«Voglio ringraziare anche i Vigili del fuoco, il lavoro fatto come sempre è straordinario e preziosissimo. A loro dobbiamo dire grazie perché sono sempre la prima fila del pericolo, siete sempre a supporto della Nazione e questo fa la differenza». Così il presidente del Consiglio Giorgia Meloni intervenendo alla riunione sull’emergenza maltempo a Catania dopo il sorvolo in elicottero, un sopralluogo nelle zone colpite dal maltempo in Sicilia. «Voglio ringraziare Fabio Ciciliano e tutta la Protezione Civile per un lavoro che è stato fatto oggettivamente straordinario, intanto di prevenzione perché i piani di prevenzione hanno funzionato bene e questa è la ragione per cui noi oggi parliamo di ricostruire e non piangiamo delle vittime», ha concluso in un video diffuso da Palazzo Chigi.
Quattro esperti indicano la via per aggiustare le derive nefaste della medicina: si è ridotto tutto a farmaci ed esami strumentali (spesso sbagliati o inutili), dicono, ignorando fattori decisivi come lo stile di vita, l’alimentazione e l’infiammazione cronica.
Mariano Bizzarri
Oncologo, dipartimento di medicina sperimentale, Gruppo di biologia dei sistemi,
Università La Sapienza, Roma.
Trent’anni fa Henry Gadsen, direttore della casa farmaceutica Merck, dichiarò alla rivista Fortune: «Il nostro sogno è produrre farmaci per le persone sane. Questo ci permetterebbe di vendere a chiunque». A distanza di tre decenni, il suo sogno sembra essersi avverato e questo per il concorso di più fattori. Si è ridotta la «prevenzione» al solo consumo di farmaci, quando occorrerebbe agire su altri e più complessi livelli (alimentazione, esercizio fisico, relazioni sociali).
Sono stati rivisitati, arbitrariamente, i limiti dei parametri che definiscono lo stato di salute: abbassando livelli di colesterolo e glucosio, si sono enormemente ampliati i margini della popolazione cui potevano essere prescritti i farmaci correlati. E sono state inventate, letteralmente, nuove malattie, etichettando come «patologiche» condizioni che connotano tratti di personalità (ansia, timidezza, noia), particolari fasi della vita (menopausa, vecchiaia) o semplici caratteristiche fisiche (calvizie, cellulite). Per risolvere il problema occorre ricostruire il modello medico-paziente degenerato negli ultimi 40 anni, intervenendo realmente sui fattori di prevenzione primaria prima ricordati. Inoltre, occorre tutelare l’integrità degli enti regolatori, impedendo che ricevano sussidi da Big Pharma.
Simonetta Pulciani
Biofisica in pensione, esperta di trasformazioni cellulari e di retrovirus, di microarray, epidemiologia genetica e malattie rare.
La domanda fondamentale resta: «I dati oggi a disposizione possono garantire l’estrapolazione di una diagnosi o la predizione di una futura malattia con un’alta probabilità di veridicità», come proponeva il ricercatore Leroy Hood con una medicina definita 4P: predittiva, preventiva, personalizzata e partecipata? Sicuramente i successi non devono essere ignorati o svalutati, ma una certa precauzione è d’obbligo. E la prevenzione non si deve limitare a indagini strumentali, ad analisi cliniche. Lo stile di vita potrebbe essere più importante di continui consulti medici. Il periodo del Covid è stato emblematico di come l’industria medica non sia più allineata alla prosperità del paziente. Non bisogna dimenticare che il Sars-CoV-2 era un coronavirus e sui coronavirus si sapeva molto, una cura era possibile e dovuta. Su quali basi scientifiche, davanti a un paziente infetto da un coronavirus e affetto da una sindrome respiratoria, i promotori di una prevenzione sfrenata hanno appoggiato «la vigile attesa»? Poter dare risposte sincere a questa domanda spiegherebbe anche la continua spinta a farci consumare sempre più farmaci.
Fabio Angeli
Professore al dipartimento di medicina e innovazione tecnologica (Dimit) dell’Università degli Studi dell’Insubria.
Le malattie cardiovascolari sono la principale causa di morte a livello globale, includendo condizioni come infarto, ictus, scompenso cardiaco e malattie ischemiche. Malattie in gran parte prevenibili attraverso uno stile di vita sano, controlli medici regolari e una appropriata terapia farmacologica. Nonostante questo, negli ultimi anni si sta assistendo a una richiesta di esami diagnostici molto costosi per il nostro sistema sanitario e molto spesso non appropriati, se eseguiti prima di un oculato intervento mirato a valutare i vari fattori di rischio cardiovascolari modificabili. La vera sfida è quella di generare percorsi di prevenzione che siano sia sostenibili, sia realmente utili per ridurre l’impatto delle varie patologie, con esami diagnostici universalmente fruibili e a basso costo (come, ad esempio, l’elettrocardiogramma e «semplici» esami del sangue). La richiesta che si può inviare all’industria farmaceutica è di supportare non solo studi clinici sui farmaci ma, anche e soprattutto, studi utili a generare percorsi per corrette strategie preventive a livello di popolazione.
Mario Mantovani
Bioimmunologo all’Istituto di medicina biologica di Milano ricerca e sviluppo.
Ritengo fondamentale una giusta e corretta informazione per quanto riguarda la prevenzione con alcuni esami che indagano «sotto il pelo dell’acqua», senza porre il paziente in uno stato di ansia, molto spesso inutilmente. Dalla salute alla malattia vi è una scala di grigi direi abbastanza dinamica ed è lì che bisognerebbe agire. D’altro canto molto spesso, quando vi è la necessità di indagini strumentali o per imaging, si nota una certa reticenza a svolgere i suddetti esami o vengono rimandati per diversi mesi, senza giungere a una diagnosi e quindi a una cura. Oggi in ambito diagnostico c’è la possibilità di capire se alcuni parametri di II o III livello sono difformi da ciò che è «normale», e quindi agire preventivamente. Faccio riferimento per esempio all’infiammazione cronica di basso grado, chiamata anche infiammazione subclinica o asintomatica. I soggetti che ne soffrono presentano uno stato di estremo equilibrio, e sono inclini a un eventuale condizione clinica che può sfociare in una vera e propria patologia. L’autoimmunità è un esempio classico. Purtroppo, a livello si sanità pubblica non è ancora possibile un’indagine, per poi agire a livello preventivo.
Dopo quasi dieci anni, aumentano in Italia le infezioni da HIV, molte delle quali diagnosticate in fase già avanzata (AIDS), soprattutto tra le persone eterosessuali.
Lo rivela l'ultimo report del Centro Operativo AIDS (COA), le diagnosi di Hiv sono in crescita in Italia. Nel 2023 sono stati registrati 2.349 nuovi casi, che arrivano a circa 2.500 tenendo conto delle segnalazioni ancora da registrare. Ogni giorno sette persone hanno scoperto di essere sieropositive, di cui quattro già in una fase avanzata dell’infezione.
Il picco era stato raggiunto nel 2012 con 4.000 nuovi casi, da lì in poi la situazione stava migliorando quando con l'arrivo del Covid-19, si registra uno dei dati più bassi di sempre. Ora la curva torna a crescere in modo inquietante in particolare tra le persone eterosessuali e tra quelle di età compresa tra i 40 e i 49 anni. E mentre per quanto riguarda l'incidenza delle nuove diagnosi in Italia è stata di 4,2 casi per 100.000 residenti, inferiore alla media di 6,2 registrata nei paesi dell'Europa occidentale, sulle diagnosi tardive il dato si inverte, l'Italia supera la media di Europa occidentale, centrale e anche orientale.
Il 60% delle diagnosi di HIV arriva quando il virus ha già danneggiato gravemente il sistema immunitario. Questo danno si misura attraverso la conta dei linfociti CD4, che il virus usa per replicarsi: quando scendono sotto le 350 unità per microlitro di sangue, la diagnosi è considerata tardiva, poiché le difese dell'organismo sono già state compromesse e aumenta il rischio di infezioni e altre patologie. Una persona su quattro riceve la diagnosi già in stato di AIDS, cioè con una conta di CD4 inferiore a 200 o con la presenza di sintomi caratteristici di un sistema immunitario compromesso. Le conseguenze delle diagnosi tardive sono inevitabilmente gravi: aumenta il rischio che le terapie antiretrovirali siano poco efficaci, che si sviluppi una resistenza al trattamento o che insorgano altre complicazioni. È anche una questione di salute pubblica, perché favorisce la diffusione del virus, che invece non viene trasmesso dalle persone in terapia antiretrovirale efficace.
Altro aspetto rilevante è che le infezioni riguardano soprattutto le fasce di popolazione adulta, in prevalenza eterosessuale, sia maschi che femmine che, ci dicono i dati, sembrano più esposti ad errate percezioni del rischio e dunque anche al rischio di infezione e di gravi ritardi nelle diagnosi.
La maggior parte delle nuove infezioni, l’86,3%, è attribuibile a rapporti sessuali non protetti, soprattutto tra persone eterosessuali: il 26,6% maschi eterosessuali e il 21% donne; gli MSM (uomini che fanno sesso con uomini) rappresentano, nel 2023, il 38,6% di tutte le nuove diagnosi. Le persone che consumano droghe per via iniettiva (IDU) costituiscono il 3,4% del totale. Va segnalato nel 2023 un aumento delle donne con nuova diagnosi di HIV: stabile da anni intorno al 21% del totale la percentuale è salita fino al 24% nell’anno in esame un dato che si riferisce a tutte le modalità di trasmissione. Più di un terzo (il 35%) di chi ha effettuato il test lo abbia fatto perché già presentava sintomi correlati ad una infezione avanzata.
Altre statistiche ci raccontano che prima del 2020, l'incidenza più alta si registrava tra le persone di 25-29 anni. Oggi il picco si osserva nella fascia 30-39 anni, che comprende il 28% delle diagnosi del 2023; subito dopo viene il gruppo 40-49 anni. Inoltre in dieci anni sono quasi raddoppiate le diagnosi a persone con età compresa tra i 50 e i 59 (dal 12% al 20% del totale) e agli over 60 (dal 5% al 9%). In entrambe le fasce d'età il rischio di diagnosi tardiva è particolarmente elevato: tre persone su quattro scoprono di aver contratto l'infezione in fase avanzata e il 40% è già in stato di AIDS. Al crescere dell’età, aumenta anche la differenza di genere: il divario più alto si registra tra gli over 70, con l'85% di uomini e il 15% di donne.
La regione che ha segnalato più casi è stata la Lombardia (377), seguita da Lazio (348), Emilia Romagna (253) e Campania (228). Nelle province di Roma e Milano (quelle con incidenza più alta), dopo una diminuzione durata fino al 2020, da un triennio si osserva invece un marcato aumento.
- Il colonnello Sergio Lancerin e il maresciallo Riccardo Manfredi parlano con la «Verità» sul tema della sicurezza per gli escursionisti di tutti i livelli. I consigli dei due specialisti per affrontare con consapevolezza l'estate in quota. Partendo da una considerazione di base: «Il rischio zero non esiste».
- Il Soccorso Alpino della GdF (S.A.G.F): i ruoli, l'addestramento, le specialità e la tecnologia di un fiore all'occhiello delle Forze armate.
Lo speciale contiene due articoli.
Per godere in sicurezza (e con consapevolezza) delle bellezze della montagna all’apertura di una stagione estiva che sembra farsi attendere in questo 2024, è importante fornire prima alcune cifre ai lettori. Si tratta dei dati diffusi dalla Guardia di Finanza sugli interventi svolti dal soccorso alpino del Corpo nell’ultimo anno. Nel 2023 sono stati 2.429 e hanno permesso di portare in salvo 2.505 persone e recuperare 203 salme. L’attività di soccorso, che prosegue anche nel 2024, ha consentito di eseguire ad oggi altri 1.324 interventi, salvare 1.309 persone e recuperare 66 salme. Si tratta di numeri importanti, che invitano ad una riflessione più che necessaria quando si consideri di voler affrontare un’escursione, fosse anche la più semplice.
La «Verità» ha voluto discutere dell’aspetto della sicurezza in montagna con la fonte più autorevole in materia. Abbiamo raggiunto il Colonnello Sergio Lancerin, Comandante della Scuola Militare Alpina della GdF di Predazzo (Trento) e il Maresciallo Riccardo Manfredi, Comandante della stazione del Soccorso Alpino della GdF (S.A.G.F.) di Passo Rolle, dove ha sede anche il Centro addestrativo della specialità di soccorso in montagna. Proprio quest’ultimo, esattamente due anni fa, ha coordinato i soccorsi in occasione della tragedia della Marmolada, ormai scolpita nella memoria collettiva degli Italiani.
Il Colonnello Lancerin, nell’introdurre il discorso sull’incidentalità, ha esordito con un assioma. Una verità universale che si applica ad ogni tipo di escursione. «In montagna non esiste il pericolo zero», esordisce il Comandante della scuola militare alpina più antica del mondo. Non esiste per gli avventori, come per i professionisti dell’alpinismo. Non esiste neppure per i soccorritori. A questo proposito è doveroso ricordare il sacrificio dei tre militari del S.A.G.F. Luca Piani della Stazione di Sondrio, Alessandro Pozzi e Simone Giacomelli della Stazione di Madesimo, caduti per una fatalità durante l’attività addestrativa il 29 maggio 2024 sui monti della Val Mello. Considerando il fatto che per gli esperti della montagna il discorso sicurezza, pur non essendo mai escluso, è quantomeno assimilato dalla preparazione e dall’esperienza, molto meno scontato appare per il turismo montano di massa. «Uno dei fattori di maggiore incidenza sul livello di rischio» prosegue Lancerin, «è il meteo, d’estate come d’inverno». La bella stagione, che invita ad escursioni più lunghe grazie alla maggiore disponibilità di luce, nasconde non poche insidie da considerare sempre prima di mettersi in cammino da soli o in gruppo. «Un cambiamento repentino delle condizioni meteorologiche», prosegue il Comandante della scuola militare alpina della Gdf, «può compromettere l’intervento tempestivo dei soccorsi in caso di necessità. Il maltempo può bloccare a terra l’elicottero o impedire alle squadre di soccorso di raggiungere in tempi brevi il luogo dell’incidente, oltre a porre a rischio la stessa incolumità dei soccorritori». Anche se questa estate 2024 sembra andare in direzione opposta alle ultime stagioni, i cambiamenti che hanno caratterizzato il clima montano negli ultimi anni hanno in un certo senso trasformato la montagna. Molte zone in quota sono passate da una condizione geomorfologica glaciale ad una periglaciale, un mutamento che è stato alla base della disgrazia della Marmolada, che ha interessato una zona ad alta affluenza escursionistica. «La stagionalità è una delle voci più importanti nella valutazione del rischio» -aggiunge Lancerin. «Anche in estate è importantissimo per ogni escursionista un abbigliamento adeguato a repentini cambiamenti nelle condizioni del tempo e del terreno, che sono strettamente connesse tra loro». «Lo zaino, che deve essere sempre previsto, deve contenere vestiario che possa proteggere da eventi improvvisi come pioggia, oppure vento che fa calare repentinamente la temperatura. Un accessorio sempre consigliato sono le bacchette, che possono aiutare nella camminata e nel mantenimento dell’equilibrio». La natura del terreno (roccia, sentiero, erba, neve) è importante nella scelta delle scarpe, preferibili quelle che coprono e proteggono le caviglie. Anche su un sentiero considerato facile, soprattutto se su un tratto esposto, il rischio di mettere un piede in fallo di scivolare a causa di una calzatura non adeguata è sempre possibile, con conseguenze anche gravi.
Interviene il Maresciallo Riccardo Manfredi, che fa il punto sulla valutazione degli scenari di pericolo, oggettivi e soggettivi. «Bisogna sempre tenere presenti i rischi soggettivi», dice il comandante della stazione di Passo Rolle. «Così come è importante conoscere le proprie capacità e i propri limiti individuali». Sulla pianificazione dell’escursione, Manfredi sottolinea che «Si tratta di uno degli aspetti focali prima di affrontare qualsiasi percorso montano. L’allenamento personale, il livello di preparazione fisica si interlacciano strettamente al grado di esperienza individuale in montagna e conseguentemente alla scelta di un itinerario adeguato. «Tra gli aspetti da considerare, sicuramente importante è la conoscenza del dislivello che l’escursione prevede, così come la conoscenza degli accessi al percorso, in particolare modo se è la prima volta che lo si affronta. Anche la durata complessiva e l’orario di rientro sono elementi da considerare prima di mettersi in cammino, calcolati sulla base della stagionalità, che può presentare aspetti molto diversi da un anno con l’altro. Un esempio è sotto i nostri occhi: la stagione estiva 2024 presenta condizioni sensibilmente differenti da quelle che l’hanno preceduta, con persistenti precipitazioni e temperature sotto la media. Queste condizioni si traducono nell’immediato in cambiamenti delle condizioni dei sentieri, che possono essere ancora ricoperti dal manto nevoso». Aggiunge Lancerin: «In questo caso particolare, la conoscenza della presenza in estate di neve anche a quota relativamente bassa suggerisce all’escursionista l’integrazione dell’equipaggiamento con un paio di ramponcini, un accorgimento semplice che può ridurre in modo sensibile il pericolo di cadute». «Importantissima anche la disponibilità di un accessorio impermeabile in grado da proteggere da pioggia e freddo improvvisi. Ed è altrettanto importante che questo protegga oltre a chi lo indossa anche lo zaino. Un poncho è in questi casi la scelta più indicata». Manfredi ci elenca quali sono i materiali indispensabili da portare sempre in montagna: oltre all’abbigliamento completo con ricambi che possano permettere di rimanere asciutti e di proteggersi da freddo e vento, nello zaino ci dovrà sempre essere una scorta d’acqua. Una borraccia di capienza adeguata non serve solo a dissetare durante il percorso, ma è un vero e proprio «salvavita» in caso di malore per colpo di calore o disidratazione. «Il kit di primo soccorso, una mappa fisica della zona oppure un sistema Gps sono vivamente consigliati così come una torcia per illuminare il cammino in caso di rientro dopo il tramonto o per segnalare la propria presenza in caso di necessità». Quello delle comunicazioni» sottolineano i due finanzieri, «è un tema molto rilevante soprattutto grazie all’evoluzione tecnologica recente. Il telefono cellulare va sempre portato anche in caso di assenza di campo, e deve sempre essere carico. La presenza dell’apparecchio può infatti aiutare in modo determinante l’orientamento dei soccorritori grazie a sistemi di ultima generazione in grado di identificare la posizione del cellulare, di cui parleremo più in dettaglio nel secondo articolo dello speciale. «Nel patrimonio di informazioni preliminari ad ogni escursione in montagna» aggiunge Manfredi, «devono esserci informazioni relative alla presenza o meno di corsi d’acqua (ci sono vie che ne sono totalmente prive e magari esposte totalmente agli agenti atmosferici) e di rifugi, bivacchi o malghe che possano servire da riparo in ogni circostanza». Le informazioni corrette si possono reperire attraverso una molteplicità di fonti affidabili, dalle Apt ai siti ufficiali delle località montane, oppure rivolgendosi a guide alpine qualificate. Anche i social possono aiutare, sempre che le informazioni contenute siano provenienti da utenti sicuri. Proprio su questo punto Lancerin interviene: «La molteplicità delle fonti a disposizione è certamente un fatto positivo. Bisogna tuttavia che l’escursionista si informi consapevolmente operando una scelta razionale tra le tante informazioni disponibili». «Spesso accade che sui social network gli utenti postino idilliache immagini della meta finale dell’escursione. Queste possono essere ingannevoli per l’escursionista non esperto, in quanto non illustrano le difficoltà che il percorso per raggiungerle potrebbe presentare».
Ritornando su uno degli aspetti cardine nella prevenzione degli incidenti in montagna, il meteo, Lancerin e Manfredi indicano come anche l’interpretazione delle previsioni spesso non venga fatta in modo completo. «Per abitudine, gli escursionisti tengono conto solo di alcune indicazioni provenienti dalle fonti di informazione meteorologica» prosegue Manfredi. «La presenza di nubi o la prevalenza di tempo soleggiato non sono gli unici elementi da considerare. In montagna, come è noto, le condizioni possono mutare in tempi brevissimi, nell’ordine di minuti. Oltre alle precipitazioni si aggiungono altri elementi che possono rappresentare un rischio anche grave durante le escursioni. Il vento, anche fortissimo in quota, oltre ad abbassare la temperatura esterna può generare pericolo di caduta. Un altro elemento che viene a volte trascurato è quello della nebbia, che può scendere all’improvviso limitando fortemente la visibilità e aumentando esponenzialmente il rischio di incidenti». «Anche i fulmini sono una minaccia, in particolare su terreni esposti e rocciosi e soprattutto sulle vie ferrate molto frequentate nel periodo estivo, che sono state negli anni teatro di incidenti anche mortali». E poi c'è lo zero termico, vale a dire la quota dove la temperatura segna 0°C, può calare nel breve periodo ed è dipendente dalle condizioni meteo. Sarebbe sempre utile verificarla dalle fonti a disposizione durante la fase precedente l’escursione».
Un’altra importante considerazione, secondo gli esperti del Soccorso Alpino della Gdf, è quello strettamente legato alle capacità individuali in particolar modo quando si tratta di escursioni di gruppo. In questo caso la scelta dell’itinerario dovrebbe sempre essere commisurata «al ribasso» cioè sui limiti degli elementi più deboli, come ad esempio i bambini, che hanno una capacità di resistenza minore e sono più sensibili alle altitudini e alle condizioni meteo avverse. Per questo sarebbe consigliata anche una conoscenza base della terminologia tecnica, della segnaletica e dei diversi gradi di difficoltà dei percorsi (turistico, escursionistico, per esperti, alpinistico). Tra le raccomandazioni dei militari del S.A.G.F rientra forse la meno scontata per chi vuole conoscere la montagna con le proprie gambe, pur non essendo un alpinista esperto: la capacità di rinuncia in caso le condizioni climatiche sconsiglino di proseguire oppure nel caso l’escursione presenti difficoltà o pericoli che l’utente della montagna non sia in grado di affrontare. E in ogni caso (anche questo parrebbe scontato ma in realtà non lo è così tanto) il consiglio dei due esperti è quello di affidarsi senza esitazioni ai soccorsi, effettuando la chiamata di emergenza in caso di pericolo o infortunio, evitando di proseguire o di muoversi in condizioni di difficoltà senza l’aiuto e la tecnica di soccorritori esperti.
«Investire sulla preparazione», conclude il comandante Manfredi, è il metodo migliore per ridurre l’incidentalità in montagna». Per il resto, ci sono gli specialisti del Soccorso Alpino della Guardia di Finanza. A soccorrere, ma anche a dare preziosi consigli.
«
Soccorrere, proteggere prevenire. Il Soccorso Alpino della Guardia di Finanza (S.A.G.F.)
Il Soccorso Alpino della Guardia di Finanza (S.A.G.F.) è nato ufficialmente il 30 marzo 1965 all’interno della scuola militare alpina più antica del mondo, quella delle Fiamme Gialle a Predazzo (Trento), fondata nel 1920.
Inizialmente articolato in 10 stazioni, oggi la specialità ne conta 29 a copertura dell’intero territorio nazionale, dalle cime delle Alpi fino all’Etna. Cuore dell’attività addestrativa è la stazione di Passo Rolle (1.984 m/slm) dove avviene la formazione dei finanzieri nella specialità del soccorso in montagna e, più in generale, in ambiente impervio. Nel corso di Addestramento alpino vengono formate le figure specializzate di Tecnico di Soccorso Alpino (Tsa) per le quali sono previste, durante il periodo addestrativo, ulteriori certificazioni nelle specialità di tecnico di elisoccorso, conduttore di cani da ricerca (in valanga e maceria), istruttore di soccorso alpino, istruttore cinofilo di soccorso. Recentemente si è aggiunta alle citate specializzazioni quella di Tecnico della ricerca Sagf, una figura professionale istruita all’uso di strumenti e tecnologie provenienti dall’attività di contrasto alla criminalità organizzata impiegate in questo caso per la ricerca di persone scomparse in aree impervie o ostili.
Le stazioni Sagf garantiscono l’immediato intervento a favore di persone infortunate ed in pericolo in media e alta montagna e in ambiente impervio, organizzano la ricerca di dispersi e il recupero salme in ambiente montano anche in terreno innevato, oltre al soccorso organizzato in caso di eventi catastrofici, in collaborazione con altre organizzazioni di soccorso, nell’ambito di protezione civile, anche all’estero. In quest’ultimo ambito, il soccorso alpino della GdF è intervenuto in occasione dei gravi eventi alluvionali che hanno recentemente colpito diverse aree del Paese, come Ischia e l’Emilia-Romagna, dove si è rivelato determinante l’impiego delle unità cinofile per la ricerca delle vittime. L'utilizzo dei cani da valanga e da ricerca dei dispersi è stato attivato sin dal primo anno di attività del S.A.G.F e oggi conta 60 unità distribuite nelle 29 stazioni sul territorio nazionale.
Ogni chiamata di soccorso ad una stazione Sagf prevede una differente risposta, dipendente dalla tipologia di intervento richiesta, che viene espletata spesso in coordinamento con altri enti (Forze dell’ordine, Vigili del Fuoco, Soccorso sanitario) e con i reparti volo con gli elicotteri (sia GdF che VVF o Suem 118) fondamentali per raggiungere zone di difficile accesso o ad alta quota. Questi ultimi sono gestiti dalla componente aerea del Corpo che opera con i sofisticati AW 169 e AW 139 equipaggiati con apparecchiature elettroniche specificamente studiate per la ricerca dei dispersi. Tra queste sicuramente spicca il sistema IMSI-IMEI «Catcher», una tecnologia mutuata dai reparti militari specializzati nella caccia ai latitanti. Installato sugli elicotteri del Soccorso alpino della GdF, il sistema è in grado di clonare una cella della rete cellulare, attirando le utenze che si trovino nelle vicinanze e che vengono attirati dalla cella sull’elicottero che riconoscono come appetibile. Nel momento in cui il telefono del disperso aggancia il sistema IMSI -IMEI è possibile localizzarlo con estrema precisione, permettendo così un intervento delle squadre di soccorso in tempi sensibilmente più rapidi.
Oltre ai compiti specifici nell'ambito del soccorso in montagna, il S.A.G.F. ricopre il ruolo di Polizia giudiziaria, ed è quindi interlocutore e autorità nei rapporti con le Procure per le indagini che riguardano eventi avvenuti in montagna o più in generale in zone impervie.
Attualmente, l’organico del Soccorso Alpino della Guardia di Finanza conta circa 300 specialisti in servizio attivo.
L'Esposizione Generale italiana del 1884 al Valentino fu un grande successo. Migliaia di espositori, milioni di visitatori. Tracciò la strada alla crescita industriale del secolo successivo.
Fa impressione leggere oggi i dati statistici sull’Esposizione Generale Italiana di Torino, che si tenne dall’aprile al novembre del 1884. Nel capoluogo piemontese sull’area dell’attuale Parco del Valentino lungo le rive del Po, nei sette mesi dell’evento si avvicendarono 14.237 espositori tra piccoli e grandi attività, enti, società e istituzioni del giovane Paese che aveva avuto in Torino il fulcro dell’Unità nazionale. I visitatori, tenendo conto anche delle difficoltà di viaggio che l’epoca ancora presentava, furono una vera e propria marea: oltre tre milioni. Lungo le rive del fiume, tra i viali nel verde del Valentino che si vide trasformato in una sorta di «cittadina delle meraviglie», i frutti della seconda rivoluzione industriale si misero in mostra. E, come vedremo in seguito, anticiperanno molte delle soluzioni tecnologiche e produttive che vedranno il proprio sviluppo nel Ventesimo secolo divenendo oggetti largamente diffusi nella vita quotidiana. Altrettanto sorprendente fu l’efficienza del comitato organizzatore, di cui il Principe Amedeo di Savoia fu presidente. Nel giro di due anni furono fissati gli appalti per i lavori di costruzione, approvati i progetti dei padiglioni, stabiliti gli espositori grazie a una fitta rete di sottocomitati in tutto il territorio nazionale. Plasmata sullo stile francese, data anche la vicinanza culturale tra Parigi e l’ex capitale sabauda, l’esposizione si caratterizzava per il massimo eclettismo (ed esotismo tipico del periodo) nello stile dei tanti padiglioni e chioschi, che costellavano un’area espositiva di 440 mila metri quadrati, dominata da tre grandi costruzioni principali: le Gallerie del Lavoro e dell’Industria e il Villaggio Medioevale. Le prime erano strutture in ferro, che ricordavano quanto visto nelle grandi esposizioni inglesi, mentre il secondo era la ricostruzione di un borgo ispirato allo stile del medioevo piemontese. Il villaggio esiste ancora oggi e rappresenta una delle più gettonate attrazioni della città. L’esposizione di Torino era suddivisa in otto grandi aree tematiche: belle arti, didattica, produzioni letterarie e scientifiche, previdenza e assistenza pubblica, industrie estrattive e chimiche, industrie meccaniche industrie manifatturiere economia rurale, orticola, forestale e zootecnica. Nelle grandi gallerie dell’Industria e della meccanica, popolate tutti i giorni da uomini in cilindro e donne in crinoline era possibile incappare in prototipi e progetti che, in alcuni casi, sono attualità dopo un secolo e mezzo. Come il modello in scala di una galleria sotto lo Stretto di Messina, presentato dalla Società Veneta e Impresa Costruzioni Pubbliche. La società era stata fondata nel 1872 da Vincenzo Stefano Breda, cugino del più famoso Ernesto. L’azienda si era occupata inizialmente di grandi opere infrastrutturali, tra le più importanti del neonato Regno d’Italia, tra cui quelle idrauliche agli argini dei grandi fiumi. Tra le costruzioni civili più importanti realizzate dalla società figura il palazzo delle Finanze, attuale sede del Ministero a Roma in via XX Settembre. Nella galleria dell’Industria erano concentrate le innovazioni principali, descritte minuziosamente e tramandate al giorno d’oggi dal catalogo ufficiale curato da un illustre ingegnere, Orazio Chiazzari de Torres, uno dei più importanti nel nascente campo delle costruzioni ferroviarie. E proprio su quest’ultimo Chiazzari si concentra nel descrivere le novità presentate all’esposizione, tutte rivolte a migliorare l’efficienza dei motori a vapore delle locomotive. Tra le soluzioni esposte, primeggiavano il sistema di iniezione automatica di acqua nelle caldaie, in grado di rendere molto più efficiente il rendimento del motore a vapore. L’iniezione automatica riguardava anche il sistema di lubrificazione delle macchine a vapore, sia fisse per l’uso industriale che per le locomotive. Queste pompe automatiche sostituivano i sistemi manuali, spesso resi inefficienti da agenti esterni come la polvere e i residui. Questi sistemi innovativi, tra cui quello brevettato dallo stesso Chiazzari, avevano anche un importante ruolo nella sicurezza operativa delle macchine a vapore. Fino ad allora, infatti, la lubrificazione degli organi veniva effettuata anche con il treno in corsa, rendendo pericolosissimo il lavoro del macchinista. E proprio al nuovo tema della sicurezza sul lavoro si concentrarono gli organizzatori e gli espositori di Torino. A stimolare la crescita nella prevenzione (un aspetto anche oggi primario nel campo industriale) vi fu un grave incidente che si verificò proprio in una fabbrica di Torino l’anno precedente l’esposizione e che produsse un vero e proprio choc nella cittadinanza. Il 16 maggio 1883 presso lo stabilimento Mazzucchetti di saponi e olii scoppiò una caldaia durante un collaudo, provocando la morte di un ingegnere e di due addetti, oltre a numerosi feriti. All’esposizione, l’ingegner Chiazzari portò il suo prototipo di «caldaia inesplodibile», una soluzione ingegneristica che si avvicinava a quelli che sarebbero poi stati gli standard di sicurezza adottati nel secolo successivo. Il suo brevetto fu utilizzato da una delle più importanti industrie italiane, l’Ansaldo. Ma non soltanto la sicurezza fu protagonista alla kermesse torinese del 1884: anche la salute e la prevenzione, oggetto dello slancio del progresso positivista, furono tra le novità dell’esposizione. Una delle soluzioni ingegneristiche in mostra nella galleria dell’industria ne rappresentava la sintesi. Tra le tante proposte e prototipi, trovò spazio un forno industriale «portatile» per l’essicazione del granoturco. Dalla semplice descrizione, non parrebbe un’invenzione tanto rivoluzionaria. Invece farà da apripista nel miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie in particolare del mondo agricolo. Il secolo XIX era stato funestato dalla piaga della pellagra, che colpiva in particolare modo le fasce più umili della popolazione a causa della dieta a base di mais, alimento che se non essiccato correttamente portava ad una sempre maggiore diffusione della malattia. Scriveva Chiazzari nel libretto-guida dell’esposizione: «Ma pel granturco la bisogna corre diversa, perché la sua fermentazione va congiunta ad un altro e più tremendo malanno, dovuto indubbiamente alla ingestione del mais guasto per umidità. Si allude allo sviluppo di quella maledetta pellagra, che miete annualmente un numero spaventoso di vittime, e mille e mille ne riduce a stato peggiore di morte. Né la malattia accenna punto a scomparire od a mitigarsi; che anzi va rapidamente estendendosi anche in quelle località che ne erano affatto immuni solo pochi anni in addietro». Il forno mobile alimentato a gas ad azione continua era l’antesignano dei moderni forni industriali. Formato da due parti principali, una camera di riscaldamento dell’aria e una di cottura a forma di campana, il forno poteva essere trainato su ruote e su affusto ferroviario. All’interno, su una base girevole dove venivano alloggiati i cestelli contenenti il cereale come nei moderni microonde, il granoturco seccava alla temperatura costante di 150°C. L’apparecchio garantiva il riscaldamento di ben 7 milioni di litri d’aria all’ora. Tra le pagine del catalogo dei prototipi, accanto ai brevetti di forni essiccatori per cereali, le primissime asciugatrici di panni antenate di quelle moderne. Anche in questo caso concepite per un uso diretto a migliorare le condizioni igieniche dei lavoratori tramite l’asciugatura rapida dei loro abiti da lavoro, furono presentate a Torino da diverse piccole realtà industriali del Nord.
Ma l’invenzione che forse anticipò maggiormente il futuro venne dal settore alimentare e della ristorazione, che all’expo di Torino fu tra le attrazioni più apprezzate dal vasto pubblico che la visitò. Si trattava di una macchina per fare il caffè «istantaneo», il prototipo delle macchine per caffè espresso di cui l’Italia diventerà leader mondiale nel secolo XX. Al numero 6.143 del catalogo generale appariva la breve descrizione di una «macchina privilegiata per la preparazione istantanea del caffè in bevanda», messa in funzione all’interno di uno stand-chiosco nella Galleria del Lavoro. L’inventore era Angelo Moriondo, proveniente da una dinastia torinese di produttori di cioccolato, ristoratore e albergatore. All’expo del 1884 comparve la prima macchina per il caffè espresso del mondo, un apparecchio color bronzo a forma di campana, dell’altezza di circa un metro. Alimentata da un fornelletto a gas (o in alternativa a carbone di legna) nella parte inferiore, aveva la peculiarità di poter controllare separatamente il flusso di acqua e vapori, ancora oggi alla base del funzionamento delle macchine del caffè espresso. L’inventore brevettò la sua creazione poco prima dell’apertura dell’Esposizione del Valentino, riuscendo a stupire migliaia di visitatori del suo stand e mese in funzione due macchine nei suoi prestigiosi locali nel cuore della città piemontese, l’«American Bar» e «Gran Caffè Ligure», dove le uniche due macchine lavoravano al ritmo di ben 5 tazze di caffè al minuto. Moriondo non sfruttò mai il brevetto per avviare la produzione industriale delle macchine per il caffè espresso, considerando le poche prodotte artigianalmente come una «meraviglia» riservata ai suoi locali. Quasi vent’anni più tardi, chiaramente ispirati al prototipo presentato a Torino nel 1884, Bezzera e Pavoni esposero alla grande Esposizione di Milano del 1906 le loro macchine per espresso, che avrebbero in futuro prodotto in serie con il marchio «La Pavone».
L’Esposizione Generale di Torino chiuse i battenti il 17 novembre 1884, quando già le foglie del parco Valentino erano cadute a terra. Ma all’orizzonte delle colline torinesi, per sette mesi, aveva brillato il sole del progresso scientifico e industriale, i cui raggi erano stati gli imprenditori che negli anni a venire traghetteranno l’Italia tra le «grandi» del mondo. E Torino, la ex capitale del Regno sotto le cui insegne il Paese si era unificato, sarà uno dei vertici del triangolo industriale assieme a Milano e Genova.




















