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2018-08-10
Riccardo Muti contro le schitarrate in chiesa
Ansa
Impegnato in un grande evento musicale e di solidarietà dedicato alla terra umbra devastata dal sisma del 2016, il maestro Riccardo Muti è sembrato trasformarsi improvvisamente in un sindacalista, quando, al termine del concerto, ha chiesto il lavoro per i giovani e talentuosi musicisti. «Sarebbe un dovere dello Stato che questi giovani trovassero lavoro», e quindi che «ogni regione avesse orchestre». Applausi in piazza San Benedetto a Norcia, dove il maestro lo scorso 4 agosto ha diretto i talenti under 30 dell'orchestra Luigi Cherubini in alcuni estratti del Macbeth di Giuseppe Verdi.
«Quante regioni non hanno un'orchestra o un teatro? In una terra d'arte, di bellezza… questa è una cosa grave. Non voglio approfittare dell'occasione per fare un discorso polemico, qui ci sono ragazzi che hanno dedicato la loro giovinezza all'arte ed è giusto quindi che abbiano la possibilità di trasmettere alla società i frutti del loro lavoro. La società diventerà e diventerebbe sicuramente migliore, anche perché noi abbiamo degli obblighi verso il nostro passato». A questo punto, sugli obblighi verso il passato, il maestro si interrompe, guarda il pubblico e con fare eloquente aggiunge: «E anche la Chiesa… vedo dei vescovi… anche la Chiesa, invece, di fare le schitarrate in chiesa…», procede sconsolato il maestro Muti mimando il gesto dello strimpellatore da sagrestia. La piazza si accende in un applauso che pare liberatorio, perfino i giovani musicisti inquadrati dalla diretta di Rai 5 sorridono alle parole del maestro, come succede quando qualcuno finalmente la dice tutta. «Noi abbiamo Palestrina», prosegue Muti sulle ali dell'entusiasmo della piazza, «abbiamo una storia… io come vorrei nel giorno della mia morte avere una musica di Palestrina intorno alla mia bara e non sentire: “E tuo fratello, na, na, na, na" (mima ancora il gesto dello strimpellatore da sagrestia, ndr)».
Non è la prima volta che Riccardo Muti infila il dito nella piaga dei canti liturgici: oggi, dopo l'immane iconoclastia che ha colpito la musica sacra negli ultimi decenni, sono rimaste quasi solo canzonette. Ai funerali, specialmente di qualche vip, si è sentito nell'aria un motivetto di Vasco Rossi o Ligabue, autori gettonati anche nelle veglie di preghiera con i giovani. Qualche prete canzonettaro ai matrimoni si è esibito con Mamma Maria dei Ricchi e Poveri, e non manca il vescovo che predica con la chitarra e i testi pop. Un vero cult del genere resta la Bella ciao intonata da don Andrea Gallo con sventolio di fazzoletti rossi dall'altare a far da scenografia.
«Non capisco perché una volta c'erano Mozart e Bach», disse Muti nel 2011 a Trieste ricevendo la cittadinanza onoraria, «mentre ora si va avanti a canzonette: così non si ha rispetto per l'intelligenza delle persone. Anche l'uomo più semplice e lontano, sentendo l'Ave verum può essere trasportato verso una dimensione spirituale, ma se sente le canzonette è come stare in un altro posto». Oggi a messa si cantano perlopiù i canti liturgici sfornati negli anni Settanta dagli intellettuali della riforma liturgica per il popolo. Più o meno sono sempre gli stessi canti di allora, con qualche aggiunta più recente, comunque sempre impregnata di una forte vena di sentimentalismo. È un pop liturgico che non si sa quanto davvero coinvolga l'assemblea nella preghiera, o soddisfi solo il volenteroso coretto parrocchiale.
«Io ho denunciato questo costume, che definisco malcostume, di suonare canzoncine banali accompagnate da strimpellatori, con testi vuoti di significato e profondità in luoghi dove allora sarebbe meglio il silenzio per raggiungere un senso di congiungimento col divino». È ancora Muti nel 2010, richiamando la battaglia condotta da Benedetto XVI per riportare la liturgia al senso profondo che deve trasmettere. «È una cosa molto grave», disse, «e mi stupisco che i preti disattendano i moniti di Benedetto XVI».
Già, l'allora cardinale Ratzinger in una delle sue opere più fortunate, Introduzione allo spirito della liturgia (2001), scriveva che «non ogni forma di musica può entrare a far parte della liturgia cristiana. (…) L'integrazione dell'uomo verso l'alto e non la sua liquidazione in un'ebrezza priva di forma o nella pura sensualità è il criterio di una musica conforme al Logos». Eppure la lezione di Ratzinger sulla liturgia, come rilevava il maestro Muti, è stata una delle più disattese dal clero. Chissà cosa avranno pensato i vescovi richiamati dal maestro in piazza a Norcia, loro che in teoria sarebbero chiamati a risolvere il problema, non è dato sapere se in realtà lo vivono davvero come tale. Se avvertono il problema spirituale e culturale che sorge dalla perdita del senso del sacro.
Perfino un musicista politicamente corretto come Sting, intervistato in questi giorni dal National catholic register, deve ammettere di aver «adorato il canto gregoriano» e ha aggiunto che «c'è qualcosa nelle cadenze e nel ritmo della musica in latino che è molto speciale». Il beato Paolo VI, che sarà canonizzato nel prossimo ottobre, nella Sacrificium Laudis del 1966 (epistola apostolica sulla lingua latina da usare nell'Ufficio liturgico corale da parte dei religiosi tenuti all'obbligo del coro) si chiedeva: «Quale lingua, quale canto vi sembra che possa nella presente situazione sostituire quelle forme della pietà cattolica che avete usato finora? Bisogna riflettere bene, perché le cose non diventino peggiori dopo aver rinnegato questa gloriosa eredità. (…) Sorge anche un altro interrogativo: gli uomini desiderosi di sentire le sacre preci entreranno ancora così numerosi nei vostri templi, se non vi risuonerà più l'antica e nativa lingua di quelle preghiere, unita al canto pieno di gravità e bellezza?».
Non si tratta di camminare in avanti con il collo girato all'indietro, ma, come ha detto Muti, di essere consapevoli del significato del passato. Perché a leggere le ultime ricerche dei sociologi della religione, in Italia la percentuale di fedeli che va a messa tutte le domeniche sarebbe ridotta a uno scarno 18%, un numero in costante calo e che offre una risposta alle domande che sollevava Paolo VI nel lontano 1966.
Lorenzo Bertocchi
I giovani che non piacciono al Papa sono quelli che servono alla società
Papa Francesco, domani, incontrerà i «giovani» a Roma nel Circo Massimo. Più volte il Papa ha ribadito che vede i giovani come gente che fa «rumore» (anni fa usò un termine spagnolo equivalente a «fare casino») a fin di bene, ossia per smuovere la Chiesa. E se non fanno casino, secondo lui o sono anestetizzati da chi li manipola o sono pessimisti e allora hanno bisogno dello psichiatra.
Lasciamo da parte il fatto che non tutti i giovani siano uguali: esistono quelli più casinisti, ma esistono anche quelli «nati vecchi», come si diceva una volta, ossia più prudenti e non dediti ai bagordi. I secondi sono sempre risultati antipatici a molta gente, perché chi sbaglia non ama rispecchiarsi in chi non commette gli stessi errori e si sente implicitamente rimproverato. Magari i giovani non casinisti soffrono dei guai che i loro coetanei casinisti combinano e sono i casinisti ad aver bisogno dello psichiatra, non quelli di buon senso.
Sarebbe meglio giudicare le persone individualmente, anziché come categorie, ma purtroppo risulta molto difficile farlo in una società massificata come la nostra. Si dà dunque per scontato che il giovane sia uno che vuole «cambiare il mondo» in modo esagitato. Ma cambiarlo come?
Tanti anni fa Benedetto Croce osservò che non esiste un «problema dei giovani» più di quanto esista un «problema della fioritura» e l'unico dovere dei giovani è quello di maturare prima possibile. Sagge osservazioni che cozzavano con l'uso che dei «giovani» andava facendo il fascismo. Tutti abbiamo presente i raduni di giovani acclamanti Benito Mussolini, un modello per il dittatore argentino Juan Domingo Perόn. Erano giovani che facevano «rumore» venendo manipolati: un po' come accade oggi con Bergoglio.
Nella seconda metà del Novecento si affermò la categoria dei giovani che «fanno la pace e non la guerra». Di fatto questo si traduceva spesso nell'edonismo consumistico, tra droghe, sesso disinibito e musica rock. Un modo di vita che indubbiamente ha cambiato il mondo: resta da vedere se in meglio.
È discutibile che la gioventù sia legata necessariamente al sesso libero. Quando nell'Ottocento si iniziarono a distinguere i giovani come categoria a parte rispetto alle generazioni precedenti, un aspetto era il loro identificarsi con una sorta di purezza di ideali, che li portava per esempio all'amore romantico, monogamo e fedele (quello dell'abito bianco da sposa, per capirci), l'opposto del libertinismo sessuale praticato dai ceti dirigenti europei. Un altro aspetto della loro purezza di ideali era l'offerta della propria vita per la libertà della Patria. Tutte cose oggi raramente presenti nel discorso pubblico sui «giovani», che risente dell'impostazione anni Settanta.
Un altro gruppo di giovani furono infatti quelli che dal 1968 pretesero di «cambiare il mondo» con la violenza. S'è visto com'è finita: oggi comanda il capitalismo sfrenato transnazionale. E molti di quei giovani, ormai invecchiati, fanno pienamente parte del potere economico, massmediatico e universitario, tacendo sui loro errori di gioventù oppure nobilitandoli. Molti provenivano da ambienti cattolici: identificato il cristianesimo con la pretesa ideologica di cambiare il mondo, finirono col trasbordare su un marxismo in realtà ammuffito ma che prometteva di realizzare con le armi il cambiamento tanto agognato in nome della «giustizia». Si consideravano superiori agli altri perché avevano «ideali». Un particolare: erano ideali sbagliati.
Nel dopoguerra l'Azione Cattolica di Luigi Gedda organizzava raduni giovanili di massa a Roma in onore di Pio XII, il «bianco padre». Ma quell'associazionismo cattolico finì travolto dalla bufera postconciliare, tra gli insulti dei «cattolici adulti». Nel 1975 il gesuita Giacomo Martina, in un fazioso volumetto sulla Chiesa in Italia nel trentennio precedente, commentava sprezzante quei raduni con papa Pacelli che interrogava i giovani: non si fa, sembrano quelli di Mussolini. Chissà che direbbe oggi il gesuita Martina delle domande retoriche del gesuita Bergoglio alla folla. Non solo: padre Martina disprezzava gli appena nati movimenti carismatici giovanili, descrivendoli come dei sempliciotti che non sarebbero durati a lungo. Oggi le comunità carismatiche sono diffuse in tutto il mondo e hanno riportato alla fede viva tantissimi giovani. Ma l'intellighenzia sedicente cattolica li snobba.
Non è poi strano che alcuni giovani, delusi dalla realtà mediocre del Cattolicesimo più recente, quello delle chitarre e dell'«Alleluia delle lampadine», abbiano desiderato riallacciarsi a quello austero dei loro antenati, magari con la Messa nel vecchio rito, quella che cominciava con: «Mi accosterò all'altare di Dio/A Dio che rende lieta la mia giovinezza». Ma quei giovani Bergoglio ha detto più volte che non li capisce, gli sembrano rigidi. Non fanno casino, insomma.
Un Papa che conosceva bene i giovani fu Giovanni Paolo II, l'inventore delle Giornate mondiali della gioventù. Grazie a lui sono nate tante realtà giovanili di fede autentica. I giovani lo hanno ringraziato gridando al suo funerale: «Santo subito!». L'apparato clericale oggi legato a Bergoglio, per lo più gente dai sessant'anni in su in cerca di rivincita, si è indignato per quell'acclamazione, dato che non aveva mai amato il papa polacco per motivazioni tra l'ideologico e il carrieristico, così come guardava col sopracciglio alzato i suoi raduni giovanili. E oggi pretende di affermare che l'insegnamento di papa Wojtyla è rigido e superato e non va bene per i giovani.
Si dirà: ma papa Francesco parla di un Dio giovane per i giovani, come Gesù. Bene. Sorvoliamo sul fatto che Gesù trascorse l'età giovanile nel silenzio, senza farsi notare prima dei trent'anni, quando ormai era in età matura (non esisteva l'attuale categoria del «ragazzo» fino a quarant'anni). Quando Cristo disse, a coloro che volevano lapidare l'adultera: «Chi è senza peccato, scagli la prima pietra!», l'evangelista Giovanni (il più giovane degli Apostoli) riferisce: «Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi». In altre parole: i giovani non volevano andarsene, si sentivano in diritto di lapidare la peccatrice perché loro si reputavano giusti, senza macchia. Ecco che cosa succede quando i giovani idealisti fanno rumore per «fare giustizia» e cambiare il mondo: si comincia con i lazzi e si finisce con le pietre. Gesù Cristo si aspetta ben altro dai giovani che il «fare casino» o una strizzatina d'occhio alle loro debolezze.
Luca Pignataro
«Il sito dei monaci aiuterà a battere il caos»
Padre Massimo Lapponi è l'ideatore di un sito internet che farà parlare di sé. Oltre ad essere un monaco dell'abbazia di Farfa, tra le più antiche abbazie della cristianità, ancora viva e vegeta, a pochi km da Roma. Teologo e autore prolifico (il suo San Benedetto e la vita familiare ha conosciuto traduzioni in molte lingue), padre Massimo è soprattutto un monaco che in pieno XXI secolo non rinnega l'affascinante tradizione monastica d'Occidente, iniziata da Benedetto da Norcia, 15 secoli fa. Per far riscoprire i valori forti del monachesimo ha appena dato vita ad una pagina web dedicata al Rinnovamento teologico benedettino.
Padre, che cosa l'ha spinta alla vita monastica e che ricordi ha dei suoi primi anni di vita religiosa?
«Bisogna ritornare al clima degli anni Sessanta del Novecento. Notavo già allora il rapido deterioramento della vita familiare, anche nelle famiglie credenti e praticanti. Per questo sentii la necessità di una svolta radicale nella mia vita e avvertii presto che il Signore mi chiamava a una scelta inattesa. Anche nell'ambiente monastico trovai segni di confusione e una problematica crisi di identità, che allora sfociò in esiti drammatici, come il caso celebre dell'abate Giovanni Franzoni, sospeso a divinis da Paolo VI per le sue posizioni filomarxiste e pro divorzio. Ma, accanto a ciò, conobbi monaci paterni e indimenticabili, dai quali ho potuto ricevere la grande eredità di un'antica tradizione».
Come è cambiata la vita monastica, in Occidente, negli ultimi decenni?
«La crisi, che era già presente da molto tempo, si è aggravata dopo il Concilio, anche se non sarebbe giusto non riconoscere gli sforzi positivi di tanti abati e priori per un autentico rinnovamento. Sembra che recentemente si sia diffuso un clima di resa. Ma sicuramente c'è un fuoco sotto la cenere che aspetta l'occasione propizia per manifestarsi. Con il sito e le altre iniziative vorremmo far divampare quel fuoco!».
Per quale ragione ha inaugurato un sito Internet tra i mille, anche cattolici, che ci sono già?
«La quantità dei siti è certamente immensa, ma la qualità non sempre è soddisfacente. Proprio nel mondo benedettino si sentiva la necessità di una presenza nuova, che si facesse portavoce del valore educativo e formativo della Regola di San Benedetto. Così, ho cercato di promuovere la conoscenza della Regola su molti fronti, incominciando dalla sua originale applicazione alla vita familiare. Da questa intuizione sul valore universale della Regola (nelle famiglie, nel lavoro, nelle parrocchie, nelle associazioni) si è sviluppata l'idea di rinnovare la vita monastica e la stessa teologia, alla luce di San Benedetto».
Ma la figura di San Benedetto come può essere sintetizzata?
«È il santo dell'ora et labora e il patriarca dei monaci d'Occidente. La cultura dei monasteri - che va dalla conservazione della latinità e della grecità, sino all'impulso dato all'agricoltura, alle arti grafiche e alla produzione di libri, miele e birra - deve moltissimo ai benedettini, come quelli di Subiaco e Montecassino o di Cluny in Francia».
Che rubriche avrà il sito web?
«Il rinnovamento che promuoviamo riguarda la vita dei religiosi, la vita parrocchiale e la stessa vita familiare. San Benedetto ha portato la teologia all'altezza dell'uomo comune, dell'uomo della strada, perché non ha voluto speculazioni teoriche, ma anzitutto essere esempio, silenzioso esempio per gli altri. Con il suo messaggio ha proposto una forma spirituale alla vita quotidiana. Il sito batterà su questo punto: nessuno vive da solo nel mondo, e se la comunità o la famiglia in cui si vive non segue regole condivise, il singolo si troverà ostacolato nella sua libertà. Per questo gli apostoli non scrivevano le loro lettere ai singoli, ma alle comunità (Romani, Efesini, Colossesi). San Benedetto procede sulla stessa strada, entrando nei dettagli della vita quotidiana, per darle una forma stabile e perenne. Il caos politico sociale ed economico di oggi, per non parlare della implosione della famiglia, richiede regole certe, meglio se temprate dal fuoco della storia e della Tradizione».
Cosa si propone di fare attraverso la rete e le sue restanti attività di scrittore e conferenziere?
«La nostra ambizione è quella di favorire un risveglio della vita cristiana anche per resistere meglio alle difficoltà del presente, schiacciato sul consumismo, l'irrazionalismo e il vittimismo».
Alcuni osservatori esperti, come i vaticanisti Aldo Maria Valli, Sandro Magister e Lorenzo Bertocchi, appaiono disincantati sul futuro del cattolicesimo, di cui la vita religiosa è un po' il cuore nascosto e pulsante. Lei che speranza sente di dare ai lettori più giovani?
«Il cardinale John Henry Newman (1801-1890) osservava che la Chiesa non è soltanto quella che la contemporaneità mette davanti ai nostri occhi. Il dogma della comunione dei santi non è una teoria, ma una realtà vivente. Tutti i santi che hanno costruito l'edificio della Chiesa sono presenti e operanti accanto a noi, e la loro luce è tale da far impallidire le ombre che ci ossessionano e ci turbano. Il servo del profeta Eliseo era terrorizzato dalla vista dei soldati che perseguitavano il suo padrone, finché il profeta non gli aprì gli occhi, mostrandogli un immenso esercito di angeli che combatteva per la loro difesa (2Re 6, 15-17)».
Senta padre, essendo monaco da quasi mezzo secolo, può svelarci qualche segreto della vita monastica, ovvero ciò che può renderla in qualche modo appetibile e piacevole?
«Vi è il continuo contatto con il mondo affascinante del sovrannaturale e con il mistero dell'esistenza, nel freddo e illimitato cosmo. Da un punto di vista più terreno, vi è il fatto che noi scegliamo il nostro monastero come si sceglie una sposa, e vi rimaniamo per tutta la vita, costi quel che costi. Ciò permette di dedicarsi senza fretta ad un progetto a lunga scadenza, e a poco a poco di vederne ed assaporarne i frutti».
Fabrizio Cannone
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Il grande direttore d'orchestra a Norcia attacca la piaga dei nuovi canti liturgici: «Vedo anche certi vescovi... ma noi abbiamo una storia! Io nel giorno della mia morte vorrei sentire Palestrina e non delle canzonette».Domani l'incontro di papa Francesco a Roma con la generazione da lui amata, che «fa rumore» in modo esagitato. Ben diverso dalle Giornate della gioventù volute da papa Giovanni Paolo II, dalle quali sono nate realtà di fede autentica.Il benedettino Massimo Lapponi ha ideato un portale Web che vuole dare nuova speranza alla famiglia: «Senza regole condivise il singolo è ostacolato nella sua libertà».Lo speciale contiene tre articoliImpegnato in un grande evento musicale e di solidarietà dedicato alla terra umbra devastata dal sisma del 2016, il maestro Riccardo Muti è sembrato trasformarsi improvvisamente in un sindacalista, quando, al termine del concerto, ha chiesto il lavoro per i giovani e talentuosi musicisti. «Sarebbe un dovere dello Stato che questi giovani trovassero lavoro», e quindi che «ogni regione avesse orchestre». Applausi in piazza San Benedetto a Norcia, dove il maestro lo scorso 4 agosto ha diretto i talenti under 30 dell'orchestra Luigi Cherubini in alcuni estratti del Macbeth di Giuseppe Verdi. «Quante regioni non hanno un'orchestra o un teatro? In una terra d'arte, di bellezza… questa è una cosa grave. Non voglio approfittare dell'occasione per fare un discorso polemico, qui ci sono ragazzi che hanno dedicato la loro giovinezza all'arte ed è giusto quindi che abbiano la possibilità di trasmettere alla società i frutti del loro lavoro. La società diventerà e diventerebbe sicuramente migliore, anche perché noi abbiamo degli obblighi verso il nostro passato». A questo punto, sugli obblighi verso il passato, il maestro si interrompe, guarda il pubblico e con fare eloquente aggiunge: «E anche la Chiesa… vedo dei vescovi… anche la Chiesa, invece, di fare le schitarrate in chiesa…», procede sconsolato il maestro Muti mimando il gesto dello strimpellatore da sagrestia. La piazza si accende in un applauso che pare liberatorio, perfino i giovani musicisti inquadrati dalla diretta di Rai 5 sorridono alle parole del maestro, come succede quando qualcuno finalmente la dice tutta. «Noi abbiamo Palestrina», prosegue Muti sulle ali dell'entusiasmo della piazza, «abbiamo una storia… io come vorrei nel giorno della mia morte avere una musica di Palestrina intorno alla mia bara e non sentire: “E tuo fratello, na, na, na, na" (mima ancora il gesto dello strimpellatore da sagrestia, ndr)».Non è la prima volta che Riccardo Muti infila il dito nella piaga dei canti liturgici: oggi, dopo l'immane iconoclastia che ha colpito la musica sacra negli ultimi decenni, sono rimaste quasi solo canzonette. Ai funerali, specialmente di qualche vip, si è sentito nell'aria un motivetto di Vasco Rossi o Ligabue, autori gettonati anche nelle veglie di preghiera con i giovani. Qualche prete canzonettaro ai matrimoni si è esibito con Mamma Maria dei Ricchi e Poveri, e non manca il vescovo che predica con la chitarra e i testi pop. Un vero cult del genere resta la Bella ciao intonata da don Andrea Gallo con sventolio di fazzoletti rossi dall'altare a far da scenografia. «Non capisco perché una volta c'erano Mozart e Bach», disse Muti nel 2011 a Trieste ricevendo la cittadinanza onoraria, «mentre ora si va avanti a canzonette: così non si ha rispetto per l'intelligenza delle persone. Anche l'uomo più semplice e lontano, sentendo l'Ave verum può essere trasportato verso una dimensione spirituale, ma se sente le canzonette è come stare in un altro posto». Oggi a messa si cantano perlopiù i canti liturgici sfornati negli anni Settanta dagli intellettuali della riforma liturgica per il popolo. Più o meno sono sempre gli stessi canti di allora, con qualche aggiunta più recente, comunque sempre impregnata di una forte vena di sentimentalismo. È un pop liturgico che non si sa quanto davvero coinvolga l'assemblea nella preghiera, o soddisfi solo il volenteroso coretto parrocchiale.«Io ho denunciato questo costume, che definisco malcostume, di suonare canzoncine banali accompagnate da strimpellatori, con testi vuoti di significato e profondità in luoghi dove allora sarebbe meglio il silenzio per raggiungere un senso di congiungimento col divino». È ancora Muti nel 2010, richiamando la battaglia condotta da Benedetto XVI per riportare la liturgia al senso profondo che deve trasmettere. «È una cosa molto grave», disse, «e mi stupisco che i preti disattendano i moniti di Benedetto XVI».Già, l'allora cardinale Ratzinger in una delle sue opere più fortunate, Introduzione allo spirito della liturgia (2001), scriveva che «non ogni forma di musica può entrare a far parte della liturgia cristiana. (…) L'integrazione dell'uomo verso l'alto e non la sua liquidazione in un'ebrezza priva di forma o nella pura sensualità è il criterio di una musica conforme al Logos». Eppure la lezione di Ratzinger sulla liturgia, come rilevava il maestro Muti, è stata una delle più disattese dal clero. Chissà cosa avranno pensato i vescovi richiamati dal maestro in piazza a Norcia, loro che in teoria sarebbero chiamati a risolvere il problema, non è dato sapere se in realtà lo vivono davvero come tale. Se avvertono il problema spirituale e culturale che sorge dalla perdita del senso del sacro.Perfino un musicista politicamente corretto come Sting, intervistato in questi giorni dal National catholic register, deve ammettere di aver «adorato il canto gregoriano» e ha aggiunto che «c'è qualcosa nelle cadenze e nel ritmo della musica in latino che è molto speciale». Il beato Paolo VI, che sarà canonizzato nel prossimo ottobre, nella Sacrificium Laudis del 1966 (epistola apostolica sulla lingua latina da usare nell'Ufficio liturgico corale da parte dei religiosi tenuti all'obbligo del coro) si chiedeva: «Quale lingua, quale canto vi sembra che possa nella presente situazione sostituire quelle forme della pietà cattolica che avete usato finora? Bisogna riflettere bene, perché le cose non diventino peggiori dopo aver rinnegato questa gloriosa eredità. (…) Sorge anche un altro interrogativo: gli uomini desiderosi di sentire le sacre preci entreranno ancora così numerosi nei vostri templi, se non vi risuonerà più l'antica e nativa lingua di quelle preghiere, unita al canto pieno di gravità e bellezza?».Non si tratta di camminare in avanti con il collo girato all'indietro, ma, come ha detto Muti, di essere consapevoli del significato del passato. Perché a leggere le ultime ricerche dei sociologi della religione, in Italia la percentuale di fedeli che va a messa tutte le domeniche sarebbe ridotta a uno scarno 18%, un numero in costante calo e che offre una risposta alle domande che sollevava Paolo VI nel lontano 1966. Lorenzo Bertocchi<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/muti-contro-le-schitarrate-in-chiesa-2594288437.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-giovani-che-non-piacciono-al-papa-sono-quelli-che-servono-alla-societa" data-post-id="2594288437" data-published-at="1782273378" data-use-pagination="False"> I giovani che non piacciono al Papa sono quelli che servono alla società Papa Francesco, domani, incontrerà i «giovani» a Roma nel Circo Massimo. Più volte il Papa ha ribadito che vede i giovani come gente che fa «rumore» (anni fa usò un termine spagnolo equivalente a «fare casino») a fin di bene, ossia per smuovere la Chiesa. E se non fanno casino, secondo lui o sono anestetizzati da chi li manipola o sono pessimisti e allora hanno bisogno dello psichiatra. Lasciamo da parte il fatto che non tutti i giovani siano uguali: esistono quelli più casinisti, ma esistono anche quelli «nati vecchi», come si diceva una volta, ossia più prudenti e non dediti ai bagordi. I secondi sono sempre risultati antipatici a molta gente, perché chi sbaglia non ama rispecchiarsi in chi non commette gli stessi errori e si sente implicitamente rimproverato. Magari i giovani non casinisti soffrono dei guai che i loro coetanei casinisti combinano e sono i casinisti ad aver bisogno dello psichiatra, non quelli di buon senso. Sarebbe meglio giudicare le persone individualmente, anziché come categorie, ma purtroppo risulta molto difficile farlo in una società massificata come la nostra. Si dà dunque per scontato che il giovane sia uno che vuole «cambiare il mondo» in modo esagitato. Ma cambiarlo come? Tanti anni fa Benedetto Croce osservò che non esiste un «problema dei giovani» più di quanto esista un «problema della fioritura» e l'unico dovere dei giovani è quello di maturare prima possibile. Sagge osservazioni che cozzavano con l'uso che dei «giovani» andava facendo il fascismo. Tutti abbiamo presente i raduni di giovani acclamanti Benito Mussolini, un modello per il dittatore argentino Juan Domingo Perόn. Erano giovani che facevano «rumore» venendo manipolati: un po' come accade oggi con Bergoglio. Nella seconda metà del Novecento si affermò la categoria dei giovani che «fanno la pace e non la guerra». Di fatto questo si traduceva spesso nell'edonismo consumistico, tra droghe, sesso disinibito e musica rock. Un modo di vita che indubbiamente ha cambiato il mondo: resta da vedere se in meglio. È discutibile che la gioventù sia legata necessariamente al sesso libero. Quando nell'Ottocento si iniziarono a distinguere i giovani come categoria a parte rispetto alle generazioni precedenti, un aspetto era il loro identificarsi con una sorta di purezza di ideali, che li portava per esempio all'amore romantico, monogamo e fedele (quello dell'abito bianco da sposa, per capirci), l'opposto del libertinismo sessuale praticato dai ceti dirigenti europei. Un altro aspetto della loro purezza di ideali era l'offerta della propria vita per la libertà della Patria. Tutte cose oggi raramente presenti nel discorso pubblico sui «giovani», che risente dell'impostazione anni Settanta. Un altro gruppo di giovani furono infatti quelli che dal 1968 pretesero di «cambiare il mondo» con la violenza. S'è visto com'è finita: oggi comanda il capitalismo sfrenato transnazionale. E molti di quei giovani, ormai invecchiati, fanno pienamente parte del potere economico, massmediatico e universitario, tacendo sui loro errori di gioventù oppure nobilitandoli. Molti provenivano da ambienti cattolici: identificato il cristianesimo con la pretesa ideologica di cambiare il mondo, finirono col trasbordare su un marxismo in realtà ammuffito ma che prometteva di realizzare con le armi il cambiamento tanto agognato in nome della «giustizia». Si consideravano superiori agli altri perché avevano «ideali». Un particolare: erano ideali sbagliati. Nel dopoguerra l'Azione Cattolica di Luigi Gedda organizzava raduni giovanili di massa a Roma in onore di Pio XII, il «bianco padre». Ma quell'associazionismo cattolico finì travolto dalla bufera postconciliare, tra gli insulti dei «cattolici adulti». Nel 1975 il gesuita Giacomo Martina, in un fazioso volumetto sulla Chiesa in Italia nel trentennio precedente, commentava sprezzante quei raduni con papa Pacelli che interrogava i giovani: non si fa, sembrano quelli di Mussolini. Chissà che direbbe oggi il gesuita Martina delle domande retoriche del gesuita Bergoglio alla folla. Non solo: padre Martina disprezzava gli appena nati movimenti carismatici giovanili, descrivendoli come dei sempliciotti che non sarebbero durati a lungo. Oggi le comunità carismatiche sono diffuse in tutto il mondo e hanno riportato alla fede viva tantissimi giovani. Ma l'intellighenzia sedicente cattolica li snobba. Non è poi strano che alcuni giovani, delusi dalla realtà mediocre del Cattolicesimo più recente, quello delle chitarre e dell'«Alleluia delle lampadine», abbiano desiderato riallacciarsi a quello austero dei loro antenati, magari con la Messa nel vecchio rito, quella che cominciava con: «Mi accosterò all'altare di Dio/A Dio che rende lieta la mia giovinezza». Ma quei giovani Bergoglio ha detto più volte che non li capisce, gli sembrano rigidi. Non fanno casino, insomma. Un Papa che conosceva bene i giovani fu Giovanni Paolo II, l'inventore delle Giornate mondiali della gioventù. Grazie a lui sono nate tante realtà giovanili di fede autentica. I giovani lo hanno ringraziato gridando al suo funerale: «Santo subito!». L'apparato clericale oggi legato a Bergoglio, per lo più gente dai sessant'anni in su in cerca di rivincita, si è indignato per quell'acclamazione, dato che non aveva mai amato il papa polacco per motivazioni tra l'ideologico e il carrieristico, così come guardava col sopracciglio alzato i suoi raduni giovanili. E oggi pretende di affermare che l'insegnamento di papa Wojtyla è rigido e superato e non va bene per i giovani. Si dirà: ma papa Francesco parla di un Dio giovane per i giovani, come Gesù. Bene. Sorvoliamo sul fatto che Gesù trascorse l'età giovanile nel silenzio, senza farsi notare prima dei trent'anni, quando ormai era in età matura (non esisteva l'attuale categoria del «ragazzo» fino a quarant'anni). Quando Cristo disse, a coloro che volevano lapidare l'adultera: «Chi è senza peccato, scagli la prima pietra!», l'evangelista Giovanni (il più giovane degli Apostoli) riferisce: «Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi». In altre parole: i giovani non volevano andarsene, si sentivano in diritto di lapidare la peccatrice perché loro si reputavano giusti, senza macchia. Ecco che cosa succede quando i giovani idealisti fanno rumore per «fare giustizia» e cambiare il mondo: si comincia con i lazzi e si finisce con le pietre. Gesù Cristo si aspetta ben altro dai giovani che il «fare casino» o una strizzatina d'occhio alle loro debolezze. Luca Pignataro <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/muti-contro-le-schitarrate-in-chiesa-2594288437.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-sito-dei-monaci-aiutera-a-battere-il-caos" data-post-id="2594288437" data-published-at="1782273378" data-use-pagination="False"> «Il sito dei monaci aiuterà a battere il caos» Padre Massimo Lapponi è l'ideatore di un sito internet che farà parlare di sé. Oltre ad essere un monaco dell'abbazia di Farfa, tra le più antiche abbazie della cristianità, ancora viva e vegeta, a pochi km da Roma. Teologo e autore prolifico (il suo San Benedetto e la vita familiare ha conosciuto traduzioni in molte lingue), padre Massimo è soprattutto un monaco che in pieno XXI secolo non rinnega l'affascinante tradizione monastica d'Occidente, iniziata da Benedetto da Norcia, 15 secoli fa. Per far riscoprire i valori forti del monachesimo ha appena dato vita ad una pagina web dedicata al Rinnovamento teologico benedettino. Padre, che cosa l'ha spinta alla vita monastica e che ricordi ha dei suoi primi anni di vita religiosa? «Bisogna ritornare al clima degli anni Sessanta del Novecento. Notavo già allora il rapido deterioramento della vita familiare, anche nelle famiglie credenti e praticanti. Per questo sentii la necessità di una svolta radicale nella mia vita e avvertii presto che il Signore mi chiamava a una scelta inattesa. Anche nell'ambiente monastico trovai segni di confusione e una problematica crisi di identità, che allora sfociò in esiti drammatici, come il caso celebre dell'abate Giovanni Franzoni, sospeso a divinis da Paolo VI per le sue posizioni filomarxiste e pro divorzio. Ma, accanto a ciò, conobbi monaci paterni e indimenticabili, dai quali ho potuto ricevere la grande eredità di un'antica tradizione». Come è cambiata la vita monastica, in Occidente, negli ultimi decenni? «La crisi, che era già presente da molto tempo, si è aggravata dopo il Concilio, anche se non sarebbe giusto non riconoscere gli sforzi positivi di tanti abati e priori per un autentico rinnovamento. Sembra che recentemente si sia diffuso un clima di resa. Ma sicuramente c'è un fuoco sotto la cenere che aspetta l'occasione propizia per manifestarsi. Con il sito e le altre iniziative vorremmo far divampare quel fuoco!». Per quale ragione ha inaugurato un sito Internet tra i mille, anche cattolici, che ci sono già? «La quantità dei siti è certamente immensa, ma la qualità non sempre è soddisfacente. Proprio nel mondo benedettino si sentiva la necessità di una presenza nuova, che si facesse portavoce del valore educativo e formativo della Regola di San Benedetto. Così, ho cercato di promuovere la conoscenza della Regola su molti fronti, incominciando dalla sua originale applicazione alla vita familiare. Da questa intuizione sul valore universale della Regola (nelle famiglie, nel lavoro, nelle parrocchie, nelle associazioni) si è sviluppata l'idea di rinnovare la vita monastica e la stessa teologia, alla luce di San Benedetto». Ma la figura di San Benedetto come può essere sintetizzata? «È il santo dell'ora et labora e il patriarca dei monaci d'Occidente. La cultura dei monasteri - che va dalla conservazione della latinità e della grecità, sino all'impulso dato all'agricoltura, alle arti grafiche e alla produzione di libri, miele e birra - deve moltissimo ai benedettini, come quelli di Subiaco e Montecassino o di Cluny in Francia». Che rubriche avrà il sito web? «Il rinnovamento che promuoviamo riguarda la vita dei religiosi, la vita parrocchiale e la stessa vita familiare. San Benedetto ha portato la teologia all'altezza dell'uomo comune, dell'uomo della strada, perché non ha voluto speculazioni teoriche, ma anzitutto essere esempio, silenzioso esempio per gli altri. Con il suo messaggio ha proposto una forma spirituale alla vita quotidiana. Il sito batterà su questo punto: nessuno vive da solo nel mondo, e se la comunità o la famiglia in cui si vive non segue regole condivise, il singolo si troverà ostacolato nella sua libertà. Per questo gli apostoli non scrivevano le loro lettere ai singoli, ma alle comunità (Romani, Efesini, Colossesi). San Benedetto procede sulla stessa strada, entrando nei dettagli della vita quotidiana, per darle una forma stabile e perenne. Il caos politico sociale ed economico di oggi, per non parlare della implosione della famiglia, richiede regole certe, meglio se temprate dal fuoco della storia e della Tradizione». Cosa si propone di fare attraverso la rete e le sue restanti attività di scrittore e conferenziere? «La nostra ambizione è quella di favorire un risveglio della vita cristiana anche per resistere meglio alle difficoltà del presente, schiacciato sul consumismo, l'irrazionalismo e il vittimismo». Alcuni osservatori esperti, come i vaticanisti Aldo Maria Valli, Sandro Magister e Lorenzo Bertocchi, appaiono disincantati sul futuro del cattolicesimo, di cui la vita religiosa è un po' il cuore nascosto e pulsante. Lei che speranza sente di dare ai lettori più giovani? «Il cardinale John Henry Newman (1801-1890) osservava che la Chiesa non è soltanto quella che la contemporaneità mette davanti ai nostri occhi. Il dogma della comunione dei santi non è una teoria, ma una realtà vivente. Tutti i santi che hanno costruito l'edificio della Chiesa sono presenti e operanti accanto a noi, e la loro luce è tale da far impallidire le ombre che ci ossessionano e ci turbano. Il servo del profeta Eliseo era terrorizzato dalla vista dei soldati che perseguitavano il suo padrone, finché il profeta non gli aprì gli occhi, mostrandogli un immenso esercito di angeli che combatteva per la loro difesa (2Re 6, 15-17)». Senta padre, essendo monaco da quasi mezzo secolo, può svelarci qualche segreto della vita monastica, ovvero ciò che può renderla in qualche modo appetibile e piacevole? «Vi è il continuo contatto con il mondo affascinante del sovrannaturale e con il mistero dell'esistenza, nel freddo e illimitato cosmo. Da un punto di vista più terreno, vi è il fatto che noi scegliamo il nostro monastero come si sceglie una sposa, e vi rimaniamo per tutta la vita, costi quel che costi. Ciò permette di dedicarsi senza fretta ad un progetto a lunga scadenza, e a poco a poco di vederne ed assaporarne i frutti». Fabrizio Cannone
Marco Baldassari @Eleventy
Un percorso costruito all’insegna del Made in Italy, della qualità e di un’idea di lusso contemporaneo lontana dall’ostentazione. Per celebrare questo traguardo, la nuova collezione introduce nuove silhouette, colori più sofisticati e due capsule che raccontano da vicino il mondo personale del fondatore: The Indigo Blue e Active Moments. Ne abbiamo parlato con Marco Baldassari.
La Primavera-Estate 2027 coincide col ventesimo anniversario di Eleventy. Che significato ha per lei questo traguardo?
«Rappresenta la realizzazione di un sogno. In vent’anni siamo riusciti a costruire un marchio internazionale restando fedeli ai nostri valori: produzione italiana, qualità, responsabilità e attenzione alle persone. Oggi guardiamo al futuro con la stessa passione, con l’obiettivo di creare qualcosa di duraturo».
Quanto c’è di lei nelle capsule The Indigo Blue e Active Moments?
«Molto. Cerco sempre di raccontarmi attraverso le collezioni. The Indigo Blue nasce dal mio legame con il denim, reinterpretato in chiave sofisticata e contemporanea. Active Moments, invece, riflette il mio stile di vita: sport, benessere e dinamismo. Sono due mondi che mi rappresentano profondamente».
Chi è oggi il cliente Eleventy?
«È una persona che ama la qualità ma non l’ostentazione. Cerca prodotti autentici, ben fatti e dal valore concreto. Apprezza il Made in Italy e riconosce l’equilibrio tra qualità, design e prezzo che caratterizza il nostro marchio».
Come si è evoluto il concetto di smart luxury negli ultimi vent’anni?
«Il principio è rimasto lo stesso: offrire il massimo valore possibile. Oggi, però, lo smart luxury include anche un forte elemento di contemporaneità. Chi sceglie Eleventy cerca qualità e raffinatezza, ma con uno stile più moderno e rilassato».
La collezione introduce volumi più morbidi e nuove interpretazioni della giacca. È cambiato il modo di vivere l’eleganza?
«Sì. Oggi l’uomo desidera capi più confortevoli e versatili. Abbiamo lavorato su nuove proporzioni, nuove tonalità e nuove forme per offrire qualcosa di distintivo, mantenendo sempre coerenza con il nostro Dna».
Come si evolve il concetto di giacca?
«La giacca oggi è più fluida. L’overshirt, per esempio, è diventata una valida alternativa al blazer tradizionale. Abbiamo inoltre reinterpretato modelli ispirati alla tradizione con materiali nobili e costruzioni più contemporanee».
Se dovesse descrivere l’uomo Eleventy della Primavera-Estate 2027?
«Un uomo contemporaneo e sicuro di sé. Lo immagino con una giacca in lino effetto denim della capsule Indigo Blue, pantaloni dai volumi più morbidi e una polo realizzata in filati pregiati. Un guardaroba raffinato ma disinvolto».
Qual è oggi la vostra definizione di eleganza contemporanea?
«È l’incontro tra qualità, discrezione e funzionalità. L’uomo moderno ha bisogno di capi versatili, capaci di accompagnarlo durante tutta la giornata senza rinunciare a comfort ed eleganza».
Quali sono i valori che restano intoccabili?
«La qualità, innanzitutto. Poi la cura artigianale, l’attenzione ai dettagli e la produzione italiana. Sono le fondamenta di tutto ciò che facciamo».
Oggi il prodotto basta ancora?
«Non più. Oggi il prodotto deve essere eccellente, ma da solo non è sufficiente. I clienti cercano esperienze, relazioni e valori condivisi. Per questo stiamo lavorando per costruire una vera community attorno a Eleventy, creando luoghi e occasioni di incontro che vadano oltre l’acquisto. Un primo passo in questa direzione è stato il concept sviluppato a Istanbul, dove abbiamo aperto un flagship store di circa 400 metri quadrati con un caffè integrato. L’idea è offrire ai clienti uno spazio accogliente in cui fermarsi anche senza l’intenzione di acquistare, vivendo l’universo Eleventy attraverso un’esperienza che unisce design, ospitalità e qualità. Il progetto sta dando ottimi risultati e verrà replicato a breve anche a Doha e in Libano. Stiamo inoltre lavorando per arricchire ulteriormente i nostri spazi con contenuti culturali. L’obiettivo è trasformare i negozi in luoghi di ispirazione, dove moda, arte, design e cultura possano dialogare tra loro. A breve presenteremo anche una nuova collaborazione legata al mondo dell’editoria e dei libri, un progetto che contribuirà a rafforzare questa visione».
Quali sono le prossime aperture internazionali?
«Il 2026 è un anno particolarmente importante per il nostro sviluppo internazionale. A fine giugno inaugureremo un nuovo store stagionale a Saint-Tropez, in Place des Lices, una delle location più prestigiose della Costa Azzurra. Per noi rappresenta un traguardo significativo perché ci permette di entrare in contatto con una clientela internazionale molto qualificata e di consolidare ulteriormente il nostro posizionamento nel segmento del lusso contemporaneo. A luglio sarà invece la volta di Chicago, una piazza strategica per il mercato americano, che continua a essere uno dei più dinamici e promettenti per il brand. Gli Stati Uniti rappresentano oggi un’area di forte crescita e un mercato particolarmente ricettivo nei confronti dei valori di Eleventy. Prosegue inoltre il dialogo tra moda e hospitality, un ambito in cui crediamo molto. Siamo recentemente approdati a Santorini all’interno del Sandblu Resort, una delle strutture più esclusive delle isole greche. Essere presenti in contesti di questo livello significa intercettare i clienti nei luoghi che frequentano durante il tempo libero, in un momento in cui sono più disponibili a vivere un’esperienza di brand autentica e rilassata».
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Byung-Chul Han (Getty Images)
Grazie alla quale, dice subito di potere «a quasi cento anni di distanza, fare buon uso dei suoi pensieri per dimostrare che, al di là dell’immanenza della produzione e del consumo, e dell’informazione e comunicazione, vi è un’altra realtà più elevata, una trascendenza, in grado di portarci via, lontano da una vita priva di significato, da una straziante carenza di essere, dalla mera sopravvivenza, offrendoci invece la gioiosa pienezza dell’essere».
Così, tanto per non rendere l’impresa troppo facile, Han, sceglie subito di affrontarla con il tema dell’attenzione, che Simone Weil riteneva fosse «nel suo grado più elevato, la stessa cosa della preghiera». Ricavandone che «la crisi della religione è quindi anche una crisi dell’attenzione, dello scrutare e dell’udire». Dunque: «Dio non è morto. È morto l’uomo al quale Dio si rivelò». Il fatto è che: «la percezione è estremamente ingorda. Le manca qualsiasi ampiezza contemplativa. Non fa che mangiare: il consumo è il suo atteggiamento di base. L’abbuffata di video (binge watching) esprime efficacemente questa ingordigia, binge è: divorare senza freni». Se mangi in continuazione però non puoi più vedere, come appunto diceva Simone Weil, magra come una canna dei marais d’Occitania, specificando: «quaggiù, guardare e mangiare sono due. Bisogna scegliere l’uno o l’altro ma entrambi sono chiamati: amare. Tuttavia solo coloro cui talvolta capita di restare per qualche tempo a guardare invece di mangiare hanno qualche speranza di salvezza». (Simone Weil, Quaderni 4, Adelphi).
«L’anima che continua a mangiare senza scrutare finisce col perdere la capacità di contemplare. Invece dell’autofagia, sviluppa obesità. La sua parte mortale, s’allarga e ingrassa, mentre la parte divina si atrofizza e rimpicciolisce». In Simone Weil, racconta Byung-Chul Han, è l’immaginazione che al servizio dell’Io continua a sognare cibo. Il resto della personalità attivo nel Processo di individuazione viene soffocato dal grasso e da tutti gli elementi di ciò che Simone Weil chiamava «pésanteur» - pesantezza -, che impedisce all’anima di muoversi nella dimensione trascendente. Questo indebolimento degli aspetti spirituali della personalità lacera in profondità l’anima, come ha raccontato Simone Weil in L’ombra e la grazia, tradotto in italiano da Franco Fortini. Solo la pienezza assicurata dall’attenzione dell’intera personalità consente all’essere umano di assicurare la guida agli aspetti più spirituali. «L’attenzione profonda, contemplativa, è rivolta a ciò che persiste, permane tiene il punto. Il vero perdura. Chi è incapace di attenzione contemplativa, incapace di scrutare non ha invece accesso alla verità, al vero, all’ordine perdurante delle cose.
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Loperazione chiamata «Luxury Sky» trae origine da mirate analisi di rischio e da un’approfondita valorizzazione del patrimonio informativo disponibile al Corpo, sviluppata attraverso l’incrocio dei dati del traffico aereo con le risultanze delle banche dati istituzionali e con la documentazione fiscale acquisita nel corso degli accertamenti.
Grazie a un accurato lavoro di ricostruzione e analisi, i finanzieri del Comando Provinciale di Firenze hanno esaminato oltre 20.700 movimenti aerei potenzialmente rilevanti sotto il profilo tributario, individuando diffuse irregolarità nel versamento dell’imposta dovuta per i voli privati operati tra il 2020 e il 2023 da oltre 1.000 compagnie aeree estere.
L’attività ispettiva ha consentito di ricostruire nel dettaglio gli spostamenti di oltre 12.900 voli privati transitati sullo scalo fiorentino e di oltre 42.100 passeggeri trasportati, facendo emergere il mancato assolvimento degli obblighi fiscali da parte di numerosi operatori internazionali.
Le verifiche eseguite hanno portato all’individuazione di un’evasione complessiva pari a 4.388.657 euro, riconducibile a 1.052 società risultate irregolari, corrispondenti al 62,32% dei vettori sottoposti a controllo.
Particolarmente significativo il risultato conseguito in termini di recupero delle risorse pubbliche: a seguito degli interventi della Guardia di Finanza, numerose compagnie hanno già provveduto a regolarizzare la propria posizione, consentendo l’effettivo versamento nelle casse dello Stato di oltre 2,6 milioni di euro. Per la quota residua sono in corso le attività di monitoraggio e riscossione previste dalla normativa vigente.
Gli approfondimenti investigativi hanno inoltre evidenziato il frequente ricorso a strutture societarie localizzate in giurisdizioni caratterizzate da elevata opacità fiscale. In numerosi casi, aerei di grande valore economico risultavano formalmente intestati a società domiciliate in territori a fiscalità privilegiata, rendendo particolarmente complessa l’individuazione dei soggetti effettivamente responsabili degli adempimenti tributari.
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Ansa
La medicina non può mai diventare serva di una morte programmata!». Ricevendo i membri della Fondazione Jérôme Lejeune in occasione del centenario della nascita del suo fondatore, il pontefice ha voluto ribadire che il valore di una persona non dipende mai da ciò che produce o realizza, ma dalla sua intrinseca dignità.
La Fondazione Jérôme Lejeune, nata negli anni Novanta in Francia, è l’erede diretta dell’opera del Venerabile Jérôme Lejeune, scienziato di fama mondiale che nel 1958 scoprì l’anomalia cromosomica all’origine della trisomia 21. Lejeune non fu solo un grande scienziato; fu un medico che vedeva nei suoi pazienti i «poveri tra i poveri», dedicando la vita a cercare una cura che potesse alleviare la loro condizione. Egli comprese precocemente come la sua scoperta potesse essere strumentalizzata per eliminare i nascituri affetti da disabilità, un «eugenismo nuovo» che definì «razzismo cromosomico». Per questo impegno incondizionato a favore della vita, che gli costò ostilità in certi ambienti scientifici, fu chiamato da Giovanni Paolo II a presiedere la neonata Pontificia Accademia per la Vita. Oggi la Fondazione prosegue questa missione attraverso la ricerca scientifica, la cura presso l’Istituto Jérôme Lejeune di Parigi e la difesa dei più fragili nel dibattito pubblico.
Un dibattito che in Francia ha raggiunto un punto di rottura. Proprio in queste ore, l’Assemblea nazionale affronta la terza lettura del disegno di legge che mira a legalizzare l’eutanasia e il suicidio assistito. Di fronte a quella che viene percepita come una deriva etica, i vescovi francesi hanno indetto una novena di preghiera dal 21 al 29 giugno (in vista appunto del voto del 30 giugno), invitando i fedeli a chiedere che lo Spirito Santo «illumini le coscienze» dei legislatori. L’episcopato transalpino ha ricordato che non si protegge la vita mettendovi fine, ma accompagnandola fino al termine naturale. Nel lanciare questo appello, i vescovi d’oltralpe hanno richiamato anche, e non a caso, le parole fondamentali pronunciate dal Papa al Parlamento spagnolo durante il suo recente viaggio apostolico a Madrid. In quell’occasione, il Santo Padre aveva chiarito che «ogni vita umana dev’essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza». Aggiungendo che «la difesa della vita umana non è una questione di interesse particolare né confessionale: è una meta di civiltà». Si tratta di un richiamo diretto al ruolo della politica: le leggi approvate devono essere verificate sulla loro capacità di rispettare la dignità della persona per capire se stiano davvero perseguendo il bene comune.
Queste riflessioni scavalcano le Alpi e arrivano in Italia, dove il Parlamento si trova in una fase di stallo riguardo alla legge sul suicidio assistito. La discussione in Senato, ripresa il 3 giugno, ha mostrato una maggioranza divisa e una situazione di profonda mutazione politica. Al centro di questo cambiamento c’è la nuova fisionomia di Forza Italia, ora guidata in Senato da Stefania Craxi. Il partito ha intrapreso una netta svolta «liberal» sotto l’influenza di Marina Berlusconi, la quale ha dichiarato apertamente di sentirsi più in sintonia con la sinistra su temi come il fine vita, i diritti Lgbt e l’aborto. Nonostante le resistenze interne nella maggioranza (in particolare Fratelli d’Italia e parte della Lega), Forza Italia sta di fatto spingendo per un accordo con le opposizioni, cercando una mediazione che sblocchi l’impasse. Gli emendamenti proposti dalla Craxi e dalla senatrice Daniela Ternullo riflettono questo nuovo corso: puntano ad ampliare i requisiti per l’accesso al suicidio assistito, in particolare la neo proposta azzurra prevede che l’assistenza al suicidio possa essere resa da medici ospedalieri o di medicina generale su base volontaria in regime di intramoenia, con l’impegno del Cnr nel reperimento dei farmaci letali.
Stefania Craxi ha dichiarato di voler «discutere di una norma di civiltà». Eppure, questa visione appare diametralmente opposta a quanto affermato dal Papa a Madrid e ribadito ieri alla Fondazione Lejeune: se per la Craxi la «civiltà» sembra risiedere nella regolamentazione della morte assistita, per il Pontefice la vera «meta di civiltà» risiede esclusivamente nella difesa della vita senza eccezioni. Questa trasformazione di Forza Italia appare ancora più stridente se confrontata con il pensiero del suo fondatore. È solo del 2021 la lettera di Silvio Berlusconi a Il Giornale: «La vita di ogni essere umano è sacra dal momento del concepimento fino alla morte biologica». A cui aggiungeva una sottolineatura riferita proprio al ruolo della Chiesa. «La Chiesa cattolica», scriveva Berlusconi padre, «ha esercitato ed esercita oggi in Italia e nel mondo una funzione essenziale a difesa dei diritti delle persone, di ogni persona e soprattutto dei più deboli». Oggi la Craxi, spinge per una legge che la Chiesa e i movimenti pro-life considerano una «norma di morte». La sfida lanciata da papa Leone XIV è chiara: la civiltà non si costruisce programmando la morte, ma servendo la vita, specialmente quando essa è più fragile e indifesa. I vescovi francesi hanno risposto «presente», ci sarà qualcuno al di qua delle Alpi pronto a fare altrettanto?
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