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2019-12-28
La balla di Fioramonti: è stato lui a bloccare la ricerca
Ansa
Ci ha lasciato così, senza un vero perché. Ma anche senza un progetto. Lorenzo Fioramonti, l'ex ministro dell'Istruzione che si è dimesso a Santo Stefano dopo aver realizzato che gli mancavano un miliardo da spendere, da metà settembre teneva fermo il nuovo Piano nazionale della ricerca (Pnr), il documento che orienta la politica della ricerca in Italia, finanziamenti compresi, al quale hanno lavorato 14 accademici di prima grandezza e un migliaio di esperti di varie discipline. Tutto perché non riusciva a capire come metterci il cappello sopra e farlo diventare il «Piano Fioramonti».
Non certo l'unica bizzarria nei tre mesi e mezzo passati nel palazzone di viale Trastevere, dopo aver fatto il viceministro nel primo governo di Giuseppe Conte. Il quarantaduenne romano di Pietralata, studi filosofici a Tor Vergata e cattedra a lunga gittata in quel di Pretoria (ma di economia politica), nel post su Facebook con il quale ha spiegato ai propri seguaci l'addio alla cadrega ministeriale ha mostrato di avere davvero a cuore il futuro della ricerca in Italia. «Sarebbe servito più coraggio da parte del governo per garantire quella linea di galleggiamento finanziaria di cui ho sempre parlato, soprattutto in un ambito così cruciale come l'università e la ricerca», ha scritto l'ormai ex ministro. Per poi aggiungere, con grande amarezza, che «Si tratta del vero motore del Paese, che costruisce il futuro di tutti noi».
Il problema è che se Fioramonti avesse voluto davvero lasciare una traccia concreta del suo transito al servizio della Repubblica, forse non avrebbe dovuto palleggiarsi con il suo capo della segreteria tecnica, Fulvio Esposito, il Pnr prossimo venturo, che deve anche andare ad integrarsi con il piano comunitario «Horizon Europe» 2021-2027.
Il progetto è stato seguito per mesi da Giuseppe Valditara, capo dipartimento della Formazione superiore e ricerca del Miur ed è stato coordinato da altri due accademici, Paolo Branchini e Andrea Lenzi. Lo scibile umano della ricerca è stato suddiviso in 14 aree, dalla salute al design, passando per l'intelligenza artificiale, la mobilità sostenibile, il clima e le fonti energetiche, affidate tutte ad altrettanti luminari. Sotto di loro, hanno lavorato oltre un migliaio di donne e uomini, tra docenti, esperti e ricercatori, coinvolgendo enti di ricerca e consorzi di tutta Italia. Un lavoro che è costato soldi e fatica, oltre che di altissimo livello e di notevole importanza. Perché il Pnr è il documento che poi guiderà la politica di ricerca, individuando le priorità, gli obiettivi, garantendo la coerenza di spesa, l'efficienza e l'efficacia. Fondamentale, nell'impianto del documento finale, l'attenzione a non disperdere le forze e le risorse e la volontà di concentrarsi nelle aree di maggior interesse, pur senza soffocare la libertà di ricerca. Ebbene, il nuovo Pnr era pronto già a metà settembre, ovvero una decina di giorni dopo che Fioramonti aveva giurato come ministro, ma è rimasto bloccato sulla sua scrivania. In queste settimane, mentre il signor ministro interveniva su tutto, perorando al tempo stesso il repulisti dei crocifissi dalle aule di scuola e la piena adesione al nuovo culto di Greta Thunberg e dell'Apocalisse climatica, gli accademici di cui sopra si sono chiesti con crescente imbarazzo se ci fosse qualcosa che non andava nel loro lavoro. Ma niente, era tutto a posto. Il problema, dicono al ministero, è che Fioramonti era talmente soddisfatto che stava solo studiando come intestarsi il piano, metterci il suo nome, forse passare alla storia come l'uomo che avrebbe ridisegnato la ricerca e fatto rientrare in Italia tanti cervelli, non solo il suo.
E così il Pnr è rimasto nei cassetti, tra cui quello del suo collaboratore più fidato, ovvero Esposito, fresco pensionato ed ex rettore della prestigiosa università di Camerino, anch'egli investito del compito di trasformare quel piano quinquennale in qualcosa di più mediatico. E del resto, il Fioramonti ministro, grillino irregolare, lascia dietro di sé una scia di sortite più o meno azzeccate su tutti i social di ogni ordine e grado. Arrivato dagli atenei del Sud Africa per mettere ordine anche nei famosi concorsi universitari all'italiana, l'ex ministro ha giocato la carta a sorpresa dell'ex iena Dino Giarrusso come agente anti-pastette.
Il sincero amore per la ricerca si è visto anche sul tema dell'Aerospazio, dove anche grazie all'Ue il budget è miliardario. In tre mesi e mezzo si è tenuto alla larga dal comitato interministeriale, gestito dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Riccardo Fraccaro, con il quale del resto i rapporti erano a zero. E alle varie riunioni su Agenzia spaziale e dintorni ha sempre mandato funzionari di seconda fascia. Ma come molti grillini, forse aveva difficoltà con i curriculum e le competenze.
Nel Vietnam pentastellato Mister Merendina sogna di fare l’anti Di Maio green
Addio ai Fioramonti: mezza Italia si chiede cosa farà l'ex ministro delle Merendine, Lorenzo Fioramonti, e già questo dovrebbe far capire come è ridotta la politica italiana: eppure, bisogna dedicarsi a prevedere le prossime mosse di questo pittoresco personaggio, quasi ex M5s, che si è dimesso da ministro della Pubblica istruzione per una questione di soldi (insufficienti, a parer suo, i fondi destinati alla scuola nella legge di Bilancio), e che i suoi quasi ex compagni di partito, infilzano per questioni di soldi, ovvero di restituzioni non effettuate.
Precipita così, a fondo, il governo giallorosso guidato da Giuseppe Conte, il cui destino è nelle mani degli elettori di Calabria e Emilia Romagna: il 26 gennaio sapremo se questo esecutivo così fragile andrà ancora avanti per un po'. Per avere contezza del caos totale nel quale è piombato il M5s, basti pensare che anche il «guru» della comunicazione pentastellata, Rocco Casalino, portavoce del premier Conte, non è più un intoccabile. Augusto Rubei, capo della comunicazione di Luigi Di Maio, trama nell'ombra per togliere a Casalino ogni ruolo nella comunicazione del Movimento, confinandolo nell'esilio dorato (e precario) di Palazzo Chigi. Cosa farà, dunque, Fioramonti? Lascerà, innanzitutto, il M5s: confluirà nel gruppo misto, agli inizi di gennaio, insieme a una pattuglia di deputati quantificabile al momento in una decina. I nomi certi: Gianluca Rospi, Roberto Rossini, Nunzio Angiola; i probabili: Massimiliano De Toma, Roberto Cataldi, Nadia Aprile, Andrea Vallascas. Per formare un gruppo autonomo, a Montecitorio, c'è bisogno di 20 deputati, e dunque qualcuno immagina una confluenza nei «fioramontiani» (ahinoi, esistono) di qualche desperado peone di centrodestra, pronto a puntellare la maggioranza pur di evitare elezioni anticipate.
Fioramonti, in sostanza, sogna di costituire una «Italia viva grillina» di matrice ambientalista, un gruppo di scissionisti fedeli a Conte e ostili a Di Maio. Il cappio al quale si impiccherà prima o poi il governo giallorosso è infatti la guerra totale tra il premier e il ministro degli Esteri: non a caso, il buon Giuseppi, avrebbe già iniziato a incontrare, riservatamente e singolarmente, deputati e senatori pentastellati, per chiedere loro cosa farebbero se Di Maio decidesse di staccare la spina al governo. Eventualità tutt'altro che remota: lo statista di Pomigliano d'Arco ha paura che il governo cada per opera di Matteo Renzi o del Pd, e ha il terrore di essere sostituito alla guida del M5s: meglio andare subito al voto, riflette Di Maio con la sua (sempre più sparuta) pattuglia di fedelissimi, così le liste le compilo io. Fioramonti, dunque, dirà addio al M5s; o arrivederci? C'è chi pensa che uscire dal Movimento sia l'unico modo per poterne renderne contendibile la leadership, un domani, e chi meglio dell'ex ministro che disse addio alla poltrona per coerenza, per guidarne la ricostruzione? Idea geniale, tranne che per un dettaglio: per ora la pensa così solo Fioramonti, il cui piano B, assai più rustico, consiste nel poter «spendere» politicamente, un domani, il suo «eroico» gesto, per una ricandidatura, magari nel Pd, o col suo fantomatico partitino.
Stefano Buffagni, viceministro M5s allo Sviluppo economico, riduce tutto a una questione di soldi: «Se ora Fioramonti sogna di fare il capo politico», maligna Buffagni su Facebook, «o lanciare il suo movimento verde sono fatti suoi legittimi, ma sono certo che se uscirà dal M5s si dimetterà.
Fioramonti non restituisce da dicembre 2018 e non sta quindi rispettando gli impegni presi con i cittadini in campagna elettorale e l'impegno che lui stesso ha accettato per candidarsi. Eppure è stato nominato ministro lo stesso legittimando un modo di agire fuori dal M5s, esattamente come le star televisive spinte dalla comunicazione per tutto il primo anno di governo», aggiunge, scatenato, Buffagni, «che oggi sputano quotidianamente contro chi da anni si fa il mazzo in mezzo ai cittadini. Chi è causa del suo male pianga se stesso!». Fioramonti è costretto a replicare: «Non possono mancare», scrive Fioramonti su Facebook, «le solite polemiche sui rimborsi. In tanti, nel Movimento, abbiamo contestato un sistema farraginoso e poco trasparente di rendicontazione. Dopo aver restituito puntualmente per un anno, come altri colleghi, ho continuato a versare nel conto del Bilancio dello Stato e le mie ultime restituzioni saranno donate sul conto del Tecnopolo mediterraneo per lo sviluppo sostenibile, un centro di ricerca pubblico che», aggiunge Fioramonti, «da viceministro prima e da ministro poi, ho promosso a Taranto. Ed invito anche altri parlamentari 5 stelle a fare lo stesso, non appena il conto sarà attivo».
Passano poche ore e «fonti» del ministero dello Sviluppo economico, guidato da Stefano Patuanelli, del M5s, fanno sapere all'Ansa che «è impossibile fare qualsiasi tipo di versamento alla fondazione Tecnopolo mediterraneo per lo sviluppo sostenibile di Taranto. Non è possibile farlo materialmente, visto che non c'è ancora uno statuto istitutivo della fondazione, che ricordiamo è stata ideata con la legge di bilancio dello scorso anno, e dunque non c'è nemmeno un conto su cui versare. Manca il via libera formale del Mef allo statuto», aggiungono le fonti, «quindi non c'è nulla su cui poter versare al momento».
Si consuma così, questa ennesima crisi di governo, perché di crisi si tratta: in altri tempi, quando governavano altri uomini, le dimissioni di un ministro dell'Istruzione, in polemica con la manovra, avrebbero provocato ben altre reazioni. Non con il governo giallorosso, che non ha abolito la povertà, ma la serietà.
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L'ex ministro ha sbattuto la porta con la scusa dei pochi soldi alla scuola, eppure fu lui a boicottare il piano nazionale redatto, sotto i suoi predecessori, da ben 14 luminari e oltre 1.000 docenti. Non sapendo come intestarselo, lo ha lasciato in un cassetto.Il titolare uscente dell'Istruzione vorrebbe ergersi a leader della fronda contro Luigi Di Maio in un progetto ambientalista e pro Conte. Ma per ora ha solo una decina di fedelissimi.Lo speciale contiene due articoli.Ci ha lasciato così, senza un vero perché. Ma anche senza un progetto. Lorenzo Fioramonti, l'ex ministro dell'Istruzione che si è dimesso a Santo Stefano dopo aver realizzato che gli mancavano un miliardo da spendere, da metà settembre teneva fermo il nuovo Piano nazionale della ricerca (Pnr), il documento che orienta la politica della ricerca in Italia, finanziamenti compresi, al quale hanno lavorato 14 accademici di prima grandezza e un migliaio di esperti di varie discipline. Tutto perché non riusciva a capire come metterci il cappello sopra e farlo diventare il «Piano Fioramonti». Non certo l'unica bizzarria nei tre mesi e mezzo passati nel palazzone di viale Trastevere, dopo aver fatto il viceministro nel primo governo di Giuseppe Conte. Il quarantaduenne romano di Pietralata, studi filosofici a Tor Vergata e cattedra a lunga gittata in quel di Pretoria (ma di economia politica), nel post su Facebook con il quale ha spiegato ai propri seguaci l'addio alla cadrega ministeriale ha mostrato di avere davvero a cuore il futuro della ricerca in Italia. «Sarebbe servito più coraggio da parte del governo per garantire quella linea di galleggiamento finanziaria di cui ho sempre parlato, soprattutto in un ambito così cruciale come l'università e la ricerca», ha scritto l'ormai ex ministro. Per poi aggiungere, con grande amarezza, che «Si tratta del vero motore del Paese, che costruisce il futuro di tutti noi». Il problema è che se Fioramonti avesse voluto davvero lasciare una traccia concreta del suo transito al servizio della Repubblica, forse non avrebbe dovuto palleggiarsi con il suo capo della segreteria tecnica, Fulvio Esposito, il Pnr prossimo venturo, che deve anche andare ad integrarsi con il piano comunitario «Horizon Europe» 2021-2027. Il progetto è stato seguito per mesi da Giuseppe Valditara, capo dipartimento della Formazione superiore e ricerca del Miur ed è stato coordinato da altri due accademici, Paolo Branchini e Andrea Lenzi. Lo scibile umano della ricerca è stato suddiviso in 14 aree, dalla salute al design, passando per l'intelligenza artificiale, la mobilità sostenibile, il clima e le fonti energetiche, affidate tutte ad altrettanti luminari. Sotto di loro, hanno lavorato oltre un migliaio di donne e uomini, tra docenti, esperti e ricercatori, coinvolgendo enti di ricerca e consorzi di tutta Italia. Un lavoro che è costato soldi e fatica, oltre che di altissimo livello e di notevole importanza. Perché il Pnr è il documento che poi guiderà la politica di ricerca, individuando le priorità, gli obiettivi, garantendo la coerenza di spesa, l'efficienza e l'efficacia. Fondamentale, nell'impianto del documento finale, l'attenzione a non disperdere le forze e le risorse e la volontà di concentrarsi nelle aree di maggior interesse, pur senza soffocare la libertà di ricerca. Ebbene, il nuovo Pnr era pronto già a metà settembre, ovvero una decina di giorni dopo che Fioramonti aveva giurato come ministro, ma è rimasto bloccato sulla sua scrivania. In queste settimane, mentre il signor ministro interveniva su tutto, perorando al tempo stesso il repulisti dei crocifissi dalle aule di scuola e la piena adesione al nuovo culto di Greta Thunberg e dell'Apocalisse climatica, gli accademici di cui sopra si sono chiesti con crescente imbarazzo se ci fosse qualcosa che non andava nel loro lavoro. Ma niente, era tutto a posto. Il problema, dicono al ministero, è che Fioramonti era talmente soddisfatto che stava solo studiando come intestarsi il piano, metterci il suo nome, forse passare alla storia come l'uomo che avrebbe ridisegnato la ricerca e fatto rientrare in Italia tanti cervelli, non solo il suo. E così il Pnr è rimasto nei cassetti, tra cui quello del suo collaboratore più fidato, ovvero Esposito, fresco pensionato ed ex rettore della prestigiosa università di Camerino, anch'egli investito del compito di trasformare quel piano quinquennale in qualcosa di più mediatico. E del resto, il Fioramonti ministro, grillino irregolare, lascia dietro di sé una scia di sortite più o meno azzeccate su tutti i social di ogni ordine e grado. Arrivato dagli atenei del Sud Africa per mettere ordine anche nei famosi concorsi universitari all'italiana, l'ex ministro ha giocato la carta a sorpresa dell'ex iena Dino Giarrusso come agente anti-pastette. Il sincero amore per la ricerca si è visto anche sul tema dell'Aerospazio, dove anche grazie all'Ue il budget è miliardario. In tre mesi e mezzo si è tenuto alla larga dal comitato interministeriale, gestito dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Riccardo Fraccaro, con il quale del resto i rapporti erano a zero. E alle varie riunioni su Agenzia spaziale e dintorni ha sempre mandato funzionari di seconda fascia. 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Precipita così, a fondo, il governo giallorosso guidato da Giuseppe Conte, il cui destino è nelle mani degli elettori di Calabria e Emilia Romagna: il 26 gennaio sapremo se questo esecutivo così fragile andrà ancora avanti per un po'. Per avere contezza del caos totale nel quale è piombato il M5s, basti pensare che anche il «guru» della comunicazione pentastellata, Rocco Casalino, portavoce del premier Conte, non è più un intoccabile. Augusto Rubei, capo della comunicazione di Luigi Di Maio, trama nell'ombra per togliere a Casalino ogni ruolo nella comunicazione del Movimento, confinandolo nell'esilio dorato (e precario) di Palazzo Chigi. Cosa farà, dunque, Fioramonti? Lascerà, innanzitutto, il M5s: confluirà nel gruppo misto, agli inizi di gennaio, insieme a una pattuglia di deputati quantificabile al momento in una decina. I nomi certi: Gianluca Rospi, Roberto Rossini, Nunzio Angiola; i probabili: Massimiliano De Toma, Roberto Cataldi, Nadia Aprile, Andrea Vallascas. Per formare un gruppo autonomo, a Montecitorio, c'è bisogno di 20 deputati, e dunque qualcuno immagina una confluenza nei «fioramontiani» (ahinoi, esistono) di qualche desperado peone di centrodestra, pronto a puntellare la maggioranza pur di evitare elezioni anticipate. Fioramonti, in sostanza, sogna di costituire una «Italia viva grillina» di matrice ambientalista, un gruppo di scissionisti fedeli a Conte e ostili a Di Maio. Il cappio al quale si impiccherà prima o poi il governo giallorosso è infatti la guerra totale tra il premier e il ministro degli Esteri: non a caso, il buon Giuseppi, avrebbe già iniziato a incontrare, riservatamente e singolarmente, deputati e senatori pentastellati, per chiedere loro cosa farebbero se Di Maio decidesse di staccare la spina al governo. Eventualità tutt'altro che remota: lo statista di Pomigliano d'Arco ha paura che il governo cada per opera di Matteo Renzi o del Pd, e ha il terrore di essere sostituito alla guida del M5s: meglio andare subito al voto, riflette Di Maio con la sua (sempre più sparuta) pattuglia di fedelissimi, così le liste le compilo io. Fioramonti, dunque, dirà addio al M5s; o arrivederci? C'è chi pensa che uscire dal Movimento sia l'unico modo per poterne renderne contendibile la leadership, un domani, e chi meglio dell'ex ministro che disse addio alla poltrona per coerenza, per guidarne la ricostruzione? Idea geniale, tranne che per un dettaglio: per ora la pensa così solo Fioramonti, il cui piano B, assai più rustico, consiste nel poter «spendere» politicamente, un domani, il suo «eroico» gesto, per una ricandidatura, magari nel Pd, o col suo fantomatico partitino. Stefano Buffagni, viceministro M5s allo Sviluppo economico, riduce tutto a una questione di soldi: «Se ora Fioramonti sogna di fare il capo politico», maligna Buffagni su Facebook, «o lanciare il suo movimento verde sono fatti suoi legittimi, ma sono certo che se uscirà dal M5s si dimetterà. Fioramonti non restituisce da dicembre 2018 e non sta quindi rispettando gli impegni presi con i cittadini in campagna elettorale e l'impegno che lui stesso ha accettato per candidarsi. Eppure è stato nominato ministro lo stesso legittimando un modo di agire fuori dal M5s, esattamente come le star televisive spinte dalla comunicazione per tutto il primo anno di governo», aggiunge, scatenato, Buffagni, «che oggi sputano quotidianamente contro chi da anni si fa il mazzo in mezzo ai cittadini. Chi è causa del suo male pianga se stesso!». Fioramonti è costretto a replicare: «Non possono mancare», scrive Fioramonti su Facebook, «le solite polemiche sui rimborsi. In tanti, nel Movimento, abbiamo contestato un sistema farraginoso e poco trasparente di rendicontazione. Dopo aver restituito puntualmente per un anno, come altri colleghi, ho continuato a versare nel conto del Bilancio dello Stato e le mie ultime restituzioni saranno donate sul conto del Tecnopolo mediterraneo per lo sviluppo sostenibile, un centro di ricerca pubblico che», aggiunge Fioramonti, «da viceministro prima e da ministro poi, ho promosso a Taranto. Ed invito anche altri parlamentari 5 stelle a fare lo stesso, non appena il conto sarà attivo». Passano poche ore e «fonti» del ministero dello Sviluppo economico, guidato da Stefano Patuanelli, del M5s, fanno sapere all'Ansa che «è impossibile fare qualsiasi tipo di versamento alla fondazione Tecnopolo mediterraneo per lo sviluppo sostenibile di Taranto. Non è possibile farlo materialmente, visto che non c'è ancora uno statuto istitutivo della fondazione, che ricordiamo è stata ideata con la legge di bilancio dello scorso anno, e dunque non c'è nemmeno un conto su cui versare. Manca il via libera formale del Mef allo statuto», aggiungono le fonti, «quindi non c'è nulla su cui poter versare al momento». Si consuma così, questa ennesima crisi di governo, perché di crisi si tratta: in altri tempi, quando governavano altri uomini, le dimissioni di un ministro dell'Istruzione, in polemica con la manovra, avrebbero provocato ben altre reazioni. Non con il governo giallorosso, che non ha abolito la povertà, ma la serietà.
Il curatore di Fr*cinema Pietro Turano. Nel riquadro, la locandina dell'edizione 2026 (Getty Images)
Ai quali si sono aggiunti nel 2026 altri 300.000 euro da parte della Regione Lazio, anche questi erogati direttamente: il Consiglio regionale del Lazio ha approvato all’unanimità un emendamento che stanzia il contributo straordinario per l’anno 2026 a favore della Fondazione che ha promosso il Fr*cinema.
Si vola alto, nelle trame vincitrici del concorso, ideato per soggetti di «cortometraggi queer» e rivolto a film maker under-35: Vajassa, di Michela Mazzaferro, Giovanna De Luca, Leonardo Gaspa e Federico Politi per la regia di Andrea La Medica, è una storia ambientata a Napoli che racconta di una giovane artista trans che sogna di fare l’attrice e si scontra con un regista che la valuta soltanto come caricatura. Tra le ragioni del riconoscimento, «un linguaggio intelligente, ironico e furbo, una tragi-commedia che riporta in vita gli echi della cultura teatrale partenopea di Ruccello, Moscato o (nientemeno, ndr) De Filippo». Fr*cinema ha generosamente assegnato 15.000 euro di contributo produttivo a Vajassa e altri 10.000 euro al vincitore della sezione Documentario, il corto La stanza delle bambine di Federica Corti, Valentina Morricone, Pierpaolo Moscatello. Anche in questa produzione, sono i temi Lgbtiq+ dominare la scena, nella fattispecie i «diritti delle madri intenzionali in coppie omogenitoriali». Nei post dedicati al film Tomboy si parla invece della «espressione di genere nella dimensione del gioco e della ricerca» e del «racconto di un’infanzia queer che rivendica il diritto di sperimentare, lontano dall’obbligo degli adulti di doversi definire».
I fondi all’epoca (2023) concessi in affidamento diretto da Gualtieri furono contestati come «concorrenza sleale» da Fratelli d’Italia. Quest’anno però alla Fondazione Piccolo America, ideatrice del festival queer Fr*cinema, è andata meglio: lo stanziamento è stato inserito all’interno di una legge omnibus sui debiti fuori bilancio tramite un accordo politico trasversale e condiviso da tutte le forze d’Aula, dopo anni di tensione sulla Fondazione scoppiati nel 2023, anno dell’insediamento di Francesco Rocca (indipendente di area centrodestra) come governatore. Subito dopo la sua elezione, la nuova giunta aveva deciso di azzerare i contributi finanziari storici che la precedente amministrazione (guidata da Nicola Zingaretti, Pd) erogava regolarmente alla rassegna. I motivi ufficiali del taglio avanzati allora dalla Pisana facevano leva su un duro piano di rientro dal debito regionale e sulla volontà politica di cambiare i criteri di assegnazione dei fondi alla cultura, cancellando i canali preferenziali e gli affidamenti diretti alle singole associazioni, di cui usufruisce da sempre Piccolo America. Fratelli d’Italia, ad esempio, definì le spese di 130.000 euro alla voce «Gestione ospiti ed incontri con viaggi e alloggi» come fuori mercato.
Senza il polmone economico della Regione, la Fondazione si è trovata in grave affanno. Per mantenere del tutto gratuite le tre piazze romane che accolgono la manifestazione «Cinema in Piazza 2026», il fondatore della kermesse cinematografica, Valerio Carocci, si è inventato coperture alternative, come quella dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai. Carocci aveva accusato il centrodestra di voler soffocare «una delle rassegne culturali più amate e frequentate di Roma» per motivi puramente politici. Che davvero lo sia è tutto da vedere: fatto sta che soltanto nel 2026 le due parti hanno iniziato a imbastire una serie di trattative diplomatiche dietro le quinte. I due fattori chiave del riavvicinamento sono stati il superamento del «pregiudizio ideologico» e l’urgenza di riqualificare il tessuto sociale delle periferie romane, argomenti che a quanto pare hanno convinto la giunta Rocca del «valore istituzionale» del progetto. L’accordo siglato con la fondazione pro-queer prevede che, invece di richiedere finanziamenti last-minute per tamponare le emergenze dell’anno in corso, si dialoghi (addirittura) su una programmazione a lungo termine. Il voto all’unanimità dell’emendamento ha sancito formalmente la fine delle ostilità, trasformando quello che era un simbolo dell’opposizione giovanile di sinistra in un evento politically correct felicemente finanziato in modo bipartisan da tutte le istituzioni locali, sia comunali che regionali. E i cittadini ringraziano.
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Roberto Vannacci (Ansa)
Quella «alta»: Vannacci mette a nudo le contraddizioni del centrodestra, che una volta vinte le elezioni si è adeguato alla realtà dei fatti, accantonando diversi proclami, soprattutto a livello di politica internazionale. La seconda: al di là degli esponenti istituzionali che hanno già aderito, in Italia c’è una miriade di assessori, consiglieri comunali e regionali e attuali parlamentari ed europarlamentari, che non hanno avuto garanzie dai rispettivi partiti di un posto al sole, sotto forma di una ricandidatura alle prossime politiche, o di una presidenza di commissione nei consigli regionali, o di una poltroncina di sottogoverno (cda di partecipate, enti, acquedotti, teatri, pro loco, bocciofile). Molti di costoro, chi per vendetta e chi per speranza, sono già pronti a imbarcarsi sul vascello del generale: aspettano solo il momento giusto.
Ma torniamo alla convention di ieri: Vannacci, ormai l’unica pop star della politica italiana, non delude le aspettative dei suoi. C’è anche il momento mistico: Vannacci legge la preghiera dei paracadutisti francesi e chiede alla sala di alzarsi in piedi e pregare con lui. «Con la forza e la fede andremo avanti, il resto lo conquisteremo da soli», profetizza, e manca solo un bell’«amen» dalla platea. Scena western: «Noi rappresentiamo lo scarto e la feccia», esclama Robert Charles Bronson Vannacci, «e siamo orgogliosi di esserlo. In Parlamento siamo una sporca dozzina, qui siamo i figli di nessuno e fierissimi di esserlo». Poi, sull’accusa di essere funzionali alla sinistra: «Ci hanno accusato di essere alleati con la sinistra», replica Vannacci, «di essere gli utili idioti. Io mi dovrei alleare con questa destra che porta avanti l’agenda Draghi o il debito comune? Questo governo si allinea totalmente a supportare questa Commissione europea e la rinsecchita (ma è una signora, suvvia generale, ndr) Von der Leyen. E io sarei quello che parteggia per la sinistra? Poi si invoca il voto utile: secondo questo manicheismo o stai con noi o stai con la sinistra. Io rispondo chiaramente: o con noi, con Futuro nazionale, guardiani della sovranità, o con Von der Leyen, Draghi e il globalismo». E la remigrazione? «L’Italia agli italiani! Non mi vergogno di dirlo», arringa Vannacci, «prima remigrazione non si poteva dire, adesso che il termine remigrazione è entrato nell’uso comune, anche grazie a me, si dice che non si può fare perché non si può togliere la cittadinanza. In Italia ci sono 530.000 clandestini entrati illegalmente che devono essere remigrati. E sono solo quelli entrati in via mare, altrimenti sarebbero molti di più. Equivalgono alla popolazione di Molise e Valle d’Aosta messe insieme e vengono mantenuti da tutti gli italiani».
Rispondendo a una domanda sulle critiche di Giorgia Meloni ai suoi parlamentari, accusati appunto di «fare quello che serve alla sinistra», Vannacci chiede al premier il famoso riconoscimento politico, sotto forma di una chiamata: «Non ho risposto al presidente del Consiglio», sottolinea Vannacci, «perché se avrà una domanda da farmi, me la fa direttamente e avrò l’onore e il piacere di risponderle. Mi risulta che abbia parlato alla sporca dozzina e loro hanno replicato. Al premier rispondo quando mi interpellerà».
Lo sgarbo vero arriva quando, in riferimento alla famosa frase sulle «ginocchiere» del deputato del M5s Francesco Silvestri, Vannacci smonta la narrazione di Fdi: «Se avessi provato a mettermi nei panni di una donna», dice il generale, «quella frase non l’avrei percepita come sessista. Così come la parola “cortigiana”, ma non sono una donna e non ho questa sensibilità. Il mio parere conta quel che conta». Respinge ogni accusa di filoputinismo, di essere un asset russo: «Nella mia carriera», rivendica il generale, «ho ricevuto, tra encomi, elogi, croci e medaglie, circa una trentina di onorificenze dalla Repubblica Italiana. Fra cui l’ultima è stata quella di essere nominato, con grande onore, Cavaliere della Repubblica. Proprio per aver fatto sempre gli interessi della Repubblica italiana. A rischio della mia vita e di quella dei miei uomini».
Bene, benissimo, ma alla fine che fa, Vannacci? Si allea col centrodestra? Il generale alzerà la posta fino all’ultimo istante utile, e intanto gigioneggia: «Io non ho mai parlato di adesione al centrodestra», sottolinea il generale, «è il centrodestra che parla di Fnv, che dovrebbe aderire al centrodestra. Non è una mia istanza, sembra sia quasi un’aspettativa di questo centrodestra e che quindi dovrei ammorbidire le mie posizioni, e io rispondo di no: le mie posizioni non le ammorbidisco e non le cambio». Così il leader di Futuro nazionale, nel punto stampa dopo il suo intervento all’assemblea costituente di Fnv. «Ancora prima di nascere Futuro nazionale Vannacci è al 5%, grazie proprio a queste posizioni e a queste linee rosse. Noi siamo il sestante che riporta l’alleanza di centrodestra nella giusta direzione». Traduzione: per ora vi faccio rosolare, arrivo al 10% e poi sarò io a dare le carte. Questo è il progetto del generale, vedremo se alla fine avrà il punto in mano o starà bluffando.
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Petrolio USA primo al mondo, ancora crisi di Hormuz, metalli sotto stress, rame in rialzo e logistica sempre più difficile per rinnovabili e batterie.
Donald Trump (Ansa)
Mentre Pakistan e Stati Uniti continuano a descrivere la pace come imminente, il memorandum di Islamabad resta avvolto da dichiarazioni contrastanti. A eccezione di alcuni principi generali, il contenuto dell’intesa continua infatti a essere oggetto di interpretazioni divergenti tra Washington e Teheran. Il risultato è una guerra di rivendicazioni che accompagna il negoziato e alimenta dubbi sulla reale portata dell’accordo. Nelle ultime ore, tuttavia, sono emersi segnali che indicano come il percorso diplomatico sia ormai vicino alla conclusione. Il portavoce del ministero degli Esteri pachistano, Tahir Andrabi, ha annunciato che Islamabad ospiterà oggi la cerimonia di firma dell’accordo di pace tra Iran e Stati Uniti, in videoconferenza. A rafforzare l’impressione di un’intesa imminente è stato Donald Trump. In un messaggio su Truth Social, il presidente americano ha reso noto che «subito dopo la firma, prevista per domani (oggi, ndr), lo Stretto di Hormuz sarà aperto a tutti», aggiungendo che i rapporti con l’Iran sono oggi «molto diversi e migliori rispetto a quelli avuti dalle amministrazioni precedenti». La riapertura di Hormuz rappresenta uno degli elementi centrali dell’intesa. Più complessa resta la questione nucleare. Nelle ultime settimane Washington ha chiesto la distruzione delle scorte di uranio altamente arricchito accumulate dall’Iran e la progressiva eliminazione delle infrastrutture necessarie alla produzione di materiale fissile. Teheran, al contrario, ha sempre sostenuto che il memorandum non affronti direttamente il programma nucleare e che il tema debba essere discusso nella fase successiva. Trump ha usato il nuovo accordo per marcare la distanza dalla politica di Obama. «L’accordo di Barack Hussein Obama con l’Iran, il Jcpoa, era una strada facile, bella e spianata verso l’arma nucleare», ha scritto. «Il mio accordo con l’Iran è l’esatto contrario: un muro contro l’arma nucleare». Secondo Trump, l’Iran avrebbe rinunciato definitivamente alle ambizioni atomiche. «Non vogliono più un’arma nucleare, né ne avranno una», ha assicurato. Sia i diplomatici iraniani sia le Guardie rivoluzionarie hanno però smentito che Teheran firmerà oggi l’accordo. I pasdaran hanno criticato l’«insolita insistenza» di Trump per sottoscrivere l’accordo, sostenendo che il tycoon voglia far coincidere l’eventuale intesa con il suo compleanno, il 14 giugno, trasformandolo in un evento simbolico e mediatico. Ad ogni modo, le Guardie della rivoluzione hanno sottolineato che il memorandum non è ancora stato finalizzato e che la firma prevista per oggi «non avverrà sicuramente».
Le dichiarazioni del presidente sembrano inoltre chiarire uno dei punti più controversi della trattativa: i fondi iraniani congelati all’estero. Negli ultimi giorni alcune indiscrezioni avevano ipotizzato un graduale alleggerimento delle sanzioni e lo sblocco di miliardi di dollari appartenenti all’Iran. Trump lo ha escluso. «A differenza dei centinaia di miliardi di dollari che Obama ha versato loro, compresi 1,7 miliardi di dollari in contanti, non ci sarà alcuno scambio di denaro», ha affermato. Una posizione che si scontra con le dichiarazioni iraniane, secondo cui la liberazione dei fondi bloccati sarebbe una componente essenziale dell’intesa.
Ancora più significativa appare la parte del messaggio dedicata al materiale nucleare iraniano. Trump ha dichiarato che, una volta stabilizzata la situazione, gli Stati Uniti recupereranno il materiale fissile custodito nei siti sotterranei colpiti dai recenti bombardamenti americani. «Recupereremo la polvere nucleare, sepolta in profondità sotto le montagne di granito, grazie ai nostri bombardieri B-2 e ai loro piloti, e la diluiremo e la distruggeremo, sia in Iran sia negli Stati Uniti», ha scritto. A conferma dell’intensa attività diplomatica, Trump intende incontrare i leader di Egitto, Qatar ed Emirati Arabi Uniti a margine del G7 della prossima settimana in Francia per discutere degli sforzi volti a porre fine alla guerra con l’Iran, mentre con i Paesi alleati parlerà dello sminamento di Hormuz. Il presidente ha concluso esprimendo fiducia in una cooperazione duratura con Teheran e con l’intero Medio Oriente, ma accompagnando l’apertura con un avvertimento: «Se così non fosse, abbiamo l’alternativa definitiva, che speriamo di non dover mai più utilizzare».
Resta tuttavia da capire se questa visione coincida con quella della leadership iraniana. Finora il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha sostenuto che una delle opzioni allo studio fosse la diluizione dell’uranio arricchito direttamente in Iran, senza trasferimenti all’estero. Il viceministro Kazem Gharibabadi ha riferito di aver discusso con funzionari russi e cinesi degli ultimi sviluppi sulla bozza di memorandum in esame a Islamabad. Secondo Teheran, la cooperazione strategica tra Iran, Cina e Russia continuerà a rafforzarsi. Sullo sfondo resta il ruolo della Guida Suprema Mojtaba Khamenei, il cui assenso viene considerato decisivo per la piena attuazione dell’accordo. Nelle stesse ore il leader iraniano ha approvato la commutazione della pena per 139 detenuti condannati a morte e la concessione della grazia ad altri prigionieri, in quello che diversi osservatori interpretano come un segnale politico destinato ad accompagnare la fase finale del negoziato.
Resta però un ostacolo tutt’altro che secondario. I pasdaran, che rappresentano il centro del potere militare e ideologico della Repubblica islamica, continuano a prendere le distanze dall’intesa. Una posizione che evidenzia ancora una volta le profonde divisioni interne al regime iraniano.
Israele continua l’avanzata in Libano. Altre cinque vittime dovute ai raid
Ci si chiede se un accordo fra Stati Uniti e Iran porrà fine o no anche al conflitto in Libano, dove Israele prosegue l’avanzata terrestre e gli attacchi aerei per debellare il partito armato sciita filoiraniano Hezbollah. Che Teheran leghi la questione libanese a quella del Golfo Persico è stato confermato ancora ieri dal portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmail Baghaei: «Si cessi la guerra su tutti i fronti, incluso il Libano». L’analista israeliano di Axios, Barak Ravid, ha rivelato che il presidente americano Donald Trump ha detto per telefono al premier israeliano Benjamin Netanyahu che «è ora di por fine a questa guerra». Ravid cita indiscrezioni da funzionari statunitensi: «Netanyahu potrebbe tentare di ostacolare l’accordo». Ma responsabili israeliani temono che Trump «possa limitare la libertà operativa contro Hezbollah e pretendere d’esser consultato prima d’ogni attacco».
Israele intensifica l’offensiva, volendo smantellare il più possibile Hezbollah. Quindi Netanyahu potrebbe ignorare eventuali clausole, di accordi peraltro presi dagli Usa ma non da Israele, relativi al fronte libanese. Solo ieri le forze ebraiche hanno colpito 70 obbiettivi di Hezbollah. L’esercito israeliano ha anche ucciso sette miliziani che operavano da un tunnel nel Libano meridionale, dove venivano immagazzinati munizioni, armi e provviste per sostenere attacchi. Come a Gaza, quindi, anche in Libano i passaggi sotterranei si confermano una delle maggiori risorse per la guerra asimmetrica fatta di agguati mordi-e-fuggi contro un potente esercito tecnologico. E già lo si vedeva in Vietnam 60 anni fa con gli americani alle prese coi «formicai» dei Cong. Raid aerei e granate d’artiglieria su varie aree del Libano hanno causato ieri cinque morti, tra cui il sindaco di Al Rihan, Ali Badie. Fra le azioni militari israeliane, un drone ha centrato un veicolo a Kfar Hounah, poi l’artiglieria ha martellato il quartiere Rahbat di Nabatieh. Bombardate anche Sarifa, Maarakeh e Khiam. Toccante la testimonianza del prete maronita Eid Bou Rached, di Sidone, a Vatican News: «Un missile è caduto a poca distanza dal portone d’ingresso della nostra sede episcopale. Grazie a Dio non ci sono state vittime, ma la morte è la nostra vicina di casa».
Secondo il giornale libanese L’Orient-Le Jour, varie persone sono state ferite da bombe di aerei israeliani a Zayyata, a Sud di Sidone, mentre un soldato dell’esercito libanese è stato ferito gravemente da un drone sulla strada fra Kfar Remane e Nabatieh. La posizione dell’esercito libanese, che non è in grado di far valere l’autorità statale sul partito armato Hezbollah, né di respingere gli israeliani, è critica. Ieri le truppe libanesi, che in teoria dovrebbero occupare «zone pilota» per vigilare sul disarmo di Hezbollah, si sono ritirate da Kfar Tebnit per disimpegnarsi dall’avanzata israeliana. Per il 22 giugno si attendono a Washington colloqui per un cessate il fuoco, ma un Libano frammentato, in cui Hezbollah agisce in modo indipendente, rende tutto arduo. Ieri il presidente Joseph Aoun ha esortato all’unità del Libano, «prigioniero della logica delle milizie», ma l’appello pare vano. Hezbollah ha lanciato vari droni, specie gli Ababil d’origine iraniana, su truppe israeliane a Margaliot, Jal al-Dei, Yahmour al-Shaqif, e Hammamas. Secondo Israele «non ci sono stati feriti», ma per gli sciiti «sono stati distrutti un carro armato Merkava e una jeep Hummer». L’Ababil è guidato con un cavo a fibra ottica lungo fino a 60 chilometri ed è quindi immune ai disturbi elettronici avversari, oltre a costare poco, solo 600 dollari l’uno. Il ministero della Salute libanese ha intanto diramato che, dal 2 marzo fino a ieri, il conflitto ha causato 3.756 morti e 11.632 feriti, mentre per il ministero dell’Economia i danni ammontano a 20 miliardi di dollari.
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