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2018-08-10
Riccardo Muti contro le schitarrate in chiesa
Ansa
Impegnato in un grande evento musicale e di solidarietà dedicato alla terra umbra devastata dal sisma del 2016, il maestro Riccardo Muti è sembrato trasformarsi improvvisamente in un sindacalista, quando, al termine del concerto, ha chiesto il lavoro per i giovani e talentuosi musicisti. «Sarebbe un dovere dello Stato che questi giovani trovassero lavoro», e quindi che «ogni regione avesse orchestre». Applausi in piazza San Benedetto a Norcia, dove il maestro lo scorso 4 agosto ha diretto i talenti under 30 dell'orchestra Luigi Cherubini in alcuni estratti del Macbeth di Giuseppe Verdi.
«Quante regioni non hanno un'orchestra o un teatro? In una terra d'arte, di bellezza… questa è una cosa grave. Non voglio approfittare dell'occasione per fare un discorso polemico, qui ci sono ragazzi che hanno dedicato la loro giovinezza all'arte ed è giusto quindi che abbiano la possibilità di trasmettere alla società i frutti del loro lavoro. La società diventerà e diventerebbe sicuramente migliore, anche perché noi abbiamo degli obblighi verso il nostro passato». A questo punto, sugli obblighi verso il passato, il maestro si interrompe, guarda il pubblico e con fare eloquente aggiunge: «E anche la Chiesa… vedo dei vescovi… anche la Chiesa, invece, di fare le schitarrate in chiesa…», procede sconsolato il maestro Muti mimando il gesto dello strimpellatore da sagrestia. La piazza si accende in un applauso che pare liberatorio, perfino i giovani musicisti inquadrati dalla diretta di Rai 5 sorridono alle parole del maestro, come succede quando qualcuno finalmente la dice tutta. «Noi abbiamo Palestrina», prosegue Muti sulle ali dell'entusiasmo della piazza, «abbiamo una storia… io come vorrei nel giorno della mia morte avere una musica di Palestrina intorno alla mia bara e non sentire: “E tuo fratello, na, na, na, na" (mima ancora il gesto dello strimpellatore da sagrestia, ndr)».
Non è la prima volta che Riccardo Muti infila il dito nella piaga dei canti liturgici: oggi, dopo l'immane iconoclastia che ha colpito la musica sacra negli ultimi decenni, sono rimaste quasi solo canzonette. Ai funerali, specialmente di qualche vip, si è sentito nell'aria un motivetto di Vasco Rossi o Ligabue, autori gettonati anche nelle veglie di preghiera con i giovani. Qualche prete canzonettaro ai matrimoni si è esibito con Mamma Maria dei Ricchi e Poveri, e non manca il vescovo che predica con la chitarra e i testi pop. Un vero cult del genere resta la Bella ciao intonata da don Andrea Gallo con sventolio di fazzoletti rossi dall'altare a far da scenografia.
«Non capisco perché una volta c'erano Mozart e Bach», disse Muti nel 2011 a Trieste ricevendo la cittadinanza onoraria, «mentre ora si va avanti a canzonette: così non si ha rispetto per l'intelligenza delle persone. Anche l'uomo più semplice e lontano, sentendo l'Ave verum può essere trasportato verso una dimensione spirituale, ma se sente le canzonette è come stare in un altro posto». Oggi a messa si cantano perlopiù i canti liturgici sfornati negli anni Settanta dagli intellettuali della riforma liturgica per il popolo. Più o meno sono sempre gli stessi canti di allora, con qualche aggiunta più recente, comunque sempre impregnata di una forte vena di sentimentalismo. È un pop liturgico che non si sa quanto davvero coinvolga l'assemblea nella preghiera, o soddisfi solo il volenteroso coretto parrocchiale.
«Io ho denunciato questo costume, che definisco malcostume, di suonare canzoncine banali accompagnate da strimpellatori, con testi vuoti di significato e profondità in luoghi dove allora sarebbe meglio il silenzio per raggiungere un senso di congiungimento col divino». È ancora Muti nel 2010, richiamando la battaglia condotta da Benedetto XVI per riportare la liturgia al senso profondo che deve trasmettere. «È una cosa molto grave», disse, «e mi stupisco che i preti disattendano i moniti di Benedetto XVI».
Già, l'allora cardinale Ratzinger in una delle sue opere più fortunate, Introduzione allo spirito della liturgia (2001), scriveva che «non ogni forma di musica può entrare a far parte della liturgia cristiana. (…) L'integrazione dell'uomo verso l'alto e non la sua liquidazione in un'ebrezza priva di forma o nella pura sensualità è il criterio di una musica conforme al Logos». Eppure la lezione di Ratzinger sulla liturgia, come rilevava il maestro Muti, è stata una delle più disattese dal clero. Chissà cosa avranno pensato i vescovi richiamati dal maestro in piazza a Norcia, loro che in teoria sarebbero chiamati a risolvere il problema, non è dato sapere se in realtà lo vivono davvero come tale. Se avvertono il problema spirituale e culturale che sorge dalla perdita del senso del sacro.
Perfino un musicista politicamente corretto come Sting, intervistato in questi giorni dal National catholic register, deve ammettere di aver «adorato il canto gregoriano» e ha aggiunto che «c'è qualcosa nelle cadenze e nel ritmo della musica in latino che è molto speciale». Il beato Paolo VI, che sarà canonizzato nel prossimo ottobre, nella Sacrificium Laudis del 1966 (epistola apostolica sulla lingua latina da usare nell'Ufficio liturgico corale da parte dei religiosi tenuti all'obbligo del coro) si chiedeva: «Quale lingua, quale canto vi sembra che possa nella presente situazione sostituire quelle forme della pietà cattolica che avete usato finora? Bisogna riflettere bene, perché le cose non diventino peggiori dopo aver rinnegato questa gloriosa eredità. (…) Sorge anche un altro interrogativo: gli uomini desiderosi di sentire le sacre preci entreranno ancora così numerosi nei vostri templi, se non vi risuonerà più l'antica e nativa lingua di quelle preghiere, unita al canto pieno di gravità e bellezza?».
Non si tratta di camminare in avanti con il collo girato all'indietro, ma, come ha detto Muti, di essere consapevoli del significato del passato. Perché a leggere le ultime ricerche dei sociologi della religione, in Italia la percentuale di fedeli che va a messa tutte le domeniche sarebbe ridotta a uno scarno 18%, un numero in costante calo e che offre una risposta alle domande che sollevava Paolo VI nel lontano 1966.
Lorenzo Bertocchi
I giovani che non piacciono al Papa sono quelli che servono alla società
Papa Francesco, domani, incontrerà i «giovani» a Roma nel Circo Massimo. Più volte il Papa ha ribadito che vede i giovani come gente che fa «rumore» (anni fa usò un termine spagnolo equivalente a «fare casino») a fin di bene, ossia per smuovere la Chiesa. E se non fanno casino, secondo lui o sono anestetizzati da chi li manipola o sono pessimisti e allora hanno bisogno dello psichiatra.
Lasciamo da parte il fatto che non tutti i giovani siano uguali: esistono quelli più casinisti, ma esistono anche quelli «nati vecchi», come si diceva una volta, ossia più prudenti e non dediti ai bagordi. I secondi sono sempre risultati antipatici a molta gente, perché chi sbaglia non ama rispecchiarsi in chi non commette gli stessi errori e si sente implicitamente rimproverato. Magari i giovani non casinisti soffrono dei guai che i loro coetanei casinisti combinano e sono i casinisti ad aver bisogno dello psichiatra, non quelli di buon senso.
Sarebbe meglio giudicare le persone individualmente, anziché come categorie, ma purtroppo risulta molto difficile farlo in una società massificata come la nostra. Si dà dunque per scontato che il giovane sia uno che vuole «cambiare il mondo» in modo esagitato. Ma cambiarlo come?
Tanti anni fa Benedetto Croce osservò che non esiste un «problema dei giovani» più di quanto esista un «problema della fioritura» e l'unico dovere dei giovani è quello di maturare prima possibile. Sagge osservazioni che cozzavano con l'uso che dei «giovani» andava facendo il fascismo. Tutti abbiamo presente i raduni di giovani acclamanti Benito Mussolini, un modello per il dittatore argentino Juan Domingo Perόn. Erano giovani che facevano «rumore» venendo manipolati: un po' come accade oggi con Bergoglio.
Nella seconda metà del Novecento si affermò la categoria dei giovani che «fanno la pace e non la guerra». Di fatto questo si traduceva spesso nell'edonismo consumistico, tra droghe, sesso disinibito e musica rock. Un modo di vita che indubbiamente ha cambiato il mondo: resta da vedere se in meglio.
È discutibile che la gioventù sia legata necessariamente al sesso libero. Quando nell'Ottocento si iniziarono a distinguere i giovani come categoria a parte rispetto alle generazioni precedenti, un aspetto era il loro identificarsi con una sorta di purezza di ideali, che li portava per esempio all'amore romantico, monogamo e fedele (quello dell'abito bianco da sposa, per capirci), l'opposto del libertinismo sessuale praticato dai ceti dirigenti europei. Un altro aspetto della loro purezza di ideali era l'offerta della propria vita per la libertà della Patria. Tutte cose oggi raramente presenti nel discorso pubblico sui «giovani», che risente dell'impostazione anni Settanta.
Un altro gruppo di giovani furono infatti quelli che dal 1968 pretesero di «cambiare il mondo» con la violenza. S'è visto com'è finita: oggi comanda il capitalismo sfrenato transnazionale. E molti di quei giovani, ormai invecchiati, fanno pienamente parte del potere economico, massmediatico e universitario, tacendo sui loro errori di gioventù oppure nobilitandoli. Molti provenivano da ambienti cattolici: identificato il cristianesimo con la pretesa ideologica di cambiare il mondo, finirono col trasbordare su un marxismo in realtà ammuffito ma che prometteva di realizzare con le armi il cambiamento tanto agognato in nome della «giustizia». Si consideravano superiori agli altri perché avevano «ideali». Un particolare: erano ideali sbagliati.
Nel dopoguerra l'Azione Cattolica di Luigi Gedda organizzava raduni giovanili di massa a Roma in onore di Pio XII, il «bianco padre». Ma quell'associazionismo cattolico finì travolto dalla bufera postconciliare, tra gli insulti dei «cattolici adulti». Nel 1975 il gesuita Giacomo Martina, in un fazioso volumetto sulla Chiesa in Italia nel trentennio precedente, commentava sprezzante quei raduni con papa Pacelli che interrogava i giovani: non si fa, sembrano quelli di Mussolini. Chissà che direbbe oggi il gesuita Martina delle domande retoriche del gesuita Bergoglio alla folla. Non solo: padre Martina disprezzava gli appena nati movimenti carismatici giovanili, descrivendoli come dei sempliciotti che non sarebbero durati a lungo. Oggi le comunità carismatiche sono diffuse in tutto il mondo e hanno riportato alla fede viva tantissimi giovani. Ma l'intellighenzia sedicente cattolica li snobba.
Non è poi strano che alcuni giovani, delusi dalla realtà mediocre del Cattolicesimo più recente, quello delle chitarre e dell'«Alleluia delle lampadine», abbiano desiderato riallacciarsi a quello austero dei loro antenati, magari con la Messa nel vecchio rito, quella che cominciava con: «Mi accosterò all'altare di Dio/A Dio che rende lieta la mia giovinezza». Ma quei giovani Bergoglio ha detto più volte che non li capisce, gli sembrano rigidi. Non fanno casino, insomma.
Un Papa che conosceva bene i giovani fu Giovanni Paolo II, l'inventore delle Giornate mondiali della gioventù. Grazie a lui sono nate tante realtà giovanili di fede autentica. I giovani lo hanno ringraziato gridando al suo funerale: «Santo subito!». L'apparato clericale oggi legato a Bergoglio, per lo più gente dai sessant'anni in su in cerca di rivincita, si è indignato per quell'acclamazione, dato che non aveva mai amato il papa polacco per motivazioni tra l'ideologico e il carrieristico, così come guardava col sopracciglio alzato i suoi raduni giovanili. E oggi pretende di affermare che l'insegnamento di papa Wojtyla è rigido e superato e non va bene per i giovani.
Si dirà: ma papa Francesco parla di un Dio giovane per i giovani, come Gesù. Bene. Sorvoliamo sul fatto che Gesù trascorse l'età giovanile nel silenzio, senza farsi notare prima dei trent'anni, quando ormai era in età matura (non esisteva l'attuale categoria del «ragazzo» fino a quarant'anni). Quando Cristo disse, a coloro che volevano lapidare l'adultera: «Chi è senza peccato, scagli la prima pietra!», l'evangelista Giovanni (il più giovane degli Apostoli) riferisce: «Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi». In altre parole: i giovani non volevano andarsene, si sentivano in diritto di lapidare la peccatrice perché loro si reputavano giusti, senza macchia. Ecco che cosa succede quando i giovani idealisti fanno rumore per «fare giustizia» e cambiare il mondo: si comincia con i lazzi e si finisce con le pietre. Gesù Cristo si aspetta ben altro dai giovani che il «fare casino» o una strizzatina d'occhio alle loro debolezze.
Luca Pignataro
«Il sito dei monaci aiuterà a battere il caos»
Padre Massimo Lapponi è l'ideatore di un sito internet che farà parlare di sé. Oltre ad essere un monaco dell'abbazia di Farfa, tra le più antiche abbazie della cristianità, ancora viva e vegeta, a pochi km da Roma. Teologo e autore prolifico (il suo San Benedetto e la vita familiare ha conosciuto traduzioni in molte lingue), padre Massimo è soprattutto un monaco che in pieno XXI secolo non rinnega l'affascinante tradizione monastica d'Occidente, iniziata da Benedetto da Norcia, 15 secoli fa. Per far riscoprire i valori forti del monachesimo ha appena dato vita ad una pagina web dedicata al Rinnovamento teologico benedettino.
Padre, che cosa l'ha spinta alla vita monastica e che ricordi ha dei suoi primi anni di vita religiosa?
«Bisogna ritornare al clima degli anni Sessanta del Novecento. Notavo già allora il rapido deterioramento della vita familiare, anche nelle famiglie credenti e praticanti. Per questo sentii la necessità di una svolta radicale nella mia vita e avvertii presto che il Signore mi chiamava a una scelta inattesa. Anche nell'ambiente monastico trovai segni di confusione e una problematica crisi di identità, che allora sfociò in esiti drammatici, come il caso celebre dell'abate Giovanni Franzoni, sospeso a divinis da Paolo VI per le sue posizioni filomarxiste e pro divorzio. Ma, accanto a ciò, conobbi monaci paterni e indimenticabili, dai quali ho potuto ricevere la grande eredità di un'antica tradizione».
Come è cambiata la vita monastica, in Occidente, negli ultimi decenni?
«La crisi, che era già presente da molto tempo, si è aggravata dopo il Concilio, anche se non sarebbe giusto non riconoscere gli sforzi positivi di tanti abati e priori per un autentico rinnovamento. Sembra che recentemente si sia diffuso un clima di resa. Ma sicuramente c'è un fuoco sotto la cenere che aspetta l'occasione propizia per manifestarsi. Con il sito e le altre iniziative vorremmo far divampare quel fuoco!».
Per quale ragione ha inaugurato un sito Internet tra i mille, anche cattolici, che ci sono già?
«La quantità dei siti è certamente immensa, ma la qualità non sempre è soddisfacente. Proprio nel mondo benedettino si sentiva la necessità di una presenza nuova, che si facesse portavoce del valore educativo e formativo della Regola di San Benedetto. Così, ho cercato di promuovere la conoscenza della Regola su molti fronti, incominciando dalla sua originale applicazione alla vita familiare. Da questa intuizione sul valore universale della Regola (nelle famiglie, nel lavoro, nelle parrocchie, nelle associazioni) si è sviluppata l'idea di rinnovare la vita monastica e la stessa teologia, alla luce di San Benedetto».
Ma la figura di San Benedetto come può essere sintetizzata?
«È il santo dell'ora et labora e il patriarca dei monaci d'Occidente. La cultura dei monasteri - che va dalla conservazione della latinità e della grecità, sino all'impulso dato all'agricoltura, alle arti grafiche e alla produzione di libri, miele e birra - deve moltissimo ai benedettini, come quelli di Subiaco e Montecassino o di Cluny in Francia».
Che rubriche avrà il sito web?
«Il rinnovamento che promuoviamo riguarda la vita dei religiosi, la vita parrocchiale e la stessa vita familiare. San Benedetto ha portato la teologia all'altezza dell'uomo comune, dell'uomo della strada, perché non ha voluto speculazioni teoriche, ma anzitutto essere esempio, silenzioso esempio per gli altri. Con il suo messaggio ha proposto una forma spirituale alla vita quotidiana. Il sito batterà su questo punto: nessuno vive da solo nel mondo, e se la comunità o la famiglia in cui si vive non segue regole condivise, il singolo si troverà ostacolato nella sua libertà. Per questo gli apostoli non scrivevano le loro lettere ai singoli, ma alle comunità (Romani, Efesini, Colossesi). San Benedetto procede sulla stessa strada, entrando nei dettagli della vita quotidiana, per darle una forma stabile e perenne. Il caos politico sociale ed economico di oggi, per non parlare della implosione della famiglia, richiede regole certe, meglio se temprate dal fuoco della storia e della Tradizione».
Cosa si propone di fare attraverso la rete e le sue restanti attività di scrittore e conferenziere?
«La nostra ambizione è quella di favorire un risveglio della vita cristiana anche per resistere meglio alle difficoltà del presente, schiacciato sul consumismo, l'irrazionalismo e il vittimismo».
Alcuni osservatori esperti, come i vaticanisti Aldo Maria Valli, Sandro Magister e Lorenzo Bertocchi, appaiono disincantati sul futuro del cattolicesimo, di cui la vita religiosa è un po' il cuore nascosto e pulsante. Lei che speranza sente di dare ai lettori più giovani?
«Il cardinale John Henry Newman (1801-1890) osservava che la Chiesa non è soltanto quella che la contemporaneità mette davanti ai nostri occhi. Il dogma della comunione dei santi non è una teoria, ma una realtà vivente. Tutti i santi che hanno costruito l'edificio della Chiesa sono presenti e operanti accanto a noi, e la loro luce è tale da far impallidire le ombre che ci ossessionano e ci turbano. Il servo del profeta Eliseo era terrorizzato dalla vista dei soldati che perseguitavano il suo padrone, finché il profeta non gli aprì gli occhi, mostrandogli un immenso esercito di angeli che combatteva per la loro difesa (2Re 6, 15-17)».
Senta padre, essendo monaco da quasi mezzo secolo, può svelarci qualche segreto della vita monastica, ovvero ciò che può renderla in qualche modo appetibile e piacevole?
«Vi è il continuo contatto con il mondo affascinante del sovrannaturale e con il mistero dell'esistenza, nel freddo e illimitato cosmo. Da un punto di vista più terreno, vi è il fatto che noi scegliamo il nostro monastero come si sceglie una sposa, e vi rimaniamo per tutta la vita, costi quel che costi. Ciò permette di dedicarsi senza fretta ad un progetto a lunga scadenza, e a poco a poco di vederne ed assaporarne i frutti».
Fabrizio Cannone
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Il grande direttore d'orchestra a Norcia attacca la piaga dei nuovi canti liturgici: «Vedo anche certi vescovi... ma noi abbiamo una storia! Io nel giorno della mia morte vorrei sentire Palestrina e non delle canzonette».Domani l'incontro di papa Francesco a Roma con la generazione da lui amata, che «fa rumore» in modo esagitato. Ben diverso dalle Giornate della gioventù volute da papa Giovanni Paolo II, dalle quali sono nate realtà di fede autentica.Il benedettino Massimo Lapponi ha ideato un portale Web che vuole dare nuova speranza alla famiglia: «Senza regole condivise il singolo è ostacolato nella sua libertà».Lo speciale contiene tre articoliImpegnato in un grande evento musicale e di solidarietà dedicato alla terra umbra devastata dal sisma del 2016, il maestro Riccardo Muti è sembrato trasformarsi improvvisamente in un sindacalista, quando, al termine del concerto, ha chiesto il lavoro per i giovani e talentuosi musicisti. «Sarebbe un dovere dello Stato che questi giovani trovassero lavoro», e quindi che «ogni regione avesse orchestre». Applausi in piazza San Benedetto a Norcia, dove il maestro lo scorso 4 agosto ha diretto i talenti under 30 dell'orchestra Luigi Cherubini in alcuni estratti del Macbeth di Giuseppe Verdi. «Quante regioni non hanno un'orchestra o un teatro? In una terra d'arte, di bellezza… questa è una cosa grave. Non voglio approfittare dell'occasione per fare un discorso polemico, qui ci sono ragazzi che hanno dedicato la loro giovinezza all'arte ed è giusto quindi che abbiano la possibilità di trasmettere alla società i frutti del loro lavoro. La società diventerà e diventerebbe sicuramente migliore, anche perché noi abbiamo degli obblighi verso il nostro passato». A questo punto, sugli obblighi verso il passato, il maestro si interrompe, guarda il pubblico e con fare eloquente aggiunge: «E anche la Chiesa… vedo dei vescovi… anche la Chiesa, invece, di fare le schitarrate in chiesa…», procede sconsolato il maestro Muti mimando il gesto dello strimpellatore da sagrestia. La piazza si accende in un applauso che pare liberatorio, perfino i giovani musicisti inquadrati dalla diretta di Rai 5 sorridono alle parole del maestro, come succede quando qualcuno finalmente la dice tutta. «Noi abbiamo Palestrina», prosegue Muti sulle ali dell'entusiasmo della piazza, «abbiamo una storia… io come vorrei nel giorno della mia morte avere una musica di Palestrina intorno alla mia bara e non sentire: “E tuo fratello, na, na, na, na" (mima ancora il gesto dello strimpellatore da sagrestia, ndr)».Non è la prima volta che Riccardo Muti infila il dito nella piaga dei canti liturgici: oggi, dopo l'immane iconoclastia che ha colpito la musica sacra negli ultimi decenni, sono rimaste quasi solo canzonette. Ai funerali, specialmente di qualche vip, si è sentito nell'aria un motivetto di Vasco Rossi o Ligabue, autori gettonati anche nelle veglie di preghiera con i giovani. Qualche prete canzonettaro ai matrimoni si è esibito con Mamma Maria dei Ricchi e Poveri, e non manca il vescovo che predica con la chitarra e i testi pop. Un vero cult del genere resta la Bella ciao intonata da don Andrea Gallo con sventolio di fazzoletti rossi dall'altare a far da scenografia. «Non capisco perché una volta c'erano Mozart e Bach», disse Muti nel 2011 a Trieste ricevendo la cittadinanza onoraria, «mentre ora si va avanti a canzonette: così non si ha rispetto per l'intelligenza delle persone. Anche l'uomo più semplice e lontano, sentendo l'Ave verum può essere trasportato verso una dimensione spirituale, ma se sente le canzonette è come stare in un altro posto». Oggi a messa si cantano perlopiù i canti liturgici sfornati negli anni Settanta dagli intellettuali della riforma liturgica per il popolo. Più o meno sono sempre gli stessi canti di allora, con qualche aggiunta più recente, comunque sempre impregnata di una forte vena di sentimentalismo. È un pop liturgico che non si sa quanto davvero coinvolga l'assemblea nella preghiera, o soddisfi solo il volenteroso coretto parrocchiale.«Io ho denunciato questo costume, che definisco malcostume, di suonare canzoncine banali accompagnate da strimpellatori, con testi vuoti di significato e profondità in luoghi dove allora sarebbe meglio il silenzio per raggiungere un senso di congiungimento col divino». È ancora Muti nel 2010, richiamando la battaglia condotta da Benedetto XVI per riportare la liturgia al senso profondo che deve trasmettere. «È una cosa molto grave», disse, «e mi stupisco che i preti disattendano i moniti di Benedetto XVI».Già, l'allora cardinale Ratzinger in una delle sue opere più fortunate, Introduzione allo spirito della liturgia (2001), scriveva che «non ogni forma di musica può entrare a far parte della liturgia cristiana. (…) L'integrazione dell'uomo verso l'alto e non la sua liquidazione in un'ebrezza priva di forma o nella pura sensualità è il criterio di una musica conforme al Logos». Eppure la lezione di Ratzinger sulla liturgia, come rilevava il maestro Muti, è stata una delle più disattese dal clero. Chissà cosa avranno pensato i vescovi richiamati dal maestro in piazza a Norcia, loro che in teoria sarebbero chiamati a risolvere il problema, non è dato sapere se in realtà lo vivono davvero come tale. Se avvertono il problema spirituale e culturale che sorge dalla perdita del senso del sacro.Perfino un musicista politicamente corretto come Sting, intervistato in questi giorni dal National catholic register, deve ammettere di aver «adorato il canto gregoriano» e ha aggiunto che «c'è qualcosa nelle cadenze e nel ritmo della musica in latino che è molto speciale». Il beato Paolo VI, che sarà canonizzato nel prossimo ottobre, nella Sacrificium Laudis del 1966 (epistola apostolica sulla lingua latina da usare nell'Ufficio liturgico corale da parte dei religiosi tenuti all'obbligo del coro) si chiedeva: «Quale lingua, quale canto vi sembra che possa nella presente situazione sostituire quelle forme della pietà cattolica che avete usato finora? Bisogna riflettere bene, perché le cose non diventino peggiori dopo aver rinnegato questa gloriosa eredità. (…) Sorge anche un altro interrogativo: gli uomini desiderosi di sentire le sacre preci entreranno ancora così numerosi nei vostri templi, se non vi risuonerà più l'antica e nativa lingua di quelle preghiere, unita al canto pieno di gravità e bellezza?».Non si tratta di camminare in avanti con il collo girato all'indietro, ma, come ha detto Muti, di essere consapevoli del significato del passato. Perché a leggere le ultime ricerche dei sociologi della religione, in Italia la percentuale di fedeli che va a messa tutte le domeniche sarebbe ridotta a uno scarno 18%, un numero in costante calo e che offre una risposta alle domande che sollevava Paolo VI nel lontano 1966. Lorenzo Bertocchi<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/muti-contro-le-schitarrate-in-chiesa-2594288437.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-giovani-che-non-piacciono-al-papa-sono-quelli-che-servono-alla-societa" data-post-id="2594288437" data-published-at="1782029708" data-use-pagination="False"> I giovani che non piacciono al Papa sono quelli che servono alla società Papa Francesco, domani, incontrerà i «giovani» a Roma nel Circo Massimo. Più volte il Papa ha ribadito che vede i giovani come gente che fa «rumore» (anni fa usò un termine spagnolo equivalente a «fare casino») a fin di bene, ossia per smuovere la Chiesa. E se non fanno casino, secondo lui o sono anestetizzati da chi li manipola o sono pessimisti e allora hanno bisogno dello psichiatra. Lasciamo da parte il fatto che non tutti i giovani siano uguali: esistono quelli più casinisti, ma esistono anche quelli «nati vecchi», come si diceva una volta, ossia più prudenti e non dediti ai bagordi. I secondi sono sempre risultati antipatici a molta gente, perché chi sbaglia non ama rispecchiarsi in chi non commette gli stessi errori e si sente implicitamente rimproverato. Magari i giovani non casinisti soffrono dei guai che i loro coetanei casinisti combinano e sono i casinisti ad aver bisogno dello psichiatra, non quelli di buon senso. Sarebbe meglio giudicare le persone individualmente, anziché come categorie, ma purtroppo risulta molto difficile farlo in una società massificata come la nostra. Si dà dunque per scontato che il giovane sia uno che vuole «cambiare il mondo» in modo esagitato. Ma cambiarlo come? Tanti anni fa Benedetto Croce osservò che non esiste un «problema dei giovani» più di quanto esista un «problema della fioritura» e l'unico dovere dei giovani è quello di maturare prima possibile. Sagge osservazioni che cozzavano con l'uso che dei «giovani» andava facendo il fascismo. Tutti abbiamo presente i raduni di giovani acclamanti Benito Mussolini, un modello per il dittatore argentino Juan Domingo Perόn. Erano giovani che facevano «rumore» venendo manipolati: un po' come accade oggi con Bergoglio. Nella seconda metà del Novecento si affermò la categoria dei giovani che «fanno la pace e non la guerra». Di fatto questo si traduceva spesso nell'edonismo consumistico, tra droghe, sesso disinibito e musica rock. Un modo di vita che indubbiamente ha cambiato il mondo: resta da vedere se in meglio. È discutibile che la gioventù sia legata necessariamente al sesso libero. Quando nell'Ottocento si iniziarono a distinguere i giovani come categoria a parte rispetto alle generazioni precedenti, un aspetto era il loro identificarsi con una sorta di purezza di ideali, che li portava per esempio all'amore romantico, monogamo e fedele (quello dell'abito bianco da sposa, per capirci), l'opposto del libertinismo sessuale praticato dai ceti dirigenti europei. Un altro aspetto della loro purezza di ideali era l'offerta della propria vita per la libertà della Patria. Tutte cose oggi raramente presenti nel discorso pubblico sui «giovani», che risente dell'impostazione anni Settanta. Un altro gruppo di giovani furono infatti quelli che dal 1968 pretesero di «cambiare il mondo» con la violenza. S'è visto com'è finita: oggi comanda il capitalismo sfrenato transnazionale. E molti di quei giovani, ormai invecchiati, fanno pienamente parte del potere economico, massmediatico e universitario, tacendo sui loro errori di gioventù oppure nobilitandoli. Molti provenivano da ambienti cattolici: identificato il cristianesimo con la pretesa ideologica di cambiare il mondo, finirono col trasbordare su un marxismo in realtà ammuffito ma che prometteva di realizzare con le armi il cambiamento tanto agognato in nome della «giustizia». Si consideravano superiori agli altri perché avevano «ideali». Un particolare: erano ideali sbagliati. Nel dopoguerra l'Azione Cattolica di Luigi Gedda organizzava raduni giovanili di massa a Roma in onore di Pio XII, il «bianco padre». Ma quell'associazionismo cattolico finì travolto dalla bufera postconciliare, tra gli insulti dei «cattolici adulti». Nel 1975 il gesuita Giacomo Martina, in un fazioso volumetto sulla Chiesa in Italia nel trentennio precedente, commentava sprezzante quei raduni con papa Pacelli che interrogava i giovani: non si fa, sembrano quelli di Mussolini. Chissà che direbbe oggi il gesuita Martina delle domande retoriche del gesuita Bergoglio alla folla. Non solo: padre Martina disprezzava gli appena nati movimenti carismatici giovanili, descrivendoli come dei sempliciotti che non sarebbero durati a lungo. Oggi le comunità carismatiche sono diffuse in tutto il mondo e hanno riportato alla fede viva tantissimi giovani. Ma l'intellighenzia sedicente cattolica li snobba. Non è poi strano che alcuni giovani, delusi dalla realtà mediocre del Cattolicesimo più recente, quello delle chitarre e dell'«Alleluia delle lampadine», abbiano desiderato riallacciarsi a quello austero dei loro antenati, magari con la Messa nel vecchio rito, quella che cominciava con: «Mi accosterò all'altare di Dio/A Dio che rende lieta la mia giovinezza». Ma quei giovani Bergoglio ha detto più volte che non li capisce, gli sembrano rigidi. Non fanno casino, insomma. Un Papa che conosceva bene i giovani fu Giovanni Paolo II, l'inventore delle Giornate mondiali della gioventù. Grazie a lui sono nate tante realtà giovanili di fede autentica. I giovani lo hanno ringraziato gridando al suo funerale: «Santo subito!». L'apparato clericale oggi legato a Bergoglio, per lo più gente dai sessant'anni in su in cerca di rivincita, si è indignato per quell'acclamazione, dato che non aveva mai amato il papa polacco per motivazioni tra l'ideologico e il carrieristico, così come guardava col sopracciglio alzato i suoi raduni giovanili. E oggi pretende di affermare che l'insegnamento di papa Wojtyla è rigido e superato e non va bene per i giovani. Si dirà: ma papa Francesco parla di un Dio giovane per i giovani, come Gesù. Bene. Sorvoliamo sul fatto che Gesù trascorse l'età giovanile nel silenzio, senza farsi notare prima dei trent'anni, quando ormai era in età matura (non esisteva l'attuale categoria del «ragazzo» fino a quarant'anni). Quando Cristo disse, a coloro che volevano lapidare l'adultera: «Chi è senza peccato, scagli la prima pietra!», l'evangelista Giovanni (il più giovane degli Apostoli) riferisce: «Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi». In altre parole: i giovani non volevano andarsene, si sentivano in diritto di lapidare la peccatrice perché loro si reputavano giusti, senza macchia. Ecco che cosa succede quando i giovani idealisti fanno rumore per «fare giustizia» e cambiare il mondo: si comincia con i lazzi e si finisce con le pietre. Gesù Cristo si aspetta ben altro dai giovani che il «fare casino» o una strizzatina d'occhio alle loro debolezze. Luca Pignataro <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/muti-contro-le-schitarrate-in-chiesa-2594288437.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-sito-dei-monaci-aiutera-a-battere-il-caos" data-post-id="2594288437" data-published-at="1782029708" data-use-pagination="False"> «Il sito dei monaci aiuterà a battere il caos» Padre Massimo Lapponi è l'ideatore di un sito internet che farà parlare di sé. Oltre ad essere un monaco dell'abbazia di Farfa, tra le più antiche abbazie della cristianità, ancora viva e vegeta, a pochi km da Roma. Teologo e autore prolifico (il suo San Benedetto e la vita familiare ha conosciuto traduzioni in molte lingue), padre Massimo è soprattutto un monaco che in pieno XXI secolo non rinnega l'affascinante tradizione monastica d'Occidente, iniziata da Benedetto da Norcia, 15 secoli fa. Per far riscoprire i valori forti del monachesimo ha appena dato vita ad una pagina web dedicata al Rinnovamento teologico benedettino. Padre, che cosa l'ha spinta alla vita monastica e che ricordi ha dei suoi primi anni di vita religiosa? «Bisogna ritornare al clima degli anni Sessanta del Novecento. Notavo già allora il rapido deterioramento della vita familiare, anche nelle famiglie credenti e praticanti. Per questo sentii la necessità di una svolta radicale nella mia vita e avvertii presto che il Signore mi chiamava a una scelta inattesa. Anche nell'ambiente monastico trovai segni di confusione e una problematica crisi di identità, che allora sfociò in esiti drammatici, come il caso celebre dell'abate Giovanni Franzoni, sospeso a divinis da Paolo VI per le sue posizioni filomarxiste e pro divorzio. Ma, accanto a ciò, conobbi monaci paterni e indimenticabili, dai quali ho potuto ricevere la grande eredità di un'antica tradizione». Come è cambiata la vita monastica, in Occidente, negli ultimi decenni? «La crisi, che era già presente da molto tempo, si è aggravata dopo il Concilio, anche se non sarebbe giusto non riconoscere gli sforzi positivi di tanti abati e priori per un autentico rinnovamento. Sembra che recentemente si sia diffuso un clima di resa. Ma sicuramente c'è un fuoco sotto la cenere che aspetta l'occasione propizia per manifestarsi. Con il sito e le altre iniziative vorremmo far divampare quel fuoco!». Per quale ragione ha inaugurato un sito Internet tra i mille, anche cattolici, che ci sono già? «La quantità dei siti è certamente immensa, ma la qualità non sempre è soddisfacente. Proprio nel mondo benedettino si sentiva la necessità di una presenza nuova, che si facesse portavoce del valore educativo e formativo della Regola di San Benedetto. Così, ho cercato di promuovere la conoscenza della Regola su molti fronti, incominciando dalla sua originale applicazione alla vita familiare. Da questa intuizione sul valore universale della Regola (nelle famiglie, nel lavoro, nelle parrocchie, nelle associazioni) si è sviluppata l'idea di rinnovare la vita monastica e la stessa teologia, alla luce di San Benedetto». Ma la figura di San Benedetto come può essere sintetizzata? «È il santo dell'ora et labora e il patriarca dei monaci d'Occidente. La cultura dei monasteri - che va dalla conservazione della latinità e della grecità, sino all'impulso dato all'agricoltura, alle arti grafiche e alla produzione di libri, miele e birra - deve moltissimo ai benedettini, come quelli di Subiaco e Montecassino o di Cluny in Francia». Che rubriche avrà il sito web? «Il rinnovamento che promuoviamo riguarda la vita dei religiosi, la vita parrocchiale e la stessa vita familiare. San Benedetto ha portato la teologia all'altezza dell'uomo comune, dell'uomo della strada, perché non ha voluto speculazioni teoriche, ma anzitutto essere esempio, silenzioso esempio per gli altri. Con il suo messaggio ha proposto una forma spirituale alla vita quotidiana. Il sito batterà su questo punto: nessuno vive da solo nel mondo, e se la comunità o la famiglia in cui si vive non segue regole condivise, il singolo si troverà ostacolato nella sua libertà. Per questo gli apostoli non scrivevano le loro lettere ai singoli, ma alle comunità (Romani, Efesini, Colossesi). San Benedetto procede sulla stessa strada, entrando nei dettagli della vita quotidiana, per darle una forma stabile e perenne. Il caos politico sociale ed economico di oggi, per non parlare della implosione della famiglia, richiede regole certe, meglio se temprate dal fuoco della storia e della Tradizione». Cosa si propone di fare attraverso la rete e le sue restanti attività di scrittore e conferenziere? «La nostra ambizione è quella di favorire un risveglio della vita cristiana anche per resistere meglio alle difficoltà del presente, schiacciato sul consumismo, l'irrazionalismo e il vittimismo». Alcuni osservatori esperti, come i vaticanisti Aldo Maria Valli, Sandro Magister e Lorenzo Bertocchi, appaiono disincantati sul futuro del cattolicesimo, di cui la vita religiosa è un po' il cuore nascosto e pulsante. Lei che speranza sente di dare ai lettori più giovani? «Il cardinale John Henry Newman (1801-1890) osservava che la Chiesa non è soltanto quella che la contemporaneità mette davanti ai nostri occhi. Il dogma della comunione dei santi non è una teoria, ma una realtà vivente. Tutti i santi che hanno costruito l'edificio della Chiesa sono presenti e operanti accanto a noi, e la loro luce è tale da far impallidire le ombre che ci ossessionano e ci turbano. Il servo del profeta Eliseo era terrorizzato dalla vista dei soldati che perseguitavano il suo padrone, finché il profeta non gli aprì gli occhi, mostrandogli un immenso esercito di angeli che combatteva per la loro difesa (2Re 6, 15-17)». Senta padre, essendo monaco da quasi mezzo secolo, può svelarci qualche segreto della vita monastica, ovvero ciò che può renderla in qualche modo appetibile e piacevole? «Vi è il continuo contatto con il mondo affascinante del sovrannaturale e con il mistero dell'esistenza, nel freddo e illimitato cosmo. Da un punto di vista più terreno, vi è il fatto che noi scegliamo il nostro monastero come si sceglie una sposa, e vi rimaniamo per tutta la vita, costi quel che costi. Ciò permette di dedicarsi senza fretta ad un progetto a lunga scadenza, e a poco a poco di vederne ed assaporarne i frutti». Fabrizio Cannone
Il vice presidente Usa JD Vance e il segretario di Stato Marco Rubio (Ansa)
Innanzitutto, il Pentagono è irritato per quello che considera lo scarso aiuto italiano a Washington nel conflitto iraniano. Giovedì, il segretario alla Difesa americano, Pete Hegseth, ha bollato come «vergognoso» il fatto che alcuni alleati della Nato abbiano negato agli Usa l’uso delle basi militari. «Questi alleati hanno messo in pericolo i figli e le figlie dell’America, negando loro un accesso prevedibile alle basi e ai corridoi aerei che non avrebbero mai dovuto essere messi in discussione», ha tuonato. Guarda caso, questa è una delle critiche che Trump ha mosso alla Meloni nel suo post di ieri su Truth. Dal canto suo, il governo italiano, oltre a citare il rispetto dei trattati, ha sottolineato che Roma non era stata interpellata prima dell’attacco israelo-americano all’Iran. Un secondo fronte di attrito riguarda assai probabilmente il fatto che le trattative tra Roma e Starlink si siano arenate. Starlink fa capo a SpaceX che, pur essendo un’azienda privata, vanta stretti legami proprio con il Pentagono.
Insomma, la questione è più complessa di un battibecco personale tra due leader. Esistono infatti dei nodi strutturali, che vanno ben compresi anche in considerazione di una eventuale ricucitura. Non è del resto un mistero che, nell’attuale amministrazione americana, siedano due figure che godono di ottimi rapporti con la Meloni: JD Vance e Marco Rubio. Entrambi, c’è da giurarci, non si sentiranno a proprio agio in queste ore, mentre si protrae lo scontro tra il presidente statunitense e l’inquilina di Palazzo Chigi. La situazione è ancor più interessante alla luce del fatto che il vicepresidente e il segretario di Stato sono considerati papabili candidati alla nomination presidenziale repubblicana del 2028. Ne consegue che, se l’uno o l’altro dovessero vincere le prossime elezioni per la Casa Bianca, punterebbero prevedibilmente a rilanciare la sponda con la Meloni e, più in generale, con il centrodestra italiano, soprattutto se dovesse restare al governo dopo il 2027.
Vance considera il nostro esecutivo potenzialmente un alleato su più fronti: si pensi solo alla lotta all’immigrazione clandestina. Rubio, dall’altra parte, rappresenta, nell’attuale amministrazione statunitense, la figura meno ostile alla Nato. Recuperare il rapporto con la Meloni significherebbe, per lui, creare, in seno all’Alleanza atlantica, un blocco maggiormente vicino alla linea di Washington. Infine, ben ricordando la linea filocinese che fu attuata dal governo giallorosso, sia Vance che Rubio vedrebbero nel centrodestra italiano un possibile alleato contro Pechino.
Ma non è tutto. Al di là dell’amministrazione americana, anche un influente think tank conservatore, come la Heritage Foundation, potrebbe tifare per una ricucitura tra Washington e Roma. Da anni, questo importante pensatoio sta lavorando per creare un network politico conservatore che rafforzi le relazioni transatlantiche. Non solo ha sempre mostrato apprezzamento per la Meloni ma, in passato, ha anche puntato molto su Viktor Orbán. La recente sconfitta elettorale dell’ex premier ungherese potrebbe quindi spingere a maggior ragione la Heritage a lavorare per una ricomposizione dei rapporti tra Palazzo Chigi e la Casa Bianca. Del resto, anche questo think tank sa bene che l’alternativa al centrodestra, in Italia, è un «campo largo» che, se dovesse arrivare al governo, aprirebbe le porte alla Cina, promuovendo una linea ben differente dalla Meloni che, nel 2023, uscì dalla Nuova via della seta. «Il presidente Trump e la premier Meloni dovrebbero fare pace. Ma spetta al presidente Trump avviare questo dialogo. La premier Meloni ha giustamente osservato che questa amministrazione ha spesso fallito nella gestione delle alleanze. E questo è un problema pericoloso, viste le minacce di Cina, Russia e Iran al mondo libero», ha dichiarato alla Verità Mary Kissel, senior fellow presso l’Hudson Institute ed ex consigliera di Mike Pompeo.
Insomma, i fautori di una ricucitura a Washington ci sono. E probabilmente faranno leva sugli interessi comuni tra i due litiganti per tentare di riavvicinarli. Trump, rompendo con l’inquilina di Palazzo Chigi, si priva di una sponda fondamentale in seno all’Ue sia per arginare le manovre antiamericane della Francia sia, soprattutto, per ostacolare l’avvicinamento - sponsorizzato tanto da Parigi quanto da Madrid - di Bruxelles nei confronti di Pechino. Senza contare che, per esigere l’uso delle basi, il presidente statunitense avrebbe dovuto interpellare gli alleati prima dell’attacco militare alla Repubblica islamica. Il governo italiano, dal canto suo, non può ignorare come la propria forza internazionale, in questi quattro anni, sia stata in gran parte dovuta agli stretti legami che la Meloni ha intelligentemente tessuto con gli Usa: prima con Joe Biden e poi con Trump. È vero: le relazioni speciali non devono essere di sudditanza ma paritetiche. Tuttavia, proprio perché sono potenzialmente ad alto rendimento, implicano anche l’assunzione di rischi. E questo vale soprattutto oggi, in un contesto geopolitico che si fa sempre più pericoloso. Se si eccede nell’avversione al rischio, il pericolo è quello di compromettere una rete diplomatica tessuta con pazienza e lungimiranza, facendo la felicità di chi ti ha sempre remato contro. Ed è quindi proprio da questo tema che potrebbe passare un’eventuale ricucitura tra Palazzo Chigi e la Casa Bianca.
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Guido George Lombardi, consigliere di Trump (Getty Images)
Lombardi ha poco tempo, ma ci tiene a chiarire una questione, fondamentale per provare a comprendere l’attacco senza precedenti del presidente americano: «C’è stato un momento decisivo nel cambiamento di Trump: il suo rientro dalla Cina». Un vero e proprio punto di non ritorno: «Ha cambiato attitudine per quanto riguarda l’Iran. Probabilmente c’è stato un momento di stress molto forte, che sta durando ancora». Possibile, certo. Ma, gli chiediamo, dovuto a cosa? «Lo conosco da tanto tempo e posso dire che forse Donald è stressato per il troppo lavoro, oppure per i troppi viaggi senza dormire. Non lo so con precisione, però si vede che è stressato». Non è solamente una questione fisica o di stanchezza. «Certamente», prosegue Lombardi, «un po’ di questo stress è dovuto alla difficoltà nei negoziati con Teheran, un altro po’ alle resistenze che Trump ha dovuto accettare nel corso della fase iniziale della guerra all’Iran, come per esempio la mancanza di appoggio dei Paesi europei e la chiusura delle basi, che sono della Nato, e quindi non sono veramente a disposizione dei governi». L’indipendenza della Meloni in politica estera e, in particolare, la decisione di non voler concedere le basi agli americani avrebbero quindi deluso Trump. O meglio: lo avrebbe fatto sentire tradito: «E purtroppo andrà avanti per un po’, anche se dovremmo riuscire a risolvere anche questa situazione», conclude Lombardi.
Non sarà facile, però. Del resto, lo stesso manager italoamericano non sa che dire («mi dispiace moltissimo, perché neanche io, che ho sempre cercato di difendere Donald, oggi proprio non trovo le parole»). Ma poi le trova e pensa che il presidente americano abbia commesso degli errori. Come, per esempio, «parlare direttamente con un giornalista, invece di affidarsi al suo ufficio stampa, o ancora meglio al ministro degli Esteri, Marco Rubio». A tal proposito, con un certo orgoglio, ci manda una sua foto insieme al segretario di Stato: «È di 16 anni fa», chiosa l’imprenditore, mentre ci manda altri scatti insieme a Santiago Abascal, Javier Milei e il presidente della commissione Esteri del Congresso americano, Brian Mast, che sta andando a incontrare.
Già il giorno in cui erano state diffuse le parole del tycoon, Lombardi aveva pubblicato una nota in cui diceva: «Posso capire i commenti di Trump riguardo l’eccessiva immigrazione clandestina nei Paesi europei, ma c’era di peggio sotto Obama e Biden. Io, invece, rimango sempre coerente con i nostri valori conservatori, condivisi con la nostra coalizione di governo. Quante volte, in passato, sono stato con Umberto Bossi o con il grande Silvio Berlusconi ad Arcore o a Gemonio. Sono fedele alle nostre tradizioni di libertà e rispetto per il prossimo e per le istituzioni». E poi quella che sembra una chiara presa di posizione: «Resto un sincero, e sopratutto un leale, ammiratore della nostra eccezionale presidente del Consiglio, Giorgia Meloni».
L’aereo è ormai in volo. Lombardi ci manda un audio, con il vociare dei passeggeri in sottofondo. E aggiunge una promessa: «Continuiamo tra due giorni. Ma per l’Italia il futuro resta roseo». Non è certo facile immaginarlo oggi, almeno per quanto riguarda i rapporti tra il nostro Paese e gli Stati Uniti. Ma, precisa il businessman prima di congedarsi, «le imprese americane e quelle del Golfo sono entusiaste del lavoro italiano e di quello del governo Meloni». È arrivato il momento di di salutarsi. Un’ultima frase: «Ci saranno tante sorprese». Un saluto in perfetto stile trumpiano, che appare come il trailer di un film che sta per arrivare sul grande schermo della politica. Anche se per Lombardi il peggio è passato. E spera che i rapporti tra Italia e Stati Uniti tornino alla normalità. Chissà. Tutto dipende dal suo dirimpettaio.
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Volodymyr Zelensky (Ansa)
Alla base della decisione vi è la scelta di Zelensky di intitolare un’unità delle forze speciali agli «eroi dell’Upa», ossia l’Esercito insurrezionale ucraino che durante la Seconda guerra mondiale combatté per l’indipendenza del Paese ma che, in Polonia, è ricordato soprattutto per i massacri di decine di migliaia di civili polacchi in Volinia e Galizia orientale tra il 1943 e il 1945.
Storico di formazione, da anni impegnato nella valorizzazione della memoria delle vittime polacche del nazionalsocialismo e del comunismo, Nawrocki ci ha tenuto a precisare che la sua decisione non rappresenta un cambiamento della linea strategica polacca sulla guerra russo-ucraina, ma ha sostenuto che «i polacchi non devono tradire con il silenzio i sacrifici dei loro antenati». Il capo dello Stato ha inoltre affermato che «intitolare una delle unità militari ucraine ai criminali dell’Upa ha un significato che va ben oltre gli affari interni dell’Ucraina».
La replica di Kiev non si è fatta attendere. Zelensky ha ricordato che «l’Ucraina è grata al popolo polacco per il sostegno e la cooperazione» ricevuti dall’inizio dell’invasione russa, ma ha annunciato la restituzione dell’onorificenza, che comunque non considerava come un titolo personale: «Credevamo che l’Ordine dell’aquila bianca, assegnato nel 2023, fosse destinato al popolo ucraino e al nostro esercito, o così almeno ci era stato detto». La polemica è stata ulteriormente alimentata da alcuni alti funzionari ucraini, tra cui il ministro degli Esteri, Andrij Sybiha, il capo dell’intelligence militare, Kyrylo Budanov, e l’ambasciatore a Varsavia, Vasyl Bodnar, che hanno deciso di rinunciare a loro volta alle decorazioni ricevute dalla Polonia. Budanov, in particolare, ha definito la scelta di Nawrocki «un regalo all’aggressore moscovita» e ha ricordato polemicamente che l’onorificenza non era stata revocata neanche a Benito Mussolini.
Proprio la storia dell’Ordine dell’aquila bianca, in effetti, costituisce uno degli aspetti più curiosi della vicenda. Istituita nel 1705, la decorazione è stata assegnata nel corso dei secoli a personalità eminenti come papa Giovanni Paolo II, al leader di Solidarnosc, Lech Walesa, e all’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder, noto per i suoi stretti rapporti con Vladimir Putin. Ma anche, appunto, allo stesso Mussolini. Come precisa Politico, la revoca decisa da Nawrocki rappresenta un caso senza precedenti, poiché l’onorificenza non era mai stata ritirata in modo permanente a nessun destinatario. Non a caso, Zelensky ha osservato che, se si ritiene che «tale riconoscimento possa continuare a essere associato a figure come Caterina II, Mussolini e Schröder, allora noi ucraini non abbiamo nulla da eccepire».
A cercare di contenere l’escalation è stato il premier polacco Donald Tusk, avversario politico di Nawrocki, che nelle scorse settimane aveva invitato le parti a evitare uno scontro pubblico. Come osserva sempre Politico, tuttavia, la disputa sull’Upa si inserisce in un quadro più ampio di progressivo raffreddamento dei rapporti tra Varsavia e Kiev. Oltre alle controversie storiche, infatti, pesano le tensioni legate ai rifugiati ucraini, alle proteste degli agricoltori polacchi contro le importazioni agricole provenienti dall’Ucraina e alle discussioni sulle conseguenze di una futura adesione di Kiev all’Unione europea.
La crisi diplomatica, peraltro, arriva mentre sul terreno continuano i combattimenti e i tentativi di rilanciare i negoziati faticano a produrre risultati concreti. Nella notte tra venerdì e sabato la Russia ha lanciato un nuovo attacco contro Kharkiv, la seconda città dell’Ucraina. Secondo le autorità locali, le bombe hanno colpito il quartiere di Kholodnohirsky provocando almeno cinque vittime civili, tra cui un bambino, e alcune persone potrebbero trovarsi ancora sotto le macerie.
Malgrado tutto, però, Donald Trump ha ribadito il proprio ottimismo sulla possibilità di porre fine al conflitto. Prima di partire per Camp David, il presidente americano ha dichiarato di aver «risolto otto guerre» e di ritenere che anche quella tra Russia e Ucraina possa essere risolta. In un’intervista ad Axios, Trump è inoltre tornato a criticare l’espulsione della Russia dal G8, sostenendo che si sia trattato di «un errore» e che, se Mosca fosse rimasta nel gruppo, «probabilmente non ci sarebbe stata la guerra tra Russia e Ucraina».
Eppure, nonostante l’ottimismo professato da Trump, proseguono senza sosta anche gli attacchi reciproci lontano dalla linea del fronte. Il sindaco di Mosca, Sergej Sobjanin, ha per esempio annunciato che la difesa aerea russa ha abbattuto due droni diretti verso la capitale. Tanto che il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, Dmitrij Medvedev, ha dichiarato che ormai «non esistono più regole» nei confronti del «regime neonazista di Kiev». I negoziati, insomma, appaiono ancora lontani.
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