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2024-04-11
Macron a picco nei sondaggi. Vuole legalizzare l’eutanasia per mendicare voti a sinistra
Emmanuel Macron (Getty Images)
Per Emmanuel Macron l’eventualità che le elezioni europee di giugno si trasformino in una Waterloo è sempre più concreta. Così il presidente francese accelera sulla legalizzazione dell’«aiuto a morire», nel tentativo disperato raggranellare qualche voto tra gli elettori di sinistra. Ieri il progetto di legge sul fine vita è stato presentato in Consiglio dei ministri, ma il gradimento dei francesi per il loro presidente rimane basso.
I sondaggi sono implacabili per il partito di Macron. Ad esempio, l’ultima proiezione quotidiana realizzata da Ifop per Le Figaro, Lci e Sud Radio, attribuisce a Renaissance solo il 18,5%, mentre il Rassemblement National (Rn) di Marine Le Pen e Jordan Bardella si attesta al 32%. Anche la proiezione realizzata da Opinionway per CNews mostra l’ampio vantaggio del Rn (29%) sulla lista macronista (19%) guidata dalla semisconosciuta deputata europea Valérie Hayer. Per completare la panoramica, il sondaggio di Harris Interactive, realizzato per Challenges, M6 e Rtl, colloca il partito alleato della Lega di Matteo Salvini al 31% e quello del presidente francese al 17%. Insomma, anche se i sondaggi vanno sempre presi con le dovute cautele, a due mesi esatti dal voto europeo, per Emmanuel Macron la strada che porta alle urne appare estremamente ripida.
Sarà anche per questo che il leader transalpino moltiplica il proprio attivismo su più fronti, sia interni sia esterni. Quel che stupisce è che il fil rouge che sembra legare varie tematiche trattate dal presidente francese sia, in realtà, piuttosto noir e ispirato alla morte. Questo perché, tra la fine di gennaio e l’inizio di aprile, Macron ha costituzionalizzato la «libertà garantita» di abortire, poi ha parlato di un possibile invio di soldati transalpini in Ucraina (rischiando di scatenare una guerra mondiale) e ora riparte alla carica con eutanasia e suicidio assistito. E pazienza se, nel frattempo, le stime sull’economia di Parigi peggiorano a vista d’occhio, l’islamismo si infiltra sempre di più nelle scuole e nella società e le minacce di attentati si fanno più frequenti. Per Macron, l’urgenza è la legalizzazione della dolce morte.
Il progetto di legge presentato ieri dal ministro della Salute, Catherine Vautrin, punta a stabilire delle condizioni ben precise per ammettere il ricorso all’aiuto a morire. Per Vautrin, che ha passato la propria vita politica a destra e che è saltata sul carro macronista con l’ultimo rimpasto governativo, il progetto di legge non introdurrà «un nuovo diritto» né «una libertà» ma si tratta, piuttosto, «di una risposta etica ai bisogni di accompagnamento dei malati». Il punto è che questo «accompagnamento» consiste quasi esclusivamente ad aiutare un malato a iniettarsi una sostanza letale. Certo, il governo francese precisa che le condizioni che consentiranno di ricorrere al suicidio assistito o all’eutanasia saranno «ristrette» ma, come hanno dimostrato i precedenti belgi e olandesi, per ampliare il ricorso alla dolce morte basta una leggina qualunque.
Per ora, il progetto di legge prevede che i candidati all’eutanasia o al suicidio assistito debbano essere cittadini francesi o residenti stabili in Francia, maggiorenni e in grado di esprimere le proprie volontà. Le persone che chiederanno la dolce morte dovranno avere una speranza di vita media o breve, essere affette da sofferenze intollerabili e incurabili, dal punto di vista fisico o psicologico, ma saranno esclusi dall’eutanasia e dal suicidio assistito i malati psichiatrici. Infine, quando una persona in queste condizioni deciderà di suicidarsi legalmente, dovrà rivolgersi a un medico che avrà 15 giorni di tempo per esprimersi. Il dottore potrà consultarsi con un collega o un infermiere ma prenderà da solo la decisione fatale. Passati due giorni «di riflessione», l’aspirante alla «dolce morte» dovrà rinnovare la propria intenzione di farla finita. A quel punto il medico dovrà prescrivere una «sostanza letale» al candidato al suicidio assistito. Quest’ultimo, anche se fosse autosufficiente, avrà diritto a essere «accompagnato» da un medico o un sanitario. Nel caso in cui un medico negasse l’iniezione fatale all’aspirante suicida assistito, questo potrebbe presentare un ricorso al giudice amministrativo. Tuttavia, i familiari della persona che ha chiesto «l’aiuto a morire» non potranno ricorrere contro la decisione medica. Questo sebbene, nei mesi scorsi, Macron avesse evocato tale possibilità di ricorso così come il carattere «collegiale» della decisione medica in favore del suicidio assistito.
Come scritto l’anno scorso da La Verità, oltre 800.000 sanitari francesi si sono opposti alla legalizzazione della dolce morte, così come la Chiesa cattolica e i responsabili di quasi tutte le religioni. Ieri la Conferenza episcopale francese ha annunciato battaglia contro il progetto di legge su eutanasia e suicidio assistito, incaricando quattro vescovi al ruolo di portavoce speciali su queste tematiche.
Ma la determinazione di Macron nell’approvare leggi contro la vita (in particolare dei più fragili) non si ferma davanti a nessuno e, come un virus, rischia di contagiare altre istituzioni e Paesi. Oggi il Parlamento europeo voterà una risoluzione volta a inserire l’aborto nella Carta dei diritti dell’Ue. Se fosse approvata, in Europa salterebbero gli ultimi freni al massacro di esseri umani nel ventre materno. Verrebbe da chiedersi se, alla fine del mandato dell’attuale capo di Stato francese, non sarà necessario convocare una sorta di nuovo Congresso di Vienna della bioetica nella Ue.
The Donald silura i dem sull’aborto
Si è scatenato un nuovo putiferio su Donald Trump per le sue ultime dichiarazioni in materia di aborto. «La mia opinione è che ora abbiamo l’aborto dove tutti lo volevano da un punto di vista legale: gli Stati lo determineranno tramite voto o legislazione, o forse entrambi. E qualunque cosa decidano deve essere la legge della terra. In questo caso, la legge dello Stato», ha dichiarato. «Alla fine, tutto dipende dalla volontà della gente», ha aggiunto. In altre parole, l’ex presidente ha detto che devono essere i singoli Stati a legiferare sull’interruzione di gravidanza, prendendo così le distanze dall’ipotesi di un divieto federale in materia di aborto.Una posizione che gli ha attirato critiche trasversali. Trump è stato innanzitutto attaccato dal suo ex vice, Mike Pence, che, vicinissimo alla destra evangelica, lo ha tacciato di non essere abbastanza pro life. Dall’altra parte, per ragioni opposte, Trump è stato criticato da Joe Biden, che ha accusato il candidato repubblicano di mentire e di puntare segretamente a vietare l’aborto in tutti gli Stati Uniti. «Non ci siano illusioni. Se Donald Trump verrà eletto e i repubblicani trumpisti al Congresso metteranno un divieto nazionale dell’aborto sulla scrivania presidenziale, Trump lo trasformerà in legge», ha tuonato l’attuale inquilino della Casa Bianca. E quindi? Chi ha ragione? Trump è un traditore della causa pro life? Oppure sta machiavellicamente organizzando una stretta federale sull’interruzione di gravidanza? Cominciamo col ricordare che Trump ha sempre detto che l’aborto doveva essere materia da lasciare ai singoli Stati. Il 19 ottobre 2016, durante il terzo dibattito televisivo con Hillary Clinton, il moderatore gli chiese se fosse favorevole acché la Corte suprema annullasse la Roe vs Wade, la sentenza del 1973 che aveva reso l’interruzione di gravidanza una pratica protetta dalla Costituzione. «Ebbene, se ciò accadesse, poiché sono pro life e nominerò giudici pro life, penserei che ciò toccherebbe ai singoli Stati», rispose. «Se la annullassero, la questione tornerebbe agli Stati», aggiunse. In secondo luogo, la posizione di Trump è esattamente quella espressa da Dobbs vs Jackson Women’s health organization: la sentenza della Corte suprema che, nel 2022, ha ribaltato Roe vs Wade. In particolare, Dobbs non ha dichiarato l’aborto incostituzionale: ha semmai stabilito che non è un diritto garantito dalla Costituzione e che su di esso devono legiferare per l’appunto i singoli Stati. Una sentenza che, in estrema sintesi, ribadì un principio apparentemente ovvio: nelle democrazie liberali, le leggi le fanno i parlamenti eletti, non i giudici.Un altro aspetto da considerare è che, negli ultimi tempi, il Congresso si è sempre più spesso rivelato spaccato: ragion per cui difficilmente, all’atto pratico, un divieto federale di aborto potrebbe essere approvato prossimamente. Infine, dal punto di vista elettorale, Trump è convinto che un’eccessiva rigidità sull’interruzione di gravidanza possa alienare al Partito repubblicano il voto delle donne degli hinterland benestanti: quegli hinterland che un tempo erano una roccaforte del Gop ma che si sono ultimamente spostati verso i dem. Questo spiega la reazione piccata di Biden: le parole di Trump hanno, infatti, spiazzato il suo avversario che teme di perdere consenso in una fascia elettorale cruciale in vista delle presidenziali di novembre.Qualcuno potrebbe pensare che l’ex presidente rischia di perdere il sostegno del mondo pro life. Eppure, quel mondo salutò favorevolmente la Dobbs: una sentenza che fu possibile anche grazie ai tre giudici nominati da Trump alla Corte suprema. Inoltre, pur avendo criticato a settembre Ron DeSantis per aver firmato una legge molto restrittiva sull’interruzione di gravidanza in Florida, a gennaio il tycoon ha registrato ottime performance tra gli elettori evangelici durante il caucus dell’Iowa. Infine, è improbabile che i pro life sceglieranno di votare a novembre per Biden e Kamala Harris, la cui amministrazione è probabilmente stata la più abortista della storia americana.
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Il presidente francese spinge sulla «dolce morte» nonostante l’opposizione di sanitari e vescovi. E oggi l’Europarlamento delibererà se inserire l’Ivg nella Carta dei diritti Ue. Il tycoon segue la linea tracciata dalla Corte suprema: «Devono decidere i vari Stati se consentirlo». Così ha spiazzato Biden, che teme di perdere l’appoggio delle donne. Lo speciale contiene due articoli.Per Emmanuel Macron l’eventualità che le elezioni europee di giugno si trasformino in una Waterloo è sempre più concreta. Così il presidente francese accelera sulla legalizzazione dell’«aiuto a morire», nel tentativo disperato raggranellare qualche voto tra gli elettori di sinistra. Ieri il progetto di legge sul fine vita è stato presentato in Consiglio dei ministri, ma il gradimento dei francesi per il loro presidente rimane basso.I sondaggi sono implacabili per il partito di Macron. Ad esempio, l’ultima proiezione quotidiana realizzata da Ifop per Le Figaro, Lci e Sud Radio, attribuisce a Renaissance solo il 18,5%, mentre il Rassemblement National (Rn) di Marine Le Pen e Jordan Bardella si attesta al 32%. Anche la proiezione realizzata da Opinionway per CNews mostra l’ampio vantaggio del Rn (29%) sulla lista macronista (19%) guidata dalla semisconosciuta deputata europea Valérie Hayer. Per completare la panoramica, il sondaggio di Harris Interactive, realizzato per Challenges, M6 e Rtl, colloca il partito alleato della Lega di Matteo Salvini al 31% e quello del presidente francese al 17%. Insomma, anche se i sondaggi vanno sempre presi con le dovute cautele, a due mesi esatti dal voto europeo, per Emmanuel Macron la strada che porta alle urne appare estremamente ripida.Sarà anche per questo che il leader transalpino moltiplica il proprio attivismo su più fronti, sia interni sia esterni. Quel che stupisce è che il fil rouge che sembra legare varie tematiche trattate dal presidente francese sia, in realtà, piuttosto noir e ispirato alla morte. Questo perché, tra la fine di gennaio e l’inizio di aprile, Macron ha costituzionalizzato la «libertà garantita» di abortire, poi ha parlato di un possibile invio di soldati transalpini in Ucraina (rischiando di scatenare una guerra mondiale) e ora riparte alla carica con eutanasia e suicidio assistito. E pazienza se, nel frattempo, le stime sull’economia di Parigi peggiorano a vista d’occhio, l’islamismo si infiltra sempre di più nelle scuole e nella società e le minacce di attentati si fanno più frequenti. Per Macron, l’urgenza è la legalizzazione della dolce morte.Il progetto di legge presentato ieri dal ministro della Salute, Catherine Vautrin, punta a stabilire delle condizioni ben precise per ammettere il ricorso all’aiuto a morire. Per Vautrin, che ha passato la propria vita politica a destra e che è saltata sul carro macronista con l’ultimo rimpasto governativo, il progetto di legge non introdurrà «un nuovo diritto» né «una libertà» ma si tratta, piuttosto, «di una risposta etica ai bisogni di accompagnamento dei malati». Il punto è che questo «accompagnamento» consiste quasi esclusivamente ad aiutare un malato a iniettarsi una sostanza letale. Certo, il governo francese precisa che le condizioni che consentiranno di ricorrere al suicidio assistito o all’eutanasia saranno «ristrette» ma, come hanno dimostrato i precedenti belgi e olandesi, per ampliare il ricorso alla dolce morte basta una leggina qualunque.Per ora, il progetto di legge prevede che i candidati all’eutanasia o al suicidio assistito debbano essere cittadini francesi o residenti stabili in Francia, maggiorenni e in grado di esprimere le proprie volontà. Le persone che chiederanno la dolce morte dovranno avere una speranza di vita media o breve, essere affette da sofferenze intollerabili e incurabili, dal punto di vista fisico o psicologico, ma saranno esclusi dall’eutanasia e dal suicidio assistito i malati psichiatrici. Infine, quando una persona in queste condizioni deciderà di suicidarsi legalmente, dovrà rivolgersi a un medico che avrà 15 giorni di tempo per esprimersi. Il dottore potrà consultarsi con un collega o un infermiere ma prenderà da solo la decisione fatale. Passati due giorni «di riflessione», l’aspirante alla «dolce morte» dovrà rinnovare la propria intenzione di farla finita. A quel punto il medico dovrà prescrivere una «sostanza letale» al candidato al suicidio assistito. Quest’ultimo, anche se fosse autosufficiente, avrà diritto a essere «accompagnato» da un medico o un sanitario. Nel caso in cui un medico negasse l’iniezione fatale all’aspirante suicida assistito, questo potrebbe presentare un ricorso al giudice amministrativo. Tuttavia, i familiari della persona che ha chiesto «l’aiuto a morire» non potranno ricorrere contro la decisione medica. Questo sebbene, nei mesi scorsi, Macron avesse evocato tale possibilità di ricorso così come il carattere «collegiale» della decisione medica in favore del suicidio assistito.Come scritto l’anno scorso da La Verità, oltre 800.000 sanitari francesi si sono opposti alla legalizzazione della dolce morte, così come la Chiesa cattolica e i responsabili di quasi tutte le religioni. Ieri la Conferenza episcopale francese ha annunciato battaglia contro il progetto di legge su eutanasia e suicidio assistito, incaricando quattro vescovi al ruolo di portavoce speciali su queste tematiche.Ma la determinazione di Macron nell’approvare leggi contro la vita (in particolare dei più fragili) non si ferma davanti a nessuno e, come un virus, rischia di contagiare altre istituzioni e Paesi. Oggi il Parlamento europeo voterà una risoluzione volta a inserire l’aborto nella Carta dei diritti dell’Ue. Se fosse approvata, in Europa salterebbero gli ultimi freni al massacro di esseri umani nel ventre materno. Verrebbe da chiedersi se, alla fine del mandato dell’attuale capo di Stato francese, non sarà necessario convocare una sorta di nuovo Congresso di Vienna della bioetica nella Ue.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/macron-vuole-legalizzare-leutanasia-2667746903.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="the-donald-silura-i-dem-sullaborto" data-post-id="2667746903" data-published-at="1712842575" data-use-pagination="False"> The Donald silura i dem sull’aborto Si è scatenato un nuovo putiferio su Donald Trump per le sue ultime dichiarazioni in materia di aborto. «La mia opinione è che ora abbiamo l’aborto dove tutti lo volevano da un punto di vista legale: gli Stati lo determineranno tramite voto o legislazione, o forse entrambi. E qualunque cosa decidano deve essere la legge della terra. In questo caso, la legge dello Stato», ha dichiarato. «Alla fine, tutto dipende dalla volontà della gente», ha aggiunto. In altre parole, l’ex presidente ha detto che devono essere i singoli Stati a legiferare sull’interruzione di gravidanza, prendendo così le distanze dall’ipotesi di un divieto federale in materia di aborto.Una posizione che gli ha attirato critiche trasversali. Trump è stato innanzitutto attaccato dal suo ex vice, Mike Pence, che, vicinissimo alla destra evangelica, lo ha tacciato di non essere abbastanza pro life. Dall’altra parte, per ragioni opposte, Trump è stato criticato da Joe Biden, che ha accusato il candidato repubblicano di mentire e di puntare segretamente a vietare l’aborto in tutti gli Stati Uniti. «Non ci siano illusioni. Se Donald Trump verrà eletto e i repubblicani trumpisti al Congresso metteranno un divieto nazionale dell’aborto sulla scrivania presidenziale, Trump lo trasformerà in legge», ha tuonato l’attuale inquilino della Casa Bianca. E quindi? Chi ha ragione? Trump è un traditore della causa pro life? Oppure sta machiavellicamente organizzando una stretta federale sull’interruzione di gravidanza? Cominciamo col ricordare che Trump ha sempre detto che l’aborto doveva essere materia da lasciare ai singoli Stati. Il 19 ottobre 2016, durante il terzo dibattito televisivo con Hillary Clinton, il moderatore gli chiese se fosse favorevole acché la Corte suprema annullasse la Roe vs Wade, la sentenza del 1973 che aveva reso l’interruzione di gravidanza una pratica protetta dalla Costituzione. «Ebbene, se ciò accadesse, poiché sono pro life e nominerò giudici pro life, penserei che ciò toccherebbe ai singoli Stati», rispose. «Se la annullassero, la questione tornerebbe agli Stati», aggiunse. In secondo luogo, la posizione di Trump è esattamente quella espressa da Dobbs vs Jackson Women’s health organization: la sentenza della Corte suprema che, nel 2022, ha ribaltato Roe vs Wade. In particolare, Dobbs non ha dichiarato l’aborto incostituzionale: ha semmai stabilito che non è un diritto garantito dalla Costituzione e che su di esso devono legiferare per l’appunto i singoli Stati. Una sentenza che, in estrema sintesi, ribadì un principio apparentemente ovvio: nelle democrazie liberali, le leggi le fanno i parlamenti eletti, non i giudici.Un altro aspetto da considerare è che, negli ultimi tempi, il Congresso si è sempre più spesso rivelato spaccato: ragion per cui difficilmente, all’atto pratico, un divieto federale di aborto potrebbe essere approvato prossimamente. Infine, dal punto di vista elettorale, Trump è convinto che un’eccessiva rigidità sull’interruzione di gravidanza possa alienare al Partito repubblicano il voto delle donne degli hinterland benestanti: quegli hinterland che un tempo erano una roccaforte del Gop ma che si sono ultimamente spostati verso i dem. Questo spiega la reazione piccata di Biden: le parole di Trump hanno, infatti, spiazzato il suo avversario che teme di perdere consenso in una fascia elettorale cruciale in vista delle presidenziali di novembre.Qualcuno potrebbe pensare che l’ex presidente rischia di perdere il sostegno del mondo pro life. Eppure, quel mondo salutò favorevolmente la Dobbs: una sentenza che fu possibile anche grazie ai tre giudici nominati da Trump alla Corte suprema. Inoltre, pur avendo criticato a settembre Ron DeSantis per aver firmato una legge molto restrittiva sull’interruzione di gravidanza in Florida, a gennaio il tycoon ha registrato ottime performance tra gli elettori evangelici durante il caucus dell’Iowa. Infine, è improbabile che i pro life sceglieranno di votare a novembre per Biden e Kamala Harris, la cui amministrazione è probabilmente stata la più abortista della storia americana.
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Fin qui nulla da dire, anzi ben venga, tanto più di questi tempi, che la proposta educativa oratoriale risulti sia attiva e partecipata. In effetti, tante sono le attività, dal basket al rugby fino appunto ai laboratori durante la fase estiva, che la parrocchia milanese - preparata anche ad accogliere i bambini con disabilità - offre; e di questo non si può che esser grati.
Il punctum dolens dell’attività di tale oratorio sta nella decisione presa dal parroco, don Giovanni Salatino, di renderlo «inclusivo e aperto al dialogo» fino al punto di concedere anche ai ragazzi musulmani un loro momento di preghiera. A questo verranno riservati spazi, momenti di preghiera per l’appunto, e perfino animatori del Grest…già islamici. Nessuna esagerazione, è lo stesso don Salatino - intervistato sul sito diocesano ChiesadiMilano.it - a dichiarare di avere «la fortuna di avere alcuni animatori, già grandi, di fede islamica: saranno loro, quindi, a guidare la preghiera con i ragazzi, in un luogo separato». Da quanto è dato capire anche i giovani islamici seguiranno, con altri, un percorso di condivisione fatto di riflessione sul tema di volta in volta al centro delle singole giornate, seguendo la storia dell’anno, sulla vita di San Francesco.
Poi però a questi ragazzi, guidati lo si ripete da animatori anch’essi musulmani, sarà concesso di appartarsi per propri momenti di preghiera. «Immagino che la preghiera si possa concludere con la formula islamica del Bismillah», è al riguardo il commento del parroco, secondo cui «è sempre meglio aiutare i ragazzi a pregare» dato che, prosegue don Salatino, «preghiamo lo stesso Dio, certamente all’interno di tradizioni religiose differenti. E riconoscere all’altro la propria identità è nello spirito del Vangelo». Ora, senza minimamente dubitare delle ottime intenzioni del sacerdote, sono diversi i profili, rispetto a questa iniziativa, che destano qualche perplessità. A partire dal fatto, come lo stesso articolo di ChiesadiMilano.it riporta, che «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» nel quartiere di Baggio.
Non che una più sostanziosa presenza musulmana avrebbe reso meno singolare l’iniziativa in parola, ovviamente; ma il fatto che questa presenza, se non esigua, risulti comunque quanto meno contenuta, ecco, alimenta ancor più un certo stupore. In effetti, andando a leggere i commenti sui social, ci si imbatte nelle perplessità di non pochi fedeli che, con toni pacati, manifestano imbarazzo e incredulità. Sotto il post Facebook della diocesi di Milano, per esempio, un utente afferma che «la Chiesa deve accogliere, aiutare e amare tutti, rompendo ogni barriera. Quindi è giusto che le parrocchie, le mense per i poveri e la Caritas aiutino tutti al di là della religione». «Ma», aggiunge questa stessa persona, «momenti di preghiera islamica - o di qualsivoglia altra religione - in oratorio no. Questo è sbagliato».
Un altro utente con toni egualmente pacati ha lasciato un commento simile: «Si può fare tutto, ma la preghiera musulmana in oratorio anche no, come dicevate crea confusione, trovate un posto fuori dell’oratorio!». C’è perfino chi, conoscendo e stimando molto don Giovanni Salatino («ci metto la mano sul fuoco, ho fiducia e rispetto. Dio lo benedica sempre!»), lascia trasparire un certo disappunto: «Far pregare i musulmani in oratorio non mi è mai andato a genio».
Dulcis in fundo, non ci si può non chiedere - dato che la sala di preghiera musulmana verrà concessa durante un’«estate francescana», come si legge su ChiesadiMilano.it - cosa penserebbe di tutto questo lui, il santo di Assisi. Che nel 1219, al cospetto del sultano Malik al-Kami, anziché tessere l’elogio del dialogo ad oltranza non esitò a ricorrere a parole oggettivamente forti: «Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell’occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio». «Proprio per questo», concludeva, «i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo».
Erano tutt’altri tempi, certo: ma san Francesco quello era, quello pensava e diceva. E colpisce che, in nome del dialogo - anche dove «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» - spazi di oratori che pure, repetita iuvant, svolgono molte attività lodevoli, finiscano con l’essere appaltati ad altre fedi; con l’amaro risultato di lasciare di sale anche quei fedeli che faticano a riconoscere l’ambiente parrocchiale in cui sono cresciuti e a cui, come tantissimi, si sentono ancora legati.
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A seguito di preliminari accertamenti sul territorio e della consultazione delle banche dati in uso alla Guardia di Finanza, nel febbraio di quest’anno le Fiamme Gialle della Tenenza di Riva del Garda hanno avviato una verifica fiscale nei confronti dell’azienda, che intratteneva rapporti economici con numerose società operanti sul territorio nazionale nei settori della realizzazione di impianti tecnologici, meccanici ed elettrici, nonché della produzione e lavorazione della carta.
Fin dai primi approfondimenti è emerso che la gestione effettiva della società sarebbe stata riconducibile al marito di una donna di origine straniera che, pur ricoprendo formalmente il ruolo di amministratrice unica, sarebbe risultata del tutto estranea agli aspetti economici, contabili e gestionali dell’azienda. La donna avrebbe percepito un compenso soltanto nel 2023, registrato contabilmente ma mai effettivamente corrisposto, presumibilmente utilizzato per giustificare presso un istituto di credito l’erogazione di un finanziamento destinato all’acquisto di un immobile da parte della società.
Grazie anche alla collaborazione dei funzionari ispettivi dell’Inps di Trento, è stata quindi scoperta un’articolata e sistematica condotta di evasione contributiva, attuata attraverso il mascheramento in busta paga di quote della normale retribuzione sotto forma di rimborsi spese esenti da imposizione fiscale e contributiva.
Nel corso dell’attività ispettiva, la società non è stata in grado di fornire alcuna documentazione idonea a giustificare tali rimborsi. Allo stesso modo, nessuno dei lavoratori ascoltati dagli investigatori ha dichiarato di aver sostenuto spese per conto dell’azienda che potessero giustificare gli importi percepiti, né di aver mai redatto i previsti rendiconti mensili.
L’analisi incrociata tra i controlli effettuati e i dati contenuti nel Libro Unico del Lavoro (LUL) ha consentito di accertare che, tra il 2021 e il 2025, ben 127 lavoratori hanno percepito somme maggiorate sotto forma di indennità esenti, senza che fossero versate le relative ritenute fiscali e previdenziali. L’importo complessivo delle somme dovute, comprensivo di sanzioni e interessi, supera il milione di euro.
Oltre alle irregolarità contributive, le indagini economico-finanziarie delle Fiamme Gialle hanno consentito di accertare ulteriori violazioni fiscali. In particolare, in materia di imposte sui redditi, sarebbe stata presentata una dichiarazione con ricavi indicati pari a zero, a fronte di un volume d’affari di circa 1,8 milioni di euro ricostruito dagli investigatori. Contestate anche violazioni in materia di Iva per un importo superiore a 600mila euro.
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