«Voglio ringraziare anche i Vigili del fuoco, il lavoro fatto come sempre è straordinario e preziosissimo. A loro dobbiamo dire grazie perché sono sempre la prima fila del pericolo, siete sempre a supporto della Nazione e questo fa la differenza». Così il presidente del Consiglio Giorgia Meloni intervenendo alla riunione sull’emergenza maltempo a Catania dopo il sorvolo in elicottero, un sopralluogo nelle zone colpite dal maltempo in Sicilia. «Voglio ringraziare Fabio Ciciliano e tutta la Protezione Civile per un lavoro che è stato fatto oggettivamente straordinario, intanto di prevenzione perché i piani di prevenzione hanno funzionato bene e questa è la ragione per cui noi oggi parliamo di ricostruire e non piangiamo delle vittime», ha concluso in un video diffuso da Palazzo Chigi.
Dopo che i leader europei hanno approvato il prestito da 90 miliardi di euro all’Ucraina, la Germania cerca di mettere sotto scacco i Paesi dell’Ue, facendo uno sgambetto soprattutto all’Italia e alla Francia.
Berlino ha infatti proposto di vincolare l’acquisto di armi di Kiev, che sarebbe finanziato proprio con parte del prestito, all’entità dei contributi bilaterali che gli Stati hanno erogato all’Ucraina. Ergo, Kiev indirizzerebbe i suoi acquisti verso i Paesi che l’hanno più aiutata. La mossa andrebbe quindi tutta a vantaggio della Germania e delle sue industrie della difesa: secondo il Kiel Institute, Berlino ha contribuito con 19,7 miliardi di euro in aiuti militari diventando il maggior donatore europeo dell’Ucraina.
Se il piano tedesco dovesse andare in porto, a rimetterci sarebbero soprattutto l’Italia e la Francia che sosterrebbero l’onere del debito comune, ricevendo un limitato ritorno industriale. Roma, stando ai dati del Kiel Institute, ha stanziato 1,7 miliardi di euro per aiuti militari, mentre Parigi ha fornito 5,9 miliardi. Va da sé, quindi, che le aziende della difesa italiane e francesi sarebbero quasi fuori dai giochi con una gran fetta di business che finirebbe in mani tedesche.
A ciò si aggiunge un ulteriore grattacapo: decidere se obbligare o meno Kiev ad acquistare le armi dalle industrie della difesa dell’Ue. La Francia è tra i sostenitori del «comprare europeo», mentre ad aver abbracciato una posizione diametralmente opposta sono sempre la Germania e altri 18 Stati, tra cui i Paesi Bassi. Nella loro visione, all’Ucraina dovrebbe essere consentito comprare armi da Paesi terzi qualora non ci fosse la disponibilità in Europa. Già lunedì, il segretario generale della Nato, Mark Rutte, aveva affermato al Parlamento europeo: se Kiev «può acquistare in Europa, fantastico. Ma sappiamo tutti che senza questo flusso di armamenti dagli Stati Uniti, non possiamo mantenere l’Ucraina in combattimento». Però nella proposta originaria della Commissione è già inclusa la clausola che consente a Kiev di rivolgersi a Washington. Inoltre, alcuni Stati membri, tra cui i Paesi Bassi, vorrebbero che anche il Regno Unito partecipasse ai contratti finanziati dal prestito dell’Ue. In ogni caso, se non ci fosse il vincolo a «comprare europeo», la Germania resterebbe in vantaggio. Guardando ai dati del Kiel Institute, il Regno Unito ha contribuito con 13,7 miliardi di euro in aiuti militari.
Gli ambasciatori dell’Ue sono stati chiamati ieri a esprimersi sui criteri di ammissibilità del prestito. Nel momento in cui scriviamo non è ancora nota la posizione, ma stando a quanto riferito da Politico la manovra a tenaglia tedesca potrebbe non ricevere il via libera. Invece, la proposta di aprire le porte alle aziende britanniche potrebbe essere accolta.
Al di là delle dinamiche europee, gli occhi sono puntati sulle trattative di pace, con l’ipotesi di un faccia a faccia tra il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, e l’omologo russo, Vladimir Putin che è tornata sul tavolo. La necessità di un incontro, più volte sottolineata da Kiev, è stata ribadita ieri anche dal ministro degli Esteri ucraino, Andrii Sybiha. In un’intervista rilasciata a European Pravda ha dichiarato che «per risolvere le questioni più delicate» Zelensky «è pronto a incontrare Putin». Mosca, almeno dalle parole rilasciate dal consigliere dello zar, Yuri Ushakov, sembra aver accettato. Ricordando che l’ipotesi di un summit «è stata discussa più volte durante le conversazioni telefoniche» tra Trump e Putin, Ushakov ha sottolineato che se il leader di Kiev «è pronto», lo zar lo aspetta a Mosca. È necessario però che «questi contatti siano ben preparati» e «orientati al raggiungimento di risultati positivi concreti». Dall’altra parte, la Russia garantirà «la sicurezza» di Zelensky e «le condizioni necessarie per lavorare».
Di certo il nuovo round del trilaterale tra gli Stati Uniti, l’Ucraina e la Russia si terrà domenica ad Abu Dhabi. A confermare l’incontro è stato anche il Cremlino. Il suo portavoce, Dmitry Peskov, ha precisato: «Il fatto che tutta una serie di questioni complesse relative alla risoluzione siano discusse a livello di esperti può già essere considerato un progresso» però «tutto dipenderà dall’approccio costruttivo degli interlocutori». Il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha ribadito: «C’è ancora distanza, ma almenosiamo riusciti a ridurre l’insieme delle questioni a una sola, centrale: la rivendicazione territoriale sul Donetsk». Nel frattempo, il leader ucraino ha comunicato che il suo team negoziale ha «individuato gli aspetti dell’accordo con gli Stati Uniti sulla ripresa postbellica che necessitano di essere approfonditi». A lanciare un monito verso l’Europa è stato il presidente del Consiglio europeo, António Costa: «Ora dobbiamo evitare di ostacolare gli sforzi del presidente Trump per raggiungere la pace» in Ucraina.
E mentre Kiev deve far fronte all’emergenza energetica, dall’Italia è già arrivato il primo aiuto. In una nota di Palazzo Chigi è stato annunciato che «l’Italia consegna all’Ucraina il primo lotto di forniture». Si tratta di «un sostegno concreto, attraverso la consegna di caldaie industriali e generatori elettrici». Il primo lotto consegnato riguarda «78 caldaie industriali e ulteriori 300 saranno consegnate nelle prossime settimane». Anche la Francia si prepara a «inviare generatori per aiutare la popolazione a superare l’inverno», ha dichiarato il presidente francese, Emmanuel Macron. Che ha anche promesso a Zelensky l’invio di «aerei, missili per sistemi di difesa aerea e bombe aeree».
In questa puntata di «Tutta la Verità» il direttore Maurizio Belpietro commenta l'episodio accaduto a Milano al Boschetto di Rogoredo, in cui un agente ha ucciso un irregolare armato di pistola che lo stava aggredendo durante un'operazione, e confronta quello che accade in Italia con i tumulti a Minneapolis.
Striscia la notizia che non striscia è un esperimento riuscito?
«È un esperimento riuscitissimo. Tra le trasmissioni di Canale 5 andate in onda contro Don Matteo è quella più vista degli ultimi cinque anni. Quindi chi ha deciso, nonostante la perplessità di molti, di piazzarci in questo giorno assolutamente non favorevole, l’ha comunque azzeccata».
È riuscita la prima puntata o l’idea della prima serata?
«Ci è stato chiesto di realizzare una trasmissione in prima serata che noi abbiamo cercato di costruire con l’idea della parodia del varietà. Ma manteniamo i nostri servizi e le nostre inchieste, che restano fortissime».
È un ciclo di cinque serate, che ascolti dovete fare per allungarvi la vita?
«Per ora sono state stabilite cinque puntate che finiscono prima del Festival di Sanremo. L’ascolto che ci ha chiesto Pier Silvio Berlusconi per la prima puntata di 2,5 milioni di telespettatori è stato ampiamente superato. Se poi si guarda la sovrapposizione con Don Matteo superiamo anche i 3 milioni, quindi l’obiettivo è raggiunto. Spero non le dispiaccia».
Farete un altro ciclo?
«In questa stagione ci sarebbe qualche problema organizzativo perché Iacchetti ha il suo tour a teatro e io stesso avrei degli impegni. Semmai sarebbe un progetto per la prossima stagione».
La prima puntata avete avuto ospiti Fiorello, Maria De Filippi e Alex Del Piero: è difficile mantenere questo livello anche stasera?
«L’impatto degli ospiti dipende anche da cosa gli fai fare. Gli ospiti di questa sera sono Lorella Cuccarini, Checco Zalone, Gerry Scotti, Gabriel Garko, Emanuela Folliero, i Cugini di Campagna e i Bellissimi di Rete4: Nuzzi, Giordano, Del Debbio. Per un uccellaccio del malaugurio come lei, le sembrano sufficienti?».
Celentano non siete riusciti a convincerlo o Claudia Mori si è messa di traverso come sembrava dalla vostra gag?
«Era solo una gag in purezza».
Fingo di crederci.
«Secondo lei mandiamo un sosia di Rocky a gridare Adriano Adriano sotto le mura di una presunta casa Celentano? Era una presa in giro della ricerca degli ospiti del varietà. “Allora chi invitiamo? Mina, Celentano…”. Anche perché, con rispetto parlando, è più famoso Sylvester Stallone di Celentano».
La presenza di Enzo Iacchetti vi ha tolto qualcosa?
«Qui la aspettavo. La presenza di Iacchetti è fonte di una campagna di odio violenta da parte di gente organizzata».
Addirittura.
«Come li giudica migliaia di commenti sui social che invitano a cambiare canale mentre lui è in video? Il movimento si chiama “Iacchetti? No, grazie!”. Un linciaggio alla persona teso esclusivamente a fomentare odio. Si mostra una foto fake di Iacchetti con un cartello davanti alla Tour Eiffel che dice “cosa ne pensate se me ne andassi fuori dall’Italia?”. Su una frase che Iacchetti non ha mai detto, né ha mai attaccato la Meloni, si forma una valanga di insulti e minacce contro lui e la trasmissione: non guardatela, cambiate canale…».
Un po’ si è esposto?
«Essendo l’uomo più buono del mondo si è esposto, mettendoci la faccia, quando a metà settembre scorso nel programma di Bianca Berlinguer, mentre parlava dei bambini morti a Gaza, il rappresentante della comunità ebraica gli ha detto “definisci bambino”. Una frase orrenda. Vuol dire che certi bambini si possono ammazzare e altri no? A quel punto Enzino ha sclerato. Farlo diventare per questo l’ideologo dei pro Pal è semplicemente ridicolo. Nessuno di noi è antisemita. Siamo semplicemente contro la guerra, come delle innocue aspiranti Miss Italia. Ma per gli haters questa semplice frase, dirsi contro la guerra, significa schierarsi politicamente. Falso, perché qualunque cattolico dovrebbe essere contro la guerra».
Anche nelle successive ospitate ha assunto posizioni oltranziste.
«Non mi risulta. Mi risulta che abbia una posizione preoccupata, pacifista e senz’altro contro Netanyahu. La stessa che hanno anche ambienti ebraici che ci seguono e ci stimano».
In compenso avete avuto la complicità dei mammasantissima di Mediaset: Gerry Scotti ha ospitato Greggio e Iacchetti per un lungo promo, Maria De Filippi ha fatto l’inviata.
«Striscia è la trasmissione più iconica di Canale 5. Quella che l’anno scorso, dopo i programmi di Maria al sabato, faceva più ascolti».
Cosa vi dà e cosa vi toglie la prima serata?
«A me dà l’idea di una nuova sfida, che può eccitare anche alla mia età. Era una scommessa difficile, con tanti gufacci che prevedevano la nostra fine e ora, dopo la prima puntata, si chiedono come faremo la seconda».
Meno denuncia e più varietà?
«No, le denunce rimangono. Abbiamo fatto pezzi che ci hanno provocato da subito grossi grattacapi tipo quello sui neomelodici. L’esperimento sociale di Valerio Staffelli sta facendo milioni di visualizzazioni».
Non è che invecchiando sta diventando più buono?
«Sono sempre stato buono, anche troppo».
La caricatura di Sergio Mattarella funziona?
«Era una gag episodica, messa lì semplicemente per prendere in giro il varietà. Guardate che ci siamo impegnati, abbiamo sei veline, lo studio più grande, l’orchestra, stiamo cercando Celentano e abbiamo anche Mattarella».
È lui il vero capo dell’opposizione?
«Io lo vivo sempre come un pacato democristiano».
Della sinistra democristiana.
«Lo dice lei, io non penso».
Se farete un altro ciclo condurranno sempre Greggio e Iacchetti?
«Dipende dagli impegni di tutti».
Si possono sempre cambiare i conduttori: Pio e Amedeo?
«Hanno il loro varietà».
Bonelli e Fratoianni?
«Se non ce la fanno nemmeno a condurre un partito che avrebbe potenzialità enormi, come pensa che possano condurre una cosa complessa come un varietà».
Fabrizio Corona e Alfonso Signorini?
«Nel 2017 il magazine di Signorini aveva suggerito la conduzione di Corona e io risposi che glielo avrei fatto condurre insieme ad Alfonso Signorini, entrambi completamente nudi, e i loro corpi sottoposti a una salatura. Al posto delle veline, due capre dei Pirenei. Risate assicurate».
Il Gabibbo sulla neve delle Olimpiadi di Milano-Cortina produrrebbe un bell’effetto cromatico?
«Non è escluso, se accadono fatti che lo stimolano. Siamo sempre sul pezzo».
Stefano De Martino è il conduttore più talentuoso dell’ultima generazione?
«È senz’altro il più poliedrico, difatti l’avevo individuato per fargli condurre Striscia. Io e lui eravamo d’accordo già nell’ottobre 2023, ma poi si è perso tempo sul contratto. E quando Amadeus se n’è andato nella primavera del 2024, la Rai ha bloccato De Martino».
Affari tuoi è all’ultima stagione?
«È ancora vivo e vegeto. Se si tiene il pacco da 300.000 euro fino alla fine, come han fatto l’altro giorno, e ci si allunga nell’orario, è tutt’altro che morto. È chiaro che ha una difficoltà per cui deve essere alternato. Dopo la trentesima volta che vedi da una parte 300.000 e dall’altra 20 euro anche il più tonto si insospettisce».
Perché la generazione dei quarantenni come Alessandro Cattelan, Ema Stokholma, Andrea Delogu, Diaco, faticano a sfondare?
«Evidentemente non faticano abbastanza».
È difficile gestire inviati e collaboratori che lavorano e guadagnano parecchio meno di prima?
«Nella fase iniziale lo è stato perché si era detto che si partiva a novembre. Invece, per motivi anche misteriosi, siamo partiti dopo metà gennaio. Ci siamo trovati in difficoltà soprattutto con chi non aveva preso altri impegni per aspettare di partire con noi per realizzare indagini che richiedono parecchio lavoro. Strada facendo anche questa situazione si risolverà».
Ha detto che Striscia è «unica e irripetibile, un bene della nazione»: troppo?
«È la trasmissione dei record. Se fossimo stati sostituiti da una trasmissione più moderna allora avremmo un rimpianto. Ma siccome siamo avvicendati da un format che viene da lontano e nelle altre reti si fa una tv antica, continuiamo a essere la trasmissione più moderna, provocatoria e soprattutto utile al pubblico in circolazione».
L’hanno chiamata a tenere una lezione alla Sorbona, fanno tesi di laurea su Striscia, le manca il Nobel per la cultura pop, che per altro non c’è?
«Fu un ciclo di lezioni alla Sorbona che la responsabile del Celsa Françoise Boursin definì formidable».
In francese suona meglio. Un’installazione di Striscia al Moma ci starebbe?
«Certo».
È un programma immutabile o una versione corsara è possibile?
«Dimostra di sapersi adeguare a varie formule».
Pier Silvio l’ha invitato a cena dopo che ha detto di non averlo mai visto per più di cinque minuti a quattr’occhi?
«Sì, ma non a quattr’occhi. Meglio per tutti e due».
A proposito, quando è a Cologno pranza con la squadra di autori e la sera nel residence con chi cena?
«A Cologno non pranzo, nel senso che mi accontento di una roba che noi chiamiamo cibo d’autore, focaccette, dolcetti, schifezzuole... Altri autori prima o dopo mettono i piedi sotto la tavola. La sera vado al ristorante o ceno al residence da solo. E, fieramente, mi lavo anche i piatti».
E dopo si sciroppa i talk show e i programmi d’inchiesta?
«No, non li guardo».
Il preferito e il meno amato?
«Davvero, non li guardo. La sera leggo o svengo».
A Stefano Lorenzetto l’85enne Pierluigi Magnaschi, il più vecchio direttore di giornali del mondo, ha confessato che dalle 3 alle 5 di notte legge tutti i quotidiani, stranieri compresi. Lei che abitudini ha?
«Ringrazio Lorenzetto per le pulci ai giornali che fa per tutti noi».
Ma le sue abitudini?
«Leggo fino all’una di notte e poi ricomincio alle sei e mezza».
Da quale giornale inizia?
«La Stampa di Torino».
E quello che le dà più soddisfazione?
«Mmmh… direi Playboy, se c’è ancora…».
Con Marina Berlusconi che rapporto ha?
«Sono anni che non la vedo, l’ultima volta fu all’uscita del Teatro Manzoni. Però mi piaceva quando scriveva contro Carlo De Benedetti».
Auspica che uno fra lei e Pier Silvio scenda in campo?
«Veramente avevo sentito parlare di Massimo Doris. Fossi nei figli di Berlusconi invece che scendere, salirei a Saint Moritz e terrei il telefono spento per un mese».
Rimpiange i tempi della sit Il Cavaliere mascarato?
«Berlusconi dava spunto a tutti i satirici, ci faceva vivere di rendita».
Durante il caso Giambruno si diceva che avesse nel cassetto altri fuorionda, invece…
«Tutto quello che avevo è andato in onda. Anche perché quella performance l’aveva fatta a Milano mentre a Roma era molto più prudente. Ho aspettato per avere nuovo materiale, ma non sono arrivate altre gioie».
L’ha mai incrociato negli studi di Cologno?
«Mai».
Forza Italia ha bisogno di volti nuovi o va bene così?
«Potrei dare consigli fraudolenti».
La ascolto.
«Non mi viene in mente nessuno. Anzi sì, Lele Mora».
Volti nuovi per il Pd?
«Più che di volti mi sembra abbia bisogno di programmi».
Elly Schlein, sotto gli slogan niente?
«Intanto, ha resistito più di quanto ci si potesse aspettare. Tuttavia, è chiaro che verrà spazzata via, come da abitudine, non dalla destra, ma dai suoi cacicchi».
Può essere segretario del Pd una che ha l’armocromista e la cittadinanza svizzera?
«Sono in conflitto d’interessi perché dal punto di vista della satira è il paradosso ideale. L’anno scorso ci abbiamo campato tutta la stagione».
È in conflitto d’interessi perché è del Pd?
«No, da semplice cittadino penso che un’opposizione forte faccia bene al Paese».
Chi vedrebbe come futuro segretario, Beppe Sala o Maurizio Landini?
«Nessuno dei due».
Giorgio Gori?
«Lui di varietà se ne intende. Saprebbe organizzare un grande show».
E come futuro candidato premier del centrosinistra?
«A Medjugorje si sta aspettando un’apparizione».
Chi è il leader di partito con maggiori doti mediatiche, dialettiche?
«Matteo Renzi, ma, per fare un esempio calcistico, sembra uno di quei virtuosi nel palleggio a bordocampo che poi in squadra fanno danni».
Di Donald Trump si sottolineano troppo i lati negativi?
«Fa di tutto perché si sottolineino quelli».
Almeno non è ipocrita: fa la guerra alle guerre, al green deal e al woke?
«Secondo me queste azioni fanno parte della sua enorme ipocrisia».
È andato a vedere il film di Checco Zalone?
«Sì e mi è anche piaciuto. Sono andato nei giorni scorsi a un’ora improponibile e il cinema era pieno».
L’ultima volta che ha votato?
«Ho rimosso».
Al referendum sulla separazione delle carriere voterà?
«Voglio farmi condizionare dagli ultimi giorni della campagna referendaria per decidere se farlo o no».
Mandi un buffetto al suo amico Beppe Grillo.
«Beppe sa che può sempre contare su di me».
Che impressione le ha fatto l’ultimo post introspettivo?
«Ribadisco la risposta precedente».
È più ingiustificata la superiorità morale della sinistra o il vittimismo della destra?
«Due cialtronate ingiustificabili».
Se lo aspettava che Giorgia Meloni durasse così a lungo?
«L’Italia è comunque sempre stata sostanzialmente un paese di destra. Meloni ormai incarna un intrepido esempio della Resistenza, non so se le farà piacere».
C’è voluto un documento ufficiale dell’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, diretta da Marina Terragni, per mettere finalmente un punto sulla vicenda della famiglia nel bosco e, più in generale, sui dolorosi allontanamenti dalle famiglie di bambini e ragazzi che, secondo gli ultimi dati del Ministero del lavoro, hanno raggiunto l’incredibile numero di 25.000, escludendo dal conteggio i minori stranieri non accompagnati.
«I casi recenti, come quello della famiglia nel bosco, hanno riportato al centro dell’attenzione la questione dei prelevamenti di bambini», ha dichiarato la Garante presentando il documento ieri a Roma, «allo stesso tempo ci arrivano segnalazioni di vicende ancora più problematiche nelle quali i minorenni sono esposti a gravi rischi. Per questo motivo ho pensato fosse necessario fare chiarezza, con riferimento a normative e sentenze che ci consentano un più chiaro orientamento in materia», ha spiegato Terragni.
Il dato che balza agli occhi leggendo numeri e riferimenti legislativi elencati nel documento del Garante per l’Infanzia è che, nel caso della «famiglia nel bosco» e di chissà quante altre, la misura di allontanamento di un minore dalla famiglia non è disposta come «eccezionale, da adottare solo in situazioni di grave pericolo», come prevede l’articolo 403 del Codice civile, che infatti dispone il prelevamento forzoso «esclusivamente quando è necessario proteggere i bambini in stato di abbandono morale o materiale, da un pregiudizio grave o da rischi imminenti per la salute. Tutt’altro: «Nella pratica, l’allontanamento avviene anche nell’ambito di conflitti tra genitori, in contrasto con il diritto del minore a crescere nella propria famiglia, diritto riconosciuto dalla Costituzione e dalla Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza», ha osservato Terragni. Quello della famiglia Trevallion, dove i bambini sono stati strappati ai genitori da quasi 100 giorni senza che sia stata ancora effettuata la perizia psicologica alla coppia, richiesta dal tribunale, non è dunque un caso isolato. Né sono un caso isolato, purtroppo, le modalità traumatiche di distacco dalla famiglia anglo-australiana, anche queste non previste dalla legge: non spetta infatti alle forze dell’ordine intervenire nei prelevamenti, come invece è accaduto, fatti salvi i casi di assoluta emergenza riconducibili all’articolo 403 del Codice civile. Non solo: «Qualora il minore opponga resistenza al trasferimento, l’operazione deve essere immediatamente sospesa e la situazione riferita al giudice che ha disposto il provvedimento». I figli Travallion sono «distrutti dall’ansia», ha riferito il padre, ma a quanto pare non è importato a nessuno.
Un altro diritto fondamentale calpestato è quello dell’ascolto diretto del minore da parte del giudice: l’eventuale omissione, ha sottolineato l’Autorità garante, «richiederebbe motivazioni specifiche». Insomma, il maldestro e disorganizzato ricorso alle strutture di accoglienza dovrebbe essere l’extrema ratio ma è diventata ormai la norma: i bambini per alcuni tribunali appartengono allo Stato, che ne può disporre come vuole.
I numeri forniti dal Garante sui minori coinvolti e su costi per lo Stato sono impressionanti: nel 2024 circa 25 mila minori sono stati ricollocati, mentre 16 mila circa sono stati quelli affidati a una famiglia. «Il costo medio di 150 euro al giorno per minore pesa sulla spesa pubblica per oltre 1,3 miliardi l’anno: risorse che potrebbero sostenere direttamente le famiglie, evitando separazioni non necessarie e ulteriori traumi per i bambini» ha rilevato Terragni.
La famiglia Trevallion docet: il comune di Palmoli ha speso finora 15.000 euro per la loro permanenza in casa famiglia e altri 30.000 dovrà sborsarne la Regione Abruzzo, nonostante un imprenditore locale abbia messo da tempo a disposizione della famiglia uno stabile di sua proprietà a titolo gratuito
Qualche spiraglio di luce, però, c’è: «Il disegno di legge in materia di affido a firma di Roccella-Nordio, quando approvato, metterà finalmente a disposizione un censimento sistematico delle strutture di accoglienza e delle famiglie affidatarie» ha annunciato Marina Terragni. Sarà inoltre attivato dai tribunali un flusso informativo che rilevi anche le motivazioni del collocamento, spesso vaghe, la durata e gli esiti finali dei provvedimenti. Non è noto, infatti, quali di questi provvedimenti siano stati disposti in via d’urgenza, quanti nell’ambito di contenziosi tra i genitori e quanti per altre ragioni. Il rifiuto del minore verso un genitore, spesso il padre, viene indicato come ragione di collocamento in struttura. «È necessario invece indagare le cause del rifiuto, evitando il ricorso a costrutti non scientifici come la cosiddetta alienazione parentale (PAS), non riconosciuta e stigmatizzata sia dalla comunità scientifica sia dagli organismi internazionali e tuttavia ancora prese in considerazione da alcuni tribunali. Allo stesso modo, le cosiddette terapie di riunificazione mancano di evidenza scientifica e possono risultare traumatiche. Manca inoltre una valutazione strutturata del possibile impatto traumatico e del rischio iatrogeno connesso agli allontanamenti», ha osservato Terragni. Anche la durata temporale dei collocamenti non ha, nei fatti, alcun limite: la legge indica un massimo di 24 mesi, prorogabili a discrezione del giudice, ma i dati mostrano che i minori che rientrano in famiglia d’origine sono soltanto la metà. Manca infine una valutazione sistematica dell’effettivo impatto degli allontanamenti sulle vite dei minori. Ma con tribunali che dispongono in questo modo della vita dei bambini, la strada appare tutta in salita.







