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2019-11-30
Politica e mercati preparano il ricatto per blindare la fregatura del nuovo Mes
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Nonostante la discussione sulla riforma del Meccanismo europeo di stabilità abbia fatto irruzione nel dibattito politico e mediatico nostrano in tempi relativamente recenti, in realtà il «cetriolo» per l'Italia era in preparazione già da diversi anni. La gestazione delle clausole capestro ha avuto inizio, guarda caso, entro i confini della «amica» Germania con la pubblicazione, a luglio del 2016, del paper «A mechanism to regulate sovereign debt restructuring in the euro area» (Un meccanismo per regolare la ristrutturazione del debito sovrano nell'area euro).
Una pubblicazione sfornata dal German council of economic experts, il cerchio magico dei «cinque saggi» al servizio del governo tedesco. La firma principale è quella del «falco» Lars Feld, economista molto vicino all'ex ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble, già noto per le durissime prese di posizione nei confronti dei nostri conti pubblici.
Nel documento si gettano, di fatto, le basi per la futura riforma del fondo salva Stati. Presente l'analisi di sostenibilità del debito pubblico a cura del Mes, riscontrabile anche nella proposta odierna. Un altro «punto chiave» della proposta elaborata da Feld e compagni riguarda il passaggio dalle attuali clausole di azione collettiva (Cac) «dual limb» (a maggioranza doppia) a quelle «single limb» (a maggioranza singola). Senza addentrarci troppo in inutili dettagli tecnici, basti sapere che le Cac a maggioranza singola, come recita anche il sito del Mes, «facilitano» l'iter di ristrutturazione del debito. Non è tutto. Più avanti nel testo si legge che, per evitare che gli Stati approfittino furbescamente dell'opportunità del taglio del debito per poi magari farlo risalire, è necessario che il sistema sia «esplicitamente legato a un programma di aggiustamento macroeconomico del Mes», che a sua volta includa l'attuazione di «riforme strutturali nell'ambito del mercato del lavoro e in tema di produttività». L'accesso alla ristrutturazione viene definito «semi automatico e determinato sulla base di soglie prestabilite».
Per il nostro Paese non è una questione da prendere sottogamba. Dopotutto, il nostro è il secondo debito pubblico più elevato dell'eurozona, e il pericolo contagio a seguito di una possibile crisi rischierebbe di travolgere tutta l'Europa. Nel testo l'Italia, citata svariate volte, viene definita «troppo grande per essere salvata» e il ricorso alla ristrutturazione del debito considerato di fatto il male minore. Sul Corriere del 24 agosto 2016, Federico Fubini parla senza mezzi termini di «bail in anche per i titoli di Stato». «L'idea di fondo è creare un meccanismo semiautomatico per far sopportare ai creditori parte delle perdite di una crisi di debito pubblico», osserva il vicedirettore del quotidiano di via Solferino, con l'obiettivo di «ridurre al minimo i trasferimenti finanziari della Germania ai Paesi fragili se e quando la prossima recessione dovesse riaprire una crisi». Altro che solidarietà europea. Fubini non manca poi di sottolineare le criticità dal punto di vista legale: «Sembra (per ora) difficilmente realizzabile la pre-condizione indicata da Feld e colleghi: come dicono loro stessi, bisognerebbe “costringere" i governi a emettere bond con clausole legali che ne rendono più facile il parziale default». Quale Paese sarebbe così pazzo da modificare il proprio ordinamento in modo da renderne più facile il fallimento? Eppure quella che oggi Federico Fubini definisce una «mini riforma» prevede esattamente questo. L'articolo 11 modificato, infatti, parla di «obblighi costituzionali nazionali dei membri del Mes, così che tutti questi inseriscano Cac a maggioranza singola nei titoli di Stato di nuova emissione della zona euro».
Facciamo un salto temporale di due anni ed ecco che rispuntano la Cac a maggioranza singola. Stavolta a tirarle in ballo sono nientemeno che il presidente francese Emmanuel Macron e la cancelliera tedesca Angela Merkel. Nella dichiarazione di Mesemberg, firmata il 19 giugno 2018, Parigi e Berlino manifestano la volontà di «iniziare a discutere sulla possibile introduzione delle clausole a maggioranza singola». La proposta allarma Maria Cannata, ex dirigente del Mef e soprannominata la «signora del debito pubblico italiano». La Cannata, in un articolo pubblicato sul sito lavoce.info, spiega che per i Paesi con livelli di debito più elevato (come l'Italia) il passaggio allo standard single limb comporterebbe, in estrema sintesi, un maggior costo del debito, maggiore fragilità e l'aumento della probabilità di incorrere in una crisi. Quello che lei stessa definisce cioè «un autentico circolo vizioso, destabilizzante per l'intero sistema». (Proprio ieri la stessa Cannata ha parzialmente corretto il tiro, ma il problema non cambia).
Le flebili proteste italiane servono a ben poco. Qualche mese dopo, il 1° novembre 2018, sei Paesi del Nord Europa (Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Finlandia, Irlanda, Lettonia, Lituania, Paesi Bassi, Svezia e Slovacchia), noti anche come la «nuova Lega anseatica», firmano un documento nel quale concordano sulla necessità di «rinforzare il ruolo del Mes» e sul fatto che questo ente «si assicuri sempre che ogni Stato membro possiede un'adeguata capacità di rimborso, prima che l'assistenza finanziaria venga garantita». Dopo Francia e Germania, anche questi sei Stati si pronunciano a favore dell'inserimento delle clausole a maggioranza singola.
L'Eurosummit del 14 dicembre 2018 avvia il processo di riforma del Mes, fissando per il mese di giugno di quest'anno la scadenza per la presentazione degli emendamenti. L'analisi pubblicata a marzo del 2019 sulla rivista Aspenia da Lorenzo Codogno, visiting professor alla London school of economics, è a dir poco impietosa. «Sono state approvate - con il benestare del governo italiano e con il silenzio quasi totale dei media - alcune iniziative che potrebbero fare molto male all'Italia in futuro», commenta Codogno. Riguardo alle Cac a maggioranza singola, il docente conferma che «facilitano la ristrutturazione del debito pubblico». La valutazione della sostenibilità del debito da parte del Mes e della Commissione «prima di qualsiasi assistenza finanziaria» fa sì «in modo più o meno esplicito» che «se l'Italia non riuscisse più a collocare il suo debito pubblico e dovesse domandare un aiuto finanziario europeo, la prima cosa che le verrebbe chiesta sarebbe la ristrutturazione del suo debito pubblico, prima ancora di intavolare qualsiasi discussione».
Veniamo ai giorni nostri. Molti esperti e accademici mettono in guardia sulle possibili conseguenze negative della riforma ma rimangono inascoltati. Nonostante il chiaro mandato parlamentare, all'Eurosummit del 20 e 21 giugno 2019 l'Italia dà il via libera alla bozza. «Nelle prime ore del mattino mi arrivò la telefonata di Conte che si complimentò per il risultato raggiunto», ha spiegato l'ex ministro dell'Economia Giovanni Tria intervistato ieri da Repubblica, «immagino che i due vicepresidenti del Consiglio fossero informati del buon risultati». Matteo Salvini si dissocia e giura di aver detto ai suoi: «Non firmiamo un c…». Il successore di Tria al Mef, Roberto Gualtieri, minimizza e spiega che «il testo del trattato è chiuso». Per l'Italia, c'è da scommetterci, saranno «cetrioli» amari.
Di Maio pressa Conte con la carta rinvio. I grillini ora vacillano e il Pd guarda a Fi
Di sicuro c'è solo l'insolito «appuntamento a pranzo» con il Mes, fissato per lunedì alle 13 alla Camera (Mercoledì, invece, il governatore di Bankitalia Ignazio Visco sarà ascoltato in audizione alla commissione Bilancio alla Camera). Quella di Giuseppe Conte a Montecitorio sarà un'informativa, come tecnicamente viene chiamata: in altre parole, non ci sarà un voto finale, non ci saranno risoluzioni per impegnare e indirizzare il governo, come invece accadrà qualche giorno dopo, alla vigilia del decisivo Consiglio europeo di dicembre. Altrettanto certo sembra il tentativo del premier di replicare la scena di agosto, quando - allora in Senato - Conte elesse Matteo Salvini a proprio arcinemico. Stavolta Salvini, che è appunto senatore e non deputato, non potrà essere fisicamente in Aula. Ma è evidente che Conte cercherà lo scontro, ricostruendo a modo suo i convulsi giorni di fine giugno, quando diede semaforo verde in Europa, nonostante un'esplicita risoluzione parlamentare che lo vincolava a non accettare «condizionalità» penalizzanti per l'Italia.
Assolutamente incerta, invece, e affidata a nervosissime consultazioni di maggioranza (è possibile anche un vertice), è la posizione nel merito che Conte cercherà di costruire, essendo tuttora profonda la spaccatura tra i favorevoli alla riforma del fondo (dem e renziani), i contrari (Leu) e gli scettici tendenti al rinvio (M5s). Anche ieri, comunque, sono volate parole grosse tra il leader leghista e il presidente del Consiglio. Il giorno prima Conte, curiosamente, aveva evocato un presunto uso dell'immunità da parte di Salvini sul caso Diciotti, dimenticando che in quella circostanza lui stesso aveva vergato un testo a difesa di Salvini e dell'operato del governo. Il leader leghista ha risposto a muso duro: «O Conte è confuso o è ignorante. Perché il caso Diciotti di cui parla è una scelta politica, mia e di tutto il governo a difesa dei confini».
Preparando il terreno ai suoi deputati, Salvini ha indicato la linea d'attacco: «Se Conte ha firmato senza comunicarlo al Parlamento e al popolo, ne pagherà le conseguenze». Infine, il leader della Lega ha sollecitato i 5 stelle a tenere il punto: «Di Maio l'ha sempre pensata come noi. Quello che dico io ora, lo diceva lui con le stesse parole e con gli stessi contenuti. Nel programma M5s si parla di liquidazione del trattato. Erano anche più arrabbiati di noi e mi auguro che non abbiano cambiato posizione».
E in effetti ci sono tre elementi scritti che dovrebbero vincolare i grillini: quell'annotazione nel loro programma, la risoluzione parlamentare votata a giugno, e anche un post sul Blog delle stelle che fu pubblicato sempre in quei giorni, significativamente intitolato «No a questa riforma del Mes, no all'austerità».
Chi certamente spinge per una posizione grillina dura è Alessandro Di Battista, riapparso nelle ultime ore prima con un'intervista al Fatto quotidiano («Se io fossi un eletto, voterei contro il Mes: questo accordo così com'è rischia di spalancare le porte alla troika. L'Italia deve alzare la voce») e poi con un post su Facebook in cui, al di là di alcuni intermezzi involontariamente comici (Dibba definisce Repubblica «il giornale più liberista d'Italia»), l'ex deputato ribadisce: «Ho detto che se fossi un parlamentare non voterei il Mes perché reputo che solo chiamarlo meccanismo salva Stati sia una balla colossale».
Leggermente meno netto è stato Luigi Di Maio: «Il tema non è il Mes in sé, ma se sia un salva Stati o uno stritola Stati. Abbiamo avuto una riunione del gruppo parlamentare M5s, e siamo tutti d'accordo sul fatto che questo accordo debba essere migliorato».
Una chiara apertura all'ipotesi di rinvio è venuta dal ministro Roberto Speranza (Leu): «È giusto fare la discussione più approfondita coinvolgendo pienamente il Parlamento. Per questo ha senso l'ipotesi di un rinvio volto a favorire una valutazione di pacchetto in cui oltre al Mes si affronti anche la delicata questione dell'unione bancaria». A ben vedere, dunque, la sorpresa potrebbe essere proprio questa lunedì, se i 5 stelle terranno il punto e non cederanno in extremis al pressing Pd. In altre parole, dietro il velo delle parole di fuoco che Conte indirizzerà contro il leader leghista, il governo - alla fine - anche in considerazione dell'allarme dell'opinione pubblica, potrebbe avvicinarsi alla linea del Carroccio, decelerando anziché accelerare
Sarebbe una clamorosa sconfessione della linea del ministro Roberto Gualtieri e del Pd, ma ieri mattina anche Palazzo Chigi aveva veicolato su alcuni quotidiani spin di questo tipo, poi non smentiti vigorosamente nell'arco della giornata. Resta, tuttavia, da capire la posizione di Forza Italia, non definitivamente fissata ieri da Silvio Berlusconi nella sua intervista al Corriere della Sera e ondeggiante tra gli ammonimenti di Renato Brunetta, secondo cui «per i trader, chi dice no al Mes dice no all'euro. Domanda retorica: cosa ci si può aspettare che facciano in questo caso?» e i tweet di Mariastella Gelmini, per la quale «la riforma del fondo salva Stati, così come superficialmente concordata dal premier Giuseppe Conte, è un rischio enorme per il nostro Paese».
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Tutto parte da un documento del 2016 redatto da Lars Feld, economista vicino all'ex ministro Wolfgang Schäuble, noto per amare poco l'Italia. Federico Fubini si allarmò: «È un bail in per i titoli di Stato». Ma oggi difende la riforma.I pentastellati sembrano decisi a non cedere sul Meccanismo. Ai dem non resta che puntare sull'indecisione degli azzurri.Lo speciale contiene due articoli.Nonostante la discussione sulla riforma del Meccanismo europeo di stabilità abbia fatto irruzione nel dibattito politico e mediatico nostrano in tempi relativamente recenti, in realtà il «cetriolo» per l'Italia era in preparazione già da diversi anni. La gestazione delle clausole capestro ha avuto inizio, guarda caso, entro i confini della «amica» Germania con la pubblicazione, a luglio del 2016, del paper «A mechanism to regulate sovereign debt restructuring in the euro area» (Un meccanismo per regolare la ristrutturazione del debito sovrano nell'area euro). Una pubblicazione sfornata dal German council of economic experts, il cerchio magico dei «cinque saggi» al servizio del governo tedesco. La firma principale è quella del «falco» Lars Feld, economista molto vicino all'ex ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble, già noto per le durissime prese di posizione nei confronti dei nostri conti pubblici. Nel documento si gettano, di fatto, le basi per la futura riforma del fondo salva Stati. Presente l'analisi di sostenibilità del debito pubblico a cura del Mes, riscontrabile anche nella proposta odierna. Un altro «punto chiave» della proposta elaborata da Feld e compagni riguarda il passaggio dalle attuali clausole di azione collettiva (Cac) «dual limb» (a maggioranza doppia) a quelle «single limb» (a maggioranza singola). Senza addentrarci troppo in inutili dettagli tecnici, basti sapere che le Cac a maggioranza singola, come recita anche il sito del Mes, «facilitano» l'iter di ristrutturazione del debito. Non è tutto. Più avanti nel testo si legge che, per evitare che gli Stati approfittino furbescamente dell'opportunità del taglio del debito per poi magari farlo risalire, è necessario che il sistema sia «esplicitamente legato a un programma di aggiustamento macroeconomico del Mes», che a sua volta includa l'attuazione di «riforme strutturali nell'ambito del mercato del lavoro e in tema di produttività». L'accesso alla ristrutturazione viene definito «semi automatico e determinato sulla base di soglie prestabilite». Per il nostro Paese non è una questione da prendere sottogamba. Dopotutto, il nostro è il secondo debito pubblico più elevato dell'eurozona, e il pericolo contagio a seguito di una possibile crisi rischierebbe di travolgere tutta l'Europa. Nel testo l'Italia, citata svariate volte, viene definita «troppo grande per essere salvata» e il ricorso alla ristrutturazione del debito considerato di fatto il male minore. Sul Corriere del 24 agosto 2016, Federico Fubini parla senza mezzi termini di «bail in anche per i titoli di Stato». «L'idea di fondo è creare un meccanismo semiautomatico per far sopportare ai creditori parte delle perdite di una crisi di debito pubblico», osserva il vicedirettore del quotidiano di via Solferino, con l'obiettivo di «ridurre al minimo i trasferimenti finanziari della Germania ai Paesi fragili se e quando la prossima recessione dovesse riaprire una crisi». Altro che solidarietà europea. Fubini non manca poi di sottolineare le criticità dal punto di vista legale: «Sembra (per ora) difficilmente realizzabile la pre-condizione indicata da Feld e colleghi: come dicono loro stessi, bisognerebbe “costringere" i governi a emettere bond con clausole legali che ne rendono più facile il parziale default». Quale Paese sarebbe così pazzo da modificare il proprio ordinamento in modo da renderne più facile il fallimento? Eppure quella che oggi Federico Fubini definisce una «mini riforma» prevede esattamente questo. L'articolo 11 modificato, infatti, parla di «obblighi costituzionali nazionali dei membri del Mes, così che tutti questi inseriscano Cac a maggioranza singola nei titoli di Stato di nuova emissione della zona euro».Facciamo un salto temporale di due anni ed ecco che rispuntano la Cac a maggioranza singola. Stavolta a tirarle in ballo sono nientemeno che il presidente francese Emmanuel Macron e la cancelliera tedesca Angela Merkel. Nella dichiarazione di Mesemberg, firmata il 19 giugno 2018, Parigi e Berlino manifestano la volontà di «iniziare a discutere sulla possibile introduzione delle clausole a maggioranza singola». La proposta allarma Maria Cannata, ex dirigente del Mef e soprannominata la «signora del debito pubblico italiano». La Cannata, in un articolo pubblicato sul sito lavoce.info, spiega che per i Paesi con livelli di debito più elevato (come l'Italia) il passaggio allo standard single limb comporterebbe, in estrema sintesi, un maggior costo del debito, maggiore fragilità e l'aumento della probabilità di incorrere in una crisi. Quello che lei stessa definisce cioè «un autentico circolo vizioso, destabilizzante per l'intero sistema». (Proprio ieri la stessa Cannata ha parzialmente corretto il tiro, ma il problema non cambia).Le flebili proteste italiane servono a ben poco. Qualche mese dopo, il 1° novembre 2018, sei Paesi del Nord Europa (Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Finlandia, Irlanda, Lettonia, Lituania, Paesi Bassi, Svezia e Slovacchia), noti anche come la «nuova Lega anseatica», firmano un documento nel quale concordano sulla necessità di «rinforzare il ruolo del Mes» e sul fatto che questo ente «si assicuri sempre che ogni Stato membro possiede un'adeguata capacità di rimborso, prima che l'assistenza finanziaria venga garantita». Dopo Francia e Germania, anche questi sei Stati si pronunciano a favore dell'inserimento delle clausole a maggioranza singola.L'Eurosummit del 14 dicembre 2018 avvia il processo di riforma del Mes, fissando per il mese di giugno di quest'anno la scadenza per la presentazione degli emendamenti. L'analisi pubblicata a marzo del 2019 sulla rivista Aspenia da Lorenzo Codogno, visiting professor alla London school of economics, è a dir poco impietosa. «Sono state approvate - con il benestare del governo italiano e con il silenzio quasi totale dei media - alcune iniziative che potrebbero fare molto male all'Italia in futuro», commenta Codogno. Riguardo alle Cac a maggioranza singola, il docente conferma che «facilitano la ristrutturazione del debito pubblico». La valutazione della sostenibilità del debito da parte del Mes e della Commissione «prima di qualsiasi assistenza finanziaria» fa sì «in modo più o meno esplicito» che «se l'Italia non riuscisse più a collocare il suo debito pubblico e dovesse domandare un aiuto finanziario europeo, la prima cosa che le verrebbe chiesta sarebbe la ristrutturazione del suo debito pubblico, prima ancora di intavolare qualsiasi discussione».Veniamo ai giorni nostri. Molti esperti e accademici mettono in guardia sulle possibili conseguenze negative della riforma ma rimangono inascoltati. Nonostante il chiaro mandato parlamentare, all'Eurosummit del 20 e 21 giugno 2019 l'Italia dà il via libera alla bozza. «Nelle prime ore del mattino mi arrivò la telefonata di Conte che si complimentò per il risultato raggiunto», ha spiegato l'ex ministro dell'Economia Giovanni Tria intervistato ieri da Repubblica, «immagino che i due vicepresidenti del Consiglio fossero informati del buon risultati». Matteo Salvini si dissocia e giura di aver detto ai suoi: «Non firmiamo un c…». Il successore di Tria al Mef, Roberto Gualtieri, minimizza e spiega che «il testo del trattato è chiuso». Per l'Italia, c'è da scommetterci, saranno «cetrioli» amari.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mes-story-cosi-i-falchi-tedeschi-hanno-confezionato-la-fregatura-2641480365.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="di-maio-pressa-conte-con-la-carta-rinvio-i-grillini-ora-vacillano-e-il-pd-guarda-a-fi" data-post-id="2641480365" data-published-at="1767913871" data-use-pagination="False"> Di Maio pressa Conte con la carta rinvio. I grillini ora vacillano e il Pd guarda a Fi Di sicuro c'è solo l'insolito «appuntamento a pranzo» con il Mes, fissato per lunedì alle 13 alla Camera (Mercoledì, invece, il governatore di Bankitalia Ignazio Visco sarà ascoltato in audizione alla commissione Bilancio alla Camera). Quella di Giuseppe Conte a Montecitorio sarà un'informativa, come tecnicamente viene chiamata: in altre parole, non ci sarà un voto finale, non ci saranno risoluzioni per impegnare e indirizzare il governo, come invece accadrà qualche giorno dopo, alla vigilia del decisivo Consiglio europeo di dicembre. Altrettanto certo sembra il tentativo del premier di replicare la scena di agosto, quando - allora in Senato - Conte elesse Matteo Salvini a proprio arcinemico. Stavolta Salvini, che è appunto senatore e non deputato, non potrà essere fisicamente in Aula. Ma è evidente che Conte cercherà lo scontro, ricostruendo a modo suo i convulsi giorni di fine giugno, quando diede semaforo verde in Europa, nonostante un'esplicita risoluzione parlamentare che lo vincolava a non accettare «condizionalità» penalizzanti per l'Italia. Assolutamente incerta, invece, e affidata a nervosissime consultazioni di maggioranza (è possibile anche un vertice), è la posizione nel merito che Conte cercherà di costruire, essendo tuttora profonda la spaccatura tra i favorevoli alla riforma del fondo (dem e renziani), i contrari (Leu) e gli scettici tendenti al rinvio (M5s). Anche ieri, comunque, sono volate parole grosse tra il leader leghista e il presidente del Consiglio. Il giorno prima Conte, curiosamente, aveva evocato un presunto uso dell'immunità da parte di Salvini sul caso Diciotti, dimenticando che in quella circostanza lui stesso aveva vergato un testo a difesa di Salvini e dell'operato del governo. Il leader leghista ha risposto a muso duro: «O Conte è confuso o è ignorante. Perché il caso Diciotti di cui parla è una scelta politica, mia e di tutto il governo a difesa dei confini». Preparando il terreno ai suoi deputati, Salvini ha indicato la linea d'attacco: «Se Conte ha firmato senza comunicarlo al Parlamento e al popolo, ne pagherà le conseguenze». Infine, il leader della Lega ha sollecitato i 5 stelle a tenere il punto: «Di Maio l'ha sempre pensata come noi. Quello che dico io ora, lo diceva lui con le stesse parole e con gli stessi contenuti. Nel programma M5s si parla di liquidazione del trattato. Erano anche più arrabbiati di noi e mi auguro che non abbiano cambiato posizione». E in effetti ci sono tre elementi scritti che dovrebbero vincolare i grillini: quell'annotazione nel loro programma, la risoluzione parlamentare votata a giugno, e anche un post sul Blog delle stelle che fu pubblicato sempre in quei giorni, significativamente intitolato «No a questa riforma del Mes, no all'austerità». Chi certamente spinge per una posizione grillina dura è Alessandro Di Battista, riapparso nelle ultime ore prima con un'intervista al Fatto quotidiano («Se io fossi un eletto, voterei contro il Mes: questo accordo così com'è rischia di spalancare le porte alla troika. L'Italia deve alzare la voce») e poi con un post su Facebook in cui, al di là di alcuni intermezzi involontariamente comici (Dibba definisce Repubblica «il giornale più liberista d'Italia»), l'ex deputato ribadisce: «Ho detto che se fossi un parlamentare non voterei il Mes perché reputo che solo chiamarlo meccanismo salva Stati sia una balla colossale». Leggermente meno netto è stato Luigi Di Maio: «Il tema non è il Mes in sé, ma se sia un salva Stati o uno stritola Stati. Abbiamo avuto una riunione del gruppo parlamentare M5s, e siamo tutti d'accordo sul fatto che questo accordo debba essere migliorato». Una chiara apertura all'ipotesi di rinvio è venuta dal ministro Roberto Speranza (Leu): «È giusto fare la discussione più approfondita coinvolgendo pienamente il Parlamento. Per questo ha senso l'ipotesi di un rinvio volto a favorire una valutazione di pacchetto in cui oltre al Mes si affronti anche la delicata questione dell'unione bancaria». A ben vedere, dunque, la sorpresa potrebbe essere proprio questa lunedì, se i 5 stelle terranno il punto e non cederanno in extremis al pressing Pd. In altre parole, dietro il velo delle parole di fuoco che Conte indirizzerà contro il leader leghista, il governo - alla fine - anche in considerazione dell'allarme dell'opinione pubblica, potrebbe avvicinarsi alla linea del Carroccio, decelerando anziché accelerare Sarebbe una clamorosa sconfessione della linea del ministro Roberto Gualtieri e del Pd, ma ieri mattina anche Palazzo Chigi aveva veicolato su alcuni quotidiani spin di questo tipo, poi non smentiti vigorosamente nell'arco della giornata. Resta, tuttavia, da capire la posizione di Forza Italia, non definitivamente fissata ieri da Silvio Berlusconi nella sua intervista al Corriere della Sera e ondeggiante tra gli ammonimenti di Renato Brunetta, secondo cui «per i trader, chi dice no al Mes dice no all'euro. Domanda retorica: cosa ci si può aspettare che facciano in questo caso?» e i tweet di Mariastella Gelmini, per la quale «la riforma del fondo salva Stati, così come superficialmente concordata dal premier Giuseppe Conte, è un rischio enorme per il nostro Paese».
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».