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2019-06-23
La lotta nel fango tra le toghe rosse
Ansa
Nel pandemonio scatenato dal cosiddetto mercato delle nomine le correnti che non hanno ancora subito perdite sono quelle di sinistra (Magistratura democratica e Movimento per la giustizia, riunite nel cartello Area) e i Robespierre di Autonomia e indipendenza, il gruppo di Piercamillo Davigo. Le prime hanno piazzato il nuovo presidente dell'Anm, i secondi un paio di nuovi consiglieri del Csm. Ma nelle intercettazioni tra i due pm romani indagati a Perugia, Luca Palamara (Unicost) e Stefano Fava (Md), la faida che emerge con maggior chiarezza è quella tra toghe di sinistra. E in tali conversazioni anche gli esponenti di Ai sono citati per questioni non marginali. Ma procediamo con ordine.
Fava vuole vendicarsi di presunte scorrettezze nella gestione delle indagini di due suoi superiori, l'ex procuratore Giuseppe Pignatone ma soprattutto l'aggiunto Paolo Ielo, considerato vicino ad Area. Per questo, a marzo, ha presentato un esposto contro di loro davanti alla prima commissione del parlamentino dei giudici, denuncia che i media hanno subito bollato come una polpetta avvelenata. In realtà ancora nessuno ha giudicato nel merito il suo contenuto. E il magistrato di Md nelle intercettazioni cerca di convincere Palamara, carte alla mano, della consistenza delle accuse.
Pignatone e Ielo gli avrebbero sottratto il fascicolo dell'inchiesta sul faccendiere Piero Amara per oscuri motivi. A mettere sul chi vive il pm sono stati i rapporti di consulenza tra l'Eni (di cui Amara è legale esterno) e l'avvocato Domenico Ielo, fratello del magistrato.
Ma Fava ha trovato sospetto anche che Condotte, il colosso delle costruzioni sotto amministrazione straordinaria, abbia ingaggiato come consulente legale sempre il consanguineo di Ielo. Uno dei tre commissari straordinari, Giovanni Bruno, è fratello di Brunella Bruno, magistrato amministrativo ed ex imputata dell'aggiunto romano. La donna è stata assolta. Parla Fava: «Quel processo è arrivato da Woodcock (il pm napoletano Henry John, ndr) al solito impacchettato (cioè praticamente già concluso, come l'inchiesta Consip, ndr), Ielo lo ha preso, lo ha trattato come tratta quei processi e alla fine Cretella (Walter, generale della Guardia di finanza, ndr) condannato a una pena bassissima e la Brunella Bruno che gli scriveva le memorie […] ne è uscita pulita e lui non ha impugnato». Il pm sottolinea: «Lui ha fatto richieste di archiviazione nei confronti di Brunella Bruno […] conclude lui e chiede l'assoluzione per un reato di calunnia e per l'altro reato chiede una pena minima […] poi viene assolta […] e lui non fa impugnazione». Per Fava quel processo condotto in modo poco aggressivo avrebbe avuto un effetto: «Il fratello di Brunella Bruno al fratello di Ielo gli dà quell'incarico pazzesco, perché se tu vedi quell'incarico è pazzesco, gli lascia aperta la finestra per i successivi incarichi […]». Secondo l'autore dell'esposto il raggruppamento temporaneo d'imprese di cui fa parte Domenico Ielo non solo ha conquistato un contratto da 250.000 euro annui, ma anche una sorta di diritto di prelazione per gli anni successivi a 200.000 euro. «Non so se mi spiego» commenta. E continua sostenendo che Ielo è un conflitto d'interessi ambulante: è molto amico di Salvino Mondello, l'avvocato di Amara, il fratello prende consulenze da Eni e da Condotte, «una società in cui i tre commissari hanno litigato e uno di loro si è dimesso e tu gli regali 250.000 euro come se fosse un'impresa». Fava è scandalizzato e pensa di aver beccato Ielo con le mani nella marmellata. Lui e Palamara sono convinti che a far camminare l'esposto ci penserà una coppia di magistrati della corrente di Davigo, Autonomia e indipendenza, quella considerata dei duri e puri. I due presunti alleati sarebbero Sebastiano Ardita, componente della prima commissione del Csm, quella che prima dello scandalo aveva convocato (a luglio) Fava per ascoltarlo, ed Erminio Amelio, ex magistrato di Area passato con Ai.
Palamara, per portare a compimento il piano, scommette sulla promozione ad aggiunto di Perugia di Amelio: «Lì a 'sto punto è fondamentale perché gli inizia a rompe' il culo […] sì ma se va là, lo devi mandare carico con questi qua, nomi e cognomi, questi li devi ammazzare». Nell'ambiente è risaputo che Amelio aveva l'ambizione di diventare aggiunto a Roma. Purtroppo per lui i posti di vice sono stati assegnati ad altri, tra cui i compagni di corrente Ielo e Giuseppe Cascini, attuale consigliere del Csm in quota Area: «Io mi sono sempre battuto per Cascini, ma Amelio era più titolato» ha chiosato con noi Palamara che in coppia con Cascini ha guidato l'Anm. Sull'ex compagno d'avventure, su un'altra toga di sinistra, Antonio Ardituro, e su Marco Mancinetti, ha svelenato, accusandoli di fughe di notizie a suo favore: «Se io vado a fa' 'ste dichiarazioni (al Csm, ndr) saltano in aria».
Ritornando ad Amelio, a causa delle presunte ingiustizie subite, avrebbe lasciato la corrente di sinistra per passare con Davigo. Ma a voler credere alle chiacchiere captate dal trojan gli sarebbe rimasto il dente avvelenato. Per questo Palamara punta a mandarlo a Perugia come vice di uno dei due candidati forti, Giuseppe Borrelli e Francesco Prete: con loro, per Palamara, di fatto «il procuratore lo fa Amelio». E a proposito dell'esposto dice: «Prete è uno che gli farebbe un favore a questi, però se Erminio gli sta dietro, lo blocca, capito? […] E comunque se lo metti là Erminio la cosa la prende lui in mano (…) chiunque dei due, con Erminio, sono su 'sta cosa, non possono fare cazzate».
I due sostengono di avere un altro canale a Perugia, Paolo Abbritti, pm dell'inchiesta sulla governatrice dell'Umbria Catiuscia Marini e segretario distrettuale di Unicost, la stessa corrente di Palamara. «È un ragazzetto proprio nostro, fidato».
Alla fine Fava chiede quando lo convocheranno al Csm. L'altro pm indagato spiega che a Palazzo dei Marescialli dovranno iniziare a parlarne il giorno dopo e che bisogna solo attendere l'invio di alcuni documenti da parte del procuratore generale: «Quindi fanno questa e poi fissano la data dell'audizione». Che effettivamente viene decisa dopo poco. Secondo Palamara al Csm diversi consiglieri sono allertati sull'esposto, «perché Sebastiano (Ardita, ndr) è stato bravo a stimolarli».
«Per riformare il sistema si parta dalle correnti»

Ansa
«Sa perché i laici del Csm non erano in quei tristi alberghi a tramare?». Stefano Cavanna è consigliere laico del Consiglio superiore della magistratura: avvocato di Genova, eletto in quota Lega, è alla sua prima esperienza a Palazzo dei Marescialli. Lascia trascorrere qualche secondo prima di rispondere alla sua stessa domanda. «Per un motivo: i laici, in questa consiliatura, per la prima volta nella storia, sono tecnici scelti per la loro competenza e non politici o politicizzati con la tessera dei partiti in tasca».
E dunque?
«Noi laici non siamo stati sporcati nemmeno da uno schizzo perché eravamo, ai loro occhi, solo dei voti da mettere nel carniere, non degli interlocutori con cui discutere. Noi non l'avremmo mai fatto, comunque, e a maggior ragione con un imputato (il riferimento è chiaramente a Luca Lotti, ndr)».
Lei è un uomo di legge, ma non è un magistrato. Com'è assistere a queste dinamiche dall'interno?
«Da quando ci siamo insediati, abbiamo tentato con tutti gli strumenti possibili di lottare contro questa prevaricazione della politica nella vita dell'organo di autogoverno. E, personalmente, non ho mai perso occasione di denunciare questi rapporti».
È stato raggiunto qualche risultato?
«A inizio anno, scrissi una lettera al presidente della Repubblica in cui esprimevo il mio punto di vista sull'argomento. Io non ho ovviamente certezza che esista un nesso causale né potrei mai pensarlo, ma sta di fatto che dopo circa un mese dalla mia missiva ci fu una convocazione al Colle di tutti i presidenti delle commissioni del Csm, e il capo dello Stato sottolineò proprio la necessità che l'attività del Consiglio superiore della magistratura fosse basata su regole pulite e previste dalla legge. Considerato a posteriori, è un fatto a mio avviso significativo visto che stiamo parlando di fine marzo. E vorrei ancora rivendicare che, sempre dopo la mia lettera al Quirinale e l'incontro con il presidente Sergio Mattarella, la famigerata riunione settimanale dei capicorrente, chiamati chissà perché portavoce, che era stata inopinatamente e contro ogni regola prevista dal regolamento interno istituita dalla nuova consiliatura, venne abolita».
Tutti hanno condannato lo scandalo, ma pochi però si sono interrogati sulle cause. Secondo lei, quali sono i motivi scatenanti di questa sete di potere?
«Posso dire che ci sono certi consiglieri, come Giuseppe Cascini, leader di una importante corrente in seno al Consiglio (Area, ndr), che sostengono che questa situazione non sia l'effetto del sistema correntizio, ma una sua devianza. Io non sono d'accordo. Girando l'Italia, mi sono reso conto che tantissimi magistrati si lamentano delle correnti e della necessità di iscriversi per poter fare carriera».
Le correnti in magistratura sono le sorelle minori della politica?
«Non so se la parola politica debba avere cittadinanza sulla bocca di un magistrato perché la politica delle correnti, che pure non è necessariamente legata ai partiti, ha con essa comunque una interconnessione. Rilevo solo che gli esponenti delle correnti parlano come i politici. È stupefacente. Questo, a mio avviso, dovrebbe finire».
È stato facile inserirsi in questo meccanismo per chi viene da un altro mondo?
«Posso rivendicare che i laici, in questi mesi, hanno sempre svolto al meglio il loro compito. Eppure, ci siamo spesso sentiti dire che, a fronte di una maggiore chiarezza su aspetti specifici del funzionamento del Consiglio, stavamo sbagliando perché inesperti e poco pratici. Chissà perché poi alla fine si scopriva che avevamo visto giusto. È vero, comunque, che un laico conosce meno il tessuto di un togato, perché non è dentro la vita della magistratura, però è anche vero che il laico può e deve esercitare il controllo popolare sull'organo di autogoverno. Che altrimenti diventerebbe autoreferenziale».
Non basta la stampa come cane da guardia?
«Quello dei rapporti con la stampa, e con certi giornali, è un capitolo da approfondire. Sono rimasto stupito dalla pubblicazione di notizie segrete e riservate a cui tuttora sono vincolato mentre le leggo in edicola. La colpa non è ovviamente dei giornali, ma resta da capire se una fuga di notizie, dovuta a un cancelliere infedele oppure ad altro, possa prevedere delle finalità sottese».
Come se ne esce da questo labirinto?
«Con una riforma che colpisca e riduca il fenomeno correntizio e con una riforma del sistema elettorale. Ma questo è compito del Parlamento, non nostro».
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Dalle carte emergono le faide fra presunti alleati: l'esposto di Stefano Fava contro Paolo Ielo, i veleni su Giuseppe Cascini, le manovre per la Procura di Perugia.Il membro laico del Csm in quota Lega, Stefano Cavanna: «Prima dello scandalo avevo scritto al Colle per denunciare i rapporti con i partiti».Lo speciale contiene due articoli.Nel pandemonio scatenato dal cosiddetto mercato delle nomine le correnti che non hanno ancora subito perdite sono quelle di sinistra (Magistratura democratica e Movimento per la giustizia, riunite nel cartello Area) e i Robespierre di Autonomia e indipendenza, il gruppo di Piercamillo Davigo. Le prime hanno piazzato il nuovo presidente dell'Anm, i secondi un paio di nuovi consiglieri del Csm. Ma nelle intercettazioni tra i due pm romani indagati a Perugia, Luca Palamara (Unicost) e Stefano Fava (Md), la faida che emerge con maggior chiarezza è quella tra toghe di sinistra. E in tali conversazioni anche gli esponenti di Ai sono citati per questioni non marginali. Ma procediamo con ordine.Fava vuole vendicarsi di presunte scorrettezze nella gestione delle indagini di due suoi superiori, l'ex procuratore Giuseppe Pignatone ma soprattutto l'aggiunto Paolo Ielo, considerato vicino ad Area. Per questo, a marzo, ha presentato un esposto contro di loro davanti alla prima commissione del parlamentino dei giudici, denuncia che i media hanno subito bollato come una polpetta avvelenata. In realtà ancora nessuno ha giudicato nel merito il suo contenuto. E il magistrato di Md nelle intercettazioni cerca di convincere Palamara, carte alla mano, della consistenza delle accuse. Pignatone e Ielo gli avrebbero sottratto il fascicolo dell'inchiesta sul faccendiere Piero Amara per oscuri motivi. A mettere sul chi vive il pm sono stati i rapporti di consulenza tra l'Eni (di cui Amara è legale esterno) e l'avvocato Domenico Ielo, fratello del magistrato. Ma Fava ha trovato sospetto anche che Condotte, il colosso delle costruzioni sotto amministrazione straordinaria, abbia ingaggiato come consulente legale sempre il consanguineo di Ielo. Uno dei tre commissari straordinari, Giovanni Bruno, è fratello di Brunella Bruno, magistrato amministrativo ed ex imputata dell'aggiunto romano. La donna è stata assolta. Parla Fava: «Quel processo è arrivato da Woodcock (il pm napoletano Henry John, ndr) al solito impacchettato (cioè praticamente già concluso, come l'inchiesta Consip, ndr), Ielo lo ha preso, lo ha trattato come tratta quei processi e alla fine Cretella (Walter, generale della Guardia di finanza, ndr) condannato a una pena bassissima e la Brunella Bruno che gli scriveva le memorie […] ne è uscita pulita e lui non ha impugnato». Il pm sottolinea: «Lui ha fatto richieste di archiviazione nei confronti di Brunella Bruno […] conclude lui e chiede l'assoluzione per un reato di calunnia e per l'altro reato chiede una pena minima […] poi viene assolta […] e lui non fa impugnazione». Per Fava quel processo condotto in modo poco aggressivo avrebbe avuto un effetto: «Il fratello di Brunella Bruno al fratello di Ielo gli dà quell'incarico pazzesco, perché se tu vedi quell'incarico è pazzesco, gli lascia aperta la finestra per i successivi incarichi […]». Secondo l'autore dell'esposto il raggruppamento temporaneo d'imprese di cui fa parte Domenico Ielo non solo ha conquistato un contratto da 250.000 euro annui, ma anche una sorta di diritto di prelazione per gli anni successivi a 200.000 euro. «Non so se mi spiego» commenta. E continua sostenendo che Ielo è un conflitto d'interessi ambulante: è molto amico di Salvino Mondello, l'avvocato di Amara, il fratello prende consulenze da Eni e da Condotte, «una società in cui i tre commissari hanno litigato e uno di loro si è dimesso e tu gli regali 250.000 euro come se fosse un'impresa». Fava è scandalizzato e pensa di aver beccato Ielo con le mani nella marmellata. Lui e Palamara sono convinti che a far camminare l'esposto ci penserà una coppia di magistrati della corrente di Davigo, Autonomia e indipendenza, quella considerata dei duri e puri. I due presunti alleati sarebbero Sebastiano Ardita, componente della prima commissione del Csm, quella che prima dello scandalo aveva convocato (a luglio) Fava per ascoltarlo, ed Erminio Amelio, ex magistrato di Area passato con Ai. Palamara, per portare a compimento il piano, scommette sulla promozione ad aggiunto di Perugia di Amelio: «Lì a 'sto punto è fondamentale perché gli inizia a rompe' il culo […] sì ma se va là, lo devi mandare carico con questi qua, nomi e cognomi, questi li devi ammazzare». Nell'ambiente è risaputo che Amelio aveva l'ambizione di diventare aggiunto a Roma. Purtroppo per lui i posti di vice sono stati assegnati ad altri, tra cui i compagni di corrente Ielo e Giuseppe Cascini, attuale consigliere del Csm in quota Area: «Io mi sono sempre battuto per Cascini, ma Amelio era più titolato» ha chiosato con noi Palamara che in coppia con Cascini ha guidato l'Anm. Sull'ex compagno d'avventure, su un'altra toga di sinistra, Antonio Ardituro, e su Marco Mancinetti, ha svelenato, accusandoli di fughe di notizie a suo favore: «Se io vado a fa' 'ste dichiarazioni (al Csm, ndr) saltano in aria». Ritornando ad Amelio, a causa delle presunte ingiustizie subite, avrebbe lasciato la corrente di sinistra per passare con Davigo. Ma a voler credere alle chiacchiere captate dal trojan gli sarebbe rimasto il dente avvelenato. Per questo Palamara punta a mandarlo a Perugia come vice di uno dei due candidati forti, Giuseppe Borrelli e Francesco Prete: con loro, per Palamara, di fatto «il procuratore lo fa Amelio». E a proposito dell'esposto dice: «Prete è uno che gli farebbe un favore a questi, però se Erminio gli sta dietro, lo blocca, capito? […] E comunque se lo metti là Erminio la cosa la prende lui in mano (…) chiunque dei due, con Erminio, sono su 'sta cosa, non possono fare cazzate».I due sostengono di avere un altro canale a Perugia, Paolo Abbritti, pm dell'inchiesta sulla governatrice dell'Umbria Catiuscia Marini e segretario distrettuale di Unicost, la stessa corrente di Palamara. «È un ragazzetto proprio nostro, fidato». Alla fine Fava chiede quando lo convocheranno al Csm. L'altro pm indagato spiega che a Palazzo dei Marescialli dovranno iniziare a parlarne il giorno dopo e che bisogna solo attendere l'invio di alcuni documenti da parte del procuratore generale: «Quindi fanno questa e poi fissano la data dell'audizione». Che effettivamente viene decisa dopo poco. Secondo Palamara al Csm diversi consiglieri sono allertati sull'esposto, «perché Sebastiano (Ardita, ndr) è stato bravo a stimolarli».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/nel-mercato-delle-toghe-colpi-bassi-e-vendette-fra-i-giudici-di-sinistra-2638953168.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="per-riformare-il-sistema-si-parta-dalle-correnti" data-post-id="2638953168" data-published-at="1774139803" data-use-pagination="False"> «Per riformare il sistema si parta dalle correnti» Ansa «Sa perché i laici del Csm non erano in quei tristi alberghi a tramare?». Stefano Cavanna è consigliere laico del Consiglio superiore della magistratura: avvocato di Genova, eletto in quota Lega, è alla sua prima esperienza a Palazzo dei Marescialli. Lascia trascorrere qualche secondo prima di rispondere alla sua stessa domanda. «Per un motivo: i laici, in questa consiliatura, per la prima volta nella storia, sono tecnici scelti per la loro competenza e non politici o politicizzati con la tessera dei partiti in tasca». E dunque? «Noi laici non siamo stati sporcati nemmeno da uno schizzo perché eravamo, ai loro occhi, solo dei voti da mettere nel carniere, non degli interlocutori con cui discutere. Noi non l'avremmo mai fatto, comunque, e a maggior ragione con un imputato (il riferimento è chiaramente a Luca Lotti, ndr)». Lei è un uomo di legge, ma non è un magistrato. Com'è assistere a queste dinamiche dall'interno? «Da quando ci siamo insediati, abbiamo tentato con tutti gli strumenti possibili di lottare contro questa prevaricazione della politica nella vita dell'organo di autogoverno. E, personalmente, non ho mai perso occasione di denunciare questi rapporti». È stato raggiunto qualche risultato? «A inizio anno, scrissi una lettera al presidente della Repubblica in cui esprimevo il mio punto di vista sull'argomento. Io non ho ovviamente certezza che esista un nesso causale né potrei mai pensarlo, ma sta di fatto che dopo circa un mese dalla mia missiva ci fu una convocazione al Colle di tutti i presidenti delle commissioni del Csm, e il capo dello Stato sottolineò proprio la necessità che l'attività del Consiglio superiore della magistratura fosse basata su regole pulite e previste dalla legge. Considerato a posteriori, è un fatto a mio avviso significativo visto che stiamo parlando di fine marzo. E vorrei ancora rivendicare che, sempre dopo la mia lettera al Quirinale e l'incontro con il presidente Sergio Mattarella, la famigerata riunione settimanale dei capicorrente, chiamati chissà perché portavoce, che era stata inopinatamente e contro ogni regola prevista dal regolamento interno istituita dalla nuova consiliatura, venne abolita». Tutti hanno condannato lo scandalo, ma pochi però si sono interrogati sulle cause. Secondo lei, quali sono i motivi scatenanti di questa sete di potere? «Posso dire che ci sono certi consiglieri, come Giuseppe Cascini, leader di una importante corrente in seno al Consiglio (Area, ndr), che sostengono che questa situazione non sia l'effetto del sistema correntizio, ma una sua devianza. Io non sono d'accordo. Girando l'Italia, mi sono reso conto che tantissimi magistrati si lamentano delle correnti e della necessità di iscriversi per poter fare carriera». Le correnti in magistratura sono le sorelle minori della politica? «Non so se la parola politica debba avere cittadinanza sulla bocca di un magistrato perché la politica delle correnti, che pure non è necessariamente legata ai partiti, ha con essa comunque una interconnessione. Rilevo solo che gli esponenti delle correnti parlano come i politici. È stupefacente. Questo, a mio avviso, dovrebbe finire». È stato facile inserirsi in questo meccanismo per chi viene da un altro mondo? «Posso rivendicare che i laici, in questi mesi, hanno sempre svolto al meglio il loro compito. Eppure, ci siamo spesso sentiti dire che, a fronte di una maggiore chiarezza su aspetti specifici del funzionamento del Consiglio, stavamo sbagliando perché inesperti e poco pratici. Chissà perché poi alla fine si scopriva che avevamo visto giusto. È vero, comunque, che un laico conosce meno il tessuto di un togato, perché non è dentro la vita della magistratura, però è anche vero che il laico può e deve esercitare il controllo popolare sull'organo di autogoverno. Che altrimenti diventerebbe autoreferenziale». Non basta la stampa come cane da guardia? «Quello dei rapporti con la stampa, e con certi giornali, è un capitolo da approfondire. Sono rimasto stupito dalla pubblicazione di notizie segrete e riservate a cui tuttora sono vincolato mentre le leggo in edicola. La colpa non è ovviamente dei giornali, ma resta da capire se una fuga di notizie, dovuta a un cancelliere infedele oppure ad altro, possa prevedere delle finalità sottese». Come se ne esce da questo labirinto? «Con una riforma che colpisca e riduca il fenomeno correntizio e con una riforma del sistema elettorale. Ma questo è compito del Parlamento, non nostro».
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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