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2021-02-17
Le Ong fanno quello che vogliono: 146 africani scaricati in Sicilia
Ansa
L'attracco bis del 2021 a Porto Empedocle della Ong Spagnola Open Arms, mentre l'attenzione è tutta puntata sul nuovo governo e sulla gestione dell'emergenza, si è consumato lunedì sera, quando la nave è approdata allo scalo siciliano, indicato dalle autorità italiane come porto sicuro, con i 146 passeggeri tirati a bordo nei giorni scorsi al largo della Libia (il 5 gennaio la nave spagnola ne aveva già portati sull'isola 265). Una quarantina erano su di una piccola imbarcazione di legno nella Sar maltese. L'operazione di soccorso è stata preceduta da un braccio di ferro tra l'Astral della Ong e le motovedette libiche, che, stando alla versione di Open Arms, avrebbero cercato di impedire il salvataggio. Il mezzo navale libico Fezzan P658, sostiene Open Arms, si sarebbe avvicinato ai Rhib (gommoni a scafo rigido), intimando di abbandonare quelle che loro consideravano «acque territoriali di Tripoli». Durante queste settimane la Ong (che è in mare dallo scorso 2 febbraio, salpata dal porto di Barcellona) ha più volte alzato la voce per le presunte pressioni esercitate dalla Guardia costiera Libica.
Un altro intervento, invece, ha riguardato l'affondamento di una barca al largo di Lampedusa, un naufragio che conta un morto e 22 dispersi. L'imbarcazione su cui viaggiavano si è rovesciata e spezzata a causa del mare molto agitato. Anche questa seconda operazione sarebbe avvenuta sotto il minaccioso controllo di un'imbarcazione libica, che si sarebbe tenuta a distanza solo dopo aver notato la presenza di telecamere a bordo della nave spagnola. I 106 fatti salire sulla Open Arms provengono principalmente dal Mali, dalla Costa d'Avorio e dalla Guinea, dalla Nigeria, dal Sudan, dal Camerun, dal Togo e dal Burkina Faso. Tra di loro ci sono due donne al quarto mese di gravidanza e 58 minorenni, tra cui anche un bimbo di tre mesi, e 50 adolescenti che viaggiavano non accompagnati.
Pur essendo già attraccati, però, i passeggeri non potranno scendere dalla nave. È stato stabilito che le operazioni di accertamento sanitario verranno eseguite a bordo (sono cominciate già nella serata di ieri dal personale della Croce rossa italiana, controllate per gli aspetti legati all'ordine pubblico, invece, dal personale della polizia di Stato). Per passare sulla nave quarantena Allegra bisognerà prima attendere che un centinaio di persone che hanno appena ultimato il periodo di sorveglianza sanitaria anti Covid scendano per essere spostate in strutture d'accoglienza della Toscana e dell'Emilia Romagna (un percorso che richiede comunque del tempo per organizzare i trasferimenti).
Inoltre, sempre ieri sera, con il traghetto di linea da Lampedusa sono giunti altri 100 migranti circa da far salire sulla Allegra per questioni sanitarie. Fatta eccezione per i minorenni, i passeggeri della Open Arms, sono destinati a essere ospitati nella struttura d'accoglienza di Casteltermini, provincia di Agrigento, centro diventato noto per le fughe di tunisini mandati lì per scontare il periodo di quarantena e ritrovati poi in giro per l'Italia. Rimarranno quindi in Sicilia.
L'equipaggio trascorrerà, invece, la quarantena in un punto di fonda, come comunicato dalle autorità competenti. La nave da soccorso lunedì sera era arrivata a ridosso di Lampedusa, ma lo sbarco non era stato autorizzato nonostante le condizioni meteo marine non fossero ottimali. Ieri, poi, è arrivato il via libera. La Ong sabato è stata la prima a esprimersi sul governo guidato da Mario Draghi: «Siamo convinti», ha dichiarato la portavoce Veronica Alfonsi, «che per riuscire finalmente a dare le risposte necessarie sui temi che ci riguardano e che ci stanno a cuore, servono governi che si assumano la responsabilità di scelte coraggiose. In Italia e in Europa». Con molta probabilità c'è di nuovo paura che la Lega possa far pesare la sua posizione politica sull'immigrazione, come ai tempi del governo gialloverde. La preoccupazione della Open Arms d'altra parte deriva anche dal braccio di ferro con Matteo Salvini che la Organizzazione non governativa porta avanti nel procedimento di Palermo per lo stop allo sbarco dell'agosto 2019, quando il leader del Carroccio (accusato di abuso di ufficio e sequestro di persona) era ministro dell'Interno. Ed è per questo, forse, che gli spagnoli hanno mandato subito un messaggio distensivo al capo del Viminale: «La riconferma della ministra Luciana Lamorgese», afferma Open Arms, «significa per noi proseguire un dialogo già iniziato».
Ieri per dare man forte a Open Arms è scesa in campo anche Emergency (il sodalizio tra le due organizzazioni non governative va avanti da tempo e sulle navi da soccorso della prima spesso c'è personale di Emergency), che ha ripreso a far politica a pieno ritmo: «Quanto avvenuto durante la Missione numero 80 testimonia, semmai ce ne fosse ancora bisogno, che i respingimenti per procura sono costanti e strutturati, coordinati e finanziati dai governi europei». Secondo Emergency e Open Arms, «in questi giorni si è assistito al recupero di centinaia di persone riportate in Libia contro la loro volontà da motovedette libiche finanziate con il denaro dei cittadini italiani e europei. Ribadiamo la necessità che l'Europa smetta di considerare la Libia un luogo sicuro, e inizi garantire il diritto al soccorso e alle cure come previsto dal diritto internazionale». Insomma, sull'immigrazione siamo alle solite, ma questa volta il tutto avviene nel silenzio generale.
Un condannato alla corte di De Luca
Un'interrogazione che potrebbe fare molto male al presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca riaccende lo scontro diretto tra lui e Severino Nappi, fino al 2015 assessore al Lavoro nella giunta di centrodestra guidata da Stefano Caldoro e oggi consigliere regionale della Lega. L'interrogazione presentata da Nappi, che è avvocato e profondo conoscitore della materia, visto che insegna diritto del lavoro all'università di Napoli, segnala infatti la grave anomalia dell'assunzione di un condannato a capo della segreteria dello stesso De Luca.
Forte della legge 39 del 2013 sulle incompatibilità degli incarichi nelle pubbliche amministrazioni, che vieta di assumere come dirigenti «chi abbia riportato condanne per reati contro la pubblica amministrazione, anche se non passate in giudicato», Nappi chiede come sia stato possibile che il 22 gennaio 2020 De Luca abbia «direttamente attribuito il trattamento economico proprio dei dirigenti, pari a 116.123,54 euro annui, al signor Nello Mastursi». Carmelo Mastursi, detto Nello, è uno dei fedelissimi di De Luca. Era vicesegretario del Pd campano che aveva strappato la vittoria alle regionali del maggio 2015, e il neoeletto presidente l'aveva premiato piazzandolo a capo della sua segreteria particolare. La vittoria, però, era stata presto azzoppata perché in estate la nomina di un manager, fatta da De Luca quando ancora era sindaco di Salerno, gli era costata una piccola condanna per abuso d'ufficio. La condanna sarebbe stata in seguito annullata in Cassazione, ma nell'estate 2015 la controversa Legge Severino decretava la sospensione del governatore dalla carica appena ottenuta. De Luca allora aveva fatto ricorso al tribunale civile di Napoli, e la corte gli aveva dato ragione: la sospensione era stata sospesa, e la Legge Severino era finita davanti alla Corte costituzionale. I guai, però, non erano terminati. Perché nel novembre 2015 Mastursi era stato costretto alle dimissioni da un'inchiesta aperta dalla Procura di Napoli su presunti maneggi riguardanti proprio la sentenza che aveva cancellato i problemi d'incompatibilità di De Luca. Con lui, tra gli indagati, era finito uno dei giudici della corte che aveva rimesso De Luca sul suo trono, cioè Anna Scognamiglio, e anche suo marito Guglielmo Manna che in quel periodo puntava a una nomina di peso nella sanità campana. Come spesso accade alla giustizia italiana, il processo di primo grado su quell'inchiesta è andato avanti in modo tortuoso: è ancora aperto per la giudice e suo marito, ma Mastursi è stato giudicato con rito abbreviato e nel marzo 2017 condannato a un anno e sei mesi di reclusione per il reato di tentata induzione indebita. Indifferente alla condanna, ai primi del dicembre 2020 De Luca ha rivoluto l'ex segretario particolare accanto a sé, e ha mostrato di non dare alcun peso alle polemiche che ne sono seguite. L'ha anche piazzato nello stesso ruolo di prima, quello in cui Mastursi aveva compiuto il presunto reato per il quale è stato condannato. Poi, a fine gennaio, ha stabilito il suo più che dignitoso compenso da dirigente, con effetto retroattivo. Nappi, che in regionale è ormai l'antagonista diretto del governatore, tanto da averlo denunciato per la promozione in Regione di quattro vigili urbani di Salerno (una denuncia sulla quale è in corso un'inchiesta per falso e truffa), e in cambio ha ottenuto il veto alla sua nomina ai vertici delle due commissioni antimafia e di controllo, non ha perso l'occasione per colpire De Luca: «È strano», dice alla Verità, «che la sua amministrazione, pur costando milioni, non si sia accorta del fatto che la nomina di un condannato è illegittima». L'impressione è che la vicenda di Nello Mastursi non finirà presto.
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Dopo aver recuperato clandestini in acque di competenza della Libia e di Malta, Open Arms li ha condotti a Porto Empedocle. Dopo la quarantena, finiranno in un centro dell'Agrigentino che è noto per le evasioniIl governatore del Pd ha voluto nella sua segreteria l'ex braccio destro Nello Mastursi Riconosciuto colpevole in una indagine sulle nomine, guadagnerà 116.000 euro all'annoLo speciale contiene due articoli L'attracco bis del 2021 a Porto Empedocle della Ong Spagnola Open Arms, mentre l'attenzione è tutta puntata sul nuovo governo e sulla gestione dell'emergenza, si è consumato lunedì sera, quando la nave è approdata allo scalo siciliano, indicato dalle autorità italiane come porto sicuro, con i 146 passeggeri tirati a bordo nei giorni scorsi al largo della Libia (il 5 gennaio la nave spagnola ne aveva già portati sull'isola 265). Una quarantina erano su di una piccola imbarcazione di legno nella Sar maltese. L'operazione di soccorso è stata preceduta da un braccio di ferro tra l'Astral della Ong e le motovedette libiche, che, stando alla versione di Open Arms, avrebbero cercato di impedire il salvataggio. Il mezzo navale libico Fezzan P658, sostiene Open Arms, si sarebbe avvicinato ai Rhib (gommoni a scafo rigido), intimando di abbandonare quelle che loro consideravano «acque territoriali di Tripoli». Durante queste settimane la Ong (che è in mare dallo scorso 2 febbraio, salpata dal porto di Barcellona) ha più volte alzato la voce per le presunte pressioni esercitate dalla Guardia costiera Libica. Un altro intervento, invece, ha riguardato l'affondamento di una barca al largo di Lampedusa, un naufragio che conta un morto e 22 dispersi. L'imbarcazione su cui viaggiavano si è rovesciata e spezzata a causa del mare molto agitato. Anche questa seconda operazione sarebbe avvenuta sotto il minaccioso controllo di un'imbarcazione libica, che si sarebbe tenuta a distanza solo dopo aver notato la presenza di telecamere a bordo della nave spagnola. I 106 fatti salire sulla Open Arms provengono principalmente dal Mali, dalla Costa d'Avorio e dalla Guinea, dalla Nigeria, dal Sudan, dal Camerun, dal Togo e dal Burkina Faso. Tra di loro ci sono due donne al quarto mese di gravidanza e 58 minorenni, tra cui anche un bimbo di tre mesi, e 50 adolescenti che viaggiavano non accompagnati. Pur essendo già attraccati, però, i passeggeri non potranno scendere dalla nave. È stato stabilito che le operazioni di accertamento sanitario verranno eseguite a bordo (sono cominciate già nella serata di ieri dal personale della Croce rossa italiana, controllate per gli aspetti legati all'ordine pubblico, invece, dal personale della polizia di Stato). Per passare sulla nave quarantena Allegra bisognerà prima attendere che un centinaio di persone che hanno appena ultimato il periodo di sorveglianza sanitaria anti Covid scendano per essere spostate in strutture d'accoglienza della Toscana e dell'Emilia Romagna (un percorso che richiede comunque del tempo per organizzare i trasferimenti). Inoltre, sempre ieri sera, con il traghetto di linea da Lampedusa sono giunti altri 100 migranti circa da far salire sulla Allegra per questioni sanitarie. Fatta eccezione per i minorenni, i passeggeri della Open Arms, sono destinati a essere ospitati nella struttura d'accoglienza di Casteltermini, provincia di Agrigento, centro diventato noto per le fughe di tunisini mandati lì per scontare il periodo di quarantena e ritrovati poi in giro per l'Italia. Rimarranno quindi in Sicilia. L'equipaggio trascorrerà, invece, la quarantena in un punto di fonda, come comunicato dalle autorità competenti. La nave da soccorso lunedì sera era arrivata a ridosso di Lampedusa, ma lo sbarco non era stato autorizzato nonostante le condizioni meteo marine non fossero ottimali. Ieri, poi, è arrivato il via libera. La Ong sabato è stata la prima a esprimersi sul governo guidato da Mario Draghi: «Siamo convinti», ha dichiarato la portavoce Veronica Alfonsi, «che per riuscire finalmente a dare le risposte necessarie sui temi che ci riguardano e che ci stanno a cuore, servono governi che si assumano la responsabilità di scelte coraggiose. In Italia e in Europa». Con molta probabilità c'è di nuovo paura che la Lega possa far pesare la sua posizione politica sull'immigrazione, come ai tempi del governo gialloverde. La preoccupazione della Open Arms d'altra parte deriva anche dal braccio di ferro con Matteo Salvini che la Organizzazione non governativa porta avanti nel procedimento di Palermo per lo stop allo sbarco dell'agosto 2019, quando il leader del Carroccio (accusato di abuso di ufficio e sequestro di persona) era ministro dell'Interno. Ed è per questo, forse, che gli spagnoli hanno mandato subito un messaggio distensivo al capo del Viminale: «La riconferma della ministra Luciana Lamorgese», afferma Open Arms, «significa per noi proseguire un dialogo già iniziato». Ieri per dare man forte a Open Arms è scesa in campo anche Emergency (il sodalizio tra le due organizzazioni non governative va avanti da tempo e sulle navi da soccorso della prima spesso c'è personale di Emergency), che ha ripreso a far politica a pieno ritmo: «Quanto avvenuto durante la Missione numero 80 testimonia, semmai ce ne fosse ancora bisogno, che i respingimenti per procura sono costanti e strutturati, coordinati e finanziati dai governi europei». Secondo Emergency e Open Arms, «in questi giorni si è assistito al recupero di centinaia di persone riportate in Libia contro la loro volontà da motovedette libiche finanziate con il denaro dei cittadini italiani e europei. Ribadiamo la necessità che l'Europa smetta di considerare la Libia un luogo sicuro, e inizi garantire il diritto al soccorso e alle cure come previsto dal diritto internazionale». Insomma, sull'immigrazione siamo alle solite, ma questa volta il tutto avviene nel silenzio generale.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/le-ong-fanno-quello-che-vogliono-146-africani-scaricati-in-sicilia-2650556448.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="un-condannato-alla-corte-di-de-luca" data-post-id="2650556448" data-published-at="1613502685" data-use-pagination="False"> Un condannato alla corte di De Luca Un'interrogazione che potrebbe fare molto male al presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca riaccende lo scontro diretto tra lui e Severino Nappi, fino al 2015 assessore al Lavoro nella giunta di centrodestra guidata da Stefano Caldoro e oggi consigliere regionale della Lega. L'interrogazione presentata da Nappi, che è avvocato e profondo conoscitore della materia, visto che insegna diritto del lavoro all'università di Napoli, segnala infatti la grave anomalia dell'assunzione di un condannato a capo della segreteria dello stesso De Luca. Forte della legge 39 del 2013 sulle incompatibilità degli incarichi nelle pubbliche amministrazioni, che vieta di assumere come dirigenti «chi abbia riportato condanne per reati contro la pubblica amministrazione, anche se non passate in giudicato», Nappi chiede come sia stato possibile che il 22 gennaio 2020 De Luca abbia «direttamente attribuito il trattamento economico proprio dei dirigenti, pari a 116.123,54 euro annui, al signor Nello Mastursi». Carmelo Mastursi, detto Nello, è uno dei fedelissimi di De Luca. Era vicesegretario del Pd campano che aveva strappato la vittoria alle regionali del maggio 2015, e il neoeletto presidente l'aveva premiato piazzandolo a capo della sua segreteria particolare. La vittoria, però, era stata presto azzoppata perché in estate la nomina di un manager, fatta da De Luca quando ancora era sindaco di Salerno, gli era costata una piccola condanna per abuso d'ufficio. La condanna sarebbe stata in seguito annullata in Cassazione, ma nell'estate 2015 la controversa Legge Severino decretava la sospensione del governatore dalla carica appena ottenuta. De Luca allora aveva fatto ricorso al tribunale civile di Napoli, e la corte gli aveva dato ragione: la sospensione era stata sospesa, e la Legge Severino era finita davanti alla Corte costituzionale. I guai, però, non erano terminati. Perché nel novembre 2015 Mastursi era stato costretto alle dimissioni da un'inchiesta aperta dalla Procura di Napoli su presunti maneggi riguardanti proprio la sentenza che aveva cancellato i problemi d'incompatibilità di De Luca. Con lui, tra gli indagati, era finito uno dei giudici della corte che aveva rimesso De Luca sul suo trono, cioè Anna Scognamiglio, e anche suo marito Guglielmo Manna che in quel periodo puntava a una nomina di peso nella sanità campana. Come spesso accade alla giustizia italiana, il processo di primo grado su quell'inchiesta è andato avanti in modo tortuoso: è ancora aperto per la giudice e suo marito, ma Mastursi è stato giudicato con rito abbreviato e nel marzo 2017 condannato a un anno e sei mesi di reclusione per il reato di tentata induzione indebita. Indifferente alla condanna, ai primi del dicembre 2020 De Luca ha rivoluto l'ex segretario particolare accanto a sé, e ha mostrato di non dare alcun peso alle polemiche che ne sono seguite. L'ha anche piazzato nello stesso ruolo di prima, quello in cui Mastursi aveva compiuto il presunto reato per il quale è stato condannato. Poi, a fine gennaio, ha stabilito il suo più che dignitoso compenso da dirigente, con effetto retroattivo. Nappi, che in regionale è ormai l'antagonista diretto del governatore, tanto da averlo denunciato per la promozione in Regione di quattro vigili urbani di Salerno (una denuncia sulla quale è in corso un'inchiesta per falso e truffa), e in cambio ha ottenuto il veto alla sua nomina ai vertici delle due commissioni antimafia e di controllo, non ha perso l'occasione per colpire De Luca: «È strano», dice alla Verità, «che la sua amministrazione, pur costando milioni, non si sia accorta del fatto che la nomina di un condannato è illegittima». L'impressione è che la vicenda di Nello Mastursi non finirà presto.
Leone XIV (Ansa)
Nel piazzale antistante il Duomo della città, è stato particolarmente caloroso il saluto del Papa ai fedeli. Parlando a braccio, Leone XIV ha invitato tutti a essere costruttori di pace e speranza: «Per come ci ha insegnato Sant’Agostino se vogliamo cambiare i tempi, se vogliamo che il mondo viva in pace dobbiamo cominciare con noi stessi». Il rimando è alla celebre massima agostiniana che di fronte ai «tempi cattivi», la reazione deve essere quella di cercare di vivere bene, perché «i tempi siamo noi; come siamo noi, così sono i tempi». La pace in questa prospettiva cessa di essere un pio richiamo o un auspicio geopolitico per diventare un invito alla vita buona per ciascuno: «Basta con parole di odio, basta con insulti, bullismo, basta con tutte quelle cose che fanno guerra fra le persone, fra le comunità, fra i Paesi. Dobbiamo imparare tutti a essere costruttori di pace».
Il Pontefice era giunto in elicottero alle ore 14.30 accolto dalle autorità civili e religiose, tra cui il vescovo di Pavia, monsignor Corrado Sanguineti e il sindaco Michele Lissia. Dopo una prima, toccante tappa al Centro nazionale di adroterapia oncologica, dove ha incontrato i piccoli pazienti definendo medici e infermieri come «angeli», papa Leone si è recato nella basilica di San Pietro in Ciel d’Oro che custodisce le spoglie di Sant’Agostino di Ippona, il santo di cui papa Prevost è figlio spirituale.
All’interno della basilica il Santo Padre ha presieduto la celebrazione della Parola, pronunciando un’omelia rivolta alla Chiesa pavese che, come tutte le chiese in Occidente, è chiamata ad evangelizzare in un’epoca di profonda secolarizzazione. Il Papa ha riconosciuto apertamente le fatiche della comunità, esortandola a non lasciarsi scoraggiare dal contesto attuale e dalle difficoltà nella trasmissione della fede. «C’è sempre più bisogno, oggi, di accompagnare le persone alla scoperta o alla riscoperta della fede», ha detto.
Tuttavia, il Papa ha avvertito che occorre centrarsi su ciò che è essenziale, evitando il «rischio di disperderci e affaticarci in cose secondarie, magari buone, ma che non vanno all’essenziale». Ma cos’è, dunque, questo «essenziale»? «L’essenziale è vivere con Cristo», stare uniti a Lui come «pietra viva» e fondamento. Per il Papa, annunciare il nucleo del Vangelo significa annunciare Gesù, colui che rivela non solo il mistero di Dio, ma il mistero stesso dell’essere umano.
Dopo aver lasciato la basilica ed essere passato dal Duomo per l’adorazione del Santissimo Sacramento e la venerazione di san Siro, il Papa ha raggiunto piazza Vittoria per incontrare le autorità civili e la cittadinanza. Qui Leone XIV, fra l’altro, ha reso omaggio alla tradizione accademica di Pavia, sottolineando che promuovere le scienze significa promuovere l’uomo. Ha rievocato ancora la figura di Sant’Agostino come esempio di quella «sana inquietudine» che anima chiunque sia assetato di verità, giustizia e bellezza. «La sua figura, mentre incarna il dialogo arduo e costante tra fede e ragione, testimonia la loro reciproca appartenenza. Non si può infatti credere senza pensare, né è possibile illuminare i quesiti più alti della ragione senza fede».
La fede non è un rifugio, una fuga, ma un motore di speranza contro il nichilismo: «Nella misura in cui crede, l’essere umano non si rassegna alla fine, a un frammento storico che termina con la morte: proprio la fede ci ricorda che non siamo sudditi di un fato anonimo, sostenendo invece la certezza che Dio è creatore e salvatore della vita». Un altro celebre motto agostiniano, credo ut intelligam e intelligo ut credam, «credo per comprendere, comprendo per credere», riassume bene il senso di queste parole. Leone XIV ha mostrato come questa prospettiva cambi radicalmente il modo di vivere la cittadinanza. La croce presente nello stemma cittadino è stata interpretata dal Papa non come un semplice fregio araldico, ma come una «sintesi culturale» che àncora la storia locale al valore universale dell’amore cristiano. La comunità di Comunione e liberazione di Pavia ha salutato la visita con «gratitudine. Il suo legame con Sant’Agostino ce lo fa sentire davvero vicino. Gli siamo grati anche per la stima con cui guarda alla vita dei movimenti».
Alle 18.45 il Papa è partito in elicottero verso Sant’Angelo Lodigiano, per recarsi nella parrocchia dei santi Antonio Abate e Francesca Cabrini in cui è venerato il cuore di Santa Francesca Cabrini (1850-1917), la suora che sulla spinta di papa Leone XIII fu missionaria negli Stati Uniti prendendosi cura in particolare degli italiani emigrati. Fu papa Pio XII, che la canonizzò e la proclamò «Celeste patrona di tutti gli emigranti», ed è così che ieri l’ha ricordata papa Prevost indicando come sia oggi attuale un «carisma missionario che si pone al servizio dei migranti», un carisma animato «dall’unico vero «motore» della vita di Santa Cabrini», l’amore di Cristo.
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Keir Starmer (Ansa)
Ed è proprio sentendo sorgere dentro di noi la domanda sul perché, di fronte a fatti così meritevoli di ribellione, nessuno si stia ribellando, che è necessario chiederci se non esista in realtà un preciso meccanismo che tali ribellioni guidi, impedisca o autorizzi. I piani annunciati da Keir Starmer per vietare l’accesso ai social media ai minori, con obblighi di verifica dell’età e blocco delle Vpn, vanno sorprendentemente oltre le misure cinesi e russe in termini di controllo preventivo e centralizzato delle narrazioni digitali e stabiliscono un vero e proprio primato nell’accezione positiva di «censura» per una democrazia occidentale.
Queste misure, presentate come tutela dell’infanzia, riprendono e amplificano la revisione dell’Online safety act con enfasi sul contrasto alla «disinformazione» prefigurando non soltanto una chiara torsione autoritaria ma mostrando al mondo ciò che sarebbe potuto accadere ovunque con una vittoria di Kamala Harris. A portare al punto di collasso il rapporto tra potere e opinione pubblica britannica è stata l’evidenza con la quale il governo laburista ha inteso accelerare su queste misure proprio in occasione della pubblicazione del Rapporto ufficiale dal titolo «The rape gang inquiry report» nel quale si documentano decenni di sfruttamenti sessuali e orrende violenze sistematiche su minorenni britanniche perpetrate da reti organizzate e istituzionalmente coperte di immigrati pakistani.
Le stime indicano 250.000 vittime e le coperture e le connivenze emerse ricordano i meccanismi di protezione dall’alto della rete di Jeffrey Epstein. A fronte di uno scandalo che assume i contorni di un vero e proprio crollo di civiltà a sinistra si tace o addirittura si minimizza, i media censurano e la politica emana leggi per arrestare chi ne parla sui social.
A questo punto occorre riflettere non solo sui fatti in sé ma sui meccanismi che consentono al governo con il peggior gradimento della storia a rimanere al suo posto malgrado le numerose dimissioni di ministri e, soprattutto, sul perché non si verifichino moti di protesta generalizzati ed efficaci fatte salve le proteste di strada come a Southport o Belfast. Aveva ragione George Sorel, forse la «ribellione delle masse» non ha le caratteristiche del moto spontaneo ma del mito. In «Riflessioni sulla violenza» (1908), Sorel definisce il «mito» come un insieme di immagini capaci di evocare nelle masse l’istinto di lotta contro l’ordine esistente. Per Sorel il mito per eccellenza a disposizione del popolo è lo sciopero generale non in quanto evento spontaneo ma inteso come paziente costruzione che conferisce coesione e slancio eroico alle masse.
Senza un mito adeguato - e senza élite che lo diffondano - le masse restano passive anche di fronte a ingiustizie estreme, soprusi e provocazioni di ogni tipo. Pensiamo ai «Gilet gialli» in Francia, un movimento con un forte carattere spontaneo e popolare che nel periodo 2018-2020 ha rappresentato una delle più ampie mobilitazioni di massa degli ultimi decenni, con centinaia di migliaia di persone in piazza ogni settimana contro tasse e rincari e contro il sistema di potere di Emmanuel Macron. Un movimento molto ampio e diffuso ma privo di una struttura organizzativa stabile e, soprattutto, di un’élite che lo motivasse, lo incanalasse e lo autorizzasse in modo coerente e strutturato, tanto da non pervenire ad alcun risultato effettivo né tantomeno ad un ricambio di élite.
Al contrario, invece, possiamo pensare al crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria, avvenuto in due settimane con l’accordo orchestrato delle élite internazionali e con il supporto interno di élite siriane in attesa di ricambio. In Siria il popolo non ha svolto alcun ruolo, ha semmai subito una guerra tuttora in corso ed al posto di Assad è stato insediato l’ex jihadista Al-Jolani, poi ricevuto con tutto gli onori in varie cancellerie occidentali. Appare dunque chiaro come la «protesta di piazza» altro non sia se non la fase teatrale della narrazione del ricambio delle élite; non espressione spontanea di una volontà popolare autonoma ma fase spettacolare attraverso la quale le élite in conflitto si forniscono una «giustificazione dal basso». Rimaniamo dunque attoniti di fronte alle assurde incongruenze, alle palesi e inaccettabili ingiustizie e ci convinciamo che la mancata ribellione delle masse sia dovuta a scarsa motivazione, a debolezza, a mancanza di «coscienza di classe» la quale soltanto, una volta creata, porterà all’inevitabile rivoluzione. Ma anche questa, e soprattutto questa, è una truffa: si tratta sempre e solo di alternanza ai vertici del sistema di potere.
Una volta tutto ciò viene chiamato «libertà, uguaglianza e fraternità», un’altra volta «dittatura del proletariato», ma sono sempre le poche persone che lottano per il potere apicale a motivare, autorizzare, costruire o bloccare i miti che danno alle masse l’impressione di essere protagoniste. Viviamo il momento storico nel quale tutto ciò appare con più chiarezza.
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
L’ultima provocazione del leader di Futuro Nazionale, ieri ospite di Sky Tg24, è l’immigraticidio. «Se accettiamo il reato di femminicidio allora va introdotto l’immigraticidio. Voglio che chi usa violenza contro le donne marcisca dietro le sbarre, che si tenga conto delle circostanze aggravanti. Se noi accettiamo che un reato venga definito in base alla vittima, allora va introdotto l’immigraticidio. Un delitto non può essere più o meno grave in base al sesso o al colore della pelle. Siamo contrari alla creazione di nuovi reati come l’islamofobia o l’omofobia».
Sull’educazione affettivo-sessuale a scuola come prevenzione del femminicidio, Vannacci aveva sostenuto che «in Nord Europa dove l’educazione sessuale viene fatta da anni, gli omicidi di donne sono più numerosi che in Italia», e che invece va combattuto «crescendo uomini forti e non deboli. Per me la cultura patriarcale è l’uomo che si prende carico della famiglia, che la protegge, che protegge le donne in quanto esseri fisicamente più deboli rispetto all’uomo».
Poi c’è il tema degli omosessuali. Le posizioni del generale sugli omosessuali, espresse anche nel suo libro Il mondo al contrario e reiterate in dibattiti pubblici, ruotano attorno al concetto di «non normalità» statistica dell’omosessualità e alla difesa della famiglia tradizionale. Negli ultimi giorni Vannacci aveva criticato il suo ex partito, la Lega, accusandola di una «deriva» volta a legittimare le rivendicazioni della comunità Lgbtq+ e ribadendo che, secondo i suoi principi, la famiglia da promuovere è «solo quella naturale».
«Meglio anormale che generale, è questa la risposta che abbiamo dato a Vannacci quando dice che gli omosessuali non sono normali», replica Riccardo Magi di +Europa al pride di Roma. Sulla stessa linea il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, in testa al corteo del Roma pride dietro al grande striscione rosso della manifestazione che riporta lo slogan «La Repubblica è di chi la abita»: «Dobbiamo batterci per una pienezza di diritti per tutti, al di là dell’orientamento sessuale e di genere: è scritto nella nostra Costituzione e la nostra legislazione, a oggi, non la rispetta». Replicando alle frasi di Vannacci, il sindaco aggiunge: «Non rispondiamo neanche perché noi siamo per la Costituzione. Non ci stupisce che le forze fasciste e oscurantiste vogliano colpire i diritti di qualcuno, ma sappiamo bene che quando si conculcano i diritti di una minoranza, si colpiscono i diritti di tutti. Non arretriamo e ci battiamo con ancora maggiore convinzione».
Commentando poi i sondaggi dell’ultima settimana per il suo partito, Vannacci ha aggiunto: «Questo è il risultato di un piano che si sta realizzando. Il 5.9% nei sondaggi non lo festeggiamo, questo è solo l’inizio. Non credo ai sondaggi, i veri sondaggi li faccio per la strada, quando le persone mi chiedono di andare avanti. La feccia, i figli di nessuno, e la sporca dozzina sono tra di noi».
E sulle alleanze che facciamo? «Io non ho fatto istanza di alleanza. Chi ha cominciato a erigere muri sono stati proprio i partiti del centrodestra. Io non ho mai detto che avrei eretto muri, cosa che invece hanno fatto i vari Lupi, Romeo, Zaia, Centinaio, i vari Marina Berlusconi, che non so a che titolo parli perché non ha ruoli politici, i vari Occhiuto. Evidentemente o hanno paura o vogliono mettere le mani avanti. Sono loro», ha aggiunto, «che vogliono evitare o che vogliono assolutamente impedire un’eventuale intesa che comunque avverrebbe solo se questa alleanza di centrodestra convenisse di non oltrepassare quelle linee rosse che ho stabilito».
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