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2022-04-26
«Missili vicini alla centrale atomica». Nuovo assalto a Odessa dalla Crimea
Ansa
Non si arresta l’offensiva militare russa nel Donbass e nella parte meridionale dell’Ucraina. Mentre cinque stazioni ferroviarie nell’Ucraina centrale e occidentale sono state colpite dalle forze russe, il portavoce del ministero della Difesa ucraino, Oleksandr Motuzyanyk, ha dichiarato ieri che le truppe di Kiev hanno respinto gli attacchi nell’Est. Lo stesso Motuzyanyk ha inoltre reso noto che Mosca avrebbe schierato otto navi da guerra a largo delle coste ucraine nel Mar Nero. Kiev ha affermato che, contrariamente a quanto dichiarato poco prima dai russi, non è stato possibile raggiungere un accordo per un corridoio umanitario a Mariupol. «È importante capire che un corridoio umanitario si apre con l’accordo di entrambe le parti. Un corridoio annunciato unilateralmente non fornisce sicurezza, e quindi non è un corridoio umanitario», ha detto la vicepremier ucraina, Iryna Vereshschuk. Nel frattempo, almeno cinque persone sono state uccise in attacchi missilistici russi, condotti contro un’infrastruttura ferroviaria vicino a Zhmerynka. «Stanno cercando di distruggere le rotte di rifornimento dell’assistenza tecnico-militare dagli Stati partner. Per fare ciò, concentrano i bombardamenti sugli snodi ferroviari», hanno detto le forze armate di Kiev.
Secondo Al Jazeera, l’agenzia statale ucraina Energoatom ha accusato Mosca di aver lanciato due missili cruise che hanno sorvolato da vicino la centrale nucleare di Khmelnitsky. Si è inoltre verificata una vigorosa esplosione a Kreminna, nella regione di Lugansk, mentre ci sono state cinque vittime (tra cui due bambine) in quella di Donetsk.
Alta tensione si registra anche in Moldavia: ieri sera, si sono infatti verificate delle esplosioni nei pressi del ministero della Sicurezza statale della Transnistria, regione in cui sorge l’autoproclamata Repubblica Moldava di Pridniestrov. Pare che le deflagrazioni dipendano dai colpi di un lanciagranate portatile anticarro. È stato reso noto nei giorni scorsi che il Cremlino mira alla conquista del Sud dell’Ucraina (anche) per avere un accesso a quest’area (e mettere così sotto pressione Chisinau). Che Mosca punti alla Transnistria è stato ulteriormente confermato ieri mattina, quando i russi hanno tentato un attacco missilistico dalla Crimea contro Odessa: circostanza, questa, riportata dal capo dell’amministrazione militare regionale di Odessa, Maksym Marchenko.
Sempre a Odessa, sabato scorso, sono rimaste uccise otto persone, tra cui una madre e la sua bambina di tre mesi, a seguito di un attacco missilistico russo. A raccontare l’accaduto è stato l’inviato di Panorama, Fausto Biloslavo. «Sei missili da crociera sono arrivati su Odessa, due sono passati uno dopo l’altro sulla mia testa nel centro della città con il loro rumore di caccia a reazione […] Questi missili sembra che avessero obiettivi militari e infatti hanno colpito uno scalo militare dove c’era un deposito di armi straniere», ha detto. «Poi giustamente la contraerea ucraina risponde, sparando ripetutamente. Il primo missile mi è passato sopra la testa, mentre il secondo è stato intercettato ed è stato deviato cadendo su un palazzo di sedici piani. Io sono arrivato subito dopo e 4-5 piani erano come polverizzati», ha proseguito, per poi aggiungere: «Gli ucraini dicono che hanno usato la contraerea. Giustamente dicono, se i russi non avessero lanciato i missili, noi non avremmo usato la controaerea».
Nel frattempo, Mosca ha reso noto ieri che indagherà su un incendio, esploso alle prime ore del mattino, in un deposito di petrolio nella città di Bryansk, che si trova a circa 150 chilometri dal confine ucraino. Come riferito da Reuters, circolano sui social delle speculazioni, secondo cui si tratterebbe di un attacco da parte di Kiev: speculazioni che, riporta la medesima fonte, non sono al momento confermate. Da giorni, Mosca accusa il governo ucraino di organizzare attacchi e sabotaggi sul territorio russo: un addebito che Kiev ha ripetutamente respinto.
Vladimir Putin è tornato a parlare ieri. «L’Occidente sta tentando di spaccare la società russa e distruggere la Russia dall’interno», ha detto. Il presidente russo ha poi chiesto di mettere fine alle «provocazioni contro le forze armate russe attraverso l’uso dei media stranieri». «È una strana diplomazia quando i diplomatici chiedono all’Ucraina di vincere la guerra sul campo di battaglia», ha proseguito, sostenendo inoltre che l’economia russa riuscirà a sopportare il peso delle sanzioni occidentali. Putin ha inoltre dichiarato che i servizi russi avrebbero sventato un tentativo di assassinio ai danni del giornalista russo (fortemente vicino al Cremlino), Vladimir Solovyev, da parte di quello che è stato definito un gruppo neonazista al soldo dell’intelligence ucraina. Un’accusa, questa, che è stata respinta da Kiev.
Si sono nel frattempo perse le tracce di Ivan Luca Vavassori, l’ex calciatore italiano arruolatosi come volontario nelle forze di Kiev. Tutto questo, mentre il sindaco di Slavutich ha lanciato un allarme in riferimento all’area di Chernobyl. «Non possiamo sapere cosa c’è nella testa dei russi. Non potevamo aspettarci che si impadronissero delle centrali nucleari. La nostra regione sarà sempre in pericolo fino a quando il sistema in Russia non cambierà. La minaccia esiste sempre». Nel frattempo, i colloqui diplomatici restano in salita. «La Russia al momento non ritiene il cessate il fuoco un’opzione possibile», ha detto ieri il viceambasciatore russo di Mosca all’Onu, Dmitry Polyansky.
Guterres dallo zar: «Pace urgente»
Richiedere una «pace urgente». È l’obiettivo dichiarato dal segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, in volo verso Mosca per dar vita a un’azione diplomatica, che il 28 aprile si sposterà a Kiev.
Nella capitale russa, due sono gli incontri previsti. In primo luogo, un dialogo diretto con il presidente Vladimir Putin. Anche il ministro degli Esteri Sergej Lavrov, però, avrà un faccia a faccia con Guterres. Lavrov ha già dichiarato che la Russia non accetterà ultimatum. Per il resto, le parti si rendono disponibili ad ascoltare ciò che l’Onu avrà da dire, specie dopo l’ufficializzazione dell’unità di intenti delle Nazioni Unite con il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan. «Porre fine alla guerra e alla sofferenza dei civili è il nostro scopo comune», la sintesi dell’incontro a Istanbul tra Erdogan e Guterres.
La missione del rappresentante del Palazzo di vetro in Russia, però, non ha riscosso l’approvazione da parte ucraina. L’idea di Volodymyr Zelensky è che, per questioni di opportunità, l’Onu avrebbe dovuto farsi spiegare la situazione prima dal Paese aggredito, per poi ascoltare la versione dell’aggressore. «Non ci sono morti nelle strade di Mosca. L’ordine di visita stabilito non è logico». Più drastico è stato Igor Zhovka, vicecapo dello staff del presidente ucraino, che non ne ha fatto una questione di «priorità nell’ordine dei viaggi diplomatici», ma ha stigmatizzato la stessa idea di dialogare con Putin. «Non è una buona idea andare a Mosca: non capiamo l’intenzione di parlare con Putin. In ogni caso Guterres non è autorizzato a parlare a nome del governo ucraino nel suo sforzo di pace», le parole «forti» del consigliere di Zelensky. Non si è fatto remore, il rappresentante ucraino, nemmeno a mostrare profondo scetticismo verso il tentativo di mediazione. «Qualsiasi colloquio di pace va bene se finisce con il risultato. Dubito davvero che i tentativi organizzati dall’Onu ne avranno uno». Ma c’è anche chi, sempre da Kiev, spera che l’incontro Onu-Russia sortisca almeno l’effetto di far aprire i corridoi umanitari per i civili dall’acciaieria Azovstal di Mariupol: è la vicepremier Iryna Vreschuk, che ha fatto appello a Guterres per perorare la causa, chiedendo anche la presenza di rappresentanti delle Nazioni Unite nel convoglio umanitario.
E mentre l’Onu cerca di compiere uno sforzo in direzione della pace, si incrinano sempre più i rapporti tra Russsia e Germania. Il ministero degli Esteri russo ha convocato l’ambasciatore tedesco a Mosca per comunicargli l’espulsione di 40 diplomatici tedeschi. È la risposta all’espulsione - avvenuta il 4 aprile scorso - di 40 diplomatici russi da parte di Berlino, che intendeva rispondere in questo modo agli «orrori contro i civili» a Bucha. Intanto, oggi il cancelliere tedesco, Olaf Scholz, vedrà il premier polacco, Mateusz Morawiecki, a Berlino, per discutere della risposta europea all’invasione dell’Ucraina.
Di nuovi assetti delle relazioni internazionali ha parlato in India, nel suo intervento al Raisina Dialogue, la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen. «Russia e Cina hanno dichiarato che la loro amicizia non ha limiti, in un patto apparentemente sfrenato al quale è seguita poi l’invasione dell’Ucraina. Cosa dobbiamo aspettarci dalle nuove relazioni internazionali che entrambe hanno auspicato?». È un domanda che bisognerebbe porsi più spesso in questi giorni concitati.
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Salta l’evacuazione di Mariupol, i russi bombardano le ferrovie per bloccare il materiale bellico destinato alla resistenza. Rogo in un centro petrolifero a Bryansk. Vladimir Putin: «L’Occidente mira a distruggerci dall’interno».Oggi la visita al Cremlino di Antonio Guterres criticata dall’Ucraina, dove il segretario Onu andrà giovedì. Intanto Sergej Lavrov espelle 40 diplomatici tedeschi. Il polacco Mateusz Morawiecki vola da Olaf Scholz.Lo speciale contiene due articoli.Non si arresta l’offensiva militare russa nel Donbass e nella parte meridionale dell’Ucraina. Mentre cinque stazioni ferroviarie nell’Ucraina centrale e occidentale sono state colpite dalle forze russe, il portavoce del ministero della Difesa ucraino, Oleksandr Motuzyanyk, ha dichiarato ieri che le truppe di Kiev hanno respinto gli attacchi nell’Est. Lo stesso Motuzyanyk ha inoltre reso noto che Mosca avrebbe schierato otto navi da guerra a largo delle coste ucraine nel Mar Nero. Kiev ha affermato che, contrariamente a quanto dichiarato poco prima dai russi, non è stato possibile raggiungere un accordo per un corridoio umanitario a Mariupol. «È importante capire che un corridoio umanitario si apre con l’accordo di entrambe le parti. Un corridoio annunciato unilateralmente non fornisce sicurezza, e quindi non è un corridoio umanitario», ha detto la vicepremier ucraina, Iryna Vereshschuk. Nel frattempo, almeno cinque persone sono state uccise in attacchi missilistici russi, condotti contro un’infrastruttura ferroviaria vicino a Zhmerynka. «Stanno cercando di distruggere le rotte di rifornimento dell’assistenza tecnico-militare dagli Stati partner. Per fare ciò, concentrano i bombardamenti sugli snodi ferroviari», hanno detto le forze armate di Kiev. Secondo Al Jazeera, l’agenzia statale ucraina Energoatom ha accusato Mosca di aver lanciato due missili cruise che hanno sorvolato da vicino la centrale nucleare di Khmelnitsky. Si è inoltre verificata una vigorosa esplosione a Kreminna, nella regione di Lugansk, mentre ci sono state cinque vittime (tra cui due bambine) in quella di Donetsk. Alta tensione si registra anche in Moldavia: ieri sera, si sono infatti verificate delle esplosioni nei pressi del ministero della Sicurezza statale della Transnistria, regione in cui sorge l’autoproclamata Repubblica Moldava di Pridniestrov. Pare che le deflagrazioni dipendano dai colpi di un lanciagranate portatile anticarro. È stato reso noto nei giorni scorsi che il Cremlino mira alla conquista del Sud dell’Ucraina (anche) per avere un accesso a quest’area (e mettere così sotto pressione Chisinau). Che Mosca punti alla Transnistria è stato ulteriormente confermato ieri mattina, quando i russi hanno tentato un attacco missilistico dalla Crimea contro Odessa: circostanza, questa, riportata dal capo dell’amministrazione militare regionale di Odessa, Maksym Marchenko. Sempre a Odessa, sabato scorso, sono rimaste uccise otto persone, tra cui una madre e la sua bambina di tre mesi, a seguito di un attacco missilistico russo. A raccontare l’accaduto è stato l’inviato di Panorama, Fausto Biloslavo. «Sei missili da crociera sono arrivati su Odessa, due sono passati uno dopo l’altro sulla mia testa nel centro della città con il loro rumore di caccia a reazione […] Questi missili sembra che avessero obiettivi militari e infatti hanno colpito uno scalo militare dove c’era un deposito di armi straniere», ha detto. «Poi giustamente la contraerea ucraina risponde, sparando ripetutamente. Il primo missile mi è passato sopra la testa, mentre il secondo è stato intercettato ed è stato deviato cadendo su un palazzo di sedici piani. Io sono arrivato subito dopo e 4-5 piani erano come polverizzati», ha proseguito, per poi aggiungere: «Gli ucraini dicono che hanno usato la contraerea. Giustamente dicono, se i russi non avessero lanciato i missili, noi non avremmo usato la controaerea». Nel frattempo, Mosca ha reso noto ieri che indagherà su un incendio, esploso alle prime ore del mattino, in un deposito di petrolio nella città di Bryansk, che si trova a circa 150 chilometri dal confine ucraino. Come riferito da Reuters, circolano sui social delle speculazioni, secondo cui si tratterebbe di un attacco da parte di Kiev: speculazioni che, riporta la medesima fonte, non sono al momento confermate. Da giorni, Mosca accusa il governo ucraino di organizzare attacchi e sabotaggi sul territorio russo: un addebito che Kiev ha ripetutamente respinto. Vladimir Putin è tornato a parlare ieri. «L’Occidente sta tentando di spaccare la società russa e distruggere la Russia dall’interno», ha detto. Il presidente russo ha poi chiesto di mettere fine alle «provocazioni contro le forze armate russe attraverso l’uso dei media stranieri». «È una strana diplomazia quando i diplomatici chiedono all’Ucraina di vincere la guerra sul campo di battaglia», ha proseguito, sostenendo inoltre che l’economia russa riuscirà a sopportare il peso delle sanzioni occidentali. Putin ha inoltre dichiarato che i servizi russi avrebbero sventato un tentativo di assassinio ai danni del giornalista russo (fortemente vicino al Cremlino), Vladimir Solovyev, da parte di quello che è stato definito un gruppo neonazista al soldo dell’intelligence ucraina. Un’accusa, questa, che è stata respinta da Kiev. Si sono nel frattempo perse le tracce di Ivan Luca Vavassori, l’ex calciatore italiano arruolatosi come volontario nelle forze di Kiev. Tutto questo, mentre il sindaco di Slavutich ha lanciato un allarme in riferimento all’area di Chernobyl. «Non possiamo sapere cosa c’è nella testa dei russi. Non potevamo aspettarci che si impadronissero delle centrali nucleari. La nostra regione sarà sempre in pericolo fino a quando il sistema in Russia non cambierà. La minaccia esiste sempre». Nel frattempo, i colloqui diplomatici restano in salita. «La Russia al momento non ritiene il cessate il fuoco un’opzione possibile», ha detto ieri il viceambasciatore russo di Mosca all’Onu, Dmitry Polyansky.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/missili-centrale-assalto-odessa-crimea-2657213526.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="guterres-dallo-zar-pace-urgente" data-post-id="2657213526" data-published-at="1650953291" data-use-pagination="False"> Guterres dallo zar: «Pace urgente» Richiedere una «pace urgente». È l’obiettivo dichiarato dal segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, in volo verso Mosca per dar vita a un’azione diplomatica, che il 28 aprile si sposterà a Kiev. Nella capitale russa, due sono gli incontri previsti. In primo luogo, un dialogo diretto con il presidente Vladimir Putin. Anche il ministro degli Esteri Sergej Lavrov, però, avrà un faccia a faccia con Guterres. Lavrov ha già dichiarato che la Russia non accetterà ultimatum. Per il resto, le parti si rendono disponibili ad ascoltare ciò che l’Onu avrà da dire, specie dopo l’ufficializzazione dell’unità di intenti delle Nazioni Unite con il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan. «Porre fine alla guerra e alla sofferenza dei civili è il nostro scopo comune», la sintesi dell’incontro a Istanbul tra Erdogan e Guterres. La missione del rappresentante del Palazzo di vetro in Russia, però, non ha riscosso l’approvazione da parte ucraina. L’idea di Volodymyr Zelensky è che, per questioni di opportunità, l’Onu avrebbe dovuto farsi spiegare la situazione prima dal Paese aggredito, per poi ascoltare la versione dell’aggressore. «Non ci sono morti nelle strade di Mosca. L’ordine di visita stabilito non è logico». Più drastico è stato Igor Zhovka, vicecapo dello staff del presidente ucraino, che non ne ha fatto una questione di «priorità nell’ordine dei viaggi diplomatici», ma ha stigmatizzato la stessa idea di dialogare con Putin. «Non è una buona idea andare a Mosca: non capiamo l’intenzione di parlare con Putin. In ogni caso Guterres non è autorizzato a parlare a nome del governo ucraino nel suo sforzo di pace», le parole «forti» del consigliere di Zelensky. Non si è fatto remore, il rappresentante ucraino, nemmeno a mostrare profondo scetticismo verso il tentativo di mediazione. «Qualsiasi colloquio di pace va bene se finisce con il risultato. Dubito davvero che i tentativi organizzati dall’Onu ne avranno uno». Ma c’è anche chi, sempre da Kiev, spera che l’incontro Onu-Russia sortisca almeno l’effetto di far aprire i corridoi umanitari per i civili dall’acciaieria Azovstal di Mariupol: è la vicepremier Iryna Vreschuk, che ha fatto appello a Guterres per perorare la causa, chiedendo anche la presenza di rappresentanti delle Nazioni Unite nel convoglio umanitario. E mentre l’Onu cerca di compiere uno sforzo in direzione della pace, si incrinano sempre più i rapporti tra Russsia e Germania. Il ministero degli Esteri russo ha convocato l’ambasciatore tedesco a Mosca per comunicargli l’espulsione di 40 diplomatici tedeschi. È la risposta all’espulsione - avvenuta il 4 aprile scorso - di 40 diplomatici russi da parte di Berlino, che intendeva rispondere in questo modo agli «orrori contro i civili» a Bucha. Intanto, oggi il cancelliere tedesco, Olaf Scholz, vedrà il premier polacco, Mateusz Morawiecki, a Berlino, per discutere della risposta europea all’invasione dell’Ucraina. Di nuovi assetti delle relazioni internazionali ha parlato in India, nel suo intervento al Raisina Dialogue, la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen. «Russia e Cina hanno dichiarato che la loro amicizia non ha limiti, in un patto apparentemente sfrenato al quale è seguita poi l’invasione dell’Ucraina. Cosa dobbiamo aspettarci dalle nuove relazioni internazionali che entrambe hanno auspicato?». È un domanda che bisognerebbe porsi più spesso in questi giorni concitati.
Alessia Pifferi (Ansa)
Secondo la corte d’Appello (presidente Ivana Caputo) i giornalisti e i conduttori di programmi tv avrebbero dovuto appiattirsi nella penombra, mandare in onda brani di musica classica ed esimersi dal trattare uno dei più terribili delitti degli ultimi anni, quello commesso da Alessia Pifferi, che nel luglio del 2022 lasciò morire di stenti da sola in casa la figlia Diana di 18 mesi per andare a festeggiare per sei giorni con il fidanzato. Poiché la faccenda suscitò parecchio clamore e una forte ondata di legittima indignazione, moltiplicata (difficile negarlo) dal consueto cialtronismo social, la corte ha deciso di riformare la pena inflitta in primo grado all’imputata (ergastolo) togliendo le aggravanti dei futili e abietti motivi, e riconoscendo le circostanze attenuanti (totale 24 anni).
Per il collegio giudicante di secondo grado, in favore della donna hanno pesato il contesto socio-famigliare nel quale era cresciuta, qualche défaillance cognitiva e soprattutto l’incidenza perniciosa di «quel malvezzo contemporaneo, approdato a vette parossistiche con i moderni mezzi di comunicazione, chiamato processo mediatico, che ha fatto del processo penale un genere televisivo di svago e intrattenimento, dove si è adusi a condannare e ad assolvere secondo pregiudizio e secondo copione». La sorpresa innesca una duplice reazione. E lo spontaneo «bentornati sulla Terra» alle toghe si spegne immediatamente, all’apparire del quesito supremo: cosa ci azzecca (per dirla alla Antonio Di Pietro) il circo con i suoi molesti malvezzi con la sacralità di una sentenza che dovrebbe sorvolare-annullare-dimenticare le esibizioni da bar di telecamere e popolino?
Verrebbe da dire, nulla. Almeno si spera. Sennò invece del codice penale, per stabilire innocenti e colpevoli sarebbe più opportuno usare il sorteggio. Da Avetrana alla strage di Erba passando per il delitto di Perugia (do you remember Meredith Kercher?); dalla tragedia di Yara Gambirasio all’omicidio di Giulia Tramontano, nessun processo ha potuto esimersi dall’essere affiancato da articoli, interviste, retroscena, inciampi e litigi nelle Procure, revisioni annunciate, programmi televisivi, comparsate di criminologi più o meno accreditati. Con apparizioni scomparenti di medium, cartomanti e del mago Otelma. Tutto ciò senza che la giustizia tenesse conto del Barnum. O almeno non lo ammettesse con candore, visto che - dopo averlo scatenato - nulla può per arginarlo o imbavagliarlo. Se davvero, in assenza di legittima suspicione, dovessimo pensare che Chi l’ha visto?, Quarto grado, «Ignoto X» condizionano non solo l’opinione pubblica (poco male, sono i media bellezza) ma anche quella dei giudici, saremmo nel giorno zero del diritto. E dovremmo autoconvocarci tutti in vista del Garlasco Show.
Il 14 luglio 2022 Alessia Pifferi aveva abbandonato nel lettino da campo della casa di Pontelambro (Como) la figlia Diana di un anno e mezzo, mentre dormiva, con accanto una bottiglietta d’acqua e un biberon di latte. Ed era uscita con una valigia contenente un buon numero di abiti da sera per andare a trovare a Leffe (Bergamo) il fidanzato. La bimba è rimasta sei giorni da sola. Alla nonna, che telefonava per sapere come stava la nipote, Alessia faceva credere di essere a casa e rispondeva: «Bene, sta dormendo». Invece stava morendo di stenti. Invece, prima di esalare l’ultimo respiro, tentò di mangiare un pannolino. Quando la trovò senza vita, la madre si giustificò dicendo che l’aveva affidata a una babysitter inesistente. Poi, lentamente, ammise l’agghiacciante verità. Due perizie psichiatriche hanno stabilito che era in grado di intendere e di volere.
La sentenza che, in assenza di fatti nuovi, smonta le architravi di un omicidio volontario efferato e derubrica la pena per «l’asfissiante morbosità mediatica» e per «la lapidazione verbale» costituisce un precedente. E non può non sorprendere anche per la deriva freudiana, per la volontà del collegio di andare oltre i codici e avventurarsi negli empirei rarefatti della psicanalisi. Scrivono i giudici: «Il processo televisivo ha avuto ricadute deleterie e devastanti sulla condotta processuale, ha esercitato interferenze sul paradigma di assunzione delle prove». Un’ammissione di debolezza, di condizionamento di tutto il sistema giudiziario. Con un finale da brivido: «Le sentenze vengono emesse in nome del popolo italiano, non dal popolo italiano». Lo davamo per scontato dal primo anno di giurisprudenza. Ora non più.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 14 gennaio con Carlo Cambi
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Secondo il giudice «non c’è stata violenza», anche se l’uomo ha agito senza che la bambina, vista l’età, potesse essere in grado di esprimere il consenso. È in questo spazio di equilibrismo giuridico, proprio mentre è in corso un acceso dibattito politico sulla riforma dell’articolo 609 bis del codice penale, che introduce il concetto del «consenso libero e attuale» (in assenza di una volontà chiara, presente e consapevole è violenza, stando al testo approvato alla Camera e che, al momento, è fermo al Senato per approfondimenti), che si colloca una pena che va dai 5 ai 10 anni invece dei 6-12 previsti per la violenza sessuale su minore. Tra i due reati, lo dice lo stesso impianto normativo richiamato nel processo, la differenza di pena è di 2 anni. Ed è esattamente lì che il ragionamento giudiziario si è spostato.
«I fatti sussistono e sono connotati sicuramente da particolare gravità», ammette l’avvocato Davide Scaroni, che difende l’imputato. Ma quella parola, violenza, è uscita dal dispositivo. L’avvocato Scaroni rivendica la correttezza giuridica: «Il mio assistito, sin dal momento del fermo, ha spiegato che tra di loro c’era una sorta di relazione e che non c’è stata mai violenza. Non ha mai negato quanto avvenuto, spiegando che si trattava di episodi consensuali». Poi ha aggiunto: «Il nostro codice prevede che ci sia possibilità di consensualità. Lo prevede anche sotto i dieci anni di età. Quindi vuol dire che il sistema contempla che possa esserci un consenso anche da persone di età molto contenuta». L’avvocato evidenzia anche la distanza dalla soglia minima della pena: «Il giudice si è ampiamente discostato dal minimo edittale. Come ritengo giusto che sia in un caso del genere che, seppur non connotato da violenza, mantiene ovviamente la propria gravità assoluta». Secondo Scaroni, il procedimento si è giocato tra «due versioni» contrapposte, «quella della persona offesa e quella dell’assistito». E «confrontando le due versioni con gli elementi di prova emersi durante le indagini preliminari», spiega, «immagino che il giudice possa aver ritenuto che ci fosse quantomeno un ragionevole dubbio che si sia trattato di atti sessuali con minorenne e non di violenza». Per il deposito delle motivazioni il giudice si è preso 90 giorni.
I fatti risalgono all’estate del 2024. Il luogo è il centro d’accoglienza di San Colombano in Val Trompia, un ex albergo che ospitava una ventina di richiedenti asilo (chiuso poco dopo l’arresto del bengalese). La bambina viveva lì con la madre. E anche il bengalese era ospite della struttura. Un giorno la bambina viene portata in ospedale per forti dolori addominali. I medici scoprono che è incinta. Madre e figlia vengono trasferite in una struttura protetta. L’uomo viene arrestato dopo aver ammesso di aver avuto dei rapporti con la piccola. Nel fascicolo del pubblico ministero viene ricostruito che la madre aveva notato un cambiamento nella figlia, «taciturna, triste e apatica», e aveva chiesto aiuto a un’educatrice. La verità emerge solo quando i medici decidono di procedere con un aborto terapeutico. Dal posto di polizia dell’ospedale parte la segnalazione. La squadra mobile si concentra su un unico sospettato, il profugo proveniente dal Bangladesh. Una dozzina di giorni dopo scatta il fermo. Davanti al gip, al momento della convalida, il ventinovenne fa scena muta.
Nel frattempo la testimonianza della bambina viene raccolta con incidente probatorio, in un’aula protetta. E proprio a seguito di quella deposizione la Procura aveva inquadrato i fatti come corrispondenti al reato di violenza sessuale aggravata. Ma tutto si è giocato sul consenso. Né durante l’inchiesta né all’udienza preliminare è diventato centrale il fattore culturale. «Ci tengo a evidenziarlo», dice ancora l’avvocato Scaroni, «questo non è stato un punto della discussione». Il legale ha affidato ai giornalisti anche un’altra precisazione: «Il termine pedofilia nel nostro codice penale non esiste, la pedofilia è una parafilia ma non è un termine utilizzato all’interno del codice penale, che parla invece di atti sessuali con minorenne e, proprio perché il consenso è viziato, si applicano esattamente le stesse pene della violenza sessuale». Contestazione che a Ciro Grillo è costata 8 anni. Una sproporzione che non è passata inosservata. «Aspettiamo le motivazioni e decideremo se fare appello», afferma il capo della Procura di Brescia Francesco Prete, che aggiunge: «C’è da valutare la corretta qualificazione giuridica del fatto». Gli atti sessuali con minorenne non convincono neppure chi in aula ha sostenuto l’accusa.
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La storia la conoscete: un vicebrigadiere in servizio a Roma, durante un intervento, ha sparato a un ladro, uccidendolo, dopo che questi aveva aggredito e colpito con un cacciavite, ferendolo, un suo collega. Per i giudici, il militare dell’Arma non avrebbe dovuto premere il grilletto. Forse, secondo loro, avrebbe dovuto girarsi dall’altra parte, ignorando il delinquente. Sta di fatto che il tribunale ha condannato Marroccella a tre anni di carcere, più addirittura di quanto richiesto dalla Procura.
Non solo: la sentenza ha disposto anche una provvisionale immediatamente esecutiva di 125.000 euro da pagare ai parenti del ladro. Significa che, essendoci la possibilità che la pena sia rivista in appello, il vicebrigadiere per ora non andrà in carcere per aver fatto il proprio dovere. Tuttavia, dovrà pagare subito la cifra disposta in favore dei famigliari della vittima. Insomma, se per ora ha la speranza di ottenere una revisione della condanna, Marroccella i soldi li deve cacciare subito, anche se ai fini di legge è ancora da considerarsi innocente.
Una cifra del genere rappresenta sei anni dello stipendio di un carabiniere, alla quale però si devono aggiungere le spese legali. Chiunque si trovasse in una simile situazione, se lasciato solo, rischierebbe di finire sul lastrico. A maggior ragione se i giudici, in aggiunta alla condanna, hanno anche previsto l’interdizione per cinque anni dai pubblici uffici, una pena accessoria che impedisce di mantenere i gradi e di svolgere il proprio lavoro.
Il vicebrigadiere, dunque, va aiutato e sostenuto e sono lieto che i lettori della Verità e in generale chiunque abbia raccolto il nostro appello si siano dimostrati così generosi.
Tuttavia, non si tratta solo di aiutare Marroccella, cioè un servitore dello Stato, secondo noi ingiustamente accusato e condannato. Si tratta di non lasciare soli gli uomini delle forze dell’ordine. Troppo spesso chi garantisce la nostra sicurezza e ci difende da ladri, rapinatori e stupratori è perseguito più dei criminali. Troppe volte chi fa il proprio mestiere, fermando un delinquente, è trattato peggio del bandito che ha arrestato. A poliziotti e carabinieri si imputa ogni cosa, anche di non aver lasciato scappare un malvivente. A loro è raccomandato un uso proporzionale della forza, come se fosse facile dosare la reazione quando un energumeno si divincola e reagisce di fronte all’alt degli agenti e dei militari. Eppure, in un’operazione, polizia e carabinieri devono agire senza mai oltrepassare una sottile linea rossa che è tracciata dalla magistratura. Nel caso di Emanuele Marroccella il limite sarebbe stato superato da un eccesso colposo di uso delle armi. Cioè, di fronte al ladro che colpiva un collega, il carabiniere non doveva sparare. Ne deduciamo che doveva fare finta di niente. Ed è forse questo il messaggio più grave che viene inviato alle forze dell’ordine: fingete di non vedere, voltate lo sguardo da un’altra parte e, anche in condizioni estreme, dimenticate l’arma che avete nella fondina, perché un domani qualcuno potrebbe accusarvi di «eccesso colposo», che in caso di morte del rapinatore fanno tre anni di carcere, cinque di interdizione dai pubblici uffici e 125.000 euro di risarcimento.
La raccolta di fondi per Marroccella è una testimonianza rivolta a poliziotti e carabinieri, un grazie accompagnato da un sostegno non formale. Le nostre non sono soltanto parole, ma anche soldi. Quelli che non serviranno, visto che ormai abbiamo raggiunto una cifra importante, saranno impiegati per altri casi come quello del vicebrigadiere. Purtroppo lui non è il solo a finire negli ingranaggi della giustizia, ma La Verità e i suoi lettori saranno sempre al fianco delle forze dell’ordine e di chi, per aver fatto il proprio dovere, finisce nei guai.
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