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2018-08-10
Riccardo Muti contro le schitarrate in chiesa
Ansa
Impegnato in un grande evento musicale e di solidarietà dedicato alla terra umbra devastata dal sisma del 2016, il maestro Riccardo Muti è sembrato trasformarsi improvvisamente in un sindacalista, quando, al termine del concerto, ha chiesto il lavoro per i giovani e talentuosi musicisti. «Sarebbe un dovere dello Stato che questi giovani trovassero lavoro», e quindi che «ogni regione avesse orchestre». Applausi in piazza San Benedetto a Norcia, dove il maestro lo scorso 4 agosto ha diretto i talenti under 30 dell'orchestra Luigi Cherubini in alcuni estratti del Macbeth di Giuseppe Verdi.
«Quante regioni non hanno un'orchestra o un teatro? In una terra d'arte, di bellezza… questa è una cosa grave. Non voglio approfittare dell'occasione per fare un discorso polemico, qui ci sono ragazzi che hanno dedicato la loro giovinezza all'arte ed è giusto quindi che abbiano la possibilità di trasmettere alla società i frutti del loro lavoro. La società diventerà e diventerebbe sicuramente migliore, anche perché noi abbiamo degli obblighi verso il nostro passato». A questo punto, sugli obblighi verso il passato, il maestro si interrompe, guarda il pubblico e con fare eloquente aggiunge: «E anche la Chiesa… vedo dei vescovi… anche la Chiesa, invece, di fare le schitarrate in chiesa…», procede sconsolato il maestro Muti mimando il gesto dello strimpellatore da sagrestia. La piazza si accende in un applauso che pare liberatorio, perfino i giovani musicisti inquadrati dalla diretta di Rai 5 sorridono alle parole del maestro, come succede quando qualcuno finalmente la dice tutta. «Noi abbiamo Palestrina», prosegue Muti sulle ali dell'entusiasmo della piazza, «abbiamo una storia… io come vorrei nel giorno della mia morte avere una musica di Palestrina intorno alla mia bara e non sentire: “E tuo fratello, na, na, na, na" (mima ancora il gesto dello strimpellatore da sagrestia, ndr)».
Non è la prima volta che Riccardo Muti infila il dito nella piaga dei canti liturgici: oggi, dopo l'immane iconoclastia che ha colpito la musica sacra negli ultimi decenni, sono rimaste quasi solo canzonette. Ai funerali, specialmente di qualche vip, si è sentito nell'aria un motivetto di Vasco Rossi o Ligabue, autori gettonati anche nelle veglie di preghiera con i giovani. Qualche prete canzonettaro ai matrimoni si è esibito con Mamma Maria dei Ricchi e Poveri, e non manca il vescovo che predica con la chitarra e i testi pop. Un vero cult del genere resta la Bella ciao intonata da don Andrea Gallo con sventolio di fazzoletti rossi dall'altare a far da scenografia.
«Non capisco perché una volta c'erano Mozart e Bach», disse Muti nel 2011 a Trieste ricevendo la cittadinanza onoraria, «mentre ora si va avanti a canzonette: così non si ha rispetto per l'intelligenza delle persone. Anche l'uomo più semplice e lontano, sentendo l'Ave verum può essere trasportato verso una dimensione spirituale, ma se sente le canzonette è come stare in un altro posto». Oggi a messa si cantano perlopiù i canti liturgici sfornati negli anni Settanta dagli intellettuali della riforma liturgica per il popolo. Più o meno sono sempre gli stessi canti di allora, con qualche aggiunta più recente, comunque sempre impregnata di una forte vena di sentimentalismo. È un pop liturgico che non si sa quanto davvero coinvolga l'assemblea nella preghiera, o soddisfi solo il volenteroso coretto parrocchiale.
«Io ho denunciato questo costume, che definisco malcostume, di suonare canzoncine banali accompagnate da strimpellatori, con testi vuoti di significato e profondità in luoghi dove allora sarebbe meglio il silenzio per raggiungere un senso di congiungimento col divino». È ancora Muti nel 2010, richiamando la battaglia condotta da Benedetto XVI per riportare la liturgia al senso profondo che deve trasmettere. «È una cosa molto grave», disse, «e mi stupisco che i preti disattendano i moniti di Benedetto XVI».
Già, l'allora cardinale Ratzinger in una delle sue opere più fortunate, Introduzione allo spirito della liturgia (2001), scriveva che «non ogni forma di musica può entrare a far parte della liturgia cristiana. (…) L'integrazione dell'uomo verso l'alto e non la sua liquidazione in un'ebrezza priva di forma o nella pura sensualità è il criterio di una musica conforme al Logos». Eppure la lezione di Ratzinger sulla liturgia, come rilevava il maestro Muti, è stata una delle più disattese dal clero. Chissà cosa avranno pensato i vescovi richiamati dal maestro in piazza a Norcia, loro che in teoria sarebbero chiamati a risolvere il problema, non è dato sapere se in realtà lo vivono davvero come tale. Se avvertono il problema spirituale e culturale che sorge dalla perdita del senso del sacro.
Perfino un musicista politicamente corretto come Sting, intervistato in questi giorni dal National catholic register, deve ammettere di aver «adorato il canto gregoriano» e ha aggiunto che «c'è qualcosa nelle cadenze e nel ritmo della musica in latino che è molto speciale». Il beato Paolo VI, che sarà canonizzato nel prossimo ottobre, nella Sacrificium Laudis del 1966 (epistola apostolica sulla lingua latina da usare nell'Ufficio liturgico corale da parte dei religiosi tenuti all'obbligo del coro) si chiedeva: «Quale lingua, quale canto vi sembra che possa nella presente situazione sostituire quelle forme della pietà cattolica che avete usato finora? Bisogna riflettere bene, perché le cose non diventino peggiori dopo aver rinnegato questa gloriosa eredità. (…) Sorge anche un altro interrogativo: gli uomini desiderosi di sentire le sacre preci entreranno ancora così numerosi nei vostri templi, se non vi risuonerà più l'antica e nativa lingua di quelle preghiere, unita al canto pieno di gravità e bellezza?».
Non si tratta di camminare in avanti con il collo girato all'indietro, ma, come ha detto Muti, di essere consapevoli del significato del passato. Perché a leggere le ultime ricerche dei sociologi della religione, in Italia la percentuale di fedeli che va a messa tutte le domeniche sarebbe ridotta a uno scarno 18%, un numero in costante calo e che offre una risposta alle domande che sollevava Paolo VI nel lontano 1966.
Lorenzo Bertocchi
I giovani che non piacciono al Papa sono quelli che servono alla società
Papa Francesco, domani, incontrerà i «giovani» a Roma nel Circo Massimo. Più volte il Papa ha ribadito che vede i giovani come gente che fa «rumore» (anni fa usò un termine spagnolo equivalente a «fare casino») a fin di bene, ossia per smuovere la Chiesa. E se non fanno casino, secondo lui o sono anestetizzati da chi li manipola o sono pessimisti e allora hanno bisogno dello psichiatra.
Lasciamo da parte il fatto che non tutti i giovani siano uguali: esistono quelli più casinisti, ma esistono anche quelli «nati vecchi», come si diceva una volta, ossia più prudenti e non dediti ai bagordi. I secondi sono sempre risultati antipatici a molta gente, perché chi sbaglia non ama rispecchiarsi in chi non commette gli stessi errori e si sente implicitamente rimproverato. Magari i giovani non casinisti soffrono dei guai che i loro coetanei casinisti combinano e sono i casinisti ad aver bisogno dello psichiatra, non quelli di buon senso.
Sarebbe meglio giudicare le persone individualmente, anziché come categorie, ma purtroppo risulta molto difficile farlo in una società massificata come la nostra. Si dà dunque per scontato che il giovane sia uno che vuole «cambiare il mondo» in modo esagitato. Ma cambiarlo come?
Tanti anni fa Benedetto Croce osservò che non esiste un «problema dei giovani» più di quanto esista un «problema della fioritura» e l'unico dovere dei giovani è quello di maturare prima possibile. Sagge osservazioni che cozzavano con l'uso che dei «giovani» andava facendo il fascismo. Tutti abbiamo presente i raduni di giovani acclamanti Benito Mussolini, un modello per il dittatore argentino Juan Domingo Perόn. Erano giovani che facevano «rumore» venendo manipolati: un po' come accade oggi con Bergoglio.
Nella seconda metà del Novecento si affermò la categoria dei giovani che «fanno la pace e non la guerra». Di fatto questo si traduceva spesso nell'edonismo consumistico, tra droghe, sesso disinibito e musica rock. Un modo di vita che indubbiamente ha cambiato il mondo: resta da vedere se in meglio.
È discutibile che la gioventù sia legata necessariamente al sesso libero. Quando nell'Ottocento si iniziarono a distinguere i giovani come categoria a parte rispetto alle generazioni precedenti, un aspetto era il loro identificarsi con una sorta di purezza di ideali, che li portava per esempio all'amore romantico, monogamo e fedele (quello dell'abito bianco da sposa, per capirci), l'opposto del libertinismo sessuale praticato dai ceti dirigenti europei. Un altro aspetto della loro purezza di ideali era l'offerta della propria vita per la libertà della Patria. Tutte cose oggi raramente presenti nel discorso pubblico sui «giovani», che risente dell'impostazione anni Settanta.
Un altro gruppo di giovani furono infatti quelli che dal 1968 pretesero di «cambiare il mondo» con la violenza. S'è visto com'è finita: oggi comanda il capitalismo sfrenato transnazionale. E molti di quei giovani, ormai invecchiati, fanno pienamente parte del potere economico, massmediatico e universitario, tacendo sui loro errori di gioventù oppure nobilitandoli. Molti provenivano da ambienti cattolici: identificato il cristianesimo con la pretesa ideologica di cambiare il mondo, finirono col trasbordare su un marxismo in realtà ammuffito ma che prometteva di realizzare con le armi il cambiamento tanto agognato in nome della «giustizia». Si consideravano superiori agli altri perché avevano «ideali». Un particolare: erano ideali sbagliati.
Nel dopoguerra l'Azione Cattolica di Luigi Gedda organizzava raduni giovanili di massa a Roma in onore di Pio XII, il «bianco padre». Ma quell'associazionismo cattolico finì travolto dalla bufera postconciliare, tra gli insulti dei «cattolici adulti». Nel 1975 il gesuita Giacomo Martina, in un fazioso volumetto sulla Chiesa in Italia nel trentennio precedente, commentava sprezzante quei raduni con papa Pacelli che interrogava i giovani: non si fa, sembrano quelli di Mussolini. Chissà che direbbe oggi il gesuita Martina delle domande retoriche del gesuita Bergoglio alla folla. Non solo: padre Martina disprezzava gli appena nati movimenti carismatici giovanili, descrivendoli come dei sempliciotti che non sarebbero durati a lungo. Oggi le comunità carismatiche sono diffuse in tutto il mondo e hanno riportato alla fede viva tantissimi giovani. Ma l'intellighenzia sedicente cattolica li snobba.
Non è poi strano che alcuni giovani, delusi dalla realtà mediocre del Cattolicesimo più recente, quello delle chitarre e dell'«Alleluia delle lampadine», abbiano desiderato riallacciarsi a quello austero dei loro antenati, magari con la Messa nel vecchio rito, quella che cominciava con: «Mi accosterò all'altare di Dio/A Dio che rende lieta la mia giovinezza». Ma quei giovani Bergoglio ha detto più volte che non li capisce, gli sembrano rigidi. Non fanno casino, insomma.
Un Papa che conosceva bene i giovani fu Giovanni Paolo II, l'inventore delle Giornate mondiali della gioventù. Grazie a lui sono nate tante realtà giovanili di fede autentica. I giovani lo hanno ringraziato gridando al suo funerale: «Santo subito!». L'apparato clericale oggi legato a Bergoglio, per lo più gente dai sessant'anni in su in cerca di rivincita, si è indignato per quell'acclamazione, dato che non aveva mai amato il papa polacco per motivazioni tra l'ideologico e il carrieristico, così come guardava col sopracciglio alzato i suoi raduni giovanili. E oggi pretende di affermare che l'insegnamento di papa Wojtyla è rigido e superato e non va bene per i giovani.
Si dirà: ma papa Francesco parla di un Dio giovane per i giovani, come Gesù. Bene. Sorvoliamo sul fatto che Gesù trascorse l'età giovanile nel silenzio, senza farsi notare prima dei trent'anni, quando ormai era in età matura (non esisteva l'attuale categoria del «ragazzo» fino a quarant'anni). Quando Cristo disse, a coloro che volevano lapidare l'adultera: «Chi è senza peccato, scagli la prima pietra!», l'evangelista Giovanni (il più giovane degli Apostoli) riferisce: «Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi». In altre parole: i giovani non volevano andarsene, si sentivano in diritto di lapidare la peccatrice perché loro si reputavano giusti, senza macchia. Ecco che cosa succede quando i giovani idealisti fanno rumore per «fare giustizia» e cambiare il mondo: si comincia con i lazzi e si finisce con le pietre. Gesù Cristo si aspetta ben altro dai giovani che il «fare casino» o una strizzatina d'occhio alle loro debolezze.
Luca Pignataro
«Il sito dei monaci aiuterà a battere il caos»
Padre Massimo Lapponi è l'ideatore di un sito internet che farà parlare di sé. Oltre ad essere un monaco dell'abbazia di Farfa, tra le più antiche abbazie della cristianità, ancora viva e vegeta, a pochi km da Roma. Teologo e autore prolifico (il suo San Benedetto e la vita familiare ha conosciuto traduzioni in molte lingue), padre Massimo è soprattutto un monaco che in pieno XXI secolo non rinnega l'affascinante tradizione monastica d'Occidente, iniziata da Benedetto da Norcia, 15 secoli fa. Per far riscoprire i valori forti del monachesimo ha appena dato vita ad una pagina web dedicata al Rinnovamento teologico benedettino.
Padre, che cosa l'ha spinta alla vita monastica e che ricordi ha dei suoi primi anni di vita religiosa?
«Bisogna ritornare al clima degli anni Sessanta del Novecento. Notavo già allora il rapido deterioramento della vita familiare, anche nelle famiglie credenti e praticanti. Per questo sentii la necessità di una svolta radicale nella mia vita e avvertii presto che il Signore mi chiamava a una scelta inattesa. Anche nell'ambiente monastico trovai segni di confusione e una problematica crisi di identità, che allora sfociò in esiti drammatici, come il caso celebre dell'abate Giovanni Franzoni, sospeso a divinis da Paolo VI per le sue posizioni filomarxiste e pro divorzio. Ma, accanto a ciò, conobbi monaci paterni e indimenticabili, dai quali ho potuto ricevere la grande eredità di un'antica tradizione».
Come è cambiata la vita monastica, in Occidente, negli ultimi decenni?
«La crisi, che era già presente da molto tempo, si è aggravata dopo il Concilio, anche se non sarebbe giusto non riconoscere gli sforzi positivi di tanti abati e priori per un autentico rinnovamento. Sembra che recentemente si sia diffuso un clima di resa. Ma sicuramente c'è un fuoco sotto la cenere che aspetta l'occasione propizia per manifestarsi. Con il sito e le altre iniziative vorremmo far divampare quel fuoco!».
Per quale ragione ha inaugurato un sito Internet tra i mille, anche cattolici, che ci sono già?
«La quantità dei siti è certamente immensa, ma la qualità non sempre è soddisfacente. Proprio nel mondo benedettino si sentiva la necessità di una presenza nuova, che si facesse portavoce del valore educativo e formativo della Regola di San Benedetto. Così, ho cercato di promuovere la conoscenza della Regola su molti fronti, incominciando dalla sua originale applicazione alla vita familiare. Da questa intuizione sul valore universale della Regola (nelle famiglie, nel lavoro, nelle parrocchie, nelle associazioni) si è sviluppata l'idea di rinnovare la vita monastica e la stessa teologia, alla luce di San Benedetto».
Ma la figura di San Benedetto come può essere sintetizzata?
«È il santo dell'ora et labora e il patriarca dei monaci d'Occidente. La cultura dei monasteri - che va dalla conservazione della latinità e della grecità, sino all'impulso dato all'agricoltura, alle arti grafiche e alla produzione di libri, miele e birra - deve moltissimo ai benedettini, come quelli di Subiaco e Montecassino o di Cluny in Francia».
Che rubriche avrà il sito web?
«Il rinnovamento che promuoviamo riguarda la vita dei religiosi, la vita parrocchiale e la stessa vita familiare. San Benedetto ha portato la teologia all'altezza dell'uomo comune, dell'uomo della strada, perché non ha voluto speculazioni teoriche, ma anzitutto essere esempio, silenzioso esempio per gli altri. Con il suo messaggio ha proposto una forma spirituale alla vita quotidiana. Il sito batterà su questo punto: nessuno vive da solo nel mondo, e se la comunità o la famiglia in cui si vive non segue regole condivise, il singolo si troverà ostacolato nella sua libertà. Per questo gli apostoli non scrivevano le loro lettere ai singoli, ma alle comunità (Romani, Efesini, Colossesi). San Benedetto procede sulla stessa strada, entrando nei dettagli della vita quotidiana, per darle una forma stabile e perenne. Il caos politico sociale ed economico di oggi, per non parlare della implosione della famiglia, richiede regole certe, meglio se temprate dal fuoco della storia e della Tradizione».
Cosa si propone di fare attraverso la rete e le sue restanti attività di scrittore e conferenziere?
«La nostra ambizione è quella di favorire un risveglio della vita cristiana anche per resistere meglio alle difficoltà del presente, schiacciato sul consumismo, l'irrazionalismo e il vittimismo».
Alcuni osservatori esperti, come i vaticanisti Aldo Maria Valli, Sandro Magister e Lorenzo Bertocchi, appaiono disincantati sul futuro del cattolicesimo, di cui la vita religiosa è un po' il cuore nascosto e pulsante. Lei che speranza sente di dare ai lettori più giovani?
«Il cardinale John Henry Newman (1801-1890) osservava che la Chiesa non è soltanto quella che la contemporaneità mette davanti ai nostri occhi. Il dogma della comunione dei santi non è una teoria, ma una realtà vivente. Tutti i santi che hanno costruito l'edificio della Chiesa sono presenti e operanti accanto a noi, e la loro luce è tale da far impallidire le ombre che ci ossessionano e ci turbano. Il servo del profeta Eliseo era terrorizzato dalla vista dei soldati che perseguitavano il suo padrone, finché il profeta non gli aprì gli occhi, mostrandogli un immenso esercito di angeli che combatteva per la loro difesa (2Re 6, 15-17)».
Senta padre, essendo monaco da quasi mezzo secolo, può svelarci qualche segreto della vita monastica, ovvero ciò che può renderla in qualche modo appetibile e piacevole?
«Vi è il continuo contatto con il mondo affascinante del sovrannaturale e con il mistero dell'esistenza, nel freddo e illimitato cosmo. Da un punto di vista più terreno, vi è il fatto che noi scegliamo il nostro monastero come si sceglie una sposa, e vi rimaniamo per tutta la vita, costi quel che costi. Ciò permette di dedicarsi senza fretta ad un progetto a lunga scadenza, e a poco a poco di vederne ed assaporarne i frutti».
Fabrizio Cannone
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Il grande direttore d'orchestra a Norcia attacca la piaga dei nuovi canti liturgici: «Vedo anche certi vescovi... ma noi abbiamo una storia! Io nel giorno della mia morte vorrei sentire Palestrina e non delle canzonette».Domani l'incontro di papa Francesco a Roma con la generazione da lui amata, che «fa rumore» in modo esagitato. Ben diverso dalle Giornate della gioventù volute da papa Giovanni Paolo II, dalle quali sono nate realtà di fede autentica.Il benedettino Massimo Lapponi ha ideato un portale Web che vuole dare nuova speranza alla famiglia: «Senza regole condivise il singolo è ostacolato nella sua libertà».Lo speciale contiene tre articoliImpegnato in un grande evento musicale e di solidarietà dedicato alla terra umbra devastata dal sisma del 2016, il maestro Riccardo Muti è sembrato trasformarsi improvvisamente in un sindacalista, quando, al termine del concerto, ha chiesto il lavoro per i giovani e talentuosi musicisti. «Sarebbe un dovere dello Stato che questi giovani trovassero lavoro», e quindi che «ogni regione avesse orchestre». Applausi in piazza San Benedetto a Norcia, dove il maestro lo scorso 4 agosto ha diretto i talenti under 30 dell'orchestra Luigi Cherubini in alcuni estratti del Macbeth di Giuseppe Verdi. «Quante regioni non hanno un'orchestra o un teatro? In una terra d'arte, di bellezza… questa è una cosa grave. Non voglio approfittare dell'occasione per fare un discorso polemico, qui ci sono ragazzi che hanno dedicato la loro giovinezza all'arte ed è giusto quindi che abbiano la possibilità di trasmettere alla società i frutti del loro lavoro. La società diventerà e diventerebbe sicuramente migliore, anche perché noi abbiamo degli obblighi verso il nostro passato». A questo punto, sugli obblighi verso il passato, il maestro si interrompe, guarda il pubblico e con fare eloquente aggiunge: «E anche la Chiesa… vedo dei vescovi… anche la Chiesa, invece, di fare le schitarrate in chiesa…», procede sconsolato il maestro Muti mimando il gesto dello strimpellatore da sagrestia. La piazza si accende in un applauso che pare liberatorio, perfino i giovani musicisti inquadrati dalla diretta di Rai 5 sorridono alle parole del maestro, come succede quando qualcuno finalmente la dice tutta. «Noi abbiamo Palestrina», prosegue Muti sulle ali dell'entusiasmo della piazza, «abbiamo una storia… io come vorrei nel giorno della mia morte avere una musica di Palestrina intorno alla mia bara e non sentire: “E tuo fratello, na, na, na, na" (mima ancora il gesto dello strimpellatore da sagrestia, ndr)».Non è la prima volta che Riccardo Muti infila il dito nella piaga dei canti liturgici: oggi, dopo l'immane iconoclastia che ha colpito la musica sacra negli ultimi decenni, sono rimaste quasi solo canzonette. Ai funerali, specialmente di qualche vip, si è sentito nell'aria un motivetto di Vasco Rossi o Ligabue, autori gettonati anche nelle veglie di preghiera con i giovani. Qualche prete canzonettaro ai matrimoni si è esibito con Mamma Maria dei Ricchi e Poveri, e non manca il vescovo che predica con la chitarra e i testi pop. Un vero cult del genere resta la Bella ciao intonata da don Andrea Gallo con sventolio di fazzoletti rossi dall'altare a far da scenografia. «Non capisco perché una volta c'erano Mozart e Bach», disse Muti nel 2011 a Trieste ricevendo la cittadinanza onoraria, «mentre ora si va avanti a canzonette: così non si ha rispetto per l'intelligenza delle persone. Anche l'uomo più semplice e lontano, sentendo l'Ave verum può essere trasportato verso una dimensione spirituale, ma se sente le canzonette è come stare in un altro posto». Oggi a messa si cantano perlopiù i canti liturgici sfornati negli anni Settanta dagli intellettuali della riforma liturgica per il popolo. Più o meno sono sempre gli stessi canti di allora, con qualche aggiunta più recente, comunque sempre impregnata di una forte vena di sentimentalismo. È un pop liturgico che non si sa quanto davvero coinvolga l'assemblea nella preghiera, o soddisfi solo il volenteroso coretto parrocchiale.«Io ho denunciato questo costume, che definisco malcostume, di suonare canzoncine banali accompagnate da strimpellatori, con testi vuoti di significato e profondità in luoghi dove allora sarebbe meglio il silenzio per raggiungere un senso di congiungimento col divino». È ancora Muti nel 2010, richiamando la battaglia condotta da Benedetto XVI per riportare la liturgia al senso profondo che deve trasmettere. «È una cosa molto grave», disse, «e mi stupisco che i preti disattendano i moniti di Benedetto XVI».Già, l'allora cardinale Ratzinger in una delle sue opere più fortunate, Introduzione allo spirito della liturgia (2001), scriveva che «non ogni forma di musica può entrare a far parte della liturgia cristiana. (…) L'integrazione dell'uomo verso l'alto e non la sua liquidazione in un'ebrezza priva di forma o nella pura sensualità è il criterio di una musica conforme al Logos». Eppure la lezione di Ratzinger sulla liturgia, come rilevava il maestro Muti, è stata una delle più disattese dal clero. Chissà cosa avranno pensato i vescovi richiamati dal maestro in piazza a Norcia, loro che in teoria sarebbero chiamati a risolvere il problema, non è dato sapere se in realtà lo vivono davvero come tale. Se avvertono il problema spirituale e culturale che sorge dalla perdita del senso del sacro.Perfino un musicista politicamente corretto come Sting, intervistato in questi giorni dal National catholic register, deve ammettere di aver «adorato il canto gregoriano» e ha aggiunto che «c'è qualcosa nelle cadenze e nel ritmo della musica in latino che è molto speciale». Il beato Paolo VI, che sarà canonizzato nel prossimo ottobre, nella Sacrificium Laudis del 1966 (epistola apostolica sulla lingua latina da usare nell'Ufficio liturgico corale da parte dei religiosi tenuti all'obbligo del coro) si chiedeva: «Quale lingua, quale canto vi sembra che possa nella presente situazione sostituire quelle forme della pietà cattolica che avete usato finora? Bisogna riflettere bene, perché le cose non diventino peggiori dopo aver rinnegato questa gloriosa eredità. (…) Sorge anche un altro interrogativo: gli uomini desiderosi di sentire le sacre preci entreranno ancora così numerosi nei vostri templi, se non vi risuonerà più l'antica e nativa lingua di quelle preghiere, unita al canto pieno di gravità e bellezza?».Non si tratta di camminare in avanti con il collo girato all'indietro, ma, come ha detto Muti, di essere consapevoli del significato del passato. Perché a leggere le ultime ricerche dei sociologi della religione, in Italia la percentuale di fedeli che va a messa tutte le domeniche sarebbe ridotta a uno scarno 18%, un numero in costante calo e che offre una risposta alle domande che sollevava Paolo VI nel lontano 1966. Lorenzo Bertocchi<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/muti-contro-le-schitarrate-in-chiesa-2594288437.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-giovani-che-non-piacciono-al-papa-sono-quelli-che-servono-alla-societa" data-post-id="2594288437" data-published-at="1778108590" data-use-pagination="False"> I giovani che non piacciono al Papa sono quelli che servono alla società Papa Francesco, domani, incontrerà i «giovani» a Roma nel Circo Massimo. Più volte il Papa ha ribadito che vede i giovani come gente che fa «rumore» (anni fa usò un termine spagnolo equivalente a «fare casino») a fin di bene, ossia per smuovere la Chiesa. E se non fanno casino, secondo lui o sono anestetizzati da chi li manipola o sono pessimisti e allora hanno bisogno dello psichiatra. Lasciamo da parte il fatto che non tutti i giovani siano uguali: esistono quelli più casinisti, ma esistono anche quelli «nati vecchi», come si diceva una volta, ossia più prudenti e non dediti ai bagordi. I secondi sono sempre risultati antipatici a molta gente, perché chi sbaglia non ama rispecchiarsi in chi non commette gli stessi errori e si sente implicitamente rimproverato. Magari i giovani non casinisti soffrono dei guai che i loro coetanei casinisti combinano e sono i casinisti ad aver bisogno dello psichiatra, non quelli di buon senso. Sarebbe meglio giudicare le persone individualmente, anziché come categorie, ma purtroppo risulta molto difficile farlo in una società massificata come la nostra. Si dà dunque per scontato che il giovane sia uno che vuole «cambiare il mondo» in modo esagitato. Ma cambiarlo come? Tanti anni fa Benedetto Croce osservò che non esiste un «problema dei giovani» più di quanto esista un «problema della fioritura» e l'unico dovere dei giovani è quello di maturare prima possibile. Sagge osservazioni che cozzavano con l'uso che dei «giovani» andava facendo il fascismo. Tutti abbiamo presente i raduni di giovani acclamanti Benito Mussolini, un modello per il dittatore argentino Juan Domingo Perόn. Erano giovani che facevano «rumore» venendo manipolati: un po' come accade oggi con Bergoglio. Nella seconda metà del Novecento si affermò la categoria dei giovani che «fanno la pace e non la guerra». Di fatto questo si traduceva spesso nell'edonismo consumistico, tra droghe, sesso disinibito e musica rock. Un modo di vita che indubbiamente ha cambiato il mondo: resta da vedere se in meglio. È discutibile che la gioventù sia legata necessariamente al sesso libero. Quando nell'Ottocento si iniziarono a distinguere i giovani come categoria a parte rispetto alle generazioni precedenti, un aspetto era il loro identificarsi con una sorta di purezza di ideali, che li portava per esempio all'amore romantico, monogamo e fedele (quello dell'abito bianco da sposa, per capirci), l'opposto del libertinismo sessuale praticato dai ceti dirigenti europei. Un altro aspetto della loro purezza di ideali era l'offerta della propria vita per la libertà della Patria. Tutte cose oggi raramente presenti nel discorso pubblico sui «giovani», che risente dell'impostazione anni Settanta. Un altro gruppo di giovani furono infatti quelli che dal 1968 pretesero di «cambiare il mondo» con la violenza. S'è visto com'è finita: oggi comanda il capitalismo sfrenato transnazionale. E molti di quei giovani, ormai invecchiati, fanno pienamente parte del potere economico, massmediatico e universitario, tacendo sui loro errori di gioventù oppure nobilitandoli. Molti provenivano da ambienti cattolici: identificato il cristianesimo con la pretesa ideologica di cambiare il mondo, finirono col trasbordare su un marxismo in realtà ammuffito ma che prometteva di realizzare con le armi il cambiamento tanto agognato in nome della «giustizia». Si consideravano superiori agli altri perché avevano «ideali». Un particolare: erano ideali sbagliati. Nel dopoguerra l'Azione Cattolica di Luigi Gedda organizzava raduni giovanili di massa a Roma in onore di Pio XII, il «bianco padre». Ma quell'associazionismo cattolico finì travolto dalla bufera postconciliare, tra gli insulti dei «cattolici adulti». Nel 1975 il gesuita Giacomo Martina, in un fazioso volumetto sulla Chiesa in Italia nel trentennio precedente, commentava sprezzante quei raduni con papa Pacelli che interrogava i giovani: non si fa, sembrano quelli di Mussolini. Chissà che direbbe oggi il gesuita Martina delle domande retoriche del gesuita Bergoglio alla folla. Non solo: padre Martina disprezzava gli appena nati movimenti carismatici giovanili, descrivendoli come dei sempliciotti che non sarebbero durati a lungo. Oggi le comunità carismatiche sono diffuse in tutto il mondo e hanno riportato alla fede viva tantissimi giovani. Ma l'intellighenzia sedicente cattolica li snobba. Non è poi strano che alcuni giovani, delusi dalla realtà mediocre del Cattolicesimo più recente, quello delle chitarre e dell'«Alleluia delle lampadine», abbiano desiderato riallacciarsi a quello austero dei loro antenati, magari con la Messa nel vecchio rito, quella che cominciava con: «Mi accosterò all'altare di Dio/A Dio che rende lieta la mia giovinezza». Ma quei giovani Bergoglio ha detto più volte che non li capisce, gli sembrano rigidi. Non fanno casino, insomma. Un Papa che conosceva bene i giovani fu Giovanni Paolo II, l'inventore delle Giornate mondiali della gioventù. Grazie a lui sono nate tante realtà giovanili di fede autentica. I giovani lo hanno ringraziato gridando al suo funerale: «Santo subito!». L'apparato clericale oggi legato a Bergoglio, per lo più gente dai sessant'anni in su in cerca di rivincita, si è indignato per quell'acclamazione, dato che non aveva mai amato il papa polacco per motivazioni tra l'ideologico e il carrieristico, così come guardava col sopracciglio alzato i suoi raduni giovanili. E oggi pretende di affermare che l'insegnamento di papa Wojtyla è rigido e superato e non va bene per i giovani. Si dirà: ma papa Francesco parla di un Dio giovane per i giovani, come Gesù. Bene. Sorvoliamo sul fatto che Gesù trascorse l'età giovanile nel silenzio, senza farsi notare prima dei trent'anni, quando ormai era in età matura (non esisteva l'attuale categoria del «ragazzo» fino a quarant'anni). Quando Cristo disse, a coloro che volevano lapidare l'adultera: «Chi è senza peccato, scagli la prima pietra!», l'evangelista Giovanni (il più giovane degli Apostoli) riferisce: «Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi». In altre parole: i giovani non volevano andarsene, si sentivano in diritto di lapidare la peccatrice perché loro si reputavano giusti, senza macchia. Ecco che cosa succede quando i giovani idealisti fanno rumore per «fare giustizia» e cambiare il mondo: si comincia con i lazzi e si finisce con le pietre. Gesù Cristo si aspetta ben altro dai giovani che il «fare casino» o una strizzatina d'occhio alle loro debolezze. Luca Pignataro <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/muti-contro-le-schitarrate-in-chiesa-2594288437.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-sito-dei-monaci-aiutera-a-battere-il-caos" data-post-id="2594288437" data-published-at="1778108590" data-use-pagination="False"> «Il sito dei monaci aiuterà a battere il caos» Padre Massimo Lapponi è l'ideatore di un sito internet che farà parlare di sé. Oltre ad essere un monaco dell'abbazia di Farfa, tra le più antiche abbazie della cristianità, ancora viva e vegeta, a pochi km da Roma. Teologo e autore prolifico (il suo San Benedetto e la vita familiare ha conosciuto traduzioni in molte lingue), padre Massimo è soprattutto un monaco che in pieno XXI secolo non rinnega l'affascinante tradizione monastica d'Occidente, iniziata da Benedetto da Norcia, 15 secoli fa. Per far riscoprire i valori forti del monachesimo ha appena dato vita ad una pagina web dedicata al Rinnovamento teologico benedettino. Padre, che cosa l'ha spinta alla vita monastica e che ricordi ha dei suoi primi anni di vita religiosa? «Bisogna ritornare al clima degli anni Sessanta del Novecento. Notavo già allora il rapido deterioramento della vita familiare, anche nelle famiglie credenti e praticanti. Per questo sentii la necessità di una svolta radicale nella mia vita e avvertii presto che il Signore mi chiamava a una scelta inattesa. Anche nell'ambiente monastico trovai segni di confusione e una problematica crisi di identità, che allora sfociò in esiti drammatici, come il caso celebre dell'abate Giovanni Franzoni, sospeso a divinis da Paolo VI per le sue posizioni filomarxiste e pro divorzio. Ma, accanto a ciò, conobbi monaci paterni e indimenticabili, dai quali ho potuto ricevere la grande eredità di un'antica tradizione». Come è cambiata la vita monastica, in Occidente, negli ultimi decenni? «La crisi, che era già presente da molto tempo, si è aggravata dopo il Concilio, anche se non sarebbe giusto non riconoscere gli sforzi positivi di tanti abati e priori per un autentico rinnovamento. Sembra che recentemente si sia diffuso un clima di resa. Ma sicuramente c'è un fuoco sotto la cenere che aspetta l'occasione propizia per manifestarsi. Con il sito e le altre iniziative vorremmo far divampare quel fuoco!». Per quale ragione ha inaugurato un sito Internet tra i mille, anche cattolici, che ci sono già? «La quantità dei siti è certamente immensa, ma la qualità non sempre è soddisfacente. Proprio nel mondo benedettino si sentiva la necessità di una presenza nuova, che si facesse portavoce del valore educativo e formativo della Regola di San Benedetto. Così, ho cercato di promuovere la conoscenza della Regola su molti fronti, incominciando dalla sua originale applicazione alla vita familiare. Da questa intuizione sul valore universale della Regola (nelle famiglie, nel lavoro, nelle parrocchie, nelle associazioni) si è sviluppata l'idea di rinnovare la vita monastica e la stessa teologia, alla luce di San Benedetto». Ma la figura di San Benedetto come può essere sintetizzata? «È il santo dell'ora et labora e il patriarca dei monaci d'Occidente. La cultura dei monasteri - che va dalla conservazione della latinità e della grecità, sino all'impulso dato all'agricoltura, alle arti grafiche e alla produzione di libri, miele e birra - deve moltissimo ai benedettini, come quelli di Subiaco e Montecassino o di Cluny in Francia». Che rubriche avrà il sito web? «Il rinnovamento che promuoviamo riguarda la vita dei religiosi, la vita parrocchiale e la stessa vita familiare. San Benedetto ha portato la teologia all'altezza dell'uomo comune, dell'uomo della strada, perché non ha voluto speculazioni teoriche, ma anzitutto essere esempio, silenzioso esempio per gli altri. Con il suo messaggio ha proposto una forma spirituale alla vita quotidiana. Il sito batterà su questo punto: nessuno vive da solo nel mondo, e se la comunità o la famiglia in cui si vive non segue regole condivise, il singolo si troverà ostacolato nella sua libertà. Per questo gli apostoli non scrivevano le loro lettere ai singoli, ma alle comunità (Romani, Efesini, Colossesi). San Benedetto procede sulla stessa strada, entrando nei dettagli della vita quotidiana, per darle una forma stabile e perenne. Il caos politico sociale ed economico di oggi, per non parlare della implosione della famiglia, richiede regole certe, meglio se temprate dal fuoco della storia e della Tradizione». Cosa si propone di fare attraverso la rete e le sue restanti attività di scrittore e conferenziere? «La nostra ambizione è quella di favorire un risveglio della vita cristiana anche per resistere meglio alle difficoltà del presente, schiacciato sul consumismo, l'irrazionalismo e il vittimismo». Alcuni osservatori esperti, come i vaticanisti Aldo Maria Valli, Sandro Magister e Lorenzo Bertocchi, appaiono disincantati sul futuro del cattolicesimo, di cui la vita religiosa è un po' il cuore nascosto e pulsante. Lei che speranza sente di dare ai lettori più giovani? «Il cardinale John Henry Newman (1801-1890) osservava che la Chiesa non è soltanto quella che la contemporaneità mette davanti ai nostri occhi. Il dogma della comunione dei santi non è una teoria, ma una realtà vivente. Tutti i santi che hanno costruito l'edificio della Chiesa sono presenti e operanti accanto a noi, e la loro luce è tale da far impallidire le ombre che ci ossessionano e ci turbano. Il servo del profeta Eliseo era terrorizzato dalla vista dei soldati che perseguitavano il suo padrone, finché il profeta non gli aprì gli occhi, mostrandogli un immenso esercito di angeli che combatteva per la loro difesa (2Re 6, 15-17)». Senta padre, essendo monaco da quasi mezzo secolo, può svelarci qualche segreto della vita monastica, ovvero ciò che può renderla in qualche modo appetibile e piacevole? «Vi è il continuo contatto con il mondo affascinante del sovrannaturale e con il mistero dell'esistenza, nel freddo e illimitato cosmo. Da un punto di vista più terreno, vi è il fatto che noi scegliamo il nostro monastero come si sceglie una sposa, e vi rimaniamo per tutta la vita, costi quel che costi. Ciò permette di dedicarsi senza fretta ad un progetto a lunga scadenza, e a poco a poco di vederne ed assaporarne i frutti». Fabrizio Cannone
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
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Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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Secondo Il Tg 1 Andrea Sempio sarebbe stato intercettato in macchina mentre parlava da solo. Dopo aver visto i suoi video insieme a Stasi avrebbe telefonato a Chiara per farle delle avances, ma lei lo avrebbe duramente respinto. Marco Poggi, però, difende l'amico: mai visto con lui i video di Chiara