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2023-08-01
A Niamey non solo oro giallo e nero ma anche l’uranio per il nucleare
Il recente golpe militare in Niger, scoppiato lo scorso 27 luglio, ha acceso i riflettori dell’Occidente su un Paese di cui si parla poco ma che è cruciale per gli equilibri del Continente. Il motivo è presto detto. Il Paese, rovesciato dal generale Abdourahamane Tchiani, è ricco di oro, uranio e petrolio. In particolare, il Paese africano è ricco del metallo radioattivo che serve ad alimentare le centrali nucleari francesi, senza considerare che sotto il suolo di Niamey e dintorni giace il 7% dell’uranio mondiale. Per intenderci, secondo la World integrated trade solution, il Paese africano esporta questo materiale per 284 milioni di dollari l’anno. Solo l’oro, primo in classifica quanto a materie prime disponibili in Niger, batte il materiale radioattivo tanto caro a Emmanuel Macron, con un commercio che vale circa 622 milioni di dollari l’anno (dati aggiornati al 2021). In terza posizione quanto a materie prime energetiche che fanno gola all’Occidente c’è il petrolio, materia prima esportata per 182 milioni di dollari l’anno. Si capisce, dunque, perché la crisi nigerina spaventi l’Occidente. Non a caso il primo mercato per il Niger è proprio la Francia (212 milioni di dollari di scambi), seguito a distanza dal Mali (108), dal Burkina Faso (78) e dal Canada (55 milioni di biglietti verdi l’anno).
«L’impatto del Colpo di stato in Niger sulle questioni energetiche sarà importante», spiega alla Verità Antonella Napoli, esperta della regione del Sahel (la fascia di territorio dell’Africa subsahariana estesa tra il deserto del Sahara a Nord, la savana sudanese a Sud, l’oceano Atlantico a Ovest e il Mar Rosso a Est), dove ha trascorso lunghi periodi, e direttore responsabile della rivista specializzata Focus on Africa. «Basti pensare che poco più di un mese fa il gigante nucleare francese Orano aveva raggiunto un accordo per estendere fino al 2040 lo sfruttamento dei giacimenti di uranio su una delle più estese miniere del prezioso minerale dell’Africa occidentale. Tra l’altro, una delle poche ancora in attività nel Nord del Paese africano», ricorda. «Prima del golpe anche altri competitor in tema di approvvigionamenti energetici, tra cui Russia e Stati Uniti, avevano avuto contatti con il ministro nigerino delle Miniere, Hadiza Ousseini, con la quale l’amministratore delegato di Orano Mining, Nicolas Maes, aveva già sottoscritto un protocollo di intesa per un accordo di partenariato globale che prevedeva, appunto, il prolungamento della collaborazione franco-nigerina addirittura fino al 2040», dice. In più, la francese «Orano si era impegnata a versare circa 39 miliardi di euro in settori “prioritari” in Niger, inclusa l’istruzione, a fronte di un impegno più esclusivo del governo nigerino per la gestione delle risorse nazionali (uranio, petrolio e oro)», conclude Napoli.
La situazione è insomma incandescente. Ieri i golpisti hanno vietato l’esportazione di oro e di uranio verso la Francia. Un duro colpo per Parigi, visto che oltre il 50% dell’uranio estratto nel Paese viene utilizzato per alimentare le centrali nucleari in Francia. Inoltre, il 24% dell’uranio importato dall’Unione europea proviene dal Niger. Ecco spiegato come mai la Francia e l’Ue appoggiano il governo democraticamente eletto del presidente Mohamed Bazoum.
«Eventuali problemi sul fronte dell’approvvigionamento di uranio in Europa potrebbero avere effetti anche in Italia, che dipende per circa il 5% del suo fabbisogno da Parigi», spiega Gianclaudio Torlizzi, fondatore di T-Commodity, società di consulenza specializzata in commodities e cambi valutari. «Da monitorare anche le forniture da Slovenia, Svizzera e Austria generate anch’esse da fonte nucleare. Tale dinamica potrebbe tradursi in un aumento degli acquisti di gas naturale a forma di compensazione. E non solo in un amento del prezzo dell’energia, ma nell’ampliamento dello spread già intorno ai 50 euro a Megawattora tra Italia-Francia-Germania nei confronti di Spagna e Portogallo, che, grazie all’isolamento geografico rispetto al resto d’Europa, riescono ad applicare il price cap».
Inoltre, il Niger è il settimo produttore mondiale di uranio secondo la World nuclear association, nonché quello che ha minerali di uranio di più alta qualità nel Continente, con una produzione di 2.248 tonnellate nel 2021. I maggiori produttori mondiali sono Kazakistan, Namibia, Canada, Australia, Uzbekistan e Russia. «Qualora riuscisse a ottenere il controllo della produzione in Niger, Mosca arriverebbe dunque a controllare potenzialmente il 10,1% della produzione mondiale», conclude Torlizzi.
Il Niger è anche un produttore di olio di palma (15 milioni di dollari di scambi l’anno) e di cipolle e scalogno (14,1 milioni). Non si tratta, certo, di numeri da capogiro, ma anche questi dati contribuiscono a rendere il Paese africano uno Stato la cui economia era in via di stabilizzazione, nel panorama africano. Ora, però, la crisi politica del Paese potrebbe cambiarne le carte in tavola favorendo l’economia russa e creando un ostacolo in più per quella europea.
Niger, ex ministri arrestati dai golpisti Ue: «Reagiremo»
A ormai una settimana dal colpo di Stato resta tesissima la situazione in Niger, dove secondo il Partito nigerino per la democrazia e il socialismo (Pnds), quello del deposto presidente Mohamed Bazoum, quattro ministri e un ex ministro sono stati arrestati dai golpisti. Tra loro ci sono il ministro del Petrolio e il ministro delle Miniere, entrambi accusati di malversazioni. Il Pnds ha chiesto «il rilascio immediato dei ministri arrestati e sequestrati ingiustamente», ma i golpisti non hanno certo dato seguito alla richiesta.
Nonostante la situazione a dir poco confusa, ieri Mohamed Bazoum è apparso sorridente e in buona salute, in una fotografia con il presidente del vicino Ciad, Mahamat Idriss Déby, che l’ha pubblicata sul suo profilo Facebook. Deby ha spiegato di essersi recato in Niger «per esplorare tutte le strade e trovare una soluzione pacifica alla crisi». Ma di che soluzione si tratta? Secondo alcune indiscrezioni che abbiamo raccolto all’interno di un servizio segreto dell’Ue, ai golpisti sarebbe stata proposta una sorta di coabitazione nella quale i militari golpisti si ritirerebbero ma non verrebbero perseguiti, a patto però che interrompano le loro attività contro Bazoum, attualmente detenuto nella residenza presidenziale, ma soprattutto che cessino di intrattenere rapporti con la compagnia militare privata russa Wagner. Le stesse fonti riferiscono che i golpisti prima di accettare qualsiasi proposta vogliono capire se l’intervento armato evocato dalla Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale (Ecowas), che scadrà il prossimo 7 agosto, potrebbe palesarsi per davvero, magari con il supporto logistico francese.
Inoltre il nuovo uomo forte del Niger, il generale Abdourahamane Tchiani, sta cercando di capire fino a che punto la Russia, che fino a oggi ha fomentato la rivolta - così come ha fatto in Mali e Burkina Faso - verrebbe in loro soccorso. Anche qui capire cosa potrebbe accadere è a dir poco arduo per la Russia: attraverso il portavoce di Vladimir Putin, Dmitri Peskov, almeno formalmente si è detta «gravemente preoccupata per la situazione e favorevole al rapido ripristino dello stato di diritto in Niger e alla moderazione di tutte le parti in modo che non ci siano vittime». Nemmeno il tempo di registrare le parole di Peskov, che Alexander Ivanov, portavoce del Gruppo Wagner nella Repubblica Centrafricana (Car), che è anche il capo dell’Unione degli ufficiali russi per la sicurezza internazionale, sul canale Telegram dei mercenari russi ha affermato: «Oggi ho avuto diverse conversazioni importanti. le agenzie d’intelligence in tutta l’Africa stanno lanciando l’allarme che la Francia sta pianificando di lanciare un’operazione militare insidiosa contro il Niger, nonché attacchi aerei su quel Paese per distruggere i dissidenti». Poi dopo essersi scagliato contro l’ex presidente, definito «un burattino dei francesi», si è rivolto direttamente alla Francia: «Chiedo ai militari francesi di non eseguire ordini criminali e di non colpire i dissidenti pacifici e di lasciare che il popolo del Niger e i militari fedeli al popolo decidano il proprio destino. Il Niger è in grado di garantire la sua sicurezza e il suo sviluppo, ma questo sarà possibile quando il mondo capirà che la Francia continua a ingannare e terrorizzare i Paesi a cui ha formalmente concesso l’indipendenza!». Se non è la firma apposta al golpe di sette giorni fa poco ci manca. Ma si tratta di dichiarazioni che potrebbero avvicinare l’intervento armato dei Paesi dell’Ecowas che potranno contare su solidi appoggi.
E quali? Innanzitutto quello di Parigi, che ieri ha annunciato «l’adozione di misure di rafforzamento della sicurezza della nostra ambasciata a Niamey», ricordando «gli obblighi che incombono a tutti in materia di protezione dei siti e del personale diplomatico, come anche dei residenti stranieri». Poi l’affondo: «La Francia plaude alle decisioni assunte dai capi di Stato dell’Ecowas, che chiedono il ritorno immediato all’ordine costituzionale in Niger, insieme al presidente Mohamed Bazoum, eletto dai nigerini e appoggia le sanzioni economiche e finanziarie».
Della crisi in Niger ha parlato anche l’Alto rappresentante Ue, Josep Borrell, che su Twitter ha espresso la posizione di Bruxelles, che «sostiene tutte le misure adottate da Ecowas come reazione al colpo di Stato avvenuto in Niger e le appoggerà rapidamente e con decisione». Anche il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha parlato della decisione dell’Ecowas: «L’Ue e il Niger condividono profondi legami sviluppatisi nel corso dei decenni. L’attacco inaccettabile al governo democraticamente eletto mette a rischio questi legami. Sostengo le decisioni dell’Ecowas e il suo ruolo attivo per un rapido ritorno del presidente Bazoum».
Diverso l’approccio del governo italiano. «Il compito occidentale non è buttare benzina, ma buttare acqua sul fuoco. Di tutto c’è bisogno tranne che di un’altra guerra che coinvolga più nazioni», ha dichiarato senza mezzi termini il ministro della Difesa, Guido Crosetto. Non solo, «un intervento fatto da europei bianchi per risolvere una cosa interna rischierebbe di avere effetti deflagranti. Si cammina sulle uova. Va bene mantenere i contingenti europei, ma è il momento di ragionare. È un colpo di Stato anomalo, secondo me è recuperabile senza interventi troppo duri». Il rischio altrimenti, secondo il ministro, è «di fare i cowboy nel saloon e in quella parte dell’Africa non possiamo permetterci altri terremoti».
Mentre scriviamo è arrivato un nuovo colpo di scena: Peskov ha affermato che «la Russia è preoccupata per la situazione in Niger, noi non condividiamo la linea di Wagner, non va posta sulla stessa linea la posizione di Mosca con quella del leader del gruppo Wagner, Evgenij Prigozhin». Chi dice la verità? Peskov o Prigozhin, che sempre su Telegram ha detto di essere pronto a inviare 1.000 soldati in Niger? A breve (forse) sapremo.
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Il Niger piombato nel caos è ricco del metallo che alimenta le centrali francesi. Parigi è il primo mercato, ma la crisi può contagiare a cascata pure Roma. Mentre la Russia è pronta ad approfittarne. Il presidente del Ciad pubblica una foto con il leader deposto. Guido Crosetto: «L’intervento di bianchi europei sarebbe un disastro». Lo speciale contiene due articoli. Il recente golpe militare in Niger, scoppiato lo scorso 27 luglio, ha acceso i riflettori dell’Occidente su un Paese di cui si parla poco ma che è cruciale per gli equilibri del Continente. Il motivo è presto detto. Il Paese, rovesciato dal generale Abdourahamane Tchiani, è ricco di oro, uranio e petrolio. In particolare, il Paese africano è ricco del metallo radioattivo che serve ad alimentare le centrali nucleari francesi, senza considerare che sotto il suolo di Niamey e dintorni giace il 7% dell’uranio mondiale. Per intenderci, secondo la World integrated trade solution, il Paese africano esporta questo materiale per 284 milioni di dollari l’anno. Solo l’oro, primo in classifica quanto a materie prime disponibili in Niger, batte il materiale radioattivo tanto caro a Emmanuel Macron, con un commercio che vale circa 622 milioni di dollari l’anno (dati aggiornati al 2021). In terza posizione quanto a materie prime energetiche che fanno gola all’Occidente c’è il petrolio, materia prima esportata per 182 milioni di dollari l’anno. Si capisce, dunque, perché la crisi nigerina spaventi l’Occidente. Non a caso il primo mercato per il Niger è proprio la Francia (212 milioni di dollari di scambi), seguito a distanza dal Mali (108), dal Burkina Faso (78) e dal Canada (55 milioni di biglietti verdi l’anno). «L’impatto del Colpo di stato in Niger sulle questioni energetiche sarà importante», spiega alla Verità Antonella Napoli, esperta della regione del Sahel (la fascia di territorio dell’Africa subsahariana estesa tra il deserto del Sahara a Nord, la savana sudanese a Sud, l’oceano Atlantico a Ovest e il Mar Rosso a Est), dove ha trascorso lunghi periodi, e direttore responsabile della rivista specializzata Focus on Africa. «Basti pensare che poco più di un mese fa il gigante nucleare francese Orano aveva raggiunto un accordo per estendere fino al 2040 lo sfruttamento dei giacimenti di uranio su una delle più estese miniere del prezioso minerale dell’Africa occidentale. Tra l’altro, una delle poche ancora in attività nel Nord del Paese africano», ricorda. «Prima del golpe anche altri competitor in tema di approvvigionamenti energetici, tra cui Russia e Stati Uniti, avevano avuto contatti con il ministro nigerino delle Miniere, Hadiza Ousseini, con la quale l’amministratore delegato di Orano Mining, Nicolas Maes, aveva già sottoscritto un protocollo di intesa per un accordo di partenariato globale che prevedeva, appunto, il prolungamento della collaborazione franco-nigerina addirittura fino al 2040», dice. In più, la francese «Orano si era impegnata a versare circa 39 miliardi di euro in settori “prioritari” in Niger, inclusa l’istruzione, a fronte di un impegno più esclusivo del governo nigerino per la gestione delle risorse nazionali (uranio, petrolio e oro)», conclude Napoli. La situazione è insomma incandescente. Ieri i golpisti hanno vietato l’esportazione di oro e di uranio verso la Francia. Un duro colpo per Parigi, visto che oltre il 50% dell’uranio estratto nel Paese viene utilizzato per alimentare le centrali nucleari in Francia. Inoltre, il 24% dell’uranio importato dall’Unione europea proviene dal Niger. Ecco spiegato come mai la Francia e l’Ue appoggiano il governo democraticamente eletto del presidente Mohamed Bazoum. «Eventuali problemi sul fronte dell’approvvigionamento di uranio in Europa potrebbero avere effetti anche in Italia, che dipende per circa il 5% del suo fabbisogno da Parigi», spiega Gianclaudio Torlizzi, fondatore di T-Commodity, società di consulenza specializzata in commodities e cambi valutari. «Da monitorare anche le forniture da Slovenia, Svizzera e Austria generate anch’esse da fonte nucleare. Tale dinamica potrebbe tradursi in un aumento degli acquisti di gas naturale a forma di compensazione. E non solo in un amento del prezzo dell’energia, ma nell’ampliamento dello spread già intorno ai 50 euro a Megawattora tra Italia-Francia-Germania nei confronti di Spagna e Portogallo, che, grazie all’isolamento geografico rispetto al resto d’Europa, riescono ad applicare il price cap». Inoltre, il Niger è il settimo produttore mondiale di uranio secondo la World nuclear association, nonché quello che ha minerali di uranio di più alta qualità nel Continente, con una produzione di 2.248 tonnellate nel 2021. I maggiori produttori mondiali sono Kazakistan, Namibia, Canada, Australia, Uzbekistan e Russia. «Qualora riuscisse a ottenere il controllo della produzione in Niger, Mosca arriverebbe dunque a controllare potenzialmente il 10,1% della produzione mondiale», conclude Torlizzi. Il Niger è anche un produttore di olio di palma (15 milioni di dollari di scambi l’anno) e di cipolle e scalogno (14,1 milioni). Non si tratta, certo, di numeri da capogiro, ma anche questi dati contribuiscono a rendere il Paese africano uno Stato la cui economia era in via di stabilizzazione, nel panorama africano. 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Il Pnds ha chiesto «il rilascio immediato dei ministri arrestati e sequestrati ingiustamente», ma i golpisti non hanno certo dato seguito alla richiesta. Nonostante la situazione a dir poco confusa, ieri Mohamed Bazoum è apparso sorridente e in buona salute, in una fotografia con il presidente del vicino Ciad, Mahamat Idriss Déby, che l’ha pubblicata sul suo profilo Facebook. Deby ha spiegato di essersi recato in Niger «per esplorare tutte le strade e trovare una soluzione pacifica alla crisi». Ma di che soluzione si tratta? Secondo alcune indiscrezioni che abbiamo raccolto all’interno di un servizio segreto dell’Ue, ai golpisti sarebbe stata proposta una sorta di coabitazione nella quale i militari golpisti si ritirerebbero ma non verrebbero perseguiti, a patto però che interrompano le loro attività contro Bazoum, attualmente detenuto nella residenza presidenziale, ma soprattutto che cessino di intrattenere rapporti con la compagnia militare privata russa Wagner. Le stesse fonti riferiscono che i golpisti prima di accettare qualsiasi proposta vogliono capire se l’intervento armato evocato dalla Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale (Ecowas), che scadrà il prossimo 7 agosto, potrebbe palesarsi per davvero, magari con il supporto logistico francese. Inoltre il nuovo uomo forte del Niger, il generale Abdourahamane Tchiani, sta cercando di capire fino a che punto la Russia, che fino a oggi ha fomentato la rivolta - così come ha fatto in Mali e Burkina Faso - verrebbe in loro soccorso. Anche qui capire cosa potrebbe accadere è a dir poco arduo per la Russia: attraverso il portavoce di Vladimir Putin, Dmitri Peskov, almeno formalmente si è detta «gravemente preoccupata per la situazione e favorevole al rapido ripristino dello stato di diritto in Niger e alla moderazione di tutte le parti in modo che non ci siano vittime». Nemmeno il tempo di registrare le parole di Peskov, che Alexander Ivanov, portavoce del Gruppo Wagner nella Repubblica Centrafricana (Car), che è anche il capo dell’Unione degli ufficiali russi per la sicurezza internazionale, sul canale Telegram dei mercenari russi ha affermato: «Oggi ho avuto diverse conversazioni importanti. le agenzie d’intelligence in tutta l’Africa stanno lanciando l’allarme che la Francia sta pianificando di lanciare un’operazione militare insidiosa contro il Niger, nonché attacchi aerei su quel Paese per distruggere i dissidenti». Poi dopo essersi scagliato contro l’ex presidente, definito «un burattino dei francesi», si è rivolto direttamente alla Francia: «Chiedo ai militari francesi di non eseguire ordini criminali e di non colpire i dissidenti pacifici e di lasciare che il popolo del Niger e i militari fedeli al popolo decidano il proprio destino. Il Niger è in grado di garantire la sua sicurezza e il suo sviluppo, ma questo sarà possibile quando il mondo capirà che la Francia continua a ingannare e terrorizzare i Paesi a cui ha formalmente concesso l’indipendenza!». Se non è la firma apposta al golpe di sette giorni fa poco ci manca. Ma si tratta di dichiarazioni che potrebbero avvicinare l’intervento armato dei Paesi dell’Ecowas che potranno contare su solidi appoggi. E quali? Innanzitutto quello di Parigi, che ieri ha annunciato «l’adozione di misure di rafforzamento della sicurezza della nostra ambasciata a Niamey», ricordando «gli obblighi che incombono a tutti in materia di protezione dei siti e del personale diplomatico, come anche dei residenti stranieri». Poi l’affondo: «La Francia plaude alle decisioni assunte dai capi di Stato dell’Ecowas, che chiedono il ritorno immediato all’ordine costituzionale in Niger, insieme al presidente Mohamed Bazoum, eletto dai nigerini e appoggia le sanzioni economiche e finanziarie». Della crisi in Niger ha parlato anche l’Alto rappresentante Ue, Josep Borrell, che su Twitter ha espresso la posizione di Bruxelles, che «sostiene tutte le misure adottate da Ecowas come reazione al colpo di Stato avvenuto in Niger e le appoggerà rapidamente e con decisione». Anche il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha parlato della decisione dell’Ecowas: «L’Ue e il Niger condividono profondi legami sviluppatisi nel corso dei decenni. L’attacco inaccettabile al governo democraticamente eletto mette a rischio questi legami. Sostengo le decisioni dell’Ecowas e il suo ruolo attivo per un rapido ritorno del presidente Bazoum». Diverso l’approccio del governo italiano. «Il compito occidentale non è buttare benzina, ma buttare acqua sul fuoco. Di tutto c’è bisogno tranne che di un’altra guerra che coinvolga più nazioni», ha dichiarato senza mezzi termini il ministro della Difesa, Guido Crosetto. Non solo, «un intervento fatto da europei bianchi per risolvere una cosa interna rischierebbe di avere effetti deflagranti. Si cammina sulle uova. Va bene mantenere i contingenti europei, ma è il momento di ragionare. È un colpo di Stato anomalo, secondo me è recuperabile senza interventi troppo duri». Il rischio altrimenti, secondo il ministro, è «di fare i cowboy nel saloon e in quella parte dell’Africa non possiamo permetterci altri terremoti». Mentre scriviamo è arrivato un nuovo colpo di scena: Peskov ha affermato che «la Russia è preoccupata per la situazione in Niger, noi non condividiamo la linea di Wagner, non va posta sulla stessa linea la posizione di Mosca con quella del leader del gruppo Wagner, Evgenij Prigozhin». Chi dice la verità? Peskov o Prigozhin, che sempre su Telegram ha detto di essere pronto a inviare 1.000 soldati in Niger? A breve (forse) sapremo.
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Di conseguenza, carta e penna per alcuni, ma per fortuna non per tutti, hanno perduto anche il loro fascino. Quanta mistica e quanta epica che hanno sempre contornato lo scrivere a mano, per molti è stata sostituita senza colpo ferire, anzi con gioia, da quella dello scrivere elettronico…
Eppure… Pensate alle firme degli analfabeti, così frequenti nel passato, quando la scuola era un lusso inaccessibile nell’infanzia di tanti che diventavano quegli adulti ai quali veniva riconosciuta la firma in forma di croce, di x, cioè di segno, utile a dire «Tizio ha letto e sottoscritto questa cosa», ma nel solo modo in cui riusciva a sottoscrivere, non sapendo scrivere la sua firma per esteso. Dietro la scrittura a mano c’è un universo, impossibile da rintracciare in quella scrittura digitale che non crea niente di nuovo, ma fagocita e sostituisce ciò che creazione ex novo è stata. Ed è, e resta. Oggi tutto il manuale è traslato sul digitale e questo suscita meraviglia, in molti. Meraviglia che per molti altri è stolta. È lo zoccolo duro del carta e penna, al quale appartiene anche chi scrive queste parole.
Tra le tante attività che si possono compiere scrivendo con carta e penna, ce n’è una particolare: scrivere il diario. In questi giorni si parla del diario di Andrea Sempio, figura il cui nome è recentemente risalito alla ribalta nel delitto di Garlasco. Ma a parte questo caso specifico legato alla cronaca, sono tanti a tenere un diario. Tanti che lo fanno da sempre e tanti che hanno iniziato a farlo da poco, spinti anche dai consigli di wellness e miglioramento personale che si trovano sul web e trovano consigliata la pratica definita journaling, che poi vuol dire scrivere i propri pensieri giornalmente a mano o digitalmente, quindi tenere un diario. E sapete perché sono tanti? Perché fa bene. Ancora più bene scrivendo a penna sulla carta che digitando o dettando sullo smartphone.
Un diario si può tenere per tanti motivi. Innanzitutto, per tenere memoria della propria vita. Così come scattiamo fotografie che ci ricordano i momenti, tappe della nostra personale partita di gioco che è la vita, possiamo trasportare su carta, descrivendole, le nostre giornate, alla fine delle stesse o mentre le viviamo, a maggior ragione se sono state belle. È sempre molto tenero andare a rileggere pagine di diario scritte anni o addirittura decenni addietro, è come guardarsi in uno specchio che ha riflettuto e conservato l’evoluzione della nostra biografia filtrata attraverso la nostra interiorità. Altro aspetto positivo del tenere un diario è che consente di ragionare sulla propria vita mentre la si vive. Uno degli aspetti più insalubri della modernità è che presi dalle cose da fare spesso non si trova tempo per fermarsi a riflettere. Le giornate scorrono veloci e piene come tabelle di marcia, si deve fare questo e quello, non c’è tempo di pensare ad altro, figurarsi a sé stessi, alle propria interiorità. Scrivere un diario, anche poche righe al giorno, rappresenta una pausa utile proprio a riconnettersi con sé stessi. E anche una pausa utile a liberare la propria creatività. Non differentemente da una tela bianca per pittori, la pagina bianca del diario da riempire rappresenta uno spazio a nostra disposizione per esprimerci, volendo, anche in modo creativo. Esprimere le proprie emozioni più intime, usare quindi il diario come strumento per la propria espressione emotiva, è altrettanto positivo. Tenere sempre dentro le emozioni, sia positive, sia negative, non fa bene e metterle nero su bianco è un modo privato, non condiviso con altri, ma efficace di tirarle fuori da sé. Nel caso di emozioni negative che certamente hanno procurato stress e ansia, trascriverle può ridurre quello stress e quell’ansia. Si chiama «scarico emotivo»: spostando i propri pensieri da sé stessi al diario si diminuiscono i pensieri ricorrenti sullo stress e sulle sue cause e si sposta l’attenzione dall’ansia che lo stress può aver creato. Anche in caso di problemi da affrontare, il trasporto sulla carta può essere di aiuto: esporre attraverso la scrittura diaristica il problema a sé stessi e poi i pro e i contro di ogni possibile soluzione, magari insieme con dettagliati appunti su come ci si sente sia in relazione al problema, sia di fronte a ogni possibile soluzione, può aiutare a non sentirsi sovrastati e inermi. Mettere nero su bianco quello a cui si è pensato razionalmente può anche sbloccare i pensieri e far venire in mente ulteriori soluzioni.
Anche nei periodi in cui non si vive alcun problema, si può usare il diario per registrare cose belle avvenute durante la giornata oppure per annotare i propri progressi in una particolare attività che si sta svolgendo, dalla dieta dimagrante all’impegno in palestra, dal superamento di una fobia all’apprendimento di una lingua straniera. Ancora prima dell’annotazione dei progressi, appuntare l’obiettivo e la strategia per perseguirlo su un diario può aumentare la motivazione. Molti viaggiatori portano con sé un diario del viaggio, da compilare durante il viaggio. Se è un viaggio impegnativo o magari in solitaria, avere un diario come sostegno e come compagnia può, ancora, mantenere alta la motivazione. Tenere il diario aiuta a mettere in ordine i pensieri e tenere un diario può migliorare la propria capacità analitica e l’efficacia espositiva non solo scrivendo, ma, poi, anche nella vita reale. Scrivere un diario è una forma di autocoscienza che migliora anche l’autoconsapevolezza: scrivendo con regolarità, anche se non per forza tutti i giorni, ci si può osservare da fuori e si possono riconoscere comportamenti e schemi di pensiero che non piacciono e decidere se li si vuole cambiare. Se si riconoscono abitudini e modi di vedere le cose che, invece, piacciono, si può decidere di incrementarli. In questo modo si impara qualcosa dal proprio vissuto personale, cosa che semplicemente vivendolo può non avvenire.
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Sandy Skoglund, The Green House (1990) .Courtesy Paci Contemporary Gallery (Brescia - Porto Cervo) © 1990, Sandy Skoglund
Un percorso ricco ed emozionante suddiviso in sei sale, che immagine dopo immagine invita il visitatore a una profonda riflessione sul linguaggio e sul significato più recondito della fotografia, che è memoria visiva del genere umano, strumento in grado di raccontare ciò che siamo stati, ciò che siamo e ciò che possiamo diventare. Ogni fotografia racconta «la Storia» e «una storia», il passato e il presente, le cadute e le rinascite, le tragedie e le grandi conquiste dell’umanità. Una foto può immortalare un fatto di cronaca o essere opera d’arte e sperimentazione pura, può essere testimone veritiera o bugiarda, ambigua o chiarissima, ma in ogni caso, ogni immagine porta con sé un momento preciso e una parte del mondo. Da 200 anni a questa parte.
Era infatti il 1826 quando il francese Joseph Nicéphore Niépce, dopo ben 8 ore di esposizione, immortalò la vista dalla finestra di casa sua a Le Gras, rivoluzionando per sempre – e forse inconsapevolmente – il mondo dell’immagine e della comunicazione. Una storia lunga due secoli, che la bella mostra allestita al MUDEC narra con le 100 immagini che più hanno arricchito l’eredità del nostro tempo. Una scelta sicuramente impegnativa e non facile quella fatta da Denis Curti (curatore della mostre e autorevole voce critica della fotografia italiana e internazionale), ma che centra appieno l’obiettivo di regalare al visitatore un viaggio per immagini nella storia. Dell’uomo e della fotografia. O meglio, dell’umanità che si fotografa mentre cambia…
La Mostra
Aperto da un’ affascinante sala introduttiva che fa da spartiacque fra una «società senza immagini e una società con le immagini», il percorso espositivo vero e proprio ha inizio con la sezione dedicata alle sperimentazioni visive, dove trovano spazio i tentativi tecnici di Niépce e Daguerre, i ritratti visionari di Julia Margaret Cameron, le elaborazioni politiche e allegoriche di Hippolyte Bayard e le fotografie di Roger Fenton, tra i primi a tradurre in immagine la devastazione della guerra di Crimea nel 1855: tra le immagini più iconiche della sezione e degli albori della fotografia la notissima Femme a la balle (1887) dell’inglese Eadweard Muybridge, pioniere della fotografia del movimento e di una nuova concezione del tempo e del corpo nell’immagine, innovazioni tecniche che daranno poi un contributo fondamentale anche alla nascita del cinema.
Senza seguire un ordine cronologico preciso, dalla nascita della fotografia si passa ad una modernità « più spinta», a quando le immagini si aprono alla sperimentazione, a nuovi linguaggi visivi e a una raffinata ricerca formale: è qui, nella seconda sezione, che si incontrano i capolavori surrealisti di Man Ray, le inquadrature avanguardiste di Aleksandr Rodcenko, la raffinatezza di Horst P. Horst (in mostra la sua celebre Mainbocher Corset, Parigi, 1939), il Maestro Henri Cartier-Bresson e il grande ritrattista Philippe Halsman, rappresentato al MUDEC dal Dali Atomicus, una performance più che una fotografia… Una sezione particolarmente interessante questa ( completata dalle «composizioni» di Mario Giacomelli e dalla fotografia concettuale dello spagnolo Joan Fontcuberta), che raduna artisti di anni, nazioni e scuole diverse, tutti ugualmente importanti nell’aprire la strada ai linguaggi ibridi delle generazioni successive.
Ma per chi, come la sottoscitta, al concettualismo e alla finzione preferisce la verità storica, sarà nella terza sezione (Fotografia come documento) che troverà «La Fotografia » che registra il mondo e gli eventi storici, dallo sbarco dell’uomo sulla luna (documentata dalla celebre - e anche contestata - foto diffusa dalla NASA), a Ground Zero, dalle guerre ai fenomeni migratori. E’ qui, in questa straordinaria sala, che trova spazio l’intenso scatto di Dorothea Lange Migrant Mother (1936), l‘immagine in assoluto più significativa della Grande Depressione; la drammatica foto della caduta del Muro di Berlino, immortalata nel 1989 da Carol Guzy; la tragedia dell’11 settembre catturata dall’obiettivo di Joel Meyerowitz unico fotografo autorizzato a oltrepassare le barriere di sicurezza per mostrare al mondo quel disastro disumano. Immagini di storia contemporanea forti e potenti, che hanno scosso il mondo e contribuito a creare la nostra memoria collettiva.
Scatti di fotoreporter e documentaristi che sono stati e sono «gli occhi del mondo», poli opposti dei «mirror» ( esposti nella quarta sezione della mostra), magistrali indagatori del mondo interiore, del corpo e delle sue nudità, dell’altro rispetto al «sè», dell’ambiguità e di una memoria che va altre il visibile. Le loro opere sono teatrali e trasgressive, a tratti disturbanti, nel caso di Robert Mapplethorpe (in mostra con una sola, significativa immagine, Bob Love del 1979) rasentano la perfezione di forme e proporzioni : solo lui, «il Michelangelo della fotografia», con rara potenza simbolica e formale ha saputo trasformare il corpo in scultura, gesto e icona. Con ironia, e una leggerezza che non è superficialità…
«Occhi del mondo» e « Mirror», agli antipodi sino a qualche decennio fa, nell’ultimo quarto di secolo si sono uniti per dare vita a un linguaggio misto, in cui documentazione e introspezione non sono più in contrapposizione, ma coesistono in una tensione continua. Oggi, in un tempo caratterizzato da una produzione incontrollata di immagini , la fotografia è parte integrante delle nostre vite (ogni momento è buono per un selfie, uno scatto con lo smart, un’instagrammata…), è realtà e finzione, è il mondo com’è e come vorremmo che fosse. Il Novecento, oramai alle spalle, non è sparito, ma vive in una sorta di memoria vibrante, accanto ad un futuro che impone nuovi scenari e orizzonti. Il passato si trasforma in una sorta di «risonanza emotiva» in cui la fotografia non rappresenta più il fatto oggettivo, ma diventa metafora, evocazione e finzione. E’ questo ciò che racconta la quinta sezione, interamente dedicata all’ambiguità del linguaggio visivo fotografico, a immagini che sono metafore, simboli, stratificazioni, opere che reinventano il reale attraverso la finzione: è qui che, fra glia altri , sono esposte le scenografie visionarie di David LaChapelle e l’immaginario surreale di Sandy Skoglund, in mostra con The Green House, stravagante rappresentazione onirica di cani viola adagiati in una stanza completamente verde, arredi compresi… A chiudere il percorso espositivo la sala dedicata all’ «oggi», ai nuovi autori e ai nuovi immaginari del XXI secolo: i temi affrontati sono quelli del nostro tempo ( dai conflitti ai disastri ambientali, dalle migrazioni alle identità di genere) e ad accomiatare i visitatori, i lavori dell’artista visiva Alba Zari ; Hold Me Close, dell’artista ghaneano Carlos Idun-Tawiah, intensissimo e commovente nel rappresentare il legame tra comunità, affetti e storia individuale; la fragilità del rapporto tra essere umano e natura immortalata nella straordinaria immagine Lake Undecided del fotografo iraniano Ebrahim Noroozi.
Il valore di questa mostra
Una mostra di 100 scatti è un azzardo. Potrebbe «lasciartene addosso» nessuno, solo uno o pochi altri. In questo caso non si corre il rischio, perché, al di là delle foto, ciò che in questa mostra fa la differenza è la filosofia che ne sta alla base, quell’invito a fermarsi, rallentare e riflettere con calma sul senso delle immagini e della loro storia. Che è anche la nostra…
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