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2023-08-01
A Niamey non solo oro giallo e nero ma anche l’uranio per il nucleare
Il recente golpe militare in Niger, scoppiato lo scorso 27 luglio, ha acceso i riflettori dell’Occidente su un Paese di cui si parla poco ma che è cruciale per gli equilibri del Continente. Il motivo è presto detto. Il Paese, rovesciato dal generale Abdourahamane Tchiani, è ricco di oro, uranio e petrolio. In particolare, il Paese africano è ricco del metallo radioattivo che serve ad alimentare le centrali nucleari francesi, senza considerare che sotto il suolo di Niamey e dintorni giace il 7% dell’uranio mondiale. Per intenderci, secondo la World integrated trade solution, il Paese africano esporta questo materiale per 284 milioni di dollari l’anno. Solo l’oro, primo in classifica quanto a materie prime disponibili in Niger, batte il materiale radioattivo tanto caro a Emmanuel Macron, con un commercio che vale circa 622 milioni di dollari l’anno (dati aggiornati al 2021). In terza posizione quanto a materie prime energetiche che fanno gola all’Occidente c’è il petrolio, materia prima esportata per 182 milioni di dollari l’anno. Si capisce, dunque, perché la crisi nigerina spaventi l’Occidente. Non a caso il primo mercato per il Niger è proprio la Francia (212 milioni di dollari di scambi), seguito a distanza dal Mali (108), dal Burkina Faso (78) e dal Canada (55 milioni di biglietti verdi l’anno).
«L’impatto del Colpo di stato in Niger sulle questioni energetiche sarà importante», spiega alla Verità Antonella Napoli, esperta della regione del Sahel (la fascia di territorio dell’Africa subsahariana estesa tra il deserto del Sahara a Nord, la savana sudanese a Sud, l’oceano Atlantico a Ovest e il Mar Rosso a Est), dove ha trascorso lunghi periodi, e direttore responsabile della rivista specializzata Focus on Africa. «Basti pensare che poco più di un mese fa il gigante nucleare francese Orano aveva raggiunto un accordo per estendere fino al 2040 lo sfruttamento dei giacimenti di uranio su una delle più estese miniere del prezioso minerale dell’Africa occidentale. Tra l’altro, una delle poche ancora in attività nel Nord del Paese africano», ricorda. «Prima del golpe anche altri competitor in tema di approvvigionamenti energetici, tra cui Russia e Stati Uniti, avevano avuto contatti con il ministro nigerino delle Miniere, Hadiza Ousseini, con la quale l’amministratore delegato di Orano Mining, Nicolas Maes, aveva già sottoscritto un protocollo di intesa per un accordo di partenariato globale che prevedeva, appunto, il prolungamento della collaborazione franco-nigerina addirittura fino al 2040», dice. In più, la francese «Orano si era impegnata a versare circa 39 miliardi di euro in settori “prioritari” in Niger, inclusa l’istruzione, a fronte di un impegno più esclusivo del governo nigerino per la gestione delle risorse nazionali (uranio, petrolio e oro)», conclude Napoli.
La situazione è insomma incandescente. Ieri i golpisti hanno vietato l’esportazione di oro e di uranio verso la Francia. Un duro colpo per Parigi, visto che oltre il 50% dell’uranio estratto nel Paese viene utilizzato per alimentare le centrali nucleari in Francia. Inoltre, il 24% dell’uranio importato dall’Unione europea proviene dal Niger. Ecco spiegato come mai la Francia e l’Ue appoggiano il governo democraticamente eletto del presidente Mohamed Bazoum.
«Eventuali problemi sul fronte dell’approvvigionamento di uranio in Europa potrebbero avere effetti anche in Italia, che dipende per circa il 5% del suo fabbisogno da Parigi», spiega Gianclaudio Torlizzi, fondatore di T-Commodity, società di consulenza specializzata in commodities e cambi valutari. «Da monitorare anche le forniture da Slovenia, Svizzera e Austria generate anch’esse da fonte nucleare. Tale dinamica potrebbe tradursi in un aumento degli acquisti di gas naturale a forma di compensazione. E non solo in un amento del prezzo dell’energia, ma nell’ampliamento dello spread già intorno ai 50 euro a Megawattora tra Italia-Francia-Germania nei confronti di Spagna e Portogallo, che, grazie all’isolamento geografico rispetto al resto d’Europa, riescono ad applicare il price cap».
Inoltre, il Niger è il settimo produttore mondiale di uranio secondo la World nuclear association, nonché quello che ha minerali di uranio di più alta qualità nel Continente, con una produzione di 2.248 tonnellate nel 2021. I maggiori produttori mondiali sono Kazakistan, Namibia, Canada, Australia, Uzbekistan e Russia. «Qualora riuscisse a ottenere il controllo della produzione in Niger, Mosca arriverebbe dunque a controllare potenzialmente il 10,1% della produzione mondiale», conclude Torlizzi.
Il Niger è anche un produttore di olio di palma (15 milioni di dollari di scambi l’anno) e di cipolle e scalogno (14,1 milioni). Non si tratta, certo, di numeri da capogiro, ma anche questi dati contribuiscono a rendere il Paese africano uno Stato la cui economia era in via di stabilizzazione, nel panorama africano. Ora, però, la crisi politica del Paese potrebbe cambiarne le carte in tavola favorendo l’economia russa e creando un ostacolo in più per quella europea.
Niger, ex ministri arrestati dai golpisti Ue: «Reagiremo»
A ormai una settimana dal colpo di Stato resta tesissima la situazione in Niger, dove secondo il Partito nigerino per la democrazia e il socialismo (Pnds), quello del deposto presidente Mohamed Bazoum, quattro ministri e un ex ministro sono stati arrestati dai golpisti. Tra loro ci sono il ministro del Petrolio e il ministro delle Miniere, entrambi accusati di malversazioni. Il Pnds ha chiesto «il rilascio immediato dei ministri arrestati e sequestrati ingiustamente», ma i golpisti non hanno certo dato seguito alla richiesta.
Nonostante la situazione a dir poco confusa, ieri Mohamed Bazoum è apparso sorridente e in buona salute, in una fotografia con il presidente del vicino Ciad, Mahamat Idriss Déby, che l’ha pubblicata sul suo profilo Facebook. Deby ha spiegato di essersi recato in Niger «per esplorare tutte le strade e trovare una soluzione pacifica alla crisi». Ma di che soluzione si tratta? Secondo alcune indiscrezioni che abbiamo raccolto all’interno di un servizio segreto dell’Ue, ai golpisti sarebbe stata proposta una sorta di coabitazione nella quale i militari golpisti si ritirerebbero ma non verrebbero perseguiti, a patto però che interrompano le loro attività contro Bazoum, attualmente detenuto nella residenza presidenziale, ma soprattutto che cessino di intrattenere rapporti con la compagnia militare privata russa Wagner. Le stesse fonti riferiscono che i golpisti prima di accettare qualsiasi proposta vogliono capire se l’intervento armato evocato dalla Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale (Ecowas), che scadrà il prossimo 7 agosto, potrebbe palesarsi per davvero, magari con il supporto logistico francese.
Inoltre il nuovo uomo forte del Niger, il generale Abdourahamane Tchiani, sta cercando di capire fino a che punto la Russia, che fino a oggi ha fomentato la rivolta - così come ha fatto in Mali e Burkina Faso - verrebbe in loro soccorso. Anche qui capire cosa potrebbe accadere è a dir poco arduo per la Russia: attraverso il portavoce di Vladimir Putin, Dmitri Peskov, almeno formalmente si è detta «gravemente preoccupata per la situazione e favorevole al rapido ripristino dello stato di diritto in Niger e alla moderazione di tutte le parti in modo che non ci siano vittime». Nemmeno il tempo di registrare le parole di Peskov, che Alexander Ivanov, portavoce del Gruppo Wagner nella Repubblica Centrafricana (Car), che è anche il capo dell’Unione degli ufficiali russi per la sicurezza internazionale, sul canale Telegram dei mercenari russi ha affermato: «Oggi ho avuto diverse conversazioni importanti. le agenzie d’intelligence in tutta l’Africa stanno lanciando l’allarme che la Francia sta pianificando di lanciare un’operazione militare insidiosa contro il Niger, nonché attacchi aerei su quel Paese per distruggere i dissidenti». Poi dopo essersi scagliato contro l’ex presidente, definito «un burattino dei francesi», si è rivolto direttamente alla Francia: «Chiedo ai militari francesi di non eseguire ordini criminali e di non colpire i dissidenti pacifici e di lasciare che il popolo del Niger e i militari fedeli al popolo decidano il proprio destino. Il Niger è in grado di garantire la sua sicurezza e il suo sviluppo, ma questo sarà possibile quando il mondo capirà che la Francia continua a ingannare e terrorizzare i Paesi a cui ha formalmente concesso l’indipendenza!». Se non è la firma apposta al golpe di sette giorni fa poco ci manca. Ma si tratta di dichiarazioni che potrebbero avvicinare l’intervento armato dei Paesi dell’Ecowas che potranno contare su solidi appoggi.
E quali? Innanzitutto quello di Parigi, che ieri ha annunciato «l’adozione di misure di rafforzamento della sicurezza della nostra ambasciata a Niamey», ricordando «gli obblighi che incombono a tutti in materia di protezione dei siti e del personale diplomatico, come anche dei residenti stranieri». Poi l’affondo: «La Francia plaude alle decisioni assunte dai capi di Stato dell’Ecowas, che chiedono il ritorno immediato all’ordine costituzionale in Niger, insieme al presidente Mohamed Bazoum, eletto dai nigerini e appoggia le sanzioni economiche e finanziarie».
Della crisi in Niger ha parlato anche l’Alto rappresentante Ue, Josep Borrell, che su Twitter ha espresso la posizione di Bruxelles, che «sostiene tutte le misure adottate da Ecowas come reazione al colpo di Stato avvenuto in Niger e le appoggerà rapidamente e con decisione». Anche il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha parlato della decisione dell’Ecowas: «L’Ue e il Niger condividono profondi legami sviluppatisi nel corso dei decenni. L’attacco inaccettabile al governo democraticamente eletto mette a rischio questi legami. Sostengo le decisioni dell’Ecowas e il suo ruolo attivo per un rapido ritorno del presidente Bazoum».
Diverso l’approccio del governo italiano. «Il compito occidentale non è buttare benzina, ma buttare acqua sul fuoco. Di tutto c’è bisogno tranne che di un’altra guerra che coinvolga più nazioni», ha dichiarato senza mezzi termini il ministro della Difesa, Guido Crosetto. Non solo, «un intervento fatto da europei bianchi per risolvere una cosa interna rischierebbe di avere effetti deflagranti. Si cammina sulle uova. Va bene mantenere i contingenti europei, ma è il momento di ragionare. È un colpo di Stato anomalo, secondo me è recuperabile senza interventi troppo duri». Il rischio altrimenti, secondo il ministro, è «di fare i cowboy nel saloon e in quella parte dell’Africa non possiamo permetterci altri terremoti».
Mentre scriviamo è arrivato un nuovo colpo di scena: Peskov ha affermato che «la Russia è preoccupata per la situazione in Niger, noi non condividiamo la linea di Wagner, non va posta sulla stessa linea la posizione di Mosca con quella del leader del gruppo Wagner, Evgenij Prigozhin». Chi dice la verità? Peskov o Prigozhin, che sempre su Telegram ha detto di essere pronto a inviare 1.000 soldati in Niger? A breve (forse) sapremo.
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Il Niger piombato nel caos è ricco del metallo che alimenta le centrali francesi. Parigi è il primo mercato, ma la crisi può contagiare a cascata pure Roma. Mentre la Russia è pronta ad approfittarne. Il presidente del Ciad pubblica una foto con il leader deposto. Guido Crosetto: «L’intervento di bianchi europei sarebbe un disastro». Lo speciale contiene due articoli. Il recente golpe militare in Niger, scoppiato lo scorso 27 luglio, ha acceso i riflettori dell’Occidente su un Paese di cui si parla poco ma che è cruciale per gli equilibri del Continente. Il motivo è presto detto. Il Paese, rovesciato dal generale Abdourahamane Tchiani, è ricco di oro, uranio e petrolio. In particolare, il Paese africano è ricco del metallo radioattivo che serve ad alimentare le centrali nucleari francesi, senza considerare che sotto il suolo di Niamey e dintorni giace il 7% dell’uranio mondiale. Per intenderci, secondo la World integrated trade solution, il Paese africano esporta questo materiale per 284 milioni di dollari l’anno. Solo l’oro, primo in classifica quanto a materie prime disponibili in Niger, batte il materiale radioattivo tanto caro a Emmanuel Macron, con un commercio che vale circa 622 milioni di dollari l’anno (dati aggiornati al 2021). In terza posizione quanto a materie prime energetiche che fanno gola all’Occidente c’è il petrolio, materia prima esportata per 182 milioni di dollari l’anno. Si capisce, dunque, perché la crisi nigerina spaventi l’Occidente. Non a caso il primo mercato per il Niger è proprio la Francia (212 milioni di dollari di scambi), seguito a distanza dal Mali (108), dal Burkina Faso (78) e dal Canada (55 milioni di biglietti verdi l’anno). «L’impatto del Colpo di stato in Niger sulle questioni energetiche sarà importante», spiega alla Verità Antonella Napoli, esperta della regione del Sahel (la fascia di territorio dell’Africa subsahariana estesa tra il deserto del Sahara a Nord, la savana sudanese a Sud, l’oceano Atlantico a Ovest e il Mar Rosso a Est), dove ha trascorso lunghi periodi, e direttore responsabile della rivista specializzata Focus on Africa. «Basti pensare che poco più di un mese fa il gigante nucleare francese Orano aveva raggiunto un accordo per estendere fino al 2040 lo sfruttamento dei giacimenti di uranio su una delle più estese miniere del prezioso minerale dell’Africa occidentale. Tra l’altro, una delle poche ancora in attività nel Nord del Paese africano», ricorda. «Prima del golpe anche altri competitor in tema di approvvigionamenti energetici, tra cui Russia e Stati Uniti, avevano avuto contatti con il ministro nigerino delle Miniere, Hadiza Ousseini, con la quale l’amministratore delegato di Orano Mining, Nicolas Maes, aveva già sottoscritto un protocollo di intesa per un accordo di partenariato globale che prevedeva, appunto, il prolungamento della collaborazione franco-nigerina addirittura fino al 2040», dice. In più, la francese «Orano si era impegnata a versare circa 39 miliardi di euro in settori “prioritari” in Niger, inclusa l’istruzione, a fronte di un impegno più esclusivo del governo nigerino per la gestione delle risorse nazionali (uranio, petrolio e oro)», conclude Napoli. La situazione è insomma incandescente. Ieri i golpisti hanno vietato l’esportazione di oro e di uranio verso la Francia. Un duro colpo per Parigi, visto che oltre il 50% dell’uranio estratto nel Paese viene utilizzato per alimentare le centrali nucleari in Francia. Inoltre, il 24% dell’uranio importato dall’Unione europea proviene dal Niger. Ecco spiegato come mai la Francia e l’Ue appoggiano il governo democraticamente eletto del presidente Mohamed Bazoum. «Eventuali problemi sul fronte dell’approvvigionamento di uranio in Europa potrebbero avere effetti anche in Italia, che dipende per circa il 5% del suo fabbisogno da Parigi», spiega Gianclaudio Torlizzi, fondatore di T-Commodity, società di consulenza specializzata in commodities e cambi valutari. «Da monitorare anche le forniture da Slovenia, Svizzera e Austria generate anch’esse da fonte nucleare. Tale dinamica potrebbe tradursi in un aumento degli acquisti di gas naturale a forma di compensazione. E non solo in un amento del prezzo dell’energia, ma nell’ampliamento dello spread già intorno ai 50 euro a Megawattora tra Italia-Francia-Germania nei confronti di Spagna e Portogallo, che, grazie all’isolamento geografico rispetto al resto d’Europa, riescono ad applicare il price cap». Inoltre, il Niger è il settimo produttore mondiale di uranio secondo la World nuclear association, nonché quello che ha minerali di uranio di più alta qualità nel Continente, con una produzione di 2.248 tonnellate nel 2021. I maggiori produttori mondiali sono Kazakistan, Namibia, Canada, Australia, Uzbekistan e Russia. «Qualora riuscisse a ottenere il controllo della produzione in Niger, Mosca arriverebbe dunque a controllare potenzialmente il 10,1% della produzione mondiale», conclude Torlizzi. Il Niger è anche un produttore di olio di palma (15 milioni di dollari di scambi l’anno) e di cipolle e scalogno (14,1 milioni). Non si tratta, certo, di numeri da capogiro, ma anche questi dati contribuiscono a rendere il Paese africano uno Stato la cui economia era in via di stabilizzazione, nel panorama africano. Ora, però, la crisi politica del Paese potrebbe cambiarne le carte in tavola favorendo l’economia russa e creando un ostacolo in più per quella europea. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/niamey-non-solo-oro-giallo-2662665773.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="niger-ex-ministri-arrestati-dai-golpisti-ue-reagiremo" data-post-id="2662665773" data-published-at="1690873148" data-use-pagination="False"> Niger, ex ministri arrestati dai golpisti Ue: «Reagiremo» A ormai una settimana dal colpo di Stato resta tesissima la situazione in Niger, dove secondo il Partito nigerino per la democrazia e il socialismo (Pnds), quello del deposto presidente Mohamed Bazoum, quattro ministri e un ex ministro sono stati arrestati dai golpisti. Tra loro ci sono il ministro del Petrolio e il ministro delle Miniere, entrambi accusati di malversazioni. Il Pnds ha chiesto «il rilascio immediato dei ministri arrestati e sequestrati ingiustamente», ma i golpisti non hanno certo dato seguito alla richiesta. Nonostante la situazione a dir poco confusa, ieri Mohamed Bazoum è apparso sorridente e in buona salute, in una fotografia con il presidente del vicino Ciad, Mahamat Idriss Déby, che l’ha pubblicata sul suo profilo Facebook. Deby ha spiegato di essersi recato in Niger «per esplorare tutte le strade e trovare una soluzione pacifica alla crisi». Ma di che soluzione si tratta? Secondo alcune indiscrezioni che abbiamo raccolto all’interno di un servizio segreto dell’Ue, ai golpisti sarebbe stata proposta una sorta di coabitazione nella quale i militari golpisti si ritirerebbero ma non verrebbero perseguiti, a patto però che interrompano le loro attività contro Bazoum, attualmente detenuto nella residenza presidenziale, ma soprattutto che cessino di intrattenere rapporti con la compagnia militare privata russa Wagner. Le stesse fonti riferiscono che i golpisti prima di accettare qualsiasi proposta vogliono capire se l’intervento armato evocato dalla Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale (Ecowas), che scadrà il prossimo 7 agosto, potrebbe palesarsi per davvero, magari con il supporto logistico francese. Inoltre il nuovo uomo forte del Niger, il generale Abdourahamane Tchiani, sta cercando di capire fino a che punto la Russia, che fino a oggi ha fomentato la rivolta - così come ha fatto in Mali e Burkina Faso - verrebbe in loro soccorso. Anche qui capire cosa potrebbe accadere è a dir poco arduo per la Russia: attraverso il portavoce di Vladimir Putin, Dmitri Peskov, almeno formalmente si è detta «gravemente preoccupata per la situazione e favorevole al rapido ripristino dello stato di diritto in Niger e alla moderazione di tutte le parti in modo che non ci siano vittime». Nemmeno il tempo di registrare le parole di Peskov, che Alexander Ivanov, portavoce del Gruppo Wagner nella Repubblica Centrafricana (Car), che è anche il capo dell’Unione degli ufficiali russi per la sicurezza internazionale, sul canale Telegram dei mercenari russi ha affermato: «Oggi ho avuto diverse conversazioni importanti. le agenzie d’intelligence in tutta l’Africa stanno lanciando l’allarme che la Francia sta pianificando di lanciare un’operazione militare insidiosa contro il Niger, nonché attacchi aerei su quel Paese per distruggere i dissidenti». Poi dopo essersi scagliato contro l’ex presidente, definito «un burattino dei francesi», si è rivolto direttamente alla Francia: «Chiedo ai militari francesi di non eseguire ordini criminali e di non colpire i dissidenti pacifici e di lasciare che il popolo del Niger e i militari fedeli al popolo decidano il proprio destino. Il Niger è in grado di garantire la sua sicurezza e il suo sviluppo, ma questo sarà possibile quando il mondo capirà che la Francia continua a ingannare e terrorizzare i Paesi a cui ha formalmente concesso l’indipendenza!». Se non è la firma apposta al golpe di sette giorni fa poco ci manca. Ma si tratta di dichiarazioni che potrebbero avvicinare l’intervento armato dei Paesi dell’Ecowas che potranno contare su solidi appoggi. E quali? Innanzitutto quello di Parigi, che ieri ha annunciato «l’adozione di misure di rafforzamento della sicurezza della nostra ambasciata a Niamey», ricordando «gli obblighi che incombono a tutti in materia di protezione dei siti e del personale diplomatico, come anche dei residenti stranieri». Poi l’affondo: «La Francia plaude alle decisioni assunte dai capi di Stato dell’Ecowas, che chiedono il ritorno immediato all’ordine costituzionale in Niger, insieme al presidente Mohamed Bazoum, eletto dai nigerini e appoggia le sanzioni economiche e finanziarie». Della crisi in Niger ha parlato anche l’Alto rappresentante Ue, Josep Borrell, che su Twitter ha espresso la posizione di Bruxelles, che «sostiene tutte le misure adottate da Ecowas come reazione al colpo di Stato avvenuto in Niger e le appoggerà rapidamente e con decisione». Anche il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha parlato della decisione dell’Ecowas: «L’Ue e il Niger condividono profondi legami sviluppatisi nel corso dei decenni. L’attacco inaccettabile al governo democraticamente eletto mette a rischio questi legami. Sostengo le decisioni dell’Ecowas e il suo ruolo attivo per un rapido ritorno del presidente Bazoum». Diverso l’approccio del governo italiano. «Il compito occidentale non è buttare benzina, ma buttare acqua sul fuoco. Di tutto c’è bisogno tranne che di un’altra guerra che coinvolga più nazioni», ha dichiarato senza mezzi termini il ministro della Difesa, Guido Crosetto. Non solo, «un intervento fatto da europei bianchi per risolvere una cosa interna rischierebbe di avere effetti deflagranti. Si cammina sulle uova. Va bene mantenere i contingenti europei, ma è il momento di ragionare. È un colpo di Stato anomalo, secondo me è recuperabile senza interventi troppo duri». Il rischio altrimenti, secondo il ministro, è «di fare i cowboy nel saloon e in quella parte dell’Africa non possiamo permetterci altri terremoti». Mentre scriviamo è arrivato un nuovo colpo di scena: Peskov ha affermato che «la Russia è preoccupata per la situazione in Niger, noi non condividiamo la linea di Wagner, non va posta sulla stessa linea la posizione di Mosca con quella del leader del gruppo Wagner, Evgenij Prigozhin». Chi dice la verità? Peskov o Prigozhin, che sempre su Telegram ha detto di essere pronto a inviare 1.000 soldati in Niger? A breve (forse) sapremo.
Il neopresidente colombiano Abelardo de la Espriella (Getty Images)
Abelardo de la Espriella è il nuovo presidente della Repubblica di Colombia. L’esponente della destra ha vinto al ballottaggio contro Ivan Cepeda, il filosofo marxista sostenuto dal presidente uscente Gustavo Pedro. «El Tigre», questo il soprannome del nuovo presidente, ha festeggiato dalla città di Barranquilla parlando dell’inizio di una nuova era. L’amministrazione precedente era stata la prima di sinistra della storia colombiana e aveva totalmente fallito il cosiddetto piano di riconciliazione nazionale, concedendo il perdono a guerriglieri comunisti e a narcotrafficanti in cambio di una presunta pacificazione.
Oggi Bogotá si trova in una situazione peggiore rispetto a cinque anni fa e lo scioglimento dei gruppi insurrezionalisti ha funzionato soltanto sulla carta, perché sono rinati ricostituendosi con nomi diversi, ma sempre armati e pericolosi. De la Espriella ha basato il suo programma su una lotta dura contro terroristi e narcotrafficanti, senza nessuna possibilità di accordo ed ha pubblicamente dichiarato dopo la vittoria che «perseguiterà senza sosta i criminali, nel rispetto della Costituzione e delle leggi della Repubblica». Stando ai risultati preliminari il candidato della destra avrebbe vinto con il 49,7% dei voti, contro il 48,7% di Cepeda, ma la sinistra ha chiesto il riconteggio di 33mila verbali e il Ministero dell’Interno ha raccolto circa 3mila denunce. Proprio i movimenti e i partiti di sinistra hanno invitato le persone a scendere in strada a protestare ed in molte città si contano violenti scontri con la polizia. Le manifestazioni hanno preso una piega antiamericana e a Cali, terza città più grande del paese, sono state bruciate diverse bandiere statunitensi e al momento si conta già almeno un morto. Nella capitale Bogotá, dove ha prevalso il candidato Ivan Cepeda, gruppi di persone armati di bottiglie incendiarie ed armi improvvisate ha assaltato le stazioni di polizia dei distretti di Usme e Kennedy, per poi saccheggiare negozi e centri commerciali nel quartiere La Marichuela. Le forze dell’ordine stanno conducendo operazioni nel quartiere per contenere la situazione e mantenere l'ordine pubblico. Intanto sono stati istituite alcune commissioni responsabili della revisione del lavoro svolto dagli scrutatori, anche a seguito delle denunce presentate. Altre fonti parlano invece di violenza nei seggi perpetrata da gruppi guerriglieri che avrebbero obbligato i contadini ad andare a votare per il candidato della sinistra.
Con la vittoria di De la Espriella, la Colombia vira decisamente a destra, allineandosi ad Argentina, Cile ed Ecuador ed isolando sempre di più il Brasile di Lula. I leader delle altre nazioni sudamericane si sono subito congratulati con il nuovo presidente colombiano, così come il segretario di Stato americano Marco Rubio che su X ha parlato di una futura collaborazione in materia di sicurezza e per porre fine all'immigrazione clandestina verso gli Stati Uniti. Anche Donald Trump, ha espresso la sua soddisfazione per la vittoria di De la Espriella, scrivendo sui social che ha vinto largamente. Uno dei primi messaggi di felicitazioni è arrivato dal Presidente del Consiglio Giorgia Meloni che ha scritto su X «Congratulazioni ad Abelardo de la Espriella, nuovo Presidente eletto della Repubblica di Colombia. Forte del suo già profondo rapporto personale con l’Italia, sono pronta a collaborare insieme per sviluppare ancora di più le nostre già solide relazioni bilaterali». Il nuovo uomo forte di Bogotá ha infatti un rapporto molto profondo con l’Italia, in passato ha vissuto a Firenze ed è un grande appassionato di opera lirica, che alcuni dei suoi più stretti collaboratori hanno ammesso che si diletterebbe a cantare.
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«È arrivato il giorno della verità». Maurizio Belpietro presenta così la terza edizione dell’evento in programma domani all’Acquario Romano di Roma.
Dalla geopolitica all'economia, dall'energia all'agroalimentare, fino al lavoro e all'innovazione. Saranno le grandi sfide che stanno ridefinendo il ruolo dell'Italia e dell'Occidente al centro dell'evento promosso dal quotidiano. Una giornata di confronto che vedrà alternarsi sul palco esponenti delle istituzioni, leader politici, ministri, imprenditori e manager chiamati a discutere i temi che più incidono sul presente e sul futuro del Paese.
Ad aprire i lavori, dopo i saluti del direttore Belpietro, sarà il ministro degli Esteri Antonio Tajani. L'intervista dedicata alla crisi globale affronterà i dossier internazionali più delicati, tra conflitti, diplomazia e tutela degli interessi italiani in uno scenario internazionale sempre più instabile. Subito dopo sarà la volta del presidente del Movimento Cinque Stelle Giuseppe Conte, protagonista di un confronto dedicato agli equilibri politici e alle prospettive del Paese. Il pomeriggio entrerà nel vivo con un approfondimento sul nuovo disordine mondiale e sulle sfide della sicurezza. Al centro del dibattito il rapporto tra guerre, difesa, approvvigionamenti energetici e competizione globale. È prevista l'intervista al ministro della Difesa Guido Crosetto. I temi economici saranno invece al centro dell'incontro con il ministro dell'Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti. Debito pubblico, dazi, crescita industriale e competitività del sistema produttivo saranno alcuni degli argomenti affrontati nel corso del confronto.
L'attenzione si sposterà quindi sulla trasformazione digitale e sulle infrastrutture che sostengono la crescita del Paese. Nel panel dedicato alla «Fabbrica del futuro» dialogherà con Belpietro l'amministratore delegato di Autostrade per l'Italia Arrigo Emilio Giana. Porteranno inoltre il loro contributo Georg Gufler, amministratore delegato di Doppelmayr Italia, Fulvio Giuliani, responsabile della comunicazione di Interporto Rivers, e Stefano Paggi, chief technology and operation officer di Fibercop.
Uno dei momenti centrali della giornata sarà dedicato all'agroalimentare, settore strategico per l'economia nazionale. Il ministro dell'Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste Francesco Lollobrigida sarà intervistato dal condirettore Massimo de' Manzoni, mentre Federico Vecchioni, amministratore delegato di BF Spa, offrirà il punto di vista di una delle principali realtà del comparto.
Ampio spazio sarà riservato anche al nodo energetico, considerato decisivo per il futuro dell'Europa e per la competitività del sistema industriale. Nel panel dedicato a «L'energia del potere», condotto dal vicedirettore Giuliano Zulin, interverrà Regina Corradini D'Arienzo, amministratore delegato e direttore generale di Simest. Seguiranno gli interventi di Riccardo Toto, direttore generale di Renexia, Edoardo Antonio De Luca, head of central affairs di Enel, Lorenzo Fiorillo, director technology, R&D/digital di Eni, e Marco Gay, presidente dell'Unione Industriali Torino. Sempre sul fronte energetico è prevista l'intervista al ministro dell'Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin.
La riflessione proseguirà con un focus dedicato alle infrastrutture strategiche e alla sicurezza degli approvvigionamenti. Nel panel «Le reti della sovranità» interverranno rappresentanti di alcune delle principali realtà del settore: Andrea Giordano, chief infrastructure officer di Aeroporti di Roma, Lorenzo Giussani, direttore strategy and growth di A2A, ed Enrico Pezzoli, amministratore delegato di Acea Acqua.
La parte finale della manifestazione sarà dedicata al mercato del lavoro e alle trasformazioni in corso nel mondo dell'occupazione. Il ministro del Lavoro e delle Politiche sociali Marina Calderone discuterà di salari, formazione e sviluppo economico. Al dibattito parteciperanno inoltre Andrea Stazi, professore di Diritto comparato e Diritto delle nuove tecnologie dell'Università San Raffaele di Roma, Rosario Rasizza, amministratore delegato di Openjobmetis e presidente di Assosomm, e Daniele Grassucci, direttore di Skuola.net. A condurre l'evento lungo i diversi momenti della giornata sarà la giornalista Rai Manuela Moreno, chiamata a guidare il confronto tra istituzioni, politica e mondo delle imprese.
A chiudere la terza edizione de «Il Giorno della Verità» sarà l'intervista del direttore Belpietro al presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Un confronto conclusivo che offrirà l'occasione per affrontare i principali dossier politici, economici e internazionali che attendono l'Italia nei prossimi mesi.
«Un appuntamento ormai fisso, lo facciamo da alcuni anni – spiega il direttore – l’abbiamo tenuto a Milano nei primi anni ma ultimamente lo facciamo a Roma e invitiamo ministri, personalità, uomini dell’economia, uomini dell’opposizione, perché no? E quindi discutiamo con loro del futuro che ci attende»
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La mamma, il suo compagno e il nonno delle due sorelle di 12 e 16 anni ritrovate ieri sera a Formia, a quindici giorni dalla loro scomparsa da una casa famiglia di Civitella Alfedena, sono stati fermati all'alba con l'accusa di sequestro di persona in concorso.
La donna è in carcere a Teramo, il suo compagno e il nonno delle ragazze sono in quello di Sulmona. È indagata a piede libero l'anziana nel cui appartamento di Formia sono state ritrovate le due sorelle. Secondo quanto si apprende, la donna sarebbe una lontana parente della madre delle ragazze, fermata nella notte insieme con il compagno e il nonno con l'accusa di sequestro di persona aggravato in concorso.
«Non sapevo nulla, me le hanno portate e basta». Sono queste le parole dell'anziana che in questi giorni ha ospitato Sarah e Alisya, intervistata da Rainews24.
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