True
2022-04-26
«Missili vicini alla centrale atomica». Nuovo assalto a Odessa dalla Crimea
Ansa
Non si arresta l’offensiva militare russa nel Donbass e nella parte meridionale dell’Ucraina. Mentre cinque stazioni ferroviarie nell’Ucraina centrale e occidentale sono state colpite dalle forze russe, il portavoce del ministero della Difesa ucraino, Oleksandr Motuzyanyk, ha dichiarato ieri che le truppe di Kiev hanno respinto gli attacchi nell’Est. Lo stesso Motuzyanyk ha inoltre reso noto che Mosca avrebbe schierato otto navi da guerra a largo delle coste ucraine nel Mar Nero. Kiev ha affermato che, contrariamente a quanto dichiarato poco prima dai russi, non è stato possibile raggiungere un accordo per un corridoio umanitario a Mariupol. «È importante capire che un corridoio umanitario si apre con l’accordo di entrambe le parti. Un corridoio annunciato unilateralmente non fornisce sicurezza, e quindi non è un corridoio umanitario», ha detto la vicepremier ucraina, Iryna Vereshschuk. Nel frattempo, almeno cinque persone sono state uccise in attacchi missilistici russi, condotti contro un’infrastruttura ferroviaria vicino a Zhmerynka. «Stanno cercando di distruggere le rotte di rifornimento dell’assistenza tecnico-militare dagli Stati partner. Per fare ciò, concentrano i bombardamenti sugli snodi ferroviari», hanno detto le forze armate di Kiev.
Secondo Al Jazeera, l’agenzia statale ucraina Energoatom ha accusato Mosca di aver lanciato due missili cruise che hanno sorvolato da vicino la centrale nucleare di Khmelnitsky. Si è inoltre verificata una vigorosa esplosione a Kreminna, nella regione di Lugansk, mentre ci sono state cinque vittime (tra cui due bambine) in quella di Donetsk.
Alta tensione si registra anche in Moldavia: ieri sera, si sono infatti verificate delle esplosioni nei pressi del ministero della Sicurezza statale della Transnistria, regione in cui sorge l’autoproclamata Repubblica Moldava di Pridniestrov. Pare che le deflagrazioni dipendano dai colpi di un lanciagranate portatile anticarro. È stato reso noto nei giorni scorsi che il Cremlino mira alla conquista del Sud dell’Ucraina (anche) per avere un accesso a quest’area (e mettere così sotto pressione Chisinau). Che Mosca punti alla Transnistria è stato ulteriormente confermato ieri mattina, quando i russi hanno tentato un attacco missilistico dalla Crimea contro Odessa: circostanza, questa, riportata dal capo dell’amministrazione militare regionale di Odessa, Maksym Marchenko.
Sempre a Odessa, sabato scorso, sono rimaste uccise otto persone, tra cui una madre e la sua bambina di tre mesi, a seguito di un attacco missilistico russo. A raccontare l’accaduto è stato l’inviato di Panorama, Fausto Biloslavo. «Sei missili da crociera sono arrivati su Odessa, due sono passati uno dopo l’altro sulla mia testa nel centro della città con il loro rumore di caccia a reazione […] Questi missili sembra che avessero obiettivi militari e infatti hanno colpito uno scalo militare dove c’era un deposito di armi straniere», ha detto. «Poi giustamente la contraerea ucraina risponde, sparando ripetutamente. Il primo missile mi è passato sopra la testa, mentre il secondo è stato intercettato ed è stato deviato cadendo su un palazzo di sedici piani. Io sono arrivato subito dopo e 4-5 piani erano come polverizzati», ha proseguito, per poi aggiungere: «Gli ucraini dicono che hanno usato la contraerea. Giustamente dicono, se i russi non avessero lanciato i missili, noi non avremmo usato la controaerea».
Nel frattempo, Mosca ha reso noto ieri che indagherà su un incendio, esploso alle prime ore del mattino, in un deposito di petrolio nella città di Bryansk, che si trova a circa 150 chilometri dal confine ucraino. Come riferito da Reuters, circolano sui social delle speculazioni, secondo cui si tratterebbe di un attacco da parte di Kiev: speculazioni che, riporta la medesima fonte, non sono al momento confermate. Da giorni, Mosca accusa il governo ucraino di organizzare attacchi e sabotaggi sul territorio russo: un addebito che Kiev ha ripetutamente respinto.
Vladimir Putin è tornato a parlare ieri. «L’Occidente sta tentando di spaccare la società russa e distruggere la Russia dall’interno», ha detto. Il presidente russo ha poi chiesto di mettere fine alle «provocazioni contro le forze armate russe attraverso l’uso dei media stranieri». «È una strana diplomazia quando i diplomatici chiedono all’Ucraina di vincere la guerra sul campo di battaglia», ha proseguito, sostenendo inoltre che l’economia russa riuscirà a sopportare il peso delle sanzioni occidentali. Putin ha inoltre dichiarato che i servizi russi avrebbero sventato un tentativo di assassinio ai danni del giornalista russo (fortemente vicino al Cremlino), Vladimir Solovyev, da parte di quello che è stato definito un gruppo neonazista al soldo dell’intelligence ucraina. Un’accusa, questa, che è stata respinta da Kiev.
Si sono nel frattempo perse le tracce di Ivan Luca Vavassori, l’ex calciatore italiano arruolatosi come volontario nelle forze di Kiev. Tutto questo, mentre il sindaco di Slavutich ha lanciato un allarme in riferimento all’area di Chernobyl. «Non possiamo sapere cosa c’è nella testa dei russi. Non potevamo aspettarci che si impadronissero delle centrali nucleari. La nostra regione sarà sempre in pericolo fino a quando il sistema in Russia non cambierà. La minaccia esiste sempre». Nel frattempo, i colloqui diplomatici restano in salita. «La Russia al momento non ritiene il cessate il fuoco un’opzione possibile», ha detto ieri il viceambasciatore russo di Mosca all’Onu, Dmitry Polyansky.
Guterres dallo zar: «Pace urgente»
Richiedere una «pace urgente». È l’obiettivo dichiarato dal segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, in volo verso Mosca per dar vita a un’azione diplomatica, che il 28 aprile si sposterà a Kiev.
Nella capitale russa, due sono gli incontri previsti. In primo luogo, un dialogo diretto con il presidente Vladimir Putin. Anche il ministro degli Esteri Sergej Lavrov, però, avrà un faccia a faccia con Guterres. Lavrov ha già dichiarato che la Russia non accetterà ultimatum. Per il resto, le parti si rendono disponibili ad ascoltare ciò che l’Onu avrà da dire, specie dopo l’ufficializzazione dell’unità di intenti delle Nazioni Unite con il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan. «Porre fine alla guerra e alla sofferenza dei civili è il nostro scopo comune», la sintesi dell’incontro a Istanbul tra Erdogan e Guterres.
La missione del rappresentante del Palazzo di vetro in Russia, però, non ha riscosso l’approvazione da parte ucraina. L’idea di Volodymyr Zelensky è che, per questioni di opportunità, l’Onu avrebbe dovuto farsi spiegare la situazione prima dal Paese aggredito, per poi ascoltare la versione dell’aggressore. «Non ci sono morti nelle strade di Mosca. L’ordine di visita stabilito non è logico». Più drastico è stato Igor Zhovka, vicecapo dello staff del presidente ucraino, che non ne ha fatto una questione di «priorità nell’ordine dei viaggi diplomatici», ma ha stigmatizzato la stessa idea di dialogare con Putin. «Non è una buona idea andare a Mosca: non capiamo l’intenzione di parlare con Putin. In ogni caso Guterres non è autorizzato a parlare a nome del governo ucraino nel suo sforzo di pace», le parole «forti» del consigliere di Zelensky. Non si è fatto remore, il rappresentante ucraino, nemmeno a mostrare profondo scetticismo verso il tentativo di mediazione. «Qualsiasi colloquio di pace va bene se finisce con il risultato. Dubito davvero che i tentativi organizzati dall’Onu ne avranno uno». Ma c’è anche chi, sempre da Kiev, spera che l’incontro Onu-Russia sortisca almeno l’effetto di far aprire i corridoi umanitari per i civili dall’acciaieria Azovstal di Mariupol: è la vicepremier Iryna Vreschuk, che ha fatto appello a Guterres per perorare la causa, chiedendo anche la presenza di rappresentanti delle Nazioni Unite nel convoglio umanitario.
E mentre l’Onu cerca di compiere uno sforzo in direzione della pace, si incrinano sempre più i rapporti tra Russsia e Germania. Il ministero degli Esteri russo ha convocato l’ambasciatore tedesco a Mosca per comunicargli l’espulsione di 40 diplomatici tedeschi. È la risposta all’espulsione - avvenuta il 4 aprile scorso - di 40 diplomatici russi da parte di Berlino, che intendeva rispondere in questo modo agli «orrori contro i civili» a Bucha. Intanto, oggi il cancelliere tedesco, Olaf Scholz, vedrà il premier polacco, Mateusz Morawiecki, a Berlino, per discutere della risposta europea all’invasione dell’Ucraina.
Di nuovi assetti delle relazioni internazionali ha parlato in India, nel suo intervento al Raisina Dialogue, la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen. «Russia e Cina hanno dichiarato che la loro amicizia non ha limiti, in un patto apparentemente sfrenato al quale è seguita poi l’invasione dell’Ucraina. Cosa dobbiamo aspettarci dalle nuove relazioni internazionali che entrambe hanno auspicato?». È un domanda che bisognerebbe porsi più spesso in questi giorni concitati.
Continua a leggereRiduci
Salta l’evacuazione di Mariupol, i russi bombardano le ferrovie per bloccare il materiale bellico destinato alla resistenza. Rogo in un centro petrolifero a Bryansk. Vladimir Putin: «L’Occidente mira a distruggerci dall’interno».Oggi la visita al Cremlino di Antonio Guterres criticata dall’Ucraina, dove il segretario Onu andrà giovedì. Intanto Sergej Lavrov espelle 40 diplomatici tedeschi. Il polacco Mateusz Morawiecki vola da Olaf Scholz.Lo speciale contiene due articoli.Non si arresta l’offensiva militare russa nel Donbass e nella parte meridionale dell’Ucraina. Mentre cinque stazioni ferroviarie nell’Ucraina centrale e occidentale sono state colpite dalle forze russe, il portavoce del ministero della Difesa ucraino, Oleksandr Motuzyanyk, ha dichiarato ieri che le truppe di Kiev hanno respinto gli attacchi nell’Est. Lo stesso Motuzyanyk ha inoltre reso noto che Mosca avrebbe schierato otto navi da guerra a largo delle coste ucraine nel Mar Nero. Kiev ha affermato che, contrariamente a quanto dichiarato poco prima dai russi, non è stato possibile raggiungere un accordo per un corridoio umanitario a Mariupol. «È importante capire che un corridoio umanitario si apre con l’accordo di entrambe le parti. Un corridoio annunciato unilateralmente non fornisce sicurezza, e quindi non è un corridoio umanitario», ha detto la vicepremier ucraina, Iryna Vereshschuk. Nel frattempo, almeno cinque persone sono state uccise in attacchi missilistici russi, condotti contro un’infrastruttura ferroviaria vicino a Zhmerynka. «Stanno cercando di distruggere le rotte di rifornimento dell’assistenza tecnico-militare dagli Stati partner. Per fare ciò, concentrano i bombardamenti sugli snodi ferroviari», hanno detto le forze armate di Kiev. Secondo Al Jazeera, l’agenzia statale ucraina Energoatom ha accusato Mosca di aver lanciato due missili cruise che hanno sorvolato da vicino la centrale nucleare di Khmelnitsky. Si è inoltre verificata una vigorosa esplosione a Kreminna, nella regione di Lugansk, mentre ci sono state cinque vittime (tra cui due bambine) in quella di Donetsk. Alta tensione si registra anche in Moldavia: ieri sera, si sono infatti verificate delle esplosioni nei pressi del ministero della Sicurezza statale della Transnistria, regione in cui sorge l’autoproclamata Repubblica Moldava di Pridniestrov. Pare che le deflagrazioni dipendano dai colpi di un lanciagranate portatile anticarro. È stato reso noto nei giorni scorsi che il Cremlino mira alla conquista del Sud dell’Ucraina (anche) per avere un accesso a quest’area (e mettere così sotto pressione Chisinau). Che Mosca punti alla Transnistria è stato ulteriormente confermato ieri mattina, quando i russi hanno tentato un attacco missilistico dalla Crimea contro Odessa: circostanza, questa, riportata dal capo dell’amministrazione militare regionale di Odessa, Maksym Marchenko. Sempre a Odessa, sabato scorso, sono rimaste uccise otto persone, tra cui una madre e la sua bambina di tre mesi, a seguito di un attacco missilistico russo. A raccontare l’accaduto è stato l’inviato di Panorama, Fausto Biloslavo. «Sei missili da crociera sono arrivati su Odessa, due sono passati uno dopo l’altro sulla mia testa nel centro della città con il loro rumore di caccia a reazione […] Questi missili sembra che avessero obiettivi militari e infatti hanno colpito uno scalo militare dove c’era un deposito di armi straniere», ha detto. «Poi giustamente la contraerea ucraina risponde, sparando ripetutamente. Il primo missile mi è passato sopra la testa, mentre il secondo è stato intercettato ed è stato deviato cadendo su un palazzo di sedici piani. Io sono arrivato subito dopo e 4-5 piani erano come polverizzati», ha proseguito, per poi aggiungere: «Gli ucraini dicono che hanno usato la contraerea. Giustamente dicono, se i russi non avessero lanciato i missili, noi non avremmo usato la controaerea». Nel frattempo, Mosca ha reso noto ieri che indagherà su un incendio, esploso alle prime ore del mattino, in un deposito di petrolio nella città di Bryansk, che si trova a circa 150 chilometri dal confine ucraino. Come riferito da Reuters, circolano sui social delle speculazioni, secondo cui si tratterebbe di un attacco da parte di Kiev: speculazioni che, riporta la medesima fonte, non sono al momento confermate. Da giorni, Mosca accusa il governo ucraino di organizzare attacchi e sabotaggi sul territorio russo: un addebito che Kiev ha ripetutamente respinto. Vladimir Putin è tornato a parlare ieri. «L’Occidente sta tentando di spaccare la società russa e distruggere la Russia dall’interno», ha detto. Il presidente russo ha poi chiesto di mettere fine alle «provocazioni contro le forze armate russe attraverso l’uso dei media stranieri». «È una strana diplomazia quando i diplomatici chiedono all’Ucraina di vincere la guerra sul campo di battaglia», ha proseguito, sostenendo inoltre che l’economia russa riuscirà a sopportare il peso delle sanzioni occidentali. Putin ha inoltre dichiarato che i servizi russi avrebbero sventato un tentativo di assassinio ai danni del giornalista russo (fortemente vicino al Cremlino), Vladimir Solovyev, da parte di quello che è stato definito un gruppo neonazista al soldo dell’intelligence ucraina. Un’accusa, questa, che è stata respinta da Kiev. Si sono nel frattempo perse le tracce di Ivan Luca Vavassori, l’ex calciatore italiano arruolatosi come volontario nelle forze di Kiev. Tutto questo, mentre il sindaco di Slavutich ha lanciato un allarme in riferimento all’area di Chernobyl. «Non possiamo sapere cosa c’è nella testa dei russi. Non potevamo aspettarci che si impadronissero delle centrali nucleari. La nostra regione sarà sempre in pericolo fino a quando il sistema in Russia non cambierà. La minaccia esiste sempre». Nel frattempo, i colloqui diplomatici restano in salita. «La Russia al momento non ritiene il cessate il fuoco un’opzione possibile», ha detto ieri il viceambasciatore russo di Mosca all’Onu, Dmitry Polyansky.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/missili-centrale-assalto-odessa-crimea-2657213526.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="guterres-dallo-zar-pace-urgente" data-post-id="2657213526" data-published-at="1650953291" data-use-pagination="False"> Guterres dallo zar: «Pace urgente» Richiedere una «pace urgente». È l’obiettivo dichiarato dal segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, in volo verso Mosca per dar vita a un’azione diplomatica, che il 28 aprile si sposterà a Kiev. Nella capitale russa, due sono gli incontri previsti. In primo luogo, un dialogo diretto con il presidente Vladimir Putin. Anche il ministro degli Esteri Sergej Lavrov, però, avrà un faccia a faccia con Guterres. Lavrov ha già dichiarato che la Russia non accetterà ultimatum. Per il resto, le parti si rendono disponibili ad ascoltare ciò che l’Onu avrà da dire, specie dopo l’ufficializzazione dell’unità di intenti delle Nazioni Unite con il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan. «Porre fine alla guerra e alla sofferenza dei civili è il nostro scopo comune», la sintesi dell’incontro a Istanbul tra Erdogan e Guterres. La missione del rappresentante del Palazzo di vetro in Russia, però, non ha riscosso l’approvazione da parte ucraina. L’idea di Volodymyr Zelensky è che, per questioni di opportunità, l’Onu avrebbe dovuto farsi spiegare la situazione prima dal Paese aggredito, per poi ascoltare la versione dell’aggressore. «Non ci sono morti nelle strade di Mosca. L’ordine di visita stabilito non è logico». Più drastico è stato Igor Zhovka, vicecapo dello staff del presidente ucraino, che non ne ha fatto una questione di «priorità nell’ordine dei viaggi diplomatici», ma ha stigmatizzato la stessa idea di dialogare con Putin. «Non è una buona idea andare a Mosca: non capiamo l’intenzione di parlare con Putin. In ogni caso Guterres non è autorizzato a parlare a nome del governo ucraino nel suo sforzo di pace», le parole «forti» del consigliere di Zelensky. Non si è fatto remore, il rappresentante ucraino, nemmeno a mostrare profondo scetticismo verso il tentativo di mediazione. «Qualsiasi colloquio di pace va bene se finisce con il risultato. Dubito davvero che i tentativi organizzati dall’Onu ne avranno uno». Ma c’è anche chi, sempre da Kiev, spera che l’incontro Onu-Russia sortisca almeno l’effetto di far aprire i corridoi umanitari per i civili dall’acciaieria Azovstal di Mariupol: è la vicepremier Iryna Vreschuk, che ha fatto appello a Guterres per perorare la causa, chiedendo anche la presenza di rappresentanti delle Nazioni Unite nel convoglio umanitario. E mentre l’Onu cerca di compiere uno sforzo in direzione della pace, si incrinano sempre più i rapporti tra Russsia e Germania. Il ministero degli Esteri russo ha convocato l’ambasciatore tedesco a Mosca per comunicargli l’espulsione di 40 diplomatici tedeschi. È la risposta all’espulsione - avvenuta il 4 aprile scorso - di 40 diplomatici russi da parte di Berlino, che intendeva rispondere in questo modo agli «orrori contro i civili» a Bucha. Intanto, oggi il cancelliere tedesco, Olaf Scholz, vedrà il premier polacco, Mateusz Morawiecki, a Berlino, per discutere della risposta europea all’invasione dell’Ucraina. Di nuovi assetti delle relazioni internazionali ha parlato in India, nel suo intervento al Raisina Dialogue, la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen. «Russia e Cina hanno dichiarato che la loro amicizia non ha limiti, in un patto apparentemente sfrenato al quale è seguita poi l’invasione dell’Ucraina. Cosa dobbiamo aspettarci dalle nuove relazioni internazionali che entrambe hanno auspicato?». È un domanda che bisognerebbe porsi più spesso in questi giorni concitati.
Ecco #DimmiLaVerità del 19 gennaio 2026. Con il deputato del M5s Marco Pellegrini commentiamo gli ultimi sviluppi di politica internazionale tra Groenlandia e Gaza.
Il rigore sbagliato dal marocchino Brahim Diaz nella finale persa contro il Senegal (Getty Images)
La Coppa d’Africa 2025-26, ospitata dal Marocco, è stata molto più di una competizione calcistica: è stata un lungo accumulo di tensioni, piccoli incidenti, proteste formali e malumori sotterranei che hanno accompagnato il torneo dall’inizio alla fine, rendendo la finale solo l’ultimo capitolo di una storia già fin troppo carica di tensioni. Fin dalla fase preparatoria, l’evento è stato presentato come una prova generale in vista del Mondiale 2030, quando Rabat ospiterà il campionato del mondo con Spagna e Portogallo, già nelle prime settimane è emersa una distanza evidente tra l’ambizione dichiarata e la gestione concreta.
Le città coinvolte hanno faticato ad assorbire l’impatto simultaneo di tifosi, delegazioni, staff tecnici e produzione televisiva: traffico paralizzato, tempi di percorrenza imprevedibili, difficoltà nel coordinare spostamenti e sicurezza. Non si è trattato di episodi isolati, ma di un’esperienza ricorrente che ha colpito squadre e addetti ai lavori lungo tutto l’arco del torneo. Non solo. Nei gironi, la Coppa d’Africa ha subito mostrato il suo volto più politico. L’eliminazione del Gabon contro la Costa d’Avorio il 31 dicembre, arrivata in modo traumatico nei minuti finali, ha prodotto una reazione istituzionale durissima, con annunci di azzeramento dello staff tecnico e provvedimenti disciplinari a catena. Ma non è stato l’unico caso. Anche in altre federazioni l’uscita anticipata è stata vissuta come un fallimento intollerabile: allenatori messi in discussione pubblicamente, dirigenti sotto pressione, comunicati dai toni durissimi. Il Ghana, uscito prima del previsto dal torneo, ha visto esplodere un dibattito interno feroce, con accuse alla federazione per la gestione della preparazione e per le condizioni logistiche giudicate inadeguate. La Nigeria ha fatto filtrare malumori sulla distribuzione dei campi di allenamento e sugli spostamenti tra una sede e l’altra, ritenuti penalizzanti in una fase delicata della competizione. Anche l’Algeria, eliminata ai quarti, ha lasciato trapelare irritazione per decisioni arbitrali considerate incoerenti e per una gestione della sicurezza definita «confusa» nei giorni immediatamente precedenti alla partita decisiva. L'Egitto, pur senza proteste plateali, ha espresso attraverso ambienti federali perplessità sulla calendarizzazione e sulle lunghe percorrenze imposte tra allenamenti e stadio, giudicate non all’altezza di un torneo di questo livello.
Accanto a queste reazioni politiche, si è sviluppata una sequenza di lamentele organizzative che ha coinvolto numerose nazionali. Delegazioni dell’Africa occidentale e centrale hanno segnalato difficoltà nei trasferimenti, campi di allenamento giudicati non equivalenti, controlli di sicurezza percepiti come disordinati. Alcune squadre eliminate agli ottavi hanno parlato apertamente di preparazione condizionata da continui cambi di programma e da distanze sottovalutate. Il Senegal ha dato voce a queste criticità in modo più esplicito, denunciando problemi di accoglienza e una gestione ritenuta non uniforme, ma il suo caso ha finito per rappresentare un malcontento più ampio, condiviso anche da federazioni che hanno scelto toni meno pubblici.
Sugli spalti, il quadro è stato altrettanto contraddittorio. I dati ufficiali parlano di oltre un milione di spettatori complessivi e di stadi spesso esauriti, ma le immagini televisive non sempre hanno confermato questa narrazione. In diverse partite si sono viste tribune a macchia di leopardo, non per mancanza di interesse, ma per una combinazione di biglietteria inefficiente, prezzi elevati per molti tifosi africani e difficoltà logistiche che scoraggiavano gli spostamenti tra una città e l’altra. È stato uno dei paradossi più discussi del torneo: una Coppa d’Africa seguitissima in televisione e meno accessibile dal vivo per una parte consistente del pubblico che vive nel continente.Sul piano arbitrale, il torneo ha accumulato un ulteriore strato di tensione. L’uso intensivo del Var ha spesso moltiplicato le polemiche invece di ridurle. Più di una nazionale eliminata ha lamentato decisioni giudicate incoerenti, parlando di criteri applicati in modo diverso da gara a gara. In questo contesto si è diffusa, soprattutto tra le squadre non nordafricane, la percezione che il Marocco potesse beneficiare di un clima più favorevole, non tanto per singoli episodi clamorosi quanto per una somma di micro-decisioni che, nel tempo, hanno alimentato l’idea di uno squilibrio strutturale.
Quando il torneo è entrato nella fase a eliminazione diretta, le tensioni non si sono attenuate. Al contrario, ogni partita è diventata un banco di polemiche. Proteste a bordo campo, momenti di nervosismo sugli spalti, confronti accesi con gli arbitri e alcuni scontri con gli steward hanno contribuito a mantenere il clima costantemente sopra soglia. Le semifinali hanno mostrato segnali evidenti di stanchezza emotiva e organizzativa, preparando il terreno a una finale che sarebbe stata inevitabilmente disastrosa.
L’atto conclusivo, con le sue polemiche arbitrali, le proteste clamorose, l’uscita temporanea dal campo di una squadra, le lunghe interruzioni e le accuse incrociate nel dopo partita, è stato una perfetta sintesi. Le lamentele del Senegal sull’organizzazione, esplose definitivamente in quella sera, hanno dato visibilità a problemi che altre nazionali avevano già sperimentato nelle settimane precedenti, spesso senza la stessa risonanza mediatica.Alla fine, la Coppa d’Africa 2025-26 resta un evento imponente per numeri, audience televisiva e rilevanza internazionale. Ma come prova generale per il Mondiale 2030 lascia interrogativi pesanti. Gli stadi e la copertura globale hanno funzionato, ma la gestione dei flussi di tifosi, il rapporto con le federazioni e la capacità di reggere la pressione di un grande evento hanno mostrato crepe evidenti. Più che un modello da esibire, questa edizione ha finito per assomigliare a un avvertimento: senza una struttura davvero solida e condivisa, non si va molto lontano.
La Coppa d’Africa 2025-26 si è conclusa con il Senegal campione per la seconda volta nella sua storia, dopo il successo del 2021. La finale contro il Marocco, giocata a Rabat, è stata drammatica e intensa: decisivo ai supplementari il gol di Pape Gueye, dopo che il rigore dei padroni di casa al 114’ era stato fallito da Brahim Diaz, con un cucchiaio del tutto discutibile.
Fuori dal campo, però, la serata è stata segnata da momenti di forte tensione. Tra tutti la decisione del ct del Senegal, Pape Thiaw, di far rientrare negli spogliatoi la squadra come segno di protesta dopo l'assegnazione del calcio di rigore in favore dei padroni di casa da parte dell'arbitro congolese Jean Jacques Ndala Ngambo al minuto 98. Così come la scena surreale che ha visto protagonista i giocatori e i raccattapalle del Marocco intenti a rincorrere il secondo portiere senegalese, Victor Diouf, per impedirgli di passare al collega titolare, Edouard Mendy, l'asciugamano ufficialmente utilizzato per asciugare i guantoni, ma nella tradizione dei giocatori africani, utile ad assorbire la magia nera e trasmetterne la forza a chi ne è in possesso. Una sorta di rito voodoo che la formazione marocchina aveva già provato a contrastare in occasione della semifinale, poi vinta ai calci di rigore, con la Nigeria.
Scene non del tutto adeguate a un evento del genere si sono verificate anche sugli spalti e in zona mista al termine della partita, dove si sono registrati episodi di nervosismo e urla tra tifosi e operatori e dichiarazioni al vetriolo degli allenatori. Il tutto non è piaciuto al presidente della Fifa, Gianni Infantino, evidentemente preoccupato in vista del Mondiale che si disputerà da queste parti tra quattro anni: «Purtroppo abbiamo assistito a scene inaccettabili sul campo e sugli spalti: condanniamo fermamente il comportamento di alcuni ‘tifosi’, nonché di alcuni giocatori e membri dello staff tecnico. È inaccettabile abbandonare il campo di gioco in questo modo e, allo stesso modo, la violenza non può essere tollerata nel nostro sport, semplicemente non è giusto» - ha commentato il numero uno del calcio mondiale - «Dobbiamo sempre rispettare le decisioni prese dagli arbitri dentro e fuori dal campo di gioco. Le squadre devono competere sul campo e nel rispetto delle regole del gioco, perché qualsiasi comportamento contrario mette a rischio l’essenza stessa del calcio. È anche responsabilità delle squadre e dei giocatori agire in modo responsabile e dare il buon esempio ai tifosi negli stadi e ai milioni di spettatori in tutto il mondo. Le brutte scene a cui abbiamo assistito oggi devono essere condannate e non devono mai più ripetersi. Ribadisco che non hanno posto nel calcio».
Anche il ct del Senegal, Pape Thiaw, ha rilasciato dichiarazioni di scuse: «A mente fredda non è stato un bello spettacolo far uscire la squadra dal campo nel finale. Chiedo scusa al calcio. Poi li ho fatti tornare, a volte a caldo si reagisce, e non sempre nella maniera migliore. Ora possiamo accettare gli errori dell’arbitro, può succedere. Non avremmo dovuto farlo, ma è andata così». Nonostante la tensione, la festa per il successo senegalese ha avuto momenti di gioia e intensità: Sadio Mané, tra i protagonisti più amati, ha incarnato la celebrazione del trionfo, mentre il portiere Edouard Mendy ha raccontato con sportività il rigore parato, chiarendo che la partita si era decisa sul campo e non tramite accordi tra i giocatori.
La finale di Rabat resterà negli annali non solo per la vittoria del Senegal, ma anche come simbolo di un calcio africano appassionato, intenso e talvolta difficile da contenere, con una combinazione di emozioni, tensioni e polemiche che hanno messo in evidenza tutte le fragilità di un sistema sotto pressione.
Continua a leggereRiduci
Roy de Vita smonta il ricatto di Pfizer sull’aumento dei prezzi dei farmaci in Europa e denuncia il silenzio delle istituzioni. Dalla gestione opaca dei vaccini Covid alla perdita di credibilità dell’OMS, fino al caos della comunicazione scientifica e al caso Belen–Bassetti: un’intervista senza sconti su potere, sanità e verità negate.