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2023-08-01
A Niamey non solo oro giallo e nero ma anche l’uranio per il nucleare
Il recente golpe militare in Niger, scoppiato lo scorso 27 luglio, ha acceso i riflettori dell’Occidente su un Paese di cui si parla poco ma che è cruciale per gli equilibri del Continente. Il motivo è presto detto. Il Paese, rovesciato dal generale Abdourahamane Tchiani, è ricco di oro, uranio e petrolio. In particolare, il Paese africano è ricco del metallo radioattivo che serve ad alimentare le centrali nucleari francesi, senza considerare che sotto il suolo di Niamey e dintorni giace il 7% dell’uranio mondiale. Per intenderci, secondo la World integrated trade solution, il Paese africano esporta questo materiale per 284 milioni di dollari l’anno. Solo l’oro, primo in classifica quanto a materie prime disponibili in Niger, batte il materiale radioattivo tanto caro a Emmanuel Macron, con un commercio che vale circa 622 milioni di dollari l’anno (dati aggiornati al 2021). In terza posizione quanto a materie prime energetiche che fanno gola all’Occidente c’è il petrolio, materia prima esportata per 182 milioni di dollari l’anno. Si capisce, dunque, perché la crisi nigerina spaventi l’Occidente. Non a caso il primo mercato per il Niger è proprio la Francia (212 milioni di dollari di scambi), seguito a distanza dal Mali (108), dal Burkina Faso (78) e dal Canada (55 milioni di biglietti verdi l’anno).
«L’impatto del Colpo di stato in Niger sulle questioni energetiche sarà importante», spiega alla Verità Antonella Napoli, esperta della regione del Sahel (la fascia di territorio dell’Africa subsahariana estesa tra il deserto del Sahara a Nord, la savana sudanese a Sud, l’oceano Atlantico a Ovest e il Mar Rosso a Est), dove ha trascorso lunghi periodi, e direttore responsabile della rivista specializzata Focus on Africa. «Basti pensare che poco più di un mese fa il gigante nucleare francese Orano aveva raggiunto un accordo per estendere fino al 2040 lo sfruttamento dei giacimenti di uranio su una delle più estese miniere del prezioso minerale dell’Africa occidentale. Tra l’altro, una delle poche ancora in attività nel Nord del Paese africano», ricorda. «Prima del golpe anche altri competitor in tema di approvvigionamenti energetici, tra cui Russia e Stati Uniti, avevano avuto contatti con il ministro nigerino delle Miniere, Hadiza Ousseini, con la quale l’amministratore delegato di Orano Mining, Nicolas Maes, aveva già sottoscritto un protocollo di intesa per un accordo di partenariato globale che prevedeva, appunto, il prolungamento della collaborazione franco-nigerina addirittura fino al 2040», dice. In più, la francese «Orano si era impegnata a versare circa 39 miliardi di euro in settori “prioritari” in Niger, inclusa l’istruzione, a fronte di un impegno più esclusivo del governo nigerino per la gestione delle risorse nazionali (uranio, petrolio e oro)», conclude Napoli.
La situazione è insomma incandescente. Ieri i golpisti hanno vietato l’esportazione di oro e di uranio verso la Francia. Un duro colpo per Parigi, visto che oltre il 50% dell’uranio estratto nel Paese viene utilizzato per alimentare le centrali nucleari in Francia. Inoltre, il 24% dell’uranio importato dall’Unione europea proviene dal Niger. Ecco spiegato come mai la Francia e l’Ue appoggiano il governo democraticamente eletto del presidente Mohamed Bazoum.
«Eventuali problemi sul fronte dell’approvvigionamento di uranio in Europa potrebbero avere effetti anche in Italia, che dipende per circa il 5% del suo fabbisogno da Parigi», spiega Gianclaudio Torlizzi, fondatore di T-Commodity, società di consulenza specializzata in commodities e cambi valutari. «Da monitorare anche le forniture da Slovenia, Svizzera e Austria generate anch’esse da fonte nucleare. Tale dinamica potrebbe tradursi in un aumento degli acquisti di gas naturale a forma di compensazione. E non solo in un amento del prezzo dell’energia, ma nell’ampliamento dello spread già intorno ai 50 euro a Megawattora tra Italia-Francia-Germania nei confronti di Spagna e Portogallo, che, grazie all’isolamento geografico rispetto al resto d’Europa, riescono ad applicare il price cap».
Inoltre, il Niger è il settimo produttore mondiale di uranio secondo la World nuclear association, nonché quello che ha minerali di uranio di più alta qualità nel Continente, con una produzione di 2.248 tonnellate nel 2021. I maggiori produttori mondiali sono Kazakistan, Namibia, Canada, Australia, Uzbekistan e Russia. «Qualora riuscisse a ottenere il controllo della produzione in Niger, Mosca arriverebbe dunque a controllare potenzialmente il 10,1% della produzione mondiale», conclude Torlizzi.
Il Niger è anche un produttore di olio di palma (15 milioni di dollari di scambi l’anno) e di cipolle e scalogno (14,1 milioni). Non si tratta, certo, di numeri da capogiro, ma anche questi dati contribuiscono a rendere il Paese africano uno Stato la cui economia era in via di stabilizzazione, nel panorama africano. Ora, però, la crisi politica del Paese potrebbe cambiarne le carte in tavola favorendo l’economia russa e creando un ostacolo in più per quella europea.
Niger, ex ministri arrestati dai golpisti Ue: «Reagiremo»
A ormai una settimana dal colpo di Stato resta tesissima la situazione in Niger, dove secondo il Partito nigerino per la democrazia e il socialismo (Pnds), quello del deposto presidente Mohamed Bazoum, quattro ministri e un ex ministro sono stati arrestati dai golpisti. Tra loro ci sono il ministro del Petrolio e il ministro delle Miniere, entrambi accusati di malversazioni. Il Pnds ha chiesto «il rilascio immediato dei ministri arrestati e sequestrati ingiustamente», ma i golpisti non hanno certo dato seguito alla richiesta.
Nonostante la situazione a dir poco confusa, ieri Mohamed Bazoum è apparso sorridente e in buona salute, in una fotografia con il presidente del vicino Ciad, Mahamat Idriss Déby, che l’ha pubblicata sul suo profilo Facebook. Deby ha spiegato di essersi recato in Niger «per esplorare tutte le strade e trovare una soluzione pacifica alla crisi». Ma di che soluzione si tratta? Secondo alcune indiscrezioni che abbiamo raccolto all’interno di un servizio segreto dell’Ue, ai golpisti sarebbe stata proposta una sorta di coabitazione nella quale i militari golpisti si ritirerebbero ma non verrebbero perseguiti, a patto però che interrompano le loro attività contro Bazoum, attualmente detenuto nella residenza presidenziale, ma soprattutto che cessino di intrattenere rapporti con la compagnia militare privata russa Wagner. Le stesse fonti riferiscono che i golpisti prima di accettare qualsiasi proposta vogliono capire se l’intervento armato evocato dalla Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale (Ecowas), che scadrà il prossimo 7 agosto, potrebbe palesarsi per davvero, magari con il supporto logistico francese.
Inoltre il nuovo uomo forte del Niger, il generale Abdourahamane Tchiani, sta cercando di capire fino a che punto la Russia, che fino a oggi ha fomentato la rivolta - così come ha fatto in Mali e Burkina Faso - verrebbe in loro soccorso. Anche qui capire cosa potrebbe accadere è a dir poco arduo per la Russia: attraverso il portavoce di Vladimir Putin, Dmitri Peskov, almeno formalmente si è detta «gravemente preoccupata per la situazione e favorevole al rapido ripristino dello stato di diritto in Niger e alla moderazione di tutte le parti in modo che non ci siano vittime». Nemmeno il tempo di registrare le parole di Peskov, che Alexander Ivanov, portavoce del Gruppo Wagner nella Repubblica Centrafricana (Car), che è anche il capo dell’Unione degli ufficiali russi per la sicurezza internazionale, sul canale Telegram dei mercenari russi ha affermato: «Oggi ho avuto diverse conversazioni importanti. le agenzie d’intelligence in tutta l’Africa stanno lanciando l’allarme che la Francia sta pianificando di lanciare un’operazione militare insidiosa contro il Niger, nonché attacchi aerei su quel Paese per distruggere i dissidenti». Poi dopo essersi scagliato contro l’ex presidente, definito «un burattino dei francesi», si è rivolto direttamente alla Francia: «Chiedo ai militari francesi di non eseguire ordini criminali e di non colpire i dissidenti pacifici e di lasciare che il popolo del Niger e i militari fedeli al popolo decidano il proprio destino. Il Niger è in grado di garantire la sua sicurezza e il suo sviluppo, ma questo sarà possibile quando il mondo capirà che la Francia continua a ingannare e terrorizzare i Paesi a cui ha formalmente concesso l’indipendenza!». Se non è la firma apposta al golpe di sette giorni fa poco ci manca. Ma si tratta di dichiarazioni che potrebbero avvicinare l’intervento armato dei Paesi dell’Ecowas che potranno contare su solidi appoggi.
E quali? Innanzitutto quello di Parigi, che ieri ha annunciato «l’adozione di misure di rafforzamento della sicurezza della nostra ambasciata a Niamey», ricordando «gli obblighi che incombono a tutti in materia di protezione dei siti e del personale diplomatico, come anche dei residenti stranieri». Poi l’affondo: «La Francia plaude alle decisioni assunte dai capi di Stato dell’Ecowas, che chiedono il ritorno immediato all’ordine costituzionale in Niger, insieme al presidente Mohamed Bazoum, eletto dai nigerini e appoggia le sanzioni economiche e finanziarie».
Della crisi in Niger ha parlato anche l’Alto rappresentante Ue, Josep Borrell, che su Twitter ha espresso la posizione di Bruxelles, che «sostiene tutte le misure adottate da Ecowas come reazione al colpo di Stato avvenuto in Niger e le appoggerà rapidamente e con decisione». Anche il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha parlato della decisione dell’Ecowas: «L’Ue e il Niger condividono profondi legami sviluppatisi nel corso dei decenni. L’attacco inaccettabile al governo democraticamente eletto mette a rischio questi legami. Sostengo le decisioni dell’Ecowas e il suo ruolo attivo per un rapido ritorno del presidente Bazoum».
Diverso l’approccio del governo italiano. «Il compito occidentale non è buttare benzina, ma buttare acqua sul fuoco. Di tutto c’è bisogno tranne che di un’altra guerra che coinvolga più nazioni», ha dichiarato senza mezzi termini il ministro della Difesa, Guido Crosetto. Non solo, «un intervento fatto da europei bianchi per risolvere una cosa interna rischierebbe di avere effetti deflagranti. Si cammina sulle uova. Va bene mantenere i contingenti europei, ma è il momento di ragionare. È un colpo di Stato anomalo, secondo me è recuperabile senza interventi troppo duri». Il rischio altrimenti, secondo il ministro, è «di fare i cowboy nel saloon e in quella parte dell’Africa non possiamo permetterci altri terremoti».
Mentre scriviamo è arrivato un nuovo colpo di scena: Peskov ha affermato che «la Russia è preoccupata per la situazione in Niger, noi non condividiamo la linea di Wagner, non va posta sulla stessa linea la posizione di Mosca con quella del leader del gruppo Wagner, Evgenij Prigozhin». Chi dice la verità? Peskov o Prigozhin, che sempre su Telegram ha detto di essere pronto a inviare 1.000 soldati in Niger? A breve (forse) sapremo.
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Il Niger piombato nel caos è ricco del metallo che alimenta le centrali francesi. Parigi è il primo mercato, ma la crisi può contagiare a cascata pure Roma. Mentre la Russia è pronta ad approfittarne. Il presidente del Ciad pubblica una foto con il leader deposto. Guido Crosetto: «L’intervento di bianchi europei sarebbe un disastro». Lo speciale contiene due articoli. Il recente golpe militare in Niger, scoppiato lo scorso 27 luglio, ha acceso i riflettori dell’Occidente su un Paese di cui si parla poco ma che è cruciale per gli equilibri del Continente. Il motivo è presto detto. Il Paese, rovesciato dal generale Abdourahamane Tchiani, è ricco di oro, uranio e petrolio. In particolare, il Paese africano è ricco del metallo radioattivo che serve ad alimentare le centrali nucleari francesi, senza considerare che sotto il suolo di Niamey e dintorni giace il 7% dell’uranio mondiale. Per intenderci, secondo la World integrated trade solution, il Paese africano esporta questo materiale per 284 milioni di dollari l’anno. Solo l’oro, primo in classifica quanto a materie prime disponibili in Niger, batte il materiale radioattivo tanto caro a Emmanuel Macron, con un commercio che vale circa 622 milioni di dollari l’anno (dati aggiornati al 2021). In terza posizione quanto a materie prime energetiche che fanno gola all’Occidente c’è il petrolio, materia prima esportata per 182 milioni di dollari l’anno. Si capisce, dunque, perché la crisi nigerina spaventi l’Occidente. Non a caso il primo mercato per il Niger è proprio la Francia (212 milioni di dollari di scambi), seguito a distanza dal Mali (108), dal Burkina Faso (78) e dal Canada (55 milioni di biglietti verdi l’anno). «L’impatto del Colpo di stato in Niger sulle questioni energetiche sarà importante», spiega alla Verità Antonella Napoli, esperta della regione del Sahel (la fascia di territorio dell’Africa subsahariana estesa tra il deserto del Sahara a Nord, la savana sudanese a Sud, l’oceano Atlantico a Ovest e il Mar Rosso a Est), dove ha trascorso lunghi periodi, e direttore responsabile della rivista specializzata Focus on Africa. «Basti pensare che poco più di un mese fa il gigante nucleare francese Orano aveva raggiunto un accordo per estendere fino al 2040 lo sfruttamento dei giacimenti di uranio su una delle più estese miniere del prezioso minerale dell’Africa occidentale. Tra l’altro, una delle poche ancora in attività nel Nord del Paese africano», ricorda. «Prima del golpe anche altri competitor in tema di approvvigionamenti energetici, tra cui Russia e Stati Uniti, avevano avuto contatti con il ministro nigerino delle Miniere, Hadiza Ousseini, con la quale l’amministratore delegato di Orano Mining, Nicolas Maes, aveva già sottoscritto un protocollo di intesa per un accordo di partenariato globale che prevedeva, appunto, il prolungamento della collaborazione franco-nigerina addirittura fino al 2040», dice. In più, la francese «Orano si era impegnata a versare circa 39 miliardi di euro in settori “prioritari” in Niger, inclusa l’istruzione, a fronte di un impegno più esclusivo del governo nigerino per la gestione delle risorse nazionali (uranio, petrolio e oro)», conclude Napoli. La situazione è insomma incandescente. Ieri i golpisti hanno vietato l’esportazione di oro e di uranio verso la Francia. Un duro colpo per Parigi, visto che oltre il 50% dell’uranio estratto nel Paese viene utilizzato per alimentare le centrali nucleari in Francia. Inoltre, il 24% dell’uranio importato dall’Unione europea proviene dal Niger. Ecco spiegato come mai la Francia e l’Ue appoggiano il governo democraticamente eletto del presidente Mohamed Bazoum. «Eventuali problemi sul fronte dell’approvvigionamento di uranio in Europa potrebbero avere effetti anche in Italia, che dipende per circa il 5% del suo fabbisogno da Parigi», spiega Gianclaudio Torlizzi, fondatore di T-Commodity, società di consulenza specializzata in commodities e cambi valutari. «Da monitorare anche le forniture da Slovenia, Svizzera e Austria generate anch’esse da fonte nucleare. Tale dinamica potrebbe tradursi in un aumento degli acquisti di gas naturale a forma di compensazione. E non solo in un amento del prezzo dell’energia, ma nell’ampliamento dello spread già intorno ai 50 euro a Megawattora tra Italia-Francia-Germania nei confronti di Spagna e Portogallo, che, grazie all’isolamento geografico rispetto al resto d’Europa, riescono ad applicare il price cap». Inoltre, il Niger è il settimo produttore mondiale di uranio secondo la World nuclear association, nonché quello che ha minerali di uranio di più alta qualità nel Continente, con una produzione di 2.248 tonnellate nel 2021. I maggiori produttori mondiali sono Kazakistan, Namibia, Canada, Australia, Uzbekistan e Russia. «Qualora riuscisse a ottenere il controllo della produzione in Niger, Mosca arriverebbe dunque a controllare potenzialmente il 10,1% della produzione mondiale», conclude Torlizzi. Il Niger è anche un produttore di olio di palma (15 milioni di dollari di scambi l’anno) e di cipolle e scalogno (14,1 milioni). Non si tratta, certo, di numeri da capogiro, ma anche questi dati contribuiscono a rendere il Paese africano uno Stato la cui economia era in via di stabilizzazione, nel panorama africano. Ora, però, la crisi politica del Paese potrebbe cambiarne le carte in tavola favorendo l’economia russa e creando un ostacolo in più per quella europea. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/niamey-non-solo-oro-giallo-2662665773.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="niger-ex-ministri-arrestati-dai-golpisti-ue-reagiremo" data-post-id="2662665773" data-published-at="1690873148" data-use-pagination="False"> Niger, ex ministri arrestati dai golpisti Ue: «Reagiremo» A ormai una settimana dal colpo di Stato resta tesissima la situazione in Niger, dove secondo il Partito nigerino per la democrazia e il socialismo (Pnds), quello del deposto presidente Mohamed Bazoum, quattro ministri e un ex ministro sono stati arrestati dai golpisti. Tra loro ci sono il ministro del Petrolio e il ministro delle Miniere, entrambi accusati di malversazioni. Il Pnds ha chiesto «il rilascio immediato dei ministri arrestati e sequestrati ingiustamente», ma i golpisti non hanno certo dato seguito alla richiesta. Nonostante la situazione a dir poco confusa, ieri Mohamed Bazoum è apparso sorridente e in buona salute, in una fotografia con il presidente del vicino Ciad, Mahamat Idriss Déby, che l’ha pubblicata sul suo profilo Facebook. Deby ha spiegato di essersi recato in Niger «per esplorare tutte le strade e trovare una soluzione pacifica alla crisi». Ma di che soluzione si tratta? Secondo alcune indiscrezioni che abbiamo raccolto all’interno di un servizio segreto dell’Ue, ai golpisti sarebbe stata proposta una sorta di coabitazione nella quale i militari golpisti si ritirerebbero ma non verrebbero perseguiti, a patto però che interrompano le loro attività contro Bazoum, attualmente detenuto nella residenza presidenziale, ma soprattutto che cessino di intrattenere rapporti con la compagnia militare privata russa Wagner. Le stesse fonti riferiscono che i golpisti prima di accettare qualsiasi proposta vogliono capire se l’intervento armato evocato dalla Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale (Ecowas), che scadrà il prossimo 7 agosto, potrebbe palesarsi per davvero, magari con il supporto logistico francese. Inoltre il nuovo uomo forte del Niger, il generale Abdourahamane Tchiani, sta cercando di capire fino a che punto la Russia, che fino a oggi ha fomentato la rivolta - così come ha fatto in Mali e Burkina Faso - verrebbe in loro soccorso. Anche qui capire cosa potrebbe accadere è a dir poco arduo per la Russia: attraverso il portavoce di Vladimir Putin, Dmitri Peskov, almeno formalmente si è detta «gravemente preoccupata per la situazione e favorevole al rapido ripristino dello stato di diritto in Niger e alla moderazione di tutte le parti in modo che non ci siano vittime». Nemmeno il tempo di registrare le parole di Peskov, che Alexander Ivanov, portavoce del Gruppo Wagner nella Repubblica Centrafricana (Car), che è anche il capo dell’Unione degli ufficiali russi per la sicurezza internazionale, sul canale Telegram dei mercenari russi ha affermato: «Oggi ho avuto diverse conversazioni importanti. le agenzie d’intelligence in tutta l’Africa stanno lanciando l’allarme che la Francia sta pianificando di lanciare un’operazione militare insidiosa contro il Niger, nonché attacchi aerei su quel Paese per distruggere i dissidenti». Poi dopo essersi scagliato contro l’ex presidente, definito «un burattino dei francesi», si è rivolto direttamente alla Francia: «Chiedo ai militari francesi di non eseguire ordini criminali e di non colpire i dissidenti pacifici e di lasciare che il popolo del Niger e i militari fedeli al popolo decidano il proprio destino. Il Niger è in grado di garantire la sua sicurezza e il suo sviluppo, ma questo sarà possibile quando il mondo capirà che la Francia continua a ingannare e terrorizzare i Paesi a cui ha formalmente concesso l’indipendenza!». Se non è la firma apposta al golpe di sette giorni fa poco ci manca. Ma si tratta di dichiarazioni che potrebbero avvicinare l’intervento armato dei Paesi dell’Ecowas che potranno contare su solidi appoggi. E quali? Innanzitutto quello di Parigi, che ieri ha annunciato «l’adozione di misure di rafforzamento della sicurezza della nostra ambasciata a Niamey», ricordando «gli obblighi che incombono a tutti in materia di protezione dei siti e del personale diplomatico, come anche dei residenti stranieri». Poi l’affondo: «La Francia plaude alle decisioni assunte dai capi di Stato dell’Ecowas, che chiedono il ritorno immediato all’ordine costituzionale in Niger, insieme al presidente Mohamed Bazoum, eletto dai nigerini e appoggia le sanzioni economiche e finanziarie». Della crisi in Niger ha parlato anche l’Alto rappresentante Ue, Josep Borrell, che su Twitter ha espresso la posizione di Bruxelles, che «sostiene tutte le misure adottate da Ecowas come reazione al colpo di Stato avvenuto in Niger e le appoggerà rapidamente e con decisione». Anche il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha parlato della decisione dell’Ecowas: «L’Ue e il Niger condividono profondi legami sviluppatisi nel corso dei decenni. L’attacco inaccettabile al governo democraticamente eletto mette a rischio questi legami. Sostengo le decisioni dell’Ecowas e il suo ruolo attivo per un rapido ritorno del presidente Bazoum». Diverso l’approccio del governo italiano. «Il compito occidentale non è buttare benzina, ma buttare acqua sul fuoco. Di tutto c’è bisogno tranne che di un’altra guerra che coinvolga più nazioni», ha dichiarato senza mezzi termini il ministro della Difesa, Guido Crosetto. Non solo, «un intervento fatto da europei bianchi per risolvere una cosa interna rischierebbe di avere effetti deflagranti. Si cammina sulle uova. Va bene mantenere i contingenti europei, ma è il momento di ragionare. È un colpo di Stato anomalo, secondo me è recuperabile senza interventi troppo duri». Il rischio altrimenti, secondo il ministro, è «di fare i cowboy nel saloon e in quella parte dell’Africa non possiamo permetterci altri terremoti». Mentre scriviamo è arrivato un nuovo colpo di scena: Peskov ha affermato che «la Russia è preoccupata per la situazione in Niger, noi non condividiamo la linea di Wagner, non va posta sulla stessa linea la posizione di Mosca con quella del leader del gruppo Wagner, Evgenij Prigozhin». Chi dice la verità? Peskov o Prigozhin, che sempre su Telegram ha detto di essere pronto a inviare 1.000 soldati in Niger? A breve (forse) sapremo.
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Femminismo è il vezzoso nome dato alla misandria occidentale, e la misandria è stato il mezzo per distruggere nel giro di due generazioni l’invincibile società occidentale giudaico-cristiana: le donne sempre vittime, i maschi sempre carnefici e soprattutto nemici. La «vera donna» si sente sorella di sconosciute, incluse cantanti mediocri che guadagnano cifre astronomiche mostrando la biancheria intima o la sua assenza, ma non deve avere linee di collaborazione o anche solo umana simpatia con il marito o il compagno. Il femminismo occidentale non è difesa delle donne, è misandria, odio per gli uomini. Il femminismo misandrico è un movimento creato a tavolino, con lo scopo di distruggere la famiglia, che è un’unità affettivo/economica con una sua intrinseca potenza: rende le persone non isolate, e quindi meno malleabili, tali da avere la forza di opporsi al potere dello Stato o del parastato. Il secondo scopo è abbattere i salari buttando sul mercato milioni di lavoratrici. Il terzo scopo è annientare le aree di lavoro non tassabile. Le donne a casa loro fanno lavori non tassabili: cucire, cucinare, costruire giocattoli, creare tende e vestiario, fare conserve, allevare bambini. Ora il loro lavoro è sostituito da supermercati, orrendi cibi precotti, con tutti i danni dei cibi processati, vestiario «made in China» fatto da schiavi sottopagati e soprattutto educatrici e insegnanti.
A ogni interazione madre-figlio, il cervello del bambino piccolo crea miliardi di sinapsi. Ogni interazione con l’estranea cui è affidato mentre mamma si sta facendo sfruttare da qualcuno in un posto di lavoro - e deve farlo perché il salario di papà è troppo basso - fabbrica molte meno sinapsi. Per i bambini, essere affidati a estranei al di sotto dei tre anni è un danno neurobiologico. Chi nega questa affermazione sta mentendo. Il bambino impara la regolazione delle emozioni sulla madre, ma per poter completare questo processo la madre deve essere presente. Con l’estranea cui è stato affidato, il processo non può realizzarsi. Inoltre, per quell’estranea il bambino è lavoro. Ci sono persone che amano il loro lavoro, altre che lo detestano: nel caso delle educatrici, quello che è detestato è il bambino. Ogni tanto bisogna mettere le videocamere per scoprire bambini picchiati o umiliati. La madre lavoratrice deve occuparsi del lavoro e quando alla sera torna a casa stanca e nervosa deve occuparsi del bambino, che alla sera, dopo ore e ore con estranee, è stanco e nervoso. Il peso è micidiale.
Le donne non mettono più al mondo figli. Il femminismo misandrico è stato creato per abbattere la natalità. Quando il bambino è malato, la mamma non può stare con lui. La presenza della madre fabbrica endorfine che potenziano il sistema immunitario. La sua assenza fabbrica cortisolo, ormone da stress che abbatte il sistema immunitario. Per poter essere affidato alle estranee del nido, il bambino deve essere sottoposto a un esavalente che in molte altre nazioni è vietato. Il 70% delle morti improvvise in culla avviene nella settimana successiva all’iniezione dell’esavalente. Perché le madri possano serenamente lavorare è stato creato il latte in polvere, pessimo prodotto che sostituisce il cibo perfetto dal punto di vista nutrizionale e immunologico che è il latte materno. È statisticamente dimostrata la differenza cognitiva e la migliore salute dei bambini allattati al seno. Dopo i tre anni un bambino potrebbe restarsene benissimo a casa sua; se proprio lo si vuole mandare all’asilo, sarebbe meglio non superare le due ore al giorno. Quando ha sei anni, il bambino dovrebbe andare in una scuola quattro ore, dalle 8.30 alle 12.30. Se la classe è fatta da bambini in maggioranza sereni e tutti della stessa madrelingua, come negli anni Cinquanta, quattro ore sono sufficienti.
Il bambino, messo sotto stress dalla mancanza cronica della madre, consegnato allo Stato per un numero spaventoso di ore, diventa un perfetto recipiente per la propaganda.
Le femministe hanno conquistato il diritto al lavoro. Il lavoro è una maledizione biblica. Anche l’aborto è una maledizione biblica e pure di quello hanno conquistato il diritto. Nella Cappella Sistina, Michelangelo ha rappresentato il momento in cui il serpente corrompe Eva con la mela: il serpente ha un volto di donna. Un’ intuizione geniale. Le donne hanno meno testosterone: questo le rende più accoglienti, permette la maternità, ma le rende meno capaci di battersi. Noi siamo meno capaci di combattere, cediamo più facilmente alla propaganda. Il vittimismo isterico del femminismo misandrico è stata la tentazione con cui le donne hanno annientato la invincibile civiltà giudaico-cristiana. Abbiamo ancora una generazione, forse una e mezza. Creperemo di denatalità e scemenze: tra due generazioni al massimo saremo una repubblica islamica. Il potere è stato tolto al pater familias, che era sporco brutto e cattivo, ma era comunque uno cui di quella donna e quei bambini importava, ed è stato consegnato allo Stato, una macchina burocratica cieca e stolida. Lo Stato decide quanti vaccini un bambino deve fare, mentre gli Ordini dei medici applicano la legge Lorenzin radiando tutti coloro che si permettono di parlare della criticità di questi farmaci. Lo Stato decide cosa un bambino deve mangiare: le orrende mense scolastiche dove si mangia pessimo cibo statale sono obbligatorie. Digitate su Google le parole mensa scolastica e tossinfezioni alimentari e troverete dati interessanti. I dati che mancano sono i danni su danni sul lungo periodo degli oli di bassa qualità, della conserva di pomodoro comprata dove costava meno (spesso sono pomodori coltivati in Cina con fertilizzanti pessimi). Lo Stato decide come il bambino deve vivere e se la famiglia si permette di farlo vivere felice in un bosco, lo Stato interviene. Lo Stato decide cosa il bambino deve pensare, perché l’etica gliela insegnano i docenti, quasi sempre femmine, che sono impiegati statali che eseguono gli ordini, le circolari, fanno corsi di aggiornamento Lgbt e hanno criminalizzato i ragazzi non vaccinati per il Covid.
Grazie al femminismo misandrico, in Italia, la disparità tra padre e madre è clamorosa: i padri sono esseri inferiori. La donna ha potere di vita e morte sul concepito, un potere osceno e criminale. Si considera criminale un padre che ha picchiato suo figlio, ma non si considera criminale una donna che ha fatto macellare il suo bambino nel suo ventre. Il potere che ha creato il femminismo misandrico vuole gli aborti, li adora. Se hai abbandonato il cane sei un bastando, se hai fatto uccidere tuo figlio nel tuo ventre sei un’eroina della libertà. Per far uccidere il bambino nel suo ventre, la donna ha bisogno di un medico, che diventa quindi un medico che sopprime vite umane. Il feto è vivo ed è umano. Chi lo sopprime, sta sopprimendo vite umane. Se la donna vuole abortire, il padre non può opporsi. La donna può abortire, ma il padre non può rifiutarsi di pagare gli alimenti, deve assumersi la responsabilità economica fino alla maggiore età (e spesso oltre), eredità garantita al figlio, un terzo del patrimonio che deve essere accantonato. La donna può rendere suo figlio orfano di padre: può partorirlo, disconoscerlo e impedire che il padre lo riconosca. Il padre, per riconoscere il figlio, deve arruolare uno o più avvocati, pagarli e imbarcarsi in una guerra giudiziaria lunga e dall’esito incerto. Mentre le donne sono normalmente aggredite da immigrati islamici, l’invasione che sostituisce il deficit demografico dei bambini abortiti, al punto che non si possono più fare manifestazioni in piazza come quelle di Capodanno, quando l’uomo è bianco e occidentale, la parola della donna in tribunale vale più di quella dell’uomo.
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Roberto Speranza (Ansa)
Sull’edizione del 7 marzo del 2023, Francesco Borgonovo riportava un eloquente scambio di messaggi tra l’allora presidente dell’Iss, Silvio Brusaferro, e il ministro Roberto Speranza, che si esprimeva così: «Dobbiamo chiudere le scuole. Ne sono sempre più convinto». Ma il giorno seguente Brusaferro notava: «Per chiusura scuola Cts critico». E il ministro incalzava: «Così ci mandate a sbattere». Dopo una serie di ulteriori scambi, Brusaferro cedeva: «Va bene. Domani bisognerà pensare a illustrare come il parere riporti principi ed elementi di letteratura e modellistica lasciando al Consiglio dei ministri le scelte». Tradotto: prima si prendeva la decisione, poi si trovava l’appiglio «scientifico».
L’audizione di Miozzo appare indubitabilmente sincera. L’esperto sottolinea il contesto emergenziale in cui agivano i commissari, mettendo in guardia dai «Soloni del senno di poi». Parla del Cts come punto di riferimento «mitologico», «di fatto chiamato a rispondere a qualsiasi tipo di richiesta e necessità» che «di sanitario avevano ben poco: la distanza tra i tavoli nei ristoranti, il numero di passeggeri all’interno di un autobus, la distanza tra i banchi di scuola». «Che ci azzeccavo io, medico esperto di emergenze internazionali, con la distanza degli ombrelloni al mare?», osserva. «Eppure dovevamo dare un’indicazione, che alla fine, in un modo o nell’altro, veniva fuori con l’intelligenza, con il buonsenso, con la lettura che di volta in volta si faceva del contesto nazionale e internazionale». Dato il vuoto decisionale, in buona sostanza, il Cts si è dovuto far carico di una serie di questioni lontane dalla sua competenza. E sbaglia, spiega Miozzo, chi ci ha visto un «generatore di norme, di leggi, di indirizzi e di potere decisionale, cosa che assolutamente non ha mai avuto»: «Quello che il Comitato elaborava come indicazioni tecnico-scientifiche era offerto al governo, che lo doveva tradurre in atti normativi». L’equivoco si verificò solo perché alcuni passaggi venivano copiati tali e quali nelle leggi.
Miozzo ribadisce a più riprese che il Cts forniva solo pareri sulla base di assunti scientifici necessariamente - visto il contesto - in divenire. La dinamica, però, appare chiaramente invertita: se un organo subisce pressioni politiche (fatto testimoniato sopra) e viene interpellato su questioni che esulano dalle proprie competenze, è perché esso viene usato per sottrarre decisioni politiche al dibattito democratico. Una strategia che non riguarda solo il Covid: in pandemia ha conosciuto il suo culmine, ma è iniziata ben prima e proseguita ben dopo: l’ideologia green ne è una dimostrazione plastica. E anche il prezzo di queste scelte scellerate, per usare le parole di Miozzo, lo abbiamo pagato e lo pagheremo ancora in futuro. Se si parla tanto di Covid, in fondo, è puramente per una questione di metodo.
Miozzo avanza almeno un’altra considerazione degna di nota quando spiega che il piano pandemico del 2006 era una «lettera morta negli archivi della nostra amministrazione». Nessuno lo conosceva, «non era mai stata fatta un’esercitazione e non era stato fatto l’acquisto di beni di pronto soccorso e di Dpi. Non c’era nulla». Una responsabilità che imputa ai ministri precedenti e non a Speranza. Ai fini del buon funzionamento della democrazia, è fondamentale stabilire le responsabilità: a tagliare i fondi alla sanità per un decennio, in nome di una presunta austerità espansiva richiesta dall’«Europa», sono stati governi sostenuti dalla sinistra che oggi bercia contro l’attuale esecutivo. Lo dicono i dati, lo raccontano le condizioni in cui ci siamo trovati ad affrontare la pandemia. Almeno e limitatamente all’impreparazione del piano pandemico, possiamo anche assolvere Speranza. Ma non possiamo assolvere il Partito democratico dall’aver ucciso la sanità italiana.
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A mettere nero su bianco qualche dato in grado di smontare le ultime illusioni sui vantaggi del motore a batteria, è l’Adiconsum che periodicamente fa un report sull’andamento delle tariffe di ricarica. Lo stato dell’infrastruttura è ancora carente. I punti di ricarica sono 70.272 di cui un 10% non è attivo. La maggioranza dei punti (53.000) è in corrente alternata (Ac) con potenza inferiore a 50 Kw mentre le ricariche ultra veloci sono meno di 5.000. Intraprendere un percorso in autostrada è da temerari: la copertura delle aree di servizio è ancora al 48% e ci sono solo 1.274 punti. Essere a secco di elettricità e beccare un paio di stazioni di servizio sprovviste di colonnine apre scenari da incubo. Quindi, nella pianificazione di un percorso, bisognerebbe anche avere contezza della distribuzione delle ricariche.
Ma veniamo ai costi. Il prezzo unico nazionale a novembre scorso era pari a 0,117 euro il Kwh, in aumento del 5% rispetto a ottobre 2025. I prezzi medi alla colonnina sono per la Ac (lenta e accelerata) di 0,63 euro al Kwh (in aumento di 1 centesimo rispetto a ottobre), per la veloce (Dc) di 0,75 euro /Kwh (+1 centesimo rispetto a ottobre) e per la ultra veloce (Hpc) di 0,76 euro/kwh (stazionario). Per le tariffe medie massime si arriva a 0,83 per ricariche Ac, 0,82 per la Dc e 1,01 per Hpc.
Il report di Adiconsum fa un confronto con i carburanti fossili e evidenza che la parità di costo con benzina e diesel si attesta mediamente tra 0,60 e 0,65 euro/kwh. Ma molte tariffe medie attuali, superano questa soglia di convenienza.
Inoltre esistono forti divergenze tra i prezzi minimi e massimi che nella ricarica ultra veloce possono arrivare fino a 1,01 euro /Kwh. L’associazione dei consumatori segnala tra le tariffe più convenienti per la Ac, Emobility (0,25 euro/Kwh) per la Dc, Evdc in roaming su Enel X Way (0,45 euro/Kwh) e per l’alta potenza, la Tesla Supercharger (0,32 euro/Kwh). La conclusione del report è che c’è un rincaro, anche se lieve delle ricariche più diffuse ovvero Ac e Dc e il consiglio dell’Adiconsum, è che a fronte dell’alta variabilità dei prezzi è fondamentale utilizzare le app dedicate per verificare quale operatore offre il prezzo più basso sulla singola colonnina.
Questo vuol dire che mentre all’estero, come ad esempio in Germania, si fa il pieno utilizzando semplicemente il bancomat o la carta di credito, come al self service dei distributori, in Italia bisogna scaricare una infinità di app, a seconda del fornitore o del gestore, con la complicazione delle informazioni di pagamento e della registrazione. Chi ha la ventura (o sventura) di aver scelto una full electric, deve fare la gimcana tra le varie app, studiando con la comparazione, la soluzione più vantaggiosa. Un bello stress.
Secondo i dati più recenti di Eurostat e Switcher.ie, mentre la media europea per un pieno si attesta intorno a 14 euro, in Italia la spesa media sale a circa 20,30 euro. Nel nostro Paese, come detto prima, la media di ricarica Ac è di 0,63 euro /Kwh, in Francia e Spagna si scende sotto gli 0,45-0,50 euro /Kwh. La ricarica ultra rapida che nelle nostre colonnine è di media 0,76 euro/Kwh con picchi sopra 1 euro, in Francia si mantiene mediamente intorno a 0,60 euro/Kwh. Il costo dell’energia all’ingrosso in Italia è tra i più alti d’Europa, inoltra l’Iva e le accise sull’energia elettrica ad uso di ricarica pubblica sono meno agevolate rispetto alla Francia dove l’Iva è al 5,5%. Inoltre l’Italia non prevede riduzioni degli oneri di sistema per le infrastrutture ad alta potenza.
C’è un altro elemento di divergenza tra l’Italia e il resto dell’Europa che non incentiva l’acquisto di un’auto elettrica, ed è la metodologia del pagamento. Il nostro Paese è il regno delle app e degli abbonamenti. La ricarica «spontanea» (senza registrazione) è rara e spesso molto costosa. In paesi come Olanda, Danimarca e Germania, il pieno è gestito più come un servizio di pubblica utilità «al volo». Con il regolamento europeo Afir, nel 2025 è diventato obbligatorio per le nuove colonnine fast permettere il pagamento con carta di credito/debito tramite Pos. In Nord Europa questa pratica è già la norma, riducendo la necessità di avere dieci app diverse sul telefono. Inoltre in Paesi tecnologicamente avanzati (Norvegia, Germania), è molto diffuso il sistema Plug & Charge: colleghi il cavo e l’auto comunica direttamente con la colonnina per il pagamento, senza bisogno di tessere o smartphone. In Italia, questa tecnologia è limitata quasi esclusivamente alla rete Tesla.
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