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2024-04-11
Macron a picco nei sondaggi. Vuole legalizzare l’eutanasia per mendicare voti a sinistra
Emmanuel Macron (Getty Images)
Per Emmanuel Macron l’eventualità che le elezioni europee di giugno si trasformino in una Waterloo è sempre più concreta. Così il presidente francese accelera sulla legalizzazione dell’«aiuto a morire», nel tentativo disperato raggranellare qualche voto tra gli elettori di sinistra. Ieri il progetto di legge sul fine vita è stato presentato in Consiglio dei ministri, ma il gradimento dei francesi per il loro presidente rimane basso.
I sondaggi sono implacabili per il partito di Macron. Ad esempio, l’ultima proiezione quotidiana realizzata da Ifop per Le Figaro, Lci e Sud Radio, attribuisce a Renaissance solo il 18,5%, mentre il Rassemblement National (Rn) di Marine Le Pen e Jordan Bardella si attesta al 32%. Anche la proiezione realizzata da Opinionway per CNews mostra l’ampio vantaggio del Rn (29%) sulla lista macronista (19%) guidata dalla semisconosciuta deputata europea Valérie Hayer. Per completare la panoramica, il sondaggio di Harris Interactive, realizzato per Challenges, M6 e Rtl, colloca il partito alleato della Lega di Matteo Salvini al 31% e quello del presidente francese al 17%. Insomma, anche se i sondaggi vanno sempre presi con le dovute cautele, a due mesi esatti dal voto europeo, per Emmanuel Macron la strada che porta alle urne appare estremamente ripida.
Sarà anche per questo che il leader transalpino moltiplica il proprio attivismo su più fronti, sia interni sia esterni. Quel che stupisce è che il fil rouge che sembra legare varie tematiche trattate dal presidente francese sia, in realtà, piuttosto noir e ispirato alla morte. Questo perché, tra la fine di gennaio e l’inizio di aprile, Macron ha costituzionalizzato la «libertà garantita» di abortire, poi ha parlato di un possibile invio di soldati transalpini in Ucraina (rischiando di scatenare una guerra mondiale) e ora riparte alla carica con eutanasia e suicidio assistito. E pazienza se, nel frattempo, le stime sull’economia di Parigi peggiorano a vista d’occhio, l’islamismo si infiltra sempre di più nelle scuole e nella società e le minacce di attentati si fanno più frequenti. Per Macron, l’urgenza è la legalizzazione della dolce morte.
Il progetto di legge presentato ieri dal ministro della Salute, Catherine Vautrin, punta a stabilire delle condizioni ben precise per ammettere il ricorso all’aiuto a morire. Per Vautrin, che ha passato la propria vita politica a destra e che è saltata sul carro macronista con l’ultimo rimpasto governativo, il progetto di legge non introdurrà «un nuovo diritto» né «una libertà» ma si tratta, piuttosto, «di una risposta etica ai bisogni di accompagnamento dei malati». Il punto è che questo «accompagnamento» consiste quasi esclusivamente ad aiutare un malato a iniettarsi una sostanza letale. Certo, il governo francese precisa che le condizioni che consentiranno di ricorrere al suicidio assistito o all’eutanasia saranno «ristrette» ma, come hanno dimostrato i precedenti belgi e olandesi, per ampliare il ricorso alla dolce morte basta una leggina qualunque.
Per ora, il progetto di legge prevede che i candidati all’eutanasia o al suicidio assistito debbano essere cittadini francesi o residenti stabili in Francia, maggiorenni e in grado di esprimere le proprie volontà. Le persone che chiederanno la dolce morte dovranno avere una speranza di vita media o breve, essere affette da sofferenze intollerabili e incurabili, dal punto di vista fisico o psicologico, ma saranno esclusi dall’eutanasia e dal suicidio assistito i malati psichiatrici. Infine, quando una persona in queste condizioni deciderà di suicidarsi legalmente, dovrà rivolgersi a un medico che avrà 15 giorni di tempo per esprimersi. Il dottore potrà consultarsi con un collega o un infermiere ma prenderà da solo la decisione fatale. Passati due giorni «di riflessione», l’aspirante alla «dolce morte» dovrà rinnovare la propria intenzione di farla finita. A quel punto il medico dovrà prescrivere una «sostanza letale» al candidato al suicidio assistito. Quest’ultimo, anche se fosse autosufficiente, avrà diritto a essere «accompagnato» da un medico o un sanitario. Nel caso in cui un medico negasse l’iniezione fatale all’aspirante suicida assistito, questo potrebbe presentare un ricorso al giudice amministrativo. Tuttavia, i familiari della persona che ha chiesto «l’aiuto a morire» non potranno ricorrere contro la decisione medica. Questo sebbene, nei mesi scorsi, Macron avesse evocato tale possibilità di ricorso così come il carattere «collegiale» della decisione medica in favore del suicidio assistito.
Come scritto l’anno scorso da La Verità, oltre 800.000 sanitari francesi si sono opposti alla legalizzazione della dolce morte, così come la Chiesa cattolica e i responsabili di quasi tutte le religioni. Ieri la Conferenza episcopale francese ha annunciato battaglia contro il progetto di legge su eutanasia e suicidio assistito, incaricando quattro vescovi al ruolo di portavoce speciali su queste tematiche.
Ma la determinazione di Macron nell’approvare leggi contro la vita (in particolare dei più fragili) non si ferma davanti a nessuno e, come un virus, rischia di contagiare altre istituzioni e Paesi. Oggi il Parlamento europeo voterà una risoluzione volta a inserire l’aborto nella Carta dei diritti dell’Ue. Se fosse approvata, in Europa salterebbero gli ultimi freni al massacro di esseri umani nel ventre materno. Verrebbe da chiedersi se, alla fine del mandato dell’attuale capo di Stato francese, non sarà necessario convocare una sorta di nuovo Congresso di Vienna della bioetica nella Ue.
The Donald silura i dem sull’aborto
Si è scatenato un nuovo putiferio su Donald Trump per le sue ultime dichiarazioni in materia di aborto. «La mia opinione è che ora abbiamo l’aborto dove tutti lo volevano da un punto di vista legale: gli Stati lo determineranno tramite voto o legislazione, o forse entrambi. E qualunque cosa decidano deve essere la legge della terra. In questo caso, la legge dello Stato», ha dichiarato. «Alla fine, tutto dipende dalla volontà della gente», ha aggiunto. In altre parole, l’ex presidente ha detto che devono essere i singoli Stati a legiferare sull’interruzione di gravidanza, prendendo così le distanze dall’ipotesi di un divieto federale in materia di aborto.Una posizione che gli ha attirato critiche trasversali. Trump è stato innanzitutto attaccato dal suo ex vice, Mike Pence, che, vicinissimo alla destra evangelica, lo ha tacciato di non essere abbastanza pro life. Dall’altra parte, per ragioni opposte, Trump è stato criticato da Joe Biden, che ha accusato il candidato repubblicano di mentire e di puntare segretamente a vietare l’aborto in tutti gli Stati Uniti. «Non ci siano illusioni. Se Donald Trump verrà eletto e i repubblicani trumpisti al Congresso metteranno un divieto nazionale dell’aborto sulla scrivania presidenziale, Trump lo trasformerà in legge», ha tuonato l’attuale inquilino della Casa Bianca. E quindi? Chi ha ragione? Trump è un traditore della causa pro life? Oppure sta machiavellicamente organizzando una stretta federale sull’interruzione di gravidanza? Cominciamo col ricordare che Trump ha sempre detto che l’aborto doveva essere materia da lasciare ai singoli Stati. Il 19 ottobre 2016, durante il terzo dibattito televisivo con Hillary Clinton, il moderatore gli chiese se fosse favorevole acché la Corte suprema annullasse la Roe vs Wade, la sentenza del 1973 che aveva reso l’interruzione di gravidanza una pratica protetta dalla Costituzione. «Ebbene, se ciò accadesse, poiché sono pro life e nominerò giudici pro life, penserei che ciò toccherebbe ai singoli Stati», rispose. «Se la annullassero, la questione tornerebbe agli Stati», aggiunse. In secondo luogo, la posizione di Trump è esattamente quella espressa da Dobbs vs Jackson Women’s health organization: la sentenza della Corte suprema che, nel 2022, ha ribaltato Roe vs Wade. In particolare, Dobbs non ha dichiarato l’aborto incostituzionale: ha semmai stabilito che non è un diritto garantito dalla Costituzione e che su di esso devono legiferare per l’appunto i singoli Stati. Una sentenza che, in estrema sintesi, ribadì un principio apparentemente ovvio: nelle democrazie liberali, le leggi le fanno i parlamenti eletti, non i giudici.Un altro aspetto da considerare è che, negli ultimi tempi, il Congresso si è sempre più spesso rivelato spaccato: ragion per cui difficilmente, all’atto pratico, un divieto federale di aborto potrebbe essere approvato prossimamente. Infine, dal punto di vista elettorale, Trump è convinto che un’eccessiva rigidità sull’interruzione di gravidanza possa alienare al Partito repubblicano il voto delle donne degli hinterland benestanti: quegli hinterland che un tempo erano una roccaforte del Gop ma che si sono ultimamente spostati verso i dem. Questo spiega la reazione piccata di Biden: le parole di Trump hanno, infatti, spiazzato il suo avversario che teme di perdere consenso in una fascia elettorale cruciale in vista delle presidenziali di novembre.Qualcuno potrebbe pensare che l’ex presidente rischia di perdere il sostegno del mondo pro life. Eppure, quel mondo salutò favorevolmente la Dobbs: una sentenza che fu possibile anche grazie ai tre giudici nominati da Trump alla Corte suprema. Inoltre, pur avendo criticato a settembre Ron DeSantis per aver firmato una legge molto restrittiva sull’interruzione di gravidanza in Florida, a gennaio il tycoon ha registrato ottime performance tra gli elettori evangelici durante il caucus dell’Iowa. Infine, è improbabile che i pro life sceglieranno di votare a novembre per Biden e Kamala Harris, la cui amministrazione è probabilmente stata la più abortista della storia americana.
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Il presidente francese spinge sulla «dolce morte» nonostante l’opposizione di sanitari e vescovi. E oggi l’Europarlamento delibererà se inserire l’Ivg nella Carta dei diritti Ue. Il tycoon segue la linea tracciata dalla Corte suprema: «Devono decidere i vari Stati se consentirlo». Così ha spiazzato Biden, che teme di perdere l’appoggio delle donne. Lo speciale contiene due articoli.Per Emmanuel Macron l’eventualità che le elezioni europee di giugno si trasformino in una Waterloo è sempre più concreta. Così il presidente francese accelera sulla legalizzazione dell’«aiuto a morire», nel tentativo disperato raggranellare qualche voto tra gli elettori di sinistra. Ieri il progetto di legge sul fine vita è stato presentato in Consiglio dei ministri, ma il gradimento dei francesi per il loro presidente rimane basso.I sondaggi sono implacabili per il partito di Macron. Ad esempio, l’ultima proiezione quotidiana realizzata da Ifop per Le Figaro, Lci e Sud Radio, attribuisce a Renaissance solo il 18,5%, mentre il Rassemblement National (Rn) di Marine Le Pen e Jordan Bardella si attesta al 32%. Anche la proiezione realizzata da Opinionway per CNews mostra l’ampio vantaggio del Rn (29%) sulla lista macronista (19%) guidata dalla semisconosciuta deputata europea Valérie Hayer. Per completare la panoramica, il sondaggio di Harris Interactive, realizzato per Challenges, M6 e Rtl, colloca il partito alleato della Lega di Matteo Salvini al 31% e quello del presidente francese al 17%. Insomma, anche se i sondaggi vanno sempre presi con le dovute cautele, a due mesi esatti dal voto europeo, per Emmanuel Macron la strada che porta alle urne appare estremamente ripida.Sarà anche per questo che il leader transalpino moltiplica il proprio attivismo su più fronti, sia interni sia esterni. Quel che stupisce è che il fil rouge che sembra legare varie tematiche trattate dal presidente francese sia, in realtà, piuttosto noir e ispirato alla morte. Questo perché, tra la fine di gennaio e l’inizio di aprile, Macron ha costituzionalizzato la «libertà garantita» di abortire, poi ha parlato di un possibile invio di soldati transalpini in Ucraina (rischiando di scatenare una guerra mondiale) e ora riparte alla carica con eutanasia e suicidio assistito. E pazienza se, nel frattempo, le stime sull’economia di Parigi peggiorano a vista d’occhio, l’islamismo si infiltra sempre di più nelle scuole e nella società e le minacce di attentati si fanno più frequenti. Per Macron, l’urgenza è la legalizzazione della dolce morte.Il progetto di legge presentato ieri dal ministro della Salute, Catherine Vautrin, punta a stabilire delle condizioni ben precise per ammettere il ricorso all’aiuto a morire. Per Vautrin, che ha passato la propria vita politica a destra e che è saltata sul carro macronista con l’ultimo rimpasto governativo, il progetto di legge non introdurrà «un nuovo diritto» né «una libertà» ma si tratta, piuttosto, «di una risposta etica ai bisogni di accompagnamento dei malati». Il punto è che questo «accompagnamento» consiste quasi esclusivamente ad aiutare un malato a iniettarsi una sostanza letale. Certo, il governo francese precisa che le condizioni che consentiranno di ricorrere al suicidio assistito o all’eutanasia saranno «ristrette» ma, come hanno dimostrato i precedenti belgi e olandesi, per ampliare il ricorso alla dolce morte basta una leggina qualunque.Per ora, il progetto di legge prevede che i candidati all’eutanasia o al suicidio assistito debbano essere cittadini francesi o residenti stabili in Francia, maggiorenni e in grado di esprimere le proprie volontà. Le persone che chiederanno la dolce morte dovranno avere una speranza di vita media o breve, essere affette da sofferenze intollerabili e incurabili, dal punto di vista fisico o psicologico, ma saranno esclusi dall’eutanasia e dal suicidio assistito i malati psichiatrici. Infine, quando una persona in queste condizioni deciderà di suicidarsi legalmente, dovrà rivolgersi a un medico che avrà 15 giorni di tempo per esprimersi. Il dottore potrà consultarsi con un collega o un infermiere ma prenderà da solo la decisione fatale. Passati due giorni «di riflessione», l’aspirante alla «dolce morte» dovrà rinnovare la propria intenzione di farla finita. A quel punto il medico dovrà prescrivere una «sostanza letale» al candidato al suicidio assistito. Quest’ultimo, anche se fosse autosufficiente, avrà diritto a essere «accompagnato» da un medico o un sanitario. Nel caso in cui un medico negasse l’iniezione fatale all’aspirante suicida assistito, questo potrebbe presentare un ricorso al giudice amministrativo. Tuttavia, i familiari della persona che ha chiesto «l’aiuto a morire» non potranno ricorrere contro la decisione medica. Questo sebbene, nei mesi scorsi, Macron avesse evocato tale possibilità di ricorso così come il carattere «collegiale» della decisione medica in favore del suicidio assistito.Come scritto l’anno scorso da La Verità, oltre 800.000 sanitari francesi si sono opposti alla legalizzazione della dolce morte, così come la Chiesa cattolica e i responsabili di quasi tutte le religioni. Ieri la Conferenza episcopale francese ha annunciato battaglia contro il progetto di legge su eutanasia e suicidio assistito, incaricando quattro vescovi al ruolo di portavoce speciali su queste tematiche.Ma la determinazione di Macron nell’approvare leggi contro la vita (in particolare dei più fragili) non si ferma davanti a nessuno e, come un virus, rischia di contagiare altre istituzioni e Paesi. Oggi il Parlamento europeo voterà una risoluzione volta a inserire l’aborto nella Carta dei diritti dell’Ue. Se fosse approvata, in Europa salterebbero gli ultimi freni al massacro di esseri umani nel ventre materno. Verrebbe da chiedersi se, alla fine del mandato dell’attuale capo di Stato francese, non sarà necessario convocare una sorta di nuovo Congresso di Vienna della bioetica nella Ue.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/macron-vuole-legalizzare-leutanasia-2667746903.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="the-donald-silura-i-dem-sullaborto" data-post-id="2667746903" data-published-at="1712842575" data-use-pagination="False"> The Donald silura i dem sull’aborto Si è scatenato un nuovo putiferio su Donald Trump per le sue ultime dichiarazioni in materia di aborto. «La mia opinione è che ora abbiamo l’aborto dove tutti lo volevano da un punto di vista legale: gli Stati lo determineranno tramite voto o legislazione, o forse entrambi. E qualunque cosa decidano deve essere la legge della terra. In questo caso, la legge dello Stato», ha dichiarato. «Alla fine, tutto dipende dalla volontà della gente», ha aggiunto. In altre parole, l’ex presidente ha detto che devono essere i singoli Stati a legiferare sull’interruzione di gravidanza, prendendo così le distanze dall’ipotesi di un divieto federale in materia di aborto.Una posizione che gli ha attirato critiche trasversali. Trump è stato innanzitutto attaccato dal suo ex vice, Mike Pence, che, vicinissimo alla destra evangelica, lo ha tacciato di non essere abbastanza pro life. Dall’altra parte, per ragioni opposte, Trump è stato criticato da Joe Biden, che ha accusato il candidato repubblicano di mentire e di puntare segretamente a vietare l’aborto in tutti gli Stati Uniti. «Non ci siano illusioni. Se Donald Trump verrà eletto e i repubblicani trumpisti al Congresso metteranno un divieto nazionale dell’aborto sulla scrivania presidenziale, Trump lo trasformerà in legge», ha tuonato l’attuale inquilino della Casa Bianca. E quindi? Chi ha ragione? Trump è un traditore della causa pro life? Oppure sta machiavellicamente organizzando una stretta federale sull’interruzione di gravidanza? Cominciamo col ricordare che Trump ha sempre detto che l’aborto doveva essere materia da lasciare ai singoli Stati. Il 19 ottobre 2016, durante il terzo dibattito televisivo con Hillary Clinton, il moderatore gli chiese se fosse favorevole acché la Corte suprema annullasse la Roe vs Wade, la sentenza del 1973 che aveva reso l’interruzione di gravidanza una pratica protetta dalla Costituzione. «Ebbene, se ciò accadesse, poiché sono pro life e nominerò giudici pro life, penserei che ciò toccherebbe ai singoli Stati», rispose. «Se la annullassero, la questione tornerebbe agli Stati», aggiunse. In secondo luogo, la posizione di Trump è esattamente quella espressa da Dobbs vs Jackson Women’s health organization: la sentenza della Corte suprema che, nel 2022, ha ribaltato Roe vs Wade. In particolare, Dobbs non ha dichiarato l’aborto incostituzionale: ha semmai stabilito che non è un diritto garantito dalla Costituzione e che su di esso devono legiferare per l’appunto i singoli Stati. Una sentenza che, in estrema sintesi, ribadì un principio apparentemente ovvio: nelle democrazie liberali, le leggi le fanno i parlamenti eletti, non i giudici.Un altro aspetto da considerare è che, negli ultimi tempi, il Congresso si è sempre più spesso rivelato spaccato: ragion per cui difficilmente, all’atto pratico, un divieto federale di aborto potrebbe essere approvato prossimamente. Infine, dal punto di vista elettorale, Trump è convinto che un’eccessiva rigidità sull’interruzione di gravidanza possa alienare al Partito repubblicano il voto delle donne degli hinterland benestanti: quegli hinterland che un tempo erano una roccaforte del Gop ma che si sono ultimamente spostati verso i dem. Questo spiega la reazione piccata di Biden: le parole di Trump hanno, infatti, spiazzato il suo avversario che teme di perdere consenso in una fascia elettorale cruciale in vista delle presidenziali di novembre.Qualcuno potrebbe pensare che l’ex presidente rischia di perdere il sostegno del mondo pro life. Eppure, quel mondo salutò favorevolmente la Dobbs: una sentenza che fu possibile anche grazie ai tre giudici nominati da Trump alla Corte suprema. Inoltre, pur avendo criticato a settembre Ron DeSantis per aver firmato una legge molto restrittiva sull’interruzione di gravidanza in Florida, a gennaio il tycoon ha registrato ottime performance tra gli elettori evangelici durante il caucus dell’Iowa. Infine, è improbabile che i pro life sceglieranno di votare a novembre per Biden e Kamala Harris, la cui amministrazione è probabilmente stata la più abortista della storia americana.
Il cardinale Pierbattista Pizzaballa (Ansa)
Il modo di dire «uscire dalla porta e rientrare dalla finestra» indica un fenomeno che, dopo essere stato escluso o accantonato, ritorna in auge in modo inaspettato o per vie traverse. Roberto Demaio, matematico e scrittore, ha ricostruito con minuziosa precisione i veri numeri dell’epidemia Covid nell’imperdibile libro Covid. Diamo i numeri?, che contiene anche esclusive sui tamponi utilizzati e le loro problematiche statistiche e metodologiche. I numeri non mentono. La letalità è stata dello 0,66% (link: https://www.thelancet.com/journals/laninf/article/PIIS1473-3099(20)30243-7/fulltext). La parola Letalità (Tasso di letalità - Case Fatality Rate) indica la proporzione di decessi per una specifica malattia sul totale delle persone che hanno contratto quella malattia. Il tasso di mortalità indica quante persone sono morte per una determinata causa rispetto al totale della popolazione (esposta al rischio) in un determinato periodo di tempo, è più difficile da calcolare, ed è quindi ancora più basso. Quindi restiamo sulla letalità dello 0,66%. Per una malattia con letalità dello 0,66%, per questa assurda pestilenza, mite come una qualsiasi influenza, la Messa è finita. Nella Pasqua del 2020 le chiese sono state chiuse mentre i tabaccai erano aperti. Non è stato chiesto perdono di nulla. Non è stato chiesto perdono per le colpe della Chiesa, quelle passate e quelle attuali, l’orrendo idolo Pachamama sugli altari, non è stato chiesto perdono per i nostri peccati, l’aborto, il rifiuto del dono di Dio della vita, della sessualità che la genera. Non è stato chiesto perdono per le blasfemie pagate con denaro pubblico, per i cristiani martirizzati in terra di Africa e Asia nella nostra indifferenza. È stato dichiarato che non è il tempo del giudizio di Dio, ma del giudizio dell’uomo. Di Dio è stato negato il giudizio e la sua Casa è rimasta chiusa. Cristo è stato invitato a svegliarsi e risolvere la situazione. Esiste una profezia apocalittica di Daniele che vide «abolito il sacrificio quotidiano» ed «eretto l’abominio della desolazione».
Domenica delle Palme 2026. Piovono missili e bombe a grappolo su Gerusalemme. La contraerea israeliana non riesce a intercettare il 100%. dei missili. Molti non hanno colto le implicazioni teologiche che questo evento suggerisce. Gerusalemme è una città santa per ebrei e cristiani. Gerusalemme non è una città santa islamica. Quando l’islam ha avuto il controllo di Gerusalemme ha fatto di tutto per farla decadere. Sia Mark Twain che Carlo Marx la descrivono come una città fatta di polvere e escrementi di capra, abitata nella sua parte orientale da comunità di ebrei, molto vessati e molto miserabili, e in quella occidentale da comunità cristiane altrettanto vessate e un po’ meno miserabili, con unica eccezione allo squallore la spianata delle Moschee, che era già stata la spianata del Tempio, il luogo dove l’islam tiene i piedi sul cuore del cristianesimo e dell’ebraismo. Contrariamente a quelli israeliani, i missili iraniani puntano serenamente a obiettivi civili. Il fatto di non contenere obiettivi militari o strategici non salva Gerusalemme. Il governo teocratico iraniano tira s missili su Gerusalemme, come ai suoi tempi lo aveva fatto il laico Saddam Hussein, come lo hanno fatto i miliziani di Hezbollah, di Hamas e quelli dello Yemen, perché le città sante dell’islam, le intoccabili, sono La Mecca e Medina. Quando, prima della guerra dei 6 giorni, Gerusalemme apparteneva alla Giordania, non ne era neanche la capitale. Del fatto che piovano missili e bombe a grappolo su Gerusalemme, molti non hanno colto le implicazioni pratiche, tra questi il card. Pizzaballa. L’implicazione logica e ovvia è che lo Stato israeliano ha chiuso i luoghi santi, che sono stati vietati agli ebrei che non potevano arrivare al Muro Occidentale, che noi chiamiamo Muro del Pianto, gli islamici non potevano arrivare alla Spianata delle Moschee e non hanno protestato nemmeno loro, e i cristiani non possono arrivare al Santo sepolcro, e non hanno ovviamente protestato nemmeno loro, trattandosi di un provvedimento logico. O, meglio, non hanno protestato i cristiani copti, né quelli ortodossi, né gli evangelici. Il Cardinale Pizzaballa, benché fosse stata comunicata la chiusura dei luoghi santi, ha ritenuto suo dovere presentarsi con kefiah di ordinanza e si è fatto fermare dai soldati israeliani, che quindi secondo la narrazione che si è immediatamente creata, gli avrebbero impedito di dire Messa nella Basilica del Santo Sepolcro. Sua Eminenza non ha espresso nessuna contrarietà al fatto che l’Iran abbia bombardato i luoghi santi, lo scopo della sua animosità erano i soldati israeliani che stavano salvando la sua incolumità. Ha affermato che nei secoli non è mai successo che la Basilica del Santo sepolcro fosse chiusa e la Messa di Pasqua non fosse permessa. Quindi Sua Eminenza non ricordava che la chiesa del Santo Sepolcro, come ogni altra chiesa, è stata chiusa nel 2020, davanti a una pandemia con lo 0,66% di letalità, lo zero virgola qualcosetta di mortalità, un problema infinitamente meno pericoloso delle bombe a grappolo su Gerusalemme.
Dato che escludo che un cardinale di Santa Madre Chiesa e in particolare Sua Eminenza Pizzaballa, possa mentire, non posso che dedurne che Sua Eminenza presenti un danno alla capacità di memorizzazione. Sua Eminenza sapeva da prima di andarci che non l’avrebbero lasciato entrare per ragioni di sicurezza (e difatti il divieto era esteso a tutti i luoghi di culto, sinagoghe comprese) o lo aveva dimenticato? Non può che essere stata una dimenticanza, perché sarebbe semplicemente ridicolo, una provocazione, presentarsi a farsi fotografare a un posto di blocco sapendo in anticipo di non poter passare, per ovvie ragioni di sicurezza.
Sua Eminenza Pizzaballa in quanto Cardinale è tenuto più di ogni altro, con l’eccezione del Papa, a seguire le indicazioni di Cristo che ha raccomandato di dare a Cesare quello che è di Cesare, e che ha dichiarato beati gli operatori di pace, e gli operatori di pace sono coloro che non versano benzina sul fuoco. Una Eminenza della chiesa di Gesù Cristo non può portare sui suoi abiti la stessa kefiah che avevano coloro che hanno strangolato i bambini Bibas rapiti in un sotterraneo, che hanno bruciato vive due gemelline di sette anni e il loro fratellino il 7 ottobre e che, dopo averlo fatto, ridevano felici. Sono estremamente preoccupata per le condizioni cognitive di Sua Eminenza Pizzaballa e per i danni che i suoi indubbi deficit mnemonici stanno causando alla cristianità. La foto di Sua Eminenza fermato dai soldati israeliani ha fatto il giro dei social. La violenza dell’antisemitismo nei commenti è spaventosa e dà la nausea. Anche i siti israeliani hanno commentato le fotografie del Cardinale: hanno ricordato le parole di Arafat, portatore di kefiah per eccellenza: Noi li sgozzeremo tutti, sgozzeremo i feti nelle madri». Hanno ricordato secoli di persecuzioni di cui hanno tenuto un conto puntiglioso, dalla seconda diaspora causata dai crociati, allo sterminio nazista che è comunque avvenuto per mano cristiana su terre cristiane. L’antisemitismo cacciato dalla porta ottanta anni fa, ora rientra dalla finestra ammantato di una bizzarra compassione selettiva. In quella stessa domenica delle Palme mentre il Cardinale faceva la sua passeggiata verso il posto di blocco, altri cristiani sono stati massacrati in Nigeria e grazie anche al Cardinale che ha occupato la scena, sono stati immediatamente dimenticati. Data la delicatezza della situazione, non sarebbe il caso di sostituire Sua Eminenza Pizzaballa con un cardinale con migliore memoria? Qualcuno che non dimentichi le regole elementari per non buttare benzina sul fuoco.
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Ecco #DimmiLaVerità del 13 aprile 2026. Il generale Giuseppe Santomartino ci spiega perché il blocco navale di Trump a Hormuz è rischiosissimo e di difficile attuazione.
Una manifestazione in Piazza della Nazione a Dakar, in Senegal, per protestare contro gli attacchi statunitensi e israeliani all'Iran e al Libano (Getty Images)
Come scrive Jeune Afrique, questo sistema di alleanze non rappresenta una garanzia di sopravvivenza per il regime, ma costituisce una delle leve attraverso cui i vertici iraniani intendono sostenere una strategia di resistenza prolungata. Fin dall’avvio dei raid, la classe dirigente di Teheran ha parlato apertamente della necessità di prepararsi a una guerra lunga, sottolineando che parte delle risorse e dei sostegni necessari si trovano lontano dalla capitale, proprio nel continente africano. Qui l’Iran ha operato con pazienza, costruendo un’influenza che si sviluppa su più livelli: religioso, politico, economico e militare. Pur non raggiungendo l’ampiezza della presenza cinese o l’attivismo russo, l’Iran è riuscito a consolidare una rete articolata. Il primo strumento è quello religioso, fondato sul proselitismo sciita, elemento centrale della rivoluzione islamica del 1979. Nel corso degli anni, prima Ruhollah Khomeini e poi il suo successore Ali Khamenei hanno promosso la creazione di organizzazioni religiose e culturali all’estero, con l’obiettivo di diffondere l’ideologia della Repubblica islamica. Questo modello è stato replicato anche in Africa attraverso fondazioni, centri culturali e università. La nuova Guida Suprema Mojtaba Khamenei del quale pero’ non si hanno notizie certe dal 28 febbraio scorso, conosce a fondo questi meccanismi e mantiene rapporti stretti con il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie, struttura che esercita un peso determinante anche nella politica estera.
Attraverso organizzazioni come il Comitato di Soccorso Imam Khomeini e l’Assemblea Mondiale Ahlul Bayt, Teheran promuove iniziative religiose e sociali in diversi paesi africani. Missioni e viaggi ufficiali di esponenti religiosi iraniani sono stati registrati in Niger, Senegal e in altri stati dell’Africa occidentale. Il proselitismo trova sostegno anche in figure religiose locali. Tra queste, il leader del Movimento Islamico Nigeriano Ibraheem Zakzaky, che negli anni ha sviluppato rapporti diretti con Teheran e ha contribuito alla diffusione dell’influenza sciita nel continente. Le reti religiose, spesso sottovalutate, rappresentano uno dei canali più efficaci di penetrazione culturale e politica. Accanto al fronte religioso opera quello diplomatico. Il presidente iraniano Massoud Pezeshkian ha proseguito l’attivismo africano avviato dal suo predecessore, intensificando contatti con governi e leader regionali. La diplomazia iraniana promuove l’idea di un fronte del «Sud globale», che includa Iran, paesi africani e altre nazioni critiche nei confronti dell’Occidente. Gli ambasciatori iraniani nel continente sono incaricati di diffondere questa narrativa e di consolidare relazioni bilaterali. Questa strategia si inserisce in un contesto internazionale più ampio. L’ingresso dell’Iran nei Brics nel gennaio 2024, sostenuto in particolare dal Sudafrica, ha rafforzato la posizione diplomatica di Teheran. Proprio Pretoria è considerata uno dei principali partner africani della Repubblica islamica. Le relazioni si sono tradotte anche in cooperazione militare simbolica, come la partecipazione di navi iraniane a esercitazioni congiunte nelle acque sudafricane insieme a Cina e Russia, con l’obiettivo dichiarato di rafforzare la sicurezza marittima. Un altro pilastro dell’influenza iraniana è quello culturale e mediatico. Il Ministero della Cultura e dell’Orientamento islamico coordina una rete di istituzioni all’estero, tra cui l’Università Al-Mustafa, presente in numerosi paesi africani, dal Camerun al Senegal, dalla Nigeria al Sudafrica. Gli Stati Uniti hanno sanzionato l’istituto sostenendo che sarebbe stato utilizzato anche per reclutare combattenti destinati ai teatri di guerra in Medio Oriente. Al di là delle accuse, la struttura rappresenta uno strumento di formazione e diffusione dell’ideologia iraniana.
Allo stesso tempo, l’apparato mediatico iraniano sostiene canali televisivi e piattaforme di comunicazione attive soprattutto in Africa occidentale. Questi media diffondono contenuti critici verso l’Occidente e favorevoli alla linea politica di Teheran, contribuendo a rafforzare la narrativa anti-occidentale. In questo contesto si inserisce anche il ruolo di attivisti panafricani come Kemi Seba, che negli ultimi anni ha intensificato i rapporti con l’establishment iraniano partecipando a conferenze e iniziative politiche a Teheran. Sul piano economico, l’Iran tenta di superare l’isolamento imposto dalle sanzioni sviluppando nuovi canali commerciali con l’Africa. Nel 2025, durante una conferenza dedicata alla cooperazione Iran-Africa, Teheran ha annunciato l’obiettivo di portare gli scambi commerciali a dieci miliardi di dollari. Le esportazioni iraniane verso il continente sono cresciute sensibilmente, coinvolgendo oltre trenta paesi e superando il miliardo di dollari di valore complessivo.
Le relazioni economiche riguardano diversi settori, dall’agricoltura all’industria, fino all’energia. Organismi come la Camera di Commercio Iran-Africa e l’Organizzazione per la Promozione del Commercio coordinano queste attività, con l’obiettivo di rafforzare la cooperazione tra imprese e istituzioni. Teheran ha anche tentato di avviare progetti nel settore nucleare civile, ma le pressioni occidentali hanno finora impedito lo sviluppo di iniziative su larga scala. La dimensione militare rappresenta un ulteriore tassello. Dopo i recenti cambiamenti ai vertici del ministero della Difesa, il complesso militare-industriale iraniano continua a operare attraverso aziende attive nella produzione aeronautica e nello sviluppo di droni. Tecnologie iraniane sarebbero state esportate in paesi come Etiopia e Sudan, spesso tramite società intermediarie utilizzate per aggirare le sanzioni internazionali. Il ruolo operativo resta affidato alla Forza Quds, unità d’élite delle Guardie Rivoluzionarie incaricata delle operazioni all’estero. Questa struttura mantiene una rete di contatti diplomatici e informativi in diverse regioni africane. In Nord Africa, il Marocco ha accusato l’Iran di sostenere indirettamente il Fronte Polisario, anche attraverso Hezbollah, storico alleato di Teheran. Nonostante le difficoltà, l’organizzazione libanese continua a rappresentare uno degli strumenti di influenza iraniana nel continente. Nel Corno d’Africa, l’intelligence israeliana accusa inoltre Teheran di utilizzare i ribelli Houthi dello Yemen per ampliare la propria presenza strategica sulle rotte marittime. Secondo alcune ricostruzioni, i ribelli avrebbero sviluppato contatti con il gruppo somalo Al-Shabaab legati ad al-Qaeda, con l’obiettivo di rafforzare il controllo sulle vie di navigazione dell’Oceano Indiano. Nel complesso, l’azione iraniana in Africa appare strutturata e multilivello. Religione, diplomazia, cultura, economia e cooperazione militare si intrecciano in una strategia di lungo periodo. Nonostante l’isolamento e la pressione militare, questa rete consente a Teheran di mantenere una presenza significativa nel continente e di consolidare alleanze utili nella competizione geopolitica globale.
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