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2021-06-04
Minorenne testimonial del cambio di sesso
IStock
Ludovica, con le sue pupille guerriere, è un'Atena di 16 anni. Una dea nata dalla mente di Zeus: frutto del solo pensiero e del desiderio di un maschio. Repubblica, finalmente, ha trovato la sua donna di domani, la sua Eva Futura. S'intitola così il romanzo pubblicato nel 1886 dallo scrittore bretone Auguste de Villiers de l'Isle-Adam (lo ha appena ristampato Marsilio). Uno dei protagonisti è lo scienziato Thomas Edison. Nel suo laboratorio egli porta a termine un ambizioso progetto: creare, appunto, una donna. Siamo di nuovo fra gli antichi greci: Edison si rende colpevole di hybris, la tracotanza che fa superare ogni limite, annebbia la mente dell'uomo e gli fa credere d'essere un dio. È la hybris, nota la studiosa Ivana Bartoletti, «di definire una vita femminile solo e semplicemente attraverso il suo creatore maschile».
«A 16 anni ho sconfitto l'odio transfobico», dichiara la nostra Eva Futura. Già, perché Ludovica è nata Luca. «Sono donna da sempre», dice, «da quando ho percezione di me. Anche se la società ha cercato di correggermi». Da qualche tempo, ci informa Repubblica, fa parte «di quell'avanguardia di teenager ammessi al trattamento con i farmaci bloccanti». Parliamo della triptorelina, con cui si producono medicinali capaci di fermare la pubertà: il primo passo del percorso di transizione di genere per i minorenni, che potranno poi modificare definitivamente il proprio sesso una volta divenuti adulti. Ludovica ha iniziato il cambiamento a 14 anni.
Non è la prima uscita mediatica, per lei. Un paio d'anni fa era apparsa sulle pagine patinate di Vanity Fair assieme ad altri minorenni transgender. Ora torna in prima come testimonial contro «l'odio transfobico», ovviamente a sostegno del ddl Zan e delle idee che veicola in materia di identità di genere. Ludovica, tuttavia, è la dimostrazione che di nuove leggi non c'è bisogno. La triptorelina è di fatto liberalizzata, viene somministrata da qualche tempo a carico dello Stato. Il percorso di transizione di genere è permesso e regolato, si svolge all'interno di strutture ospedaliere pubbliche. E benché Ludovica non abbia ancora effettuato la transizione chirurgica, un tribunale le ha concesso di cambiare nome sui documenti. Dove sta, allora, la discriminazione sistemica?
Il fatto è che odio e discriminazioni sono solo una facciata. Ludovica, in realtà, non è testimonial di una lotta contro la violenza, ma di una visione ideologica che punta a normalizzare il cambiamento di sesso, a istituzionalizzare l'autodeterminazione di genere. Se si trattasse di combattere per evitare a Ludovica prese in giro, insulti e sofferenze, saremmo in prima linea, dalla sua parte. Ma qui in gioco c'è ben altro. C'è l'imposizione di quello che gli esperti chiamano «approccio affermativo». L'idea che - qualora un ragazzino o un bambino mostrino di essere confusi o a disagio con il proprio sesso - li si debba aiutare ad «affermarsi», cioè accompagnarli verso la transizione di genere. Certo, può darsi che questa sia stata la scelta giusta per Ludovica. Ma per tanti minori non è affatto così, e il rischio è che - facendosi guidare dall'ideologia - li si spinga su una strada sbagliata e pericolosa, da cui tornare indietro è difficilissimo.
Per rendersi conto che non stiamo esagerando basta soffermarsi un attimo su chi ha accompagnato Ludovica nel suo percorso. Tra le prime a indicarle la via c'è stata Camilla Vivian, autrice del libro Mio figlio in rosa. La Vivian è un'attivista, a suo dire bisogna superare la «logica binaria» poiché esistono i bimbi transgender, gender fluid, di genere non conforme, ibridi, smoothies (cioè frullati: «Prendono alcuni aspetti del genere, li mescolano tra loro e creano una loro personale miscela»), e poi queer, protogay, prototransgender... Un bel delirio burocratico.
La Vivian ha indirizzato Ludovica al Saifip, il centro per le problematiche di gender dell'azienda ospedaliera San Camillo di Roma. Ricordate? Ce ne siamo largamente occupati alcune settimane fa. Sono stati gli esperti del Saifip a elaborare le «linee guida trans» diffuse (e poi ritirate) dall'Ufficio scolastico regionale del Lazio. Alcuni di questi esperti erano in piazza a manifestare per il ddl Zan, e che abbiano un'impostazione ideologica molto precisa non è un mistero. Tra le altre cose, il Saifip si è avvalso della collaborazione di un guru del settore, il professor Domenico Di Ceglie, cioè il fondatore del Gender identity development centre (Gids) della Tavistock Clinic di Londra. Un centro che è ancora coinvolto in procedimenti giudiziari ed è stato accusato (da alcuni ex dipendenti che hanno parlato al Times) di «fare esperimenti» sui minori con varianza di genere.
Di tutto ciò, ovviamente, negli articoli celebrativi sui giornali progressisti non si parla. Non si dice mai che il percorso di transizione è lungo e doloroso. Non si dice che tanti tornano indietro (i cosiddetti «detransitioners»), e che il cambiamento di sesso non è la panacea di ogni problema di identità. No, certo: gli attivisti e i giornalisti loro amici si limitano a spiegare che l'unico guaio è l'odio, basta eliminare quello e si risolve tutto. Il cambiamento di sesso è favoloso, i minori possono decidere di passare da un genere all'altro come desiderano, perché «ne hanno diritto». Eppure alcuni degli Stati che in passato hanno seguito questa via ideologica hanno poi cambiato rotta. Tra questi c'è la Finlandia, tanto celebrata per via del suo governo di «giovani donne». Ebbene, nel giugno dell'anno scorso ha rivisto le linee guida per la disforia di genere, indicando i trattamenti psicologici come preferibili ai farmaci. Al nostro sistema mediatico, però, tutto questo non interessa. Ora deve promuovere il ddl Zan e i diritti trans, puntare verso la nuova frontiera. E così, un passetto alla volta, l'approccio affermativo diviene l'unico possibile, l'unico ammesso se non si vuole essere accusati di odiare e discriminare.
Nel romanzo di Villiers dell'Isle-Adam, la «donna artificiale» viene creata da Edison a Menlo Park. In quel luogo, oggi, ha sede Facebook. E lì, insomma, che si trova il Potere che produce il discorso dominante. Un Potere che combatte la differenza (anche dei sessi) per imporre la neutralità. Un Potere che ordina: Eva Futura deve trionfare.
Un liceo di Padova prova ad anticipare la legge Zan sull’«identità di genere»
L'«identità di genere», contenuta nel ddl Zan, non è ancora legge ma c'è chi, in ambito scolastico, si prende già avanti. È il caso del liceo scientifico Alvise Cornaro di Padova che, dal prossimo anno scolastico, il 2021-2022, includerà nei registri scolastici la dicitura «alias». In questo modo, gli studenti impegnati nell'iter psicologico, medico e ormonale di riassegnazione potranno da subito essere identificati con il nome da loro scelto in vista della fine della transizione, a cioè «cambio di sesso» ultimato. Tale nuova identificazione, secondo il regolamento messo a punto dall'Udu (Unione degli studenti universitari), sarà globale sul piano didattico, nel senso che, oltre che per i registri scolastici, varrà pure per la posta elettronica e, va da sé, per le pagelle. Una vera e propria rivoluzione, insomma, che a ben vedere sa a suo modo di riscatto dopo che, sempre a Padova ma in un'altra scuola, il liceo classico Tito Livio, lo scorso ottobre a un giovane era stato impedito di candidarsi rappresentante d'istituto con l'identità trans. Il preside allora si oppose e fu, prevedibilmente, polemica.
Stavolta, invece, a fare notizia è una svolta di tenore opposto che, benché presentata all'insegna dell'inclusione, sta già sollevando più d'una criticità. Assai perplessa, ad esempio, è l'assessore regionale all'Istruzione Elena Donazzan. «Mi sembra tanto un'iniziativa propagandistica», ha dichiarato Donazzan, «l'ennesima battaglia ideologica sulla scuola che invece avrebbe bisogno di risolvere altri problemi. La popolazione studentesca è fatta di una maggioranza di persone che se ne sta silenziosa mentre viene prevaricata quotidianamente da una minoranza ideologica», ha aggiunto l'assessore della giunta Zaia, rimarcando una posizione dalla quale è difficile dissentire.
Infatti, se da un lato l'iniziativa dell'istituto padovano è pionieristica, dall'altro ci sono fior di nazioni che proprio sull'«identità di genere» come basata sulla mera percezione di sé, e per di più tra i giovani, stanno facendo bruschi dietrofront. Si pensi al Regno Unito, dove lo scorso novembre il governo ha messo una pietra tombale sulla riforma del Gender recognition Act, che chiedeva l'inclusione, appunto, del «self-id» o autocertificazione di genere, e dove i giudici, pronunciandosi sul caso di Keira Bell - giovane che vive con il rimpianto d'aver scelto di «passare» al genere maschile da adolescente -, hanno stabilito che i ragazzi sotto i 16 anni con disforia di genere non possono dare un pieno consenso informato al trattamento con bloccanti della pubertà, ordinando ai medici di chiedere l'approvazione del tribunale prima di trattare con una terapia medica qualsiasi minorenne con disforia di genere.
Idem in Svezia, dove il Karolinska Institutet ha deciso che ai minori di 16 anni con disforia di genere non saranno somministrati soppressori della pubertà e ormoni sessuali specifici del sesso desiderato. Invece già dal giugno 2020 in Finlandia sono state riviste le linee guida nazionali per preferire il trattamento psicologico a quello farmacologico. Insomma, l'«identità di genere» giovanile convince sempre meno i Paesi che per primi l'hanno riconosciuta.
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«Repubblica» enfatizza la storia di Luca diventato a 16 anni Ludovica per denunciare una «discriminazione sistemica» che invece non esiste. La «transizione» sarebbe la nuova normalità, anche se numerosi Paesi stanno già rinnegando le leggi che la favoriscono.Da settembre gli studenti in fase di riassegnazione potranno essere iscritti nei registri con il nome che stanno per prendere.Lo speciale contiene due articoli. Ludovica, con le sue pupille guerriere, è un'Atena di 16 anni. Una dea nata dalla mente di Zeus: frutto del solo pensiero e del desiderio di un maschio. Repubblica, finalmente, ha trovato la sua donna di domani, la sua Eva Futura. S'intitola così il romanzo pubblicato nel 1886 dallo scrittore bretone Auguste de Villiers de l'Isle-Adam (lo ha appena ristampato Marsilio). Uno dei protagonisti è lo scienziato Thomas Edison. Nel suo laboratorio egli porta a termine un ambizioso progetto: creare, appunto, una donna. Siamo di nuovo fra gli antichi greci: Edison si rende colpevole di hybris, la tracotanza che fa superare ogni limite, annebbia la mente dell'uomo e gli fa credere d'essere un dio. È la hybris, nota la studiosa Ivana Bartoletti, «di definire una vita femminile solo e semplicemente attraverso il suo creatore maschile». «A 16 anni ho sconfitto l'odio transfobico», dichiara la nostra Eva Futura. Già, perché Ludovica è nata Luca. «Sono donna da sempre», dice, «da quando ho percezione di me. Anche se la società ha cercato di correggermi». Da qualche tempo, ci informa Repubblica, fa parte «di quell'avanguardia di teenager ammessi al trattamento con i farmaci bloccanti». Parliamo della triptorelina, con cui si producono medicinali capaci di fermare la pubertà: il primo passo del percorso di transizione di genere per i minorenni, che potranno poi modificare definitivamente il proprio sesso una volta divenuti adulti. Ludovica ha iniziato il cambiamento a 14 anni. Non è la prima uscita mediatica, per lei. Un paio d'anni fa era apparsa sulle pagine patinate di Vanity Fair assieme ad altri minorenni transgender. Ora torna in prima come testimonial contro «l'odio transfobico», ovviamente a sostegno del ddl Zan e delle idee che veicola in materia di identità di genere. Ludovica, tuttavia, è la dimostrazione che di nuove leggi non c'è bisogno. La triptorelina è di fatto liberalizzata, viene somministrata da qualche tempo a carico dello Stato. Il percorso di transizione di genere è permesso e regolato, si svolge all'interno di strutture ospedaliere pubbliche. E benché Ludovica non abbia ancora effettuato la transizione chirurgica, un tribunale le ha concesso di cambiare nome sui documenti. Dove sta, allora, la discriminazione sistemica? Il fatto è che odio e discriminazioni sono solo una facciata. Ludovica, in realtà, non è testimonial di una lotta contro la violenza, ma di una visione ideologica che punta a normalizzare il cambiamento di sesso, a istituzionalizzare l'autodeterminazione di genere. Se si trattasse di combattere per evitare a Ludovica prese in giro, insulti e sofferenze, saremmo in prima linea, dalla sua parte. Ma qui in gioco c'è ben altro. C'è l'imposizione di quello che gli esperti chiamano «approccio affermativo». L'idea che - qualora un ragazzino o un bambino mostrino di essere confusi o a disagio con il proprio sesso - li si debba aiutare ad «affermarsi», cioè accompagnarli verso la transizione di genere. Certo, può darsi che questa sia stata la scelta giusta per Ludovica. Ma per tanti minori non è affatto così, e il rischio è che - facendosi guidare dall'ideologia - li si spinga su una strada sbagliata e pericolosa, da cui tornare indietro è difficilissimo. Per rendersi conto che non stiamo esagerando basta soffermarsi un attimo su chi ha accompagnato Ludovica nel suo percorso. Tra le prime a indicarle la via c'è stata Camilla Vivian, autrice del libro Mio figlio in rosa. La Vivian è un'attivista, a suo dire bisogna superare la «logica binaria» poiché esistono i bimbi transgender, gender fluid, di genere non conforme, ibridi, smoothies (cioè frullati: «Prendono alcuni aspetti del genere, li mescolano tra loro e creano una loro personale miscela»), e poi queer, protogay, prototransgender... Un bel delirio burocratico. La Vivian ha indirizzato Ludovica al Saifip, il centro per le problematiche di gender dell'azienda ospedaliera San Camillo di Roma. Ricordate? Ce ne siamo largamente occupati alcune settimane fa. Sono stati gli esperti del Saifip a elaborare le «linee guida trans» diffuse (e poi ritirate) dall'Ufficio scolastico regionale del Lazio. Alcuni di questi esperti erano in piazza a manifestare per il ddl Zan, e che abbiano un'impostazione ideologica molto precisa non è un mistero. Tra le altre cose, il Saifip si è avvalso della collaborazione di un guru del settore, il professor Domenico Di Ceglie, cioè il fondatore del Gender identity development centre (Gids) della Tavistock Clinic di Londra. Un centro che è ancora coinvolto in procedimenti giudiziari ed è stato accusato (da alcuni ex dipendenti che hanno parlato al Times) di «fare esperimenti» sui minori con varianza di genere. Di tutto ciò, ovviamente, negli articoli celebrativi sui giornali progressisti non si parla. Non si dice mai che il percorso di transizione è lungo e doloroso. Non si dice che tanti tornano indietro (i cosiddetti «detransitioners»), e che il cambiamento di sesso non è la panacea di ogni problema di identità. No, certo: gli attivisti e i giornalisti loro amici si limitano a spiegare che l'unico guaio è l'odio, basta eliminare quello e si risolve tutto. Il cambiamento di sesso è favoloso, i minori possono decidere di passare da un genere all'altro come desiderano, perché «ne hanno diritto». Eppure alcuni degli Stati che in passato hanno seguito questa via ideologica hanno poi cambiato rotta. Tra questi c'è la Finlandia, tanto celebrata per via del suo governo di «giovani donne». Ebbene, nel giugno dell'anno scorso ha rivisto le linee guida per la disforia di genere, indicando i trattamenti psicologici come preferibili ai farmaci. Al nostro sistema mediatico, però, tutto questo non interessa. Ora deve promuovere il ddl Zan e i diritti trans, puntare verso la nuova frontiera. E così, un passetto alla volta, l'approccio affermativo diviene l'unico possibile, l'unico ammesso se non si vuole essere accusati di odiare e discriminare. Nel romanzo di Villiers dell'Isle-Adam, la «donna artificiale» viene creata da Edison a Menlo Park. In quel luogo, oggi, ha sede Facebook. E lì, insomma, che si trova il Potere che produce il discorso dominante. Un Potere che combatte la differenza (anche dei sessi) per imporre la neutralità. Un Potere che ordina: Eva Futura deve trionfare. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/minorenne-testimonial-del-cambio-di-sesso-2653234971.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="un-liceo-di-padova-prova-ad-anticipare-la-legge-zan-sull-identita-di-genere" data-post-id="2653234971" data-published-at="1622798206" data-use-pagination="False"> Un liceo di Padova prova ad anticipare la legge Zan sull’«identità di genere» L'«identità di genere», contenuta nel ddl Zan, non è ancora legge ma c'è chi, in ambito scolastico, si prende già avanti. È il caso del liceo scientifico Alvise Cornaro di Padova che, dal prossimo anno scolastico, il 2021-2022, includerà nei registri scolastici la dicitura «alias». In questo modo, gli studenti impegnati nell'iter psicologico, medico e ormonale di riassegnazione potranno da subito essere identificati con il nome da loro scelto in vista della fine della transizione, a cioè «cambio di sesso» ultimato. Tale nuova identificazione, secondo il regolamento messo a punto dall'Udu (Unione degli studenti universitari), sarà globale sul piano didattico, nel senso che, oltre che per i registri scolastici, varrà pure per la posta elettronica e, va da sé, per le pagelle. Una vera e propria rivoluzione, insomma, che a ben vedere sa a suo modo di riscatto dopo che, sempre a Padova ma in un'altra scuola, il liceo classico Tito Livio, lo scorso ottobre a un giovane era stato impedito di candidarsi rappresentante d'istituto con l'identità trans. Il preside allora si oppose e fu, prevedibilmente, polemica. Stavolta, invece, a fare notizia è una svolta di tenore opposto che, benché presentata all'insegna dell'inclusione, sta già sollevando più d'una criticità. Assai perplessa, ad esempio, è l'assessore regionale all'Istruzione Elena Donazzan. «Mi sembra tanto un'iniziativa propagandistica», ha dichiarato Donazzan, «l'ennesima battaglia ideologica sulla scuola che invece avrebbe bisogno di risolvere altri problemi. La popolazione studentesca è fatta di una maggioranza di persone che se ne sta silenziosa mentre viene prevaricata quotidianamente da una minoranza ideologica», ha aggiunto l'assessore della giunta Zaia, rimarcando una posizione dalla quale è difficile dissentire. Infatti, se da un lato l'iniziativa dell'istituto padovano è pionieristica, dall'altro ci sono fior di nazioni che proprio sull'«identità di genere» come basata sulla mera percezione di sé, e per di più tra i giovani, stanno facendo bruschi dietrofront. Si pensi al Regno Unito, dove lo scorso novembre il governo ha messo una pietra tombale sulla riforma del Gender recognition Act, che chiedeva l'inclusione, appunto, del «self-id» o autocertificazione di genere, e dove i giudici, pronunciandosi sul caso di Keira Bell - giovane che vive con il rimpianto d'aver scelto di «passare» al genere maschile da adolescente -, hanno stabilito che i ragazzi sotto i 16 anni con disforia di genere non possono dare un pieno consenso informato al trattamento con bloccanti della pubertà, ordinando ai medici di chiedere l'approvazione del tribunale prima di trattare con una terapia medica qualsiasi minorenne con disforia di genere. Idem in Svezia, dove il Karolinska Institutet ha deciso che ai minori di 16 anni con disforia di genere non saranno somministrati soppressori della pubertà e ormoni sessuali specifici del sesso desiderato. Invece già dal giugno 2020 in Finlandia sono state riviste le linee guida nazionali per preferire il trattamento psicologico a quello farmacologico. Insomma, l'«identità di genere» giovanile convince sempre meno i Paesi che per primi l'hanno riconosciuta.
Luciano Darderi (Ansa)
Nella giornata del «round of 16» è stato infatti l’azzurro numero 17 Atp a prendersi la scena, superando in rimonta nientemeno che Alexander Zverev, che nella classifica mondiale è dietro soltanto ai due mostri sacri Sinner e Carlos Alcaraz. Sulla terra rossa della Grand Stand Arena Darderi è riuscito nell’impresa di riscrivere una partita che sembrava ormai perduta. Specialmente dopo aver incassato un primo set senza storia, perso 6-1 in appena mezz’ora, dando per lunghi tratti l’impressione di non riuscire a reggere il ritmo imposto dal tedesco. Andamento che si stava confermando anche nel secondo parziale, facendo pensare a chiunque che la sfida fosse ormai indirizzata. A chiunque tranne che al ventiquattrenne italo-argentino, che non ha mai smesso di crederci. Dopo che Zverev è salito fino al 4-2 e ha avuto in mano il controllo dell’incontro, qualcosa è cambiato. Darderi ha iniziato a trovare continuità da fondo campo, sostenuto da un pubblico sempre più coinvolto, mentre dall’altra parte il tedesco ha progressivamente perso lucidità. Il momento decisivo è arrivato nel tie-break del secondo set, un’autentica battaglia nella quale Zverev si è fatto annullare quattro match point. Luciano è rimasto aggrappato alla partita con pazienza e coraggio, fino a chiudere 12-10 grazie anche a un doppio fallo finale del suo avversario. Lì, di fatto, il match è finito. Zverev è uscito mentalmente dalla partita e nel terzo set non ha reagito. Darderi ha cavalcato l’inerzia e l’entusiasmo del Foro Italico, dominando 6-0 il parziale decisivo e conquistando così la prima vittoria in carriera contro un top ten. Una serata che difficilmente dimenticherà e che gli vale anche i primi quarti di finale in un Masters 1000, dove affronterà il baby fenomeno spagnolo Rafael Jódar. «È stata una partita molto dura, non mi sentivo bene nel primo set», ha spiegato a caldo Darderi. «Poi sono riuscito a girarla anche perché Zverev mi ha regalato qualcosa. La gente mi ha aiutato tanto, sono molto felice».
Più lineare, invece, il pomeriggio di Sinner sul centrale. Contro l’altra rivelazione di questa edizione, Andrea Pellegrino, il numero uno del mondo ha controllato il «derby» senza particolari difficoltà, imponendosi (6-2, 6-3) e centrando la qualificazione ai quarti. Per il pugliese resta comunque un torneo oltre ogni aspettativa, mentre Sinner continua a macinare record: con quella contro Pellegrino sono diventate 31 le vittorie consecutive nei Masters 1000, eguagliando un primato che apparteneva a Novak Djokovic. «Il derby qui in Italia è sempre speciale», ha detto Jannik dopo la vittoria. «Sono molto felice per Andrea, ha fatto un torneo straordinario». Poi uno sguardo al prosieguo del torneo, dove se la vedrà con il russo Andrej Rublev: «I quarti sono già un turno importante. Il giorno di riposo mi aiuterà».
L’unica nota stonata della giornata azzurra è arrivata dalla sconfitta di Lorenzo Musetti contro Casper Ruud. Il toscano, già apparso in difficoltà fisica nei giorni scorsi, ha ceduto nettamente (6-3 6-1) in una partita condizionata dai problemi alla coscia sinistra: «Chiedo scusa al pubblico, ma la mia condizione fisica non mi ha permesso di giocare come avrei voluto», ha ammesso il carrarino nel post partita.
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@ManuelRighi
Uno dei modi migliori per entrare in contatto con un territorio è penetrarne la natura. C’è chi lo fa in contemplandola e chi attraversandola attivamente. Il Trentino si presta a tutto, grazie a un ambiente variegato, che alterna montagne, laghi e fiumi.
Gli amanti degli sport acquatici hanno un’ampia gamma di possibilità tra cui scegliere. Il rafting, per esempio, praticando il quale si smuovono adrenalina, spirito di squadra e rapporto con la natura. Non un semplice sport, ma un’esperienza a tutto tondo che consente di percepire contemporaneamente sé stessi, l’altro e il fiume, diventando tutt’uno. Punto di riferimento per questa attività outdoor è la Val di Sole con il suo fiume (il Noce), citato dal National Geographic come uno dei migliori al mondo per le discese fluviali a bordo dei raft, speciali gommoni che le squadre da quattro/sei persone devono portare a destinazione con coraggio e attenzione. Si tratta di una disciplina che non richiede alcuna competenza in particolare, a esclusione del nuoto. È comunque bene esercitarla al seguito di una guida esperta, che prima della partenza spiegherà ai partecipanti cosa fare e non fare durante la traversata. Il fiume Noce dona 28 bellissimi chilometri navigabili, tra rapide e tratti più tranquilli che consentono, nel frattempo, di ammirare boschi e vette, garantendo emozioni autentiche grazie all’alternanza di un’attività ad alto tasso di energia e gioia e quieta bellezza paesaggistica.
Non per niente il rafting viene considerato terapeutico, tanto da essere utilizzato per cementare lo spirito di squadra tra familiari e amici, ma anche tra colleghi, uniti da un obiettivo comune al di fuori dell’ambiente lavorativo e delle classiche dinamiche aziendali. I centri rafting del Trentino mettono a disposizione il necessario equipaggiamento: tute in neoprene, giubbotto salvagente, pagaia e casco protettivo; è altresì necessario che i partecipanti arrivino con un abbigliamento sportivo, costume incluso. Il fiume Noce è percorribile anche in canoa e kayak, ma per avere un contatto ancora più ravvicinato con la forza dell’acqua l’ideale è l’hydrospeed, che prende il nome dal bob fluviale con cui affrontare l’acquatico avversario.
Un altro modo per godersi l’estate trentina è il wakeboard, sport che nasce dalla fusione tra sci acquatico e snowboard. Come il rafting, è uno sport adrenalinico ma fattibile anche per coloro che sono alle prime armi. Nella Regione esistono due impianti, situati tra il lago di Ledro e il lago di Terlago. Qui si viene trainati non dal classico motoscafo, ma da un cable wakeboard, ossia una fune simile a uno skilift. Velocità, equilibrio e leggerezza: il wakeboard permette di divertirsi e volare letteralmente sull’acqua.
Lakeline è il centro di Terlago, che propone un percorso di circa 230 metri dotato di strutture galleggianti per salti ed evoluzioni aeree. Benché si tratti di una disciplina adatta a tutti, il centro mette a disposizione - oltre al noleggio attrezzatura - una scuola wakeboard. Al lago di Ledro, precisamente in località Pur, si trova invece il Be Wake System: qui il wakeboard viene presentato nella sua variante più semplice, adatta anche ai bambini dai 7 anni in su. Un’attività che libera dalle calorie e - soprattutto - dallo stress in eccesso, rafforzando i muscoli e il sistema cardiorespiratorio.
C’è poi il canyoning, che consiste nella discesa a piedi, ma tramite l’ausilio di corde, di gole percorse da piccoli corsi d’acqua. Una sorta di fusione tra alpinismo e sport fluviali, da realizzare in gruppo e al seguito di guide professionali. Ovviamente i livelli di difficoltà differiscono a seconda della propria preparazione.
Lo speleologo francese Alfred Martel viene considerato il precursore del canyoning, grazie alle esplorazioni da lui condotte durante i primi anni del Novecento nelle Gole di Verdon. Dalla scienza allo sport il passo fu relativamente breve: negli anni Ottanta francesi e spagnoli vi si dedicavano assiduamente. Per chi è in cerca di questo genere di dinamismo, il lago di Ledro, il Garda Trentino e l’area di Campiglio Dolomiti - con la Val Brenta, il torrente Palvico e il Rio Roldono - sono i luoghi ideali. Scivoli e piscine naturali producono contesti di straordinaria bellezza, all’interno dei quali muoversi diviene un’esperienza completa per il corpo e per lo spirito.
Il brivido della velocità in montagna è un’altra storia con le downhill bike
Dall’acqua alla terra: lo sport, in Trentino, prevede un contatto dinamico con Madre Natura anche attraverso i cosiddetti bike park, strutture attrezzate per le mountain bike.Non si pensi al classico trekking: per questo tipo di attività occorrono infatti biciclette da downhill, dato che si tratta di percorsi in discesa su terreni ripidi e scoscesi, dove il rischio di cadute è piuttosto alto. I salti, le curve paraboliche e gli ostacoli, ma anche i north shore (strutture in legno da attraversare a tutta velocità) e i rock garden rendono felicissimi i biker più spericolati. I centri del Trentino-Alto Adige offrono sempre impianti di risalita e bike shuttle, furgoni che trasportano le biciclette al punto di partenza.Come per gli sport acquatici, anche in questo caso è necessario utilizzare l’attrezzatura adeguata, composta da protezioni per le ginocchia e i gomiti, caschi integrali, paraschiena e guanti. Questo sport può essere praticato in Val di Sole, dove si trovano cinque trail differenti per difficoltà e tre trail enduro. In località Pellizzano esiste anche un Kids Bike Park, dedicato al divertimento dei bambini.La parte più interessante del Bike Park Val di Sole è sicuramente costituita dal Black Snacke, famoso percorso di Coppa del Mondo. È il tracciato più impegnativo e, per questo, adatto solo a esperti e a spericolati che abbiano voglia di mettersi alla prova su terreni particolarmente scoscesi a partire da quota 1.500 metri. Dalla medesima altitudine si dipanano anche tre trail di recente realizzazione, alcuni in stile flow - dunque senza particolari ostacoli - e altri più naturali.Una telecabina da otto posti consente una semplice risalita a tre rider con le loro biciclette. Nella parte bassa del bike park si trova un’altra attrazione degna di nota: il four cross (4x), una discesa per gare a quattro, utilizzata ogni anno anche per il Campionato del Mondo di 4x.Il Bike Park Val di Sole aprirà la stagione indicativamente tra fine maggio e inizio giugno. Il Paganella Bike Park è un’altra area spettacolare non solo per gli amanti della disciplina, ma anche per l’utilizzo che è stato fatto del territorio. Trattasi di tre bike zone nate nel 2010 dalla trasformazione di vecchi sentieri e mulattiere, divenuti ormai tracciati all’avanguardia dotati di tutto il necessario per i praticanti.Non è un caso che sia stato inserito nel circuito del Gravity Card, che permette ai possessori della tessera di muoversi liberamente tra i ventotto migliori bike park d’Europa. Il Fassa Bike Park è situato nel cuore delle Dolomiti della Val di Fassa, sopra Canazei. Il primo bike park del Nord-Est propone dodici linee per tutti i livelli, pensate sia per i principianti che per gli esperti.Infine la San Martino Bike Arena sorge al cospetto delle Pale di San Martino e offre tre tracciati per un totale di dieci chilometri. Nemmeno qui manca un efficiente impianto di risalita, costituito da una cabinovia ad agganciamento automatico che in soli dodici minuti raggiunge i 2.200 metri di altitudine.Il risultato? Discese emozionanti, garantite anche dai wall ride, megaparaboliche in cui usare la forza centrifuga per percorrerle nella parte più alta senza il rischio di cadere. Anche la San Martino Bike Arena aprirà per il ponte del 2 giugno, ma per le prime due settimane solo per durante i weekend.
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