- Il presidente ungherese telefona a Vladimir Putin, chiedendo il silenzio delle armi e rilanciando i colloqui di pace. Il leader Usa: «Il conflitto durerà a lungo». Kiev invita i suoi cittadini a lasciare subito le zone orientali.
- Mentre dall’Ucraina giungono per lo più donne e bambine, in fuga dalla guerra vera, a Lampedusa non cessa il flusso di migranti economici, quasi sempre maschi adulti.
Lo speciale contiene due articoli.
Si era proposto come «uomo della pace» durante la campagna elettorale, facendo leva sui timori legati alla guerra in Ucraina. Ora il premier ungherese Viktor Orbán, fresco di vittoria elettorale, cerca di proporsi all’opinione pubblica interna come un leader capace di mantenere la parola e, al contempo, manda segnali all’Unione europea, con la quale i rapporti sono tesi da tempo.
In una telefonata con il presidente russo Vladimir Putin, Orbán ha chiesto «il cessate il fuoco immediato» in Ucraina e si è autoaccreditato come organizzatore di colloqui di pace – ai quali ha invitato Putin nella stessa telefonata – nel suo Paese. Al tavolo il presidente ungherese, al suo quarto mandato e al terzo di fila, chiede anche la partecipazione del presidente francese Emmanuel Macron e del cancelliere tedesco Olaf Scholz. La risposta del presidente russo è stata «positiva», ha detto Orbán. I rapporti tra l’Ungheria e la Russia si stringono dunque sempre più, ma del resto i segnali erano già evidenti ed erano stati confermati dalle congratulazioni inviate da Putin a Orbán per l’affermazione del suo partito alle elezioni parlamentari. In seguito all’annuncio della vittoria, il presidente rieletto aveva colto l’occasione per inviare un messaggio alla Ue, con la quale i rapporti sono scricchiolanti da tempo. Dopo il successo elettorale aveva commentato: «Dalle urne, esce un chiaro segnale a Bruxelles. Abbiamo vinto anche a livello internazionale contro il globalismo. Contro Soros. Contro i media mainstream europei. E anche contro il presidente ucraino Volodymyr Zelensky». Inoltre, Orbán ha sempre evitato di porsi in contrapposizione rispetto alla Russia: in seguito allo scoppio della guerra in Ucraina, infatti, ha emanato un decreto con il quale ha vietato il trasferimento di armi a Kiev attraverso il territorio ungherese. Budapest si è anche impegnata a non fornire alcun genere di aiuto all’Ucraina, pur asserendo di «condannare la guerra». Il Paese guidato da Viktor Orbán, c’è da dire, è strettamente legato alla Federazione Russa da contratti e collaborazioni come il progetto della centrale nucleare Paks II, la produzione del vaccino russo Sputnik V in Ungheria o, ancora, gli accordi incentrati sulle forniture di gas a prezzi estremamente contenuti. In Europa, quindi, alla luce della rielezione di Orbán, l’Ungheria si riconferma come un Paese tra i più vicini a Mosca.
Segnali opposti arrivano invece dagli Usa: «Questa guerra durerà a lungo ma gli Stati Uniti rimarranno al fianco dell’Ucraina», ha affermato ieri il presidente americano Joe Biden. Quanto all’Italia, un gran polverone l’ha sollevato l’annuncio del ministro Luigi Di Maio sull’espulsione di «trenta diplomatici russi per motivi di sicurezza nazionale». Mosca ha già annunciato, attraverso la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, che non lascerà senza risposta la decisione di Roma.
Intanto la situazione sul fronte Est dell’Ucraina diventa sempre più allarmante, vista la decisione di Putin di «concentrarsi» sul Donbass e sulle aree di collegamento alla Crimea. I governatori delle regioni ucraine di Kharkiv, Luhansk e Donetsk chiedono infatti alla popolazione di lasciare immediatamente la zona a causa dell’aggravarsi della situazione. Anche la vicepremier Iryna Vereshchuk ha invitato i residenti di queste regioni a evacuare finché è possibile, avvertendo che ulteriori bombardamenti russi potrebbero tagliare i corridoi di evacuazione. La vicepremier ha esortato i cittadini a non aspettare che i combattimenti arrivino in città, per non cadere vittime delle atrocità dell’esercito russo. Purtroppo, i precedenti parlano fin troppo chiaramente di quali e quante conseguenze ha vissuto chi ha atteso troppo per allontanarsi dai luoghi del conflitto, confidando di non dover lasciare la propria casa e i propri affetti. Il capo dell’amministrazione militare regionale di Lugansk, Serhiy Gaidai, prevede tra l’altro che le forze russe sferreranno molto presto un’offensiva e che dunque i tempi per mettersi in salvo siano assai ridotti. «Registriamo il rafforzamento costante di soldati e equipaggiamenti. Penso che abbiano in programma di completare presto i rinforzi e tra tre o quattro giorni cercheranno di condurre un’offensiva». Proprio in previsione della recrudescenza dell’aggressione russa il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, aprendo il consiglio atlantico dei ministri degli Esteri, non ha usato mezzi termini sulla questione armi. «L’Ucraina ha bisogno urgente di sostegno militare, sia armi pesanti che armi leggere. Ecco perché è necessario che gli alleati concordino su che aiuto fornire», ha detto durante la riunione tenutasi a Bruxelles, allargata ad alcuni Paesi alleati dell’Asia-Pacifico (Australia, Nuova Zelanda, Giappone e Corea del Sud). «Dobbiamo essere pronti a un lungo confronto con la Russia, per questo dobbiamo mantenere le sanzioni e rafforzare la nostra difesa», le parole di Stoltenberg.
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