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2021-05-26
L’Ong di Colombo vuol spedirci i (finti) eritrei
Getty Images
«Sei pronto a salvare una vita per 600 dollari?». «Lo vuoi comprare un giubbotto salvagente per una mamma e un bambino per 50 euro?». Con tanto di video promozionale, l'Ong italiana Resq, che come presidente onorario vanta il magistrato Gherardo Colombo, richiama alla memoria una tragedia vecchia di otto anni, quella del 3 ottobre 2013, in cui 360 eritrei persero la vita davanti alle coste di Lampedusa, per raccogliere 250.000 euro entro il 30 giugno e unirsi alla flotta delle Ong in mare. Le bare, le lacrime, i barconi stracolmi, nel video in inglese c'è tutto, persino un'allegra musica eritrea di sottofondo forse per aiutare ad affrontare il viaggio verso la Libia e l'Europa con una certa serenità. «Molti eritrei si stanno preparando ad andare verso la Libia perché da maggio ad agosto è il momento migliore», spiega una carrellata di attivisti stranieri come se lasciare il proprio Paese sia un'urgenza naturale alla stregua di quella degli uccelli migratori. «Quest'anno ci aspettiamo che saranno molti di più quelli che decideranno di intraprendere questo viaggio pericoloso». Un'operazione di marketing a dir poco curiosa però, perché basta dare un'occhiata ai numeri per accorgersi che da un paio d'anni gli eritrei hanno smesso, o quasi, di migrare. Da gennaio 2021 infatti gli arrivi in Italia sono solo 800, poca cosa a confronto dei 16.000 del 2015 e di medie annuali che ai tempi del naufragio di Lampedusa viaggiavano oltre i 10.000. Un calo progressivo iniziato nel 2018, quando l'Eritrea e l'Etiopia firmano un accordo di pace che pone fine a un clima da guerra fredda che andava avanti da 18 anni. Con la salita al potere del nuovo premier etiope, Abiy Ahmed, infatti, finalmente l'Etiopia riconosce all'Eritrea i confini stabiliti dalle Nazioni Unite nel 2002 e dà il via a un nuovo corso. Nonostante fossero già state ritenute del tutto infondate dallo stesso monitoring group del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il segretario Onu Antonio Guterres decide di revocare le sanzioni contro l'Eritrea. «Erano motivate da una serie di fattori che ora non esistono più», spiegherà, senza però specificare che chi doveva porre rimedio a un comportamento scorretto non era l'Eritrea, ma l'Etiopia.
Forse Resq non sa che il Paese è ormai avviato verso un percorso di ricostruzione e ignora che il tam tam mediatico, se sicuramente aiuta il fund raising, al momento a quota 20.000 euro, un boost lo può dare anche ai flussi.
Nel video nulla è casuale. Non si parla di «migranti» ma di «rifugiati». Una giovane attrice americana racconta con tono fermo che «nel 2020 ne sono morti 1.000». L'intero fenomeno migratorio viene ricondotto allo status degli eritrei, i rifugiati per eccellenza, in conseguenza di quelle annose sanzioni inflitte al proprio Paese. L'associazione tra l'arrivo di una nuova nave e la tragedia del 2013 suggerisce che l'aumento delle navi di soccorso riduca le morti in mare, quando basta leggere i dati per rendersi conto di come la presenza delle navi di soccorso ha aumentato il numero dei morti e l'utilizzo dei pericolosissimi gommoni. Non è un caso che gli anni di Mare Nostrum e Triton II, che hanno visto un dispiego enorme di mezzi di soccorso, sono stati anche quelli con più morti. Quando chiedo informazioni a Resq, come mai una campagna di raccolta fondi punti proprio agli eritrei, Lia Manzella, vicepresidente di Resq mi spiega che l'iniziativa è nata dall'esterno, nello specifico da Alganesh Fessaha, della Ong Ghandi Charity, che da anni lavora con gli eritrei nei campi profughi dell'Etiopia e figura tra i partner di Resq. La dottoressa Alganesh, anche detta «Angelo dei profughi», fa parte di quella cosiddetta opposizione eritrea che insieme a don Mussie Zerai, alias «don Barcone», da anni è particolarmente attiva per facilitare il percorso di fuoriuscita dei giovani eritrei dal loro Paese, anche se questo può significare rimanere bloccati in un campo profughi in Etiopia (al momento sarebbero almeno 100.000). In una serie di incontri pubblici è lei stessa a spiegare come la sua organizzazione fornisca ai giovani eritrei imprigionati nel Nord Africa un biglietto aereo per portarli nei campi profughi dell'Etiopia. «Poi da lì possono sempre fuggire in Sudan anche per tentare l'altro percorso per andare in Libia», spiegava all'Human dignity award di Bergen. Ma l'iniziativa di Resq per far salpare quella che viene presentata come la «nave eritrea» può contare anche sull'aiuto mediatico di altre figure chiave dell'attivismo anti eritreo, come Vanessa Tsehaye, che da Londra lavora con la sezione Corno d'Africa di Amnesty international ed è velocissima nel ritwittare i post della «nave eritrea». Proprio Amnesty, negli ultimi mesi, è stata particolarmente attiva nel muovere denunce, spesso affrettate e sulla base di scarse evidenze, contro il ruolo dell'Eritrea nel recente conflitto in Tigray, regione nel Nord dell'Etiopia. Perché puntare su un revival della narrativa anti eritrea proprio in questo momento? Resq di preciso non lo sa. Di sicuro il clima generato dal conflitto di questi mesi tra il Tplf, il partito del Tigray alla guida dell'Etiopia fino al 2018, e il governo federale, aiuta. Il nuovo asse tra il premier Abiy Ahmed e il presidente dell'Eritrea, da tempo impegnati nella stabilizzazione dell'intera area, ha visto un'enorme mobilitazione mediatica da parte degli attivisti antieritrei, attivisti che oggi guarda caso sono diventati anche antietiopi. E che non sono di certo scevri di interessi politici, spesso vicini alle istanze del Tplf, che vanta da sempre ottime introduzioni nella comunità internazionale. Il terreno dunque è sicuramente fertile per il fundraising e per attingere a nuovi potenziali flussi dal Corno d'Africa. Ma a che prezzo?
Il prof della Luiss rispolvera il mito: «Gli immigrati pagano le pensioni»
Non c'è alcun problema immigrazione in Italia, anzi. Gli immigrati ci servono e ne serviranno sempre di più nei prossimi anni, quindi «vanno importati» a «prescindere» dalle decisioni politiche dei governi per «interessi economici». La tesi - ammessa con un candore che lascia di sale - è di Christopher Hein, cattedratico di diritto e politiche di immigrazione e asilo alla Luiss che lunedì sera, ospite di Nicola Porro a Quarta Repubblica, si è fatto portavoce senza filtri del verbo immigrazionista.
Tutto è avvenuto nella seconda e ultima parte della trasmissione, quando Hein ha fatto ampio sfoggio della ostilità alle frontiere. Tanto per cominciare, bocciando in pieno il blocco navale - liquidato come «atto di guerra» -, e poi spiegando che c'è una grave «malattia» di cui dovremmo liberarci, ossia quella di aver reso e «impossibile» la vita ai cittadini africani interessati ad arrivare in Europa.
In altre parole, secondo l'esperto i migranti dovrebbero arrivare direttamente con gli aerei; anche perché, ha precisato, non c'è «nessuna invasione» in corso. Anche per questo Hein ha punzecchiato la scarsa attenzione che ultimamente l'Europa ha riservato al tema migratorio; forse perché c'è stata la pandemia, gli si sarebbe potuto far notare, ma pazienza. Il momento più surreale si è però toccato dopo che il filosofo Stefano Zecchi ha sottolineato che dietro l'immigrazione c'è un giro d'affari «più colossale di quello della droga, che la politica non è in grado di sconfiggere».
A quel punto è intervenuto Porro chiedendo al docente della Luiss se secondo lui i flussi migratori sono destinati a continuare «per interessi economici, indipendentemente dalle scelte politiche dei governi». La domanda del conduttore, giunta poco dopo che Zecchi alludeva agli sfruttamenti economici collegati all'immigrazione, poteva suggerire risposte prudenti. Invece Hein è stato lapidario. «Certamente», ha infatti ammesso, «c'è un interesse economico demografico legato alla sostenibilità dei sistemi di previdenza».
«Quindi gli immigrati li dovremmo importare?», ha quel punto incalzato con una domanda schietta e provocatoria Porro. Hein: «In un certo senso, sì». Per un istante nello studio di Quarta Repubblica è calato un imbarazzato silenzio. Ed è cosa comprensibile, di fronte a un'ammissione così abnorme, che ribalta completamente la tesi secondo cui dovremmo accogliere i migranti in quanto richiedenti asilo. Quello che Hein, sia pure attraverso un eloquio incerto, ha riconosciuto, è infatti che se non arrivassero gli immigrati dovremmo quasi andarceli a prendere.
Certo, all'esperto di politiche migratorie si sarebbe potuto far notare che un simile pensiero ha un sapore sinistro, vagamente schiavista. Ma meglio che non lo si sia fatto: visto il suo sconvolgente andazzo, Hein magari avrebbe ammesso pure quello. Mentre basta e avanza ciò che ha dichiarato, confermando tutte le perplessità possibili su una certa visione immigrazionista in ordine al futuro che ci attende.
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Resq, associazione che ha l'ex magistrato come presidente onorario ed è vicina a «don Barcone», fa un video spot per raccogliere 250.000 euro e aggregarsi ai tassisti del mare. L'obiettivo è approfittare di dispute politiche nella zona per incoraggiare le partenze.A «Quarta Repubblica», delirio di Christopher Hein: «Vanno importati, scortiamoli con gli aerei».Lo speciale contiene due articoli.«Sei pronto a salvare una vita per 600 dollari?». «Lo vuoi comprare un giubbotto salvagente per una mamma e un bambino per 50 euro?». Con tanto di video promozionale, l'Ong italiana Resq, che come presidente onorario vanta il magistrato Gherardo Colombo, richiama alla memoria una tragedia vecchia di otto anni, quella del 3 ottobre 2013, in cui 360 eritrei persero la vita davanti alle coste di Lampedusa, per raccogliere 250.000 euro entro il 30 giugno e unirsi alla flotta delle Ong in mare. Le bare, le lacrime, i barconi stracolmi, nel video in inglese c'è tutto, persino un'allegra musica eritrea di sottofondo forse per aiutare ad affrontare il viaggio verso la Libia e l'Europa con una certa serenità. «Molti eritrei si stanno preparando ad andare verso la Libia perché da maggio ad agosto è il momento migliore», spiega una carrellata di attivisti stranieri come se lasciare il proprio Paese sia un'urgenza naturale alla stregua di quella degli uccelli migratori. «Quest'anno ci aspettiamo che saranno molti di più quelli che decideranno di intraprendere questo viaggio pericoloso». Un'operazione di marketing a dir poco curiosa però, perché basta dare un'occhiata ai numeri per accorgersi che da un paio d'anni gli eritrei hanno smesso, o quasi, di migrare. Da gennaio 2021 infatti gli arrivi in Italia sono solo 800, poca cosa a confronto dei 16.000 del 2015 e di medie annuali che ai tempi del naufragio di Lampedusa viaggiavano oltre i 10.000. Un calo progressivo iniziato nel 2018, quando l'Eritrea e l'Etiopia firmano un accordo di pace che pone fine a un clima da guerra fredda che andava avanti da 18 anni. Con la salita al potere del nuovo premier etiope, Abiy Ahmed, infatti, finalmente l'Etiopia riconosce all'Eritrea i confini stabiliti dalle Nazioni Unite nel 2002 e dà il via a un nuovo corso. Nonostante fossero già state ritenute del tutto infondate dallo stesso monitoring group del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il segretario Onu Antonio Guterres decide di revocare le sanzioni contro l'Eritrea. «Erano motivate da una serie di fattori che ora non esistono più», spiegherà, senza però specificare che chi doveva porre rimedio a un comportamento scorretto non era l'Eritrea, ma l'Etiopia. Forse Resq non sa che il Paese è ormai avviato verso un percorso di ricostruzione e ignora che il tam tam mediatico, se sicuramente aiuta il fund raising, al momento a quota 20.000 euro, un boost lo può dare anche ai flussi. Nel video nulla è casuale. Non si parla di «migranti» ma di «rifugiati». Una giovane attrice americana racconta con tono fermo che «nel 2020 ne sono morti 1.000». L'intero fenomeno migratorio viene ricondotto allo status degli eritrei, i rifugiati per eccellenza, in conseguenza di quelle annose sanzioni inflitte al proprio Paese. L'associazione tra l'arrivo di una nuova nave e la tragedia del 2013 suggerisce che l'aumento delle navi di soccorso riduca le morti in mare, quando basta leggere i dati per rendersi conto di come la presenza delle navi di soccorso ha aumentato il numero dei morti e l'utilizzo dei pericolosissimi gommoni. Non è un caso che gli anni di Mare Nostrum e Triton II, che hanno visto un dispiego enorme di mezzi di soccorso, sono stati anche quelli con più morti. Quando chiedo informazioni a Resq, come mai una campagna di raccolta fondi punti proprio agli eritrei, Lia Manzella, vicepresidente di Resq mi spiega che l'iniziativa è nata dall'esterno, nello specifico da Alganesh Fessaha, della Ong Ghandi Charity, che da anni lavora con gli eritrei nei campi profughi dell'Etiopia e figura tra i partner di Resq. La dottoressa Alganesh, anche detta «Angelo dei profughi», fa parte di quella cosiddetta opposizione eritrea che insieme a don Mussie Zerai, alias «don Barcone», da anni è particolarmente attiva per facilitare il percorso di fuoriuscita dei giovani eritrei dal loro Paese, anche se questo può significare rimanere bloccati in un campo profughi in Etiopia (al momento sarebbero almeno 100.000). In una serie di incontri pubblici è lei stessa a spiegare come la sua organizzazione fornisca ai giovani eritrei imprigionati nel Nord Africa un biglietto aereo per portarli nei campi profughi dell'Etiopia. «Poi da lì possono sempre fuggire in Sudan anche per tentare l'altro percorso per andare in Libia», spiegava all'Human dignity award di Bergen. Ma l'iniziativa di Resq per far salpare quella che viene presentata come la «nave eritrea» può contare anche sull'aiuto mediatico di altre figure chiave dell'attivismo anti eritreo, come Vanessa Tsehaye, che da Londra lavora con la sezione Corno d'Africa di Amnesty international ed è velocissima nel ritwittare i post della «nave eritrea». Proprio Amnesty, negli ultimi mesi, è stata particolarmente attiva nel muovere denunce, spesso affrettate e sulla base di scarse evidenze, contro il ruolo dell'Eritrea nel recente conflitto in Tigray, regione nel Nord dell'Etiopia. Perché puntare su un revival della narrativa anti eritrea proprio in questo momento? Resq di preciso non lo sa. Di sicuro il clima generato dal conflitto di questi mesi tra il Tplf, il partito del Tigray alla guida dell'Etiopia fino al 2018, e il governo federale, aiuta. Il nuovo asse tra il premier Abiy Ahmed e il presidente dell'Eritrea, da tempo impegnati nella stabilizzazione dell'intera area, ha visto un'enorme mobilitazione mediatica da parte degli attivisti antieritrei, attivisti che oggi guarda caso sono diventati anche antietiopi. E che non sono di certo scevri di interessi politici, spesso vicini alle istanze del Tplf, che vanta da sempre ottime introduzioni nella comunità internazionale. Il terreno dunque è sicuramente fertile per il fundraising e per attingere a nuovi potenziali flussi dal Corno d'Africa. Ma a che prezzo?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ong-colombo-finti-eritrei-2653106844.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-prof-della-luiss-rispolvera-il-mito-gli-immigrati-pagano-le-pensioni" data-post-id="2653106844" data-published-at="1621975786" data-use-pagination="False"> Il prof della Luiss rispolvera il mito: «Gli immigrati pagano le pensioni» Non c'è alcun problema immigrazione in Italia, anzi. Gli immigrati ci servono e ne serviranno sempre di più nei prossimi anni, quindi «vanno importati» a «prescindere» dalle decisioni politiche dei governi per «interessi economici». La tesi - ammessa con un candore che lascia di sale - è di Christopher Hein, cattedratico di diritto e politiche di immigrazione e asilo alla Luiss che lunedì sera, ospite di Nicola Porro a Quarta Repubblica, si è fatto portavoce senza filtri del verbo immigrazionista. Tutto è avvenuto nella seconda e ultima parte della trasmissione, quando Hein ha fatto ampio sfoggio della ostilità alle frontiere. Tanto per cominciare, bocciando in pieno il blocco navale - liquidato come «atto di guerra» -, e poi spiegando che c'è una grave «malattia» di cui dovremmo liberarci, ossia quella di aver reso e «impossibile» la vita ai cittadini africani interessati ad arrivare in Europa. In altre parole, secondo l'esperto i migranti dovrebbero arrivare direttamente con gli aerei; anche perché, ha precisato, non c'è «nessuna invasione» in corso. Anche per questo Hein ha punzecchiato la scarsa attenzione che ultimamente l'Europa ha riservato al tema migratorio; forse perché c'è stata la pandemia, gli si sarebbe potuto far notare, ma pazienza. Il momento più surreale si è però toccato dopo che il filosofo Stefano Zecchi ha sottolineato che dietro l'immigrazione c'è un giro d'affari «più colossale di quello della droga, che la politica non è in grado di sconfiggere». A quel punto è intervenuto Porro chiedendo al docente della Luiss se secondo lui i flussi migratori sono destinati a continuare «per interessi economici, indipendentemente dalle scelte politiche dei governi». La domanda del conduttore, giunta poco dopo che Zecchi alludeva agli sfruttamenti economici collegati all'immigrazione, poteva suggerire risposte prudenti. Invece Hein è stato lapidario. «Certamente», ha infatti ammesso, «c'è un interesse economico demografico legato alla sostenibilità dei sistemi di previdenza». «Quindi gli immigrati li dovremmo importare?», ha quel punto incalzato con una domanda schietta e provocatoria Porro. Hein: «In un certo senso, sì». Per un istante nello studio di Quarta Repubblica è calato un imbarazzato silenzio. Ed è cosa comprensibile, di fronte a un'ammissione così abnorme, che ribalta completamente la tesi secondo cui dovremmo accogliere i migranti in quanto richiedenti asilo. Quello che Hein, sia pure attraverso un eloquio incerto, ha riconosciuto, è infatti che se non arrivassero gli immigrati dovremmo quasi andarceli a prendere. Certo, all'esperto di politiche migratorie si sarebbe potuto far notare che un simile pensiero ha un sapore sinistro, vagamente schiavista. Ma meglio che non lo si sia fatto: visto il suo sconvolgente andazzo, Hein magari avrebbe ammesso pure quello. Mentre basta e avanza ciò che ha dichiarato, confermando tutte le perplessità possibili su una certa visione immigrazionista in ordine al futuro che ci attende.
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La riaffermazione di tale principio si accompagna, tuttavia, nella stessa sentenza n. 204/2025, alla declaratoria di illegittimità costituzionale dell’articolo 7 della legge regionale oggetto di ricorso, che, apparentemente in linea con il suddetto principio, impegnava le aziende sanitarie locali a fornire all’aspirante suicida «il supporto tecnico e farmacologico nonché l’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato».
L’incostituzionalità di tale disposizione - afferma la Corte - è dovuta al fatto che essa «invade la riserva allo Stato della fissazione dei principi fondamentali in materia di tutela della salute», dal momento che non si limita a semplici «norme di dettaglio» attuative dei suddetti principi, ma avrebbe dato luogo a «una illegittima determinazione degli stessi da parte della legislazione regionale». Giova, in proposito, ricordare che la tutela della salute è, appunto, una delle materie in cui, ai sensi dell’articolo 117, comma III, della Costituzione, la potestà legislativa spetta alle Regioni, «salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservati alla legislazione dello Stato».
Il ragionamento della Corte non farebbe una grinza se non fosse per il fatto che, nella sentenza n. 204/2025, la stessa Corte ha cura di precisare che la ritenuta incostituzionalità dell’articolo 7 della legge regionale toscana «lascia intatto il diritto», riconosciuto all’aspirante suicida dalla sentenza n. 132/ 2025, «di ottenere dalle aziende del Servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura». Ciò in forza della «portata autoapplicativa» da riconoscersi - afferma sempre la Corte - alla suddetta sentenza. Ma una sentenza della Corte Costituzionale che abbia «portata autoapplicativa» e nella quale vengano - come nel caso di specie - dettati principi del tutto analoghi a quelli che potrebbero essere stabiliti con legge dello Stato, dovrebbe, con ogni evidenza, essere considerata idonea ad assolvere alla stessa funzione che l’articolo 117, comma III, della Costituzione assegna alla legge statale per la determinazione dei principi fondamentali ai quali dovrebbe poi attenersi la legislazione regionale. L’articolo 7 della legge regionale toscana, quindi, siccome del tutto aderente a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza in questione, non sarebbe stato da dichiarare incostituzionale.
La declaratoria di incostituzionalità si rivela, però, paradossalmente, corretta proprio considerando che, in realtà, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte, al principio affermato nella sentenza n. 132/2025 e confermato in quella n. 204/2025 non sembra affatto che possa attribuirsi carattere vincolante e meno che mai, quindi, «portata autoapplicativa». Si tratta, infatti, di un principio che non è in alcun modo conseguenziale alla già ricordata sentenza della stessa Corte n. 242/2019, essendosi questa limitata a rendere non punibile, a determinate condizioni, mediante declaratoria di parziale incostituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, la condotta di chi presti aiuto al suicidio, senza con ciò attribuire all’aspirante suicida alcun diritto a ottenere quell’aiuto da parte di chicchessia, ivi compreso il Servizio sanitario nazionale. A quest’ultimo, infatti, la Corte affida il solo compito di accertare che le suddette condizioni siano effettivamente sussistenti e che le modalità stabilite dall’interessato e dal medico di sua fiducia per l’esecuzione del suicidio non siano tali da offendere la dignità della persona e cagionarle sofferenze.
Lo stesso principio, inoltre, non può neppure dirsi funzionale alla decisione a suo tempo assunta con la sentenza n. 132/2025, in cui esso è enunciato, dal momento che tale sentenza, a sostegno della ritenuta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 579 del codice penale, che punisce l’omicidio del consenziente, fece essenzialmente leva sul fatto che, contrariamente a quanto affermato dai ricorrenti, non poteva dirsi accertata, in linea di fatto, l’assoluta irreperibilità, sul mercato, di strumenti che consentissero all’aspirante suicida, nonostante la sua condizione di paraplegico, l’autonoma assunzione del farmaco mortale. L’affermazione che del reperimento di quegli strumenti dovesse farsi carico, se necessario, il Servizio sanitario nazionale, rispondendo ciò a un diritto dell’interessato, aveva carattere meramente incidentale (c.d. «obiter dictum»); il che, secondo quanto pacificamente ritenuto dalla dottrina giuridica, esclude in radice che ad essa possa attribuirsi carattere vincolante tanto nei confronti del Servizio sanitario nazionale quanto in quelli del legislatore ordinario.
Non può in alcun modo condividersi, quindi, l’opinione di chi - come il senatore del Pd Alfredo Bazoli, secondo quanto riferito sulla Verità del 31 dicembre scorso nell’articolo a firma di Carlo Tarallo - sostiene che il legislatore ordinario, nel dettare la disciplina generale in materia di fine vita, non potrebbe «in alcun modo derogare» al principio in questione giacché quello in esso affermato sarebbe «un diritto pienamente riconosciuto e dunque pienamente eseguibile». Deve invece ritenersi, al contrario, che il legislatore ordinario sia perfettamente libero di seguire o non seguire l’indicazione della Corte Costituzionale circa il ruolo da attribuirsi al Servizio sanitario nazionale, senza che, nella seconda di tali ipotesi, la sua scelta possa cadere, alla prima occasione, sotto la mannaia della stessa Corte; ciò sempre che, naturalmente, quest’ultima resista alla ricorrente tentazione di esorbitare dai limiti delle proprie funzioni; sul che, ovviamente, dati i numerosi precedenti, nessuno può azzardarsi a mettere la mano sul fuoco.
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«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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Tim Walz (Getty Images)
Secondo tre esponenti del partito a conoscenza delle sue valutazioni, Klobuchar starebbe seriamente considerando una candidatura. La senatrice ha incontrato Walz domenica, hanno confermato fonti istituzionali. «Dopo aver riflettuto a lungo con la mia famiglia e con il mio team durante le festività, sono arrivato alla conclusione di non poter garantire l’impegno totale che una campagna elettorale richiede», ha spiegato Walz in una dichiarazione. «Ogni minuto speso a difendere la mia posizione politica sarebbe un minuto sottratto alla difesa dei cittadini del Minnesota dai criminali che sfruttano la nostra generosità e da chi specula cinicamente sulle nostre divisioni. Per questo ho scelto di fare un passo indietro e di concentrarmi esclusivamente sul lavoro di governo».
Come scrive il Wall Street Journal l’inchiesta sulle frodi, ancora in piena evoluzione e di dimensioni crescenti, ha rappresentato una distrazione costante per Walz e per l’intero Partito democratico del Minnesota, in una fase in cui i dem faticano a ritrovare una leadership nazionale e un peso reale a Washington. Lo scandalo è diventato rapidamente anche uno strumento di attacco per i repubblicani, che lo hanno utilizzato per dipingere il Minnesota e il suo governatore come l’emblema nazionale dello spreco di denaro pubblico e della cattiva amministrazione democratica. Dall’amministrazione Trump sono arrivate critiche quasi quotidiane, accompagnate dalla diffusione sistematica di video e contenuti ostili. Per il presidente Trump, Walz è entrato a pieno titolo nel suo personale «tour di rivincite politiche». Durante i 91 giorni trascorsi sulla scena nazionale come candidato alla vicepresidenza, il governatore aveva assunto il ruolo tradizionale di «cane da guardia», attaccando duramente gli avversari repubblicani e continuando a colpire Trump anche dopo la fine della campagna. Intanto, in Minnesota il clima si è fatto sempre più teso. Sdegno e imbarazzo si sono diffusi ben oltre i confini dello Stato. Influencer conservatori hanno raggiunto il territorio per realizzare video sul caso e mercoledì è prevista un’audizione al Congresso dedicata allo scandalo.
Il passo indietro di Walz innesca ora una corsa interna tra i democratici per individuare un nuovo candidato alla guida di uno Stato che tende storicamente a sinistra, ma che presenta una legislatura quasi perfettamente divisa tra i due schieramenti. Tra i possibili contendenti figurano il segretario di Stato Steve Simon e il procuratore generale Keith Ellison. Tuttavia, Klobuchar resta la figura con il profilo più solido: il maggiore consenso personale, una macchina organizzativa collaudata e una rete politica capillare. Sul fronte opposto, nonostante i repubblicani non conquistino una carica statale in Minnesota dal 2006, circa una dozzina di candidati si preparano alle primarie di agosto per contendersi l’accesso alle elezioni generali di novembre. Tra loro figurano il presidente della Camera statale Lisa Demuth, l’amministratore delegato di MyPillow Mike Lindell, l’imprenditore Kendall Qualls, l’avvocato di Minneapolis Chris Madel e l’ex candidato del 2022 Scott Jensen. Il Partito Repubblicano dispone di un ampio arsenale politico grazie agli sviluppi giudiziari: circa 60 persone sono già state condannate e oltre 90 incriminate in quello che viene descritto come il più grande schema di corruzione dell’era Covid negli Stati Uniti.
La maggior parte degli imputati è di origine somala. Le indagini, coordinate dall’ufficio del procuratore federale del Minnesota, rientrano in un più ampio sforzo del Dipartimento di Giustizia per smascherare i furti ai danni dei programmi di assistenza pubblica. Anche se alcune irregolarità risalgano a periodi precedenti al mandato di Walz, le frodi più estese emerse finora riguardano l’organizzazione no-profit Feeding Our Future, accusata di aver sfruttato un programma federale di nutrizione infantile. I primi 47 imputati sono stati incriminati nel 2022, verso la fine del primo mandato di Walz e durante la presidenza di Joe Biden. Secondo i procuratori, parte dei fondi sarebbe stata utilizzata per acquistare auto di lusso, immobili, gioielli e viaggi internazionali. L’ammontare complessivo delle somme sottratte attraverso frodi legate a pasti, alloggi, Medicaid e altri servizi resta oggetto di stime divergenti. Il Minnesota Star Tribune ha documentato, sulla base degli atti giudiziari, oltre 200 milioni di dollari, mentre funzionari federali e lo stesso presidente hanno ipotizzato cifre che potrebbero raggiungere diversi miliardi.
Martedì, l’amministrazione Trump ha annunciato il congelamento dei fondi federali destinati all’assistenza all’infanzia in Minnesota, citando nuove accuse di frode che coinvolgerebbero asili nido e che sono state rilanciate da un video divenuto virale. Le principali testate locali hanno però contestato alcune delle affermazioni contenute nel filmato. Le pressioni su Walz non sono arrivate solo dai repubblicani. In uno Stato che ha sempre rivendicato standard elevati di buon governo, anche voci autorevoli del mondo dell’informazione hanno chiesto un passo indietro. David Nimmer, giornalista di lungo corso e dirigente editoriale in pensione, ha invocato le dimissioni del governatore in una lettera pubblicata dallo Star Tribune. «Governatore, il tempo è scaduto: è il momento di farsi da parte. La burocrazia della sua amministrazione ha fallito in modo grave», ha scritto. «Che si parli di milioni o di miliardi, la frode al welfare resta comunque uno scandalo».
Negli ultimi mesi, Walz ha tentato di reagire nominando un ex giudice con un passato nell’FBI e alla guida della principale agenzia anticrimine statale per rafforzare la prevenzione delle frodi. Ha inoltre chiuso un programma considerato vulnerabile e ordinato una revisione esterna della fatturazione Medicaid. «È un problema che mi riguarda direttamente. Ne sono responsabile», ha dichiarato ai giornalisti. «Ma soprattutto, sarò io a risolverlo». Sessantunenne, Walz ha progressivamente spostato la propria azione di governo su posizioni più progressiste, dopo essere stato eletto nel 2018 come figura moderata. La sua esperienza nella campagna presidenziale del 2024, come candidato vicepresidente accanto a Kamala Harris, ha però messo in luce anche una propensione a imprecisioni ed esagerazioni nel racconto del proprio percorso personale e professionale, elementi che hanno ulteriormente indebolito la sua credibilità politica.
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