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2021-08-14
Offensiva talebana: cadute altre 12 città. Kabul ora trema. È allarme profughi
Ansa
Un comunicato ufficiale dei talebani diffuso ieri riassume in maniera efficace le ragioni della loro avanzata in Afghanistan, che appare inarrestabile, dopo il ritiro delle truppe Nato. Il gruppo ha promesso un'«amnistia generale» per chi ha collaborato con il governo di Kabul e le «forze occupanti», ossia quelle internazionali guidate dagli Stati Uniti: «Le braccia dell'Emirato islamico sono aperte a loro», ha detto il portavoce Zabihullah Mujahid. Nel comunicato dell'Emirato islamico c'è spazio anche per un'accusa al governo di aver diffuso «false notizie» in merito alle violenze contro i civili commesse dai guerriglieri e una rassicurazione che i diplomatici stranieri «non verranno toccati», così come le proprietà private e imprenditoriali.
Mujahid ha descritto l'avanzata come una dimostrazione della «popolarità» che gli «studenti coranici» godono tra la popolazione afghana. L'impressione è che la gente o scappa o passa con loro. Ciò spiegherebbe anche perché in alcune città i talebani sembrano essere spuntati dal nulla, da un giorno all'altro.
La conquista di 18 capoluoghi di provincia in una settimana (di cui ben sei in poco più di 12 ore) «non è possibile con l'uso della forza», ha sostenuto il portavoce degli insorti. Dopo Herat e Kandahar, seconda e terza città del Paese, i talebani hanno consultato anche Lashkar Gah, un'altra città strategica nel Sud del Paese.
L'Afghanistan sembra essere tornato indietro di due decenni. In questi giorni circola sui social media una copertina della rivista americana Time di fine 2001: la scritta «Gli ultimi giorni dei talebani» su uno sfondo nero, sulla destra la figura del mullah Mohammed Omar, guida di quell'Emirato islamico dell'Afghanistan che protesse Al Qaeda e il suo leader Osama bin Laden e che fu spazzato via dalla guerra al terrorismo iniziata dagli Stati Uniti soltanto due mesi prima. Una prima pagina invecchiata male: basti pensare che secondo molti analisti l'avanzata in corso ricorda proprio quella travolgente con cui i talebani, alla metà degli anni Novanta, arrivarono ad instaurare il Califfato guidato dal mullah Omar.
Kabul rischia di essere la prossima città a cadere. Con la conquista di Pul-e Alam, capoluogo della provincia di Logar, i talebani si avvicinano sempre di più alla capitale: ora sono a circa 50 chilometri a sud ovest di Kabul, con l'autostrada Kabul-Logar che conduce nel cuore della capitale.
Se la Russia non prevede l'evacuazione dell'ambasciata a Kabul, come comunicato ieri con una nota che suona come una dimostrazione di forza in particolare agli Stati Uniti, la situazione in Afghanistan preoccupa il mondo occidentale. Ben Wallace, ministro della Difesa britannico, ha evocato scenari da «guerra civile», ha definito quello dell'ex presidente statunitense Donald Trump con i talebani un «accordo marcio» e ha sostenuto che la decisione «degli Stati Uniti» di ritirarsi dall'Afghanistan «strategicamente sta creando molti problemi». «Gli Stati falliti in tutto il mondo causano instabilità e costituiscono una minaccia alla nostra sicurezza e ai nostri interessi», ha aggiunto, spiegando che se l'Afghanistan tornasse a ospitare Al Qaeda come prima dell'11 settembre il Regno Unito avrebbe il diritto di difendersi (tradotto: tornare con «gli stivali sul terreno»).
Anche questo avvertimento, che lascia filtrare un timore, rivela la poca fiducia che Londra ripone nell'accordo tra Washington e i talebani firmato a Doha nel febbraio 2020. Un patto il cui primo punto prevede «garanzie e meccanismi di applicazione che impediranno l'uso del territorio dell'Afghanistan da parte di qualsiasi gruppo o individuo contro la sicurezza degli Stati Uniti e dei suoi alleati».
Intanto Stati Uniti e Regno Unito precedono parallelamente all'evacuazione dei loro cittadini dal Paese con l'invio di rispettivamente 3.000 e 600 uomini per garantire la sicurezza delle procedure. Jens Stoltenberg, segretario generale della Nato, ha promesso, dopo una riunione d'urgenza con gli ambasciatori dei 30 Paesi membri, il sostegno dell'Alleanza al governo afghano e annunciato che la presenza diplomatica a Kabul rimarrà. La Germania ha annunciato lo stop ai progetti di cooperazione nelle aree conquistate dai talebani e ridotto il personale dell'ambasciata a Kabul. La Francia ha ribadito l'invito ai suoi cittadini di abbandonare il Paese e promesso uno «sforzo straordinario» per chi si batte per i diritti umani in Afghanistan. La Norvegia e la Danimarca hanno chiuso l'ambasciata a Kabul. La Finlandia ha deciso di evacuare il personale. La Svizzera ha deciso di far rientrare il personale dal suo ufficio di cooperazione. L'Iran, che la Russia sta cercando di coinvolgere nei colloqui internazionali, ha dichiarato che i suoi confini sono sotto controllo.
Poi c'è l'Alto rappresentante dell'Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, che avverte: «Se verrà ricreato un emirato islamico i talebani affronteranno il non riconoscimento». Ma l'Unione europea, da sempre restia a usare la forza, parte per questo sempre in svantaggio rispetto a chi non ha questo timore.
Ma la situazione attuale in Afghanistan è sinonimo anche di crisi umanitaria. «Sono circa 400.000 i civili che sono stati costretti a lasciare le loro case dall'inizio dell'anno, e che vanno ad aggiungersi ai 2,9 milioni di afghani già sfollati nel Paese alla fine del 2020», si legge in comunicato diffuso ieri dall'Unchr, l'agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati. Numeri che inevitabilmente ricordano all'Europa uno scenario tipo 2015 con un milione di migranti in fuga dal Medio Oriente.
L’oppio diventerà il motore del Pil. I narcodollari riciclati in Qatar
Come previsto e in netto anticipo sulle previsioni degli analisti del Pentagono che stimavano l'entrata nella capitale in 60-90 giorni i talebani sono invece arrivati ieri mattina nei pressi di Kabul. Ora attendono pazientemente che la città si arrenda prima di scatenare l'inferno come fatto fino ad oggi a Heart, Kandahar, Nimroz, Kunduz, Faryab, Samangan e Takhar. Naturalmente anche in questo caso c'è spazio di negoziare la fuga dalla capitale per chi ha molto denaro. Oltre alle armi che gli ex studenti di teologia già possedevano si sono aggiunte quelle prese nelle basi militari lasciate libere dagli occidentali. Parliamo di mezzi blindati, carri armati, elicotteri e missili, come mostrano le foto diffuse sui canali Telegram.
Con l'imminente caduta di Kabul l'oscurità sta per ripiombare in uno dei Paesi più martoriati della terra. Con i talebani di nuovo al potere l'Afghanistan non sarà solo un covo per terroristi perché lo è già ma sarà uno Shari'a State, un posto dove le donne conteranno meno di zero, dove la gente verrà giustiziata in piazza perché magari è arrivata tardi alla preghiera, dove si verrà uccisi solo per aver ascoltato della musica. E inoltre tornerà ad essere ancora un narco Stato: i talebani con la droga guadagnano centinaia di milioni di dollari con i quali hanno finanziato anche questa insurrezione. E dove finiscono questi soldi? Nelle banche di Paesi amici come il Qatar che con i terroristi ha da sempre un rapporto privilegiato. A nulla sono serviti i tentativi di fermare la coltivazione dell'oppio, attività nella quale sono coinvolti più di mezzo milione di contadini che sono alle dipendenze dei talebani e dei signori della guerra loro amici. Nessun impatto hanno avuto le campagne avviate fin dagli anni duemila dagli americani per fermare la coltivazione dell'oppio, nonostante il costo pari a 10 miliardi di dollari nessuno, ad esempio, è andato a distruggere i campi. Ma perché gli americani che avevano occupato l'Afghanistan non lo fecero se non a parole? Si disse che l'opzione venne scartata perché metà della popolazione afgana campava con i proventi della droga ma la verità è meno romantica. Nessuno si voleva mettere contro uomini come Gul Agha Sherzai, ministro delle Frontiere e degli affari tribali, conosciuto anche come Mohammad Shafiq, dominus indiscusso della provincia di Kandahar, oppure Ahmed Wali fratellastro dell'ex presidente afgano Hamid Karzai che venne ucciso in un regolamento di conti nel 2011.
La maggior parte dell'oppio prodotto in Afghanistan si coltiva nelle province di Kandahar e Helmand. Ma quanto rende ai talebani questo traffico? Il valore della produzione di oppio nel 2020 è stato stimato in 350 milioni di dollari, un indicatore importante per il reddito complessivo degli agricoltori dalla coltivazione dell'oppio. Secondo l'Afghanistan Opium Survey 2020: «La superficie totale coltivata a papavero da oppio in Afghanistan è stata di circa 224.000 ettari nel 2020, con un aumento del 37% o 61.000 ettari rispetto al 2019. Con 224.000 ettari, l'area coltivata è stata una delle più alte mai misurate [...] La regione sud-occidentale è rimasta la principale regione produttrice di oppio del Paese, rappresentando il 71% della produzione totale di oppio in Afghanistan».
Quindi affari d'oro per i talebani. Secondo l'analista strategico indiano Saurav Sarkar del South Asia at International (Sos): «Il problema del narcotraffico non si esaurisce con i talebani [...]. Presumibilmente anche i funzionari del governo afgano hanno chiuso un occhio sul traffico di droga per ottenere qualche entrata extra. Dopo il ritiro degli Stati Uniti, la capacità di limitare il traffico di droga fuori dall'Afghanistan si ridurrà ulteriormente».
E per quanto riguarda noi aspettiamoci un fiume di eroina nelle piazze europee e migliaia di profughi in arrivo. Che dire, chapeau mister Biden.
La Farnesina tace sugli italiani da rimpatriare dalla capitale
Dall'Afghanistan in fiamme per l'inarrestabile avanzata dei talebani giunge un grido diretto all'Italia. «Salvate le nostre vite». Sono in parte asserragliati nella zona di Guzara, insieme a qualche militare afghano e ad uomini di Ismail Khan (il signore della guerra che ha tentato di difendere Herat, catturato però dal nemico), alcuni tra gli ex collaboratori del contingente italiano in Afghanistan. Altri sono nascosti in diversi punti della città in attesa che l'Italia si occupi di farli evacuare. Camp Arena, la ex base militare italiana nella quale la Nato addestrava le forze afghane a difendersi da sole contro la minaccia degli estremisti, è diventata ormai uno degli ultimi rifugi di chi sa di aver perso quasi tutto e di avere una sola cosa da tentare di preservare: la vita. Mentre il ponte aereo per tentare il recupero rischia di saltare completamente - essendo Herat una città caduta e in cui i taliban hanno occupato tutti i posti strategici - il ministero per gli Affari esteri si interroga sul da farsi. Proprio in queste ore si è tenuta una riunione urgente sul tema dei collaboratori, dalla quale sono scaturite voci che confermano quanto aveva dichiarato il segretario generale della Farnesina, Ettore Sequi. L'operazione «Aquila», volta a recuperare gli ex collaboratori afghani minacciati di morte dai talebani, per quanto possibile andrà avanti. «Già 228 afghani sono stati portati in Italia e altri arriveranno nei prossimi giorni», viene detto. Su tempi e modalità dell'operazione resta il riserbo, anche se quel «per quanto possibile» lascia spazio a tristi interpretazioni. Oltre alla questione degli afghani, divenuti obiettivo per i talebani in quanto ritenuti «complici degli stranieri» per aver lavorato per la missione Nato in veste di interpreti, esercenti di negozi interni alla base, baristi e addetti alle pulizie, il nostro Paese deve decidere quale strada seguire anche per il personale dell'Ambasciata italiana di Kabul che, pur restando presente a gestire la situazione, va opportunamente tutelato. Al momento ulteriori preoccupazioni non vi sono invece per i civili italiani visto che, come confermato dalla Farnesina, i pochi che sono lì presenti per lavoro stanno partendo da Kabul con regolari voli commerciali e potranno farlo ancora nei prossimi giorni. Il problema per i collaboratori è proprio questo: la difficoltà nel raggiungere la capitale. I talebani hanno conquistato una serie di aree che tagliano la Ring road, per isolare Kabul e partire poi all'assalto dell'ultimo baluardo del governo centrale. Le altre nazioni che hanno lo stesso problema di tutelare cittadini, ex collaboratori ed ambasciate, come Usa e Regno Unito, hanno già preso importanti decisioni a fronte del precipitare degli eventi. Gli Usa invieranno 3.000 militari per recuperare i civili americani e i collaboratori afghani, mentre l'ambasciata verrà spostata in aeroporto, affinché si sia pronti a lasciare il Paese nel caso Kabul cada. Gli inglesi si affideranno a 600 uomini, mentre dall'Italia tutto tace. Dal ministero degli Affari esteri filtra solo una generica riflessione sul fatto che «verranno mantenuti contatti stretti con le altre ambasciate dei Paesi coinvolti nella missione Nato». In definitiva, gli Usa decideranno la strategia anche in questo caso. Sulla questione dei collaboratori è coinvolto ovviamente il ministero dell'Interno, che comunica di avere avviato i controlli necessari ad accertare che chi chiede di entrare in Italia sia davvero un ex collaboratore. La burocrazia ha tempi diversi dalla guerra. «Come italiani, abbiamo il dovere morale di salvare chi ha servito la nostra nazione e di cui abbiamo tutte le informazioni di intelligence per poter stabilire che sono individui controllati e sicuri», interviene a tal proposito l'europarlamentare della Lega Marco Dreosto, su una linea completamente opposta. A quanto si apprende nell'ultima ora, lunedì 16 tutti questi argomenti saranno portati in commissione Esteri alla Camera, dove il presidente Piero Fassino chiederà ai ministri degli Esteri Di Maio e a quello alla Difesa Guerini di illustrare la posizione dell'Italia.
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Gli «studenti coranici» promettono una amnistia generale. Il pugno di velluto dell'Ue: non riconosceremo l'emirato.L'oppio diventerà il motore del Pil. Il sospetto: anche settori del governo locale nel ricco business degli stupefacenti.La Farnesina tace sugli italiani da rimpatriare dalla capitale. Il ministero degli Esteri al rilento anche sulla evacuazione degli ex aiutanti minacciati dai miliziani. Forse si deciderà qualcosa lunedì prossimo.Lo speciale contiene tre articoli.Un comunicato ufficiale dei talebani diffuso ieri riassume in maniera efficace le ragioni della loro avanzata in Afghanistan, che appare inarrestabile, dopo il ritiro delle truppe Nato. Il gruppo ha promesso un'«amnistia generale» per chi ha collaborato con il governo di Kabul e le «forze occupanti», ossia quelle internazionali guidate dagli Stati Uniti: «Le braccia dell'Emirato islamico sono aperte a loro», ha detto il portavoce Zabihullah Mujahid. Nel comunicato dell'Emirato islamico c'è spazio anche per un'accusa al governo di aver diffuso «false notizie» in merito alle violenze contro i civili commesse dai guerriglieri e una rassicurazione che i diplomatici stranieri «non verranno toccati», così come le proprietà private e imprenditoriali.Mujahid ha descritto l'avanzata come una dimostrazione della «popolarità» che gli «studenti coranici» godono tra la popolazione afghana. L'impressione è che la gente o scappa o passa con loro. Ciò spiegherebbe anche perché in alcune città i talebani sembrano essere spuntati dal nulla, da un giorno all'altro.La conquista di 18 capoluoghi di provincia in una settimana (di cui ben sei in poco più di 12 ore) «non è possibile con l'uso della forza», ha sostenuto il portavoce degli insorti. Dopo Herat e Kandahar, seconda e terza città del Paese, i talebani hanno consultato anche Lashkar Gah, un'altra città strategica nel Sud del Paese.L'Afghanistan sembra essere tornato indietro di due decenni. In questi giorni circola sui social media una copertina della rivista americana Time di fine 2001: la scritta «Gli ultimi giorni dei talebani» su uno sfondo nero, sulla destra la figura del mullah Mohammed Omar, guida di quell'Emirato islamico dell'Afghanistan che protesse Al Qaeda e il suo leader Osama bin Laden e che fu spazzato via dalla guerra al terrorismo iniziata dagli Stati Uniti soltanto due mesi prima. Una prima pagina invecchiata male: basti pensare che secondo molti analisti l'avanzata in corso ricorda proprio quella travolgente con cui i talebani, alla metà degli anni Novanta, arrivarono ad instaurare il Califfato guidato dal mullah Omar.Kabul rischia di essere la prossima città a cadere. Con la conquista di Pul-e Alam, capoluogo della provincia di Logar, i talebani si avvicinano sempre di più alla capitale: ora sono a circa 50 chilometri a sud ovest di Kabul, con l'autostrada Kabul-Logar che conduce nel cuore della capitale.Se la Russia non prevede l'evacuazione dell'ambasciata a Kabul, come comunicato ieri con una nota che suona come una dimostrazione di forza in particolare agli Stati Uniti, la situazione in Afghanistan preoccupa il mondo occidentale. Ben Wallace, ministro della Difesa britannico, ha evocato scenari da «guerra civile», ha definito quello dell'ex presidente statunitense Donald Trump con i talebani un «accordo marcio» e ha sostenuto che la decisione «degli Stati Uniti» di ritirarsi dall'Afghanistan «strategicamente sta creando molti problemi». «Gli Stati falliti in tutto il mondo causano instabilità e costituiscono una minaccia alla nostra sicurezza e ai nostri interessi», ha aggiunto, spiegando che se l'Afghanistan tornasse a ospitare Al Qaeda come prima dell'11 settembre il Regno Unito avrebbe il diritto di difendersi (tradotto: tornare con «gli stivali sul terreno»).Anche questo avvertimento, che lascia filtrare un timore, rivela la poca fiducia che Londra ripone nell'accordo tra Washington e i talebani firmato a Doha nel febbraio 2020. Un patto il cui primo punto prevede «garanzie e meccanismi di applicazione che impediranno l'uso del territorio dell'Afghanistan da parte di qualsiasi gruppo o individuo contro la sicurezza degli Stati Uniti e dei suoi alleati».Intanto Stati Uniti e Regno Unito precedono parallelamente all'evacuazione dei loro cittadini dal Paese con l'invio di rispettivamente 3.000 e 600 uomini per garantire la sicurezza delle procedure. Jens Stoltenberg, segretario generale della Nato, ha promesso, dopo una riunione d'urgenza con gli ambasciatori dei 30 Paesi membri, il sostegno dell'Alleanza al governo afghano e annunciato che la presenza diplomatica a Kabul rimarrà. La Germania ha annunciato lo stop ai progetti di cooperazione nelle aree conquistate dai talebani e ridotto il personale dell'ambasciata a Kabul. La Francia ha ribadito l'invito ai suoi cittadini di abbandonare il Paese e promesso uno «sforzo straordinario» per chi si batte per i diritti umani in Afghanistan. La Norvegia e la Danimarca hanno chiuso l'ambasciata a Kabul. La Finlandia ha deciso di evacuare il personale. La Svizzera ha deciso di far rientrare il personale dal suo ufficio di cooperazione. L'Iran, che la Russia sta cercando di coinvolgere nei colloqui internazionali, ha dichiarato che i suoi confini sono sotto controllo.Poi c'è l'Alto rappresentante dell'Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, che avverte: «Se verrà ricreato un emirato islamico i talebani affronteranno il non riconoscimento». Ma l'Unione europea, da sempre restia a usare la forza, parte per questo sempre in svantaggio rispetto a chi non ha questo timore.Ma la situazione attuale in Afghanistan è sinonimo anche di crisi umanitaria. «Sono circa 400.000 i civili che sono stati costretti a lasciare le loro case dall'inizio dell'anno, e che vanno ad aggiungersi ai 2,9 milioni di afghani già sfollati nel Paese alla fine del 2020», si legge in comunicato diffuso ieri dall'Unchr, l'agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati. 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Naturalmente anche in questo caso c'è spazio di negoziare la fuga dalla capitale per chi ha molto denaro. Oltre alle armi che gli ex studenti di teologia già possedevano si sono aggiunte quelle prese nelle basi militari lasciate libere dagli occidentali. Parliamo di mezzi blindati, carri armati, elicotteri e missili, come mostrano le foto diffuse sui canali Telegram. Con l'imminente caduta di Kabul l'oscurità sta per ripiombare in uno dei Paesi più martoriati della terra. Con i talebani di nuovo al potere l'Afghanistan non sarà solo un covo per terroristi perché lo è già ma sarà uno Shari'a State, un posto dove le donne conteranno meno di zero, dove la gente verrà giustiziata in piazza perché magari è arrivata tardi alla preghiera, dove si verrà uccisi solo per aver ascoltato della musica. E inoltre tornerà ad essere ancora un narco Stato: i talebani con la droga guadagnano centinaia di milioni di dollari con i quali hanno finanziato anche questa insurrezione. E dove finiscono questi soldi? Nelle banche di Paesi amici come il Qatar che con i terroristi ha da sempre un rapporto privilegiato. A nulla sono serviti i tentativi di fermare la coltivazione dell'oppio, attività nella quale sono coinvolti più di mezzo milione di contadini che sono alle dipendenze dei talebani e dei signori della guerra loro amici. Nessun impatto hanno avuto le campagne avviate fin dagli anni duemila dagli americani per fermare la coltivazione dell'oppio, nonostante il costo pari a 10 miliardi di dollari nessuno, ad esempio, è andato a distruggere i campi. Ma perché gli americani che avevano occupato l'Afghanistan non lo fecero se non a parole? Si disse che l'opzione venne scartata perché metà della popolazione afgana campava con i proventi della droga ma la verità è meno romantica. Nessuno si voleva mettere contro uomini come Gul Agha Sherzai, ministro delle Frontiere e degli affari tribali, conosciuto anche come Mohammad Shafiq, dominus indiscusso della provincia di Kandahar, oppure Ahmed Wali fratellastro dell'ex presidente afgano Hamid Karzai che venne ucciso in un regolamento di conti nel 2011. La maggior parte dell'oppio prodotto in Afghanistan si coltiva nelle province di Kandahar e Helmand. Ma quanto rende ai talebani questo traffico? Il valore della produzione di oppio nel 2020 è stato stimato in 350 milioni di dollari, un indicatore importante per il reddito complessivo degli agricoltori dalla coltivazione dell'oppio. Secondo l'Afghanistan Opium Survey 2020: «La superficie totale coltivata a papavero da oppio in Afghanistan è stata di circa 224.000 ettari nel 2020, con un aumento del 37% o 61.000 ettari rispetto al 2019. Con 224.000 ettari, l'area coltivata è stata una delle più alte mai misurate [...] La regione sud-occidentale è rimasta la principale regione produttrice di oppio del Paese, rappresentando il 71% della produzione totale di oppio in Afghanistan». Quindi affari d'oro per i talebani. Secondo l'analista strategico indiano Saurav Sarkar del South Asia at International (Sos): «Il problema del narcotraffico non si esaurisce con i talebani [...]. Presumibilmente anche i funzionari del governo afgano hanno chiuso un occhio sul traffico di droga per ottenere qualche entrata extra. Dopo il ritiro degli Stati Uniti, la capacità di limitare il traffico di droga fuori dall'Afghanistan si ridurrà ulteriormente». E per quanto riguarda noi aspettiamoci un fiume di eroina nelle piazze europee e migliaia di profughi in arrivo. 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Camp Arena, la ex base militare italiana nella quale la Nato addestrava le forze afghane a difendersi da sole contro la minaccia degli estremisti, è diventata ormai uno degli ultimi rifugi di chi sa di aver perso quasi tutto e di avere una sola cosa da tentare di preservare: la vita. Mentre il ponte aereo per tentare il recupero rischia di saltare completamente - essendo Herat una città caduta e in cui i taliban hanno occupato tutti i posti strategici - il ministero per gli Affari esteri si interroga sul da farsi. Proprio in queste ore si è tenuta una riunione urgente sul tema dei collaboratori, dalla quale sono scaturite voci che confermano quanto aveva dichiarato il segretario generale della Farnesina, Ettore Sequi. L'operazione «Aquila», volta a recuperare gli ex collaboratori afghani minacciati di morte dai talebani, per quanto possibile andrà avanti. «Già 228 afghani sono stati portati in Italia e altri arriveranno nei prossimi giorni», viene detto. Su tempi e modalità dell'operazione resta il riserbo, anche se quel «per quanto possibile» lascia spazio a tristi interpretazioni. Oltre alla questione degli afghani, divenuti obiettivo per i talebani in quanto ritenuti «complici degli stranieri» per aver lavorato per la missione Nato in veste di interpreti, esercenti di negozi interni alla base, baristi e addetti alle pulizie, il nostro Paese deve decidere quale strada seguire anche per il personale dell'Ambasciata italiana di Kabul che, pur restando presente a gestire la situazione, va opportunamente tutelato. Al momento ulteriori preoccupazioni non vi sono invece per i civili italiani visto che, come confermato dalla Farnesina, i pochi che sono lì presenti per lavoro stanno partendo da Kabul con regolari voli commerciali e potranno farlo ancora nei prossimi giorni. Il problema per i collaboratori è proprio questo: la difficoltà nel raggiungere la capitale. I talebani hanno conquistato una serie di aree che tagliano la Ring road, per isolare Kabul e partire poi all'assalto dell'ultimo baluardo del governo centrale. Le altre nazioni che hanno lo stesso problema di tutelare cittadini, ex collaboratori ed ambasciate, come Usa e Regno Unito, hanno già preso importanti decisioni a fronte del precipitare degli eventi. Gli Usa invieranno 3.000 militari per recuperare i civili americani e i collaboratori afghani, mentre l'ambasciata verrà spostata in aeroporto, affinché si sia pronti a lasciare il Paese nel caso Kabul cada. Gli inglesi si affideranno a 600 uomini, mentre dall'Italia tutto tace. Dal ministero degli Affari esteri filtra solo una generica riflessione sul fatto che «verranno mantenuti contatti stretti con le altre ambasciate dei Paesi coinvolti nella missione Nato». In definitiva, gli Usa decideranno la strategia anche in questo caso. Sulla questione dei collaboratori è coinvolto ovviamente il ministero dell'Interno, che comunica di avere avviato i controlli necessari ad accertare che chi chiede di entrare in Italia sia davvero un ex collaboratore. La burocrazia ha tempi diversi dalla guerra. «Come italiani, abbiamo il dovere morale di salvare chi ha servito la nostra nazione e di cui abbiamo tutte le informazioni di intelligence per poter stabilire che sono individui controllati e sicuri», interviene a tal proposito l'europarlamentare della Lega Marco Dreosto, su una linea completamente opposta. A quanto si apprende nell'ultima ora, lunedì 16 tutti questi argomenti saranno portati in commissione Esteri alla Camera, dove il presidente Piero Fassino chiederà ai ministri degli Esteri Di Maio e a quello alla Difesa Guerini di illustrare la posizione dell'Italia.
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».