Secondo un sondaggio condotto dall’Istituto Publicus per Népszava tra il 7 e il 9 aprile e su un campione di 1.004 persone, otto ungheresi su dieci hanno sentito dire che, in base alle informazioni rese pubbliche poche settimane fa dall’investigatore di polizia Bence Szabó, l’Ufficio per la protezione della Costituzione avrebbe tentato di distruggere il partito Tisza del candidato Péter Magyar utilizzando mezzi dei servizi segreti.
Si tratterebbe di un gruppo composto da ex funzionari della sicurezza nazionale, poliziotti, esperti informatici, finanziato con fondi pubblici e incarichi dei servizi segreti, specializzato in diffamazioni politiche, attivo contro i partiti di opposizione attraverso una società di cybersicurezza aperta nel 2021. Malgrado la campagna denigratoria governativa, nonostante i soldi, le pratiche clientelari, i pacchi doni distribuiti dallo Stato a rom ed emarginati per «fare il voto giusto», come denunciato da più parti, alla vigilia delle elezioni l’ex alleato del premier uscente nelle proiezioni risulta sempre in netto vantaggio su Viktor Orbán di Fidesz, in carica da 16 anni .
La capacità di Péter Magyar e del suo staff di rispondere efficacemente alle campagne diffamatorie è stata sottolineata anche dall’analista politico Zoltán Somogyi secondo il quale «sarebbe sorprendente se Fidesz vincesse le elezioni». Sottolineando la posta in gioco internazionale delle elezioni ungheresi e «la lotta tra i servizi segreti occidentali e russi», l’esperto ha però aggiunto di ritenere che Magyar abbia perso un’occasione non criticando il rapporto tra Orbán e Trump e non approfondendo le questioni di politica estera.
Ieri, un assist a Orbán è arrivato da Volodymyr Zelensky che in un contesto di forte tensione con l’Ungheria a causa delle interruzioni nelle forniture di petrolio russo, ha dichiarato che entro la primavera sarà completato il ripristino dell’oleodotto Druzhba, danneggiato a fine di gennaio. Venerdì mattina, erano già stati espressi oltre 231.000 voti per corrispondenza, soprattutto da ungheresi residenti in Romania, Serbia, Germania.
E a proposito della nazione balcanica, la Commissione europea sta valutando la possibilità di interrompere fino a 1,5 miliardi di euro in fondi e sovvenzioni. Il blocco sarebbe dovuto alle riforme giudiziarie promosse dal presidente serbo Aleksandar Vučić, che rappresentano un «grave passo indietro» secondo la commissaria europea per l’allargamento, Marta Kos, e alla continua cooperazione della Serbia con Mosca in una «narrativa anti Ue» della politica di Belgrado.
L’interferenza di Bruxelles produce così l’effetto di allentare il processo di adesione del Paese alla Ue.
Tornando alle ultime battute della campagna elettorale in Ungheria, ieri era diventato virale un video del regista Gábor Herendi sui social. Invitava: «Andate a votare, perché conta davvero chi siede sulla sedia del regista. Non c’è bisogno di comprare un biglietto, basta cogliere l’occasione. Cambiamo il sistema! Ora o mai più!», mentre si vede la didascalia della frase finale «o mai più» barrata in rosso, come sullo sfondo degli striscioni del partito Tisza.
Tra video e fumetti creati con l’intelligenza artificiale per screditare il «traditore» Magyar, l’avvocato ex funzionario dell’apparato Fidesz ed ex marito di Judit Varga (già ministro della Giustizia), con Trump che ribadisce l’appoggio a Orbán, la realtà ungherese è che domani gli elettori si recheranno alle urne scegliendo essenzialmente tra due candidati entrambi di destra.







