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2023-08-01
A Niamey non solo oro giallo e nero ma anche l’uranio per il nucleare
Il recente golpe militare in Niger, scoppiato lo scorso 27 luglio, ha acceso i riflettori dell’Occidente su un Paese di cui si parla poco ma che è cruciale per gli equilibri del Continente. Il motivo è presto detto. Il Paese, rovesciato dal generale Abdourahamane Tchiani, è ricco di oro, uranio e petrolio. In particolare, il Paese africano è ricco del metallo radioattivo che serve ad alimentare le centrali nucleari francesi, senza considerare che sotto il suolo di Niamey e dintorni giace il 7% dell’uranio mondiale. Per intenderci, secondo la World integrated trade solution, il Paese africano esporta questo materiale per 284 milioni di dollari l’anno. Solo l’oro, primo in classifica quanto a materie prime disponibili in Niger, batte il materiale radioattivo tanto caro a Emmanuel Macron, con un commercio che vale circa 622 milioni di dollari l’anno (dati aggiornati al 2021). In terza posizione quanto a materie prime energetiche che fanno gola all’Occidente c’è il petrolio, materia prima esportata per 182 milioni di dollari l’anno. Si capisce, dunque, perché la crisi nigerina spaventi l’Occidente. Non a caso il primo mercato per il Niger è proprio la Francia (212 milioni di dollari di scambi), seguito a distanza dal Mali (108), dal Burkina Faso (78) e dal Canada (55 milioni di biglietti verdi l’anno).
«L’impatto del Colpo di stato in Niger sulle questioni energetiche sarà importante», spiega alla Verità Antonella Napoli, esperta della regione del Sahel (la fascia di territorio dell’Africa subsahariana estesa tra il deserto del Sahara a Nord, la savana sudanese a Sud, l’oceano Atlantico a Ovest e il Mar Rosso a Est), dove ha trascorso lunghi periodi, e direttore responsabile della rivista specializzata Focus on Africa. «Basti pensare che poco più di un mese fa il gigante nucleare francese Orano aveva raggiunto un accordo per estendere fino al 2040 lo sfruttamento dei giacimenti di uranio su una delle più estese miniere del prezioso minerale dell’Africa occidentale. Tra l’altro, una delle poche ancora in attività nel Nord del Paese africano», ricorda. «Prima del golpe anche altri competitor in tema di approvvigionamenti energetici, tra cui Russia e Stati Uniti, avevano avuto contatti con il ministro nigerino delle Miniere, Hadiza Ousseini, con la quale l’amministratore delegato di Orano Mining, Nicolas Maes, aveva già sottoscritto un protocollo di intesa per un accordo di partenariato globale che prevedeva, appunto, il prolungamento della collaborazione franco-nigerina addirittura fino al 2040», dice. In più, la francese «Orano si era impegnata a versare circa 39 miliardi di euro in settori “prioritari” in Niger, inclusa l’istruzione, a fronte di un impegno più esclusivo del governo nigerino per la gestione delle risorse nazionali (uranio, petrolio e oro)», conclude Napoli.
La situazione è insomma incandescente. Ieri i golpisti hanno vietato l’esportazione di oro e di uranio verso la Francia. Un duro colpo per Parigi, visto che oltre il 50% dell’uranio estratto nel Paese viene utilizzato per alimentare le centrali nucleari in Francia. Inoltre, il 24% dell’uranio importato dall’Unione europea proviene dal Niger. Ecco spiegato come mai la Francia e l’Ue appoggiano il governo democraticamente eletto del presidente Mohamed Bazoum.
«Eventuali problemi sul fronte dell’approvvigionamento di uranio in Europa potrebbero avere effetti anche in Italia, che dipende per circa il 5% del suo fabbisogno da Parigi», spiega Gianclaudio Torlizzi, fondatore di T-Commodity, società di consulenza specializzata in commodities e cambi valutari. «Da monitorare anche le forniture da Slovenia, Svizzera e Austria generate anch’esse da fonte nucleare. Tale dinamica potrebbe tradursi in un aumento degli acquisti di gas naturale a forma di compensazione. E non solo in un amento del prezzo dell’energia, ma nell’ampliamento dello spread già intorno ai 50 euro a Megawattora tra Italia-Francia-Germania nei confronti di Spagna e Portogallo, che, grazie all’isolamento geografico rispetto al resto d’Europa, riescono ad applicare il price cap».
Inoltre, il Niger è il settimo produttore mondiale di uranio secondo la World nuclear association, nonché quello che ha minerali di uranio di più alta qualità nel Continente, con una produzione di 2.248 tonnellate nel 2021. I maggiori produttori mondiali sono Kazakistan, Namibia, Canada, Australia, Uzbekistan e Russia. «Qualora riuscisse a ottenere il controllo della produzione in Niger, Mosca arriverebbe dunque a controllare potenzialmente il 10,1% della produzione mondiale», conclude Torlizzi.
Il Niger è anche un produttore di olio di palma (15 milioni di dollari di scambi l’anno) e di cipolle e scalogno (14,1 milioni). Non si tratta, certo, di numeri da capogiro, ma anche questi dati contribuiscono a rendere il Paese africano uno Stato la cui economia era in via di stabilizzazione, nel panorama africano. Ora, però, la crisi politica del Paese potrebbe cambiarne le carte in tavola favorendo l’economia russa e creando un ostacolo in più per quella europea.
Niger, ex ministri arrestati dai golpisti Ue: «Reagiremo»
A ormai una settimana dal colpo di Stato resta tesissima la situazione in Niger, dove secondo il Partito nigerino per la democrazia e il socialismo (Pnds), quello del deposto presidente Mohamed Bazoum, quattro ministri e un ex ministro sono stati arrestati dai golpisti. Tra loro ci sono il ministro del Petrolio e il ministro delle Miniere, entrambi accusati di malversazioni. Il Pnds ha chiesto «il rilascio immediato dei ministri arrestati e sequestrati ingiustamente», ma i golpisti non hanno certo dato seguito alla richiesta.
Nonostante la situazione a dir poco confusa, ieri Mohamed Bazoum è apparso sorridente e in buona salute, in una fotografia con il presidente del vicino Ciad, Mahamat Idriss Déby, che l’ha pubblicata sul suo profilo Facebook. Deby ha spiegato di essersi recato in Niger «per esplorare tutte le strade e trovare una soluzione pacifica alla crisi». Ma di che soluzione si tratta? Secondo alcune indiscrezioni che abbiamo raccolto all’interno di un servizio segreto dell’Ue, ai golpisti sarebbe stata proposta una sorta di coabitazione nella quale i militari golpisti si ritirerebbero ma non verrebbero perseguiti, a patto però che interrompano le loro attività contro Bazoum, attualmente detenuto nella residenza presidenziale, ma soprattutto che cessino di intrattenere rapporti con la compagnia militare privata russa Wagner. Le stesse fonti riferiscono che i golpisti prima di accettare qualsiasi proposta vogliono capire se l’intervento armato evocato dalla Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale (Ecowas), che scadrà il prossimo 7 agosto, potrebbe palesarsi per davvero, magari con il supporto logistico francese.
Inoltre il nuovo uomo forte del Niger, il generale Abdourahamane Tchiani, sta cercando di capire fino a che punto la Russia, che fino a oggi ha fomentato la rivolta - così come ha fatto in Mali e Burkina Faso - verrebbe in loro soccorso. Anche qui capire cosa potrebbe accadere è a dir poco arduo per la Russia: attraverso il portavoce di Vladimir Putin, Dmitri Peskov, almeno formalmente si è detta «gravemente preoccupata per la situazione e favorevole al rapido ripristino dello stato di diritto in Niger e alla moderazione di tutte le parti in modo che non ci siano vittime». Nemmeno il tempo di registrare le parole di Peskov, che Alexander Ivanov, portavoce del Gruppo Wagner nella Repubblica Centrafricana (Car), che è anche il capo dell’Unione degli ufficiali russi per la sicurezza internazionale, sul canale Telegram dei mercenari russi ha affermato: «Oggi ho avuto diverse conversazioni importanti. le agenzie d’intelligence in tutta l’Africa stanno lanciando l’allarme che la Francia sta pianificando di lanciare un’operazione militare insidiosa contro il Niger, nonché attacchi aerei su quel Paese per distruggere i dissidenti». Poi dopo essersi scagliato contro l’ex presidente, definito «un burattino dei francesi», si è rivolto direttamente alla Francia: «Chiedo ai militari francesi di non eseguire ordini criminali e di non colpire i dissidenti pacifici e di lasciare che il popolo del Niger e i militari fedeli al popolo decidano il proprio destino. Il Niger è in grado di garantire la sua sicurezza e il suo sviluppo, ma questo sarà possibile quando il mondo capirà che la Francia continua a ingannare e terrorizzare i Paesi a cui ha formalmente concesso l’indipendenza!». Se non è la firma apposta al golpe di sette giorni fa poco ci manca. Ma si tratta di dichiarazioni che potrebbero avvicinare l’intervento armato dei Paesi dell’Ecowas che potranno contare su solidi appoggi.
E quali? Innanzitutto quello di Parigi, che ieri ha annunciato «l’adozione di misure di rafforzamento della sicurezza della nostra ambasciata a Niamey», ricordando «gli obblighi che incombono a tutti in materia di protezione dei siti e del personale diplomatico, come anche dei residenti stranieri». Poi l’affondo: «La Francia plaude alle decisioni assunte dai capi di Stato dell’Ecowas, che chiedono il ritorno immediato all’ordine costituzionale in Niger, insieme al presidente Mohamed Bazoum, eletto dai nigerini e appoggia le sanzioni economiche e finanziarie».
Della crisi in Niger ha parlato anche l’Alto rappresentante Ue, Josep Borrell, che su Twitter ha espresso la posizione di Bruxelles, che «sostiene tutte le misure adottate da Ecowas come reazione al colpo di Stato avvenuto in Niger e le appoggerà rapidamente e con decisione». Anche il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha parlato della decisione dell’Ecowas: «L’Ue e il Niger condividono profondi legami sviluppatisi nel corso dei decenni. L’attacco inaccettabile al governo democraticamente eletto mette a rischio questi legami. Sostengo le decisioni dell’Ecowas e il suo ruolo attivo per un rapido ritorno del presidente Bazoum».
Diverso l’approccio del governo italiano. «Il compito occidentale non è buttare benzina, ma buttare acqua sul fuoco. Di tutto c’è bisogno tranne che di un’altra guerra che coinvolga più nazioni», ha dichiarato senza mezzi termini il ministro della Difesa, Guido Crosetto. Non solo, «un intervento fatto da europei bianchi per risolvere una cosa interna rischierebbe di avere effetti deflagranti. Si cammina sulle uova. Va bene mantenere i contingenti europei, ma è il momento di ragionare. È un colpo di Stato anomalo, secondo me è recuperabile senza interventi troppo duri». Il rischio altrimenti, secondo il ministro, è «di fare i cowboy nel saloon e in quella parte dell’Africa non possiamo permetterci altri terremoti».
Mentre scriviamo è arrivato un nuovo colpo di scena: Peskov ha affermato che «la Russia è preoccupata per la situazione in Niger, noi non condividiamo la linea di Wagner, non va posta sulla stessa linea la posizione di Mosca con quella del leader del gruppo Wagner, Evgenij Prigozhin». Chi dice la verità? Peskov o Prigozhin, che sempre su Telegram ha detto di essere pronto a inviare 1.000 soldati in Niger? A breve (forse) sapremo.
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Il Niger piombato nel caos è ricco del metallo che alimenta le centrali francesi. Parigi è il primo mercato, ma la crisi può contagiare a cascata pure Roma. Mentre la Russia è pronta ad approfittarne. Il presidente del Ciad pubblica una foto con il leader deposto. Guido Crosetto: «L’intervento di bianchi europei sarebbe un disastro». Lo speciale contiene due articoli. Il recente golpe militare in Niger, scoppiato lo scorso 27 luglio, ha acceso i riflettori dell’Occidente su un Paese di cui si parla poco ma che è cruciale per gli equilibri del Continente. Il motivo è presto detto. Il Paese, rovesciato dal generale Abdourahamane Tchiani, è ricco di oro, uranio e petrolio. In particolare, il Paese africano è ricco del metallo radioattivo che serve ad alimentare le centrali nucleari francesi, senza considerare che sotto il suolo di Niamey e dintorni giace il 7% dell’uranio mondiale. Per intenderci, secondo la World integrated trade solution, il Paese africano esporta questo materiale per 284 milioni di dollari l’anno. Solo l’oro, primo in classifica quanto a materie prime disponibili in Niger, batte il materiale radioattivo tanto caro a Emmanuel Macron, con un commercio che vale circa 622 milioni di dollari l’anno (dati aggiornati al 2021). In terza posizione quanto a materie prime energetiche che fanno gola all’Occidente c’è il petrolio, materia prima esportata per 182 milioni di dollari l’anno. Si capisce, dunque, perché la crisi nigerina spaventi l’Occidente. Non a caso il primo mercato per il Niger è proprio la Francia (212 milioni di dollari di scambi), seguito a distanza dal Mali (108), dal Burkina Faso (78) e dal Canada (55 milioni di biglietti verdi l’anno). «L’impatto del Colpo di stato in Niger sulle questioni energetiche sarà importante», spiega alla Verità Antonella Napoli, esperta della regione del Sahel (la fascia di territorio dell’Africa subsahariana estesa tra il deserto del Sahara a Nord, la savana sudanese a Sud, l’oceano Atlantico a Ovest e il Mar Rosso a Est), dove ha trascorso lunghi periodi, e direttore responsabile della rivista specializzata Focus on Africa. «Basti pensare che poco più di un mese fa il gigante nucleare francese Orano aveva raggiunto un accordo per estendere fino al 2040 lo sfruttamento dei giacimenti di uranio su una delle più estese miniere del prezioso minerale dell’Africa occidentale. Tra l’altro, una delle poche ancora in attività nel Nord del Paese africano», ricorda. «Prima del golpe anche altri competitor in tema di approvvigionamenti energetici, tra cui Russia e Stati Uniti, avevano avuto contatti con il ministro nigerino delle Miniere, Hadiza Ousseini, con la quale l’amministratore delegato di Orano Mining, Nicolas Maes, aveva già sottoscritto un protocollo di intesa per un accordo di partenariato globale che prevedeva, appunto, il prolungamento della collaborazione franco-nigerina addirittura fino al 2040», dice. In più, la francese «Orano si era impegnata a versare circa 39 miliardi di euro in settori “prioritari” in Niger, inclusa l’istruzione, a fronte di un impegno più esclusivo del governo nigerino per la gestione delle risorse nazionali (uranio, petrolio e oro)», conclude Napoli. La situazione è insomma incandescente. Ieri i golpisti hanno vietato l’esportazione di oro e di uranio verso la Francia. Un duro colpo per Parigi, visto che oltre il 50% dell’uranio estratto nel Paese viene utilizzato per alimentare le centrali nucleari in Francia. Inoltre, il 24% dell’uranio importato dall’Unione europea proviene dal Niger. Ecco spiegato come mai la Francia e l’Ue appoggiano il governo democraticamente eletto del presidente Mohamed Bazoum. «Eventuali problemi sul fronte dell’approvvigionamento di uranio in Europa potrebbero avere effetti anche in Italia, che dipende per circa il 5% del suo fabbisogno da Parigi», spiega Gianclaudio Torlizzi, fondatore di T-Commodity, società di consulenza specializzata in commodities e cambi valutari. «Da monitorare anche le forniture da Slovenia, Svizzera e Austria generate anch’esse da fonte nucleare. Tale dinamica potrebbe tradursi in un aumento degli acquisti di gas naturale a forma di compensazione. E non solo in un amento del prezzo dell’energia, ma nell’ampliamento dello spread già intorno ai 50 euro a Megawattora tra Italia-Francia-Germania nei confronti di Spagna e Portogallo, che, grazie all’isolamento geografico rispetto al resto d’Europa, riescono ad applicare il price cap». Inoltre, il Niger è il settimo produttore mondiale di uranio secondo la World nuclear association, nonché quello che ha minerali di uranio di più alta qualità nel Continente, con una produzione di 2.248 tonnellate nel 2021. I maggiori produttori mondiali sono Kazakistan, Namibia, Canada, Australia, Uzbekistan e Russia. «Qualora riuscisse a ottenere il controllo della produzione in Niger, Mosca arriverebbe dunque a controllare potenzialmente il 10,1% della produzione mondiale», conclude Torlizzi. Il Niger è anche un produttore di olio di palma (15 milioni di dollari di scambi l’anno) e di cipolle e scalogno (14,1 milioni). Non si tratta, certo, di numeri da capogiro, ma anche questi dati contribuiscono a rendere il Paese africano uno Stato la cui economia era in via di stabilizzazione, nel panorama africano. Ora, però, la crisi politica del Paese potrebbe cambiarne le carte in tavola favorendo l’economia russa e creando un ostacolo in più per quella europea. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/niamey-non-solo-oro-giallo-2662665773.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="niger-ex-ministri-arrestati-dai-golpisti-ue-reagiremo" data-post-id="2662665773" data-published-at="1690873148" data-use-pagination="False"> Niger, ex ministri arrestati dai golpisti Ue: «Reagiremo» A ormai una settimana dal colpo di Stato resta tesissima la situazione in Niger, dove secondo il Partito nigerino per la democrazia e il socialismo (Pnds), quello del deposto presidente Mohamed Bazoum, quattro ministri e un ex ministro sono stati arrestati dai golpisti. Tra loro ci sono il ministro del Petrolio e il ministro delle Miniere, entrambi accusati di malversazioni. Il Pnds ha chiesto «il rilascio immediato dei ministri arrestati e sequestrati ingiustamente», ma i golpisti non hanno certo dato seguito alla richiesta. Nonostante la situazione a dir poco confusa, ieri Mohamed Bazoum è apparso sorridente e in buona salute, in una fotografia con il presidente del vicino Ciad, Mahamat Idriss Déby, che l’ha pubblicata sul suo profilo Facebook. Deby ha spiegato di essersi recato in Niger «per esplorare tutte le strade e trovare una soluzione pacifica alla crisi». Ma di che soluzione si tratta? Secondo alcune indiscrezioni che abbiamo raccolto all’interno di un servizio segreto dell’Ue, ai golpisti sarebbe stata proposta una sorta di coabitazione nella quale i militari golpisti si ritirerebbero ma non verrebbero perseguiti, a patto però che interrompano le loro attività contro Bazoum, attualmente detenuto nella residenza presidenziale, ma soprattutto che cessino di intrattenere rapporti con la compagnia militare privata russa Wagner. Le stesse fonti riferiscono che i golpisti prima di accettare qualsiasi proposta vogliono capire se l’intervento armato evocato dalla Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale (Ecowas), che scadrà il prossimo 7 agosto, potrebbe palesarsi per davvero, magari con il supporto logistico francese. Inoltre il nuovo uomo forte del Niger, il generale Abdourahamane Tchiani, sta cercando di capire fino a che punto la Russia, che fino a oggi ha fomentato la rivolta - così come ha fatto in Mali e Burkina Faso - verrebbe in loro soccorso. Anche qui capire cosa potrebbe accadere è a dir poco arduo per la Russia: attraverso il portavoce di Vladimir Putin, Dmitri Peskov, almeno formalmente si è detta «gravemente preoccupata per la situazione e favorevole al rapido ripristino dello stato di diritto in Niger e alla moderazione di tutte le parti in modo che non ci siano vittime». Nemmeno il tempo di registrare le parole di Peskov, che Alexander Ivanov, portavoce del Gruppo Wagner nella Repubblica Centrafricana (Car), che è anche il capo dell’Unione degli ufficiali russi per la sicurezza internazionale, sul canale Telegram dei mercenari russi ha affermato: «Oggi ho avuto diverse conversazioni importanti. le agenzie d’intelligence in tutta l’Africa stanno lanciando l’allarme che la Francia sta pianificando di lanciare un’operazione militare insidiosa contro il Niger, nonché attacchi aerei su quel Paese per distruggere i dissidenti». Poi dopo essersi scagliato contro l’ex presidente, definito «un burattino dei francesi», si è rivolto direttamente alla Francia: «Chiedo ai militari francesi di non eseguire ordini criminali e di non colpire i dissidenti pacifici e di lasciare che il popolo del Niger e i militari fedeli al popolo decidano il proprio destino. Il Niger è in grado di garantire la sua sicurezza e il suo sviluppo, ma questo sarà possibile quando il mondo capirà che la Francia continua a ingannare e terrorizzare i Paesi a cui ha formalmente concesso l’indipendenza!». Se non è la firma apposta al golpe di sette giorni fa poco ci manca. Ma si tratta di dichiarazioni che potrebbero avvicinare l’intervento armato dei Paesi dell’Ecowas che potranno contare su solidi appoggi. E quali? Innanzitutto quello di Parigi, che ieri ha annunciato «l’adozione di misure di rafforzamento della sicurezza della nostra ambasciata a Niamey», ricordando «gli obblighi che incombono a tutti in materia di protezione dei siti e del personale diplomatico, come anche dei residenti stranieri». Poi l’affondo: «La Francia plaude alle decisioni assunte dai capi di Stato dell’Ecowas, che chiedono il ritorno immediato all’ordine costituzionale in Niger, insieme al presidente Mohamed Bazoum, eletto dai nigerini e appoggia le sanzioni economiche e finanziarie». Della crisi in Niger ha parlato anche l’Alto rappresentante Ue, Josep Borrell, che su Twitter ha espresso la posizione di Bruxelles, che «sostiene tutte le misure adottate da Ecowas come reazione al colpo di Stato avvenuto in Niger e le appoggerà rapidamente e con decisione». Anche il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha parlato della decisione dell’Ecowas: «L’Ue e il Niger condividono profondi legami sviluppatisi nel corso dei decenni. L’attacco inaccettabile al governo democraticamente eletto mette a rischio questi legami. Sostengo le decisioni dell’Ecowas e il suo ruolo attivo per un rapido ritorno del presidente Bazoum». Diverso l’approccio del governo italiano. «Il compito occidentale non è buttare benzina, ma buttare acqua sul fuoco. Di tutto c’è bisogno tranne che di un’altra guerra che coinvolga più nazioni», ha dichiarato senza mezzi termini il ministro della Difesa, Guido Crosetto. Non solo, «un intervento fatto da europei bianchi per risolvere una cosa interna rischierebbe di avere effetti deflagranti. Si cammina sulle uova. Va bene mantenere i contingenti europei, ma è il momento di ragionare. È un colpo di Stato anomalo, secondo me è recuperabile senza interventi troppo duri». Il rischio altrimenti, secondo il ministro, è «di fare i cowboy nel saloon e in quella parte dell’Africa non possiamo permetterci altri terremoti». Mentre scriviamo è arrivato un nuovo colpo di scena: Peskov ha affermato che «la Russia è preoccupata per la situazione in Niger, noi non condividiamo la linea di Wagner, non va posta sulla stessa linea la posizione di Mosca con quella del leader del gruppo Wagner, Evgenij Prigozhin». Chi dice la verità? Peskov o Prigozhin, che sempre su Telegram ha detto di essere pronto a inviare 1.000 soldati in Niger? A breve (forse) sapremo.
Friedrich Merz e Donald Trump (Ansa)
Non solo. Il presidente americano sarebbe anche pronto a ricorrere a una pressione di natura militare. Secondo Axios, Centcom avrebbe infatti preparato dei piani per possibili attacchi «brevi e incisivi» contro obiettivi del regime: attacchi che l’inquilino della Casa Bianca potrebbe decidere di ordinare per indebolire la posizione negoziale di Teheran. In particolare, tra le opzioni sul tavolo, ci sarebbe anche la conquista di alcune parti dello Stretto di Hormuz, nonché l’invio di soldati sul terreno per sequestrare le scorte di uranio arricchito iraniano.
In questo quadro, secondo il Wall Street Journal, il Dipartimento di Stato americano starebbe cercando di creare una nuova coalizione internazionale per rendere navigabile lo Stretto: non è del resto un mistero che lo stallo nei negoziati ruoti attorno al destino di Hormuz e all’uranio arricchito di Teheran. Proprio su quest’ultimo punto è infatti intervenuta, in una dichiarazione scritta, la Guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei. «Novanta milioni di iraniani orgogliosi e onorevoli, dentro e fuori dal Paese, considerano tutte le capacità dell’Iran, siano esse identitarie, spirituali, umane, scientifiche, industriali e tecnologiche - dalle nanotecnologie e biotecnologie alle capacità nucleari e missilistiche - come beni nazionali e le proteggeranno così come proteggono le acque, la terra e lo spazio aereo del Paese», si legge nel comunicato dell’ayatollah.
Parole, quelle di Khamenei, che rischiano di allontanare ancora di più la possibilità di un accordo. Ricordiamo che, secondo la Cnn, i negoziatori iraniani starebbero lavorando a una proposta di pace «rivista», dopo che Trump aveva escluso di raggiungere intese, senza affrontare fin da subito la spinosa questione nucleare. Non è del resto un mistero che il regime khomeinista sia internamente spaccato tra un’ala aperta alla diplomazia e un’altra che, legata ai pasdaran, preme per la linea dura nei confronti degli Usa. Una debolezza, quella iraniana, che si ripercuote paradossalmente sulla Casa Bianca. Le spaccature in seno ai vertici di Teheran stanno infatti allungando i tempi, mentre Trump ha necessità di chiudere il conflitto e di vedere Hormuz riaperto per abbassare il prezzo dell’energia e rafforzare così il Partito repubblicano in vista delle Midterm novembrine.
Inoltre, secondo la Cnn, al costo del conflitto in corso (che, secondo il Pentagono, si aggirerebbe finora attorno ai 25 miliardi di dollari) andrebbero aggiunti gli esborsi che saranno necessari per riparare le basi americane colpite in Medio Oriente. In tal senso, la testata ha riferito che la stima reale delle spese complessive si aggirerebbe attualmente attorno ai 45 miliardi di dollari. Il fattore tempo è quindi cruciale. Trump scommette sul fatto che, a suon di pressione economica e militare, l’Iran ceda rapidamente, per poi accettare di sedersi al tavolo negoziale con meno pretese. Tuttavia, il successo di questa scommessa dipende dall’eventualità che l’ala dialogante del regime riesca ad avere il sopravvento su quella delle Guardie della rivoluzione: uno scenario, questo, che, al momento, è tutt’altro che certo.
Nel frattempo, il presidente americano si sta mostrando sempre più innervosito da Friedrich Merz, che ha recentemente criticato la gestione della crisi iraniana da parte di Washington. «Il cancelliere tedesco dovrebbe dedicare più tempo a porre fine alla guerra con Russia e Ucraina (dove si è dimostrato totalmente inefficace!) e a risanare il suo Paese in rovina, soprattutto in materia di immigrazione ed energia, e meno tempo a interferire con coloro che si stanno adoperando per eliminare la minaccia nucleare iraniana, rendendo così il mondo, Germania compresa, un luogo più sicuro», ha affermato ieri Trump, aprendo inoltre alla possibilità di ridurre le truppe statunitensi di stanza in territorio tedesco. Merz, dal canto suo, ha cercato di gettare acqua sul fuoco, sostenendo che «la partnership transatlantica ci sta particolarmente a cuore». Il cancelliere ha inoltre affermato che Berlino starebbe contribuendo agli sforzi per riaprire Hormuz.
In tutto questo, ha parlato della crisi iraniana anche il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz. «Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, in coordinamento con il primo ministro Benjamin Netanyahu, sta guidando gli sforzi per raggiungere gli obiettivi della campagna», ha affermato, per poi aggiungere: «Sosteniamo questo sforzo e stiamo fornendo il supporto necessario, ma è possibile che presto dovremo intervenire nuovamente per garantire il raggiungimento di questi obiettivi». In particolare, secondo Channel 12, lo Stato ebraico si starebbe preparando a riprendere le ostilità, ritenendo che il processo diplomatico tra Washington e Teheran possa naufragare all’inizio della prossima settimana. Non è del resto un mistero che Israele abbia sempre guardato con una certa freddezza al cessate il fuoco tra Usa e Iran. Dall’altra parte, è JD Vance la figura che, in seno all’amministrazione americana, resta maggiormente propensa a una soluzione diplomatica.
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Sergio Mattarella (Ansa)
Bisogna «cooperare con i governi dei paesi di origine» e in questo ambito «si colloca il piano Mattei, varato e sviluppato dal governo», ha detto il capo dello Stato, in visita alla Piaggio di Pontedera per celebrare il Primo maggio.
Un messaggio di pace e distensione verso Palazzo Chigi, dopo una settimana folle, in cui «la grazia del presidente» prevista dalla Costituzione, è diventata l’ennesima disgrazia del ministro della giustizia.
La serenità di Nicole Minetti, ex consigliere regionale della Lombardia tra le fila del Pdl, non era esattamente in testa alle priorità di Fratelli d’Italia, della Lega, di Giorgia Meloni o di Carlo Nordio. Sarebbe bastata questa elementare considerazione per capire che quel provvedimento di grazia individuale non era farina del sacco del governo. Invece, la lettura dello scandalo accreditata da gran parte dei giornali era quasi ribaltata. Con Repubblica che martedì sparava in prima pagina: «Grazia a Minetti. Il Quirinale contro Nordio».
Veleni romani? Forse a volte basta uscire un po’ dal Palazzo e allora ieri Mattarella è andato a Pontedera, in visita alla Piaggio, e nell’auditorium aziendale ha tenuto un discorso in occasione della Festa dei lavoratori. Visitare la Piaggio della famiglia Colaninno è sempre un piacere per chi ha a cuore il tricolore. È rimasta un’azienda italiana, famosa in tutto il mondo per i suoi scooter, (un misto di tecnica e design) ed è sopravvissuta alla stagione dei saldi di John Elkann semplicemente perché gli Agnelli la fecero fuori già nel 1999.
Mattarella ieri ha seguito il consueto canovaccio da Primo maggio, ovvero ha sottolineato l’importanza della «dignità del lavoro» e, di fronte al ministro Marina Calderone, ha ricordato l’importanza di impiegare più donne e giovani. Non è mancato il richiamo all’importanza della sicurezza, con il presidente che ha osservato come «oltre mille vite spezzate sul lavoro o in itinere all’anno» siano «un tributo inaccettabile».
Il passaggio più imprevisto è stato sull’immigrazione. «Sono numerosi i giovani ben istruiti che lasciano il nostro Paese per lavorare all’estero», ha ricordato Mattarella, ma «sono più di quelli che vengono in Italia» e «nell’interesse del Paese questa tendenza va invertita». Raramente l’inquilino del Colle è stato così netto, sul tema. Non solo, ma dopo aver riconosciuto che «il tema delle migrazioni è rilevante in tutta Europa», ha ammesso che «le nostre società si devono misurare con questi problemi (calo demografico e carenza di mano d’opera, ndr) usando razionalità e saggezza, sollecitando cooperazione con i Paesi di origine». Dopo di che, la caramella per l’esecutivo: «In questo ambito si colloca il piano Mattei per l’Africa, varato e sviluppato dal doverno». Con una grazia a Marcello Dell’Utri, forse arriverebbe anche la benedizione presidenziale alla remigrazione.
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Imagoeconomica
«La benzina mediamente è aumentata del 6%, il gasolio del 24%», aveva detto già prima del Cdm il premier Giorgia Meloni, sottolineando che «per questa ragione, il governo ha deciso di concentrare il beneficio sul gasolio, riducendo più significativamente il suo prezzo rispetto alla benzina».
L’intenzione è quella di calibrare l’intervento in modo che risponda meglio alla realtà dei consumi e all’andamento dei prezzi, in modo da offrire un sostegno maggiore a chi sta pagando maggiormente per il carburante. Questo approccio differenziato nasce dalla necessità di ridurre l’impatto economico più forte che il diesel ha avuto su famiglie e imprese. Il governo italiano aveva già adottato in passato provvedimenti simili, con un taglio uniforme delle accise di 24,4 centesimi al litro su entrambi i carburanti, una misura che ha comportato un impegno economico significativo per le casse dello Stato. L’intervento aveva un costo giornaliero di circa 20 milioni di euro, per un totale che ha superato le centinaia di milioni di euro. Il peso economico di queste misure è stato consistente, soprattutto in un periodo di incertezze economiche globali, e il governo ha dovuto fare i conti con la sostenibilità di questi interventi nel lungo periodo. Per il nuovo provvedimento, il governo ha deciso di limitare l’entità complessiva della spesa, fissando un tetto massimo intorno ai 500 milioni di euro. In questo modo, l’intervento sarà più mirato, ma al tempo stesso meno gravoso per le finanze pubbliche. L’esecutivo, infatti, sta cercando di evitare un impatto troppo negativo sui conti pubblici, pur mantenendo un sostegno adeguato alle famiglie e alle imprese che stanno affrontando i rincari.
Oltre al taglio delle accise, il governo prevede anche un rafforzamento del credito d’imposta per il settore dell’autotrasporto. Questo provvedimento mira a ridurre il peso dei costi aggiuntivi per le imprese di trasporto, che stanno affrontando aumenti significativi dei prezzi del carburante. Il credito d’imposta dovrebbe coprire almeno il 50% dei costi sostenuti dagli operatori, in modo da evitare il fermo del settore. Questo è particolarmente importante, poiché la situazione dei trasportatori è delicata, e un blocco delle merci avrebbe ripercussioni su tutta l’economia.
Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, ha sottolineato l’importanza di questa misura, dichiarando che «stiamo lavorando per aumentare questo rimborso, con l’obiettivo di coprire oltre il 50% dei costi sostenuti. Lo sciopero dell’autotrasporto è la priorità mia e del governo», e ha aggiunto: «Andare incontro alle giuste richieste di queste imprese che stanno lavorando con costi esorbitanti, per evitare il blocco del Paese».
Pallottoliere alla mano, dal 2 maggio la benzina potrebbe quindi arrivare a 1,9 euro al litro, mentre il gasolio dovrebbe scendere a livelli analoghi, di poco sotto i due euro al litro.
Il problema, però, è che, così facendo, non si stimola il consumo responsabile di carburante. Perché la vera questione è che le risorse scarseggiano. Inoltre, il timore è che così si favoriscano coloro che usano più carburante, cioè le fasce più abbienti della popolazione.
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