande giacimento petrolifero nel golfo della Sirte. La Libia sta tornando protagonista e l’Europa ha ben compreso il ruolo della nostra nazione per la stabilità e la prosperità dell’intero Mediterraneo».
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