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2019-12-28
La balla di Fioramonti: è stato lui a bloccare la ricerca
Ansa
Ci ha lasciato così, senza un vero perché. Ma anche senza un progetto. Lorenzo Fioramonti, l'ex ministro dell'Istruzione che si è dimesso a Santo Stefano dopo aver realizzato che gli mancavano un miliardo da spendere, da metà settembre teneva fermo il nuovo Piano nazionale della ricerca (Pnr), il documento che orienta la politica della ricerca in Italia, finanziamenti compresi, al quale hanno lavorato 14 accademici di prima grandezza e un migliaio di esperti di varie discipline. Tutto perché non riusciva a capire come metterci il cappello sopra e farlo diventare il «Piano Fioramonti».
Non certo l'unica bizzarria nei tre mesi e mezzo passati nel palazzone di viale Trastevere, dopo aver fatto il viceministro nel primo governo di Giuseppe Conte. Il quarantaduenne romano di Pietralata, studi filosofici a Tor Vergata e cattedra a lunga gittata in quel di Pretoria (ma di economia politica), nel post su Facebook con il quale ha spiegato ai propri seguaci l'addio alla cadrega ministeriale ha mostrato di avere davvero a cuore il futuro della ricerca in Italia. «Sarebbe servito più coraggio da parte del governo per garantire quella linea di galleggiamento finanziaria di cui ho sempre parlato, soprattutto in un ambito così cruciale come l'università e la ricerca», ha scritto l'ormai ex ministro. Per poi aggiungere, con grande amarezza, che «Si tratta del vero motore del Paese, che costruisce il futuro di tutti noi».
Il problema è che se Fioramonti avesse voluto davvero lasciare una traccia concreta del suo transito al servizio della Repubblica, forse non avrebbe dovuto palleggiarsi con il suo capo della segreteria tecnica, Fulvio Esposito, il Pnr prossimo venturo, che deve anche andare ad integrarsi con il piano comunitario «Horizon Europe» 2021-2027.
Il progetto è stato seguito per mesi da Giuseppe Valditara, capo dipartimento della Formazione superiore e ricerca del Miur ed è stato coordinato da altri due accademici, Paolo Branchini e Andrea Lenzi. Lo scibile umano della ricerca è stato suddiviso in 14 aree, dalla salute al design, passando per l'intelligenza artificiale, la mobilità sostenibile, il clima e le fonti energetiche, affidate tutte ad altrettanti luminari. Sotto di loro, hanno lavorato oltre un migliaio di donne e uomini, tra docenti, esperti e ricercatori, coinvolgendo enti di ricerca e consorzi di tutta Italia. Un lavoro che è costato soldi e fatica, oltre che di altissimo livello e di notevole importanza. Perché il Pnr è il documento che poi guiderà la politica di ricerca, individuando le priorità, gli obiettivi, garantendo la coerenza di spesa, l'efficienza e l'efficacia. Fondamentale, nell'impianto del documento finale, l'attenzione a non disperdere le forze e le risorse e la volontà di concentrarsi nelle aree di maggior interesse, pur senza soffocare la libertà di ricerca. Ebbene, il nuovo Pnr era pronto già a metà settembre, ovvero una decina di giorni dopo che Fioramonti aveva giurato come ministro, ma è rimasto bloccato sulla sua scrivania. In queste settimane, mentre il signor ministro interveniva su tutto, perorando al tempo stesso il repulisti dei crocifissi dalle aule di scuola e la piena adesione al nuovo culto di Greta Thunberg e dell'Apocalisse climatica, gli accademici di cui sopra si sono chiesti con crescente imbarazzo se ci fosse qualcosa che non andava nel loro lavoro. Ma niente, era tutto a posto. Il problema, dicono al ministero, è che Fioramonti era talmente soddisfatto che stava solo studiando come intestarsi il piano, metterci il suo nome, forse passare alla storia come l'uomo che avrebbe ridisegnato la ricerca e fatto rientrare in Italia tanti cervelli, non solo il suo.
E così il Pnr è rimasto nei cassetti, tra cui quello del suo collaboratore più fidato, ovvero Esposito, fresco pensionato ed ex rettore della prestigiosa università di Camerino, anch'egli investito del compito di trasformare quel piano quinquennale in qualcosa di più mediatico. E del resto, il Fioramonti ministro, grillino irregolare, lascia dietro di sé una scia di sortite più o meno azzeccate su tutti i social di ogni ordine e grado. Arrivato dagli atenei del Sud Africa per mettere ordine anche nei famosi concorsi universitari all'italiana, l'ex ministro ha giocato la carta a sorpresa dell'ex iena Dino Giarrusso come agente anti-pastette.
Il sincero amore per la ricerca si è visto anche sul tema dell'Aerospazio, dove anche grazie all'Ue il budget è miliardario. In tre mesi e mezzo si è tenuto alla larga dal comitato interministeriale, gestito dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Riccardo Fraccaro, con il quale del resto i rapporti erano a zero. E alle varie riunioni su Agenzia spaziale e dintorni ha sempre mandato funzionari di seconda fascia. Ma come molti grillini, forse aveva difficoltà con i curriculum e le competenze.
Nel Vietnam pentastellato Mister Merendina sogna di fare l’anti Di Maio green
Addio ai Fioramonti: mezza Italia si chiede cosa farà l'ex ministro delle Merendine, Lorenzo Fioramonti, e già questo dovrebbe far capire come è ridotta la politica italiana: eppure, bisogna dedicarsi a prevedere le prossime mosse di questo pittoresco personaggio, quasi ex M5s, che si è dimesso da ministro della Pubblica istruzione per una questione di soldi (insufficienti, a parer suo, i fondi destinati alla scuola nella legge di Bilancio), e che i suoi quasi ex compagni di partito, infilzano per questioni di soldi, ovvero di restituzioni non effettuate.
Precipita così, a fondo, il governo giallorosso guidato da Giuseppe Conte, il cui destino è nelle mani degli elettori di Calabria e Emilia Romagna: il 26 gennaio sapremo se questo esecutivo così fragile andrà ancora avanti per un po'. Per avere contezza del caos totale nel quale è piombato il M5s, basti pensare che anche il «guru» della comunicazione pentastellata, Rocco Casalino, portavoce del premier Conte, non è più un intoccabile. Augusto Rubei, capo della comunicazione di Luigi Di Maio, trama nell'ombra per togliere a Casalino ogni ruolo nella comunicazione del Movimento, confinandolo nell'esilio dorato (e precario) di Palazzo Chigi. Cosa farà, dunque, Fioramonti? Lascerà, innanzitutto, il M5s: confluirà nel gruppo misto, agli inizi di gennaio, insieme a una pattuglia di deputati quantificabile al momento in una decina. I nomi certi: Gianluca Rospi, Roberto Rossini, Nunzio Angiola; i probabili: Massimiliano De Toma, Roberto Cataldi, Nadia Aprile, Andrea Vallascas. Per formare un gruppo autonomo, a Montecitorio, c'è bisogno di 20 deputati, e dunque qualcuno immagina una confluenza nei «fioramontiani» (ahinoi, esistono) di qualche desperado peone di centrodestra, pronto a puntellare la maggioranza pur di evitare elezioni anticipate.
Fioramonti, in sostanza, sogna di costituire una «Italia viva grillina» di matrice ambientalista, un gruppo di scissionisti fedeli a Conte e ostili a Di Maio. Il cappio al quale si impiccherà prima o poi il governo giallorosso è infatti la guerra totale tra il premier e il ministro degli Esteri: non a caso, il buon Giuseppi, avrebbe già iniziato a incontrare, riservatamente e singolarmente, deputati e senatori pentastellati, per chiedere loro cosa farebbero se Di Maio decidesse di staccare la spina al governo. Eventualità tutt'altro che remota: lo statista di Pomigliano d'Arco ha paura che il governo cada per opera di Matteo Renzi o del Pd, e ha il terrore di essere sostituito alla guida del M5s: meglio andare subito al voto, riflette Di Maio con la sua (sempre più sparuta) pattuglia di fedelissimi, così le liste le compilo io. Fioramonti, dunque, dirà addio al M5s; o arrivederci? C'è chi pensa che uscire dal Movimento sia l'unico modo per poterne renderne contendibile la leadership, un domani, e chi meglio dell'ex ministro che disse addio alla poltrona per coerenza, per guidarne la ricostruzione? Idea geniale, tranne che per un dettaglio: per ora la pensa così solo Fioramonti, il cui piano B, assai più rustico, consiste nel poter «spendere» politicamente, un domani, il suo «eroico» gesto, per una ricandidatura, magari nel Pd, o col suo fantomatico partitino.
Stefano Buffagni, viceministro M5s allo Sviluppo economico, riduce tutto a una questione di soldi: «Se ora Fioramonti sogna di fare il capo politico», maligna Buffagni su Facebook, «o lanciare il suo movimento verde sono fatti suoi legittimi, ma sono certo che se uscirà dal M5s si dimetterà.
Fioramonti non restituisce da dicembre 2018 e non sta quindi rispettando gli impegni presi con i cittadini in campagna elettorale e l'impegno che lui stesso ha accettato per candidarsi. Eppure è stato nominato ministro lo stesso legittimando un modo di agire fuori dal M5s, esattamente come le star televisive spinte dalla comunicazione per tutto il primo anno di governo», aggiunge, scatenato, Buffagni, «che oggi sputano quotidianamente contro chi da anni si fa il mazzo in mezzo ai cittadini. Chi è causa del suo male pianga se stesso!». Fioramonti è costretto a replicare: «Non possono mancare», scrive Fioramonti su Facebook, «le solite polemiche sui rimborsi. In tanti, nel Movimento, abbiamo contestato un sistema farraginoso e poco trasparente di rendicontazione. Dopo aver restituito puntualmente per un anno, come altri colleghi, ho continuato a versare nel conto del Bilancio dello Stato e le mie ultime restituzioni saranno donate sul conto del Tecnopolo mediterraneo per lo sviluppo sostenibile, un centro di ricerca pubblico che», aggiunge Fioramonti, «da viceministro prima e da ministro poi, ho promosso a Taranto. Ed invito anche altri parlamentari 5 stelle a fare lo stesso, non appena il conto sarà attivo».
Passano poche ore e «fonti» del ministero dello Sviluppo economico, guidato da Stefano Patuanelli, del M5s, fanno sapere all'Ansa che «è impossibile fare qualsiasi tipo di versamento alla fondazione Tecnopolo mediterraneo per lo sviluppo sostenibile di Taranto. Non è possibile farlo materialmente, visto che non c'è ancora uno statuto istitutivo della fondazione, che ricordiamo è stata ideata con la legge di bilancio dello scorso anno, e dunque non c'è nemmeno un conto su cui versare. Manca il via libera formale del Mef allo statuto», aggiungono le fonti, «quindi non c'è nulla su cui poter versare al momento».
Si consuma così, questa ennesima crisi di governo, perché di crisi si tratta: in altri tempi, quando governavano altri uomini, le dimissioni di un ministro dell'Istruzione, in polemica con la manovra, avrebbero provocato ben altre reazioni. Non con il governo giallorosso, che non ha abolito la povertà, ma la serietà.
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L'ex ministro ha sbattuto la porta con la scusa dei pochi soldi alla scuola, eppure fu lui a boicottare il piano nazionale redatto, sotto i suoi predecessori, da ben 14 luminari e oltre 1.000 docenti. Non sapendo come intestarselo, lo ha lasciato in un cassetto.Il titolare uscente dell'Istruzione vorrebbe ergersi a leader della fronda contro Luigi Di Maio in un progetto ambientalista e pro Conte. Ma per ora ha solo una decina di fedelissimi.Lo speciale contiene due articoli.Ci ha lasciato così, senza un vero perché. Ma anche senza un progetto. Lorenzo Fioramonti, l'ex ministro dell'Istruzione che si è dimesso a Santo Stefano dopo aver realizzato che gli mancavano un miliardo da spendere, da metà settembre teneva fermo il nuovo Piano nazionale della ricerca (Pnr), il documento che orienta la politica della ricerca in Italia, finanziamenti compresi, al quale hanno lavorato 14 accademici di prima grandezza e un migliaio di esperti di varie discipline. Tutto perché non riusciva a capire come metterci il cappello sopra e farlo diventare il «Piano Fioramonti». Non certo l'unica bizzarria nei tre mesi e mezzo passati nel palazzone di viale Trastevere, dopo aver fatto il viceministro nel primo governo di Giuseppe Conte. Il quarantaduenne romano di Pietralata, studi filosofici a Tor Vergata e cattedra a lunga gittata in quel di Pretoria (ma di economia politica), nel post su Facebook con il quale ha spiegato ai propri seguaci l'addio alla cadrega ministeriale ha mostrato di avere davvero a cuore il futuro della ricerca in Italia. «Sarebbe servito più coraggio da parte del governo per garantire quella linea di galleggiamento finanziaria di cui ho sempre parlato, soprattutto in un ambito così cruciale come l'università e la ricerca», ha scritto l'ormai ex ministro. Per poi aggiungere, con grande amarezza, che «Si tratta del vero motore del Paese, che costruisce il futuro di tutti noi». Il problema è che se Fioramonti avesse voluto davvero lasciare una traccia concreta del suo transito al servizio della Repubblica, forse non avrebbe dovuto palleggiarsi con il suo capo della segreteria tecnica, Fulvio Esposito, il Pnr prossimo venturo, che deve anche andare ad integrarsi con il piano comunitario «Horizon Europe» 2021-2027. Il progetto è stato seguito per mesi da Giuseppe Valditara, capo dipartimento della Formazione superiore e ricerca del Miur ed è stato coordinato da altri due accademici, Paolo Branchini e Andrea Lenzi. Lo scibile umano della ricerca è stato suddiviso in 14 aree, dalla salute al design, passando per l'intelligenza artificiale, la mobilità sostenibile, il clima e le fonti energetiche, affidate tutte ad altrettanti luminari. Sotto di loro, hanno lavorato oltre un migliaio di donne e uomini, tra docenti, esperti e ricercatori, coinvolgendo enti di ricerca e consorzi di tutta Italia. Un lavoro che è costato soldi e fatica, oltre che di altissimo livello e di notevole importanza. Perché il Pnr è il documento che poi guiderà la politica di ricerca, individuando le priorità, gli obiettivi, garantendo la coerenza di spesa, l'efficienza e l'efficacia. Fondamentale, nell'impianto del documento finale, l'attenzione a non disperdere le forze e le risorse e la volontà di concentrarsi nelle aree di maggior interesse, pur senza soffocare la libertà di ricerca. Ebbene, il nuovo Pnr era pronto già a metà settembre, ovvero una decina di giorni dopo che Fioramonti aveva giurato come ministro, ma è rimasto bloccato sulla sua scrivania. In queste settimane, mentre il signor ministro interveniva su tutto, perorando al tempo stesso il repulisti dei crocifissi dalle aule di scuola e la piena adesione al nuovo culto di Greta Thunberg e dell'Apocalisse climatica, gli accademici di cui sopra si sono chiesti con crescente imbarazzo se ci fosse qualcosa che non andava nel loro lavoro. Ma niente, era tutto a posto. Il problema, dicono al ministero, è che Fioramonti era talmente soddisfatto che stava solo studiando come intestarsi il piano, metterci il suo nome, forse passare alla storia come l'uomo che avrebbe ridisegnato la ricerca e fatto rientrare in Italia tanti cervelli, non solo il suo. E così il Pnr è rimasto nei cassetti, tra cui quello del suo collaboratore più fidato, ovvero Esposito, fresco pensionato ed ex rettore della prestigiosa università di Camerino, anch'egli investito del compito di trasformare quel piano quinquennale in qualcosa di più mediatico. E del resto, il Fioramonti ministro, grillino irregolare, lascia dietro di sé una scia di sortite più o meno azzeccate su tutti i social di ogni ordine e grado. Arrivato dagli atenei del Sud Africa per mettere ordine anche nei famosi concorsi universitari all'italiana, l'ex ministro ha giocato la carta a sorpresa dell'ex iena Dino Giarrusso come agente anti-pastette. Il sincero amore per la ricerca si è visto anche sul tema dell'Aerospazio, dove anche grazie all'Ue il budget è miliardario. In tre mesi e mezzo si è tenuto alla larga dal comitato interministeriale, gestito dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Riccardo Fraccaro, con il quale del resto i rapporti erano a zero. E alle varie riunioni su Agenzia spaziale e dintorni ha sempre mandato funzionari di seconda fascia. 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Precipita così, a fondo, il governo giallorosso guidato da Giuseppe Conte, il cui destino è nelle mani degli elettori di Calabria e Emilia Romagna: il 26 gennaio sapremo se questo esecutivo così fragile andrà ancora avanti per un po'. Per avere contezza del caos totale nel quale è piombato il M5s, basti pensare che anche il «guru» della comunicazione pentastellata, Rocco Casalino, portavoce del premier Conte, non è più un intoccabile. Augusto Rubei, capo della comunicazione di Luigi Di Maio, trama nell'ombra per togliere a Casalino ogni ruolo nella comunicazione del Movimento, confinandolo nell'esilio dorato (e precario) di Palazzo Chigi. Cosa farà, dunque, Fioramonti? Lascerà, innanzitutto, il M5s: confluirà nel gruppo misto, agli inizi di gennaio, insieme a una pattuglia di deputati quantificabile al momento in una decina. I nomi certi: Gianluca Rospi, Roberto Rossini, Nunzio Angiola; i probabili: Massimiliano De Toma, Roberto Cataldi, Nadia Aprile, Andrea Vallascas. Per formare un gruppo autonomo, a Montecitorio, c'è bisogno di 20 deputati, e dunque qualcuno immagina una confluenza nei «fioramontiani» (ahinoi, esistono) di qualche desperado peone di centrodestra, pronto a puntellare la maggioranza pur di evitare elezioni anticipate. Fioramonti, in sostanza, sogna di costituire una «Italia viva grillina» di matrice ambientalista, un gruppo di scissionisti fedeli a Conte e ostili a Di Maio. Il cappio al quale si impiccherà prima o poi il governo giallorosso è infatti la guerra totale tra il premier e il ministro degli Esteri: non a caso, il buon Giuseppi, avrebbe già iniziato a incontrare, riservatamente e singolarmente, deputati e senatori pentastellati, per chiedere loro cosa farebbero se Di Maio decidesse di staccare la spina al governo. Eventualità tutt'altro che remota: lo statista di Pomigliano d'Arco ha paura che il governo cada per opera di Matteo Renzi o del Pd, e ha il terrore di essere sostituito alla guida del M5s: meglio andare subito al voto, riflette Di Maio con la sua (sempre più sparuta) pattuglia di fedelissimi, così le liste le compilo io. Fioramonti, dunque, dirà addio al M5s; o arrivederci? C'è chi pensa che uscire dal Movimento sia l'unico modo per poterne renderne contendibile la leadership, un domani, e chi meglio dell'ex ministro che disse addio alla poltrona per coerenza, per guidarne la ricostruzione? Idea geniale, tranne che per un dettaglio: per ora la pensa così solo Fioramonti, il cui piano B, assai più rustico, consiste nel poter «spendere» politicamente, un domani, il suo «eroico» gesto, per una ricandidatura, magari nel Pd, o col suo fantomatico partitino. Stefano Buffagni, viceministro M5s allo Sviluppo economico, riduce tutto a una questione di soldi: «Se ora Fioramonti sogna di fare il capo politico», maligna Buffagni su Facebook, «o lanciare il suo movimento verde sono fatti suoi legittimi, ma sono certo che se uscirà dal M5s si dimetterà. Fioramonti non restituisce da dicembre 2018 e non sta quindi rispettando gli impegni presi con i cittadini in campagna elettorale e l'impegno che lui stesso ha accettato per candidarsi. Eppure è stato nominato ministro lo stesso legittimando un modo di agire fuori dal M5s, esattamente come le star televisive spinte dalla comunicazione per tutto il primo anno di governo», aggiunge, scatenato, Buffagni, «che oggi sputano quotidianamente contro chi da anni si fa il mazzo in mezzo ai cittadini. Chi è causa del suo male pianga se stesso!». Fioramonti è costretto a replicare: «Non possono mancare», scrive Fioramonti su Facebook, «le solite polemiche sui rimborsi. In tanti, nel Movimento, abbiamo contestato un sistema farraginoso e poco trasparente di rendicontazione. Dopo aver restituito puntualmente per un anno, come altri colleghi, ho continuato a versare nel conto del Bilancio dello Stato e le mie ultime restituzioni saranno donate sul conto del Tecnopolo mediterraneo per lo sviluppo sostenibile, un centro di ricerca pubblico che», aggiunge Fioramonti, «da viceministro prima e da ministro poi, ho promosso a Taranto. Ed invito anche altri parlamentari 5 stelle a fare lo stesso, non appena il conto sarà attivo». Passano poche ore e «fonti» del ministero dello Sviluppo economico, guidato da Stefano Patuanelli, del M5s, fanno sapere all'Ansa che «è impossibile fare qualsiasi tipo di versamento alla fondazione Tecnopolo mediterraneo per lo sviluppo sostenibile di Taranto. Non è possibile farlo materialmente, visto che non c'è ancora uno statuto istitutivo della fondazione, che ricordiamo è stata ideata con la legge di bilancio dello scorso anno, e dunque non c'è nemmeno un conto su cui versare. Manca il via libera formale del Mef allo statuto», aggiungono le fonti, «quindi non c'è nulla su cui poter versare al momento». Si consuma così, questa ennesima crisi di governo, perché di crisi si tratta: in altri tempi, quando governavano altri uomini, le dimissioni di un ministro dell'Istruzione, in polemica con la manovra, avrebbero provocato ben altre reazioni. Non con il governo giallorosso, che non ha abolito la povertà, ma la serietà.
Ansa
Un raid deliberato contro i civili dovrebbe essere considerato tale indipendentemente dalla bandiera, ma in questa guerra pare non essere così. L’identica postura tenuta dai governi europei ha fatto infuriare Mosca. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha comunicato: «Non abbiamo assistito ad alcuna azione che possa essere interpretata come una condanna di questo barbaro attacco terroristico contro dei giovani. Questo è tutto ciò che si può affermare in questo contesto».
Nei riguardi di Kiev, la rappresaglia russa pare non essere terminata. Dopo che nel weekend sono stati lanciati sull’Ucraina 600 droni e 90 missili - tra cui almeno un Oreshnik - uccidendo quattro persone, è stata annunciata una fase due della reazione di Mosca. «Raccomandiamo ai cittadini stranieri, compreso il personale delle missioni diplomatiche e delle rappresentanze delle organizzazioni internazionali, della necessità di lasciare Kiev il prima possibile», ha scritto il ministero degli Esteri russo in una nota. Ricordando che il raid nel dormitorio è «la goccia che ha fatto traboccare il vaso», il dicastero ha precisato: «Nelle circostanze attuali, le Forze armate russe stanno lanciando una serie di attacchi sistematici contro le strutture del complesso militare-industriale ucraino a Kiev, compresi siti specifici per la progettazione, la produzione, la programmazione e la preparazione all’uso dei droni impiegati dal regime di Kiev con l’assistenza di specialisti Nato responsabili della fornitura di componenti, dell’intelligence e della guida». Nel mirino di Mosca sono inclusi anche «i centri decisionali e i posti di comando». Ed è per questo, con le sedi «sparse per tutta Kiev», che è stato consigliato a tutto il personale diplomatico straniero di andarsene. Le raccomandazioni sono rivolte anche ai residenti della capitale ucraina: «Non avvicinatevi alle infrastrutture militari e amministrative del regime di Zelensky». Degli imminenti attacchi il ministro degli esteri russo, Serghei Lavrov, ha avisato anche l’omologo americano Marco Rubio in una telefonata avvenuta ieri. A ridimensionare l’allarme su Kiev è il ministro degli Esteri ucraino, Andrij Sybiha, il quale ha invitato gli alleati a non sottomettersi al «ricatto russo».
Intanto, anche ieri un attacco delle forze ucraine ha ucciso quattro persone a Horlivka, nella regione ucraina di Donetsk occupata dalla Russia. A rendere noto il bilancio delle vittime è stato il sindaco Ivan Prikhodko: si tratta di «quattro civili, tra cui due bambini nati nel 2012 e nel 2013». Altri droni ucraini hanno preso di mira le regioni russe di Yaroslav e Belgorod: uno di questi ha colpito un’auto, uccidendo l’autista. Inoltre, a detta del servizio di sicurezza federale russo (Fsb), è stato sventato un attacco contro una nave metaniera proveniente dal porto di Anversa e arrivata nelle acque della regione di Leningrado. I sommozzatori avrebbero trovato diverse mine magnetiche attaccate allo scafo dell’imbarcazione. L’Fsb ha già puntato il dito contro l’Alleanza atlantica, sostenendo che gli ordigni sono stati «fabbricati in un Paese Nato».
Dall’altra parte della barricata, un attacco aereo russo sulla città di Kramatorsk, nel Donetsk, ha ucciso due persone e ne ha ferite altre tre. Nel pomeriggio, Mosca ha preso di mira di nuovo la stessa città con bombe aeree guidate. Il primo bollettino parla di altri quattro feriti. Anche a Dnipro sono stati registrati tre feriti a seguito di un bombardamento di Mosca. E nella città di Derhachi, a Kharkiv, i raid russi hanno causato una vittima. Stando poi a quanto svelato dal Telegraph, ci sarebbe lo zampino di Mosca nello sconfinamento dei droni ucraini negli spazi aerei dei vicini. La Russia intercetterebbe e devierebbe nei Baltici i velivoli senza pilota ucraini grazie a un trasmettitore aereo collocato nella regione di Kaliningrad.
Di certo, il presidente russo, Vladimir Putin, ha firmato una legge autorizzata dal Parlamento che consente l’utilizzo delle forze armate per proteggere i cittadini russi all’estero. Il documento in questione si riferisce a coloro che sono in stato d’arresto o detenuti al di fuori dei confini russi. Ma è rivolto anche a chi è sottoposto a procedure penali da parte di organi giurisdizionali internazionali di cui Mosca non fa parte. Lo zar ieri, in occasione del forum internazionale antifascista, ha anche lanciato un appello all’unità: «Insieme dobbiamo resistere alla diffusione di ideologie distruttive in tutto il pianeta: xenofobia, neonazismo, antisemitismo e russofobia».
E nonostante sembrano sempre più lontane le trattative per raggiungere la fine della guerra, pare che il presidente finlandese, Alexander Stubb, voglia prendersi lo scettro di negoziatore europeo. In un’intervista all’emittente ucraina Yle ha annunciato: «Se me lo chiedete, probabilmente non si può rispondere negativamente». Tuttavia, ha aggiunto che accetterebbe l’incarico solo dopo il raggiungimento di un cessate il fuoco. Chi invece interpreta cinicamente un eventuale coinvolgimento dell’Ue nelle trattative è il ministro degli Esteri dell’Estonia, Margus Tsahkna. Sostenendo che «i negoziati nella forma precedente», ovvero con la mediazione americana, «sono finiti», ha affermato che Putin mira a coinvolgere Bruxelles solo per «guadagnare tempo».
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Sergio Sottani, procuratore generale della Repubblica di Perugia (Imagoeconomica)
Il pg ha fatto sapere, attraverso un comunicato, che dopo aver letto la denuncia dell’avvocato Alessandro Cannevale (suo ex collega, essendo stato anche procuratore di Spoleto) sul nostro giornale, ha chiesto spiegazioni alla Procura. Secondo il legale, lo ricordiamo, la polizia giudiziaria avrebbe registrato i colloqui in carcere di un avvocato sotto inchiesta con il proprio cliente e, come riassume Sottani, «secondo quanto rappresentato dal difensore», tali intercettazioni, «si sarebbero estese anche ad altri colloqui difensivi nonché a soggetti estranei al procedimento».
Il procuratore generale, «mai in precedenza investito di tale questione», «ha immediatamente attivato i propri poteri di vigilanza e ha proceduto all’acquisizione di dati e notizie utili a una più puntuale ricostruzione dei fatti». Il quadro emerso dopo gli approfondimenti sarebbe meno preoccupante del previsto: «All’esito delle notizie raccolte, connotate da fisiologica provvisorietà, può confermarsi che non risulta alcun uso processuale di intercettazioni espletate senza autorizzazione. Per altro verso, se si dovesse effettivamente verificare la presenza di intercettazioni irrituali, si dovrà procedere alla loro distruzione». Sottani, «pur in attesa di ulteriori approfondimenti», conclude che, al momento, «la situazione non appare pienamente sovrapponibile rispetto a quanto riferito dagli organi di informazione». Non si capisce se la tirata d’orecchi sia per noi o per l’intervistato. Che, però, letta la replica ha deciso di rispondere con fermezza all’ex collega (Cannevale ha fatto il magistrato per quasi quarant’anni): «Non ho mai detto che le intercettazioni illegittime sarebbero state utilizzate nel procedimento a carico della mia assistita (l’avvocato Daniela Paccoi, indagata per associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, ndr). Anzi ho detto - e La Verità lo ha fedelmente riportato - che rendevo pubblico un fatto estraneo al processo, che interessava i detenuti del carcere di Perugia e gli avvocati a colloquio con loro. Una pratica illegittima che in teoria avrebbe potuto coinvolgere anche me».
La replica del legale evidenzia un’altra presunta imprecisione: «Neppure ho detto che il dottor Gennaro Iannarone (il procuratore facente funzione di Perugia, ndr) abbia preso cognizione delle registrazioni non autorizzate. In realtà non so neanche se abbia ascoltato quelle rilevanti, purtroppo la legge non glielo impone». Cannevale, a questo punto, chiama in causa direttamente Sottani: «Il procuratore generale sembra insensibile al problema che non solo io, ma l’intera avvocatura ha posto: la garanzia del diritto di difesa e del diritto alla riservatezza dei detenuti e dei loro familiari non può essere affidata alla buona volontà degli inquirenti e del magistrato, nella speranza che graziosamente si astengano dal prendere cognizione dei dati riservati dei loro docili sudditi, dei quali dispongono illegittimamente. Per come la vedo io, è questo che distingue uno Stato di diritto da uno Stato di polizia».
L’ultima stoccata riguarda la chiosa finale del comunicato: «Quanto alla presunta non sovrapponibilità della realtà a quanto riportato sulla stampa, non so se sia un curioso eufemismo per sostenere che sono state dette balle. Beh, in un certo senso è vero, ma abbiamo fornito dati sbagliati per difetto, solo perché non avevamo finito il lavoro: i colloqui intercettati illegittimamente non sono 40, come ritenevamo inizialmente, ma 70, di cui 56 di difensori diversi dalla mia assistita ed estranei al suo studio, mentre i rimanenti sono della Paccoi con clienti diversi dall’indagato G.C., l’unico che poteva essere intercettato legittimamente». Ma le novità non sono finite: «Abbiamo annotato anche la durata delle registrazioni non autorizzate e depositate agli atti. Alcune durano più di 40 minuti. Dunque c’era tutto il tempo per rendersi conto della loro inutilizzabilità e per interrompere la registrazione».
La conclusione di Cannevale è sconfortante: «Se non ci fossimo messi a verificare gli audio uno per uno, cosa che raramente una difesa riesce a fare, di questa storia nessuno avrebbe mai saputo nulla. Per questo ritengo che il peggio del comunicato stampa del procuratore generale sia ciò che in esso non si trova: le misure che intende adottare perché fatti del genere non si ripetano». In attesa della manifestazione di protesta indetta per l’11 giugno a Perugia dai penalisti, è probabile che ci siano altri round e che emergano nuovi particolari su questa inquietante vicenda e sulla gestione delle indagini da parte della Procura umbra.
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Andrea Martella, candidato sindaco del Pd per le elezioni comunali di Venezia (Ansa)
Se il risultato di Salerno, con Vincenzo De Luca in campo, era scontato e quello di Prato anche, riconquistare Venezia dopo i due mandati di Luigi Brugnaro era un passaggio vitale. Per questo il Pd aveva schierato un esponente di primo piano del partito, ovvero Andrea Martella, nato e cresciuto nel Pci, con oltre 25 anni di esperienza in parlamento e un passato perfino da sottosegretario alla presidenza del Consiglio durante il governo Conte bis. E per questo aveva giocato perfino la carta del voto musulmano. Tuttavia, spendere il nome di un pezzo da novanta del partito non è bastato, perché a sbarrargli la strada ci ha pensato un illustre sconosciuto, quasi un ragazzo, con un passato da scout e una storia politica tutta consumata in laguna. Simone Venturini, curriculum da moderato, assessore di Brugnaro per ben due mandati, con delega alla coesione sociale, alla casa e al turismo. Bisogna essere sinceri: i sondaggi non lo davano in vantaggio, ma le urne hanno ribaltato le previsioni. La sua lista ha fatto il pieno di consensi, arrivando da sola allo stesso livello raggiunto da Martella, ma con dietro tutto il campo largo, vale dire Pd, 5 stelle, Avs e compagnia bella.
Venturini ha vinto al primo turno e la sinistra ha perso alla sua prima prova vera, quella di Venezia. In laguna tutto sembrava remare contro un successo del centrodestra. Prima una serie di inchieste contro il sindaco uscente, accusato per la vendita di un terreno di sua proprietà e per la gestione dei fondi della precedente campagna elettorale. Poi le polemiche per la nomina di Beatrice Venezi come direttore della Fenice, con successiva rimozione dall’incarico. Infine, lo scontro sulla partecipazione della delegazione russa alla Biennale, con il ministro della Cultura Alessandro Giuli contro il presidente dell’istituzione artistica Pietrangelo Buttafuoco, entrambi esponenti di un’area vicina a Fratelli d’Italia. Divisioni e passi falsi che sembravano non predire un successo per il centrodestra, anche in considerazione del disimpegno dell’ex governatore Luca Zaia, a lungo ritenuto il migliore candidato per sostituire Brugnaro.
Ma lo sconosciuto Venturini ha scompaginato i giochi, sorprendendo perfino la stessa Giorgia Meloni, che ha definito mondiale la vittoria al primo turno.
A un risultato che fa esultare una parte, corrisponde però la delusione dell’altra, che non può certo consolarsi con De Luca e Biffoni, due dei cinque sindaci passati al primo turno. Infatti, il successo di Salerno con Vincenzo De Luca non è attribuibile a Elly Schlein e ai 5 stelle. L’ex governatore si è candidato contro il parere della segretaria del Partito democratico, che non gli ha concesso neppure il simbolo nella speranza di liberarsi dell’ex governatore una volta per tutte. Nemmeno Matteo Biffoni è un uomo che faccia la gioia della segretaria.
Al Nazareno fino all’ultimo hanno avversato la candidatura del consigliere regionale e Marco Furfaro, plenipotenziario di Elly in Toscana, ha provato a farla saltare, arrendendosi all’ultimo di fronte al pericolo di una sconfitta. Per non parlare poi di Mirello Crisafulli a Enna, altro cacicco che la segretaria avrebbe volentieri lasciato a casa. Dunque, il bilancio di questa prima tornata di amministrative si chiude per il Pd con la riconquista di Pistoia e la perdita di Reggio Calabria, con tre vincitori poco amati dai vertici del partito, e Venezia di nuovo saldamente in mano al centrodestra. Insomma, in laguna sono annegati i sogni della remuntada. E probabilmente è morta anche l’idea di un partito islamico da affiancare a quello democratico. Aver arruolato candidati musulmani infatti non ha portato bene a Elly Schlein. Evidentemente non si possono sostituire gli elettori italiani con quelli d’importazione.
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