True
2018-08-28
Messaggi in codice da Bruxelles per spaventare il governo gialloblù
Ansa
A volte ritornano. Meno fascinosi ma altrettanto affiatati di Diabolik ed Eva Kant, si riaffacciano sui giornaloni italiani Mario Monti e Sylvie Goulard. Ieri hanno marciato divisi (lui un editoriale sul Corriere della Sera, lei un'intervista sulla Stampa) per colpire uniti e lanciare avvertimenti all'Italia.
Chi sia Monti gli italiani lo sanno: senatore a vita (per meriti tuttora oscuri a molti elettori, ma per decisione di re Giorgio Napolitano) e capo del governo tecnico che nel 2011 assunse le più dure decisioni improntate all'austerità, ad esempio con il balzo della tassazione sugli immobili che ha ammazzato il settore immobiliare. Ma è il caso di ricordare anche chi sia la Goulard, politica e studiosa francese da sempre al fianco di alcuni italiani potenti. Dal 2001 al 2004 consigliera dell'allora presidente della Commissione europea Romano Prodi; poi impegnata nella redazione del progetto (abortito) di Costituzione europea; poi eurodeputata; poi macronista e grande ispiratrice «eurolirica» del presidente francese. A metà del 2017, una disavventura: sfiorata da uno scandalo per un presunto uso improprio di fondi dell'Europarlamento, lascia il governo Macron, di cui è ministro della Difesa. Pochi mesi di sosta ai box, e a gennaio viene nominata vicegovernatore della Banca di Francia.
E cosa c'entra con Monti? C'entra almeno due volte. Intanto, c'è una prima apparizione nel 2011, quando il governo Berlusconi viene sbalzato via a colpi di spread per essere sostituito da una giunta tecnocratica. E cosa dichiara la Goulard? È tra le prime a offrire una «giustificazione intellettuale» per il rovesciamento della volontà popolare. Sintesi: il concetto di sovranità nazionale è obsoleto, servono tecnici perché solo loro possono portare avanti un'agenda di austerità, «siamo completamente interdipendenti, non siamo più sovrani nel senso che la gente pensa». La Goulard, del resto, ha un conto aperto con gli elettori, che hanno la cattiva abitudine di contraddire gli «esperti»: il progetto di Costituzione europea è stato ridotto a brandelli da olandesi e francesi in due referendum. Ma c'è un secondo evento da ricordare, celebrato da Fabio Fazio che li invita in coppia a Che tempo che fa a fine novembre 2012: Monti e la Goulard, sei anni fa, scrivono un saggio a quattro mani, dal titolo La democrazia in Europa. Tesi scontatissima: c'è un contrasto tra la spinta europeista e la sovranità nazionale. Soluzione suggerita dal dinamico duo? Gli Stati nazionali si facciano guidare dal pilota automatico di Bruxelles.
Ma torniamo ai giornali di ieri e vediamo i cinque punti salienti del Monti-Goulard pensiero:
1 Entrambi nascondono l'avvertimento all'Italia sotto il velo del consiglio affettuoso. La parola chiave è: «isolamento». Attenta, Italia: non isolarti da Parigi e Berlino. «C'è una differenza», sibila la Goulard, «tra chiedere aiuto e andare allo scontro». Traduzione: meglio che il governo di Roma vada a Bruxelles in ginocchio, accettando le condizioni poste dai Paesi guida.
2 La Goulard, in particolare, lancia pizzini sull'immigrazione: se Roma non si mette d'accordo con gli altri partner europei, «questo non cambierà la geografia dell'Italia, che continuerà a rimanere di fronte all'Africa». Ovviamente la Goulard si guarda bene dal dire che, dopo l'incontro Donald Trump-Giuseppe Conte, Parigi è molto preoccupata per un possibile protagonismo italiano nel Mediterraneo.
3 Monti lancia il suo avvertimento sull'economia: «Il riposizionamento geopolitico» dell'Italia «non pare destinato a essere d'aiuto per le difficili partite economiche e finanziarie che si giocheranno». Capito? Se volete flessibilità, zitti e rigate dritto.
4 Entrambi sottolineano che l'Italia è stata «rappresentata a Bruxelles a ottimi livelli» (indovinate da chi).
5 Monti riesce a ripetere tre volte che la nostra collocazione ideale è con l'asse franco tedesco. Entrambi ci mettono in guardia con toni apocalittici rispetto al dialogo con i Paesi del gruppo di Visegrád. Sorge per lo meno il dubbio che Germania e Francia siano molto preoccupate da un nuovo nucleo in grado di bilanciare lo strapotere esercitato in questi anni da Berlino e Parigi.
In sostanza, si conferma un quadro che La Verità ha fornito molte volte ai suoi lettori. Soprattutto in Francia, si auspicava un altro risultato elettorale: o almeno si puntava su un possibile accordo M5s-Pd, una combinazione ritenuta più favorevole per mantenere l'Italia in posizione geopoliticamente gregaria rispetto a Parigi e Berlino, e anche per non ostacolare eventuali nuove scorribande economiche francesi sul suolo italiano.
È evidente che ora gli scenari siano cambiati: e così, a scadenze quindicinali (una volta con un editoriale di Bernard-Henri Levy, un'altra volta con un'intervista alla Goulard) ci sono ambienti francesi che non mancano di farci conoscere il proprio nervosismo. Una storia semplice, ma non una bella storia.
La difficile missione di Tria a Pechino: fare affari con la Cina senza sfidare Trump
Continua a leggereRiduci
Mario Monti e Sylvie Goulard, vicegovernatore della Banca di Francia, escono nello stesso giorno su due quotidiani minacciando l'Italia. L'asse fra Giuseppe Conte e Donald Trump innervosisce Parigi, che adesso teme di essere isolata.La guerra fra gli Usa e il Dragone è solo all'inizio. Dobbiamo seguire i nostri interessi evitando di danneggiare altre partite.Lo speciale contiene due articoli.A volte ritornano. Meno fascinosi ma altrettanto affiatati di Diabolik ed Eva Kant, si riaffacciano sui giornaloni italiani Mario Monti e Sylvie Goulard. Ieri hanno marciato divisi (lui un editoriale sul Corriere della Sera, lei un'intervista sulla Stampa) per colpire uniti e lanciare avvertimenti all'Italia. Chi sia Monti gli italiani lo sanno: senatore a vita (per meriti tuttora oscuri a molti elettori, ma per decisione di re Giorgio Napolitano) e capo del governo tecnico che nel 2011 assunse le più dure decisioni improntate all'austerità, ad esempio con il balzo della tassazione sugli immobili che ha ammazzato il settore immobiliare. Ma è il caso di ricordare anche chi sia la Goulard, politica e studiosa francese da sempre al fianco di alcuni italiani potenti. Dal 2001 al 2004 consigliera dell'allora presidente della Commissione europea Romano Prodi; poi impegnata nella redazione del progetto (abortito) di Costituzione europea; poi eurodeputata; poi macronista e grande ispiratrice «eurolirica» del presidente francese. A metà del 2017, una disavventura: sfiorata da uno scandalo per un presunto uso improprio di fondi dell'Europarlamento, lascia il governo Macron, di cui è ministro della Difesa. Pochi mesi di sosta ai box, e a gennaio viene nominata vicegovernatore della Banca di Francia.E cosa c'entra con Monti? C'entra almeno due volte. Intanto, c'è una prima apparizione nel 2011, quando il governo Berlusconi viene sbalzato via a colpi di spread per essere sostituito da una giunta tecnocratica. E cosa dichiara la Goulard? È tra le prime a offrire una «giustificazione intellettuale» per il rovesciamento della volontà popolare. Sintesi: il concetto di sovranità nazionale è obsoleto, servono tecnici perché solo loro possono portare avanti un'agenda di austerità, «siamo completamente interdipendenti, non siamo più sovrani nel senso che la gente pensa». La Goulard, del resto, ha un conto aperto con gli elettori, che hanno la cattiva abitudine di contraddire gli «esperti»: il progetto di Costituzione europea è stato ridotto a brandelli da olandesi e francesi in due referendum. Ma c'è un secondo evento da ricordare, celebrato da Fabio Fazio che li invita in coppia a Che tempo che fa a fine novembre 2012: Monti e la Goulard, sei anni fa, scrivono un saggio a quattro mani, dal titolo La democrazia in Europa. Tesi scontatissima: c'è un contrasto tra la spinta europeista e la sovranità nazionale. Soluzione suggerita dal dinamico duo? Gli Stati nazionali si facciano guidare dal pilota automatico di Bruxelles.Ma torniamo ai giornali di ieri e vediamo i cinque punti salienti del Monti-Goulard pensiero:1 Entrambi nascondono l'avvertimento all'Italia sotto il velo del consiglio affettuoso. La parola chiave è: «isolamento». Attenta, Italia: non isolarti da Parigi e Berlino. «C'è una differenza», sibila la Goulard, «tra chiedere aiuto e andare allo scontro». Traduzione: meglio che il governo di Roma vada a Bruxelles in ginocchio, accettando le condizioni poste dai Paesi guida.2 La Goulard, in particolare, lancia pizzini sull'immigrazione: se Roma non si mette d'accordo con gli altri partner europei, «questo non cambierà la geografia dell'Italia, che continuerà a rimanere di fronte all'Africa». Ovviamente la Goulard si guarda bene dal dire che, dopo l'incontro Donald Trump-Giuseppe Conte, Parigi è molto preoccupata per un possibile protagonismo italiano nel Mediterraneo.3 Monti lancia il suo avvertimento sull'economia: «Il riposizionamento geopolitico» dell'Italia «non pare destinato a essere d'aiuto per le difficili partite economiche e finanziarie che si giocheranno». Capito? Se volete flessibilità, zitti e rigate dritto.4 Entrambi sottolineano che l'Italia è stata «rappresentata a Bruxelles a ottimi livelli» (indovinate da chi).5 Monti riesce a ripetere tre volte che la nostra collocazione ideale è con l'asse franco tedesco. Entrambi ci mettono in guardia con toni apocalittici rispetto al dialogo con i Paesi del gruppo di Visegrád. Sorge per lo meno il dubbio che Germania e Francia siano molto preoccupate da un nuovo nucleo in grado di bilanciare lo strapotere esercitato in questi anni da Berlino e Parigi.In sostanza, si conferma un quadro che La Verità ha fornito molte volte ai suoi lettori. Soprattutto in Francia, si auspicava un altro risultato elettorale: o almeno si puntava su un possibile accordo M5s-Pd, una combinazione ritenuta più favorevole per mantenere l'Italia in posizione geopoliticamente gregaria rispetto a Parigi e Berlino, e anche per non ostacolare eventuali nuove scorribande economiche francesi sul suolo italiano.È evidente che ora gli scenari siano cambiati: e così, a scadenze quindicinali (una volta con un editoriale di Bernard-Henri Levy, un'altra volta con un'intervista alla Goulard) ci sono ambienti francesi che non mancano di farci conoscere il proprio nervosismo. Una storia semplice, ma non una bella storia.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/messaggi-in-codice-da-bruxelles-per-spaventare-il-governo-gialloblu-2599537468.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-difficile-missione-di-tria-a-pechino-fare-affari-con-la-cina-senza-sfidare-trump" data-post-id="2599537468" data-published-at="1768770938" data-use-pagination="False"> La difficile missione di Tria a Pechino: fare affari con la Cina senza sfidare Trump La visita ufficiale del ministro dell'Economia e delle finanze Giovanni Tria in Cina rende necessario un richiamo in base al seguente criterio di interesse nazionale: è certamente utile avere buone relazioni commerciali con Pechino, ma queste devono restare al di sotto della soglia di relazioni condizionanti sul piano (geo)politico. Poiché l'attuale conduzione della Cina, il cui autoritarismo si è inasprito dopo la svolta dittatoriale attuata da Xi Jinping nel 2017, richiede che in ogni azienda di rilievo vi sia un commissario del Partito comunista e che ogni relazione economica esterna sia condizionata a un vantaggio geopolitico, il tenere una relazione economica stessa sotto la soglia politica non appare semplice. Ed è elevato il rischio di generare percezioni di ambiguità sulla collocazione internazionale dell'Italia da parte della ben più rilevante America. Né è prova il recente messaggio di Donald Trump: «Se l'Italia ha problemi di rifinanziamento del debito l'America la aiuterà», ha detto, intendendo: non osare accordarti con la Cina. Tria ha fatto filtrare rassicurazioni («Obiettivo della missione è rafforzare i rapporti economici tra i due Paesi, non certo cercare compratori per i titoli del debito pubblico», ha detto), ma la conferma degli incontri con la comunità finanziaria cinese e una sua, nonché di altri nel governo, consuetudine con la Cina lascia uno spazio di ambiguità, per altro aperto dalla visita ufficiale in Cina di Sergio Mattarella, l'anno scorso, che giustifica il richiamo. È utile un breve cenno al riguardo del contesto geopolitico per spiegare la delicatezza della materia. L'America ha deciso di limitare l'espansione del potere della Cina prima che questo diventi imbattibile. Non è una «trumpata» che svanirà dopo la fine del mandato di Trump, ma una linea di strategia sistemica e duratura che gli Stati Uniti perseguiranno fino all'ottenimento del risultato. Si tratta di una competizione per il potere mondiale come lo fu la guerra totale tra Roma e Cartagine. Forse ci saranno tregue, in particolare sul piano della guerra economica via dazi, cercate dalla Cina attraverso cedimenti parziali e temporanei, perché è vulnerabile alla riduzione dell'export in quanto il suo modello economico vi dipende. Per altro anche l'America rischia uno sconquasso globale che poi impatterebbe sul suo mercato interno se esagerasse e tale pericolo viene sempre più segnalato a Trump dagli attori economici statunitensi. Ma, anche se modulata, è e sarà guerra. La Cina sta usando la strategia dell'elefante, senza mosse fulminee, perché, più grossa, ha maggiore probabilità di vincere nel lungo termine, marciando lenta. L'America, invece, sta usando quelle, combinate, del giaguaro e del boa, con mosse rapidissime, per depotenziare la Cina soffocandone l'economia prima che diventi imbattibile. Ciò induce la Cina stessa a dover accelerare il passo dell'elefante per creare una sfera di influenza economica cinese grande abbastanza per permetterle di resistere alla stretta del boa: questo lo scopo dell'iniziativa Nuova via della seta. L'America a sua volta risponde dissuadendo gli alleati e altri a diventarne stazioni o terminali. La Germania si conforma, ma, non escludendo che la Cina vinca, mantiene relazioni profonde sottobanco con Pechino. La Francia fa lo stesso, così come il Regno Unito. I Paesi asiatici non vogliono condizionamenti cinesi. Ciò rallenta l'iniziativa cinese, ma Pechino, per accelerarla, offre vantaggi notevoli a chi è in necessità: Grecia, Iran, Turchia, nazioni africane, eccetera. In sintesi, per la Cina l'Italia con problemi di debito e crescita è un boccone appetitoso, chiave dell'Occidente, che merita investimenti di seduzione. Ma Roma deve stare molto attenta non solo a scambi sul debito, ma anche alle condizioni per ottenere che i porti italiani diventino terminali della Via della seta, con la complicazione di una posizione russa che in parte collabora con la Cina, in parte ne vuole limitare l'espansione nella regione eurasiatica, comunque puntando a controllare l'Europa orientale e Balcani per poi trattare con proprio vantaggio la relazione di questa area con la Cina stessa, la Germania indecisa. La questione macro e micro è complicatissima. Qual è la giusta linea? Concordare bene con l'America lo spazio di relazioni con Cina e Russia affinché l'interesse italiano mercantile, che è forte e in competizione con la Germania, trovi soddisfazione entro limiti ammessi dalla strategia statunitense per evitare ritorsioni dall'alleato principale e irrinunciabile. Inoltre, per il marchio Italia sarebbe controproducente alzare il livello della relazione con un regime cinese autoritario e repressivo. Da un lato, è comprensibile che il governo abbia difficoltà a calibrare interessi mercantilistici e geopolitici nella relazione con la Cina in questa situazione. Dall'altro, l'ambiguità certamente non è premiante anche perché sospettabile di essere frutto di penetrazioni cinesi nel governo. Non vedo motivi per accuse, al momento, ma certamente ne esistono per invitare il governo a una maggiore chiarezza e consistenza strategica. www.carlopelanda.com
Giorgia Meloni e Tetsuo Hara (Ansa)
La frase del premier è peraltro significativa. Due parole risaltano: «crescita» e «immaginario». Nata nel 1977, la Meloni si è sicuramente trovata, da bambina, al centro dello tsunami giapponese che travolse un’intera generazione, la prima che ha vissuto la televisione come una esperienza formativa autonoma, oltre e spesso contro la vigilanza dei genitori. Nel libro Mia figlia, la filosofia, Simone Regazzoni ha dedicato a questo argomento alcune pagine ispirate: «Siamo alla fine degli anni Settanta e anch’io come milioni di altri bambini e bambine prendo parte a un evento inaudito, a un rito collettivo che provoca la reazione allarmata di genitori, intellettuali, uomini politici che portano Goldrake sui giornali e in Parlamento lanciando allarmi contro l’eccesso di violenza della religione delle macchine». Lo sbarco dei tecnomostri nipponici era avvenuto il 4 aprile 1978 quando, su Rai 2, era andata in onda la prima puntata di Goldrake. Grazie a lui, l’Italia scopriva finalmente il mondo eroico del Sol Levante. Da lì in poi sarebbe stato un diluvio di cartoni animati giapponesi, distribuiti per lo più su reti locali, in un’anarchia di traduzioni, censure e salti narrativi a casaccio.
Per i bambini di allora, il salto culturale fuori dall’universo Disney fu abbacinante: di punto in bianco un prodotto per ragazzini (o quanto meno qui percepito come tale) mescolava ironia surreale, parentesi poetiche, ammiccamenti erotici, tensione tragica. Gli adulti non si accorsero subito del fenomeno. E quando lo fecero, fu immediatamente moral panic. Silverio Corvisieri denunciava ad esempio su Repubblica «l’orgia della violenza annientatrice, il culto della delega al grande combattente, la religione delle macchine elettroniche, il rifiuto viscerale del “diverso”». Ken il guerriero, poi, ci mise il carico.
In Giappone, l’anime (e prima ancora il manga) comparve in un contesto contrassegnato da storie sempre più edonistiche ed eroticizzate. Kenshiro rappresentò un brutale richiamo all’ordine, grazie anche alla penna di Buronson, al secolo Yoshiyuki Okamura, lo sceneggiatore del fumetto disegnato per l’appunto da Tetsuo Hara. Buronson proveniva dal mondo militare e si ispirava a Mad Max e Sergio Leone. Nulla a che vedere con i nuovi autori fighetti che si affacciavano sulla scena. Arrivato in Italia nel 1987, l’anime vedeva il protagonista, Kenshiro, erede di una delle più importanti scuole di arti marziali del Giappone, attraversare un mondo post apocalittico popolato di bande di predoni. Nel cartone non c’erano i classici robottoni, ma c’era di peggio: una violenza smisurata. Ken sapeva come far, letteralmente, esplodere i suoi nemici toccando specifici punti di pressione. Di punto in bianco, l’Italia si popolò di bambini che tentavano, con risultati dubbi, di far esplodere fratelli minori e compagni di giochi.
Ma non c’era solo violenza bruta. Come gli eroi omerici, Ken era un eroe capace di alternare stragi di nemici e lacrime sincere. Era poi un eroe che non combatteva più «per l’umanità» o per ideali astratti, come Mazinga e gli altri, bensì per la sua famiglia, per l’amicizia, per legami concreti e solidi. Come educatore di una generazione, ci poteva capitare di peggio.
Continua a leggereRiduci
Pasquale Stanzione (Ansa)
Perché è importante la sua età? Come ci ricorda l’ex ministro per gli Affari regionali nei governi Renzi e Gentiloni, ex vicesegretario di Azione e oggi deputato di Fi, Enrico Costa, Stanzione venne scelto dal Pd, non tanto per le sue competenze, ma proprio per la sua età, che avrebbe permesso di scalzare un altro candidato eccellente, Ignazio La Russa. L’attuale presidente del Senato, infatti, cinque anni fa, quando aveva 73 anni, ambiva a ricoprire proprio il ruolo di Garante per la protezione dei dati. Ma il meccanismo che venne straordinariamente introdotto quella volta, non gli permise di conquistare quel posto. «Perché nel 2020 il Pd ha scelto Stanzione come commissario e poi Garante della privacy? Per competenza, per appartenenza, per le pubblicazioni? Niente di tutto ciò. Venne scelto per anzianità», scrive Costa su X. «I commissari privacy vengono eletti da Camera e Senato. Due eletti dal centrodestra, due dal centrosinistra. Tra di loro si elegge il presidente. A parità di voti vince il più anziano. Siccome La Russa non nascose il desiderio di fare il Garante, il Pd corse ai ripari per impedirglielo. Come? Scorrendo l’elenco dei candidati, non alla voce “cv”, ma alla voce “data di nascita”». Nome dopo nome, l’attenzione dei dem si fermò sulla domanda di “Stanzione Pasquale, nato il 3 luglio 1945”, due anni in più di La Russa. A quel punto Stanzione diventò il candidato anziano del Pd». Peraltro entrambi nati in luglio, ma per La Russa la corsa si interruppe lì. «Ecco la genesi di Stanzione presidente a cura delle menti sopraffine della sinistra», commenta Costa. «Magari era pure bravo ma non era quella la priorità in quel momento. La priorità era non far vincere La Russa. Fu scelto da loro e votato da loro. Il M5s aveva scelto Guido Scorza. La Lega Ginevra Cerrina Feroni. E Fratelli d’Italia Agostino Ghiglia. Ricordo questa storiella a chi parla di asservimento del Garante alla politica, ma dimentica qualche dettaglio. E la ricordo a quei dem che oggi fanno gli indignati. Fanno finta di nulla e fischiettano come i passanti».
Giovedì, infatti, la Procura di Roma ha ordinato la perquisizione della sede romana del Garante della privacy, e delle case a Roma, Torino, Firenze e Salerno dei quattro membri del collegio direttivo, incluso il presidente Stanzione, tutti indagati. Nelle accuse si legge di una gestione «abbastanza disinvolta» delle spese pubbliche e viene riportata una serie di episodi in cui i membri del collegio avrebbero usato in modo improprio fondi a cui avevano accesso. Inoltre, i membri del collegio si sarebbero fatti influenzare nelle loro decisioni in cambio di favori o denaro: i reati ipotizzati sono peculato e corruzione. La Procura dice che, dal 2021 al 2024, le spese per il collegio direttivo sono aumentate del 46 per cento. L’eccedenza sarebbe riconducibile «a rimborsi per viaggi, voli aerei in business, soggiorni in hotel di lusso, cene, servizi di lavanderia, fitness e cura della persona». Tra le accuse a Stanzione c’è anche quella di aver comprato carne per oltre 6.000 euro in una famosa macelleria e di essersi fatto rimborsare le spese dell’affitto della sua casa a Roma per 3.700 euro al mese, quando l’affitto era di 2.900 euro. Ieri, in serata, Scorza, membro del collegio del Garante (accusato di per peculato e corruzione), si è dimesso. Ma il Pd continua a fischiettare.
Continua a leggereRiduci
Matteo Renzi (Ansa)
È una chiamata alle armi, nel senso di turibolo da sacrestia. È un segnale di fumo a Ernesto Maria Ruffini e al suo «Più Uno», l’ammucchiata cattodem che si sta strutturando. Ma soprattutto è un siluro al Nazareno a trazione Elly Schlein e al campo largo, che Renzi boccia senza pudore dopo aver tentato in tutti i modi di entrarci come stampella morotea. A un anno abbondante dalle elezioni i movimenti politici pseudo-centristi hanno l’urgenza di definire un perimetro che somiglia al lodo Garofani, a quell’uscita natalizia del consigliere per la Difesa del Quirinale nella quale veniva auspicato «un provvidenziale scossone» per sconfiggere il centrodestra, con la chiosa: «Basterebbe una grande lista civica nazionale». Sotto il prestigioso cappello, ça va sans dire, del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, la più margheritosa delle margherite.
È l’obiettivo dell’ex Gabelliere dell’Agenzia delle entrate. È il punto di approdo di «Comunità riformista» e dei ramoscelli sparsi dell’Ulivo prodiano. Adesso anche di Renzi, che sogna di diventarne il leader, o meglio il federatore. Ecco perché aggiunge: «Non vogliamo che questa casa riformista dia le chiavi di casa solo a qualcuno. Ma c’è un punto, chi entra non sta alla finestra e chi viene, viene a dare una mano. Questa è casa riformista, che fa vincere o perdere le elezioni, che decide se al Quirinale ci va una persona normale o no». Per normali, con un accenno di razzismo politico, intende coloro che piacciono a lui.
Francesco Saverio Garofani non può che stappare un’altra bottiglia. Quella che il nostro giornale anticipò e venne definita «un ridicolo sconfinamento» dal Colle, in realtà era una profezia. E il senatore di Scandicci - primo elettore di Mattarella da premier nel 2015 e sponsor del consigliere profeta nella sua avventura piddina - intende avverarla chiamando in causa soprattutto sindaci e riformisti del Pd, i più critici della gestione Schlein appiattita sul M5s e sulla Cgil estremista di Maurizio Landini. Gli fanno comodo. E infatti conclude: «Da soli non bastiamo, allargare le porte è indispensabile. Iv ha questo compito, dare una grande mano perché c’è un governo che sta impoverendo l'Italia. E l’opposizione deve smetterla di piangersi addosso, deve fare opposizione sui contenuti. Anche perché non va sottovalutato l’effetto Vannacci, che a destra porterà via il 3%».
Renzi spera di coalizzare il centrosinistra rosè, quello della «provvidenza» mattarelliana che va da Paolo Gentiloni ad Andrea Riccardi con tutto il Sant’Egidio; dal cardinal Matteo Zuppi ai gesuiti vaticani; da Dario Franceschini (anche se ha da poco varato il Correntone guardando a sinistra) a Graziano Delrio; dagli amici di Base riformista messi in un angolo nel Pd ai possibili esodati dalla segretaria che ha in mano le prossime liste elettorali. Al Nazareno è infatti in atto una guerriglia sotterranea per la deroga al tetto delle tre legislature, come da statuto. Riguarda 37 big. C’è chi la otterrà facilmente (gli ex ministri e gli ex capogruppo), chi con qualche escamotage (la durata temporale dei mandati, compresi i festivi), ma i peones rischiano grosso e la forbice è nelle mani della segretaria.
I riformisti si sentono nel mirino dopo che il presidente del partito, Stefano Bonaccini, li ha definiti «socialdemocratici da salotto». Un mese fa erano tutti alla convention di Siena guidati da ex sindaci che fanno il pieno di voti come Antonio Decaro e Giorgio Gori. Fra loro, numeri uno dell’epoca renziana come Lorenzo Guerini, Simona Malpezzi, Filippo Sensi, Marco Nannicini, oggi defilati. Non per niente ieri ad applaudire l’ex premier c’era il Vanity borgomastro di Milano, Beppe Sala. Quando l’ha visto, Renzi si è lanciato in un’invettiva contro il Pd milanese, che qualche giorno fa (parole del segretario Alessandro Capelli) aveva auspicato una discontinuità per lanciare la candidatura di Pierfrancesco Majorino. «A Milano vinciamo da 15 anni, la discontinuità è se perdiamo», ha tuonato Renzi. «I dem milanesi hanno commesso un errore da dilettanti perché la discontinuità ha un nome e un cognome: Matteo Salvini».
Garofani del Colle, cattodem, riformisti e sindaci: la scacchiera del leader di Iv al servizio del centrosinistra è quasi completa. A lui piacerebbe dare un attico con vista sulla torre di Babele anche a Forza Italia. Blandisce e strizza l’occhio invano. Per ora siamo alla risposta di Piersilvio Berlusconi: «Renzi è privo di credibilità politica». Margherita 4.0, nuova casa riformista. Il Metternich di Rignano si atteggia a gran visir ma su di lui aleggia pur sempre il giudizio del suo ex alleato naturale, Carlo Calenda: «La sua è la meravigliosa politica del ‘ndo cojo cojo».
Continua a leggereRiduci
Gerry Cardinale (Getty Images)
Dopo circa 3 anni e mezzo infatti la telenovelas del vendor loan da 489 milioni, il prestito del venditore all’acquirente, per il trasferimento del club dal fondo Elliott a RedBird, ha le ore contate. Da tempo Gerry Cardinale (fondatore di RedBird) è a caccia un soggetto finanziario disposto ripagare il fido che intanto, con gli interessi, è arrivato a quota 566 milioni, e secondo diversi fonti sarebbe prossimo ad arrivare a dama.
Chi ci sia dietro l’operazione al momento non è certo. Il nome più accreditato, per la prima volta è apparso sul sito Calcio e Finanza, è quello di Manulife Comvest, gruppo che fornisce finanziamenti a società private per accompagnarle nei processi di crescita e ristrutturazione. Il suo focus è il mercato nordamericano di fascia media e come rivelato dalla Verità ha già un piede nel Milan avendo preso garanzie su Redbird in virtù di un finanziamento che fa capo alla Ccp Agency (gruppo Manulife Comvest) ed ha come debitori la Rb Fc Holdings Fund IV Intermediate e la scatola che nell’albero di controllo del Milan le sta appena sopra, la RedBird Capital Partners Fund IV GenPar.
L’altro nome che è circolato è ben più noto alle cronache calcistiche e finanziarie. Parliamo di Apollo Sports Capital che ha già la maggioranza dell’Atletico Madrid oltre ad aver chiuso diversi investimenti nel mondo del tennis. In questo caso si tratterebbe di un mero rifinanziamento.
Di certo se l’operazione dovesse andare in porto, a cascata ci saranno ripercussioni anche sull’assetto societario del club. Probabile la convocazione di un cda per informare i consiglieri della nuova situazione finanziaria e del rilascio del pegno che Sheva Investments Limited (la società delle Cayman attraverso la quale Elliott ha prestato i 489 milioni a RedBird) vanta sul Milan.
La gestione ne guadagnerebbe in chiarezza. Non si sono mai dissipati infatti i dubbi su una sorta di doppia regia, spesso in scontro, su tutte le decisioni prese dal board. A questo proposito sta per concludersi l’indagine della Procura di Milano per ostacolo alla vigilanza a seguito della passaggio del Milan tra i due fondi. E ovviamente cambierebbero alcuni nomi.
Molto probabilmente i primi ad uscire sarebbero Dominic Mitchell e Gordon Singer che sono stati indicati direttamente da Elliott e al loro posto subentrerebbero altre figure di riferimento del rifinanziatore.
Così come dei ragionamenti andrebbero fatti rispetto all’attuale amministratore delegato, Giorgio Furlani, e al direttore finanziario, Stefano Cocirio, anche loro provenienti da Elliott. Cocirio si salva grazie ai risultati, non tutti ovviamente ascrivibili all’attuale cfo. Sta di fatto il Milan dopo la gestione turbolenta dell’ultimo periodo Berlusconi e quella dissennata di Yonghong Li, ha inanellato una serie utili (profitti per tre anni di seguito) e ha chiuso l’ultimo bilancio con il record di ricavi, a quota 494,5 milioni. Per Furlani la questione è diversa.
La sua gestione è stata spesso criticata, in primis dai tifosi, e i dissidi con Zlatan Ibrahimović (il consulente diretto di Gerry Cardinale mai entrato formalmente nell’organico del Milan) sono apparsi in alcune occasioni plateali. In passato si era parlato di Damien Comolli, l’ex Tolosa che poi si è accasato alla Juventus, per prendere il suo posto. E adesso il nome caldo è quello di Massimo Calvelli, l’ex ad dell’Atp (Association of Tennis Professionals) che nel giugno del 2025 ha lasciato il ruolo che ricopriva con successo dal 2020 per approdare in casa RedBird.
Il passaggio, a novembre, nel consiglio di amministrazione del Milan è stato quasi naturale, così come potrebbe essere altrettanto naturale la scalata verso la gestione della società. L’ingresso di Calvelli (fiorentino ex tennista e finalista nel 1990 del torneo Avvenire a Milano) rappresenta un passo importante nella strategia di RedBird, orientata a consolidare il legame tra la dimensione sportiva e quella economica del club.
«Con la cessione di San Siro all’orizzonte e la costruzione di nuove sinergie commerciali», si leggeva nel comunicato di presentazione del club, «il Milan punta a rafforzare la propria governance con figure di comprovata esperienza internazionale. L’era RedBird continua a evolversi, e il Milan sembra pronto a scrivere un nuovo capitolo nel suo percorso di crescita, tra tradizione italiana e visione globale». Sapremo a breve se con una nuova figura sulla tolda di comando.
Continua a leggereRiduci