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2019-12-28
La balla di Fioramonti: è stato lui a bloccare la ricerca
Ansa
Ci ha lasciato così, senza un vero perché. Ma anche senza un progetto. Lorenzo Fioramonti, l'ex ministro dell'Istruzione che si è dimesso a Santo Stefano dopo aver realizzato che gli mancavano un miliardo da spendere, da metà settembre teneva fermo il nuovo Piano nazionale della ricerca (Pnr), il documento che orienta la politica della ricerca in Italia, finanziamenti compresi, al quale hanno lavorato 14 accademici di prima grandezza e un migliaio di esperti di varie discipline. Tutto perché non riusciva a capire come metterci il cappello sopra e farlo diventare il «Piano Fioramonti».
Non certo l'unica bizzarria nei tre mesi e mezzo passati nel palazzone di viale Trastevere, dopo aver fatto il viceministro nel primo governo di Giuseppe Conte. Il quarantaduenne romano di Pietralata, studi filosofici a Tor Vergata e cattedra a lunga gittata in quel di Pretoria (ma di economia politica), nel post su Facebook con il quale ha spiegato ai propri seguaci l'addio alla cadrega ministeriale ha mostrato di avere davvero a cuore il futuro della ricerca in Italia. «Sarebbe servito più coraggio da parte del governo per garantire quella linea di galleggiamento finanziaria di cui ho sempre parlato, soprattutto in un ambito così cruciale come l'università e la ricerca», ha scritto l'ormai ex ministro. Per poi aggiungere, con grande amarezza, che «Si tratta del vero motore del Paese, che costruisce il futuro di tutti noi».
Il problema è che se Fioramonti avesse voluto davvero lasciare una traccia concreta del suo transito al servizio della Repubblica, forse non avrebbe dovuto palleggiarsi con il suo capo della segreteria tecnica, Fulvio Esposito, il Pnr prossimo venturo, che deve anche andare ad integrarsi con il piano comunitario «Horizon Europe» 2021-2027.
Il progetto è stato seguito per mesi da Giuseppe Valditara, capo dipartimento della Formazione superiore e ricerca del Miur ed è stato coordinato da altri due accademici, Paolo Branchini e Andrea Lenzi. Lo scibile umano della ricerca è stato suddiviso in 14 aree, dalla salute al design, passando per l'intelligenza artificiale, la mobilità sostenibile, il clima e le fonti energetiche, affidate tutte ad altrettanti luminari. Sotto di loro, hanno lavorato oltre un migliaio di donne e uomini, tra docenti, esperti e ricercatori, coinvolgendo enti di ricerca e consorzi di tutta Italia. Un lavoro che è costato soldi e fatica, oltre che di altissimo livello e di notevole importanza. Perché il Pnr è il documento che poi guiderà la politica di ricerca, individuando le priorità, gli obiettivi, garantendo la coerenza di spesa, l'efficienza e l'efficacia. Fondamentale, nell'impianto del documento finale, l'attenzione a non disperdere le forze e le risorse e la volontà di concentrarsi nelle aree di maggior interesse, pur senza soffocare la libertà di ricerca. Ebbene, il nuovo Pnr era pronto già a metà settembre, ovvero una decina di giorni dopo che Fioramonti aveva giurato come ministro, ma è rimasto bloccato sulla sua scrivania. In queste settimane, mentre il signor ministro interveniva su tutto, perorando al tempo stesso il repulisti dei crocifissi dalle aule di scuola e la piena adesione al nuovo culto di Greta Thunberg e dell'Apocalisse climatica, gli accademici di cui sopra si sono chiesti con crescente imbarazzo se ci fosse qualcosa che non andava nel loro lavoro. Ma niente, era tutto a posto. Il problema, dicono al ministero, è che Fioramonti era talmente soddisfatto che stava solo studiando come intestarsi il piano, metterci il suo nome, forse passare alla storia come l'uomo che avrebbe ridisegnato la ricerca e fatto rientrare in Italia tanti cervelli, non solo il suo.
E così il Pnr è rimasto nei cassetti, tra cui quello del suo collaboratore più fidato, ovvero Esposito, fresco pensionato ed ex rettore della prestigiosa università di Camerino, anch'egli investito del compito di trasformare quel piano quinquennale in qualcosa di più mediatico. E del resto, il Fioramonti ministro, grillino irregolare, lascia dietro di sé una scia di sortite più o meno azzeccate su tutti i social di ogni ordine e grado. Arrivato dagli atenei del Sud Africa per mettere ordine anche nei famosi concorsi universitari all'italiana, l'ex ministro ha giocato la carta a sorpresa dell'ex iena Dino Giarrusso come agente anti-pastette.
Il sincero amore per la ricerca si è visto anche sul tema dell'Aerospazio, dove anche grazie all'Ue il budget è miliardario. In tre mesi e mezzo si è tenuto alla larga dal comitato interministeriale, gestito dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Riccardo Fraccaro, con il quale del resto i rapporti erano a zero. E alle varie riunioni su Agenzia spaziale e dintorni ha sempre mandato funzionari di seconda fascia. Ma come molti grillini, forse aveva difficoltà con i curriculum e le competenze.
Nel Vietnam pentastellato Mister Merendina sogna di fare l’anti Di Maio green
Addio ai Fioramonti: mezza Italia si chiede cosa farà l'ex ministro delle Merendine, Lorenzo Fioramonti, e già questo dovrebbe far capire come è ridotta la politica italiana: eppure, bisogna dedicarsi a prevedere le prossime mosse di questo pittoresco personaggio, quasi ex M5s, che si è dimesso da ministro della Pubblica istruzione per una questione di soldi (insufficienti, a parer suo, i fondi destinati alla scuola nella legge di Bilancio), e che i suoi quasi ex compagni di partito, infilzano per questioni di soldi, ovvero di restituzioni non effettuate.
Precipita così, a fondo, il governo giallorosso guidato da Giuseppe Conte, il cui destino è nelle mani degli elettori di Calabria e Emilia Romagna: il 26 gennaio sapremo se questo esecutivo così fragile andrà ancora avanti per un po'. Per avere contezza del caos totale nel quale è piombato il M5s, basti pensare che anche il «guru» della comunicazione pentastellata, Rocco Casalino, portavoce del premier Conte, non è più un intoccabile. Augusto Rubei, capo della comunicazione di Luigi Di Maio, trama nell'ombra per togliere a Casalino ogni ruolo nella comunicazione del Movimento, confinandolo nell'esilio dorato (e precario) di Palazzo Chigi. Cosa farà, dunque, Fioramonti? Lascerà, innanzitutto, il M5s: confluirà nel gruppo misto, agli inizi di gennaio, insieme a una pattuglia di deputati quantificabile al momento in una decina. I nomi certi: Gianluca Rospi, Roberto Rossini, Nunzio Angiola; i probabili: Massimiliano De Toma, Roberto Cataldi, Nadia Aprile, Andrea Vallascas. Per formare un gruppo autonomo, a Montecitorio, c'è bisogno di 20 deputati, e dunque qualcuno immagina una confluenza nei «fioramontiani» (ahinoi, esistono) di qualche desperado peone di centrodestra, pronto a puntellare la maggioranza pur di evitare elezioni anticipate.
Fioramonti, in sostanza, sogna di costituire una «Italia viva grillina» di matrice ambientalista, un gruppo di scissionisti fedeli a Conte e ostili a Di Maio. Il cappio al quale si impiccherà prima o poi il governo giallorosso è infatti la guerra totale tra il premier e il ministro degli Esteri: non a caso, il buon Giuseppi, avrebbe già iniziato a incontrare, riservatamente e singolarmente, deputati e senatori pentastellati, per chiedere loro cosa farebbero se Di Maio decidesse di staccare la spina al governo. Eventualità tutt'altro che remota: lo statista di Pomigliano d'Arco ha paura che il governo cada per opera di Matteo Renzi o del Pd, e ha il terrore di essere sostituito alla guida del M5s: meglio andare subito al voto, riflette Di Maio con la sua (sempre più sparuta) pattuglia di fedelissimi, così le liste le compilo io. Fioramonti, dunque, dirà addio al M5s; o arrivederci? C'è chi pensa che uscire dal Movimento sia l'unico modo per poterne renderne contendibile la leadership, un domani, e chi meglio dell'ex ministro che disse addio alla poltrona per coerenza, per guidarne la ricostruzione? Idea geniale, tranne che per un dettaglio: per ora la pensa così solo Fioramonti, il cui piano B, assai più rustico, consiste nel poter «spendere» politicamente, un domani, il suo «eroico» gesto, per una ricandidatura, magari nel Pd, o col suo fantomatico partitino.
Stefano Buffagni, viceministro M5s allo Sviluppo economico, riduce tutto a una questione di soldi: «Se ora Fioramonti sogna di fare il capo politico», maligna Buffagni su Facebook, «o lanciare il suo movimento verde sono fatti suoi legittimi, ma sono certo che se uscirà dal M5s si dimetterà.
Fioramonti non restituisce da dicembre 2018 e non sta quindi rispettando gli impegni presi con i cittadini in campagna elettorale e l'impegno che lui stesso ha accettato per candidarsi. Eppure è stato nominato ministro lo stesso legittimando un modo di agire fuori dal M5s, esattamente come le star televisive spinte dalla comunicazione per tutto il primo anno di governo», aggiunge, scatenato, Buffagni, «che oggi sputano quotidianamente contro chi da anni si fa il mazzo in mezzo ai cittadini. Chi è causa del suo male pianga se stesso!». Fioramonti è costretto a replicare: «Non possono mancare», scrive Fioramonti su Facebook, «le solite polemiche sui rimborsi. In tanti, nel Movimento, abbiamo contestato un sistema farraginoso e poco trasparente di rendicontazione. Dopo aver restituito puntualmente per un anno, come altri colleghi, ho continuato a versare nel conto del Bilancio dello Stato e le mie ultime restituzioni saranno donate sul conto del Tecnopolo mediterraneo per lo sviluppo sostenibile, un centro di ricerca pubblico che», aggiunge Fioramonti, «da viceministro prima e da ministro poi, ho promosso a Taranto. Ed invito anche altri parlamentari 5 stelle a fare lo stesso, non appena il conto sarà attivo».
Passano poche ore e «fonti» del ministero dello Sviluppo economico, guidato da Stefano Patuanelli, del M5s, fanno sapere all'Ansa che «è impossibile fare qualsiasi tipo di versamento alla fondazione Tecnopolo mediterraneo per lo sviluppo sostenibile di Taranto. Non è possibile farlo materialmente, visto che non c'è ancora uno statuto istitutivo della fondazione, che ricordiamo è stata ideata con la legge di bilancio dello scorso anno, e dunque non c'è nemmeno un conto su cui versare. Manca il via libera formale del Mef allo statuto», aggiungono le fonti, «quindi non c'è nulla su cui poter versare al momento».
Si consuma così, questa ennesima crisi di governo, perché di crisi si tratta: in altri tempi, quando governavano altri uomini, le dimissioni di un ministro dell'Istruzione, in polemica con la manovra, avrebbero provocato ben altre reazioni. Non con il governo giallorosso, che non ha abolito la povertà, ma la serietà.
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L'ex ministro ha sbattuto la porta con la scusa dei pochi soldi alla scuola, eppure fu lui a boicottare il piano nazionale redatto, sotto i suoi predecessori, da ben 14 luminari e oltre 1.000 docenti. Non sapendo come intestarselo, lo ha lasciato in un cassetto.Il titolare uscente dell'Istruzione vorrebbe ergersi a leader della fronda contro Luigi Di Maio in un progetto ambientalista e pro Conte. Ma per ora ha solo una decina di fedelissimi.Lo speciale contiene due articoli.Ci ha lasciato così, senza un vero perché. Ma anche senza un progetto. Lorenzo Fioramonti, l'ex ministro dell'Istruzione che si è dimesso a Santo Stefano dopo aver realizzato che gli mancavano un miliardo da spendere, da metà settembre teneva fermo il nuovo Piano nazionale della ricerca (Pnr), il documento che orienta la politica della ricerca in Italia, finanziamenti compresi, al quale hanno lavorato 14 accademici di prima grandezza e un migliaio di esperti di varie discipline. Tutto perché non riusciva a capire come metterci il cappello sopra e farlo diventare il «Piano Fioramonti». Non certo l'unica bizzarria nei tre mesi e mezzo passati nel palazzone di viale Trastevere, dopo aver fatto il viceministro nel primo governo di Giuseppe Conte. Il quarantaduenne romano di Pietralata, studi filosofici a Tor Vergata e cattedra a lunga gittata in quel di Pretoria (ma di economia politica), nel post su Facebook con il quale ha spiegato ai propri seguaci l'addio alla cadrega ministeriale ha mostrato di avere davvero a cuore il futuro della ricerca in Italia. «Sarebbe servito più coraggio da parte del governo per garantire quella linea di galleggiamento finanziaria di cui ho sempre parlato, soprattutto in un ambito così cruciale come l'università e la ricerca», ha scritto l'ormai ex ministro. Per poi aggiungere, con grande amarezza, che «Si tratta del vero motore del Paese, che costruisce il futuro di tutti noi». Il problema è che se Fioramonti avesse voluto davvero lasciare una traccia concreta del suo transito al servizio della Repubblica, forse non avrebbe dovuto palleggiarsi con il suo capo della segreteria tecnica, Fulvio Esposito, il Pnr prossimo venturo, che deve anche andare ad integrarsi con il piano comunitario «Horizon Europe» 2021-2027. Il progetto è stato seguito per mesi da Giuseppe Valditara, capo dipartimento della Formazione superiore e ricerca del Miur ed è stato coordinato da altri due accademici, Paolo Branchini e Andrea Lenzi. Lo scibile umano della ricerca è stato suddiviso in 14 aree, dalla salute al design, passando per l'intelligenza artificiale, la mobilità sostenibile, il clima e le fonti energetiche, affidate tutte ad altrettanti luminari. Sotto di loro, hanno lavorato oltre un migliaio di donne e uomini, tra docenti, esperti e ricercatori, coinvolgendo enti di ricerca e consorzi di tutta Italia. Un lavoro che è costato soldi e fatica, oltre che di altissimo livello e di notevole importanza. Perché il Pnr è il documento che poi guiderà la politica di ricerca, individuando le priorità, gli obiettivi, garantendo la coerenza di spesa, l'efficienza e l'efficacia. Fondamentale, nell'impianto del documento finale, l'attenzione a non disperdere le forze e le risorse e la volontà di concentrarsi nelle aree di maggior interesse, pur senza soffocare la libertà di ricerca. Ebbene, il nuovo Pnr era pronto già a metà settembre, ovvero una decina di giorni dopo che Fioramonti aveva giurato come ministro, ma è rimasto bloccato sulla sua scrivania. In queste settimane, mentre il signor ministro interveniva su tutto, perorando al tempo stesso il repulisti dei crocifissi dalle aule di scuola e la piena adesione al nuovo culto di Greta Thunberg e dell'Apocalisse climatica, gli accademici di cui sopra si sono chiesti con crescente imbarazzo se ci fosse qualcosa che non andava nel loro lavoro. Ma niente, era tutto a posto. Il problema, dicono al ministero, è che Fioramonti era talmente soddisfatto che stava solo studiando come intestarsi il piano, metterci il suo nome, forse passare alla storia come l'uomo che avrebbe ridisegnato la ricerca e fatto rientrare in Italia tanti cervelli, non solo il suo. E così il Pnr è rimasto nei cassetti, tra cui quello del suo collaboratore più fidato, ovvero Esposito, fresco pensionato ed ex rettore della prestigiosa università di Camerino, anch'egli investito del compito di trasformare quel piano quinquennale in qualcosa di più mediatico. E del resto, il Fioramonti ministro, grillino irregolare, lascia dietro di sé una scia di sortite più o meno azzeccate su tutti i social di ogni ordine e grado. Arrivato dagli atenei del Sud Africa per mettere ordine anche nei famosi concorsi universitari all'italiana, l'ex ministro ha giocato la carta a sorpresa dell'ex iena Dino Giarrusso come agente anti-pastette. Il sincero amore per la ricerca si è visto anche sul tema dell'Aerospazio, dove anche grazie all'Ue il budget è miliardario. In tre mesi e mezzo si è tenuto alla larga dal comitato interministeriale, gestito dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Riccardo Fraccaro, con il quale del resto i rapporti erano a zero. E alle varie riunioni su Agenzia spaziale e dintorni ha sempre mandato funzionari di seconda fascia. 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Precipita così, a fondo, il governo giallorosso guidato da Giuseppe Conte, il cui destino è nelle mani degli elettori di Calabria e Emilia Romagna: il 26 gennaio sapremo se questo esecutivo così fragile andrà ancora avanti per un po'. Per avere contezza del caos totale nel quale è piombato il M5s, basti pensare che anche il «guru» della comunicazione pentastellata, Rocco Casalino, portavoce del premier Conte, non è più un intoccabile. Augusto Rubei, capo della comunicazione di Luigi Di Maio, trama nell'ombra per togliere a Casalino ogni ruolo nella comunicazione del Movimento, confinandolo nell'esilio dorato (e precario) di Palazzo Chigi. Cosa farà, dunque, Fioramonti? Lascerà, innanzitutto, il M5s: confluirà nel gruppo misto, agli inizi di gennaio, insieme a una pattuglia di deputati quantificabile al momento in una decina. I nomi certi: Gianluca Rospi, Roberto Rossini, Nunzio Angiola; i probabili: Massimiliano De Toma, Roberto Cataldi, Nadia Aprile, Andrea Vallascas. Per formare un gruppo autonomo, a Montecitorio, c'è bisogno di 20 deputati, e dunque qualcuno immagina una confluenza nei «fioramontiani» (ahinoi, esistono) di qualche desperado peone di centrodestra, pronto a puntellare la maggioranza pur di evitare elezioni anticipate. Fioramonti, in sostanza, sogna di costituire una «Italia viva grillina» di matrice ambientalista, un gruppo di scissionisti fedeli a Conte e ostili a Di Maio. Il cappio al quale si impiccherà prima o poi il governo giallorosso è infatti la guerra totale tra il premier e il ministro degli Esteri: non a caso, il buon Giuseppi, avrebbe già iniziato a incontrare, riservatamente e singolarmente, deputati e senatori pentastellati, per chiedere loro cosa farebbero se Di Maio decidesse di staccare la spina al governo. Eventualità tutt'altro che remota: lo statista di Pomigliano d'Arco ha paura che il governo cada per opera di Matteo Renzi o del Pd, e ha il terrore di essere sostituito alla guida del M5s: meglio andare subito al voto, riflette Di Maio con la sua (sempre più sparuta) pattuglia di fedelissimi, così le liste le compilo io. Fioramonti, dunque, dirà addio al M5s; o arrivederci? C'è chi pensa che uscire dal Movimento sia l'unico modo per poterne renderne contendibile la leadership, un domani, e chi meglio dell'ex ministro che disse addio alla poltrona per coerenza, per guidarne la ricostruzione? Idea geniale, tranne che per un dettaglio: per ora la pensa così solo Fioramonti, il cui piano B, assai più rustico, consiste nel poter «spendere» politicamente, un domani, il suo «eroico» gesto, per una ricandidatura, magari nel Pd, o col suo fantomatico partitino. Stefano Buffagni, viceministro M5s allo Sviluppo economico, riduce tutto a una questione di soldi: «Se ora Fioramonti sogna di fare il capo politico», maligna Buffagni su Facebook, «o lanciare il suo movimento verde sono fatti suoi legittimi, ma sono certo che se uscirà dal M5s si dimetterà. Fioramonti non restituisce da dicembre 2018 e non sta quindi rispettando gli impegni presi con i cittadini in campagna elettorale e l'impegno che lui stesso ha accettato per candidarsi. Eppure è stato nominato ministro lo stesso legittimando un modo di agire fuori dal M5s, esattamente come le star televisive spinte dalla comunicazione per tutto il primo anno di governo», aggiunge, scatenato, Buffagni, «che oggi sputano quotidianamente contro chi da anni si fa il mazzo in mezzo ai cittadini. Chi è causa del suo male pianga se stesso!». Fioramonti è costretto a replicare: «Non possono mancare», scrive Fioramonti su Facebook, «le solite polemiche sui rimborsi. In tanti, nel Movimento, abbiamo contestato un sistema farraginoso e poco trasparente di rendicontazione. Dopo aver restituito puntualmente per un anno, come altri colleghi, ho continuato a versare nel conto del Bilancio dello Stato e le mie ultime restituzioni saranno donate sul conto del Tecnopolo mediterraneo per lo sviluppo sostenibile, un centro di ricerca pubblico che», aggiunge Fioramonti, «da viceministro prima e da ministro poi, ho promosso a Taranto. Ed invito anche altri parlamentari 5 stelle a fare lo stesso, non appena il conto sarà attivo». Passano poche ore e «fonti» del ministero dello Sviluppo economico, guidato da Stefano Patuanelli, del M5s, fanno sapere all'Ansa che «è impossibile fare qualsiasi tipo di versamento alla fondazione Tecnopolo mediterraneo per lo sviluppo sostenibile di Taranto. Non è possibile farlo materialmente, visto che non c'è ancora uno statuto istitutivo della fondazione, che ricordiamo è stata ideata con la legge di bilancio dello scorso anno, e dunque non c'è nemmeno un conto su cui versare. Manca il via libera formale del Mef allo statuto», aggiungono le fonti, «quindi non c'è nulla su cui poter versare al momento». Si consuma così, questa ennesima crisi di governo, perché di crisi si tratta: in altri tempi, quando governavano altri uomini, le dimissioni di un ministro dell'Istruzione, in polemica con la manovra, avrebbero provocato ben altre reazioni. Non con il governo giallorosso, che non ha abolito la povertà, ma la serietà.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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