
«Per la prima volta in 50 anni, gli Stati Uniti potrebbero perdere più immigrati di quanti ne guadagnino». Lo comunica non senza un certo allarmismo il Washington Post, verbo quotidiano del progressismo della capitale, che prevede come minimo un saldo zero, se non un saldo negativo, fra entrate e uscite presentando la sua inchiesta giornalistica come un «potenziale danno economico». L’amministrazione di Donald Trump la pensa diversamente e ritiene che proprio il rigore nel far rispettare le leggi sull’immigrazione sommato al Travel ban (il divieto d’ingresso ai cittadini di 12 paesi, quasi tutti musulmani, più lo stop gli studenti stranieri in alcune università) sia alla base di un successo epocale.
È in ogni caso importante notare come la nazione nata e cresciuta con l’immigrazione nel destino (la famosa way of life americana) riesca ad essere più forte della retorica. Secondo l’articolo del WP i primi sei mesi dell’anno hanno provocato un’inversione di tendenza importante. Lo confermano due think tank prestigiosi, la Brookings Institution con Wendy Edelberg e Tara Watson (tendenza dem) e la conservatrice American Enterprise Institute con Stan Veuger, che stanno preparando un documento ufficiale sulla proiezione destinata a cambiare il destino dei flussi migratori.
Gli economisti di tutto lo spettro politico prevedono che si registreranno i livelli di immigrazione più bassi degli ultimi decenni, superando il minimo storico toccato durante la crisi finanziaria del 2008, quando molti latinos lasciarono il paese. Secondo gli esperti, i fattori del ribaltone sarebbero «la chiusura quasi totale del confine con il Messico, le minacce agli studenti internazionali, la perdita dello status legale per molti nuovi arrivati. Anche l'aumento delle espulsioni - obiettivo delle recenti verifiche sul posto di lavoro che hanno scatenato proteste a Los Angeles e in altre città - gioca un ruolo».
Secondo il quotidiano un deflusso netto di migranti potrebbe alimentare l’inflazione, «un rischio che gli economisti già si aspettano dalle politiche tariffarie di Trump». A lungo termine i catastrofisti vedono oltre l’orizzonte «la carenza di manodopera sperimentata dal Paese durante la pandemia e la crisi della politica fiscale, con un minor numero di immigrati che pagano le tasse e sostengono programmi di welfare». L’ombrello keynesiano è noto ed è applicato da anni anche ai modelli italiani da parte degli immigrazionisti entusiasti, purtroppo con pochi riscontri nella realtà quotidiana che mostra al contrario degrado, criminalità, conflitti sociali, stagnazione degli stipendi per via della concorrenza al ribasso dei nuovi schiavi.
«Sarebbe la prima volta in oltre 50 anni», sottolinea la ricerca, con la forza lavoro nata all’estero che si sarebbe ridotta di un milione a partire da marzo. La risposta del portavoce della Casa Bianca, Kurt Desai, è in linea con le promesse elettorali: «Più di un giovane adulto su dieci in America non ha un impiego, non frequenta un corso di istruzione superiore né segue un percorso di formazione professionale. Non mancano menti e mani americane per far crescere la nostra forza lavoro, e il programma del presidente Trump per creare posti per i lavoratori americani rappresenta l'impegno di questa amministrazione per capitalizzare su questo potenziale inutilizzato, adempiendo al contempo al nostro mandato di far rispettare le leggi sull'immigrazione».
Ciò che avviene negli Stati Uniti è importante perché, al di là della valutazione politica e sociologica, conferma un dato: non è vero che i fenomeni migratori sono ineluttabili come da analisi parrocchiali. Non è vero che le diaspore bibliche nel deserto del mondo conosciuto del 2000 avanti Cristo possono essere paragonate a cuor leggero alle migrazioni economiche dei nostri tempi. Anzi le scelte istituzionali e politiche consentono di regolare, governare i flussi e di indirizzare i destini dei paesi a seconda delle sensibilità dei cittadini. Le strategie trumpiane stanno strappando il sipario dell’ipocrisia e smentiscono le pigrizie dell’Unione Europea, per troppi anni passiva davanti a un fenomeno che non solo poteva essere regolato ma anche giudiziosamente circoscritto.
La ricerca rivela anche che lo zero arriva dopo i tre milioni imbarcati lo scorso anno da Joe Biden a puro scopo elettorale, boomerang senza precedenti per la Casa Bianca a trazione democratica. Veuger, uno dei firmatari del dossier, aggiunge: «Non si tratta solo di espulsioni. Gli afflussi sono diminuiti notevolmente, non solo al confine meridionale ma anche attraverso numerosi programmi legali». Con qualche furbata cara a The Donald: la scorsa settimana, l'amministrazione ha ordinato una sospensione delle misure repressive contro il settore agricolo, così come contro hotel e ristoranti (secondo un articolo del New York Times) dopo che Trump ha dichiarato che i settori, tra i suoi principali elettori, si erano lamentati della perdita di personale.
Anche le proteste sul possibile aumento dell’inflazione sono interpretabili nel doppio senso. Un Paese la cui crescita è trainata dagli stipendi dei lavoratori regolari, con maggiore potere d’acquisto, non è certamente in sofferenza. Lo è quando i salari rimangono immobili per troppi anni e l’economia ristagna nella palude della depressione, anche per la concorrenza al ribasso di manodopera straniera senza qualità. Com’è accaduto, guardacaso, nell’Italia turbo-immigrazionista dell’ultimo ventennio.






