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2023-12-07
La Meloni liquida la Via della seta. E in Italia arrivano i polacchi con l'ok degli Usa
Xi Jinping e Sergio Mattarella (Ansa)
La promessa fatta prima di diventare presidente del Consiglio è stata mantenuta: Giorgia Meloni ha portato l’Italia fuori dalla Via della seta. Nei giorni scorsi la Farnesina ha inviato all’ambasciata cinese in Italia una lettera nella quale si comunica che il memorandum della Belt and road Initiative - firmata il 23 marzo 2019, unico Stato del G7, dal governo gialloblù di Giuseppe Conte e lasciata in sospeso da Mario Draghi - non verrà rinnovato a scadenza. L’accordo in realtà scade il 22 marzo 2024 ma si sarebbe rinnovato automaticamente alla fine di quest’anno a meno che una delle due parti non avesse comunicato un passo indietro. E così ha fatto l’Italia.
L’uscita formale dal programma Bri sarebbe avvenuta già all’inizio della settimana senza alcuna pubblicità, come d’intesa tra le parti, ha rivelato il Corriere della Sera. La mossa è stata preceduta da una missione in Cina del segretario generale della Farnesina, Riccardo Guariglia, e a seguire dalla visita del ministro degli Esteri, Antonio Tajani: incontri in cui è stata confermata l’intenzione di coltivare il partenariato strategico tra i due Paesi e in cui sono stati avviati i passi preparatori per la visita a Pechino del capo dello Stato Sergio Mattarella l’anno prossimo.
«L’Osservatorio economico della Farnesina parla chiaro: nei primi 9 mesi del 2023 l’export italiano in Cina ha registrato una crescita tendenziale del 25,1%, attestandosi quasi a 15 miliardi. Tajani li ha letti i dati dei suoi uffici? Meloni si è accorta che anche Biden ha ricevuto Xi Jinping negli Usa? Che Macron e Sánchez sono andati in Cina in visita?», ha commentato all’agenzia Adnkronos il leader del M5s, Conte. L’export è aumentato, ma prendendo come riferimento anche tutti gli altri Paesi a livello globale la rilevanza della Cina come mercato per le merci italiane si è ridotta. Senza dimenticare la spinta di altri fenomeni ciclici e strutturali dell’economia globale. Quell’intesa siglata più di quattro anni fa per collegare la Cina con l’Asia, l’Europa e il resto del mondo con ingenti spese infrastrutturali prometteva accordi sino a 20 miliardi, fra diretti e indotto. Certo, in mezzo c’è stata la pandemia, ma di benefici per l’Italia, alla fine, ce ne sono stati pochi. Forse più per i cinesi, considerando per esempio le mani del Dragone sui porti.
Eppure all’epoca della firma avevano brindato anche papa Francesco e il presidente della Repubblica. Il 13 marzo del 2019 il via libera all’accordo con la Cina era arrivato proprio da una colazione al Quirinale. L’allora premier Conte, i due vicepremier Matteo Salvini e Luigi Di Maio con diversi ministri, pur arrivati con posizioni non coincidenti (Salvini era il più scettico sull’abbraccio con Pechino), avevano sdoganato il dossier Via della seta nei saloni del Colle sotto l’attenta regia di Mattarella. Quella stessa sera era arrivato l’ennesimo warning del dipartimento di Stato Usa: l’Italia valuti «rigorosamente» i rischi di fornitori soggetti a governi stranieri prima di prendere qualsiasi decisione su infrastrutture critiche come la rete 5G. Ma il 23 marzo, a Villa Madama, alla presenza dell’allora premier Conte e del presidente cinese Xi Jinping, era stato firmato il memorandum: sette pagine e sei paragrafi per definire la cornice entro cui avviare i progetti di cooperazione e investimenti in vari campi. Il 13 giugno 2021, il nuovo premier Mario Draghi, al termine di un G7 dominato dal tema delle autocrazie e del confronto con Pechino, si era limitato a dire che avrebbe esaminato «con attenzione» il documento firmato dal suo predecessore. Il 22 novembre di quello stesso anno, da leader di Fdi, Giorgia Meloni lo aveva sollecitato a rimettere in discussione quegli accordi: «Draghi ha ben chiarito sin dal suo intervento sulla fiducia che la nostra politica estera doveva essere europeista e atlantista, però servono atti conseguenti, anche su quegli accordi, e una politica condivisa per contrastare la propaganda cinese in Italia» aveva detto.
E ora, da premier, ci ha pensato lei. Perché non serve un memorandum per fare business. Per questo basta l’Organizzazione mondiale del commercio. Adesso la situazione cambia ma non sarà semplice da gestire. Il governo vuole sostituire la Via della seta con una via «dei Mercanti» ma i partner di lunga durata devono essere dell’Alleanza atlantica. E quindi revisione di tutte le partnership con i cinesi nei settori della mobilità, delle Tlc e delle reti in generale. Certo, resterà lo shipping, ma su banchine gestite da altri.
Dopo l’uscita dell’Italia, restano nella Via della seta una decina di Paesi dell’Est europea più Grecia e Portogallo. Oggi il presidente della Commissione Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio Ue, Charles Michel, arriveranno proprio a Pechino dove si apre il primo vertice in presenza dal 2019. Sul tavolo, il fronte geopolitico tra Taiwan e guerre in Ucraina e Medio Oriente. Ma soprattutto il tema economico, dopo l’indagine anti sovvenzioni nei veicoli elettrici cinesi avviata dalla Von der Leyen.
Polonia e Usa puntano a nuovi corridoi e sbarcano a Taranto ambita dalla Cina
A tre giorni di distanza dall’addio italiano alla Via della seta e in contemporanea alla diffusione della notizia, nel porto di Taranto sbarca un maxi consorzio di Varsavia. Un gruppo di aziende della logistica capitanate da un’impresa che ha sede in Polonia ma che parla decisamente americano. Il cui presidente si chiama
Ronald Farkas, da tempo a Varsavia con un passato nell’Aeronautica Usa. Grande esperto di logistica e collaboratore del dipartimento di Stato americano. Un biglietto da visita che lascia pochi dubbi su come si stia muovendo la cavalleria Usa nei confronti della Polonia e del Mediterraneo in vista della fine del conflitto in Ucraina. Un nuovo mondo, una nuova logistica e nuovi commerci. Tant’è che la notizia del blitz su Taranto arriva direttamente da Varsavia.
A margine del Cybersecurity forum 2023, alla presenza dell’ambasciatore italiano in Polonia,
Luca Franchetti Pardo, del direttore dell’Ice Paolo Lemma, del presidente di Confindustria Polonia, Nicola Pettenò, e di vari gruppi industriali e associazioni è stato annunciato uno strategico investimento da parte di un gruppo di aziende polacche nell’area retroportuale di Taranto, che ha trovato proprio nel porto la possibilità di sviluppare nuove linee commerciali sul Mediterraneo. Oggetto dell’investimento è la cosiddetta zona Eco/Park che ricade nel perimetro Zes ionica.
Nel complesso i polacchi investiranno all’incirca 60 milioni di euro per portare avanti lo sviluppo del sistema portuale, logistico e infrastrutturale legati all’intermodalità, allo stoccaggio e assemblaggio di materiali con i relativi servizi. L’annuncio è stato fatto da
Jacek Bieniak, partner dello studio legale Act bsww legal & tax. Raggiunto telefonicamente dalla Verità, l’avvocato ha spiegato che il consorzio «guarda al Sud dell’Italia, ma anche al sistema di scali tricolore. Da un lato abbiamo visto crescere i nostri scali per un decennio, dall’altro la guerra in Ucraina ha interrotto un mondo e quindi puntiamo a investire su Taranto con uno sguardo al di fuori della Polonia e della stessa Italia». Il riferimento è all’estensione del progetto stesso. Da Taranto, il consorzio impegnato su tre settori (assemblaggio prodotti chimici, laminati e agroalimentare) punta direttamente all’Africa. «Guardiamo ad Algeria, Egitto, ma anche ai Paesi subsahariani», prosegue Bieniak, «perché l’area retrostante il porto è in esenzione fiscale e quindi consente importanti operazioni di trasformazione che collegano direttamente Taranto con l’Est Europa».
Tradotto, il gruppo polacco mira a fare un po’ di sinergia con i porti tedeschi, ma soprattutto a fornire Slovacchia, Repubblica Ceca e i Paesi baltici. Senza contare l’enorme business in arrivo che si chiama ricostruzione ucraina. Il consorzio che punta su Taranto comprende Laude smart, specializzata nell’intermodalità, Tarnow industrial cluster, noto nell’Est Europa per l’immobiliare e, come accennato sopra, la Poland Us operations capitanata da
Farkas. La PlUs ops nasce nel 2015 per sostenere il riarmo della Polonia e diventa subito un partner della Nspa. Alias, Nato support and procurement agency. Il fatto che sbarchi a Taranto impone, dunque, un secondo livello di lettura. Lo scalo pugliese fino a poco tempo fa nel costante e aggressivo mirino della Cina, tramite il sostegno politico della Regione guidata da Michele Emiliano, ospita uno dei poli marittimi Nato più importanti del Mediterraneo. La cornice politica dentro la quale si muovevano le aziende cinesi da ieri è stata sciolta. Non esiste più la Via della seta. Sarà sostituta da una generica Via dei mercanti. Il che adesso riporta Taranto ancor più al centro dell’asse atlantico che va da Nord a Sud fino a coprire il fianco mediterraneo contiguo con il Maghreb. Il mondo adesso è fatto da tecnologie duali. L’investimento in Puglia - ma questa è solo una nostra proiezione - potrebbe coprire entrambe i versanti della tecnologia: civile e militare. Nel frattempo basta prendere la cartina e tracciare alcune linee. Le merci che scendono dai cargo a Taranto e si imbarcano in treno risalgono la dorsale adriatica e via Germania o Austria arrivano in Polonia. È chiaro che il messaggio geopolitico sottostante è riservato all’Italia e alla Cina. Ma anche alla Germania. La Polonia adesso è la nuova frontiera dell’Europa. Lì arrivano gli investimenti in dollari che possono transitare dai porti di Stettino e Danzica se le capienze degli scali lo permettono. Altrimenti arrivare a Taranto e risalire il Vecchio continente. Una linea veloce che può anche bypassare la Germania. Inutile dire, infatti, che Amburgo (con la partnership cinese) e Trieste saranno meno importanti.
Vediamo che altri investimenti arriveranno in Italia dalla Polonia e se, quindi, in questo caso una rondine fa primavera.
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Promessa mantenuta: non è stata rinnovata l’intesa con la Cina firmata, unico Stato del G7, nel marzo 2019. In contemporanea nel porto di Taranto sbarca un maxi consorzio di Varsavia con investimenti anti Pechino per 60 milioni. E con la benedizione americana.Ora il governo pensa a un nuovo corridoio dei «mercanti». La guerra a Kiev cambia gli equilibri e marginalizza Berlino.Lo speciale contiene due articoli.La promessa fatta prima di diventare presidente del Consiglio è stata mantenuta: Giorgia Meloni ha portato l’Italia fuori dalla Via della seta. Nei giorni scorsi la Farnesina ha inviato all’ambasciata cinese in Italia una lettera nella quale si comunica che il memorandum della Belt and road Initiative - firmata il 23 marzo 2019, unico Stato del G7, dal governo gialloblù di Giuseppe Conte e lasciata in sospeso da Mario Draghi - non verrà rinnovato a scadenza. L’accordo in realtà scade il 22 marzo 2024 ma si sarebbe rinnovato automaticamente alla fine di quest’anno a meno che una delle due parti non avesse comunicato un passo indietro. E così ha fatto l’Italia. L’uscita formale dal programma Bri sarebbe avvenuta già all’inizio della settimana senza alcuna pubblicità, come d’intesa tra le parti, ha rivelato il Corriere della Sera. La mossa è stata preceduta da una missione in Cina del segretario generale della Farnesina, Riccardo Guariglia, e a seguire dalla visita del ministro degli Esteri, Antonio Tajani: incontri in cui è stata confermata l’intenzione di coltivare il partenariato strategico tra i due Paesi e in cui sono stati avviati i passi preparatori per la visita a Pechino del capo dello Stato Sergio Mattarella l’anno prossimo. «L’Osservatorio economico della Farnesina parla chiaro: nei primi 9 mesi del 2023 l’export italiano in Cina ha registrato una crescita tendenziale del 25,1%, attestandosi quasi a 15 miliardi. Tajani li ha letti i dati dei suoi uffici? Meloni si è accorta che anche Biden ha ricevuto Xi Jinping negli Usa? Che Macron e Sánchez sono andati in Cina in visita?», ha commentato all’agenzia Adnkronos il leader del M5s, Conte. L’export è aumentato, ma prendendo come riferimento anche tutti gli altri Paesi a livello globale la rilevanza della Cina come mercato per le merci italiane si è ridotta. Senza dimenticare la spinta di altri fenomeni ciclici e strutturali dell’economia globale. Quell’intesa siglata più di quattro anni fa per collegare la Cina con l’Asia, l’Europa e il resto del mondo con ingenti spese infrastrutturali prometteva accordi sino a 20 miliardi, fra diretti e indotto. Certo, in mezzo c’è stata la pandemia, ma di benefici per l’Italia, alla fine, ce ne sono stati pochi. Forse più per i cinesi, considerando per esempio le mani del Dragone sui porti. Eppure all’epoca della firma avevano brindato anche papa Francesco e il presidente della Repubblica. Il 13 marzo del 2019 il via libera all’accordo con la Cina era arrivato proprio da una colazione al Quirinale. L’allora premier Conte, i due vicepremier Matteo Salvini e Luigi Di Maio con diversi ministri, pur arrivati con posizioni non coincidenti (Salvini era il più scettico sull’abbraccio con Pechino), avevano sdoganato il dossier Via della seta nei saloni del Colle sotto l’attenta regia di Mattarella. Quella stessa sera era arrivato l’ennesimo warning del dipartimento di Stato Usa: l’Italia valuti «rigorosamente» i rischi di fornitori soggetti a governi stranieri prima di prendere qualsiasi decisione su infrastrutture critiche come la rete 5G. Ma il 23 marzo, a Villa Madama, alla presenza dell’allora premier Conte e del presidente cinese Xi Jinping, era stato firmato il memorandum: sette pagine e sei paragrafi per definire la cornice entro cui avviare i progetti di cooperazione e investimenti in vari campi. Il 13 giugno 2021, il nuovo premier Mario Draghi, al termine di un G7 dominato dal tema delle autocrazie e del confronto con Pechino, si era limitato a dire che avrebbe esaminato «con attenzione» il documento firmato dal suo predecessore. Il 22 novembre di quello stesso anno, da leader di Fdi, Giorgia Meloni lo aveva sollecitato a rimettere in discussione quegli accordi: «Draghi ha ben chiarito sin dal suo intervento sulla fiducia che la nostra politica estera doveva essere europeista e atlantista, però servono atti conseguenti, anche su quegli accordi, e una politica condivisa per contrastare la propaganda cinese in Italia» aveva detto.E ora, da premier, ci ha pensato lei. Perché non serve un memorandum per fare business. Per questo basta l’Organizzazione mondiale del commercio. Adesso la situazione cambia ma non sarà semplice da gestire. Il governo vuole sostituire la Via della seta con una via «dei Mercanti» ma i partner di lunga durata devono essere dell’Alleanza atlantica. E quindi revisione di tutte le partnership con i cinesi nei settori della mobilità, delle Tlc e delle reti in generale. Certo, resterà lo shipping, ma su banchine gestite da altri. Dopo l’uscita dell’Italia, restano nella Via della seta una decina di Paesi dell’Est europea più Grecia e Portogallo. Oggi il presidente della Commissione Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio Ue, Charles Michel, arriveranno proprio a Pechino dove si apre il primo vertice in presenza dal 2019. Sul tavolo, il fronte geopolitico tra Taiwan e guerre in Ucraina e Medio Oriente. Ma soprattutto il tema economico, dopo l’indagine anti sovvenzioni nei veicoli elettrici cinesi avviata dalla Von der Leyen.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/meloni-liquida-via-della-seta-2666467521.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="polonia-e-usa-puntano-a-nuovi-corridoi-e-sbarcano-a-taranto-ambita-dalla-cina" data-post-id="2666467521" data-published-at="1701922347" data-use-pagination="False"> Polonia e Usa puntano a nuovi corridoi e sbarcano a Taranto ambita dalla Cina A tre giorni di distanza dall’addio italiano alla Via della seta e in contemporanea alla diffusione della notizia, nel porto di Taranto sbarca un maxi consorzio di Varsavia. Un gruppo di aziende della logistica capitanate da un’impresa che ha sede in Polonia ma che parla decisamente americano. Il cui presidente si chiama Ronald Farkas, da tempo a Varsavia con un passato nell’Aeronautica Usa. Grande esperto di logistica e collaboratore del dipartimento di Stato americano. Un biglietto da visita che lascia pochi dubbi su come si stia muovendo la cavalleria Usa nei confronti della Polonia e del Mediterraneo in vista della fine del conflitto in Ucraina. Un nuovo mondo, una nuova logistica e nuovi commerci. Tant’è che la notizia del blitz su Taranto arriva direttamente da Varsavia. A margine del Cybersecurity forum 2023, alla presenza dell’ambasciatore italiano in Polonia, Luca Franchetti Pardo, del direttore dell’Ice Paolo Lemma, del presidente di Confindustria Polonia, Nicola Pettenò, e di vari gruppi industriali e associazioni è stato annunciato uno strategico investimento da parte di un gruppo di aziende polacche nell’area retroportuale di Taranto, che ha trovato proprio nel porto la possibilità di sviluppare nuove linee commerciali sul Mediterraneo. Oggetto dell’investimento è la cosiddetta zona Eco/Park che ricade nel perimetro Zes ionica. Nel complesso i polacchi investiranno all’incirca 60 milioni di euro per portare avanti lo sviluppo del sistema portuale, logistico e infrastrutturale legati all’intermodalità, allo stoccaggio e assemblaggio di materiali con i relativi servizi. L’annuncio è stato fatto da Jacek Bieniak, partner dello studio legale Act bsww legal & tax. Raggiunto telefonicamente dalla Verità, l’avvocato ha spiegato che il consorzio «guarda al Sud dell’Italia, ma anche al sistema di scali tricolore. Da un lato abbiamo visto crescere i nostri scali per un decennio, dall’altro la guerra in Ucraina ha interrotto un mondo e quindi puntiamo a investire su Taranto con uno sguardo al di fuori della Polonia e della stessa Italia». Il riferimento è all’estensione del progetto stesso. Da Taranto, il consorzio impegnato su tre settori (assemblaggio prodotti chimici, laminati e agroalimentare) punta direttamente all’Africa. «Guardiamo ad Algeria, Egitto, ma anche ai Paesi subsahariani», prosegue Bieniak, «perché l’area retrostante il porto è in esenzione fiscale e quindi consente importanti operazioni di trasformazione che collegano direttamente Taranto con l’Est Europa». Tradotto, il gruppo polacco mira a fare un po’ di sinergia con i porti tedeschi, ma soprattutto a fornire Slovacchia, Repubblica Ceca e i Paesi baltici. Senza contare l’enorme business in arrivo che si chiama ricostruzione ucraina. Il consorzio che punta su Taranto comprende Laude smart, specializzata nell’intermodalità, Tarnow industrial cluster, noto nell’Est Europa per l’immobiliare e, come accennato sopra, la Poland Us operations capitanata da Farkas. La PlUs ops nasce nel 2015 per sostenere il riarmo della Polonia e diventa subito un partner della Nspa. Alias, Nato support and procurement agency. Il fatto che sbarchi a Taranto impone, dunque, un secondo livello di lettura. Lo scalo pugliese fino a poco tempo fa nel costante e aggressivo mirino della Cina, tramite il sostegno politico della Regione guidata da Michele Emiliano, ospita uno dei poli marittimi Nato più importanti del Mediterraneo. La cornice politica dentro la quale si muovevano le aziende cinesi da ieri è stata sciolta. Non esiste più la Via della seta. Sarà sostituta da una generica Via dei mercanti. Il che adesso riporta Taranto ancor più al centro dell’asse atlantico che va da Nord a Sud fino a coprire il fianco mediterraneo contiguo con il Maghreb. Il mondo adesso è fatto da tecnologie duali. L’investimento in Puglia - ma questa è solo una nostra proiezione - potrebbe coprire entrambe i versanti della tecnologia: civile e militare. Nel frattempo basta prendere la cartina e tracciare alcune linee. Le merci che scendono dai cargo a Taranto e si imbarcano in treno risalgono la dorsale adriatica e via Germania o Austria arrivano in Polonia. È chiaro che il messaggio geopolitico sottostante è riservato all’Italia e alla Cina. Ma anche alla Germania. La Polonia adesso è la nuova frontiera dell’Europa. Lì arrivano gli investimenti in dollari che possono transitare dai porti di Stettino e Danzica se le capienze degli scali lo permettono. Altrimenti arrivare a Taranto e risalire il Vecchio continente. Una linea veloce che può anche bypassare la Germania. Inutile dire, infatti, che Amburgo (con la partnership cinese) e Trieste saranno meno importanti. Vediamo che altri investimenti arriveranno in Italia dalla Polonia e se, quindi, in questo caso una rondine fa primavera.
Donald Trump (Ansa)
Poco dopo, durante una cena con la polizia americana alla Casa Bianca, il presidente ha abbandonato i toni diplomatici. «Le nostre forze armate sono fantastiche, stiamo facendo il c... a tutti», ha dichiarato, rivendicando apertamente le operazioni contro l’Iran, mentre il Pentagono continua formalmente a sostenere la validità del cessate il fuoco.
Mentre il Pentagono confermava che la guerra in Iran è già costata 29 miliardi, Trump ha poi rilanciato la pressione sul programma nucleare iraniano. Intervistato dal conduttore radiofonico conservatore Sid Rosenberg, il presidente americano ha sostenuto che solo Stati Uniti e Cina sarebbero in grado di recuperare il materiale nucleare iraniano, definito da lui «polvere nucleare», a condizione che Teheran accetti di consegnarlo. «Al 100 per 100 si fermeranno», ha detto riferendosi all’arricchimento dell’uranio. «Non possiamo permettere loro di avere un’arma nucleare perché la userebbero».
Sul fronte iraniano, però, le posizioni restano contrastanti. Il presidente Masoud Pezeshkian continua a sostenere che esiste ancora spazio per il dialogo con Washington e che la Repubblica islamica può negoziare «da una posizione di dignità». Allo stesso tempo però, gli esponenti della linea dura minacciano un’escalation nucleare. Ebrahim Rezaei, portavoce della commissione parlamentare per la sicurezza nazionale, ha dichiarato che Teheran potrebbe arricchire l’uranio fino al 90% in caso di nuovi attacchi. Il presidente del Parlamento, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha invece ribadito che Washington deve riconoscere «i diritti del popolo iraniano» contenuti nella risposta di Teheran.
Nel frattempo gli Usa stanno rafforzando la presenza militare nella regione. Il Comando centrale americano ha confermato che il 9 maggio un bombardiere strategico B-1B Lancer ha effettuato una missione operativa verso il Medio Oriente. Il generale Dan Caine, capo di Stato maggiore congiunto Usa, ha cercato di rassicurare il Congresso sostenendo che Washington dispone ancora di munizioni sufficienti nonostante un conflitto che sarebbe già costato circa 29 miliardi di dollari. Funzionari americani hanno però ammesso che gli Stati Uniti hanno dovuto trasferire rapidamente bombe e missili dai comandi in Asia ed Europa verso il Medio Oriente, riducendo la prontezza militare nei confronti di Russia e Cina. Anche Israele continua a rafforzare il dispositivo difensivo regionale. L’ambasciatore americano Mike Huckabee ha dichiarato che Tel Aviv ha trasferito negli Emirati una batteria Iron Dome. Secondo indiscrezioni del Wall Street Journal, gli Emirati avrebbero inoltre partecipato segretamente ad attacchi contro l’Iran, compresa un’operazione aerea contro una raffineria sull’isola iraniana di Lavan. Abu Dhabi non ha confermato le notizie.
Il centro dello scontro resta lo Stretto di Hormuz. Il segretario alla Difesa americano, Pete Hegseth, ha dichiarato al Senato che gli Stati Uniti mantengono il controllo dello Stretto, sostenendo che «nulla vi entra senza il nostro permesso». Il vice comandante della Marina dei pasdaran ha risposto annunciando che l’Iran ha ampliato il controllo strategico dell’area fino alle coste di Jask e Siri, assicurando che ogni movimento viene monitorato. Nelle stesse ore la petroliera qatariota Mihzem ha attraversato lo Stretto dopo essere rimasta bloccata in attesa dell’autorizzazione iraniana. Più delicato il caso della petroliera greca Agios Phanourios. Prima i media iraniani avevano sostenuto che la nave fosse stata respinta dalla Marina americana dopo aver attraversato Hormuz con greggio iracheno. Il Centcom ha confermato di aver bloccato una petroliera per violazione del blocco verso i porti iraniani, precisando che il carico non era petrolio iraniano e che altre navi sono già state intercettate.
In serata il Pakistan ha smentito le accuse di aver ospitato aerei militari iraniani nei propri aeroporti durante i negoziati tra Teheran e Washington, definendo «fuorviante e sensazionalistico» il report della Cbs. Le polemiche sono esplose dopo le dichiarazioni del senatore Lindsey Graham, che ha messo in dubbio l’affidabilità di Islamabad come mediatore: «Non mi fido più del Pakistan. Se davvero ci sono aerei iraniani parcheggiati nelle basi pakistane, questo mi dice che dovremmo cercare qualcun altro come mediatore. Non c’è da stupirsi se questa dannata situazione non va da nessuna parte». Secondo il governo pakistano, gli aerei arrivati nel Paese servivano soltanto al trasporto di diplomatici e personale coinvolto nei colloqui. Infine, la crescente militarizzazione del Golfo coinvolge ormai anche l’Europa. L’Alto rappresentante Ue, Kaja Kallas, ha dichiarato che la missione navale europea Aspides potrebbe diventare il contributo europeo alla sicurezza marittima nella regione, chiedendo più navi e maggiore coordinamento tra gli Stati membri.
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