True
2018-08-10
Riccardo Muti contro le schitarrate in chiesa
Ansa
Impegnato in un grande evento musicale e di solidarietà dedicato alla terra umbra devastata dal sisma del 2016, il maestro Riccardo Muti è sembrato trasformarsi improvvisamente in un sindacalista, quando, al termine del concerto, ha chiesto il lavoro per i giovani e talentuosi musicisti. «Sarebbe un dovere dello Stato che questi giovani trovassero lavoro», e quindi che «ogni regione avesse orchestre». Applausi in piazza San Benedetto a Norcia, dove il maestro lo scorso 4 agosto ha diretto i talenti under 30 dell'orchestra Luigi Cherubini in alcuni estratti del Macbeth di Giuseppe Verdi.
«Quante regioni non hanno un'orchestra o un teatro? In una terra d'arte, di bellezza… questa è una cosa grave. Non voglio approfittare dell'occasione per fare un discorso polemico, qui ci sono ragazzi che hanno dedicato la loro giovinezza all'arte ed è giusto quindi che abbiano la possibilità di trasmettere alla società i frutti del loro lavoro. La società diventerà e diventerebbe sicuramente migliore, anche perché noi abbiamo degli obblighi verso il nostro passato». A questo punto, sugli obblighi verso il passato, il maestro si interrompe, guarda il pubblico e con fare eloquente aggiunge: «E anche la Chiesa… vedo dei vescovi… anche la Chiesa, invece, di fare le schitarrate in chiesa…», procede sconsolato il maestro Muti mimando il gesto dello strimpellatore da sagrestia. La piazza si accende in un applauso che pare liberatorio, perfino i giovani musicisti inquadrati dalla diretta di Rai 5 sorridono alle parole del maestro, come succede quando qualcuno finalmente la dice tutta. «Noi abbiamo Palestrina», prosegue Muti sulle ali dell'entusiasmo della piazza, «abbiamo una storia… io come vorrei nel giorno della mia morte avere una musica di Palestrina intorno alla mia bara e non sentire: “E tuo fratello, na, na, na, na" (mima ancora il gesto dello strimpellatore da sagrestia, ndr)».
Non è la prima volta che Riccardo Muti infila il dito nella piaga dei canti liturgici: oggi, dopo l'immane iconoclastia che ha colpito la musica sacra negli ultimi decenni, sono rimaste quasi solo canzonette. Ai funerali, specialmente di qualche vip, si è sentito nell'aria un motivetto di Vasco Rossi o Ligabue, autori gettonati anche nelle veglie di preghiera con i giovani. Qualche prete canzonettaro ai matrimoni si è esibito con Mamma Maria dei Ricchi e Poveri, e non manca il vescovo che predica con la chitarra e i testi pop. Un vero cult del genere resta la Bella ciao intonata da don Andrea Gallo con sventolio di fazzoletti rossi dall'altare a far da scenografia.
«Non capisco perché una volta c'erano Mozart e Bach», disse Muti nel 2011 a Trieste ricevendo la cittadinanza onoraria, «mentre ora si va avanti a canzonette: così non si ha rispetto per l'intelligenza delle persone. Anche l'uomo più semplice e lontano, sentendo l'Ave verum può essere trasportato verso una dimensione spirituale, ma se sente le canzonette è come stare in un altro posto». Oggi a messa si cantano perlopiù i canti liturgici sfornati negli anni Settanta dagli intellettuali della riforma liturgica per il popolo. Più o meno sono sempre gli stessi canti di allora, con qualche aggiunta più recente, comunque sempre impregnata di una forte vena di sentimentalismo. È un pop liturgico che non si sa quanto davvero coinvolga l'assemblea nella preghiera, o soddisfi solo il volenteroso coretto parrocchiale.
«Io ho denunciato questo costume, che definisco malcostume, di suonare canzoncine banali accompagnate da strimpellatori, con testi vuoti di significato e profondità in luoghi dove allora sarebbe meglio il silenzio per raggiungere un senso di congiungimento col divino». È ancora Muti nel 2010, richiamando la battaglia condotta da Benedetto XVI per riportare la liturgia al senso profondo che deve trasmettere. «È una cosa molto grave», disse, «e mi stupisco che i preti disattendano i moniti di Benedetto XVI».
Già, l'allora cardinale Ratzinger in una delle sue opere più fortunate, Introduzione allo spirito della liturgia (2001), scriveva che «non ogni forma di musica può entrare a far parte della liturgia cristiana. (…) L'integrazione dell'uomo verso l'alto e non la sua liquidazione in un'ebrezza priva di forma o nella pura sensualità è il criterio di una musica conforme al Logos». Eppure la lezione di Ratzinger sulla liturgia, come rilevava il maestro Muti, è stata una delle più disattese dal clero. Chissà cosa avranno pensato i vescovi richiamati dal maestro in piazza a Norcia, loro che in teoria sarebbero chiamati a risolvere il problema, non è dato sapere se in realtà lo vivono davvero come tale. Se avvertono il problema spirituale e culturale che sorge dalla perdita del senso del sacro.
Perfino un musicista politicamente corretto come Sting, intervistato in questi giorni dal National catholic register, deve ammettere di aver «adorato il canto gregoriano» e ha aggiunto che «c'è qualcosa nelle cadenze e nel ritmo della musica in latino che è molto speciale». Il beato Paolo VI, che sarà canonizzato nel prossimo ottobre, nella Sacrificium Laudis del 1966 (epistola apostolica sulla lingua latina da usare nell'Ufficio liturgico corale da parte dei religiosi tenuti all'obbligo del coro) si chiedeva: «Quale lingua, quale canto vi sembra che possa nella presente situazione sostituire quelle forme della pietà cattolica che avete usato finora? Bisogna riflettere bene, perché le cose non diventino peggiori dopo aver rinnegato questa gloriosa eredità. (…) Sorge anche un altro interrogativo: gli uomini desiderosi di sentire le sacre preci entreranno ancora così numerosi nei vostri templi, se non vi risuonerà più l'antica e nativa lingua di quelle preghiere, unita al canto pieno di gravità e bellezza?».
Non si tratta di camminare in avanti con il collo girato all'indietro, ma, come ha detto Muti, di essere consapevoli del significato del passato. Perché a leggere le ultime ricerche dei sociologi della religione, in Italia la percentuale di fedeli che va a messa tutte le domeniche sarebbe ridotta a uno scarno 18%, un numero in costante calo e che offre una risposta alle domande che sollevava Paolo VI nel lontano 1966.
Lorenzo Bertocchi
I giovani che non piacciono al Papa sono quelli che servono alla società
Papa Francesco, domani, incontrerà i «giovani» a Roma nel Circo Massimo. Più volte il Papa ha ribadito che vede i giovani come gente che fa «rumore» (anni fa usò un termine spagnolo equivalente a «fare casino») a fin di bene, ossia per smuovere la Chiesa. E se non fanno casino, secondo lui o sono anestetizzati da chi li manipola o sono pessimisti e allora hanno bisogno dello psichiatra.
Lasciamo da parte il fatto che non tutti i giovani siano uguali: esistono quelli più casinisti, ma esistono anche quelli «nati vecchi», come si diceva una volta, ossia più prudenti e non dediti ai bagordi. I secondi sono sempre risultati antipatici a molta gente, perché chi sbaglia non ama rispecchiarsi in chi non commette gli stessi errori e si sente implicitamente rimproverato. Magari i giovani non casinisti soffrono dei guai che i loro coetanei casinisti combinano e sono i casinisti ad aver bisogno dello psichiatra, non quelli di buon senso.
Sarebbe meglio giudicare le persone individualmente, anziché come categorie, ma purtroppo risulta molto difficile farlo in una società massificata come la nostra. Si dà dunque per scontato che il giovane sia uno che vuole «cambiare il mondo» in modo esagitato. Ma cambiarlo come?
Tanti anni fa Benedetto Croce osservò che non esiste un «problema dei giovani» più di quanto esista un «problema della fioritura» e l'unico dovere dei giovani è quello di maturare prima possibile. Sagge osservazioni che cozzavano con l'uso che dei «giovani» andava facendo il fascismo. Tutti abbiamo presente i raduni di giovani acclamanti Benito Mussolini, un modello per il dittatore argentino Juan Domingo Perόn. Erano giovani che facevano «rumore» venendo manipolati: un po' come accade oggi con Bergoglio.
Nella seconda metà del Novecento si affermò la categoria dei giovani che «fanno la pace e non la guerra». Di fatto questo si traduceva spesso nell'edonismo consumistico, tra droghe, sesso disinibito e musica rock. Un modo di vita che indubbiamente ha cambiato il mondo: resta da vedere se in meglio.
È discutibile che la gioventù sia legata necessariamente al sesso libero. Quando nell'Ottocento si iniziarono a distinguere i giovani come categoria a parte rispetto alle generazioni precedenti, un aspetto era il loro identificarsi con una sorta di purezza di ideali, che li portava per esempio all'amore romantico, monogamo e fedele (quello dell'abito bianco da sposa, per capirci), l'opposto del libertinismo sessuale praticato dai ceti dirigenti europei. Un altro aspetto della loro purezza di ideali era l'offerta della propria vita per la libertà della Patria. Tutte cose oggi raramente presenti nel discorso pubblico sui «giovani», che risente dell'impostazione anni Settanta.
Un altro gruppo di giovani furono infatti quelli che dal 1968 pretesero di «cambiare il mondo» con la violenza. S'è visto com'è finita: oggi comanda il capitalismo sfrenato transnazionale. E molti di quei giovani, ormai invecchiati, fanno pienamente parte del potere economico, massmediatico e universitario, tacendo sui loro errori di gioventù oppure nobilitandoli. Molti provenivano da ambienti cattolici: identificato il cristianesimo con la pretesa ideologica di cambiare il mondo, finirono col trasbordare su un marxismo in realtà ammuffito ma che prometteva di realizzare con le armi il cambiamento tanto agognato in nome della «giustizia». Si consideravano superiori agli altri perché avevano «ideali». Un particolare: erano ideali sbagliati.
Nel dopoguerra l'Azione Cattolica di Luigi Gedda organizzava raduni giovanili di massa a Roma in onore di Pio XII, il «bianco padre». Ma quell'associazionismo cattolico finì travolto dalla bufera postconciliare, tra gli insulti dei «cattolici adulti». Nel 1975 il gesuita Giacomo Martina, in un fazioso volumetto sulla Chiesa in Italia nel trentennio precedente, commentava sprezzante quei raduni con papa Pacelli che interrogava i giovani: non si fa, sembrano quelli di Mussolini. Chissà che direbbe oggi il gesuita Martina delle domande retoriche del gesuita Bergoglio alla folla. Non solo: padre Martina disprezzava gli appena nati movimenti carismatici giovanili, descrivendoli come dei sempliciotti che non sarebbero durati a lungo. Oggi le comunità carismatiche sono diffuse in tutto il mondo e hanno riportato alla fede viva tantissimi giovani. Ma l'intellighenzia sedicente cattolica li snobba.
Non è poi strano che alcuni giovani, delusi dalla realtà mediocre del Cattolicesimo più recente, quello delle chitarre e dell'«Alleluia delle lampadine», abbiano desiderato riallacciarsi a quello austero dei loro antenati, magari con la Messa nel vecchio rito, quella che cominciava con: «Mi accosterò all'altare di Dio/A Dio che rende lieta la mia giovinezza». Ma quei giovani Bergoglio ha detto più volte che non li capisce, gli sembrano rigidi. Non fanno casino, insomma.
Un Papa che conosceva bene i giovani fu Giovanni Paolo II, l'inventore delle Giornate mondiali della gioventù. Grazie a lui sono nate tante realtà giovanili di fede autentica. I giovani lo hanno ringraziato gridando al suo funerale: «Santo subito!». L'apparato clericale oggi legato a Bergoglio, per lo più gente dai sessant'anni in su in cerca di rivincita, si è indignato per quell'acclamazione, dato che non aveva mai amato il papa polacco per motivazioni tra l'ideologico e il carrieristico, così come guardava col sopracciglio alzato i suoi raduni giovanili. E oggi pretende di affermare che l'insegnamento di papa Wojtyla è rigido e superato e non va bene per i giovani.
Si dirà: ma papa Francesco parla di un Dio giovane per i giovani, come Gesù. Bene. Sorvoliamo sul fatto che Gesù trascorse l'età giovanile nel silenzio, senza farsi notare prima dei trent'anni, quando ormai era in età matura (non esisteva l'attuale categoria del «ragazzo» fino a quarant'anni). Quando Cristo disse, a coloro che volevano lapidare l'adultera: «Chi è senza peccato, scagli la prima pietra!», l'evangelista Giovanni (il più giovane degli Apostoli) riferisce: «Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi». In altre parole: i giovani non volevano andarsene, si sentivano in diritto di lapidare la peccatrice perché loro si reputavano giusti, senza macchia. Ecco che cosa succede quando i giovani idealisti fanno rumore per «fare giustizia» e cambiare il mondo: si comincia con i lazzi e si finisce con le pietre. Gesù Cristo si aspetta ben altro dai giovani che il «fare casino» o una strizzatina d'occhio alle loro debolezze.
Luca Pignataro
«Il sito dei monaci aiuterà a battere il caos»
Padre Massimo Lapponi è l'ideatore di un sito internet che farà parlare di sé. Oltre ad essere un monaco dell'abbazia di Farfa, tra le più antiche abbazie della cristianità, ancora viva e vegeta, a pochi km da Roma. Teologo e autore prolifico (il suo San Benedetto e la vita familiare ha conosciuto traduzioni in molte lingue), padre Massimo è soprattutto un monaco che in pieno XXI secolo non rinnega l'affascinante tradizione monastica d'Occidente, iniziata da Benedetto da Norcia, 15 secoli fa. Per far riscoprire i valori forti del monachesimo ha appena dato vita ad una pagina web dedicata al Rinnovamento teologico benedettino.
Padre, che cosa l'ha spinta alla vita monastica e che ricordi ha dei suoi primi anni di vita religiosa?
«Bisogna ritornare al clima degli anni Sessanta del Novecento. Notavo già allora il rapido deterioramento della vita familiare, anche nelle famiglie credenti e praticanti. Per questo sentii la necessità di una svolta radicale nella mia vita e avvertii presto che il Signore mi chiamava a una scelta inattesa. Anche nell'ambiente monastico trovai segni di confusione e una problematica crisi di identità, che allora sfociò in esiti drammatici, come il caso celebre dell'abate Giovanni Franzoni, sospeso a divinis da Paolo VI per le sue posizioni filomarxiste e pro divorzio. Ma, accanto a ciò, conobbi monaci paterni e indimenticabili, dai quali ho potuto ricevere la grande eredità di un'antica tradizione».
Come è cambiata la vita monastica, in Occidente, negli ultimi decenni?
«La crisi, che era già presente da molto tempo, si è aggravata dopo il Concilio, anche se non sarebbe giusto non riconoscere gli sforzi positivi di tanti abati e priori per un autentico rinnovamento. Sembra che recentemente si sia diffuso un clima di resa. Ma sicuramente c'è un fuoco sotto la cenere che aspetta l'occasione propizia per manifestarsi. Con il sito e le altre iniziative vorremmo far divampare quel fuoco!».
Per quale ragione ha inaugurato un sito Internet tra i mille, anche cattolici, che ci sono già?
«La quantità dei siti è certamente immensa, ma la qualità non sempre è soddisfacente. Proprio nel mondo benedettino si sentiva la necessità di una presenza nuova, che si facesse portavoce del valore educativo e formativo della Regola di San Benedetto. Così, ho cercato di promuovere la conoscenza della Regola su molti fronti, incominciando dalla sua originale applicazione alla vita familiare. Da questa intuizione sul valore universale della Regola (nelle famiglie, nel lavoro, nelle parrocchie, nelle associazioni) si è sviluppata l'idea di rinnovare la vita monastica e la stessa teologia, alla luce di San Benedetto».
Ma la figura di San Benedetto come può essere sintetizzata?
«È il santo dell'ora et labora e il patriarca dei monaci d'Occidente. La cultura dei monasteri - che va dalla conservazione della latinità e della grecità, sino all'impulso dato all'agricoltura, alle arti grafiche e alla produzione di libri, miele e birra - deve moltissimo ai benedettini, come quelli di Subiaco e Montecassino o di Cluny in Francia».
Che rubriche avrà il sito web?
«Il rinnovamento che promuoviamo riguarda la vita dei religiosi, la vita parrocchiale e la stessa vita familiare. San Benedetto ha portato la teologia all'altezza dell'uomo comune, dell'uomo della strada, perché non ha voluto speculazioni teoriche, ma anzitutto essere esempio, silenzioso esempio per gli altri. Con il suo messaggio ha proposto una forma spirituale alla vita quotidiana. Il sito batterà su questo punto: nessuno vive da solo nel mondo, e se la comunità o la famiglia in cui si vive non segue regole condivise, il singolo si troverà ostacolato nella sua libertà. Per questo gli apostoli non scrivevano le loro lettere ai singoli, ma alle comunità (Romani, Efesini, Colossesi). San Benedetto procede sulla stessa strada, entrando nei dettagli della vita quotidiana, per darle una forma stabile e perenne. Il caos politico sociale ed economico di oggi, per non parlare della implosione della famiglia, richiede regole certe, meglio se temprate dal fuoco della storia e della Tradizione».
Cosa si propone di fare attraverso la rete e le sue restanti attività di scrittore e conferenziere?
«La nostra ambizione è quella di favorire un risveglio della vita cristiana anche per resistere meglio alle difficoltà del presente, schiacciato sul consumismo, l'irrazionalismo e il vittimismo».
Alcuni osservatori esperti, come i vaticanisti Aldo Maria Valli, Sandro Magister e Lorenzo Bertocchi, appaiono disincantati sul futuro del cattolicesimo, di cui la vita religiosa è un po' il cuore nascosto e pulsante. Lei che speranza sente di dare ai lettori più giovani?
«Il cardinale John Henry Newman (1801-1890) osservava che la Chiesa non è soltanto quella che la contemporaneità mette davanti ai nostri occhi. Il dogma della comunione dei santi non è una teoria, ma una realtà vivente. Tutti i santi che hanno costruito l'edificio della Chiesa sono presenti e operanti accanto a noi, e la loro luce è tale da far impallidire le ombre che ci ossessionano e ci turbano. Il servo del profeta Eliseo era terrorizzato dalla vista dei soldati che perseguitavano il suo padrone, finché il profeta non gli aprì gli occhi, mostrandogli un immenso esercito di angeli che combatteva per la loro difesa (2Re 6, 15-17)».
Senta padre, essendo monaco da quasi mezzo secolo, può svelarci qualche segreto della vita monastica, ovvero ciò che può renderla in qualche modo appetibile e piacevole?
«Vi è il continuo contatto con il mondo affascinante del sovrannaturale e con il mistero dell'esistenza, nel freddo e illimitato cosmo. Da un punto di vista più terreno, vi è il fatto che noi scegliamo il nostro monastero come si sceglie una sposa, e vi rimaniamo per tutta la vita, costi quel che costi. Ciò permette di dedicarsi senza fretta ad un progetto a lunga scadenza, e a poco a poco di vederne ed assaporarne i frutti».
Fabrizio Cannone
Continua a leggereRiduci
Il grande direttore d'orchestra a Norcia attacca la piaga dei nuovi canti liturgici: «Vedo anche certi vescovi... ma noi abbiamo una storia! Io nel giorno della mia morte vorrei sentire Palestrina e non delle canzonette».Domani l'incontro di papa Francesco a Roma con la generazione da lui amata, che «fa rumore» in modo esagitato. Ben diverso dalle Giornate della gioventù volute da papa Giovanni Paolo II, dalle quali sono nate realtà di fede autentica.Il benedettino Massimo Lapponi ha ideato un portale Web che vuole dare nuova speranza alla famiglia: «Senza regole condivise il singolo è ostacolato nella sua libertà».Lo speciale contiene tre articoliImpegnato in un grande evento musicale e di solidarietà dedicato alla terra umbra devastata dal sisma del 2016, il maestro Riccardo Muti è sembrato trasformarsi improvvisamente in un sindacalista, quando, al termine del concerto, ha chiesto il lavoro per i giovani e talentuosi musicisti. «Sarebbe un dovere dello Stato che questi giovani trovassero lavoro», e quindi che «ogni regione avesse orchestre». Applausi in piazza San Benedetto a Norcia, dove il maestro lo scorso 4 agosto ha diretto i talenti under 30 dell'orchestra Luigi Cherubini in alcuni estratti del Macbeth di Giuseppe Verdi. «Quante regioni non hanno un'orchestra o un teatro? In una terra d'arte, di bellezza… questa è una cosa grave. Non voglio approfittare dell'occasione per fare un discorso polemico, qui ci sono ragazzi che hanno dedicato la loro giovinezza all'arte ed è giusto quindi che abbiano la possibilità di trasmettere alla società i frutti del loro lavoro. La società diventerà e diventerebbe sicuramente migliore, anche perché noi abbiamo degli obblighi verso il nostro passato». A questo punto, sugli obblighi verso il passato, il maestro si interrompe, guarda il pubblico e con fare eloquente aggiunge: «E anche la Chiesa… vedo dei vescovi… anche la Chiesa, invece, di fare le schitarrate in chiesa…», procede sconsolato il maestro Muti mimando il gesto dello strimpellatore da sagrestia. La piazza si accende in un applauso che pare liberatorio, perfino i giovani musicisti inquadrati dalla diretta di Rai 5 sorridono alle parole del maestro, come succede quando qualcuno finalmente la dice tutta. «Noi abbiamo Palestrina», prosegue Muti sulle ali dell'entusiasmo della piazza, «abbiamo una storia… io come vorrei nel giorno della mia morte avere una musica di Palestrina intorno alla mia bara e non sentire: “E tuo fratello, na, na, na, na" (mima ancora il gesto dello strimpellatore da sagrestia, ndr)».Non è la prima volta che Riccardo Muti infila il dito nella piaga dei canti liturgici: oggi, dopo l'immane iconoclastia che ha colpito la musica sacra negli ultimi decenni, sono rimaste quasi solo canzonette. Ai funerali, specialmente di qualche vip, si è sentito nell'aria un motivetto di Vasco Rossi o Ligabue, autori gettonati anche nelle veglie di preghiera con i giovani. Qualche prete canzonettaro ai matrimoni si è esibito con Mamma Maria dei Ricchi e Poveri, e non manca il vescovo che predica con la chitarra e i testi pop. Un vero cult del genere resta la Bella ciao intonata da don Andrea Gallo con sventolio di fazzoletti rossi dall'altare a far da scenografia. «Non capisco perché una volta c'erano Mozart e Bach», disse Muti nel 2011 a Trieste ricevendo la cittadinanza onoraria, «mentre ora si va avanti a canzonette: così non si ha rispetto per l'intelligenza delle persone. Anche l'uomo più semplice e lontano, sentendo l'Ave verum può essere trasportato verso una dimensione spirituale, ma se sente le canzonette è come stare in un altro posto». Oggi a messa si cantano perlopiù i canti liturgici sfornati negli anni Settanta dagli intellettuali della riforma liturgica per il popolo. Più o meno sono sempre gli stessi canti di allora, con qualche aggiunta più recente, comunque sempre impregnata di una forte vena di sentimentalismo. È un pop liturgico che non si sa quanto davvero coinvolga l'assemblea nella preghiera, o soddisfi solo il volenteroso coretto parrocchiale.«Io ho denunciato questo costume, che definisco malcostume, di suonare canzoncine banali accompagnate da strimpellatori, con testi vuoti di significato e profondità in luoghi dove allora sarebbe meglio il silenzio per raggiungere un senso di congiungimento col divino». È ancora Muti nel 2010, richiamando la battaglia condotta da Benedetto XVI per riportare la liturgia al senso profondo che deve trasmettere. «È una cosa molto grave», disse, «e mi stupisco che i preti disattendano i moniti di Benedetto XVI».Già, l'allora cardinale Ratzinger in una delle sue opere più fortunate, Introduzione allo spirito della liturgia (2001), scriveva che «non ogni forma di musica può entrare a far parte della liturgia cristiana. (…) L'integrazione dell'uomo verso l'alto e non la sua liquidazione in un'ebrezza priva di forma o nella pura sensualità è il criterio di una musica conforme al Logos». Eppure la lezione di Ratzinger sulla liturgia, come rilevava il maestro Muti, è stata una delle più disattese dal clero. Chissà cosa avranno pensato i vescovi richiamati dal maestro in piazza a Norcia, loro che in teoria sarebbero chiamati a risolvere il problema, non è dato sapere se in realtà lo vivono davvero come tale. Se avvertono il problema spirituale e culturale che sorge dalla perdita del senso del sacro.Perfino un musicista politicamente corretto come Sting, intervistato in questi giorni dal National catholic register, deve ammettere di aver «adorato il canto gregoriano» e ha aggiunto che «c'è qualcosa nelle cadenze e nel ritmo della musica in latino che è molto speciale». Il beato Paolo VI, che sarà canonizzato nel prossimo ottobre, nella Sacrificium Laudis del 1966 (epistola apostolica sulla lingua latina da usare nell'Ufficio liturgico corale da parte dei religiosi tenuti all'obbligo del coro) si chiedeva: «Quale lingua, quale canto vi sembra che possa nella presente situazione sostituire quelle forme della pietà cattolica che avete usato finora? Bisogna riflettere bene, perché le cose non diventino peggiori dopo aver rinnegato questa gloriosa eredità. (…) Sorge anche un altro interrogativo: gli uomini desiderosi di sentire le sacre preci entreranno ancora così numerosi nei vostri templi, se non vi risuonerà più l'antica e nativa lingua di quelle preghiere, unita al canto pieno di gravità e bellezza?».Non si tratta di camminare in avanti con il collo girato all'indietro, ma, come ha detto Muti, di essere consapevoli del significato del passato. Perché a leggere le ultime ricerche dei sociologi della religione, in Italia la percentuale di fedeli che va a messa tutte le domeniche sarebbe ridotta a uno scarno 18%, un numero in costante calo e che offre una risposta alle domande che sollevava Paolo VI nel lontano 1966. Lorenzo Bertocchi<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/muti-contro-le-schitarrate-in-chiesa-2594288437.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-giovani-che-non-piacciono-al-papa-sono-quelli-che-servono-alla-societa" data-post-id="2594288437" data-published-at="1767876806" data-use-pagination="False"> I giovani che non piacciono al Papa sono quelli che servono alla società Papa Francesco, domani, incontrerà i «giovani» a Roma nel Circo Massimo. Più volte il Papa ha ribadito che vede i giovani come gente che fa «rumore» (anni fa usò un termine spagnolo equivalente a «fare casino») a fin di bene, ossia per smuovere la Chiesa. E se non fanno casino, secondo lui o sono anestetizzati da chi li manipola o sono pessimisti e allora hanno bisogno dello psichiatra. Lasciamo da parte il fatto che non tutti i giovani siano uguali: esistono quelli più casinisti, ma esistono anche quelli «nati vecchi», come si diceva una volta, ossia più prudenti e non dediti ai bagordi. I secondi sono sempre risultati antipatici a molta gente, perché chi sbaglia non ama rispecchiarsi in chi non commette gli stessi errori e si sente implicitamente rimproverato. Magari i giovani non casinisti soffrono dei guai che i loro coetanei casinisti combinano e sono i casinisti ad aver bisogno dello psichiatra, non quelli di buon senso. Sarebbe meglio giudicare le persone individualmente, anziché come categorie, ma purtroppo risulta molto difficile farlo in una società massificata come la nostra. Si dà dunque per scontato che il giovane sia uno che vuole «cambiare il mondo» in modo esagitato. Ma cambiarlo come? Tanti anni fa Benedetto Croce osservò che non esiste un «problema dei giovani» più di quanto esista un «problema della fioritura» e l'unico dovere dei giovani è quello di maturare prima possibile. Sagge osservazioni che cozzavano con l'uso che dei «giovani» andava facendo il fascismo. Tutti abbiamo presente i raduni di giovani acclamanti Benito Mussolini, un modello per il dittatore argentino Juan Domingo Perόn. Erano giovani che facevano «rumore» venendo manipolati: un po' come accade oggi con Bergoglio. Nella seconda metà del Novecento si affermò la categoria dei giovani che «fanno la pace e non la guerra». Di fatto questo si traduceva spesso nell'edonismo consumistico, tra droghe, sesso disinibito e musica rock. Un modo di vita che indubbiamente ha cambiato il mondo: resta da vedere se in meglio. È discutibile che la gioventù sia legata necessariamente al sesso libero. Quando nell'Ottocento si iniziarono a distinguere i giovani come categoria a parte rispetto alle generazioni precedenti, un aspetto era il loro identificarsi con una sorta di purezza di ideali, che li portava per esempio all'amore romantico, monogamo e fedele (quello dell'abito bianco da sposa, per capirci), l'opposto del libertinismo sessuale praticato dai ceti dirigenti europei. Un altro aspetto della loro purezza di ideali era l'offerta della propria vita per la libertà della Patria. Tutte cose oggi raramente presenti nel discorso pubblico sui «giovani», che risente dell'impostazione anni Settanta. Un altro gruppo di giovani furono infatti quelli che dal 1968 pretesero di «cambiare il mondo» con la violenza. S'è visto com'è finita: oggi comanda il capitalismo sfrenato transnazionale. E molti di quei giovani, ormai invecchiati, fanno pienamente parte del potere economico, massmediatico e universitario, tacendo sui loro errori di gioventù oppure nobilitandoli. Molti provenivano da ambienti cattolici: identificato il cristianesimo con la pretesa ideologica di cambiare il mondo, finirono col trasbordare su un marxismo in realtà ammuffito ma che prometteva di realizzare con le armi il cambiamento tanto agognato in nome della «giustizia». Si consideravano superiori agli altri perché avevano «ideali». Un particolare: erano ideali sbagliati. Nel dopoguerra l'Azione Cattolica di Luigi Gedda organizzava raduni giovanili di massa a Roma in onore di Pio XII, il «bianco padre». Ma quell'associazionismo cattolico finì travolto dalla bufera postconciliare, tra gli insulti dei «cattolici adulti». Nel 1975 il gesuita Giacomo Martina, in un fazioso volumetto sulla Chiesa in Italia nel trentennio precedente, commentava sprezzante quei raduni con papa Pacelli che interrogava i giovani: non si fa, sembrano quelli di Mussolini. Chissà che direbbe oggi il gesuita Martina delle domande retoriche del gesuita Bergoglio alla folla. Non solo: padre Martina disprezzava gli appena nati movimenti carismatici giovanili, descrivendoli come dei sempliciotti che non sarebbero durati a lungo. Oggi le comunità carismatiche sono diffuse in tutto il mondo e hanno riportato alla fede viva tantissimi giovani. Ma l'intellighenzia sedicente cattolica li snobba. Non è poi strano che alcuni giovani, delusi dalla realtà mediocre del Cattolicesimo più recente, quello delle chitarre e dell'«Alleluia delle lampadine», abbiano desiderato riallacciarsi a quello austero dei loro antenati, magari con la Messa nel vecchio rito, quella che cominciava con: «Mi accosterò all'altare di Dio/A Dio che rende lieta la mia giovinezza». Ma quei giovani Bergoglio ha detto più volte che non li capisce, gli sembrano rigidi. Non fanno casino, insomma. Un Papa che conosceva bene i giovani fu Giovanni Paolo II, l'inventore delle Giornate mondiali della gioventù. Grazie a lui sono nate tante realtà giovanili di fede autentica. I giovani lo hanno ringraziato gridando al suo funerale: «Santo subito!». L'apparato clericale oggi legato a Bergoglio, per lo più gente dai sessant'anni in su in cerca di rivincita, si è indignato per quell'acclamazione, dato che non aveva mai amato il papa polacco per motivazioni tra l'ideologico e il carrieristico, così come guardava col sopracciglio alzato i suoi raduni giovanili. E oggi pretende di affermare che l'insegnamento di papa Wojtyla è rigido e superato e non va bene per i giovani. Si dirà: ma papa Francesco parla di un Dio giovane per i giovani, come Gesù. Bene. Sorvoliamo sul fatto che Gesù trascorse l'età giovanile nel silenzio, senza farsi notare prima dei trent'anni, quando ormai era in età matura (non esisteva l'attuale categoria del «ragazzo» fino a quarant'anni). Quando Cristo disse, a coloro che volevano lapidare l'adultera: «Chi è senza peccato, scagli la prima pietra!», l'evangelista Giovanni (il più giovane degli Apostoli) riferisce: «Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi». In altre parole: i giovani non volevano andarsene, si sentivano in diritto di lapidare la peccatrice perché loro si reputavano giusti, senza macchia. Ecco che cosa succede quando i giovani idealisti fanno rumore per «fare giustizia» e cambiare il mondo: si comincia con i lazzi e si finisce con le pietre. Gesù Cristo si aspetta ben altro dai giovani che il «fare casino» o una strizzatina d'occhio alle loro debolezze. Luca Pignataro <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/muti-contro-le-schitarrate-in-chiesa-2594288437.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-sito-dei-monaci-aiutera-a-battere-il-caos" data-post-id="2594288437" data-published-at="1767876806" data-use-pagination="False"> «Il sito dei monaci aiuterà a battere il caos» Padre Massimo Lapponi è l'ideatore di un sito internet che farà parlare di sé. Oltre ad essere un monaco dell'abbazia di Farfa, tra le più antiche abbazie della cristianità, ancora viva e vegeta, a pochi km da Roma. Teologo e autore prolifico (il suo San Benedetto e la vita familiare ha conosciuto traduzioni in molte lingue), padre Massimo è soprattutto un monaco che in pieno XXI secolo non rinnega l'affascinante tradizione monastica d'Occidente, iniziata da Benedetto da Norcia, 15 secoli fa. Per far riscoprire i valori forti del monachesimo ha appena dato vita ad una pagina web dedicata al Rinnovamento teologico benedettino. Padre, che cosa l'ha spinta alla vita monastica e che ricordi ha dei suoi primi anni di vita religiosa? «Bisogna ritornare al clima degli anni Sessanta del Novecento. Notavo già allora il rapido deterioramento della vita familiare, anche nelle famiglie credenti e praticanti. Per questo sentii la necessità di una svolta radicale nella mia vita e avvertii presto che il Signore mi chiamava a una scelta inattesa. Anche nell'ambiente monastico trovai segni di confusione e una problematica crisi di identità, che allora sfociò in esiti drammatici, come il caso celebre dell'abate Giovanni Franzoni, sospeso a divinis da Paolo VI per le sue posizioni filomarxiste e pro divorzio. Ma, accanto a ciò, conobbi monaci paterni e indimenticabili, dai quali ho potuto ricevere la grande eredità di un'antica tradizione». Come è cambiata la vita monastica, in Occidente, negli ultimi decenni? «La crisi, che era già presente da molto tempo, si è aggravata dopo il Concilio, anche se non sarebbe giusto non riconoscere gli sforzi positivi di tanti abati e priori per un autentico rinnovamento. Sembra che recentemente si sia diffuso un clima di resa. Ma sicuramente c'è un fuoco sotto la cenere che aspetta l'occasione propizia per manifestarsi. Con il sito e le altre iniziative vorremmo far divampare quel fuoco!». Per quale ragione ha inaugurato un sito Internet tra i mille, anche cattolici, che ci sono già? «La quantità dei siti è certamente immensa, ma la qualità non sempre è soddisfacente. Proprio nel mondo benedettino si sentiva la necessità di una presenza nuova, che si facesse portavoce del valore educativo e formativo della Regola di San Benedetto. Così, ho cercato di promuovere la conoscenza della Regola su molti fronti, incominciando dalla sua originale applicazione alla vita familiare. Da questa intuizione sul valore universale della Regola (nelle famiglie, nel lavoro, nelle parrocchie, nelle associazioni) si è sviluppata l'idea di rinnovare la vita monastica e la stessa teologia, alla luce di San Benedetto». Ma la figura di San Benedetto come può essere sintetizzata? «È il santo dell'ora et labora e il patriarca dei monaci d'Occidente. La cultura dei monasteri - che va dalla conservazione della latinità e della grecità, sino all'impulso dato all'agricoltura, alle arti grafiche e alla produzione di libri, miele e birra - deve moltissimo ai benedettini, come quelli di Subiaco e Montecassino o di Cluny in Francia». Che rubriche avrà il sito web? «Il rinnovamento che promuoviamo riguarda la vita dei religiosi, la vita parrocchiale e la stessa vita familiare. San Benedetto ha portato la teologia all'altezza dell'uomo comune, dell'uomo della strada, perché non ha voluto speculazioni teoriche, ma anzitutto essere esempio, silenzioso esempio per gli altri. Con il suo messaggio ha proposto una forma spirituale alla vita quotidiana. Il sito batterà su questo punto: nessuno vive da solo nel mondo, e se la comunità o la famiglia in cui si vive non segue regole condivise, il singolo si troverà ostacolato nella sua libertà. Per questo gli apostoli non scrivevano le loro lettere ai singoli, ma alle comunità (Romani, Efesini, Colossesi). San Benedetto procede sulla stessa strada, entrando nei dettagli della vita quotidiana, per darle una forma stabile e perenne. Il caos politico sociale ed economico di oggi, per non parlare della implosione della famiglia, richiede regole certe, meglio se temprate dal fuoco della storia e della Tradizione». Cosa si propone di fare attraverso la rete e le sue restanti attività di scrittore e conferenziere? «La nostra ambizione è quella di favorire un risveglio della vita cristiana anche per resistere meglio alle difficoltà del presente, schiacciato sul consumismo, l'irrazionalismo e il vittimismo». Alcuni osservatori esperti, come i vaticanisti Aldo Maria Valli, Sandro Magister e Lorenzo Bertocchi, appaiono disincantati sul futuro del cattolicesimo, di cui la vita religiosa è un po' il cuore nascosto e pulsante. Lei che speranza sente di dare ai lettori più giovani? «Il cardinale John Henry Newman (1801-1890) osservava che la Chiesa non è soltanto quella che la contemporaneità mette davanti ai nostri occhi. Il dogma della comunione dei santi non è una teoria, ma una realtà vivente. Tutti i santi che hanno costruito l'edificio della Chiesa sono presenti e operanti accanto a noi, e la loro luce è tale da far impallidire le ombre che ci ossessionano e ci turbano. Il servo del profeta Eliseo era terrorizzato dalla vista dei soldati che perseguitavano il suo padrone, finché il profeta non gli aprì gli occhi, mostrandogli un immenso esercito di angeli che combatteva per la loro difesa (2Re 6, 15-17)». Senta padre, essendo monaco da quasi mezzo secolo, può svelarci qualche segreto della vita monastica, ovvero ciò che può renderla in qualche modo appetibile e piacevole? «Vi è il continuo contatto con il mondo affascinante del sovrannaturale e con il mistero dell'esistenza, nel freddo e illimitato cosmo. Da un punto di vista più terreno, vi è il fatto che noi scegliamo il nostro monastero come si sceglie una sposa, e vi rimaniamo per tutta la vita, costi quel che costi. Ciò permette di dedicarsi senza fretta ad un progetto a lunga scadenza, e a poco a poco di vederne ed assaporarne i frutti». Fabrizio Cannone
La Guardia costiera Usa durante l'avvicinamento alla petroliera russa Bella 1 (Ansa)
L’operazione condotta dagli Stati Uniti nelle ultime ore al largo del Venezuela segna un cambio di passo nella strategia dell’amministrazione Trump e assume una portata che va oltre il quadro regionale. Il sequestro quasi simultaneo di due grandi petroliere in acque internazionali rappresenta un segnale diretto non solo a Caracas, ma anche a Mosca e Pechino, confermando la volontà di Washington di far rispettare il regime sanzionatorio anche fuori dalle acque territoriali e di trasformare il dossier energetico in un terreno di confronto geopolitico.
Il primo intervento è avvenuto nell’Atlantico settentrionale, a Sud dell’Islanda, dove le forze statunitensi hanno abbordato una petroliera precedentemente nota come Bella 1, sanzionata nel 2024 per il presunto trasporto di petrolio iraniano destinato a circuiti riconducibili a Teheran. Secondo funzionari americani, l’imbarcazione era riuscita per settimane a eludere i controlli cambiando più volte nome, bandiera e identità operativa. Negli ultimi giorni, tuttavia, la nave si sarebbe mossa sotto una copertura sempre più esplicita, con la presenza di una nave militare russa e il supporto di un sottomarino di Mosca che avrebbe mantenuto contatti radio con la petroliera. L’abbordaggio è stato eseguito con il supporto di elicotteri e di una nave della Guardia Costiera americana, in applicazione di un mandato emesso da un tribunale federale degli Stati Uniti. Fonti vicine all’operazione riferiscono che la componente russa non è intervenuta direttamente, ma la dinamica ha innalzato il livello di tensione. Il Regno Unito ha confermato di aver fornito supporto logistico e di sorveglianza attraverso assetti della Raf, sostenendo che la nave facesse parte di un sistema di elusione delle sanzioni riconducibile all’asse russo-iraniano. Il Cremlino ha espresso «preoccupazione» e avrebbe chiesto a Washington di interrompere l’operazione, senza ottenere riscontri. Nelle stesse ore, nel bacino dei Caraibi, un’altra petroliera, la Sophia, è stata fermata mentre operava in acque internazionali. Il Comando Sud degli Stati Uniti ha riferito che l’imbarcazione era coinvolta in traffici illeciti e che la Guardia Costiera ne ha assunto il controllo, scortandola verso porti statunitensi. Le immagini diffuse dal Dipartimento per la Sicurezza interna mostrano militari americani salire a bordo durante un’operazione notturna. La Casa Bianca ha confermato che gli equipaggi delle navi sequestrate sono ora soggetti a procedimenti penali.
Nel commentare i sequestri, l’amministrazione ha insistito sulla cornice legale delle operazioni, presentandole come un’applicazione rigorosa delle norme vigenti. Allo stesso tempo, il messaggio politico è apparso chiaro: il commercio clandestino di petrolio viene considerato una minaccia globale e un obiettivo prioritario dell’azione statunitense. La pressione americana si estende però anche al futuro assetto del Venezuela e alla gestione delle sue risorse energetiche.
In un briefing riservato al Congresso, il segretario di Stato Marco Rubio ha illustrato un piano in tre fasi per il dopo Maduro. La prima, definita di stabilizzazione, punta a evitare il collasso del Paese e comprende una «quarantena» del petrolio venezuelano. La seconda riguarda la ripresa economica e l’accesso al mercato per le compagnie statunitensi e occidentali. La terza è quella della transizione politica, con un processo di riconciliazione, amnistie e la scarcerazione delle forze di opposizione. La Casa Bianca ha ribadito di essere in costante contatto con il governo ad interim di Caracas e di influenzarne le decisioni. In questo contesto si inserisce l’annuncio diretto del presidente Donald Trump sul petrolio venezuelano. In una dichiarazione su Truth, il presidente ha affermato: «Sono lieto di annunciare che le autorità provvisorie del Venezuela consegneranno agli Stati Uniti d’America tra i 30 e i 50 milioni di barili di petrolio di alta qualità, sanzionato. Questo petrolio sarà venduto al suo prezzo di mercato e questo denaro sarà controllato da me, in qualità di presidente degli Stati Uniti d’America, per garantire che venga utilizzato a beneficio del popolo venezuelano e degli Stati Uniti». Secondo l’amministrazione, l’operazione potrebbe proseguire nel tempo ed essere accompagnata da un alleggerimento selettivo delle sanzioni. Sul piano militare, Washington ha lasciato aperta anche l’ipotesi di un coinvolgimento diretto delle proprie forze armate e ha chiesto di recidere ogni legame con Rusia, Cina e Iran. Interpellata dai giornalisti, la portavoce Karoline Leavitt non ha escluso l’invio di soldati americani in Venezuela per proteggere le compagnie petrolifere statunitensi - che venerdì dovrebbero incontrare il tycoon alla Casa Bianca - e altri operatori occidentali da eventuali attacchi o sabotaggi, precisando che «la diplomazia resta sempre la prima opzione». Nello stesso briefing, la Casa Bianca ha smentito le ricostruzioni su un ruolo marginale del vicepresidente JD Vance, chiarendo che è stato coinvolto in tutte le fasi della definizione della politica statunitense sul Venezuela. A Caracas, intanto, la fase di transizione è accompagnata da una profonda riorganizzazione degli apparati di sicurezza.
Il presidente ad interim Delcy Rodríguez ha destituito Javier Marcano Tábata, comandante della Guardia d’onore presidenziale e direttore del controspionaggio militare, figura centrale nel dispositivo di protezione di Nicolás Maduro. La misura è attribuita alla spinta del ministro dell’Interno Diosdado Cabello e del ministro della Difesa Vladimir Padrino López, indicati da fonti di intelligence come contrari a un’intesa strutturata con Washington. In questo quadro rientra anche il caso di Alex Saab, considerato uno dei principali snodi finanziari del sistema chavista. L’imprenditore ha patteggiato nell’ottobre scorso in Italia una condanna per riciclaggio, così come la moglie Camilla Fabri. Roma aveva confidato che l’accordo potesse aprire spazi di dialogo in merito ad Alberto Trentini detenuto illegalmente in Venezuela dal 2024 , ma l’assenza di sviluppi concreti ha rafforzato la percezione che i dossier giudiziari continuino a essere utilizzati come leve politiche da parte di Caracas.
Dopo le litigate per gli scioperi, Cgil e Usb giocano a chi è più Maduro
Finite le vacanze natalizie ripartono le lotte di piazza. E dopo la Palestina, la Flotilla, il riarmo per l’Ucraina, i centri migranti in Albania, la manovra e chissà quale altra diavoleria si inventeranno, oggi il tema internazionale sentitissimo dai Compagni è la lotta bolivariana pro Maduro. L’importante è scioperare. E, dunque, un’altra ondata di piazzate ravvicinate, sempre di venerdì, sabato, lunedì o martedì, sta per arrivare. E questo solo perché a sinistra non si accetta che ci sia qualcuno più a sinistra dell’altro. Dunque, dopo il 3 ottobre, il 28 novembre, il 12 dicembre, il 5 gennaio, adesso arriva anche il 10 gennaio (e come contorno anche il 12 e 13 con un bello sciopero del comparto scuola).
Ma ad andare in scena sono le solite beghe tra Unione sindacale di base e Cgil. Gli ex fratelli fanno a gara per intestarsi la lotta a favore del dittatore sanguinario Nicolás Maduro, che per i sindacati rosso fuoco è stato ingiustamente arrestato da Trump il 3 gennaio.
Non ci interessa capire chi abbia torto o ragione o se l’America abbia o meno rispettato il diritto internazionale, peraltro calpestato da 30 anni da molti altri Paesi, compresi quelli europei (leggasi attacchi in Jugoslavia, Iraq o Libia). Interessa invece analizzare il perché i sindacati di casa nostra mettano ogni volta in ginocchio il Paese (sempre vicino al fine settimana) per cause lontane anni luce dalle loro competenze, solo per una ridicola gara interna a vincere il premio di comunista dell’anno.
E così sabato prossimo, 10 gennaio, Potere al popolo, Unione sindacale di base e Rete dei comunisti lanciano una mobilitazione nazionale per contestare l’intervento del presidente Usa in Venezuela e chiedere la liberazione di Maduro. E questo dopo che lo aveva già fatto la Cgil il 5 gennaio a Roma e dopo il corteo di lunedì scorso a Napoli, alla Rotonda Diaz, a poca distanza dal consolato americano. Buttata via la bandiera della Palestina, adesso è più «hype» sventolare quella blu, gialla e rossa del Venezuela, e una volta finito magari rifocillarsi con un bell’hamburger da McDonalds, postando tutto col proprio iPhone 17, tornando a casa con la Tesla.
Nel loro delirante comunicato si legge, per chi non fosse ben informato come loro, che tutto questo bendidio è per combattere «il terrorismo a stelle e strisce». Ah ecco. «Il criminale e illegale bombardamento della Repubblica bolivariana del Venezuela», scrivono, «e il rapimento del legittimo presidente Nicolás Maduro da parte dell’imperialismo degli Stati Uniti hanno trovato subito una risposta in tantissime piazze italiane». Tremano tutti, soprattutto la Cgil che fa le stesse cose ma da sola. Perché il marketing di sinistra si capisce solo se si guarda al contrario. E come non metterci dentro anche il governo? «Il governo Meloni e tutta l’Ue hanno legittimato l’azione terroristica del governo Trump, dimostrando ancora una volta, come per il genocidio in Palestina, la natura predatoria dell’imperialismo occidentale», insistono. Ovvia, ora è tutto chiaro.
Anche Trump inizia a vacillare davanti all’Usb. Ma chi davvero batte i denti (e non di freddo) è Maurizio Landini, che teme che la Rete dei Comunisti gli rubi la scena. Il piatto è ricco e Maduro ingolosisce tutti. Esaurita la spinta propulsiva della Palestina, il capo della Cgil deve trovare un altro modo per pigliarsela con la Meloni. Ma non si deve essere ancora accorto che è rimasto da solo. Non lo segue più neppure la Uil. Landini ha barattato l’unità sindacale con una cieca lotta di opposizione al governo. Invece di pensare a tenere unite le rappresentanze dei lavoratori, la Cgil fa a gara con i sindacati di base. Affetto dalla febbre del vecchio Pci: nessun nemico a sinistra. E ripropone sulla causa pro Maduro lo stesso schemino usato per ingraziarsi i pro Pal. Ora si è messo a difendere un dittatore baffuto, capo di un regime corrotto che ha portato il 66% dei cittadini sotto la soglia di povertà. In un farneticante siparietto andato in scena il 5 gennaio in piazza Barberini, davanti all’ambasciata americana, dove un manipolo di militanti rossi inneggiava a Maduro nel nome di un fantomatico diritto internazionale, un sindacalisti ha investito con i suoi strali dei poveri esuli venezuelani accusandoli di sbagliare a esultare per la caduta di chi ha oppresso la sua gente. Per Landini, d’altronde, Maduro è un leader «legittimamente eletto dal popolo». E che importa se le elezioni in Venezuela sono truccate da 27 anni e che il popolo è da sempre perseguitato. Dettagli. È la nuova Cgil di Landini, che ha smesso di difendere i lavoratori a favore dei dittatori.
Continua a leggereRiduci
il presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Nel riquadro, un fermo immagine dei recenti scontri a Teheran (Ansa)
L’agenzia per i diritti umani Human rights activists news agency (Hrana) ha detto che il bilancio dei disordini nel Paese è tragico. Vi sarebbero almeno 36 morti, tra cui 34 manifestanti (di cui quattro bambini) e due membri delle forze di sicurezza. Oltre 2.000 sarebbero gli arresti, con raid notturni in ospedali a Teheran e a Ilam, dove gas lacrimogeni e proiettili hanno ferito decine di civili in cerca di rifugio.
A Teheran il Gran Bazar è rimasto ancora chiuso per lo sciopero dei commercianti, con la polizia antisommossa che ha sparato gas lacrimogeni e granate stordenti contro la folla che scandiva «libertà, libertà». A Malekshahi (Ilam), dove sette manifestanti sono stati uccisi, le forze di sicurezza sono state respinte da raduni di protesta ai funerali, mentre ad Abdanan i dimostranti hanno occupato la stazione di polizia dopo la fuga degli agenti. Scene simili a Shahrekord, dove idranti e cannoni ad acqua sono stati usati contro donne in prima fila, a Kermanshah e Lorestan, dove due agenti sono morti in scontri armati, a Neyriz (Fars), con proiettili veri su folle disarmate, e a Yazdanshahr (Isfahan), dove i video mostrano gli agenti della sicurezza che passano dal lancio di lacrimogeni al fuoco reale. Molti feriti e arresti, tra cui una decina di minorenni.
In questo contesto, Reza Pahlavi, erede dell’ultimo scià Mohammad Reza Pahlavi in esilio, ha rotto il silenzio martedì con un post su X (il suo primo appello pubblico dall’inizio della rivolta), esortando gli iraniani a cantare slogan uniti alle 20.00 di oggi e domani, dalle strade o dalle case, per mostrare al regime la massa critica e provocare defezioni nelle forze armate. Pahlavi ha diffuso poi ieri un altro video nel quale si rivolge alle forze armate e agli agenti della sicurezza iraniani, esortandoli a stare «dalla parte giusta della storia, non con i criminali ma con il popolo», e definendo la repubblica islamica un regime corrotto e repressivo.
Decine di video giungono da Teheran, da Mashhad e da Kermanshah, nel Kurdistan, con immagini di folla con bandiere dell’era pre 1979 che invoca il ritorno dello scià. Invocazioni anche verso Donald Trump, con scritte «Non lasciare che ci uccidano».
Il presidente Pezeshkian, generalmente definito «moderato» (sic), ha ordinato alla polizia di distinguere «protestatari economici», che hanno delle ragioni, da «rivoltosi armati», vietando azioni contro chi non minaccia la sicurezza nazionale e avviando indagini su quanto avvenuto all’ospedale di Ilam, dove le forze di sicurezza hanno dato luogo a scontri e sparato gas lacrimogeni all’interno dell’ospedale.
In un duro discorso tre giorni fa, Ali Khamenei ha paventato «cospirazioni nemiche» e il capo della magistratura Gholam-Hossein Mohseni Ejei ha escluso ogni clemenza verso i manifestanti. Clero e Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (Irgc) restano dunque inflessibili.
Teheran rimane una fabbrica della morte inarrestabile: ieri sono state eseguite le sentenze di dieci prigionieri condannati a morte in precedenza (per reati di droga e omicidio). Nel 2025 sarebbero oltre 2.000 le persone giustiziate in Iran. Sempre ieri, è stato impiccato Ali Ardestani, un uomo accusato di spionaggio per conto di Israele. «La condanna a morte di Ali Ardestani per il reato di spionaggio a favore del servizio di intelligence del Mossad, tramite la fornitura di informazioni sensibili del Paese, è stata eseguita dopo l’approvazione della Corte Suprema e attraverso procedure legali», ha affermato l’organo di stampa iraniano Mizan.
Teheran, nel frattempo, con tempismo da manuale, ha chiesto al governo di Caracas di riscuotere il credito di 2 miliardi di dollari per forniture petrolifere pregresse. Ieri Donald Trump ha annunciato che fino a 50 milioni di barili di petrolio della produzione venezuelana saranno girati agli Stati Uniti. Il che lascia supporre che la Cina sostituirà buona parte della fornitura dal Venezuela con petrolio iraniano, di qualità non troppo dissimile. Se così fosse, un flusso extra dalla Cina rafforzerebbe le casse di Teheran, aumentando le probabilità di un intervento americano.
Intanto, si segnalano ampi movimenti aerei militari dagli Usa verso basi in Europa. Negli ultimi quattro giorni si parla di almeno 14 viaggi di enormi aerei C-17 Globemaster III, in grado di trasportare elicotteri Chinook e Black Hawk. Vi è poi ampio traffico di aerocisterne e di velivoli logistici, mentre si alzano i livelli di allerta nelle basi americane in Medio Oriente. I satelliti Starlink di Elon Musk sarebbero pronti a fornire supporto. Un attacco congiunto americano e israeliano sembra imminente, forse già nelle prossime ore, con obiettivo l’Alto comando delle Guardie della Rivoluzione ed esponenti chiave del regime. Voci incontrollate parlano di una fuga prevista di Khamenei e dei membri di spicco del governo. Un intervento aereo americano viene visto come elemento utile a sostenere una nuova leadership. Un ritorno dello scià erede Reza Pahlavi potrebbe essere l’asso nella manica di Trump, mentre la leader del Consiglio nazionale della resistenza iraniana Maryam Rajavi, molto nota in Europa, non sembra avere il necessario supporto interno per spuntarla in una eventuale successione al potere.
Continua a leggereRiduci
Antonio Decaro e Roberto Fico (Ansa)
Roberto Fico ha nominato dieci assessori e si è tenuto molte deleghe, tra cui quelle al Bilancio e alla Sanità. E poi si è tenuto tutti i poteri sulla sicurezza, la legalità e l’immigrazione, che probabilmente non saranno ceduti neppure in un secondo tempo. Chi gli ha parlato in queste ore, ha visto l’ex presidente della Camera molto determinato a giocarsi in prima persona anche la carta del governatore «anticamorra». Il vicepresidente della giunta sarà il piddino Mario Casillo, che è anche assessore ai Tasporti e alla mobilità, mentre le deleghe strategiche a Territorio e patrimonio andranno all’ex sindaco di Portici, Vincenzo Cuomo. Che, però, dovrà attendere 15 giorni perché devono passarne 20 dalle dimissioni dalla carica di primo cittadino. Per aggirare la faccenda, non senza polemiche, Fico ha spiegato che Cuomo entrerà nel pieno delle sue funzioni il 21 gennaio, nonostante il decreto di nomina della giunta sia già stato firmato. Del resto, senza questo ex funzionario Asl democristiano non si può davvero partire perché è stato senatore ed è stato sindaco più volte, sempre con percentuali bulgare. Sulle altre deleghe e, soprattutto, sugli incarichi da assegnare, il fuoco brucia sotto le ceneri. In giunta hanno ottenuto un assessore ciascuno Clemente Mastella, i renziani, la lista A testa alta di Vincenzo De Luca e Avs. Stanno già meditando come rifarsi. Ma soprattutto, fatto incredibile, si parla già di rimpasto e ampliamento a 12 assessori nel 2027, quando ci saranno le politiche e alcuni assessori potrebbero tentare lo sbarco a Roma.
I conti con il passato non si chiuderanno facilmente neppure in Puglia, dove l’ex presidente Emiliano va verso un posto nella giunta di Antonio Decaro come assessore alle Crisi industriali. Il tutto in attesa di un posto a Montecitorio e con la possibilità di tenere sotto controllo l’infinito dossier Iva e le varie inchieste. Per farlo felice, Decaro scorporerà la delega dall’Ambiente. La composizione della giunta sarà ufficializzata la prossima settimana e le trattative nel centrosinistra sono complicate anche dal fatto che lo statuto della Puglia prevede che gli esterni al Consiglio non possano essere più di due (su 12). Emiliano non è stato ricandidato per il veto dell’ex sindaco di Bari Decaro e, se non fosse nominato assessore, gli toccherebbe tornare a vestire la toga da magistrato. Visto che è stato eletto per l’ultima volta nel 2020, non gli si applica la riforma Cartabia del 2022 che vieta le cosiddette «porte girevoli» tra magistratura e politica. In attesa, via libera al rientro dalla finestra.
Continua a leggereRiduci