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2019-12-28
La balla di Fioramonti: è stato lui a bloccare la ricerca
Ansa
Ci ha lasciato così, senza un vero perché. Ma anche senza un progetto. Lorenzo Fioramonti, l'ex ministro dell'Istruzione che si è dimesso a Santo Stefano dopo aver realizzato che gli mancavano un miliardo da spendere, da metà settembre teneva fermo il nuovo Piano nazionale della ricerca (Pnr), il documento che orienta la politica della ricerca in Italia, finanziamenti compresi, al quale hanno lavorato 14 accademici di prima grandezza e un migliaio di esperti di varie discipline. Tutto perché non riusciva a capire come metterci il cappello sopra e farlo diventare il «Piano Fioramonti».
Non certo l'unica bizzarria nei tre mesi e mezzo passati nel palazzone di viale Trastevere, dopo aver fatto il viceministro nel primo governo di Giuseppe Conte. Il quarantaduenne romano di Pietralata, studi filosofici a Tor Vergata e cattedra a lunga gittata in quel di Pretoria (ma di economia politica), nel post su Facebook con il quale ha spiegato ai propri seguaci l'addio alla cadrega ministeriale ha mostrato di avere davvero a cuore il futuro della ricerca in Italia. «Sarebbe servito più coraggio da parte del governo per garantire quella linea di galleggiamento finanziaria di cui ho sempre parlato, soprattutto in un ambito così cruciale come l'università e la ricerca», ha scritto l'ormai ex ministro. Per poi aggiungere, con grande amarezza, che «Si tratta del vero motore del Paese, che costruisce il futuro di tutti noi».
Il problema è che se Fioramonti avesse voluto davvero lasciare una traccia concreta del suo transito al servizio della Repubblica, forse non avrebbe dovuto palleggiarsi con il suo capo della segreteria tecnica, Fulvio Esposito, il Pnr prossimo venturo, che deve anche andare ad integrarsi con il piano comunitario «Horizon Europe» 2021-2027.
Il progetto è stato seguito per mesi da Giuseppe Valditara, capo dipartimento della Formazione superiore e ricerca del Miur ed è stato coordinato da altri due accademici, Paolo Branchini e Andrea Lenzi. Lo scibile umano della ricerca è stato suddiviso in 14 aree, dalla salute al design, passando per l'intelligenza artificiale, la mobilità sostenibile, il clima e le fonti energetiche, affidate tutte ad altrettanti luminari. Sotto di loro, hanno lavorato oltre un migliaio di donne e uomini, tra docenti, esperti e ricercatori, coinvolgendo enti di ricerca e consorzi di tutta Italia. Un lavoro che è costato soldi e fatica, oltre che di altissimo livello e di notevole importanza. Perché il Pnr è il documento che poi guiderà la politica di ricerca, individuando le priorità, gli obiettivi, garantendo la coerenza di spesa, l'efficienza e l'efficacia. Fondamentale, nell'impianto del documento finale, l'attenzione a non disperdere le forze e le risorse e la volontà di concentrarsi nelle aree di maggior interesse, pur senza soffocare la libertà di ricerca. Ebbene, il nuovo Pnr era pronto già a metà settembre, ovvero una decina di giorni dopo che Fioramonti aveva giurato come ministro, ma è rimasto bloccato sulla sua scrivania. In queste settimane, mentre il signor ministro interveniva su tutto, perorando al tempo stesso il repulisti dei crocifissi dalle aule di scuola e la piena adesione al nuovo culto di Greta Thunberg e dell'Apocalisse climatica, gli accademici di cui sopra si sono chiesti con crescente imbarazzo se ci fosse qualcosa che non andava nel loro lavoro. Ma niente, era tutto a posto. Il problema, dicono al ministero, è che Fioramonti era talmente soddisfatto che stava solo studiando come intestarsi il piano, metterci il suo nome, forse passare alla storia come l'uomo che avrebbe ridisegnato la ricerca e fatto rientrare in Italia tanti cervelli, non solo il suo.
E così il Pnr è rimasto nei cassetti, tra cui quello del suo collaboratore più fidato, ovvero Esposito, fresco pensionato ed ex rettore della prestigiosa università di Camerino, anch'egli investito del compito di trasformare quel piano quinquennale in qualcosa di più mediatico. E del resto, il Fioramonti ministro, grillino irregolare, lascia dietro di sé una scia di sortite più o meno azzeccate su tutti i social di ogni ordine e grado. Arrivato dagli atenei del Sud Africa per mettere ordine anche nei famosi concorsi universitari all'italiana, l'ex ministro ha giocato la carta a sorpresa dell'ex iena Dino Giarrusso come agente anti-pastette.
Il sincero amore per la ricerca si è visto anche sul tema dell'Aerospazio, dove anche grazie all'Ue il budget è miliardario. In tre mesi e mezzo si è tenuto alla larga dal comitato interministeriale, gestito dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Riccardo Fraccaro, con il quale del resto i rapporti erano a zero. E alle varie riunioni su Agenzia spaziale e dintorni ha sempre mandato funzionari di seconda fascia. Ma come molti grillini, forse aveva difficoltà con i curriculum e le competenze.
Nel Vietnam pentastellato Mister Merendina sogna di fare l’anti Di Maio green
Addio ai Fioramonti: mezza Italia si chiede cosa farà l'ex ministro delle Merendine, Lorenzo Fioramonti, e già questo dovrebbe far capire come è ridotta la politica italiana: eppure, bisogna dedicarsi a prevedere le prossime mosse di questo pittoresco personaggio, quasi ex M5s, che si è dimesso da ministro della Pubblica istruzione per una questione di soldi (insufficienti, a parer suo, i fondi destinati alla scuola nella legge di Bilancio), e che i suoi quasi ex compagni di partito, infilzano per questioni di soldi, ovvero di restituzioni non effettuate.
Precipita così, a fondo, il governo giallorosso guidato da Giuseppe Conte, il cui destino è nelle mani degli elettori di Calabria e Emilia Romagna: il 26 gennaio sapremo se questo esecutivo così fragile andrà ancora avanti per un po'. Per avere contezza del caos totale nel quale è piombato il M5s, basti pensare che anche il «guru» della comunicazione pentastellata, Rocco Casalino, portavoce del premier Conte, non è più un intoccabile. Augusto Rubei, capo della comunicazione di Luigi Di Maio, trama nell'ombra per togliere a Casalino ogni ruolo nella comunicazione del Movimento, confinandolo nell'esilio dorato (e precario) di Palazzo Chigi. Cosa farà, dunque, Fioramonti? Lascerà, innanzitutto, il M5s: confluirà nel gruppo misto, agli inizi di gennaio, insieme a una pattuglia di deputati quantificabile al momento in una decina. I nomi certi: Gianluca Rospi, Roberto Rossini, Nunzio Angiola; i probabili: Massimiliano De Toma, Roberto Cataldi, Nadia Aprile, Andrea Vallascas. Per formare un gruppo autonomo, a Montecitorio, c'è bisogno di 20 deputati, e dunque qualcuno immagina una confluenza nei «fioramontiani» (ahinoi, esistono) di qualche desperado peone di centrodestra, pronto a puntellare la maggioranza pur di evitare elezioni anticipate.
Fioramonti, in sostanza, sogna di costituire una «Italia viva grillina» di matrice ambientalista, un gruppo di scissionisti fedeli a Conte e ostili a Di Maio. Il cappio al quale si impiccherà prima o poi il governo giallorosso è infatti la guerra totale tra il premier e il ministro degli Esteri: non a caso, il buon Giuseppi, avrebbe già iniziato a incontrare, riservatamente e singolarmente, deputati e senatori pentastellati, per chiedere loro cosa farebbero se Di Maio decidesse di staccare la spina al governo. Eventualità tutt'altro che remota: lo statista di Pomigliano d'Arco ha paura che il governo cada per opera di Matteo Renzi o del Pd, e ha il terrore di essere sostituito alla guida del M5s: meglio andare subito al voto, riflette Di Maio con la sua (sempre più sparuta) pattuglia di fedelissimi, così le liste le compilo io. Fioramonti, dunque, dirà addio al M5s; o arrivederci? C'è chi pensa che uscire dal Movimento sia l'unico modo per poterne renderne contendibile la leadership, un domani, e chi meglio dell'ex ministro che disse addio alla poltrona per coerenza, per guidarne la ricostruzione? Idea geniale, tranne che per un dettaglio: per ora la pensa così solo Fioramonti, il cui piano B, assai più rustico, consiste nel poter «spendere» politicamente, un domani, il suo «eroico» gesto, per una ricandidatura, magari nel Pd, o col suo fantomatico partitino.
Stefano Buffagni, viceministro M5s allo Sviluppo economico, riduce tutto a una questione di soldi: «Se ora Fioramonti sogna di fare il capo politico», maligna Buffagni su Facebook, «o lanciare il suo movimento verde sono fatti suoi legittimi, ma sono certo che se uscirà dal M5s si dimetterà.
Fioramonti non restituisce da dicembre 2018 e non sta quindi rispettando gli impegni presi con i cittadini in campagna elettorale e l'impegno che lui stesso ha accettato per candidarsi. Eppure è stato nominato ministro lo stesso legittimando un modo di agire fuori dal M5s, esattamente come le star televisive spinte dalla comunicazione per tutto il primo anno di governo», aggiunge, scatenato, Buffagni, «che oggi sputano quotidianamente contro chi da anni si fa il mazzo in mezzo ai cittadini. Chi è causa del suo male pianga se stesso!». Fioramonti è costretto a replicare: «Non possono mancare», scrive Fioramonti su Facebook, «le solite polemiche sui rimborsi. In tanti, nel Movimento, abbiamo contestato un sistema farraginoso e poco trasparente di rendicontazione. Dopo aver restituito puntualmente per un anno, come altri colleghi, ho continuato a versare nel conto del Bilancio dello Stato e le mie ultime restituzioni saranno donate sul conto del Tecnopolo mediterraneo per lo sviluppo sostenibile, un centro di ricerca pubblico che», aggiunge Fioramonti, «da viceministro prima e da ministro poi, ho promosso a Taranto. Ed invito anche altri parlamentari 5 stelle a fare lo stesso, non appena il conto sarà attivo».
Passano poche ore e «fonti» del ministero dello Sviluppo economico, guidato da Stefano Patuanelli, del M5s, fanno sapere all'Ansa che «è impossibile fare qualsiasi tipo di versamento alla fondazione Tecnopolo mediterraneo per lo sviluppo sostenibile di Taranto. Non è possibile farlo materialmente, visto che non c'è ancora uno statuto istitutivo della fondazione, che ricordiamo è stata ideata con la legge di bilancio dello scorso anno, e dunque non c'è nemmeno un conto su cui versare. Manca il via libera formale del Mef allo statuto», aggiungono le fonti, «quindi non c'è nulla su cui poter versare al momento».
Si consuma così, questa ennesima crisi di governo, perché di crisi si tratta: in altri tempi, quando governavano altri uomini, le dimissioni di un ministro dell'Istruzione, in polemica con la manovra, avrebbero provocato ben altre reazioni. Non con il governo giallorosso, che non ha abolito la povertà, ma la serietà.
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L'ex ministro ha sbattuto la porta con la scusa dei pochi soldi alla scuola, eppure fu lui a boicottare il piano nazionale redatto, sotto i suoi predecessori, da ben 14 luminari e oltre 1.000 docenti. Non sapendo come intestarselo, lo ha lasciato in un cassetto.Il titolare uscente dell'Istruzione vorrebbe ergersi a leader della fronda contro Luigi Di Maio in un progetto ambientalista e pro Conte. Ma per ora ha solo una decina di fedelissimi.Lo speciale contiene due articoli.Ci ha lasciato così, senza un vero perché. Ma anche senza un progetto. Lorenzo Fioramonti, l'ex ministro dell'Istruzione che si è dimesso a Santo Stefano dopo aver realizzato che gli mancavano un miliardo da spendere, da metà settembre teneva fermo il nuovo Piano nazionale della ricerca (Pnr), il documento che orienta la politica della ricerca in Italia, finanziamenti compresi, al quale hanno lavorato 14 accademici di prima grandezza e un migliaio di esperti di varie discipline. Tutto perché non riusciva a capire come metterci il cappello sopra e farlo diventare il «Piano Fioramonti». Non certo l'unica bizzarria nei tre mesi e mezzo passati nel palazzone di viale Trastevere, dopo aver fatto il viceministro nel primo governo di Giuseppe Conte. Il quarantaduenne romano di Pietralata, studi filosofici a Tor Vergata e cattedra a lunga gittata in quel di Pretoria (ma di economia politica), nel post su Facebook con il quale ha spiegato ai propri seguaci l'addio alla cadrega ministeriale ha mostrato di avere davvero a cuore il futuro della ricerca in Italia. «Sarebbe servito più coraggio da parte del governo per garantire quella linea di galleggiamento finanziaria di cui ho sempre parlato, soprattutto in un ambito così cruciale come l'università e la ricerca», ha scritto l'ormai ex ministro. Per poi aggiungere, con grande amarezza, che «Si tratta del vero motore del Paese, che costruisce il futuro di tutti noi». Il problema è che se Fioramonti avesse voluto davvero lasciare una traccia concreta del suo transito al servizio della Repubblica, forse non avrebbe dovuto palleggiarsi con il suo capo della segreteria tecnica, Fulvio Esposito, il Pnr prossimo venturo, che deve anche andare ad integrarsi con il piano comunitario «Horizon Europe» 2021-2027. Il progetto è stato seguito per mesi da Giuseppe Valditara, capo dipartimento della Formazione superiore e ricerca del Miur ed è stato coordinato da altri due accademici, Paolo Branchini e Andrea Lenzi. Lo scibile umano della ricerca è stato suddiviso in 14 aree, dalla salute al design, passando per l'intelligenza artificiale, la mobilità sostenibile, il clima e le fonti energetiche, affidate tutte ad altrettanti luminari. Sotto di loro, hanno lavorato oltre un migliaio di donne e uomini, tra docenti, esperti e ricercatori, coinvolgendo enti di ricerca e consorzi di tutta Italia. Un lavoro che è costato soldi e fatica, oltre che di altissimo livello e di notevole importanza. Perché il Pnr è il documento che poi guiderà la politica di ricerca, individuando le priorità, gli obiettivi, garantendo la coerenza di spesa, l'efficienza e l'efficacia. Fondamentale, nell'impianto del documento finale, l'attenzione a non disperdere le forze e le risorse e la volontà di concentrarsi nelle aree di maggior interesse, pur senza soffocare la libertà di ricerca. Ebbene, il nuovo Pnr era pronto già a metà settembre, ovvero una decina di giorni dopo che Fioramonti aveva giurato come ministro, ma è rimasto bloccato sulla sua scrivania. In queste settimane, mentre il signor ministro interveniva su tutto, perorando al tempo stesso il repulisti dei crocifissi dalle aule di scuola e la piena adesione al nuovo culto di Greta Thunberg e dell'Apocalisse climatica, gli accademici di cui sopra si sono chiesti con crescente imbarazzo se ci fosse qualcosa che non andava nel loro lavoro. Ma niente, era tutto a posto. Il problema, dicono al ministero, è che Fioramonti era talmente soddisfatto che stava solo studiando come intestarsi il piano, metterci il suo nome, forse passare alla storia come l'uomo che avrebbe ridisegnato la ricerca e fatto rientrare in Italia tanti cervelli, non solo il suo. E così il Pnr è rimasto nei cassetti, tra cui quello del suo collaboratore più fidato, ovvero Esposito, fresco pensionato ed ex rettore della prestigiosa università di Camerino, anch'egli investito del compito di trasformare quel piano quinquennale in qualcosa di più mediatico. E del resto, il Fioramonti ministro, grillino irregolare, lascia dietro di sé una scia di sortite più o meno azzeccate su tutti i social di ogni ordine e grado. Arrivato dagli atenei del Sud Africa per mettere ordine anche nei famosi concorsi universitari all'italiana, l'ex ministro ha giocato la carta a sorpresa dell'ex iena Dino Giarrusso come agente anti-pastette. Il sincero amore per la ricerca si è visto anche sul tema dell'Aerospazio, dove anche grazie all'Ue il budget è miliardario. In tre mesi e mezzo si è tenuto alla larga dal comitato interministeriale, gestito dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Riccardo Fraccaro, con il quale del resto i rapporti erano a zero. E alle varie riunioni su Agenzia spaziale e dintorni ha sempre mandato funzionari di seconda fascia. 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Precipita così, a fondo, il governo giallorosso guidato da Giuseppe Conte, il cui destino è nelle mani degli elettori di Calabria e Emilia Romagna: il 26 gennaio sapremo se questo esecutivo così fragile andrà ancora avanti per un po'. Per avere contezza del caos totale nel quale è piombato il M5s, basti pensare che anche il «guru» della comunicazione pentastellata, Rocco Casalino, portavoce del premier Conte, non è più un intoccabile. Augusto Rubei, capo della comunicazione di Luigi Di Maio, trama nell'ombra per togliere a Casalino ogni ruolo nella comunicazione del Movimento, confinandolo nell'esilio dorato (e precario) di Palazzo Chigi. Cosa farà, dunque, Fioramonti? Lascerà, innanzitutto, il M5s: confluirà nel gruppo misto, agli inizi di gennaio, insieme a una pattuglia di deputati quantificabile al momento in una decina. I nomi certi: Gianluca Rospi, Roberto Rossini, Nunzio Angiola; i probabili: Massimiliano De Toma, Roberto Cataldi, Nadia Aprile, Andrea Vallascas. Per formare un gruppo autonomo, a Montecitorio, c'è bisogno di 20 deputati, e dunque qualcuno immagina una confluenza nei «fioramontiani» (ahinoi, esistono) di qualche desperado peone di centrodestra, pronto a puntellare la maggioranza pur di evitare elezioni anticipate. Fioramonti, in sostanza, sogna di costituire una «Italia viva grillina» di matrice ambientalista, un gruppo di scissionisti fedeli a Conte e ostili a Di Maio. Il cappio al quale si impiccherà prima o poi il governo giallorosso è infatti la guerra totale tra il premier e il ministro degli Esteri: non a caso, il buon Giuseppi, avrebbe già iniziato a incontrare, riservatamente e singolarmente, deputati e senatori pentastellati, per chiedere loro cosa farebbero se Di Maio decidesse di staccare la spina al governo. Eventualità tutt'altro che remota: lo statista di Pomigliano d'Arco ha paura che il governo cada per opera di Matteo Renzi o del Pd, e ha il terrore di essere sostituito alla guida del M5s: meglio andare subito al voto, riflette Di Maio con la sua (sempre più sparuta) pattuglia di fedelissimi, così le liste le compilo io. Fioramonti, dunque, dirà addio al M5s; o arrivederci? C'è chi pensa che uscire dal Movimento sia l'unico modo per poterne renderne contendibile la leadership, un domani, e chi meglio dell'ex ministro che disse addio alla poltrona per coerenza, per guidarne la ricostruzione? Idea geniale, tranne che per un dettaglio: per ora la pensa così solo Fioramonti, il cui piano B, assai più rustico, consiste nel poter «spendere» politicamente, un domani, il suo «eroico» gesto, per una ricandidatura, magari nel Pd, o col suo fantomatico partitino. Stefano Buffagni, viceministro M5s allo Sviluppo economico, riduce tutto a una questione di soldi: «Se ora Fioramonti sogna di fare il capo politico», maligna Buffagni su Facebook, «o lanciare il suo movimento verde sono fatti suoi legittimi, ma sono certo che se uscirà dal M5s si dimetterà. Fioramonti non restituisce da dicembre 2018 e non sta quindi rispettando gli impegni presi con i cittadini in campagna elettorale e l'impegno che lui stesso ha accettato per candidarsi. Eppure è stato nominato ministro lo stesso legittimando un modo di agire fuori dal M5s, esattamente come le star televisive spinte dalla comunicazione per tutto il primo anno di governo», aggiunge, scatenato, Buffagni, «che oggi sputano quotidianamente contro chi da anni si fa il mazzo in mezzo ai cittadini. Chi è causa del suo male pianga se stesso!». Fioramonti è costretto a replicare: «Non possono mancare», scrive Fioramonti su Facebook, «le solite polemiche sui rimborsi. In tanti, nel Movimento, abbiamo contestato un sistema farraginoso e poco trasparente di rendicontazione. Dopo aver restituito puntualmente per un anno, come altri colleghi, ho continuato a versare nel conto del Bilancio dello Stato e le mie ultime restituzioni saranno donate sul conto del Tecnopolo mediterraneo per lo sviluppo sostenibile, un centro di ricerca pubblico che», aggiunge Fioramonti, «da viceministro prima e da ministro poi, ho promosso a Taranto. Ed invito anche altri parlamentari 5 stelle a fare lo stesso, non appena il conto sarà attivo». Passano poche ore e «fonti» del ministero dello Sviluppo economico, guidato da Stefano Patuanelli, del M5s, fanno sapere all'Ansa che «è impossibile fare qualsiasi tipo di versamento alla fondazione Tecnopolo mediterraneo per lo sviluppo sostenibile di Taranto. Non è possibile farlo materialmente, visto che non c'è ancora uno statuto istitutivo della fondazione, che ricordiamo è stata ideata con la legge di bilancio dello scorso anno, e dunque non c'è nemmeno un conto su cui versare. Manca il via libera formale del Mef allo statuto», aggiungono le fonti, «quindi non c'è nulla su cui poter versare al momento». Si consuma così, questa ennesima crisi di governo, perché di crisi si tratta: in altri tempi, quando governavano altri uomini, le dimissioni di un ministro dell'Istruzione, in polemica con la manovra, avrebbero provocato ben altre reazioni. Non con il governo giallorosso, che non ha abolito la povertà, ma la serietà.
Jeffrey Epstein (Ansa)
Si attribuiscono a lui nefandezze e trame oscure, si racconta che al centro del tornado vi sarebbe il presidente americano con il suo circo di sodali fascistoidi. Si scrive a ripetizione che il nome di Trump compare un milione di volte negli Epstein files, anche se non significa nulla: un conto - come sa chiunque stia spulciando i faldoni - è essere citati, un altro è che sbuchino prove di questa o quella porcheria. E su Trump, per ora, nulla di grave è emerso. Se uscirà saremo i primi a scriverlo, come del resto abbiamo scritto dei sotterfugi attribuiti a Steve Bannon, ma per ora non ci sono elementi tali da giustificare l’insistenza su The Donald.
Anzi, a dirla tutta ci sono elementi a suo favore. Come ha scritto pure la Bcc, «secondo un documento dell’Fbi diffuso dal dipartimento di giustizia, un ex capo della polizia della Florida ha dichiarato di aver ricevuto una chiamata da Donald Trump nel 2006, in cui l’attuale presidente gli diceva che tutti erano a conoscenza del comportamento di Jeffrey Epstein. Il documento», dice la Bbc, «è una registrazione scritta di un’intervista dell’Fbi del 2019 con l’ex capo della polizia di Palm Beach, il quale sostiene che Trump lo abbia chiamato dopo che il dipartimento ha avviato un’indagine su Epstein e gli abbia detto: “Grazie al cielo lo state fermando, tutti sapevano che cosa stava facendo”». Insomma, The Donald avrebbe addirittura stimolato le autorità ad agire sul faccendiere. Eppure anche questa vicenda viene incredibilmente ribaltata. Fanpage ad esempio la vende così: «Trump sapeva tutto dal 2006». Come a dire: visto, era coinvolto.
Ma il Corriere della Sera riesce a fare persino di meglio. Ieri, nonostante fossero uscite rivelazioni sul businessman emiratino Sultan Ahmed bin Sulayem e sulle mail che si scambiava con Epstein in cui si discuteva di «video di torture», al centro di tutto il racconto di via Solferino c’era ancora lui, Donald, sempre lo stesso. Il Corriere ha dedicato al caso due pagine, la prima con un titolone sul fatto che «un ex poliziotto imbarazza Trump», la seconda - con articolo di una firma imponente quale Federico Fubini - interamente dedicata a Jared Kushner, genero del presidente. In sostanza Fubini cita un documento dell’Fbi in cui a parlare è una fonte anonima la quale afferma che Kushner avrebbe avuto strani legami con i russi, con annesso passaggio di soldi. Fubini stesso scrive che «il contenuto della deposizione, oggi impossibile da verificare, è controverso». Ma non importa: alla fonte anonima si dedica una paginata perché si può fare un titolo che mette in cattiva luce Trump e i suoi.
Il punto, vedete, non è difendere Trump, cosa di cui non ci importa un fico. Il punto è che lo scandalo Epstein travolge anche e in alcuni casi soprattutto una bella fetta delle élite occidentali liberal-progressiste, e su queste si tende sempre a sorvolare. Si scrive lo stretto indispensabile su Bill Gates, si evita di insistere sulla ipocrisia del guru antagonista Noam Chomsky che consigliava Epstein su come evitare gli assalti mediatici, si liquidano gli indizi su pedofilia, satanismo e barbarie assortite quali curiosità per dietrologi. E intanto si martella su Trump, così che ai lettori arrivi una visione distorta e parziale di tutta la faccenda.
Il bello è che proprio sulla versione digitale del Corriere della Sera, Federico Rampini - sempre intellettualmente onesto - ha pronunciato parole sacrosante: «Per ora, i fatti parlano chiaro: chi sperava di usare Jeffrey Epstein come arma letale contro Donald Trump viveva in un’illusione. Il finanziere, predatore sessuale e criminale finito giustamente in carcere, era parte integrante dell’élite newyorkese, storicamente legata al Partito democratico. [...] Al contrario, il fango Epstein sta colpendo i Clinton e i loro alleati: dall’ex ministro del Tesoro Larry Summers, consigliere di Obama e mecenate progressista, a Bill Gates. Lo scandalo lambisce persino il premier laburista britannico Keir Starmer». Al Corriere dovrebbero forse ascoltare meglio almeno i loro editorialisti.
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Jeffrey Epstein e Ghislaine Maxwell (Ansa)
Adesso il premier londinese nel mirino non è solo Starmer. C’è un suo predecessore, ancora senza volto, che sarebbe bellamente caduto nella rete del miliardario Usa, morto misteriosamente in carcere a New York nel 2019. Lo racconta Andrew Lownie, autore di una devastante biografia dell’ex principe Andrea, per il quale ci sarebbe un rapporto dell’Fbi in cui si parla di un rapporto sessuale a tre fra Ghislaine Maxwell, complice di Epstein, un ex (o futuro) premier britannico e una ragazza misteriosa. Ghislaine, passaporto britannico, è la figlia del discusso editore Robert Maxwell, nato in Ucraina, scampato ai nazisti e morto in disgrazia nel Regno Unito, ma sepolto in Israele nel 1991 con tutti gli onori. Sui tabloid inglesi è già partita la caccia al Premier X, ma siamo ancora agli indizi: i nomi di Tony Blair e David Cameron ricorrono più volte, per altri motivi, nei documenti desecretati dalla Giustizia Usa, ma Ghislaine conosceva bene anche Boris Johnson, con cui ha frequentato l’università di Oxford. Due giorni fa, del resto, uno dei deputati Usa autorizzati a leggere tutti i documenti, il repubblicano Thomas Massie, si era fatto scappare che nelle carte c’era anche un personaggio «di spicco in un governo estero». Il Paese coinvolto oggi sembra proprio essere il Regno Unito.
Ieri Starmer comunque è stato tenuto sotto scacco dai conservatori, ansiosi di recuperare terreno rispetto alle accuse mosse nei giorni scorsi dall’implacabile Nigel Farage, sempre più in testa in tutti i sondaggi. Nel question time, i deputati delle opposizioni hanno accusato Starmer di aver promosso intorno a sé «solo persone legate e pedofili». Di sicuro le femministe, anche laburiste, avevano già fatto notare che intorno al premier c’erano solo uomini e tutti amici personali. Nel mirino e al centro delle polemiche inglesi ci sono sempre l’ex portavoce Matthew Doyle, nominato dal premier-giudice nonostante avesse dato sostegno a Sean Morton, ex consigliere locale laburista condannato per pedopornografia nel 2018, e Lord Peter Mandelson, mamma santissima del New Labour. Mandelson è stato silurato come ambasciatore negli Usa e costretto a dimettersi dalla Camera dei Comuni, perché legato a doppio filo con Epstein. Intervistato lo scorso 11 gennaio dalla Bbc, Lord Mandelson ha sostenuto di non sapere nulla di ragazze minorenni abusate con questo argomento: «Non ne ho mai vista una. Forse perché sapevano che sono gay. Nelle case (di Epstein) in cui ho dormito ho visto solo personale di servizio». Con sterlina e Borsa che ieri si sono ripresi, Starmer per ora si è salvato. Ma il prossimo 7 maggio ci sarà il rinnovo di 32 consigli in altrettanti distretti e i sondaggi sono catastrofici per il partito laburista. Non a caso, scalpita già Angela Rayner, 45 anni, sindacalista ed ex vice di Starmer. È molto più a sinistra di lui ed è questo che terrorizza i mercati inglesi.
Se il governo inglese per ora è l’unico che traballa ufficialmente sullo scandalo del finanziere pedofilo, il coinvolgimento italiano al momento sembra di una banalità assoluta. Anche se la storia è tragica. Negli ultimi file resi noti dal Dipartimento di giustizia Usa, negli hotel di Milano ci sarebbe stata una rete di ragazze più o meno giovani a disposizione di uomini d’affari che interessavano a Epstein e ai suoi maneggi. Ogni ragazza aveva una sua carta di credito, ricaricata periodicamente dal finanziare pedofilo, e a gestirle c’era il suo braccio destro francese Jean Luc Brunel, detto «Le fantome», finito indagato e morto anche lui suicida in carcere il 19 febbraio 2022, a 75 anni. Nel suo libro di memorie Nobody's Girl, Virginia Giuffré, una delle vittime di Epstein, ha scritto che «Il Fantasma» una volta «regalò» al finanziere tre gemelle minorenni per il suo compleanno.
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Roberto Vannacci (Ansa)
La fiducia è passata come previsto con 207 voti favorevoli e 119 contrari. Dopo il voto sulla fiducia posta dal governo sono stati presentati 19 ordini del giorno: tre di Futuro nazionale; otto del M5s; quattro di Azione; quattro di Avs. Il tema centrale resta lo stop all’invio di armi, sostenuto da Futuro nazionale e rilanciato anche da M5s e Avs. La maggioranza si è mossa compatta a sostegno della fiducia e del decreto, ma l’opposizione invece continua a procedere divisa. Se era scontato il no alla fiducia, Avs e M5s restano contrari al provvedimento, mentre Pd, Azione e Italia Viva lo appoggiano. «Futuro nazionale oggi ha dimostrato di essere un interlocutore serio e attendibile per il centrodestra. Futuro nazionale però è coerente: noi ribadiamo il nostro no a un decreto che invia per la tredicesima volta armi e soldi a Zelensky», ha detto Sasso in un punto stampa alla Camera, insieme ai colleghi Ziello e Pozzolo. Le ragioni sono «negli ordini del giorno che rimangano in piedi. Sul voto di fiducia, sottolinea, «noi abbiamo votato convintamente sì perché non vogliamo dare alibi a nessuno. Né a chi adesso definisce il suo partito post ideologico e abbandona le posizioni sovraniste identitarie né a chi è moderato, reputa difficile ma non impossibile una interlocuzione con noi. Noi ci siamo, vogliamo rendere il centrodestra attuale, che per noi è morbido, più forte, sicuro, identitario ma è chiaro che ora questo centrodestra ci deve ascoltare. Noi rappresentiamo la voce di tanti italiani di destra, delusi, che magari non vanno più a votare».
Pare chiaro che Futuro nazionale ancora non sappia bene cosa essere, che strada voglia prendere. Un progetto embrionale che però intanto piano piano continua ad allargarsi. Due esponenti della Lega di Firenze, il consigliere Salvatore Sibilla, e il dirigente provinciale del Carroccio, Vito Poma, hanno annunciato di passare dalla Lega a Futuro nazionale. Sarebbero «52 sindaci e circa 300 consiglieri comunali» ad aver chiesto di passare a Fn, ma resta ancora tutto «da valutare».
Fn, la sigla, evoca altri due partiti. Uno francese, il Front National e uno nazionale, Forza Nuova. A quest’ultimo Vannacci si è anche rivolto rispondendo a chi gli chiedeva se terrebbe dentro Forza Nuova e CasaPound: «Non mi piace categorizzare. Questi signori, che sono liberi cittadini e non hanno commesso reati, per quanto rappresentano principi che possono essere criticati, devono poter proporre idee e devono essere aperte tutte le porte». E su Afd: «Vedremo. Per ora sono nel gruppo misto».
Vannacci poi è di nuovo severo con il leader della Lega Matteo Salvini: «Era quello che non avrebbe mai lavorato con i cinque stelle e con Giuseppe Conte, poi ci ha fatto un governo insieme. Io (invece) vorrei essere quello squillo di tromba che richiami l’attenzione e dica: “Signori, abbiamo sbagliato strada”. Dobbiamo tornare sulla direzione vera della destra, in modo da riportare al voto quel 52% di italiani che si astengono; molti di loro sono di destra e non si riconoscono più in questa versione “slavata”. “A sinistra risponde uno squillo”: lo aspettiamo quello della sinistra. Io vado in quella direzione».
Insomma, l’intenzione è chiara ed espressa dallo stesso Sasso: «Sappiamo di non essere gli unici a destra a pensarla così ma noi siamo gli unici a metterci la faccia, a dire basta armi per cui noi saremo consequenziali e voteremo no. Ma non consentiremo mai alle sinistre di andare al governo per cui abbiamo votato la fiducia segnando un perimetro e diamo un segnale: è arrivata la destra, quella vera, che mantiene la parola».
Ieri a Montecitorio questo gioco delle tre carte (votare la fiducia ma non il decreto) ha funzionato. Ma è giusta e puntuale l’osservazione di Luigi Marattin, ex Italia Viva e leader del Partito liberale che suggerisce: «Al Senato, tra pochi giorni, il regolamento è diverso: la votazione è unica. Con un solo voto, esprimi il tuo parere sul provvedimento E sulla fiducia al governo». Come faranno?
Ieri in Aula sono volati gli stracci soprattutto con la sinistra. «Voi pensate che la politica sia un autobus, non lo accettiamo. I nostri odg sono molto chiari e la nostra posizione viene da lontano, voteremo in maniera convinta e forte contro quelli dei “vannacciani”», ha attaccato Angelo Bonelli di Avs. Segno che Futuro nazionale non dà fastidio solo al centrodestra, ma anche a chi, come Avs e M5s, tiene posizioni simili e rischia di farsi erodere consensi.
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