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2021-02-22
Tre milioni di italiani restano senza cure
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Prevenire è meglio che curare. Un vecchio adagio che in tempo di pandemia sembra essere stato dimenticato. Sono oltre 2 milioni, infatti, gli screening oncologici effettuati in meno tra gennaio e settembre 2020 rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Cifre da capogiro quelle fornite dal «Rapporto sui ritardi accumulati dai programmi di screening italiani a seguito del Covid-19», elaborato dall'Osservatorio nazionale screening (Ons) e pubblicato a gennaio di quest'anno. Prima il blocco imposto dal lockdown, poi la ripartenza a passo di lumaca. Spiega
Paola Mantellini, oncologa dell'Istituto per lo studio, la prevenzione e la rete oncologica (Ispro) di Firenze e attuale direttore dell'Ons, che non solo «non vi è stato un recupero rispetto al ritardo accumulato precedentemente», ma anzi «il ritardo si è accentuato».
Per l'esattezza, sono 2.118.973 gli screening effettuati in meno nei primi nove mesi del 2020, anche se «il quadro complessivo appare molto eterogeneo» e «con grandi differenze tra le Regioni». Sono tre le categorie prese in esame dal rapporto. La situazione peggiore riguarda i controlli per il tumore del colon-retto: 1,9 milioni di soggetti invitati in meno (-42%), 967.000 test persi (-52,7%) e un ritardo accumulato pari a 4,7 mesi. Tradotto in termini di diagnosi mancate, si parla di 1.168 carcinomi e 6.667 adenomi avanzati in meno. Segue poi lo screening del tumore del collo dell'utero, con -1,1 milioni di soggetti contattati (-40,5%), oltre mezzo milione di test effettuati in meno e 2.383 lesioni Cin2+ perse. Regge meglio l'urto - si fa per dire - lo screening del tumore alla mammella, quasi 1 milione di persone invitate in meno (-34,5%), oltre 600.000 test effettuati in meno e 3,9 mesi di ritardo accumulati. Per questa categoria l'Ons stima che le diagnosi perse siano pari a -2.793 carcinomi. Complessivamente, dunque, si stima che l'impatto della pandemia sulle attività di screening sia quantificabile, nei primi 3 trimestri dell'anno passato, in 4 milioni di italiani invitati in meno, e circa 13.000 diagnosi in meno.
«Un altro elemento di grande importanza è la stima delle lesioni perse perché la storia naturale di questi tre tumori è molto diversa», ha precisato a margine della presentazione del rapporto il direttore generale di Ispro,
Gianni Amunni. «Le conseguenze cliniche maggiori sono potenzialmente a carico dello screening mammografico e di quello colo rettale, dove potrebbe capitare che l'individuazione della lesione tumorale si verifichi a uno stadio più avanzato, perdendo quindi una parte del vantaggio legato alla diagnosi precoce». C'è poi l'effetto deterrente esercitato dalla pandemia. La rilevazione condotta dall'Ons ha riscontrato una minore propensione pari al -17% per lo screening cervicale, -20% per quello colorettale e -21% per il mammografico.
Sono state 20 tra Regioni e Province autonome a rispondere alla survey dell'Ons (manca solo la Basilicata), e i risultati dimostrano la presenza di situazioni completamente differenti. Anche in questo caso vanno fatti i dovuti distinguo in base alla tipologia di screening. Per ciò che concerne lo screening cervicale, la prestazione peggiore in termini percentuali l'ha fatta registrare la Liguria (-68,5% di donne esaminate rispetto al 2019), seguita dal Lazio (-56,6%) e dal Piemonte (-56,6%). In termini di ritardo accumulato, invece, primo posto alla Lombardia (-6,2 mesi), secondo alla Liguria (-6) e terzo al Piemonte (-5,1). Sono riuscite a contenere i danni, invece, Sardegna (-19,7%), Valle d'Aosta (-20,2%) e Bolzano (-20,4%), con ritardi accumulati «appena» sotto i due mesi. Viceversa, la Sardegna risulta la peggior regione rispetto alla percentuale di screening mammografico (-68,7%), seguita da Calabria (-65,1%) e Trentino (-59,7%). Virtuoso, invece, il Friuli Venezia Giulia, con una donna su 5 in meno invitata all'appuntamento. Eccezion fatta per questa regione, che ha accumulato un ritardo di 1,7 mesi, le performance in termini di tempo da recuperare sono tutte negative: si va dai 2,6 mesi della Toscana fino ai 6,2 della Sardegna. Malissimo lo screening colorettale in Calabria (-93,9% di donne esaminate) con un ritardo di ben 8,4 mesi, ma rimangono indietro anche Lombardia (-7,1 mesi), Liguria e Campania (-6,4).
«Sulla base di quanto osservato non sembra essere più nemmeno adeguato parlare di piani di rientro», ha osservato l'epidemiologo ed ex direttore dell'Ons
Marco Zappa, «ma è necessario che il sistema screening vada fortemente ripensato nel suo complesso e con logiche di solida ristrutturazione, cioè di corretta, efficiente e stabile allocazione delle risorse». E di questo passo, avverte l'Ons, «il danno alle lesioni giustificate potrebbe diventare clinicamente importante». Trascurare il tassello fondamentale della prevenzione, in altre parole, rischia non solo di vanificare i progressi compiuti finora in termini di sensibilizzazione della popolazione, ma anche di costringerci a dover fronteggiare nel prossimo futuro un'ondata di casi gravi, con costi incalcolabili sul piano umano ed economico.
Ma c'è anche un altro aspetto a destare particolare preoccupazione. L'attività di screening, osserva l'Ons, funge da «ri-equilibratore sociale», e «stante la difficoltà a recuperare il ritardo accumulato, le fasce di popolazione più abbienti e con livelli di istruzione più elevati decidano di ricorrere a offerte di prevenzione individuale di tipo privatistico». Con una conseguenza piuttosto ovvia, e cioè che «le persone che potrebbero risentire maggiormente dell'impatto negativo del ritardo sarebbero quelle appartenenti alle fasce di popolazione più fragile».
Rispondendo a un'interrogazione presentata a fine ottobre dal deputato di Forza Italia
Roberto Novelli, l'allora sottosegretario alla Salute Sandra Zampa ha certificato la situazione disastrosa. «L'epidemia da Covid-19 ha impattato fortemente anche sui programmi organizzati di screening», ha ammesso la Zampa, citando le risorse stanziate dal decreto Agosto (pari a 478 milioni di euro) al fine di «corrispondere alle richieste di prestazioni ambulatoriali, screening e di ricovero ospedaliero non erogate nel periodo emergenziale dovuto» alla pandemia. Senza dubbio il ruolo delle Regioni nella pianificazione della ripartenza degli screening è cruciale, ma ci vuole l'aiuto dello Stato per superare le criticità logistiche e organizzative. Contattato dalla Verità, l'Osservatorio nazionale screening spiega che i prossimi dati saranno disponibili per l'inizio della primavera. Chissà se per quella data si potrà intravedere i primi segnali positivi.
Tre milioni di italiani rinunciano alle cure. «Non abbiamo soldi»
Tre milioni di italiani sono stati costretti a rinunciare alle cure mediche per colpa delle difficoltà economiche insorte a seguito della pandemia. È questo il dato principale, e forse anche il più inquietante, emerso da una ricerca condotta per Facile.it da mUp Research e Norstat su un campione rappresentativo della popolazione adulta nazionale e pubblicato a gennaio. Tra marzo e dicembre 2020, dunque, 1 italiano su 20 si è dovuto arrendere alla dura realtà e scegliere suo malgrado di procrastinare esami, cure e interventi, semplicemente perché non poteva permetterseli. La fotografia di un aspetto spesso dimenticato della pandemia, quello che riguarda tutti gli «altri», vale a dire i milioni di cittadini bisognosi di assistenza e cure al di là del Covid.
Non è tutto, perché 32,8 milioni di persone - dunque più di 1 italiano su 2 - si sono visti rinviare o annullare operazioni o visite. Circa 27,9 milioni di cittadini hanno subito due o più rinvii, mentre 13 milioni hanno dovuto far fronte all'annullamento. Scendendo nel dettaglio delle discipline, più di 8 pazienti su 10 che attendevano prestazioni nel campo della gastroenterologia e 3 pazienti su 4 in quello dell'urologia hanno subito ritardi o cancellazioni. Disservizi che hanno colpito anche i pazienti affetti da patologie gravi, come quelle cardiologiche (61,7%) e oncologiche (47,2%). Pesanti i ritardi in termini di mesi: mediamente i rinvii si sono attestati intorno ai due mesi (53 giorni), mentre quasi 7 appuntamenti su 10 sono stati rinviati sine die, cioè a data da destinarsi.
Una situazione che, spiega il rapporto Facile.it, ha dissuaso il 68,6% - parliamo di circa 30 milioni di italiani - a prenotare o effettuare operazioni, visite ed esami specialistici. Nella maggioranza dei casi (71,3%) il motivo della rinuncia è stata la paura di ammalarsi di Covid, mentre la restante parte si è fatta intimorire dai lunghissimi tempi di attesa.
La situazione di forte stress del sistema sanitario pubblico fa gioire il settore privato. Quasi un terzo (30,2%) degli intervistati che hanno subito annullamenti o rinvii nel pubblico hanno poi deciso di effettuare il controllo in una struttura privata. Secondo l'indagine, circa 7 milioni di italiani hanno scelto di abbandonare la sanità pubblica optando per quella privata. E qui iniziano le note dolenti. Chi si è rivolto a una struttura privata dichiara di aver speso, in media, 292 euro per ogni singola visita, esame o operazione. Forse si tratta di pochi spiccioli per chi se lo può permettere, ma un'enormità per una fetta considerevole di concittadini che fa i salti mortali per arrivare a fine mese e si trova spesso a faticare nel mettere insieme il pranzo con la cena. Non sorprende, dunque, che per fare fronte ai costi della sanità privata il 73,2% degli italiani abbiano attinto ai propri risparmi. Quel gruzzoletto conservato per prudenza, e sul quale 7 italiani su 10 hanno fatto affidamento pur di non rinunciare alle cure. Il 16,6% ha fatto invece ricorso a un'assicurazione sanitaria, mentre circa 2,2 milioni di pazienti (pari al 9,1% di chi ha fatto ricorso alla sanità privata) ha dovuto indebitarsi chiedendo un prestito a parenti, amici, oppure a una finanziaria. Una quota ancora superiore al Sud e nelle isole, territori nei quali questa percentuale sale inaspettatamente all'11,9%.
L'osservatorio di Facile.it e Prestiti.it ha passato al vaglio ben 125.000 domande di finanziamento, svelando l'identikit dei richiedenti. Nel 2020, l'importo medio dei prestiti personali con questa motivazione è stato pari a 6.145 euro, con tempo di restituzione pari a 53 mesi (quasi 4 anni e mezzo). L'età media è di 46 anni, superiore del 10% rispetto alla media dei prestiti, e nel 39% dei casi a richiedere il finanziamento è stata una donna (contro il 25% del totale dei prestiti).
Un'evoluzione che sorprende fino a un certo punto. Secondo un'elaborazione di Quotidiano Sanità, il Sistema sanitario nazionale perde pezzi ormai già da tempo. Confrontando i dati dell'Annuario Ssn pubblicato dal ministero della Salute, dal 2013 al 2018 il settore pubblico ha perso il 5,2% delle strutture, mentre quello privato ne ha guadagnato il 7,2%. Le lunghissime liste d'attesa peggiorate dall'attuale contesto pandemico hanno solo aggravato un fenomeno in corso. L'ultimo rapporto Rbm-Censis sulla sanità ha messo in luce come nel 2019 la spesa privata abbia toccato quota 37,3 miliardi di euro, facendo registrare una crescita del 7,2% contro un -0,3% rispetto a quella pubblica. Le prestazioni sanitarie pagate dai cittadini sono passate da 95 a 155 milioni, mentre la spesa privata per famiglia è pari a 1.522 euro (+3% rispetto al 2017) e quella pro-capite a 691,84 euro (+12%). Parallelamente, l'incidenza della spesa sanitaria privata sul reddito è passata dal 2,6% del 2007 al 3,3% del 2019. E già due anni fa il ricorso al prestito rappresentava una tendenza in crescita, con una quota di italiani che decidono di fare ricorso ai finanziamenti per sostenere le cure passata dal 10% al 27%.
«Dall'inizio della crisi, in circa 10 anni, la spesa pubblica per la salute in Italia, si è fermata, mentre la spesa delle famiglie ha continuato a crescere», recita il rapporto. «Nella maggior parte dei percorsi di cura gli italiani si trovano a dover accedere privatamente a una o più prestazioni sanitarie. E la necessità di pagare di tasca propria cresce in base al proprio stato di salute (per i cronici la spesa sanitaria privata è in media del 50% più elevata di quella ordinaria, per i non autosufficienti è in media quasi 3 volte quella ordinaria) e all'età (per gli anziani la spesa sanitaria privata è in media il doppio di quella ordinaria)».
Ovviamente le esigenze variano a seconda degli ambiti di intervento. Nel solo settore odontoiatrico, il 92% delle cure viene pagato di tasca propria dagli italiani, con una spesa media di 575 euro. Non mancano tuttavia i beni sanitari di assoluta evidenza, con i farmaci a rappresentare la seconda voce di spesa pagata direttamente dai cittadini (380 euro) e la prima in termini di frequenza (380 euro). Pesano poi anche gli occhiali (220 euro) e protesi e presidi (185 euro). Capitolo a parte per gli esami diagnostici, che vengono pagati privatamente in un caso su quattro, e sulle prestazioni ospedaliere, dove i cittadini sostengono direttamente i costi una volta su dieci. Un vero e proprio bagno di sangue per gli italiani che la pandemia non ha fatto altro che aggravare.
«Bisogna ripensare tutto il sistema»
L'oncologa Paola Mantellini lavora a Firenze all'Istituto per lo studio, la prevenzione e la rete oncologica (Ispro) della Regione Toscana e dirige l'Osservatorio nazionale screening.
I vostri dati registrano una gigantesca frenata nell'attività di prevenzione. Non si poteva fare diversamente?
«È molto difficile. Nella sanità tutto è concatenato e se si presenta un'emergenza alla quale non si è preparati ne risente tutto il sistema. Diciamo che si sarebbe potuto fare diversamente se tutta l'organizzazione della salute pubblica fosse stata pronta alla pandemia».
Che cosa non ha funzionato in particolare?
«C'è stato un problema di spazi: la scorsa primavera abbiamo dovuto chiudere tutto per due mesi, marzo e aprile. Le persone che dovevano sottoporsi ai test di screening, ad esempio, non potevano più presentarsi nelle strutture sanitarie che erano state destinate a spazi per i malati Covid. E poi il nostro personale dedicato agli screening è stato in buona parte assegnato alla gestione dell'emergenza, e in taluni territori lo è ancora».
Quindi si sono accumulati ritardi nella fase acuta della prima ondata e anche dopo.
«È inevitabile. Le nuove regole di sicurezza sanitaria impongono distanziamento fisico e sanificazione, per cui se prima dell'emergenza - poniamo - si potevano prevedere 4 appuntamenti all'ora, adesso sono dimezzati. Le sale d'attesa devono essere vuote e tutti gli ambienti vanno sanificati, il che non consente di tenere i ritmi precedenti. E molte persone ora, per paura del contagio, hanno maggiori timori nel presentarsi se non si tratta di vere urgenze».
Problemi anche per le attrezzature mediche?
«Non tutto il personale è ancora rientrato a tempo pieno per svolgere le attività di prevenzione. In più, una buona parte dei macchinari utilizzati per analizzare i campioni, come ad esempio il test Hpv, sono stati destinati quasi a tempo pieno per processare i tamponi molecolari».
È così in tutta Italia?
«Dipende dall'organizzazione sanitaria delle singole Regioni. È chiaro che chi è stato più colpito fa più fatica a riprendersi, e così pure chi già prima presentava carenze organizzative».
L'Ons segnala che si sono accumulati arretrati anche di molti mesi. Anche da voi si allungano le liste d'attesa?
«Non abbiamo liste d'attesa perché gli screening avvengono su inviti spediti periodicamente dalle strutture di prevenzione. Ma è chiaro che il numero di inviti è stato drasticamente ridotto. E si deve tenere conto che certi fattori non dipendono da noi».
Per esempio?
«Banalmente, durante il lockdown di marzo e aprile i servizi postali hanno consegnato in ritardo le lettere o non le hanno consegnate proprio. Teniamo anche conto che molte nostre attività per favorire la prevenzione si basano sull'azione di volontari: un buon numero sono pensionati e in questo periodo non possiamo contare su di loro».
Quanto ci vorrà per recuperare il tempo perduto?
«Dipende dall'impegno di ogni Regione. I dati di settembre ci dicono che non c'è stato un completo recupero in estate rispetto ai ritardi accumulati durante i due mesi di chiusura, anche se la situazione non è uguale in tutta Italia. Ci sono infatti Regioni che hanno sensibilmente ridotto il ritardo, altre invece sono più in difficoltà. Sicuramente, finché non sarà raggiunta l'immunità di gregge saremo costretti ovunque a procedere a ritmo ridotto».
Che cosa hanno insegnato questi mesi a chi svolge attività di prevenzione?
«Che occorre un profondo ripensamento dell'organizzazione sanitaria. Non è soltanto una questione di risorse economiche: serve anche una riflessione per immaginare nuovi modelli di sanità. La prevenzione oncologica è considerata un'attività importante ma rinviabile, non indispensabile. Come abbiamo visto, è accaduto anche con l'esplodere della pandemia. Invece gli screening vanno potenziati».
Un investimento oggi per un risparmio futuro.
«Non è appena un tema finanziario. Scoprire un tumore nella fase iniziale consente cure migliori, meno invasive e con maggiori possibilità di successo. Degli screening beneficiano soprattutto i pazienti: è questo che bisogna capire».
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Nei primi 9 mesi del 2020 sono saltati 2 milioni di screening oncologici. E i ritardi continuano ad accumularsi. La mappa delle Regioni con gli arretrati più gravi. Cresce la povertà sanitaria: rinviati esami, interventi e controlli Chi può si è rivolto alle strutture private, spesi in media 300 euro. La direttrice dell'Osservatorio Paola Mantellini: «Macchinari e personale sono assorbiti dal Covid. Recuperare il tempo perso? Dipende dall'impegno di ogni Regione». Lo speciale contiene tre articoli. !function(e,i,n,s){var t="InfogramEmbeds",d=e.getElementsByTagName("script")[0];if(window[t]&&window[t].initialized)window[t].process&&window[t].process();else if(!e.getElementById(n)){var o=e.createElement("script");o.async=1,o.id=n,o.src="https://e.infogram.com/js/dist/embed-loader-min.js",d.parentNode.insertBefore(o,d)}}(document,0,"infogram-async"); Prevenire è meglio che curare. Un vecchio adagio che in tempo di pandemia sembra essere stato dimenticato. 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La situazione peggiore riguarda i controlli per il tumore del colon-retto: 1,9 milioni di soggetti invitati in meno (-42%), 967.000 test persi (-52,7%) e un ritardo accumulato pari a 4,7 mesi. Tradotto in termini di diagnosi mancate, si parla di 1.168 carcinomi e 6.667 adenomi avanzati in meno. Segue poi lo screening del tumore del collo dell'utero, con -1,1 milioni di soggetti contattati (-40,5%), oltre mezzo milione di test effettuati in meno e 2.383 lesioni Cin2+ perse. Regge meglio l'urto - si fa per dire - lo screening del tumore alla mammella, quasi 1 milione di persone invitate in meno (-34,5%), oltre 600.000 test effettuati in meno e 3,9 mesi di ritardo accumulati. Per questa categoria l'Ons stima che le diagnosi perse siano pari a -2.793 carcinomi. Complessivamente, dunque, si stima che l'impatto della pandemia sulle attività di screening sia quantificabile, nei primi 3 trimestri dell'anno passato, in 4 milioni di italiani invitati in meno, e circa 13.000 diagnosi in meno. «Un altro elemento di grande importanza è la stima delle lesioni perse perché la storia naturale di questi tre tumori è molto diversa», ha precisato a margine della presentazione del rapporto il direttore generale di Ispro, Gianni Amunni. «Le conseguenze cliniche maggiori sono potenzialmente a carico dello screening mammografico e di quello colo rettale, dove potrebbe capitare che l'individuazione della lesione tumorale si verifichi a uno stadio più avanzato, perdendo quindi una parte del vantaggio legato alla diagnosi precoce». C'è poi l'effetto deterrente esercitato dalla pandemia. La rilevazione condotta dall'Ons ha riscontrato una minore propensione pari al -17% per lo screening cervicale, -20% per quello colorettale e -21% per il mammografico. Sono state 20 tra Regioni e Province autonome a rispondere alla survey dell'Ons (manca solo la Basilicata), e i risultati dimostrano la presenza di situazioni completamente differenti. Anche in questo caso vanno fatti i dovuti distinguo in base alla tipologia di screening. Per ciò che concerne lo screening cervicale, la prestazione peggiore in termini percentuali l'ha fatta registrare la Liguria (-68,5% di donne esaminate rispetto al 2019), seguita dal Lazio (-56,6%) e dal Piemonte (-56,6%). In termini di ritardo accumulato, invece, primo posto alla Lombardia (-6,2 mesi), secondo alla Liguria (-6) e terzo al Piemonte (-5,1). Sono riuscite a contenere i danni, invece, Sardegna (-19,7%), Valle d'Aosta (-20,2%) e Bolzano (-20,4%), con ritardi accumulati «appena» sotto i due mesi. Viceversa, la Sardegna risulta la peggior regione rispetto alla percentuale di screening mammografico (-68,7%), seguita da Calabria (-65,1%) e Trentino (-59,7%). Virtuoso, invece, il Friuli Venezia Giulia, con una donna su 5 in meno invitata all'appuntamento. Eccezion fatta per questa regione, che ha accumulato un ritardo di 1,7 mesi, le performance in termini di tempo da recuperare sono tutte negative: si va dai 2,6 mesi della Toscana fino ai 6,2 della Sardegna. Malissimo lo screening colorettale in Calabria (-93,9% di donne esaminate) con un ritardo di ben 8,4 mesi, ma rimangono indietro anche Lombardia (-7,1 mesi), Liguria e Campania (-6,4). «Sulla base di quanto osservato non sembra essere più nemmeno adeguato parlare di piani di rientro», ha osservato l'epidemiologo ed ex direttore dell'Ons Marco Zappa, «ma è necessario che il sistema screening vada fortemente ripensato nel suo complesso e con logiche di solida ristrutturazione, cioè di corretta, efficiente e stabile allocazione delle risorse». E di questo passo, avverte l'Ons, «il danno alle lesioni giustificate potrebbe diventare clinicamente importante». Trascurare il tassello fondamentale della prevenzione, in altre parole, rischia non solo di vanificare i progressi compiuti finora in termini di sensibilizzazione della popolazione, ma anche di costringerci a dover fronteggiare nel prossimo futuro un'ondata di casi gravi, con costi incalcolabili sul piano umano ed economico. Ma c'è anche un altro aspetto a destare particolare preoccupazione. L'attività di screening, osserva l'Ons, funge da «ri-equilibratore sociale», e «stante la difficoltà a recuperare il ritardo accumulato, le fasce di popolazione più abbienti e con livelli di istruzione più elevati decidano di ricorrere a offerte di prevenzione individuale di tipo privatistico». Con una conseguenza piuttosto ovvia, e cioè che «le persone che potrebbero risentire maggiormente dell'impatto negativo del ritardo sarebbero quelle appartenenti alle fasce di popolazione più fragile». Rispondendo a un'interrogazione presentata a fine ottobre dal deputato di Forza Italia Roberto Novelli, l'allora sottosegretario alla Salute Sandra Zampa ha certificato la situazione disastrosa. «L'epidemia da Covid-19 ha impattato fortemente anche sui programmi organizzati di screening», ha ammesso la Zampa, citando le risorse stanziate dal decreto Agosto (pari a 478 milioni di euro) al fine di «corrispondere alle richieste di prestazioni ambulatoriali, screening e di ricovero ospedaliero non erogate nel periodo emergenziale dovuto» alla pandemia. Senza dubbio il ruolo delle Regioni nella pianificazione della ripartenza degli screening è cruciale, ma ci vuole l'aiuto dello Stato per superare le criticità logistiche e organizzative. Contattato dalla Verità, l'Osservatorio nazionale screening spiega che i prossimi dati saranno disponibili per l'inizio della primavera. 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Tra marzo e dicembre 2020, dunque, 1 italiano su 20 si è dovuto arrendere alla dura realtà e scegliere suo malgrado di procrastinare esami, cure e interventi, semplicemente perché non poteva permetterseli. La fotografia di un aspetto spesso dimenticato della pandemia, quello che riguarda tutti gli «altri», vale a dire i milioni di cittadini bisognosi di assistenza e cure al di là del Covid. Non è tutto, perché 32,8 milioni di persone - dunque più di 1 italiano su 2 - si sono visti rinviare o annullare operazioni o visite. Circa 27,9 milioni di cittadini hanno subito due o più rinvii, mentre 13 milioni hanno dovuto far fronte all'annullamento. Scendendo nel dettaglio delle discipline, più di 8 pazienti su 10 che attendevano prestazioni nel campo della gastroenterologia e 3 pazienti su 4 in quello dell'urologia hanno subito ritardi o cancellazioni. Disservizi che hanno colpito anche i pazienti affetti da patologie gravi, come quelle cardiologiche (61,7%) e oncologiche (47,2%). Pesanti i ritardi in termini di mesi: mediamente i rinvii si sono attestati intorno ai due mesi (53 giorni), mentre quasi 7 appuntamenti su 10 sono stati rinviati sine die, cioè a data da destinarsi. Una situazione che, spiega il rapporto Facile.it, ha dissuaso il 68,6% - parliamo di circa 30 milioni di italiani - a prenotare o effettuare operazioni, visite ed esami specialistici. Nella maggioranza dei casi (71,3%) il motivo della rinuncia è stata la paura di ammalarsi di Covid, mentre la restante parte si è fatta intimorire dai lunghissimi tempi di attesa. La situazione di forte stress del sistema sanitario pubblico fa gioire il settore privato. Quasi un terzo (30,2%) degli intervistati che hanno subito annullamenti o rinvii nel pubblico hanno poi deciso di effettuare il controllo in una struttura privata. Secondo l'indagine, circa 7 milioni di italiani hanno scelto di abbandonare la sanità pubblica optando per quella privata. E qui iniziano le note dolenti. Chi si è rivolto a una struttura privata dichiara di aver speso, in media, 292 euro per ogni singola visita, esame o operazione. Forse si tratta di pochi spiccioli per chi se lo può permettere, ma un'enormità per una fetta considerevole di concittadini che fa i salti mortali per arrivare a fine mese e si trova spesso a faticare nel mettere insieme il pranzo con la cena. Non sorprende, dunque, che per fare fronte ai costi della sanità privata il 73,2% degli italiani abbiano attinto ai propri risparmi. Quel gruzzoletto conservato per prudenza, e sul quale 7 italiani su 10 hanno fatto affidamento pur di non rinunciare alle cure. Il 16,6% ha fatto invece ricorso a un'assicurazione sanitaria, mentre circa 2,2 milioni di pazienti (pari al 9,1% di chi ha fatto ricorso alla sanità privata) ha dovuto indebitarsi chiedendo un prestito a parenti, amici, oppure a una finanziaria. Una quota ancora superiore al Sud e nelle isole, territori nei quali questa percentuale sale inaspettatamente all'11,9%. L'osservatorio di Facile.it e Prestiti.it ha passato al vaglio ben 125.000 domande di finanziamento, svelando l'identikit dei richiedenti. Nel 2020, l'importo medio dei prestiti personali con questa motivazione è stato pari a 6.145 euro, con tempo di restituzione pari a 53 mesi (quasi 4 anni e mezzo). L'età media è di 46 anni, superiore del 10% rispetto alla media dei prestiti, e nel 39% dei casi a richiedere il finanziamento è stata una donna (contro il 25% del totale dei prestiti). Un'evoluzione che sorprende fino a un certo punto. Secondo un'elaborazione di Quotidiano Sanità, il Sistema sanitario nazionale perde pezzi ormai già da tempo. Confrontando i dati dell'Annuario Ssn pubblicato dal ministero della Salute, dal 2013 al 2018 il settore pubblico ha perso il 5,2% delle strutture, mentre quello privato ne ha guadagnato il 7,2%. Le lunghissime liste d'attesa peggiorate dall'attuale contesto pandemico hanno solo aggravato un fenomeno in corso. L'ultimo rapporto Rbm-Censis sulla sanità ha messo in luce come nel 2019 la spesa privata abbia toccato quota 37,3 miliardi di euro, facendo registrare una crescita del 7,2% contro un -0,3% rispetto a quella pubblica. Le prestazioni sanitarie pagate dai cittadini sono passate da 95 a 155 milioni, mentre la spesa privata per famiglia è pari a 1.522 euro (+3% rispetto al 2017) e quella pro-capite a 691,84 euro (+12%). Parallelamente, l'incidenza della spesa sanitaria privata sul reddito è passata dal 2,6% del 2007 al 3,3% del 2019. E già due anni fa il ricorso al prestito rappresentava una tendenza in crescita, con una quota di italiani che decidono di fare ricorso ai finanziamenti per sostenere le cure passata dal 10% al 27%. «Dall'inizio della crisi, in circa 10 anni, la spesa pubblica per la salute in Italia, si è fermata, mentre la spesa delle famiglie ha continuato a crescere», recita il rapporto. «Nella maggior parte dei percorsi di cura gli italiani si trovano a dover accedere privatamente a una o più prestazioni sanitarie. E la necessità di pagare di tasca propria cresce in base al proprio stato di salute (per i cronici la spesa sanitaria privata è in media del 50% più elevata di quella ordinaria, per i non autosufficienti è in media quasi 3 volte quella ordinaria) e all'età (per gli anziani la spesa sanitaria privata è in media il doppio di quella ordinaria)». Ovviamente le esigenze variano a seconda degli ambiti di intervento. Nel solo settore odontoiatrico, il 92% delle cure viene pagato di tasca propria dagli italiani, con una spesa media di 575 euro. Non mancano tuttavia i beni sanitari di assoluta evidenza, con i farmaci a rappresentare la seconda voce di spesa pagata direttamente dai cittadini (380 euro) e la prima in termini di frequenza (380 euro). Pesano poi anche gli occhiali (220 euro) e protesi e presidi (185 euro). Capitolo a parte per gli esami diagnostici, che vengono pagati privatamente in un caso su quattro, e sulle prestazioni ospedaliere, dove i cittadini sostengono direttamente i costi una volta su dieci. Un vero e proprio bagno di sangue per gli italiani che la pandemia non ha fatto altro che aggravare. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/non-pensate-solo-al-covid-la-prevenzione-e-crollata-2650689730.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="bisogna-ripensare-tutto-il-sistema" data-post-id="2650689730" data-published-at="1613939759" data-use-pagination="False"> «Bisogna ripensare tutto il sistema» L'oncologa Paola Mantellini lavora a Firenze all'Istituto per lo studio, la prevenzione e la rete oncologica (Ispro) della Regione Toscana e dirige l'Osservatorio nazionale screening. I vostri dati registrano una gigantesca frenata nell'attività di prevenzione. Non si poteva fare diversamente? «È molto difficile. Nella sanità tutto è concatenato e se si presenta un'emergenza alla quale non si è preparati ne risente tutto il sistema. Diciamo che si sarebbe potuto fare diversamente se tutta l'organizzazione della salute pubblica fosse stata pronta alla pandemia». Che cosa non ha funzionato in particolare? «C'è stato un problema di spazi: la scorsa primavera abbiamo dovuto chiudere tutto per due mesi, marzo e aprile. Le persone che dovevano sottoporsi ai test di screening, ad esempio, non potevano più presentarsi nelle strutture sanitarie che erano state destinate a spazi per i malati Covid. E poi il nostro personale dedicato agli screening è stato in buona parte assegnato alla gestione dell'emergenza, e in taluni territori lo è ancora». Quindi si sono accumulati ritardi nella fase acuta della prima ondata e anche dopo. «È inevitabile. Le nuove regole di sicurezza sanitaria impongono distanziamento fisico e sanificazione, per cui se prima dell'emergenza - poniamo - si potevano prevedere 4 appuntamenti all'ora, adesso sono dimezzati. Le sale d'attesa devono essere vuote e tutti gli ambienti vanno sanificati, il che non consente di tenere i ritmi precedenti. E molte persone ora, per paura del contagio, hanno maggiori timori nel presentarsi se non si tratta di vere urgenze». Problemi anche per le attrezzature mediche? «Non tutto il personale è ancora rientrato a tempo pieno per svolgere le attività di prevenzione. In più, una buona parte dei macchinari utilizzati per analizzare i campioni, come ad esempio il test Hpv, sono stati destinati quasi a tempo pieno per processare i tamponi molecolari». È così in tutta Italia? «Dipende dall'organizzazione sanitaria delle singole Regioni. È chiaro che chi è stato più colpito fa più fatica a riprendersi, e così pure chi già prima presentava carenze organizzative». L'Ons segnala che si sono accumulati arretrati anche di molti mesi. Anche da voi si allungano le liste d'attesa? «Non abbiamo liste d'attesa perché gli screening avvengono su inviti spediti periodicamente dalle strutture di prevenzione. Ma è chiaro che il numero di inviti è stato drasticamente ridotto. E si deve tenere conto che certi fattori non dipendono da noi». Per esempio? «Banalmente, durante il lockdown di marzo e aprile i servizi postali hanno consegnato in ritardo le lettere o non le hanno consegnate proprio. Teniamo anche conto che molte nostre attività per favorire la prevenzione si basano sull'azione di volontari: un buon numero sono pensionati e in questo periodo non possiamo contare su di loro». Quanto ci vorrà per recuperare il tempo perduto? «Dipende dall'impegno di ogni Regione. I dati di settembre ci dicono che non c'è stato un completo recupero in estate rispetto ai ritardi accumulati durante i due mesi di chiusura, anche se la situazione non è uguale in tutta Italia. Ci sono infatti Regioni che hanno sensibilmente ridotto il ritardo, altre invece sono più in difficoltà. Sicuramente, finché non sarà raggiunta l'immunità di gregge saremo costretti ovunque a procedere a ritmo ridotto». Che cosa hanno insegnato questi mesi a chi svolge attività di prevenzione? «Che occorre un profondo ripensamento dell'organizzazione sanitaria. Non è soltanto una questione di risorse economiche: serve anche una riflessione per immaginare nuovi modelli di sanità. La prevenzione oncologica è considerata un'attività importante ma rinviabile, non indispensabile. Come abbiamo visto, è accaduto anche con l'esplodere della pandemia. Invece gli screening vanno potenziati». Un investimento oggi per un risparmio futuro. «Non è appena un tema finanziario. Scoprire un tumore nella fase iniziale consente cure migliori, meno invasive e con maggiori possibilità di successo. Degli screening beneficiano soprattutto i pazienti: è questo che bisogna capire».
Nei sei capoluoghi di provincia andati alle urne per rinnovare i sindaci (gli elettori chiamati al voto erano circa un milione, l’affluenza è stata del 52%, in calo di oltre 8 punti, e si è votato anche in Sardegna per il primo turno) la spallata immaginata da Schlein-Conte non c’è stata. Il centrodestra si è tenuto Arezzo, dove il Pd aveva schierato un pezzo da novanta come Vincenzo Ceccarelli, asfaltato al secondo turno da Marcello Comanducci (il candidato di Fdi, Lega e Forza Italia conferma il Comune al centrodestra con il 55,75% dei voti contro il 44,25 del campo largissimo) e Macerata, dove viene confermato Sandro Parcaroli, sostenuto da Matteo Salvini, con un ampio margine sullo sfidante proposto dal Pd e appoggiato da tutto il campo largo. Parcaroli ha raccolto il 54,30% dei consensi contro il 45,70% di Giancarlo Tittarelli. Queste due città erano la linea Maginot del centrodestra e hanno ampiamente resistito. Il che fa dire a Giorgia Meloni sui social: «I risultati confermano ancora una volta la forza del centrodestra, la solidità della coalizione e il suo radicamento nei territori; avanti così, con serietà e concretezza». Il presidente del Consiglio aggiunge: «Complimenti e auguri di buon lavoro a tutti i sindaci eletti nei ballottaggi, di ogni schieramento». Auguri dunque anche a Giovanni Legnini, uno dei cacicchi del Pd (è stato sottosegretario alla presidenza del Consiglio con Enrico Letta, deputato e senatore prima del Pci e poi del Pd, vicepresidente del Csm ai tempi di Luca Palamara) che, con il 52,27%, ha mantenuto al centrosinistra il Comune di Chieti, battendo Cristiano Sicari (47,73%) del centrodestra, che però è arrivato a questa consultazione diviso e non ha approfittato del fatto che il Comune della città abruzzese, amministrato dal Pd, è in dissesto finanziario.
Tutto come previsto anche a Trani, che resta al centrosinistra - non al campo largo perché qui i pentastellati avevano fatto da soli al primo turno e non hanno dato indicazioni di voto al ballottaggio - con Marco Galliano che vince, per dirla con gergo calcistico, di corto muso con il 51,14% contro il candidato del centrodestra Angelo Guarriello che si è fermato al 48,86%.
C’è stato invece un cambio della guardia tanto ad Agrigento quanto a Lecco. La città dei templi era governata dal centrodestra, con Franco Micciché, che però, in rottura prolungata con i partiti, non si è ripresentato. La spaccatura non ha certo giovato, perché Gerlando Alonge non ha ricevuto dagli altri di centrodestra nessun appoggio e nonostante avesse chiuso il primo turno in testa tra i candidati di destra col 34,79% dei voti, al ballottaggio è naufragato. Ha raccolto appena il 27,7% delle preferenze, sonoramente battuto da Michele Sodano, che diventa sindaco col 72,3% dei voti e il sostegno di un campo largissimo. Peraltro Sodano aveva sfiorato l’elezione al primo turno - in Sicilia basta il 40% più un voto per evitare il ballottaggio - perché si era fermato al 39,13%. Ribaltone invece a Lecco e dunque gol del pareggio del centrodestra, con Filippo Boscagli che era in testa anche nel primo turno e ha sonoramente sconfitto il sindaco uscente del Pd, Mauro Gattinoni. Il candidato dem ha raccolto al ballottaggio il 47,96% delle preferenze, ma Boscagli ora indossa la fascia tricolore con il 52,04% delle preferenze. Assai consolatoria per il centrodestra è la vittoria anche a Vigevano, dove ha debuttato la lista di Roberto Vannacci. Diventa sindaco Paolo Previde Massara, candidato targato Forza Italia. Ed è un motivo di soddisfazione in più per il vicepremier Antonio Tajani, che commentando sui social nota: «Da Lecco ad Arezzo, da Macerata a Pompei, da Viareggio a San Giovanni Rotondo, da Vignola a Cava de’ Tirreni, da Comacchio a Sorrento, da Vigevano a Genzano: i dati confermano quelli del primo turno. Il centrodestra vince moltissimi ballottaggi e si conferma la coalizione protagonista. Buon lavoro a tutti i sindaci eletti. Ora tutti al lavoro per aumentare consenso dove non abbiamo ancora raggiunto l’obiettivo, per vincere le elezioni politiche e impedire che la sinistra metta le mani nelle tasche degli italiani: né patrimoniale, né tassa di successione». In effettic facendo i conti come li ha fatti Youtrend, questo turno amministrativo finisce in pareggio: su 18 capoluoghi il Centrosinistra passa da 8 a 10 eletti e il Centrodestra da 5 a 6 e l’area dei sindaci senza partito si riduce da 5 a 2.
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Il senatore Marco Lisei, presidente Commissione Covid (Ansa)
L’esponente di Fratelli d’Italia è finito nel mirino dell’opposizione per aver consentito che alcuni testimoni venissero interrogati negli uffici del commissariato di polizia. Capita spesso che le Procure incarichino gli ufficiali di pubblica sicurezza di sentire delle persone informate sui fatti, cioè a conoscenza di possibili reati. Gli interrogatori, infatti, non sono condotti sempre dai pubblici ministeri. Dunque, nel caso di una Commissione d’inchiesta che ha poteri investigativi, e di fronte alla quale le persone sentite sono tenute a dire il vero, gli interrogatori pare siano stati fatti non da parlamentari ma da funzionari di polizia. E allora? È evidente che chi non ha nulla da nascondere non dovrebbe avere problemi a rispondere a un onorevole o a un poliziotto. Inoltre, quella che ora protesta e minaccia un mini Aventino non è la stessa parte politica che in passato, con Silvio Berlusconi al governo, sfilava al grido di «intercettateci tutti», per mostrare di essere candidi come la neve? E come si è passati dall’idea di essere immacolati e pronti a confrontarsi con chiunque, fosse anche un maresciallo in ascolto delle telefonate personali, a non interrogateci proprio?
In effetti, la posizione politica di una sinistra che un tempo era per difendersi nel processo e non dal processo pare molto contraddittoria. Invece di affrontare con trasparenza gli accertamenti della commissione d’inchiesta sui costi e gli affidamenti durante il Covid, le prova tutte per impedire che proseguano i lavori dell’organismo. L’opposizione parla di plotone d’esecuzione contro la sinistra. In realtà, i lavori della commissione stanno mettendo in luce una serie di stranezze che, considerato l’ammontare delle somme spese senza molta rendicontazione durante quel periodo, generano molti interrogativi.
Non ci sono solo i banchi a rotelle, la cui adozione per combattere il virus fece sghignazzare mezzo mondo, e nemmeno le forniture di mascherine fallate o, come abbiamo scoperto di recente, i tamponi non certificati a rilevare il contagio da Covid. Ci sono anche pagamenti erogati per prestazioni professionali molto dubbie. Lo ha rilevato un testimone, il quale di fronte alla commissione ha parlato di un bonifico di diverse centinaia di migliaia di euro, versate sul conto di un avvocato, collega dello studio dell’ex premier Giuseppe Conte. I commissari hanno incalzato il teste per conoscere la motivazione del pagamento. E questi avrebbe spiegato che la consulenza prestata dal professionista sarebbe stata saldata per prestazioni marginali, come ad esempio il controllo dei documenti e la preparazione di una lettera per sollecitare il saldo di una fattura. Insomma, un servizio a dir poco caro, perché tra controllo e sollecito sarebbero stati spesi 454.000 euro. Eppure, tale somma è stata pagata senza batter ciglio. Perché? Sono domande alle quali la commissione parlamentare vorrebbe dare una risposta. Ma forse, più che dei poliziotti incaricati di porre quesiti, a sinistra hanno paura proprio di questo, di essere chiamati a rispondere dei molti lati oscuri di una stagione in cui, con la scusa dell’emergenza, tutto fu consentito e, soprattutto, moltissimo si è speso.
Infatti, guarda caso, dopo aver protestato per gli interrogatori affidati agli agenti fuori dalle mura del Parlamento, l’opposizione chiede lo scioglimento dell’organismo d’inchiesta. In pratica, su una vicenda che ha visto decine di migliaia di morti e per cui si sono spesi decine di miliardi, i compagni vorrebbero far calare il sipario.
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Il direttore del «Fatto quotidiano» Marco Travaglio. Nel riquadro l'imprenditore Giuseppe Cipriani (Imagoeconomica)
Il punto emerge dall’atto di citazione depositato il 5 giugno davanti alla Southern District Court di New York da Cipriani Usa, contro Società Editoriale Il Fatto S.p.A. e Rai - Radiotelevisione Italiana S.p.A (e Report). Secondo l’atto, Torres starebbe valutando un’azione legale contro il Fatto per essere stata citata in modo inesatto o fuori contesto. Del resto, il documento notarile firmato a Maldonado il 29 maggio davanti al notaio Andrés Fernando García Sención rende il passaggio ancora più rilevante. Torres si presenta con un avvocato e chiede di mettere a verbale una dichiarazione destinata a essere eventualmente prodotta davanti a soggetti pubblici o privati. Dice di aver riflettuto sulla portata delle sue dichiarazioni rilasciate a media nazionali ed esteri e di voler «puntualizzare in modo definitivo» alcuni punti.
Il primo riguarda Nicole Minetti. Torres dichiara che, durante tutto il periodo in cui ha lavorato al Gin Tonic, non ha mai assistito né le consta con certezza che Minetti fosse coinvolta in una presunta operazione finalizzata a cercare, reclutare, assumere, indurre o invitare prostitute in alcun luogo. Aggiunge che, da quando Minetti e Cipriani hanno adottato il figlio, l’attenzione di lei sarebbe stata rivolta soprattutto alla cura e all’educazione del bambino.
Il secondo riguarda Giuseppe Cipriani. La situazione definita come molestia, precisa Torres, sarebbe stata una vicenda di «molestia lavorativa», chiusa con un accordo transattivo tra le parti. È un dettaglio che si incrocia con l’atto americano: secondo Cipriani Usa, dopo la fine del rapporto con la residenza Gin Tonic, Torres aveva chiesto circa 60.000 dollari per salari e benefici non pagati, ma la controversia si sarebbe chiusa con 6.000 dollari. In quella vertenza, sostiene la società, non compariva alcun riferimento a festini, droga, sesso o prostituzione.
Poi c’è il capitolo mediatico. Torres scrive di non essere abituata all’esposizione pubblica né a rilasciare dichiarazioni davanti a telecamere o registratori. Per questo, afferma, alcune sue dichiarazioni sarebbero state estrapolate dal contesto. Sostiene inoltre che il suo nome sia stato reso pubblico senza autorizzazione, causandole un danno enorme nella vita lavorativa e nella privacy. Dice di aver negato in modo espresso l’autorizzazione all’uso e alla pubblicazione del proprio nome e aggiunge che alcune sue affermazioni sarebbero state travisate.
La donna si impegna anche a non rilasciare altre interviste a media nazionali o esteri su questa vicenda, con l’obiettivo di recuperare tranquillità familiare, proteggere i figli e cercare un nuovo percorso lavorativo. Allo stesso tempo dichiara piena disponibilità a comparire davanti alle sedi istituzionali o giudiziarie che dovessero formalmente richiederlo, per chiarire eventuali dubbi o fatti che, a causa della sua inesperienza con i media, possano aver causato un danno ingiustificato a terzi o alle istituzioni: insomma è disposta difendere gli stessi Cipriani e Minetti.
È qui che il racconto del Fatto potrebbe diventare più esposto a richieste di risarcimenti. Del resto, l’atto depositato a New York contesta anche il modo in cui la donna sarebbe stata presentata. Secondo Cipriani, il Fatto l’avrebbe descritta come una persona legata da oltre 20 anni alla tenuta. I registri di lavoro citati nella causa indicherebbero invece tre soli periodi: dal 27 luglio al 1° agosto 2024, dal 22 al 27 agosto 2024 e dall’8 ottobre 2024 al 3 febbraio 2025. In tutto, circa quattro mesi, non 20 anni. Su questo si innesta il blocco delle testimonianze. L’atto di citazione sostiene che otto dichiarazioni giurate di attuali ed ex dipendenti della residenza di Punta del Este abbiano smentito le accuse della massaggiatrice (poi trasmesse alla Procura generale di Milano).
Va ricordato che il caso non arriva a New York come una semplice lite reputazionale. L’attore è Cipriani Usa, Inc., società newyorchese, e la causa non è impostata come diffamazione. I titoli invocati sono interferenza illecita con relazioni economiche. In sostanza: non solo «ci avete offeso», ma «avete danneggiato il nostro business». Il danno viene legato soprattutto a un finanziamento da 50 milioni di dollari. Secondo l’atto, il 14 maggio 2026 un finanziatore, indicato come Lender A, avrebbe sospeso il closing finché Cipriani Usa non avesse chiarito le accuse su Epstein, corruzione, Uruguay e integrità commerciale. La società sostiene di avere già sostenuto oltre 1 milione di dollari in spese legali, investigative e professionali, e indica circa 50 milioni di dollari di costi collegati al ritardo dell’operazione. La richiesta complessiva arriva ad almeno 250 milioni di dollari, oltre a danni punitivi e misure di rimozione, correzione o deindicizzazione dei contenuti giudicati falsi. I convenuti sono il Fatto Quotidiano e la Rai per Report. È sempre Cartabianca compare solo nella ricostruzione dei fatti, soprattutto per il caso Nordio, ma non è parte convenuta in questo atto americano. Ma la trasmissione di Mediaset compare nella citazione di richiesta di danni depositata ieri a Roma dagli avvocati Emanuele Fisicaro, Paolo Siniscalchi e Antonella Calcaterra. In questo caso la richiesta è di 5 milioni per il Fatto, mentre di 1,5 milioni di euro a testa per Rai e Fininvest. Le narrazioni contestate sono quattro: Epstein, Nordio, festini e adozione. Su Epstein, Cipriani sostiene che ci furono solo bozze per un’operazione mai chiusa: nessun bonifico da 800.000 sterline, nessun accordo, nessuna partnership. Sul ministro Nordio, l’atto richiama la smentita in diretta del ministro e il successivo rilancio del tema da parte di Report.
Sull’adozione, la causa ricostruisce una procedura seguita da Inau e tribunale di Maldonado, con cure negli Stati Uniti nel 2021 e adozione definitiva nel 2023. C’è poi il richiamo al comunicato della Procura generale di Milano, firmato da Francesca Nanni, secondo cui le notizie di stampa «non corrispondono al vero», e la conferma della grazia da parte del Quirinale.
Infine, le diffide: secondo l’atto, i legali di Cipriani avvertirono Fatto e Report il 2 maggio. Nonostante questo, sostiene la causa, Report andò in onda e il Fatto continuò a pubblicare. Da qui la richiesta di danni punitivi e di un processo con giuria. C’è infine un dettaglio di mercato: il Fatto è una società quotata. Se il contenzioso americano sarà ritenuto rilevante per valore o ricadute, dovrà essere comunicato agli investitori.
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Roberto Vannacci (Ansa)
Furio Suvilla, l’avvocato appoggiato dal fondatore di Futuro nazionale, al primo turno era arrivato addirittura al 14,21%, staccando di cinque punti la Lega. Ma in vista del ballottaggio, l’uomo di Vannacci si era rifiutato di far confluire le proprie preferenze sull’azzurro: «Non appoggeremo», aveva detto, «chi si definisce di centrodestra ma poi ha paura di prendere posizioni ufficiali sui temi più importanti che riguardano la nostra città». Era quasi un invito a premiare Rossella Buratti, candidata del campo largo, testa di serie allo «spareggio» di questo fine settimana, grazie alle tensioni nello schieramento avversario. La «destra destra» esortava a «recarsi alle urne votando scheda bianca o annullando».
Al contrario di Suvilla, Fdi e Carroccio, che al primo turno si erano divisi da Forza Italia, lanciando, insieme a Noi moderati, Riccardo Ghia (terzo, con il 21,45% dei suffragi, alle spalle di Massara Previde, che aveva preso il 24,38%), hanno lasciato ai loro elettori libertà di coscienza. E costoro, in maggioranza, hanno deciso che era il caso di consegnare le chiavi della città all’uomo indicato dai forzisti per subentrare ad Andrea Ceffa, leghista, travolto da un’accusa di corruzione per cui è a processo.
Al di là del dato locale - il centrodestra tiene Vigevano da 26 anni - dal Pavese arriva una lezione di respiro nazionale, in prospettiva politiche 2027. Ieri, Laura Ravetto, esponente di Fn, ha aperto all’idea di un’alleanza con il centrodestra: «Non si capisce perché bisognerebbe dividersi per consegnare il Paese alla sinistra». A Vigevano, alla lista vannacciana non è riuscito di guastare la festa; ma a Trecate (Novara), il candidato del centrodestra, Roberto Minera, è rimasto indietro di cinque punti rispetto a Raffaele Sacco, di Pd e 5 stelle, proprio per il mancato apparentamento con Rosa Criscuolo, di Futuro nazionale. È, in piccolo, ciò che potrebbe accadere in grande tra un anno.
Vanacci non ha escluso un’intesa con l’attuale maggioranza, dove invece si registrano le logiche chiusure della Lega e i malumori di Fi, con tanto di scambi di battute a distanza tra il generale e Marina Berlusconi, oltre alla freddezza di Giorgia Meloni. Vannacci guarda ai sondaggi, che lo danno oltre il 4%, e alza il tiro: vuole che la coalizione si adegui alle sue «linee rosse». Nel fenomeno Fn quale ago della bilancia si profila un duplice rischio: far perdere il centrodestra, oppure condizionarlo. E imporgli il fardello di un kingmaker «impresentabile». In entrambi i casi, sarebbe un regalo alla sinistra.
È comprensibile che Vannacci cerchi il proprio posto al sole. Ma è tempo che decida cosa vuol fare da grande. Altrimenti, la sua sarà la tipica ascesa del gatekeeper: più che alla destra, servirà agli avversari. Roba da militari, no? Divide et impera...
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