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2021-02-22
Tre milioni di italiani restano senza cure
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Prevenire è meglio che curare. Un vecchio adagio che in tempo di pandemia sembra essere stato dimenticato. Sono oltre 2 milioni, infatti, gli screening oncologici effettuati in meno tra gennaio e settembre 2020 rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Cifre da capogiro quelle fornite dal «Rapporto sui ritardi accumulati dai programmi di screening italiani a seguito del Covid-19», elaborato dall'Osservatorio nazionale screening (Ons) e pubblicato a gennaio di quest'anno. Prima il blocco imposto dal lockdown, poi la ripartenza a passo di lumaca. Spiega
Paola Mantellini, oncologa dell'Istituto per lo studio, la prevenzione e la rete oncologica (Ispro) di Firenze e attuale direttore dell'Ons, che non solo «non vi è stato un recupero rispetto al ritardo accumulato precedentemente», ma anzi «il ritardo si è accentuato».
Per l'esattezza, sono 2.118.973 gli screening effettuati in meno nei primi nove mesi del 2020, anche se «il quadro complessivo appare molto eterogeneo» e «con grandi differenze tra le Regioni». Sono tre le categorie prese in esame dal rapporto. La situazione peggiore riguarda i controlli per il tumore del colon-retto: 1,9 milioni di soggetti invitati in meno (-42%), 967.000 test persi (-52,7%) e un ritardo accumulato pari a 4,7 mesi. Tradotto in termini di diagnosi mancate, si parla di 1.168 carcinomi e 6.667 adenomi avanzati in meno. Segue poi lo screening del tumore del collo dell'utero, con -1,1 milioni di soggetti contattati (-40,5%), oltre mezzo milione di test effettuati in meno e 2.383 lesioni Cin2+ perse. Regge meglio l'urto - si fa per dire - lo screening del tumore alla mammella, quasi 1 milione di persone invitate in meno (-34,5%), oltre 600.000 test effettuati in meno e 3,9 mesi di ritardo accumulati. Per questa categoria l'Ons stima che le diagnosi perse siano pari a -2.793 carcinomi. Complessivamente, dunque, si stima che l'impatto della pandemia sulle attività di screening sia quantificabile, nei primi 3 trimestri dell'anno passato, in 4 milioni di italiani invitati in meno, e circa 13.000 diagnosi in meno.
«Un altro elemento di grande importanza è la stima delle lesioni perse perché la storia naturale di questi tre tumori è molto diversa», ha precisato a margine della presentazione del rapporto il direttore generale di Ispro,
Gianni Amunni. «Le conseguenze cliniche maggiori sono potenzialmente a carico dello screening mammografico e di quello colo rettale, dove potrebbe capitare che l'individuazione della lesione tumorale si verifichi a uno stadio più avanzato, perdendo quindi una parte del vantaggio legato alla diagnosi precoce». C'è poi l'effetto deterrente esercitato dalla pandemia. La rilevazione condotta dall'Ons ha riscontrato una minore propensione pari al -17% per lo screening cervicale, -20% per quello colorettale e -21% per il mammografico.
Sono state 20 tra Regioni e Province autonome a rispondere alla survey dell'Ons (manca solo la Basilicata), e i risultati dimostrano la presenza di situazioni completamente differenti. Anche in questo caso vanno fatti i dovuti distinguo in base alla tipologia di screening. Per ciò che concerne lo screening cervicale, la prestazione peggiore in termini percentuali l'ha fatta registrare la Liguria (-68,5% di donne esaminate rispetto al 2019), seguita dal Lazio (-56,6%) e dal Piemonte (-56,6%). In termini di ritardo accumulato, invece, primo posto alla Lombardia (-6,2 mesi), secondo alla Liguria (-6) e terzo al Piemonte (-5,1). Sono riuscite a contenere i danni, invece, Sardegna (-19,7%), Valle d'Aosta (-20,2%) e Bolzano (-20,4%), con ritardi accumulati «appena» sotto i due mesi. Viceversa, la Sardegna risulta la peggior regione rispetto alla percentuale di screening mammografico (-68,7%), seguita da Calabria (-65,1%) e Trentino (-59,7%). Virtuoso, invece, il Friuli Venezia Giulia, con una donna su 5 in meno invitata all'appuntamento. Eccezion fatta per questa regione, che ha accumulato un ritardo di 1,7 mesi, le performance in termini di tempo da recuperare sono tutte negative: si va dai 2,6 mesi della Toscana fino ai 6,2 della Sardegna. Malissimo lo screening colorettale in Calabria (-93,9% di donne esaminate) con un ritardo di ben 8,4 mesi, ma rimangono indietro anche Lombardia (-7,1 mesi), Liguria e Campania (-6,4).
«Sulla base di quanto osservato non sembra essere più nemmeno adeguato parlare di piani di rientro», ha osservato l'epidemiologo ed ex direttore dell'Ons
Marco Zappa, «ma è necessario che il sistema screening vada fortemente ripensato nel suo complesso e con logiche di solida ristrutturazione, cioè di corretta, efficiente e stabile allocazione delle risorse». E di questo passo, avverte l'Ons, «il danno alle lesioni giustificate potrebbe diventare clinicamente importante». Trascurare il tassello fondamentale della prevenzione, in altre parole, rischia non solo di vanificare i progressi compiuti finora in termini di sensibilizzazione della popolazione, ma anche di costringerci a dover fronteggiare nel prossimo futuro un'ondata di casi gravi, con costi incalcolabili sul piano umano ed economico.
Ma c'è anche un altro aspetto a destare particolare preoccupazione. L'attività di screening, osserva l'Ons, funge da «ri-equilibratore sociale», e «stante la difficoltà a recuperare il ritardo accumulato, le fasce di popolazione più abbienti e con livelli di istruzione più elevati decidano di ricorrere a offerte di prevenzione individuale di tipo privatistico». Con una conseguenza piuttosto ovvia, e cioè che «le persone che potrebbero risentire maggiormente dell'impatto negativo del ritardo sarebbero quelle appartenenti alle fasce di popolazione più fragile».
Rispondendo a un'interrogazione presentata a fine ottobre dal deputato di Forza Italia
Roberto Novelli, l'allora sottosegretario alla Salute Sandra Zampa ha certificato la situazione disastrosa. «L'epidemia da Covid-19 ha impattato fortemente anche sui programmi organizzati di screening», ha ammesso la Zampa, citando le risorse stanziate dal decreto Agosto (pari a 478 milioni di euro) al fine di «corrispondere alle richieste di prestazioni ambulatoriali, screening e di ricovero ospedaliero non erogate nel periodo emergenziale dovuto» alla pandemia. Senza dubbio il ruolo delle Regioni nella pianificazione della ripartenza degli screening è cruciale, ma ci vuole l'aiuto dello Stato per superare le criticità logistiche e organizzative. Contattato dalla Verità, l'Osservatorio nazionale screening spiega che i prossimi dati saranno disponibili per l'inizio della primavera. Chissà se per quella data si potrà intravedere i primi segnali positivi.
Tre milioni di italiani rinunciano alle cure. «Non abbiamo soldi»
Tre milioni di italiani sono stati costretti a rinunciare alle cure mediche per colpa delle difficoltà economiche insorte a seguito della pandemia. È questo il dato principale, e forse anche il più inquietante, emerso da una ricerca condotta per Facile.it da mUp Research e Norstat su un campione rappresentativo della popolazione adulta nazionale e pubblicato a gennaio. Tra marzo e dicembre 2020, dunque, 1 italiano su 20 si è dovuto arrendere alla dura realtà e scegliere suo malgrado di procrastinare esami, cure e interventi, semplicemente perché non poteva permetterseli. La fotografia di un aspetto spesso dimenticato della pandemia, quello che riguarda tutti gli «altri», vale a dire i milioni di cittadini bisognosi di assistenza e cure al di là del Covid.
Non è tutto, perché 32,8 milioni di persone - dunque più di 1 italiano su 2 - si sono visti rinviare o annullare operazioni o visite. Circa 27,9 milioni di cittadini hanno subito due o più rinvii, mentre 13 milioni hanno dovuto far fronte all'annullamento. Scendendo nel dettaglio delle discipline, più di 8 pazienti su 10 che attendevano prestazioni nel campo della gastroenterologia e 3 pazienti su 4 in quello dell'urologia hanno subito ritardi o cancellazioni. Disservizi che hanno colpito anche i pazienti affetti da patologie gravi, come quelle cardiologiche (61,7%) e oncologiche (47,2%). Pesanti i ritardi in termini di mesi: mediamente i rinvii si sono attestati intorno ai due mesi (53 giorni), mentre quasi 7 appuntamenti su 10 sono stati rinviati sine die, cioè a data da destinarsi.
Una situazione che, spiega il rapporto Facile.it, ha dissuaso il 68,6% - parliamo di circa 30 milioni di italiani - a prenotare o effettuare operazioni, visite ed esami specialistici. Nella maggioranza dei casi (71,3%) il motivo della rinuncia è stata la paura di ammalarsi di Covid, mentre la restante parte si è fatta intimorire dai lunghissimi tempi di attesa.
La situazione di forte stress del sistema sanitario pubblico fa gioire il settore privato. Quasi un terzo (30,2%) degli intervistati che hanno subito annullamenti o rinvii nel pubblico hanno poi deciso di effettuare il controllo in una struttura privata. Secondo l'indagine, circa 7 milioni di italiani hanno scelto di abbandonare la sanità pubblica optando per quella privata. E qui iniziano le note dolenti. Chi si è rivolto a una struttura privata dichiara di aver speso, in media, 292 euro per ogni singola visita, esame o operazione. Forse si tratta di pochi spiccioli per chi se lo può permettere, ma un'enormità per una fetta considerevole di concittadini che fa i salti mortali per arrivare a fine mese e si trova spesso a faticare nel mettere insieme il pranzo con la cena. Non sorprende, dunque, che per fare fronte ai costi della sanità privata il 73,2% degli italiani abbiano attinto ai propri risparmi. Quel gruzzoletto conservato per prudenza, e sul quale 7 italiani su 10 hanno fatto affidamento pur di non rinunciare alle cure. Il 16,6% ha fatto invece ricorso a un'assicurazione sanitaria, mentre circa 2,2 milioni di pazienti (pari al 9,1% di chi ha fatto ricorso alla sanità privata) ha dovuto indebitarsi chiedendo un prestito a parenti, amici, oppure a una finanziaria. Una quota ancora superiore al Sud e nelle isole, territori nei quali questa percentuale sale inaspettatamente all'11,9%.
L'osservatorio di Facile.it e Prestiti.it ha passato al vaglio ben 125.000 domande di finanziamento, svelando l'identikit dei richiedenti. Nel 2020, l'importo medio dei prestiti personali con questa motivazione è stato pari a 6.145 euro, con tempo di restituzione pari a 53 mesi (quasi 4 anni e mezzo). L'età media è di 46 anni, superiore del 10% rispetto alla media dei prestiti, e nel 39% dei casi a richiedere il finanziamento è stata una donna (contro il 25% del totale dei prestiti).
Un'evoluzione che sorprende fino a un certo punto. Secondo un'elaborazione di Quotidiano Sanità, il Sistema sanitario nazionale perde pezzi ormai già da tempo. Confrontando i dati dell'Annuario Ssn pubblicato dal ministero della Salute, dal 2013 al 2018 il settore pubblico ha perso il 5,2% delle strutture, mentre quello privato ne ha guadagnato il 7,2%. Le lunghissime liste d'attesa peggiorate dall'attuale contesto pandemico hanno solo aggravato un fenomeno in corso. L'ultimo rapporto Rbm-Censis sulla sanità ha messo in luce come nel 2019 la spesa privata abbia toccato quota 37,3 miliardi di euro, facendo registrare una crescita del 7,2% contro un -0,3% rispetto a quella pubblica. Le prestazioni sanitarie pagate dai cittadini sono passate da 95 a 155 milioni, mentre la spesa privata per famiglia è pari a 1.522 euro (+3% rispetto al 2017) e quella pro-capite a 691,84 euro (+12%). Parallelamente, l'incidenza della spesa sanitaria privata sul reddito è passata dal 2,6% del 2007 al 3,3% del 2019. E già due anni fa il ricorso al prestito rappresentava una tendenza in crescita, con una quota di italiani che decidono di fare ricorso ai finanziamenti per sostenere le cure passata dal 10% al 27%.
«Dall'inizio della crisi, in circa 10 anni, la spesa pubblica per la salute in Italia, si è fermata, mentre la spesa delle famiglie ha continuato a crescere», recita il rapporto. «Nella maggior parte dei percorsi di cura gli italiani si trovano a dover accedere privatamente a una o più prestazioni sanitarie. E la necessità di pagare di tasca propria cresce in base al proprio stato di salute (per i cronici la spesa sanitaria privata è in media del 50% più elevata di quella ordinaria, per i non autosufficienti è in media quasi 3 volte quella ordinaria) e all'età (per gli anziani la spesa sanitaria privata è in media il doppio di quella ordinaria)».
Ovviamente le esigenze variano a seconda degli ambiti di intervento. Nel solo settore odontoiatrico, il 92% delle cure viene pagato di tasca propria dagli italiani, con una spesa media di 575 euro. Non mancano tuttavia i beni sanitari di assoluta evidenza, con i farmaci a rappresentare la seconda voce di spesa pagata direttamente dai cittadini (380 euro) e la prima in termini di frequenza (380 euro). Pesano poi anche gli occhiali (220 euro) e protesi e presidi (185 euro). Capitolo a parte per gli esami diagnostici, che vengono pagati privatamente in un caso su quattro, e sulle prestazioni ospedaliere, dove i cittadini sostengono direttamente i costi una volta su dieci. Un vero e proprio bagno di sangue per gli italiani che la pandemia non ha fatto altro che aggravare.
«Bisogna ripensare tutto il sistema»
L'oncologa Paola Mantellini lavora a Firenze all'Istituto per lo studio, la prevenzione e la rete oncologica (Ispro) della Regione Toscana e dirige l'Osservatorio nazionale screening.
I vostri dati registrano una gigantesca frenata nell'attività di prevenzione. Non si poteva fare diversamente?
«È molto difficile. Nella sanità tutto è concatenato e se si presenta un'emergenza alla quale non si è preparati ne risente tutto il sistema. Diciamo che si sarebbe potuto fare diversamente se tutta l'organizzazione della salute pubblica fosse stata pronta alla pandemia».
Che cosa non ha funzionato in particolare?
«C'è stato un problema di spazi: la scorsa primavera abbiamo dovuto chiudere tutto per due mesi, marzo e aprile. Le persone che dovevano sottoporsi ai test di screening, ad esempio, non potevano più presentarsi nelle strutture sanitarie che erano state destinate a spazi per i malati Covid. E poi il nostro personale dedicato agli screening è stato in buona parte assegnato alla gestione dell'emergenza, e in taluni territori lo è ancora».
Quindi si sono accumulati ritardi nella fase acuta della prima ondata e anche dopo.
«È inevitabile. Le nuove regole di sicurezza sanitaria impongono distanziamento fisico e sanificazione, per cui se prima dell'emergenza - poniamo - si potevano prevedere 4 appuntamenti all'ora, adesso sono dimezzati. Le sale d'attesa devono essere vuote e tutti gli ambienti vanno sanificati, il che non consente di tenere i ritmi precedenti. E molte persone ora, per paura del contagio, hanno maggiori timori nel presentarsi se non si tratta di vere urgenze».
Problemi anche per le attrezzature mediche?
«Non tutto il personale è ancora rientrato a tempo pieno per svolgere le attività di prevenzione. In più, una buona parte dei macchinari utilizzati per analizzare i campioni, come ad esempio il test Hpv, sono stati destinati quasi a tempo pieno per processare i tamponi molecolari».
È così in tutta Italia?
«Dipende dall'organizzazione sanitaria delle singole Regioni. È chiaro che chi è stato più colpito fa più fatica a riprendersi, e così pure chi già prima presentava carenze organizzative».
L'Ons segnala che si sono accumulati arretrati anche di molti mesi. Anche da voi si allungano le liste d'attesa?
«Non abbiamo liste d'attesa perché gli screening avvengono su inviti spediti periodicamente dalle strutture di prevenzione. Ma è chiaro che il numero di inviti è stato drasticamente ridotto. E si deve tenere conto che certi fattori non dipendono da noi».
Per esempio?
«Banalmente, durante il lockdown di marzo e aprile i servizi postali hanno consegnato in ritardo le lettere o non le hanno consegnate proprio. Teniamo anche conto che molte nostre attività per favorire la prevenzione si basano sull'azione di volontari: un buon numero sono pensionati e in questo periodo non possiamo contare su di loro».
Quanto ci vorrà per recuperare il tempo perduto?
«Dipende dall'impegno di ogni Regione. I dati di settembre ci dicono che non c'è stato un completo recupero in estate rispetto ai ritardi accumulati durante i due mesi di chiusura, anche se la situazione non è uguale in tutta Italia. Ci sono infatti Regioni che hanno sensibilmente ridotto il ritardo, altre invece sono più in difficoltà. Sicuramente, finché non sarà raggiunta l'immunità di gregge saremo costretti ovunque a procedere a ritmo ridotto».
Che cosa hanno insegnato questi mesi a chi svolge attività di prevenzione?
«Che occorre un profondo ripensamento dell'organizzazione sanitaria. Non è soltanto una questione di risorse economiche: serve anche una riflessione per immaginare nuovi modelli di sanità. La prevenzione oncologica è considerata un'attività importante ma rinviabile, non indispensabile. Come abbiamo visto, è accaduto anche con l'esplodere della pandemia. Invece gli screening vanno potenziati».
Un investimento oggi per un risparmio futuro.
«Non è appena un tema finanziario. Scoprire un tumore nella fase iniziale consente cure migliori, meno invasive e con maggiori possibilità di successo. Degli screening beneficiano soprattutto i pazienti: è questo che bisogna capire».
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Nei primi 9 mesi del 2020 sono saltati 2 milioni di screening oncologici. E i ritardi continuano ad accumularsi. La mappa delle Regioni con gli arretrati più gravi. Cresce la povertà sanitaria: rinviati esami, interventi e controlli Chi può si è rivolto alle strutture private, spesi in media 300 euro. La direttrice dell'Osservatorio Paola Mantellini: «Macchinari e personale sono assorbiti dal Covid. Recuperare il tempo perso? Dipende dall'impegno di ogni Regione». Lo speciale contiene tre articoli. !function(e,i,n,s){var t="InfogramEmbeds",d=e.getElementsByTagName("script")[0];if(window[t]&&window[t].initialized)window[t].process&&window[t].process();else if(!e.getElementById(n)){var o=e.createElement("script");o.async=1,o.id=n,o.src="https://e.infogram.com/js/dist/embed-loader-min.js",d.parentNode.insertBefore(o,d)}}(document,0,"infogram-async"); Prevenire è meglio che curare. Un vecchio adagio che in tempo di pandemia sembra essere stato dimenticato. 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La situazione peggiore riguarda i controlli per il tumore del colon-retto: 1,9 milioni di soggetti invitati in meno (-42%), 967.000 test persi (-52,7%) e un ritardo accumulato pari a 4,7 mesi. Tradotto in termini di diagnosi mancate, si parla di 1.168 carcinomi e 6.667 adenomi avanzati in meno. Segue poi lo screening del tumore del collo dell'utero, con -1,1 milioni di soggetti contattati (-40,5%), oltre mezzo milione di test effettuati in meno e 2.383 lesioni Cin2+ perse. Regge meglio l'urto - si fa per dire - lo screening del tumore alla mammella, quasi 1 milione di persone invitate in meno (-34,5%), oltre 600.000 test effettuati in meno e 3,9 mesi di ritardo accumulati. Per questa categoria l'Ons stima che le diagnosi perse siano pari a -2.793 carcinomi. Complessivamente, dunque, si stima che l'impatto della pandemia sulle attività di screening sia quantificabile, nei primi 3 trimestri dell'anno passato, in 4 milioni di italiani invitati in meno, e circa 13.000 diagnosi in meno. «Un altro elemento di grande importanza è la stima delle lesioni perse perché la storia naturale di questi tre tumori è molto diversa», ha precisato a margine della presentazione del rapporto il direttore generale di Ispro, Gianni Amunni. «Le conseguenze cliniche maggiori sono potenzialmente a carico dello screening mammografico e di quello colo rettale, dove potrebbe capitare che l'individuazione della lesione tumorale si verifichi a uno stadio più avanzato, perdendo quindi una parte del vantaggio legato alla diagnosi precoce». C'è poi l'effetto deterrente esercitato dalla pandemia. La rilevazione condotta dall'Ons ha riscontrato una minore propensione pari al -17% per lo screening cervicale, -20% per quello colorettale e -21% per il mammografico. Sono state 20 tra Regioni e Province autonome a rispondere alla survey dell'Ons (manca solo la Basilicata), e i risultati dimostrano la presenza di situazioni completamente differenti. Anche in questo caso vanno fatti i dovuti distinguo in base alla tipologia di screening. Per ciò che concerne lo screening cervicale, la prestazione peggiore in termini percentuali l'ha fatta registrare la Liguria (-68,5% di donne esaminate rispetto al 2019), seguita dal Lazio (-56,6%) e dal Piemonte (-56,6%). In termini di ritardo accumulato, invece, primo posto alla Lombardia (-6,2 mesi), secondo alla Liguria (-6) e terzo al Piemonte (-5,1). Sono riuscite a contenere i danni, invece, Sardegna (-19,7%), Valle d'Aosta (-20,2%) e Bolzano (-20,4%), con ritardi accumulati «appena» sotto i due mesi. Viceversa, la Sardegna risulta la peggior regione rispetto alla percentuale di screening mammografico (-68,7%), seguita da Calabria (-65,1%) e Trentino (-59,7%). Virtuoso, invece, il Friuli Venezia Giulia, con una donna su 5 in meno invitata all'appuntamento. Eccezion fatta per questa regione, che ha accumulato un ritardo di 1,7 mesi, le performance in termini di tempo da recuperare sono tutte negative: si va dai 2,6 mesi della Toscana fino ai 6,2 della Sardegna. Malissimo lo screening colorettale in Calabria (-93,9% di donne esaminate) con un ritardo di ben 8,4 mesi, ma rimangono indietro anche Lombardia (-7,1 mesi), Liguria e Campania (-6,4). «Sulla base di quanto osservato non sembra essere più nemmeno adeguato parlare di piani di rientro», ha osservato l'epidemiologo ed ex direttore dell'Ons Marco Zappa, «ma è necessario che il sistema screening vada fortemente ripensato nel suo complesso e con logiche di solida ristrutturazione, cioè di corretta, efficiente e stabile allocazione delle risorse». E di questo passo, avverte l'Ons, «il danno alle lesioni giustificate potrebbe diventare clinicamente importante». Trascurare il tassello fondamentale della prevenzione, in altre parole, rischia non solo di vanificare i progressi compiuti finora in termini di sensibilizzazione della popolazione, ma anche di costringerci a dover fronteggiare nel prossimo futuro un'ondata di casi gravi, con costi incalcolabili sul piano umano ed economico. Ma c'è anche un altro aspetto a destare particolare preoccupazione. L'attività di screening, osserva l'Ons, funge da «ri-equilibratore sociale», e «stante la difficoltà a recuperare il ritardo accumulato, le fasce di popolazione più abbienti e con livelli di istruzione più elevati decidano di ricorrere a offerte di prevenzione individuale di tipo privatistico». Con una conseguenza piuttosto ovvia, e cioè che «le persone che potrebbero risentire maggiormente dell'impatto negativo del ritardo sarebbero quelle appartenenti alle fasce di popolazione più fragile». Rispondendo a un'interrogazione presentata a fine ottobre dal deputato di Forza Italia Roberto Novelli, l'allora sottosegretario alla Salute Sandra Zampa ha certificato la situazione disastrosa. «L'epidemia da Covid-19 ha impattato fortemente anche sui programmi organizzati di screening», ha ammesso la Zampa, citando le risorse stanziate dal decreto Agosto (pari a 478 milioni di euro) al fine di «corrispondere alle richieste di prestazioni ambulatoriali, screening e di ricovero ospedaliero non erogate nel periodo emergenziale dovuto» alla pandemia. Senza dubbio il ruolo delle Regioni nella pianificazione della ripartenza degli screening è cruciale, ma ci vuole l'aiuto dello Stato per superare le criticità logistiche e organizzative. Contattato dalla Verità, l'Osservatorio nazionale screening spiega che i prossimi dati saranno disponibili per l'inizio della primavera. 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Tra marzo e dicembre 2020, dunque, 1 italiano su 20 si è dovuto arrendere alla dura realtà e scegliere suo malgrado di procrastinare esami, cure e interventi, semplicemente perché non poteva permetterseli. La fotografia di un aspetto spesso dimenticato della pandemia, quello che riguarda tutti gli «altri», vale a dire i milioni di cittadini bisognosi di assistenza e cure al di là del Covid. Non è tutto, perché 32,8 milioni di persone - dunque più di 1 italiano su 2 - si sono visti rinviare o annullare operazioni o visite. Circa 27,9 milioni di cittadini hanno subito due o più rinvii, mentre 13 milioni hanno dovuto far fronte all'annullamento. Scendendo nel dettaglio delle discipline, più di 8 pazienti su 10 che attendevano prestazioni nel campo della gastroenterologia e 3 pazienti su 4 in quello dell'urologia hanno subito ritardi o cancellazioni. Disservizi che hanno colpito anche i pazienti affetti da patologie gravi, come quelle cardiologiche (61,7%) e oncologiche (47,2%). Pesanti i ritardi in termini di mesi: mediamente i rinvii si sono attestati intorno ai due mesi (53 giorni), mentre quasi 7 appuntamenti su 10 sono stati rinviati sine die, cioè a data da destinarsi. Una situazione che, spiega il rapporto Facile.it, ha dissuaso il 68,6% - parliamo di circa 30 milioni di italiani - a prenotare o effettuare operazioni, visite ed esami specialistici. Nella maggioranza dei casi (71,3%) il motivo della rinuncia è stata la paura di ammalarsi di Covid, mentre la restante parte si è fatta intimorire dai lunghissimi tempi di attesa. La situazione di forte stress del sistema sanitario pubblico fa gioire il settore privato. Quasi un terzo (30,2%) degli intervistati che hanno subito annullamenti o rinvii nel pubblico hanno poi deciso di effettuare il controllo in una struttura privata. Secondo l'indagine, circa 7 milioni di italiani hanno scelto di abbandonare la sanità pubblica optando per quella privata. E qui iniziano le note dolenti. Chi si è rivolto a una struttura privata dichiara di aver speso, in media, 292 euro per ogni singola visita, esame o operazione. Forse si tratta di pochi spiccioli per chi se lo può permettere, ma un'enormità per una fetta considerevole di concittadini che fa i salti mortali per arrivare a fine mese e si trova spesso a faticare nel mettere insieme il pranzo con la cena. Non sorprende, dunque, che per fare fronte ai costi della sanità privata il 73,2% degli italiani abbiano attinto ai propri risparmi. Quel gruzzoletto conservato per prudenza, e sul quale 7 italiani su 10 hanno fatto affidamento pur di non rinunciare alle cure. Il 16,6% ha fatto invece ricorso a un'assicurazione sanitaria, mentre circa 2,2 milioni di pazienti (pari al 9,1% di chi ha fatto ricorso alla sanità privata) ha dovuto indebitarsi chiedendo un prestito a parenti, amici, oppure a una finanziaria. Una quota ancora superiore al Sud e nelle isole, territori nei quali questa percentuale sale inaspettatamente all'11,9%. L'osservatorio di Facile.it e Prestiti.it ha passato al vaglio ben 125.000 domande di finanziamento, svelando l'identikit dei richiedenti. Nel 2020, l'importo medio dei prestiti personali con questa motivazione è stato pari a 6.145 euro, con tempo di restituzione pari a 53 mesi (quasi 4 anni e mezzo). L'età media è di 46 anni, superiore del 10% rispetto alla media dei prestiti, e nel 39% dei casi a richiedere il finanziamento è stata una donna (contro il 25% del totale dei prestiti). Un'evoluzione che sorprende fino a un certo punto. Secondo un'elaborazione di Quotidiano Sanità, il Sistema sanitario nazionale perde pezzi ormai già da tempo. Confrontando i dati dell'Annuario Ssn pubblicato dal ministero della Salute, dal 2013 al 2018 il settore pubblico ha perso il 5,2% delle strutture, mentre quello privato ne ha guadagnato il 7,2%. Le lunghissime liste d'attesa peggiorate dall'attuale contesto pandemico hanno solo aggravato un fenomeno in corso. L'ultimo rapporto Rbm-Censis sulla sanità ha messo in luce come nel 2019 la spesa privata abbia toccato quota 37,3 miliardi di euro, facendo registrare una crescita del 7,2% contro un -0,3% rispetto a quella pubblica. Le prestazioni sanitarie pagate dai cittadini sono passate da 95 a 155 milioni, mentre la spesa privata per famiglia è pari a 1.522 euro (+3% rispetto al 2017) e quella pro-capite a 691,84 euro (+12%). Parallelamente, l'incidenza della spesa sanitaria privata sul reddito è passata dal 2,6% del 2007 al 3,3% del 2019. E già due anni fa il ricorso al prestito rappresentava una tendenza in crescita, con una quota di italiani che decidono di fare ricorso ai finanziamenti per sostenere le cure passata dal 10% al 27%. «Dall'inizio della crisi, in circa 10 anni, la spesa pubblica per la salute in Italia, si è fermata, mentre la spesa delle famiglie ha continuato a crescere», recita il rapporto. «Nella maggior parte dei percorsi di cura gli italiani si trovano a dover accedere privatamente a una o più prestazioni sanitarie. E la necessità di pagare di tasca propria cresce in base al proprio stato di salute (per i cronici la spesa sanitaria privata è in media del 50% più elevata di quella ordinaria, per i non autosufficienti è in media quasi 3 volte quella ordinaria) e all'età (per gli anziani la spesa sanitaria privata è in media il doppio di quella ordinaria)». Ovviamente le esigenze variano a seconda degli ambiti di intervento. Nel solo settore odontoiatrico, il 92% delle cure viene pagato di tasca propria dagli italiani, con una spesa media di 575 euro. Non mancano tuttavia i beni sanitari di assoluta evidenza, con i farmaci a rappresentare la seconda voce di spesa pagata direttamente dai cittadini (380 euro) e la prima in termini di frequenza (380 euro). Pesano poi anche gli occhiali (220 euro) e protesi e presidi (185 euro). Capitolo a parte per gli esami diagnostici, che vengono pagati privatamente in un caso su quattro, e sulle prestazioni ospedaliere, dove i cittadini sostengono direttamente i costi una volta su dieci. Un vero e proprio bagno di sangue per gli italiani che la pandemia non ha fatto altro che aggravare. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/non-pensate-solo-al-covid-la-prevenzione-e-crollata-2650689730.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="bisogna-ripensare-tutto-il-sistema" data-post-id="2650689730" data-published-at="1613939759" data-use-pagination="False"> «Bisogna ripensare tutto il sistema» L'oncologa Paola Mantellini lavora a Firenze all'Istituto per lo studio, la prevenzione e la rete oncologica (Ispro) della Regione Toscana e dirige l'Osservatorio nazionale screening. I vostri dati registrano una gigantesca frenata nell'attività di prevenzione. Non si poteva fare diversamente? «È molto difficile. Nella sanità tutto è concatenato e se si presenta un'emergenza alla quale non si è preparati ne risente tutto il sistema. Diciamo che si sarebbe potuto fare diversamente se tutta l'organizzazione della salute pubblica fosse stata pronta alla pandemia». Che cosa non ha funzionato in particolare? «C'è stato un problema di spazi: la scorsa primavera abbiamo dovuto chiudere tutto per due mesi, marzo e aprile. Le persone che dovevano sottoporsi ai test di screening, ad esempio, non potevano più presentarsi nelle strutture sanitarie che erano state destinate a spazi per i malati Covid. E poi il nostro personale dedicato agli screening è stato in buona parte assegnato alla gestione dell'emergenza, e in taluni territori lo è ancora». Quindi si sono accumulati ritardi nella fase acuta della prima ondata e anche dopo. «È inevitabile. Le nuove regole di sicurezza sanitaria impongono distanziamento fisico e sanificazione, per cui se prima dell'emergenza - poniamo - si potevano prevedere 4 appuntamenti all'ora, adesso sono dimezzati. Le sale d'attesa devono essere vuote e tutti gli ambienti vanno sanificati, il che non consente di tenere i ritmi precedenti. E molte persone ora, per paura del contagio, hanno maggiori timori nel presentarsi se non si tratta di vere urgenze». Problemi anche per le attrezzature mediche? «Non tutto il personale è ancora rientrato a tempo pieno per svolgere le attività di prevenzione. In più, una buona parte dei macchinari utilizzati per analizzare i campioni, come ad esempio il test Hpv, sono stati destinati quasi a tempo pieno per processare i tamponi molecolari». È così in tutta Italia? «Dipende dall'organizzazione sanitaria delle singole Regioni. È chiaro che chi è stato più colpito fa più fatica a riprendersi, e così pure chi già prima presentava carenze organizzative». L'Ons segnala che si sono accumulati arretrati anche di molti mesi. Anche da voi si allungano le liste d'attesa? «Non abbiamo liste d'attesa perché gli screening avvengono su inviti spediti periodicamente dalle strutture di prevenzione. Ma è chiaro che il numero di inviti è stato drasticamente ridotto. E si deve tenere conto che certi fattori non dipendono da noi». Per esempio? «Banalmente, durante il lockdown di marzo e aprile i servizi postali hanno consegnato in ritardo le lettere o non le hanno consegnate proprio. Teniamo anche conto che molte nostre attività per favorire la prevenzione si basano sull'azione di volontari: un buon numero sono pensionati e in questo periodo non possiamo contare su di loro». Quanto ci vorrà per recuperare il tempo perduto? «Dipende dall'impegno di ogni Regione. I dati di settembre ci dicono che non c'è stato un completo recupero in estate rispetto ai ritardi accumulati durante i due mesi di chiusura, anche se la situazione non è uguale in tutta Italia. Ci sono infatti Regioni che hanno sensibilmente ridotto il ritardo, altre invece sono più in difficoltà. Sicuramente, finché non sarà raggiunta l'immunità di gregge saremo costretti ovunque a procedere a ritmo ridotto». Che cosa hanno insegnato questi mesi a chi svolge attività di prevenzione? «Che occorre un profondo ripensamento dell'organizzazione sanitaria. Non è soltanto una questione di risorse economiche: serve anche una riflessione per immaginare nuovi modelli di sanità. La prevenzione oncologica è considerata un'attività importante ma rinviabile, non indispensabile. Come abbiamo visto, è accaduto anche con l'esplodere della pandemia. Invece gli screening vanno potenziati». Un investimento oggi per un risparmio futuro. «Non è appena un tema finanziario. Scoprire un tumore nella fase iniziale consente cure migliori, meno invasive e con maggiori possibilità di successo. Degli screening beneficiano soprattutto i pazienti: è questo che bisogna capire».
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Perché è «ovvio che il ministero difficilmente potesse sapere qualcosa che non sapeva la Procura generale, competente più di chiunque altro per verificare che ci siano tutte le condizioni». Più cauta sul presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: «Non è il mio ruolo dire che cosa il presidente della Repubblica debba fare rispetto alla concessione di una grazia, che è stata chiesta alla presidenza della Repubblica».
Intanto sul caso Minetti adesso indaga anche l’Interpol. «Di concerto con il procuratore generale siamo già attivati per le verifiche, dalle forze nostre di polizia a quelle dell’Interpol, con massima urgenza». Lo ha detto il sostituto procuratore della Corte d’Appello di Milano, Gaetano Brusa. «Andremo avanti finché non troviamo tutti gli elementi, positivi o negativi. Ripeteremo accertamenti anche in Italia sull’autenticità di documenti sanitari e altro. Tutte le circostanze sono oggetto di accertamento: dalle modalità di adozione all’estero alla morte del legale della madre biologica del bimbo. Se incontreremo ostacoli faremo un passo successivo per una rogatoria». Nicole Minetti, ex igienista dentale ed ex consigliere di Regione Lombardia, era stata condannata in via definitiva a 3 anni e 11 mesi per induzione alla prostituzione e peculato nei processi Ruby bis e Rimborsopoli. Il Quirinale, dopo averle concesso la grazia, a seguito di un articolo del Fatto quotidiano, è intervenuto inviando una lettera al ministro della Giustizia, Carlo Nordio, per chiedere ulteriori verifiche sulle modalità di adozione del figlio di Minetti. Il ministero ha avviato le procedure di verifica e mentre si attende un nuovo parere sulla vicenda la Procura di Milano si è attivata a livello internazionale. «Abbiamo ricevuto dal ministero un’autorizzazione ampia a svolgere tutti gli accertamenti a 360 gradi», ha continuato Brusa, che, riguardo al precedente mandato del ministero della Giustizia per le verifiche, avvenute nelle scorse settimane, ha spiegato: «Il ministero, come da prassi, ci ha fornito uno specchietto con tutti gli accertamenti che vanno svolti. Questa volta abbiamo accertamenti liberi».
I magistrati vogliono avere informazioni e documenti anche dall’estero, come dall’Uruguay, «su tutte le persone» di cui si parla, anche la stessa ex igienista dentale e il compagno, Giuseppe Cipriani, oltre alla documentazione del tribunale uruguayano sulla causa per il minore. Il procuratore generale di Milano, Francesca Nanni, ha aggiunto: «Dopo le nuove verifiche siamo sempre tenuti a dare un parere e potremo evidentemente anche modificarlo e anche il ministero darà un parere e poi il presidente deciderà».
C’è da capire per quale motivo nella prima istruttoria non siano stati fatti controlli all’estero. Nanni e Brusa lo hanno spiegato così: «Abbiamo agito sulla base della delega del ministero, che è una delega classica, attivata in casi simili, né più né meno. Normalmente il ministero ci dice se ritiene gli accertamenti non completi, li ha ritenuti idonei per il proprio parere e la presidenza della Repubblica li ha ritenuti sufficienti».
E poi Nanni ha precisato: «Magari il giornalista è stato molto bravo o qualcuno non ha detto a noi ciò che doveva dire. Potremmo alla fine anche ammettere di non essere stati perspicaci, seppure diligenti, ma prima dobbiamo fare tutte le verifiche». Sulle tempistiche, il procuratore generale ha chiarito che «a mano a mano che arriveranno gli esiti degli accertamenti della nostra delega a 360 gradi, quando riterremo di aver soddisfatto le richieste istruttorie del Quirinale, manderemo il nostro parere al ministero su quei fatti indicati gravissimi», per come emergono dai media. L’Interpol nel più breve tempo acquisirà «tutte le informazioni». Un dietrofront ma nessun mea culpa, insomma. La Procura generale di Milano ha anche spiegato che, se l’istanza di grazia di Nicole Minetti si rivelasse fondata su elementi incongruenti e non veritieri, trasmetterà gli atti alla Procura per l’apertura di una indagine a suo carico. Insomma, se Minetti avesse mentito e fornito prove false, sarebbe chiamata a risponderne.
All’Interpol si chiede di accertare i fatti che riguardano il periodo in cui Minetti avrebbe soggiornato a Ibiza, negli anni in cui faceva la dj. Il sostituto procuratore Brusa, probabilmente vista anche l’attenzione mediatica, avrebbe chiesto di essere informato per qualsiasi novità anche a indagini non concluse e quindi in caso di esiti parziali degli accertamenti. «L’interesse di tutti è chiarire», commentano in Procura. Bisogna verificare se ci siano eventuali procedimenti penali in Uruguay o all’estero «su tutte le persone» e si dovranno raccogliere documenti anche dal tribunale uruguaiano.
Minetti in una nota ha chiarito: «L’intero percorso adottivo si è svolto nel pieno rispetto della legge, seguendo la procedura ordinaria, come documentalmente dimostrato. Preciso, con assoluta chiarezza, di non essere mai stata indagata né di aver mai ricevuto comunicazioni di indagini a mio carico, né in Uruguay né in Spagna».
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Gianluca Rocchi (Ansa)
Un mondo consumato da guerre interne, denunce e Procure. E adesso anche senza una vera guida: ieri il Collegio di garanzia dello sport del Coni ha respinto il ricorso di Antonio Zappi, presidente dell’Aia già inibito per 13 mesi dalla giustizia federale per la vicenda delle pressioni su Maurizio Ciampi e Alessandro Pizzi, chiamati a farsi da parte per favorire l’ascesa di Daniele Orsato e Stefano Braschi. La condanna sportiva diventa definitiva, Zappi decade dalla presidenza e l’Aia resta sospesa: Gabriele Gravina, dimissionario in Figc, può commissariarla subito oppure lasciare la scelta al nuovo presidente federale (che sarà eletto il 22 giugno).
È dentro questo vuoto di potere che il tema dei soldi diventa ancora più pesante. Perché la classe arbitrale italiana è sorretta da un paradosso: ogni anno decine di milioni di euro pubblici e federali finiscono sugli arbitri. Soldi che passano anche da Sport e Salute, quindi risorse dello Stato. In altre parole: soldi nostri, dei cittadini. Eppure, molti fischietti restano senza una vera contrattualistica, senza tutele piene, appesi a designazioni, gettoni, rimborsi e graduatorie. Più vieni mandato in campo, più incassi. Meno vieni designato, più sparisci dal circuito.
E allora il potere tecnico diventa anche potere economico. Dentro questa terra di mezzo - un’Aia senza presidente, in crisi di fondi e credibilità - che esplode l’inchiesta della Procura di Milano su Gianluca Rocchi.
A Milano il fascicolo nasce il 7 gennaio 2024, con la denuncia-querela dell’avvocato Michele Croce dopo Inter-Verona, per la mancata review sulla gomitata di Alessandro Bastoni. La posizione di Rocchi sarebbe stata iscritta solo a fine 2024 e, dopo 12 mesi, la Procura avrebbe chiesto la proroga, quindi nel maggio del 2025 si sarebbe aggiunto anche l’esposto dell’ex assistente arbitrale Domenico Rocca: il fascicolo potrebbe quindi avviarsi alla chiusura tra fine maggio e inizio estate. Ma pesa anche un altro elemento: il pm Maurizio Ascione ha fatto domanda per la Procura europea e, se il passaggio si concretizzasse, l’indagine potrebbe cambiare mano.
In ogni caso Rocchi non si presenterà all’interrogatorio di domani: il suo avvocato Antonio D’Avirro ha annunciato la facoltà di non rispondere, spiegando che «andare sarebbe un suicidio» senza conoscere meglio il fascicolo. Andrea Gervasoni, invece, dovrebbe rispondere al pm, ma D’Avirro ha spiegato alla Verità che nemmeno dopo il suo interrogatorio si saprà molto di più. Il nodo resta l’incontro del 2 aprile 2025 a San Siro: chi, insieme a Rocchi, avrebbe partecipato al presunto accordo sulle designazioni «gradite» all’Inter?
La Procura lavora sull’ipotesi Andrea Colombo per Bologna-Inter e su Daniele Doveri «schermato» in Inter-Milan di Coppa Italia per tenerlo lontano dagli snodi finali della stagione. Gli altri soggetti sarebbero del mondo arbitrale, ma i nomi restano il buco nero dell’inchiesta. Anche se in Procura sostengono di averli già individuati.
Dalle carte, dagli esposti di Rocca e Pasquale De Meo, dalle testimonianze e dalle parole di ex arbitri come Eugenio Abbattista e Daniele Minelli, emerge l’impressione di un «circolino» di preferiti attorno a Rocchi: arbitri e varisti più ascoltati, tutelati e spendibili. Chi era dentro lavorava, cresceva e incassava; chi restava fuori perdeva designazioni, gettoni e futuro. Un arbitro anonimo lo sintetizza così al nostro giornale: «Si parla di contratti, ma il termine è impreciso. Non è mai stato un vero contratto regolare». Senza tutele piene, chi decide se designarti decide anche quanto guadagni.
Ed è qui che i soldi entrano nell’inchiesta. L’Aia non è solo un’associazione in crisi tecnica: è una macchina finanziata con risorse enormi. In un documento Figc sulla destinazione delle risorse Sport e Salute per il 2023, visionato dalla Verità, il contributo ordinario assegnato alla Federcalcio è pari a 36,2 milioni di euro. Nello stesso allegato, però, la voce «Ufficiali di gara» vale da sola 34,4 milioni, quasi l’intero contributo pubblico ordinario. A questi si aggiungono 4,8 milioni per Formazione, Ricerca e Documentazione, destinati prevalentemente al comparto arbitrale. Nella tabella finale, la colonna Aia + Cr-Aa arriva a circa 44,86 milioni su 66,77 milioni di costi istituzionali rendicontati.
Formalmente il meccanismo può reggere: Sport e Salute finanzia la Figc, non direttamente l’Aia, e gli arbitri rientrano nella gestione dei campionati. Politicamente, però, il dato è esplosivo. Fondi pubblici che, nella missione rivendicata anche dal ministro Andrea Abodi, dovrebbero sostenere sport di base, giovani, inclusione, territori e impianti, finiscono in larga parte nel cuore di un sistema oggi attraversato da inchieste, esposti, designazioni opache e conti fuori controllo. Dopo la condanna definitiva di Zappi, il commissariamento dell’Aia sembra ormai inevitabile. Giuseppe Chinè, procuratore federale della Figc, ha indagato sulle pressioni interne e sulle nomine, mentre la Federazione ha aperto l’audit sui conti dopo il budget da oltre 53 milioni del 2025 quasi bruciato, i raduni cancellati e la formazione bloccata. Ora Abodi potrebbe chiedere conto dell’uso di quei fondi: se emergessero, rendicontazioni non coerenti o gravi inadempimenti, il tema del recupero delle somme diventerebbe inevitabile.
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