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2021-06-04
Minorenne testimonial del cambio di sesso
IStock
Ludovica, con le sue pupille guerriere, è un'Atena di 16 anni. Una dea nata dalla mente di Zeus: frutto del solo pensiero e del desiderio di un maschio. Repubblica, finalmente, ha trovato la sua donna di domani, la sua Eva Futura. S'intitola così il romanzo pubblicato nel 1886 dallo scrittore bretone Auguste de Villiers de l'Isle-Adam (lo ha appena ristampato Marsilio). Uno dei protagonisti è lo scienziato Thomas Edison. Nel suo laboratorio egli porta a termine un ambizioso progetto: creare, appunto, una donna. Siamo di nuovo fra gli antichi greci: Edison si rende colpevole di hybris, la tracotanza che fa superare ogni limite, annebbia la mente dell'uomo e gli fa credere d'essere un dio. È la hybris, nota la studiosa Ivana Bartoletti, «di definire una vita femminile solo e semplicemente attraverso il suo creatore maschile».
«A 16 anni ho sconfitto l'odio transfobico», dichiara la nostra Eva Futura. Già, perché Ludovica è nata Luca. «Sono donna da sempre», dice, «da quando ho percezione di me. Anche se la società ha cercato di correggermi». Da qualche tempo, ci informa Repubblica, fa parte «di quell'avanguardia di teenager ammessi al trattamento con i farmaci bloccanti». Parliamo della triptorelina, con cui si producono medicinali capaci di fermare la pubertà: il primo passo del percorso di transizione di genere per i minorenni, che potranno poi modificare definitivamente il proprio sesso una volta divenuti adulti. Ludovica ha iniziato il cambiamento a 14 anni.
Non è la prima uscita mediatica, per lei. Un paio d'anni fa era apparsa sulle pagine patinate di Vanity Fair assieme ad altri minorenni transgender. Ora torna in prima come testimonial contro «l'odio transfobico», ovviamente a sostegno del ddl Zan e delle idee che veicola in materia di identità di genere. Ludovica, tuttavia, è la dimostrazione che di nuove leggi non c'è bisogno. La triptorelina è di fatto liberalizzata, viene somministrata da qualche tempo a carico dello Stato. Il percorso di transizione di genere è permesso e regolato, si svolge all'interno di strutture ospedaliere pubbliche. E benché Ludovica non abbia ancora effettuato la transizione chirurgica, un tribunale le ha concesso di cambiare nome sui documenti. Dove sta, allora, la discriminazione sistemica?
Il fatto è che odio e discriminazioni sono solo una facciata. Ludovica, in realtà, non è testimonial di una lotta contro la violenza, ma di una visione ideologica che punta a normalizzare il cambiamento di sesso, a istituzionalizzare l'autodeterminazione di genere. Se si trattasse di combattere per evitare a Ludovica prese in giro, insulti e sofferenze, saremmo in prima linea, dalla sua parte. Ma qui in gioco c'è ben altro. C'è l'imposizione di quello che gli esperti chiamano «approccio affermativo». L'idea che - qualora un ragazzino o un bambino mostrino di essere confusi o a disagio con il proprio sesso - li si debba aiutare ad «affermarsi», cioè accompagnarli verso la transizione di genere. Certo, può darsi che questa sia stata la scelta giusta per Ludovica. Ma per tanti minori non è affatto così, e il rischio è che - facendosi guidare dall'ideologia - li si spinga su una strada sbagliata e pericolosa, da cui tornare indietro è difficilissimo.
Per rendersi conto che non stiamo esagerando basta soffermarsi un attimo su chi ha accompagnato Ludovica nel suo percorso. Tra le prime a indicarle la via c'è stata Camilla Vivian, autrice del libro Mio figlio in rosa. La Vivian è un'attivista, a suo dire bisogna superare la «logica binaria» poiché esistono i bimbi transgender, gender fluid, di genere non conforme, ibridi, smoothies (cioè frullati: «Prendono alcuni aspetti del genere, li mescolano tra loro e creano una loro personale miscela»), e poi queer, protogay, prototransgender... Un bel delirio burocratico.
La Vivian ha indirizzato Ludovica al Saifip, il centro per le problematiche di gender dell'azienda ospedaliera San Camillo di Roma. Ricordate? Ce ne siamo largamente occupati alcune settimane fa. Sono stati gli esperti del Saifip a elaborare le «linee guida trans» diffuse (e poi ritirate) dall'Ufficio scolastico regionale del Lazio. Alcuni di questi esperti erano in piazza a manifestare per il ddl Zan, e che abbiano un'impostazione ideologica molto precisa non è un mistero. Tra le altre cose, il Saifip si è avvalso della collaborazione di un guru del settore, il professor Domenico Di Ceglie, cioè il fondatore del Gender identity development centre (Gids) della Tavistock Clinic di Londra. Un centro che è ancora coinvolto in procedimenti giudiziari ed è stato accusato (da alcuni ex dipendenti che hanno parlato al Times) di «fare esperimenti» sui minori con varianza di genere.
Di tutto ciò, ovviamente, negli articoli celebrativi sui giornali progressisti non si parla. Non si dice mai che il percorso di transizione è lungo e doloroso. Non si dice che tanti tornano indietro (i cosiddetti «detransitioners»), e che il cambiamento di sesso non è la panacea di ogni problema di identità. No, certo: gli attivisti e i giornalisti loro amici si limitano a spiegare che l'unico guaio è l'odio, basta eliminare quello e si risolve tutto. Il cambiamento di sesso è favoloso, i minori possono decidere di passare da un genere all'altro come desiderano, perché «ne hanno diritto». Eppure alcuni degli Stati che in passato hanno seguito questa via ideologica hanno poi cambiato rotta. Tra questi c'è la Finlandia, tanto celebrata per via del suo governo di «giovani donne». Ebbene, nel giugno dell'anno scorso ha rivisto le linee guida per la disforia di genere, indicando i trattamenti psicologici come preferibili ai farmaci. Al nostro sistema mediatico, però, tutto questo non interessa. Ora deve promuovere il ddl Zan e i diritti trans, puntare verso la nuova frontiera. E così, un passetto alla volta, l'approccio affermativo diviene l'unico possibile, l'unico ammesso se non si vuole essere accusati di odiare e discriminare.
Nel romanzo di Villiers dell'Isle-Adam, la «donna artificiale» viene creata da Edison a Menlo Park. In quel luogo, oggi, ha sede Facebook. E lì, insomma, che si trova il Potere che produce il discorso dominante. Un Potere che combatte la differenza (anche dei sessi) per imporre la neutralità. Un Potere che ordina: Eva Futura deve trionfare.
Un liceo di Padova prova ad anticipare la legge Zan sull’«identità di genere»
L'«identità di genere», contenuta nel ddl Zan, non è ancora legge ma c'è chi, in ambito scolastico, si prende già avanti. È il caso del liceo scientifico Alvise Cornaro di Padova che, dal prossimo anno scolastico, il 2021-2022, includerà nei registri scolastici la dicitura «alias». In questo modo, gli studenti impegnati nell'iter psicologico, medico e ormonale di riassegnazione potranno da subito essere identificati con il nome da loro scelto in vista della fine della transizione, a cioè «cambio di sesso» ultimato. Tale nuova identificazione, secondo il regolamento messo a punto dall'Udu (Unione degli studenti universitari), sarà globale sul piano didattico, nel senso che, oltre che per i registri scolastici, varrà pure per la posta elettronica e, va da sé, per le pagelle. Una vera e propria rivoluzione, insomma, che a ben vedere sa a suo modo di riscatto dopo che, sempre a Padova ma in un'altra scuola, il liceo classico Tito Livio, lo scorso ottobre a un giovane era stato impedito di candidarsi rappresentante d'istituto con l'identità trans. Il preside allora si oppose e fu, prevedibilmente, polemica.
Stavolta, invece, a fare notizia è una svolta di tenore opposto che, benché presentata all'insegna dell'inclusione, sta già sollevando più d'una criticità. Assai perplessa, ad esempio, è l'assessore regionale all'Istruzione Elena Donazzan. «Mi sembra tanto un'iniziativa propagandistica», ha dichiarato Donazzan, «l'ennesima battaglia ideologica sulla scuola che invece avrebbe bisogno di risolvere altri problemi. La popolazione studentesca è fatta di una maggioranza di persone che se ne sta silenziosa mentre viene prevaricata quotidianamente da una minoranza ideologica», ha aggiunto l'assessore della giunta Zaia, rimarcando una posizione dalla quale è difficile dissentire.
Infatti, se da un lato l'iniziativa dell'istituto padovano è pionieristica, dall'altro ci sono fior di nazioni che proprio sull'«identità di genere» come basata sulla mera percezione di sé, e per di più tra i giovani, stanno facendo bruschi dietrofront. Si pensi al Regno Unito, dove lo scorso novembre il governo ha messo una pietra tombale sulla riforma del Gender recognition Act, che chiedeva l'inclusione, appunto, del «self-id» o autocertificazione di genere, e dove i giudici, pronunciandosi sul caso di Keira Bell - giovane che vive con il rimpianto d'aver scelto di «passare» al genere maschile da adolescente -, hanno stabilito che i ragazzi sotto i 16 anni con disforia di genere non possono dare un pieno consenso informato al trattamento con bloccanti della pubertà, ordinando ai medici di chiedere l'approvazione del tribunale prima di trattare con una terapia medica qualsiasi minorenne con disforia di genere.
Idem in Svezia, dove il Karolinska Institutet ha deciso che ai minori di 16 anni con disforia di genere non saranno somministrati soppressori della pubertà e ormoni sessuali specifici del sesso desiderato. Invece già dal giugno 2020 in Finlandia sono state riviste le linee guida nazionali per preferire il trattamento psicologico a quello farmacologico. Insomma, l'«identità di genere» giovanile convince sempre meno i Paesi che per primi l'hanno riconosciuta.
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«Repubblica» enfatizza la storia di Luca diventato a 16 anni Ludovica per denunciare una «discriminazione sistemica» che invece non esiste. La «transizione» sarebbe la nuova normalità, anche se numerosi Paesi stanno già rinnegando le leggi che la favoriscono.Da settembre gli studenti in fase di riassegnazione potranno essere iscritti nei registri con il nome che stanno per prendere.Lo speciale contiene due articoli. Ludovica, con le sue pupille guerriere, è un'Atena di 16 anni. Una dea nata dalla mente di Zeus: frutto del solo pensiero e del desiderio di un maschio. Repubblica, finalmente, ha trovato la sua donna di domani, la sua Eva Futura. S'intitola così il romanzo pubblicato nel 1886 dallo scrittore bretone Auguste de Villiers de l'Isle-Adam (lo ha appena ristampato Marsilio). Uno dei protagonisti è lo scienziato Thomas Edison. Nel suo laboratorio egli porta a termine un ambizioso progetto: creare, appunto, una donna. Siamo di nuovo fra gli antichi greci: Edison si rende colpevole di hybris, la tracotanza che fa superare ogni limite, annebbia la mente dell'uomo e gli fa credere d'essere un dio. È la hybris, nota la studiosa Ivana Bartoletti, «di definire una vita femminile solo e semplicemente attraverso il suo creatore maschile». «A 16 anni ho sconfitto l'odio transfobico», dichiara la nostra Eva Futura. Già, perché Ludovica è nata Luca. «Sono donna da sempre», dice, «da quando ho percezione di me. Anche se la società ha cercato di correggermi». Da qualche tempo, ci informa Repubblica, fa parte «di quell'avanguardia di teenager ammessi al trattamento con i farmaci bloccanti». Parliamo della triptorelina, con cui si producono medicinali capaci di fermare la pubertà: il primo passo del percorso di transizione di genere per i minorenni, che potranno poi modificare definitivamente il proprio sesso una volta divenuti adulti. Ludovica ha iniziato il cambiamento a 14 anni. Non è la prima uscita mediatica, per lei. Un paio d'anni fa era apparsa sulle pagine patinate di Vanity Fair assieme ad altri minorenni transgender. Ora torna in prima come testimonial contro «l'odio transfobico», ovviamente a sostegno del ddl Zan e delle idee che veicola in materia di identità di genere. Ludovica, tuttavia, è la dimostrazione che di nuove leggi non c'è bisogno. La triptorelina è di fatto liberalizzata, viene somministrata da qualche tempo a carico dello Stato. Il percorso di transizione di genere è permesso e regolato, si svolge all'interno di strutture ospedaliere pubbliche. E benché Ludovica non abbia ancora effettuato la transizione chirurgica, un tribunale le ha concesso di cambiare nome sui documenti. Dove sta, allora, la discriminazione sistemica? Il fatto è che odio e discriminazioni sono solo una facciata. Ludovica, in realtà, non è testimonial di una lotta contro la violenza, ma di una visione ideologica che punta a normalizzare il cambiamento di sesso, a istituzionalizzare l'autodeterminazione di genere. Se si trattasse di combattere per evitare a Ludovica prese in giro, insulti e sofferenze, saremmo in prima linea, dalla sua parte. Ma qui in gioco c'è ben altro. C'è l'imposizione di quello che gli esperti chiamano «approccio affermativo». L'idea che - qualora un ragazzino o un bambino mostrino di essere confusi o a disagio con il proprio sesso - li si debba aiutare ad «affermarsi», cioè accompagnarli verso la transizione di genere. Certo, può darsi che questa sia stata la scelta giusta per Ludovica. Ma per tanti minori non è affatto così, e il rischio è che - facendosi guidare dall'ideologia - li si spinga su una strada sbagliata e pericolosa, da cui tornare indietro è difficilissimo. Per rendersi conto che non stiamo esagerando basta soffermarsi un attimo su chi ha accompagnato Ludovica nel suo percorso. Tra le prime a indicarle la via c'è stata Camilla Vivian, autrice del libro Mio figlio in rosa. La Vivian è un'attivista, a suo dire bisogna superare la «logica binaria» poiché esistono i bimbi transgender, gender fluid, di genere non conforme, ibridi, smoothies (cioè frullati: «Prendono alcuni aspetti del genere, li mescolano tra loro e creano una loro personale miscela»), e poi queer, protogay, prototransgender... Un bel delirio burocratico. La Vivian ha indirizzato Ludovica al Saifip, il centro per le problematiche di gender dell'azienda ospedaliera San Camillo di Roma. Ricordate? Ce ne siamo largamente occupati alcune settimane fa. Sono stati gli esperti del Saifip a elaborare le «linee guida trans» diffuse (e poi ritirate) dall'Ufficio scolastico regionale del Lazio. Alcuni di questi esperti erano in piazza a manifestare per il ddl Zan, e che abbiano un'impostazione ideologica molto precisa non è un mistero. Tra le altre cose, il Saifip si è avvalso della collaborazione di un guru del settore, il professor Domenico Di Ceglie, cioè il fondatore del Gender identity development centre (Gids) della Tavistock Clinic di Londra. Un centro che è ancora coinvolto in procedimenti giudiziari ed è stato accusato (da alcuni ex dipendenti che hanno parlato al Times) di «fare esperimenti» sui minori con varianza di genere. Di tutto ciò, ovviamente, negli articoli celebrativi sui giornali progressisti non si parla. Non si dice mai che il percorso di transizione è lungo e doloroso. Non si dice che tanti tornano indietro (i cosiddetti «detransitioners»), e che il cambiamento di sesso non è la panacea di ogni problema di identità. No, certo: gli attivisti e i giornalisti loro amici si limitano a spiegare che l'unico guaio è l'odio, basta eliminare quello e si risolve tutto. Il cambiamento di sesso è favoloso, i minori possono decidere di passare da un genere all'altro come desiderano, perché «ne hanno diritto». Eppure alcuni degli Stati che in passato hanno seguito questa via ideologica hanno poi cambiato rotta. Tra questi c'è la Finlandia, tanto celebrata per via del suo governo di «giovani donne». Ebbene, nel giugno dell'anno scorso ha rivisto le linee guida per la disforia di genere, indicando i trattamenti psicologici come preferibili ai farmaci. Al nostro sistema mediatico, però, tutto questo non interessa. Ora deve promuovere il ddl Zan e i diritti trans, puntare verso la nuova frontiera. E così, un passetto alla volta, l'approccio affermativo diviene l'unico possibile, l'unico ammesso se non si vuole essere accusati di odiare e discriminare. Nel romanzo di Villiers dell'Isle-Adam, la «donna artificiale» viene creata da Edison a Menlo Park. In quel luogo, oggi, ha sede Facebook. E lì, insomma, che si trova il Potere che produce il discorso dominante. Un Potere che combatte la differenza (anche dei sessi) per imporre la neutralità. Un Potere che ordina: Eva Futura deve trionfare. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/minorenne-testimonial-del-cambio-di-sesso-2653234971.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="un-liceo-di-padova-prova-ad-anticipare-la-legge-zan-sull-identita-di-genere" data-post-id="2653234971" data-published-at="1622798206" data-use-pagination="False"> Un liceo di Padova prova ad anticipare la legge Zan sull’«identità di genere» L'«identità di genere», contenuta nel ddl Zan, non è ancora legge ma c'è chi, in ambito scolastico, si prende già avanti. È il caso del liceo scientifico Alvise Cornaro di Padova che, dal prossimo anno scolastico, il 2021-2022, includerà nei registri scolastici la dicitura «alias». In questo modo, gli studenti impegnati nell'iter psicologico, medico e ormonale di riassegnazione potranno da subito essere identificati con il nome da loro scelto in vista della fine della transizione, a cioè «cambio di sesso» ultimato. Tale nuova identificazione, secondo il regolamento messo a punto dall'Udu (Unione degli studenti universitari), sarà globale sul piano didattico, nel senso che, oltre che per i registri scolastici, varrà pure per la posta elettronica e, va da sé, per le pagelle. Una vera e propria rivoluzione, insomma, che a ben vedere sa a suo modo di riscatto dopo che, sempre a Padova ma in un'altra scuola, il liceo classico Tito Livio, lo scorso ottobre a un giovane era stato impedito di candidarsi rappresentante d'istituto con l'identità trans. Il preside allora si oppose e fu, prevedibilmente, polemica. Stavolta, invece, a fare notizia è una svolta di tenore opposto che, benché presentata all'insegna dell'inclusione, sta già sollevando più d'una criticità. Assai perplessa, ad esempio, è l'assessore regionale all'Istruzione Elena Donazzan. «Mi sembra tanto un'iniziativa propagandistica», ha dichiarato Donazzan, «l'ennesima battaglia ideologica sulla scuola che invece avrebbe bisogno di risolvere altri problemi. La popolazione studentesca è fatta di una maggioranza di persone che se ne sta silenziosa mentre viene prevaricata quotidianamente da una minoranza ideologica», ha aggiunto l'assessore della giunta Zaia, rimarcando una posizione dalla quale è difficile dissentire. Infatti, se da un lato l'iniziativa dell'istituto padovano è pionieristica, dall'altro ci sono fior di nazioni che proprio sull'«identità di genere» come basata sulla mera percezione di sé, e per di più tra i giovani, stanno facendo bruschi dietrofront. Si pensi al Regno Unito, dove lo scorso novembre il governo ha messo una pietra tombale sulla riforma del Gender recognition Act, che chiedeva l'inclusione, appunto, del «self-id» o autocertificazione di genere, e dove i giudici, pronunciandosi sul caso di Keira Bell - giovane che vive con il rimpianto d'aver scelto di «passare» al genere maschile da adolescente -, hanno stabilito che i ragazzi sotto i 16 anni con disforia di genere non possono dare un pieno consenso informato al trattamento con bloccanti della pubertà, ordinando ai medici di chiedere l'approvazione del tribunale prima di trattare con una terapia medica qualsiasi minorenne con disforia di genere. Idem in Svezia, dove il Karolinska Institutet ha deciso che ai minori di 16 anni con disforia di genere non saranno somministrati soppressori della pubertà e ormoni sessuali specifici del sesso desiderato. Invece già dal giugno 2020 in Finlandia sono state riviste le linee guida nazionali per preferire il trattamento psicologico a quello farmacologico. Insomma, l'«identità di genere» giovanile convince sempre meno i Paesi che per primi l'hanno riconosciuta.
Gli svizzeri Marco Odermatt e Loic Meillard applaudono il brasiliano Lucas Pinheiro-Braathen durante la cerimonia di premiazione per lo slalom Gigante maschile delle gare di sci alpino ai Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina 2026 (Ansa)
Durante la pausa aveva detto: «Quest’anno ho già fatto delle belle rimonte, bisogna tirare fuori tutto, vado all-in». Invece è out. Lo sguardo finisce su Giovanni Franzoni, cognome che finora ha significato salvezza. Niente da fare, il bresciano è sfinito (24º), l’argento nella Libera può bastare. «Sono esausto, non vedo l’ora di staccare un po’ a casa. Gli avversari erano più freschi, mi è uscita la spalla prima di partire, sono al limite. La mia priorità è la velocità, in gigante non mi sono allenato molto. Ho dato tutto e va bene, prima olimpiade positiva, mi darei 8,5».
Archiviata la pratica italiana rimane una gara storica, con la prima medaglia d’oro del Brasile sugli sci: la ghermisce come un’aquila reale Luca Pinheiro-Braaten, superfigo in tuta, con due manche da guerriero delle Alpi come Alberto Tomba, capace di tenersi dietro nella tormenta Marco Odermatt e l’altro svizzero Loic Meillard. Padre norvegese e madre brasiliana, Pinheiro-Braaten ha trascorso i suoi primi 25 anni di vita a fare la spola fra le due sponde dell’Atlantico: a Oslo quando i genitori erano insieme, a San Paolo dopo la separazione, di nuovo in Norvegia per gareggiare con la squadra più organizzata. Ma tre anni fa, per una questione legata agli sponsor, ecco la rottura con la federazione, la fuga in Brasile da mamma Alessandra, un anno per riorganizzarsi e l’invenzione della samba bianca. Bohèmien, casinista il giusto nelle notti di Coppa del Mondo (sei vittorie sempre fra i pali), Pinheiro-Braaten si percepisce manager etico di se stesso. E al traguardo, prima di mettersi l’oro al collo, ha pure il tempo per un messaggio gandhiano: «Spero che i brasiliani capiscano che la differenza è un superpotere. Non importa il background, il colore della pelle, da dove arrivi. Se credi fortemente nel tuo sogno, lo realizzi». Lo diceva già Ayrton Senna, ma va bene uguale. Facile ripeterlo per lui, che guadagna milioni dagli sponsor, può permettersi di pagare uno staff personale da paura, investe in immobili e ha preso casa a Milano: «Dell’Italia amo tutto, le montagne, il sistema di vita, questa città così creativa». Tomba lo chiama al telefono: «Sei il migliore, adesso ci credi?». Il brasiliano piange di gioia. Si scende da Bormio con l’illusione che quell’exploit sia anche un po’ nostro.
Un angelo vola, un angelo cade. È il Superman del pattinaggio artistico, lo statunitense Ilia Malinin (genitori uzbeki), presentato come un genio assoluto, l’oro più scontato (non perdeva dal 2023) con copertina su Sport Illustrated, l’imperatore del quadruplo Axel, un Rudolf Nureyev con le lame sotto i piedi. Morale: ottavo nella gara della vita dopo due cadute rovinose. Un incubo psicologico lo accompagnava da giorni, era obbligato a vincere ed è crollato. Se la testa non è fredda, lo Sport diventa una scimmia sulla schiena; ora il suo mental coach avrà di che lavorare. Mentre l’Italia di hockey subisce una dura lezione dalla Finlandia (11-0) e va a casa con tre sconfitte, contiamo le altre ferite di giornata. Solo dignitosa la staffetta femminile di Fondo (6ª), delude il Biathlon donne sprint dove Lisa Vittozzi non riesce a ripetere l’impresa di una settimana fa e arriva quinta mentre la leader più accreditata Dorothea Wierer scompare nelle retrovie dopo sequenze imbarazzanti al poligono. Oro alla norvegese Maren Kirkeide. Neppure sulla pista milanese di Pattinaggio velocità va meglio: nella 500 maschile Jeffrey Rosanelli sbiadisce al 17º posto nella gara dominata dal fuoriclasse statunitense Jordan Stolz (già oro nei 1000). Ci va male anche in allenamento: ieri la mascotte italiana, la napoletana di 16 anni Giada D’Antonio cade in slalom e si rompe un legamento crociato. Adieu.
È una giornata così, sarà il clima di San Valentino distrutto a colpi di insulti nel curling, dove gli svedesi sconfitti accusano due volte i canadesi di aver toccato la stone con una mano dopo il lancio. Il FairPlay va a farsi benedire e il Var non c’è. Allora ci pensa il capitano canadese Marc Kennedy a chiudere la polemica con un «Fuck you, la scopa puoi mettertela…» che ci costringe a ripensamenti sulla proverbiale compostezza anglosassone.
Oggi riparte la caccia al record delle 20 medaglie di Lillehammer. Per l’Italia tornano in pista i grossi calibri: Federica Brignone e Sofia Goggia (Gigante), Michela Moioli (Snowboard) e Francesca Lollobrigida (Pattinaggio), obiettivi preferiti dei fotografi. Ieri a Bormio non si capiva perché i paparazzi girassero attorno al gigantista argentino Tiziano Gravier, finito nelle retrovie. È il figlio dell’ex modella Valeria Mazza, cercavano tutti la mamma.
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