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2021-05-26
L’Ong di Colombo vuol spedirci i (finti) eritrei
Getty Images
«Sei pronto a salvare una vita per 600 dollari?». «Lo vuoi comprare un giubbotto salvagente per una mamma e un bambino per 50 euro?». Con tanto di video promozionale, l'Ong italiana Resq, che come presidente onorario vanta il magistrato Gherardo Colombo, richiama alla memoria una tragedia vecchia di otto anni, quella del 3 ottobre 2013, in cui 360 eritrei persero la vita davanti alle coste di Lampedusa, per raccogliere 250.000 euro entro il 30 giugno e unirsi alla flotta delle Ong in mare. Le bare, le lacrime, i barconi stracolmi, nel video in inglese c'è tutto, persino un'allegra musica eritrea di sottofondo forse per aiutare ad affrontare il viaggio verso la Libia e l'Europa con una certa serenità. «Molti eritrei si stanno preparando ad andare verso la Libia perché da maggio ad agosto è il momento migliore», spiega una carrellata di attivisti stranieri come se lasciare il proprio Paese sia un'urgenza naturale alla stregua di quella degli uccelli migratori. «Quest'anno ci aspettiamo che saranno molti di più quelli che decideranno di intraprendere questo viaggio pericoloso». Un'operazione di marketing a dir poco curiosa però, perché basta dare un'occhiata ai numeri per accorgersi che da un paio d'anni gli eritrei hanno smesso, o quasi, di migrare. Da gennaio 2021 infatti gli arrivi in Italia sono solo 800, poca cosa a confronto dei 16.000 del 2015 e di medie annuali che ai tempi del naufragio di Lampedusa viaggiavano oltre i 10.000. Un calo progressivo iniziato nel 2018, quando l'Eritrea e l'Etiopia firmano un accordo di pace che pone fine a un clima da guerra fredda che andava avanti da 18 anni. Con la salita al potere del nuovo premier etiope, Abiy Ahmed, infatti, finalmente l'Etiopia riconosce all'Eritrea i confini stabiliti dalle Nazioni Unite nel 2002 e dà il via a un nuovo corso. Nonostante fossero già state ritenute del tutto infondate dallo stesso monitoring group del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il segretario Onu Antonio Guterres decide di revocare le sanzioni contro l'Eritrea. «Erano motivate da una serie di fattori che ora non esistono più», spiegherà, senza però specificare che chi doveva porre rimedio a un comportamento scorretto non era l'Eritrea, ma l'Etiopia.
Forse Resq non sa che il Paese è ormai avviato verso un percorso di ricostruzione e ignora che il tam tam mediatico, se sicuramente aiuta il fund raising, al momento a quota 20.000 euro, un boost lo può dare anche ai flussi.
Nel video nulla è casuale. Non si parla di «migranti» ma di «rifugiati». Una giovane attrice americana racconta con tono fermo che «nel 2020 ne sono morti 1.000». L'intero fenomeno migratorio viene ricondotto allo status degli eritrei, i rifugiati per eccellenza, in conseguenza di quelle annose sanzioni inflitte al proprio Paese. L'associazione tra l'arrivo di una nuova nave e la tragedia del 2013 suggerisce che l'aumento delle navi di soccorso riduca le morti in mare, quando basta leggere i dati per rendersi conto di come la presenza delle navi di soccorso ha aumentato il numero dei morti e l'utilizzo dei pericolosissimi gommoni. Non è un caso che gli anni di Mare Nostrum e Triton II, che hanno visto un dispiego enorme di mezzi di soccorso, sono stati anche quelli con più morti. Quando chiedo informazioni a Resq, come mai una campagna di raccolta fondi punti proprio agli eritrei, Lia Manzella, vicepresidente di Resq mi spiega che l'iniziativa è nata dall'esterno, nello specifico da Alganesh Fessaha, della Ong Ghandi Charity, che da anni lavora con gli eritrei nei campi profughi dell'Etiopia e figura tra i partner di Resq. La dottoressa Alganesh, anche detta «Angelo dei profughi», fa parte di quella cosiddetta opposizione eritrea che insieme a don Mussie Zerai, alias «don Barcone», da anni è particolarmente attiva per facilitare il percorso di fuoriuscita dei giovani eritrei dal loro Paese, anche se questo può significare rimanere bloccati in un campo profughi in Etiopia (al momento sarebbero almeno 100.000). In una serie di incontri pubblici è lei stessa a spiegare come la sua organizzazione fornisca ai giovani eritrei imprigionati nel Nord Africa un biglietto aereo per portarli nei campi profughi dell'Etiopia. «Poi da lì possono sempre fuggire in Sudan anche per tentare l'altro percorso per andare in Libia», spiegava all'Human dignity award di Bergen. Ma l'iniziativa di Resq per far salpare quella che viene presentata come la «nave eritrea» può contare anche sull'aiuto mediatico di altre figure chiave dell'attivismo anti eritreo, come Vanessa Tsehaye, che da Londra lavora con la sezione Corno d'Africa di Amnesty international ed è velocissima nel ritwittare i post della «nave eritrea». Proprio Amnesty, negli ultimi mesi, è stata particolarmente attiva nel muovere denunce, spesso affrettate e sulla base di scarse evidenze, contro il ruolo dell'Eritrea nel recente conflitto in Tigray, regione nel Nord dell'Etiopia. Perché puntare su un revival della narrativa anti eritrea proprio in questo momento? Resq di preciso non lo sa. Di sicuro il clima generato dal conflitto di questi mesi tra il Tplf, il partito del Tigray alla guida dell'Etiopia fino al 2018, e il governo federale, aiuta. Il nuovo asse tra il premier Abiy Ahmed e il presidente dell'Eritrea, da tempo impegnati nella stabilizzazione dell'intera area, ha visto un'enorme mobilitazione mediatica da parte degli attivisti antieritrei, attivisti che oggi guarda caso sono diventati anche antietiopi. E che non sono di certo scevri di interessi politici, spesso vicini alle istanze del Tplf, che vanta da sempre ottime introduzioni nella comunità internazionale. Il terreno dunque è sicuramente fertile per il fundraising e per attingere a nuovi potenziali flussi dal Corno d'Africa. Ma a che prezzo?
Il prof della Luiss rispolvera il mito: «Gli immigrati pagano le pensioni»
Non c'è alcun problema immigrazione in Italia, anzi. Gli immigrati ci servono e ne serviranno sempre di più nei prossimi anni, quindi «vanno importati» a «prescindere» dalle decisioni politiche dei governi per «interessi economici». La tesi - ammessa con un candore che lascia di sale - è di Christopher Hein, cattedratico di diritto e politiche di immigrazione e asilo alla Luiss che lunedì sera, ospite di Nicola Porro a Quarta Repubblica, si è fatto portavoce senza filtri del verbo immigrazionista.
Tutto è avvenuto nella seconda e ultima parte della trasmissione, quando Hein ha fatto ampio sfoggio della ostilità alle frontiere. Tanto per cominciare, bocciando in pieno il blocco navale - liquidato come «atto di guerra» -, e poi spiegando che c'è una grave «malattia» di cui dovremmo liberarci, ossia quella di aver reso e «impossibile» la vita ai cittadini africani interessati ad arrivare in Europa.
In altre parole, secondo l'esperto i migranti dovrebbero arrivare direttamente con gli aerei; anche perché, ha precisato, non c'è «nessuna invasione» in corso. Anche per questo Hein ha punzecchiato la scarsa attenzione che ultimamente l'Europa ha riservato al tema migratorio; forse perché c'è stata la pandemia, gli si sarebbe potuto far notare, ma pazienza. Il momento più surreale si è però toccato dopo che il filosofo Stefano Zecchi ha sottolineato che dietro l'immigrazione c'è un giro d'affari «più colossale di quello della droga, che la politica non è in grado di sconfiggere».
A quel punto è intervenuto Porro chiedendo al docente della Luiss se secondo lui i flussi migratori sono destinati a continuare «per interessi economici, indipendentemente dalle scelte politiche dei governi». La domanda del conduttore, giunta poco dopo che Zecchi alludeva agli sfruttamenti economici collegati all'immigrazione, poteva suggerire risposte prudenti. Invece Hein è stato lapidario. «Certamente», ha infatti ammesso, «c'è un interesse economico demografico legato alla sostenibilità dei sistemi di previdenza».
«Quindi gli immigrati li dovremmo importare?», ha quel punto incalzato con una domanda schietta e provocatoria Porro. Hein: «In un certo senso, sì». Per un istante nello studio di Quarta Repubblica è calato un imbarazzato silenzio. Ed è cosa comprensibile, di fronte a un'ammissione così abnorme, che ribalta completamente la tesi secondo cui dovremmo accogliere i migranti in quanto richiedenti asilo. Quello che Hein, sia pure attraverso un eloquio incerto, ha riconosciuto, è infatti che se non arrivassero gli immigrati dovremmo quasi andarceli a prendere.
Certo, all'esperto di politiche migratorie si sarebbe potuto far notare che un simile pensiero ha un sapore sinistro, vagamente schiavista. Ma meglio che non lo si sia fatto: visto il suo sconvolgente andazzo, Hein magari avrebbe ammesso pure quello. Mentre basta e avanza ciò che ha dichiarato, confermando tutte le perplessità possibili su una certa visione immigrazionista in ordine al futuro che ci attende.
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Resq, associazione che ha l'ex magistrato come presidente onorario ed è vicina a «don Barcone», fa un video spot per raccogliere 250.000 euro e aggregarsi ai tassisti del mare. L'obiettivo è approfittare di dispute politiche nella zona per incoraggiare le partenze.A «Quarta Repubblica», delirio di Christopher Hein: «Vanno importati, scortiamoli con gli aerei».Lo speciale contiene due articoli.«Sei pronto a salvare una vita per 600 dollari?». «Lo vuoi comprare un giubbotto salvagente per una mamma e un bambino per 50 euro?». Con tanto di video promozionale, l'Ong italiana Resq, che come presidente onorario vanta il magistrato Gherardo Colombo, richiama alla memoria una tragedia vecchia di otto anni, quella del 3 ottobre 2013, in cui 360 eritrei persero la vita davanti alle coste di Lampedusa, per raccogliere 250.000 euro entro il 30 giugno e unirsi alla flotta delle Ong in mare. Le bare, le lacrime, i barconi stracolmi, nel video in inglese c'è tutto, persino un'allegra musica eritrea di sottofondo forse per aiutare ad affrontare il viaggio verso la Libia e l'Europa con una certa serenità. «Molti eritrei si stanno preparando ad andare verso la Libia perché da maggio ad agosto è il momento migliore», spiega una carrellata di attivisti stranieri come se lasciare il proprio Paese sia un'urgenza naturale alla stregua di quella degli uccelli migratori. «Quest'anno ci aspettiamo che saranno molti di più quelli che decideranno di intraprendere questo viaggio pericoloso». Un'operazione di marketing a dir poco curiosa però, perché basta dare un'occhiata ai numeri per accorgersi che da un paio d'anni gli eritrei hanno smesso, o quasi, di migrare. Da gennaio 2021 infatti gli arrivi in Italia sono solo 800, poca cosa a confronto dei 16.000 del 2015 e di medie annuali che ai tempi del naufragio di Lampedusa viaggiavano oltre i 10.000. Un calo progressivo iniziato nel 2018, quando l'Eritrea e l'Etiopia firmano un accordo di pace che pone fine a un clima da guerra fredda che andava avanti da 18 anni. Con la salita al potere del nuovo premier etiope, Abiy Ahmed, infatti, finalmente l'Etiopia riconosce all'Eritrea i confini stabiliti dalle Nazioni Unite nel 2002 e dà il via a un nuovo corso. Nonostante fossero già state ritenute del tutto infondate dallo stesso monitoring group del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il segretario Onu Antonio Guterres decide di revocare le sanzioni contro l'Eritrea. «Erano motivate da una serie di fattori che ora non esistono più», spiegherà, senza però specificare che chi doveva porre rimedio a un comportamento scorretto non era l'Eritrea, ma l'Etiopia. Forse Resq non sa che il Paese è ormai avviato verso un percorso di ricostruzione e ignora che il tam tam mediatico, se sicuramente aiuta il fund raising, al momento a quota 20.000 euro, un boost lo può dare anche ai flussi. Nel video nulla è casuale. Non si parla di «migranti» ma di «rifugiati». Una giovane attrice americana racconta con tono fermo che «nel 2020 ne sono morti 1.000». L'intero fenomeno migratorio viene ricondotto allo status degli eritrei, i rifugiati per eccellenza, in conseguenza di quelle annose sanzioni inflitte al proprio Paese. L'associazione tra l'arrivo di una nuova nave e la tragedia del 2013 suggerisce che l'aumento delle navi di soccorso riduca le morti in mare, quando basta leggere i dati per rendersi conto di come la presenza delle navi di soccorso ha aumentato il numero dei morti e l'utilizzo dei pericolosissimi gommoni. Non è un caso che gli anni di Mare Nostrum e Triton II, che hanno visto un dispiego enorme di mezzi di soccorso, sono stati anche quelli con più morti. Quando chiedo informazioni a Resq, come mai una campagna di raccolta fondi punti proprio agli eritrei, Lia Manzella, vicepresidente di Resq mi spiega che l'iniziativa è nata dall'esterno, nello specifico da Alganesh Fessaha, della Ong Ghandi Charity, che da anni lavora con gli eritrei nei campi profughi dell'Etiopia e figura tra i partner di Resq. La dottoressa Alganesh, anche detta «Angelo dei profughi», fa parte di quella cosiddetta opposizione eritrea che insieme a don Mussie Zerai, alias «don Barcone», da anni è particolarmente attiva per facilitare il percorso di fuoriuscita dei giovani eritrei dal loro Paese, anche se questo può significare rimanere bloccati in un campo profughi in Etiopia (al momento sarebbero almeno 100.000). In una serie di incontri pubblici è lei stessa a spiegare come la sua organizzazione fornisca ai giovani eritrei imprigionati nel Nord Africa un biglietto aereo per portarli nei campi profughi dell'Etiopia. «Poi da lì possono sempre fuggire in Sudan anche per tentare l'altro percorso per andare in Libia», spiegava all'Human dignity award di Bergen. Ma l'iniziativa di Resq per far salpare quella che viene presentata come la «nave eritrea» può contare anche sull'aiuto mediatico di altre figure chiave dell'attivismo anti eritreo, come Vanessa Tsehaye, che da Londra lavora con la sezione Corno d'Africa di Amnesty international ed è velocissima nel ritwittare i post della «nave eritrea». Proprio Amnesty, negli ultimi mesi, è stata particolarmente attiva nel muovere denunce, spesso affrettate e sulla base di scarse evidenze, contro il ruolo dell'Eritrea nel recente conflitto in Tigray, regione nel Nord dell'Etiopia. Perché puntare su un revival della narrativa anti eritrea proprio in questo momento? Resq di preciso non lo sa. Di sicuro il clima generato dal conflitto di questi mesi tra il Tplf, il partito del Tigray alla guida dell'Etiopia fino al 2018, e il governo federale, aiuta. Il nuovo asse tra il premier Abiy Ahmed e il presidente dell'Eritrea, da tempo impegnati nella stabilizzazione dell'intera area, ha visto un'enorme mobilitazione mediatica da parte degli attivisti antieritrei, attivisti che oggi guarda caso sono diventati anche antietiopi. E che non sono di certo scevri di interessi politici, spesso vicini alle istanze del Tplf, che vanta da sempre ottime introduzioni nella comunità internazionale. Il terreno dunque è sicuramente fertile per il fundraising e per attingere a nuovi potenziali flussi dal Corno d'Africa. Ma a che prezzo?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ong-colombo-finti-eritrei-2653106844.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-prof-della-luiss-rispolvera-il-mito-gli-immigrati-pagano-le-pensioni" data-post-id="2653106844" data-published-at="1621975786" data-use-pagination="False"> Il prof della Luiss rispolvera il mito: «Gli immigrati pagano le pensioni» Non c'è alcun problema immigrazione in Italia, anzi. Gli immigrati ci servono e ne serviranno sempre di più nei prossimi anni, quindi «vanno importati» a «prescindere» dalle decisioni politiche dei governi per «interessi economici». La tesi - ammessa con un candore che lascia di sale - è di Christopher Hein, cattedratico di diritto e politiche di immigrazione e asilo alla Luiss che lunedì sera, ospite di Nicola Porro a Quarta Repubblica, si è fatto portavoce senza filtri del verbo immigrazionista. Tutto è avvenuto nella seconda e ultima parte della trasmissione, quando Hein ha fatto ampio sfoggio della ostilità alle frontiere. Tanto per cominciare, bocciando in pieno il blocco navale - liquidato come «atto di guerra» -, e poi spiegando che c'è una grave «malattia» di cui dovremmo liberarci, ossia quella di aver reso e «impossibile» la vita ai cittadini africani interessati ad arrivare in Europa. In altre parole, secondo l'esperto i migranti dovrebbero arrivare direttamente con gli aerei; anche perché, ha precisato, non c'è «nessuna invasione» in corso. Anche per questo Hein ha punzecchiato la scarsa attenzione che ultimamente l'Europa ha riservato al tema migratorio; forse perché c'è stata la pandemia, gli si sarebbe potuto far notare, ma pazienza. Il momento più surreale si è però toccato dopo che il filosofo Stefano Zecchi ha sottolineato che dietro l'immigrazione c'è un giro d'affari «più colossale di quello della droga, che la politica non è in grado di sconfiggere». A quel punto è intervenuto Porro chiedendo al docente della Luiss se secondo lui i flussi migratori sono destinati a continuare «per interessi economici, indipendentemente dalle scelte politiche dei governi». La domanda del conduttore, giunta poco dopo che Zecchi alludeva agli sfruttamenti economici collegati all'immigrazione, poteva suggerire risposte prudenti. Invece Hein è stato lapidario. «Certamente», ha infatti ammesso, «c'è un interesse economico demografico legato alla sostenibilità dei sistemi di previdenza». «Quindi gli immigrati li dovremmo importare?», ha quel punto incalzato con una domanda schietta e provocatoria Porro. Hein: «In un certo senso, sì». Per un istante nello studio di Quarta Repubblica è calato un imbarazzato silenzio. Ed è cosa comprensibile, di fronte a un'ammissione così abnorme, che ribalta completamente la tesi secondo cui dovremmo accogliere i migranti in quanto richiedenti asilo. Quello che Hein, sia pure attraverso un eloquio incerto, ha riconosciuto, è infatti che se non arrivassero gli immigrati dovremmo quasi andarceli a prendere. Certo, all'esperto di politiche migratorie si sarebbe potuto far notare che un simile pensiero ha un sapore sinistro, vagamente schiavista. Ma meglio che non lo si sia fatto: visto il suo sconvolgente andazzo, Hein magari avrebbe ammesso pure quello. Mentre basta e avanza ciò che ha dichiarato, confermando tutte le perplessità possibili su una certa visione immigrazionista in ordine al futuro che ci attende.
Keir Starmer (Ansa)
Ed è proprio sentendo sorgere dentro di noi la domanda sul perché, di fronte a fatti così meritevoli di ribellione, nessuno si stia ribellando, che è necessario chiederci se non esista in realtà un preciso meccanismo che tali ribellioni guidi, impedisca o autorizzi. I piani annunciati da Keir Starmer per vietare l’accesso ai social media ai minori, con obblighi di verifica dell’età e blocco delle Vpn, vanno sorprendentemente oltre le misure cinesi e russe in termini di controllo preventivo e centralizzato delle narrazioni digitali e stabiliscono un vero e proprio primato nell’accezione positiva di «censura» per una democrazia occidentale.
Queste misure, presentate come tutela dell’infanzia, riprendono e amplificano la revisione dell’Online safety act con enfasi sul contrasto alla «disinformazione» prefigurando non soltanto una chiara torsione autoritaria ma mostrando al mondo ciò che sarebbe potuto accadere ovunque con una vittoria di Kamala Harris. A portare al punto di collasso il rapporto tra potere e opinione pubblica britannica è stata l’evidenza con la quale il governo laburista ha inteso accelerare su queste misure proprio in occasione della pubblicazione del Rapporto ufficiale dal titolo «The rape gang inquiry report» nel quale si documentano decenni di sfruttamenti sessuali e orrende violenze sistematiche su minorenni britanniche perpetrate da reti organizzate e istituzionalmente coperte di immigrati pakistani.
Le stime indicano 250.000 vittime e le coperture e le connivenze emerse ricordano i meccanismi di protezione dall’alto della rete di Jeffrey Epstein. A fronte di uno scandalo che assume i contorni di un vero e proprio crollo di civiltà a sinistra si tace o addirittura si minimizza, i media censurano e la politica emana leggi per arrestare chi ne parla sui social.
A questo punto occorre riflettere non solo sui fatti in sé ma sui meccanismi che consentono al governo con il peggior gradimento della storia a rimanere al suo posto malgrado le numerose dimissioni di ministri e, soprattutto, sul perché non si verifichino moti di protesta generalizzati ed efficaci fatte salve le proteste di strada come a Southport o Belfast. Aveva ragione George Sorel, forse la «ribellione delle masse» non ha le caratteristiche del moto spontaneo ma del mito. In «Riflessioni sulla violenza» (1908), Sorel definisce il «mito» come un insieme di immagini capaci di evocare nelle masse l’istinto di lotta contro l’ordine esistente. Per Sorel il mito per eccellenza a disposizione del popolo è lo sciopero generale non in quanto evento spontaneo ma inteso come paziente costruzione che conferisce coesione e slancio eroico alle masse.
Senza un mito adeguato - e senza élite che lo diffondano - le masse restano passive anche di fronte a ingiustizie estreme, soprusi e provocazioni di ogni tipo. Pensiamo ai «Gilet gialli» in Francia, un movimento con un forte carattere spontaneo e popolare che nel periodo 2018-2020 ha rappresentato una delle più ampie mobilitazioni di massa degli ultimi decenni, con centinaia di migliaia di persone in piazza ogni settimana contro tasse e rincari e contro il sistema di potere di Emmanuel Macron. Un movimento molto ampio e diffuso ma privo di una struttura organizzativa stabile e, soprattutto, di un’élite che lo motivasse, lo incanalasse e lo autorizzasse in modo coerente e strutturato, tanto da non pervenire ad alcun risultato effettivo né tantomeno ad un ricambio di élite.
Al contrario, invece, possiamo pensare al crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria, avvenuto in due settimane con l’accordo orchestrato delle élite internazionali e con il supporto interno di élite siriane in attesa di ricambio. In Siria il popolo non ha svolto alcun ruolo, ha semmai subito una guerra tuttora in corso ed al posto di Assad è stato insediato l’ex jihadista Al-Jolani, poi ricevuto con tutto gli onori in varie cancellerie occidentali. Appare dunque chiaro come la «protesta di piazza» altro non sia se non la fase teatrale della narrazione del ricambio delle élite; non espressione spontanea di una volontà popolare autonoma ma fase spettacolare attraverso la quale le élite in conflitto si forniscono una «giustificazione dal basso». Rimaniamo dunque attoniti di fronte alle assurde incongruenze, alle palesi e inaccettabili ingiustizie e ci convinciamo che la mancata ribellione delle masse sia dovuta a scarsa motivazione, a debolezza, a mancanza di «coscienza di classe» la quale soltanto, una volta creata, porterà all’inevitabile rivoluzione. Ma anche questa, e soprattutto questa, è una truffa: si tratta sempre e solo di alternanza ai vertici del sistema di potere.
Una volta tutto ciò viene chiamato «libertà, uguaglianza e fraternità», un’altra volta «dittatura del proletariato», ma sono sempre le poche persone che lottano per il potere apicale a motivare, autorizzare, costruire o bloccare i miti che danno alle masse l’impressione di essere protagoniste. Viviamo il momento storico nel quale tutto ciò appare con più chiarezza.
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
L’ultima provocazione del leader di Futuro Nazionale, ieri ospite di Sky Tg24, è l’immigraticidio. «Se accettiamo il reato di femminicidio allora va introdotto l’immigraticidio. Voglio che chi usa violenza contro le donne marcisca dietro le sbarre, che si tenga conto delle circostanze aggravanti. Se noi accettiamo che un reato venga definito in base alla vittima, allora va introdotto l’immigraticidio. Un delitto non può essere più o meno grave in base al sesso o al colore della pelle. Siamo contrari alla creazione di nuovi reati come l’islamofobia o l’omofobia».
Sull’educazione affettivo-sessuale a scuola come prevenzione del femminicidio, Vannacci aveva sostenuto che «in Nord Europa dove l’educazione sessuale viene fatta da anni, gli omicidi di donne sono più numerosi che in Italia», e che invece va combattuto «crescendo uomini forti e non deboli. Per me la cultura patriarcale è l’uomo che si prende carico della famiglia, che la protegge, che protegge le donne in quanto esseri fisicamente più deboli rispetto all’uomo».
Poi c’è il tema degli omosessuali. Le posizioni del generale sugli omosessuali, espresse anche nel suo libro Il mondo al contrario e reiterate in dibattiti pubblici, ruotano attorno al concetto di «non normalità» statistica dell’omosessualità e alla difesa della famiglia tradizionale. Negli ultimi giorni Vannacci aveva criticato il suo ex partito, la Lega, accusandola di una «deriva» volta a legittimare le rivendicazioni della comunità Lgbtq+ e ribadendo che, secondo i suoi principi, la famiglia da promuovere è «solo quella naturale».
«Meglio anormale che generale, è questa la risposta che abbiamo dato a Vannacci quando dice che gli omosessuali non sono normali», replica Riccardo Magi di +Europa al pride di Roma. Sulla stessa linea il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, in testa al corteo del Roma pride dietro al grande striscione rosso della manifestazione che riporta lo slogan «La Repubblica è di chi la abita»: «Dobbiamo batterci per una pienezza di diritti per tutti, al di là dell’orientamento sessuale e di genere: è scritto nella nostra Costituzione e la nostra legislazione, a oggi, non la rispetta». Replicando alle frasi di Vannacci, il sindaco aggiunge: «Non rispondiamo neanche perché noi siamo per la Costituzione. Non ci stupisce che le forze fasciste e oscurantiste vogliano colpire i diritti di qualcuno, ma sappiamo bene che quando si conculcano i diritti di una minoranza, si colpiscono i diritti di tutti. Non arretriamo e ci battiamo con ancora maggiore convinzione».
Commentando poi i sondaggi dell’ultima settimana per il suo partito, Vannacci ha aggiunto: «Questo è il risultato di un piano che si sta realizzando. Il 5.9% nei sondaggi non lo festeggiamo, questo è solo l’inizio. Non credo ai sondaggi, i veri sondaggi li faccio per la strada, quando le persone mi chiedono di andare avanti. La feccia, i figli di nessuno, e la sporca dozzina sono tra di noi».
E sulle alleanze che facciamo? «Io non ho fatto istanza di alleanza. Chi ha cominciato a erigere muri sono stati proprio i partiti del centrodestra. Io non ho mai detto che avrei eretto muri, cosa che invece hanno fatto i vari Lupi, Romeo, Zaia, Centinaio, i vari Marina Berlusconi, che non so a che titolo parli perché non ha ruoli politici, i vari Occhiuto. Evidentemente o hanno paura o vogliono mettere le mani avanti. Sono loro», ha aggiunto, «che vogliono evitare o che vogliono assolutamente impedire un’eventuale intesa che comunque avverrebbe solo se questa alleanza di centrodestra convenisse di non oltrepassare quelle linee rosse che ho stabilito».
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Il carcere La Dogaia di Prato (Ansa)
Ciò che ha spinto, fondamentalmente, il tribunale di sorveglianza a intervenire per le suddette condizioni degradanti è consistito nella constatazione dello stato di sovraffollamento. Il tribunale ha accertato che l’uomo è rimasto, secondo quanto riportava ieri QN, per 2.026 giorni nella cella insieme ad altri due detenuti vivendo in spazi troppo angusti e troppo ristretti. Inoltre, come prevede la legge, ha usufruito dello sconto di un giorno in carcere ogni dieci sempre per il medesimo affollamento. In più, riceverà 288 euro a titolo di risarcimento per gli altri 16 giorni di detenzione «degradante».
Non c’è dubbio che il sovraffollamento vada contro il dettato della Costituzione che prevede il carcere come un luogo dove si viva in condizioni di dignità umana e che non sia solo un luogo di pena ma anche di riabilitazione.
Detto questo, il povero pedofilo avrà lo sconto di pena perché la cella è piccola. E la cella dalla quale per anni ha tentato di uscire il minore - non specifichiamo sesso ed età per rispetto - vittima del pedofilo? Quella è stretta o è larga? Noi pensiamo che sia stata una cella strettissima, angusta, angosciante e che, certamente, uscire da quella cella non è stato e non sarà un cammino semplice. Quel minore che risarcimento ha avuto? Non lo sappiamo, ma temiamo nessuno, come l’esperienza ci dice e ci ha insegnato per molti anni. A confronto il pedofilo piglia circa 300 euro che, per carità, sono un nulla, ma si fa un bel po’ meno di carcere perché le condizioni della sua cella, evidentemente, hanno un peso maggiore di quello della cella nella quale ha dovuto convivere quella vittima, che oggi ha più di 20 anni, insieme ai suoi amici e alle sue amiche.
Ora, è ovvio che il problema del sovraffollamento è un problema serio, ma quando senti certe notizie un po’ ti incazzi perché troppe volte assistiamo a trattamenti, in qualche modo, di favore e di risarcimento verso i carnefici e molto meno verso le vittime.
Per non essere manchevoli nell’informazione che volgiamo dare ai nostri lettori, vogliamo riportare alcuni dati pubblicati, non molto tempo fa, da Il Sole 24 Ore. In Quasi l’80% degli istituti penitenziari si superano i limiti di capienza: in alcune strutture (come, ad esempio, Lucca o Milano San Vittore) si superano per il 200-260% i limiti di capienza. Questo, naturalmente, si traduce in celle inadeguate e in spazi vitali ridotti al minimo che violano espressamente i parametri stabiliti dalla Corte europea dei diritti dell’uomo provocando, ovviamente, problemi di disagio psichico e anche gesti estremi come il suicidio. Per non parlare poi del problema delle mamme detenute con bambini per i quali ci sono già delle strutture detentive appositamente studiate perché i bambini non debbano soffrire le conseguenze della pena per le malefatte della madre, ma non bastano, ce ne vogliono di più. La media nazionale del sovraffollamento supera il tasso del 138%.
Queste sono considerazioni che è d’obbligo fare e di cui si parla da troppo, ma si fa poco o niente.
Però il punto è un altro. Non può la considerazione delle condizioni «degradanti» del detenuto essere dirimente qualora quel detenuto non sia provato che, negli anni di detenzione, abbia compiuto un percorso tale che all’uscita del carcere non sia un soggetto ad alta pericolosità sociale. In particolare, nel caso dei pedofili, la malattia permane spesso nonostante il carcere e, quindi, all’uscita da esso, tendono a reiterare gli atti delinquenziali soprattutto su minorenni. Siamo sicuri che questo signore possiamo reimmetterlo nella società civile con la tranquillità di chi sa che si sta reimmettendo qualcuno che è «guarito»? Se quest’uomo è stato condannato vuol dire che quando ha compiuto quell’orrendo reato era capace di intendere e di volere: lo ha fatto deliberatamente sapendo quello che faceva e volontariamente potando a compimento il suo proposito criminale. Il carcere lo ha guarito? Uno potrebbe dire che in questo momento sto facendo un ragionamento contraddittorio ma, secondo me, contraddittorio non è. Perché se è sacrosanto il diritto di vivere in carceri «vivibili» è altrettanto sacrosanto - e ci permettiamo forse anche di più - nutrire il diritto da parte dei minorenni e, in generale di tutti, soprattutto le donne, di non aver paura di essere attaccati e distrutti psicologicamente da un pedofilo o da un maniaco sessuale.
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