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2023-11-18
Milano, follia green: per prendere l’auto bisogna chiedere il permesso a Sala
Beppe Sala (Ansa)
La giunta Sala tratta i suoi cittadini come fossero ragazzacci da tenere sotto controllo pretendendo che per uscire con l’automobile si chieda il permesso ogni volta. Un trattamento, quello riservato ai residenti all’interno di quel recinto per «meno ricchi» che viene chiamato Area B, che oggi si distingue da quello dei «ricchi veri» dell’Area C per il valore inferiore del metro quadrato delle abitazioni, ma soprattutto dal fatto di non possedere ancora una vettura nuova, magari elettrica. Nella riserva padana chiamata Area B resiste quindi una fascia di cittadinanza automunita di un mezzo «inquinante» seppure perfettamente efficiente e super controllato. Serve un esempio: chi possiede un’automobile, per esempio una con motore diesel Euro 5B, circa dieci anni di vita, praticamente quasi una Euro 6 (questa ancora tollerata), e risiede dentro Area B, fino al mese scorso per circolare negli orari del divieto doveva registrarsi una tantum al portale dedicato e questo possedeva una funzione tutto sommato utile: in orari di deroga necessaria, a ogni passaggio dell’auto proibita sotto uno dei tanti varchi, il cervellone dell’Area B registrava e contava gli accessi, così il cittadino poteva tenere sotto controllo il numero dei passaggi stando attento a non superare i cinquanta permessi annuali che il soviet di palazzo Marino gli concedeva in quanto residente.
Ora però questo permesso, almeno per i prossimi dodici mesi, si ridurrà soltanto a venticinque giornate per chi abita nell’area segregata e in sole cinque per chi arriva dall’esterno, una limitazione annunciata da tempo ma francamente senza una ragione precisa se non quella di applicare la nota ideologia green cara alla giunta comunale.
Molti cittadini possessori di auto «proibite» quelle cinquanta giornate non le hanno neppure utilizzate tutte, ma di permettere la somma di quelle non fruite lo scorso anno con quelle attuali neanche a parlarne. Ma se non altro, negli ultimi dodici mesi c’era almeno la tranquillità di poter gestire un’emergenza famigliare o un semplice imprevisto quasi come nulla fosse. Ieri, invece, è arrivata una novità: con un messaggio di posta elettronica i cittadini registrati al portale Area B sono stati avvisati che ogni volta che dovranno uscire con la loro vettura proibita (che comunque deve fare la revisione biennale, avere l’assicurazione e il bollo pagati), dovranno anche chiedere il permesso alla giunta Sala. Lo si deve fare sempre dal medesimo portale con utente e password, poco importa se a usare la vettura sarà il proprietario oppure un suo parente o amico, che magari non ha confidenza con l’informatica o semplicemente si troverà nelle condizioni di uscire di corsa per qualsiasi ragione. La faccenda appare subdola: il Comune riduce le giornate di permesso anche ai residenti e in più toglie loro l’essenza dell’uso dell’automobile, ovvero la comodità dell’utilizzo immediato, ciò che rende una vettura utile per una famiglia.
In pratica costringe ad agire come chi l’automobile la deve affittare utilizzando il car sharing, anche se costoro sono i proprietari. Tutto pur di far sentire il cittadino automobilista colpevole di inquinare e di non potersi permettere un mezzo più moderno. Resta possibile certificare di essere turnisti al lavoro, oppure di aver firmato un ordine di acquisto per una vettura nuova, e allora fino alla consegna si può richiedere la deroga. Fino a quando i milanesi sopporteranno queste vessazioni è impossibile saperlo, ma che la misura sia colma è evidente, soprattutto perché non c’è una ragione ecologica che giustifichi la richiesta di un permesso per usare una vettura quando se ne ha la necessità e comunque per venticinque volte l’anno. Anche perché non c’è alcuna risposta da parte del portale, se non l’evitare di prendere una sanzione qualora si transiti sotto uno dei varchi installati per controllare le targhe. Che se controllassero il pagamento dell’assicurazione farebbero almeno un’azione utile.
Forse qualche bravo avvocato potrebbe dimostrare che sia contrario alla Costituzione della Repubblica essere tracciati, peraltro dove si risiede, e che quella richiesta di permesso violi la legge anche soltanto perché non si inoltra un’istanza per entrare in un’area segregata per una qualunque buona ragione, bensì per uscire dal proprio domicilio al volante di una vettura. Esercitando, peraltro, i privilegi di avere una patente automobilistica valida. Dunque, nonostante sia ormai conclamato che Area B non serve a nulla quanto a contenere i livelli d’inquinamento, e mentre sempre più persone abbandonano la città, a Milano la persecuzione contro gli automobilisti si inasprisce ancora e comincia a ricordare quella messa in atto dagli austriaci per incassare la tassa sul tabacco, quando aggredirono gli uomini colpevoli di non fumare. Un episodio che nel 1848 scatenò lo «sciopero del fumo» e diede il coraggio ai milanesi per reagire nelle celebri cinque giornate. A proposito, fare un «quarantotto», nel senso di rivoluzione, arriva proprio da quel fatto. E la regola dei corsi e ricorsi storici non ha mai fallito.
Il raid degli ecovandali costa caro. «L’Arco della Pace è da restaurare»
Sarà la distanza siderale dalla quale ormai vede Milano, ma in questo periodo Beppe Sala non ne azzecca più una. Giovedì mattina aveva sminuito i danni dell’imbrattamento dell’Arco della Pace da parte dei ragazzi di Ultima Generazione, garantendo che la vernice era «facilmente cancellabile», ma ieri la Soprintendenza e i tecnici del Comune hanno certificato che la solita idropulizia non sarà sufficiente e che servirà un accurato intervento di restauro. Mercoledì pomeriggio, cinque ragazze e due ragazzi dell’organizzazione di ecovandali ha gettato una gran quantità di vernice arancione sul basamento dell’Arco della Pace, in parco Sempione. Sono stati sollevati di peso dalla polizia, che poi li ha denunciati tutti per danneggiamento. Il gesto è stato compiuto per manifestare solidarietà agli abitanti di Gaza ed è stato accompagnato da slogan di protesta contro il governo italiano, che «manda armi a Israele, attraverso Leonardo». Il sindaco Sala, giovedì mattina, ha affermato di disapprovare il blitz: «Comprendo le loro motivazioni, ma disapprovo quello che hanno fatto». Poteva fermarsi lì, invece il primo cittadino del Pd ha detto la sua sui danni: «Sembra sia vernice facilmente cancellabile, ci lavoreremo in fretta». Tanta efficienza promessa, però, ieri mattina si è schiantata con la realtà dei fatti. Il Comune ha reso noto, dopo i sopralluoghi di rito condotti dai tecnici municipali e dagli esperti della Soprintendenza della Città metropolitana, che saranno necessari interventi accurati di restauro per rimuovere la vernice dal monumento. A gestire i lavori sarà direttamente la Soprintendenza, visto che stiamo parlando di un monumento neoclassico del 1838. Lo stesso semi-negazionismo, su scala maggiore, è stato usato anche in questi giorni da Sala riguardo alle proteste crescenti per l’esplodere della microcriminalità nelle strade di Milano, problema denunciato da numerosi vip rapinati o scippati (tra i tanti, Carlo Verdone e Flavio Briatore), oltre che da tanti cittadini comuni. Per il primo cittadino dalle calze arcobaleno si tratta semplicemente di una congiura mediatica, per colpire politicamente lui e Milano. Il fatto che sia necessario un intervento di restauro accurato per riportare a nuovo l’Arco della Pace riporta alla memoria quello che è accaduto a marzo al monumento equestre a Vittorio Emanuele II in Piazza Duomo, che ha subito un lungo lavoro di recupero terminato poche settimane fa. In quel caso gli stessi attivisti di Ultima Generazione avevano raccontato di aver adoperato vernice lavabile mescolata ad acqua, ma purtroppo così non era ed è stato necessario fare un bando apposito e affidare i lavori a una ditta per 28.950 euro. I lavori sono poi stati interamente regalati alla città da Vox Media, una società che opera nel campo della pubblicità esterna e dei restauri sponsorizzati. E ieri sul blitz milanese è intervenuto anche il ministro dei Beni culturali, Gennaro Sangiuliano, annunciando che in futuro chi imbratta pagherà i restauri. In una nota, Sangiuliano, che ha definito l’assalto di mercoledì «l’ennesima azione sconsiderata», ha anche osservato che nei confronti dei responsabili «è inaccettabile e da irresponsabili mostrare atteggiamenti cedevoli, se non addirittura ammiccanti». Quindi ha spiegato che «tra qualche settimana, dopo l’approvazione definitiva da parte della Camera, diventerà legge dello Stato la norma che consentirà di far pagare ai vandali i costi degli interventi di ripristino integrale del bene danneggiato. Il principio che voglio ribadire è che chi distrugge dovrà pagare di tasca propria». L’importante è che il conto non lo faccia il giulivo Sala.
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Nuove restrizioni anche per i residenti di Area B: le deroghe scendono a 25. Per muoversi necessario informare il Comune di Milano. Sconfessato l’ottimismo del sindaco Beppe Sala: serviranno i tecnici per eliminare la vernice. Lo speciale contiene due articoli.La giunta Sala tratta i suoi cittadini come fossero ragazzacci da tenere sotto controllo pretendendo che per uscire con l’automobile si chieda il permesso ogni volta. Un trattamento, quello riservato ai residenti all’interno di quel recinto per «meno ricchi» che viene chiamato Area B, che oggi si distingue da quello dei «ricchi veri» dell’Area C per il valore inferiore del metro quadrato delle abitazioni, ma soprattutto dal fatto di non possedere ancora una vettura nuova, magari elettrica. Nella riserva padana chiamata Area B resiste quindi una fascia di cittadinanza automunita di un mezzo «inquinante» seppure perfettamente efficiente e super controllato. Serve un esempio: chi possiede un’automobile, per esempio una con motore diesel Euro 5B, circa dieci anni di vita, praticamente quasi una Euro 6 (questa ancora tollerata), e risiede dentro Area B, fino al mese scorso per circolare negli orari del divieto doveva registrarsi una tantum al portale dedicato e questo possedeva una funzione tutto sommato utile: in orari di deroga necessaria, a ogni passaggio dell’auto proibita sotto uno dei tanti varchi, il cervellone dell’Area B registrava e contava gli accessi, così il cittadino poteva tenere sotto controllo il numero dei passaggi stando attento a non superare i cinquanta permessi annuali che il soviet di palazzo Marino gli concedeva in quanto residente. Ora però questo permesso, almeno per i prossimi dodici mesi, si ridurrà soltanto a venticinque giornate per chi abita nell’area segregata e in sole cinque per chi arriva dall’esterno, una limitazione annunciata da tempo ma francamente senza una ragione precisa se non quella di applicare la nota ideologia green cara alla giunta comunale. Molti cittadini possessori di auto «proibite» quelle cinquanta giornate non le hanno neppure utilizzate tutte, ma di permettere la somma di quelle non fruite lo scorso anno con quelle attuali neanche a parlarne. Ma se non altro, negli ultimi dodici mesi c’era almeno la tranquillità di poter gestire un’emergenza famigliare o un semplice imprevisto quasi come nulla fosse. Ieri, invece, è arrivata una novità: con un messaggio di posta elettronica i cittadini registrati al portale Area B sono stati avvisati che ogni volta che dovranno uscire con la loro vettura proibita (che comunque deve fare la revisione biennale, avere l’assicurazione e il bollo pagati), dovranno anche chiedere il permesso alla giunta Sala. Lo si deve fare sempre dal medesimo portale con utente e password, poco importa se a usare la vettura sarà il proprietario oppure un suo parente o amico, che magari non ha confidenza con l’informatica o semplicemente si troverà nelle condizioni di uscire di corsa per qualsiasi ragione. La faccenda appare subdola: il Comune riduce le giornate di permesso anche ai residenti e in più toglie loro l’essenza dell’uso dell’automobile, ovvero la comodità dell’utilizzo immediato, ciò che rende una vettura utile per una famiglia. In pratica costringe ad agire come chi l’automobile la deve affittare utilizzando il car sharing, anche se costoro sono i proprietari. Tutto pur di far sentire il cittadino automobilista colpevole di inquinare e di non potersi permettere un mezzo più moderno. Resta possibile certificare di essere turnisti al lavoro, oppure di aver firmato un ordine di acquisto per una vettura nuova, e allora fino alla consegna si può richiedere la deroga. Fino a quando i milanesi sopporteranno queste vessazioni è impossibile saperlo, ma che la misura sia colma è evidente, soprattutto perché non c’è una ragione ecologica che giustifichi la richiesta di un permesso per usare una vettura quando se ne ha la necessità e comunque per venticinque volte l’anno. Anche perché non c’è alcuna risposta da parte del portale, se non l’evitare di prendere una sanzione qualora si transiti sotto uno dei varchi installati per controllare le targhe. Che se controllassero il pagamento dell’assicurazione farebbero almeno un’azione utile. Forse qualche bravo avvocato potrebbe dimostrare che sia contrario alla Costituzione della Repubblica essere tracciati, peraltro dove si risiede, e che quella richiesta di permesso violi la legge anche soltanto perché non si inoltra un’istanza per entrare in un’area segregata per una qualunque buona ragione, bensì per uscire dal proprio domicilio al volante di una vettura. Esercitando, peraltro, i privilegi di avere una patente automobilistica valida. Dunque, nonostante sia ormai conclamato che Area B non serve a nulla quanto a contenere i livelli d’inquinamento, e mentre sempre più persone abbandonano la città, a Milano la persecuzione contro gli automobilisti si inasprisce ancora e comincia a ricordare quella messa in atto dagli austriaci per incassare la tassa sul tabacco, quando aggredirono gli uomini colpevoli di non fumare. Un episodio che nel 1848 scatenò lo «sciopero del fumo» e diede il coraggio ai milanesi per reagire nelle celebri cinque giornate. A proposito, fare un «quarantotto», nel senso di rivoluzione, arriva proprio da quel fatto. E la regola dei corsi e ricorsi storici non ha mai fallito.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/milano-follia-green-2666304281.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-raid-degli-ecovandali-costa-caro-larco-della-pace-e-da-restaurare" data-post-id="2666304281" data-published-at="1700308907" data-use-pagination="False"> Il raid degli ecovandali costa caro. «L’Arco della Pace è da restaurare» Sarà la distanza siderale dalla quale ormai vede Milano, ma in questo periodo Beppe Sala non ne azzecca più una. Giovedì mattina aveva sminuito i danni dell’imbrattamento dell’Arco della Pace da parte dei ragazzi di Ultima Generazione, garantendo che la vernice era «facilmente cancellabile», ma ieri la Soprintendenza e i tecnici del Comune hanno certificato che la solita idropulizia non sarà sufficiente e che servirà un accurato intervento di restauro. Mercoledì pomeriggio, cinque ragazze e due ragazzi dell’organizzazione di ecovandali ha gettato una gran quantità di vernice arancione sul basamento dell’Arco della Pace, in parco Sempione. Sono stati sollevati di peso dalla polizia, che poi li ha denunciati tutti per danneggiamento. Il gesto è stato compiuto per manifestare solidarietà agli abitanti di Gaza ed è stato accompagnato da slogan di protesta contro il governo italiano, che «manda armi a Israele, attraverso Leonardo». Il sindaco Sala, giovedì mattina, ha affermato di disapprovare il blitz: «Comprendo le loro motivazioni, ma disapprovo quello che hanno fatto». Poteva fermarsi lì, invece il primo cittadino del Pd ha detto la sua sui danni: «Sembra sia vernice facilmente cancellabile, ci lavoreremo in fretta». Tanta efficienza promessa, però, ieri mattina si è schiantata con la realtà dei fatti. Il Comune ha reso noto, dopo i sopralluoghi di rito condotti dai tecnici municipali e dagli esperti della Soprintendenza della Città metropolitana, che saranno necessari interventi accurati di restauro per rimuovere la vernice dal monumento. A gestire i lavori sarà direttamente la Soprintendenza, visto che stiamo parlando di un monumento neoclassico del 1838. Lo stesso semi-negazionismo, su scala maggiore, è stato usato anche in questi giorni da Sala riguardo alle proteste crescenti per l’esplodere della microcriminalità nelle strade di Milano, problema denunciato da numerosi vip rapinati o scippati (tra i tanti, Carlo Verdone e Flavio Briatore), oltre che da tanti cittadini comuni. Per il primo cittadino dalle calze arcobaleno si tratta semplicemente di una congiura mediatica, per colpire politicamente lui e Milano. Il fatto che sia necessario un intervento di restauro accurato per riportare a nuovo l’Arco della Pace riporta alla memoria quello che è accaduto a marzo al monumento equestre a Vittorio Emanuele II in Piazza Duomo, che ha subito un lungo lavoro di recupero terminato poche settimane fa. In quel caso gli stessi attivisti di Ultima Generazione avevano raccontato di aver adoperato vernice lavabile mescolata ad acqua, ma purtroppo così non era ed è stato necessario fare un bando apposito e affidare i lavori a una ditta per 28.950 euro. I lavori sono poi stati interamente regalati alla città da Vox Media, una società che opera nel campo della pubblicità esterna e dei restauri sponsorizzati. E ieri sul blitz milanese è intervenuto anche il ministro dei Beni culturali, Gennaro Sangiuliano, annunciando che in futuro chi imbratta pagherà i restauri. In una nota, Sangiuliano, che ha definito l’assalto di mercoledì «l’ennesima azione sconsiderata», ha anche osservato che nei confronti dei responsabili «è inaccettabile e da irresponsabili mostrare atteggiamenti cedevoli, se non addirittura ammiccanti». Quindi ha spiegato che «tra qualche settimana, dopo l’approvazione definitiva da parte della Camera, diventerà legge dello Stato la norma che consentirà di far pagare ai vandali i costi degli interventi di ripristino integrale del bene danneggiato. Il principio che voglio ribadire è che chi distrugge dovrà pagare di tasca propria». L’importante è che il conto non lo faccia il giulivo Sala.
Ggli impianti nucleari indiani di Kalpakkam (Getty Images)
Il reattore autofertilizzante segna una svolta per Nuova Delhi: meno dipendenza dall’uranio, più autonomia energetica e tecnologica. Un modello costruito in decenni che rafforza il peso geopolitico indiano mentre l’Europa resta in bilico sul nucleare.
Per anni il programma nucleare indiano è stato descritto come ambizioso, autonomo e spesso lento. È una lettura superficiale. In realtà, Nuova Delhi ha seguito una traiettoria coerente, costruita attorno a vincoli strutturali, indipendenza tecnologica e autonomia strategica. Ciò che sta prendendo forma a Kalpakkam rappresenta il punto di arrivo di questa strategia.
Il progresso del reattore veloce autofertilizzante sviluppato presso l’Indira Gandhi Centre for Atomic Research non è un semplice incremento di capacità energetica. È il passaggio decisivo verso un modello nucleare concepito per superare i limiti strutturali dell’India.
L’India non dispone di grandi riserve di uranio. Possiede invece torio in abbondanza. Da qui nasce la logica del programma nucleare a tre fasi: prima i reattori ad acqua pesante, poi i reattori autofertilizzanti, infine un ciclo basato sul torio.
Kalpakkam si colloca esattamente in questo snodo.
Il reattore veloce consente di produrre più materiale fissile di quanto ne consumi. In altri termini, crea il presupposto per rendere sostenibile un sistema energetico nucleare nel lungo periodo. Non è un progresso incrementale, ma una trasformazione strutturale.
La tecnologia dei reattori veloci è complessa e costosa. Molti Paesi l’hanno abbandonata perché potevano contare su abbondanti risorse di uranio. L’India no.
Il fatto che Nuova Delhi sia arrivata a questo punto con capacità prevalentemente indigene segnala tre elementi. Una maturazione industriale. L’India è oggi tra i pochi Paesi in grado di gestire l’intero ciclo di tecnologie nucleari avanzate. Una ridefinizione della sicurezza energetica. I reattori autofertilizzanti estendono drasticamente la disponibilità di combustibile. Un’affermazione di sovranità tecnologica. Dopo decenni di restrizioni e regimi di controllo, il Paese dimostra di poter sviluppare autonomamente tecnologie critiche.
Il significato di Kalpakkam si comprende pienamente se inserito nel contesto del rapporto con gli Stati Uniti. L’accordo nucleare civile del 2008 ha posto fine all’isolamento tecnologico dell’India, aprendo l’accesso ai mercati internazionali. Eppure Nuova Delhi ha scelto di non abbandonare il proprio percorso.
Kalpakkam dimostra che l’India non è un semplice acquirente di tecnologia occidentale, ma un attore con una propria traiettoria. Questo rafforza la sua posizione negoziale. Nei confronti di Washington, l’India si presenta come partner, non come dipendente.
In Europa, e in particolare in Italia, il nucleare torna lentamente al centro del dibattito. Anni di dipendenza dal gas importato e shock energetici hanno cambiato il quadro. L’Italia ha rinunciato al nucleare, ma resta esposta ai flussi energetici esterni. Il tema non è più ideologico. È strategico.
Kalpakkam evidenzia un contrasto netto. Mentre l’Europa discute se rientrare nel nucleare, l’India è prossima a completare una fase avanzata del proprio programma. Non si tratta di replicare il modello indiano, ma di cogliere una lezione: la sicurezza energetica richiede visione di lungo periodo e continuità politica.
Lo Stretto di Hormuz resta uno dei punti più vulnerabili del sistema energetico globale. Qualsiasi tensione in quell’area si traduce immediatamente in volatilità dei prezzi e instabilità. Gli shock recenti lo hanno dimostrato.
In questo contesto il nucleare cambia natura. Non è solo una fonte a basse emissioni. È uno strumento di stabilità strategica.
Kalpakkam riduce l’esposizione dell’India a queste vulnerabilità. Estendendo il ciclo del combustibile e limitando la dipendenza da importazioni, rafforza la resilienza del sistema energetico.
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, il messaggio è chiaro. Un sistema energetico fondato su dipendenze esterne è intrinsecamente fragile. Diversificare non basta. Serve costruire capacità interne.
Kalpakkam non è un evento spettacolare. Non produce l’impatto simbolico di un accordo o di un lancio. È il risultato di una strategia coerente, perseguita per decenni. Pochi Paesi riescono a mantenere una tale continuità nelle politiche tecnologiche.
Restano sfide. I reattori veloci richiedono disciplina operativa e investimenti. Ma si tratta di problemi legati alla fase di consolidamento, non di incertezza.
Kalpakkam segna il passaggio da un programma nucleare promettente a una capacità strutturale. In un contesto globale segnato da rotte energetiche fragili, competizione geopolitica e shock ricorrenti, questa capacità assume un valore che va ben oltre la produzione di energia. È una leva strategica.
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Il cambio di passo politico è evidente. Con il governo Merz, Berlino ha avviato una revisione profonda del proprio paradigma, approvando un piano straordinario su difesa e infrastrutture che rompe con decenni di rigore fiscale. Tuttavia, la traiettoria macro resta fragile: crescita del Pil ridimensionata allo 0,5% e margini fiscali a rischio dispersione, come segnalato dalla Bundesbank. Anche sul fronte corporate, le aspettative si sono raffreddate: la crescita degli utili attesa per il 2026 è scesa dal 20% al 12%. Il mercato azionario riflette una frattura interna: l’indice Dax, trainato da multinazionali globali, ha sovraperformato nettamente l’Mdax, espressione dell’economia domestica. Secondo Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «il divario tra Dax e Mdax è la prova della crisi profonda. Mentre alcuni giganti si salvano grazie all’export extra-Ue, molte medie imprese sono schiacciate da burocrazia, tassi di interesse elevati e un euro troppo forte per un’economia in stagnazione».
Il nodo più critico resta l’automotive. Colossi come Volkswagen e Bmw stanno perdendo terreno rispetto ai competitor cinesi nell’elettrico, dove il vantaggio tecnologico e di scala è ormai evidente. In parallelo, settori legati alla nuova politica industriale mostrano dinamiche opposte: Rheinmetall e Hochtief hanno registrato performance straordinarie, così come Siemens Energy, spinta dal ciclo globale dell’elettrificazione. Sul piano strutturale, la riforma più sottovalutata riguarda il risparmio previdenziale. Il superamento del modello Riester introduce una svolta: maggiore esposizione ad asset rischiosi e apertura a Etf e azioni. La «Frühstart-Rente» segna un tentativo di finanziarizzazione diffusa del risparmio. «Perché gli analisti guardano con interesse a questa mossa? Perché si passa da un risparmio “morto”», spiega Gaziano, «a un afflusso di capitali potenzialmente fresco e ricorrente verso il mercato azionario. È un cambiamento anche culturale: lo Stato tedesco spinge i cittadini a diventare azionisti e, come accade in Francia o Gran Bretagna, consente di usare gli Etf per farsi la pensione. Roba che in Italia sembra fantascienza, visti gli interessi in campo di banche e reti e governi di tutti i colori che si preoccupano più di compiacere le lobby del settore piuttosto che favorire gli interessi dei risparmiatori».
Le implicazioni per l’asset management sono rilevanti. Player come Dws Group e Amundi, insieme a gruppi assicurativi come Allianz, sono posizionati per intercettare nuovi flussi. E così è anche Deutsche Borse, con un modello di business anti-fragile.
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Stalin (Ansa)
Secondo l’interpretazione dello storico Alain Besançon, il comunismo non può essere ridotto a semplice alleato contingente del nazismo, ma ne rappresenta piuttosto una sorta di «gemello eterozigote»: due sistemi diversi nelle forme e nelle giustificazioni ideologiche, ma accomunati da una radice totalitaria e da una simile concezione del potere assoluto. Come gli Horcrux custodiscono frammenti di un’anima corrotta, così alcune ideologie del Novecento hanno disseminato nel tempo e nello spazio elementi persistenti di violenza, repressione e negazione dell’individuo e antisemitismo camuffato da compassione selettiva. Anche quando una di queste forme storiche è crollata, i suoi presupposti o le sue conseguenze hanno continuato a riemergere in contesti diversi, trasformandosi e adattandosi.
L’analogia non va presa alla lettera, ma aiuta a visualizzare la capacità di certe strutture ideologiche di sopravvivere alla propria apparente sconfitta. In questa prospettiva, il rapporto tra nazismo e comunismo non è solo quello di due finti nemici storici, ma di due veri alleati: i due sistemi che si sono spartiti la Polonia come un panino, che hanno condannato a morte tutti gli ebrei che erano scappati in Unione Sovietica, che hanno permesso al Terzo Reich le guerre lampo grazie alle forniture di materie prime che arrivavano sottocosto da Stalin. Pur contrapponendosi, hanno condiviso tratti profondi: il controllo totale della società, la soppressione del dissenso, l’uso sistematico della paura. Definirli «gemelli» significa riconoscere che entrambi hanno incarnato, in modi diversi, una stessa deriva del pensiero politico moderno. Così, come nel mondo narrativo gli Horcrux rendono difficile la sconfitta definitiva del male, nella storia reale certe idee e pratiche continuano a lasciare tracce, richiedendo uno sforzo costante di comprensione critica e vigilanza per impedirne il ritorno sotto nuove forme.
Una delle forme di ritorno del nazifascismo è l’antifascismo. La liberazione celebrata il 25 aprile fu un’occupazione militare in conseguenza a una guerra persa. La guerra la fece, la cominciò, la dichiarò l’Italia che con poche eccezioni era entusiasticamente fascista. Il fascismo permetteva di dividere tra noi, buoni, e loro, cattivi. Permetteva di insultare, permetteva di disprezzare. Era pura e gratuita arroganza. Permetteva di uccidere impunemente, per esempio Matteotti. Il 25 aprile pomeriggio tutti furono antifascisti. L’antifascismo era semplicemente arroganza, divideva tra noi e loro, noi e buoni e loro cattivi, permetteva impunemente di uccidere, per esempio il filosofo Gentile. Il fascismo fu un fenomeno ripugnante. L’antifascismo ha ancora una dignità o è ormai un fenomeno ripugnante? I conti mai fatti con il sangue dei vinti, l’incapacità a condannare il comunismo, firmatario del patto Ribbentrop-Molotov, dittatura atroce e senza giustificazioni, le distanze mai prese dal terrorismo rosso, l’affetto mai rinnegato per il terrorismo palestinese rendono l’antifascismo uno dei contenitori grazie al quale l’anima frammentata del mostro traversa i decenni, speriamo non i secoli. Che i morti seppelliscano i morti. I sette fratelli Govoni massacrati nella seconda strage di Cento possono seppellire i sette fratelli Cervi?
La Costituzione nata con l’antifascismo non è anticomunista. Non ha evitato scempi come per esempio via Lenin, via Che Guevara, via Mao. La Costituzione nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità di protezione delle libertà elementari dell’individuo, come si è visto nella dittatura pandemica, durante la quale sono stati violati anche i trattati di Norimberga, Helsinki e Oviedo. La nostra Corte costituzionale ha evidenziato come la Costituzione non sia stata violata in queste imposizioni gravissime: la nostra Costituzione è deficitaria, non protegge nemmeno la libertà dell’individuo a non essere costretto ad ammalarsi per fare da cavia e da fornitore di denaro alle grandi case farmaceutiche. La Costituzione è nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità nella protezione del rispetto della fede religiosa dell’individuo, costringendo persone credenti o semplicemente etiche, a pagare con le loro tasse, l’aborto volontario, imposizione che queste persone, io per prima, trovano ripugnante. La nostra Costituzione permette che tre cittadini al giorno vengano incarcerati innocenti perché la loro innocenza sia forse riconosciuta dopo mesi, se non dopo anni, e che nessuno paghi per questi errori tragici. Questa è un’eredità diretta dal fascismo. Il momento è venuto di liberarci del fascismo e di tutti i suoi retaggi.
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