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2021-01-21
Ok allo sforamento di bilancio, il resto è buio
Giuseppe Conte (S.Carofei/Getty Images)
Per la sesta volta in pochi mesi, ieri sera le Camere, quasi all'unanimità (Azione e Più Europa non si sono fidate delle richieste generiche del governo), hanno votato l'autorizzazione a un ulteriore scostamento di bilancio. Stavolta lo sforamento previsto è di altri 32 miliardi.
Dunque, da un punto di vista numerico, com'era stato del resto preannunciato, quasi nessuno si è messo di traverso: né i renziani, che lo avevano assicurato anche nei giorni precedenti, né il centrodestra. Le scelte dell'opposizione sono state formalizzate da una nota congiunta dopo un vertice con Matteo Salvini, Giorgia Meloni e (in collegamento) Silvio Berlusconi: «Nonostante le forzature del governo e le continue scorrettezze, nonostante una pretesa autosufficienza che non esiste, il centrodestra non intende privare le famiglie e le aziende italiane degli aiuti necessari in un momento così drammatico: per questa ragione, come annunciato, voterà compatto lo scostamento di bilancio. In ogni caso il centrodestra intende rappresentare al presidente della Repubblica il proprio punto di vista sulla situazione che è ormai insostenibile». Quindi, netta distinzione tra un duro contrasto a quel che resta del Conte bis e un ok concesso allo scostamento, anche per non dare modo alla sinistra di colpevolizzare il centrodestra.
Il problema - però - è che da mesi il governo prima si reca in Aula a chiedere sostegno trasversale (per lo sforamento, infatti, serve tassativamente la maggioranza assoluta in ciascun ramo del Parlamento) ma poi, al momento di utilizzare i fondi, fa di testa propria: il che ha largamente determinato una dilapidazione degli oltre 108 miliardi stanziati nel 2020.
Questa volta, nella vaghissima relazione governativa in cui si chiede lo scostamento, si legge che, al di là delle misure per le imprese, «sono previsti stanziamenti aggiuntivi per il settore sanitario, anche in relazione alle necessità relative all'acquisto, la conservazione e la logistica dei vaccini e dei farmaci per il trattamento dei pazienti affetti da Covid-19». Altre voci indicate sono: interventi a tutela del lavoro, per la protezione civile, per le forze dell'ordine, per le autonomie territoriali. Si parla anche di una «rimodulazione temporale dell'invio delle cartelle esattoriali e, in favore delle imprese, di misure che consentano di accelerare e potenziare la ripresa dell'attività economica».
Ciascuno comprende che questo zibaldone e questa lista non chiariscono nulla: quanto andrà effettivamente a chi? Quanto alle imprese massacrate dal lockdown strisciante? E che vuol dire «rimodulazione temporale» delle decine di milioni di cartelle dell'Agenzia delle entrate che sono in partenza? Si tratterà solo della presa in giro di un mini rinvio oppure ci saranno risposte reali?
Ieri mattina, a Coffe break su La 7, il viceministro Antonio Misiani si è limitato a indicare una voce, in continuità con quanto, aderendo alle richieste del centrodestra, era già avvenuto in legge di bilancio: allora fu stanziato 1 miliardo per la decontribuzione a favore degli autonomi, e stavolta dovrebbe essere stanziato un altro miliardo e mezzo per la stessa voce.
Ma su tutto il resto è buio. Ci sono solo ipotesi. Tra queste, altre 26 settimane di cassa integrazione e licenziamenti bloccati dopo il 31 marzo (ma solo per le imprese dei settori in crisi). Quanto ai ristori, potrebbe essere superato il meccanismo legato ai codici Ateco, concentrando gli aiuti sulle perdite di fatturato: la soglia dovrebbe essere quella del 33%. Ma tutto è ancora indefinito.
Tocca infatti al governo stendere il decreto Ristori quinquies (che dovrebbe essere varato a fine mese), e, a parte alcune buone intenzioni, tutto è ancora in alto mare.
Di più: nel pieno del suk che ha aperto e sta gestendo, Giuseppe Conte sarà diviso fra tre diverse spinte. La prima è dilatoria: guadagnare tempo, usare giorni in più, facendo della gestazione di questo provvedimento parte della sua campagna di «persuasione» sui parlamentari incerti. La seconda spinta, una volta varato il decreto, sarà quella, durante l'esame parlamentare, di usarlo come una specie di giubbetto antiproiettile per proteggersi: additando cioè ogni obiezione e ogni avversario come un ostacolo all'azione di ristoro alle imprese. E ciascuno può già immaginare la martellante propaganda governativa a cui saremo sottoposti. La terza spinta, infine, sarà quella di trovare un bilanciamento tra esigenze politiche molto diverse: quelle di chi sta in maggioranza (Pd, 5 stelle, Leu, più i fantomatici «responsabili»), di chi non ci sta più (i renziani), di chi non c'è mai stato (il centrodestra). Nelle precarie condizioni parlamentari in cui il governo si trova, alcune concessioni dovranno necessariamente avvenire. Insomma, c'è da ipotizzare un curioso mix di propaganda (del tipo: «stiamo ristorando le imprese»), di vittimismo («mi stanno ostacolando») e di consociativismo nel tentativo di accontentare un po' tutti. Difficile pensare che, in un frullatore simile, l'uso delle risorse possa rivelarsi efficace e ben mirato.
Legge elettorale, giustizia, Recovery. Gli scogli insidiosi nelle commissioni
Non fa certo difetto la fantasia, in queste ore, a chi parla di uno scenario parlamentare agibile per il governo, se i numeri restassero quelli usciti dal voto del Senato di martedì sera. Ma c'è di più: un'analisi approfondita delle forze in campo in aula e nelle commissioni, non potrebbe che portare alla conclusione che, anche con l'arrivo di un'altra manciata di «neoresponsabili», la paralisi sarebbe assicurata. Anzi, in più di un caso mandare il governo in minoranza sarebbe un gioco fin troppo facile, qualora Italia viva decidesse di passare all'attacco e porre in atto la minaccia di votare contro l'esecutivo. E a giudicare dal tenore di un paio di provvedimenti tra i numerosi che sono attesi al banco di prova parlamentare, è veramente difficile immaginare che il partito di Matteo Renzi possa comportarsi come nel caso dello scostamento di bilancio o del decreto Ristori 5, ai quali ha assicurato il sostegno.
Partiamo dalla cornice: come già detto, senza i renziani, a Palazzo Madama, il governo non ha la maggioranza assoluta in aula e, per ora, può contare su qualche voto di scarto sull'opposizione. Ma il tabellone della fiducia dice anche che il primo voto contrario di Iv determinerebbe un quadro di sostanziale parità. Nelle commissioni, invece, c'è già una situazione che non lascia alcuna speranza di autosufficienza al governo, se si associano i nuovi equilibri al merito dei provvedimenti in ballo.
Seguiamo l'ordine delle commissioni, partendo dalla Affari costituzionali. Il premier Giuseppe Conte, in Aula, ha lasciato intendere ai «cespugli» che volessero sostenerlo che sul tavolo c'è una riforma elettorale proporzionale capace di accontentare tutti i partiti, anche quelli con percentuali da prefisso telefonico. Ebbene, una riforma di questo tipo, per esempio, dovrà passare attraverso la commissione Affari costituzionali dove, tanto per dire, al Senato in questo momento senza Iv il governo ha gli stessi voti dell'opposizione. Un «dispetto» sulla soglia di sbarramento o sulla reintroduzione delle preferenze, sarebbe sufficiente a mandare tutto all'aria.
Subito dopo viene la commissione Giustizia, ed è qui che il Vietnam parlamentare per la maggioranza assume i contorni più realistici poiché alla Camera, senza renziani, il governo è alla pari col resto dei gruppi e al Senato finanche in svantaggio. Qui, addirittura, la presidenza è in mano all'opposizione (Lega). Ora, dato che già un anno fa la crisi di governo sembrava ineluttabile a causa delle proteste di Iv sulla prescrizione in salsa grillina, è lecito chiedersi cosa potrà succedere quando si muoverà l'iter di due leggi attualmente ferme: le riforme del processo civile e della magistratura ordinaria. Senza contare che anche alla Camera, pur in quadro meno contrastato, in commissione Giustizia da questa settimana la situazione è di parità, e questo non è certo un buon viatico con in ballo la riforma del processo penale.
E cosa dire, allora, del fatto che la commissione Bilancio del Senato vede ora 13 senatori di maggioranza, 11 di centrodestra e due di Iv? Per esempio, che sarà interessante vedere cosa accadrà al momento (non lontano) dell'approdo del Recovery plan, visto che quest'ultimo è stato il casus belli che ha scatenato la crisi tra Renzi e Conte.
Non finisce qui, perché c'è il Milleproroghe in scadenza a inizio marzo e la prospettiva non è certo quella di un esame sollecito, idem per la legge di delegazione europea, per dirne un'altra che è già in Parlamento, senza parlare delle leggi-bandiera come il ddl Zan sull'omotransfobia, il cui approdo pare ora molto lontano. Infine, poiché non è un dettaglio, giova ricordare che Italia viva manterrà fino a fine legislatura la presidenza di ben tre commissioni: alla Camera la Finanze e la Trasporti e al Senato l'Istruzione.
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Lo scostamento di 32 miliardi passa quasi all'unanimità. Il centrodestra: «Non intendiamo privare famiglie e aziende degli aiuti necessari». Ma la lista degli interventi è assai vaga. Giuseppe Conte prova a guadagnare tempo, fare la vittima e accontentare un po' tutti.E ci sono anche Milleproroghe e ddl Zan. Senza Iv, il governo non è autosufficiente.Lo speciale contiene due articoli.Per la sesta volta in pochi mesi, ieri sera le Camere, quasi all'unanimità (Azione e Più Europa non si sono fidate delle richieste generiche del governo), hanno votato l'autorizzazione a un ulteriore scostamento di bilancio. Stavolta lo sforamento previsto è di altri 32 miliardi. Dunque, da un punto di vista numerico, com'era stato del resto preannunciato, quasi nessuno si è messo di traverso: né i renziani, che lo avevano assicurato anche nei giorni precedenti, né il centrodestra. Le scelte dell'opposizione sono state formalizzate da una nota congiunta dopo un vertice con Matteo Salvini, Giorgia Meloni e (in collegamento) Silvio Berlusconi: «Nonostante le forzature del governo e le continue scorrettezze, nonostante una pretesa autosufficienza che non esiste, il centrodestra non intende privare le famiglie e le aziende italiane degli aiuti necessari in un momento così drammatico: per questa ragione, come annunciato, voterà compatto lo scostamento di bilancio. In ogni caso il centrodestra intende rappresentare al presidente della Repubblica il proprio punto di vista sulla situazione che è ormai insostenibile». Quindi, netta distinzione tra un duro contrasto a quel che resta del Conte bis e un ok concesso allo scostamento, anche per non dare modo alla sinistra di colpevolizzare il centrodestra. Il problema - però - è che da mesi il governo prima si reca in Aula a chiedere sostegno trasversale (per lo sforamento, infatti, serve tassativamente la maggioranza assoluta in ciascun ramo del Parlamento) ma poi, al momento di utilizzare i fondi, fa di testa propria: il che ha largamente determinato una dilapidazione degli oltre 108 miliardi stanziati nel 2020. Questa volta, nella vaghissima relazione governativa in cui si chiede lo scostamento, si legge che, al di là delle misure per le imprese, «sono previsti stanziamenti aggiuntivi per il settore sanitario, anche in relazione alle necessità relative all'acquisto, la conservazione e la logistica dei vaccini e dei farmaci per il trattamento dei pazienti affetti da Covid-19». Altre voci indicate sono: interventi a tutela del lavoro, per la protezione civile, per le forze dell'ordine, per le autonomie territoriali. Si parla anche di una «rimodulazione temporale dell'invio delle cartelle esattoriali e, in favore delle imprese, di misure che consentano di accelerare e potenziare la ripresa dell'attività economica».Ciascuno comprende che questo zibaldone e questa lista non chiariscono nulla: quanto andrà effettivamente a chi? Quanto alle imprese massacrate dal lockdown strisciante? E che vuol dire «rimodulazione temporale» delle decine di milioni di cartelle dell'Agenzia delle entrate che sono in partenza? Si tratterà solo della presa in giro di un mini rinvio oppure ci saranno risposte reali? Ieri mattina, a Coffe break su La 7, il viceministro Antonio Misiani si è limitato a indicare una voce, in continuità con quanto, aderendo alle richieste del centrodestra, era già avvenuto in legge di bilancio: allora fu stanziato 1 miliardo per la decontribuzione a favore degli autonomi, e stavolta dovrebbe essere stanziato un altro miliardo e mezzo per la stessa voce. Ma su tutto il resto è buio. Ci sono solo ipotesi. Tra queste, altre 26 settimane di cassa integrazione e licenziamenti bloccati dopo il 31 marzo (ma solo per le imprese dei settori in crisi). Quanto ai ristori, potrebbe essere superato il meccanismo legato ai codici Ateco, concentrando gli aiuti sulle perdite di fatturato: la soglia dovrebbe essere quella del 33%. Ma tutto è ancora indefinito. Tocca infatti al governo stendere il decreto Ristori quinquies (che dovrebbe essere varato a fine mese), e, a parte alcune buone intenzioni, tutto è ancora in alto mare. Di più: nel pieno del suk che ha aperto e sta gestendo, Giuseppe Conte sarà diviso fra tre diverse spinte. La prima è dilatoria: guadagnare tempo, usare giorni in più, facendo della gestazione di questo provvedimento parte della sua campagna di «persuasione» sui parlamentari incerti. La seconda spinta, una volta varato il decreto, sarà quella, durante l'esame parlamentare, di usarlo come una specie di giubbetto antiproiettile per proteggersi: additando cioè ogni obiezione e ogni avversario come un ostacolo all'azione di ristoro alle imprese. E ciascuno può già immaginare la martellante propaganda governativa a cui saremo sottoposti. La terza spinta, infine, sarà quella di trovare un bilanciamento tra esigenze politiche molto diverse: quelle di chi sta in maggioranza (Pd, 5 stelle, Leu, più i fantomatici «responsabili»), di chi non ci sta più (i renziani), di chi non c'è mai stato (il centrodestra). Nelle precarie condizioni parlamentari in cui il governo si trova, alcune concessioni dovranno necessariamente avvenire. Insomma, c'è da ipotizzare un curioso mix di propaganda (del tipo: «stiamo ristorando le imprese»), di vittimismo («mi stanno ostacolando») e di consociativismo nel tentativo di accontentare un po' tutti. Difficile pensare che, in un frullatore simile, l'uso delle risorse possa rivelarsi efficace e ben mirato. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ok-sforamento-bilancio-resto-buio-2650047242.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="legge-elettorale-giustizia-recovery-gli-scogli-insidiosi-nelle-commissioni" data-post-id="2650047242" data-published-at="1611189904" data-use-pagination="False"> Legge elettorale, giustizia, Recovery. Gli scogli insidiosi nelle commissioni Non fa certo difetto la fantasia, in queste ore, a chi parla di uno scenario parlamentare agibile per il governo, se i numeri restassero quelli usciti dal voto del Senato di martedì sera. Ma c'è di più: un'analisi approfondita delle forze in campo in aula e nelle commissioni, non potrebbe che portare alla conclusione che, anche con l'arrivo di un'altra manciata di «neoresponsabili», la paralisi sarebbe assicurata. Anzi, in più di un caso mandare il governo in minoranza sarebbe un gioco fin troppo facile, qualora Italia viva decidesse di passare all'attacco e porre in atto la minaccia di votare contro l'esecutivo. E a giudicare dal tenore di un paio di provvedimenti tra i numerosi che sono attesi al banco di prova parlamentare, è veramente difficile immaginare che il partito di Matteo Renzi possa comportarsi come nel caso dello scostamento di bilancio o del decreto Ristori 5, ai quali ha assicurato il sostegno. Partiamo dalla cornice: come già detto, senza i renziani, a Palazzo Madama, il governo non ha la maggioranza assoluta in aula e, per ora, può contare su qualche voto di scarto sull'opposizione. Ma il tabellone della fiducia dice anche che il primo voto contrario di Iv determinerebbe un quadro di sostanziale parità. Nelle commissioni, invece, c'è già una situazione che non lascia alcuna speranza di autosufficienza al governo, se si associano i nuovi equilibri al merito dei provvedimenti in ballo. Seguiamo l'ordine delle commissioni, partendo dalla Affari costituzionali. Il premier Giuseppe Conte, in Aula, ha lasciato intendere ai «cespugli» che volessero sostenerlo che sul tavolo c'è una riforma elettorale proporzionale capace di accontentare tutti i partiti, anche quelli con percentuali da prefisso telefonico. Ebbene, una riforma di questo tipo, per esempio, dovrà passare attraverso la commissione Affari costituzionali dove, tanto per dire, al Senato in questo momento senza Iv il governo ha gli stessi voti dell'opposizione. Un «dispetto» sulla soglia di sbarramento o sulla reintroduzione delle preferenze, sarebbe sufficiente a mandare tutto all'aria. Subito dopo viene la commissione Giustizia, ed è qui che il Vietnam parlamentare per la maggioranza assume i contorni più realistici poiché alla Camera, senza renziani, il governo è alla pari col resto dei gruppi e al Senato finanche in svantaggio. Qui, addirittura, la presidenza è in mano all'opposizione (Lega). Ora, dato che già un anno fa la crisi di governo sembrava ineluttabile a causa delle proteste di Iv sulla prescrizione in salsa grillina, è lecito chiedersi cosa potrà succedere quando si muoverà l'iter di due leggi attualmente ferme: le riforme del processo civile e della magistratura ordinaria. Senza contare che anche alla Camera, pur in quadro meno contrastato, in commissione Giustizia da questa settimana la situazione è di parità, e questo non è certo un buon viatico con in ballo la riforma del processo penale. E cosa dire, allora, del fatto che la commissione Bilancio del Senato vede ora 13 senatori di maggioranza, 11 di centrodestra e due di Iv? Per esempio, che sarà interessante vedere cosa accadrà al momento (non lontano) dell'approdo del Recovery plan, visto che quest'ultimo è stato il casus belli che ha scatenato la crisi tra Renzi e Conte. Non finisce qui, perché c'è il Milleproroghe in scadenza a inizio marzo e la prospettiva non è certo quella di un esame sollecito, idem per la legge di delegazione europea, per dirne un'altra che è già in Parlamento, senza parlare delle leggi-bandiera come il ddl Zan sull'omotransfobia, il cui approdo pare ora molto lontano. Infine, poiché non è un dettaglio, giova ricordare che Italia viva manterrà fino a fine legislatura la presidenza di ben tre commissioni: alla Camera la Finanze e la Trasporti e al Senato l'Istruzione.
Il gruppo attivo nelle infrastrutture, nell’energia e nella rigenerazione urbana entra nella classifica Leader della Sostenibilità 2026 realizzata dal Sole 24 Ore e Statista. Premiato il percorso sviluppato negli ultimi anni sul fronte ESG e della crescita sostenibile.
C’è anche Vitali S.p.A. tra le aziende inserite nella classifica Leader della Sostenibilità 2026, l’elenco realizzato da Il Sole 24 Ore insieme all’istituto di ricerca tedesco Statista che premia le imprese italiane considerate più solide sul fronte ESG, cioè ambiente, sostenibilità sociale e governance.
La selezione è stata costruita analizzando oltre 5.000 aziende italiane attraverso 35 indicatori legati alle politiche ambientali, sociali e organizzative. Alla fine sono state individuate 240 realtà ritenute capaci di coniugare crescita industriale, innovazione e attenzione agli impatti sul territorio. Per il gruppo con sede a Peschiera Borromeo, attivo nei settori delle infrastrutture, del real estate, della demolizione e della rigenerazione urbana, il riconoscimento rappresenta un ulteriore passaggio nel percorso avviato negli ultimi anni sul fronte della sostenibilità. Un percorso che ha portato anche alla trasformazione in Società Benefit e all’integrazione della rendicontazione ESG nei processi aziendali.
Lorenzo Parolari, amministratore delegato di Vitali
Nel 2025 Vitali ha pubblicato la seconda edizione del proprio Bilancio di sostenibilità, strumento che il gruppo considera ormai parte integrante della governance e della pianificazione industriale. Parallelamente, l’azienda ha rafforzato la struttura organizzativa con l’ingresso di nuove competenze e con investimenti legati allo sviluppo del capitale umano. «La sostenibilità è oggi un asse portante della nostra strategia industriale e della nostra identità come Società Benefit», ha spiegato l’amministratore delegato Alessio Parolari. «Essere inseriti tra i Leader della Sostenibilità 2026 rappresenta il riconoscimento di un percorso concreto, fatto di investimenti, responsabilità e visione di lungo periodo».
Tra i principali progetti seguiti dal gruppo figurano il sistema di mobilità sostenibile e-BRT e la riqualificazione della stazione ferroviaria di Bergamo. Sul fronte energetico, Vitali sta sviluppando una pipeline da oltre 500 megawatt di impianti fotovoltaici e iniziative legate all’idrogeno verde, oltre a investimenti in ambito digitale e data center. Prosegue infine anche l’attività nella rigenerazione urbana, con interventi come Bergamo Porta Sud e il progetto Hennebique nell’area del Porto Antico di Genova.
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Paolo Berizzi (Ansa)
A Eric Gobetti si possono muovere (e le muoveremo) parecchie critiche, ma non si può non riconoscergli il pregio della trasparenza. A differenza di tanti altri a sinistra, parla chiaro, non si nasconde dietro eufemismi, il che rende le sue tesi molto facili da inquadrare. Egli esplicita con chiarezza e in modo sicuro ciò che tanti altri magari pensano ma non dicono, o dicono con mezze parole. Ecco perché la lettura del suo libro Il nostro terrorismo (Utet) è utilissima ai fini di comprendere quale sia una impostazione molto diffusa - se non la più diffusa - fra i progressisti. Non solo riguardo all’oggetto del saggio, cioè appunto il terrorismo, ma più in generale verso la politica e le idee altrui.
Questo suo saggio, per farla breve, permette di comprendere per quale motivo sia così difficile per una larga fetta di commentatori, politici e analisti anche solo considerare la possibilità che Salim El Koudri sia un terrorista o comunque abbia compiuto un atto terroristico. Gobetti tenta una definizione di terrorismo che risulta a nostro avviso molto discutibile, cioè spiega giustamente che il terrorismo non è una sorta di connotato morale bensì un metodo di lotta (e fin qui ci siamo). Aggiunge che spesso il terrorismo è agito dagli Stati, e ha molta ragione. Poi aggiunge che il fine del terrorismo è sempre politico, e su questo si potrebbe discutere. Forse sarebbe più giusto dire che l’approdo dell’azione terroristica è comunque politico a prescindere dalla volontà e dalla consapevolezza dell’autore. Più difficile è affermare che vi sia sempre un disegno preciso ad animare certe manifestazioni di violenza illegittima. Qui però non ci interessa discutere di definizioni ma esaminare l’approccio. E a tale proposito l’affermazione più potente di Gobetti è senz’altro la seguente: «Il terrorismo è dunque un metodo di lotta non solo criminale, ma anche strutturalmente fascista, secondo l’accezione proposta da Umberto Eco di Ur-fascismo o “fascismo eterno”. Nasce da una logica razzista, bellicista, suprematista, che attribuisce valore assoluto alla violenza, riconosce la supremazia della forza sul dialogo, della guerra sulla pace. Inoltre viene concretamente operato da un piccolo gruppo di “forti”, di superuomini, contro masse di “deboli”, che appartengano alla propria comunità o a quella da colpire. Che essi periscano o vengano travolti da un’ondata di violenza è messo in conto, se non auspicato, da chi sceglie di combattere mediante lo strumento del terrorismo».
Sostenere che il terrorismo sia intrinsecamente fascista equivale a dire che «la violenza è soltanto nera», che è poi ciò che si diceva negli anni di piombo quando si metteva in dubbio l’identità rossa delle Brigate rosse. Tale convinzione porta Gobetti a compiere singolari distinzioni. Egli ammette che i partigiani rossi italiani (come tutti i partigiani del globo) possono fare ricorso al terrore come metodo. Ma parlando nello specifico degli attentati dei Gap, afferma: «Si tratta di singoli episodi, che vanno considerati come tali: il frutto di scelte estreme, connesse alle dinamiche locali, presto proibiti dai comandi superiori. Per i fascisti e i nazisti al contrario la violenza brutale e indiscriminata è sempre stata lo strumento privilegiato per esercitare il potere». Singoli episodi, magari errori. Se la violenza è solo fascista, quando la commettono i rossi deve per forza trattarsi di uno sbaglio, un fraintendimento o di una risposta alla provocazione.
Non è un caso che Gobetti sia anche uno dei più ostinati negazionisti delle foibe: colpa dei fascisti se i titini uccidevano gli italiani. Tale discorso ovviamente si può estendere all’infinito. E infatti Gobetti lo estende, arrivando persino a smussare la geometrica ferocia del terrorismo comunista degli anni di piombo. Per lui dominano le «stragi fasciste», i complotti neri e la strategia della tensione. Dall’altra parte ci sono soltanto «omicidi politici di stampo comunista» di cui alla fine dei conti ha fatto le spese «soprattutto il Pci di Berlinguer». Alla faccia degli opposti estremismi.
Intendiamoci. È vero che si sta parlando di concetti ambigui, scivolosi. È ovvio che talvolta si debba lottare armi in pugno per la libertà, o per quella che si pensa sia libertà: partigiani e terroristi talvolta sono difficilmente distinguibili, non siamo ipocriti. Ed è esattamente al netto dell’ipocrisia che Gobetti riesce ad affermare una grande verità: si tende a definire terrorista ciò che ci fa comodo definire tale. Lo fanno gli Stati, lo fanno i politici. E ovviamente lo fa lo stesso Gobetti con le sue capziose distinzioni tra rossi e neri. A questa tendenza di cui abbiamo avuto fin troppe prove nel corso della storia dobbiamo però aggiungere l’altro dato che emerge con prepotenza dal libro gobettiano (malgrado le intenzioni dell’autore). E cioè che il fronte progressista si considera sempre e comunque dalla parte del giusto. A questo punto basta unire le due evidenze: se terrorismo è la violenza che non fa comodo alla causa, e se la sola causa giusta è quella progressista, si spiega perché, anche di fronte a una strage, ci siano reticenze e negazioni. Ad esempio quelle fatte esplodere da Repubblica tramite un allarmato articolo di Paolo Berizzi, gran cacciatore di fascisti. Nel pezzo, il nostro spiega che «cresce il nichilismo estremista online» e racconta che una «ricerca della Fondazione Icsa approfondisce le tematiche del terrorismo e dell’eversione: “Sono quasi sempre minori, nativi digitali, con difficoltà relazionali, vulnerabilità psicologica e vita sociale marginalizzata”. Marginalizzazione, disagio psichico, vulnerabilità... Sembra il profilo di Salim El Koudry, che è solo un po’ più vecchio. Peccato che l’articolo non sia su di lui ma sui «giovani suprematisti», cioè la «nuova versione di destra» che si configura come «nazirazzista». Tutto chiaro: se un giovane mentalmente fragile si abbevera a qualche forum nazista allora diventa un terrorista. Se un altro giovane parla di bastardi cristiani e compie una strage in stile Isis è solo un pazzo. La violenza è sempre fascista, giusto così.
C’è una sola conclusione possibile: il terrorismo non è questione di dinamica, di terminologia o modalità di azione. È solo un problema di cattiva coscienza.
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Ansa
Non dimentichiamo che, l’altro ieri, era stato il ministro dell’Interno di Islamabad, Mohsin Naqvi, a visitare la capitale iraniana, per incontrare il comandante dei pasdaran, Ahmad Vahidi. Non solo. Domani, il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, si recherà in Cina dove vedrà Xi Jinping.
Dal canto suo, il ministero degli Esteri iraniano ha reso noto che Teheran starebbe esaminando i «punti di vista» degli americani. Al contempo, sempre ieri, il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha cautamente parlato di «segnali positivi» nel processo diplomatico, confermando il viaggio della delegazione pakistana verso la Repubblica islamica ed esprimendo delusione per il comportamento degli alleati della Nato. Tuttavia, segretario di Stato americano, probabilmente per mettere sotto pressione gli ayatollah, non ha escluso il ricorso all’opzione militare. «La preferenza del presidente è quella di concludere un buon accordo, questa è la sua preferenza», ha detto, per poi aggiungere: «Ma se non riusciamo a raggiungere un buon accordo, il presidente è stato chiaro: ha altre opzioni. Non entrerò nei dettagli, ma tutti le conoscono».
Non mancano ciononostante delle difficoltà. Fonti della Repubblica islamica hanno riferito che la Guida Suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, avrebbe vietato il trasferimento all’estero dell’uranio in procinto di essere utilizzabile per la realizzazione di armamenti. Un’indiscrezione, quest’ultima, che è stata smentita sia dalla Casa Bianca sia da un alto funzionario di Teheran. Del resto, se fosse confermata, la notizia rischierebbe di mettere seriamente in difficoltà il processo diplomatico: Donald Trump notoriamente auspica che il regime khomeinista ceda le proprie scorte di uranio altamente arricchito. Scorte che, durante il suo recente incontro con Xi a Pechino, Vladimir Putin, secondo Interfax, si sarebbe offerto di ospitare in territorio russo. Si tratta di una proposta, quella dello zar, rispetto a cui la Casa Bianca nutre tuttavia freddezza. Ieri, il presidente americano è infatti tornato a ribadire che l’Iran non può conservare il suo uranio altamente arricchito e che saranno gli Stati Uniti a prenderne possesso. «Una volta che lo avremo, lo distruggeremo. Non lo vogliamo», ha affermato Trump, che ha anche detto che il conflitto finirà «molto presto».
Tutto questo, senza dimenticare il nodo di Hormuz. Ieri, la Repubblica islamica ha fatto sapere che Teheran sta discutendo con l’Oman l’introduzione di un pedaggio permanente per chi voglia usufruire dello Stretto: un’idea che è stata duramente bocciata dal presidente americano e dallo stesso Rubio, secondo cui l’introduzione di gabelle renderebbe impossibile ogni accordo tra Washington e Teheran. Dall’altra parte, Centcom ha reso noto di aver «reindirizzato» 94 navi da quando Washington ha imposto il blocco ai porti della Repubblica islamica. Inoltre, secondo la Cnn, l’intelligence statunitense riterrebbe che Teheran starebbe ricostituendo più rapidamente del previsto le proprie capacità militari e che, a seguito del cessate il fuoco con Washington, avrebbe riavviato la produzione di droni. Insomma, la diplomazia è ripartita. Ma la strada non è ancora in discesa.
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