«Voglio ringraziare anche i Vigili del fuoco, il lavoro fatto come sempre è straordinario e preziosissimo. A loro dobbiamo dire grazie perché sono sempre la prima fila del pericolo, siete sempre a supporto della Nazione e questo fa la differenza». Così il presidente del Consiglio Giorgia Meloni intervenendo alla riunione sull’emergenza maltempo a Catania dopo il sorvolo in elicottero, un sopralluogo nelle zone colpite dal maltempo in Sicilia. «Voglio ringraziare Fabio Ciciliano e tutta la Protezione Civile per un lavoro che è stato fatto oggettivamente straordinario, intanto di prevenzione perché i piani di prevenzione hanno funzionato bene e questa è la ragione per cui noi oggi parliamo di ricostruire e non piangiamo delle vittime», ha concluso in un video diffuso da Palazzo Chigi.
Carràmba che sorpresa, Raffaella Carrà aveva un figlio segreto. La showgirl più amata dagli italiani (soprattutto dai boomer) l’aveva adottato, ne aveva protetto l’identità e prima di morire (a 78 anni nel 2021) l’aveva nominato «erede legittimo del patrimonio, oltre che dei diritti d’immagine e d’autore di tutte le sue opere». Si tratta di Gian Luca Pelloni Bulzoni, 62 anni, per lungo tempo segretario personale e manager dell’artista, una delle persone a lei più vicine nei chiaroscuri della vita.
La rivelazione è emersa casualmente in un contenzioso giudiziario approdato al tribunale di Roma, chiamato a dirimere un contenzioso con la società spagnola che aveva portato sul palcoscenico il musical Ballo Ballo sui successi della Raffa Nazionale.
Pelloni Bulzoni, ferrarese di nascita ma romano da sempre, titolare della società di produzioni musicali Arcoiris, attraverso il legale Barbara Giaquinto aveva chiesto al giudice di bloccare quello spettacolo per «assenza del suo consenso» e perché aveva individuato modalità di promozione «con un elemento gravemente offensivo per la memoria dell’artista». Praticamente la vendita dei biglietti con patatine e Coca cola come omaggio per il pubblico. Al di là dell’appiglio, una richiesta di inibitoria legittima da parte di colui che - come scrive il Corriere della Sera - si presentava da «erede di Raffaella Carrà, titolare dei diritti sull’immagine, sulla voce e sul nome, nonché dei dati, delle informazioni sulla sua vita personale e professionale perché altresì titolare del diritto morale e dei diritti di utilizzazione delle opere dell’ingegno dell’artista».
Il passaggio contenuto nelle carte è decisivo per determinare il suo ruolo anagrafico di figlio adottivo ed è stato confermato dalla Fondazione Raffaella Carrà con una nota. «La scelta della signora Carrà di adottare Gian Luca Pelloni Bulzoni era finalizzata a proseguire la sua attività e a portare avanti in suo nome tutte le iniziative benefiche a lei care. Pelloni Bulzoni ha già istituito la Fondazione, destinando il suo impegno a numerosi progetti di solidarietà, oltre a patrocinare anche eventi culturali e musicali in onore dell’artista». La showgirl, che non ha mai avuto un figlio naturale, è stata nei 50 anni di carriera cantante, attrice, ballerina e star della televisione. Ha collezionato 25 album in 46 Paesi del mondo, con oltre 60 milioni di dischi venduti. Nel 2024, con il remix del brano Pedro, è stata la prima donna italiana a entrare nella top 50 di Spotify. Un tesoro in diritti d’autore e di immagine.
Oltre alla presenza da mattatrice in Canzonissima, Ma che musica maestro, Pronto Raffaella?, Fantastico, Carràmba che sorpresa!, il Festival di Sanremo (era il principale volto femminile del piccolo schermo), nel bilancio d’una carriera straordinaria vanno inseriti i numerosi film con registi e attori di primo livello come Mario Monicelli, Marcello Mastroianni, Frank Sinatra, Trevor Howard, Jean Marais, James Coburn e Bill Cosby. Per dare un’idea del tesoro della Carrà basti ricordare la polemica con Bettino Craxi nel 1984, quando la Rai le rinnovò un contratto che le avrebbe assicurato sei miliardi di vecchie lire in due anni, cifra definita «immorale e scandalosa» dall’allora presidente del Consiglio.
Amatissima dal pubblico, protagonista di duetti immortali con Alberto Sordi e Roberto Benigni, Mina e Madonna, Carrà è sempre stata molto gelosa della propria privacy, ha sempre saputo tenere distinti il palcoscenico e la vita con gli affetti più cari, fra i quali l’ex coreografo e compagno Sergio Japino e i due nipoti Matteo e Federica, figli del fratello Vincenzo, scomparso prematuramente. Protetto da questa estrema discrezione, Pelloni Bulzoni era sempre rimasto un passo indietro, nel ruolo di segretario devoto e professionale. E l’adozione non era mai stata resa pubblica.
Riguardo al contenzioso con i titolari di Ballo Ballo, la giudice Laura Centofani non ha accolto la richiesta dell’erede e non ha concesso l’inibitoria dello spettacolo per un motivo molto semplice: le 36 rappresentazioni dello show teatrale, seguito naturale dell’omonimo film del regista Nacho Alvarez uscito nel 2020, si erano già svolte e non ne erano previste altre. Per eventuali risarcimenti del presunto danno per la «realizzazione, distribuzione, pubblicizzazione e rappresentazione, in qualsiasi forma e tramite qualunque mezzo, per l’assenza del suo consenso», il querelante dovrebbe promuovere una nuova azione legale nel merito.
A margine bisogna aggiungere che secondo il fascicolo giudiziario, Pelloni Bulzoni sarebbe stato a conoscenza del tour teatrale successivo al film, allestito per «portare nel mondo l’eredità morale di Raffaella», con prossime tappe soprattutto nell’America Latina che la adorava. Ovviamente è tutto in bilico e sarà ancora una volta un tribunale a decidere. Di sicuro, anche a cinque anni dalla conclusione della sua avventura terrena, Maga Maghella non finisce di sorprendere.
Un’«Armada» si è incagliata a Hormuz. Benché il comando statunitense continui a sciorinare i numeri degli obiettivi colpiti in Iran, Donald Trump non ha fatto proprio la figura del comandante di una spedizione trionfale, quando ha chiesto aiuto agli alleati per sbloccare lo Stretto. Con i soliti toni da smargiasso: la Nato avrà un futuro «molto negativo», ha minacciato l’altra notte, se i suoi membri non daranno una mano agli Usa. La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha poi confermato che «il presidente sta parlando con i nostri alleati in Europa e anche con molti dei nostri partner nel Golfo e nel mondo arabo per incoraggiarli a fare di più. In particolare i nostri alleati della Nato», ha insistito, «devono fare di più».
Sbloccare il canale, in effetti, è soprattutto interesse degli importatori: anche Oltreoceano i carburanti sono aumentati, ma a differenza nostra, l’America è energeticamente autosufficiente. Eppure, quella di Trump è stata vox clamantis in deserto. Un po’ perché nessuno smania per entrare nel conflitto, nemmeno dalla porta secondaria; un po’ perché nessuno si fida del tycoon, la cui strategia d’uscita dall’inferno mediorientale è quantomeno carente. I «nemici» ai quali Teheran impedisce il passaggio nel braccio di mare confidano in un negoziato.
Pare dimostrarlo la dichiarazione di Antonio Tajani: «Credo che debba prevalere la linea della diplomazia». L’Italia aveva smentito l’indiscrezione del Financial Times, secondo cui Roma e Parigi avrebbero provato a scucire concessioni dall’Iran. Emmanuel Macron, con l’omologo Masoud Pezeshhkian, ha sottolineato che «la libertà di navigazione deve essere ripristinata al più presto». Boris Pistorius, il ministro della Difesa tedesco, ha manifestato interesse soltanto per «garantire diplomaticamente» i flussi navali. Trump, ieri, ha incalzato «i Paesi le cui economie dipendono da Hormuz». «Alcuni non sono entusiasti di aiutarci», ha ammesso. «E il livello di entusiasmo per me è importante». La maggior parte di quelli che aveva chiamato in causa gli ha risposto picche. Persino Israele è stato tiepido: «Non escludo nulla», ha tagliato corto l’ambasciatore all’Onu, Danny Danon, a chi gli domandava se sarà organizzata una scorta per le petroliere.
Dal segretario generale dell’Alleanza atlantica, Mark Rutte, non sono arrivate reazioni. A escludere un ruolo della Nato ci hanno pensato l’Alto rappresentante Ue, Kaja Kallas (Hormuz è «fuori dall’area di intervento» dell’organizzazione); il ministro degli Esteri tedesco, Johann Wadephul (la Nato non può «assumersi la responsabilità per lo Stretto di Hormuz»); il cancelliere, Friedrich Merz («La Nato non è stata affatto consultata, è un’alleanza di difesa e non di intervento, per questo mi auguro che ci si tratti reciprocamente con il necessario rispetto»); e Keir Starmer.
Sono rilevanti i distinguo della stessa Londra, che per prima aveva evocato una sorta di spedizione dei volenterosi a Hormuz. Ieri, il premier inglese ci ha tenuto a ribadire che il Regno Unito «non entrerà in una guerra a vasto raggio». Starmer ha comunque promesso che lavorerà a «un piano collettivo sostenibile». Il Guardian aveva parlato dell’invio di droni dragamine, piuttosto che di navi con personale a bordo. «Sono molto sorpreso» dal comportamento britannico, ha commentato ieri Trump, fiducioso però in un supporto inglese a Hormuz. Nel mondo anglofono, va registrato il niet dell’Australia.
La Germania, come ha annunciato Merz, non invierà navi nello Stretto finché saranno in corso le ostilità. Stessa posizione della Francia: stando al Financial Times, l’Eliseo entrerebbe in azione solo a guerra finita. Il tycoon è convinto che Parigi «aiuterà. Su una scala da zero a dieci, Macron si è comportato da otto. Non è perfetta, ma è la Francia. Non ci aspettiamo la perfezione». Anche la Grecia, che si era fatta avanti per difendere Cipro, stavolta ha dato forfait. I Paesi Bassi - da dove proviene Rutte - hanno promesso che esploreranno «quello che è possibile». Kallas aveva suggerito di «cambiare il mandato della missione» nel Mar Rosso. Tajani ha accolto la prospettiva di un suo rafforzamento, non di un allargamento a Hormuz. È la tesi che Giorgia Meloni, in serata, ha illustrato a Quarta Repubblica, osservando che mandare navi a Hormuz sarebbe « un passo avanti nel coinvolgimento» bellico.
L’Onu si è limitata a un no comment sull’ipotesi di guidare un’operazione nello Stretto. E nemmeno l’Asia si è mobilitata. Seul, domenica, aveva comunicato di voler valutare «con attenzione» la richiesta americana. Il Giappone si è sfilato. Poi c’è il Dragone, uno dei sette Paesi cui si era rivolto il tycoon. Pechino «dovrebbe dare una mano», ha rilanciato il presidente Usa, «dato che riceve il 90% del suo petrolio proprio attraverso lo Stretto». Sembrava che vagheggiare un rinvio dell’incontro con Xi Jinping sui dazi, previsto ad aprile, servisse per dare una spinta al regime. Il segretario al Tesoro, Scott Bessent, reduce da discussioni «costruttive» a Parigi con i cinesi, lo ha però smentito: se il bilaterale venisse spostato, sarebbe per motivi «logistici». La Cina ha reiterato la richiesta di «fermare immediatamente le operazioni militari». Il sospetto è che abbia concordato con Teheran qualche salvacondotto.
Ieri, una petroliera pakistana, con un carico di greggio di Abu Dhabi, è transitata da Hormuz, diretta a Karachi. Per Marine Traffic, ciò significa che già «alcune spedizioni selezionate potrebbero beneficiare di un passaggio sicuro negoziato». Non è peregrino pensare che le diplomazie occidentali siano all’opera per addivenire a soluzioni simili.
Trump ha affidato al segretario di Stato, Marco Rubio, il compito di elencare i Paesi disposti a collaborare a Hormuz. Ma è stizzito con gli alleati: «Non abbiamo bisogno di nessuno. Siamo la nazione più forte del mondo», ha tuonato, assicurando di averli interpellati all’unico scopo di vedere «come reagiscono». «È da anni che dico che se mai dovessimo aver bisogno di loro, non ci saranno». Alla loro diffidenza hanno però concorso parecchi elementi concreti: il retroscena sui calcoli errati del presidente, sicuro di sbrigare la pratica bellica prima che gli ayatollah potessero bloccare lo Stretto; la confusione operativa, con le incertezze sull’isola di Kharg, l’incredibile trasferimento di due natanti Usa, dotati di capacità di sminamento, dal Golfo persico alla Malesia, nonché l’annuncio ambiguo del tycoon, che sostiene di aver distrutto tutte le 30 posamine dell’Iran, ma di non sapere se alcuni ordigni siano stati già collocati sui fondali. Ieri, Bessent ha segnalato che gli americani stanno permettendo il passaggio ai tanker di Teheran «per rifornire il resto del mondo. Riteniamo che ci sarà un’apertura naturale da parte degli iraniani e per ora ci va bene». Chissà se miliardi di automobilisti, alle prese con i rincari, sono d’accordo.
L’effetto della guerra sulle pompe di benzina si è visto subito (ieri il diesel ha toccato i massimi da 4 anni superando i 2 euro al litro), ma sulle bollette tutti si chiedono cosa succederà. Uno studio di Papernest.it spiega quanto di questi aumenti si rifletterà realmente nelle bollette dei consumatori. Secondo Arera metà delle famiglie italiane è esposta a variazioni dei prezzi del mercato nella parte più sensibile della bolletta perché ha sottoscritto contratti variabili, mentre l’altra metà non vedrà alcun cambiamento finché il contratto fisso non arriverà a scadenza (il contratto fisso ha la tariffa bloccata per la durata contrattuale che di solito dura dai 12 ai 24 mesi). In sostanza e oscillazioni giornaliere del mercato non si traducono subito in bollette più alte.
Le quotazioni tuttavia sono schizzate: il punto di rottura è arrivato il 4 marzo quando in sole 24 ore, le quotazioni di Luce (Pun) e Gas (Psv) sono schizzate rispettivamente del 32% e del 27%.
L’aumento non è solo teorico. Per una famiglia tipo il consolidamento di queste medie si traduce in esborsi significativi: per il 45,2% degli italiani (12 milioni di famiglie), se il trend persiste il rincaro supererà i 100 euro a trimestre. Insomma quello che abbiamo visto fin qui è nulla, ma c’è tempo per intervenire. Tempo che l’esecutivo sta prendendo per capire quali possono essere le mosse più efficaci, ma al contempo meno dannose per le casse dello Stato. La fretta d’altronde può creare problemi anche ai consumatori come suggerisce Papernest.it. Infatti abbiamo visto come durante la crisi del 2022, segnata dall’invasione dell’Ucraina, molti consumatori cambiarono tariffa proprio nel momento di massima tensione dei mercati, finendo per vincolarsi a prezzi «bloccati» su livelli altissimi. Questi contratti si rivelarono poi una trappola economica quando l’emergenza rientrò dimostrando che firmare un nuovo accordo nel pieno di un picco speculativo può essere più dannoso che restare con la vecchia tariffa. Passare al «fisso» secondo gli esperti è una mossa di difesa sensata solo se le previsioni indicano un rialzo strutturale e duraturo; al contrario, mantenere o scegliere il «variabile» conviene quando si scommette su una distensione dei mercati.
Intanto stanno uscendo le prime ipotesi di intervento per andare a tamponare l’emergenza immediata sui prezzi dei carburanti. Sulle accise mobili crescono i dubbi perché se da una parte si darebbe un segnale, dall’altra si crede che a fronte di una spesa ingente, gli effetti potrebbero risultare modesti. Per questo tutti i ministeri competenti sono al lavoro per arrivare a mettere sul tavolo altre proposte migliorative e concrete. Il governo sembra più orientato alla riedizione di un bonus anti rincari che dovrebbe andare a favore delle famiglie meno abbienti, cioè quelle con un Isee sotto i 15.000 euro e a sgravi fiscali per le aziende più esposte alla crisi. L’opposizione naturalmente rilancia sulle accise mobili, proposta che allo stesso tempo però resta convincente per il ministro degli Esteri e vicepremier Antonio Tajani. I tecnici continuano a lavorare su un set di misure ampio anche se si pensa che prima di dieci giorni non arriveranno risposte concrete. Al momento si parla di possibili sgravi fiscali per le pmi, di un credito di imposta sul diesel riservato al comparto dell’autotrasporto. Il Tesoro, intanto, sarebbe in attesa di conoscere l’entità dell’extragettito Iva legato alla crescita del costo dei carburanti nelle ultime due settimane per capire se possa essere sufficiente per finanziare gli interventi sul caro energia. «Per quanto riguarda le competenze del mio dicastero dovremmo portare nel prossimo Cdm (ancora non calendarizzato, ndr) misure per iniziare a dare una scossa che mi auguro efficace alle conseguenze della guerra in Medio Oriente» commenta il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso. Misure che, aggiunge, «riguardano il costo dell’energia, quello di approvvigionamento di alcune materie prime critiche e i mercati di quei Paesi che per noi sono prioritari». Infine sottolinea: «In una prima fase penso sia importante realizzare misure per i ceti meno abbienti e per le imprese dell’autotrasporto. Pensiamo ad interventi mirati, più efficaci di quelli realizzati allo scoppio della guerra in Ucraina». Il vicepremier Matteo Salvini domani incontrerà in Prefettura a Milano i rappresentanti delle principali compagnie petrolifere per fare un punto sul caro gasolio e benzina.
L’incertezza dell’esecutivo tuttavia diventa un terreno spianato per le opposizioni. «Il costo di questa guerra in questi 16 giorni gli italiani lo stanno già pagando. Il Codacons l’altro giorno ha detto che ogni giorno di questa guerra sta costando 16 milioni e mezzo soltanto sui carburanti. Noi abbiamo fatto una proposta su questo al governo, abbiamo chiesto di attivare le accise mobili» ha detto la segretaria del Pd Elly Schlein. Critico anche il M5s: «Se tutto va bene, l’interventino annunciato per autotrasportatori e famiglie fragili arriverà non prima di dieci giorni. Tanto, che fretta c’è».
Parlo a voi come cittadino, come magistrato, come membro del Csm. Lo voglio fare con parole semplici. Su questo referendum si stanno dicendo da ogni parte - troppe cose, spesso in modo distorto o catastrofico. Io penso, invece, che l’unica via giusta e corretta sia guardare al testo della riforma, per ciò che è, senza paure e senza slogan.
È semplicemente falso, allora, che questa riforma metta in pericolo l’indipendenza della magistratura. Nessuno del Fronte del No saprà indicarvi una sola norma in tal senso, salvo inondarvi di un fiume di chiacchiere, inversamente proporzionale alla sostanza. Le garanzie previste dalla Costituzione restano intatte: viene espressamente sancita l’indipendenza sia del giudice, finalmente terzo, che del pubblico ministero. Altro che controllo della politica!
Il vero problema che questa riforma prova ad affrontare è un altro: il sistema delle correnti.
Da oltre vent’anni, dentro il Csm, le decisioni più importanti - incarichi, carriere, trasferimenti, disciplinari - sono fortemente condizionate da gruppi organizzati con chiara postura da partito: destra, centro e sinistra giudiziaria. Le correnti sono potenti associazioni private, estremamente radicate, capaci di controllare ogni aspetto della vita professionale del singolo magistrato. Intuibile, allora, il potere di costoro di mettere in ginocchio la magistratura attraverso promesse, minacce, favoritismi, accordi opachi tra gruppuscoli, ritorsioni, specie verso i «cani sciolti». La perdita di credibilità che ne deriva è sotto gli occhi di tutti: Sandro Pertini, Francesco Cossiga, Oscar Luigi Scalfaro, Carlo Azeglio Ciampi, Giorgio Napolitano e, per finire, il nostro presidente della Repubblica Sergio Mattarella, hanno severamente stigmatizzato questi metodi improntati a modestia etica.
Il sorteggio serve, allora, a eliminare questo potere parallelo ed è naturale che chi lo detiene vi dica di votare No: non puoi chiedere alla malattia di indicare la cura e ai tacchini di preparare il pranzo di Natale.
Il sorteggio sceglie persone a caso, ma impedisce che tutto sia deciso prima, nelle stanze segrete delle correnti politicizzate.
Chi viene sorteggiato non è meno serio o meno competente di un eletto: è un magistrato come gli altri, che risponde solo alla legge e alla propria coscienza, naturalmente capace di affrontare i processi di chiunque, in qualunque materia, anche la più drammatica. Che, poi, gli «eletti» al Consiglio non siano stati, per ciò solo, «i migliori», lo dicono chiaramente i troppi scandali cui costoro hanno dato vita.
Se volessimo davvero i migliori al Csm, al netto della vuota retorica sulle speciali caratteristiche per far cosa non si sa, si dovrebbero fare concorsi, non certo elezioni.
Un altro punto fondamentale è la separazione netta tra giudici e pubblici ministeri. Oggi giudici e pm decidono reciprocamente sulle rispettive carriere. Questo non è sano. Non lo è per loro né per i cittadini. Rendere questi ruoli più distinti accrescerà la professionalità del pm davanti a un giudice reso ancora più autorevole dalla vera terzietà, con sicuro aumenta della fiducia generale nel processo.
Lo stesso vale per il sistema disciplinare. Non è corretto che le correnti che governano le carriere siano, nello stesso tempo, anche giudici di coloro che amministrano: questa è la realtà. Serve, anche qui, un giudice disciplinare davvero terzo, come accade in ogni sistema equilibrato. Questo non significa vendetta, né velleità di punizioni di massa: semplicemente trasparenza e credibilità. Si dice spesso: «I magistrati già vengono puniti». Ma rispetto a cosa? Moltissimi procedimenti vengono archiviati prima ancora di arrivare davanti a un giudice e l’intera filiera disciplinare, dalla Procura generale al ministero, passando per l’Ispettorato generale e la Sezione autonoma di disciplina, rivela un minimo comune denominatore: la trasversale e tutt’altro che marginale presenza di magistrati sensibili al correntismo. La vera trasparenza ci sarà solo quando anche le archiviazioni disciplinari saranno autorizzate da un organo giudicante imparziale, al pari del giudice delle indagini preliminari.
In questa campagna referendaria i toni sono diventati eccessivi, non c’è alcun dubbio. Si è parlato di giudici sotto la politica, di colpi di Stato, di fine della giustizia, di complotti, di minaccia alla vita dei cittadini. Per l’arrivo degli alieni ci stiamo attrezzando. Tutto allo scopo di disinformare e non far capire. La riforma va giudicata per quello che dice, non per le intenzioni che taluno le attribuisce. E se è vero che essa non risolverà tutti i problemi della giustizia, va anche detto che nessuna riforma, da sola, potrà mai farlo. Credo, però - da cittadino, da magistrato e da membro del Csm - che sarà quel grande passo avanti, nella giusta direzione, che gli Italiani attendono da vent’anni a questa parte. Un passo nobile, per rendere la magistratura più credibile, più trasparente e più vicina ai cittadini. La paura è incomprimibile sentimento umano, ma tocca alla ragione governarla attraverso il peso degli argomenti. E la ragione, leggendo il testo revisionato, non trova alcun motivo vero per temere la perdita di indipendenza della magistratura. Trova, invece, strumenti per correggere storture evidenti che, chi dice No, finge di non vedere.
Per questo, con convinzione e senza polemica, voterò Sì. Liberare la magistratura dalle correnti sarà un nuovo 25 Aprile!






