True
2024-04-11
Macron a picco nei sondaggi. Vuole legalizzare l’eutanasia per mendicare voti a sinistra
Emmanuel Macron (Getty Images)
Per Emmanuel Macron l’eventualità che le elezioni europee di giugno si trasformino in una Waterloo è sempre più concreta. Così il presidente francese accelera sulla legalizzazione dell’«aiuto a morire», nel tentativo disperato raggranellare qualche voto tra gli elettori di sinistra. Ieri il progetto di legge sul fine vita è stato presentato in Consiglio dei ministri, ma il gradimento dei francesi per il loro presidente rimane basso.
I sondaggi sono implacabili per il partito di Macron. Ad esempio, l’ultima proiezione quotidiana realizzata da Ifop per Le Figaro, Lci e Sud Radio, attribuisce a Renaissance solo il 18,5%, mentre il Rassemblement National (Rn) di Marine Le Pen e Jordan Bardella si attesta al 32%. Anche la proiezione realizzata da Opinionway per CNews mostra l’ampio vantaggio del Rn (29%) sulla lista macronista (19%) guidata dalla semisconosciuta deputata europea Valérie Hayer. Per completare la panoramica, il sondaggio di Harris Interactive, realizzato per Challenges, M6 e Rtl, colloca il partito alleato della Lega di Matteo Salvini al 31% e quello del presidente francese al 17%. Insomma, anche se i sondaggi vanno sempre presi con le dovute cautele, a due mesi esatti dal voto europeo, per Emmanuel Macron la strada che porta alle urne appare estremamente ripida.
Sarà anche per questo che il leader transalpino moltiplica il proprio attivismo su più fronti, sia interni sia esterni. Quel che stupisce è che il fil rouge che sembra legare varie tematiche trattate dal presidente francese sia, in realtà, piuttosto noir e ispirato alla morte. Questo perché, tra la fine di gennaio e l’inizio di aprile, Macron ha costituzionalizzato la «libertà garantita» di abortire, poi ha parlato di un possibile invio di soldati transalpini in Ucraina (rischiando di scatenare una guerra mondiale) e ora riparte alla carica con eutanasia e suicidio assistito. E pazienza se, nel frattempo, le stime sull’economia di Parigi peggiorano a vista d’occhio, l’islamismo si infiltra sempre di più nelle scuole e nella società e le minacce di attentati si fanno più frequenti. Per Macron, l’urgenza è la legalizzazione della dolce morte.
Il progetto di legge presentato ieri dal ministro della Salute, Catherine Vautrin, punta a stabilire delle condizioni ben precise per ammettere il ricorso all’aiuto a morire. Per Vautrin, che ha passato la propria vita politica a destra e che è saltata sul carro macronista con l’ultimo rimpasto governativo, il progetto di legge non introdurrà «un nuovo diritto» né «una libertà» ma si tratta, piuttosto, «di una risposta etica ai bisogni di accompagnamento dei malati». Il punto è che questo «accompagnamento» consiste quasi esclusivamente ad aiutare un malato a iniettarsi una sostanza letale. Certo, il governo francese precisa che le condizioni che consentiranno di ricorrere al suicidio assistito o all’eutanasia saranno «ristrette» ma, come hanno dimostrato i precedenti belgi e olandesi, per ampliare il ricorso alla dolce morte basta una leggina qualunque.
Per ora, il progetto di legge prevede che i candidati all’eutanasia o al suicidio assistito debbano essere cittadini francesi o residenti stabili in Francia, maggiorenni e in grado di esprimere le proprie volontà. Le persone che chiederanno la dolce morte dovranno avere una speranza di vita media o breve, essere affette da sofferenze intollerabili e incurabili, dal punto di vista fisico o psicologico, ma saranno esclusi dall’eutanasia e dal suicidio assistito i malati psichiatrici. Infine, quando una persona in queste condizioni deciderà di suicidarsi legalmente, dovrà rivolgersi a un medico che avrà 15 giorni di tempo per esprimersi. Il dottore potrà consultarsi con un collega o un infermiere ma prenderà da solo la decisione fatale. Passati due giorni «di riflessione», l’aspirante alla «dolce morte» dovrà rinnovare la propria intenzione di farla finita. A quel punto il medico dovrà prescrivere una «sostanza letale» al candidato al suicidio assistito. Quest’ultimo, anche se fosse autosufficiente, avrà diritto a essere «accompagnato» da un medico o un sanitario. Nel caso in cui un medico negasse l’iniezione fatale all’aspirante suicida assistito, questo potrebbe presentare un ricorso al giudice amministrativo. Tuttavia, i familiari della persona che ha chiesto «l’aiuto a morire» non potranno ricorrere contro la decisione medica. Questo sebbene, nei mesi scorsi, Macron avesse evocato tale possibilità di ricorso così come il carattere «collegiale» della decisione medica in favore del suicidio assistito.
Come scritto l’anno scorso da La Verità, oltre 800.000 sanitari francesi si sono opposti alla legalizzazione della dolce morte, così come la Chiesa cattolica e i responsabili di quasi tutte le religioni. Ieri la Conferenza episcopale francese ha annunciato battaglia contro il progetto di legge su eutanasia e suicidio assistito, incaricando quattro vescovi al ruolo di portavoce speciali su queste tematiche.
Ma la determinazione di Macron nell’approvare leggi contro la vita (in particolare dei più fragili) non si ferma davanti a nessuno e, come un virus, rischia di contagiare altre istituzioni e Paesi. Oggi il Parlamento europeo voterà una risoluzione volta a inserire l’aborto nella Carta dei diritti dell’Ue. Se fosse approvata, in Europa salterebbero gli ultimi freni al massacro di esseri umani nel ventre materno. Verrebbe da chiedersi se, alla fine del mandato dell’attuale capo di Stato francese, non sarà necessario convocare una sorta di nuovo Congresso di Vienna della bioetica nella Ue.
The Donald silura i dem sull’aborto
Si è scatenato un nuovo putiferio su Donald Trump per le sue ultime dichiarazioni in materia di aborto. «La mia opinione è che ora abbiamo l’aborto dove tutti lo volevano da un punto di vista legale: gli Stati lo determineranno tramite voto o legislazione, o forse entrambi. E qualunque cosa decidano deve essere la legge della terra. In questo caso, la legge dello Stato», ha dichiarato. «Alla fine, tutto dipende dalla volontà della gente», ha aggiunto. In altre parole, l’ex presidente ha detto che devono essere i singoli Stati a legiferare sull’interruzione di gravidanza, prendendo così le distanze dall’ipotesi di un divieto federale in materia di aborto.Una posizione che gli ha attirato critiche trasversali. Trump è stato innanzitutto attaccato dal suo ex vice, Mike Pence, che, vicinissimo alla destra evangelica, lo ha tacciato di non essere abbastanza pro life. Dall’altra parte, per ragioni opposte, Trump è stato criticato da Joe Biden, che ha accusato il candidato repubblicano di mentire e di puntare segretamente a vietare l’aborto in tutti gli Stati Uniti. «Non ci siano illusioni. Se Donald Trump verrà eletto e i repubblicani trumpisti al Congresso metteranno un divieto nazionale dell’aborto sulla scrivania presidenziale, Trump lo trasformerà in legge», ha tuonato l’attuale inquilino della Casa Bianca. E quindi? Chi ha ragione? Trump è un traditore della causa pro life? Oppure sta machiavellicamente organizzando una stretta federale sull’interruzione di gravidanza? Cominciamo col ricordare che Trump ha sempre detto che l’aborto doveva essere materia da lasciare ai singoli Stati. Il 19 ottobre 2016, durante il terzo dibattito televisivo con Hillary Clinton, il moderatore gli chiese se fosse favorevole acché la Corte suprema annullasse la Roe vs Wade, la sentenza del 1973 che aveva reso l’interruzione di gravidanza una pratica protetta dalla Costituzione. «Ebbene, se ciò accadesse, poiché sono pro life e nominerò giudici pro life, penserei che ciò toccherebbe ai singoli Stati», rispose. «Se la annullassero, la questione tornerebbe agli Stati», aggiunse. In secondo luogo, la posizione di Trump è esattamente quella espressa da Dobbs vs Jackson Women’s health organization: la sentenza della Corte suprema che, nel 2022, ha ribaltato Roe vs Wade. In particolare, Dobbs non ha dichiarato l’aborto incostituzionale: ha semmai stabilito che non è un diritto garantito dalla Costituzione e che su di esso devono legiferare per l’appunto i singoli Stati. Una sentenza che, in estrema sintesi, ribadì un principio apparentemente ovvio: nelle democrazie liberali, le leggi le fanno i parlamenti eletti, non i giudici.Un altro aspetto da considerare è che, negli ultimi tempi, il Congresso si è sempre più spesso rivelato spaccato: ragion per cui difficilmente, all’atto pratico, un divieto federale di aborto potrebbe essere approvato prossimamente. Infine, dal punto di vista elettorale, Trump è convinto che un’eccessiva rigidità sull’interruzione di gravidanza possa alienare al Partito repubblicano il voto delle donne degli hinterland benestanti: quegli hinterland che un tempo erano una roccaforte del Gop ma che si sono ultimamente spostati verso i dem. Questo spiega la reazione piccata di Biden: le parole di Trump hanno, infatti, spiazzato il suo avversario che teme di perdere consenso in una fascia elettorale cruciale in vista delle presidenziali di novembre.Qualcuno potrebbe pensare che l’ex presidente rischia di perdere il sostegno del mondo pro life. Eppure, quel mondo salutò favorevolmente la Dobbs: una sentenza che fu possibile anche grazie ai tre giudici nominati da Trump alla Corte suprema. Inoltre, pur avendo criticato a settembre Ron DeSantis per aver firmato una legge molto restrittiva sull’interruzione di gravidanza in Florida, a gennaio il tycoon ha registrato ottime performance tra gli elettori evangelici durante il caucus dell’Iowa. Infine, è improbabile che i pro life sceglieranno di votare a novembre per Biden e Kamala Harris, la cui amministrazione è probabilmente stata la più abortista della storia americana.
Continua a leggereRiduci
Il presidente francese spinge sulla «dolce morte» nonostante l’opposizione di sanitari e vescovi. E oggi l’Europarlamento delibererà se inserire l’Ivg nella Carta dei diritti Ue. Il tycoon segue la linea tracciata dalla Corte suprema: «Devono decidere i vari Stati se consentirlo». Così ha spiazzato Biden, che teme di perdere l’appoggio delle donne. Lo speciale contiene due articoli.Per Emmanuel Macron l’eventualità che le elezioni europee di giugno si trasformino in una Waterloo è sempre più concreta. Così il presidente francese accelera sulla legalizzazione dell’«aiuto a morire», nel tentativo disperato raggranellare qualche voto tra gli elettori di sinistra. Ieri il progetto di legge sul fine vita è stato presentato in Consiglio dei ministri, ma il gradimento dei francesi per il loro presidente rimane basso.I sondaggi sono implacabili per il partito di Macron. Ad esempio, l’ultima proiezione quotidiana realizzata da Ifop per Le Figaro, Lci e Sud Radio, attribuisce a Renaissance solo il 18,5%, mentre il Rassemblement National (Rn) di Marine Le Pen e Jordan Bardella si attesta al 32%. Anche la proiezione realizzata da Opinionway per CNews mostra l’ampio vantaggio del Rn (29%) sulla lista macronista (19%) guidata dalla semisconosciuta deputata europea Valérie Hayer. Per completare la panoramica, il sondaggio di Harris Interactive, realizzato per Challenges, M6 e Rtl, colloca il partito alleato della Lega di Matteo Salvini al 31% e quello del presidente francese al 17%. Insomma, anche se i sondaggi vanno sempre presi con le dovute cautele, a due mesi esatti dal voto europeo, per Emmanuel Macron la strada che porta alle urne appare estremamente ripida.Sarà anche per questo che il leader transalpino moltiplica il proprio attivismo su più fronti, sia interni sia esterni. Quel che stupisce è che il fil rouge che sembra legare varie tematiche trattate dal presidente francese sia, in realtà, piuttosto noir e ispirato alla morte. Questo perché, tra la fine di gennaio e l’inizio di aprile, Macron ha costituzionalizzato la «libertà garantita» di abortire, poi ha parlato di un possibile invio di soldati transalpini in Ucraina (rischiando di scatenare una guerra mondiale) e ora riparte alla carica con eutanasia e suicidio assistito. E pazienza se, nel frattempo, le stime sull’economia di Parigi peggiorano a vista d’occhio, l’islamismo si infiltra sempre di più nelle scuole e nella società e le minacce di attentati si fanno più frequenti. Per Macron, l’urgenza è la legalizzazione della dolce morte.Il progetto di legge presentato ieri dal ministro della Salute, Catherine Vautrin, punta a stabilire delle condizioni ben precise per ammettere il ricorso all’aiuto a morire. Per Vautrin, che ha passato la propria vita politica a destra e che è saltata sul carro macronista con l’ultimo rimpasto governativo, il progetto di legge non introdurrà «un nuovo diritto» né «una libertà» ma si tratta, piuttosto, «di una risposta etica ai bisogni di accompagnamento dei malati». Il punto è che questo «accompagnamento» consiste quasi esclusivamente ad aiutare un malato a iniettarsi una sostanza letale. Certo, il governo francese precisa che le condizioni che consentiranno di ricorrere al suicidio assistito o all’eutanasia saranno «ristrette» ma, come hanno dimostrato i precedenti belgi e olandesi, per ampliare il ricorso alla dolce morte basta una leggina qualunque.Per ora, il progetto di legge prevede che i candidati all’eutanasia o al suicidio assistito debbano essere cittadini francesi o residenti stabili in Francia, maggiorenni e in grado di esprimere le proprie volontà. Le persone che chiederanno la dolce morte dovranno avere una speranza di vita media o breve, essere affette da sofferenze intollerabili e incurabili, dal punto di vista fisico o psicologico, ma saranno esclusi dall’eutanasia e dal suicidio assistito i malati psichiatrici. Infine, quando una persona in queste condizioni deciderà di suicidarsi legalmente, dovrà rivolgersi a un medico che avrà 15 giorni di tempo per esprimersi. Il dottore potrà consultarsi con un collega o un infermiere ma prenderà da solo la decisione fatale. Passati due giorni «di riflessione», l’aspirante alla «dolce morte» dovrà rinnovare la propria intenzione di farla finita. A quel punto il medico dovrà prescrivere una «sostanza letale» al candidato al suicidio assistito. Quest’ultimo, anche se fosse autosufficiente, avrà diritto a essere «accompagnato» da un medico o un sanitario. Nel caso in cui un medico negasse l’iniezione fatale all’aspirante suicida assistito, questo potrebbe presentare un ricorso al giudice amministrativo. Tuttavia, i familiari della persona che ha chiesto «l’aiuto a morire» non potranno ricorrere contro la decisione medica. Questo sebbene, nei mesi scorsi, Macron avesse evocato tale possibilità di ricorso così come il carattere «collegiale» della decisione medica in favore del suicidio assistito.Come scritto l’anno scorso da La Verità, oltre 800.000 sanitari francesi si sono opposti alla legalizzazione della dolce morte, così come la Chiesa cattolica e i responsabili di quasi tutte le religioni. Ieri la Conferenza episcopale francese ha annunciato battaglia contro il progetto di legge su eutanasia e suicidio assistito, incaricando quattro vescovi al ruolo di portavoce speciali su queste tematiche.Ma la determinazione di Macron nell’approvare leggi contro la vita (in particolare dei più fragili) non si ferma davanti a nessuno e, come un virus, rischia di contagiare altre istituzioni e Paesi. Oggi il Parlamento europeo voterà una risoluzione volta a inserire l’aborto nella Carta dei diritti dell’Ue. Se fosse approvata, in Europa salterebbero gli ultimi freni al massacro di esseri umani nel ventre materno. Verrebbe da chiedersi se, alla fine del mandato dell’attuale capo di Stato francese, non sarà necessario convocare una sorta di nuovo Congresso di Vienna della bioetica nella Ue.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/macron-vuole-legalizzare-leutanasia-2667746903.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="the-donald-silura-i-dem-sullaborto" data-post-id="2667746903" data-published-at="1712842575" data-use-pagination="False"> The Donald silura i dem sull’aborto Si è scatenato un nuovo putiferio su Donald Trump per le sue ultime dichiarazioni in materia di aborto. «La mia opinione è che ora abbiamo l’aborto dove tutti lo volevano da un punto di vista legale: gli Stati lo determineranno tramite voto o legislazione, o forse entrambi. E qualunque cosa decidano deve essere la legge della terra. In questo caso, la legge dello Stato», ha dichiarato. «Alla fine, tutto dipende dalla volontà della gente», ha aggiunto. In altre parole, l’ex presidente ha detto che devono essere i singoli Stati a legiferare sull’interruzione di gravidanza, prendendo così le distanze dall’ipotesi di un divieto federale in materia di aborto.Una posizione che gli ha attirato critiche trasversali. Trump è stato innanzitutto attaccato dal suo ex vice, Mike Pence, che, vicinissimo alla destra evangelica, lo ha tacciato di non essere abbastanza pro life. Dall’altra parte, per ragioni opposte, Trump è stato criticato da Joe Biden, che ha accusato il candidato repubblicano di mentire e di puntare segretamente a vietare l’aborto in tutti gli Stati Uniti. «Non ci siano illusioni. Se Donald Trump verrà eletto e i repubblicani trumpisti al Congresso metteranno un divieto nazionale dell’aborto sulla scrivania presidenziale, Trump lo trasformerà in legge», ha tuonato l’attuale inquilino della Casa Bianca. E quindi? Chi ha ragione? Trump è un traditore della causa pro life? Oppure sta machiavellicamente organizzando una stretta federale sull’interruzione di gravidanza? Cominciamo col ricordare che Trump ha sempre detto che l’aborto doveva essere materia da lasciare ai singoli Stati. Il 19 ottobre 2016, durante il terzo dibattito televisivo con Hillary Clinton, il moderatore gli chiese se fosse favorevole acché la Corte suprema annullasse la Roe vs Wade, la sentenza del 1973 che aveva reso l’interruzione di gravidanza una pratica protetta dalla Costituzione. «Ebbene, se ciò accadesse, poiché sono pro life e nominerò giudici pro life, penserei che ciò toccherebbe ai singoli Stati», rispose. «Se la annullassero, la questione tornerebbe agli Stati», aggiunse. In secondo luogo, la posizione di Trump è esattamente quella espressa da Dobbs vs Jackson Women’s health organization: la sentenza della Corte suprema che, nel 2022, ha ribaltato Roe vs Wade. In particolare, Dobbs non ha dichiarato l’aborto incostituzionale: ha semmai stabilito che non è un diritto garantito dalla Costituzione e che su di esso devono legiferare per l’appunto i singoli Stati. Una sentenza che, in estrema sintesi, ribadì un principio apparentemente ovvio: nelle democrazie liberali, le leggi le fanno i parlamenti eletti, non i giudici.Un altro aspetto da considerare è che, negli ultimi tempi, il Congresso si è sempre più spesso rivelato spaccato: ragion per cui difficilmente, all’atto pratico, un divieto federale di aborto potrebbe essere approvato prossimamente. Infine, dal punto di vista elettorale, Trump è convinto che un’eccessiva rigidità sull’interruzione di gravidanza possa alienare al Partito repubblicano il voto delle donne degli hinterland benestanti: quegli hinterland che un tempo erano una roccaforte del Gop ma che si sono ultimamente spostati verso i dem. Questo spiega la reazione piccata di Biden: le parole di Trump hanno, infatti, spiazzato il suo avversario che teme di perdere consenso in una fascia elettorale cruciale in vista delle presidenziali di novembre.Qualcuno potrebbe pensare che l’ex presidente rischia di perdere il sostegno del mondo pro life. Eppure, quel mondo salutò favorevolmente la Dobbs: una sentenza che fu possibile anche grazie ai tre giudici nominati da Trump alla Corte suprema. Inoltre, pur avendo criticato a settembre Ron DeSantis per aver firmato una legge molto restrittiva sull’interruzione di gravidanza in Florida, a gennaio il tycoon ha registrato ottime performance tra gli elettori evangelici durante il caucus dell’Iowa. Infine, è improbabile che i pro life sceglieranno di votare a novembre per Biden e Kamala Harris, la cui amministrazione è probabilmente stata la più abortista della storia americana.
Marco Baldassari @Eleventy
Un percorso costruito all’insegna del Made in Italy, della qualità e di un’idea di lusso contemporaneo lontana dall’ostentazione. Per celebrare questo traguardo, la nuova collezione introduce nuove silhouette, colori più sofisticati e due capsule che raccontano da vicino il mondo personale del fondatore: The Indigo Blue e Active Moments. Ne abbiamo parlato con Marco Baldassari.
La Primavera-Estate 2027 coincide col ventesimo anniversario di Eleventy. Che significato ha per lei questo traguardo?
«Rappresenta la realizzazione di un sogno. In vent’anni siamo riusciti a costruire un marchio internazionale restando fedeli ai nostri valori: produzione italiana, qualità, responsabilità e attenzione alle persone. Oggi guardiamo al futuro con la stessa passione, con l’obiettivo di creare qualcosa di duraturo».
Quanto c’è di lei nelle capsule The Indigo Blue e Active Moments?
«Molto. Cerco sempre di raccontarmi attraverso le collezioni. The Indigo Blue nasce dal mio legame con il denim, reinterpretato in chiave sofisticata e contemporanea. Active Moments, invece, riflette il mio stile di vita: sport, benessere e dinamismo. Sono due mondi che mi rappresentano profondamente».
Chi è oggi il cliente Eleventy?
«È una persona che ama la qualità ma non l’ostentazione. Cerca prodotti autentici, ben fatti e dal valore concreto. Apprezza il Made in Italy e riconosce l’equilibrio tra qualità, design e prezzo che caratterizza il nostro marchio».
Come si è evoluto il concetto di smart luxury negli ultimi vent’anni?
«Il principio è rimasto lo stesso: offrire il massimo valore possibile. Oggi, però, lo smart luxury include anche un forte elemento di contemporaneità. Chi sceglie Eleventy cerca qualità e raffinatezza, ma con uno stile più moderno e rilassato».
La collezione introduce volumi più morbidi e nuove interpretazioni della giacca. È cambiato il modo di vivere l’eleganza?
«Sì. Oggi l’uomo desidera capi più confortevoli e versatili. Abbiamo lavorato su nuove proporzioni, nuove tonalità e nuove forme per offrire qualcosa di distintivo, mantenendo sempre coerenza con il nostro Dna».
Come si evolve il concetto di giacca?
«La giacca oggi è più fluida. L’overshirt, per esempio, è diventata una valida alternativa al blazer tradizionale. Abbiamo inoltre reinterpretato modelli ispirati alla tradizione con materiali nobili e costruzioni più contemporanee».
Se dovesse descrivere l’uomo Eleventy della Primavera-Estate 2027?
«Un uomo contemporaneo e sicuro di sé. Lo immagino con una giacca in lino effetto denim della capsule Indigo Blue, pantaloni dai volumi più morbidi e una polo realizzata in filati pregiati. Un guardaroba raffinato ma disinvolto».
Qual è oggi la vostra definizione di eleganza contemporanea?
«È l’incontro tra qualità, discrezione e funzionalità. L’uomo moderno ha bisogno di capi versatili, capaci di accompagnarlo durante tutta la giornata senza rinunciare a comfort ed eleganza».
Quali sono i valori che restano intoccabili?
«La qualità, innanzitutto. Poi la cura artigianale, l’attenzione ai dettagli e la produzione italiana. Sono le fondamenta di tutto ciò che facciamo».
Oggi il prodotto basta ancora?
«Non più. Oggi il prodotto deve essere eccellente, ma da solo non è sufficiente. I clienti cercano esperienze, relazioni e valori condivisi. Per questo stiamo lavorando per costruire una vera community attorno a Eleventy, creando luoghi e occasioni di incontro che vadano oltre l’acquisto. Un primo passo in questa direzione è stato il concept sviluppato a Istanbul, dove abbiamo aperto un flagship store di circa 400 metri quadrati con un caffè integrato. L’idea è offrire ai clienti uno spazio accogliente in cui fermarsi anche senza l’intenzione di acquistare, vivendo l’universo Eleventy attraverso un’esperienza che unisce design, ospitalità e qualità. Il progetto sta dando ottimi risultati e verrà replicato a breve anche a Doha e in Libano. Stiamo inoltre lavorando per arricchire ulteriormente i nostri spazi con contenuti culturali. L’obiettivo è trasformare i negozi in luoghi di ispirazione, dove moda, arte, design e cultura possano dialogare tra loro. A breve presenteremo anche una nuova collaborazione legata al mondo dell’editoria e dei libri, un progetto che contribuirà a rafforzare questa visione».
Quali sono le prossime aperture internazionali?
«Il 2026 è un anno particolarmente importante per il nostro sviluppo internazionale. A fine giugno inaugureremo un nuovo store stagionale a Saint-Tropez, in Place des Lices, una delle location più prestigiose della Costa Azzurra. Per noi rappresenta un traguardo significativo perché ci permette di entrare in contatto con una clientela internazionale molto qualificata e di consolidare ulteriormente il nostro posizionamento nel segmento del lusso contemporaneo. A luglio sarà invece la volta di Chicago, una piazza strategica per il mercato americano, che continua a essere uno dei più dinamici e promettenti per il brand. Gli Stati Uniti rappresentano oggi un’area di forte crescita e un mercato particolarmente ricettivo nei confronti dei valori di Eleventy. Prosegue inoltre il dialogo tra moda e hospitality, un ambito in cui crediamo molto. Siamo recentemente approdati a Santorini all’interno del Sandblu Resort, una delle strutture più esclusive delle isole greche. Essere presenti in contesti di questo livello significa intercettare i clienti nei luoghi che frequentano durante il tempo libero, in un momento in cui sono più disponibili a vivere un’esperienza di brand autentica e rilassata».
Continua a leggereRiduci
Byung-Chul Han (Getty Images)
Grazie alla quale, dice subito di potere «a quasi cento anni di distanza, fare buon uso dei suoi pensieri per dimostrare che, al di là dell’immanenza della produzione e del consumo, e dell’informazione e comunicazione, vi è un’altra realtà più elevata, una trascendenza, in grado di portarci via, lontano da una vita priva di significato, da una straziante carenza di essere, dalla mera sopravvivenza, offrendoci invece la gioiosa pienezza dell’essere».
Così, tanto per non rendere l’impresa troppo facile, Han, sceglie subito di affrontarla con il tema dell’attenzione, che Simone Weil riteneva fosse «nel suo grado più elevato, la stessa cosa della preghiera». Ricavandone che «la crisi della religione è quindi anche una crisi dell’attenzione, dello scrutare e dell’udire». Dunque: «Dio non è morto. È morto l’uomo al quale Dio si rivelò». Il fatto è che: «la percezione è estremamente ingorda. Le manca qualsiasi ampiezza contemplativa. Non fa che mangiare: il consumo è il suo atteggiamento di base. L’abbuffata di video (binge watching) esprime efficacemente questa ingordigia, binge è: divorare senza freni». Se mangi in continuazione però non puoi più vedere, come appunto diceva Simone Weil, magra come una canna dei marais d’Occitania, specificando: «quaggiù, guardare e mangiare sono due. Bisogna scegliere l’uno o l’altro ma entrambi sono chiamati: amare. Tuttavia solo coloro cui talvolta capita di restare per qualche tempo a guardare invece di mangiare hanno qualche speranza di salvezza». (Simone Weil, Quaderni 4, Adelphi).
«L’anima che continua a mangiare senza scrutare finisce col perdere la capacità di contemplare. Invece dell’autofagia, sviluppa obesità. La sua parte mortale, s’allarga e ingrassa, mentre la parte divina si atrofizza e rimpicciolisce». In Simone Weil, racconta Byung-Chul Han, è l’immaginazione che al servizio dell’Io continua a sognare cibo. Il resto della personalità attivo nel Processo di individuazione viene soffocato dal grasso e da tutti gli elementi di ciò che Simone Weil chiamava «pésanteur» - pesantezza -, che impedisce all’anima di muoversi nella dimensione trascendente. Questo indebolimento degli aspetti spirituali della personalità lacera in profondità l’anima, come ha raccontato Simone Weil in L’ombra e la grazia, tradotto in italiano da Franco Fortini. Solo la pienezza assicurata dall’attenzione dell’intera personalità consente all’essere umano di assicurare la guida agli aspetti più spirituali. «L’attenzione profonda, contemplativa, è rivolta a ciò che persiste, permane tiene il punto. Il vero perdura. Chi è incapace di attenzione contemplativa, incapace di scrutare non ha invece accesso alla verità, al vero, all’ordine perdurante delle cose.
Continua a leggereRiduci
Loperazione chiamata «Luxury Sky» trae origine da mirate analisi di rischio e da un’approfondita valorizzazione del patrimonio informativo disponibile al Corpo, sviluppata attraverso l’incrocio dei dati del traffico aereo con le risultanze delle banche dati istituzionali e con la documentazione fiscale acquisita nel corso degli accertamenti.
Grazie a un accurato lavoro di ricostruzione e analisi, i finanzieri del Comando Provinciale di Firenze hanno esaminato oltre 20.700 movimenti aerei potenzialmente rilevanti sotto il profilo tributario, individuando diffuse irregolarità nel versamento dell’imposta dovuta per i voli privati operati tra il 2020 e il 2023 da oltre 1.000 compagnie aeree estere.
L’attività ispettiva ha consentito di ricostruire nel dettaglio gli spostamenti di oltre 12.900 voli privati transitati sullo scalo fiorentino e di oltre 42.100 passeggeri trasportati, facendo emergere il mancato assolvimento degli obblighi fiscali da parte di numerosi operatori internazionali.
Le verifiche eseguite hanno portato all’individuazione di un’evasione complessiva pari a 4.388.657 euro, riconducibile a 1.052 società risultate irregolari, corrispondenti al 62,32% dei vettori sottoposti a controllo.
Particolarmente significativo il risultato conseguito in termini di recupero delle risorse pubbliche: a seguito degli interventi della Guardia di Finanza, numerose compagnie hanno già provveduto a regolarizzare la propria posizione, consentendo l’effettivo versamento nelle casse dello Stato di oltre 2,6 milioni di euro. Per la quota residua sono in corso le attività di monitoraggio e riscossione previste dalla normativa vigente.
Gli approfondimenti investigativi hanno inoltre evidenziato il frequente ricorso a strutture societarie localizzate in giurisdizioni caratterizzate da elevata opacità fiscale. In numerosi casi, aerei di grande valore economico risultavano formalmente intestati a società domiciliate in territori a fiscalità privilegiata, rendendo particolarmente complessa l’individuazione dei soggetti effettivamente responsabili degli adempimenti tributari.
Continua a leggereRiduci
Ansa
La medicina non può mai diventare serva di una morte programmata!». Ricevendo i membri della Fondazione Jérôme Lejeune in occasione del centenario della nascita del suo fondatore, il pontefice ha voluto ribadire che il valore di una persona non dipende mai da ciò che produce o realizza, ma dalla sua intrinseca dignità.
La Fondazione Jérôme Lejeune, nata negli anni Novanta in Francia, è l’erede diretta dell’opera del Venerabile Jérôme Lejeune, scienziato di fama mondiale che nel 1958 scoprì l’anomalia cromosomica all’origine della trisomia 21. Lejeune non fu solo un grande scienziato; fu un medico che vedeva nei suoi pazienti i «poveri tra i poveri», dedicando la vita a cercare una cura che potesse alleviare la loro condizione. Egli comprese precocemente come la sua scoperta potesse essere strumentalizzata per eliminare i nascituri affetti da disabilità, un «eugenismo nuovo» che definì «razzismo cromosomico». Per questo impegno incondizionato a favore della vita, che gli costò ostilità in certi ambienti scientifici, fu chiamato da Giovanni Paolo II a presiedere la neonata Pontificia Accademia per la Vita. Oggi la Fondazione prosegue questa missione attraverso la ricerca scientifica, la cura presso l’Istituto Jérôme Lejeune di Parigi e la difesa dei più fragili nel dibattito pubblico.
Un dibattito che in Francia ha raggiunto un punto di rottura. Proprio in queste ore, l’Assemblea nazionale affronta la terza lettura del disegno di legge che mira a legalizzare l’eutanasia e il suicidio assistito. Di fronte a quella che viene percepita come una deriva etica, i vescovi francesi hanno indetto una novena di preghiera dal 21 al 29 giugno (in vista appunto del voto del 30 giugno), invitando i fedeli a chiedere che lo Spirito Santo «illumini le coscienze» dei legislatori. L’episcopato transalpino ha ricordato che non si protegge la vita mettendovi fine, ma accompagnandola fino al termine naturale. Nel lanciare questo appello, i vescovi d’oltralpe hanno richiamato anche, e non a caso, le parole fondamentali pronunciate dal Papa al Parlamento spagnolo durante il suo recente viaggio apostolico a Madrid. In quell’occasione, il Santo Padre aveva chiarito che «ogni vita umana dev’essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza». Aggiungendo che «la difesa della vita umana non è una questione di interesse particolare né confessionale: è una meta di civiltà». Si tratta di un richiamo diretto al ruolo della politica: le leggi approvate devono essere verificate sulla loro capacità di rispettare la dignità della persona per capire se stiano davvero perseguendo il bene comune.
Queste riflessioni scavalcano le Alpi e arrivano in Italia, dove il Parlamento si trova in una fase di stallo riguardo alla legge sul suicidio assistito. La discussione in Senato, ripresa il 3 giugno, ha mostrato una maggioranza divisa e una situazione di profonda mutazione politica. Al centro di questo cambiamento c’è la nuova fisionomia di Forza Italia, ora guidata in Senato da Stefania Craxi. Il partito ha intrapreso una netta svolta «liberal» sotto l’influenza di Marina Berlusconi, la quale ha dichiarato apertamente di sentirsi più in sintonia con la sinistra su temi come il fine vita, i diritti Lgbt e l’aborto. Nonostante le resistenze interne nella maggioranza (in particolare Fratelli d’Italia e parte della Lega), Forza Italia sta di fatto spingendo per un accordo con le opposizioni, cercando una mediazione che sblocchi l’impasse. Gli emendamenti proposti dalla Craxi e dalla senatrice Daniela Ternullo riflettono questo nuovo corso: puntano ad ampliare i requisiti per l’accesso al suicidio assistito, in particolare la neo proposta azzurra prevede che l’assistenza al suicidio possa essere resa da medici ospedalieri o di medicina generale su base volontaria in regime di intramoenia, con l’impegno del Cnr nel reperimento dei farmaci letali.
Stefania Craxi ha dichiarato di voler «discutere di una norma di civiltà». Eppure, questa visione appare diametralmente opposta a quanto affermato dal Papa a Madrid e ribadito ieri alla Fondazione Lejeune: se per la Craxi la «civiltà» sembra risiedere nella regolamentazione della morte assistita, per il Pontefice la vera «meta di civiltà» risiede esclusivamente nella difesa della vita senza eccezioni. Questa trasformazione di Forza Italia appare ancora più stridente se confrontata con il pensiero del suo fondatore. È solo del 2021 la lettera di Silvio Berlusconi a Il Giornale: «La vita di ogni essere umano è sacra dal momento del concepimento fino alla morte biologica». A cui aggiungeva una sottolineatura riferita proprio al ruolo della Chiesa. «La Chiesa cattolica», scriveva Berlusconi padre, «ha esercitato ed esercita oggi in Italia e nel mondo una funzione essenziale a difesa dei diritti delle persone, di ogni persona e soprattutto dei più deboli». Oggi la Craxi, spinge per una legge che la Chiesa e i movimenti pro-life considerano una «norma di morte». La sfida lanciata da papa Leone XIV è chiara: la civiltà non si costruisce programmando la morte, ma servendo la vita, specialmente quando essa è più fragile e indifesa. I vescovi francesi hanno risposto «presente», ci sarà qualcuno al di qua delle Alpi pronto a fare altrettanto?
Continua a leggereRiduci