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2025-08-21
L’Europa conta di più quando ce n’è di meno
Ursula von der Leyen (Getty)
Compiacersi è inutile: l’Europa non conta e l’Europa unita non esiste. Il summit di Washington ne è stato la prova: se l’Europa vale qualcosa, è perché valgono qualcosa le nazioni, con il loro peso specifico, la loro potenza relativa e persino i loro interessi divergenti. A cominciare dalle nazioni che, come il Regno Unito, non fanno più parte dell’Ue. Bruxelles, invece, non rappresenta davvero nessuno e non esprime posizioni politiche: Ursula von der Leyen è andata alla Casa Bianca a discutere di bambini ucraini rapiti. Argomento importantissimo, certo. Ma a Donald Trump è toccato ricordarle un dettaglio: «Siamo qui per un motivo diverso». Ieri, una portavoce dell’esecutivo comunitario si è ridotta a smentire le notizie per cui la tedesca «avrebbe lasciato temporaneamente la sala durante gli incontri» con Trump e Volodymyr Zelensky.
Eppure, sulla stampa, scorre la melassa sull’Europa che, «per quanto debole e fino a ieri incerta, sta riuscendo a porre sul tavolo la questione delle garanzie da offrire a Kiev» (Stefano Folli su Repubblica di ieri). L’Europa salva dignità e sovranità degli ucraini, riportando il ferino presidente americano alla ragione? Be’, capiamo di quale Europa si parla: non di quella che ha sede a Palazzo Berlaymont. Quella è rimasta irrilevante. Canta in un coro stonato, in cui Von der Leyen e Antonio Costa, presidente del Consiglio Ue, suonano la melodia italiana delle clausole di assistenza per l’Ucraina, mentre l’Alto rappresentante, Kaja Kallas, tuttora blatera di sanzioni alla Russia. In ballo, semmai, c’è l’Europa di Italia, Francia, Germania, Uk, capaci di mettere in piedi una proposta comune ma pure di dividersi sul futuro dell’Est: articolo 5 o truppe al fronte? Oppure entrambe le cose? Se articolo 5, in quanto Nato o in quanto singoli Paesi? E se truppe al fronte, come? Non più uniti, si capisce: Parigi e Londra spedirebbero migliaia di uomini; gli altri 10 Stati disposti a partecipare alla missione, forse nemmeno tutti europei (ci sarebbe il Giappone), contribuirebbero in misura minore; Roma, Varsavia e forse Berlino resterebbero fuori. E dove si metterebbero gli stivali sul terreno? Ieri, il capo di Stato maggiore della Difesa britannica, Tony Radakin, ha precisato che gli inglesi presidierebbero cieli e mari ucraini, ma non in prima linea.
L’Europa - quella delle nazioni «volenterose» - ha trovato una strada recuperando l’abituale lealtà atlantica. L’opposto di quanto si proponevano di fare, in chiave anti Trump, Emmanuel Macron e compagnia. Se poi fosse vero quanto ha scritto Politico, cioè che i leader europei hanno soltanto blandito il tycoon, convinti che Vladimir Putin farà saltare il tavolo, non ci sarebbe alcunché da celebrare: sarebbe la conferma che, non avendo esso mai elaborato una piattaforma diplomatica e avendo rincorso i diktat di Joe Biden, l’unico piano del Vecchio continente è continuare la guerra fino all’ultimo ucraino.
Se gli squilli di tromba stridono, risultano un po’ indigeste le analisi sui limiti che ora l’Europa dovrebbe trovare la forza di superare. Danilo Taino, sul Corriere della Sera, ieri spronava l’Ue ad accantonare «formalismo» e «legalismo» per «tornare a fare politica». Organizzando contingenti da inviare nel Donbass, utilizzando subito gli asset russi congelati alla faccia delle innumerevoli incognite giuridiche (e dello Stato di diritto che ci fregiamo di incarnare…), accelerando l’integrazione dell’Ucraina. Peccato che una mentalità così flessibile fosse un tabù ai tempi delle purghe a base di austerità. Guarda caso, dov’è che i saggi editorialisti vanno a parare? Ai metodi per neutralizzare i veti di Viktor Orbán e per spostare il baricentro delle decisioni dal Consiglio (ossia, dagli Stati membri) alla Commissione (ossia, a un organo nemmeno eletto direttamente dai cittadini). Così, «fare politica» si rivela per ciò che gli euroentusiasti redivivi intendono davvero: occupare gli ultimi spazi in cui l’Europa non è ancora - per usare un’antica e felicissima espressione di Mario Monti - «al riparo dal processo elettorale». E pensare che, per convincere il puzzone magiaro a non frapporsi fra Kiev e Bruxelles, è bastata una telefonata di Trump…
L’angoscia di chi non s’avvede che a Washington c’è stato un sussulto dell’Europa delle nazioni, ma un rantolo agonico dell’Unione europea, è il fastidio di dover rendere conto a un’opinione pubblica riottosa. «Occorrerà molta azione pedagogica» - notava, sempre sul quotidiano di via Solferino, Angelo Panebianco - per convincere italiani e tedeschi a rinunciare al pacifismo, abituandoli alla necessità, chiara a britannici e transalpini, di «mandare i propri militari laddove la sicurezza è più minacciata». Anche in materia di bellicismo, l’Europa unita invece corre a due velocità. È lo stesso concetto che ha espresso sulla Stampa, pur senza indulgere ad altrettanto paternalismo, Guntram Wolff di Bruegel, il think tank di Monti e Jean Claude Trichet: «I leader», ha pontificato, «devono spiegare che investire in sicurezza oggi significa evitare conflitti devastanti domani». Come il lockdown e gli abbracci?
Sarebbe disonesto negare che il progressivo disimpegno americano sarà un’occasione per responsabilizzarci. Sarebbe miope non approfittarne per sgombrare il campo dalle rigidità dell’architettura istituzionale europea. Ma sarebbe sciocco fingere che politica internazionale e riarmo possano non essere un affare nazionale. Proprio quando i 100 miliardi da sborsare per gli equipaggiamenti Usa, destinati alla resistenza, minacciano di impoverire il fondo cassa della Von der Leyen.
L’Europa può avere voce in capitolo? Sì, se lavora sulle convergenze, magari meramente tattiche, tra i Paesi. Ecco: l’Europa funziona quando ce n’è di meno.
Sulla via della pace spunta la Turchia. Trump a Orbán: «Via i veti su Kiev»
Donald Trump continua a muoversi per tentare di risolvere la crisi ucraina. La Turchia, però, vuole essere della partita. Ieri, Recep Tayyip Erdogan e Vladimir Putin hanno avuto un colloquio telefonico. Secondo una nota del Cremlino, lo zar ha informato il sultano degli esiti del vertice di Anchorage. «I due leader hanno anche discusso degli ultimi sviluppi sull’Ucraina, con Vladimir Putin che ha espresso l’apprezzamento della Russia per gli sforzi compiuti dalla Turchia volti a facilitare i colloqui tra i rappresentanti russi e ucraini a Istanbul», si legge inoltre nel comunicato. Erdogan, dal canto suo, ha auspicato che si possa arrivare alla pace con l’ausilio di «tutte le parti». L’altro ieri, il ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan, aveva avuto una telefonata con il segretario di Stato americano, Marco Rubio. Secondo Washington, i due avevano discusso dei «negoziati di pace tra Russia e Ucraina», per poi «concordare sulla necessità di porre fine alla guerra e alle uccisioni». Rubio e Fidan avevano anche parlato di nucleare iraniano e del recente accordo, mediato dagli Stati Uniti, tra Armenia e Azerbaigian.
Insomma, il governo di Ankara punta a giocare un ruolo chiave nella diplomazia ucraina. Non a caso, quest’anno Istanbul ha ospitato tre tornate di colloqui tra Kiev e Mosca. Fu d’altronde sempre la Turchia che, nel luglio 2022, mediò con successo l’accordo sul grano tra Russia e Ucraina, poi scaduto un anno dopo. Non è un mistero che Ankara, oltre a far parte della Nato, intrattenga solidi rapporti tanto con Kiev quanto con Mosca. Senza poi trascurare che, al netto dei significativi legami con la Russia, il sultano non ha esitato a muoversi spregiudicatamente, irritando il Cremlino. L’anno scorso, ha appoggiato l’ascesa di Mohammed al-Jolani a Damasco, infliggendo un duro colpo all’influenza russa sulla Siria. Poche settimane fa, ha anche dato il suo sostegno all’accordo, mediato da Washington, tra Armenia e Azerbaigian, creando così dei problemi a Mosca nel Sud del Caucaso. Dall’altra parte, Erdogan ha bisogno di Putin sul fronte energetico. E, almeno finora, ha avuto necessità di «collaborare» con lui per evitare una nuova guerra civile in Libia.
Tornando al processo diplomatico ucraino, non è da escludersi che il Sultano speri che il summit tra lo zar e Zelensky possa alla fine tenersi proprio in Turchia. A luglio, Erdogan aveva avanzato una proposta in tal senso.
Continua intanto a tenere banco la questione delle garanzie di sicurezza per Kiev, dopo che Trump, pur escludendo l’invio di truppe americane sul territorio ucraino, ha aperto alla possibilità di una copertura aerea da parte di Washington. L’inviato americano per l’Ucraina, Keith Kellogg, ha dichiarato ieri che le garanzie dovrebbero essere elaborate prima di mettere sul tavolo il dossier delle cessioni territoriali. È sempre in questo quadro che, secondo Bloomberg, il presidente americano avrebbe chiesto al premier ungherese, Viktor Orbán, di ritirare il suo veto sull’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Del resto, proprio le garanzie di sicurezza sono state al centro di un vertice online che, ieri, hanno tenuto i vertici militari della Nato: vertice da cui, secondo un funzionario, sarebbe arrivato un «sostegno» alla coalizione dei volenterosi.
Sul tema delle garanzie è intervenuta anche Mosca. «Non possiamo accettare che ora si proponga di risolvere le questioni di sicurezza, di sicurezza collettiva, senza la Russia. Non funzionerà. Abbiamo ripetutamente spiegato che la Russia non esagera i propri interessi, ma proteggeremo con fermezza e decisione i nostri legittimi interessi», ha detto ieri il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, che ha anche accusato l’Ue di condurre «goffi» tentativi volti a «cambiare la posizione dell’amministrazione Trump». Il ministro ha aggiunto di apprezzare le garanzie di sicurezza che erano state discusse durante i colloqui, poi falliti, del 2022: esse prevedevano che tra i garanti ci fossero anche i membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu (tra cui la Cina). L’ex presidente russo, Dmitry Medvedev, ha inoltre sottolineato che Mosca non accetterà truppe della Nato nelle operazioni di peacekeeping. «La mappa mostrata da Trump nello Studio ovale è stata uno schiaffo così forte che dovrebbe aver fatto rinsavire tutti», ha affermato, dal canto suo, la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, riferendosi alla cartina con i territori occupati presente alla Casa Bianca. Dall’altra parte, il Kyiv Independent ha riferito che su questi territori Mosca starebbe realizzando delle basi militari con l’intento di condurre «future aggressioni».
Nel frattempo, ieri è salita la tensione tra Varsavia e Mosca. Il governo polacco ha dichiarato che un drone russo è esploso sul proprio territorio. Ha quindi bollato la circostanza come una «provocazione», annunciando di voler inviare una nota di protesta a Mosca. «Abbiamo una prova visibile che lo spazio aereo polacco è minacciato da questa guerra: qualcosa potrebbe accadere, qualcosa potrebbe esplodere, non è sicuro, le persone potrebbero morire e la sicurezza di uno Stato alleato della Nato è a rischio», ha affermato Varsavia.
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La stampa loda l’unità ritrovata a sostegno di Volodymyr Zelensky, ignorando che alla Casa Bianca hanno sfilato leader nazionali (incluso Keir Starmer, extra Ue), mentre Bruxelles è stata ininfluente. Ma è già ripartito il coro per ridurre la democrazia a favore dei tecnocrati.Vladimir Putin chiama Recep Tayyip Erdogan, Istanbul pronta a ospitare il summit con Zelensky. Sergej Lavrov: «Niente garanzie per l’Ucraina decise senza di noi». Gli Usa: «Vanno discusse prima che si parli di cessione di territori».Lo speciale contiene due articoliCompiacersi è inutile: l’Europa non conta e l’Europa unita non esiste. Il summit di Washington ne è stato la prova: se l’Europa vale qualcosa, è perché valgono qualcosa le nazioni, con il loro peso specifico, la loro potenza relativa e persino i loro interessi divergenti. A cominciare dalle nazioni che, come il Regno Unito, non fanno più parte dell’Ue. Bruxelles, invece, non rappresenta davvero nessuno e non esprime posizioni politiche: Ursula von der Leyen è andata alla Casa Bianca a discutere di bambini ucraini rapiti. Argomento importantissimo, certo. Ma a Donald Trump è toccato ricordarle un dettaglio: «Siamo qui per un motivo diverso». Ieri, una portavoce dell’esecutivo comunitario si è ridotta a smentire le notizie per cui la tedesca «avrebbe lasciato temporaneamente la sala durante gli incontri» con Trump e Volodymyr Zelensky. Eppure, sulla stampa, scorre la melassa sull’Europa che, «per quanto debole e fino a ieri incerta, sta riuscendo a porre sul tavolo la questione delle garanzie da offrire a Kiev» (Stefano Folli su Repubblica di ieri). L’Europa salva dignità e sovranità degli ucraini, riportando il ferino presidente americano alla ragione? Be’, capiamo di quale Europa si parla: non di quella che ha sede a Palazzo Berlaymont. Quella è rimasta irrilevante. Canta in un coro stonato, in cui Von der Leyen e Antonio Costa, presidente del Consiglio Ue, suonano la melodia italiana delle clausole di assistenza per l’Ucraina, mentre l’Alto rappresentante, Kaja Kallas, tuttora blatera di sanzioni alla Russia. In ballo, semmai, c’è l’Europa di Italia, Francia, Germania, Uk, capaci di mettere in piedi una proposta comune ma pure di dividersi sul futuro dell’Est: articolo 5 o truppe al fronte? Oppure entrambe le cose? Se articolo 5, in quanto Nato o in quanto singoli Paesi? E se truppe al fronte, come? Non più uniti, si capisce: Parigi e Londra spedirebbero migliaia di uomini; gli altri 10 Stati disposti a partecipare alla missione, forse nemmeno tutti europei (ci sarebbe il Giappone), contribuirebbero in misura minore; Roma, Varsavia e forse Berlino resterebbero fuori. E dove si metterebbero gli stivali sul terreno? Ieri, il capo di Stato maggiore della Difesa britannica, Tony Radakin, ha precisato che gli inglesi presidierebbero cieli e mari ucraini, ma non in prima linea.L’Europa - quella delle nazioni «volenterose» - ha trovato una strada recuperando l’abituale lealtà atlantica. L’opposto di quanto si proponevano di fare, in chiave anti Trump, Emmanuel Macron e compagnia. Se poi fosse vero quanto ha scritto Politico, cioè che i leader europei hanno soltanto blandito il tycoon, convinti che Vladimir Putin farà saltare il tavolo, non ci sarebbe alcunché da celebrare: sarebbe la conferma che, non avendo esso mai elaborato una piattaforma diplomatica e avendo rincorso i diktat di Joe Biden, l’unico piano del Vecchio continente è continuare la guerra fino all’ultimo ucraino. Se gli squilli di tromba stridono, risultano un po’ indigeste le analisi sui limiti che ora l’Europa dovrebbe trovare la forza di superare. Danilo Taino, sul Corriere della Sera, ieri spronava l’Ue ad accantonare «formalismo» e «legalismo» per «tornare a fare politica». Organizzando contingenti da inviare nel Donbass, utilizzando subito gli asset russi congelati alla faccia delle innumerevoli incognite giuridiche (e dello Stato di diritto che ci fregiamo di incarnare…), accelerando l’integrazione dell’Ucraina. Peccato che una mentalità così flessibile fosse un tabù ai tempi delle purghe a base di austerità. Guarda caso, dov’è che i saggi editorialisti vanno a parare? Ai metodi per neutralizzare i veti di Viktor Orbán e per spostare il baricentro delle decisioni dal Consiglio (ossia, dagli Stati membri) alla Commissione (ossia, a un organo nemmeno eletto direttamente dai cittadini). Così, «fare politica» si rivela per ciò che gli euroentusiasti redivivi intendono davvero: occupare gli ultimi spazi in cui l’Europa non è ancora - per usare un’antica e felicissima espressione di Mario Monti - «al riparo dal processo elettorale». E pensare che, per convincere il puzzone magiaro a non frapporsi fra Kiev e Bruxelles, è bastata una telefonata di Trump…L’angoscia di chi non s’avvede che a Washington c’è stato un sussulto dell’Europa delle nazioni, ma un rantolo agonico dell’Unione europea, è il fastidio di dover rendere conto a un’opinione pubblica riottosa. «Occorrerà molta azione pedagogica» - notava, sempre sul quotidiano di via Solferino, Angelo Panebianco - per convincere italiani e tedeschi a rinunciare al pacifismo, abituandoli alla necessità, chiara a britannici e transalpini, di «mandare i propri militari laddove la sicurezza è più minacciata». Anche in materia di bellicismo, l’Europa unita invece corre a due velocità. È lo stesso concetto che ha espresso sulla Stampa, pur senza indulgere ad altrettanto paternalismo, Guntram Wolff di Bruegel, il think tank di Monti e Jean Claude Trichet: «I leader», ha pontificato, «devono spiegare che investire in sicurezza oggi significa evitare conflitti devastanti domani». Come il lockdown e gli abbracci?Sarebbe disonesto negare che il progressivo disimpegno americano sarà un’occasione per responsabilizzarci. Sarebbe miope non approfittarne per sgombrare il campo dalle rigidità dell’architettura istituzionale europea. Ma sarebbe sciocco fingere che politica internazionale e riarmo possano non essere un affare nazionale. Proprio quando i 100 miliardi da sborsare per gli equipaggiamenti Usa, destinati alla resistenza, minacciano di impoverire il fondo cassa della Von der Leyen.L’Europa può avere voce in capitolo? Sì, se lavora sulle convergenze, magari meramente tattiche, tra i Paesi. Ecco: l’Europa funziona quando ce n’è di meno. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/orban-trump-erdogan-putin-accordi-2673906801.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sulla-via-della-pace-spunta-la-turchia-trump-a-orban-via-i-veti-su-kiev" data-post-id="2673906801" data-published-at="1755766025" data-use-pagination="False"> Sulla via della pace spunta la Turchia. Trump a Orbán: «Via i veti su Kiev» Donald Trump continua a muoversi per tentare di risolvere la crisi ucraina. La Turchia, però, vuole essere della partita. Ieri, Recep Tayyip Erdogan e Vladimir Putin hanno avuto un colloquio telefonico. Secondo una nota del Cremlino, lo zar ha informato il sultano degli esiti del vertice di Anchorage. «I due leader hanno anche discusso degli ultimi sviluppi sull’Ucraina, con Vladimir Putin che ha espresso l’apprezzamento della Russia per gli sforzi compiuti dalla Turchia volti a facilitare i colloqui tra i rappresentanti russi e ucraini a Istanbul», si legge inoltre nel comunicato. Erdogan, dal canto suo, ha auspicato che si possa arrivare alla pace con l’ausilio di «tutte le parti». L’altro ieri, il ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan, aveva avuto una telefonata con il segretario di Stato americano, Marco Rubio. Secondo Washington, i due avevano discusso dei «negoziati di pace tra Russia e Ucraina», per poi «concordare sulla necessità di porre fine alla guerra e alle uccisioni». Rubio e Fidan avevano anche parlato di nucleare iraniano e del recente accordo, mediato dagli Stati Uniti, tra Armenia e Azerbaigian.Insomma, il governo di Ankara punta a giocare un ruolo chiave nella diplomazia ucraina. Non a caso, quest’anno Istanbul ha ospitato tre tornate di colloqui tra Kiev e Mosca. Fu d’altronde sempre la Turchia che, nel luglio 2022, mediò con successo l’accordo sul grano tra Russia e Ucraina, poi scaduto un anno dopo. Non è un mistero che Ankara, oltre a far parte della Nato, intrattenga solidi rapporti tanto con Kiev quanto con Mosca. Senza poi trascurare che, al netto dei significativi legami con la Russia, il sultano non ha esitato a muoversi spregiudicatamente, irritando il Cremlino. L’anno scorso, ha appoggiato l’ascesa di Mohammed al-Jolani a Damasco, infliggendo un duro colpo all’influenza russa sulla Siria. Poche settimane fa, ha anche dato il suo sostegno all’accordo, mediato da Washington, tra Armenia e Azerbaigian, creando così dei problemi a Mosca nel Sud del Caucaso. Dall’altra parte, Erdogan ha bisogno di Putin sul fronte energetico. E, almeno finora, ha avuto necessità di «collaborare» con lui per evitare una nuova guerra civile in Libia.Tornando al processo diplomatico ucraino, non è da escludersi che il Sultano speri che il summit tra lo zar e Zelensky possa alla fine tenersi proprio in Turchia. A luglio, Erdogan aveva avanzato una proposta in tal senso.Continua intanto a tenere banco la questione delle garanzie di sicurezza per Kiev, dopo che Trump, pur escludendo l’invio di truppe americane sul territorio ucraino, ha aperto alla possibilità di una copertura aerea da parte di Washington. L’inviato americano per l’Ucraina, Keith Kellogg, ha dichiarato ieri che le garanzie dovrebbero essere elaborate prima di mettere sul tavolo il dossier delle cessioni territoriali. È sempre in questo quadro che, secondo Bloomberg, il presidente americano avrebbe chiesto al premier ungherese, Viktor Orbán, di ritirare il suo veto sull’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Del resto, proprio le garanzie di sicurezza sono state al centro di un vertice online che, ieri, hanno tenuto i vertici militari della Nato: vertice da cui, secondo un funzionario, sarebbe arrivato un «sostegno» alla coalizione dei volenterosi.Sul tema delle garanzie è intervenuta anche Mosca. «Non possiamo accettare che ora si proponga di risolvere le questioni di sicurezza, di sicurezza collettiva, senza la Russia. Non funzionerà. Abbiamo ripetutamente spiegato che la Russia non esagera i propri interessi, ma proteggeremo con fermezza e decisione i nostri legittimi interessi», ha detto ieri il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, che ha anche accusato l’Ue di condurre «goffi» tentativi volti a «cambiare la posizione dell’amministrazione Trump». Il ministro ha aggiunto di apprezzare le garanzie di sicurezza che erano state discusse durante i colloqui, poi falliti, del 2022: esse prevedevano che tra i garanti ci fossero anche i membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu (tra cui la Cina). L’ex presidente russo, Dmitry Medvedev, ha inoltre sottolineato che Mosca non accetterà truppe della Nato nelle operazioni di peacekeeping. «La mappa mostrata da Trump nello Studio ovale è stata uno schiaffo così forte che dovrebbe aver fatto rinsavire tutti», ha affermato, dal canto suo, la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, riferendosi alla cartina con i territori occupati presente alla Casa Bianca. Dall’altra parte, il Kyiv Independent ha riferito che su questi territori Mosca starebbe realizzando delle basi militari con l’intento di condurre «future aggressioni».Nel frattempo, ieri è salita la tensione tra Varsavia e Mosca. Il governo polacco ha dichiarato che un drone russo è esploso sul proprio territorio. Ha quindi bollato la circostanza come una «provocazione», annunciando di voler inviare una nota di protesta a Mosca. «Abbiamo una prova visibile che lo spazio aereo polacco è minacciato da questa guerra: qualcosa potrebbe accadere, qualcosa potrebbe esplodere, non è sicuro, le persone potrebbero morire e la sicurezza di uno Stato alleato della Nato è a rischio», ha affermato Varsavia.
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 9 febbraio con Carlo Cambi
Andrea Pucci (Ansa)
Fuori un altro. Il cretino prevalente progressista è riuscito nell’ennesima grande impresa di boicottaggio e censura. Questa volta a venire colpito e affondato è Andrea Pucci, comico di grande successo contattato da Carlo Conti per partecipare a Sanremo. Non appena è uscito il suo nome, i social network sono esplosi e a Pucci sono arrivate minacce, insulti e intimidazioni di ogni genere: razzista, fascista, omofobo. Ragion per cui il cabarettista ha deciso di mollare il colpo, spiegando le sue motivazioni in una nota accorata: «Il mio lavoro è quello di far ridere la gente, da 35 anni, ma potrei dire da sempre», ha scritto. «E da sempre ho portato sul palco usi e costumi del mio Paese, beffeggiando gli aspetti caratteriali dell’uomo e della donna. Attraverso il mio lavoro ho raggiunto obiettivi e traguardi con l’intenzione di regalare sorrisi e portare leggerezza a chi è sempre venuto a vedere i miei spettacoli. Gli insulti, le minacce, gli epiteti e quant’altro ancora, ricevuti da me e dalla mia famiglia in questi giorni sono incomprensibili e inaccettabili. Quest’onda mediatica negativa che mi ha coinvolto in occasione dell’annunciata partecipazione a Sanremo, una manifestazione così importante che appartiene al cuore del Paese, altera il patto fondamentale che c’è tra me ed il pubblico, motivo per il quale ho deciso di fare un passo indietro in quanto i presupposti per esercitare la mia professione sono venuti a mancare».
Pucci non ha voluto spingere troppo sulla polemica, ma ha usato argomentazioni interessanti. «A 61 anni, dopo quello che mi è accaduto fisicamente, non sento di dovermi confrontare in una lotta intellettualmente impari che non mi appartiene», ha spiegato. «Nel 2026 il termine fascista non dovrebbe esistere più, esiste l’uomo di destra e l’uomo di sinistra che la pensano in modo differente ma che si confrontano in un ordinamento democratico che per fortuna governa il nostro amato Paese. Omofobia e razzismo sono termini che evidenziano odio del genere umano e io non ho mai odiato nessuno. Rimando quindi tutti gli in bocca al lupo a Carlo Conti augurandogli un’edizione di successo e vi aspetto a teatro».
Una uscita di scena elegante, su cui si è espressa anche Giorgia Meloni: «Fa riflettere che nel 2026 un artista debba sentirsi costretto a rinunciare a fare il suo lavoro a causa del clima di intimidazione e di odio che si è creato attorno a lui. Esprimo solidarietà ad Andrea Pucci, che ha deciso di rinunciare a Sanremo a causa delle offese e delle minacce rivolte a lui e alla sua famiglia. È inaccettabile che la pressione ideologica arrivi al punto da spingere qualcuno a rinunciare a salire su un palco», ha detto il presidente del consiglio. «Questo racconta il doppiopesismo della sinistra, che considera sacra la satira (insulti compresi) quando è rivolta verso i propri avversari, ma invoca la censura contro coloro che dicono cose che la sinistra stessa non condivide. La deriva illiberale della sinistra in Italia sta diventando spaventosa».
Qualcuno potrebbe pensare che Pucci si sia fatto intimidire troppo facilmente, dopo tutto questo è il meccanismo dei social: basta un sospiro per essere travolti da una ondata di sterco e cattiveria. Il punto, però, è che in questo caso le piattaforme sono state accuratamente stimolate da politica e media di sinistra. Quando qualche settimana fa il comico annunciò che avrebbe partecipato a Sanremo (lo fece pubblicando una foto che lo ritraeva a chiappe scoperte), immediatamente il Pd si scatenò in vigilanza Rai: «Anche Sanremo come tutta la Rai è diventato TeleMeloni? I vertici Rai spieghino la scelta del comico Pucci, palesemente di destra, fascista e omofobo», scrissero gli esponenti dem. I giornali si mobilitarono di conseguenza, dal Corriere della Sera a Repubblica passando per Il Manifesto. Sul quotidiano di via Solferino Renato Franco ha scritto che «il suo forte sono i monologhi in cui prova a far ridere sulle dinamiche di coppia, pescando in un repertorio che appartiene al secolo scorso. Comicità da maschio bianco eterosessuale, da boomer che fatica a tenere la frizione (boia chi la molla)». Fanpage ha ribadito che «Andrea Pucci a Sanremo è una scelta non da Carlo Conti: no vax, battute omofobe, schierato apertamente a destra». Altri hanno ricordato una sua battuta sulla Schlein (definita un incrocio tra Alvaro Vitali e Pippo Franco).
Vero: Pucci è di destra (ma non certo fascista). A volte è volgare, ma per lo più nei suoi monologhi si tiene lontanissimo dalla politica. A differenza della grandissima parte dei comici che nel corso degli anni sono stati invitati all’Ariston, e ne hanno approfittato per attaccare questo e quel politico, oltre che alcune categorie realmente discriminate, tra cui i famigerati no vax. E allora è inutile girarci intorno: il fine umorista Zerocalcare sponsor dei martellatori da centro sociale può essere applaudito e riverito, il comico destrorso non è gradito. Cambiano i governi ma non il vizio. E per l’ennesima volta tocca prendere atto del risultato ottenuto dal partito del bavaglio, l’unico che vince a sinistra. A meno che Pucci, con un gran colpo di teatro, non ci ripensi come suggerisce perfino Ignazio La Russa. Speriamo che prenda in considerazione l’invito: veder rosicare i censori sarebbe in effetti divertentissimo.
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Gli scontri di Torino. Nel riquadro Leonardo, il picchiatore (Ansa)
Sono circa le 18 di venerdì 6 gennaio quando lo incontro fuori dell’Ex Plasharp di Milano durante un’inchiesta per il programma di Rete4, Fuori dal Coro. Ha un cappellino con la visiera che spunta dal cappuccio della felpa nera. Fuma una sigaretta e presidia il cancello dell’ex palazzetto che dalla mattina di sabato 7 gennaio è occupato abusivamente da circa 200 antagonisti in segno di protesta contro le Olimpiadi. «Tu c’eri alla manifestazione di Torino?», chiedo. «Avoglia, in prima linea!», mi risponde. Leonardo è uno tra migliaia di black block presenti alla manifestazione del 31 gennaio, a Torino, contro la chiusura del centro sociale Askatasuna che hanno assaltato le forze dell’ordine e distrutto la città durante una guerriglia urbana durata ore. «Ho preso il numero di un paio di avvocati perché io sono nel video incriminato dai movimenti di destra». «Quello del poliziotto preso a martellate?», chiedo. «Sì». Risponde lui. «Se vai a manifestare per lo sgombero di Askatasuna ovviamente un minimo di lotta la devi fare».
Il video di cui parla il ragazzo è quello dell’aggressione al poliziotto Alessandro Calista. Che nell’ultima settimana ha scosso un’intera nazione. «Io ero lì e nel video mi si vede un pochino…». Leonardo si dichiara tra i responsabili del pestaggio. Presente e lucido nel momento in cui l’agente viene accerchiato, picchiato e preso a martellate. «Tutti i “compagni” tra quelli più incazzati», spiega il picchiatore, «ovviamente vogliono fare una rivolta seria, non vogliono fare la passeggiata del sabato. Essere per la pace non vuol dire essere pacifisti». Insomma, gli antagonisti combattono per la pace usando la violenza. Una violenza inaudita, figlia di quella che loro chiamano la lotta, conseguenza diretta di un credo politico che fonda le sue basi sulla guerra allo Stato.
Il centro sociale Askatasuna, a seguito della manifestazione, non condanna gli scontri, ma li rivendica. Non dichiara l’intento pacifico del corteo, ma difende la violenza. Nel comunicato, firmato Askatasuna, si legge: «Se la politica chiude spazi a volte qualcuno si incazza», poi descrivono i responsabili degli scontri come «una popolazione giovane che non si rassegna a stare calma ed è pronta a tracciare un confine netto». E infatti, alla vigilia delle nuove manifestazioni di piazza a Milano contro le Olimpiadi, gli stessi che a Torino hanno condotto la guerriglia, pensano a come portare avanti la lotta, organizzando i nuovi scontri.
Leonardo mi passa il suo contatto «Signal», un’app di messaggistica non controllata, perché «domani c’è da prepararsi, si vogliono fare un paio di azioni, si vorrebbe entrare in tangenziale, se loro (gli agenti della celere, ndr.) lanciano un paio di lacrimogeni arriva la risposta da dietro, quindi bisogna essere un minimo preparati». La mattina seguente mi arriva un messaggio, è Leonardo: «Qui tutto bene, tra poco si parte». Qualche ora dopo lui è in mezzo alla guerriglia. Il corteo arriva in via Mompiani, zona Corvetto, da lì una storia che sembra ripetersi. Si schierano in migliaia. Volto coperto, occhiali, caschi e maschere antigas. Partono le bombe carta contro gli agenti della celere. Fuochi d’artificio. Fumogeni che colorano di rosso il caos. Non si vede più niente. L’aria è irrespirabile. Il rumore dei botti copre le grida dei feriti e le indicazioni, alla squadra, dei capi di polizia.
Difendono l’illegalità, odiano le forze dell’ordine, vogliono abolire lo Stato é questo l’identikit degli antagonisti in rivolta. Dietro, c’è un mondo, che si raccoglie nei centri sociali, dentro le occupazioni abusive.
«I poliziotti avevano lanciato lacrimogeni e noi, come è giusto che sia, abbiamo lanciato bottiglie contro di loro. Ci siamo fatti prendere dalla foga. Abbiamo preso un furgone e lo abbiamo spaccato tutto. A tutti stanno sul cazzo i poliziotti…Poliziotti di merda». Ci racconta fiero, proprio a Torino nel centro autogestito «Gabrio», un altro tra i partecipanti agli scontri del 31 gennaio, ora indagato.
A Palazzo Nuovo, sempre a Torino, dopo l’occupazione dell’università da parte degli antagonisti sono apparse decine di scritte sui muri dell’ateneo. «Più pirati, meno sbirri», si legge sul muro di ingresso. Dentro lo stabile le pareti sono tappezzate di frasi contro le forze dell’ordine: «Più sbirri morti, più orfani, più vedove», «fuck police», «Acab fino alla morte», «spara» con il simbolo dell’anarchia, «digos boia».
In questi giorni a difendere i facinorosi di Torino e Milano sono stati i centri sociali di tutta Italia.
Sono le 13.02 di domenica 8 febbraio, sul mio cellulare appare un messaggio, «ieri m’hanno cattato.» Leonardo il giorno prima aveva preso parte al corteo di Milano, le forze dell’ordine lo hanno arrestato durante gli scontri. «Vabbè, ho risolto», mi spiega con un secondo invio in chat. Poche ore dopo Leonardo è stato rilasciato.
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