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2023-12-07
La Meloni liquida la Via della seta. E in Italia arrivano i polacchi con l'ok degli Usa
Xi Jinping e Sergio Mattarella (Ansa)
La promessa fatta prima di diventare presidente del Consiglio è stata mantenuta: Giorgia Meloni ha portato l’Italia fuori dalla Via della seta. Nei giorni scorsi la Farnesina ha inviato all’ambasciata cinese in Italia una lettera nella quale si comunica che il memorandum della Belt and road Initiative - firmata il 23 marzo 2019, unico Stato del G7, dal governo gialloblù di Giuseppe Conte e lasciata in sospeso da Mario Draghi - non verrà rinnovato a scadenza. L’accordo in realtà scade il 22 marzo 2024 ma si sarebbe rinnovato automaticamente alla fine di quest’anno a meno che una delle due parti non avesse comunicato un passo indietro. E così ha fatto l’Italia.
L’uscita formale dal programma Bri sarebbe avvenuta già all’inizio della settimana senza alcuna pubblicità, come d’intesa tra le parti, ha rivelato il Corriere della Sera. La mossa è stata preceduta da una missione in Cina del segretario generale della Farnesina, Riccardo Guariglia, e a seguire dalla visita del ministro degli Esteri, Antonio Tajani: incontri in cui è stata confermata l’intenzione di coltivare il partenariato strategico tra i due Paesi e in cui sono stati avviati i passi preparatori per la visita a Pechino del capo dello Stato Sergio Mattarella l’anno prossimo.
«L’Osservatorio economico della Farnesina parla chiaro: nei primi 9 mesi del 2023 l’export italiano in Cina ha registrato una crescita tendenziale del 25,1%, attestandosi quasi a 15 miliardi. Tajani li ha letti i dati dei suoi uffici? Meloni si è accorta che anche Biden ha ricevuto Xi Jinping negli Usa? Che Macron e Sánchez sono andati in Cina in visita?», ha commentato all’agenzia Adnkronos il leader del M5s, Conte. L’export è aumentato, ma prendendo come riferimento anche tutti gli altri Paesi a livello globale la rilevanza della Cina come mercato per le merci italiane si è ridotta. Senza dimenticare la spinta di altri fenomeni ciclici e strutturali dell’economia globale. Quell’intesa siglata più di quattro anni fa per collegare la Cina con l’Asia, l’Europa e il resto del mondo con ingenti spese infrastrutturali prometteva accordi sino a 20 miliardi, fra diretti e indotto. Certo, in mezzo c’è stata la pandemia, ma di benefici per l’Italia, alla fine, ce ne sono stati pochi. Forse più per i cinesi, considerando per esempio le mani del Dragone sui porti.
Eppure all’epoca della firma avevano brindato anche papa Francesco e il presidente della Repubblica. Il 13 marzo del 2019 il via libera all’accordo con la Cina era arrivato proprio da una colazione al Quirinale. L’allora premier Conte, i due vicepremier Matteo Salvini e Luigi Di Maio con diversi ministri, pur arrivati con posizioni non coincidenti (Salvini era il più scettico sull’abbraccio con Pechino), avevano sdoganato il dossier Via della seta nei saloni del Colle sotto l’attenta regia di Mattarella. Quella stessa sera era arrivato l’ennesimo warning del dipartimento di Stato Usa: l’Italia valuti «rigorosamente» i rischi di fornitori soggetti a governi stranieri prima di prendere qualsiasi decisione su infrastrutture critiche come la rete 5G. Ma il 23 marzo, a Villa Madama, alla presenza dell’allora premier Conte e del presidente cinese Xi Jinping, era stato firmato il memorandum: sette pagine e sei paragrafi per definire la cornice entro cui avviare i progetti di cooperazione e investimenti in vari campi. Il 13 giugno 2021, il nuovo premier Mario Draghi, al termine di un G7 dominato dal tema delle autocrazie e del confronto con Pechino, si era limitato a dire che avrebbe esaminato «con attenzione» il documento firmato dal suo predecessore. Il 22 novembre di quello stesso anno, da leader di Fdi, Giorgia Meloni lo aveva sollecitato a rimettere in discussione quegli accordi: «Draghi ha ben chiarito sin dal suo intervento sulla fiducia che la nostra politica estera doveva essere europeista e atlantista, però servono atti conseguenti, anche su quegli accordi, e una politica condivisa per contrastare la propaganda cinese in Italia» aveva detto.
E ora, da premier, ci ha pensato lei. Perché non serve un memorandum per fare business. Per questo basta l’Organizzazione mondiale del commercio. Adesso la situazione cambia ma non sarà semplice da gestire. Il governo vuole sostituire la Via della seta con una via «dei Mercanti» ma i partner di lunga durata devono essere dell’Alleanza atlantica. E quindi revisione di tutte le partnership con i cinesi nei settori della mobilità, delle Tlc e delle reti in generale. Certo, resterà lo shipping, ma su banchine gestite da altri.
Dopo l’uscita dell’Italia, restano nella Via della seta una decina di Paesi dell’Est europea più Grecia e Portogallo. Oggi il presidente della Commissione Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio Ue, Charles Michel, arriveranno proprio a Pechino dove si apre il primo vertice in presenza dal 2019. Sul tavolo, il fronte geopolitico tra Taiwan e guerre in Ucraina e Medio Oriente. Ma soprattutto il tema economico, dopo l’indagine anti sovvenzioni nei veicoli elettrici cinesi avviata dalla Von der Leyen.
Polonia e Usa puntano a nuovi corridoi e sbarcano a Taranto ambita dalla Cina
A tre giorni di distanza dall’addio italiano alla Via della seta e in contemporanea alla diffusione della notizia, nel porto di Taranto sbarca un maxi consorzio di Varsavia. Un gruppo di aziende della logistica capitanate da un’impresa che ha sede in Polonia ma che parla decisamente americano. Il cui presidente si chiama
Ronald Farkas, da tempo a Varsavia con un passato nell’Aeronautica Usa. Grande esperto di logistica e collaboratore del dipartimento di Stato americano. Un biglietto da visita che lascia pochi dubbi su come si stia muovendo la cavalleria Usa nei confronti della Polonia e del Mediterraneo in vista della fine del conflitto in Ucraina. Un nuovo mondo, una nuova logistica e nuovi commerci. Tant’è che la notizia del blitz su Taranto arriva direttamente da Varsavia.
A margine del Cybersecurity forum 2023, alla presenza dell’ambasciatore italiano in Polonia,
Luca Franchetti Pardo, del direttore dell’Ice Paolo Lemma, del presidente di Confindustria Polonia, Nicola Pettenò, e di vari gruppi industriali e associazioni è stato annunciato uno strategico investimento da parte di un gruppo di aziende polacche nell’area retroportuale di Taranto, che ha trovato proprio nel porto la possibilità di sviluppare nuove linee commerciali sul Mediterraneo. Oggetto dell’investimento è la cosiddetta zona Eco/Park che ricade nel perimetro Zes ionica.
Nel complesso i polacchi investiranno all’incirca 60 milioni di euro per portare avanti lo sviluppo del sistema portuale, logistico e infrastrutturale legati all’intermodalità, allo stoccaggio e assemblaggio di materiali con i relativi servizi. L’annuncio è stato fatto da
Jacek Bieniak, partner dello studio legale Act bsww legal & tax. Raggiunto telefonicamente dalla Verità, l’avvocato ha spiegato che il consorzio «guarda al Sud dell’Italia, ma anche al sistema di scali tricolore. Da un lato abbiamo visto crescere i nostri scali per un decennio, dall’altro la guerra in Ucraina ha interrotto un mondo e quindi puntiamo a investire su Taranto con uno sguardo al di fuori della Polonia e della stessa Italia». Il riferimento è all’estensione del progetto stesso. Da Taranto, il consorzio impegnato su tre settori (assemblaggio prodotti chimici, laminati e agroalimentare) punta direttamente all’Africa. «Guardiamo ad Algeria, Egitto, ma anche ai Paesi subsahariani», prosegue Bieniak, «perché l’area retrostante il porto è in esenzione fiscale e quindi consente importanti operazioni di trasformazione che collegano direttamente Taranto con l’Est Europa».
Tradotto, il gruppo polacco mira a fare un po’ di sinergia con i porti tedeschi, ma soprattutto a fornire Slovacchia, Repubblica Ceca e i Paesi baltici. Senza contare l’enorme business in arrivo che si chiama ricostruzione ucraina. Il consorzio che punta su Taranto comprende Laude smart, specializzata nell’intermodalità, Tarnow industrial cluster, noto nell’Est Europa per l’immobiliare e, come accennato sopra, la Poland Us operations capitanata da
Farkas. La PlUs ops nasce nel 2015 per sostenere il riarmo della Polonia e diventa subito un partner della Nspa. Alias, Nato support and procurement agency. Il fatto che sbarchi a Taranto impone, dunque, un secondo livello di lettura. Lo scalo pugliese fino a poco tempo fa nel costante e aggressivo mirino della Cina, tramite il sostegno politico della Regione guidata da Michele Emiliano, ospita uno dei poli marittimi Nato più importanti del Mediterraneo. La cornice politica dentro la quale si muovevano le aziende cinesi da ieri è stata sciolta. Non esiste più la Via della seta. Sarà sostituta da una generica Via dei mercanti. Il che adesso riporta Taranto ancor più al centro dell’asse atlantico che va da Nord a Sud fino a coprire il fianco mediterraneo contiguo con il Maghreb. Il mondo adesso è fatto da tecnologie duali. L’investimento in Puglia - ma questa è solo una nostra proiezione - potrebbe coprire entrambe i versanti della tecnologia: civile e militare. Nel frattempo basta prendere la cartina e tracciare alcune linee. Le merci che scendono dai cargo a Taranto e si imbarcano in treno risalgono la dorsale adriatica e via Germania o Austria arrivano in Polonia. È chiaro che il messaggio geopolitico sottostante è riservato all’Italia e alla Cina. Ma anche alla Germania. La Polonia adesso è la nuova frontiera dell’Europa. Lì arrivano gli investimenti in dollari che possono transitare dai porti di Stettino e Danzica se le capienze degli scali lo permettono. Altrimenti arrivare a Taranto e risalire il Vecchio continente. Una linea veloce che può anche bypassare la Germania. Inutile dire, infatti, che Amburgo (con la partnership cinese) e Trieste saranno meno importanti.
Vediamo che altri investimenti arriveranno in Italia dalla Polonia e se, quindi, in questo caso una rondine fa primavera.
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Promessa mantenuta: non è stata rinnovata l’intesa con la Cina firmata, unico Stato del G7, nel marzo 2019. In contemporanea nel porto di Taranto sbarca un maxi consorzio di Varsavia con investimenti anti Pechino per 60 milioni. E con la benedizione americana.Ora il governo pensa a un nuovo corridoio dei «mercanti». La guerra a Kiev cambia gli equilibri e marginalizza Berlino.Lo speciale contiene due articoli.La promessa fatta prima di diventare presidente del Consiglio è stata mantenuta: Giorgia Meloni ha portato l’Italia fuori dalla Via della seta. Nei giorni scorsi la Farnesina ha inviato all’ambasciata cinese in Italia una lettera nella quale si comunica che il memorandum della Belt and road Initiative - firmata il 23 marzo 2019, unico Stato del G7, dal governo gialloblù di Giuseppe Conte e lasciata in sospeso da Mario Draghi - non verrà rinnovato a scadenza. L’accordo in realtà scade il 22 marzo 2024 ma si sarebbe rinnovato automaticamente alla fine di quest’anno a meno che una delle due parti non avesse comunicato un passo indietro. E così ha fatto l’Italia. L’uscita formale dal programma Bri sarebbe avvenuta già all’inizio della settimana senza alcuna pubblicità, come d’intesa tra le parti, ha rivelato il Corriere della Sera. La mossa è stata preceduta da una missione in Cina del segretario generale della Farnesina, Riccardo Guariglia, e a seguire dalla visita del ministro degli Esteri, Antonio Tajani: incontri in cui è stata confermata l’intenzione di coltivare il partenariato strategico tra i due Paesi e in cui sono stati avviati i passi preparatori per la visita a Pechino del capo dello Stato Sergio Mattarella l’anno prossimo. «L’Osservatorio economico della Farnesina parla chiaro: nei primi 9 mesi del 2023 l’export italiano in Cina ha registrato una crescita tendenziale del 25,1%, attestandosi quasi a 15 miliardi. Tajani li ha letti i dati dei suoi uffici? Meloni si è accorta che anche Biden ha ricevuto Xi Jinping negli Usa? Che Macron e Sánchez sono andati in Cina in visita?», ha commentato all’agenzia Adnkronos il leader del M5s, Conte. L’export è aumentato, ma prendendo come riferimento anche tutti gli altri Paesi a livello globale la rilevanza della Cina come mercato per le merci italiane si è ridotta. Senza dimenticare la spinta di altri fenomeni ciclici e strutturali dell’economia globale. Quell’intesa siglata più di quattro anni fa per collegare la Cina con l’Asia, l’Europa e il resto del mondo con ingenti spese infrastrutturali prometteva accordi sino a 20 miliardi, fra diretti e indotto. Certo, in mezzo c’è stata la pandemia, ma di benefici per l’Italia, alla fine, ce ne sono stati pochi. Forse più per i cinesi, considerando per esempio le mani del Dragone sui porti. Eppure all’epoca della firma avevano brindato anche papa Francesco e il presidente della Repubblica. Il 13 marzo del 2019 il via libera all’accordo con la Cina era arrivato proprio da una colazione al Quirinale. L’allora premier Conte, i due vicepremier Matteo Salvini e Luigi Di Maio con diversi ministri, pur arrivati con posizioni non coincidenti (Salvini era il più scettico sull’abbraccio con Pechino), avevano sdoganato il dossier Via della seta nei saloni del Colle sotto l’attenta regia di Mattarella. Quella stessa sera era arrivato l’ennesimo warning del dipartimento di Stato Usa: l’Italia valuti «rigorosamente» i rischi di fornitori soggetti a governi stranieri prima di prendere qualsiasi decisione su infrastrutture critiche come la rete 5G. Ma il 23 marzo, a Villa Madama, alla presenza dell’allora premier Conte e del presidente cinese Xi Jinping, era stato firmato il memorandum: sette pagine e sei paragrafi per definire la cornice entro cui avviare i progetti di cooperazione e investimenti in vari campi. Il 13 giugno 2021, il nuovo premier Mario Draghi, al termine di un G7 dominato dal tema delle autocrazie e del confronto con Pechino, si era limitato a dire che avrebbe esaminato «con attenzione» il documento firmato dal suo predecessore. Il 22 novembre di quello stesso anno, da leader di Fdi, Giorgia Meloni lo aveva sollecitato a rimettere in discussione quegli accordi: «Draghi ha ben chiarito sin dal suo intervento sulla fiducia che la nostra politica estera doveva essere europeista e atlantista, però servono atti conseguenti, anche su quegli accordi, e una politica condivisa per contrastare la propaganda cinese in Italia» aveva detto.E ora, da premier, ci ha pensato lei. Perché non serve un memorandum per fare business. Per questo basta l’Organizzazione mondiale del commercio. Adesso la situazione cambia ma non sarà semplice da gestire. Il governo vuole sostituire la Via della seta con una via «dei Mercanti» ma i partner di lunga durata devono essere dell’Alleanza atlantica. E quindi revisione di tutte le partnership con i cinesi nei settori della mobilità, delle Tlc e delle reti in generale. Certo, resterà lo shipping, ma su banchine gestite da altri. Dopo l’uscita dell’Italia, restano nella Via della seta una decina di Paesi dell’Est europea più Grecia e Portogallo. Oggi il presidente della Commissione Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio Ue, Charles Michel, arriveranno proprio a Pechino dove si apre il primo vertice in presenza dal 2019. Sul tavolo, il fronte geopolitico tra Taiwan e guerre in Ucraina e Medio Oriente. Ma soprattutto il tema economico, dopo l’indagine anti sovvenzioni nei veicoli elettrici cinesi avviata dalla Von der Leyen.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/meloni-liquida-via-della-seta-2666467521.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="polonia-e-usa-puntano-a-nuovi-corridoi-e-sbarcano-a-taranto-ambita-dalla-cina" data-post-id="2666467521" data-published-at="1701922347" data-use-pagination="False"> Polonia e Usa puntano a nuovi corridoi e sbarcano a Taranto ambita dalla Cina A tre giorni di distanza dall’addio italiano alla Via della seta e in contemporanea alla diffusione della notizia, nel porto di Taranto sbarca un maxi consorzio di Varsavia. Un gruppo di aziende della logistica capitanate da un’impresa che ha sede in Polonia ma che parla decisamente americano. Il cui presidente si chiama Ronald Farkas, da tempo a Varsavia con un passato nell’Aeronautica Usa. Grande esperto di logistica e collaboratore del dipartimento di Stato americano. Un biglietto da visita che lascia pochi dubbi su come si stia muovendo la cavalleria Usa nei confronti della Polonia e del Mediterraneo in vista della fine del conflitto in Ucraina. Un nuovo mondo, una nuova logistica e nuovi commerci. Tant’è che la notizia del blitz su Taranto arriva direttamente da Varsavia. A margine del Cybersecurity forum 2023, alla presenza dell’ambasciatore italiano in Polonia, Luca Franchetti Pardo, del direttore dell’Ice Paolo Lemma, del presidente di Confindustria Polonia, Nicola Pettenò, e di vari gruppi industriali e associazioni è stato annunciato uno strategico investimento da parte di un gruppo di aziende polacche nell’area retroportuale di Taranto, che ha trovato proprio nel porto la possibilità di sviluppare nuove linee commerciali sul Mediterraneo. Oggetto dell’investimento è la cosiddetta zona Eco/Park che ricade nel perimetro Zes ionica. Nel complesso i polacchi investiranno all’incirca 60 milioni di euro per portare avanti lo sviluppo del sistema portuale, logistico e infrastrutturale legati all’intermodalità, allo stoccaggio e assemblaggio di materiali con i relativi servizi. L’annuncio è stato fatto da Jacek Bieniak, partner dello studio legale Act bsww legal & tax. Raggiunto telefonicamente dalla Verità, l’avvocato ha spiegato che il consorzio «guarda al Sud dell’Italia, ma anche al sistema di scali tricolore. Da un lato abbiamo visto crescere i nostri scali per un decennio, dall’altro la guerra in Ucraina ha interrotto un mondo e quindi puntiamo a investire su Taranto con uno sguardo al di fuori della Polonia e della stessa Italia». Il riferimento è all’estensione del progetto stesso. Da Taranto, il consorzio impegnato su tre settori (assemblaggio prodotti chimici, laminati e agroalimentare) punta direttamente all’Africa. «Guardiamo ad Algeria, Egitto, ma anche ai Paesi subsahariani», prosegue Bieniak, «perché l’area retrostante il porto è in esenzione fiscale e quindi consente importanti operazioni di trasformazione che collegano direttamente Taranto con l’Est Europa». Tradotto, il gruppo polacco mira a fare un po’ di sinergia con i porti tedeschi, ma soprattutto a fornire Slovacchia, Repubblica Ceca e i Paesi baltici. Senza contare l’enorme business in arrivo che si chiama ricostruzione ucraina. Il consorzio che punta su Taranto comprende Laude smart, specializzata nell’intermodalità, Tarnow industrial cluster, noto nell’Est Europa per l’immobiliare e, come accennato sopra, la Poland Us operations capitanata da Farkas. La PlUs ops nasce nel 2015 per sostenere il riarmo della Polonia e diventa subito un partner della Nspa. Alias, Nato support and procurement agency. Il fatto che sbarchi a Taranto impone, dunque, un secondo livello di lettura. Lo scalo pugliese fino a poco tempo fa nel costante e aggressivo mirino della Cina, tramite il sostegno politico della Regione guidata da Michele Emiliano, ospita uno dei poli marittimi Nato più importanti del Mediterraneo. La cornice politica dentro la quale si muovevano le aziende cinesi da ieri è stata sciolta. Non esiste più la Via della seta. Sarà sostituta da una generica Via dei mercanti. Il che adesso riporta Taranto ancor più al centro dell’asse atlantico che va da Nord a Sud fino a coprire il fianco mediterraneo contiguo con il Maghreb. Il mondo adesso è fatto da tecnologie duali. L’investimento in Puglia - ma questa è solo una nostra proiezione - potrebbe coprire entrambe i versanti della tecnologia: civile e militare. Nel frattempo basta prendere la cartina e tracciare alcune linee. Le merci che scendono dai cargo a Taranto e si imbarcano in treno risalgono la dorsale adriatica e via Germania o Austria arrivano in Polonia. È chiaro che il messaggio geopolitico sottostante è riservato all’Italia e alla Cina. Ma anche alla Germania. La Polonia adesso è la nuova frontiera dell’Europa. Lì arrivano gli investimenti in dollari che possono transitare dai porti di Stettino e Danzica se le capienze degli scali lo permettono. Altrimenti arrivare a Taranto e risalire il Vecchio continente. Una linea veloce che può anche bypassare la Germania. Inutile dire, infatti, che Amburgo (con la partnership cinese) e Trieste saranno meno importanti. Vediamo che altri investimenti arriveranno in Italia dalla Polonia e se, quindi, in questo caso una rondine fa primavera.
Nel riquadro, un fotogramma di un video che immortala le violenze dell’africano, trasmesso su Mediaset da Fuori dal coro
Dopo quante aggressioni con lesioni gravi si può espellere un immigrato o anche solo rinchiuderlo in galera? A me sembrerebbe ovvio che arresto e condanna scattino già alla prima violenza, se poi le risse sono continue penso che sia giusto buttare la chiave. E invece no, la giustizia prima di prendere la decisione di privare della libertà uno straniero violento, a quanto pare ci pensa due volte. Anzi, per la precisione dieci. Tanti sono i fermi di polizia nei confronti di un extracomunitario che staziona tra Marche ed Emilia Romagna.
Gli ultimi interventi delle forze dell’ordine risalgono al 2 aprile, quando alcune pattuglie sono intervenute per sedare e bloccare un immigrato di origine africana che dava in escandescenze. L’operazione si è conclusa con quattro agenti all’ospedale e una prognosi complessiva di 77 giorni. Risultato? Portato davanti al giudice, l’energumeno è stato condannato a pochi mesi e subito liberato. In pratica, gli è stato consentito di continuare a fare ciò che ha sempre fatto da quando è stato segnalato alle forze dell’ordine.
Già il fatto che a un uomo, responsabile di una violenta aggressione nei confronti di quattro agenti, sia consentito di circolare indisturbato è piuttosto scandaloso. Ma questo è niente rispetto a ciò che è venuto dopo. Infatti, trascorsi alcuni giorni, vale a dire il 6 aprile, lo stesso soggetto si è distinto per altre violenze a Cattolica. Chiamata da alcuni negozianti che erano stati aggrediti dall’immigrato, una pattuglia di carabinieri ha rischiato anch’essa di finire al pronto soccorso. Almeno questa volta l’uomo è finito dietro le sbarre? Niente affatto, il giudice, nonostante i precedenti, ha deciso di sospendere la pena in attesa di valutare le condizioni psichiatriche dell’extracomunitario. Cioè, dieci episodi di violenza non sono stati sufficienti per emettere un provvedimento di reclusione o di espulsione.
Aggressioni, rapine, violenze, anche nei confronti di poliziotti e carabinieri non sono giudicate sufficienti per impedirgli di nuocere ancora. Di che altro c’è bisogno? Forse che ci scappi il morto?
Ieri mattina ho letto le motivazioni della condanna nei confronti di Chukwuka Nweke, un nigeriano autore di un efferato delitto a Rovereto. Anche in questo caso l’uomo era noto alle forze dell’ordine per i suoi comportamenti, ma la magistratura non ritenne né di arrestarlo né di cacciarlo. Così tre anni fa aggredì una donna: prima la violentò e poi la uccise. Pensate che qualcuno abbia fatto mea culpa per il brutale omicidio di Iris Setti? Credete che a qualche giudice abbiano tolto la toga? No. Ecco perché la bocciatura della riforma Nordio, che introduceva un’Alta corte disciplinare svincolata dalle correnti della magistratura, riguardava tutti i cittadini e non la Casta come si è voluto far credere. Era una riforma che serviva agli italiani per introdurre anche per giudici e pm la regola che chi sbaglia paga.
Purtroppo i magistrati sono stati bravi a far le vittime e far credere che si volesse metterli al servizio della politica. Così ora ci teniamo i Chukwuka Nweke e i suoi fratelli.
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L'ingresso della 61a Biennale di Venezia (Ansa)
Domani potremmo svegliarci in un mondo nuovo, ancora più duro da affrontare. Un mondo peggiore. E non solo perché alla pompa di benzina o del diesel ci sveneremo come fossimo dal gioielliere. Ma anche questo conta nelle latitudini dove non si sente il fischio delle bombe. Diesel a tre euro, inflazione all’8% e poi vediamo chi avrà ancora voglia di andar dietro alle dichiarazioni ottimistiche della Casa Bianca.
In questo teatro globale delle assurdità, inoltre, non poteva mancare l’inutile e impalpabile Unione Europea, la quale non avendo parti in commedia si inventa posture morali. L’ultima ha messo nel mirino la Biennale di Venezia, colpevole di discostarsi dalla strategia europea contro Putin e quindi di aiutare la Russia. I fatti sono noti: per l’edizione di quest’anno, il presidente Pietrangelo Buttafuoco consentirà alla Russia di riaprire il proprio stand («proprio» nel senso che è di sua proprietà). Bestemmia! Come si permette questo Buttafuoco a sfidare la Ue? Si penta, si ravveda entro 30 giorni altrimenti da Bruxelles non arriveranno più soldi. Già, perché nel tempio del neoliberismo dove la moneta (l’euro) sostanzia le Istituzioni, non si conosce altra sintassi se non quella del soldo. Quindi: o fai come ti diciamo noi, oppure niente più soldi.
Purtroppo, al delirio della Commissione si aggiungerà l’ignavia del governo italiano, che già si è esposto contro la Biennale e contro il suo presidente attraverso il ministro della Cultura Alessandro Giuli, coperto da Palazzo Chigi. Come a dire: Roma e Bruxelles la pensano allo stesso modo e alla Russia non dobbiamo concedere nulla. Quindi bene farà la Ue a tagliare i finanziamenti.
Se però la politica si misura «a peso d’euro», suggerisco al governo di guardare i sondaggi più recenti laddove la gente si sta incazzando per… mancanza di euro in tasca. Insomma, la vita costa troppo, l’energia di più ancora. Pertanto se i prezzi si alzano perché gas e petrolio sono bloccati a Hormuz e perché la guerra di Trump e Netanyahu ha scombinato il mondo, il popolo non ha la minima intenzione di pagare le follie altrui e chiede concretezza: pensate agli italiani. Sarebbe l’abc di quel che un tempo - era la Prima repubblica di Mattei, di Moro, di Craxi, di Andreotti - si chiamava interesse nazionale e che oggi va sotto il termine «sovranismo». In poche parole, se agli italiani chiedeste «Volete più gas e petrolio russo?», la risposta sarebbe affermativa: vogliamo tutto il gas e tutto il petrolio possibile dalla Russia; oltre a quello che già abbiamo comprato in barba alle famose sanzioni. Stupiti? E perché mai? Lo scriviamo da tempo e anche ieri lo ha scritto il direttore Belpietro: l’Europa compra gas dalla Russia, anzi ha fatto la scorta! E con la Russia fanno affari anche diverse multinazionali e non mi sembra che gli amministratori delegati siano agli arresti. Poco ci manca invece che il povero Buttafuoco non sia messo al rogo, a Bruxelles come a Roma, per avere aperto le porte della Biennale alla Russia. Non si può, si deve pentire della scelta; altrimenti - come si diceva - niente soldi. Per come conosciamo Buttafuoco non farà marcia indietro, e bene fa perché da raffinato uomo di cultura sa che la Biennale deve tenere le porte aperte. Con la Russia, come con l’America, che ha attaccato Venezuela e Iran; con lo stesso Iran, che impicca oppositori senza pietà; con Israele, nel cui mito della Super-Sparta bombarda e compie stragi a Gaza, in Iran, in Libano, in Cisgiordania. Usa e Israele sono intoccabili?
Il consiglio che diamo all’Europa come a Palazzo Chigi è quello di restare coi piedi per terra, di preferire il reale con l’ideale. E il reale, cioè il popolo, ci invita a riprendere il dialogo con la Russia sull’energia. La Biennale può essere il ponte diplomatico, un ponte che la Ue vuole bombardare. Il governo che intende fare? I Cinquestelle hanno pronta una interrogazione che obbligherà il governo alla chiarezza prima del voto in Consiglio europeo di fine aprile. La Meloni autorizza Giuli nel delegittimare Buttafuoco? E la Lega, oltre alle dichiarazioni di rito, sarà coerente? Alla fine deciderà Bruxelles o Palazzo Chigi?
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Gent (in fiammingo) o Gand (in francese) è il capoluogo delle Fiandre orientali, seconda città del Belgio per numero di abitanti. Una località amena che seduce i visitatori ancor più quando i primi raggi di sole illuminano i canali fioriti e le architetture medievali. Ma è l’arte pittorica dei grandi maestri fiamminghi - da Jan van Eyck a Pieter Rubens, a Bruegel il Vecchio – ad attirare il pubblico internazionale.
Capolavoro assoluto l’Adorazione dell’Agnello Mistico dei fratelli van Eyck custodito in una teca nella Cattedrale di San Bavone. «L’Agnello Mistico segna l’inizio ed il coronamento della pittura fiamminga del Quattrocento», esordisce Stefano Zuffi, storico dell’arte. «È come la nascita di Atena dalla testa di Zeus. Un’opera complessa, emozionante, drammatica. Il racconto della storia dell’umanità: da Adamo ed Eva alla Gerusalemme Celeste. Può essere visto nel suo insieme, a colpo d’occhio, ma anche attraverso una infinita serie di dettagli. L’utilizzo della tecnica dei colori ad olio di lino e di noce consente una precisione esecutiva straordinaria».
Le vicende storiche del Polittico, tra furti e smembramenti, sono un romanzo. L’Agnello Mistico, terminato nel 1432 e composto da dodici pannelli di quercia, fu smontato una prima volta nel Cinquecento e nascosto nella torre della Cattedrale per sottrarlo all’iconoclastia della Riforma protestante. Dopo varie vicissitudini tra cui il trafugamento dei soldati di Napoleone, l’ultima avventura fu l’essere sepolto nel 1942 per ordine di Hitler in una miniera di sale. Fu ritrovato nel 1945 dai Monuments Men americani privo però di una pala. Dopo giorni di inutili ricerche, quando i militari stavano per rinunciare, uno di loro scivolò sotto il tavolo. E…s’accorse che era la pala mancante, capovolta e sostenuta da due cavalletti!
Un lieto fine che oggi è anche nell’ultimo, recente restauro del 2020 che ha restituito al Polittico lo stupefacente splendore delle tinte originali.
Il 2026, però, è l’anno dedicato alle artiste fiamminghe. Judith Leyster, Clara Peeters, Rachel Ruysch, Maria Sibylla Merian, Jenny Montigny: nomi poco noti ma assolutamente pari per capacità, originalità e valore ai celebri autori maschili. Lo stupore davanti a quei capolavori è grande. Dimostrazione evidente del versatile talento femminile oscurato per secoli al punto che i quadri venivano venduti con firme maschili. Falsificazioni storiche che ancora oggi fanno fatica ad emergere. Il Museo delle Belle Arti propone «Unforgettable», prima retrospettiva delle artiste dei Paesi Bassi tra il 1600 e il 1750 con prestiti della National Gallery di Washington. In autunno invece quello spazio è dedicato a Jenny Montigny, eccentrica e sorprendente pittrice di fine Ottocento. Il Museo, uno dei più antichi e prestigiosi del Belgio, accoglie 9.000 opere, di cui 600 in esposizione permanente, e propone uno sguardo completo sull’arte fiamminga dal Medioevo alla prima metà del XX secolo. Nell’ambito del progetto Flemish Masters in Situ sono stati poi anche individuati 105 luoghi dove ammirare i dipinti nel contesto originale.
Costruita sulla confluenza di due fiumi Gent vanta l’area pedonale più vasta del Belgio. Ideale da girare anche in bicicletta e punto di partenza per gite ed itinerari tra boschi e romantici tour in barca. Divertente immergersi nella movida locale tra pub, birrerie e botteghe artigianali dell’allegra città universitaria. La sera un'illuminazione scenografica, il «piano della luce», valorizza monumenti come il Castello dei Conti e il ponte San Michele offrendo scorci emozionanti.
Le Fiandre, situate nella parte nord del Belgio, sono una delle tre regioni amministrative del Paese insieme alla Vallonia e alla regione di Bruxelles capitale. Autentici gioielli sono anche Bruges, Leuven o Anversa. Una vera chicca il Giardino d’Inverno del Collegio delle Orsoline di Mechelen, in puro stile Art Nouveau. Siamo in pieno Novecento: soffitto e vetrate colorate, felci e sempreverdi creano un’atmosfera poetica. Info: www.visitflanders.com.
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