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2024-04-11
Macron a picco nei sondaggi. Vuole legalizzare l’eutanasia per mendicare voti a sinistra
Emmanuel Macron (Getty Images)
Per Emmanuel Macron l’eventualità che le elezioni europee di giugno si trasformino in una Waterloo è sempre più concreta. Così il presidente francese accelera sulla legalizzazione dell’«aiuto a morire», nel tentativo disperato raggranellare qualche voto tra gli elettori di sinistra. Ieri il progetto di legge sul fine vita è stato presentato in Consiglio dei ministri, ma il gradimento dei francesi per il loro presidente rimane basso.
I sondaggi sono implacabili per il partito di Macron. Ad esempio, l’ultima proiezione quotidiana realizzata da Ifop per Le Figaro, Lci e Sud Radio, attribuisce a Renaissance solo il 18,5%, mentre il Rassemblement National (Rn) di Marine Le Pen e Jordan Bardella si attesta al 32%. Anche la proiezione realizzata da Opinionway per CNews mostra l’ampio vantaggio del Rn (29%) sulla lista macronista (19%) guidata dalla semisconosciuta deputata europea Valérie Hayer. Per completare la panoramica, il sondaggio di Harris Interactive, realizzato per Challenges, M6 e Rtl, colloca il partito alleato della Lega di Matteo Salvini al 31% e quello del presidente francese al 17%. Insomma, anche se i sondaggi vanno sempre presi con le dovute cautele, a due mesi esatti dal voto europeo, per Emmanuel Macron la strada che porta alle urne appare estremamente ripida.
Sarà anche per questo che il leader transalpino moltiplica il proprio attivismo su più fronti, sia interni sia esterni. Quel che stupisce è che il fil rouge che sembra legare varie tematiche trattate dal presidente francese sia, in realtà, piuttosto noir e ispirato alla morte. Questo perché, tra la fine di gennaio e l’inizio di aprile, Macron ha costituzionalizzato la «libertà garantita» di abortire, poi ha parlato di un possibile invio di soldati transalpini in Ucraina (rischiando di scatenare una guerra mondiale) e ora riparte alla carica con eutanasia e suicidio assistito. E pazienza se, nel frattempo, le stime sull’economia di Parigi peggiorano a vista d’occhio, l’islamismo si infiltra sempre di più nelle scuole e nella società e le minacce di attentati si fanno più frequenti. Per Macron, l’urgenza è la legalizzazione della dolce morte.
Il progetto di legge presentato ieri dal ministro della Salute, Catherine Vautrin, punta a stabilire delle condizioni ben precise per ammettere il ricorso all’aiuto a morire. Per Vautrin, che ha passato la propria vita politica a destra e che è saltata sul carro macronista con l’ultimo rimpasto governativo, il progetto di legge non introdurrà «un nuovo diritto» né «una libertà» ma si tratta, piuttosto, «di una risposta etica ai bisogni di accompagnamento dei malati». Il punto è che questo «accompagnamento» consiste quasi esclusivamente ad aiutare un malato a iniettarsi una sostanza letale. Certo, il governo francese precisa che le condizioni che consentiranno di ricorrere al suicidio assistito o all’eutanasia saranno «ristrette» ma, come hanno dimostrato i precedenti belgi e olandesi, per ampliare il ricorso alla dolce morte basta una leggina qualunque.
Per ora, il progetto di legge prevede che i candidati all’eutanasia o al suicidio assistito debbano essere cittadini francesi o residenti stabili in Francia, maggiorenni e in grado di esprimere le proprie volontà. Le persone che chiederanno la dolce morte dovranno avere una speranza di vita media o breve, essere affette da sofferenze intollerabili e incurabili, dal punto di vista fisico o psicologico, ma saranno esclusi dall’eutanasia e dal suicidio assistito i malati psichiatrici. Infine, quando una persona in queste condizioni deciderà di suicidarsi legalmente, dovrà rivolgersi a un medico che avrà 15 giorni di tempo per esprimersi. Il dottore potrà consultarsi con un collega o un infermiere ma prenderà da solo la decisione fatale. Passati due giorni «di riflessione», l’aspirante alla «dolce morte» dovrà rinnovare la propria intenzione di farla finita. A quel punto il medico dovrà prescrivere una «sostanza letale» al candidato al suicidio assistito. Quest’ultimo, anche se fosse autosufficiente, avrà diritto a essere «accompagnato» da un medico o un sanitario. Nel caso in cui un medico negasse l’iniezione fatale all’aspirante suicida assistito, questo potrebbe presentare un ricorso al giudice amministrativo. Tuttavia, i familiari della persona che ha chiesto «l’aiuto a morire» non potranno ricorrere contro la decisione medica. Questo sebbene, nei mesi scorsi, Macron avesse evocato tale possibilità di ricorso così come il carattere «collegiale» della decisione medica in favore del suicidio assistito.
Come scritto l’anno scorso da La Verità, oltre 800.000 sanitari francesi si sono opposti alla legalizzazione della dolce morte, così come la Chiesa cattolica e i responsabili di quasi tutte le religioni. Ieri la Conferenza episcopale francese ha annunciato battaglia contro il progetto di legge su eutanasia e suicidio assistito, incaricando quattro vescovi al ruolo di portavoce speciali su queste tematiche.
Ma la determinazione di Macron nell’approvare leggi contro la vita (in particolare dei più fragili) non si ferma davanti a nessuno e, come un virus, rischia di contagiare altre istituzioni e Paesi. Oggi il Parlamento europeo voterà una risoluzione volta a inserire l’aborto nella Carta dei diritti dell’Ue. Se fosse approvata, in Europa salterebbero gli ultimi freni al massacro di esseri umani nel ventre materno. Verrebbe da chiedersi se, alla fine del mandato dell’attuale capo di Stato francese, non sarà necessario convocare una sorta di nuovo Congresso di Vienna della bioetica nella Ue.
The Donald silura i dem sull’aborto
Si è scatenato un nuovo putiferio su Donald Trump per le sue ultime dichiarazioni in materia di aborto. «La mia opinione è che ora abbiamo l’aborto dove tutti lo volevano da un punto di vista legale: gli Stati lo determineranno tramite voto o legislazione, o forse entrambi. E qualunque cosa decidano deve essere la legge della terra. In questo caso, la legge dello Stato», ha dichiarato. «Alla fine, tutto dipende dalla volontà della gente», ha aggiunto. In altre parole, l’ex presidente ha detto che devono essere i singoli Stati a legiferare sull’interruzione di gravidanza, prendendo così le distanze dall’ipotesi di un divieto federale in materia di aborto.Una posizione che gli ha attirato critiche trasversali. Trump è stato innanzitutto attaccato dal suo ex vice, Mike Pence, che, vicinissimo alla destra evangelica, lo ha tacciato di non essere abbastanza pro life. Dall’altra parte, per ragioni opposte, Trump è stato criticato da Joe Biden, che ha accusato il candidato repubblicano di mentire e di puntare segretamente a vietare l’aborto in tutti gli Stati Uniti. «Non ci siano illusioni. Se Donald Trump verrà eletto e i repubblicani trumpisti al Congresso metteranno un divieto nazionale dell’aborto sulla scrivania presidenziale, Trump lo trasformerà in legge», ha tuonato l’attuale inquilino della Casa Bianca. E quindi? Chi ha ragione? Trump è un traditore della causa pro life? Oppure sta machiavellicamente organizzando una stretta federale sull’interruzione di gravidanza? Cominciamo col ricordare che Trump ha sempre detto che l’aborto doveva essere materia da lasciare ai singoli Stati. Il 19 ottobre 2016, durante il terzo dibattito televisivo con Hillary Clinton, il moderatore gli chiese se fosse favorevole acché la Corte suprema annullasse la Roe vs Wade, la sentenza del 1973 che aveva reso l’interruzione di gravidanza una pratica protetta dalla Costituzione. «Ebbene, se ciò accadesse, poiché sono pro life e nominerò giudici pro life, penserei che ciò toccherebbe ai singoli Stati», rispose. «Se la annullassero, la questione tornerebbe agli Stati», aggiunse. In secondo luogo, la posizione di Trump è esattamente quella espressa da Dobbs vs Jackson Women’s health organization: la sentenza della Corte suprema che, nel 2022, ha ribaltato Roe vs Wade. In particolare, Dobbs non ha dichiarato l’aborto incostituzionale: ha semmai stabilito che non è un diritto garantito dalla Costituzione e che su di esso devono legiferare per l’appunto i singoli Stati. Una sentenza che, in estrema sintesi, ribadì un principio apparentemente ovvio: nelle democrazie liberali, le leggi le fanno i parlamenti eletti, non i giudici.Un altro aspetto da considerare è che, negli ultimi tempi, il Congresso si è sempre più spesso rivelato spaccato: ragion per cui difficilmente, all’atto pratico, un divieto federale di aborto potrebbe essere approvato prossimamente. Infine, dal punto di vista elettorale, Trump è convinto che un’eccessiva rigidità sull’interruzione di gravidanza possa alienare al Partito repubblicano il voto delle donne degli hinterland benestanti: quegli hinterland che un tempo erano una roccaforte del Gop ma che si sono ultimamente spostati verso i dem. Questo spiega la reazione piccata di Biden: le parole di Trump hanno, infatti, spiazzato il suo avversario che teme di perdere consenso in una fascia elettorale cruciale in vista delle presidenziali di novembre.Qualcuno potrebbe pensare che l’ex presidente rischia di perdere il sostegno del mondo pro life. Eppure, quel mondo salutò favorevolmente la Dobbs: una sentenza che fu possibile anche grazie ai tre giudici nominati da Trump alla Corte suprema. Inoltre, pur avendo criticato a settembre Ron DeSantis per aver firmato una legge molto restrittiva sull’interruzione di gravidanza in Florida, a gennaio il tycoon ha registrato ottime performance tra gli elettori evangelici durante il caucus dell’Iowa. Infine, è improbabile che i pro life sceglieranno di votare a novembre per Biden e Kamala Harris, la cui amministrazione è probabilmente stata la più abortista della storia americana.
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Il presidente francese spinge sulla «dolce morte» nonostante l’opposizione di sanitari e vescovi. E oggi l’Europarlamento delibererà se inserire l’Ivg nella Carta dei diritti Ue. Il tycoon segue la linea tracciata dalla Corte suprema: «Devono decidere i vari Stati se consentirlo». Così ha spiazzato Biden, che teme di perdere l’appoggio delle donne. Lo speciale contiene due articoli.Per Emmanuel Macron l’eventualità che le elezioni europee di giugno si trasformino in una Waterloo è sempre più concreta. Così il presidente francese accelera sulla legalizzazione dell’«aiuto a morire», nel tentativo disperato raggranellare qualche voto tra gli elettori di sinistra. Ieri il progetto di legge sul fine vita è stato presentato in Consiglio dei ministri, ma il gradimento dei francesi per il loro presidente rimane basso.I sondaggi sono implacabili per il partito di Macron. Ad esempio, l’ultima proiezione quotidiana realizzata da Ifop per Le Figaro, Lci e Sud Radio, attribuisce a Renaissance solo il 18,5%, mentre il Rassemblement National (Rn) di Marine Le Pen e Jordan Bardella si attesta al 32%. Anche la proiezione realizzata da Opinionway per CNews mostra l’ampio vantaggio del Rn (29%) sulla lista macronista (19%) guidata dalla semisconosciuta deputata europea Valérie Hayer. Per completare la panoramica, il sondaggio di Harris Interactive, realizzato per Challenges, M6 e Rtl, colloca il partito alleato della Lega di Matteo Salvini al 31% e quello del presidente francese al 17%. Insomma, anche se i sondaggi vanno sempre presi con le dovute cautele, a due mesi esatti dal voto europeo, per Emmanuel Macron la strada che porta alle urne appare estremamente ripida.Sarà anche per questo che il leader transalpino moltiplica il proprio attivismo su più fronti, sia interni sia esterni. Quel che stupisce è che il fil rouge che sembra legare varie tematiche trattate dal presidente francese sia, in realtà, piuttosto noir e ispirato alla morte. Questo perché, tra la fine di gennaio e l’inizio di aprile, Macron ha costituzionalizzato la «libertà garantita» di abortire, poi ha parlato di un possibile invio di soldati transalpini in Ucraina (rischiando di scatenare una guerra mondiale) e ora riparte alla carica con eutanasia e suicidio assistito. E pazienza se, nel frattempo, le stime sull’economia di Parigi peggiorano a vista d’occhio, l’islamismo si infiltra sempre di più nelle scuole e nella società e le minacce di attentati si fanno più frequenti. Per Macron, l’urgenza è la legalizzazione della dolce morte.Il progetto di legge presentato ieri dal ministro della Salute, Catherine Vautrin, punta a stabilire delle condizioni ben precise per ammettere il ricorso all’aiuto a morire. Per Vautrin, che ha passato la propria vita politica a destra e che è saltata sul carro macronista con l’ultimo rimpasto governativo, il progetto di legge non introdurrà «un nuovo diritto» né «una libertà» ma si tratta, piuttosto, «di una risposta etica ai bisogni di accompagnamento dei malati». Il punto è che questo «accompagnamento» consiste quasi esclusivamente ad aiutare un malato a iniettarsi una sostanza letale. Certo, il governo francese precisa che le condizioni che consentiranno di ricorrere al suicidio assistito o all’eutanasia saranno «ristrette» ma, come hanno dimostrato i precedenti belgi e olandesi, per ampliare il ricorso alla dolce morte basta una leggina qualunque.Per ora, il progetto di legge prevede che i candidati all’eutanasia o al suicidio assistito debbano essere cittadini francesi o residenti stabili in Francia, maggiorenni e in grado di esprimere le proprie volontà. Le persone che chiederanno la dolce morte dovranno avere una speranza di vita media o breve, essere affette da sofferenze intollerabili e incurabili, dal punto di vista fisico o psicologico, ma saranno esclusi dall’eutanasia e dal suicidio assistito i malati psichiatrici. Infine, quando una persona in queste condizioni deciderà di suicidarsi legalmente, dovrà rivolgersi a un medico che avrà 15 giorni di tempo per esprimersi. Il dottore potrà consultarsi con un collega o un infermiere ma prenderà da solo la decisione fatale. Passati due giorni «di riflessione», l’aspirante alla «dolce morte» dovrà rinnovare la propria intenzione di farla finita. A quel punto il medico dovrà prescrivere una «sostanza letale» al candidato al suicidio assistito. Quest’ultimo, anche se fosse autosufficiente, avrà diritto a essere «accompagnato» da un medico o un sanitario. Nel caso in cui un medico negasse l’iniezione fatale all’aspirante suicida assistito, questo potrebbe presentare un ricorso al giudice amministrativo. Tuttavia, i familiari della persona che ha chiesto «l’aiuto a morire» non potranno ricorrere contro la decisione medica. Questo sebbene, nei mesi scorsi, Macron avesse evocato tale possibilità di ricorso così come il carattere «collegiale» della decisione medica in favore del suicidio assistito.Come scritto l’anno scorso da La Verità, oltre 800.000 sanitari francesi si sono opposti alla legalizzazione della dolce morte, così come la Chiesa cattolica e i responsabili di quasi tutte le religioni. Ieri la Conferenza episcopale francese ha annunciato battaglia contro il progetto di legge su eutanasia e suicidio assistito, incaricando quattro vescovi al ruolo di portavoce speciali su queste tematiche.Ma la determinazione di Macron nell’approvare leggi contro la vita (in particolare dei più fragili) non si ferma davanti a nessuno e, come un virus, rischia di contagiare altre istituzioni e Paesi. Oggi il Parlamento europeo voterà una risoluzione volta a inserire l’aborto nella Carta dei diritti dell’Ue. Se fosse approvata, in Europa salterebbero gli ultimi freni al massacro di esseri umani nel ventre materno. Verrebbe da chiedersi se, alla fine del mandato dell’attuale capo di Stato francese, non sarà necessario convocare una sorta di nuovo Congresso di Vienna della bioetica nella Ue.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/macron-vuole-legalizzare-leutanasia-2667746903.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="the-donald-silura-i-dem-sullaborto" data-post-id="2667746903" data-published-at="1712842575" data-use-pagination="False"> The Donald silura i dem sull’aborto Si è scatenato un nuovo putiferio su Donald Trump per le sue ultime dichiarazioni in materia di aborto. «La mia opinione è che ora abbiamo l’aborto dove tutti lo volevano da un punto di vista legale: gli Stati lo determineranno tramite voto o legislazione, o forse entrambi. E qualunque cosa decidano deve essere la legge della terra. In questo caso, la legge dello Stato», ha dichiarato. «Alla fine, tutto dipende dalla volontà della gente», ha aggiunto. In altre parole, l’ex presidente ha detto che devono essere i singoli Stati a legiferare sull’interruzione di gravidanza, prendendo così le distanze dall’ipotesi di un divieto federale in materia di aborto.Una posizione che gli ha attirato critiche trasversali. Trump è stato innanzitutto attaccato dal suo ex vice, Mike Pence, che, vicinissimo alla destra evangelica, lo ha tacciato di non essere abbastanza pro life. Dall’altra parte, per ragioni opposte, Trump è stato criticato da Joe Biden, che ha accusato il candidato repubblicano di mentire e di puntare segretamente a vietare l’aborto in tutti gli Stati Uniti. «Non ci siano illusioni. Se Donald Trump verrà eletto e i repubblicani trumpisti al Congresso metteranno un divieto nazionale dell’aborto sulla scrivania presidenziale, Trump lo trasformerà in legge», ha tuonato l’attuale inquilino della Casa Bianca. E quindi? Chi ha ragione? Trump è un traditore della causa pro life? Oppure sta machiavellicamente organizzando una stretta federale sull’interruzione di gravidanza? Cominciamo col ricordare che Trump ha sempre detto che l’aborto doveva essere materia da lasciare ai singoli Stati. Il 19 ottobre 2016, durante il terzo dibattito televisivo con Hillary Clinton, il moderatore gli chiese se fosse favorevole acché la Corte suprema annullasse la Roe vs Wade, la sentenza del 1973 che aveva reso l’interruzione di gravidanza una pratica protetta dalla Costituzione. «Ebbene, se ciò accadesse, poiché sono pro life e nominerò giudici pro life, penserei che ciò toccherebbe ai singoli Stati», rispose. «Se la annullassero, la questione tornerebbe agli Stati», aggiunse. In secondo luogo, la posizione di Trump è esattamente quella espressa da Dobbs vs Jackson Women’s health organization: la sentenza della Corte suprema che, nel 2022, ha ribaltato Roe vs Wade. In particolare, Dobbs non ha dichiarato l’aborto incostituzionale: ha semmai stabilito che non è un diritto garantito dalla Costituzione e che su di esso devono legiferare per l’appunto i singoli Stati. Una sentenza che, in estrema sintesi, ribadì un principio apparentemente ovvio: nelle democrazie liberali, le leggi le fanno i parlamenti eletti, non i giudici.Un altro aspetto da considerare è che, negli ultimi tempi, il Congresso si è sempre più spesso rivelato spaccato: ragion per cui difficilmente, all’atto pratico, un divieto federale di aborto potrebbe essere approvato prossimamente. Infine, dal punto di vista elettorale, Trump è convinto che un’eccessiva rigidità sull’interruzione di gravidanza possa alienare al Partito repubblicano il voto delle donne degli hinterland benestanti: quegli hinterland che un tempo erano una roccaforte del Gop ma che si sono ultimamente spostati verso i dem. Questo spiega la reazione piccata di Biden: le parole di Trump hanno, infatti, spiazzato il suo avversario che teme di perdere consenso in una fascia elettorale cruciale in vista delle presidenziali di novembre.Qualcuno potrebbe pensare che l’ex presidente rischia di perdere il sostegno del mondo pro life. Eppure, quel mondo salutò favorevolmente la Dobbs: una sentenza che fu possibile anche grazie ai tre giudici nominati da Trump alla Corte suprema. Inoltre, pur avendo criticato a settembre Ron DeSantis per aver firmato una legge molto restrittiva sull’interruzione di gravidanza in Florida, a gennaio il tycoon ha registrato ottime performance tra gli elettori evangelici durante il caucus dell’Iowa. Infine, è improbabile che i pro life sceglieranno di votare a novembre per Biden e Kamala Harris, la cui amministrazione è probabilmente stata la più abortista della storia americana.
Elon Musk (Ansa)
Ieri SpaceX ha debuttato contemporaneamente al Nasdaq e al nuovo listino del Texas, una prima assoluta per i mercati americani. Lo ha fatto con numeri che fino a pochi anni fa sarebbero sembrati fantascienza. L’offerta ha attribuito alla società spaziale una valutazione iniziale di 1.780 miliardi di dollari, la più alta mai registrata per una quotazione. Vuol dire che la società di Musk vale quanto il Pil annuale dell’Italia. Gli investitori istituzionali e i piccoli risparmiatori si sono letteralmente gettati sull’operazione acquistando 555,6 milioni di azioni collocate a 135 dollari ciascuna. Ma il mercato ha immediatamente deciso che quel prezzo era troppo basso. Nelle prime contrattazioni il titolo è schizzato fino a 175 dollari. E non importa se al momento il gruppo aerospaziale è solo una costosissima promessa: ha un fatturato di 18,7 miliardi e ne perde 4,9. Ma Wall Street voleva SpaceX a qualunque costo.
Il principale beneficiario dell’entusiasmo è stato naturalmente Elon Musk. Già uomo più ricco del pianeta prima della quotazione, con un patrimonio stimato da Forbes in 981 miliardi di dollari, il fondatore della società è diventato il primo individuo della storia a superare la soglia psicologica dei 1.000 miliardi. Vuol dire che da solo vale metà del Pil dell’Italia. Un traguardo che fino a ieri apparteneva alla categoria delle fantasie futuristiche. La raccolta complessiva dell’offerta ha sfiorato i 75 miliardi di dollari, altro record assoluto. Ma sarebbe un errore leggere questa operazione soltanto come una gigantesca operazione di Borsa.
Per Musk il mercato azionario rappresenta soprattutto un gigantesco serbatoio di capitale per alimentare la sua vera ossessione: Marte. Perché, come emerge dai documenti societari, una parte della futura remunerazione del fondatore è legata a un obiettivo che nessun consiglio di amministrazione aveva mai osato scrivere. Non fatturato. Non utili. Non dividendi. Una colonia permanente di almeno un milione di persone su Marte. In pratica, mentre i manager tradizionali sono premiati se aumentano i margini operativi, Musk potrà incassare se riuscirà a trasformare Marte in un nuovo continente abitato. È la differenza che passa tra gestire una società e tentare di riscrivere il sistema solare. Durante una conversazione trasmessa sulla piattaforma X con Jamie Dimon, amministratore delegato di JPMorgan, Musk ha raccontato che da circa dieci anni amici, consulenti e banchieri gli ripetevano sempre la stessa frase: «Quota SpaceX». Per anni ha resistito. Ora invece ha cambiato idea. Il motivo è semplice. O meglio: semplice secondo gli standard di Musk. SpaceX intende mettere in orbita 100.000 satelliti Starlink di nuova generazione. Non qualche centinaio. Non qualche migliaio. Centomila. A questo si aggiunge un progetto ancora più ambizioso: la costruzione di grandi data center di Intelligenza artificiale direttamente nello spazio.
Secondo Musk, questa potrebbe diventare una gigantesca fonte di ricavi. Secondo i suoi banchieri, potrebbe soprattutto richiedere una quantità di capitale mai vista prima.
Ecco perché la Borsa è diventata improvvisamente necessaria. Anche dopo la quotazione, grazie a una speciale categoria di azioni con diritti di voto rafforzati, il fondatore manterrà il controllo assoluto delle decisioni strategiche, finanziarie e manageriali. Ma il dettaglio più sorprendente è un altro.
Nei documenti si scopre infatti che l’unica persona che può licenziare Elon Musk dal ruolo di amministratore delegato è... Elon Musk. Per la sua dimensione colossale, SpaceX potrebbe entrare nel Nasdaq 100 (l’élite della Silicon Valley) dopo appena 15 giorni di contrattazione. Sarebbe un passaggio fondamentale perché costringerebbe una miriade di fondi indicizzati ad acquistare automaticamente il titolo.
L’ingresso nello S&P 500 (il listino di eccellenza di Wall Street) richiederà invece tempi più lunghi. Ma dopo aver conquistato lo spazio, superato il trilione personale e realizzato la più grande quotazione della storia, attendere un po’ potrebbe sembrare il problema meno complicato.
Soprattutto per un uomo che non misura il successo in trimestri o in esercizi fiscali. Lo misura in pianeti.
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Ansa
Nel caso di specie si trattava di un provvedimento di proroga disposto senza la fissazione della prescritta udienza camerale e, quindi, senza che all’interessato fosse stata data possibilità di intervenire nel procedimento. Sulla base di tale principio la Corte ha respinto il ricorso che la presidenza del Consiglio dei ministri, unitamente ad altri organi, aveva proposto avverso la sentenza d’appello che, in conferma di quella di primo grado, aveva accolto la richiesta di risarcimento avanzata dall’interessato.
A tale decisione la Corte è pervenuta sull’assunto, nell’essenziale, che i provvedimenti in materia di trattenimento degli stranieri nei Cpr non sono fini a sé stessi ma sono funzionali al risultato finale che dev’essere quello dell’esecuzione dell’espulsione dal territorio dello Stato. Pertanto, non assumendo mai essi carattere di definitività, ma potendo essere revocati o modificati anche d’ufficio, in ogni momento la loro mancata impugnazione non impedirebbe di farne riconoscere l’eventuale illegittimità da parte del giudice investito dell’azione risarcitoria, con conseguente accoglimento di quest’ultima. Risulta di fondamentale rilievo, tra gli elementi addotti dalla Corte a sostegno del proprio assunto, quello costituito dal fatto che esso troverebbe conferma nella vigente disciplina in materia di riparazione pecuniaria per ingiusta detenzione sofferta nel corso di un procedimento penale; istituto che viene definito «per certi versi affine al rimedio risarcitorio per illegittima privazione della libertà personale». Ciò in quanto - si afferma - per il riconoscimento del diritto alla suddetta riparazione pecuniaria, non è richiesto, dall’art. 314, comma 1, del Codice di procedura penale, che l’interessato abbia a suo tempo proposto impugnazione avverso il provvedimento applicativo o confermativo della misura cautelare detentiva.
Occorre subito dire che la validità di tale ragionamento presuppone anzitutto che, così come è richiesto, per l’esperibilità della procedura di riparazione per ingiusta detenzione il procedimento penale sia giunto a conclusione, quale che essa sia (assoluzione nel merito, proscioglimento per ragioni non di merito, condanna, archiviazione, sentenza di non luogo a procedere); allo stesso modo deve ritenersi richiesto, ai fini dell’esperibilità dell’azione risarcitoria per indebito trattenimento in un Cpr in vista dell’espulsione, che il procedimento di espulsione amministrativa dello straniero si sia concluso. Il che avviene con l’emissione del relativo decreto prefettizio, una volta che questo abbia assunto carattere di definitività per mancata o non accolta impugnazione (indipendentemente dalla circostanza che poi abbia o meno avuto effettiva esecuzione), ovvero abbia perduto definitivamente efficacia per annullamento, revoca o qualsiasi altra ragione. In mancanza di tale condizione appare evidente che il richiamo operato dalla Corte alla procedura di riparazione per ingiusta detenzione sarebbe del tutto privo di fondamento.
Volendo però dare per acquisito che la condizione dell’avvenuta conclusione del procedimento di espulsione amministrativa sia comunque sussistente, va osservato che la seconda delle ipotesi dianzi formulate appare estremamente improbabile, per la semplice ragione che, se fosse quella effettivamente realizzatasi, la richiesta di risarcimento del danno avrebbe potuto essere avanzata con riferimento all’intera durata della privazione della libertà subita a titolo di trattenimento, in vista dell’espulsione, nel Cpr e non, invece, come pacificamente risulta essere avvenuto, con riferimento alla sola frazione temporale dovuta al provvedimento di proroga di cui si lamenta la illegittimità
Dovendosi, quindi, presumere che quella effettivamente realizzatasi sia la prima delle suddette ipotesi, il richiamo operato dalla Corte al comma 1 dell’art. 314 cod. proc. pen. appare del tutto incongruo, trovando la detta norma applicazione solo, nel caso che il procedimento penale si sia concluso con pronuncia assolutoria nel merito. Quello al quale la Corte avrebbe dovuto fare richiamo (ma lo ha, invece, del tutto ignorato) era, per analogia di situazione, il comma 2 del citato art. 314, secondo il quale, quando il procedimento penale si sia concluso con pronuncia di condanna o di proscioglimento non nel merito, il diritto alla riparazione per ingiusta detenzione può essere riconosciuto solo a condizione che «con decisione irrevocabile, risulti accertato che è stato emesso o mantenuto senza che sussistessero le condizioni di applicabilità previste dagli artt. 273 e 280». E la «decisione irrevocabile» altra non può essere se non quella che sia stata, a suo tempo, adottata all’esito dell’impugnazione contro il provvedimento di applicazione o di mantenimento della misura.
Ne consegue che, ove tale impugnazione non sia stata proposta o, se proposta, non sia stata per una qualsiasi ragione accolta, la richiesta di riparazione per ingiusta detenzione risulta improponibile. Una volta datosi, quindi, per acquisito che il procedimento di espulsione amministrativa si sia concluso con il decreto di espulsione non più soggetto a impugnazione, da equipararsi alla definitività della condanna nel procedimento penale, ne deriva che, proprio alla luce di quanto affermato dalla Corte circa l’assimilabilità della richiesta di risarcimento per indebito trattenimento nel Cpr alla richiesta di riparazione per ingiusta detenzione, la mancata impugnazione, a suo tempo, del provvedimento di proroga del trattenimento adottato in violazione del principio del contraddittorio avrebbe dovuto far sì che la richiesta di risarcimento venisse dichiarata improponibile. Ciò avrebbe dovuto comportare l’accoglimento del ricorso proposto dalla presidenza del Consiglio e dalle altre amministrazioni interessate. Il fatto che così non sia stato appare indice del permanere di una certa tendenza della magistratura, compresa quella di legittimità, a fare ogni sforzo, in materia di immigrazione, ogni qual volta se ne veda anche la più remota delle possibilità, per adottare decisioni favorevoli ai «migranti», percorrendo, a tal fine i più impervi e tortuosi sentieri interpretativi, anche con il rischio di inciampare, talvolta, in qualche sasso.
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La capogruppo di di Fratelli d'Italia in Commissione Covid Alice Buonguerrieri contro Giuseppe Conte: «Emergono fatti gravissimi su presunte provvigioni milionarie per le commesse della struttura di Domenico Arcuri e l'ex premier usa il ruolo di commissario come scudo per non farsi udire. Chi non ha nulla da nascondere si dimetta dalla commissione e venga a riferire la verità agli italiani».
iStock. Nel riquadro, la locandina dell'evento
Nell’area «Bimb*», con la schwa (che storpia ogni parola pur di risultare linguaggio inclusivo e non binario) al posto dell’asterisco, sabato 20 giugno a partire dalle 15 ci saranno intrattenimenti vari, come il momento «Letture» a cura delle famiglie Arcobaleno.
Stiamo parlando dell’associazione «genitori Lgbtqi+, in coppia, single o separati che hanno realizzato il proprio progetto di genitorialità, o che aspirano a farlo», e che purtroppo suggeriscono perfino quali libri far leggere a innocenti creature. Un campionario delle loro scelte si può trovare sul sito ufficiale.
Da Perché hai due mamme? e Perché hai due papà di Francesca Pardi, «nato per aiutare i bambini con due genitori dello stesso sesso nel rispondere alle curiosità degli altri», a un altro libro della stessa autrice dal titolo Qual è il segreto di papà?, spiegato come «un racconto che parla di omosessualità con parole semplici e dirette». Età di lettura consigliata: «Dai 4 anni». Certo, perché a 48 mesi si è già in grado di comprendere temi delicatissimi quali sessualità e identità di genere.
Per non parlare del Giorno specialissimo di Marlon Bundo, di Jill Twiss, storia gay di un coniglietto «che si innamora di un altro coniglietto di nome Wesley e decide di sposarsi con lui», e di cui già si è occupata La Verità. Consigliato ai piccoli dai 5 ai 10 anni, come L’importante è che siamo amici, dove l’orsacchiotto Thomas preferisce essere Tilly. L’autrice, Jessica Walton, voleva scrivere una storia con un protagonista transgender per raccontare al figlio l’esperienza del padre diventato trans e aveva cercato finanziamenti su un sito crowdfunding, ricevendo montagne di soldi.
Ecco un campionario di buone letture con le quali intrattenere dei bimbi, che già dovranno assistere a sfilate di personaggi dall’apparenza affatto normale. Sul palco pomeridiano «spazio di resistenza intersezionale, transfemminismo ed arte, all’insegna di interventi politici, DJ set e performance», saliranno infatti personaggi come Sofia Mehiel, in arte «la papessa», responsabile del progetto per la sezione trans del carcere di Reggio Emilia e che «ha guidato la carovana di genere per l’Ucraina».
E ci sarà Bianca Bonzagni, attivista transgender, classificatasi al secondo posto nel concorso Miss Trans Europa 2025. Soprattutto non mancheranno i «Bear gay», gli «orsi» omosessuali, «sottocultura gay», come la definisce gay.it, in cui si riconosce il soggetto «abbastanza grosso o robusto, con i peli sul petto e una barba lunga, incolta, generalmente un estimatore del cuoio e dei collari».
Sono richiamati dal collettivo Lgbtqi+ Discorso Bear Party, nato nella periferia di Carpi e con base principale al Circolo Mattatoyo. «Al centro del loro percorso c’è la cura e la valorizzazione dei corpi che escono dai canoni estetici imposti: uno spazio libero da etichette rigide per combattere lo stigma grassofobico ed estetico che colpisce tuttə* noi», informano gli organizzatori del Pride a Modena.
I bambini li vedranno, poveretti loro. Respireranno l’atmosfera di questo raduno e ascolteranno gli slogan che verranno ripetuti. Lo dichiara il manifesto politico del Pride modenese, quello che verrà urlato durante la sfilata: «È sin dall’insediamento di questo governo fascista, nel 2022, che è iniziata una vera e propria offensiva nei confronti delle famiglie omogenitoriali, con il preciso intento di delegittimare la genitorialità delle persone Lgbtqia+. Dapprima con la circolare del ministro dell’Interno Piantedosi, che poneva di fatto divieto a sindac* di registrare il genitore intenzionale all’anagrafe, […] ed è culminata con l’approvazione, nell’ottobre 2024, della legge Varchi, che ha reso la gestazione per altre persone reato universale […]. Una legge dal chiaro impianto ideologico, studiata e fortemente voluta dalla maggioranza per punire le coppie di aspiranti padri».
Già, perché sarebbe normale essere due mamme o due papà per una creatura, magari ottenuta servendosi di un utero in affitto? Le famiglie Arcobaleno che porteranno al Pride i bimbi, nati con il seme di un donatore sconosciuto e attraverso la procreazione medicalmente assistita, o con la pratica della maternità surrogata, li faranno assistere a tutto il repertorio in programma? Magari anche alla sosta degli adulti allo stand salute, dove sarà possibile testarsi «in maniera rapida e gratuita» per Hiv e sifilide «con l’aiuto del reparto malattie infettive dell’ospedale di Modena». Terminata la sfilata, lo stand invece si trasformerà in una sala giochi «per poter vincere gadget, sex toys, preservativi femminili e maschili e tanti lubrificanti».
Ma non pensiate che sia solo esibizione di muscoli e altro. Ci sono contenuti anticipati con orgoglio: «Il Modena Pride 2026 è antifascista, contro il razzismo, il colonialismo e i genocidi presenti e passati, antimilitarista, solidale con il popolo palestinese, per la giustizia climatica antiabilista».
Per fortuna, a metà pomeriggio per i bimbi è prevista una non precisata area «sgambamento», immaginiamo riservata a esercizi fisici. O per darsela a gambe, anche solo con la fantasia.
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