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2023-12-07
La Meloni liquida la Via della seta. E in Italia arrivano i polacchi con l'ok degli Usa
Xi Jinping e Sergio Mattarella (Ansa)
La promessa fatta prima di diventare presidente del Consiglio è stata mantenuta: Giorgia Meloni ha portato l’Italia fuori dalla Via della seta. Nei giorni scorsi la Farnesina ha inviato all’ambasciata cinese in Italia una lettera nella quale si comunica che il memorandum della Belt and road Initiative - firmata il 23 marzo 2019, unico Stato del G7, dal governo gialloblù di Giuseppe Conte e lasciata in sospeso da Mario Draghi - non verrà rinnovato a scadenza. L’accordo in realtà scade il 22 marzo 2024 ma si sarebbe rinnovato automaticamente alla fine di quest’anno a meno che una delle due parti non avesse comunicato un passo indietro. E così ha fatto l’Italia.
L’uscita formale dal programma Bri sarebbe avvenuta già all’inizio della settimana senza alcuna pubblicità, come d’intesa tra le parti, ha rivelato il Corriere della Sera. La mossa è stata preceduta da una missione in Cina del segretario generale della Farnesina, Riccardo Guariglia, e a seguire dalla visita del ministro degli Esteri, Antonio Tajani: incontri in cui è stata confermata l’intenzione di coltivare il partenariato strategico tra i due Paesi e in cui sono stati avviati i passi preparatori per la visita a Pechino del capo dello Stato Sergio Mattarella l’anno prossimo.
«L’Osservatorio economico della Farnesina parla chiaro: nei primi 9 mesi del 2023 l’export italiano in Cina ha registrato una crescita tendenziale del 25,1%, attestandosi quasi a 15 miliardi. Tajani li ha letti i dati dei suoi uffici? Meloni si è accorta che anche Biden ha ricevuto Xi Jinping negli Usa? Che Macron e Sánchez sono andati in Cina in visita?», ha commentato all’agenzia Adnkronos il leader del M5s, Conte. L’export è aumentato, ma prendendo come riferimento anche tutti gli altri Paesi a livello globale la rilevanza della Cina come mercato per le merci italiane si è ridotta. Senza dimenticare la spinta di altri fenomeni ciclici e strutturali dell’economia globale. Quell’intesa siglata più di quattro anni fa per collegare la Cina con l’Asia, l’Europa e il resto del mondo con ingenti spese infrastrutturali prometteva accordi sino a 20 miliardi, fra diretti e indotto. Certo, in mezzo c’è stata la pandemia, ma di benefici per l’Italia, alla fine, ce ne sono stati pochi. Forse più per i cinesi, considerando per esempio le mani del Dragone sui porti.
Eppure all’epoca della firma avevano brindato anche papa Francesco e il presidente della Repubblica. Il 13 marzo del 2019 il via libera all’accordo con la Cina era arrivato proprio da una colazione al Quirinale. L’allora premier Conte, i due vicepremier Matteo Salvini e Luigi Di Maio con diversi ministri, pur arrivati con posizioni non coincidenti (Salvini era il più scettico sull’abbraccio con Pechino), avevano sdoganato il dossier Via della seta nei saloni del Colle sotto l’attenta regia di Mattarella. Quella stessa sera era arrivato l’ennesimo warning del dipartimento di Stato Usa: l’Italia valuti «rigorosamente» i rischi di fornitori soggetti a governi stranieri prima di prendere qualsiasi decisione su infrastrutture critiche come la rete 5G. Ma il 23 marzo, a Villa Madama, alla presenza dell’allora premier Conte e del presidente cinese Xi Jinping, era stato firmato il memorandum: sette pagine e sei paragrafi per definire la cornice entro cui avviare i progetti di cooperazione e investimenti in vari campi. Il 13 giugno 2021, il nuovo premier Mario Draghi, al termine di un G7 dominato dal tema delle autocrazie e del confronto con Pechino, si era limitato a dire che avrebbe esaminato «con attenzione» il documento firmato dal suo predecessore. Il 22 novembre di quello stesso anno, da leader di Fdi, Giorgia Meloni lo aveva sollecitato a rimettere in discussione quegli accordi: «Draghi ha ben chiarito sin dal suo intervento sulla fiducia che la nostra politica estera doveva essere europeista e atlantista, però servono atti conseguenti, anche su quegli accordi, e una politica condivisa per contrastare la propaganda cinese in Italia» aveva detto.
E ora, da premier, ci ha pensato lei. Perché non serve un memorandum per fare business. Per questo basta l’Organizzazione mondiale del commercio. Adesso la situazione cambia ma non sarà semplice da gestire. Il governo vuole sostituire la Via della seta con una via «dei Mercanti» ma i partner di lunga durata devono essere dell’Alleanza atlantica. E quindi revisione di tutte le partnership con i cinesi nei settori della mobilità, delle Tlc e delle reti in generale. Certo, resterà lo shipping, ma su banchine gestite da altri.
Dopo l’uscita dell’Italia, restano nella Via della seta una decina di Paesi dell’Est europea più Grecia e Portogallo. Oggi il presidente della Commissione Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio Ue, Charles Michel, arriveranno proprio a Pechino dove si apre il primo vertice in presenza dal 2019. Sul tavolo, il fronte geopolitico tra Taiwan e guerre in Ucraina e Medio Oriente. Ma soprattutto il tema economico, dopo l’indagine anti sovvenzioni nei veicoli elettrici cinesi avviata dalla Von der Leyen.
Polonia e Usa puntano a nuovi corridoi e sbarcano a Taranto ambita dalla Cina
A tre giorni di distanza dall’addio italiano alla Via della seta e in contemporanea alla diffusione della notizia, nel porto di Taranto sbarca un maxi consorzio di Varsavia. Un gruppo di aziende della logistica capitanate da un’impresa che ha sede in Polonia ma che parla decisamente americano. Il cui presidente si chiama
Ronald Farkas, da tempo a Varsavia con un passato nell’Aeronautica Usa. Grande esperto di logistica e collaboratore del dipartimento di Stato americano. Un biglietto da visita che lascia pochi dubbi su come si stia muovendo la cavalleria Usa nei confronti della Polonia e del Mediterraneo in vista della fine del conflitto in Ucraina. Un nuovo mondo, una nuova logistica e nuovi commerci. Tant’è che la notizia del blitz su Taranto arriva direttamente da Varsavia.
A margine del Cybersecurity forum 2023, alla presenza dell’ambasciatore italiano in Polonia,
Luca Franchetti Pardo, del direttore dell’Ice Paolo Lemma, del presidente di Confindustria Polonia, Nicola Pettenò, e di vari gruppi industriali e associazioni è stato annunciato uno strategico investimento da parte di un gruppo di aziende polacche nell’area retroportuale di Taranto, che ha trovato proprio nel porto la possibilità di sviluppare nuove linee commerciali sul Mediterraneo. Oggetto dell’investimento è la cosiddetta zona Eco/Park che ricade nel perimetro Zes ionica.
Nel complesso i polacchi investiranno all’incirca 60 milioni di euro per portare avanti lo sviluppo del sistema portuale, logistico e infrastrutturale legati all’intermodalità, allo stoccaggio e assemblaggio di materiali con i relativi servizi. L’annuncio è stato fatto da
Jacek Bieniak, partner dello studio legale Act bsww legal & tax. Raggiunto telefonicamente dalla Verità, l’avvocato ha spiegato che il consorzio «guarda al Sud dell’Italia, ma anche al sistema di scali tricolore. Da un lato abbiamo visto crescere i nostri scali per un decennio, dall’altro la guerra in Ucraina ha interrotto un mondo e quindi puntiamo a investire su Taranto con uno sguardo al di fuori della Polonia e della stessa Italia». Il riferimento è all’estensione del progetto stesso. Da Taranto, il consorzio impegnato su tre settori (assemblaggio prodotti chimici, laminati e agroalimentare) punta direttamente all’Africa. «Guardiamo ad Algeria, Egitto, ma anche ai Paesi subsahariani», prosegue Bieniak, «perché l’area retrostante il porto è in esenzione fiscale e quindi consente importanti operazioni di trasformazione che collegano direttamente Taranto con l’Est Europa».
Tradotto, il gruppo polacco mira a fare un po’ di sinergia con i porti tedeschi, ma soprattutto a fornire Slovacchia, Repubblica Ceca e i Paesi baltici. Senza contare l’enorme business in arrivo che si chiama ricostruzione ucraina. Il consorzio che punta su Taranto comprende Laude smart, specializzata nell’intermodalità, Tarnow industrial cluster, noto nell’Est Europa per l’immobiliare e, come accennato sopra, la Poland Us operations capitanata da
Farkas. La PlUs ops nasce nel 2015 per sostenere il riarmo della Polonia e diventa subito un partner della Nspa. Alias, Nato support and procurement agency. Il fatto che sbarchi a Taranto impone, dunque, un secondo livello di lettura. Lo scalo pugliese fino a poco tempo fa nel costante e aggressivo mirino della Cina, tramite il sostegno politico della Regione guidata da Michele Emiliano, ospita uno dei poli marittimi Nato più importanti del Mediterraneo. La cornice politica dentro la quale si muovevano le aziende cinesi da ieri è stata sciolta. Non esiste più la Via della seta. Sarà sostituta da una generica Via dei mercanti. Il che adesso riporta Taranto ancor più al centro dell’asse atlantico che va da Nord a Sud fino a coprire il fianco mediterraneo contiguo con il Maghreb. Il mondo adesso è fatto da tecnologie duali. L’investimento in Puglia - ma questa è solo una nostra proiezione - potrebbe coprire entrambe i versanti della tecnologia: civile e militare. Nel frattempo basta prendere la cartina e tracciare alcune linee. Le merci che scendono dai cargo a Taranto e si imbarcano in treno risalgono la dorsale adriatica e via Germania o Austria arrivano in Polonia. È chiaro che il messaggio geopolitico sottostante è riservato all’Italia e alla Cina. Ma anche alla Germania. La Polonia adesso è la nuova frontiera dell’Europa. Lì arrivano gli investimenti in dollari che possono transitare dai porti di Stettino e Danzica se le capienze degli scali lo permettono. Altrimenti arrivare a Taranto e risalire il Vecchio continente. Una linea veloce che può anche bypassare la Germania. Inutile dire, infatti, che Amburgo (con la partnership cinese) e Trieste saranno meno importanti.
Vediamo che altri investimenti arriveranno in Italia dalla Polonia e se, quindi, in questo caso una rondine fa primavera.
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Promessa mantenuta: non è stata rinnovata l’intesa con la Cina firmata, unico Stato del G7, nel marzo 2019. In contemporanea nel porto di Taranto sbarca un maxi consorzio di Varsavia con investimenti anti Pechino per 60 milioni. E con la benedizione americana.Ora il governo pensa a un nuovo corridoio dei «mercanti». La guerra a Kiev cambia gli equilibri e marginalizza Berlino.Lo speciale contiene due articoli.La promessa fatta prima di diventare presidente del Consiglio è stata mantenuta: Giorgia Meloni ha portato l’Italia fuori dalla Via della seta. Nei giorni scorsi la Farnesina ha inviato all’ambasciata cinese in Italia una lettera nella quale si comunica che il memorandum della Belt and road Initiative - firmata il 23 marzo 2019, unico Stato del G7, dal governo gialloblù di Giuseppe Conte e lasciata in sospeso da Mario Draghi - non verrà rinnovato a scadenza. L’accordo in realtà scade il 22 marzo 2024 ma si sarebbe rinnovato automaticamente alla fine di quest’anno a meno che una delle due parti non avesse comunicato un passo indietro. E così ha fatto l’Italia. L’uscita formale dal programma Bri sarebbe avvenuta già all’inizio della settimana senza alcuna pubblicità, come d’intesa tra le parti, ha rivelato il Corriere della Sera. La mossa è stata preceduta da una missione in Cina del segretario generale della Farnesina, Riccardo Guariglia, e a seguire dalla visita del ministro degli Esteri, Antonio Tajani: incontri in cui è stata confermata l’intenzione di coltivare il partenariato strategico tra i due Paesi e in cui sono stati avviati i passi preparatori per la visita a Pechino del capo dello Stato Sergio Mattarella l’anno prossimo. «L’Osservatorio economico della Farnesina parla chiaro: nei primi 9 mesi del 2023 l’export italiano in Cina ha registrato una crescita tendenziale del 25,1%, attestandosi quasi a 15 miliardi. Tajani li ha letti i dati dei suoi uffici? Meloni si è accorta che anche Biden ha ricevuto Xi Jinping negli Usa? Che Macron e Sánchez sono andati in Cina in visita?», ha commentato all’agenzia Adnkronos il leader del M5s, Conte. L’export è aumentato, ma prendendo come riferimento anche tutti gli altri Paesi a livello globale la rilevanza della Cina come mercato per le merci italiane si è ridotta. Senza dimenticare la spinta di altri fenomeni ciclici e strutturali dell’economia globale. Quell’intesa siglata più di quattro anni fa per collegare la Cina con l’Asia, l’Europa e il resto del mondo con ingenti spese infrastrutturali prometteva accordi sino a 20 miliardi, fra diretti e indotto. Certo, in mezzo c’è stata la pandemia, ma di benefici per l’Italia, alla fine, ce ne sono stati pochi. Forse più per i cinesi, considerando per esempio le mani del Dragone sui porti. Eppure all’epoca della firma avevano brindato anche papa Francesco e il presidente della Repubblica. Il 13 marzo del 2019 il via libera all’accordo con la Cina era arrivato proprio da una colazione al Quirinale. L’allora premier Conte, i due vicepremier Matteo Salvini e Luigi Di Maio con diversi ministri, pur arrivati con posizioni non coincidenti (Salvini era il più scettico sull’abbraccio con Pechino), avevano sdoganato il dossier Via della seta nei saloni del Colle sotto l’attenta regia di Mattarella. Quella stessa sera era arrivato l’ennesimo warning del dipartimento di Stato Usa: l’Italia valuti «rigorosamente» i rischi di fornitori soggetti a governi stranieri prima di prendere qualsiasi decisione su infrastrutture critiche come la rete 5G. Ma il 23 marzo, a Villa Madama, alla presenza dell’allora premier Conte e del presidente cinese Xi Jinping, era stato firmato il memorandum: sette pagine e sei paragrafi per definire la cornice entro cui avviare i progetti di cooperazione e investimenti in vari campi. Il 13 giugno 2021, il nuovo premier Mario Draghi, al termine di un G7 dominato dal tema delle autocrazie e del confronto con Pechino, si era limitato a dire che avrebbe esaminato «con attenzione» il documento firmato dal suo predecessore. Il 22 novembre di quello stesso anno, da leader di Fdi, Giorgia Meloni lo aveva sollecitato a rimettere in discussione quegli accordi: «Draghi ha ben chiarito sin dal suo intervento sulla fiducia che la nostra politica estera doveva essere europeista e atlantista, però servono atti conseguenti, anche su quegli accordi, e una politica condivisa per contrastare la propaganda cinese in Italia» aveva detto.E ora, da premier, ci ha pensato lei. Perché non serve un memorandum per fare business. Per questo basta l’Organizzazione mondiale del commercio. Adesso la situazione cambia ma non sarà semplice da gestire. Il governo vuole sostituire la Via della seta con una via «dei Mercanti» ma i partner di lunga durata devono essere dell’Alleanza atlantica. E quindi revisione di tutte le partnership con i cinesi nei settori della mobilità, delle Tlc e delle reti in generale. Certo, resterà lo shipping, ma su banchine gestite da altri. Dopo l’uscita dell’Italia, restano nella Via della seta una decina di Paesi dell’Est europea più Grecia e Portogallo. Oggi il presidente della Commissione Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio Ue, Charles Michel, arriveranno proprio a Pechino dove si apre il primo vertice in presenza dal 2019. Sul tavolo, il fronte geopolitico tra Taiwan e guerre in Ucraina e Medio Oriente. Ma soprattutto il tema economico, dopo l’indagine anti sovvenzioni nei veicoli elettrici cinesi avviata dalla Von der Leyen.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/meloni-liquida-via-della-seta-2666467521.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="polonia-e-usa-puntano-a-nuovi-corridoi-e-sbarcano-a-taranto-ambita-dalla-cina" data-post-id="2666467521" data-published-at="1701922347" data-use-pagination="False"> Polonia e Usa puntano a nuovi corridoi e sbarcano a Taranto ambita dalla Cina A tre giorni di distanza dall’addio italiano alla Via della seta e in contemporanea alla diffusione della notizia, nel porto di Taranto sbarca un maxi consorzio di Varsavia. Un gruppo di aziende della logistica capitanate da un’impresa che ha sede in Polonia ma che parla decisamente americano. Il cui presidente si chiama Ronald Farkas, da tempo a Varsavia con un passato nell’Aeronautica Usa. Grande esperto di logistica e collaboratore del dipartimento di Stato americano. Un biglietto da visita che lascia pochi dubbi su come si stia muovendo la cavalleria Usa nei confronti della Polonia e del Mediterraneo in vista della fine del conflitto in Ucraina. Un nuovo mondo, una nuova logistica e nuovi commerci. Tant’è che la notizia del blitz su Taranto arriva direttamente da Varsavia. A margine del Cybersecurity forum 2023, alla presenza dell’ambasciatore italiano in Polonia, Luca Franchetti Pardo, del direttore dell’Ice Paolo Lemma, del presidente di Confindustria Polonia, Nicola Pettenò, e di vari gruppi industriali e associazioni è stato annunciato uno strategico investimento da parte di un gruppo di aziende polacche nell’area retroportuale di Taranto, che ha trovato proprio nel porto la possibilità di sviluppare nuove linee commerciali sul Mediterraneo. Oggetto dell’investimento è la cosiddetta zona Eco/Park che ricade nel perimetro Zes ionica. Nel complesso i polacchi investiranno all’incirca 60 milioni di euro per portare avanti lo sviluppo del sistema portuale, logistico e infrastrutturale legati all’intermodalità, allo stoccaggio e assemblaggio di materiali con i relativi servizi. L’annuncio è stato fatto da Jacek Bieniak, partner dello studio legale Act bsww legal & tax. Raggiunto telefonicamente dalla Verità, l’avvocato ha spiegato che il consorzio «guarda al Sud dell’Italia, ma anche al sistema di scali tricolore. Da un lato abbiamo visto crescere i nostri scali per un decennio, dall’altro la guerra in Ucraina ha interrotto un mondo e quindi puntiamo a investire su Taranto con uno sguardo al di fuori della Polonia e della stessa Italia». Il riferimento è all’estensione del progetto stesso. Da Taranto, il consorzio impegnato su tre settori (assemblaggio prodotti chimici, laminati e agroalimentare) punta direttamente all’Africa. «Guardiamo ad Algeria, Egitto, ma anche ai Paesi subsahariani», prosegue Bieniak, «perché l’area retrostante il porto è in esenzione fiscale e quindi consente importanti operazioni di trasformazione che collegano direttamente Taranto con l’Est Europa». Tradotto, il gruppo polacco mira a fare un po’ di sinergia con i porti tedeschi, ma soprattutto a fornire Slovacchia, Repubblica Ceca e i Paesi baltici. Senza contare l’enorme business in arrivo che si chiama ricostruzione ucraina. Il consorzio che punta su Taranto comprende Laude smart, specializzata nell’intermodalità, Tarnow industrial cluster, noto nell’Est Europa per l’immobiliare e, come accennato sopra, la Poland Us operations capitanata da Farkas. La PlUs ops nasce nel 2015 per sostenere il riarmo della Polonia e diventa subito un partner della Nspa. Alias, Nato support and procurement agency. Il fatto che sbarchi a Taranto impone, dunque, un secondo livello di lettura. Lo scalo pugliese fino a poco tempo fa nel costante e aggressivo mirino della Cina, tramite il sostegno politico della Regione guidata da Michele Emiliano, ospita uno dei poli marittimi Nato più importanti del Mediterraneo. La cornice politica dentro la quale si muovevano le aziende cinesi da ieri è stata sciolta. Non esiste più la Via della seta. Sarà sostituta da una generica Via dei mercanti. Il che adesso riporta Taranto ancor più al centro dell’asse atlantico che va da Nord a Sud fino a coprire il fianco mediterraneo contiguo con il Maghreb. Il mondo adesso è fatto da tecnologie duali. L’investimento in Puglia - ma questa è solo una nostra proiezione - potrebbe coprire entrambe i versanti della tecnologia: civile e militare. Nel frattempo basta prendere la cartina e tracciare alcune linee. Le merci che scendono dai cargo a Taranto e si imbarcano in treno risalgono la dorsale adriatica e via Germania o Austria arrivano in Polonia. È chiaro che il messaggio geopolitico sottostante è riservato all’Italia e alla Cina. Ma anche alla Germania. La Polonia adesso è la nuova frontiera dell’Europa. Lì arrivano gli investimenti in dollari che possono transitare dai porti di Stettino e Danzica se le capienze degli scali lo permettono. Altrimenti arrivare a Taranto e risalire il Vecchio continente. Una linea veloce che può anche bypassare la Germania. Inutile dire, infatti, che Amburgo (con la partnership cinese) e Trieste saranno meno importanti. Vediamo che altri investimenti arriveranno in Italia dalla Polonia e se, quindi, in questo caso una rondine fa primavera.
George Soros (Ansa)
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump lo aveva già annunciato a fine agosto, accusando Soros e suo figlio Alex di sostenere proteste violente negli Stati Uniti. «Non permetteremo più a questi lunatici di fare a pezzi l’America, Soros e il suo gruppo di psicopatici hanno causato gravi danni al nostro Paese. Fate attenzione, vi stiamo osservando!», aveva avvisato Trump. A fine settembre 2025, il presidente Usa ha firmato un memorandum presidenziale che esortava le agenzie federali a «identificare e smantellare» le reti finanziarie presumibilmente a sostegno della violenza politica. Oggi, la lotta al «filantropo» che sostiene attivamente molti gruppi di protesta ha fatto un salto di qualità: secondo quanto annunciato da Jeanine Pirro, procuratore degli Stati Uniti nel distretto di Columbia, la Osf potrebbe essere equiparata a un’organizzazione terroristica ai sensi del Rico Act (Racketeer Influenced and Corrupt Organizations Act) e i conti correnti collegati a Soros potrebbero essere congelati, innescando un feroce dibattito sui finanziamenti alle attività politiche, la libertà di parola e la sicurezza nazionale.
Trump ha citato esplicitamente George Soros e Reid Hoffman (co-fondatore di LinkedIn e PayPal, attivista democratico e assiduo frequentatore delle riunioni del Gruppo Bildeberg) come «potenziali sostenitori finanziari dei disordini che hanno preso di mira l’applicazione federale delle politiche migratorie americane (“Ice operations”)». L’accusa principale di Trump è che le reti di potere che fanno capo a ricchi donatori allineati ai democratici stiano indirettamente finanziando gruppi «antifa» e soggetti coinvolti a vario titolo in scontri, danni alla proprietà privata e attacchi mirati alle operazioni contro l’immigrazione clandestina. L’obiettivo del governo non sarebbero, dunque, soltanto i cittadini che commettono crimini, ma anche l’infrastruttura a monte: donatori, organizzazioni, sponsor fiscali e qualsiasi entità che si presume stia foraggiando la violenza politica organizzata.
L’ipotesi di Trump, in effetti, non è così peregrina: da anni in America e in Europa piccoli gruppi di anonimi attivisti del clima (in Italia, Ultima Generazione, che blocca autostrade e imbratta opere d’arte e monumenti), sono in realtà strutturati all’interno di una rete internazionale (la A22), coordinata e sovvenzionata da una «holding» globale, il Cef (Climate Emergency Fund, organizzazione non-profit con sede nell’esclusiva Beverly Hills), che finanzia gli attivisti protagonisti di azioni di protesta radicale ed è a sua volta sostenuta da donatori privati, il 90% dei quali sono miliardari come Soros o Bill Gates. E se è questo il sistema che ruota intorno al Cef per il clima, lo stesso schema delle «matrioske» è stato adottato anche da altre organizzazioni che, sulla carta, oggi difendono «i diritti civili» o «la disinformazione e le fake news» (la cupola dei cosiddetti fact-checker che fa capo al Poynter Institute, ad esempio, orienta l’opinione pubblica e i legislatori in maniera spesso confacente ai propri interessi ed è finanziata anche da Soros), domani chissà.
Secondo gli oppositori di Trump, trattare gli «Antifa» come un gruppo terroristico convenzionale solleva ostacoli costituzionali che toccano la libertà di espressione tutelata dal Primo emendamento e l’attività di protesta. Ma il presidente tira dritto e intende coinvolgere tutto il governo: Dipartimento di Giustizia, Dhs (Dipartimento di sicurezza interna), Fbi, Tesoro e Irs (Internal Revenue Service), l’agenzia federale responsabile della riscossione delle tasse negli Stati Uniti. Sì, perché spesso dietro questi piccoli gruppi ci sono macchine da soldi, che ufficialmente raccolgono donazioni dai privati cittadini, ma per poche migliaia di dollari: il grosso dei finanziamenti proviene dai cosiddetti «filantropi» ed è disciplinato ai sensi della Section 501(c) che esenta dalle tasse le presunte «charitable contributions», ovvero le donazioni fatte dai miliardari progressisti a organizzazioni non profit qualificate. Per le azioni di disobbedienza civile contro le politiche climatiche, ad esempio, si sono mobilitati Trevor Neilson, ex strettissimo collaboratore di Bill Gates, ma anche Aileen Getty, figlia di John Paul Getty II dell’omonima compagnia petrolifera, e Rory Kennedy, figlia di Bob Kennedy: tutti, inesorabilmente, schierati con il Partito democratico americano.
In Italia, le azioni annunciate contro Soros sarebbero un brutto colpo per Bonino, Magi & Co., che sono legittimamente riusciti - chiedendo e ricevendo i contributi direttamente sui conti dei mandatari elettorali - a schivare il divieto ai partiti politici, stabilito dalla legge italiana, di ricevere finanziamenti da «persone giuridiche aventi sede in uno Stato estero non assoggettate a obblighi fiscali in Italia» e di accettare donazioni superiori ai 100.000 euro.
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Domenico Pianese, segretario del COISP, spiega perché, anche quando pericolosi, gli immigrati irregolare non vengono espulsi dal nostro Paese, partendo dai casi di Aurora Livoli e del capotreno ucciso a Bologna. Tra decreti di espulsione inefficaci, burocrazia, accordi internazionali e decisioni giudiziarie, emerge un sistema che lascia liberi soggetti pericolosi e scarica il peso sulle forze dell’ordine.
John Logie Baird (a destra) durante una dimostrazione del suo apparecchio televisivo (Getty Images)
Baird, nato nel 1888 in Scozia, era un inventore per passione. Estroso sin dall’infanzia pur minato da una salute cagionevole, si specializzò nel campo dell’ingegneria elettrica. Dopo l’interruzione degli studi a causa della Grande Guerra, lavorò per la locale società elettrica «Clyde Valley Electrical Company» prima di diventare piccolo imprenditore nello stesso settore. Il sogno di trasmettere suoni e immagini a distanza per mezzo di cavi elettrici era il sogno di molti ricercatori dell’epoca, che anche Baird perseguì fin da giovanissimo, quando realizzò da solo una linea telefonica per comunicare con le camerette degli amici che abitavano nella sua via. La chiave di volta per l’invenzione del primo televisore arrivò nei primi anni Venti, quando l’inventore scozzese sfruttò a sua volta un dispositivo nato quarant’anni prima. Si trattava dell’apparecchio noto come «disco di Nipkow», dal nome del suo inventore Paul Gottlieb Nipkow che lo brevettò nel 1883. Questo consisteva in un disco rotante ligneo dove erano praticati fori disposti a spirale che, girando rapidamente di fronte ad un’immagine illuminata, la scomponevano in linee come un rudimentale scanner. La rotazione del disco generava un segnale luminoso variabile, che Baird fu in grado di tradurre in una serie di impulsi elettrici differenziati a seconda dell’intensità luminosa generata dall’effetto dei fori. La trasmissione degli impulsi avveniva per mezzo di una cellula fotoelettrica, che traduceva il segnale e lo inviava ad una linea elettrica, al termine della quale stava un apparecchio ricevente del tutto simile a quello trasmittente dove il disco di Nipkow, ricevuto l’impulso, girava allo stesso modo di quello del televisore che aveva catturato l’immagine. L’apparecchio ricevente era dotato di un vetro temperato che, colpito dagli impulsi luminosi del disco rotante, riproduceva l’immagine trasmessa elettricamente con una definizione di 30 linee. John Logie Baird riuscì per la prima volta a riprodurre l’immagine tra due apparecchi nel suo laboratorio nel 1924 utilizzando la maschera di un burattino ventriloquo truccata e fortemente illuminata, condizione necessaria per la trasmissione di un’immagine minimamente leggibile. La prima televisione elettromeccanica a distanza fu presentata da Baird il 26 gennaio 1926 a Londra di fronte ad un comitato di scienziati. Gli apparecchi furono sistemati in due stanze separate e Baird mosse la testa del manichino «Stooky Bill», che comparve simultaneamente sul vetro retroilluminato dell’apparecchio ricevente riproducendo fedelmente i movimenti. Anche se poco definita, quella primissima trasmissione televisiva segnò un punto di svolta. L’esperimento fece molta impressione negli ambienti scientifici inglesi, che nei mesi successivi assistettero ad altre dimostrazioni durante le quali fu usato per la prima volta un uomo in carne ed ossa, il fattorino di Baird William Edward Taynton, che può essere considerato il primo attore televisivo della storia.
Tra il 1926 e la fine del decennio l’invenzione di Baird ebbe larga eco, ed il suo sistema fu alla base delle prime trasmissioni della BBC iniziate nel 1929. Il sistema elettromeccanico tuttavia aveva grandi limiti. Il disco di Nipkow impediva la crescita della definizione e la meccanica era rumorosa e fragile. Il sistema Baird fu abbandonato negli anni Trenta con la nascita della televisione elettronica basata sull’utilizzo del tubo catodico.
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