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2023-08-01
A Niamey non solo oro giallo e nero ma anche l’uranio per il nucleare
Il recente golpe militare in Niger, scoppiato lo scorso 27 luglio, ha acceso i riflettori dell’Occidente su un Paese di cui si parla poco ma che è cruciale per gli equilibri del Continente. Il motivo è presto detto. Il Paese, rovesciato dal generale Abdourahamane Tchiani, è ricco di oro, uranio e petrolio. In particolare, il Paese africano è ricco del metallo radioattivo che serve ad alimentare le centrali nucleari francesi, senza considerare che sotto il suolo di Niamey e dintorni giace il 7% dell’uranio mondiale. Per intenderci, secondo la World integrated trade solution, il Paese africano esporta questo materiale per 284 milioni di dollari l’anno. Solo l’oro, primo in classifica quanto a materie prime disponibili in Niger, batte il materiale radioattivo tanto caro a Emmanuel Macron, con un commercio che vale circa 622 milioni di dollari l’anno (dati aggiornati al 2021). In terza posizione quanto a materie prime energetiche che fanno gola all’Occidente c’è il petrolio, materia prima esportata per 182 milioni di dollari l’anno. Si capisce, dunque, perché la crisi nigerina spaventi l’Occidente. Non a caso il primo mercato per il Niger è proprio la Francia (212 milioni di dollari di scambi), seguito a distanza dal Mali (108), dal Burkina Faso (78) e dal Canada (55 milioni di biglietti verdi l’anno).
«L’impatto del Colpo di stato in Niger sulle questioni energetiche sarà importante», spiega alla Verità Antonella Napoli, esperta della regione del Sahel (la fascia di territorio dell’Africa subsahariana estesa tra il deserto del Sahara a Nord, la savana sudanese a Sud, l’oceano Atlantico a Ovest e il Mar Rosso a Est), dove ha trascorso lunghi periodi, e direttore responsabile della rivista specializzata Focus on Africa. «Basti pensare che poco più di un mese fa il gigante nucleare francese Orano aveva raggiunto un accordo per estendere fino al 2040 lo sfruttamento dei giacimenti di uranio su una delle più estese miniere del prezioso minerale dell’Africa occidentale. Tra l’altro, una delle poche ancora in attività nel Nord del Paese africano», ricorda. «Prima del golpe anche altri competitor in tema di approvvigionamenti energetici, tra cui Russia e Stati Uniti, avevano avuto contatti con il ministro nigerino delle Miniere, Hadiza Ousseini, con la quale l’amministratore delegato di Orano Mining, Nicolas Maes, aveva già sottoscritto un protocollo di intesa per un accordo di partenariato globale che prevedeva, appunto, il prolungamento della collaborazione franco-nigerina addirittura fino al 2040», dice. In più, la francese «Orano si era impegnata a versare circa 39 miliardi di euro in settori “prioritari” in Niger, inclusa l’istruzione, a fronte di un impegno più esclusivo del governo nigerino per la gestione delle risorse nazionali (uranio, petrolio e oro)», conclude Napoli.
La situazione è insomma incandescente. Ieri i golpisti hanno vietato l’esportazione di oro e di uranio verso la Francia. Un duro colpo per Parigi, visto che oltre il 50% dell’uranio estratto nel Paese viene utilizzato per alimentare le centrali nucleari in Francia. Inoltre, il 24% dell’uranio importato dall’Unione europea proviene dal Niger. Ecco spiegato come mai la Francia e l’Ue appoggiano il governo democraticamente eletto del presidente Mohamed Bazoum.
«Eventuali problemi sul fronte dell’approvvigionamento di uranio in Europa potrebbero avere effetti anche in Italia, che dipende per circa il 5% del suo fabbisogno da Parigi», spiega Gianclaudio Torlizzi, fondatore di T-Commodity, società di consulenza specializzata in commodities e cambi valutari. «Da monitorare anche le forniture da Slovenia, Svizzera e Austria generate anch’esse da fonte nucleare. Tale dinamica potrebbe tradursi in un aumento degli acquisti di gas naturale a forma di compensazione. E non solo in un amento del prezzo dell’energia, ma nell’ampliamento dello spread già intorno ai 50 euro a Megawattora tra Italia-Francia-Germania nei confronti di Spagna e Portogallo, che, grazie all’isolamento geografico rispetto al resto d’Europa, riescono ad applicare il price cap».
Inoltre, il Niger è il settimo produttore mondiale di uranio secondo la World nuclear association, nonché quello che ha minerali di uranio di più alta qualità nel Continente, con una produzione di 2.248 tonnellate nel 2021. I maggiori produttori mondiali sono Kazakistan, Namibia, Canada, Australia, Uzbekistan e Russia. «Qualora riuscisse a ottenere il controllo della produzione in Niger, Mosca arriverebbe dunque a controllare potenzialmente il 10,1% della produzione mondiale», conclude Torlizzi.
Il Niger è anche un produttore di olio di palma (15 milioni di dollari di scambi l’anno) e di cipolle e scalogno (14,1 milioni). Non si tratta, certo, di numeri da capogiro, ma anche questi dati contribuiscono a rendere il Paese africano uno Stato la cui economia era in via di stabilizzazione, nel panorama africano. Ora, però, la crisi politica del Paese potrebbe cambiarne le carte in tavola favorendo l’economia russa e creando un ostacolo in più per quella europea.
Niger, ex ministri arrestati dai golpisti Ue: «Reagiremo»
A ormai una settimana dal colpo di Stato resta tesissima la situazione in Niger, dove secondo il Partito nigerino per la democrazia e il socialismo (Pnds), quello del deposto presidente Mohamed Bazoum, quattro ministri e un ex ministro sono stati arrestati dai golpisti. Tra loro ci sono il ministro del Petrolio e il ministro delle Miniere, entrambi accusati di malversazioni. Il Pnds ha chiesto «il rilascio immediato dei ministri arrestati e sequestrati ingiustamente», ma i golpisti non hanno certo dato seguito alla richiesta.
Nonostante la situazione a dir poco confusa, ieri Mohamed Bazoum è apparso sorridente e in buona salute, in una fotografia con il presidente del vicino Ciad, Mahamat Idriss Déby, che l’ha pubblicata sul suo profilo Facebook. Deby ha spiegato di essersi recato in Niger «per esplorare tutte le strade e trovare una soluzione pacifica alla crisi». Ma di che soluzione si tratta? Secondo alcune indiscrezioni che abbiamo raccolto all’interno di un servizio segreto dell’Ue, ai golpisti sarebbe stata proposta una sorta di coabitazione nella quale i militari golpisti si ritirerebbero ma non verrebbero perseguiti, a patto però che interrompano le loro attività contro Bazoum, attualmente detenuto nella residenza presidenziale, ma soprattutto che cessino di intrattenere rapporti con la compagnia militare privata russa Wagner. Le stesse fonti riferiscono che i golpisti prima di accettare qualsiasi proposta vogliono capire se l’intervento armato evocato dalla Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale (Ecowas), che scadrà il prossimo 7 agosto, potrebbe palesarsi per davvero, magari con il supporto logistico francese.
Inoltre il nuovo uomo forte del Niger, il generale Abdourahamane Tchiani, sta cercando di capire fino a che punto la Russia, che fino a oggi ha fomentato la rivolta - così come ha fatto in Mali e Burkina Faso - verrebbe in loro soccorso. Anche qui capire cosa potrebbe accadere è a dir poco arduo per la Russia: attraverso il portavoce di Vladimir Putin, Dmitri Peskov, almeno formalmente si è detta «gravemente preoccupata per la situazione e favorevole al rapido ripristino dello stato di diritto in Niger e alla moderazione di tutte le parti in modo che non ci siano vittime». Nemmeno il tempo di registrare le parole di Peskov, che Alexander Ivanov, portavoce del Gruppo Wagner nella Repubblica Centrafricana (Car), che è anche il capo dell’Unione degli ufficiali russi per la sicurezza internazionale, sul canale Telegram dei mercenari russi ha affermato: «Oggi ho avuto diverse conversazioni importanti. le agenzie d’intelligence in tutta l’Africa stanno lanciando l’allarme che la Francia sta pianificando di lanciare un’operazione militare insidiosa contro il Niger, nonché attacchi aerei su quel Paese per distruggere i dissidenti». Poi dopo essersi scagliato contro l’ex presidente, definito «un burattino dei francesi», si è rivolto direttamente alla Francia: «Chiedo ai militari francesi di non eseguire ordini criminali e di non colpire i dissidenti pacifici e di lasciare che il popolo del Niger e i militari fedeli al popolo decidano il proprio destino. Il Niger è in grado di garantire la sua sicurezza e il suo sviluppo, ma questo sarà possibile quando il mondo capirà che la Francia continua a ingannare e terrorizzare i Paesi a cui ha formalmente concesso l’indipendenza!». Se non è la firma apposta al golpe di sette giorni fa poco ci manca. Ma si tratta di dichiarazioni che potrebbero avvicinare l’intervento armato dei Paesi dell’Ecowas che potranno contare su solidi appoggi.
E quali? Innanzitutto quello di Parigi, che ieri ha annunciato «l’adozione di misure di rafforzamento della sicurezza della nostra ambasciata a Niamey», ricordando «gli obblighi che incombono a tutti in materia di protezione dei siti e del personale diplomatico, come anche dei residenti stranieri». Poi l’affondo: «La Francia plaude alle decisioni assunte dai capi di Stato dell’Ecowas, che chiedono il ritorno immediato all’ordine costituzionale in Niger, insieme al presidente Mohamed Bazoum, eletto dai nigerini e appoggia le sanzioni economiche e finanziarie».
Della crisi in Niger ha parlato anche l’Alto rappresentante Ue, Josep Borrell, che su Twitter ha espresso la posizione di Bruxelles, che «sostiene tutte le misure adottate da Ecowas come reazione al colpo di Stato avvenuto in Niger e le appoggerà rapidamente e con decisione». Anche il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha parlato della decisione dell’Ecowas: «L’Ue e il Niger condividono profondi legami sviluppatisi nel corso dei decenni. L’attacco inaccettabile al governo democraticamente eletto mette a rischio questi legami. Sostengo le decisioni dell’Ecowas e il suo ruolo attivo per un rapido ritorno del presidente Bazoum».
Diverso l’approccio del governo italiano. «Il compito occidentale non è buttare benzina, ma buttare acqua sul fuoco. Di tutto c’è bisogno tranne che di un’altra guerra che coinvolga più nazioni», ha dichiarato senza mezzi termini il ministro della Difesa, Guido Crosetto. Non solo, «un intervento fatto da europei bianchi per risolvere una cosa interna rischierebbe di avere effetti deflagranti. Si cammina sulle uova. Va bene mantenere i contingenti europei, ma è il momento di ragionare. È un colpo di Stato anomalo, secondo me è recuperabile senza interventi troppo duri». Il rischio altrimenti, secondo il ministro, è «di fare i cowboy nel saloon e in quella parte dell’Africa non possiamo permetterci altri terremoti».
Mentre scriviamo è arrivato un nuovo colpo di scena: Peskov ha affermato che «la Russia è preoccupata per la situazione in Niger, noi non condividiamo la linea di Wagner, non va posta sulla stessa linea la posizione di Mosca con quella del leader del gruppo Wagner, Evgenij Prigozhin». Chi dice la verità? Peskov o Prigozhin, che sempre su Telegram ha detto di essere pronto a inviare 1.000 soldati in Niger? A breve (forse) sapremo.
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Il Niger piombato nel caos è ricco del metallo che alimenta le centrali francesi. Parigi è il primo mercato, ma la crisi può contagiare a cascata pure Roma. Mentre la Russia è pronta ad approfittarne. Il presidente del Ciad pubblica una foto con il leader deposto. Guido Crosetto: «L’intervento di bianchi europei sarebbe un disastro». Lo speciale contiene due articoli. Il recente golpe militare in Niger, scoppiato lo scorso 27 luglio, ha acceso i riflettori dell’Occidente su un Paese di cui si parla poco ma che è cruciale per gli equilibri del Continente. Il motivo è presto detto. Il Paese, rovesciato dal generale Abdourahamane Tchiani, è ricco di oro, uranio e petrolio. In particolare, il Paese africano è ricco del metallo radioattivo che serve ad alimentare le centrali nucleari francesi, senza considerare che sotto il suolo di Niamey e dintorni giace il 7% dell’uranio mondiale. Per intenderci, secondo la World integrated trade solution, il Paese africano esporta questo materiale per 284 milioni di dollari l’anno. Solo l’oro, primo in classifica quanto a materie prime disponibili in Niger, batte il materiale radioattivo tanto caro a Emmanuel Macron, con un commercio che vale circa 622 milioni di dollari l’anno (dati aggiornati al 2021). In terza posizione quanto a materie prime energetiche che fanno gola all’Occidente c’è il petrolio, materia prima esportata per 182 milioni di dollari l’anno. Si capisce, dunque, perché la crisi nigerina spaventi l’Occidente. Non a caso il primo mercato per il Niger è proprio la Francia (212 milioni di dollari di scambi), seguito a distanza dal Mali (108), dal Burkina Faso (78) e dal Canada (55 milioni di biglietti verdi l’anno). «L’impatto del Colpo di stato in Niger sulle questioni energetiche sarà importante», spiega alla Verità Antonella Napoli, esperta della regione del Sahel (la fascia di territorio dell’Africa subsahariana estesa tra il deserto del Sahara a Nord, la savana sudanese a Sud, l’oceano Atlantico a Ovest e il Mar Rosso a Est), dove ha trascorso lunghi periodi, e direttore responsabile della rivista specializzata Focus on Africa. «Basti pensare che poco più di un mese fa il gigante nucleare francese Orano aveva raggiunto un accordo per estendere fino al 2040 lo sfruttamento dei giacimenti di uranio su una delle più estese miniere del prezioso minerale dell’Africa occidentale. Tra l’altro, una delle poche ancora in attività nel Nord del Paese africano», ricorda. «Prima del golpe anche altri competitor in tema di approvvigionamenti energetici, tra cui Russia e Stati Uniti, avevano avuto contatti con il ministro nigerino delle Miniere, Hadiza Ousseini, con la quale l’amministratore delegato di Orano Mining, Nicolas Maes, aveva già sottoscritto un protocollo di intesa per un accordo di partenariato globale che prevedeva, appunto, il prolungamento della collaborazione franco-nigerina addirittura fino al 2040», dice. In più, la francese «Orano si era impegnata a versare circa 39 miliardi di euro in settori “prioritari” in Niger, inclusa l’istruzione, a fronte di un impegno più esclusivo del governo nigerino per la gestione delle risorse nazionali (uranio, petrolio e oro)», conclude Napoli. La situazione è insomma incandescente. Ieri i golpisti hanno vietato l’esportazione di oro e di uranio verso la Francia. Un duro colpo per Parigi, visto che oltre il 50% dell’uranio estratto nel Paese viene utilizzato per alimentare le centrali nucleari in Francia. Inoltre, il 24% dell’uranio importato dall’Unione europea proviene dal Niger. Ecco spiegato come mai la Francia e l’Ue appoggiano il governo democraticamente eletto del presidente Mohamed Bazoum. «Eventuali problemi sul fronte dell’approvvigionamento di uranio in Europa potrebbero avere effetti anche in Italia, che dipende per circa il 5% del suo fabbisogno da Parigi», spiega Gianclaudio Torlizzi, fondatore di T-Commodity, società di consulenza specializzata in commodities e cambi valutari. «Da monitorare anche le forniture da Slovenia, Svizzera e Austria generate anch’esse da fonte nucleare. Tale dinamica potrebbe tradursi in un aumento degli acquisti di gas naturale a forma di compensazione. E non solo in un amento del prezzo dell’energia, ma nell’ampliamento dello spread già intorno ai 50 euro a Megawattora tra Italia-Francia-Germania nei confronti di Spagna e Portogallo, che, grazie all’isolamento geografico rispetto al resto d’Europa, riescono ad applicare il price cap». Inoltre, il Niger è il settimo produttore mondiale di uranio secondo la World nuclear association, nonché quello che ha minerali di uranio di più alta qualità nel Continente, con una produzione di 2.248 tonnellate nel 2021. I maggiori produttori mondiali sono Kazakistan, Namibia, Canada, Australia, Uzbekistan e Russia. «Qualora riuscisse a ottenere il controllo della produzione in Niger, Mosca arriverebbe dunque a controllare potenzialmente il 10,1% della produzione mondiale», conclude Torlizzi. Il Niger è anche un produttore di olio di palma (15 milioni di dollari di scambi l’anno) e di cipolle e scalogno (14,1 milioni). Non si tratta, certo, di numeri da capogiro, ma anche questi dati contribuiscono a rendere il Paese africano uno Stato la cui economia era in via di stabilizzazione, nel panorama africano. Ora, però, la crisi politica del Paese potrebbe cambiarne le carte in tavola favorendo l’economia russa e creando un ostacolo in più per quella europea. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/niamey-non-solo-oro-giallo-2662665773.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="niger-ex-ministri-arrestati-dai-golpisti-ue-reagiremo" data-post-id="2662665773" data-published-at="1690873148" data-use-pagination="False"> Niger, ex ministri arrestati dai golpisti Ue: «Reagiremo» A ormai una settimana dal colpo di Stato resta tesissima la situazione in Niger, dove secondo il Partito nigerino per la democrazia e il socialismo (Pnds), quello del deposto presidente Mohamed Bazoum, quattro ministri e un ex ministro sono stati arrestati dai golpisti. Tra loro ci sono il ministro del Petrolio e il ministro delle Miniere, entrambi accusati di malversazioni. Il Pnds ha chiesto «il rilascio immediato dei ministri arrestati e sequestrati ingiustamente», ma i golpisti non hanno certo dato seguito alla richiesta. Nonostante la situazione a dir poco confusa, ieri Mohamed Bazoum è apparso sorridente e in buona salute, in una fotografia con il presidente del vicino Ciad, Mahamat Idriss Déby, che l’ha pubblicata sul suo profilo Facebook. Deby ha spiegato di essersi recato in Niger «per esplorare tutte le strade e trovare una soluzione pacifica alla crisi». Ma di che soluzione si tratta? Secondo alcune indiscrezioni che abbiamo raccolto all’interno di un servizio segreto dell’Ue, ai golpisti sarebbe stata proposta una sorta di coabitazione nella quale i militari golpisti si ritirerebbero ma non verrebbero perseguiti, a patto però che interrompano le loro attività contro Bazoum, attualmente detenuto nella residenza presidenziale, ma soprattutto che cessino di intrattenere rapporti con la compagnia militare privata russa Wagner. Le stesse fonti riferiscono che i golpisti prima di accettare qualsiasi proposta vogliono capire se l’intervento armato evocato dalla Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale (Ecowas), che scadrà il prossimo 7 agosto, potrebbe palesarsi per davvero, magari con il supporto logistico francese. Inoltre il nuovo uomo forte del Niger, il generale Abdourahamane Tchiani, sta cercando di capire fino a che punto la Russia, che fino a oggi ha fomentato la rivolta - così come ha fatto in Mali e Burkina Faso - verrebbe in loro soccorso. Anche qui capire cosa potrebbe accadere è a dir poco arduo per la Russia: attraverso il portavoce di Vladimir Putin, Dmitri Peskov, almeno formalmente si è detta «gravemente preoccupata per la situazione e favorevole al rapido ripristino dello stato di diritto in Niger e alla moderazione di tutte le parti in modo che non ci siano vittime». Nemmeno il tempo di registrare le parole di Peskov, che Alexander Ivanov, portavoce del Gruppo Wagner nella Repubblica Centrafricana (Car), che è anche il capo dell’Unione degli ufficiali russi per la sicurezza internazionale, sul canale Telegram dei mercenari russi ha affermato: «Oggi ho avuto diverse conversazioni importanti. le agenzie d’intelligence in tutta l’Africa stanno lanciando l’allarme che la Francia sta pianificando di lanciare un’operazione militare insidiosa contro il Niger, nonché attacchi aerei su quel Paese per distruggere i dissidenti». Poi dopo essersi scagliato contro l’ex presidente, definito «un burattino dei francesi», si è rivolto direttamente alla Francia: «Chiedo ai militari francesi di non eseguire ordini criminali e di non colpire i dissidenti pacifici e di lasciare che il popolo del Niger e i militari fedeli al popolo decidano il proprio destino. Il Niger è in grado di garantire la sua sicurezza e il suo sviluppo, ma questo sarà possibile quando il mondo capirà che la Francia continua a ingannare e terrorizzare i Paesi a cui ha formalmente concesso l’indipendenza!». Se non è la firma apposta al golpe di sette giorni fa poco ci manca. Ma si tratta di dichiarazioni che potrebbero avvicinare l’intervento armato dei Paesi dell’Ecowas che potranno contare su solidi appoggi. E quali? Innanzitutto quello di Parigi, che ieri ha annunciato «l’adozione di misure di rafforzamento della sicurezza della nostra ambasciata a Niamey», ricordando «gli obblighi che incombono a tutti in materia di protezione dei siti e del personale diplomatico, come anche dei residenti stranieri». Poi l’affondo: «La Francia plaude alle decisioni assunte dai capi di Stato dell’Ecowas, che chiedono il ritorno immediato all’ordine costituzionale in Niger, insieme al presidente Mohamed Bazoum, eletto dai nigerini e appoggia le sanzioni economiche e finanziarie». Della crisi in Niger ha parlato anche l’Alto rappresentante Ue, Josep Borrell, che su Twitter ha espresso la posizione di Bruxelles, che «sostiene tutte le misure adottate da Ecowas come reazione al colpo di Stato avvenuto in Niger e le appoggerà rapidamente e con decisione». Anche il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha parlato della decisione dell’Ecowas: «L’Ue e il Niger condividono profondi legami sviluppatisi nel corso dei decenni. L’attacco inaccettabile al governo democraticamente eletto mette a rischio questi legami. Sostengo le decisioni dell’Ecowas e il suo ruolo attivo per un rapido ritorno del presidente Bazoum». Diverso l’approccio del governo italiano. «Il compito occidentale non è buttare benzina, ma buttare acqua sul fuoco. Di tutto c’è bisogno tranne che di un’altra guerra che coinvolga più nazioni», ha dichiarato senza mezzi termini il ministro della Difesa, Guido Crosetto. Non solo, «un intervento fatto da europei bianchi per risolvere una cosa interna rischierebbe di avere effetti deflagranti. Si cammina sulle uova. Va bene mantenere i contingenti europei, ma è il momento di ragionare. È un colpo di Stato anomalo, secondo me è recuperabile senza interventi troppo duri». Il rischio altrimenti, secondo il ministro, è «di fare i cowboy nel saloon e in quella parte dell’Africa non possiamo permetterci altri terremoti». Mentre scriviamo è arrivato un nuovo colpo di scena: Peskov ha affermato che «la Russia è preoccupata per la situazione in Niger, noi non condividiamo la linea di Wagner, non va posta sulla stessa linea la posizione di Mosca con quella del leader del gruppo Wagner, Evgenij Prigozhin». Chi dice la verità? Peskov o Prigozhin, che sempre su Telegram ha detto di essere pronto a inviare 1.000 soldati in Niger? A breve (forse) sapremo.
Leone XIV (Ansa)
Il documento, dedicato alla «custodia della persona umana nel tempo dell’Intelligenza artificiale», reca la datadel 15 maggio, il giorno in cui sono caduti i 135 anni dalla promulgazione della Rerum Novarum di Leone XIII: è a lui che Robert Francis Prevost ha voluto ispirarsi nella scelta del nome, perché, come il predecessore, sente di doversi impegnare nella questione sociale dell’epoca contemporanea. Tanto che ha appena approvato l’istituzione della Commissione interdicasteriale incaricata di seguire il dossier IA. Così, se Benedetto XVI si opponeva alla «dittatura del relativismo», lui combatte la dittatura degli algoritmi.
L’enciclica sarà presentata lunedì prossimo nell’Aula del Sinodo. Sarà presente il pontefice in persona, insieme ai cardinali Víctor Manuel Fernández (prefetto della Fede) e Michael Czerny (prefetto per il Servizio allo sviluppo umano integrale); alla professoressa Anna Dowlands, teologa della Durham University, nel Regno Unito; a Christopher Olah, cofondatore di Anthropic, il volto «buono» dell’IA; e alla professoressa Leocadie Lushombo, docente di teologica politica della Jesuit school of theology di Santa Clara, in California. La conclusione sarà affidata al segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin. E al termine dell’evento, il vicario di Cristo impartirà la benedizione.
È ragionevole aspettarsi che il testo riprenda le argomentazioni di Quo vadis, humanitas?, il documento della Commissione teologica internazionale uscito il 4 marzo. Lo scritto presentava un’ampia disamina delle insidie collegate al rapido sviluppo dell’Intelligenza artificiale generale, suscettibile di rendere «incontrollabili e quindi ingovernabili» le dinamiche economiche, politiche e persino militari, oltre che di schiudere perniciosi orizzonti alle pratiche di «controllo sociale», nonché di privare la democrazia dei «legami solidali» che ne costituiscono il nutrimento. Centrale era l’invito a non liquidare i poveri in quanto meri «danni collaterali» del progresso e a tenere presente la «dignità infinita» della persona, contro le derive transumane e postumane.
D’altronde, già il 10 maggio 2025, a due giorni dalla sua elezione, al Collegio cardinalizio, Prevost spiegò che la Chiesa era chiamata ad affrontare gli effetti di «un’altra rivoluzione industriale e gli sviluppi dell’Intelligenza artificiale». Lo scorso gennaio, nel suo messaggio per la sessantesima Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, il Papa americano ha ricordato che quella umana non è «una specie fatta di algoritmi biochimici, definiti in anticipo». E ha segnalato che addirittura «gran parte dell’industria creativa» è in pericolo, con «i capolavori del genio umano» che vengono «ridotti a un mero campo di addestramento delle macchine», destinate a soppiantare i prodotti dell’arte e della fantasia.
Le trappole di quello che Leone chiamava «affidamento ingenuamente acritico all’Intelligenza artificiale», «“oracolo” di ogni consiglio», emergono, proprio in questi giorni, da un dettaglio sulle amministrative francesi: un’inchiesta del think tank Terra Nova ha svelato che, alle elezioni municipali di marzo, un francese su sei ha fatto ricorso all’IA per decidere quale candidato votare. Il 7% vi ha trovato solo una conferma delle proprie preferenze; ma il 5%, sotto la sua influenza, ha cambiato parere; e il 4%, privo di un’opinione, se l’è fatta suggerire dal cervellone elettronico. Sono cifre piccole, che però offrono un assaggio della gigantesca transizione che stiamo attraversando: se l’IA contribuirà a definire i contorni della coscienza collettiva, diventerà cruciale portare alla luce il reticolo di interessi che si cela dietro la fornitura dei servizi digitali. E operare affinché la logica algoritmica sia messa al servizio del bene comune, piuttosto che del tornaconto di pochi miliardari e delle potenze imperiali. Il vaglio critico del «potere computazionale» è esattamente il compito che, nel suo ultimo saggio, La nuova logica del dominio, affida all’etica delle tecnologie padre Paolo Benanti, dirigente dell’Osservatorio sull’Intelligenza artificiale istituito dal ministero del Lavoro.
A subire l’impatto più devastante dal perfezionamento e dalla diffusione pervasiva dell’IA sarà il lavoro. Tanto che lo stesso Elon Musk ha sentito il bisogno di rispondere alle proiezioni che prevedono la cancellazione di 300 milioni di impieghi nel mondo, proponendo un «alto reddito universale» che compensi la disoccupazione.
Il pontefice ha ben presente questa piaga. E avverte l’urgenza di tutelare i minori dai tranelli dei modelli linguistici robotici, capaci di «imitare i sentimenti umani e simulare così una relazione». Ma nel mondo sdoppiato delle tecnologie basate sui dati, la persona diventa secondaria; a chi governa questa «forza invisibile» interessa solo il nostro simulacro digitale.
E poi c’è la guerra: Leone ne ha appena parlato nel suo discorso alla Sapienza, paventando che l’applicazione dell’IA in ambito bellico peggiori «la tragicità dei conflitti» e deresponsabilizzi «le scelte umane». Forse, per l’annientamento non serve un Terminator. A «terminarci» siamo già bravi da soli.
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Mario Delpini (Ansa)
Si può: tutto questo accade a Milano, dove la diocesi ha presentato nei giorni scorsi il progetto del Monastero ambrosiano firmato da Stefano Boeri, «la modalità con cui la diocesi di Milano sarà presente all’interno di Mind, il Milano innovation district, il distretto sorto nell’area dell’Expo 2015. Nel 2023 era stata lanciata una Call for ideas, così la chiamano, che aveva coinvolto realtà ecclesiali, istituzioni, centri di ricerca e studi di architettura: l’obiettivo, decidere che cosa realizzare in quell’area. Da allora, Stefano Boeri ha preso il largo e ha firmato il progetto finale benedetto anche dall’arcivescovo, Mario Delpini, e che si estenderà nell’area all’incrocio tra il Cardo e il Decumano, in un’area che entro il 2030 (anno in cui è prevista la realizzazione del Monastero) ospiterà circa 70.000 persone tra residenti, lavoratori e studenti. Questo Monastero «avrà una presenza stabile di pastorale ordinaria, affidata a una piccola comunità che scandisce i ritmi della preghiera e della vita liturgica». Cinque le mini strutture abitative che ospiteranno i monaci del futuro. Gli altri spazi vedranno la presenza di un Chiostro delle religioni, un Giardino delle religioni, «dove le diverse tradizioni monoteiste presenti a Milano sono richiamate simbolicamente attraverso le essenze vegetali», e una Biblioteca delle religioni.
Boeri ha spiegato che il nuovo Monastero si svilupperà su una superficie di 2.700 metri quadri, 1.100 dei quali destinati agli spazi aperti. La chiesa vera e propria avrà un impianto trigono e potrà accogliere 300-350 fedeli. Ipotizzando la capienza massima, secondo le linee guida ufficiali per la progettazione di nuove chiese pubblicate dall’Ufficio nazionale per i beni culturali ecclesiastici, l’aula dell’assemblea sarà grande circa 350 metri quadri. A questa bisogna aggiungere il presbiterio (circa 50 mq), i vani accessorio (atri, corridoi, bagni, depositi: altri 150 mq), la sacrestia (30 mq): si arriva così a poco meno di 600 mq di sola chiesa, poco meno di un quinto dello spazio interessato dall’intervento. Forse un po’ pochino, visto che dovrebbe essere anche la chiesa di riferimenti dell’attiguo quartiere di Cascina Merlata, nuovo di zecca, popoloso ma privo di strutture religiose. Costo stimato? «Edificare nuovi centri parrocchiali», ha ricordato monsignor Luca Bressan, vicario episcopale per la Cultura, la carità, la missione e l’azione sociale, «costa fra i 5 e i 6 milioni di euro. Il Monastero ambrosiano non costerà di meno». I soldi saranno saranno reperiti attraverso una raccolta fondi.
Sui social, i fedeli non hanno preso bene il progetto. C’è chi dubita della funzionalità della struttura per ospitare celebrazioni sacre, chi si chiede «Ma sempre Boeri?», chi (tantissimi) sottolinea che, invece di costruirne uno nuovo, la Curia dovrebbe badare ai numerosi monasteri chiusi o che stanno chiudendo e che rischiano di rovinarsi (e qui il grande accusato è proprio l’arcivescovo Delpini). La domanda, infine, che molti si pongono è: quale è la ratio di una diocesi che finanzia un centro per il sincretismo religioso? Non dovrebbe annunciare Cristo invece di mischiare la fede cristiana con il resto del mondo? Il monastero medievale, al quale quello «ambrosiano» si richiama, era il pilastro della società di allora. Nella visione boeriana, la chiesa è messa in un angolo, lo spazio viene fagocitato dalla mescolanza della fede cristiana con gli altri credo. Lo stesso Boeri, nel rispondere a un commento particolarmente critico di un utente su Facebook che si domandava «Chi dovrebbe usufruire di una simile costruzione?», ha risposto: «Cittadini e fedeli di fedi diverse».
E c’è un altro fattore, da considerare: non è che l’idea del Monastero ambrosiano arrivi troppo tardi? Il 30 gennaio 2022 monsignor Luigi Stucchi, allora collaboratore del vicario episcopale per la vita consacrata della Diocesi di Milano, sottolineava il calo generale delle vocazioni per le congregazioni religiose. Il «monastero contemporaneo, manca dei pilastri fondamentali di un monastero: non è un baluardo della fede. Rischia di essere solo un Bosco orizzontale».
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Ecco #DimmiLaVerità del 19 maggio 2026. L'eurodeputata della Lega Anna Cisint sottolinea i rischi della islamizzazione.
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Stavolta l’allarme è assai più serio di quanto accaduto con la «infection boat», la nave da crociera Hondius arrivata ieri nel porto di Rotterdam e dove a bordo si era sviluppato il focolaio di Hantavirus. L’Oms, come si legge nel bollettino ufficiale, «ha dichiarato, il 17 maggio, un’emergenza sanitaria pubblica di rilevanza internazionale per l’epidemia di malattia da virus ebola causata dalla variante Bundibugyo nella Repubblica Democratica del Congo e in Uganda».
Il focolaio si è sviluppato nella zona di confine tra Uganda e Sud Sudan, una delle aree più povere e depresse del mondo, ed è già passato in Congo dove questa è la diciassettesima epidemia di un virus insidiosissimo. Il governo congolese ha già preso misure di contenimento. Ma l’interrogativo che più preoccupa è: se si estende il contagio come contrastarlo? Questo ceppo di Ebola, scoperto nel 2007 anche se è lievemente meno letale con un’incidenza del 50% di mortalità rispetto alla variante Zaire che arriva fino al 90% di decessi, non ha nessun vaccino per contrastarlo né alcuna terapia: avvenuto il contagio si possono solo contenere gli effetti e sperare che il sistema immunitario faccia il suo lavoro. Questo però mette in evidenza come l’industria dei vaccini sia più attenta al mercato che alla salute. Anche nel caso dell’Hantavirus si è detto che in nove mesi si poteva arrivare al siero per contrastarlo, adottando come parametro i tempi per la puntura anti Covid. La verità è che l’Hantavirus è stato studiato e l’antidoto c’è, ma non è stato mai ultimato perché non ha mercato.
Il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha ammesso che ci sono «notevoli incertezze sul numero reale di persone infette e sulla diffusione geografica». Le cifre attestano 246 casi sospetti con 80 decessi sospetti e 8 casi confermati, oltre a due decessi in Uganda e a un focolaio di almeno 80 contagi in Sud Sudan. Secondo le autorità congolesi, i morti in realtà sarebbero 95 e i contagiati 400. A queste cifre va aggiunto quanto riferiscono i Cdc americani: sei operatori sanitari statunitensi esposti al contagio. Sempre i Centers for disease control and prevention di Atlanta, sia pure parlando di rischio basso per la popolazione statunitense, hanno attivato le procedure d’emergenza e per il rimpatrio dei sei contagiati hanno predisposto un primo trasferimento in una base militare in Germania. L’ambasciata Usa a Kinshasa ha contestualmente vietato i viaggi nella provincia dell’Ituri, l’epicentro del focolaio. Da quel che si è saputo la paziente zero sarebbe un’infermiera del Congo che ha accusato la malattia dal 24 aprile. Per stessa ammissione dell’Oms, essendo così rara al variante Bundibugyo, la ricerca scientifica ed economica si è concentrata quasi interamente sul ceppo Zaire di Ebola, per il quale ora esistono vaccini e farmaci efficaci, lasciando un vuoto di ricerca per questa specie. Tedros Adhanom Ghebreyesus ha anche precisato che «l’emergenza sanitaria internazionale è comunque uno dei livelli di allerta più alti, secondo solo alla pandemia». Come detto, al momento non ci sono cure. Gli unici provvedimenti terapeutici applicabili una volta che si manifestano i sintomi (febbre alta e forti dolori muscolari, vomito e diarrea, emorragie interne ed esterne) sono reidratazione aggressiva, supporto emodinamico e gestione dei sintomi con farmaci per il dolore, per la febbre e gli antiemetici. Il contagio avviene solo con contatti diretti con infetti, scambio di sangue e fluidi organici.
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