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2019-06-23
La lotta nel fango tra le toghe rosse
Ansa
Nel pandemonio scatenato dal cosiddetto mercato delle nomine le correnti che non hanno ancora subito perdite sono quelle di sinistra (Magistratura democratica e Movimento per la giustizia, riunite nel cartello Area) e i Robespierre di Autonomia e indipendenza, il gruppo di Piercamillo Davigo. Le prime hanno piazzato il nuovo presidente dell'Anm, i secondi un paio di nuovi consiglieri del Csm. Ma nelle intercettazioni tra i due pm romani indagati a Perugia, Luca Palamara (Unicost) e Stefano Fava (Md), la faida che emerge con maggior chiarezza è quella tra toghe di sinistra. E in tali conversazioni anche gli esponenti di Ai sono citati per questioni non marginali. Ma procediamo con ordine.
Fava vuole vendicarsi di presunte scorrettezze nella gestione delle indagini di due suoi superiori, l'ex procuratore Giuseppe Pignatone ma soprattutto l'aggiunto Paolo Ielo, considerato vicino ad Area. Per questo, a marzo, ha presentato un esposto contro di loro davanti alla prima commissione del parlamentino dei giudici, denuncia che i media hanno subito bollato come una polpetta avvelenata. In realtà ancora nessuno ha giudicato nel merito il suo contenuto. E il magistrato di Md nelle intercettazioni cerca di convincere Palamara, carte alla mano, della consistenza delle accuse.
Pignatone e Ielo gli avrebbero sottratto il fascicolo dell'inchiesta sul faccendiere Piero Amara per oscuri motivi. A mettere sul chi vive il pm sono stati i rapporti di consulenza tra l'Eni (di cui Amara è legale esterno) e l'avvocato Domenico Ielo, fratello del magistrato.
Ma Fava ha trovato sospetto anche che Condotte, il colosso delle costruzioni sotto amministrazione straordinaria, abbia ingaggiato come consulente legale sempre il consanguineo di Ielo. Uno dei tre commissari straordinari, Giovanni Bruno, è fratello di Brunella Bruno, magistrato amministrativo ed ex imputata dell'aggiunto romano. La donna è stata assolta. Parla Fava: «Quel processo è arrivato da Woodcock (il pm napoletano Henry John, ndr) al solito impacchettato (cioè praticamente già concluso, come l'inchiesta Consip, ndr), Ielo lo ha preso, lo ha trattato come tratta quei processi e alla fine Cretella (Walter, generale della Guardia di finanza, ndr) condannato a una pena bassissima e la Brunella Bruno che gli scriveva le memorie […] ne è uscita pulita e lui non ha impugnato». Il pm sottolinea: «Lui ha fatto richieste di archiviazione nei confronti di Brunella Bruno […] conclude lui e chiede l'assoluzione per un reato di calunnia e per l'altro reato chiede una pena minima […] poi viene assolta […] e lui non fa impugnazione». Per Fava quel processo condotto in modo poco aggressivo avrebbe avuto un effetto: «Il fratello di Brunella Bruno al fratello di Ielo gli dà quell'incarico pazzesco, perché se tu vedi quell'incarico è pazzesco, gli lascia aperta la finestra per i successivi incarichi […]». Secondo l'autore dell'esposto il raggruppamento temporaneo d'imprese di cui fa parte Domenico Ielo non solo ha conquistato un contratto da 250.000 euro annui, ma anche una sorta di diritto di prelazione per gli anni successivi a 200.000 euro. «Non so se mi spiego» commenta. E continua sostenendo che Ielo è un conflitto d'interessi ambulante: è molto amico di Salvino Mondello, l'avvocato di Amara, il fratello prende consulenze da Eni e da Condotte, «una società in cui i tre commissari hanno litigato e uno di loro si è dimesso e tu gli regali 250.000 euro come se fosse un'impresa». Fava è scandalizzato e pensa di aver beccato Ielo con le mani nella marmellata. Lui e Palamara sono convinti che a far camminare l'esposto ci penserà una coppia di magistrati della corrente di Davigo, Autonomia e indipendenza, quella considerata dei duri e puri. I due presunti alleati sarebbero Sebastiano Ardita, componente della prima commissione del Csm, quella che prima dello scandalo aveva convocato (a luglio) Fava per ascoltarlo, ed Erminio Amelio, ex magistrato di Area passato con Ai.
Palamara, per portare a compimento il piano, scommette sulla promozione ad aggiunto di Perugia di Amelio: «Lì a 'sto punto è fondamentale perché gli inizia a rompe' il culo […] sì ma se va là, lo devi mandare carico con questi qua, nomi e cognomi, questi li devi ammazzare». Nell'ambiente è risaputo che Amelio aveva l'ambizione di diventare aggiunto a Roma. Purtroppo per lui i posti di vice sono stati assegnati ad altri, tra cui i compagni di corrente Ielo e Giuseppe Cascini, attuale consigliere del Csm in quota Area: «Io mi sono sempre battuto per Cascini, ma Amelio era più titolato» ha chiosato con noi Palamara che in coppia con Cascini ha guidato l'Anm. Sull'ex compagno d'avventure, su un'altra toga di sinistra, Antonio Ardituro, e su Marco Mancinetti, ha svelenato, accusandoli di fughe di notizie a suo favore: «Se io vado a fa' 'ste dichiarazioni (al Csm, ndr) saltano in aria».
Ritornando ad Amelio, a causa delle presunte ingiustizie subite, avrebbe lasciato la corrente di sinistra per passare con Davigo. Ma a voler credere alle chiacchiere captate dal trojan gli sarebbe rimasto il dente avvelenato. Per questo Palamara punta a mandarlo a Perugia come vice di uno dei due candidati forti, Giuseppe Borrelli e Francesco Prete: con loro, per Palamara, di fatto «il procuratore lo fa Amelio». E a proposito dell'esposto dice: «Prete è uno che gli farebbe un favore a questi, però se Erminio gli sta dietro, lo blocca, capito? […] E comunque se lo metti là Erminio la cosa la prende lui in mano (…) chiunque dei due, con Erminio, sono su 'sta cosa, non possono fare cazzate».
I due sostengono di avere un altro canale a Perugia, Paolo Abbritti, pm dell'inchiesta sulla governatrice dell'Umbria Catiuscia Marini e segretario distrettuale di Unicost, la stessa corrente di Palamara. «È un ragazzetto proprio nostro, fidato».
Alla fine Fava chiede quando lo convocheranno al Csm. L'altro pm indagato spiega che a Palazzo dei Marescialli dovranno iniziare a parlarne il giorno dopo e che bisogna solo attendere l'invio di alcuni documenti da parte del procuratore generale: «Quindi fanno questa e poi fissano la data dell'audizione». Che effettivamente viene decisa dopo poco. Secondo Palamara al Csm diversi consiglieri sono allertati sull'esposto, «perché Sebastiano (Ardita, ndr) è stato bravo a stimolarli».
«Per riformare il sistema si parta dalle correnti»

Ansa
«Sa perché i laici del Csm non erano in quei tristi alberghi a tramare?». Stefano Cavanna è consigliere laico del Consiglio superiore della magistratura: avvocato di Genova, eletto in quota Lega, è alla sua prima esperienza a Palazzo dei Marescialli. Lascia trascorrere qualche secondo prima di rispondere alla sua stessa domanda. «Per un motivo: i laici, in questa consiliatura, per la prima volta nella storia, sono tecnici scelti per la loro competenza e non politici o politicizzati con la tessera dei partiti in tasca».
E dunque?
«Noi laici non siamo stati sporcati nemmeno da uno schizzo perché eravamo, ai loro occhi, solo dei voti da mettere nel carniere, non degli interlocutori con cui discutere. Noi non l'avremmo mai fatto, comunque, e a maggior ragione con un imputato (il riferimento è chiaramente a Luca Lotti, ndr)».
Lei è un uomo di legge, ma non è un magistrato. Com'è assistere a queste dinamiche dall'interno?
«Da quando ci siamo insediati, abbiamo tentato con tutti gli strumenti possibili di lottare contro questa prevaricazione della politica nella vita dell'organo di autogoverno. E, personalmente, non ho mai perso occasione di denunciare questi rapporti».
È stato raggiunto qualche risultato?
«A inizio anno, scrissi una lettera al presidente della Repubblica in cui esprimevo il mio punto di vista sull'argomento. Io non ho ovviamente certezza che esista un nesso causale né potrei mai pensarlo, ma sta di fatto che dopo circa un mese dalla mia missiva ci fu una convocazione al Colle di tutti i presidenti delle commissioni del Csm, e il capo dello Stato sottolineò proprio la necessità che l'attività del Consiglio superiore della magistratura fosse basata su regole pulite e previste dalla legge. Considerato a posteriori, è un fatto a mio avviso significativo visto che stiamo parlando di fine marzo. E vorrei ancora rivendicare che, sempre dopo la mia lettera al Quirinale e l'incontro con il presidente Sergio Mattarella, la famigerata riunione settimanale dei capicorrente, chiamati chissà perché portavoce, che era stata inopinatamente e contro ogni regola prevista dal regolamento interno istituita dalla nuova consiliatura, venne abolita».
Tutti hanno condannato lo scandalo, ma pochi però si sono interrogati sulle cause. Secondo lei, quali sono i motivi scatenanti di questa sete di potere?
«Posso dire che ci sono certi consiglieri, come Giuseppe Cascini, leader di una importante corrente in seno al Consiglio (Area, ndr), che sostengono che questa situazione non sia l'effetto del sistema correntizio, ma una sua devianza. Io non sono d'accordo. Girando l'Italia, mi sono reso conto che tantissimi magistrati si lamentano delle correnti e della necessità di iscriversi per poter fare carriera».
Le correnti in magistratura sono le sorelle minori della politica?
«Non so se la parola politica debba avere cittadinanza sulla bocca di un magistrato perché la politica delle correnti, che pure non è necessariamente legata ai partiti, ha con essa comunque una interconnessione. Rilevo solo che gli esponenti delle correnti parlano come i politici. È stupefacente. Questo, a mio avviso, dovrebbe finire».
È stato facile inserirsi in questo meccanismo per chi viene da un altro mondo?
«Posso rivendicare che i laici, in questi mesi, hanno sempre svolto al meglio il loro compito. Eppure, ci siamo spesso sentiti dire che, a fronte di una maggiore chiarezza su aspetti specifici del funzionamento del Consiglio, stavamo sbagliando perché inesperti e poco pratici. Chissà perché poi alla fine si scopriva che avevamo visto giusto. È vero, comunque, che un laico conosce meno il tessuto di un togato, perché non è dentro la vita della magistratura, però è anche vero che il laico può e deve esercitare il controllo popolare sull'organo di autogoverno. Che altrimenti diventerebbe autoreferenziale».
Non basta la stampa come cane da guardia?
«Quello dei rapporti con la stampa, e con certi giornali, è un capitolo da approfondire. Sono rimasto stupito dalla pubblicazione di notizie segrete e riservate a cui tuttora sono vincolato mentre le leggo in edicola. La colpa non è ovviamente dei giornali, ma resta da capire se una fuga di notizie, dovuta a un cancelliere infedele oppure ad altro, possa prevedere delle finalità sottese».
Come se ne esce da questo labirinto?
«Con una riforma che colpisca e riduca il fenomeno correntizio e con una riforma del sistema elettorale. Ma questo è compito del Parlamento, non nostro».
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Dalle carte emergono le faide fra presunti alleati: l'esposto di Stefano Fava contro Paolo Ielo, i veleni su Giuseppe Cascini, le manovre per la Procura di Perugia.Il membro laico del Csm in quota Lega, Stefano Cavanna: «Prima dello scandalo avevo scritto al Colle per denunciare i rapporti con i partiti».Lo speciale contiene due articoli.Nel pandemonio scatenato dal cosiddetto mercato delle nomine le correnti che non hanno ancora subito perdite sono quelle di sinistra (Magistratura democratica e Movimento per la giustizia, riunite nel cartello Area) e i Robespierre di Autonomia e indipendenza, il gruppo di Piercamillo Davigo. Le prime hanno piazzato il nuovo presidente dell'Anm, i secondi un paio di nuovi consiglieri del Csm. Ma nelle intercettazioni tra i due pm romani indagati a Perugia, Luca Palamara (Unicost) e Stefano Fava (Md), la faida che emerge con maggior chiarezza è quella tra toghe di sinistra. E in tali conversazioni anche gli esponenti di Ai sono citati per questioni non marginali. Ma procediamo con ordine.Fava vuole vendicarsi di presunte scorrettezze nella gestione delle indagini di due suoi superiori, l'ex procuratore Giuseppe Pignatone ma soprattutto l'aggiunto Paolo Ielo, considerato vicino ad Area. Per questo, a marzo, ha presentato un esposto contro di loro davanti alla prima commissione del parlamentino dei giudici, denuncia che i media hanno subito bollato come una polpetta avvelenata. In realtà ancora nessuno ha giudicato nel merito il suo contenuto. E il magistrato di Md nelle intercettazioni cerca di convincere Palamara, carte alla mano, della consistenza delle accuse. Pignatone e Ielo gli avrebbero sottratto il fascicolo dell'inchiesta sul faccendiere Piero Amara per oscuri motivi. A mettere sul chi vive il pm sono stati i rapporti di consulenza tra l'Eni (di cui Amara è legale esterno) e l'avvocato Domenico Ielo, fratello del magistrato. Ma Fava ha trovato sospetto anche che Condotte, il colosso delle costruzioni sotto amministrazione straordinaria, abbia ingaggiato come consulente legale sempre il consanguineo di Ielo. Uno dei tre commissari straordinari, Giovanni Bruno, è fratello di Brunella Bruno, magistrato amministrativo ed ex imputata dell'aggiunto romano. La donna è stata assolta. Parla Fava: «Quel processo è arrivato da Woodcock (il pm napoletano Henry John, ndr) al solito impacchettato (cioè praticamente già concluso, come l'inchiesta Consip, ndr), Ielo lo ha preso, lo ha trattato come tratta quei processi e alla fine Cretella (Walter, generale della Guardia di finanza, ndr) condannato a una pena bassissima e la Brunella Bruno che gli scriveva le memorie […] ne è uscita pulita e lui non ha impugnato». Il pm sottolinea: «Lui ha fatto richieste di archiviazione nei confronti di Brunella Bruno […] conclude lui e chiede l'assoluzione per un reato di calunnia e per l'altro reato chiede una pena minima […] poi viene assolta […] e lui non fa impugnazione». Per Fava quel processo condotto in modo poco aggressivo avrebbe avuto un effetto: «Il fratello di Brunella Bruno al fratello di Ielo gli dà quell'incarico pazzesco, perché se tu vedi quell'incarico è pazzesco, gli lascia aperta la finestra per i successivi incarichi […]». Secondo l'autore dell'esposto il raggruppamento temporaneo d'imprese di cui fa parte Domenico Ielo non solo ha conquistato un contratto da 250.000 euro annui, ma anche una sorta di diritto di prelazione per gli anni successivi a 200.000 euro. «Non so se mi spiego» commenta. E continua sostenendo che Ielo è un conflitto d'interessi ambulante: è molto amico di Salvino Mondello, l'avvocato di Amara, il fratello prende consulenze da Eni e da Condotte, «una società in cui i tre commissari hanno litigato e uno di loro si è dimesso e tu gli regali 250.000 euro come se fosse un'impresa». Fava è scandalizzato e pensa di aver beccato Ielo con le mani nella marmellata. Lui e Palamara sono convinti che a far camminare l'esposto ci penserà una coppia di magistrati della corrente di Davigo, Autonomia e indipendenza, quella considerata dei duri e puri. I due presunti alleati sarebbero Sebastiano Ardita, componente della prima commissione del Csm, quella che prima dello scandalo aveva convocato (a luglio) Fava per ascoltarlo, ed Erminio Amelio, ex magistrato di Area passato con Ai. Palamara, per portare a compimento il piano, scommette sulla promozione ad aggiunto di Perugia di Amelio: «Lì a 'sto punto è fondamentale perché gli inizia a rompe' il culo […] sì ma se va là, lo devi mandare carico con questi qua, nomi e cognomi, questi li devi ammazzare». Nell'ambiente è risaputo che Amelio aveva l'ambizione di diventare aggiunto a Roma. Purtroppo per lui i posti di vice sono stati assegnati ad altri, tra cui i compagni di corrente Ielo e Giuseppe Cascini, attuale consigliere del Csm in quota Area: «Io mi sono sempre battuto per Cascini, ma Amelio era più titolato» ha chiosato con noi Palamara che in coppia con Cascini ha guidato l'Anm. Sull'ex compagno d'avventure, su un'altra toga di sinistra, Antonio Ardituro, e su Marco Mancinetti, ha svelenato, accusandoli di fughe di notizie a suo favore: «Se io vado a fa' 'ste dichiarazioni (al Csm, ndr) saltano in aria». Ritornando ad Amelio, a causa delle presunte ingiustizie subite, avrebbe lasciato la corrente di sinistra per passare con Davigo. Ma a voler credere alle chiacchiere captate dal trojan gli sarebbe rimasto il dente avvelenato. Per questo Palamara punta a mandarlo a Perugia come vice di uno dei due candidati forti, Giuseppe Borrelli e Francesco Prete: con loro, per Palamara, di fatto «il procuratore lo fa Amelio». E a proposito dell'esposto dice: «Prete è uno che gli farebbe un favore a questi, però se Erminio gli sta dietro, lo blocca, capito? […] E comunque se lo metti là Erminio la cosa la prende lui in mano (…) chiunque dei due, con Erminio, sono su 'sta cosa, non possono fare cazzate».I due sostengono di avere un altro canale a Perugia, Paolo Abbritti, pm dell'inchiesta sulla governatrice dell'Umbria Catiuscia Marini e segretario distrettuale di Unicost, la stessa corrente di Palamara. «È un ragazzetto proprio nostro, fidato». Alla fine Fava chiede quando lo convocheranno al Csm. L'altro pm indagato spiega che a Palazzo dei Marescialli dovranno iniziare a parlarne il giorno dopo e che bisogna solo attendere l'invio di alcuni documenti da parte del procuratore generale: «Quindi fanno questa e poi fissano la data dell'audizione». Che effettivamente viene decisa dopo poco. Secondo Palamara al Csm diversi consiglieri sono allertati sull'esposto, «perché Sebastiano (Ardita, ndr) è stato bravo a stimolarli».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/nel-mercato-delle-toghe-colpi-bassi-e-vendette-fra-i-giudici-di-sinistra-2638953168.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="per-riformare-il-sistema-si-parta-dalle-correnti" data-post-id="2638953168" data-published-at="1769750683" data-use-pagination="False"> «Per riformare il sistema si parta dalle correnti» Ansa «Sa perché i laici del Csm non erano in quei tristi alberghi a tramare?». Stefano Cavanna è consigliere laico del Consiglio superiore della magistratura: avvocato di Genova, eletto in quota Lega, è alla sua prima esperienza a Palazzo dei Marescialli. Lascia trascorrere qualche secondo prima di rispondere alla sua stessa domanda. «Per un motivo: i laici, in questa consiliatura, per la prima volta nella storia, sono tecnici scelti per la loro competenza e non politici o politicizzati con la tessera dei partiti in tasca». E dunque? «Noi laici non siamo stati sporcati nemmeno da uno schizzo perché eravamo, ai loro occhi, solo dei voti da mettere nel carniere, non degli interlocutori con cui discutere. Noi non l'avremmo mai fatto, comunque, e a maggior ragione con un imputato (il riferimento è chiaramente a Luca Lotti, ndr)». Lei è un uomo di legge, ma non è un magistrato. Com'è assistere a queste dinamiche dall'interno? «Da quando ci siamo insediati, abbiamo tentato con tutti gli strumenti possibili di lottare contro questa prevaricazione della politica nella vita dell'organo di autogoverno. E, personalmente, non ho mai perso occasione di denunciare questi rapporti». È stato raggiunto qualche risultato? «A inizio anno, scrissi una lettera al presidente della Repubblica in cui esprimevo il mio punto di vista sull'argomento. Io non ho ovviamente certezza che esista un nesso causale né potrei mai pensarlo, ma sta di fatto che dopo circa un mese dalla mia missiva ci fu una convocazione al Colle di tutti i presidenti delle commissioni del Csm, e il capo dello Stato sottolineò proprio la necessità che l'attività del Consiglio superiore della magistratura fosse basata su regole pulite e previste dalla legge. Considerato a posteriori, è un fatto a mio avviso significativo visto che stiamo parlando di fine marzo. E vorrei ancora rivendicare che, sempre dopo la mia lettera al Quirinale e l'incontro con il presidente Sergio Mattarella, la famigerata riunione settimanale dei capicorrente, chiamati chissà perché portavoce, che era stata inopinatamente e contro ogni regola prevista dal regolamento interno istituita dalla nuova consiliatura, venne abolita». Tutti hanno condannato lo scandalo, ma pochi però si sono interrogati sulle cause. Secondo lei, quali sono i motivi scatenanti di questa sete di potere? «Posso dire che ci sono certi consiglieri, come Giuseppe Cascini, leader di una importante corrente in seno al Consiglio (Area, ndr), che sostengono che questa situazione non sia l'effetto del sistema correntizio, ma una sua devianza. Io non sono d'accordo. Girando l'Italia, mi sono reso conto che tantissimi magistrati si lamentano delle correnti e della necessità di iscriversi per poter fare carriera». Le correnti in magistratura sono le sorelle minori della politica? «Non so se la parola politica debba avere cittadinanza sulla bocca di un magistrato perché la politica delle correnti, che pure non è necessariamente legata ai partiti, ha con essa comunque una interconnessione. Rilevo solo che gli esponenti delle correnti parlano come i politici. È stupefacente. Questo, a mio avviso, dovrebbe finire». È stato facile inserirsi in questo meccanismo per chi viene da un altro mondo? «Posso rivendicare che i laici, in questi mesi, hanno sempre svolto al meglio il loro compito. Eppure, ci siamo spesso sentiti dire che, a fronte di una maggiore chiarezza su aspetti specifici del funzionamento del Consiglio, stavamo sbagliando perché inesperti e poco pratici. Chissà perché poi alla fine si scopriva che avevamo visto giusto. È vero, comunque, che un laico conosce meno il tessuto di un togato, perché non è dentro la vita della magistratura, però è anche vero che il laico può e deve esercitare il controllo popolare sull'organo di autogoverno. Che altrimenti diventerebbe autoreferenziale». Non basta la stampa come cane da guardia? «Quello dei rapporti con la stampa, e con certi giornali, è un capitolo da approfondire. Sono rimasto stupito dalla pubblicazione di notizie segrete e riservate a cui tuttora sono vincolato mentre le leggo in edicola. La colpa non è ovviamente dei giornali, ma resta da capire se una fuga di notizie, dovuta a un cancelliere infedele oppure ad altro, possa prevedere delle finalità sottese». Come se ne esce da questo labirinto? «Con una riforma che colpisca e riduca il fenomeno correntizio e con una riforma del sistema elettorale. Ma questo è compito del Parlamento, non nostro».
Marc Chagall. Ricordo del Flauto magico,1976. Collezione privata © Marc Chagall, by SIAE 2025
Nato a Vitebsk nel 1887, ebreo russo che trascorse la maggior parte della sua vita in Francia (morì a Saint Paul de Vence nel 1985), Mar Chagall ( il cui nome ebraico era Moishe Segal e quello russo Mark Zacharovič Šagal), conservò sempre nel cuore la sua Patria («Non mi sono mai separato dalla mia terra, la mia arte non può vivere senza di essa» dichiarò nel 1922), le tradizioni e la religione ebraica, elementi che ricorrono costantemente nella sua vasta e poliedrica produzione artistica. Un attaccamento alle origini che era parte fondamentale del suo essere, di uomo e di artista, e che non lo abbandonò mai, nemmeno quando le leggi razziali lo costrinsero a lasciare l‘Europa per trasferirsi negli Stati Uniti: nel Vecchio Continente ci tornò a fine conflitto, nel 1946, già artista famoso e con la consacrazione del MOMA, che in quegli anni gli dedicò un’importante retrospettiva.
Animo sensibilissimo (dopo la morte dell’amatissima prima moglie Bella cadde in depressione e per un anno non riuscì più a dipingere…) e dalla spiritualità profonda, Chagall fece della sua arte la trasfigurazione poetica del suo nucleo emotivo: Chagall non rappresenta gli eventi, ma i ricordi , la memoria dell’infanzia che si fonde con la cronaca, la sua storia personale che si intreccia a quella universale. Il tutto in un mondo da fiaba, fluttuante, apparentemente senza logica, dove gli sposi sorvolano i campanili, le figure si sdoppiano, gli animali parlano, i violinisti suonano sui tetti, i profeti biblici stanno accanto a capre azzurre. Anche l’Olocausto, che la sua emotività non gli permise di dipingere in tutto il suo inenarrabile orrore, sotto il suo pennello si trasforma in fantasiosa allegoria: in un ebreo barbuto e malinconico con in mano la Torah (Solitudine, 1933) o in un Cristo crocifisso circondato dal caos (Crocifissione bianca, 1938). In Chagall il tempo non segue la linearità cronologica, ma quello dello spazio interiore, dove immagini lontane e vicine convivono nella stessa opera, senza gerarchie: il dolore con la bellezza, la perdita con la rinascita. Artista di inarrivabile poesia e delicatezza, dietro l’apparente semplicità delle sue opere si celano temi comuni a tutta l’umanità, speranze e contraddizioni, ma soprattutto la volontà di condurre lo spirito del Mondo verso una bellezza capace di trovare, anche negli orrori del tempo, angoli di pace e comprensione.
A condurci nel mondo delle sue colorate atmosfere incantate la splendida mostra-evento (già nei primi due giorni di apertura ha registrato oltre duemila visitatori…) allestita nelle sale di Palazzo dei Diamanti di Ferrara, che in un percorso espositivo particolarmente coinvolgente raccoglie oltre 200 opere e sale immersive di stupefacente bellezza.
Chagall testimone del suo tempo. La Mostra
Curato da Paul Schneiter e Francesca Villanti, il ricco percorso espositivo parte dagli esordi di Chagall nella natia Vitebsk, passa per l'esilio negli Stati Uniti durante la Seconda guerra mondiale e si conclude con le grandi composizioni della maturità. Diviso in dieci sezioni, fra opere di toccante bellezza e dense di significato come La sposa dai due volti (un dipinto che rappresenta la dualità dell'esistenza umana, fra i temi più cari all’artista), La nave dell'Esodo (un'opera che sovrappone due episodi: l'Esodo biblico dall'Egitto e la fuga degli ebrei europei dalle persecuzioni naziste) e La Pace ( una colomba bianca a cui Chagall affida il suo messaggio di speranza), davvero spettacolari le sale immersive che permettono al visitatore di ammirare due creazioni monumentali in una dimensione coinvolgente e grandiosa: il soffitto dell'Opéra di Parigi e le 12 vetrate per la sinagoga di Hadassah, esempio di come Chagall abbia saputo fondere arte e spiritualità.
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Il platino è il caso più evidente di riscoperta. Salvatore Gaziano (SoldiExpert Scf) nota che «dopo il boom dell’oro, molti investitori hanno riscoperto il platino, rimasto indietro nel rapporto storico di prezzo con il metallo giallo». La tesi poggia sulla doppia anima: bene prezioso per l’oreficeria (con domanda asiatica solida) e input industriale «insostituibile» per vetro e automotive. L’offerta, però, resta sotto pressione per i problemi estrattivi in Sudafrica: la scarsità fisica sostiene le quotazioni, con l’Etc WisdomTree Physical Platinum a +28,4% da inizio anno.
Se il platino è una scommessa sul valore, il rame è una scommessa sull’infrastruttura della civiltà digitale. Lo strategist di SoldiExpert Scf sintetizza: «L’Ia non è fatta solo di software, ma di chilometri di cavi e infrastrutture elettriche». E la scala è impressionante: «Un singolo data center richiede fino a 9.000 tonnellate di rame, e la rete elettrica per collegarlo ne richiede tre volte tanto». In Europa, poche storie offrono esposizione diretta: fra queste brilla Aurubis. «La sua forza sta nel riciclo»: dai rifiuti elettronici estrae rame per reti e mobilità verde, ma anche oro e argento; l’aumento dei prezzi dei metalli gonfia il valore delle scorte in bilancio e sostiene il titolo. Il termometro del settore è il consolidamento: la possibile fusione Rio Tinto-Glencore (260 miliardi di dollari) segnala che la «scala» è diventata requisito strategico per presidiare l’offerta globale. Sul lato investimenti, Gaziano ricorda che si può puntare sulle singole eccellenze o su panieri diversificati, tenendo conto della volatilità ciclica del comparto.
Stefano Gianti (Swissquote) sottolinea che «la maniera più semplice è probabilmente quella di acquistare un Etc», che replica l’andamento del metallo (al netto di costi contenuti).
Ma Gabriel Debach (eToro) invita a leggere il rame come un mercato logisticamente «inceppato»: a gennaio 2026 «il Lme è ancora prevalentemente in backwardation (una condizione di mercato in cui il prezzo attuale di una materia prima è superiore ai prezzi dei contratti futures con scadenza successiva, ndr)», mentre il Comex è in contango (il prezzo dei futures è superiore all’attuale, ndr) dopo l’accumulo di scorte Usa legato ai timori di dazi. Per questo, oltre alla direzione del ciclo, contano struttura a termine e flussi fisici. Quando il rame corre, l’alluminio entra nel gioco come sostituto: Goldman Sachs indica la coppia Long rame e Short alluminio fino a dicembre 2027. In parallelo, il platino torna centrale come catalizzatore per fuel cell e filiera dell’idrogeno. Palladio e litio sono osservati: la Cina punta a raddoppiare la capacità di ricarica Ev entro il 2027 a 180 Gw, mentre il litio oscilla tra domanda in crescita e ritorno dell’offerta».
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(IStock)
Don Chichì ha un’idea. «Tornare alle origini, a Cristo e ai suoi Apostoli che portavano alle genti sofferenti la parola consolatrice di Dio! Passare casa per casa, bussare a tutte le porte, interessarsi di tutti i problemi dei fedeli, intervenire attivamente dove è possibile. Trasformare il prete-burocrate in amico». Naturalmente l’idea di don Chichì, che poi è quella della Chiesa del post Concilio, fu un fiasco.
E rischia di esserlo ancora di più ora che la Cei - come si legge nel documento finale del suo consiglio permanente (quasi fosse la Cgil) - «ha demandato alla Presidenza la costituzione di gruppi di lavoro per lo studio di linee orientative e indicazioni per la riconfigurazione territoriale delle comunità parrocchiali e l’affido della partecipazione alla cura pastorale di una comunità a un diacono o un’altra persona non insignita del carattere sacerdotale o a una comunità di persone, e anche per lo studio degli aspetti teologici, antropologici e pastorali relativi all’accoglienza di persone omoaffettive e transgender».
Proviamo a tradurre il burocratese della Conferenza episcopale: nel documento si chiede che ogni comunità parrocchiale abbia un fedele, sia esso diacono o laico, che si possa occupare dell’inclusione di persone omosessuali o trans. Bene. Anzi, male: perché la Chiesa oggi pare interessata a tutto fuorché a far arrivare il maggior numero di anime possibili al Padreterno. Per cui parla di tutto - del clima, dei trans, della disoccupazione e del fatto che non esistono più le mezze stagioni - ma mai (o quasi) della fede. Eppure quello dovrebbe essere il cuore di tutto.
Giovanni Maria Vianney, il curato d’Ars, faceva una cosa molto semplice. Si alzava la mattina e si chiudeva nel confessionale, dove rimaneva per ore e ore. I fedeli accorrevano da ogni dove per dirgli i peccati che avevano commesso, certamente, ma pure le loro difficoltà. E lui ascoltava tutti e li assolveva nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Promettevano di non peccare più, ma poi ci ricadevano lo stesso. E allora indietro dal curato d’Ars, che non si muoveva mai da quell’inginocchiatoio di legno. Era, lui, un prete-prete. Non il prete amico di don Chichì, prototipo di tanti preti-amici che oggi sono vescovi e cardinali. Che hanno perso il centro e che a furia di cercare chi era lontano hanno perso chi si trovava più vicino. Basta entrare in una chiesa per rendersene conto. Non c’è più nessuno che prega. A volte qualche vecchina, come una sentinella solitaria, che sgrana il rosario. A volte qualcuno che chiede un miracolo per sé o per qualche caro.
La primavera del Concilio, come ha detto Paolo VI, si è rivelata un gelido inverno. Che ha ghiacciato le anime. E ora, per provare a portare qualcuno in chiesa, si punta ad aprirsi ulteriormente, a colpi di psicologia e sociologia. Ma ciò che serve davvero è qualcuno che parli fede. Qualcuno che parli meno di questo mondo e più dell’altro. C’è bisogno del Cristo dell’altare maggiore, che indica la via, e di preti come don Camillo, che abbiano mani come badili per rimetterti in carreggiata. E che siano in grado di scaldare il nostro vecchio cuore di marziani, come direbbe Giovannino Guareschi.
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(Ansa)
La riforma consta di otto articoli, sull’ultimo dei quali - «Disposizioni transitorie» - tornerò alla fine. Gli altri sette modificano gli articoli 87, 102, 104-107 e 110 della Costituzione. Sembrerebbe la modifica di sette articoli e infatti le lamentele del Comitato per il No esordiscono proprio così: «Questa legge modifica sette articoli della Costituzione». Il che, pur apparentemente vero, è sostanzialmente sonoramente falso e fuorviante. Il Comitato per il No esordisce manipolandovi col trasmettere il messaggio angoscioso che la riforma governativa stravolgerebbe la Costituzione. Una comunicazione levantina che da sola basterebbe a togliere ogni fiducia a chi invita a votare No.
La verità sostanziale è che si modificano solo due articoli, mentre gli altri sono solo adeguati per coerenza. Per esempio, visto che nei due veri articoli modificati si istituiscono due magistrature governate, ciascuna, dal proprio Consiglio superiore, l’articolo 87 - che attualmente recita: «Il presidente della Repubblica presiede il Csm» - diventa: «Il presidente della Repubblica presiede il Csm giudicante e il Csm requirente». Simili considerazioni valgono per gli articoli 102, 105, 106 e 110. Gli articoli veramente modificati sono il 104 e il 105. La riforma disciplina tre cose.
L’esordio dell’articolo 104 - «La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere» - diventa: «La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere ed è composta dai magistrati della carriera giudicante e della carriera requirente». È finalmente introdotta la separazione delle carriere: così come l’avvocato che vi difende non è collega del giudice che deve emettere sentenza, anche la pubblica accusa non lo sarà più. Ove l’articolo vecchio continua assegnando la presidenza dell’unico Csm al capo dello Stato, quello nuovo si adegua, istituisce due Csm e mantiene il capo dello Stato a presiederli entrambi. Ecco attuato il principio del giusto processo, in ottemperanza all’articolo 111 della Costituzione.
Secondo il vecchio articolo, gli altri componenti (attualmente 24) sono «eletti» per 2/3 dai magistrati e per 1/3 da una lista che il Parlamento compone tra professionisti di lungo corso del diritto. Nell’articolo modificato dalla riforma, la parola «eletti» è sostituita con le parole «estratti a sorte».
L’articolo 105 attuale recita: «Spettano al Csm le assunzioni, le assegnazioni e i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati». Il nuovo articolo 105 è molto più lungo, col primo comma quasi coincidente con l’intero articolo vecchio: «Spettano a ciascuno dei due Csm le assunzioni, le assegnazioni, i trasferimenti, le valutazioni di professionalità e i conferimenti di funzioni nei riguardi dei magistrati». Come si nota, le parole «le promozioni» sono sostituite con le parole «le valutazioni di professionalità e i conferimenti di funzioni»; e sono state soppresse le parole «provvedimenti disciplinari» del vecchio articolo. Cosa significa? Significa, intanto, che ove la vecchia legge parla solo di «promozioni», la nuova parla di «valutazioni di professionalità». Ora, non voglio qui rivangare la brillante carriera dei giudici che hanno distrutto la vita di Enzo Tortora, solo perché non voglio dare l’impressione che quella del caso Tortora sia l’eccezione che conferma una regola: temo che sia invece la regola. Ancora: a leggere l’attuale articolo 105, suona quanto mai bizzarro che eventuali provvedimenti disciplinari nei confronti di un magistrato siano affidati a coloro che quel medesimo magistrato ha eletto. E, infatti, come osservavo a mo’ di esempio, quelli coinvolti nel caso Tortora, lungi dal subire provvedimenti disciplinari, fecero invece brillante carriera. Nel resto del nuovo art. 105, la riforma istituisce allora un’Alta Corte disciplinare, composta da 15 giudici professionalmente qualificati: «Tre dei quali nominati dal presidente della Repubblica» e gli altri 12 sono, di nuovo, tutti estratti a sorte: sei sono della magistratura giudicante, tre della magistratura inquirente e tre da un elenco di professionisti di lungo corso del diritto nominati dal Parlamento. I membri dell’Alta Corte non possono essere membri di nessun Parlamento (regionale, nazionale o europeo) né possono esercitare professione di avvocato. Infine, chi è soggetto a provvedimenti dell’Alta Corte può impugnarli solo dinanzi alla medesima Corte e, in questo caso, essa giudica in assenza dei componenti che hanno concorso alla decisione impugnata.
La prima lamentela del Comitato per il No è che la riforma assoggetterebbe il Csm al governo e/o al Parlamento. Ora, ditemi voi, come possa mai accadere che, passando da un meccanismo elettivo a una estrazione a sorte, chicchessia possa meglio influenzare sull’esito finale. Anzi, l’estrazione a sorte tra i titolati a far parte dei due Csm o dell’Alta Corte è l’unica cosa che garantisce che la scelta dei componenti sia avvenuta senza alcuna influenza esterna. Allora, chi vi dice che la riforma introduce, rispetto alla vecchia legge, maggiore controllo del potere politico, vi sta manipolando, vi sta mentendo, e vi sta togliendo il potere di scegliere. Né è vero che gli scelti per votazione sono i più «bravi»: sono solo quelli che hanno avuto più voti.
Le «Disposizioni transitorie», poi, prevedono che le leggi sul Csm, sull’ordinamento giudiziario e sulla giurisdizione disciplinare siano adeguate entro un anno alla nuova norma costituzionale. Allora, non solo con la nuova legge l’ingerenza della politica sulla magistratura è ridotta, ma codesta presunta ingerenza non è di alcun beneficio all’attuale esecutivo, che sarà a scadenza a ridosso dell’entrata in vigore della riforma.
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