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2023-11-18
Milano, follia green: per prendere l’auto bisogna chiedere il permesso a Sala
Beppe Sala (Ansa)
La giunta Sala tratta i suoi cittadini come fossero ragazzacci da tenere sotto controllo pretendendo che per uscire con l’automobile si chieda il permesso ogni volta. Un trattamento, quello riservato ai residenti all’interno di quel recinto per «meno ricchi» che viene chiamato Area B, che oggi si distingue da quello dei «ricchi veri» dell’Area C per il valore inferiore del metro quadrato delle abitazioni, ma soprattutto dal fatto di non possedere ancora una vettura nuova, magari elettrica. Nella riserva padana chiamata Area B resiste quindi una fascia di cittadinanza automunita di un mezzo «inquinante» seppure perfettamente efficiente e super controllato. Serve un esempio: chi possiede un’automobile, per esempio una con motore diesel Euro 5B, circa dieci anni di vita, praticamente quasi una Euro 6 (questa ancora tollerata), e risiede dentro Area B, fino al mese scorso per circolare negli orari del divieto doveva registrarsi una tantum al portale dedicato e questo possedeva una funzione tutto sommato utile: in orari di deroga necessaria, a ogni passaggio dell’auto proibita sotto uno dei tanti varchi, il cervellone dell’Area B registrava e contava gli accessi, così il cittadino poteva tenere sotto controllo il numero dei passaggi stando attento a non superare i cinquanta permessi annuali che il soviet di palazzo Marino gli concedeva in quanto residente.
Ora però questo permesso, almeno per i prossimi dodici mesi, si ridurrà soltanto a venticinque giornate per chi abita nell’area segregata e in sole cinque per chi arriva dall’esterno, una limitazione annunciata da tempo ma francamente senza una ragione precisa se non quella di applicare la nota ideologia green cara alla giunta comunale.
Molti cittadini possessori di auto «proibite» quelle cinquanta giornate non le hanno neppure utilizzate tutte, ma di permettere la somma di quelle non fruite lo scorso anno con quelle attuali neanche a parlarne. Ma se non altro, negli ultimi dodici mesi c’era almeno la tranquillità di poter gestire un’emergenza famigliare o un semplice imprevisto quasi come nulla fosse. Ieri, invece, è arrivata una novità: con un messaggio di posta elettronica i cittadini registrati al portale Area B sono stati avvisati che ogni volta che dovranno uscire con la loro vettura proibita (che comunque deve fare la revisione biennale, avere l’assicurazione e il bollo pagati), dovranno anche chiedere il permesso alla giunta Sala. Lo si deve fare sempre dal medesimo portale con utente e password, poco importa se a usare la vettura sarà il proprietario oppure un suo parente o amico, che magari non ha confidenza con l’informatica o semplicemente si troverà nelle condizioni di uscire di corsa per qualsiasi ragione. La faccenda appare subdola: il Comune riduce le giornate di permesso anche ai residenti e in più toglie loro l’essenza dell’uso dell’automobile, ovvero la comodità dell’utilizzo immediato, ciò che rende una vettura utile per una famiglia.
In pratica costringe ad agire come chi l’automobile la deve affittare utilizzando il car sharing, anche se costoro sono i proprietari. Tutto pur di far sentire il cittadino automobilista colpevole di inquinare e di non potersi permettere un mezzo più moderno. Resta possibile certificare di essere turnisti al lavoro, oppure di aver firmato un ordine di acquisto per una vettura nuova, e allora fino alla consegna si può richiedere la deroga. Fino a quando i milanesi sopporteranno queste vessazioni è impossibile saperlo, ma che la misura sia colma è evidente, soprattutto perché non c’è una ragione ecologica che giustifichi la richiesta di un permesso per usare una vettura quando se ne ha la necessità e comunque per venticinque volte l’anno. Anche perché non c’è alcuna risposta da parte del portale, se non l’evitare di prendere una sanzione qualora si transiti sotto uno dei varchi installati per controllare le targhe. Che se controllassero il pagamento dell’assicurazione farebbero almeno un’azione utile.
Forse qualche bravo avvocato potrebbe dimostrare che sia contrario alla Costituzione della Repubblica essere tracciati, peraltro dove si risiede, e che quella richiesta di permesso violi la legge anche soltanto perché non si inoltra un’istanza per entrare in un’area segregata per una qualunque buona ragione, bensì per uscire dal proprio domicilio al volante di una vettura. Esercitando, peraltro, i privilegi di avere una patente automobilistica valida. Dunque, nonostante sia ormai conclamato che Area B non serve a nulla quanto a contenere i livelli d’inquinamento, e mentre sempre più persone abbandonano la città, a Milano la persecuzione contro gli automobilisti si inasprisce ancora e comincia a ricordare quella messa in atto dagli austriaci per incassare la tassa sul tabacco, quando aggredirono gli uomini colpevoli di non fumare. Un episodio che nel 1848 scatenò lo «sciopero del fumo» e diede il coraggio ai milanesi per reagire nelle celebri cinque giornate. A proposito, fare un «quarantotto», nel senso di rivoluzione, arriva proprio da quel fatto. E la regola dei corsi e ricorsi storici non ha mai fallito.
Il raid degli ecovandali costa caro. «L’Arco della Pace è da restaurare»
Sarà la distanza siderale dalla quale ormai vede Milano, ma in questo periodo Beppe Sala non ne azzecca più una. Giovedì mattina aveva sminuito i danni dell’imbrattamento dell’Arco della Pace da parte dei ragazzi di Ultima Generazione, garantendo che la vernice era «facilmente cancellabile», ma ieri la Soprintendenza e i tecnici del Comune hanno certificato che la solita idropulizia non sarà sufficiente e che servirà un accurato intervento di restauro. Mercoledì pomeriggio, cinque ragazze e due ragazzi dell’organizzazione di ecovandali ha gettato una gran quantità di vernice arancione sul basamento dell’Arco della Pace, in parco Sempione. Sono stati sollevati di peso dalla polizia, che poi li ha denunciati tutti per danneggiamento. Il gesto è stato compiuto per manifestare solidarietà agli abitanti di Gaza ed è stato accompagnato da slogan di protesta contro il governo italiano, che «manda armi a Israele, attraverso Leonardo». Il sindaco Sala, giovedì mattina, ha affermato di disapprovare il blitz: «Comprendo le loro motivazioni, ma disapprovo quello che hanno fatto». Poteva fermarsi lì, invece il primo cittadino del Pd ha detto la sua sui danni: «Sembra sia vernice facilmente cancellabile, ci lavoreremo in fretta». Tanta efficienza promessa, però, ieri mattina si è schiantata con la realtà dei fatti. Il Comune ha reso noto, dopo i sopralluoghi di rito condotti dai tecnici municipali e dagli esperti della Soprintendenza della Città metropolitana, che saranno necessari interventi accurati di restauro per rimuovere la vernice dal monumento. A gestire i lavori sarà direttamente la Soprintendenza, visto che stiamo parlando di un monumento neoclassico del 1838. Lo stesso semi-negazionismo, su scala maggiore, è stato usato anche in questi giorni da Sala riguardo alle proteste crescenti per l’esplodere della microcriminalità nelle strade di Milano, problema denunciato da numerosi vip rapinati o scippati (tra i tanti, Carlo Verdone e Flavio Briatore), oltre che da tanti cittadini comuni. Per il primo cittadino dalle calze arcobaleno si tratta semplicemente di una congiura mediatica, per colpire politicamente lui e Milano. Il fatto che sia necessario un intervento di restauro accurato per riportare a nuovo l’Arco della Pace riporta alla memoria quello che è accaduto a marzo al monumento equestre a Vittorio Emanuele II in Piazza Duomo, che ha subito un lungo lavoro di recupero terminato poche settimane fa. In quel caso gli stessi attivisti di Ultima Generazione avevano raccontato di aver adoperato vernice lavabile mescolata ad acqua, ma purtroppo così non era ed è stato necessario fare un bando apposito e affidare i lavori a una ditta per 28.950 euro. I lavori sono poi stati interamente regalati alla città da Vox Media, una società che opera nel campo della pubblicità esterna e dei restauri sponsorizzati. E ieri sul blitz milanese è intervenuto anche il ministro dei Beni culturali, Gennaro Sangiuliano, annunciando che in futuro chi imbratta pagherà i restauri. In una nota, Sangiuliano, che ha definito l’assalto di mercoledì «l’ennesima azione sconsiderata», ha anche osservato che nei confronti dei responsabili «è inaccettabile e da irresponsabili mostrare atteggiamenti cedevoli, se non addirittura ammiccanti». Quindi ha spiegato che «tra qualche settimana, dopo l’approvazione definitiva da parte della Camera, diventerà legge dello Stato la norma che consentirà di far pagare ai vandali i costi degli interventi di ripristino integrale del bene danneggiato. Il principio che voglio ribadire è che chi distrugge dovrà pagare di tasca propria». L’importante è che il conto non lo faccia il giulivo Sala.
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Nuove restrizioni anche per i residenti di Area B: le deroghe scendono a 25. Per muoversi necessario informare il Comune di Milano. Sconfessato l’ottimismo del sindaco Beppe Sala: serviranno i tecnici per eliminare la vernice. Lo speciale contiene due articoli.La giunta Sala tratta i suoi cittadini come fossero ragazzacci da tenere sotto controllo pretendendo che per uscire con l’automobile si chieda il permesso ogni volta. Un trattamento, quello riservato ai residenti all’interno di quel recinto per «meno ricchi» che viene chiamato Area B, che oggi si distingue da quello dei «ricchi veri» dell’Area C per il valore inferiore del metro quadrato delle abitazioni, ma soprattutto dal fatto di non possedere ancora una vettura nuova, magari elettrica. Nella riserva padana chiamata Area B resiste quindi una fascia di cittadinanza automunita di un mezzo «inquinante» seppure perfettamente efficiente e super controllato. Serve un esempio: chi possiede un’automobile, per esempio una con motore diesel Euro 5B, circa dieci anni di vita, praticamente quasi una Euro 6 (questa ancora tollerata), e risiede dentro Area B, fino al mese scorso per circolare negli orari del divieto doveva registrarsi una tantum al portale dedicato e questo possedeva una funzione tutto sommato utile: in orari di deroga necessaria, a ogni passaggio dell’auto proibita sotto uno dei tanti varchi, il cervellone dell’Area B registrava e contava gli accessi, così il cittadino poteva tenere sotto controllo il numero dei passaggi stando attento a non superare i cinquanta permessi annuali che il soviet di palazzo Marino gli concedeva in quanto residente. Ora però questo permesso, almeno per i prossimi dodici mesi, si ridurrà soltanto a venticinque giornate per chi abita nell’area segregata e in sole cinque per chi arriva dall’esterno, una limitazione annunciata da tempo ma francamente senza una ragione precisa se non quella di applicare la nota ideologia green cara alla giunta comunale. Molti cittadini possessori di auto «proibite» quelle cinquanta giornate non le hanno neppure utilizzate tutte, ma di permettere la somma di quelle non fruite lo scorso anno con quelle attuali neanche a parlarne. Ma se non altro, negli ultimi dodici mesi c’era almeno la tranquillità di poter gestire un’emergenza famigliare o un semplice imprevisto quasi come nulla fosse. Ieri, invece, è arrivata una novità: con un messaggio di posta elettronica i cittadini registrati al portale Area B sono stati avvisati che ogni volta che dovranno uscire con la loro vettura proibita (che comunque deve fare la revisione biennale, avere l’assicurazione e il bollo pagati), dovranno anche chiedere il permesso alla giunta Sala. Lo si deve fare sempre dal medesimo portale con utente e password, poco importa se a usare la vettura sarà il proprietario oppure un suo parente o amico, che magari non ha confidenza con l’informatica o semplicemente si troverà nelle condizioni di uscire di corsa per qualsiasi ragione. La faccenda appare subdola: il Comune riduce le giornate di permesso anche ai residenti e in più toglie loro l’essenza dell’uso dell’automobile, ovvero la comodità dell’utilizzo immediato, ciò che rende una vettura utile per una famiglia. In pratica costringe ad agire come chi l’automobile la deve affittare utilizzando il car sharing, anche se costoro sono i proprietari. Tutto pur di far sentire il cittadino automobilista colpevole di inquinare e di non potersi permettere un mezzo più moderno. Resta possibile certificare di essere turnisti al lavoro, oppure di aver firmato un ordine di acquisto per una vettura nuova, e allora fino alla consegna si può richiedere la deroga. Fino a quando i milanesi sopporteranno queste vessazioni è impossibile saperlo, ma che la misura sia colma è evidente, soprattutto perché non c’è una ragione ecologica che giustifichi la richiesta di un permesso per usare una vettura quando se ne ha la necessità e comunque per venticinque volte l’anno. Anche perché non c’è alcuna risposta da parte del portale, se non l’evitare di prendere una sanzione qualora si transiti sotto uno dei varchi installati per controllare le targhe. Che se controllassero il pagamento dell’assicurazione farebbero almeno un’azione utile. Forse qualche bravo avvocato potrebbe dimostrare che sia contrario alla Costituzione della Repubblica essere tracciati, peraltro dove si risiede, e che quella richiesta di permesso violi la legge anche soltanto perché non si inoltra un’istanza per entrare in un’area segregata per una qualunque buona ragione, bensì per uscire dal proprio domicilio al volante di una vettura. Esercitando, peraltro, i privilegi di avere una patente automobilistica valida. Dunque, nonostante sia ormai conclamato che Area B non serve a nulla quanto a contenere i livelli d’inquinamento, e mentre sempre più persone abbandonano la città, a Milano la persecuzione contro gli automobilisti si inasprisce ancora e comincia a ricordare quella messa in atto dagli austriaci per incassare la tassa sul tabacco, quando aggredirono gli uomini colpevoli di non fumare. Un episodio che nel 1848 scatenò lo «sciopero del fumo» e diede il coraggio ai milanesi per reagire nelle celebri cinque giornate. A proposito, fare un «quarantotto», nel senso di rivoluzione, arriva proprio da quel fatto. E la regola dei corsi e ricorsi storici non ha mai fallito.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/milano-follia-green-2666304281.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-raid-degli-ecovandali-costa-caro-larco-della-pace-e-da-restaurare" data-post-id="2666304281" data-published-at="1700308907" data-use-pagination="False"> Il raid degli ecovandali costa caro. «L’Arco della Pace è da restaurare» Sarà la distanza siderale dalla quale ormai vede Milano, ma in questo periodo Beppe Sala non ne azzecca più una. Giovedì mattina aveva sminuito i danni dell’imbrattamento dell’Arco della Pace da parte dei ragazzi di Ultima Generazione, garantendo che la vernice era «facilmente cancellabile», ma ieri la Soprintendenza e i tecnici del Comune hanno certificato che la solita idropulizia non sarà sufficiente e che servirà un accurato intervento di restauro. Mercoledì pomeriggio, cinque ragazze e due ragazzi dell’organizzazione di ecovandali ha gettato una gran quantità di vernice arancione sul basamento dell’Arco della Pace, in parco Sempione. Sono stati sollevati di peso dalla polizia, che poi li ha denunciati tutti per danneggiamento. Il gesto è stato compiuto per manifestare solidarietà agli abitanti di Gaza ed è stato accompagnato da slogan di protesta contro il governo italiano, che «manda armi a Israele, attraverso Leonardo». Il sindaco Sala, giovedì mattina, ha affermato di disapprovare il blitz: «Comprendo le loro motivazioni, ma disapprovo quello che hanno fatto». Poteva fermarsi lì, invece il primo cittadino del Pd ha detto la sua sui danni: «Sembra sia vernice facilmente cancellabile, ci lavoreremo in fretta». Tanta efficienza promessa, però, ieri mattina si è schiantata con la realtà dei fatti. Il Comune ha reso noto, dopo i sopralluoghi di rito condotti dai tecnici municipali e dagli esperti della Soprintendenza della Città metropolitana, che saranno necessari interventi accurati di restauro per rimuovere la vernice dal monumento. A gestire i lavori sarà direttamente la Soprintendenza, visto che stiamo parlando di un monumento neoclassico del 1838. Lo stesso semi-negazionismo, su scala maggiore, è stato usato anche in questi giorni da Sala riguardo alle proteste crescenti per l’esplodere della microcriminalità nelle strade di Milano, problema denunciato da numerosi vip rapinati o scippati (tra i tanti, Carlo Verdone e Flavio Briatore), oltre che da tanti cittadini comuni. Per il primo cittadino dalle calze arcobaleno si tratta semplicemente di una congiura mediatica, per colpire politicamente lui e Milano. Il fatto che sia necessario un intervento di restauro accurato per riportare a nuovo l’Arco della Pace riporta alla memoria quello che è accaduto a marzo al monumento equestre a Vittorio Emanuele II in Piazza Duomo, che ha subito un lungo lavoro di recupero terminato poche settimane fa. In quel caso gli stessi attivisti di Ultima Generazione avevano raccontato di aver adoperato vernice lavabile mescolata ad acqua, ma purtroppo così non era ed è stato necessario fare un bando apposito e affidare i lavori a una ditta per 28.950 euro. I lavori sono poi stati interamente regalati alla città da Vox Media, una società che opera nel campo della pubblicità esterna e dei restauri sponsorizzati. E ieri sul blitz milanese è intervenuto anche il ministro dei Beni culturali, Gennaro Sangiuliano, annunciando che in futuro chi imbratta pagherà i restauri. In una nota, Sangiuliano, che ha definito l’assalto di mercoledì «l’ennesima azione sconsiderata», ha anche osservato che nei confronti dei responsabili «è inaccettabile e da irresponsabili mostrare atteggiamenti cedevoli, se non addirittura ammiccanti». Quindi ha spiegato che «tra qualche settimana, dopo l’approvazione definitiva da parte della Camera, diventerà legge dello Stato la norma che consentirà di far pagare ai vandali i costi degli interventi di ripristino integrale del bene danneggiato. Il principio che voglio ribadire è che chi distrugge dovrà pagare di tasca propria». L’importante è che il conto non lo faccia il giulivo Sala.
Christine Lagarde (Ansa)
Carney ha insistito sulla convinzione che il mondo stia vivendo una «frattura» nell’ordine globale, sollecitando le potenze di media dimensione ad agire in modo coordinato per non essere marginalizzate nelle dinamiche di grande potenza. Trump non ha gradito quelle critiche e il ritiro dell’invito è la naturale conseguenza dei rapporti già deteriorati tra Washington e Ottawa a seguito delle tensioni commerciali e geopolitiche. Il presidente Usa aveva già condannato il Canada per non aver mostrato sufficiente riconoscenza verso il ruolo statunitense nel sostegno storico alla nazione, ma Carney aveva ribattuto che il Canada ha raggiunto i suoi successi indipendentemente dagli Stati Uniti.
Contrasti che hanno provocato la reazione del presidente della Banca centrale europea, Christine Lagarde, la quale, preoccupata dagli attriti all’interno dell’Unione europea con alleati storici (come gli Usa), ha affermato di essere «a un punto in cui dobbiamo guardare al “piano B” o ai “piani B”, ma anche con questi non sono certa che dobbiamo parlare di rottura, piuttosto di alternativa. Nutro una grande fiducia e un grande affetto per il popolo americano e so che, alla fine, i valori profondamente radicati prevarranno».
«Dobbiamo identificare molto meglio del passato le debolezze e le dipendenze», come garantire «l’autonomia, ma ovviamente dal punto di vista economico delle politiche dipendiamo gli uni dagli altri», ha continuato Lagarde, «penso che tutte le direzioni debbano essere esplorate, cercando di distinguere i segnali dal rumore di fondo e credo che questa settimana ci sia stato molto rumore».
Il riferimento a Trump è palese, che aveva parlato di una crescita Usa che «sta esplodendo» con una stima per il quarto trimestre del 5,4%. «Si tratta di dati nominali», ha specificato la numero uno della Bce.
I dissidi tra Lagarde e Trump si erano visti già qualche giorno prima, quando la signora di Francoforte aveva abbandonato una cena in disaccordo con le parole del segretario al Commercio Usa, Howard Lutnick, il quale si era lanciato in una serie di osservazioni sprezzanti e provocatorie nei confronti dell’Europa. Lagarde, in un’intervista alla Cnn, aveva criticato l’atteggiamento dell’amministrazione Trump che «crea incertezza per le imprese e un fardello per la crescita economica». Aggiungendo «la chiamata a svegliarsi per l’Europa, a emanciparsi dagli Usa e a proteggersi dalle ingerenze con le riforme». Parole che non sono piaciute a Lutnick il quale, vendicandosi, aveva definito l’Europa un’economia in declino di competitività. E la Lagarde se n’era andata.
A Davos si è parlato anche di Intelligenza artificiale. Il direttore, del Fondo monetario internazionale, Kristalina Georgieva, ha tracciato uno scenario sconfortante: «In futuro il 60% dei lavori saranno trasformati o eliminati dall’Intelligenza artificiale». E ha paragonato l’impatto dell’Ia sul mondo del lavoro a uno «tsunami» che metterà «l’innovazione sotto steroidi» e comporterà il rischio di «un ulteriore allargamento delle disparità». Lagarde ha aggiunto che «dobbiamo prestare molta attenzione alla distribuzione della ricchezza e alle disuguaglianze, che stanno diventando sempre più profonde e ampie. Se non ce ne occupiamo seriamente, ci avviamo verso problemi molto gravi». Per Lagarde «l’Intelligenza artificiale prospererà ma se non collaboriamo e definiamo le nuove regole del gioco, ci saranno meno capitale e meno dati da condividere. Bisogna evitare di ripetere gli errori già osservati con i social media, dove l’uso incontrollato ha avuto impatti negativi sui giovani».
Il termometro di Davos segna febbre alta per quanto riguarda i rapporti fra Europa e Usa. Trump è stato il vero protagonista di questo Forum e, a causa delle sue sortite choc, si è preso tutta la scena. Anche il direttore del World trade organization, Ngozi Okonjo-Iweala, fa riferimento a lui dicendo che «il sistema del commercio globale è stato minato, ma si è mostrato forte davanti allo choc della politica di dazi dell’amministrazione Trump».
Lo slogan del Forum di quest’anno era «Spirito del dialogo». Come ha detto Elon Musk, «è meglio essere ottimisti e sbagliarsi che pessimisti e avere ragione».
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Il vertice ad Abu Dhabi (Ansa)
Alla riunione hanno partecipato, per la delegazione statunitense, anche il consigliere senior della Casa Bianca Josh Greenbaum, mentre per la parte russa erano presenti il consigliere presidenziale Yuri Ushakov e Kirill Dmitriev, rappresentante speciale per la cooperazione economica e gli investimenti internazionali.
Al termine dell’incontro, Ushakov ha definito il confronto «positivo sotto ogni profilo», precisando che il presidente russo ha ribadito alla delegazione americana come, in assenza di una soluzione sulla questione territoriale, non vi siano margini concreti per porre fine alla guerra contro l’Ucraina. Mosca, ha spiegato il consigliere del Cremlino, continua a dichiararsi favorevole a un esito politico e diplomatico del conflitto, ma fino a quando tale prospettiva non si materializzerà, la Russia proseguirà nel perseguimento degli obiettivi militari sul campo. Secondo Ushakov, Putin ha inoltre riaffermato «l’impossibilità di raggiungere un accordo che non si basi sulla cosiddetta «formula di Anchorage», emersa durante il vertice Putin-Trump dell’agosto 2025. In vista di quell’incontro, il Cremlino aveva chiesto a Kiev il ritiro delle proprie forze dalle aree degli oblast di Donetsk e Luhansk non interamente sotto controllo russo. Concetto ribadito da Dmitry Peskov: «Per porre fine al conflitto, le forze armate ucraine dovrebbero ritirarsi dal Donbass». La dichiarazione del portavoce del Cremlino è stata riportata dai media russi.
Il tema del controllo territoriale nell’Ucraina orientale resta oggi il principale nodo negoziale. Proprio su questo fronte, gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato l’inizio ufficiale dei negoziati formali ad Abu Dhabi tra Russia, Ucraina e Stati Uniti. A confermarlo è stato Abdullah bin Zayed Al Nahyan, vice primo ministro e capo della diplomazia emiratina, secondo cui i colloqui sono iniziati ieri e proseguiranno per due giorni, nell’ambito degli sforzi volti a promuovere il dialogo e a individuare una soluzione politica alla crisi. L’annuncio è stato ripreso dai principali media internazionali. Ai colloqui partecipano delegazioni di alto livello.
Per gli Stati Uniti, oltre a Witkoff e Kushner, sono presenti anche il segretario dell’esercito Dan Driscoll e lo stesso Greenbaum. La delegazione ucraina include il ministro della Difesa Rustem Umerov, il capo dell’intelligence militare Kyrylo Budanov, il consigliere diplomatico Serhii Kyslytsia e il capo di stato maggiore Andrii Hnatov. Per Mosca, accanto a Dmitriev, è presente anche l’ammiraglio Igor Kostyukov.
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha confermato che il controllo del Donbass rappresenta il fulcro dei colloqui in corso. In un briefing online, Zelensky ha spiegato di aver consultato l’intero team negoziale prima dell’avvio delle discussioni formali, sottolineando che la delegazione dispone di piena autonomia nella scelta dei formati più adatti in un contesto definito senza precedenti. Poi il presidente ucraino ha scritto su Telegram che «è ancora prematuro trarre conclusioni sul contenuto dei negoziati di oggi negli Emirati Arabi. Vedremo come si svilupperanno i colloqui di domani e quali risultati produrranno».
Dal canto suo, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, parlando a bordo dell’Air Force One durante il rientro dal vertice di Davos, ha dichiarato: «Sarebbe bello mettere fine alla guerra che, comunque, non ci costa nulla. Ma non è per i soldi, è per i soldati che vengono uccisi». A chi gli ha chiesto quali concessioni dovesse fare Putin, Trump ha risposto: «A questo punto, farà delle concessioni. Tutti faranno delle concessioni per far sì che ci sia un accordo. L’Europa sarà coinvolta. Lo faccio più per l’Europa che per me: noi abbiamo un oceano che ci separa ma io ho la capacità di trovare intese, vedremo se riesco». Oggi (forse), ne sapremo di più.
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Friedrich Merz e Giorgia Meloni a Roma (Ansa)
Dopo il vertice, Meloni ha risposto a chi le domandava se potesse diventare il primo partner del cancelliere tedesco sostituendo Emmanuel Macron: «Al di là degli scherzi, non leggo mai la politica in questo modo. L’Italia in Europa rappresenta una nazione fondamentale, sta dimostrando sullo scacchiere internazionale e in Europa la sua stabilità, forza e concretezza. Con coraggio pone questioni per il futuro del continente anche quando porle può sembrare scomodo, e così stiamo guadagnando maggiore rispetto dagli interlocutori e cerco di fare la mia parte. Non mi interessa sostituire nessuno, ma che le grandi nazioni d’Europa riescano a dialogare». Poi ha precisato: «Noi non siamo in un’epoca storica in cui possiamo permetterci infantilismi nella lettura della politica estera. La fase è delicata, complessa, per certi versi grave, ha bisogno di risposte adeguate. Per farlo bisogna occuparsi di questioni serie e profonde, non di semplificazioni». Per la premier è giunto il momento che l’Europa «scelga se restare padrona del proprio destino o se subirlo».
In questo quadro Merz ha fatto sapere di aver invitato gli ex presidenti del Consiglio Mario Draghi ed Enrico Letta al vertice Ue del 12 febbraio sulla competitività. «Li abbiamo invitati per riflettere ulteriormente sulle loro proposte, che non devono rimanere negli armadi della Commissione europea. Abbiamo bisogno di una verifica sistematica di tutte le normative europee per vedere se si possono semplificare». Meloni poi è stata interrogata su Donald Trump, sulla sua affidabilità e sulla possibilità che possa rappresentare una minaccia per la sicurezza mondiale. «Non mi pare un modo serio per affrontare la politica internazionale. Trump è il presidente eletto degli Stati Uniti, gli stessi discorsi li ho sentiti su Biden e addirittura su di me quando mi sono dovuta assentare cinque giorni perché non stavo bene. Bisogna fare i conti con la democrazia», ha spiegato aggiungendo: «Spero che un giorno potremo dargli il Nobel per la pace», nel caso in cui dovesse trovare soluzioni durature per Ucraina e Gaza («per noi ci sono oggettivamente dei problemi di carattere costituzionale, occorre andare incontro alle necessità non solo dell'Italia ma anche di altri Paesi europee»).
Merz sorridendo ha sottolineato: «Non avrei potuto rispondere meglio di quanto ha fatto Giorgia Meloni». Il cancelliere, rispondendo a una domanda sui controdazi, ha chiarito: «Ci difenderemo con tutti gli strumenti possibili. I Paesi di tutto il mondo sappiano che noi siamo pronti a difenderci. Dobbiamo essere uniti e reagire in tempo reale. Meloni e io siamo due premier fermamente convinti di fare tutto il possibile per l’Unione europea». Mentre Merz ha detto: «Non bisogna solo fare di più per difenderci, dobbiamo innanzitutto semplificare i nostri sistemi, sono troppi e paralleli. Noi costruiamo in maniera troppo complessa e abbiamo troppi sistemi che sono stati sviluppati parallelamente uno all’altro; di conseguenza abbiamo bisogno oggi più che mai di supporto reciproco». L’obiettivo deve essere una «industria della difesa efficace e efficiente, grazie a contributi comuni». E poi, rispondendo ad una domanda sui rapporti tra europei e Stati Uniti, ha detto: «Le minacce vengono dall’esterno della Nato e non dall’interno».
Italia e Germania nella dichiarazione congiunta di fine vertice «riconfermano l’importanza fondamentale di un forte legame transatlantico tra Europa e Stati Uniti, basato su valori comuni e interessi condivisi e si impegnano a rispettare il diritto internazionale, compresi i principi di integrità territoriale e sovranità», si legge nel documento siglato dalla premier italiana e dal cancelliere tedesco al vertice intergovernativo Italia-Germania. I due governi, inoltre, condividono «la responsabilità, in quanto Stati fondatori dell’Unione europea, di adoperarsi per promuovere l’integrazione europea, consentendo all’Ue di agire efficacemente per proteggere i valori e gli interessi europei». Oltre alle sette intese settoriali, sono stati firmati anche diversi accordi. Meloni e Merz hanno siglato una dichiarazione sull’Accordo di cooperazione rafforzata in materia di sicurezza, difesa e resilienza e un Protocollo sul Piano d’azione per la cooperazione strategica bilaterale e dell’Ue. Il Piano sulla difesa mira a intensificare il coordinamento su sicurezza euro-atlantica, industria della difesa, gestione delle crisi, spazio, minacce ibride, cybersecurity e sostegno all’Ucraina. Il testo prevede, tra l’altro, un rafforzamento del dialogo «2+2» tra Esteri e Difesa, una maggiore integrazione industriale anche attraverso progetti comuni e acquisti congiunti e una cooperazione strutturata su domini emergenti come spazio, cyber e sistemi senza equipaggio. Il Protocollo è un documento quadro che fissa obiettivi e strumenti per coordinare le posizioni italiane e tedesche sui grandi dossier europei: competitività e politica industriale, semplificazione normativa, energia e clima, digitale e intelligenza artificiale, trasporti, agricoltura, migrazioni, partenariati con l’Africa e politica estera e di sicurezza comune. Il Piano, definito «documento vivo», sarà periodicamente aggiornato e monitorato attraverso vertici governativi regolari e consultazioni tra le amministrazioni competenti.
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La manifestazione della Cisl per la libertà in Iran (Ansa)
Una «luce» delle fiaccole in memoria delle vittime dei Pasdaran e che va oltre una semplice dichiarazione di principio ma diventa una chiara richiesta alle istituzioni di presa di coscienza e di maggiore decisione per fermare le esecuzioni e le detenzioni arbitrarie. No al silenzio complice, come ha spiegato la segretaria generale, Daniela Fumarola: «L’appello che il nostro sindacato rivolge alle istituzioni nazionali e a quelle europee è di sostenere la lotta di chi, a costo della vita, invoca la svolta democratica. Donne, uomini, tantissimi studenti, a cui il mondo libero e il sindacato internazionale devono rispondere mobilitandosi. Bisogna esercitare ogni pressione perché finisca il massacro di questi giorni e venga superata una volta per tutte la sanguinaria teocrazia degli ayatollah, con una transizione non violenta e il coinvolgimento della comunità internazionale. Tutte le persone che vivono in regimi, dittature sanguinarie, non devono sentirsi abbandonate al loro destino».
Non è la prima volta che la Cisl si schiera apertamente per la difesa dei diritti umani e la democrazia nei Paesi in cui la guerra sembra non trovare fine: da subito a favore dell’Ucraina e contro l’aggressione russa, la condanna per il massacro di migliaia di giovani israeliani del festival musicale del 7 ottobre 2023, la «maratona» per la pace dello scorso anno e il sostegno concreto alla popolazione palestinese attraverso una grande raccolta fondi (500.000 euro) devoluta a dicembre alla Croce rossa. Chiara anche la presa di distanza della Fumarola dalla Cgil e dalle scelte del segretario, Maurizio Landini, che è prontamente sceso in piazza per difendere il regime di Nicolás Maduro e criticare il blitz americano per l’arresto del dittatore.
«Dobbiamo avere il coraggio di non stare zitti», diceva Landini durante la manifestazione di Roma, contestato da alcuni venezuelani come era accaduto a Genova, dove un gruppo di profughi che avevano detto ai manifestanti di avere un atteggiamento ideologico senza sapere qual è la vera situazione del paese, avevano ricevuto insulti, aggressioni e minacce di violenza fisica da parte di un comunista cigiellino sedicente esperto della nazione sudamericana. Senza dimenticare la soddisfazione del segretario Cgil per la liberazione dell’imam di Torino, Shahin, definita «una vittoria dello stato di diritto». Fumarola è stata chiara anche sul Venezuela: «Continueremo a stare nel merito delle questioni, a stare dalla parte delle popolazioni che soffrono».
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