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2019-11-30
Politica e mercati preparano il ricatto per blindare la fregatura del nuovo Mes
Getty
Nonostante la discussione sulla riforma del Meccanismo europeo di stabilità abbia fatto irruzione nel dibattito politico e mediatico nostrano in tempi relativamente recenti, in realtà il «cetriolo» per l'Italia era in preparazione già da diversi anni. La gestazione delle clausole capestro ha avuto inizio, guarda caso, entro i confini della «amica» Germania con la pubblicazione, a luglio del 2016, del paper «A mechanism to regulate sovereign debt restructuring in the euro area» (Un meccanismo per regolare la ristrutturazione del debito sovrano nell'area euro).
Una pubblicazione sfornata dal German council of economic experts, il cerchio magico dei «cinque saggi» al servizio del governo tedesco. La firma principale è quella del «falco» Lars Feld, economista molto vicino all'ex ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble, già noto per le durissime prese di posizione nei confronti dei nostri conti pubblici.
Nel documento si gettano, di fatto, le basi per la futura riforma del fondo salva Stati. Presente l'analisi di sostenibilità del debito pubblico a cura del Mes, riscontrabile anche nella proposta odierna. Un altro «punto chiave» della proposta elaborata da Feld e compagni riguarda il passaggio dalle attuali clausole di azione collettiva (Cac) «dual limb» (a maggioranza doppia) a quelle «single limb» (a maggioranza singola). Senza addentrarci troppo in inutili dettagli tecnici, basti sapere che le Cac a maggioranza singola, come recita anche il sito del Mes, «facilitano» l'iter di ristrutturazione del debito. Non è tutto. Più avanti nel testo si legge che, per evitare che gli Stati approfittino furbescamente dell'opportunità del taglio del debito per poi magari farlo risalire, è necessario che il sistema sia «esplicitamente legato a un programma di aggiustamento macroeconomico del Mes», che a sua volta includa l'attuazione di «riforme strutturali nell'ambito del mercato del lavoro e in tema di produttività». L'accesso alla ristrutturazione viene definito «semi automatico e determinato sulla base di soglie prestabilite».
Per il nostro Paese non è una questione da prendere sottogamba. Dopotutto, il nostro è il secondo debito pubblico più elevato dell'eurozona, e il pericolo contagio a seguito di una possibile crisi rischierebbe di travolgere tutta l'Europa. Nel testo l'Italia, citata svariate volte, viene definita «troppo grande per essere salvata» e il ricorso alla ristrutturazione del debito considerato di fatto il male minore. Sul Corriere del 24 agosto 2016, Federico Fubini parla senza mezzi termini di «bail in anche per i titoli di Stato». «L'idea di fondo è creare un meccanismo semiautomatico per far sopportare ai creditori parte delle perdite di una crisi di debito pubblico», osserva il vicedirettore del quotidiano di via Solferino, con l'obiettivo di «ridurre al minimo i trasferimenti finanziari della Germania ai Paesi fragili se e quando la prossima recessione dovesse riaprire una crisi». Altro che solidarietà europea. Fubini non manca poi di sottolineare le criticità dal punto di vista legale: «Sembra (per ora) difficilmente realizzabile la pre-condizione indicata da Feld e colleghi: come dicono loro stessi, bisognerebbe “costringere" i governi a emettere bond con clausole legali che ne rendono più facile il parziale default». Quale Paese sarebbe così pazzo da modificare il proprio ordinamento in modo da renderne più facile il fallimento? Eppure quella che oggi Federico Fubini definisce una «mini riforma» prevede esattamente questo. L'articolo 11 modificato, infatti, parla di «obblighi costituzionali nazionali dei membri del Mes, così che tutti questi inseriscano Cac a maggioranza singola nei titoli di Stato di nuova emissione della zona euro».
Facciamo un salto temporale di due anni ed ecco che rispuntano la Cac a maggioranza singola. Stavolta a tirarle in ballo sono nientemeno che il presidente francese Emmanuel Macron e la cancelliera tedesca Angela Merkel. Nella dichiarazione di Mesemberg, firmata il 19 giugno 2018, Parigi e Berlino manifestano la volontà di «iniziare a discutere sulla possibile introduzione delle clausole a maggioranza singola». La proposta allarma Maria Cannata, ex dirigente del Mef e soprannominata la «signora del debito pubblico italiano». La Cannata, in un articolo pubblicato sul sito lavoce.info, spiega che per i Paesi con livelli di debito più elevato (come l'Italia) il passaggio allo standard single limb comporterebbe, in estrema sintesi, un maggior costo del debito, maggiore fragilità e l'aumento della probabilità di incorrere in una crisi. Quello che lei stessa definisce cioè «un autentico circolo vizioso, destabilizzante per l'intero sistema». (Proprio ieri la stessa Cannata ha parzialmente corretto il tiro, ma il problema non cambia).
Le flebili proteste italiane servono a ben poco. Qualche mese dopo, il 1° novembre 2018, sei Paesi del Nord Europa (Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Finlandia, Irlanda, Lettonia, Lituania, Paesi Bassi, Svezia e Slovacchia), noti anche come la «nuova Lega anseatica», firmano un documento nel quale concordano sulla necessità di «rinforzare il ruolo del Mes» e sul fatto che questo ente «si assicuri sempre che ogni Stato membro possiede un'adeguata capacità di rimborso, prima che l'assistenza finanziaria venga garantita». Dopo Francia e Germania, anche questi sei Stati si pronunciano a favore dell'inserimento delle clausole a maggioranza singola.
L'Eurosummit del 14 dicembre 2018 avvia il processo di riforma del Mes, fissando per il mese di giugno di quest'anno la scadenza per la presentazione degli emendamenti. L'analisi pubblicata a marzo del 2019 sulla rivista Aspenia da Lorenzo Codogno, visiting professor alla London school of economics, è a dir poco impietosa. «Sono state approvate - con il benestare del governo italiano e con il silenzio quasi totale dei media - alcune iniziative che potrebbero fare molto male all'Italia in futuro», commenta Codogno. Riguardo alle Cac a maggioranza singola, il docente conferma che «facilitano la ristrutturazione del debito pubblico». La valutazione della sostenibilità del debito da parte del Mes e della Commissione «prima di qualsiasi assistenza finanziaria» fa sì «in modo più o meno esplicito» che «se l'Italia non riuscisse più a collocare il suo debito pubblico e dovesse domandare un aiuto finanziario europeo, la prima cosa che le verrebbe chiesta sarebbe la ristrutturazione del suo debito pubblico, prima ancora di intavolare qualsiasi discussione».
Veniamo ai giorni nostri. Molti esperti e accademici mettono in guardia sulle possibili conseguenze negative della riforma ma rimangono inascoltati. Nonostante il chiaro mandato parlamentare, all'Eurosummit del 20 e 21 giugno 2019 l'Italia dà il via libera alla bozza. «Nelle prime ore del mattino mi arrivò la telefonata di Conte che si complimentò per il risultato raggiunto», ha spiegato l'ex ministro dell'Economia Giovanni Tria intervistato ieri da Repubblica, «immagino che i due vicepresidenti del Consiglio fossero informati del buon risultati». Matteo Salvini si dissocia e giura di aver detto ai suoi: «Non firmiamo un c…». Il successore di Tria al Mef, Roberto Gualtieri, minimizza e spiega che «il testo del trattato è chiuso». Per l'Italia, c'è da scommetterci, saranno «cetrioli» amari.
Di Maio pressa Conte con la carta rinvio. I grillini ora vacillano e il Pd guarda a Fi
Di sicuro c'è solo l'insolito «appuntamento a pranzo» con il Mes, fissato per lunedì alle 13 alla Camera (Mercoledì, invece, il governatore di Bankitalia Ignazio Visco sarà ascoltato in audizione alla commissione Bilancio alla Camera). Quella di Giuseppe Conte a Montecitorio sarà un'informativa, come tecnicamente viene chiamata: in altre parole, non ci sarà un voto finale, non ci saranno risoluzioni per impegnare e indirizzare il governo, come invece accadrà qualche giorno dopo, alla vigilia del decisivo Consiglio europeo di dicembre. Altrettanto certo sembra il tentativo del premier di replicare la scena di agosto, quando - allora in Senato - Conte elesse Matteo Salvini a proprio arcinemico. Stavolta Salvini, che è appunto senatore e non deputato, non potrà essere fisicamente in Aula. Ma è evidente che Conte cercherà lo scontro, ricostruendo a modo suo i convulsi giorni di fine giugno, quando diede semaforo verde in Europa, nonostante un'esplicita risoluzione parlamentare che lo vincolava a non accettare «condizionalità» penalizzanti per l'Italia.
Assolutamente incerta, invece, e affidata a nervosissime consultazioni di maggioranza (è possibile anche un vertice), è la posizione nel merito che Conte cercherà di costruire, essendo tuttora profonda la spaccatura tra i favorevoli alla riforma del fondo (dem e renziani), i contrari (Leu) e gli scettici tendenti al rinvio (M5s). Anche ieri, comunque, sono volate parole grosse tra il leader leghista e il presidente del Consiglio. Il giorno prima Conte, curiosamente, aveva evocato un presunto uso dell'immunità da parte di Salvini sul caso Diciotti, dimenticando che in quella circostanza lui stesso aveva vergato un testo a difesa di Salvini e dell'operato del governo. Il leader leghista ha risposto a muso duro: «O Conte è confuso o è ignorante. Perché il caso Diciotti di cui parla è una scelta politica, mia e di tutto il governo a difesa dei confini».
Preparando il terreno ai suoi deputati, Salvini ha indicato la linea d'attacco: «Se Conte ha firmato senza comunicarlo al Parlamento e al popolo, ne pagherà le conseguenze». Infine, il leader della Lega ha sollecitato i 5 stelle a tenere il punto: «Di Maio l'ha sempre pensata come noi. Quello che dico io ora, lo diceva lui con le stesse parole e con gli stessi contenuti. Nel programma M5s si parla di liquidazione del trattato. Erano anche più arrabbiati di noi e mi auguro che non abbiano cambiato posizione».
E in effetti ci sono tre elementi scritti che dovrebbero vincolare i grillini: quell'annotazione nel loro programma, la risoluzione parlamentare votata a giugno, e anche un post sul Blog delle stelle che fu pubblicato sempre in quei giorni, significativamente intitolato «No a questa riforma del Mes, no all'austerità».
Chi certamente spinge per una posizione grillina dura è Alessandro Di Battista, riapparso nelle ultime ore prima con un'intervista al Fatto quotidiano («Se io fossi un eletto, voterei contro il Mes: questo accordo così com'è rischia di spalancare le porte alla troika. L'Italia deve alzare la voce») e poi con un post su Facebook in cui, al di là di alcuni intermezzi involontariamente comici (Dibba definisce Repubblica «il giornale più liberista d'Italia»), l'ex deputato ribadisce: «Ho detto che se fossi un parlamentare non voterei il Mes perché reputo che solo chiamarlo meccanismo salva Stati sia una balla colossale».
Leggermente meno netto è stato Luigi Di Maio: «Il tema non è il Mes in sé, ma se sia un salva Stati o uno stritola Stati. Abbiamo avuto una riunione del gruppo parlamentare M5s, e siamo tutti d'accordo sul fatto che questo accordo debba essere migliorato».
Una chiara apertura all'ipotesi di rinvio è venuta dal ministro Roberto Speranza (Leu): «È giusto fare la discussione più approfondita coinvolgendo pienamente il Parlamento. Per questo ha senso l'ipotesi di un rinvio volto a favorire una valutazione di pacchetto in cui oltre al Mes si affronti anche la delicata questione dell'unione bancaria». A ben vedere, dunque, la sorpresa potrebbe essere proprio questa lunedì, se i 5 stelle terranno il punto e non cederanno in extremis al pressing Pd. In altre parole, dietro il velo delle parole di fuoco che Conte indirizzerà contro il leader leghista, il governo - alla fine - anche in considerazione dell'allarme dell'opinione pubblica, potrebbe avvicinarsi alla linea del Carroccio, decelerando anziché accelerare
Sarebbe una clamorosa sconfessione della linea del ministro Roberto Gualtieri e del Pd, ma ieri mattina anche Palazzo Chigi aveva veicolato su alcuni quotidiani spin di questo tipo, poi non smentiti vigorosamente nell'arco della giornata. Resta, tuttavia, da capire la posizione di Forza Italia, non definitivamente fissata ieri da Silvio Berlusconi nella sua intervista al Corriere della Sera e ondeggiante tra gli ammonimenti di Renato Brunetta, secondo cui «per i trader, chi dice no al Mes dice no all'euro. Domanda retorica: cosa ci si può aspettare che facciano in questo caso?» e i tweet di Mariastella Gelmini, per la quale «la riforma del fondo salva Stati, così come superficialmente concordata dal premier Giuseppe Conte, è un rischio enorme per il nostro Paese».
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Tutto parte da un documento del 2016 redatto da Lars Feld, economista vicino all'ex ministro Wolfgang Schäuble, noto per amare poco l'Italia. Federico Fubini si allarmò: «È un bail in per i titoli di Stato». Ma oggi difende la riforma.I pentastellati sembrano decisi a non cedere sul Meccanismo. Ai dem non resta che puntare sull'indecisione degli azzurri.Lo speciale contiene due articoli.Nonostante la discussione sulla riforma del Meccanismo europeo di stabilità abbia fatto irruzione nel dibattito politico e mediatico nostrano in tempi relativamente recenti, in realtà il «cetriolo» per l'Italia era in preparazione già da diversi anni. La gestazione delle clausole capestro ha avuto inizio, guarda caso, entro i confini della «amica» Germania con la pubblicazione, a luglio del 2016, del paper «A mechanism to regulate sovereign debt restructuring in the euro area» (Un meccanismo per regolare la ristrutturazione del debito sovrano nell'area euro). Una pubblicazione sfornata dal German council of economic experts, il cerchio magico dei «cinque saggi» al servizio del governo tedesco. La firma principale è quella del «falco» Lars Feld, economista molto vicino all'ex ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble, già noto per le durissime prese di posizione nei confronti dei nostri conti pubblici. Nel documento si gettano, di fatto, le basi per la futura riforma del fondo salva Stati. Presente l'analisi di sostenibilità del debito pubblico a cura del Mes, riscontrabile anche nella proposta odierna. Un altro «punto chiave» della proposta elaborata da Feld e compagni riguarda il passaggio dalle attuali clausole di azione collettiva (Cac) «dual limb» (a maggioranza doppia) a quelle «single limb» (a maggioranza singola). Senza addentrarci troppo in inutili dettagli tecnici, basti sapere che le Cac a maggioranza singola, come recita anche il sito del Mes, «facilitano» l'iter di ristrutturazione del debito. Non è tutto. Più avanti nel testo si legge che, per evitare che gli Stati approfittino furbescamente dell'opportunità del taglio del debito per poi magari farlo risalire, è necessario che il sistema sia «esplicitamente legato a un programma di aggiustamento macroeconomico del Mes», che a sua volta includa l'attuazione di «riforme strutturali nell'ambito del mercato del lavoro e in tema di produttività». L'accesso alla ristrutturazione viene definito «semi automatico e determinato sulla base di soglie prestabilite». Per il nostro Paese non è una questione da prendere sottogamba. Dopotutto, il nostro è il secondo debito pubblico più elevato dell'eurozona, e il pericolo contagio a seguito di una possibile crisi rischierebbe di travolgere tutta l'Europa. Nel testo l'Italia, citata svariate volte, viene definita «troppo grande per essere salvata» e il ricorso alla ristrutturazione del debito considerato di fatto il male minore. Sul Corriere del 24 agosto 2016, Federico Fubini parla senza mezzi termini di «bail in anche per i titoli di Stato». «L'idea di fondo è creare un meccanismo semiautomatico per far sopportare ai creditori parte delle perdite di una crisi di debito pubblico», osserva il vicedirettore del quotidiano di via Solferino, con l'obiettivo di «ridurre al minimo i trasferimenti finanziari della Germania ai Paesi fragili se e quando la prossima recessione dovesse riaprire una crisi». Altro che solidarietà europea. Fubini non manca poi di sottolineare le criticità dal punto di vista legale: «Sembra (per ora) difficilmente realizzabile la pre-condizione indicata da Feld e colleghi: come dicono loro stessi, bisognerebbe “costringere" i governi a emettere bond con clausole legali che ne rendono più facile il parziale default». Quale Paese sarebbe così pazzo da modificare il proprio ordinamento in modo da renderne più facile il fallimento? Eppure quella che oggi Federico Fubini definisce una «mini riforma» prevede esattamente questo. L'articolo 11 modificato, infatti, parla di «obblighi costituzionali nazionali dei membri del Mes, così che tutti questi inseriscano Cac a maggioranza singola nei titoli di Stato di nuova emissione della zona euro».Facciamo un salto temporale di due anni ed ecco che rispuntano la Cac a maggioranza singola. Stavolta a tirarle in ballo sono nientemeno che il presidente francese Emmanuel Macron e la cancelliera tedesca Angela Merkel. Nella dichiarazione di Mesemberg, firmata il 19 giugno 2018, Parigi e Berlino manifestano la volontà di «iniziare a discutere sulla possibile introduzione delle clausole a maggioranza singola». La proposta allarma Maria Cannata, ex dirigente del Mef e soprannominata la «signora del debito pubblico italiano». La Cannata, in un articolo pubblicato sul sito lavoce.info, spiega che per i Paesi con livelli di debito più elevato (come l'Italia) il passaggio allo standard single limb comporterebbe, in estrema sintesi, un maggior costo del debito, maggiore fragilità e l'aumento della probabilità di incorrere in una crisi. Quello che lei stessa definisce cioè «un autentico circolo vizioso, destabilizzante per l'intero sistema». (Proprio ieri la stessa Cannata ha parzialmente corretto il tiro, ma il problema non cambia).Le flebili proteste italiane servono a ben poco. Qualche mese dopo, il 1° novembre 2018, sei Paesi del Nord Europa (Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Finlandia, Irlanda, Lettonia, Lituania, Paesi Bassi, Svezia e Slovacchia), noti anche come la «nuova Lega anseatica», firmano un documento nel quale concordano sulla necessità di «rinforzare il ruolo del Mes» e sul fatto che questo ente «si assicuri sempre che ogni Stato membro possiede un'adeguata capacità di rimborso, prima che l'assistenza finanziaria venga garantita». Dopo Francia e Germania, anche questi sei Stati si pronunciano a favore dell'inserimento delle clausole a maggioranza singola.L'Eurosummit del 14 dicembre 2018 avvia il processo di riforma del Mes, fissando per il mese di giugno di quest'anno la scadenza per la presentazione degli emendamenti. L'analisi pubblicata a marzo del 2019 sulla rivista Aspenia da Lorenzo Codogno, visiting professor alla London school of economics, è a dir poco impietosa. «Sono state approvate - con il benestare del governo italiano e con il silenzio quasi totale dei media - alcune iniziative che potrebbero fare molto male all'Italia in futuro», commenta Codogno. Riguardo alle Cac a maggioranza singola, il docente conferma che «facilitano la ristrutturazione del debito pubblico». La valutazione della sostenibilità del debito da parte del Mes e della Commissione «prima di qualsiasi assistenza finanziaria» fa sì «in modo più o meno esplicito» che «se l'Italia non riuscisse più a collocare il suo debito pubblico e dovesse domandare un aiuto finanziario europeo, la prima cosa che le verrebbe chiesta sarebbe la ristrutturazione del suo debito pubblico, prima ancora di intavolare qualsiasi discussione».Veniamo ai giorni nostri. Molti esperti e accademici mettono in guardia sulle possibili conseguenze negative della riforma ma rimangono inascoltati. Nonostante il chiaro mandato parlamentare, all'Eurosummit del 20 e 21 giugno 2019 l'Italia dà il via libera alla bozza. «Nelle prime ore del mattino mi arrivò la telefonata di Conte che si complimentò per il risultato raggiunto», ha spiegato l'ex ministro dell'Economia Giovanni Tria intervistato ieri da Repubblica, «immagino che i due vicepresidenti del Consiglio fossero informati del buon risultati». Matteo Salvini si dissocia e giura di aver detto ai suoi: «Non firmiamo un c…». Il successore di Tria al Mef, Roberto Gualtieri, minimizza e spiega che «il testo del trattato è chiuso». 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Quella di Giuseppe Conte a Montecitorio sarà un'informativa, come tecnicamente viene chiamata: in altre parole, non ci sarà un voto finale, non ci saranno risoluzioni per impegnare e indirizzare il governo, come invece accadrà qualche giorno dopo, alla vigilia del decisivo Consiglio europeo di dicembre. Altrettanto certo sembra il tentativo del premier di replicare la scena di agosto, quando - allora in Senato - Conte elesse Matteo Salvini a proprio arcinemico. Stavolta Salvini, che è appunto senatore e non deputato, non potrà essere fisicamente in Aula. Ma è evidente che Conte cercherà lo scontro, ricostruendo a modo suo i convulsi giorni di fine giugno, quando diede semaforo verde in Europa, nonostante un'esplicita risoluzione parlamentare che lo vincolava a non accettare «condizionalità» penalizzanti per l'Italia. Assolutamente incerta, invece, e affidata a nervosissime consultazioni di maggioranza (è possibile anche un vertice), è la posizione nel merito che Conte cercherà di costruire, essendo tuttora profonda la spaccatura tra i favorevoli alla riforma del fondo (dem e renziani), i contrari (Leu) e gli scettici tendenti al rinvio (M5s). Anche ieri, comunque, sono volate parole grosse tra il leader leghista e il presidente del Consiglio. Il giorno prima Conte, curiosamente, aveva evocato un presunto uso dell'immunità da parte di Salvini sul caso Diciotti, dimenticando che in quella circostanza lui stesso aveva vergato un testo a difesa di Salvini e dell'operato del governo. Il leader leghista ha risposto a muso duro: «O Conte è confuso o è ignorante. Perché il caso Diciotti di cui parla è una scelta politica, mia e di tutto il governo a difesa dei confini». Preparando il terreno ai suoi deputati, Salvini ha indicato la linea d'attacco: «Se Conte ha firmato senza comunicarlo al Parlamento e al popolo, ne pagherà le conseguenze». Infine, il leader della Lega ha sollecitato i 5 stelle a tenere il punto: «Di Maio l'ha sempre pensata come noi. Quello che dico io ora, lo diceva lui con le stesse parole e con gli stessi contenuti. Nel programma M5s si parla di liquidazione del trattato. Erano anche più arrabbiati di noi e mi auguro che non abbiano cambiato posizione». E in effetti ci sono tre elementi scritti che dovrebbero vincolare i grillini: quell'annotazione nel loro programma, la risoluzione parlamentare votata a giugno, e anche un post sul Blog delle stelle che fu pubblicato sempre in quei giorni, significativamente intitolato «No a questa riforma del Mes, no all'austerità». Chi certamente spinge per una posizione grillina dura è Alessandro Di Battista, riapparso nelle ultime ore prima con un'intervista al Fatto quotidiano («Se io fossi un eletto, voterei contro il Mes: questo accordo così com'è rischia di spalancare le porte alla troika. L'Italia deve alzare la voce») e poi con un post su Facebook in cui, al di là di alcuni intermezzi involontariamente comici (Dibba definisce Repubblica «il giornale più liberista d'Italia»), l'ex deputato ribadisce: «Ho detto che se fossi un parlamentare non voterei il Mes perché reputo che solo chiamarlo meccanismo salva Stati sia una balla colossale». Leggermente meno netto è stato Luigi Di Maio: «Il tema non è il Mes in sé, ma se sia un salva Stati o uno stritola Stati. Abbiamo avuto una riunione del gruppo parlamentare M5s, e siamo tutti d'accordo sul fatto che questo accordo debba essere migliorato». Una chiara apertura all'ipotesi di rinvio è venuta dal ministro Roberto Speranza (Leu): «È giusto fare la discussione più approfondita coinvolgendo pienamente il Parlamento. Per questo ha senso l'ipotesi di un rinvio volto a favorire una valutazione di pacchetto in cui oltre al Mes si affronti anche la delicata questione dell'unione bancaria». A ben vedere, dunque, la sorpresa potrebbe essere proprio questa lunedì, se i 5 stelle terranno il punto e non cederanno in extremis al pressing Pd. In altre parole, dietro il velo delle parole di fuoco che Conte indirizzerà contro il leader leghista, il governo - alla fine - anche in considerazione dell'allarme dell'opinione pubblica, potrebbe avvicinarsi alla linea del Carroccio, decelerando anziché accelerare Sarebbe una clamorosa sconfessione della linea del ministro Roberto Gualtieri e del Pd, ma ieri mattina anche Palazzo Chigi aveva veicolato su alcuni quotidiani spin di questo tipo, poi non smentiti vigorosamente nell'arco della giornata. Resta, tuttavia, da capire la posizione di Forza Italia, non definitivamente fissata ieri da Silvio Berlusconi nella sua intervista al Corriere della Sera e ondeggiante tra gli ammonimenti di Renato Brunetta, secondo cui «per i trader, chi dice no al Mes dice no all'euro. Domanda retorica: cosa ci si può aspettare che facciano in questo caso?» e i tweet di Mariastella Gelmini, per la quale «la riforma del fondo salva Stati, così come superficialmente concordata dal premier Giuseppe Conte, è un rischio enorme per il nostro Paese».
Marc Chagall. Ricordo del Flauto magico,1976. Collezione privata © Marc Chagall, by SIAE 2025
Nato a Vitebsk nel 1887, ebreo russo che trascorse la maggior parte della sua vita in Francia (morì a Saint Paul de Vence nel 1985), Mar Chagall ( il cui nome ebraico era Moishe Segal e quello russo Mark Zacharovič Šagal), conservò sempre nel cuore la sua Patria («Non mi sono mai separato dalla mia terra, la mia arte non può vivere senza di essa» dichiarò nel 1922), le tradizioni e la religione ebraica, elementi che ricorrono costantemente nella sua vasta e poliedrica produzione artistica. Un attaccamento alle origini che era parte fondamentale del suo essere, di uomo e di artista, e che non lo abbandonò mai, nemmeno quando le leggi razziali lo costrinsero a lasciare l‘Europa per trasferirsi negli Stati Uniti: nel Vecchio Continente ci tornò a fine conflitto, nel 1946, già artista famoso e con la consacrazione del MOMA, che in quegli anni gli dedicò un’importante retrospettiva.
Animo sensibilissimo (dopo la morte dell’amatissima prima moglie Bella cadde in depressione e per un anno non riuscì più a dipingere…) e dalla spiritualità profonda, Chagall fece della sua arte la trasfigurazione poetica del suo nucleo emotivo: Chagall non rappresenta gli eventi, ma i ricordi , la memoria dell’infanzia che si fonde con la cronaca, la sua storia personale che si intreccia a quella universale. Il tutto in un mondo da fiaba, fluttuante, apparentemente senza logica, dove gli sposi sorvolano i campanili, le figure si sdoppiano, gli animali parlano, i violinisti suonano sui tetti, i profeti biblici stanno accanto a capre azzurre. Anche l’Olocausto, che la sua emotività non gli permise di dipingere in tutto il suo inenarrabile orrore, sotto il suo pennello si trasforma in fantasiosa allegoria: in un ebreo barbuto e malinconico con in mano la Torah (Solitudine, 1933) o in un Cristo crocifisso circondato dal caos (Crocifissione bianca, 1938). In Chagall il tempo non segue la linearità cronologica, ma quello dello spazio interiore, dove immagini lontane e vicine convivono nella stessa opera, senza gerarchie: il dolore con la bellezza, la perdita con la rinascita. Artista di inarrivabile poesia e delicatezza, dietro l’apparente semplicità delle sue opere si celano temi comuni a tutta l’umanità, speranze e contraddizioni, ma soprattutto la volontà di condurre lo spirito del Mondo verso una bellezza capace di trovare, anche negli orrori del tempo, angoli di pace e comprensione.
A condurci nel mondo delle sue colorate atmosfere incantate la splendida mostra-evento (già nei primi due giorni di apertura ha registrato oltre duemila visitatori…) allestita nelle sale di Palazzo dei Diamanti di Ferrara, che in un percorso espositivo particolarmente coinvolgente raccoglie oltre 200 opere e sale immersive di stupefacente bellezza.
Chagall testimone del suo tempo. La Mostra
Curato da Paul Schneiter e Francesca Villanti, il ricco percorso espositivo parte dagli esordi di Chagall nella natia Vitebsk, passa per l'esilio negli Stati Uniti durante la Seconda guerra mondiale e si conclude con le grandi composizioni della maturità. Diviso in dieci sezioni, fra opere di toccante bellezza e dense di significato come La sposa dai due volti (un dipinto che rappresenta la dualità dell'esistenza umana, fra i temi più cari all’artista), La nave dell'Esodo (un'opera che sovrappone due episodi: l'Esodo biblico dall'Egitto e la fuga degli ebrei europei dalle persecuzioni naziste) e La Pace ( una colomba bianca a cui Chagall affida il suo messaggio di speranza), davvero spettacolari le sale immersive che permettono al visitatore di ammirare due creazioni monumentali in una dimensione coinvolgente e grandiosa: il soffitto dell'Opéra di Parigi e le 12 vetrate per la sinagoga di Hadassah, esempio di come Chagall abbia saputo fondere arte e spiritualità.
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Il platino è il caso più evidente di riscoperta. Salvatore Gaziano (SoldiExpert Scf) nota che «dopo il boom dell’oro, molti investitori hanno riscoperto il platino, rimasto indietro nel rapporto storico di prezzo con il metallo giallo». La tesi poggia sulla doppia anima: bene prezioso per l’oreficeria (con domanda asiatica solida) e input industriale «insostituibile» per vetro e automotive. L’offerta, però, resta sotto pressione per i problemi estrattivi in Sudafrica: la scarsità fisica sostiene le quotazioni, con l’Etc WisdomTree Physical Platinum a +28,4% da inizio anno.
Se il platino è una scommessa sul valore, il rame è una scommessa sull’infrastruttura della civiltà digitale. Lo strategist di SoldiExpert Scf sintetizza: «L’Ia non è fatta solo di software, ma di chilometri di cavi e infrastrutture elettriche». E la scala è impressionante: «Un singolo data center richiede fino a 9.000 tonnellate di rame, e la rete elettrica per collegarlo ne richiede tre volte tanto». In Europa, poche storie offrono esposizione diretta: fra queste brilla Aurubis. «La sua forza sta nel riciclo»: dai rifiuti elettronici estrae rame per reti e mobilità verde, ma anche oro e argento; l’aumento dei prezzi dei metalli gonfia il valore delle scorte in bilancio e sostiene il titolo. Il termometro del settore è il consolidamento: la possibile fusione Rio Tinto-Glencore (260 miliardi di dollari) segnala che la «scala» è diventata requisito strategico per presidiare l’offerta globale. Sul lato investimenti, Gaziano ricorda che si può puntare sulle singole eccellenze o su panieri diversificati, tenendo conto della volatilità ciclica del comparto.
Stefano Gianti (Swissquote) sottolinea che «la maniera più semplice è probabilmente quella di acquistare un Etc», che replica l’andamento del metallo (al netto di costi contenuti).
Ma Gabriel Debach (eToro) invita a leggere il rame come un mercato logisticamente «inceppato»: a gennaio 2026 «il Lme è ancora prevalentemente in backwardation (una condizione di mercato in cui il prezzo attuale di una materia prima è superiore ai prezzi dei contratti futures con scadenza successiva, ndr)», mentre il Comex è in contango (il prezzo dei futures è superiore all’attuale, ndr) dopo l’accumulo di scorte Usa legato ai timori di dazi. Per questo, oltre alla direzione del ciclo, contano struttura a termine e flussi fisici. Quando il rame corre, l’alluminio entra nel gioco come sostituto: Goldman Sachs indica la coppia Long rame e Short alluminio fino a dicembre 2027. In parallelo, il platino torna centrale come catalizzatore per fuel cell e filiera dell’idrogeno. Palladio e litio sono osservati: la Cina punta a raddoppiare la capacità di ricarica Ev entro il 2027 a 180 Gw, mentre il litio oscilla tra domanda in crescita e ritorno dell’offerta».
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(IStock)
Don Chichì ha un’idea. «Tornare alle origini, a Cristo e ai suoi Apostoli che portavano alle genti sofferenti la parola consolatrice di Dio! Passare casa per casa, bussare a tutte le porte, interessarsi di tutti i problemi dei fedeli, intervenire attivamente dove è possibile. Trasformare il prete-burocrate in amico». Naturalmente l’idea di don Chichì, che poi è quella della Chiesa del post Concilio, fu un fiasco.
E rischia di esserlo ancora di più ora che la Cei - come si legge nel documento finale del suo consiglio permanente (quasi fosse la Cgil) - «ha demandato alla Presidenza la costituzione di gruppi di lavoro per lo studio di linee orientative e indicazioni per la riconfigurazione territoriale delle comunità parrocchiali e l’affido della partecipazione alla cura pastorale di una comunità a un diacono o un’altra persona non insignita del carattere sacerdotale o a una comunità di persone, e anche per lo studio degli aspetti teologici, antropologici e pastorali relativi all’accoglienza di persone omoaffettive e transgender».
Proviamo a tradurre il burocratese della Conferenza episcopale: nel documento si chiede che ogni comunità parrocchiale abbia un fedele, sia esso diacono o laico, che si possa occupare dell’inclusione di persone omosessuali o trans. Bene. Anzi, male: perché la Chiesa oggi pare interessata a tutto fuorché a far arrivare il maggior numero di anime possibili al Padreterno. Per cui parla di tutto - del clima, dei trans, della disoccupazione e del fatto che non esistono più le mezze stagioni - ma mai (o quasi) della fede. Eppure quello dovrebbe essere il cuore di tutto.
Giovanni Maria Vianney, il curato d’Ars, faceva una cosa molto semplice. Si alzava la mattina e si chiudeva nel confessionale, dove rimaneva per ore e ore. I fedeli accorrevano da ogni dove per dirgli i peccati che avevano commesso, certamente, ma pure le loro difficoltà. E lui ascoltava tutti e li assolveva nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Promettevano di non peccare più, ma poi ci ricadevano lo stesso. E allora indietro dal curato d’Ars, che non si muoveva mai da quell’inginocchiatoio di legno. Era, lui, un prete-prete. Non il prete amico di don Chichì, prototipo di tanti preti-amici che oggi sono vescovi e cardinali. Che hanno perso il centro e che a furia di cercare chi era lontano hanno perso chi si trovava più vicino. Basta entrare in una chiesa per rendersene conto. Non c’è più nessuno che prega. A volte qualche vecchina, come una sentinella solitaria, che sgrana il rosario. A volte qualcuno che chiede un miracolo per sé o per qualche caro.
La primavera del Concilio, come ha detto Paolo VI, si è rivelata un gelido inverno. Che ha ghiacciato le anime. E ora, per provare a portare qualcuno in chiesa, si punta ad aprirsi ulteriormente, a colpi di psicologia e sociologia. Ma ciò che serve davvero è qualcuno che parli fede. Qualcuno che parli meno di questo mondo e più dell’altro. C’è bisogno del Cristo dell’altare maggiore, che indica la via, e di preti come don Camillo, che abbiano mani come badili per rimetterti in carreggiata. E che siano in grado di scaldare il nostro vecchio cuore di marziani, come direbbe Giovannino Guareschi.
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(Ansa)
La riforma consta di otto articoli, sull’ultimo dei quali - «Disposizioni transitorie» - tornerò alla fine. Gli altri sette modificano gli articoli 87, 102, 104-107 e 110 della Costituzione. Sembrerebbe la modifica di sette articoli e infatti le lamentele del Comitato per il No esordiscono proprio così: «Questa legge modifica sette articoli della Costituzione». Il che, pur apparentemente vero, è sostanzialmente sonoramente falso e fuorviante. Il Comitato per il No esordisce manipolandovi col trasmettere il messaggio angoscioso che la riforma governativa stravolgerebbe la Costituzione. Una comunicazione levantina che da sola basterebbe a togliere ogni fiducia a chi invita a votare No.
La verità sostanziale è che si modificano solo due articoli, mentre gli altri sono solo adeguati per coerenza. Per esempio, visto che nei due veri articoli modificati si istituiscono due magistrature governate, ciascuna, dal proprio Consiglio superiore, l’articolo 87 - che attualmente recita: «Il presidente della Repubblica presiede il Csm» - diventa: «Il presidente della Repubblica presiede il Csm giudicante e il Csm requirente». Simili considerazioni valgono per gli articoli 102, 105, 106 e 110. Gli articoli veramente modificati sono il 104 e il 105. La riforma disciplina tre cose.
L’esordio dell’articolo 104 - «La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere» - diventa: «La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere ed è composta dai magistrati della carriera giudicante e della carriera requirente». È finalmente introdotta la separazione delle carriere: così come l’avvocato che vi difende non è collega del giudice che deve emettere sentenza, anche la pubblica accusa non lo sarà più. Ove l’articolo vecchio continua assegnando la presidenza dell’unico Csm al capo dello Stato, quello nuovo si adegua, istituisce due Csm e mantiene il capo dello Stato a presiederli entrambi. Ecco attuato il principio del giusto processo, in ottemperanza all’articolo 111 della Costituzione.
Secondo il vecchio articolo, gli altri componenti (attualmente 24) sono «eletti» per 2/3 dai magistrati e per 1/3 da una lista che il Parlamento compone tra professionisti di lungo corso del diritto. Nell’articolo modificato dalla riforma, la parola «eletti» è sostituita con le parole «estratti a sorte».
L’articolo 105 attuale recita: «Spettano al Csm le assunzioni, le assegnazioni e i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati». Il nuovo articolo 105 è molto più lungo, col primo comma quasi coincidente con l’intero articolo vecchio: «Spettano a ciascuno dei due Csm le assunzioni, le assegnazioni, i trasferimenti, le valutazioni di professionalità e i conferimenti di funzioni nei riguardi dei magistrati». Come si nota, le parole «le promozioni» sono sostituite con le parole «le valutazioni di professionalità e i conferimenti di funzioni»; e sono state soppresse le parole «provvedimenti disciplinari» del vecchio articolo. Cosa significa? Significa, intanto, che ove la vecchia legge parla solo di «promozioni», la nuova parla di «valutazioni di professionalità». Ora, non voglio qui rivangare la brillante carriera dei giudici che hanno distrutto la vita di Enzo Tortora, solo perché non voglio dare l’impressione che quella del caso Tortora sia l’eccezione che conferma una regola: temo che sia invece la regola. Ancora: a leggere l’attuale articolo 105, suona quanto mai bizzarro che eventuali provvedimenti disciplinari nei confronti di un magistrato siano affidati a coloro che quel medesimo magistrato ha eletto. E, infatti, come osservavo a mo’ di esempio, quelli coinvolti nel caso Tortora, lungi dal subire provvedimenti disciplinari, fecero invece brillante carriera. Nel resto del nuovo art. 105, la riforma istituisce allora un’Alta Corte disciplinare, composta da 15 giudici professionalmente qualificati: «Tre dei quali nominati dal presidente della Repubblica» e gli altri 12 sono, di nuovo, tutti estratti a sorte: sei sono della magistratura giudicante, tre della magistratura inquirente e tre da un elenco di professionisti di lungo corso del diritto nominati dal Parlamento. I membri dell’Alta Corte non possono essere membri di nessun Parlamento (regionale, nazionale o europeo) né possono esercitare professione di avvocato. Infine, chi è soggetto a provvedimenti dell’Alta Corte può impugnarli solo dinanzi alla medesima Corte e, in questo caso, essa giudica in assenza dei componenti che hanno concorso alla decisione impugnata.
La prima lamentela del Comitato per il No è che la riforma assoggetterebbe il Csm al governo e/o al Parlamento. Ora, ditemi voi, come possa mai accadere che, passando da un meccanismo elettivo a una estrazione a sorte, chicchessia possa meglio influenzare sull’esito finale. Anzi, l’estrazione a sorte tra i titolati a far parte dei due Csm o dell’Alta Corte è l’unica cosa che garantisce che la scelta dei componenti sia avvenuta senza alcuna influenza esterna. Allora, chi vi dice che la riforma introduce, rispetto alla vecchia legge, maggiore controllo del potere politico, vi sta manipolando, vi sta mentendo, e vi sta togliendo il potere di scegliere. Né è vero che gli scelti per votazione sono i più «bravi»: sono solo quelli che hanno avuto più voti.
Le «Disposizioni transitorie», poi, prevedono che le leggi sul Csm, sull’ordinamento giudiziario e sulla giurisdizione disciplinare siano adeguate entro un anno alla nuova norma costituzionale. Allora, non solo con la nuova legge l’ingerenza della politica sulla magistratura è ridotta, ma codesta presunta ingerenza non è di alcun beneficio all’attuale esecutivo, che sarà a scadenza a ridosso dell’entrata in vigore della riforma.
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