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2020-01-02
I nostri ospedali senza medici né infermieri
Gettyimages
Risorse finanziarie e risorse umane. Confermato l'aumento da 3,5 miliardi al Fondo sanitario per il 2020-2021 (2 il prossimo anno, 1,5 nel 2021), la torta che viene suddivisa tra le Regioni anche se l'ambizioso obiettivo del premier Giuseppe Conte è di arrivare a fine legislatura con 10 miliardi, mentre per fronteggiare la carenza di medici, decimati dal blocco del turn over oltre che dai pensionamenti, il nuovo Patto per la salute, 2019-21 approvato dalla Conferenza Stato Regioni, prevede due importanti novità.
La prima, è la proroga che consentirà di rimanere al lavoro oltre i 40 anni di servizio (in genere con 65 anni di età) e fino a 70 anni ai medici specialisti, su base volontaria e secondo le esigenze aziendali. Circa 10.000 dottori, secondo il ministero della Salute, potrebbero essere interessati alla possibilità che già riguarda tanti medici universitari dei policlinici italiani e che non piace alla Cisl mentre per Filippo Anelli, presidente Fnomceo, questa può essere «una soluzione tampone a termine, ma la priorità ce l'hanno i giovani. Dobbiamo formare i giovani specialisti».
L'altra misura, in parte già prevista dal decreto Calabria, è il via libera all'ammissione degli specializzandi iscritti al terzo anno di corso ai concorsi per la dirigenza sanitaria, e la proroga al 31 dicembre 2022 della possibilità di stipulare contratti a tempo determinato per gli specializzandi collocati nelle graduatorie concorsuali. Secondo i calcoli dei sindacati si tratta di un potenziale di 13.700 giovani medici che già guadagnano circa 1.600 euro netti al mese e che potrebbero vedere aumentare i loro compensi di 1.000 euro, avendo più responsabilità.
Sono queste le misure più importanti tra le 15 che costituiscono il Patto siglato dal ministro della Salute Roberto Speranza e dal presidente della Conferenza delle Regioni e governatore uscente dell'Emilia Romagna Stefano Bonaccini. «Affrontiamo alcuni nodi fondamentali, a partire da quelli del personale, per provare a dare più forza al nostro servizio sanitario nazionale», ha detto il ministro di Leu, «Dobbiamo investire e mettere ancora più risorse, favorire l'accesso di nuove energie e di capitale umano, dobbiamo investire sulla sanità digitale e sulla ricerca, che va valorizzata».
Il dato politico più evidente del Patto, lasciato in eredità dall'ex ministro grillino Giulia Grillo, è sicuramente il tentativo di tamponare l'emergenza dei reparti vuoti per pensionamenti, scarsi investimenti e mancanza di programmazione post universitaria, prolungando l'attività in corsia dei medici «anziani» di cinque anni e anticipando quella dei medici giovani di due o tre anni. L'obiettivo è avere circa 25.000 camici bianchi in più a fronte di un esodo previsto da oggi al 2025 di 50.000 persone. Fenomeno questo che vede protagonisti soprattutto gli specializzati dell'emergenza, anestesisti, pediatri, internisti, che, penalizzati da turni sempre più duri e dal lavoro usurante, spesso abbandonano il servizio pubblico e si spostano nel privato prima della pensione. Sono circa 5.000 a fare questa scelta che, insieme ai pensionamenti, più numerosi delle uscite dalle scuole di specializzazione, fanno sì che rispetto al 2010 oggi in corsia ci siano 8.000 medici in meno.
È proprio per la carenza di specializzazioni che nel Patto sono previsti punteggi più alti nei concorsi per coloro che hanno lavorato al pronto soccorso. Incentivi che dovrebbero arginare una situazione che, in prospettiva, potrebbe peggiorare a guardare la richiesta di specialisti che ci sarà tra cinque anni: nel 2025 serviranno 4.241 medici di urgenza emergenza; 3.394 pediatri; 1.878 internisti; 1.523 anestesisti; 1.301 chirurghi; 944 psichiatri; 826 specialisti dell'apparato cardiovascolare; 690 tra ginecologi e ostetriche; 612 esperti di radiodiagnostica; 550 ortopedici.
L'ingresso del nuovo esercito di medici sarà possibile grazie alle misure previste dal dl Fiscale (innalzamento tetto di spesa per il personale dal 5 al 15%) e inserite nel Patto per la salute (anche se le misure su lavoro over 70 anni e specializzandi assunti al terzo anno dovranno essere trasformate in legge). Le assunzioni dovranno basarsi sul fabbisogno e sarà responsabilità di ogni singola Regione individuare le coperture economiche e i relativi capitoli di spesa.
Si tratta però di risorse veramente minime per l'Anaao, il principale sindacato dei medici ospedalieri, secondo cui a fronte di 25.000 camici bianchi da poter reclutare, i 300 milioni stanziati per questo capitolo di spesa fra i 2 miliardi del Patto (ammesso che le Regioni li usino solo per nuovi contratti) basterebbero al massimo per 4.000 persone.
Il Patto prevede anche la nascita dell'infermiere di famiglia. Si tratterebbe di una figura che deve portare la sanità sul territorio diventando la persona di riferimento di pazienti con patologie croniche che necessitano di assistenza periodica.
L'obiettivo è alleggerire pronto soccorso e ospedali, ma anche sul fronte degli infermieri (a cui l'Ons ha dedicato l'anno 2020) la situazione è a un passo del tracollo. Ieri la Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche ha reso noto che mancano 50.000 infermieri, che con i pensionamenti di quota 100 potrebbero salire a 70.000.
«Noi infermieri ci siamo e ci vogliamo essere», ha detto Barbara Mangiacavalli, presidente di Fnpi, «Con maggiore consapevolezza. Assumendoci maggiori responsabilità. Vogliamo e auspichiamo che questo ci sia riconosciuto sia dal punto di vista organizzativo che dal punto di vista economico. Vogliamo anche definire un nuovo patto per l'assistenza».
Hanno poi suscitato perplessità le misure per il superamento della mobilità sanitaria, ovvero per evitare che i cittadini del Sud siano costretti ad andare al Nord per curarsi. Fra le altre misure previste, anche una riforma degli enti sanitari, fra cui l'Agenzia del farmaco e l'Iss, la revisione delle regole per la spesa farmaceutica anche in termini di compartecipazione alla spesa, ticket in base al reddito e piani di potenziamento dei livelli essenziali di assistenza.
«Specializzandi in corsia? Un tappabuchi»

La bozza del patto per la salute, siglato in questi giorni tra Stato e Regioni, propone, per far fronte alla situazione emergenziale della carenza di medici in corsia, di assumere gli specializzandi negli ultimi due anni di scuola di formazione. «Praticamente quanto già previsto nel decreto Calabria approvato la scorsa estate», dice Pierino Di Silverio, responsabile nazionale Anaao giovani, l'unico sindacato medico degli specializzandi. «Non è vero che andrebbero a sopperire alle carenze: per legge, gli specializzandi non possono essere sostitutivi del ruolo. Non possono cioè fare gli specialisti. Sono solo di aiuto», osserva Di Silverio, che commenta il provvedimento governativo come «una soluzione tappabuchi che non risolve il problema».
Cosa farebbero quindi in corsia gli specializzandi?
«Da quello che leggo nel Patto della salute, sappiamo che dal terzo anno possono andare in corsia. Ci sono corsi di specialità che durano quattro o cinque anni, quindi si riferisce agli ultimi due anni di corso. Il testo non entra nello specifico, ma è praticamente quello che dice il decreto Calabria: lo specializzando completa l'iter formativo con un contratto a tempo determinato che, quando consegue il titolo, può diventare a tempo indeterminato. A tale proposito, la legge di bilancio del 2018, addirittura, prevede che lo specializzando dell'ultimo anno possa partecipare ai concorsi ed essere inserito in una graduatoria a parte per essere assunto una volta acquisito il titolo».
Gli specializzandi non rischiano di diventare dei jolly?
«In realtà fanno già i tappabuchi. Gli specializzandi in corsia vanno per migliorare la loro formazione, che attualmente è erogata solo dalle università. Queste però, anche per questioni di organizzazione, non sono in grado di rispondere in modo adeguato alle esigenze formative previste dalla legge 368/99. Così lo specializzando finisce per sobbarcarsi turni infernali. Potendo invece completare la formazione anche in ospedali non universitari, come prevede il Patto per la salute, gli specializzandi potrebbero ricevere una migliore formazione, dato che sarebbero meno per reparto, e avere un contratto che, pur essendo economicamente più basso rispetto a quello dello specialista, garantirebbe diritti attualmente negati dalla borsa di studio, come malattia, maternità e ferie».
I pazienti correranno più rischi?
«Quello che si sta proponendo è quanto già succede negli alti Paesi europei. Lo specializzando è integrato nell'organico per svolgere alcune mansioni in base al livello di competenze acquisite. Anche in caso di errore, ad esempio, esistono già 15 sentenze della Cassazione secondo cui lo specializzando ha “responsabilità per assunzione", cioè risponde quando se ne assume la responsabilità. Essendo in formazione è infatti tenuto a chiedere l'intervento al suo tutor: se non gli chiede consiglio, ne risponde».
Mettendo gli specializzandi degli ultimi due anni in reparto il governo giallorosso pone fine alla questione di carenza di personale?
«No. È una soluzione che non risolve il problema».
Perché?
«Basta fare due conti. Da oggi fino al 2025 mancheranno 16.700 specialisti. Anche approvando quanto previsto dal Patto della salute, allargando l'accesso già dagli ultimi due anni di specialità, si arriva al massimo a 13.000 specialisti nel 2025. Ne mancheranno comunque 3.000».
L'ennesimo rattoppo sulla coperta troppo corta?
«Non si può continuare a inventare soluzioni tampone di questo tipo. Serve una pianificazione seria sul reale fabbisogno di specialisti a livello delle singole Regioni. La legge finanziaria di quest'anno ha messo solo 317 borse in più. Le 9.000 borse messe a disposizione quest'anno, pur essendo il doppio di anni fa, non risolvono il problema perché non ci sono da gestire solo le borse dei neolaureati, ma anche dei 9.000 medici laureati negli anni passati che non hanno accesso alla formazione».
Questa è una situazione paradossale...
«Ci sono circa 9.000 medici disoccupati che non possono entrare in specializzazione, mentre ne mancano 16.700. Vogliamo fare qualcosa perché nei prossimi quattro o cinque anni questo vuoto possa essere colmato? Se non si aumentano i posti in specialità ci può essere un'implosione».
Dobbiamo aspettarci di peggio?
«Nel 2022 arriveranno alla laurea praticamente il doppio di quelli che normalmente escono dall'università di medicina perché concluderanno gli studi i primi che sono entrati grazie ai ricorsi al Tar, iniziati quattro anni fa, quando, ai 10.000 studenti previsti dal ministero, se ne sono aggiunti 8.000. Da allora, ogni anno, circa 1.000 studenti riescono a entrare con il ricorso. Il ministero fa la pianificazione su 10.000 neolaureati, ma ogni anno sono almeno 1.000 di più».
Si sbaglia la pianificazione?
«I medici neolaureati sono 10-11.000 all'anno, ma i posti per la specializzazione, fino a quest'anno, erano 4-5.000. In ogni caso, anche con 9.000, ne mancano sempre 2-3.000 ogni anno, a cui si devono aggiungere i 9.000 medici disoccupati da anni. Finché le Regioni non fanno una pianificazione sui bisogni effettivi di specialisti in base ai numeri reali di medici, il problema vero non verrà risolto».
Quindi anche restare in corsia fino a 70 anni, come prevede il patto per la salute, non è una soluzione alla carenza di specialisti…
«Non va bene che i medici restino fino a 70 anni: hanno abbondantemente dato al sistema sanitario. E poi va a finire che restano solo i primari, bloccando il ricambio generazionale. In ogni caso, stimiamo che potrebbero aderire dal 5 al 10% di loro. Un'altra non soluzione».
Grazie ai tagli inaugurati da Monti stanziamo quanto l’Est Europa
Pochi, maledetti e subito: sono i miliardi stanziati dal governo giallorosso nell'ambito della salute. Senza contare che una delle misure sponsorizzate dal ministro Roberto Speranza in occasione dei «festeggiamenti» per i primi 100 giorni del Conte bis - vale a dire l'aumento di 2 miliardi di euro del Fondo sanitario nazionale - si basa su un accordo siglato tra Palazzo Chigi e le Regioni lo scorso giugno, ai tempi cioè del precedente esecutivo.
Ma per quanto anche il minimo stanziamento in un ambito così cruciale non possa che essere benvenuto, le somme elargite non bastano di certo a risollevare la sanità italiana dal profondo rosso in cui è piombata ormai da un decennio a questa parte. A rovinare la festa ai giallorossi ci ha pensato il quindicesimo rapporto Crea Sanità, lo studio dei ricercatori dell'università di Tor Vergata che ogni anno viene pubblicato allo scopo di «fornire elementi di valutazione sulle performance del sistema sanitario e sulle sue prospettive future». In sintesi, cioè, un barometro puntuale e affidabile della situazione del settore a livello nazionale.
L'analisi dei ricercatori romani è a dir poco impietosa: «Il finanziamento pubblico della spesa sanitaria si è negli anni ridotto arrivando a raggiungere quello dei Paesi dell'Europa dell'Est». Anche se il settore pubblico rimane «la principale fonte di finanziamento», la sua quota sul totale si è allontanata da quella degli Stati dell'Europa occidentale (circa l'80%), per avvicinarsi ai Paesi orientali (più o meno il 74%). La balcanizzazione del nostro sistema deriva perciò dal «disinvestimento pubblico nel welfare sanitario». E qui arriva la stoccata al governo: «Il finanziamento aggiuntivo di 2 miliardi previsto dalla legge finanziaria 2019, se gli altri Paesi manterranno i trend dell'ultimo quinquennio, non sarà in grado di invertire le tendenze in atto, seppure mitigherà la crescita del gap con l'Ue occidentale». Questa differenza negli ultimi anni ha continuato a crescere, arrivando a toccare il 32% se si considera la spesa sanitaria totale, e ben il 37,1% se invece si guarda agli stanziamenti nel pubblico (sommando il gap dei vari anni). Dal 2000 al 2018 (di fatto l'età dell'euro), la crescita media annua della spesa sanitaria in Italia è stata pari al 2,5%, esattamente un punto percentuale più bassa rispetto alla media degli altri Paesi dell'Ue occidentale.
La mazzata vera e propria si è avuta però dal governo Monti in poi, e infatti quello che sta terminando si può definire senza dubbio il decennio orribile per la spesa sanitaria nazionale. Dopo un incoraggiante periodo di crescita registrato all'inizio del millennio, quando la spesa pubblica per la salute è aumentata dal 5,5% del Pil nel 2000 al 7% del 2010, la mannaia della spending review si è abbattuta sul settore. Gradualmente, gli stanziamenti dello Stato sono scesi dal picco di inizio decennio fino a raggiungere il 6,5% del Pil nel 2018. Potrà sembrare poco, ma mezzo punto di Pil vale pur sempre circa 9 miliardi di euro, un valore equivalente pressappoco a un terzo di una normale legge di bilancio. Ma al di là dei numeri assoluti, a conferma di quanto sostengono gli studiosi di Tor Vergata, la gravità della situazione si comprende solo paragonando i dati italiani con quelli degli altri Paesi europei.
Al contrario del nostro Paese, infatti, dopo un breve periodo durante il quale la spesa pubblica sanitaria è rimasta ferma a causa della crisi, i nostri partner sono tornati a investire nel campo della salute. Oggi la nostra spesa sanitaria pubblica pro capite (pari a circa 1.900 euro), è decisamente inferiore a quella di Germania (3.400 euro) e Francia (2.990 euro). In Francia, per esempio, si è passati dall'8,5% sul Pil del 2011 al 9,3% nel 2018, mentre in Germania negli stessi anni la quota di ricchezza nazionale destinata alla sanità pubblica è passata dall'8,9% al 9,5%.
La ricetta a base di austerità ha principalmente due risvolti drammatici. Nel corso di un'audizione svoltasi a novembre del 2018 in Senato, il presidente dell'Istat ha rivelato che circa 2 milioni di concittadini rinunciano a visite o accertamenti specialistici per via delle liste d'attesa troppo lunghe, mentre altri 4 milioni decidono di non curarsi a causa di problemi economici. Per contro, si è assistito a un vertiginoso aumento della spesa sanitaria cosiddetta «out of pocket», cioè a totale carico delle famiglie. Secondo i dati dell'ultimo rapporto Cergas, ogni italiano spende circa 600 euro l'anno per curarsi, pari al 23% del totale della spesa sanitaria pro capite. Un valore che ci colloca più vicini ai Paesi colpiti dall'austerità (Spagna, Portogallo e Grecia) e molto lontani da quelli più ricchi (Germania, Paesi Bassi e Francia).
Eppure tutti gli studi confermano che maggiori investimenti in sanità causano un aumento in termini di aspettativa di vita e un miglioramento della qualità dei servizi. «Per le future politiche sarà essenziale capire se i nostri policy maker riterranno opportuno investire di più», chiosa il rapporto Crea, oppure «considereranno questa dimensione un “optional"».
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Il Patto per la salute fa entrare in ospedale studenti in formazione e sposta la pensione per i camici bianchi fino a 70 anni. Ma sindacati e ordine lo stroncano: «Troppo poco».Pierino Di Silverio, responsabile nazionale di Anaao giovani: «Non ci sono rischi per i pazienti, però questa soluzione tampone non risolve il problema della carenza di personale. Anche con l'aumento delle borse di studio, ogni anno circa 2.000 laureati restano fuori».L'Italia finanzia il 74% della spesa sanitaria, gli altri Paesi occidentali l'80%: in media 1.900 euro pro capite, contro i 3.400 della Germania. I 2 miliardi in più dati dal governo sono insufficienti.Lo speciale contiene tre articoli.Risorse finanziarie e risorse umane. Confermato l'aumento da 3,5 miliardi al Fondo sanitario per il 2020-2021 (2 il prossimo anno, 1,5 nel 2021), la torta che viene suddivisa tra le Regioni anche se l'ambizioso obiettivo del premier Giuseppe Conte è di arrivare a fine legislatura con 10 miliardi, mentre per fronteggiare la carenza di medici, decimati dal blocco del turn over oltre che dai pensionamenti, il nuovo Patto per la salute, 2019-21 approvato dalla Conferenza Stato Regioni, prevede due importanti novità.La prima, è la proroga che consentirà di rimanere al lavoro oltre i 40 anni di servizio (in genere con 65 anni di età) e fino a 70 anni ai medici specialisti, su base volontaria e secondo le esigenze aziendali. Circa 10.000 dottori, secondo il ministero della Salute, potrebbero essere interessati alla possibilità che già riguarda tanti medici universitari dei policlinici italiani e che non piace alla Cisl mentre per Filippo Anelli, presidente Fnomceo, questa può essere «una soluzione tampone a termine, ma la priorità ce l'hanno i giovani. Dobbiamo formare i giovani specialisti». L'altra misura, in parte già prevista dal decreto Calabria, è il via libera all'ammissione degli specializzandi iscritti al terzo anno di corso ai concorsi per la dirigenza sanitaria, e la proroga al 31 dicembre 2022 della possibilità di stipulare contratti a tempo determinato per gli specializzandi collocati nelle graduatorie concorsuali. Secondo i calcoli dei sindacati si tratta di un potenziale di 13.700 giovani medici che già guadagnano circa 1.600 euro netti al mese e che potrebbero vedere aumentare i loro compensi di 1.000 euro, avendo più responsabilità.Sono queste le misure più importanti tra le 15 che costituiscono il Patto siglato dal ministro della Salute Roberto Speranza e dal presidente della Conferenza delle Regioni e governatore uscente dell'Emilia Romagna Stefano Bonaccini. «Affrontiamo alcuni nodi fondamentali, a partire da quelli del personale, per provare a dare più forza al nostro servizio sanitario nazionale», ha detto il ministro di Leu, «Dobbiamo investire e mettere ancora più risorse, favorire l'accesso di nuove energie e di capitale umano, dobbiamo investire sulla sanità digitale e sulla ricerca, che va valorizzata».Il dato politico più evidente del Patto, lasciato in eredità dall'ex ministro grillino Giulia Grillo, è sicuramente il tentativo di tamponare l'emergenza dei reparti vuoti per pensionamenti, scarsi investimenti e mancanza di programmazione post universitaria, prolungando l'attività in corsia dei medici «anziani» di cinque anni e anticipando quella dei medici giovani di due o tre anni. L'obiettivo è avere circa 25.000 camici bianchi in più a fronte di un esodo previsto da oggi al 2025 di 50.000 persone. Fenomeno questo che vede protagonisti soprattutto gli specializzati dell'emergenza, anestesisti, pediatri, internisti, che, penalizzati da turni sempre più duri e dal lavoro usurante, spesso abbandonano il servizio pubblico e si spostano nel privato prima della pensione. Sono circa 5.000 a fare questa scelta che, insieme ai pensionamenti, più numerosi delle uscite dalle scuole di specializzazione, fanno sì che rispetto al 2010 oggi in corsia ci siano 8.000 medici in meno. È proprio per la carenza di specializzazioni che nel Patto sono previsti punteggi più alti nei concorsi per coloro che hanno lavorato al pronto soccorso. Incentivi che dovrebbero arginare una situazione che, in prospettiva, potrebbe peggiorare a guardare la richiesta di specialisti che ci sarà tra cinque anni: nel 2025 serviranno 4.241 medici di urgenza emergenza; 3.394 pediatri; 1.878 internisti; 1.523 anestesisti; 1.301 chirurghi; 944 psichiatri; 826 specialisti dell'apparato cardiovascolare; 690 tra ginecologi e ostetriche; 612 esperti di radiodiagnostica; 550 ortopedici. L'ingresso del nuovo esercito di medici sarà possibile grazie alle misure previste dal dl Fiscale (innalzamento tetto di spesa per il personale dal 5 al 15%) e inserite nel Patto per la salute (anche se le misure su lavoro over 70 anni e specializzandi assunti al terzo anno dovranno essere trasformate in legge). Le assunzioni dovranno basarsi sul fabbisogno e sarà responsabilità di ogni singola Regione individuare le coperture economiche e i relativi capitoli di spesa.Si tratta però di risorse veramente minime per l'Anaao, il principale sindacato dei medici ospedalieri, secondo cui a fronte di 25.000 camici bianchi da poter reclutare, i 300 milioni stanziati per questo capitolo di spesa fra i 2 miliardi del Patto (ammesso che le Regioni li usino solo per nuovi contratti) basterebbero al massimo per 4.000 persone. Il Patto prevede anche la nascita dell'infermiere di famiglia. Si tratterebbe di una figura che deve portare la sanità sul territorio diventando la persona di riferimento di pazienti con patologie croniche che necessitano di assistenza periodica. L'obiettivo è alleggerire pronto soccorso e ospedali, ma anche sul fronte degli infermieri (a cui l'Ons ha dedicato l'anno 2020) la situazione è a un passo del tracollo. Ieri la Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche ha reso noto che mancano 50.000 infermieri, che con i pensionamenti di quota 100 potrebbero salire a 70.000.«Noi infermieri ci siamo e ci vogliamo essere», ha detto Barbara Mangiacavalli, presidente di Fnpi, «Con maggiore consapevolezza. Assumendoci maggiori responsabilità. Vogliamo e auspichiamo che questo ci sia riconosciuto sia dal punto di vista organizzativo che dal punto di vista economico. Vogliamo anche definire un nuovo patto per l'assistenza». Hanno poi suscitato perplessità le misure per il superamento della mobilità sanitaria, ovvero per evitare che i cittadini del Sud siano costretti ad andare al Nord per curarsi. Fra le altre misure previste, anche una riforma degli enti sanitari, fra cui l'Agenzia del farmaco e l'Iss, la revisione delle regole per la spesa farmaceutica anche in termini di compartecipazione alla spesa, ticket in base al reddito e piani di potenziamento dei livelli essenziali di assistenza. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/mancano-50-000-infermieri-e-i-fondi-per-i-medici-bastano-solo-per-4-000-nuovi-dottori-2643364232.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="specializzandi-in-corsia-un-tappabuchi" data-post-id="2643364232" data-published-at="1779401801" data-use-pagination="False"> «Specializzandi in corsia? 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Ci sono corsi di specialità che durano quattro o cinque anni, quindi si riferisce agli ultimi due anni di corso. Il testo non entra nello specifico, ma è praticamente quello che dice il decreto Calabria: lo specializzando completa l'iter formativo con un contratto a tempo determinato che, quando consegue il titolo, può diventare a tempo indeterminato. A tale proposito, la legge di bilancio del 2018, addirittura, prevede che lo specializzando dell'ultimo anno possa partecipare ai concorsi ed essere inserito in una graduatoria a parte per essere assunto una volta acquisito il titolo». Gli specializzandi non rischiano di diventare dei jolly? «In realtà fanno già i tappabuchi. Gli specializzandi in corsia vanno per migliorare la loro formazione, che attualmente è erogata solo dalle università. Queste però, anche per questioni di organizzazione, non sono in grado di rispondere in modo adeguato alle esigenze formative previste dalla legge 368/99. Così lo specializzando finisce per sobbarcarsi turni infernali. Potendo invece completare la formazione anche in ospedali non universitari, come prevede il Patto per la salute, gli specializzandi potrebbero ricevere una migliore formazione, dato che sarebbero meno per reparto, e avere un contratto che, pur essendo economicamente più basso rispetto a quello dello specialista, garantirebbe diritti attualmente negati dalla borsa di studio, come malattia, maternità e ferie». I pazienti correranno più rischi? «Quello che si sta proponendo è quanto già succede negli alti Paesi europei. Lo specializzando è integrato nell'organico per svolgere alcune mansioni in base al livello di competenze acquisite. Anche in caso di errore, ad esempio, esistono già 15 sentenze della Cassazione secondo cui lo specializzando ha “responsabilità per assunzione", cioè risponde quando se ne assume la responsabilità. Essendo in formazione è infatti tenuto a chiedere l'intervento al suo tutor: se non gli chiede consiglio, ne risponde». Mettendo gli specializzandi degli ultimi due anni in reparto il governo giallorosso pone fine alla questione di carenza di personale? «No. È una soluzione che non risolve il problema». Perché? «Basta fare due conti. Da oggi fino al 2025 mancheranno 16.700 specialisti. Anche approvando quanto previsto dal Patto della salute, allargando l'accesso già dagli ultimi due anni di specialità, si arriva al massimo a 13.000 specialisti nel 2025. Ne mancheranno comunque 3.000». L'ennesimo rattoppo sulla coperta troppo corta? «Non si può continuare a inventare soluzioni tampone di questo tipo. Serve una pianificazione seria sul reale fabbisogno di specialisti a livello delle singole Regioni. La legge finanziaria di quest'anno ha messo solo 317 borse in più. Le 9.000 borse messe a disposizione quest'anno, pur essendo il doppio di anni fa, non risolvono il problema perché non ci sono da gestire solo le borse dei neolaureati, ma anche dei 9.000 medici laureati negli anni passati che non hanno accesso alla formazione». Questa è una situazione paradossale... «Ci sono circa 9.000 medici disoccupati che non possono entrare in specializzazione, mentre ne mancano 16.700. Vogliamo fare qualcosa perché nei prossimi quattro o cinque anni questo vuoto possa essere colmato? Se non si aumentano i posti in specialità ci può essere un'implosione». Dobbiamo aspettarci di peggio? «Nel 2022 arriveranno alla laurea praticamente il doppio di quelli che normalmente escono dall'università di medicina perché concluderanno gli studi i primi che sono entrati grazie ai ricorsi al Tar, iniziati quattro anni fa, quando, ai 10.000 studenti previsti dal ministero, se ne sono aggiunti 8.000. Da allora, ogni anno, circa 1.000 studenti riescono a entrare con il ricorso. Il ministero fa la pianificazione su 10.000 neolaureati, ma ogni anno sono almeno 1.000 di più». Si sbaglia la pianificazione? «I medici neolaureati sono 10-11.000 all'anno, ma i posti per la specializzazione, fino a quest'anno, erano 4-5.000. In ogni caso, anche con 9.000, ne mancano sempre 2-3.000 ogni anno, a cui si devono aggiungere i 9.000 medici disoccupati da anni. Finché le Regioni non fanno una pianificazione sui bisogni effettivi di specialisti in base ai numeri reali di medici, il problema vero non verrà risolto». Quindi anche restare in corsia fino a 70 anni, come prevede il patto per la salute, non è una soluzione alla carenza di specialisti… «Non va bene che i medici restino fino a 70 anni: hanno abbondantemente dato al sistema sanitario. E poi va a finire che restano solo i primari, bloccando il ricambio generazionale. In ogni caso, stimiamo che potrebbero aderire dal 5 al 10% di loro. Un'altra non soluzione». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mancano-50-000-infermieri-e-i-fondi-per-i-medici-bastano-solo-per-4-000-nuovi-dottori-2643364232.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="grazie-ai-tagli-inaugurati-da-monti-stanziamo-quanto-lest-europa" data-post-id="2643364232" data-published-at="1779401801" data-use-pagination="False"> Grazie ai tagli inaugurati da Monti stanziamo quanto l’Est Europa Pochi, maledetti e subito: sono i miliardi stanziati dal governo giallorosso nell'ambito della salute. Senza contare che una delle misure sponsorizzate dal ministro Roberto Speranza in occasione dei «festeggiamenti» per i primi 100 giorni del Conte bis - vale a dire l'aumento di 2 miliardi di euro del Fondo sanitario nazionale - si basa su un accordo siglato tra Palazzo Chigi e le Regioni lo scorso giugno, ai tempi cioè del precedente esecutivo. Ma per quanto anche il minimo stanziamento in un ambito così cruciale non possa che essere benvenuto, le somme elargite non bastano di certo a risollevare la sanità italiana dal profondo rosso in cui è piombata ormai da un decennio a questa parte. A rovinare la festa ai giallorossi ci ha pensato il quindicesimo rapporto Crea Sanità, lo studio dei ricercatori dell'università di Tor Vergata che ogni anno viene pubblicato allo scopo di «fornire elementi di valutazione sulle performance del sistema sanitario e sulle sue prospettive future». In sintesi, cioè, un barometro puntuale e affidabile della situazione del settore a livello nazionale. L'analisi dei ricercatori romani è a dir poco impietosa: «Il finanziamento pubblico della spesa sanitaria si è negli anni ridotto arrivando a raggiungere quello dei Paesi dell'Europa dell'Est». Anche se il settore pubblico rimane «la principale fonte di finanziamento», la sua quota sul totale si è allontanata da quella degli Stati dell'Europa occidentale (circa l'80%), per avvicinarsi ai Paesi orientali (più o meno il 74%). La balcanizzazione del nostro sistema deriva perciò dal «disinvestimento pubblico nel welfare sanitario». E qui arriva la stoccata al governo: «Il finanziamento aggiuntivo di 2 miliardi previsto dalla legge finanziaria 2019, se gli altri Paesi manterranno i trend dell'ultimo quinquennio, non sarà in grado di invertire le tendenze in atto, seppure mitigherà la crescita del gap con l'Ue occidentale». Questa differenza negli ultimi anni ha continuato a crescere, arrivando a toccare il 32% se si considera la spesa sanitaria totale, e ben il 37,1% se invece si guarda agli stanziamenti nel pubblico (sommando il gap dei vari anni). Dal 2000 al 2018 (di fatto l'età dell'euro), la crescita media annua della spesa sanitaria in Italia è stata pari al 2,5%, esattamente un punto percentuale più bassa rispetto alla media degli altri Paesi dell'Ue occidentale. La mazzata vera e propria si è avuta però dal governo Monti in poi, e infatti quello che sta terminando si può definire senza dubbio il decennio orribile per la spesa sanitaria nazionale. Dopo un incoraggiante periodo di crescita registrato all'inizio del millennio, quando la spesa pubblica per la salute è aumentata dal 5,5% del Pil nel 2000 al 7% del 2010, la mannaia della spending review si è abbattuta sul settore. Gradualmente, gli stanziamenti dello Stato sono scesi dal picco di inizio decennio fino a raggiungere il 6,5% del Pil nel 2018. Potrà sembrare poco, ma mezzo punto di Pil vale pur sempre circa 9 miliardi di euro, un valore equivalente pressappoco a un terzo di una normale legge di bilancio. Ma al di là dei numeri assoluti, a conferma di quanto sostengono gli studiosi di Tor Vergata, la gravità della situazione si comprende solo paragonando i dati italiani con quelli degli altri Paesi europei. Al contrario del nostro Paese, infatti, dopo un breve periodo durante il quale la spesa pubblica sanitaria è rimasta ferma a causa della crisi, i nostri partner sono tornati a investire nel campo della salute. Oggi la nostra spesa sanitaria pubblica pro capite (pari a circa 1.900 euro), è decisamente inferiore a quella di Germania (3.400 euro) e Francia (2.990 euro). In Francia, per esempio, si è passati dall'8,5% sul Pil del 2011 al 9,3% nel 2018, mentre in Germania negli stessi anni la quota di ricchezza nazionale destinata alla sanità pubblica è passata dall'8,9% al 9,5%. La ricetta a base di austerità ha principalmente due risvolti drammatici. Nel corso di un'audizione svoltasi a novembre del 2018 in Senato, il presidente dell'Istat ha rivelato che circa 2 milioni di concittadini rinunciano a visite o accertamenti specialistici per via delle liste d'attesa troppo lunghe, mentre altri 4 milioni decidono di non curarsi a causa di problemi economici. Per contro, si è assistito a un vertiginoso aumento della spesa sanitaria cosiddetta «out of pocket», cioè a totale carico delle famiglie. Secondo i dati dell'ultimo rapporto Cergas, ogni italiano spende circa 600 euro l'anno per curarsi, pari al 23% del totale della spesa sanitaria pro capite. Un valore che ci colloca più vicini ai Paesi colpiti dall'austerità (Spagna, Portogallo e Grecia) e molto lontani da quelli più ricchi (Germania, Paesi Bassi e Francia). Eppure tutti gli studi confermano che maggiori investimenti in sanità causano un aumento in termini di aspettativa di vita e un miglioramento della qualità dei servizi. «Per le future politiche sarà essenziale capire se i nostri policy maker riterranno opportuno investire di più», chiosa il rapporto Crea, oppure «considereranno questa dimensione un “optional"».
(Getty Images)
Dalla Farnesina fanno sapere che «tutti i partecipanti alla Flotilla sono in corso di trasferimento da Ketziot a Eilat per l’imbarco sui charter Turkish verso Istanbul».
Ecco cosa racconta Carotenuto. Il deputato mostra il braccialetto con il «numero di matricola», fatto indossare durante il fermo: «Io avevo il numero 147», dice. «A noi è andata bene perché altri sono stati torturati, anche le donne e le persone anziane. Qualcuno ha riportato fratture, altri erano bendati e ricevevano colpi in faccia. Ho sentito donne denunciare violenze sessuali. Sono molto provato, è stata un’esperienza terribile», riferisce il parlamentare al suo arrivo a Fiumicino. Con il parlamentare è atterrato in Italia anche l’inviato del Fatto Quotidiano, Alessandro Mantovani. «Quando ci hanno portati sul container», rivela ancora il deputato, «gli israeliani ci hanno detto: “Welcome to Israe” e ci hanno picchiato. A me hanno dato un pugno in un occhio e per un po’ non ci ho più visto. Molte persone sono state portate in infermeria, alcuni erano messi molto male. A un certo punto ci hanno chiamato, ci hanno fatto avanzare, ci hanno fatto voltare. Avevano i mitra spianati: è stato il momento peggiore della mia vita».
Poi il racconto della cattura: «Gli israeliani sono arrivati a tutta velocità alla nostra barca con tre motoscafi militari e un dispiego di forze impressionante. Ci hanno costretto a salire su gommoni e portati su una nave, dove ci hanno scaraventati a terra, bendati e legati. Ho le ginocchia frantumate, ci hanno messo su di una balaustra di un centimetro, di traverso, con le mani legate, per poi portarci su una nave-carcere. Ci hanno umiliati, facendoci spogliare per prendere freddo e poi per mandarci in un container, una panic room, dove, al buio, tre energumeni ci hanno picchiato».
Mantovani aggiunge: «Ci trovavamo sulla barca, a un certo punto ci hanno sparato addosso non so con quale tipo di proiettili per farci mettere tutti nella parte anteriore. Quindi ci hanno fatto sbarcare: ammanettati e con le caviglie incatenate. Sono stato anche spogliato e mi hanno tolto gli occhiali. Ci hanno anche preso a calci. Eravamo circa 180». Grazie a un telefono messo a disposizione dall’ambasciata italiana, Mantovani ha potuto contattare la famiglia.
Il ministro israeliano della Sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir, sorride soddisfatto: «Benvenuti in Israele, noi siamo i padroni di casa», dice in ebraico. Anche il ministro dei Trasporti, Miri Regev, li deride: «Attivisti ubriachi e drogati, sostenitori del terrorismo che tentano di violare la sovranità dello Stato d’Israele. Il loro posto è in carcere».
Ma le reazioni non si fanno attendere. Dopo le parole di sdegno del capo dello Stato, Sergio Mattarella, del premier Giorgia Meloni, che definisce questo comportamento «inaccettabile», e la convocazione dell’ambasciatore israeliano a Roma da parte del ministero degli Esteri, Antonio Tajani, lo stesso vicepremier ieri ha annunciato su X che «a nome del governo italiano ho formalmente chiesto all’Alto rappresentante Ue, Kaja Kallas, di includere nella prossima discussione dei ministri degli Esteri europei l’adozione di sanzioni contro il ministro Ben-Gvir “per la violazione dei più elementari diritti umani”». Sulla polemica dei biglietti aerei di ritorno degli attivisti Tajani taglia corto: «Così come potevano sono andati e così come potevano possono ritornare, non è quello il problema, non è lo Stato che deve pagare. Noi li abbiamo assistiti in tutti i modi possibili. Il problema è come sono stati trattati là».
La Procura di Roma ha anche aperto un’indagine acquisendo i video dove si vedono i partecipanti inginocchiati e derisi dal ministro Ben-Gvir. Il filmato finirà nel procedimento nel quale i magistrati allegheranno anche le audizioni dei 29 attivisti già rientrati in Italia che verranno ascoltati dagli inquirenti. Inoltre, il team legale della Flotilla ha presentato un esposto alla Procura di Roma in cui si ipotizza il reato di sequestro di persona.
L’ambasciatore israeliano a Roma, Jonathan Peled, cerca di mediare: «I fatti di ieri non rappresentano i principi e i valori d’Israele».
In tutto questo, la Farnesina fa sapere che negli ultimi due giorni l’Italia ha votato a favore di due risoluzioni sulle «condizioni sanitarie nel territorio palestinese occupato e nel Golan siriano», adottate a Ginevra durante la 79ª Assemblea Mondiale della Sanità. Quel che si chiede all’Oms è di sostenere il sistema sanitario palestinese, rivolgendo un appello a Israele affinché garantisca le operazioni umanitarie e protegga medici e infermieri.
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Ansa
Una serie centrata sulle storie delle persone, sui loro disagi e sul desiderio spesso acerbo e contraddittorio di paternità e maternità, tanto più quando alle spalle non ci sono legami profondi e coppie reali. Non è una passeggiata evitare il tranello manicheo di dividere i due (o più) sessi in buono e tossico. E non lo è nemmeno evitare di buttarla platealmente contro il governo delle destre, causa di tutti i mali, sebbene non si risparmi un generico passaggio sulla provenienza di molti pazienti italiani «da un Paese arretrato».
S’intitola In utero lo show in otto episodi su Hbo Max - rilasciati finora i primi due, uno a settimana - prodotta da Cattleya di Riccardo Tozzi e Paramount+ che doveva anche distribuirla ma l’ha tenuta ferma, cedendola infine alla piattaforma di Warner bros Discovery. Chissà, forse a causa del tema scabroso, trattato in modo non mainstream, come automaticamente ci si aspetta quando si parla di gestazione per altri o di gay aspiranti padri e madri. Certamente i sacerdoti della critica diranno che su questi argomenti è facile cedere al ricatto del contenuto. Ed è, effettivamente, un rischio che si può correre volentieri e in modo consapevole. In ogni caso, dal punto di vista estetico, è una serie creata da Margaret Mazzantini, scritta da Enrico Audenino, Teresa Gelli, Vanessa Picciarelli, diretta da Maria Sole Tognazzi e Nicola Sorcinelli e sostenuta da un cast in ottima forma. Tutti insieme mostrano di padroneggiare le sfumature del racconto oltre le trappole dell’ovvio, intarsiandolo di buoni dialoghi e screziature non banali, dalle parti sentimentali ai rapporti tormentati per la loro diversità e la sofferenza delle fecondità complicate, fino ai complessi snodi medico-scientifici. Una serie coraggiosa nell’avventurarsi oltre il medical drama, sui temi etici e dei diritti ma, come detto, sverniciandoli dell’enfasi Lgbtq+.
Al posto dei commissariati di polizia, delle agenzie dei servizi segreti e delle corsie d’ospedale, qui siamo in una clinica moderna ben arredata e intonata all’empatia, indispensabile per trattare con i pazienti che non devono essere chiamati clienti. Alla Creatividad di Barcellona, amministrata dalla pragmatica Teresa (Maria Pia Calzone), suo marito, il direttore sanitario Ruggero Gentile (Sergio Castellitto), si occupa del percorso delle coppie con l’aiuto dell’embriologo Angelo Salemi (Alessio Fiorenza), un trans uomo tendente a credere nei meriti della scienza («sì, la scienza, la scienza…», borbotta Gentile) e il sostegno dell’assistente ai pazienti Dora (Thony).
In questa clinica s’infila la sensibilità della Mazzantini e degli sceneggiatori per raccontare i «travagli» di persone colte in momenti di fragilità e di conflitto. Compreso quello tra marito e moglie, fondatori della Creatividad che combatte in tutti i modi la sterilità e che, paradossalmente, non hanno figli. Per di più, adesso, l’azienda comincia ad avere problemi di sostenibilità economica. Cerchiamo dei nuovi soci, propone lei al compagno riluttante. Ma quando gli presenta gli emissari di un gruppo olandese, Gentile dimentica la sua abituale empatia: «Io non finisco la mia carriera obbedendo alle case farmaceutiche. Ricordatelo». L’uomo è accentratore, votato alla professione, determinato a «fare felici tutti». Anche a costo di non essere totalmente trasparente. Quando arriva la richiesta di una «figlia della clinica» malata di leucemia che vuole trovare il donatore del seme per capire se è compatibile con il trapianto di midollo, il pathos prende a lievitare. Il donatore è lui stesso, ma la legge stabilisce che resti anonimo. Persino sua moglie ne è all’oscuro. Quanto a lui certi paletti cominciano a stargli stretti. Certi colloqui con i pazienti più determinati lo turbano. Alcuni principi, però, li ha chiari in mente. Alla ragazza lesbica che avanza pretese e non si mette in gioco ora che si scopre che la compagna non può essere madre, Gentile dice: «I figli sono un desiderio. Non sono né un diritto né un dovere. Non torni qui». Poi c’è la storia del trans e della sua relazione che scricchiola. Meglio distrarsi con Dora, siciliana come lui. Che, però, quando si accorge della sua transizione, ha un comprensibile momento di smarrimento. «Si sarà sentito umiliato e rifiutato, lasciatelo dire a me che sono gay», commenta l’avventura senza lieto fine il compagno di appartamento. E l’altra inquilina: «E che c’entra? Sono stata rifiutata anch’io che sono etero». Insomma, niente luoghi comuni e comode formule vittimistiche in questa storia. Con i tempi che corrono nella serialità, è un buon risultato, come lo è il trattamento problematico del diritto alla genitorialità a tutti i costi e, per esempio, finora, non c’è nessuno che consideri il piano B dell’adozione. Si aspetta la conferma del rinnovo per la seconda stagione. Ma sarebbe già cosa buona che una serie così trovasse una visibilità diversa da quella avuta da Portobello di Marco Bellocchio, sempre di Hbo Max, forse poco promossa a causa dell’imminenza del referendum sulla giustizia.
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La Corea del Sud ha messo a segno una performance che definire «stratosferica» è riduttivo. Il Kospi, l’indice azionario principale coreano, ha guadagnato l’85,6% in un anno, e c’è chi fra i pessimisti lo vede gigante dai piedi d’argilla, o meglio, di silicio. Oltre il 40% della capitalizzazione di mercato è infatti appeso al destino di due soli titoli: Samsung Electronics e SK Hynix. «Certo siamo di fronte a una concentrazione del rischio senza precedenti», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «Samsung che ha corso del +394% e SK Hynix del +800% in un anno. Questi non sono più semplici titoli azionari, sono diventati dei proxy dell’intelligenza artificiale globale. Il mercato sta scommettendo che la domanda di memorie Hbm (High Bandwidth Memory) non finirà mai anche se la storia insegna che il settore dei semiconduttori è ciclico per natura».
Ma c’è un altro motore che spinge Seul: la leva finanziaria. In Corea, i piccoli risparmiatori, soprannominati gaemi (formiche), stanno invadendo il mercato finanziando gli acquisti con il debito. I prestiti a margine hanno superato i 34 trilioni di won. Dall’altra parte del Mar del Giappone, il Nikkei ha toccato il massimo storico di 63.272 punti negli scorsi giorni. Qui la narrazione non è molto diversa: riforme della governance, trasparenza e l’emersione del valore dei vecchi conglomerati. Ma attenzione ai rendimenti: per l’investitore europeo, la valuta è stata la variabile discriminante.
«Il Giappone del 2026 è un mercato a due velocità» sottolinea sempre Gaziano, «dove chi ha investito con copertura del cambio (Eur Hedged) ha portato a casa rendimenti eccezionali, come il +137% del WisdomTree Japan. Chi invece è rimasto esposto allo Yen ha visto i propri guadagni falcidiati dalla svalutazione della moneta nipponica».
Nonostante la guerra in Medio Oriente, Giappone e Corea (nella storia non certo sempre amici) hanno sorpreso tutti non affondando sotto il peso del caro-petrolio. Fra le mosse messe in campo da queste nazioni anche una «diplomazia pragmatica» che sta portando in queste settimane alla creazione di una riserva petrolifera comune tra il premier nipponico Takaichi e il presidente coreano Lee Jae Myung per una riserva energetica comune per ridurre la dipendenza diretta dallo Stretto di Hormuz. «Titoli come Toyota, pur stimando cali di profitto per i costi delle materie prime, restano pilastri che il mercato non vuole mollare, grazie a bilanci che finalmente iniziano a premiare gli azionisti con dividendi e buyback», conclude l’esperto.
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Il presidente di Anafe Umberto Roccatti
Agli Stati Generali Adm il presidente Umberto Roccatti attacca le riforme europee su accise e liquidi aromatizzati: «Aumenti fino al 200%, così si favoriscono contrabbando online e mercato illegale». Nel mirino le direttive Ted e Tpd.
Le nuove strette europee sul vaping rischiano di mettere in crisi un settore che in Italia vale circa un miliardo di euro e occupa 50 mila persone. L’allarme arriva da Umberto Roccatti, intervenuto agli Stati Generali dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, dove ha criticato duramente le imminenti revisioni europee delle direttive Ted e Tpd.
Secondo il presidente di Anafe Confindustria, le proposte allo studio a Bruxelles rischiano di produrre un effetto opposto rispetto agli obiettivi dichiarati: meno gettito fiscale, crescita del mercato illegale e difficoltà sempre maggiori per le imprese regolari.
Nel mirino c’è soprattutto la revisione della direttiva Ted sulle accise. Roccatti parla di aumenti «insostenibili» per aziende e consumatori: oltre il 100% per i prodotti con nicotina e circa il 200% per quelli senza. Una stretta che, secondo Anafe, potrebbe riportare il settore alla situazione vissuta nel 2014, quando l’introduzione di una tassazione giudicata eccessiva provocò il crollo del mercato legale.
Il presidente dell’associazione ricorda che allora lo Stato incassò appena 3 milioni di euro contro i 107 previsti e che migliaia di piccole imprese furono costrette a chiudere, mentre gran parte del mercato finì nel contrabbando. Solo dal 2018, sostiene Anafe, il comparto avrebbe ritrovato una certa stabilità grazie a incrementi fiscali più graduali.
L’altra grande preoccupazione riguarda invece la possibile revisione della direttiva Tpd e il cosiddetto «flavour ban», cioè il divieto dei liquidi aromatizzati. Per Roccatti si tratterebbe di una misura «ideologica», destinata a colpire uno degli elementi centrali dei prodotti alternativi alle sigarette tradizionali. Secondo Anafe, gli aromi rappresentano infatti uno strumento importante per i fumatori adulti che cercano di abbandonare il tabacco classico. L’associazione sostiene inoltre che il divieto non risolverebbe il problema dell’accesso dei minori, già regolato da norme e sanzioni esistenti, mentre rischierebbe di far crollare il gettito fiscale legato al settore.
Nel suo intervento agli Stati Generali Adm, Roccatti ha poi puntato il dito contro il commercio illegale online. Il presidente di Anafe ha parlato di un vero e proprio «Far West digitale», alimentato soprattutto da vendite sui social network e da siti esteri che operano all’interno dell’Unione europea aggirando controlli e dogane.Da qui la richiesta al governo italiano di difendere il comparto nei tavoli europei e di concentrare maggiormente i controlli sui canali illegali, evitando – sostiene l’associazione – di scaricare n uovi oneri burocratici soltanto sugli operatori regolari presenti sul territorio.
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