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2023-11-18
Milano, follia green: per prendere l’auto bisogna chiedere il permesso a Sala
Beppe Sala (Ansa)
La giunta Sala tratta i suoi cittadini come fossero ragazzacci da tenere sotto controllo pretendendo che per uscire con l’automobile si chieda il permesso ogni volta. Un trattamento, quello riservato ai residenti all’interno di quel recinto per «meno ricchi» che viene chiamato Area B, che oggi si distingue da quello dei «ricchi veri» dell’Area C per il valore inferiore del metro quadrato delle abitazioni, ma soprattutto dal fatto di non possedere ancora una vettura nuova, magari elettrica. Nella riserva padana chiamata Area B resiste quindi una fascia di cittadinanza automunita di un mezzo «inquinante» seppure perfettamente efficiente e super controllato. Serve un esempio: chi possiede un’automobile, per esempio una con motore diesel Euro 5B, circa dieci anni di vita, praticamente quasi una Euro 6 (questa ancora tollerata), e risiede dentro Area B, fino al mese scorso per circolare negli orari del divieto doveva registrarsi una tantum al portale dedicato e questo possedeva una funzione tutto sommato utile: in orari di deroga necessaria, a ogni passaggio dell’auto proibita sotto uno dei tanti varchi, il cervellone dell’Area B registrava e contava gli accessi, così il cittadino poteva tenere sotto controllo il numero dei passaggi stando attento a non superare i cinquanta permessi annuali che il soviet di palazzo Marino gli concedeva in quanto residente.
Ora però questo permesso, almeno per i prossimi dodici mesi, si ridurrà soltanto a venticinque giornate per chi abita nell’area segregata e in sole cinque per chi arriva dall’esterno, una limitazione annunciata da tempo ma francamente senza una ragione precisa se non quella di applicare la nota ideologia green cara alla giunta comunale.
Molti cittadini possessori di auto «proibite» quelle cinquanta giornate non le hanno neppure utilizzate tutte, ma di permettere la somma di quelle non fruite lo scorso anno con quelle attuali neanche a parlarne. Ma se non altro, negli ultimi dodici mesi c’era almeno la tranquillità di poter gestire un’emergenza famigliare o un semplice imprevisto quasi come nulla fosse. Ieri, invece, è arrivata una novità: con un messaggio di posta elettronica i cittadini registrati al portale Area B sono stati avvisati che ogni volta che dovranno uscire con la loro vettura proibita (che comunque deve fare la revisione biennale, avere l’assicurazione e il bollo pagati), dovranno anche chiedere il permesso alla giunta Sala. Lo si deve fare sempre dal medesimo portale con utente e password, poco importa se a usare la vettura sarà il proprietario oppure un suo parente o amico, che magari non ha confidenza con l’informatica o semplicemente si troverà nelle condizioni di uscire di corsa per qualsiasi ragione. La faccenda appare subdola: il Comune riduce le giornate di permesso anche ai residenti e in più toglie loro l’essenza dell’uso dell’automobile, ovvero la comodità dell’utilizzo immediato, ciò che rende una vettura utile per una famiglia.
In pratica costringe ad agire come chi l’automobile la deve affittare utilizzando il car sharing, anche se costoro sono i proprietari. Tutto pur di far sentire il cittadino automobilista colpevole di inquinare e di non potersi permettere un mezzo più moderno. Resta possibile certificare di essere turnisti al lavoro, oppure di aver firmato un ordine di acquisto per una vettura nuova, e allora fino alla consegna si può richiedere la deroga. Fino a quando i milanesi sopporteranno queste vessazioni è impossibile saperlo, ma che la misura sia colma è evidente, soprattutto perché non c’è una ragione ecologica che giustifichi la richiesta di un permesso per usare una vettura quando se ne ha la necessità e comunque per venticinque volte l’anno. Anche perché non c’è alcuna risposta da parte del portale, se non l’evitare di prendere una sanzione qualora si transiti sotto uno dei varchi installati per controllare le targhe. Che se controllassero il pagamento dell’assicurazione farebbero almeno un’azione utile.
Forse qualche bravo avvocato potrebbe dimostrare che sia contrario alla Costituzione della Repubblica essere tracciati, peraltro dove si risiede, e che quella richiesta di permesso violi la legge anche soltanto perché non si inoltra un’istanza per entrare in un’area segregata per una qualunque buona ragione, bensì per uscire dal proprio domicilio al volante di una vettura. Esercitando, peraltro, i privilegi di avere una patente automobilistica valida. Dunque, nonostante sia ormai conclamato che Area B non serve a nulla quanto a contenere i livelli d’inquinamento, e mentre sempre più persone abbandonano la città, a Milano la persecuzione contro gli automobilisti si inasprisce ancora e comincia a ricordare quella messa in atto dagli austriaci per incassare la tassa sul tabacco, quando aggredirono gli uomini colpevoli di non fumare. Un episodio che nel 1848 scatenò lo «sciopero del fumo» e diede il coraggio ai milanesi per reagire nelle celebri cinque giornate. A proposito, fare un «quarantotto», nel senso di rivoluzione, arriva proprio da quel fatto. E la regola dei corsi e ricorsi storici non ha mai fallito.
Il raid degli ecovandali costa caro. «L’Arco della Pace è da restaurare»
Sarà la distanza siderale dalla quale ormai vede Milano, ma in questo periodo Beppe Sala non ne azzecca più una. Giovedì mattina aveva sminuito i danni dell’imbrattamento dell’Arco della Pace da parte dei ragazzi di Ultima Generazione, garantendo che la vernice era «facilmente cancellabile», ma ieri la Soprintendenza e i tecnici del Comune hanno certificato che la solita idropulizia non sarà sufficiente e che servirà un accurato intervento di restauro. Mercoledì pomeriggio, cinque ragazze e due ragazzi dell’organizzazione di ecovandali ha gettato una gran quantità di vernice arancione sul basamento dell’Arco della Pace, in parco Sempione. Sono stati sollevati di peso dalla polizia, che poi li ha denunciati tutti per danneggiamento. Il gesto è stato compiuto per manifestare solidarietà agli abitanti di Gaza ed è stato accompagnato da slogan di protesta contro il governo italiano, che «manda armi a Israele, attraverso Leonardo». Il sindaco Sala, giovedì mattina, ha affermato di disapprovare il blitz: «Comprendo le loro motivazioni, ma disapprovo quello che hanno fatto». Poteva fermarsi lì, invece il primo cittadino del Pd ha detto la sua sui danni: «Sembra sia vernice facilmente cancellabile, ci lavoreremo in fretta». Tanta efficienza promessa, però, ieri mattina si è schiantata con la realtà dei fatti. Il Comune ha reso noto, dopo i sopralluoghi di rito condotti dai tecnici municipali e dagli esperti della Soprintendenza della Città metropolitana, che saranno necessari interventi accurati di restauro per rimuovere la vernice dal monumento. A gestire i lavori sarà direttamente la Soprintendenza, visto che stiamo parlando di un monumento neoclassico del 1838. Lo stesso semi-negazionismo, su scala maggiore, è stato usato anche in questi giorni da Sala riguardo alle proteste crescenti per l’esplodere della microcriminalità nelle strade di Milano, problema denunciato da numerosi vip rapinati o scippati (tra i tanti, Carlo Verdone e Flavio Briatore), oltre che da tanti cittadini comuni. Per il primo cittadino dalle calze arcobaleno si tratta semplicemente di una congiura mediatica, per colpire politicamente lui e Milano. Il fatto che sia necessario un intervento di restauro accurato per riportare a nuovo l’Arco della Pace riporta alla memoria quello che è accaduto a marzo al monumento equestre a Vittorio Emanuele II in Piazza Duomo, che ha subito un lungo lavoro di recupero terminato poche settimane fa. In quel caso gli stessi attivisti di Ultima Generazione avevano raccontato di aver adoperato vernice lavabile mescolata ad acqua, ma purtroppo così non era ed è stato necessario fare un bando apposito e affidare i lavori a una ditta per 28.950 euro. I lavori sono poi stati interamente regalati alla città da Vox Media, una società che opera nel campo della pubblicità esterna e dei restauri sponsorizzati. E ieri sul blitz milanese è intervenuto anche il ministro dei Beni culturali, Gennaro Sangiuliano, annunciando che in futuro chi imbratta pagherà i restauri. In una nota, Sangiuliano, che ha definito l’assalto di mercoledì «l’ennesima azione sconsiderata», ha anche osservato che nei confronti dei responsabili «è inaccettabile e da irresponsabili mostrare atteggiamenti cedevoli, se non addirittura ammiccanti». Quindi ha spiegato che «tra qualche settimana, dopo l’approvazione definitiva da parte della Camera, diventerà legge dello Stato la norma che consentirà di far pagare ai vandali i costi degli interventi di ripristino integrale del bene danneggiato. Il principio che voglio ribadire è che chi distrugge dovrà pagare di tasca propria». L’importante è che il conto non lo faccia il giulivo Sala.
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Nuove restrizioni anche per i residenti di Area B: le deroghe scendono a 25. Per muoversi necessario informare il Comune di Milano. Sconfessato l’ottimismo del sindaco Beppe Sala: serviranno i tecnici per eliminare la vernice. Lo speciale contiene due articoli.La giunta Sala tratta i suoi cittadini come fossero ragazzacci da tenere sotto controllo pretendendo che per uscire con l’automobile si chieda il permesso ogni volta. Un trattamento, quello riservato ai residenti all’interno di quel recinto per «meno ricchi» che viene chiamato Area B, che oggi si distingue da quello dei «ricchi veri» dell’Area C per il valore inferiore del metro quadrato delle abitazioni, ma soprattutto dal fatto di non possedere ancora una vettura nuova, magari elettrica. Nella riserva padana chiamata Area B resiste quindi una fascia di cittadinanza automunita di un mezzo «inquinante» seppure perfettamente efficiente e super controllato. Serve un esempio: chi possiede un’automobile, per esempio una con motore diesel Euro 5B, circa dieci anni di vita, praticamente quasi una Euro 6 (questa ancora tollerata), e risiede dentro Area B, fino al mese scorso per circolare negli orari del divieto doveva registrarsi una tantum al portale dedicato e questo possedeva una funzione tutto sommato utile: in orari di deroga necessaria, a ogni passaggio dell’auto proibita sotto uno dei tanti varchi, il cervellone dell’Area B registrava e contava gli accessi, così il cittadino poteva tenere sotto controllo il numero dei passaggi stando attento a non superare i cinquanta permessi annuali che il soviet di palazzo Marino gli concedeva in quanto residente. Ora però questo permesso, almeno per i prossimi dodici mesi, si ridurrà soltanto a venticinque giornate per chi abita nell’area segregata e in sole cinque per chi arriva dall’esterno, una limitazione annunciata da tempo ma francamente senza una ragione precisa se non quella di applicare la nota ideologia green cara alla giunta comunale. Molti cittadini possessori di auto «proibite» quelle cinquanta giornate non le hanno neppure utilizzate tutte, ma di permettere la somma di quelle non fruite lo scorso anno con quelle attuali neanche a parlarne. Ma se non altro, negli ultimi dodici mesi c’era almeno la tranquillità di poter gestire un’emergenza famigliare o un semplice imprevisto quasi come nulla fosse. Ieri, invece, è arrivata una novità: con un messaggio di posta elettronica i cittadini registrati al portale Area B sono stati avvisati che ogni volta che dovranno uscire con la loro vettura proibita (che comunque deve fare la revisione biennale, avere l’assicurazione e il bollo pagati), dovranno anche chiedere il permesso alla giunta Sala. Lo si deve fare sempre dal medesimo portale con utente e password, poco importa se a usare la vettura sarà il proprietario oppure un suo parente o amico, che magari non ha confidenza con l’informatica o semplicemente si troverà nelle condizioni di uscire di corsa per qualsiasi ragione. La faccenda appare subdola: il Comune riduce le giornate di permesso anche ai residenti e in più toglie loro l’essenza dell’uso dell’automobile, ovvero la comodità dell’utilizzo immediato, ciò che rende una vettura utile per una famiglia. In pratica costringe ad agire come chi l’automobile la deve affittare utilizzando il car sharing, anche se costoro sono i proprietari. Tutto pur di far sentire il cittadino automobilista colpevole di inquinare e di non potersi permettere un mezzo più moderno. Resta possibile certificare di essere turnisti al lavoro, oppure di aver firmato un ordine di acquisto per una vettura nuova, e allora fino alla consegna si può richiedere la deroga. Fino a quando i milanesi sopporteranno queste vessazioni è impossibile saperlo, ma che la misura sia colma è evidente, soprattutto perché non c’è una ragione ecologica che giustifichi la richiesta di un permesso per usare una vettura quando se ne ha la necessità e comunque per venticinque volte l’anno. Anche perché non c’è alcuna risposta da parte del portale, se non l’evitare di prendere una sanzione qualora si transiti sotto uno dei varchi installati per controllare le targhe. Che se controllassero il pagamento dell’assicurazione farebbero almeno un’azione utile. Forse qualche bravo avvocato potrebbe dimostrare che sia contrario alla Costituzione della Repubblica essere tracciati, peraltro dove si risiede, e che quella richiesta di permesso violi la legge anche soltanto perché non si inoltra un’istanza per entrare in un’area segregata per una qualunque buona ragione, bensì per uscire dal proprio domicilio al volante di una vettura. Esercitando, peraltro, i privilegi di avere una patente automobilistica valida. Dunque, nonostante sia ormai conclamato che Area B non serve a nulla quanto a contenere i livelli d’inquinamento, e mentre sempre più persone abbandonano la città, a Milano la persecuzione contro gli automobilisti si inasprisce ancora e comincia a ricordare quella messa in atto dagli austriaci per incassare la tassa sul tabacco, quando aggredirono gli uomini colpevoli di non fumare. Un episodio che nel 1848 scatenò lo «sciopero del fumo» e diede il coraggio ai milanesi per reagire nelle celebri cinque giornate. A proposito, fare un «quarantotto», nel senso di rivoluzione, arriva proprio da quel fatto. E la regola dei corsi e ricorsi storici non ha mai fallito.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/milano-follia-green-2666304281.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-raid-degli-ecovandali-costa-caro-larco-della-pace-e-da-restaurare" data-post-id="2666304281" data-published-at="1700308907" data-use-pagination="False"> Il raid degli ecovandali costa caro. «L’Arco della Pace è da restaurare» Sarà la distanza siderale dalla quale ormai vede Milano, ma in questo periodo Beppe Sala non ne azzecca più una. Giovedì mattina aveva sminuito i danni dell’imbrattamento dell’Arco della Pace da parte dei ragazzi di Ultima Generazione, garantendo che la vernice era «facilmente cancellabile», ma ieri la Soprintendenza e i tecnici del Comune hanno certificato che la solita idropulizia non sarà sufficiente e che servirà un accurato intervento di restauro. Mercoledì pomeriggio, cinque ragazze e due ragazzi dell’organizzazione di ecovandali ha gettato una gran quantità di vernice arancione sul basamento dell’Arco della Pace, in parco Sempione. Sono stati sollevati di peso dalla polizia, che poi li ha denunciati tutti per danneggiamento. Il gesto è stato compiuto per manifestare solidarietà agli abitanti di Gaza ed è stato accompagnato da slogan di protesta contro il governo italiano, che «manda armi a Israele, attraverso Leonardo». Il sindaco Sala, giovedì mattina, ha affermato di disapprovare il blitz: «Comprendo le loro motivazioni, ma disapprovo quello che hanno fatto». Poteva fermarsi lì, invece il primo cittadino del Pd ha detto la sua sui danni: «Sembra sia vernice facilmente cancellabile, ci lavoreremo in fretta». Tanta efficienza promessa, però, ieri mattina si è schiantata con la realtà dei fatti. Il Comune ha reso noto, dopo i sopralluoghi di rito condotti dai tecnici municipali e dagli esperti della Soprintendenza della Città metropolitana, che saranno necessari interventi accurati di restauro per rimuovere la vernice dal monumento. A gestire i lavori sarà direttamente la Soprintendenza, visto che stiamo parlando di un monumento neoclassico del 1838. Lo stesso semi-negazionismo, su scala maggiore, è stato usato anche in questi giorni da Sala riguardo alle proteste crescenti per l’esplodere della microcriminalità nelle strade di Milano, problema denunciato da numerosi vip rapinati o scippati (tra i tanti, Carlo Verdone e Flavio Briatore), oltre che da tanti cittadini comuni. Per il primo cittadino dalle calze arcobaleno si tratta semplicemente di una congiura mediatica, per colpire politicamente lui e Milano. Il fatto che sia necessario un intervento di restauro accurato per riportare a nuovo l’Arco della Pace riporta alla memoria quello che è accaduto a marzo al monumento equestre a Vittorio Emanuele II in Piazza Duomo, che ha subito un lungo lavoro di recupero terminato poche settimane fa. In quel caso gli stessi attivisti di Ultima Generazione avevano raccontato di aver adoperato vernice lavabile mescolata ad acqua, ma purtroppo così non era ed è stato necessario fare un bando apposito e affidare i lavori a una ditta per 28.950 euro. I lavori sono poi stati interamente regalati alla città da Vox Media, una società che opera nel campo della pubblicità esterna e dei restauri sponsorizzati. E ieri sul blitz milanese è intervenuto anche il ministro dei Beni culturali, Gennaro Sangiuliano, annunciando che in futuro chi imbratta pagherà i restauri. In una nota, Sangiuliano, che ha definito l’assalto di mercoledì «l’ennesima azione sconsiderata», ha anche osservato che nei confronti dei responsabili «è inaccettabile e da irresponsabili mostrare atteggiamenti cedevoli, se non addirittura ammiccanti». Quindi ha spiegato che «tra qualche settimana, dopo l’approvazione definitiva da parte della Camera, diventerà legge dello Stato la norma che consentirà di far pagare ai vandali i costi degli interventi di ripristino integrale del bene danneggiato. Il principio che voglio ribadire è che chi distrugge dovrà pagare di tasca propria». L’importante è che il conto non lo faccia il giulivo Sala.
A finire sotto pressione sono stati i Gilt, i titoli di Stato britannici. «Sull’obbligazionario britannico avevamo visto segnali di stabilizzazione importanti, ma le tensioni internazionali hanno rimescolato le carte in modo brutale», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Quello che doveva essere l’anno del grande allentamento monetario si è trasformato in un nuovo stress test sui rendimenti, con i tassi di interesse che hanno subito un’impennata vertiginosa, facendo scendere i prezzi delle obbligazioni».
Gli Etf sui governativi inglesi hanno accusato cali fra il -3,7% e il -4,5%, con punte di 7% sulle scadenze più lunghe. Il rendimento del decennale è tornato oltre il 5,1%, ai massimi dalla crisi del 2008.
A pesare non è solo il petrolio, ma la politica. Il governo laburista di Keir Starmer, nato con la promessa di riportare serietà a Westminster, si trova indebolito dalle ricadute dello scandalo Epstein. «L’instabilità politica è tornata a essere un fattore di rischio primario», osserva Gaziano. «I mercati reagiscono con estrema sensibilità quando percepiscono un vuoto di potere. Lo scandalo Epstein non è solo una questione di cronaca, ma un colpo alla stabilità di un governo già sotto pressione per la gestione economica».
La Borsa di Londra ha mostrato maggiore tenuta. «In un mondo incerto, i giganti dell’energia e delle materie prime, che abbondano a Londra, hanno agito parzialmente da paracadute», osserva Gaziano. Ma la spaccatura interna si allarga: se il Ftse 100 regge grazie alle multinazionali, il Ftse 250, più esposto all’economia domestica, soffre molto di più.
Il nodo, però, è anche strutturale. «il Regno Unito sconta una rigidità strutturale che l’Europa continentale ha in parte superato», spiega Salvatore Gaziano, «Mentre Germania e Francia hanno imparato a diversificare le scorte e gestire meglio i picchi dei prezzi energetici, l’Uk è rimasto prigioniero di un modello di fissazione dei prezzi che scarica immediatamente ogni aumento sulle bollette delle famiglie. Se a questo aggiungiamo mutui che corrono verso il 5%, capiamo perché la fiducia dei consumatori britannici sia oggi ai minimi termini, molto più che in Italia o in Spagna».
Fra i titoli spicca Legal & General, con dividendi elevati e il ruolo di «cassaforte». In negativo, invece, 3i Group, crollata del -19% in una sola seduta dopo i segnali di rallentamento della catena Action. «Quando le aspettative di crescita vengono deluse anche di poco, i multipli del private equity vengono ricalcolati con una rapidità brutale», conclude Gaziano.
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Maurizio Landini (Ansa)
Firme che giustificano, neanche a dirlo, il commento entusiasta del ministro Paolo Zangrillo, che ha parlato di «obiettivo raggiunto», e che hanno spinto il premier, parco di parole negli ultimi tempi, a intervenire via social per rivendicare il successo. «Il governo», ha evidenziato Giorgia Meloni, «continua a lavorare sull’aumento dei salari. Oggi la firma del rinnovo della parte economica del contratto collettivo nazionale del comparto Istruzione, per il triennio 2025-2027, che interessa oltre un milione di dipendenti. È il terzo rinnovo per il comparto Istruzione dall’inizio della legislatura: una cosa mai accaduta prima».
La Meloni ha ragione a rivendicare la firma anche perché si tratta di uno schiaffo alla gestione politica che Maurizio Landini ha impresso alla Cgil. Schiaffone ancora più sonoro, perché non arriva dall’esecutivo, cosa che di questi tempi non farebbe notizia, ma dalla stessa Cgil. Il segretario ha fatto del no a prescindere al rinnovo dei contratti della Pa una delle cifre distintiva del suo mandato. Istruzione, sanità, lavoratori dei ministeri o delle Regioni poco importa. Nell’ultima tornata c’è stata solo opposizione. Il leader che ormai partecipa come capopolo a tutte le battaglie politiche della sinistra (l’impiego di forze della Cgil sul No al referendum della giustizia è comparabile a quello del Pd) si è sempre opposto ai nuovi contratti, nonostante il governo avesse messo sul piatto circa 20 miliardi. Un cifra record, insufficiente per i desiderata di Landini. Motivo? Nel rinnovo precedente, 2022-2024, non veniva coperta l’inflazione monstre del periodo. Copertura impossibile, visto che parlavamo di un costo della vita schizzato del 17%. Insomma, aumenti del 7-8% non bastavano. E adesso? Cos’è cambiato? Perché la Cgil firma? La motivazione ufficiale è che in quest’ultima tranche, incrementi in busta paga da 135 euro per la parte economica 2025-27, l’inflazione verrebbe potenzialmente coperta, ma la realtà è tutt’altra. Entrando nel merito, va infatti ricordato che senza il contratto precedente, che è stato rinnovato senza l’avallo della Cgil, quest’ultimo rinnovo non ci sarebbe mai stato. E del resto Landini questa firma la subisce. Il segretario è costretto a fare buon viso a cattivo gioco rispetto ai mal di pancia di una categoria, quella della scuola (e non è la sola), che è stanca di seguire la linea politica del capo e capisce che continuando a dire sempre no gli iscritti fuggono.
C’è di più. Perché i rapporti tra Maurizio Landini e Gianna Fracassi, la segretaria generale della Flc (Federazione lavoratori della conoscenza), non sono idilliaci. La Fracassi era legata alla gestione precedente (con Susanna Camusso è diventata segretaria confederale con deleghe importantissime, comprese le politiche economiche) e si sussurra che ambisca a prendere il posto dell’ex Fiom, anche per depoliticizzare il sindacato.
Ma al di là della questione personale, la firma sul contratto della scuola squarcia il velo di ipocrisia che ormai da mesi nasconde le tensioni tra la gestione del segretario e una parte consistente del sindacato.
Perso il sostegno dei suoi, sembra che nelle scorse ore Landini abbia addirittura contattato un esponente molto importante del governo, particolarmente vicino a Palazzo Chigi, per chiedere margini su una riapertura del contratto in caso di inflazione galoppante causa guerra. Il senso del discorso sarebbe stato: «Alla fine noi firmiamo, ma se la situazione precipita qui si ricontratta tutto». Diplomatica, ma eloquente la risposta: guarda che quello che chiedi non si può fare.
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