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2021-02-17
Le Ong fanno quello che vogliono: 146 africani scaricati in Sicilia
Ansa
L'attracco bis del 2021 a Porto Empedocle della Ong Spagnola Open Arms, mentre l'attenzione è tutta puntata sul nuovo governo e sulla gestione dell'emergenza, si è consumato lunedì sera, quando la nave è approdata allo scalo siciliano, indicato dalle autorità italiane come porto sicuro, con i 146 passeggeri tirati a bordo nei giorni scorsi al largo della Libia (il 5 gennaio la nave spagnola ne aveva già portati sull'isola 265). Una quarantina erano su di una piccola imbarcazione di legno nella Sar maltese. L'operazione di soccorso è stata preceduta da un braccio di ferro tra l'Astral della Ong e le motovedette libiche, che, stando alla versione di Open Arms, avrebbero cercato di impedire il salvataggio. Il mezzo navale libico Fezzan P658, sostiene Open Arms, si sarebbe avvicinato ai Rhib (gommoni a scafo rigido), intimando di abbandonare quelle che loro consideravano «acque territoriali di Tripoli». Durante queste settimane la Ong (che è in mare dallo scorso 2 febbraio, salpata dal porto di Barcellona) ha più volte alzato la voce per le presunte pressioni esercitate dalla Guardia costiera Libica.
Un altro intervento, invece, ha riguardato l'affondamento di una barca al largo di Lampedusa, un naufragio che conta un morto e 22 dispersi. L'imbarcazione su cui viaggiavano si è rovesciata e spezzata a causa del mare molto agitato. Anche questa seconda operazione sarebbe avvenuta sotto il minaccioso controllo di un'imbarcazione libica, che si sarebbe tenuta a distanza solo dopo aver notato la presenza di telecamere a bordo della nave spagnola. I 106 fatti salire sulla Open Arms provengono principalmente dal Mali, dalla Costa d'Avorio e dalla Guinea, dalla Nigeria, dal Sudan, dal Camerun, dal Togo e dal Burkina Faso. Tra di loro ci sono due donne al quarto mese di gravidanza e 58 minorenni, tra cui anche un bimbo di tre mesi, e 50 adolescenti che viaggiavano non accompagnati.
Pur essendo già attraccati, però, i passeggeri non potranno scendere dalla nave. È stato stabilito che le operazioni di accertamento sanitario verranno eseguite a bordo (sono cominciate già nella serata di ieri dal personale della Croce rossa italiana, controllate per gli aspetti legati all'ordine pubblico, invece, dal personale della polizia di Stato). Per passare sulla nave quarantena Allegra bisognerà prima attendere che un centinaio di persone che hanno appena ultimato il periodo di sorveglianza sanitaria anti Covid scendano per essere spostate in strutture d'accoglienza della Toscana e dell'Emilia Romagna (un percorso che richiede comunque del tempo per organizzare i trasferimenti).
Inoltre, sempre ieri sera, con il traghetto di linea da Lampedusa sono giunti altri 100 migranti circa da far salire sulla Allegra per questioni sanitarie. Fatta eccezione per i minorenni, i passeggeri della Open Arms, sono destinati a essere ospitati nella struttura d'accoglienza di Casteltermini, provincia di Agrigento, centro diventato noto per le fughe di tunisini mandati lì per scontare il periodo di quarantena e ritrovati poi in giro per l'Italia. Rimarranno quindi in Sicilia.
L'equipaggio trascorrerà, invece, la quarantena in un punto di fonda, come comunicato dalle autorità competenti. La nave da soccorso lunedì sera era arrivata a ridosso di Lampedusa, ma lo sbarco non era stato autorizzato nonostante le condizioni meteo marine non fossero ottimali. Ieri, poi, è arrivato il via libera. La Ong sabato è stata la prima a esprimersi sul governo guidato da Mario Draghi: «Siamo convinti», ha dichiarato la portavoce Veronica Alfonsi, «che per riuscire finalmente a dare le risposte necessarie sui temi che ci riguardano e che ci stanno a cuore, servono governi che si assumano la responsabilità di scelte coraggiose. In Italia e in Europa». Con molta probabilità c'è di nuovo paura che la Lega possa far pesare la sua posizione politica sull'immigrazione, come ai tempi del governo gialloverde. La preoccupazione della Open Arms d'altra parte deriva anche dal braccio di ferro con Matteo Salvini che la Organizzazione non governativa porta avanti nel procedimento di Palermo per lo stop allo sbarco dell'agosto 2019, quando il leader del Carroccio (accusato di abuso di ufficio e sequestro di persona) era ministro dell'Interno. Ed è per questo, forse, che gli spagnoli hanno mandato subito un messaggio distensivo al capo del Viminale: «La riconferma della ministra Luciana Lamorgese», afferma Open Arms, «significa per noi proseguire un dialogo già iniziato».
Ieri per dare man forte a Open Arms è scesa in campo anche Emergency (il sodalizio tra le due organizzazioni non governative va avanti da tempo e sulle navi da soccorso della prima spesso c'è personale di Emergency), che ha ripreso a far politica a pieno ritmo: «Quanto avvenuto durante la Missione numero 80 testimonia, semmai ce ne fosse ancora bisogno, che i respingimenti per procura sono costanti e strutturati, coordinati e finanziati dai governi europei». Secondo Emergency e Open Arms, «in questi giorni si è assistito al recupero di centinaia di persone riportate in Libia contro la loro volontà da motovedette libiche finanziate con il denaro dei cittadini italiani e europei. Ribadiamo la necessità che l'Europa smetta di considerare la Libia un luogo sicuro, e inizi garantire il diritto al soccorso e alle cure come previsto dal diritto internazionale». Insomma, sull'immigrazione siamo alle solite, ma questa volta il tutto avviene nel silenzio generale.
Un condannato alla corte di De Luca
Un'interrogazione che potrebbe fare molto male al presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca riaccende lo scontro diretto tra lui e Severino Nappi, fino al 2015 assessore al Lavoro nella giunta di centrodestra guidata da Stefano Caldoro e oggi consigliere regionale della Lega. L'interrogazione presentata da Nappi, che è avvocato e profondo conoscitore della materia, visto che insegna diritto del lavoro all'università di Napoli, segnala infatti la grave anomalia dell'assunzione di un condannato a capo della segreteria dello stesso De Luca.
Forte della legge 39 del 2013 sulle incompatibilità degli incarichi nelle pubbliche amministrazioni, che vieta di assumere come dirigenti «chi abbia riportato condanne per reati contro la pubblica amministrazione, anche se non passate in giudicato», Nappi chiede come sia stato possibile che il 22 gennaio 2020 De Luca abbia «direttamente attribuito il trattamento economico proprio dei dirigenti, pari a 116.123,54 euro annui, al signor Nello Mastursi». Carmelo Mastursi, detto Nello, è uno dei fedelissimi di De Luca. Era vicesegretario del Pd campano che aveva strappato la vittoria alle regionali del maggio 2015, e il neoeletto presidente l'aveva premiato piazzandolo a capo della sua segreteria particolare. La vittoria, però, era stata presto azzoppata perché in estate la nomina di un manager, fatta da De Luca quando ancora era sindaco di Salerno, gli era costata una piccola condanna per abuso d'ufficio. La condanna sarebbe stata in seguito annullata in Cassazione, ma nell'estate 2015 la controversa Legge Severino decretava la sospensione del governatore dalla carica appena ottenuta. De Luca allora aveva fatto ricorso al tribunale civile di Napoli, e la corte gli aveva dato ragione: la sospensione era stata sospesa, e la Legge Severino era finita davanti alla Corte costituzionale. I guai, però, non erano terminati. Perché nel novembre 2015 Mastursi era stato costretto alle dimissioni da un'inchiesta aperta dalla Procura di Napoli su presunti maneggi riguardanti proprio la sentenza che aveva cancellato i problemi d'incompatibilità di De Luca. Con lui, tra gli indagati, era finito uno dei giudici della corte che aveva rimesso De Luca sul suo trono, cioè Anna Scognamiglio, e anche suo marito Guglielmo Manna che in quel periodo puntava a una nomina di peso nella sanità campana. Come spesso accade alla giustizia italiana, il processo di primo grado su quell'inchiesta è andato avanti in modo tortuoso: è ancora aperto per la giudice e suo marito, ma Mastursi è stato giudicato con rito abbreviato e nel marzo 2017 condannato a un anno e sei mesi di reclusione per il reato di tentata induzione indebita. Indifferente alla condanna, ai primi del dicembre 2020 De Luca ha rivoluto l'ex segretario particolare accanto a sé, e ha mostrato di non dare alcun peso alle polemiche che ne sono seguite. L'ha anche piazzato nello stesso ruolo di prima, quello in cui Mastursi aveva compiuto il presunto reato per il quale è stato condannato. Poi, a fine gennaio, ha stabilito il suo più che dignitoso compenso da dirigente, con effetto retroattivo. Nappi, che in regionale è ormai l'antagonista diretto del governatore, tanto da averlo denunciato per la promozione in Regione di quattro vigili urbani di Salerno (una denuncia sulla quale è in corso un'inchiesta per falso e truffa), e in cambio ha ottenuto il veto alla sua nomina ai vertici delle due commissioni antimafia e di controllo, non ha perso l'occasione per colpire De Luca: «È strano», dice alla Verità, «che la sua amministrazione, pur costando milioni, non si sia accorta del fatto che la nomina di un condannato è illegittima». L'impressione è che la vicenda di Nello Mastursi non finirà presto.
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Dopo aver recuperato clandestini in acque di competenza della Libia e di Malta, Open Arms li ha condotti a Porto Empedocle. Dopo la quarantena, finiranno in un centro dell'Agrigentino che è noto per le evasioniIl governatore del Pd ha voluto nella sua segreteria l'ex braccio destro Nello Mastursi Riconosciuto colpevole in una indagine sulle nomine, guadagnerà 116.000 euro all'annoLo speciale contiene due articoli L'attracco bis del 2021 a Porto Empedocle della Ong Spagnola Open Arms, mentre l'attenzione è tutta puntata sul nuovo governo e sulla gestione dell'emergenza, si è consumato lunedì sera, quando la nave è approdata allo scalo siciliano, indicato dalle autorità italiane come porto sicuro, con i 146 passeggeri tirati a bordo nei giorni scorsi al largo della Libia (il 5 gennaio la nave spagnola ne aveva già portati sull'isola 265). Una quarantina erano su di una piccola imbarcazione di legno nella Sar maltese. L'operazione di soccorso è stata preceduta da un braccio di ferro tra l'Astral della Ong e le motovedette libiche, che, stando alla versione di Open Arms, avrebbero cercato di impedire il salvataggio. Il mezzo navale libico Fezzan P658, sostiene Open Arms, si sarebbe avvicinato ai Rhib (gommoni a scafo rigido), intimando di abbandonare quelle che loro consideravano «acque territoriali di Tripoli». Durante queste settimane la Ong (che è in mare dallo scorso 2 febbraio, salpata dal porto di Barcellona) ha più volte alzato la voce per le presunte pressioni esercitate dalla Guardia costiera Libica. Un altro intervento, invece, ha riguardato l'affondamento di una barca al largo di Lampedusa, un naufragio che conta un morto e 22 dispersi. L'imbarcazione su cui viaggiavano si è rovesciata e spezzata a causa del mare molto agitato. Anche questa seconda operazione sarebbe avvenuta sotto il minaccioso controllo di un'imbarcazione libica, che si sarebbe tenuta a distanza solo dopo aver notato la presenza di telecamere a bordo della nave spagnola. I 106 fatti salire sulla Open Arms provengono principalmente dal Mali, dalla Costa d'Avorio e dalla Guinea, dalla Nigeria, dal Sudan, dal Camerun, dal Togo e dal Burkina Faso. Tra di loro ci sono due donne al quarto mese di gravidanza e 58 minorenni, tra cui anche un bimbo di tre mesi, e 50 adolescenti che viaggiavano non accompagnati. Pur essendo già attraccati, però, i passeggeri non potranno scendere dalla nave. È stato stabilito che le operazioni di accertamento sanitario verranno eseguite a bordo (sono cominciate già nella serata di ieri dal personale della Croce rossa italiana, controllate per gli aspetti legati all'ordine pubblico, invece, dal personale della polizia di Stato). Per passare sulla nave quarantena Allegra bisognerà prima attendere che un centinaio di persone che hanno appena ultimato il periodo di sorveglianza sanitaria anti Covid scendano per essere spostate in strutture d'accoglienza della Toscana e dell'Emilia Romagna (un percorso che richiede comunque del tempo per organizzare i trasferimenti). Inoltre, sempre ieri sera, con il traghetto di linea da Lampedusa sono giunti altri 100 migranti circa da far salire sulla Allegra per questioni sanitarie. Fatta eccezione per i minorenni, i passeggeri della Open Arms, sono destinati a essere ospitati nella struttura d'accoglienza di Casteltermini, provincia di Agrigento, centro diventato noto per le fughe di tunisini mandati lì per scontare il periodo di quarantena e ritrovati poi in giro per l'Italia. Rimarranno quindi in Sicilia. L'equipaggio trascorrerà, invece, la quarantena in un punto di fonda, come comunicato dalle autorità competenti. La nave da soccorso lunedì sera era arrivata a ridosso di Lampedusa, ma lo sbarco non era stato autorizzato nonostante le condizioni meteo marine non fossero ottimali. Ieri, poi, è arrivato il via libera. La Ong sabato è stata la prima a esprimersi sul governo guidato da Mario Draghi: «Siamo convinti», ha dichiarato la portavoce Veronica Alfonsi, «che per riuscire finalmente a dare le risposte necessarie sui temi che ci riguardano e che ci stanno a cuore, servono governi che si assumano la responsabilità di scelte coraggiose. In Italia e in Europa». Con molta probabilità c'è di nuovo paura che la Lega possa far pesare la sua posizione politica sull'immigrazione, come ai tempi del governo gialloverde. La preoccupazione della Open Arms d'altra parte deriva anche dal braccio di ferro con Matteo Salvini che la Organizzazione non governativa porta avanti nel procedimento di Palermo per lo stop allo sbarco dell'agosto 2019, quando il leader del Carroccio (accusato di abuso di ufficio e sequestro di persona) era ministro dell'Interno. Ed è per questo, forse, che gli spagnoli hanno mandato subito un messaggio distensivo al capo del Viminale: «La riconferma della ministra Luciana Lamorgese», afferma Open Arms, «significa per noi proseguire un dialogo già iniziato». Ieri per dare man forte a Open Arms è scesa in campo anche Emergency (il sodalizio tra le due organizzazioni non governative va avanti da tempo e sulle navi da soccorso della prima spesso c'è personale di Emergency), che ha ripreso a far politica a pieno ritmo: «Quanto avvenuto durante la Missione numero 80 testimonia, semmai ce ne fosse ancora bisogno, che i respingimenti per procura sono costanti e strutturati, coordinati e finanziati dai governi europei». Secondo Emergency e Open Arms, «in questi giorni si è assistito al recupero di centinaia di persone riportate in Libia contro la loro volontà da motovedette libiche finanziate con il denaro dei cittadini italiani e europei. Ribadiamo la necessità che l'Europa smetta di considerare la Libia un luogo sicuro, e inizi garantire il diritto al soccorso e alle cure come previsto dal diritto internazionale». Insomma, sull'immigrazione siamo alle solite, ma questa volta il tutto avviene nel silenzio generale.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/le-ong-fanno-quello-che-vogliono-146-africani-scaricati-in-sicilia-2650556448.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="un-condannato-alla-corte-di-de-luca" data-post-id="2650556448" data-published-at="1613502685" data-use-pagination="False"> Un condannato alla corte di De Luca Un'interrogazione che potrebbe fare molto male al presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca riaccende lo scontro diretto tra lui e Severino Nappi, fino al 2015 assessore al Lavoro nella giunta di centrodestra guidata da Stefano Caldoro e oggi consigliere regionale della Lega. L'interrogazione presentata da Nappi, che è avvocato e profondo conoscitore della materia, visto che insegna diritto del lavoro all'università di Napoli, segnala infatti la grave anomalia dell'assunzione di un condannato a capo della segreteria dello stesso De Luca. Forte della legge 39 del 2013 sulle incompatibilità degli incarichi nelle pubbliche amministrazioni, che vieta di assumere come dirigenti «chi abbia riportato condanne per reati contro la pubblica amministrazione, anche se non passate in giudicato», Nappi chiede come sia stato possibile che il 22 gennaio 2020 De Luca abbia «direttamente attribuito il trattamento economico proprio dei dirigenti, pari a 116.123,54 euro annui, al signor Nello Mastursi». Carmelo Mastursi, detto Nello, è uno dei fedelissimi di De Luca. Era vicesegretario del Pd campano che aveva strappato la vittoria alle regionali del maggio 2015, e il neoeletto presidente l'aveva premiato piazzandolo a capo della sua segreteria particolare. La vittoria, però, era stata presto azzoppata perché in estate la nomina di un manager, fatta da De Luca quando ancora era sindaco di Salerno, gli era costata una piccola condanna per abuso d'ufficio. La condanna sarebbe stata in seguito annullata in Cassazione, ma nell'estate 2015 la controversa Legge Severino decretava la sospensione del governatore dalla carica appena ottenuta. De Luca allora aveva fatto ricorso al tribunale civile di Napoli, e la corte gli aveva dato ragione: la sospensione era stata sospesa, e la Legge Severino era finita davanti alla Corte costituzionale. I guai, però, non erano terminati. Perché nel novembre 2015 Mastursi era stato costretto alle dimissioni da un'inchiesta aperta dalla Procura di Napoli su presunti maneggi riguardanti proprio la sentenza che aveva cancellato i problemi d'incompatibilità di De Luca. Con lui, tra gli indagati, era finito uno dei giudici della corte che aveva rimesso De Luca sul suo trono, cioè Anna Scognamiglio, e anche suo marito Guglielmo Manna che in quel periodo puntava a una nomina di peso nella sanità campana. Come spesso accade alla giustizia italiana, il processo di primo grado su quell'inchiesta è andato avanti in modo tortuoso: è ancora aperto per la giudice e suo marito, ma Mastursi è stato giudicato con rito abbreviato e nel marzo 2017 condannato a un anno e sei mesi di reclusione per il reato di tentata induzione indebita. Indifferente alla condanna, ai primi del dicembre 2020 De Luca ha rivoluto l'ex segretario particolare accanto a sé, e ha mostrato di non dare alcun peso alle polemiche che ne sono seguite. L'ha anche piazzato nello stesso ruolo di prima, quello in cui Mastursi aveva compiuto il presunto reato per il quale è stato condannato. Poi, a fine gennaio, ha stabilito il suo più che dignitoso compenso da dirigente, con effetto retroattivo. Nappi, che in regionale è ormai l'antagonista diretto del governatore, tanto da averlo denunciato per la promozione in Regione di quattro vigili urbani di Salerno (una denuncia sulla quale è in corso un'inchiesta per falso e truffa), e in cambio ha ottenuto il veto alla sua nomina ai vertici delle due commissioni antimafia e di controllo, non ha perso l'occasione per colpire De Luca: «È strano», dice alla Verità, «che la sua amministrazione, pur costando milioni, non si sia accorta del fatto che la nomina di un condannato è illegittima». L'impressione è che la vicenda di Nello Mastursi non finirà presto.
(IStock)
Così, mentre il reddito di cittadinanza usciva di scena con molti applausi, l’Italia scopriva di essere improvvisamente diventata un Paese più fragile, più claudicante, più psicologicamente provato. Non povero, attenzione: invalido. Civilmente invalido, per la precisione.
A sollevare il velo su questo prodigio statistico è l’ultimo rapporto dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre, che pone una domanda semplice: la cancellazione del reddito di cittadinanza ha aumentato il numero delle pensioni di invalidità civile?
La risposta ufficiale è un diplomatico «non si sa». Quella ufficiosa, invece, è un eloquente alzare di sopracciglia. I numeri, del resto, non gridano: strizzano l’occhio.
Al 31 dicembre 2024 le pensioni di invalidità erogate in Italia sono 4.313.351. Di queste, 899.344 sono prestazioni previdenziali, in calo netto (-14,5% tra il 2020 e il 2024). Le altre, 3.414.007, sono pensioni di invalidità civile, quelle non legate ai contributi ma allo stato di salute certificato. E qui la musica cambia: +7,4% nello stesso periodo, con una crescita concentrata soprattutto tra il 2022 e il 2024 (+6,2%).
Gli anni in cui, guarda caso, il reddito di cittadinanza veniva prima smontato, poi abolito. Coincidenze? Forse.
Ufficialmente le due misure non c’entrano nulla. Il reddito di cittadinanza doveva combattere la povertà e favorire l’inclusione lavorativa; la pensione di invalidità tutela chi ha limitazioni fisiche o psichiche riconosciute. Due mondi distinti, due universi morali separati. Eppure, abolito il primo, l’altro ha preso sempre più spazio. E così, in assenza di lavoro, politiche attive e servizi sociali efficienti, l’invalidità civile è diventata la soluzione.
Un salvagente da 501 euro al mese. Non una fortuna, certo. Ma meglio di niente. E soprattutto stabile, sicuro, indicizzato, non condizionato a corsi di formazione ancorchè farlocchi.
Il fenomeno non è distribuito in modo uniforme. Il Mezzogiorno, che ha tre quarti della popolazione del Nord, eroga 500.000 pensioni di invalidità civile in più. Una sproporzione che non può essere spiegata solo con il clima o con una misteriosa epidemia a sud del Garigliano. Tra il 2020 e il 2024 l’aumento più consistente si registra proprio nel Mezzogiorno: +8,4%, con un’accelerazione impressionante tra il 2022 e il 2024 (+7,2%). Nessun’altra area del Paese mostra incrementi simili. La popolazione meridionale è di 19,7 milioni di persone; quella del Nord di 26,3 milioni. Eppure gli invalidi civili sono di più al Sud. Scendendo nel dettaglio, il quadro diventa ancora più pittoresco. La Calabria guida la classifica: ogni cento abitanti poco più di tredici hanno problemi che impediscono di lavorare. Seguono Puglia (11,6), Umbria (11,3) unica eccezione a nord del Garigliano e Sardegna (10,7). In coda Piemonte, Lombardia e Veneto, inchiodate a un modesto 5,1%.A livello provinciale svetta Reggio Calabria: quasi 15 pensioni ogni 100 abitanti. Ora, qualcuno obietterà — giustamente — che invalidità non significa truffa. Ed è vero. Ma fingere che le truffe non esistano sarebbe altrettanto errato. Le cronache raccontano di frodi diffuse. L’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani ha quantificato in quasi 48 milioni di euro le frodi accertate dalla Guardia di Finanza tra il 2020 e l’agosto 2021. E qui arriva il capolavoro del sistema: chi decide e chi paga. Le pensioni di invalidità civile, infatti sono a carico dell’Inps. Ma a stabilire chi è invalido sono le commissioni mediche delle Asl cioè strutture regionali. Le Regioni concedono, l’Inps paga. E il conto, come sempre, finisce sulle spalle di tutti i contribuenti. È il welfare clientelare perfetto: consenso politico a livello locale, spesa scaricata altrove. Un meccanismo difficilissimo da scardinare.
Nel 2024 la spesa complessiva per le pensioni di invalidità ha toccato 34 miliardi. Di questi, 21 miliardi solo per le invalidità civili. Quasi la metà — il 46,6% — finisce nel Mezzogiorno. La Campania guida la classifica con 2,73 miliardi, seguita da Lombardia e Lazio. E mentre la Puglia segna un +14,1% di assegni in quattro anni, Basilicata e Calabria non restano indietro. Dimostrare una correlazione diretta tra fine del reddito di cittadinanza e boom delle invalidità è difficile, ammette onestamente la Cgia. Mancano i dati comparabili, il tema è delicato, ci sono di mezzo diritti fondamentali e condizioni sanitarie reali. Tutto vero. Ma il dubbio resta. E in certe zone del Paese diventa quasi una certezza sociologica.
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Emmanuel Macron (Ansa)
I contorni delle iniziative promosse dai diplomatici anglofrancesi, tuttavia, rimangono piuttosto vaghi.
La Francia, in particolare, sta lavorando a un piano per l’invio di circa 6.000 soldati in Ucraina una volta raggiunto un cessate il fuoco. Questo contingente avrebbe il compito di fungere da forza di «rassicurazione» e stabilizzazione, dispiegata lontano dalla linea del fronte e concentrata nelle retrovie, con funzioni di deterrenza simbolica, supporto logistico e assistenza alle forze ucraine. Parigi insiste sul fatto che non si tratterebbe di una missione di combattimento, ma di una presenza militare volta a dare credibilità alle garanzie di sicurezza occidentali nel dopoguerra.
Pochi giorni fa, peraltro, il Times aveva rivelato che anche il Regno Unito starebbe valutando il dispiegamento di circa 7.500 militari nell’ambito di una forza multinazionale a guida franco-britannica. E ieri, non a caso, Londra ha deciso di stanziare 200 milioni di sterline per preparare le proprie forze a un’eventuale missione. Tuttavia, al di là dei numeri sbandierati e dei fondi messi a bilancio, l’impressione diffusa è che questi «sforzi» anglofrancesi siano il classico specchietto per le allodole utile sul piano interno e propagandistico, ma difficilmente in grado di incidere davvero sugli equilibri strategici senza un coinvolgimento diretto e sostanziale degli Stati Uniti.
Proprio questa narrazione europea, peraltro, è bastata a far scattare la dura reazione di Mosca. Con toni volutamente caustici, Dmitrij Medvedev ha liquidato il progetto come l’ennesima prova che «i governanti idioti europei continuano a cercare la guerra in Europa». In un messaggio pubblicato su X, il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo ha ribadito che il Cremlino non accetterà «né truppe europee né della Nato in Ucraina», attaccando direttamente Emmanuel Macron per aver rilanciato l’idea di una forza multinazionale nonostante i ripetuti avvertimenti di Mosca. Il post si è chiuso con una minaccia esplicita - «bene, lasciateli venire: ecco cosa li aspetta» - accompagnata da un video del bombardamento su Kiev costato quattro morti e una ventina di feriti, nel quale è stato impiegato anche un missile ipersonico Oreshnik. Un messaggio che chiarisce come, dal punto di vista russo, qualsiasi presenza militare occidentale su suolo ucraino - foss’anche etichettata come missione di stabilizzazione - verrebbe trattata non come garanzia di pace, ma come atto ostile.
Lo stesso Volodymyr Zelensky, del resto, pare abbia capito che, in questa fase, ha poco senso avventurarsi in ipotesi poco futuribili, che non fanno altro che ostacolare le trattative di pace. Ieri, infatti, il presidente ucraino ha fatto sapere che «continuiamo a comunicare con la parte americana ogni giorno», in particolare tramite il segretario del Consiglio per la sicurezza e la difesa nazionale dell’Ucraina, Rustem Umerov. «Questo è il nostro compito strategico: il dialogo con l’America», ha affermato Zelensky, «deve essere al 100% costruttivo. L’Ucraina non è mai stata e non sarà un ostacolo alla diplomazia, e la nostra efficienza nel lavoro con i partner è sempre al più alto livello. E continuerà a esserlo».
Nel frattempo, Kiev sta tentando di consolidare il legame con Washington anche in vista della ricostruzione. In un’intervista a Bloomberg, Zelensky ha rilanciato l’ipotesi di un accordo di libero scambio con gli Stati Uniti, presentandolo come uno strumento capace non solo di accompagnare la ripresa postbellica, ma anche di offrire all’Ucraina una forma di sicurezza economica che possa rendere meno volatile il sostegno occidentale. L’obiettivo dichiarato è creare un regime a dazi zero che renda competitive le aree industriali devastate dal conflitto e che favorisca l’ingresso strutturale di capitali e imprese americane, riducendo la dipendenza di Kiev dagli aiuti straordinari.
Accanto a questa idea, in ogni caso, è allo studio un progetto di dimensioni ancora più vaste, anticipato dal Telegraph: un maxi accordo da circa 800 miliardi di dollari per la ricostruzione dell’Ucraina, distribuito su più anni e destinato a infrastrutture, energia e apparato industriale, con un coinvolgimento massiccio del settore privato americano. La firma dell’intesa potrebbe arrivare a Davos, a margine del Forum economico mondiale, in un incontro diretto tra Zelensky e Donald Trump. Nelle speranze dei diplomatici ucraini, questa mossa trasformerà sul lungo periodo la ricostruzione economica in una vera leva geopolitica, ancorando definitivamente Kiev agli Stati Uniti e all’intero Occidente.
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La protesta dei trattori a Milano contro il Mercosur (Ansa)
Un recente studio pubblicato sul sito del Parlamento europeo dal titolo «Un aggiornamento sugli effetti economici, di sostenibilità e regolamentari della parte commerciale dell’Accordo di partenariato Ue-Mercosur», fa sapere che «gli impatti economici per l’Ue-27 sono modesti. La simulazione prevede un aumento dello 0,1% del Pil e del benessere, insieme a una crescita marginale delle importazioni complessive (0,2%) e delle esportazioni (0,1%). I salari reali dei lavoratori qualificati e non qualificati aumentano leggermente (0,1%), con un effetto trascurabile sul rendimento del capitale. Tra gli Stati membri, i risultati variano. Belgio e Paesi Bassi registrano incrementi relativamente più elevati in termini di benessere e rendimenti del capitale rispetto ad altri paesi, probabilmente grazie alle loro economie fortemente orientate al commercio». Invece, si legge nell’analisi ufficiale dell’europarlamento, «Germania e Italia beneficiano di aumenti moderati dei flussi commerciali (le importazioni e le esportazioni crescono rispettivamente dello 0,3% e dello 0,2%), in linea con il loro ruolo di principali esportatori dell’Ue. Per economie più piccole come Portogallo e Slovenia, i guadagni sono trainati dalla specializzazione settoriale, in particolare nelle esportazioni, che aumentano rispettivamente dello 0,4% e dello 0,2%».
E qual è l’impatto sul Pil per i Paesi sudamericani? «Il Mercosur, considerato come blocco, sperimenta benefici economici relativamente maggiori rispetto all’Ue. La simulazione indica un aumento dello 0,3% del Pil e una crescita dello 0,2% del benessere (in percentuale del Pil). Tali guadagni sono principalmente trainati dall’espansione degli scambi, con importazioni ed esportazioni in aumento rispettivamente del 3,1% e del 3,6%. I lavoratori qualificati e non qualificati registrano aumenti dei salari reali pari rispettivamente allo 0,3% e allo 0,4%. Tra i singoli paesi, l’Argentina guida con un incremento del Prodotto interno lordo dello 0,4%. Il Brasile registra guadagni moderati in termini di Pil (0,3%) e commercio, mentre l’Uruguay beneficia di una crescita più elevata dei salari reali sia per i lavoratori qualificati (0,5%) sia per quelli non qualificati (0,6%). Il Paraguay, invece, sperimenta lievi diminuzioni del Pil (-0,1%) e del benessere (-0,2%».
Insomma, su un Pil della Ue che ammonta a 17.900 miliardi di euro (dati del 2024), il valore positivo dell’accordo col Mercosur vale 17,9 miliardi l’anno, appunto un più 0,1%. Ciò nonostante, Ursula von der Leyen ha promesso di rinforzare la dote di sussidi agli agricoltori, attraverso la Pac, a 293,7 miliardi per il bilancio 2028-2034. In sostanza sono circa 42 miliardi l’anno per il settennato del nuovo budget in favore delle aziende del primario europee. Anche un bambino della materna capirebbe che forse il gioco - ovvero l’accordo tra Unione Europea e Sudamerica - non vale la candela: per crescere di 17 miliardi di Pil l’anno si spendono 42 miliardi di soldi pubblici a conforto di chi sarà danneggiato dallo stesso accordo. È o non è un controsenso? Anche perché quei fondi Pac alla fine non servono per aiutare veramente gli agricoltori ma solo a compensare decisioni politiche sbagliate. Come accade con le politiche green: si impongono da Bruxelles divieti, aumenti di costi, nuove regole burocratiche e dopo si studiano ristori per chi viene colpito dal cambio di rotta.
Sul Mercosur il ministro Francesco Lollobrigida ha portato a casa più fondi Pac, una tutela maggiore per i prodotti agricoli Dop e Igp, ha ottenuto che la clausola di salvaguardia scatti dopo una variazione dei prezzi del 5% e non del 10%, nel senso che la Commissione Ue avvierà una indagine per tutelare produttori puniti da una concorrenza low cost se il prezzo importato è inferiore di oltre il 5% a parità di prodotto.
Il ministro dell’Agricoltura italiano ha pure incassato maggiori controlli doganali per evitare che – ad esempio – il riso uruguagio coltivato senza rispettare le norme green possa essere parificato a quello italiano, che invece è sottoposto a una marea di pratiche in nome dell’ambiente. Insomma, Lollobrigida, ha fatto il massimo con un dossier ereditato che è lì sul tavolo da oltre 20 anni. Il problema però, considerati appunto i numeri, è un altro: la Ue traccia linee irrealistiche, sigla alleanze, non calcola gli effetti negativi, tanto poi risolve tutto con sussidi o deroghe. Col risultato di sprecare soldi pubblici, aumentare i documenti da compilare per evitare multe e appesantire così le possibilità di crescita europea. Nel terzo trimestre 2025 la produttività dei lavoratori Ue è leggermente calata, mentre negli Usa è salita del 4,9%. I numeri, anche in questo caso, parlano chiaro su che fine stiamo facendo.
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Delcy Rodriguez (Ansa)
Tra l’altro, stando a quanto rivelato da Reuters, sono rientrate nelle acque territoriali almeno quattro petroliere fantasma, di cui due battenti bandiera panamense e una battente bandiera delle Isole Cook. Le navi erano salpate, cariche, dalle coste del Venezuela all’inizio del mese con i transponder disattivati.
E se Caracas non si trova nella posizione di rifiutare la collaborazione con gli Stati Uniti, dall’altra parte, i colossi petroliferi americani temporeggiano sul fronte degli investimenti. Durante la riunione alla Casa Bianca indetta da Trump per far sì che le aziende americane assumano un ruolo chiave nel petrolio venezuelano, diverse major hanno mostrato cautela sulla possibilità di investire miliardi di dollari nel Paese Sudamericano. Il più critico è stato il Ceo di ExxonMobil, Darren Woods, che ha sottolineato: «È impossibile investire lì» anche perché «i nostri beni sono stati sequestrati due volte». Per sbloccare la situazione, secondo Woods, dovrebbero essere «stabiliti» diversi «quadri giuridici e commerciali». Eni ha invece accolto l’invito di Trump: l’ad della società, Claudio Descalzi, presente all’incontro, ha annunciato che «Eni è pronta a investire in Venezuela» e a «lavorare con le compagnie americane». Ha poi ricordato: «Abbiamo oggi nel Paese circa 500 persone» e «possediamo circa 4 miliardi di barili di riserve». Dall’altra parte, il presidente americano ha cercato di fornire alcune rassicurazioni, spiegando che le compagnie tratterebbero «direttamente» con gli Stati Uniti. Ha poi rivelato che, siccome Washington è «aperta agli affari», «la Cina e la Russia» possono «comprare tutto il petrolio che vogliono». Trump ha anche firmato un ordine esecutivo per far sì che le entrate petrolifere venezuelane depositate nei conti del Tesoro americano siano salvaguardate da «sequestri o procedimenti giudiziari». Lo scopo sarebbe quello di «garantire la stabilità economica e politica in Venezuela».
Sul fronte delle relazioni bilaterali tra la Casa Bianca e il governo ad interim, il tycoon ha rivelato che «molto presto» vedrà «i rappresentanti» dell’esecutivo venezuelano, visto che ha «un rapporto molto buono con chi governa». Anche il presidente ad interim, Delcy Rodriguez, ha confermato di aver scelto la via diplomatica «per proteggere» il Paese. Ma ha anche detto che si tratta di «una strada» per «assicurare il ritorno del presidente Nicolás Maduro». Non stupisce quindi che Rodriguez si sia sentita telefonicamente con i presidenti della Colombia e del Brasile e con il primo ministro spagnolo per condividere i dettagli sulla «grave aggressione» condotta dagli Stati Uniti. Quel che è certo è che il leader dell’opposizione venezuelana, Maria Corina Machado, sarà ricevuta alla Casa Bianca «martedì o mercoledì».
E proprio un alleato di Machado è stato scarcerato: si tratta di Virgilio Laverde, coordinatore giovanile, nello Stato di Bolivar, di Vente Venezuela, ovvero la piattaforma guidata dal leader dell’opposizione. La stessa sorte non è ancora toccata a tanti altri prigionieri politici. E proprio per questo continuano le veglie e le preghiere delle famiglie dei detenuti di fronte alle prigioni, tra cui i centri dell’Helicoide e di El Rodeo a Caracas.
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