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2023-12-07
La Meloni liquida la Via della seta. E in Italia arrivano i polacchi con l'ok degli Usa
Xi Jinping e Sergio Mattarella (Ansa)
La promessa fatta prima di diventare presidente del Consiglio è stata mantenuta: Giorgia Meloni ha portato l’Italia fuori dalla Via della seta. Nei giorni scorsi la Farnesina ha inviato all’ambasciata cinese in Italia una lettera nella quale si comunica che il memorandum della Belt and road Initiative - firmata il 23 marzo 2019, unico Stato del G7, dal governo gialloblù di Giuseppe Conte e lasciata in sospeso da Mario Draghi - non verrà rinnovato a scadenza. L’accordo in realtà scade il 22 marzo 2024 ma si sarebbe rinnovato automaticamente alla fine di quest’anno a meno che una delle due parti non avesse comunicato un passo indietro. E così ha fatto l’Italia.
L’uscita formale dal programma Bri sarebbe avvenuta già all’inizio della settimana senza alcuna pubblicità, come d’intesa tra le parti, ha rivelato il Corriere della Sera. La mossa è stata preceduta da una missione in Cina del segretario generale della Farnesina, Riccardo Guariglia, e a seguire dalla visita del ministro degli Esteri, Antonio Tajani: incontri in cui è stata confermata l’intenzione di coltivare il partenariato strategico tra i due Paesi e in cui sono stati avviati i passi preparatori per la visita a Pechino del capo dello Stato Sergio Mattarella l’anno prossimo.
«L’Osservatorio economico della Farnesina parla chiaro: nei primi 9 mesi del 2023 l’export italiano in Cina ha registrato una crescita tendenziale del 25,1%, attestandosi quasi a 15 miliardi. Tajani li ha letti i dati dei suoi uffici? Meloni si è accorta che anche Biden ha ricevuto Xi Jinping negli Usa? Che Macron e Sánchez sono andati in Cina in visita?», ha commentato all’agenzia Adnkronos il leader del M5s, Conte. L’export è aumentato, ma prendendo come riferimento anche tutti gli altri Paesi a livello globale la rilevanza della Cina come mercato per le merci italiane si è ridotta. Senza dimenticare la spinta di altri fenomeni ciclici e strutturali dell’economia globale. Quell’intesa siglata più di quattro anni fa per collegare la Cina con l’Asia, l’Europa e il resto del mondo con ingenti spese infrastrutturali prometteva accordi sino a 20 miliardi, fra diretti e indotto. Certo, in mezzo c’è stata la pandemia, ma di benefici per l’Italia, alla fine, ce ne sono stati pochi. Forse più per i cinesi, considerando per esempio le mani del Dragone sui porti.
Eppure all’epoca della firma avevano brindato anche papa Francesco e il presidente della Repubblica. Il 13 marzo del 2019 il via libera all’accordo con la Cina era arrivato proprio da una colazione al Quirinale. L’allora premier Conte, i due vicepremier Matteo Salvini e Luigi Di Maio con diversi ministri, pur arrivati con posizioni non coincidenti (Salvini era il più scettico sull’abbraccio con Pechino), avevano sdoganato il dossier Via della seta nei saloni del Colle sotto l’attenta regia di Mattarella. Quella stessa sera era arrivato l’ennesimo warning del dipartimento di Stato Usa: l’Italia valuti «rigorosamente» i rischi di fornitori soggetti a governi stranieri prima di prendere qualsiasi decisione su infrastrutture critiche come la rete 5G. Ma il 23 marzo, a Villa Madama, alla presenza dell’allora premier Conte e del presidente cinese Xi Jinping, era stato firmato il memorandum: sette pagine e sei paragrafi per definire la cornice entro cui avviare i progetti di cooperazione e investimenti in vari campi. Il 13 giugno 2021, il nuovo premier Mario Draghi, al termine di un G7 dominato dal tema delle autocrazie e del confronto con Pechino, si era limitato a dire che avrebbe esaminato «con attenzione» il documento firmato dal suo predecessore. Il 22 novembre di quello stesso anno, da leader di Fdi, Giorgia Meloni lo aveva sollecitato a rimettere in discussione quegli accordi: «Draghi ha ben chiarito sin dal suo intervento sulla fiducia che la nostra politica estera doveva essere europeista e atlantista, però servono atti conseguenti, anche su quegli accordi, e una politica condivisa per contrastare la propaganda cinese in Italia» aveva detto.
E ora, da premier, ci ha pensato lei. Perché non serve un memorandum per fare business. Per questo basta l’Organizzazione mondiale del commercio. Adesso la situazione cambia ma non sarà semplice da gestire. Il governo vuole sostituire la Via della seta con una via «dei Mercanti» ma i partner di lunga durata devono essere dell’Alleanza atlantica. E quindi revisione di tutte le partnership con i cinesi nei settori della mobilità, delle Tlc e delle reti in generale. Certo, resterà lo shipping, ma su banchine gestite da altri.
Dopo l’uscita dell’Italia, restano nella Via della seta una decina di Paesi dell’Est europea più Grecia e Portogallo. Oggi il presidente della Commissione Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio Ue, Charles Michel, arriveranno proprio a Pechino dove si apre il primo vertice in presenza dal 2019. Sul tavolo, il fronte geopolitico tra Taiwan e guerre in Ucraina e Medio Oriente. Ma soprattutto il tema economico, dopo l’indagine anti sovvenzioni nei veicoli elettrici cinesi avviata dalla Von der Leyen.
Polonia e Usa puntano a nuovi corridoi e sbarcano a Taranto ambita dalla Cina
A tre giorni di distanza dall’addio italiano alla Via della seta e in contemporanea alla diffusione della notizia, nel porto di Taranto sbarca un maxi consorzio di Varsavia. Un gruppo di aziende della logistica capitanate da un’impresa che ha sede in Polonia ma che parla decisamente americano. Il cui presidente si chiama
Ronald Farkas, da tempo a Varsavia con un passato nell’Aeronautica Usa. Grande esperto di logistica e collaboratore del dipartimento di Stato americano. Un biglietto da visita che lascia pochi dubbi su come si stia muovendo la cavalleria Usa nei confronti della Polonia e del Mediterraneo in vista della fine del conflitto in Ucraina. Un nuovo mondo, una nuova logistica e nuovi commerci. Tant’è che la notizia del blitz su Taranto arriva direttamente da Varsavia.
A margine del Cybersecurity forum 2023, alla presenza dell’ambasciatore italiano in Polonia,
Luca Franchetti Pardo, del direttore dell’Ice Paolo Lemma, del presidente di Confindustria Polonia, Nicola Pettenò, e di vari gruppi industriali e associazioni è stato annunciato uno strategico investimento da parte di un gruppo di aziende polacche nell’area retroportuale di Taranto, che ha trovato proprio nel porto la possibilità di sviluppare nuove linee commerciali sul Mediterraneo. Oggetto dell’investimento è la cosiddetta zona Eco/Park che ricade nel perimetro Zes ionica.
Nel complesso i polacchi investiranno all’incirca 60 milioni di euro per portare avanti lo sviluppo del sistema portuale, logistico e infrastrutturale legati all’intermodalità, allo stoccaggio e assemblaggio di materiali con i relativi servizi. L’annuncio è stato fatto da
Jacek Bieniak, partner dello studio legale Act bsww legal & tax. Raggiunto telefonicamente dalla Verità, l’avvocato ha spiegato che il consorzio «guarda al Sud dell’Italia, ma anche al sistema di scali tricolore. Da un lato abbiamo visto crescere i nostri scali per un decennio, dall’altro la guerra in Ucraina ha interrotto un mondo e quindi puntiamo a investire su Taranto con uno sguardo al di fuori della Polonia e della stessa Italia». Il riferimento è all’estensione del progetto stesso. Da Taranto, il consorzio impegnato su tre settori (assemblaggio prodotti chimici, laminati e agroalimentare) punta direttamente all’Africa. «Guardiamo ad Algeria, Egitto, ma anche ai Paesi subsahariani», prosegue Bieniak, «perché l’area retrostante il porto è in esenzione fiscale e quindi consente importanti operazioni di trasformazione che collegano direttamente Taranto con l’Est Europa».
Tradotto, il gruppo polacco mira a fare un po’ di sinergia con i porti tedeschi, ma soprattutto a fornire Slovacchia, Repubblica Ceca e i Paesi baltici. Senza contare l’enorme business in arrivo che si chiama ricostruzione ucraina. Il consorzio che punta su Taranto comprende Laude smart, specializzata nell’intermodalità, Tarnow industrial cluster, noto nell’Est Europa per l’immobiliare e, come accennato sopra, la Poland Us operations capitanata da
Farkas. La PlUs ops nasce nel 2015 per sostenere il riarmo della Polonia e diventa subito un partner della Nspa. Alias, Nato support and procurement agency. Il fatto che sbarchi a Taranto impone, dunque, un secondo livello di lettura. Lo scalo pugliese fino a poco tempo fa nel costante e aggressivo mirino della Cina, tramite il sostegno politico della Regione guidata da Michele Emiliano, ospita uno dei poli marittimi Nato più importanti del Mediterraneo. La cornice politica dentro la quale si muovevano le aziende cinesi da ieri è stata sciolta. Non esiste più la Via della seta. Sarà sostituta da una generica Via dei mercanti. Il che adesso riporta Taranto ancor più al centro dell’asse atlantico che va da Nord a Sud fino a coprire il fianco mediterraneo contiguo con il Maghreb. Il mondo adesso è fatto da tecnologie duali. L’investimento in Puglia - ma questa è solo una nostra proiezione - potrebbe coprire entrambe i versanti della tecnologia: civile e militare. Nel frattempo basta prendere la cartina e tracciare alcune linee. Le merci che scendono dai cargo a Taranto e si imbarcano in treno risalgono la dorsale adriatica e via Germania o Austria arrivano in Polonia. È chiaro che il messaggio geopolitico sottostante è riservato all’Italia e alla Cina. Ma anche alla Germania. La Polonia adesso è la nuova frontiera dell’Europa. Lì arrivano gli investimenti in dollari che possono transitare dai porti di Stettino e Danzica se le capienze degli scali lo permettono. Altrimenti arrivare a Taranto e risalire il Vecchio continente. Una linea veloce che può anche bypassare la Germania. Inutile dire, infatti, che Amburgo (con la partnership cinese) e Trieste saranno meno importanti.
Vediamo che altri investimenti arriveranno in Italia dalla Polonia e se, quindi, in questo caso una rondine fa primavera.
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Promessa mantenuta: non è stata rinnovata l’intesa con la Cina firmata, unico Stato del G7, nel marzo 2019. In contemporanea nel porto di Taranto sbarca un maxi consorzio di Varsavia con investimenti anti Pechino per 60 milioni. E con la benedizione americana.Ora il governo pensa a un nuovo corridoio dei «mercanti». La guerra a Kiev cambia gli equilibri e marginalizza Berlino.Lo speciale contiene due articoli.La promessa fatta prima di diventare presidente del Consiglio è stata mantenuta: Giorgia Meloni ha portato l’Italia fuori dalla Via della seta. Nei giorni scorsi la Farnesina ha inviato all’ambasciata cinese in Italia una lettera nella quale si comunica che il memorandum della Belt and road Initiative - firmata il 23 marzo 2019, unico Stato del G7, dal governo gialloblù di Giuseppe Conte e lasciata in sospeso da Mario Draghi - non verrà rinnovato a scadenza. L’accordo in realtà scade il 22 marzo 2024 ma si sarebbe rinnovato automaticamente alla fine di quest’anno a meno che una delle due parti non avesse comunicato un passo indietro. E così ha fatto l’Italia. L’uscita formale dal programma Bri sarebbe avvenuta già all’inizio della settimana senza alcuna pubblicità, come d’intesa tra le parti, ha rivelato il Corriere della Sera. La mossa è stata preceduta da una missione in Cina del segretario generale della Farnesina, Riccardo Guariglia, e a seguire dalla visita del ministro degli Esteri, Antonio Tajani: incontri in cui è stata confermata l’intenzione di coltivare il partenariato strategico tra i due Paesi e in cui sono stati avviati i passi preparatori per la visita a Pechino del capo dello Stato Sergio Mattarella l’anno prossimo. «L’Osservatorio economico della Farnesina parla chiaro: nei primi 9 mesi del 2023 l’export italiano in Cina ha registrato una crescita tendenziale del 25,1%, attestandosi quasi a 15 miliardi. Tajani li ha letti i dati dei suoi uffici? Meloni si è accorta che anche Biden ha ricevuto Xi Jinping negli Usa? Che Macron e Sánchez sono andati in Cina in visita?», ha commentato all’agenzia Adnkronos il leader del M5s, Conte. L’export è aumentato, ma prendendo come riferimento anche tutti gli altri Paesi a livello globale la rilevanza della Cina come mercato per le merci italiane si è ridotta. Senza dimenticare la spinta di altri fenomeni ciclici e strutturali dell’economia globale. Quell’intesa siglata più di quattro anni fa per collegare la Cina con l’Asia, l’Europa e il resto del mondo con ingenti spese infrastrutturali prometteva accordi sino a 20 miliardi, fra diretti e indotto. Certo, in mezzo c’è stata la pandemia, ma di benefici per l’Italia, alla fine, ce ne sono stati pochi. Forse più per i cinesi, considerando per esempio le mani del Dragone sui porti. Eppure all’epoca della firma avevano brindato anche papa Francesco e il presidente della Repubblica. Il 13 marzo del 2019 il via libera all’accordo con la Cina era arrivato proprio da una colazione al Quirinale. L’allora premier Conte, i due vicepremier Matteo Salvini e Luigi Di Maio con diversi ministri, pur arrivati con posizioni non coincidenti (Salvini era il più scettico sull’abbraccio con Pechino), avevano sdoganato il dossier Via della seta nei saloni del Colle sotto l’attenta regia di Mattarella. Quella stessa sera era arrivato l’ennesimo warning del dipartimento di Stato Usa: l’Italia valuti «rigorosamente» i rischi di fornitori soggetti a governi stranieri prima di prendere qualsiasi decisione su infrastrutture critiche come la rete 5G. Ma il 23 marzo, a Villa Madama, alla presenza dell’allora premier Conte e del presidente cinese Xi Jinping, era stato firmato il memorandum: sette pagine e sei paragrafi per definire la cornice entro cui avviare i progetti di cooperazione e investimenti in vari campi. Il 13 giugno 2021, il nuovo premier Mario Draghi, al termine di un G7 dominato dal tema delle autocrazie e del confronto con Pechino, si era limitato a dire che avrebbe esaminato «con attenzione» il documento firmato dal suo predecessore. Il 22 novembre di quello stesso anno, da leader di Fdi, Giorgia Meloni lo aveva sollecitato a rimettere in discussione quegli accordi: «Draghi ha ben chiarito sin dal suo intervento sulla fiducia che la nostra politica estera doveva essere europeista e atlantista, però servono atti conseguenti, anche su quegli accordi, e una politica condivisa per contrastare la propaganda cinese in Italia» aveva detto.E ora, da premier, ci ha pensato lei. Perché non serve un memorandum per fare business. Per questo basta l’Organizzazione mondiale del commercio. Adesso la situazione cambia ma non sarà semplice da gestire. Il governo vuole sostituire la Via della seta con una via «dei Mercanti» ma i partner di lunga durata devono essere dell’Alleanza atlantica. E quindi revisione di tutte le partnership con i cinesi nei settori della mobilità, delle Tlc e delle reti in generale. Certo, resterà lo shipping, ma su banchine gestite da altri. Dopo l’uscita dell’Italia, restano nella Via della seta una decina di Paesi dell’Est europea più Grecia e Portogallo. Oggi il presidente della Commissione Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio Ue, Charles Michel, arriveranno proprio a Pechino dove si apre il primo vertice in presenza dal 2019. Sul tavolo, il fronte geopolitico tra Taiwan e guerre in Ucraina e Medio Oriente. Ma soprattutto il tema economico, dopo l’indagine anti sovvenzioni nei veicoli elettrici cinesi avviata dalla Von der Leyen.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/meloni-liquida-via-della-seta-2666467521.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="polonia-e-usa-puntano-a-nuovi-corridoi-e-sbarcano-a-taranto-ambita-dalla-cina" data-post-id="2666467521" data-published-at="1701922347" data-use-pagination="False"> Polonia e Usa puntano a nuovi corridoi e sbarcano a Taranto ambita dalla Cina A tre giorni di distanza dall’addio italiano alla Via della seta e in contemporanea alla diffusione della notizia, nel porto di Taranto sbarca un maxi consorzio di Varsavia. Un gruppo di aziende della logistica capitanate da un’impresa che ha sede in Polonia ma che parla decisamente americano. Il cui presidente si chiama Ronald Farkas, da tempo a Varsavia con un passato nell’Aeronautica Usa. Grande esperto di logistica e collaboratore del dipartimento di Stato americano. Un biglietto da visita che lascia pochi dubbi su come si stia muovendo la cavalleria Usa nei confronti della Polonia e del Mediterraneo in vista della fine del conflitto in Ucraina. Un nuovo mondo, una nuova logistica e nuovi commerci. Tant’è che la notizia del blitz su Taranto arriva direttamente da Varsavia. A margine del Cybersecurity forum 2023, alla presenza dell’ambasciatore italiano in Polonia, Luca Franchetti Pardo, del direttore dell’Ice Paolo Lemma, del presidente di Confindustria Polonia, Nicola Pettenò, e di vari gruppi industriali e associazioni è stato annunciato uno strategico investimento da parte di un gruppo di aziende polacche nell’area retroportuale di Taranto, che ha trovato proprio nel porto la possibilità di sviluppare nuove linee commerciali sul Mediterraneo. Oggetto dell’investimento è la cosiddetta zona Eco/Park che ricade nel perimetro Zes ionica. Nel complesso i polacchi investiranno all’incirca 60 milioni di euro per portare avanti lo sviluppo del sistema portuale, logistico e infrastrutturale legati all’intermodalità, allo stoccaggio e assemblaggio di materiali con i relativi servizi. L’annuncio è stato fatto da Jacek Bieniak, partner dello studio legale Act bsww legal & tax. Raggiunto telefonicamente dalla Verità, l’avvocato ha spiegato che il consorzio «guarda al Sud dell’Italia, ma anche al sistema di scali tricolore. Da un lato abbiamo visto crescere i nostri scali per un decennio, dall’altro la guerra in Ucraina ha interrotto un mondo e quindi puntiamo a investire su Taranto con uno sguardo al di fuori della Polonia e della stessa Italia». Il riferimento è all’estensione del progetto stesso. Da Taranto, il consorzio impegnato su tre settori (assemblaggio prodotti chimici, laminati e agroalimentare) punta direttamente all’Africa. «Guardiamo ad Algeria, Egitto, ma anche ai Paesi subsahariani», prosegue Bieniak, «perché l’area retrostante il porto è in esenzione fiscale e quindi consente importanti operazioni di trasformazione che collegano direttamente Taranto con l’Est Europa». Tradotto, il gruppo polacco mira a fare un po’ di sinergia con i porti tedeschi, ma soprattutto a fornire Slovacchia, Repubblica Ceca e i Paesi baltici. Senza contare l’enorme business in arrivo che si chiama ricostruzione ucraina. Il consorzio che punta su Taranto comprende Laude smart, specializzata nell’intermodalità, Tarnow industrial cluster, noto nell’Est Europa per l’immobiliare e, come accennato sopra, la Poland Us operations capitanata da Farkas. La PlUs ops nasce nel 2015 per sostenere il riarmo della Polonia e diventa subito un partner della Nspa. Alias, Nato support and procurement agency. Il fatto che sbarchi a Taranto impone, dunque, un secondo livello di lettura. Lo scalo pugliese fino a poco tempo fa nel costante e aggressivo mirino della Cina, tramite il sostegno politico della Regione guidata da Michele Emiliano, ospita uno dei poli marittimi Nato più importanti del Mediterraneo. La cornice politica dentro la quale si muovevano le aziende cinesi da ieri è stata sciolta. Non esiste più la Via della seta. Sarà sostituta da una generica Via dei mercanti. Il che adesso riporta Taranto ancor più al centro dell’asse atlantico che va da Nord a Sud fino a coprire il fianco mediterraneo contiguo con il Maghreb. Il mondo adesso è fatto da tecnologie duali. L’investimento in Puglia - ma questa è solo una nostra proiezione - potrebbe coprire entrambe i versanti della tecnologia: civile e militare. Nel frattempo basta prendere la cartina e tracciare alcune linee. Le merci che scendono dai cargo a Taranto e si imbarcano in treno risalgono la dorsale adriatica e via Germania o Austria arrivano in Polonia. È chiaro che il messaggio geopolitico sottostante è riservato all’Italia e alla Cina. Ma anche alla Germania. La Polonia adesso è la nuova frontiera dell’Europa. Lì arrivano gli investimenti in dollari che possono transitare dai porti di Stettino e Danzica se le capienze degli scali lo permettono. Altrimenti arrivare a Taranto e risalire il Vecchio continente. Una linea veloce che può anche bypassare la Germania. Inutile dire, infatti, che Amburgo (con la partnership cinese) e Trieste saranno meno importanti. Vediamo che altri investimenti arriveranno in Italia dalla Polonia e se, quindi, in questo caso una rondine fa primavera.
(IStock)
È quanto stabilisce l’ordinanza (n. 33227/2025) emessa dalla sezione quinta della Cassazione civile tributaria depositata in cancelleria il 19 dicembre, come riportato da Italia Oggi.
Il problema è che per il Fisco, finché c’è una proprietà «formale», chi detiene il terreno deve comunque pagare l’Imu. È vero che il Comune ha il bene in mano ma il proprietario è ancora giuridicamente il possessore fino all’esproprio. Quindi deve pagare, non c’è scampo, anche alla luce del fatto che subisce un danno. Il Comune diventa contemporaneamente occupante ed esattore. Questo è il paradosso considerato però normale dalla giurisdizione.
L’obbligo del versamento dell’Imu finisce solo quando subentra l’ablazione del bene, ovvero c’è il trasferimento della proprietà tramite il decreto di esproprio, perché solo in quel momento cessa la soggettività passiva del proprietario.
Il punto di partenza dell’ordinanza è la richiesta da parte del Comune di Salerno a un contribuente di una imposta Imu relativa al 2012 su alcune aree edificabili occupate d’urgenza dall’amministrazione per la realizzazione di opere di interesse pubblico. La Suprema Corte ha quindi chiarito che l’occupazione temporanea d’urgenza di un terreno da parte della pubblica amministrazione non priva il proprietario del possesso del bene sino a quando non intervenga l’ablazione del fondo. Questo vuol dire, precisa la Cassazione, che il proprietario resta soggetto passivo dell’imposta ancorché l’immobile sia detenuto dall’occupante e che la realizzazione di un’opera pubblica su un fondo soggetto di legittima occupazione costituisce un mero fatto che non è in grado di assurgere a titolo dell’acquisto ed è, come tale, inidonea, da sé sola, a determinare il trasferimento della proprietà del fondo in favore della pubblica amministrazione. Questa resta mera detentrice del fondo occupato e trasformato, fermo tuttavia il possesso del proprietario.
Cioè il Comune occupa un terreno, ci fa ciò che vuole e il proprietario non solo deve sottostare a questa decisione, ma anche continuare a pagare l’Imu come se potesse disporre liberamente ancora del proprio bene.
Già nel 2016 la Cassazione si era occupata dei provvedimenti ablatori, cioè degli espropri. Aveva chiarito che l’occupazione temporanea di urgenza, così come la requisizione, non privano il proprietario del possesso del bene, fino a quando non intervenga l’ablazione del bene stesso. Il proprietario così rimane soggetto passivo dell’imposta, cioè deve continuare a pagare l’Imu, anche se l’immobile è detenuto dall’occupante.
Tutto questo discorso però non vale se il Comune ha preso il terreno e magari lo ha recintato e ci sta costruendo sopra e impedisce al proprietario di entrarci. Quindi in questo caso non c’è più il possesso e se la trasformazione del bene è palese, l’Imu non è più dovuta. Nell’ordinanza si fa riferimento al tema della «conservazione del possesso o della detenzione solo animo» che in diritto significa possedere una cosa anche se non viene toccata ogni secondo, non ci si è fisicamente dentro ma si sa che ci si può andare quando si vuole, come può essere la casa al mare. Se questa possibilità è preclusa perché il Comune ha iniziato i lavori, ha transennato l’area impedendo fisicamente l’accesso al proprietario, e l’opera pubblica viene realizzata per cui c’è una trasformazione irreversibile del bene (se ad esempio viene colata una gettata di cemento), allora il legame tra il proprietario e il bene decade. Di conseguenza non essendoci il possesso, non c’è l’obbligo di pagare l’Imu anche se l’esproprio formale non è ancora stato completato. In questo modo l’ordinanza protegge il contribuente contro le pretese di alcuni Comuni che vorrebbero i soldi dell’Imu fino all’ultimo timbro dell’esproprio.
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(IStock)
Questo punto va chiarito. Infatti, la direttiva richiede che vi sia una legge nazionale che sancisce questo divieto di nuovi incentivi alle caldaie a gas, e secondo la Commissione l’Italia non ha promulgato tale legge. In pratica, nel nostro Paese gli incentivi sono stati effettivamente già eliminati dalla legge di bilancio 2025, che ha stralciato le caldaie dagli elementi soggetti alle detrazioni fiscali come ecobonus o bonus ristrutturazione. Ma secondo Bruxelles l’Italia non ha «pienamente attuato né spiegato in modo esauriente» la trasposizione formale di quell’obbligo previsto dalla direttiva, consentendo ad esempio gli incentivi del Conto termico 2.0 per la Pubblica amministrazione. In altre parole, Bruxelles dice che i testi legislativi italiani non hanno chiarito e disciplinato in modo completo l’eliminazione graduale degli incentivi per i generatori autonomi a combustibili fossili (tra cui le caldaie a gas), secondo i criteri e la scadenza previsti dalla Epbd. Questioni di lana caprina, insomma.
La seconda scadenza saltata, invece, ben più importante, è quella del 31 dicembre 2025, data entro cui doveva essere inviata a Bruxelles la bozza del Piano nazionale di ristrutturazione degli edifici (Nbrp - National building renovation plans). La bozza dovrebbe poi essere seguita dalla versione finale entro il 31 dicembre 2026. L’Italia non ha inviato il Piano né è chiaro quando questo verrà inviato. Anche altri grandi Paesi come Francia e Germania temporeggiano.
Nel luglio scorso, la legge di delegazione europea approvata dal Consiglio dei ministri non ha incluso la direttiva Epbd tra i testi da recepire, e a novembre il Parlamento ha respinto alcuni emendamenti che avrebbero inserito il recepimento nel disegno di legge.
Questa legge è il veicolo parlamentare solitamente utilizzato per delegare il governo a recepire le direttive. Lo stralcio esplicito della direttiva «Case green» significa che per il suo recepimento sarà necessario un disegno di legge ad hoc, cosa che può prolungare i tempi anche di molto. Ma del resto la ragione è piuttosto chiara. La direttiva tocca argomenti delicatissimi come la proprietà privata delle abitazioni, un tema molto sensibile nel nostro Paese.
Il recepimento della direttiva potrebbe essere anche frazionato in diverse norme parziali, a questo punto, con ulteriore allungamento dei tempi. Ma anche in Germania la direttiva viene recepita attraverso norme parziali e non con una legge ad hoc.
Può darsi che sia proprio questa la strategia del governo, cioè prendere tempo in attesa di capire come soffia il vento politico a Bruxelles, dove la maggioranza Ursula scricchiola, o annacquare le disposizioni.
Il recepimento della direttiva Epbd è affidato al ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, guidato da Gilberto Pichetto Fratin. La direttiva impone agli Stati una serie di obiettivi di miglioramento delle prestazioni energetiche scandite fino al 2050, con l’obbligo di intervenire prioritariamente sugli edifici oggi più inefficienti (quelli nelle classi energetiche più basse). Le stime sui costi di una ristrutturazione, secondo i criteri richiesti dalla direttiva, vanno dai 35.000 a 60.000 euro per unità immobiliare, con un impatto cumulato per i proprietari italiani di circa 267 miliardi di euro nei prossimi 20 anni.
A questo si aggiunge l’inasprimento di requisiti tecnici, con la revisione degli attestati di prestazione energetica, standard più severi per nuove costruzioni e ristrutturazioni rilevanti e l’introduzione progressiva degli edifici a emissioni zero. Una cornice che restringe ulteriormente la libertà progettuale e tecnologica, imponendo obblighi come l’integrazione del fotovoltaico anche in contesti in cui la fattibilità e la reale utilità sono come minimo discutibili.
Infine, la direttiva rafforza il monitoraggio dei consumi energetici e introduce nuova burocrazia come i cosiddetti «passaporti di ristrutturazione», presentati come supporto alla pianificazione. Nella sostanza, si tratta di un ulteriore livello di adempimenti, controllo e burocrazia che rischia di trasformare la gestione degli immobili in un inferno. Il solito groviglio made in Bruxelles dal quale c’è solo da sperare di restare immuni.
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La Commissione europea lancia la nuova Strategia antirazzista per il 2026: miliardi di euro per aumentare la sorveglianza digitale "contro l'odio", rieducare studenti e insegnanti, irreggimentare i media.
Papa Leone XIV. Nel riquadro, Kiko Argüello (Ansa)
Nato agli inizi degli anni Sessanta in Spagna, ad opera di due laici spagnoli, Kiko Argüello e Carmen Hernández con il sostegno dell’allora arcivescovo di Madrid, Casimiro Morcillo González, il Cammino si è diffuso in tutti i cinque Continenti ed è presente in più di 1.000 diocesi di 105 nazioni. Il carisma, la specificità, del Cammino neocatecumenale, è di non dare per scontata la fede; anzi di essere un percorso graduale di iniziazione alla fede e alla vita cristiana, che insegna ad incarnare la fede in ogni fatto e gesto della vita quotidiana, partendo proprio da eventi di dolore e sofferenza di fronte ai quali la ragione si perde e non ha parole di senso. Quando San Giovanni Paolo II lanciò il forte appello alla «nuova evangelizzazione», nel 1979, nello storico discorso tenuto a Nowa Huta, in Polonia, come risposta alla sfide del mondo sempre più secolarizzato, invitando a ripartire dall’annuncio pasquale della morte e Resurrezione di Gesù Cristo con un nuovo slancio missionario, il Cammino accolse l’appello e diede inizio a una stagione di missio ad gentes con presbiteri, laici e intere famiglie, itineranti in ogni angolo della Terra, dalla sperduta Siberia alla Terra del Fuoco. In particolare, le famiglie neocatecumenali hanno dato vita a una nuova, vera e propria implantatio ecllesiae, scegliendo di lasciare la propria città, per vivere in paesi stranieri, profondamente scristianizzati, come cellule vive di vita cristiana, nella certezza che «vedere la fede, invita alla fede».
Fu proprio papa Giovanni Paolo II a inviare in missione le prime famiglie, nel 1983, con il mandato che la Chiesa ha ricevuto dal suo stesso «fondatore»: «Andate e fate discepole tutte le genti, annunciando loro il Vangelo». A loro si è rivolto papa Leone, esprimendo il suo grazie: hanno lasciato «le sicurezze della vita ordinaria» e sono partite «con l’unico desiderio di annunciare il Vangelo ed essere testimoni dell’amore di Dio».
Negli stessi anni, cominciarono a nascere seminari per la «nuova evangelizzazione», a partire da Roma, sotto il titolo e la protezione della Redemptoris Mater. Ora se ne contano più di 100 in tutto il mondo. Un segno speciale della vitalità dell’esperienza neocatecumenale è proprio la presenza di numerose vocazioni alla vita sacerdotale, religiosa e consacrata, sia maschili che femminili, confermata anche dall’ultima chiamata vocazionale in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù di Tor Vergata: 130.000 giovani del Cammino, con 10.000 circa disposti a iniziare il percorso verso la definitiva consacrazione. In conclusione, papa Leone ha esortato a vivere in pienezza la comunione nella Chiesa: «La Chiesa vi accompagna, vi sostiene, vi è grata per ciò che fate, per il vostro impegno, per la vostra gioiosa testimonianza, per il servizio che svolgete nella Chiesa e nel mondo».
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