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2019-11-30
Politica e mercati preparano il ricatto per blindare la fregatura del nuovo Mes
Getty
Nonostante la discussione sulla riforma del Meccanismo europeo di stabilità abbia fatto irruzione nel dibattito politico e mediatico nostrano in tempi relativamente recenti, in realtà il «cetriolo» per l'Italia era in preparazione già da diversi anni. La gestazione delle clausole capestro ha avuto inizio, guarda caso, entro i confini della «amica» Germania con la pubblicazione, a luglio del 2016, del paper «A mechanism to regulate sovereign debt restructuring in the euro area» (Un meccanismo per regolare la ristrutturazione del debito sovrano nell'area euro).
Una pubblicazione sfornata dal German council of economic experts, il cerchio magico dei «cinque saggi» al servizio del governo tedesco. La firma principale è quella del «falco» Lars Feld, economista molto vicino all'ex ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble, già noto per le durissime prese di posizione nei confronti dei nostri conti pubblici.
Nel documento si gettano, di fatto, le basi per la futura riforma del fondo salva Stati. Presente l'analisi di sostenibilità del debito pubblico a cura del Mes, riscontrabile anche nella proposta odierna. Un altro «punto chiave» della proposta elaborata da Feld e compagni riguarda il passaggio dalle attuali clausole di azione collettiva (Cac) «dual limb» (a maggioranza doppia) a quelle «single limb» (a maggioranza singola). Senza addentrarci troppo in inutili dettagli tecnici, basti sapere che le Cac a maggioranza singola, come recita anche il sito del Mes, «facilitano» l'iter di ristrutturazione del debito. Non è tutto. Più avanti nel testo si legge che, per evitare che gli Stati approfittino furbescamente dell'opportunità del taglio del debito per poi magari farlo risalire, è necessario che il sistema sia «esplicitamente legato a un programma di aggiustamento macroeconomico del Mes», che a sua volta includa l'attuazione di «riforme strutturali nell'ambito del mercato del lavoro e in tema di produttività». L'accesso alla ristrutturazione viene definito «semi automatico e determinato sulla base di soglie prestabilite».
Per il nostro Paese non è una questione da prendere sottogamba. Dopotutto, il nostro è il secondo debito pubblico più elevato dell'eurozona, e il pericolo contagio a seguito di una possibile crisi rischierebbe di travolgere tutta l'Europa. Nel testo l'Italia, citata svariate volte, viene definita «troppo grande per essere salvata» e il ricorso alla ristrutturazione del debito considerato di fatto il male minore. Sul Corriere del 24 agosto 2016, Federico Fubini parla senza mezzi termini di «bail in anche per i titoli di Stato». «L'idea di fondo è creare un meccanismo semiautomatico per far sopportare ai creditori parte delle perdite di una crisi di debito pubblico», osserva il vicedirettore del quotidiano di via Solferino, con l'obiettivo di «ridurre al minimo i trasferimenti finanziari della Germania ai Paesi fragili se e quando la prossima recessione dovesse riaprire una crisi». Altro che solidarietà europea. Fubini non manca poi di sottolineare le criticità dal punto di vista legale: «Sembra (per ora) difficilmente realizzabile la pre-condizione indicata da Feld e colleghi: come dicono loro stessi, bisognerebbe “costringere" i governi a emettere bond con clausole legali che ne rendono più facile il parziale default». Quale Paese sarebbe così pazzo da modificare il proprio ordinamento in modo da renderne più facile il fallimento? Eppure quella che oggi Federico Fubini definisce una «mini riforma» prevede esattamente questo. L'articolo 11 modificato, infatti, parla di «obblighi costituzionali nazionali dei membri del Mes, così che tutti questi inseriscano Cac a maggioranza singola nei titoli di Stato di nuova emissione della zona euro».
Facciamo un salto temporale di due anni ed ecco che rispuntano la Cac a maggioranza singola. Stavolta a tirarle in ballo sono nientemeno che il presidente francese Emmanuel Macron e la cancelliera tedesca Angela Merkel. Nella dichiarazione di Mesemberg, firmata il 19 giugno 2018, Parigi e Berlino manifestano la volontà di «iniziare a discutere sulla possibile introduzione delle clausole a maggioranza singola». La proposta allarma Maria Cannata, ex dirigente del Mef e soprannominata la «signora del debito pubblico italiano». La Cannata, in un articolo pubblicato sul sito lavoce.info, spiega che per i Paesi con livelli di debito più elevato (come l'Italia) il passaggio allo standard single limb comporterebbe, in estrema sintesi, un maggior costo del debito, maggiore fragilità e l'aumento della probabilità di incorrere in una crisi. Quello che lei stessa definisce cioè «un autentico circolo vizioso, destabilizzante per l'intero sistema». (Proprio ieri la stessa Cannata ha parzialmente corretto il tiro, ma il problema non cambia).
Le flebili proteste italiane servono a ben poco. Qualche mese dopo, il 1° novembre 2018, sei Paesi del Nord Europa (Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Finlandia, Irlanda, Lettonia, Lituania, Paesi Bassi, Svezia e Slovacchia), noti anche come la «nuova Lega anseatica», firmano un documento nel quale concordano sulla necessità di «rinforzare il ruolo del Mes» e sul fatto che questo ente «si assicuri sempre che ogni Stato membro possiede un'adeguata capacità di rimborso, prima che l'assistenza finanziaria venga garantita». Dopo Francia e Germania, anche questi sei Stati si pronunciano a favore dell'inserimento delle clausole a maggioranza singola.
L'Eurosummit del 14 dicembre 2018 avvia il processo di riforma del Mes, fissando per il mese di giugno di quest'anno la scadenza per la presentazione degli emendamenti. L'analisi pubblicata a marzo del 2019 sulla rivista Aspenia da Lorenzo Codogno, visiting professor alla London school of economics, è a dir poco impietosa. «Sono state approvate - con il benestare del governo italiano e con il silenzio quasi totale dei media - alcune iniziative che potrebbero fare molto male all'Italia in futuro», commenta Codogno. Riguardo alle Cac a maggioranza singola, il docente conferma che «facilitano la ristrutturazione del debito pubblico». La valutazione della sostenibilità del debito da parte del Mes e della Commissione «prima di qualsiasi assistenza finanziaria» fa sì «in modo più o meno esplicito» che «se l'Italia non riuscisse più a collocare il suo debito pubblico e dovesse domandare un aiuto finanziario europeo, la prima cosa che le verrebbe chiesta sarebbe la ristrutturazione del suo debito pubblico, prima ancora di intavolare qualsiasi discussione».
Veniamo ai giorni nostri. Molti esperti e accademici mettono in guardia sulle possibili conseguenze negative della riforma ma rimangono inascoltati. Nonostante il chiaro mandato parlamentare, all'Eurosummit del 20 e 21 giugno 2019 l'Italia dà il via libera alla bozza. «Nelle prime ore del mattino mi arrivò la telefonata di Conte che si complimentò per il risultato raggiunto», ha spiegato l'ex ministro dell'Economia Giovanni Tria intervistato ieri da Repubblica, «immagino che i due vicepresidenti del Consiglio fossero informati del buon risultati». Matteo Salvini si dissocia e giura di aver detto ai suoi: «Non firmiamo un c…». Il successore di Tria al Mef, Roberto Gualtieri, minimizza e spiega che «il testo del trattato è chiuso». Per l'Italia, c'è da scommetterci, saranno «cetrioli» amari.
Di Maio pressa Conte con la carta rinvio. I grillini ora vacillano e il Pd guarda a Fi
Di sicuro c'è solo l'insolito «appuntamento a pranzo» con il Mes, fissato per lunedì alle 13 alla Camera (Mercoledì, invece, il governatore di Bankitalia Ignazio Visco sarà ascoltato in audizione alla commissione Bilancio alla Camera). Quella di Giuseppe Conte a Montecitorio sarà un'informativa, come tecnicamente viene chiamata: in altre parole, non ci sarà un voto finale, non ci saranno risoluzioni per impegnare e indirizzare il governo, come invece accadrà qualche giorno dopo, alla vigilia del decisivo Consiglio europeo di dicembre. Altrettanto certo sembra il tentativo del premier di replicare la scena di agosto, quando - allora in Senato - Conte elesse Matteo Salvini a proprio arcinemico. Stavolta Salvini, che è appunto senatore e non deputato, non potrà essere fisicamente in Aula. Ma è evidente che Conte cercherà lo scontro, ricostruendo a modo suo i convulsi giorni di fine giugno, quando diede semaforo verde in Europa, nonostante un'esplicita risoluzione parlamentare che lo vincolava a non accettare «condizionalità» penalizzanti per l'Italia.
Assolutamente incerta, invece, e affidata a nervosissime consultazioni di maggioranza (è possibile anche un vertice), è la posizione nel merito che Conte cercherà di costruire, essendo tuttora profonda la spaccatura tra i favorevoli alla riforma del fondo (dem e renziani), i contrari (Leu) e gli scettici tendenti al rinvio (M5s). Anche ieri, comunque, sono volate parole grosse tra il leader leghista e il presidente del Consiglio. Il giorno prima Conte, curiosamente, aveva evocato un presunto uso dell'immunità da parte di Salvini sul caso Diciotti, dimenticando che in quella circostanza lui stesso aveva vergato un testo a difesa di Salvini e dell'operato del governo. Il leader leghista ha risposto a muso duro: «O Conte è confuso o è ignorante. Perché il caso Diciotti di cui parla è una scelta politica, mia e di tutto il governo a difesa dei confini».
Preparando il terreno ai suoi deputati, Salvini ha indicato la linea d'attacco: «Se Conte ha firmato senza comunicarlo al Parlamento e al popolo, ne pagherà le conseguenze». Infine, il leader della Lega ha sollecitato i 5 stelle a tenere il punto: «Di Maio l'ha sempre pensata come noi. Quello che dico io ora, lo diceva lui con le stesse parole e con gli stessi contenuti. Nel programma M5s si parla di liquidazione del trattato. Erano anche più arrabbiati di noi e mi auguro che non abbiano cambiato posizione».
E in effetti ci sono tre elementi scritti che dovrebbero vincolare i grillini: quell'annotazione nel loro programma, la risoluzione parlamentare votata a giugno, e anche un post sul Blog delle stelle che fu pubblicato sempre in quei giorni, significativamente intitolato «No a questa riforma del Mes, no all'austerità».
Chi certamente spinge per una posizione grillina dura è Alessandro Di Battista, riapparso nelle ultime ore prima con un'intervista al Fatto quotidiano («Se io fossi un eletto, voterei contro il Mes: questo accordo così com'è rischia di spalancare le porte alla troika. L'Italia deve alzare la voce») e poi con un post su Facebook in cui, al di là di alcuni intermezzi involontariamente comici (Dibba definisce Repubblica «il giornale più liberista d'Italia»), l'ex deputato ribadisce: «Ho detto che se fossi un parlamentare non voterei il Mes perché reputo che solo chiamarlo meccanismo salva Stati sia una balla colossale».
Leggermente meno netto è stato Luigi Di Maio: «Il tema non è il Mes in sé, ma se sia un salva Stati o uno stritola Stati. Abbiamo avuto una riunione del gruppo parlamentare M5s, e siamo tutti d'accordo sul fatto che questo accordo debba essere migliorato».
Una chiara apertura all'ipotesi di rinvio è venuta dal ministro Roberto Speranza (Leu): «È giusto fare la discussione più approfondita coinvolgendo pienamente il Parlamento. Per questo ha senso l'ipotesi di un rinvio volto a favorire una valutazione di pacchetto in cui oltre al Mes si affronti anche la delicata questione dell'unione bancaria». A ben vedere, dunque, la sorpresa potrebbe essere proprio questa lunedì, se i 5 stelle terranno il punto e non cederanno in extremis al pressing Pd. In altre parole, dietro il velo delle parole di fuoco che Conte indirizzerà contro il leader leghista, il governo - alla fine - anche in considerazione dell'allarme dell'opinione pubblica, potrebbe avvicinarsi alla linea del Carroccio, decelerando anziché accelerare
Sarebbe una clamorosa sconfessione della linea del ministro Roberto Gualtieri e del Pd, ma ieri mattina anche Palazzo Chigi aveva veicolato su alcuni quotidiani spin di questo tipo, poi non smentiti vigorosamente nell'arco della giornata. Resta, tuttavia, da capire la posizione di Forza Italia, non definitivamente fissata ieri da Silvio Berlusconi nella sua intervista al Corriere della Sera e ondeggiante tra gli ammonimenti di Renato Brunetta, secondo cui «per i trader, chi dice no al Mes dice no all'euro. Domanda retorica: cosa ci si può aspettare che facciano in questo caso?» e i tweet di Mariastella Gelmini, per la quale «la riforma del fondo salva Stati, così come superficialmente concordata dal premier Giuseppe Conte, è un rischio enorme per il nostro Paese».
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Tutto parte da un documento del 2016 redatto da Lars Feld, economista vicino all'ex ministro Wolfgang Schäuble, noto per amare poco l'Italia. Federico Fubini si allarmò: «È un bail in per i titoli di Stato». Ma oggi difende la riforma.I pentastellati sembrano decisi a non cedere sul Meccanismo. Ai dem non resta che puntare sull'indecisione degli azzurri.Lo speciale contiene due articoli.Nonostante la discussione sulla riforma del Meccanismo europeo di stabilità abbia fatto irruzione nel dibattito politico e mediatico nostrano in tempi relativamente recenti, in realtà il «cetriolo» per l'Italia era in preparazione già da diversi anni. La gestazione delle clausole capestro ha avuto inizio, guarda caso, entro i confini della «amica» Germania con la pubblicazione, a luglio del 2016, del paper «A mechanism to regulate sovereign debt restructuring in the euro area» (Un meccanismo per regolare la ristrutturazione del debito sovrano nell'area euro). Una pubblicazione sfornata dal German council of economic experts, il cerchio magico dei «cinque saggi» al servizio del governo tedesco. La firma principale è quella del «falco» Lars Feld, economista molto vicino all'ex ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble, già noto per le durissime prese di posizione nei confronti dei nostri conti pubblici. Nel documento si gettano, di fatto, le basi per la futura riforma del fondo salva Stati. Presente l'analisi di sostenibilità del debito pubblico a cura del Mes, riscontrabile anche nella proposta odierna. Un altro «punto chiave» della proposta elaborata da Feld e compagni riguarda il passaggio dalle attuali clausole di azione collettiva (Cac) «dual limb» (a maggioranza doppia) a quelle «single limb» (a maggioranza singola). Senza addentrarci troppo in inutili dettagli tecnici, basti sapere che le Cac a maggioranza singola, come recita anche il sito del Mes, «facilitano» l'iter di ristrutturazione del debito. Non è tutto. Più avanti nel testo si legge che, per evitare che gli Stati approfittino furbescamente dell'opportunità del taglio del debito per poi magari farlo risalire, è necessario che il sistema sia «esplicitamente legato a un programma di aggiustamento macroeconomico del Mes», che a sua volta includa l'attuazione di «riforme strutturali nell'ambito del mercato del lavoro e in tema di produttività». L'accesso alla ristrutturazione viene definito «semi automatico e determinato sulla base di soglie prestabilite». Per il nostro Paese non è una questione da prendere sottogamba. Dopotutto, il nostro è il secondo debito pubblico più elevato dell'eurozona, e il pericolo contagio a seguito di una possibile crisi rischierebbe di travolgere tutta l'Europa. Nel testo l'Italia, citata svariate volte, viene definita «troppo grande per essere salvata» e il ricorso alla ristrutturazione del debito considerato di fatto il male minore. Sul Corriere del 24 agosto 2016, Federico Fubini parla senza mezzi termini di «bail in anche per i titoli di Stato». «L'idea di fondo è creare un meccanismo semiautomatico per far sopportare ai creditori parte delle perdite di una crisi di debito pubblico», osserva il vicedirettore del quotidiano di via Solferino, con l'obiettivo di «ridurre al minimo i trasferimenti finanziari della Germania ai Paesi fragili se e quando la prossima recessione dovesse riaprire una crisi». Altro che solidarietà europea. Fubini non manca poi di sottolineare le criticità dal punto di vista legale: «Sembra (per ora) difficilmente realizzabile la pre-condizione indicata da Feld e colleghi: come dicono loro stessi, bisognerebbe “costringere" i governi a emettere bond con clausole legali che ne rendono più facile il parziale default». Quale Paese sarebbe così pazzo da modificare il proprio ordinamento in modo da renderne più facile il fallimento? Eppure quella che oggi Federico Fubini definisce una «mini riforma» prevede esattamente questo. L'articolo 11 modificato, infatti, parla di «obblighi costituzionali nazionali dei membri del Mes, così che tutti questi inseriscano Cac a maggioranza singola nei titoli di Stato di nuova emissione della zona euro».Facciamo un salto temporale di due anni ed ecco che rispuntano la Cac a maggioranza singola. Stavolta a tirarle in ballo sono nientemeno che il presidente francese Emmanuel Macron e la cancelliera tedesca Angela Merkel. Nella dichiarazione di Mesemberg, firmata il 19 giugno 2018, Parigi e Berlino manifestano la volontà di «iniziare a discutere sulla possibile introduzione delle clausole a maggioranza singola». La proposta allarma Maria Cannata, ex dirigente del Mef e soprannominata la «signora del debito pubblico italiano». La Cannata, in un articolo pubblicato sul sito lavoce.info, spiega che per i Paesi con livelli di debito più elevato (come l'Italia) il passaggio allo standard single limb comporterebbe, in estrema sintesi, un maggior costo del debito, maggiore fragilità e l'aumento della probabilità di incorrere in una crisi. Quello che lei stessa definisce cioè «un autentico circolo vizioso, destabilizzante per l'intero sistema». (Proprio ieri la stessa Cannata ha parzialmente corretto il tiro, ma il problema non cambia).Le flebili proteste italiane servono a ben poco. Qualche mese dopo, il 1° novembre 2018, sei Paesi del Nord Europa (Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Finlandia, Irlanda, Lettonia, Lituania, Paesi Bassi, Svezia e Slovacchia), noti anche come la «nuova Lega anseatica», firmano un documento nel quale concordano sulla necessità di «rinforzare il ruolo del Mes» e sul fatto che questo ente «si assicuri sempre che ogni Stato membro possiede un'adeguata capacità di rimborso, prima che l'assistenza finanziaria venga garantita». Dopo Francia e Germania, anche questi sei Stati si pronunciano a favore dell'inserimento delle clausole a maggioranza singola.L'Eurosummit del 14 dicembre 2018 avvia il processo di riforma del Mes, fissando per il mese di giugno di quest'anno la scadenza per la presentazione degli emendamenti. L'analisi pubblicata a marzo del 2019 sulla rivista Aspenia da Lorenzo Codogno, visiting professor alla London school of economics, è a dir poco impietosa. «Sono state approvate - con il benestare del governo italiano e con il silenzio quasi totale dei media - alcune iniziative che potrebbero fare molto male all'Italia in futuro», commenta Codogno. Riguardo alle Cac a maggioranza singola, il docente conferma che «facilitano la ristrutturazione del debito pubblico». La valutazione della sostenibilità del debito da parte del Mes e della Commissione «prima di qualsiasi assistenza finanziaria» fa sì «in modo più o meno esplicito» che «se l'Italia non riuscisse più a collocare il suo debito pubblico e dovesse domandare un aiuto finanziario europeo, la prima cosa che le verrebbe chiesta sarebbe la ristrutturazione del suo debito pubblico, prima ancora di intavolare qualsiasi discussione».Veniamo ai giorni nostri. Molti esperti e accademici mettono in guardia sulle possibili conseguenze negative della riforma ma rimangono inascoltati. Nonostante il chiaro mandato parlamentare, all'Eurosummit del 20 e 21 giugno 2019 l'Italia dà il via libera alla bozza. «Nelle prime ore del mattino mi arrivò la telefonata di Conte che si complimentò per il risultato raggiunto», ha spiegato l'ex ministro dell'Economia Giovanni Tria intervistato ieri da Repubblica, «immagino che i due vicepresidenti del Consiglio fossero informati del buon risultati». Matteo Salvini si dissocia e giura di aver detto ai suoi: «Non firmiamo un c…». Il successore di Tria al Mef, Roberto Gualtieri, minimizza e spiega che «il testo del trattato è chiuso». 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Quella di Giuseppe Conte a Montecitorio sarà un'informativa, come tecnicamente viene chiamata: in altre parole, non ci sarà un voto finale, non ci saranno risoluzioni per impegnare e indirizzare il governo, come invece accadrà qualche giorno dopo, alla vigilia del decisivo Consiglio europeo di dicembre. Altrettanto certo sembra il tentativo del premier di replicare la scena di agosto, quando - allora in Senato - Conte elesse Matteo Salvini a proprio arcinemico. Stavolta Salvini, che è appunto senatore e non deputato, non potrà essere fisicamente in Aula. Ma è evidente che Conte cercherà lo scontro, ricostruendo a modo suo i convulsi giorni di fine giugno, quando diede semaforo verde in Europa, nonostante un'esplicita risoluzione parlamentare che lo vincolava a non accettare «condizionalità» penalizzanti per l'Italia. Assolutamente incerta, invece, e affidata a nervosissime consultazioni di maggioranza (è possibile anche un vertice), è la posizione nel merito che Conte cercherà di costruire, essendo tuttora profonda la spaccatura tra i favorevoli alla riforma del fondo (dem e renziani), i contrari (Leu) e gli scettici tendenti al rinvio (M5s). Anche ieri, comunque, sono volate parole grosse tra il leader leghista e il presidente del Consiglio. Il giorno prima Conte, curiosamente, aveva evocato un presunto uso dell'immunità da parte di Salvini sul caso Diciotti, dimenticando che in quella circostanza lui stesso aveva vergato un testo a difesa di Salvini e dell'operato del governo. Il leader leghista ha risposto a muso duro: «O Conte è confuso o è ignorante. Perché il caso Diciotti di cui parla è una scelta politica, mia e di tutto il governo a difesa dei confini». Preparando il terreno ai suoi deputati, Salvini ha indicato la linea d'attacco: «Se Conte ha firmato senza comunicarlo al Parlamento e al popolo, ne pagherà le conseguenze». Infine, il leader della Lega ha sollecitato i 5 stelle a tenere il punto: «Di Maio l'ha sempre pensata come noi. Quello che dico io ora, lo diceva lui con le stesse parole e con gli stessi contenuti. Nel programma M5s si parla di liquidazione del trattato. Erano anche più arrabbiati di noi e mi auguro che non abbiano cambiato posizione». E in effetti ci sono tre elementi scritti che dovrebbero vincolare i grillini: quell'annotazione nel loro programma, la risoluzione parlamentare votata a giugno, e anche un post sul Blog delle stelle che fu pubblicato sempre in quei giorni, significativamente intitolato «No a questa riforma del Mes, no all'austerità». Chi certamente spinge per una posizione grillina dura è Alessandro Di Battista, riapparso nelle ultime ore prima con un'intervista al Fatto quotidiano («Se io fossi un eletto, voterei contro il Mes: questo accordo così com'è rischia di spalancare le porte alla troika. L'Italia deve alzare la voce») e poi con un post su Facebook in cui, al di là di alcuni intermezzi involontariamente comici (Dibba definisce Repubblica «il giornale più liberista d'Italia»), l'ex deputato ribadisce: «Ho detto che se fossi un parlamentare non voterei il Mes perché reputo che solo chiamarlo meccanismo salva Stati sia una balla colossale». Leggermente meno netto è stato Luigi Di Maio: «Il tema non è il Mes in sé, ma se sia un salva Stati o uno stritola Stati. Abbiamo avuto una riunione del gruppo parlamentare M5s, e siamo tutti d'accordo sul fatto che questo accordo debba essere migliorato». Una chiara apertura all'ipotesi di rinvio è venuta dal ministro Roberto Speranza (Leu): «È giusto fare la discussione più approfondita coinvolgendo pienamente il Parlamento. Per questo ha senso l'ipotesi di un rinvio volto a favorire una valutazione di pacchetto in cui oltre al Mes si affronti anche la delicata questione dell'unione bancaria». A ben vedere, dunque, la sorpresa potrebbe essere proprio questa lunedì, se i 5 stelle terranno il punto e non cederanno in extremis al pressing Pd. In altre parole, dietro il velo delle parole di fuoco che Conte indirizzerà contro il leader leghista, il governo - alla fine - anche in considerazione dell'allarme dell'opinione pubblica, potrebbe avvicinarsi alla linea del Carroccio, decelerando anziché accelerare Sarebbe una clamorosa sconfessione della linea del ministro Roberto Gualtieri e del Pd, ma ieri mattina anche Palazzo Chigi aveva veicolato su alcuni quotidiani spin di questo tipo, poi non smentiti vigorosamente nell'arco della giornata. Resta, tuttavia, da capire la posizione di Forza Italia, non definitivamente fissata ieri da Silvio Berlusconi nella sua intervista al Corriere della Sera e ondeggiante tra gli ammonimenti di Renato Brunetta, secondo cui «per i trader, chi dice no al Mes dice no all'euro. Domanda retorica: cosa ci si può aspettare che facciano in questo caso?» e i tweet di Mariastella Gelmini, per la quale «la riforma del fondo salva Stati, così come superficialmente concordata dal premier Giuseppe Conte, è un rischio enorme per il nostro Paese».
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Con il bando delle auto con il motore a scoppio dal 2035 (poi inutilmente annacquato) Bruxelles ha invece direttamente spalancato tutte le porte all’industria automobilistica cinese. Del resto, dato il quadro di ciò che è possibile fare, le case automobilistiche si organizzano. La globalizzazione consente ai capitali di muoversi attorno al globo a seconda della convenienza, per sfruttare le migliori condizioni di mercato. L’abbraccio della Germania alla Cina, che risale a qualche decennio fa, ha man mano sancito un’alleanza tra l’industria automobilistica tedesca e quella cinese. Una coalizione che oggi è sfociata nel dominio cinese del settore dell’auto elettrica e ibrida, con i tedeschi in grave crisi nel mercato cinese tanto da minacciare i livelli occupazionali in patria. Tutta l’industria europea dell’auto è stata travolta dalla capacità produttiva cinese, in termini di costi, produttività e persino qualità. Nonostante i dazi e i prezzi minimi che l’Ue ha imposto sulle auto fabbricate in Cina, le quote di mercato che i marchi del Dragone stanno conquistando in Europa sono significative. Forse anche per via dei dazi, ora i cinesi stanno iniziando a stabilirsi direttamente in Europa.
Gli esempi sono moltissimi. Byd ha già investito circa 4 miliardi di euro a Szeged, in Ungheria, dove la fabbrica entrerà in produzione nel 2026 con la piccola Dolphin Surf, per poi arrivare a regime con una capacità di 300.000 unità annue. Parallelamente, Byd sta negoziando con Stellantis e altri produttori europei per rilevare stabilimenti sottoutilizzati, con l’Italia esplicitamente nel mirino come obiettivo di acquisizioni. Il nome che circola con più insistenza sul fronte italiano è Cassino, dove lo stabilimento Stellantis ha prodotto appena 19.000 vetture nel 2025, il 28% in meno rispetto all’anno precedente. Il candidato all’acquisto sarebbe la casa cinese Dongfeng, che potrebbe puntare su una auto elettrica da città sotto i 20.000 euro, un segmento nel quale il mercato italiano è molto sensibile. Non è ancora chiaro se Stellantis venderà o si limiterà ad affittare gli impianti, e i tempi non sono ancora noti. Per un passaggio completo però potrebbero volerci un paio d’anni. Sul fronte sindacale l’ipotesi è stata accolta con favore, ma a scatola chiusa, dato che le intenzioni dei possibili nuovi padroni potrebbero non essere così favorevoli, né c’è stato ancora un confronto sui temi della produttività.
In Spagna c’è ancora più affollamento. Chery è già operativa a Barcellona nell’ex stabilimento Nissan della Zona Franca, con 17.300 veicoli prodotti nel 2025 e un obiettivo di 50.000 nel 2026, puntando a 150.000 entro il 2029. Geely è in trattativa avanzata per acquisire il reparto Body 3 della fabbrica Ford di Almussafes, vicino Valencia, un’area oggi inattiva dopo il pensionamento di Mondeo, Galaxy e S-Max, mentre Ford continua a produrre la sua Kuga su altre linee. Le parti starebbero anche valutando se Geely possa produrre un modello per conto di Ford. Saic, il gruppo proprietario di MG, ha lasciato trapelare che nelle prossime settimane potrebbe arrivare un annuncio su espansioni in Spagna. Le indiscrezioni indicano Ferrol, in Galizia, come sede di un nuovo impianto con una capacità fino a 120.000 veicoli annui. Non è un caso che il presidente di quella regione si sia recato personalmente in Cina per incontrare il vertice del gruppo.
Il marchio Changan sta effettuando sopralluoghi nel nord della Spagna, con l’Aragona tra le opzioni, valutando sia la costruzione di un nuovo impianto sia l’acquisizione di strutture esistenti. Leapmotor, in partnership con Stellantis, si prepara a produrre il Suv elettrico B10 a Saragozza, dove CATL e Stellantis stanno costruendo una gigafactory da 4,1 miliardi di euro per batterie, con produzione attesa entro fine 2026. La scelta della Spagna da parte di così tanti operatori non è casuale. Lì vi sono impianti moderni ma sottoutilizzati, cioè esattamente il tipo di asset che i cinesi cercano, con infrastrutture collaudate, indotto già formato e costi del lavoro più bassi.
Se è vero che i sindacati pensano che l’arrivo dei capitali cinesi sia una buona notizia per i livelli occupazionali, potrebbero andare incontro ad un amaro risveglio. Le manifattura cinese, in qualunque settore, costruisce il proprio vantaggio competitivo su una esasperata efficienza di costo, innanzitutto, e su una produttività a base di robotica e IA. Chiunque non stia al passo dello standard asiatico sarà tagliato fuori.
Come questo giornale ha scritto sin dal 2021, il Green deal non è mai stata una rivoluzione industriale a favore dell’Europa, ma un vincolo esterno industriale disegnato a Berlino e impacchettato a Bruxelles. Dietro la retorica del «fare la nostra parte» per salvare il pianeta (sic) si nascondeva la necessità di ridare fiato al morente settore automobilistico tedesco riscrivendo per legge le regole dell’intero mercato europeo. Un affare gigantesco, come forse mai nella storia si era prospettato. Solo che l’affarone si è involato e da Berlino è atterrato a Pechino. La «vera e propria rivoluzione industriale» annunciata trionfalmente sette anni fa da Frans Timmermans è effettivamente in corso. Semplicemente, non è la nostra.
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Nell’era della digitalizzazione e dell’Intelligenza artificiale, però, gli sprovveduti sono una platea molto più numerosa e facilmente aggirabile per la perfezione dell’inganno. Ieri vi abbiamo raccontato della truffa ai danni dei risparmiatori realizzata clonando la mia identità e immaginando uno scontro con il ceo di Intesa Sanpaolo negli studi di Porta a Porta. Nella trasmissione di Bruno Vespa avrei «sbugiardato» il banchiere cattivo, nella fattispecie Carlo Messina, e lanciato una piattaforma di trading online che, al contrario del sistema creditizio, avrebbe in cura i risparmi degli italiani e con un investimento minimo di 250 euro avrebbe assicurato una buona rendita.
Questa truffa - per la quale mi sto muovendo legalmente con il mio avvocato Eugenio Piccolo, anche a tutela del giornale - l’abbiamo raccontata perché ne avevamo trovato traccia in un banner pubblicitario inserito nella homepage di Repubblica (come da foto pubblicate). Cliccando si apriva l’articolo fake con la grafica di Repubblica altrettanto fake e le foto della finta trasmissione di Vespa. Ovviamente tutti i protagonisti sono all’oscuro: da me a Messina, da Vespa ai colleghi di Repubblica.
Abbiamo anche spiegato il meccanismo. Un’azienda anonima (nel mio caso la Url riporta a una certa «woodupp«) carica la sua pubblicità su uno o più network pubblicitari internazionali. Qui si tratta di MediaGo, di proprietà del colosso cinese Baidu, il secondo motore di ricerca dopo Google. In automatico MediaGo distribuisce su molti grandi siti italiani con cui ha accordi commerciali, inclusa Repubblica, attraverso aste in tempo reale (programmatic advertising) che «atterrano» sulla base del cliente meglio profilato. È il meccanismo con cui lavorano tutti i top player del settore. Repubblica non sceglie quella pubblicità: la riceve automaticamente. La redazione di Repubblica non sa nemmeno che qualcuno ha creato un articolo «come se fosse di Repubblica»: lo sa a segnalazione avvenuta. Però Repubblica incassa perché la raccolta pubblicitaria si contrae e la prende come tutti dai «predatori», i cosiddetti Ott, gli Over the Top (Amazon, Meta, Google…) che raccolgono tutto e smistano alle condizioni di mercato che vogliono. Nel calderone pubblicitario c’è tutto, anche le truffe che quand’anche non fossero create da loro, nei loro vettori viaggiano che è una bellezza, quindi indirettamente ci guadagnano. Perché questo è il far west del Capitalismo della sorveglianza, generato secondo la legge del più forte.
Lo stesso meccanismo distorto è la linfa dell’Intelligenza artificiale, la quale si sta imponendo esattamente replicando la pirateria delle Big Tech quando cominciarono a lavorare sui nostri dati senza avere il permesso di farlo.
Sì può fare qualcosa? Si deve, ma la classe dirigente è troppo impegnata a difendere se stessa. Alcuni mesi fa, Marina Berlusconi, nel ruolo di presidente di Mondadori, aveva lanciato un monito scrivendo una lettera al Corriere e pubblicando contemporaneamente tre titoli per i tipi della Silvio Berlusconi Editore, tre «pezzi» per capire le potenzialità e le minacce della nuova frontiera digitale: Careless People, Gente che se ne frega» (libro boicottato da Zuckerberg) di Sarah Wynn-Williams; La Repubblica tecnologica, di Alex Karp, ceo di Palantir, socio di Peter Thiel (quello delle lezioni sull’anticristo), e La Società Tecnologica», un libro del filosofo e teologo Jacques Ellul.
Vi riporto alcune riflessioni di Marina Berlusconi in quella lettera di presentazione. «Oggi le prime cinque Big Tech assieme - Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon - sono arrivate a superare il Pil dell’area euro. Ma attenzione: ridurre tutto ai valori economici non basta, il potere dei giganti della tecnologia va ben oltre. È un potere che rifiuta le regole, cioè la base di qualsiasi società davvero funzionante. Noi editori tradizionali paghiamo le tasse, rispettiamo le leggi, tuteliamo il diritto d’autore e i posti di lavoro - basti pensare che in Italia le piattaforme occupano appena un trentesimo dei lavoratori del settore. Eppure, quasi due terzi del mercato pubblicitario globale vengono inghiottiti dai colossi della Silicon Valley, che fanno esattamente il contrario: per dirla con il titolo del saggio firmato dalla ex-Meta Sarah Wynn-Williams, sono Careless People, “gente che se ne frega”. È concorrenza sleale bella e buona».
E ancora: «I giganti del Tech mettono sul piatto generosi finanziamenti e i dati di miliardi di persone […] Questi colossi non sono più solo aziende private, sono attori politici». Ha ragione!
Si può fare qualcosa, per contrastare questo mondo messo in piedi da predoni e pirati, di cui noi siamo vittime più o meno consapevoli? Sì. E lo dico al governo di centrodestra, al governo «sovranista»: mettete un tetto alla raccolta pubblicitaria di questi Ott, oppure obbligateli a destinare delle quote all’editoria che stanno uccidendo. Lo dice Marina Berlusconi, lo dice la Confindustria del settore col presidente Antonio Marano, lo dicono i grandi, i medi e i piccoli editori. Proprio discutendo di Careless People, Gente che se frega con il deputato di Forza Italia, Francesco Battistoni, riflettevamo che tutti siamo coinvolti, dalla politica alle università, dal giornalismo ai centri studi e persino alla Chiesa: è un tema di libertà, di sicurezza, di resistenza rispetto a questi nuovi Padroni. Che si credono dio.
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Ansa
Per Keir Starmer, già travolto dal disastroso risultato delle amministrative e dall’avanzata di Nigel Farage, si tratta probabilmente del momento più difficile da quando è arrivato a Downing Street. Anche perché Streeting non è un oppositore interno qualsiasi: appartiene, infatti, alla stessa ala moderata e «blairiana» del premier. E proprio per questo il suo attacco rischia di essere devastante.
Nella lunga lettera inviata a Starmer, l’ormai ex ministro della Sanità ha spiegato di avere «perso fiducia» nella sua leadership e, quindi, di non poter restare nel governo «per questione di principio e di onore». Non solo: «Dove servirebbe una visione, abbiamo il vuoto. Dove servirebbe una direzione, siamo alla deriva», ha scritto Streeting, attribuendo direttamente all’impopolarità dell’esecutivo le pesanti sconfitte subite dai laburisti in Inghilterra, Scozia e Galles. Ancora più clamoroso il passaggio finale della lettera: «È ormai chiaro che non sarai tu a guidare il Partito laburista alle prossime elezioni». Un necrologio anticipato.
Streeting, inoltre, ha attaccato duramente la gestione dell’immigrazione da parte del premier, citando polemicamente il controverso discorso sull’«isola di stranieri», con cui Starmer aveva inaugurato la linea dura del Labour (più a parole, invero, che nei fatti), nel tentativo di fermare l’emorragia di consensi verso Reform Uk. Secondo l’ex ministro, però, quella strategia avrebbe contribuito a lasciare il Paese «senza capire chi siamo e che cosa rappresentiamo davvero». In pratica, il premier è riuscito in un colpo solo a non sottrarre voti a Farage e ad alienarsi una parte della propria base progressista.
Per scalzare di Starmer, tuttavia, non basteranno le sole dimissioni dei ministri, seppur eccellenti. Le regole del partito, infatti, prevedono che, per candidarsi alla leadership, serve il sostegno del 20% dei deputati laburisti: oggi significa almeno 81 parlamentari. Solo dopo scatterebbe il voto degli iscritti e dei sindacati. Ed è proprio qui che iniziano i problemi dei possibili successori. Lo stesso Streeting, che presto dovrebbe annunciare formalmente la propria candidatura, ha sì acceso la miccia della rivolta interna, ma non sembra avere numeri sufficienti per conquistare davvero il partito: molti iscritti continuano a considerarlo troppo vicino alla stessa linea moderata che oggi viene contestata a Starmer.
Più insidiosa potrebbe rivelarsi, invece, la candidatura di Angela Rayner, ex vicepremier ed esponente dell’ala sindacale del Labour, appena scagionata nell’inchiesta fiscale che l’aveva costretta alle dimissioni lo scorso anno. Il vero e più credibile antagonista di Starmer, tuttavia, resta Andy Burnham, il popolarissimo sindaco di Manchester soprannominato «il re del Nord». Secondo diversi sondaggi interni, sarebbe proprio Burnham l’unico in grado di battere nettamente Starmer tra gli iscritti del partito. Il problema è che, per candidarsi, dovrebbe prima tornare ai Comuni attraverso un’elezione suppletiva, dato che attualmente non è deputato.
A Westminster, insomma, regna ancora la massima incertezza. Nessuno sa davvero se Starmer riuscirà a resistere o chi, eventualmente, riuscirà a prenderne il posto. Ma una cosa appare ormai chiara a tutti: la partita per il dopo-Starmer è ufficialmente iniziata.
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