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2018-07-08
L’urlo del Papa: «Non può esistere un Medio Oriente senza cristiani»
Ansa
Papa Francesco è sempre stato convinto che la pace in Medio Oriente, con al centro la questione della Siria, si possa risolvere solo con una trattativa, senza deposizione di regimi. Ciò che lo guida è la necessità di porre fine al massacro di civili e alla persecuzione dei cristiani. Lo aveva scritto nella famosa lettera inviata a Vladimir Putin nel 2013, con la quale contribuì a scongiurare l'escalation militare in Siria voluta dall'allora presidente Usa, Barak Obama, insieme a Francia e Inghilterra. E lo ha ribadito ieri mattina a Bari sul lungomare, dove ha detto che «un Medio Oriente senza cristiani non sarebbe Medio Oriente». Contro i «troppi interessi di parte» che impediscono una soluzione ai conflitti il Papa non è tenero. Dopo l'incontro a porte chiuse nella basilica di San Nicola con gli altri capi della chiese cristiane in Medio Oriente (cattolici, ortodossi e protestanti), Francesco ha pronunciato il suo «basta». «Basta ai tornaconti di pochi sulla pelle di molti! Basta alle occupazioni di terre che lacerano i popoli! Basta al prevalere delle verità di parte sulle speranze della gente! Basta usare il Medio Oriente per profitti estranei al Medio Oriente!». E ancora: «Basta alla sete di guadagno, che non guarda in faccia a nessuno pur di accaparrare giacimenti di gas e combustibili, senza ritegno per la casa comune e senza scrupoli sul fatto che il mercato dell'energia detti la legge della convivenza tra i popoli!». La persecuzione contro le minoranze, e contro la minoranza cristiana in particolare, è un ritornello che risuona in tutta la regione mediorientale, dove la furia islamista nelle sua varie sigle ha provocato una vera e propria mattanza.
In Siria i cristiani da circa 2 milioni sono rimasti poco più di un milione, in Iraq si parla ormai solo di 200.000 cristiani contro il milione e mezzo di solo venticinque anni fa. «Si tutelino tutte le presenze, non solo quelle maggioritarie», ha detto ieri Francesco. «Si spalanchi anche in Medio Oriente la strada verso il diritto alla comune cittadinanza, strada per un rinnovato avvenire. Anche i cristiani siano cittadini a pieno titolo, con uguali diritti».
La voce dei vescovi cristiani in Medio Oriente è sempre stata molto chiara: l'Occidente deve fare un esame di coscienza per come ha gestito la situazione prima in Iraq e poi in Siria, se davvero vuole la pace per questi popoli. In quelle terre, ha detto ieri Francesco, «ci sono le radici delle nostre stesse anime», ma ora su di esse è scesa «una fitta coltre di tenebre: guerra, violenza e distruzione, occupazioni e forme di fondamentalismo, migrazioni forzate e abbandono, il tutto nel silenzio di tanti e con la complicità di molti». «Tanti conflitti», ha detto il Papa dopo l'incontro a porte chiuse, «sono stati fomentati anche da forme di fondamentalismo e di fanatismo che, travestite di pretesti religiosi, hanno in realtà bestemmiato il nome di Dio, che è pace, e perseguitato il fratello che da sempre vive accanto. Ma la violenza è sempre alimentata dalle armi».
Il problema è proprio quello di capire chi ha fornito e pagato queste armi ai vari gruppi e per cosa, in un intreccio internazionale che da una parte vede coinvolto lo stesso mondo islamico nelle sue varie realtà, le potenze sunnite (Arabia Saudita, Qatar e Turchia) da una parte, e dall'altra l'Iran, la Siria e gli sciiti dell'Iraq e di Hezbollah. Poi il Papa sa molto bene che proprio in Siria c'è una faglia geopolitica che coinvolge le grandi potenze internazionali, Usa e Russia su tutti, e non ultimo Israele. In questo intreccio di interessi contrapposti si muovono l'Isis e tutte le altre sigle di fondamentalisti islamici che spesso vengono utilizzate come pedine sullo scacchiere. Per questo i vescovi cristiani in Siria non hanno mai voluto sentir parlare di ribelli moderati, ma hanno sempre difeso una convivenza civile basata sul pluralismo, cosa che Bashar Al Assad in qualche modo garantiva, mentre i cosiddetti ribelli no.
Il metropolita della chiesa ortodossa russa Hilarion, presente ieri a Bari, in una intervista che ha preceduto la sua partecipazione alla giornata ecumenica, lo ha detto in modo fin troppo chiaro: «La situazione che si è creata in Medio Oriente è la diretta conseguenza della politica dell'Occidente in quell'area, caratterizzata da un'ingerenza sprovveduta e non richiesta». Forse la sua è una voce un po' di parte, ma rispecchia quelle di tanti altri leader religiosi cristiani di quelle terre, che attribuiscono proprio all'Europa e all'Occidente una certa complicità nel fomentare le cosiddette rivoluzioni in Medio Oriente.
«Preghiamo uniti, per invocare dal Signore del cielo quella pace che i potenti in terra non sono ancora riusciti a trovare», ha detto ieri mattina Francesco davanti agli altri pastori, tra cui il patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo, quello di Alessandria, Teodoro II, il papa copto Tawadros, e i patriarchi orientali cattolici, tra cui quello di Gerusalemme, Pierbattista Pizzaballa, e i cardinali Béchara Rai (Libano) e Luis Raphael I Sako (Iraq).
Lorenzo Bertocchi
Un’indagine riscrive la storia: «A Douma nessuna traccia di attacchi con gas nervino»
In una guerra, come quella siriana, in cui si combatte con la propaganda tanto quanto attraverso gli eserciti, era lecito nutrire dubbi sulla veridicità degli attacchi chimici che si riteneva fossero stati ordinati da Bashar al-Assad.
Specialmente nel caso del bombardamento di Douma, la città a est di Damasco che, stando alle accuse della coalizione e dei media occidentali, era stata colpita, nella notte tra il 5 e il 6 aprile scorsi, dalle bombe «sporche» del rais. Alla fine, il report diffuso venerdì dall'Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche ha confermato quel che già era ragionevole sospettare: ovvero, che nei siti analizzati non c'è alcuna traccia di agenti nervini. In due delle aree poste sotto sequestro, insieme a residui di materiale esplosivo, sono state rinvenute sostanze contenenti clorina, ma l'Opac ha dichiarato che «è ancora in corso il lavoro del team» inviato sul posto «per stabilire la rilevanza di questi risultati». Non è affatto scontato, insomma, che questi agenti chimici rappresentino la prova di qualche ordigno proibito sganciato dall'aviazione siriana.
Il comunicato dell'Organizzazione con sede all'Aia aggiunge che non è possibile neppure «determinare con certezza se una sostanza chimica specifica sia stata usata negli incidenti che hanno avuto luogo» nel 2016 nel distretto di Al Hamadaniya e a Karm Al Tarrab. Il bombardamento di Douma aveva indignato la comunità internazionale, unanimemente incline a puntare il dito contro Assad. Il presidente americano Donald Trump, in un tweet, lo definì un «animale». Emmanuel Macron sostenne di «avere le prove» dell'utilizzo di armi chimiche da parte del dittatore di Damasco. Maja Kocijancic, la portavoce dall'Alto responsabile della politica estera europea Federica Mogherini, spiegò che «tutte le notizie e tutte le indicazioni» portavano a concludere che il rais fosse responsabile di «crimini di guerra e di un crimine contro l'umanità».
Nella notte tra il 13 e il 14 aprile, era infine arrivato il raid di Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia su alcuni siti militari di Homs. Una ritorsione che tutto sommato, forse per la volontà di Trump di accontentare i falchi dell'amministrazione senza giungere allo scontro aperto con la Russia, rimase abbastanza contenuta.
Per la verità, nei giorni successivi ai fatti di Douma avevano preso a circolare voci di dissenso rispetto alla versione ufficiale. Intanto, era sembrato strano che Assad, ormai vicino alla vittoria, rischiasse di innescare una reazione della coalizione a guida americana. In un primo momento persino il Pentagono aveva tenuto un atteggiamento prudente, precisando di non essere immediatamente in grado di valutare se l'attacco con armi chimiche fosse opera di Assad o di gruppi terroristici . Dubbi erano stati espressi pure dal vescovo di Aleppo, monsignor Antoine Audo, secondo il quale quello dei bombardamenti sporchi era un «pretesto» per rovesciare il regime (che peraltro aveva sempre assicurato una certa protezione ai cristiani), più o meno come era accaduto in Iraq con le fantomatiche armi di distruzione di massa di Saddam Hussein.
Ad alimentare le perplessità c'era il ruolo nella denuncia del presunto attacco chimico svolto dai soliti Caschi bianchi. L'organizzazione si è autoaccreditata come una sorta di «protezione civile», ma intrattiene rapporti ambigui con gli islamisti di Al Nusra, in lotta contro il regime di Damasco. Gli «White helmets» sono stati pizzicati a inscenare salvataggi di persone ferite, i cui filmati venivano ovviamente consegnati alla stampa occidentale. E c'è chi ritiene che avessero ordito una montatura persino quando diffusero l'immagine di un bimbo di Aleppo dal volto coperto di sangue e polvere, con l'espressione sconvolta, prontamente soccorso dai volontari e messo a sedere su una panchina arancione. Quella foto divenne uno dei simboli delle atrocità attribuite ad Assad, ma tempo dopo il padre del ragazzino ammise di non esser sicuro se il crollo del suo palazzo fosse stato causato da un raid aereo o da un colpo di mortaio dei ribelli. Costui rivelò le pressioni subite dagli oppositori del regime per attribuire tutte le colpe al rais: «Mi hanno offerto soldi, lavoro e anche un lasciapassare per andare via», aveva raccontato l'uomo a un cronista siriano, il quale tuttavia declinò la proposta: «I miei figli hanno diritto di vivere in questo Paese».
Al seguito dei Caschi bianchi, inoltre, si era espresso il sedicente Osservatorio siriano per i diritti umani, un ente d'informazione che ha sede a Londra e risponde a un unico individuo, il siriano Rami Abdulrahman, nemico di Assad che per sua stessa ammissione non visita il Paese natale da oltre quindici anni.
Le parziali conclusioni dell'indagine aperta mesi fa dall'Opac scontenteranno gli intellò nostrani, che non si erano lasciati sfuggire l'occasione per esibire la loro profonda coscienza civile. Capofila degli indignados, manco a dirlo, era stato Roberto Saviano, dal quale era partito l'invito a scrittori, registi, nani e ballerine progressisti a «coprirsi la bocca e il naso contro l'uso dei gas in Siria». Basta scorrere l'elenco dei vip che avevano risposto all'appello per farsi un'idea del loro grado di competenza in materia di conflitto siriano: il romanziere Fabio Volo, lo showman Edoardo Leo, la conduttrice televisiva e modella Michelle Hunzicker. Personaggi forse più preoccupati di scucire qualche «like» su Instagram che delle sorti dei civili in Siria.
Alessandro Rico
Nel Canada progressista di Trudeau l’eutanasia sta sfuggendo di mano
«I numeri cresceranno, ne sono certa». Quanto disse la dottoressa Ellen Wiebe, di Vancouver, a pochi mesi dalla legalizzazione dell'eutanasia in Canada, risalente al giugno 2016, aveva il sapore di una profezia sinistra, a metà tra il monito e la minaccia.
Eppure oggi, a distanza di oltre un anno e mezzo, tocca darle ragione registrando come la somiglianza tra la legislazione canadese e quelle di Olanda e Belgio, dove la «dolce morte» è di anno in anno più richiesta e praticata, abbia sortito i suoi effetti. Soprattutto, appunto, per quanto riguarda l'aumento del numero dei casi di eutanasia.
A certificarlo, le dodici pagine dell'ultimo rapporto medico sull'assistenza alla morte, diffuso alcuni giorni fa, che tracciano uno scenario inquietante, con le morti on demand lievitate dalle 1.179 dei primi sei mesi del 2017 alle 1.575 del secondo semestre. Un'impennata del 30% ancora più spaventosa se raffrontata coi dati del secondo semestre del 2016, quando i casi furono 803, circa la metà. Difficile, insomma, non condividere le preoccupazioni di chi, per il Canada, parla di eutanasia completamente fuori controllo. Tanto più che, oltre all'aumento dei decessi, vi sono anche altri riscontri allarmanti.
Nel Québec, per esempio, un rapporto governativo ha rilevato come il 37% delle relazioni mediche sui casi di «dolce morte» presenti delle lacune e come vi siano stati almeno tre casi in cui le regole sono state violate, con due persone eliminate anche se non presentavano alcuna «malattia grave e incurabile», come invece prevedrebbe la legge, e una che non era affatto in una condizione di «fine vita». Al di là di violazioni così palesi, dei decessi assistiti del Québec il 14%, secondo alcune stime, non sarebbe comunque avvenuto a norma di legge.
Il meccanismo della slippery slope, la «china scivolosa» secondo cui una volta introdotto un fenomeno esso è destinato ad un'esiziale espansione, in Canada trova dunque una clamorosa conferma. «Tutto questo succede perché l'eutanasia viene promossa», ha dichiarato Alex Schadenberg dell'Euthanasia prevention coalition, commentando la situazione canadese, «con la “dolce morte" ormai concepita e offerta alla stregua di un servizio da proporre a tutti coloro che si trovano in una determinata condizione». In effetti, le pressioni sugli stessi medici affinché pratichino l'eutanasia sembra non manchino.
Inoltre alcuni, come se non bastasse, evidenziano come tutto questo sia una manna per il sistema sanitario canadese. A questo proposito, uno studio di Aaron J. Trachtenberg e Braden Manns, pubblicato lo scorso sul Canadian medical association journal, basandosi su stime realizzate nei Paesi Bassi, ha quantificato in una forbice oscillante tra i 35 e i quasi 139 milioni di dollari l'anno i risparmi che la «dolce morte» può assicurare alle finanze pubbliche. Da parte loro, Trachtenberg e Manns hanno tenuto a sottolineare di non voler alcun modo incoraggiare la gente a morire, e ci mancherebbe altro, ma è ovvio che laddove la vita di alcuni cittadini, rei solo di non essere abbastanza sani o abbastanza giovani, inizia ad essere rubricata alla voce «costi evitabili», essi siano indotti a togliere il disturbo.
C'è inoltre da considerare come, nonostante la pratica sia legale e come si è visto in virale diffusione, gli stessi promotori canadesi dell'eutanasia non sappiano darsi pace e proseguano con ostinazione degna di miglior causa la loro opera mortifera. È per esempio di pochi mesi fa la notizia dell'intenzione dei sostenitori del diritto di morire - confermata dalle parole di Shanaaz Gokool di «Dying with dignity Canada» - di aprire a Toronto una clinica appositamente per l'eutanasia, iniziativa per la quale sono stati peraltro richiesti fondi al ministero della Salute. «È un progetto unico nel suo genere», ha spiegato entusiasta la Gokool al Globe and Mail, «utilissimo per tutti coloro che, per qualsiasi ragione, non vorranno morire a casa ma in uno spazio sicuro, circondati da parenti ed amici nel momento della morte assistita». «In questo modo», ha sottolineato il bioeticista Thomas Foreman, dando manforte all'idea della clinica pro morte, «si risolverebbero i problemi di sovraffollamento di diversi ospedali canadesi». Ora, non occorrono facoltà divinatorie per comprendere come in un clima così, coi necrofili scatenati e l'eutanasia elevata a nuova frontiera della spending review, nel Paese di Justin Trudeau, il golden boy del progressismo globale, le richieste di morte aumenteranno ancora. Ci sarebbe casomai da stupirsi del contrario.
Giuliano Guzzo
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Ieri, a Bari, Francesco ha incontrato i patriarchi di tutte le Chiese della tormentata regione Nell'appello contro le persecuzioni religiose anche un invito affinché l'Occidente faccia autocritica.Un report diffuso venerdì dall'Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche contraddice la versione che causò il raid di Donald Trump e Emmanuel Macron e una campagna social.In Canada i ricorsi alla cosiddetta «dolce morte» sono raddoppiati nell'arco di un anno. Intanto i criteri per somministrarla diventano sempre più «elastici» e gli esperti calcolano i risparmi ottenuti.Lo speciale contiene tre articoliPapa Francesco è sempre stato convinto che la pace in Medio Oriente, con al centro la questione della Siria, si possa risolvere solo con una trattativa, senza deposizione di regimi. Ciò che lo guida è la necessità di porre fine al massacro di civili e alla persecuzione dei cristiani. Lo aveva scritto nella famosa lettera inviata a Vladimir Putin nel 2013, con la quale contribuì a scongiurare l'escalation militare in Siria voluta dall'allora presidente Usa, Barak Obama, insieme a Francia e Inghilterra. E lo ha ribadito ieri mattina a Bari sul lungomare, dove ha detto che «un Medio Oriente senza cristiani non sarebbe Medio Oriente». Contro i «troppi interessi di parte» che impediscono una soluzione ai conflitti il Papa non è tenero. Dopo l'incontro a porte chiuse nella basilica di San Nicola con gli altri capi della chiese cristiane in Medio Oriente (cattolici, ortodossi e protestanti), Francesco ha pronunciato il suo «basta». «Basta ai tornaconti di pochi sulla pelle di molti! Basta alle occupazioni di terre che lacerano i popoli! Basta al prevalere delle verità di parte sulle speranze della gente! Basta usare il Medio Oriente per profitti estranei al Medio Oriente!». E ancora: «Basta alla sete di guadagno, che non guarda in faccia a nessuno pur di accaparrare giacimenti di gas e combustibili, senza ritegno per la casa comune e senza scrupoli sul fatto che il mercato dell'energia detti la legge della convivenza tra i popoli!». La persecuzione contro le minoranze, e contro la minoranza cristiana in particolare, è un ritornello che risuona in tutta la regione mediorientale, dove la furia islamista nelle sua varie sigle ha provocato una vera e propria mattanza. In Siria i cristiani da circa 2 milioni sono rimasti poco più di un milione, in Iraq si parla ormai solo di 200.000 cristiani contro il milione e mezzo di solo venticinque anni fa. «Si tutelino tutte le presenze, non solo quelle maggioritarie», ha detto ieri Francesco. «Si spalanchi anche in Medio Oriente la strada verso il diritto alla comune cittadinanza, strada per un rinnovato avvenire. Anche i cristiani siano cittadini a pieno titolo, con uguali diritti».La voce dei vescovi cristiani in Medio Oriente è sempre stata molto chiara: l'Occidente deve fare un esame di coscienza per come ha gestito la situazione prima in Iraq e poi in Siria, se davvero vuole la pace per questi popoli. In quelle terre, ha detto ieri Francesco, «ci sono le radici delle nostre stesse anime», ma ora su di esse è scesa «una fitta coltre di tenebre: guerra, violenza e distruzione, occupazioni e forme di fondamentalismo, migrazioni forzate e abbandono, il tutto nel silenzio di tanti e con la complicità di molti». «Tanti conflitti», ha detto il Papa dopo l'incontro a porte chiuse, «sono stati fomentati anche da forme di fondamentalismo e di fanatismo che, travestite di pretesti religiosi, hanno in realtà bestemmiato il nome di Dio, che è pace, e perseguitato il fratello che da sempre vive accanto. Ma la violenza è sempre alimentata dalle armi». Il problema è proprio quello di capire chi ha fornito e pagato queste armi ai vari gruppi e per cosa, in un intreccio internazionale che da una parte vede coinvolto lo stesso mondo islamico nelle sue varie realtà, le potenze sunnite (Arabia Saudita, Qatar e Turchia) da una parte, e dall'altra l'Iran, la Siria e gli sciiti dell'Iraq e di Hezbollah. Poi il Papa sa molto bene che proprio in Siria c'è una faglia geopolitica che coinvolge le grandi potenze internazionali, Usa e Russia su tutti, e non ultimo Israele. In questo intreccio di interessi contrapposti si muovono l'Isis e tutte le altre sigle di fondamentalisti islamici che spesso vengono utilizzate come pedine sullo scacchiere. Per questo i vescovi cristiani in Siria non hanno mai voluto sentir parlare di ribelli moderati, ma hanno sempre difeso una convivenza civile basata sul pluralismo, cosa che Bashar Al Assad in qualche modo garantiva, mentre i cosiddetti ribelli no.Il metropolita della chiesa ortodossa russa Hilarion, presente ieri a Bari, in una intervista che ha preceduto la sua partecipazione alla giornata ecumenica, lo ha detto in modo fin troppo chiaro: «La situazione che si è creata in Medio Oriente è la diretta conseguenza della politica dell'Occidente in quell'area, caratterizzata da un'ingerenza sprovveduta e non richiesta». Forse la sua è una voce un po' di parte, ma rispecchia quelle di tanti altri leader religiosi cristiani di quelle terre, che attribuiscono proprio all'Europa e all'Occidente una certa complicità nel fomentare le cosiddette rivoluzioni in Medio Oriente.«Preghiamo uniti, per invocare dal Signore del cielo quella pace che i potenti in terra non sono ancora riusciti a trovare», ha detto ieri mattina Francesco davanti agli altri pastori, tra cui il patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo, quello di Alessandria, Teodoro II, il papa copto Tawadros, e i patriarchi orientali cattolici, tra cui quello di Gerusalemme, Pierbattista Pizzaballa, e i cardinali Béchara Rai (Libano) e Luis Raphael I Sako (Iraq).Lorenzo Bertocchi<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lurlo-del-papa-non-puo-esistere-un-medio-oriente-senza-cristiani-2584615211.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="unindagine-riscrive-la-storia-a-douma-nessuna-traccia-di-attacchi-con-gas-nervino" data-post-id="2584615211" data-published-at="1782535411" data-use-pagination="False"> Un’indagine riscrive la storia: «A Douma nessuna traccia di attacchi con gas nervino» In una guerra, come quella siriana, in cui si combatte con la propaganda tanto quanto attraverso gli eserciti, era lecito nutrire dubbi sulla veridicità degli attacchi chimici che si riteneva fossero stati ordinati da Bashar al-Assad. Specialmente nel caso del bombardamento di Douma, la città a est di Damasco che, stando alle accuse della coalizione e dei media occidentali, era stata colpita, nella notte tra il 5 e il 6 aprile scorsi, dalle bombe «sporche» del rais. Alla fine, il report diffuso venerdì dall'Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche ha confermato quel che già era ragionevole sospettare: ovvero, che nei siti analizzati non c'è alcuna traccia di agenti nervini. In due delle aree poste sotto sequestro, insieme a residui di materiale esplosivo, sono state rinvenute sostanze contenenti clorina, ma l'Opac ha dichiarato che «è ancora in corso il lavoro del team» inviato sul posto «per stabilire la rilevanza di questi risultati». Non è affatto scontato, insomma, che questi agenti chimici rappresentino la prova di qualche ordigno proibito sganciato dall'aviazione siriana. Il comunicato dell'Organizzazione con sede all'Aia aggiunge che non è possibile neppure «determinare con certezza se una sostanza chimica specifica sia stata usata negli incidenti che hanno avuto luogo» nel 2016 nel distretto di Al Hamadaniya e a Karm Al Tarrab. Il bombardamento di Douma aveva indignato la comunità internazionale, unanimemente incline a puntare il dito contro Assad. Il presidente americano Donald Trump, in un tweet, lo definì un «animale». Emmanuel Macron sostenne di «avere le prove» dell'utilizzo di armi chimiche da parte del dittatore di Damasco. Maja Kocijancic, la portavoce dall'Alto responsabile della politica estera europea Federica Mogherini, spiegò che «tutte le notizie e tutte le indicazioni» portavano a concludere che il rais fosse responsabile di «crimini di guerra e di un crimine contro l'umanità». Nella notte tra il 13 e il 14 aprile, era infine arrivato il raid di Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia su alcuni siti militari di Homs. Una ritorsione che tutto sommato, forse per la volontà di Trump di accontentare i falchi dell'amministrazione senza giungere allo scontro aperto con la Russia, rimase abbastanza contenuta. Per la verità, nei giorni successivi ai fatti di Douma avevano preso a circolare voci di dissenso rispetto alla versione ufficiale. Intanto, era sembrato strano che Assad, ormai vicino alla vittoria, rischiasse di innescare una reazione della coalizione a guida americana. In un primo momento persino il Pentagono aveva tenuto un atteggiamento prudente, precisando di non essere immediatamente in grado di valutare se l'attacco con armi chimiche fosse opera di Assad o di gruppi terroristici . Dubbi erano stati espressi pure dal vescovo di Aleppo, monsignor Antoine Audo, secondo il quale quello dei bombardamenti sporchi era un «pretesto» per rovesciare il regime (che peraltro aveva sempre assicurato una certa protezione ai cristiani), più o meno come era accaduto in Iraq con le fantomatiche armi di distruzione di massa di Saddam Hussein. Ad alimentare le perplessità c'era il ruolo nella denuncia del presunto attacco chimico svolto dai soliti Caschi bianchi. L'organizzazione si è autoaccreditata come una sorta di «protezione civile», ma intrattiene rapporti ambigui con gli islamisti di Al Nusra, in lotta contro il regime di Damasco. Gli «White helmets» sono stati pizzicati a inscenare salvataggi di persone ferite, i cui filmati venivano ovviamente consegnati alla stampa occidentale. E c'è chi ritiene che avessero ordito una montatura persino quando diffusero l'immagine di un bimbo di Aleppo dal volto coperto di sangue e polvere, con l'espressione sconvolta, prontamente soccorso dai volontari e messo a sedere su una panchina arancione. Quella foto divenne uno dei simboli delle atrocità attribuite ad Assad, ma tempo dopo il padre del ragazzino ammise di non esser sicuro se il crollo del suo palazzo fosse stato causato da un raid aereo o da un colpo di mortaio dei ribelli. Costui rivelò le pressioni subite dagli oppositori del regime per attribuire tutte le colpe al rais: «Mi hanno offerto soldi, lavoro e anche un lasciapassare per andare via», aveva raccontato l'uomo a un cronista siriano, il quale tuttavia declinò la proposta: «I miei figli hanno diritto di vivere in questo Paese». Al seguito dei Caschi bianchi, inoltre, si era espresso il sedicente Osservatorio siriano per i diritti umani, un ente d'informazione che ha sede a Londra e risponde a un unico individuo, il siriano Rami Abdulrahman, nemico di Assad che per sua stessa ammissione non visita il Paese natale da oltre quindici anni. Le parziali conclusioni dell'indagine aperta mesi fa dall'Opac scontenteranno gli intellò nostrani, che non si erano lasciati sfuggire l'occasione per esibire la loro profonda coscienza civile. Capofila degli indignados, manco a dirlo, era stato Roberto Saviano, dal quale era partito l'invito a scrittori, registi, nani e ballerine progressisti a «coprirsi la bocca e il naso contro l'uso dei gas in Siria». Basta scorrere l'elenco dei vip che avevano risposto all'appello per farsi un'idea del loro grado di competenza in materia di conflitto siriano: il romanziere Fabio Volo, lo showman Edoardo Leo, la conduttrice televisiva e modella Michelle Hunzicker. Personaggi forse più preoccupati di scucire qualche «like» su Instagram che delle sorti dei civili in Siria. Alessandro Rico <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lurlo-del-papa-non-puo-esistere-un-medio-oriente-senza-cristiani-2584615211.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="nel-canada-progressista-di-trudeau-leutanasia-sta-sfuggendo-di-mano" data-post-id="2584615211" data-published-at="1782535411" data-use-pagination="False"> Nel Canada progressista di Trudeau l’eutanasia sta sfuggendo di mano «I numeri cresceranno, ne sono certa». Quanto disse la dottoressa Ellen Wiebe, di Vancouver, a pochi mesi dalla legalizzazione dell'eutanasia in Canada, risalente al giugno 2016, aveva il sapore di una profezia sinistra, a metà tra il monito e la minaccia. Eppure oggi, a distanza di oltre un anno e mezzo, tocca darle ragione registrando come la somiglianza tra la legislazione canadese e quelle di Olanda e Belgio, dove la «dolce morte» è di anno in anno più richiesta e praticata, abbia sortito i suoi effetti. Soprattutto, appunto, per quanto riguarda l'aumento del numero dei casi di eutanasia. A certificarlo, le dodici pagine dell'ultimo rapporto medico sull'assistenza alla morte, diffuso alcuni giorni fa, che tracciano uno scenario inquietante, con le morti on demand lievitate dalle 1.179 dei primi sei mesi del 2017 alle 1.575 del secondo semestre. Un'impennata del 30% ancora più spaventosa se raffrontata coi dati del secondo semestre del 2016, quando i casi furono 803, circa la metà. Difficile, insomma, non condividere le preoccupazioni di chi, per il Canada, parla di eutanasia completamente fuori controllo. Tanto più che, oltre all'aumento dei decessi, vi sono anche altri riscontri allarmanti. Nel Québec, per esempio, un rapporto governativo ha rilevato come il 37% delle relazioni mediche sui casi di «dolce morte» presenti delle lacune e come vi siano stati almeno tre casi in cui le regole sono state violate, con due persone eliminate anche se non presentavano alcuna «malattia grave e incurabile», come invece prevedrebbe la legge, e una che non era affatto in una condizione di «fine vita». Al di là di violazioni così palesi, dei decessi assistiti del Québec il 14%, secondo alcune stime, non sarebbe comunque avvenuto a norma di legge. Il meccanismo della slippery slope, la «china scivolosa» secondo cui una volta introdotto un fenomeno esso è destinato ad un'esiziale espansione, in Canada trova dunque una clamorosa conferma. «Tutto questo succede perché l'eutanasia viene promossa», ha dichiarato Alex Schadenberg dell'Euthanasia prevention coalition, commentando la situazione canadese, «con la “dolce morte" ormai concepita e offerta alla stregua di un servizio da proporre a tutti coloro che si trovano in una determinata condizione». In effetti, le pressioni sugli stessi medici affinché pratichino l'eutanasia sembra non manchino. Inoltre alcuni, come se non bastasse, evidenziano come tutto questo sia una manna per il sistema sanitario canadese. A questo proposito, uno studio di Aaron J. Trachtenberg e Braden Manns, pubblicato lo scorso sul Canadian medical association journal, basandosi su stime realizzate nei Paesi Bassi, ha quantificato in una forbice oscillante tra i 35 e i quasi 139 milioni di dollari l'anno i risparmi che la «dolce morte» può assicurare alle finanze pubbliche. Da parte loro, Trachtenberg e Manns hanno tenuto a sottolineare di non voler alcun modo incoraggiare la gente a morire, e ci mancherebbe altro, ma è ovvio che laddove la vita di alcuni cittadini, rei solo di non essere abbastanza sani o abbastanza giovani, inizia ad essere rubricata alla voce «costi evitabili», essi siano indotti a togliere il disturbo. C'è inoltre da considerare come, nonostante la pratica sia legale e come si è visto in virale diffusione, gli stessi promotori canadesi dell'eutanasia non sappiano darsi pace e proseguano con ostinazione degna di miglior causa la loro opera mortifera. È per esempio di pochi mesi fa la notizia dell'intenzione dei sostenitori del diritto di morire - confermata dalle parole di Shanaaz Gokool di «Dying with dignity Canada» - di aprire a Toronto una clinica appositamente per l'eutanasia, iniziativa per la quale sono stati peraltro richiesti fondi al ministero della Salute. «È un progetto unico nel suo genere», ha spiegato entusiasta la Gokool al Globe and Mail, «utilissimo per tutti coloro che, per qualsiasi ragione, non vorranno morire a casa ma in uno spazio sicuro, circondati da parenti ed amici nel momento della morte assistita». «In questo modo», ha sottolineato il bioeticista Thomas Foreman, dando manforte all'idea della clinica pro morte, «si risolverebbero i problemi di sovraffollamento di diversi ospedali canadesi». Ora, non occorrono facoltà divinatorie per comprendere come in un clima così, coi necrofili scatenati e l'eutanasia elevata a nuova frontiera della spending review, nel Paese di Justin Trudeau, il golden boy del progressismo globale, le richieste di morte aumenteranno ancora. Ci sarebbe casomai da stupirsi del contrario. Giuliano Guzzo
Galeazzo Bignami
Ed è necessario valutare le intenzioni del generale e del suo Futuro nazionale. Il capogruppo alla Camera, Galeazzo Bignami da abile mediatore qual è, sonda il terreno. I segnali di apertura a Vannacci da parte di Bignami si intravedono già da mesi. Il capogruppo, prudentemente, non ha mai sbattuto del tutto la porta in faccia al generale ma piuttosto ha temporeggiato, rinviando i giudizi a quando i tempi si fossero fatti più maturi. Quei tempi sono arrivati. Perché se a febbraio il valore elettorale di Futuro nazionale era di difficile interpretazione, oggi appare più nitido.
In Fratelli d’Italia l’adagio sta cambiando: da «Vannacci fuori» a «Vannacci vediamo». L’obiettivo è quello di «salvinizzare» Vannacci, ma la Lega non ne è felicissima. D’altra parte, Forza Italia, ancora di più con il nuovo corso imposto da Marina Berlusconi, non ha nessuna intenzione di mettersi a braccetto con lui.
Ieri a Montecitorio è andata in scena la discussione generale sul testo della nuova legge elettorale e non sono mancate scintille. Numerosi i nodi da sciogliere, tra cui quello delle preferenze, che sta creando divisioni in entrambi gli schieramenti. Fratelli d’Italia dovrà decidere se formalizzare o meno l’emendamento in materia. Le votazioni dovrebbero partire dal 7 luglio. Lega e Forza Italia sono scettici nel portare avanti una battaglia che potrebbe creare fibrillazioni interne. Soprattutto se il centrosinistra decidesse di non partecipare lasciando la patata bollente in mano al centrodestra: se non dovessero passare le preferenze si rischia una figuraccia, se passassero il centrodestra si spaccherebbe.
Bignami dice che il suo partito sta «cercando insieme agli alleati di presentare un emendamento unitario insieme alle forze di centrodestra anche magari immaginando delle proposte nuove per consentire agli italiani di poter indicare le preferenze. Crediamo che ci siano le condizioni per arrivare senza porre la fiducia». E aggiunge: «È evidente che se noi votiamo a settembre, come è intendimento del governo credo arrivare a fine legislatura, c’è il tempo per riflettere e confrontarsi sul programma. Ci sono alcune cose su cui ci si può trovare una prospettiva comune, altre meno».
Vannacci sguazza in questo stagno di incertezza generale, presentando emendamenti e chiedendo alla premier di invitare gli alleati a evitare il voto segreto. «È lui che non lo vuole, perché teme che qualcuno dei suoi non lo voti», dicono le malelingue della Lega.
Nessuna limatura sulla norma ribattezzata «anti-Vannacci» che esenta dalla raccolta delle firme solo i gruppi parlamentari costituiti prima dell’inizio del 2026. «Fratelli d’Italia nasce come un movimento che non ha mai goduto dello spazio di cui oggi godono forze appena nate. Abbiamo faticato a lungo per avere il nostro spazio e non abbiamo mai voluto norme che precludessero la possibilità di qualcuno di partecipare alle consultazioni», specifica Bignami.
La norma penalizza anche +Europa di Riccardo Magi che si dice pronto a dare battaglia. Talmente pronto che ieri è stato espulso dalla Camera, dopo tre richiami all’ordine: aveva esposto un cartello fac-simile di come, a suo dire, sarebbe la nuova scheda elettorale con l’approvazione della riforma del voto. Il cartello riportava la scritta «il tuo voto non conta» urlando al «colpo di Stato elettorale». Il deputato Pd Gianni Cuperlo parla di «prepotenza della maggioranza», «vogliono cambiare le regole del gioco perché temono la vittoria del campo progressista».
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Ansa
Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha comunicato che almeno tre italovenezuelani sarebbero rimasti uccisi nel sisma, cinque sarebbero feriti e altri 35 sicuramente dispersi, ma, come ha aggiunto, la comunità degli italiani iscritti all’Aire, cioè censiti come italiani in Venezuela, è composta da circa 150.000 persone e per questo motivo il nostro ministero sta monitorando con grande attenzione quello che accade. L’area colpita vede la presenza di oltre 65.000 italiani che rappresentano la spina dorsale economica del Venezuela e che sono membri attivi sia a livello politico che sociale nella società sudamericana.
I due eventi sismici, distanti meno di un minuto, hanno devastato il Nord-ovest venezuelano colpendo sia sulla costa che nell’interno. Il fenomeno sarebbe avvenuto fra i 10 e i 20 chilometri di profondità, ma nonostante questo gli edifici colpiti non hanno retto, soprattutto la seconda scossa dopo che la prima aveva messo a dura prova costruzioni vecchie e con poca manutenzione. Il bilancio è arrivato a 920 vittime, al momento in cui stiamo scrivendo, oltre 4.000 feriti e almeno 50.000 dispersi, ma sui media locali e su Internet appaiono continuamente foto di persone scomparse che si aggiungono alle migliaia già segnalate.
Da Caracas arrivano storie sempre più drammatiche e i cittadini della capitale e dello Stato di La Guaira raccontano di scavare con le mani fra le macerie alla ricerca dei propri cari. A Caracas stanno arrivando un centinaio di esperti in soccorso in caso di calamità naturali fra vigili del fuoco, protezione civile e l’unità di crisi, ma il governo italiano è intenzionato a sostenere con forza la popolazione venezuelana in questo momento di difficoltà. Le Nazioni unite hanno dichiarato che le persone colpite dal sisma sono 6,8 milioni, in crescita costante anche per le scosse di assestamento che non danno tregua. La presidente ad interim Delcy Rodriguez ha annunciato la militarizzazione dello Stato di La Guaira, con l’obiettivo di facilitare le operazioni di soccorso nella zona più disastrata del Paese.
Le famiglie rimaste senza casa che dovranno essere accolte in campi profughi sono già più di 70.000, ma arrivano anche buone notizie come quella di un neonato estratto vivo dalle macerie e di una donna salvata dopo 36 ore dal crollo della propria abitazione a La Guaira. L’Unione europea ha già attivato il suo meccanismo di protezione civile, ma oltre all’Italia, altre nazioni si stanno muovendo anche autonomamente. La Spagna ha messo a disposizione 54 militari esperti in operazioni di soccorso, la Francia ha annunciato che attiverà un team di 85 soccorritori, mentre dalla Germania arriveranno sei aerei da trasporto con materiale tecnico. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha reso disponibile un secondo velivolo dell’Aeronautica militare che trasporterà personale specializzato e attrezzature dei Vigili del fuoco. Nell’annunciare l’iniziativa ha dichiarato: «Un impegno concreto che conferma la vocazione dell’Italia all’aiuto» verso «chi soffre».
Ma la situazione sanitaria del Paese appare drammatica per la carenza di materiale negli ospedali, soprattutto in alcune zone che risultano addirittura irraggiungibili. Il primo a lanciare l’allarme è stato il presidente della Federazione medica che due giorni prima del sisma aveva chiesto trasparenza riguardo alla distribuzione di 71 tonnellate di medicinali consegnate dagli Stati Uniti. Un appello all’Italia arriva anche da Maria Andreina De Grazia, figlia dell’ex deputato italiano Americo De Grazia a lungo incarcerato dal regime di Maduro, che chiede al nostro Paese di restare accanto al Venezuela e soprattutto di non dimenticare i prigionieri i politici italovenezuelani ancora nelle carceri del regime.
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La nuova Audi A6 allroad
Audi rinnova la A6 allroad quattro, giunta alla quinta generazione, facendo così evolvere uno dei modelli più iconici della gamma di questo marchio. Più larga, tecnologica ed elettrificata, la nuova allroad conferma la propria doppia vocazione: grande viaggiatrice su strada e compagna affidabile lontano dall’asfalto. Per la prima volta nella storia del modello, accanto al tradizionale V6 TDI arriva infatti una variante plug-in hybrid da 367 CV.
«Audi A6 allroad è un’icona dei quattro anelli e da sempre è caratterizzata da una doppia anima: eccezionalmente confortevole nell’utilizzo quotidiano e al tempo stesso in grado di spingersi agevolmente dove finisce l’asfalto», ha dichiarato Rouven Mohr, Chief Technical Officer di Audi AG, sottolineando il ruolo della trazione integrale quattro e delle sospensioni pneumatiche adattive. Sul piano stilistico, la nuova A6 allroad si distingue per un corpo vettura più muscoloso. Per la prima volta è più larga di oltre 11 centimetri rispetto alla A6 Avant da cui deriva, con carreggiate maggiorate e una presenza su strada ancora più marcata. Il look all terrain è enfatizzato da passaruota dedicati, protezioni sottoscocca, mancorrenti specifici e un’altezza da terra superiore. La gamma prevede cerchi fino a 21 pollici e otto colori per la carrozzeria.
Tra gli elementi tecnici più caratterizzanti figurano le sospensioni pneumatiche adattive di serie, sviluppate appositamente per questo modello. L’escursione massima raggiunge i 55 millimetri e consente di modificare l’assetto in funzione della velocità e della modalità di guida selezionata. In autostrada la vettura si abbassa per migliorare efficienza e stabilità, mentre nelle modalità dedicate all’off-road aumenta sensibilmente la distanza dal suolo per affrontare terreni difficili.La nuova A6 allroad è basata sulla piattaforma Premium Platform Combustion (PPC) e beneficia di una scocca più rigida, sospensioni multilink a cinque bracci e sterzo progressivo evoluto. È inoltre disponibile lo sterzo integrale, che migliora agilità alle basse velocità e stabilità alle andature più elevate.
La principale novità riguarda la gamma motori. Debutta infatti la prima Audi A6 allroad e-hybrid quattro, che abbina il quattro cilindri 2.0 TFSI da 252 CV a un motore elettrico da 143 CV per una potenza complessiva di 367 CV e 500 Nm di coppia. Le prestazioni sono brillanti, con uno 0-100 km/h coperto in 5,5 secondi, mentre la batteria da 25,9 kWh garantisce fino a 95 chilometri di autonomia elettrica WLTP. La ricarica in corrente alternata fino a 11 kW permette di completare il pieno di energia in circa due ore e mezza. Accanto alla versione plug-in viene proposta la motorizzazione V6 3.0 TDI da 299 CV, dotata della tecnologia mild hybrid plus a 48 Volt. Il sistema integra un powertrain generator capace di fornire fino a 24 CV e 230 Nm supplementari, migliorando efficienza e risposta all’acceleratore. Il motore beneficia inoltre di una sofisticata sovralimentazione a due stadi che combina turbocompressore tradizionale e compressore elettrico, garantendo prestazioni elevate e una risposta immediata. La vettura accelera da 0 a 100 km/h in 5,4 secondi. Entrambe le motorizzazioni sono abbinate alla trazione integrale quattro ultra, che gestisce in modo predittivo la distribuzione della coppia tra avantreno e retrotreno, privilegiando l’efficienza senza rinunciare alla motricità.
Grande attenzione è stata dedicata anche alla digitalizzazione. L’abitacolo adotta la nuova architettura elettronica Audi con integrazione di ChatGPT nell’assistente vocale e sistema operativo Android Automotive OS. Il cosiddetto Audi Digital Stage comprende il quadro strumenti digitale da 11,9 pollici e il display OLED curvo da 14,5 pollici, cui può aggiungersi uno schermo dedicato al passeggero.Completano il quadro i proiettori Matrix LED digitali di nuova generazione, i gruppi ottici OLED 2.0 e numerosi sistemi di assistenza alla guida e di comunicazione con l’ambiente circostante. Lunga 5,02 metri e con una capacità di carico fino a 1.497 litri, la nuova Audi A6 allroad quattro arriverà nelle concessionarie italiane nel quarto trimestre del 2026, con prezzi a partire da 82.350 euro per la versione V6 TDI e da 88.650 euro per la variante plug-in hybrid.
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I nuovi modelli di Maserati, Grecale, GranTurismo e GranCabrio, sfilano in Piazza Unità d'Italia a Trieste
Maserati rinnova la propria gamma con il debutto di Nuova Grecale, Nuova GranTurismo e Nuova GranCabrio, tre modelli che rappresentano un importante aggiornamento strategico per il marchio nell’anno del centenario del Tridente. Le novità puntano a rafforzare il posizionamento del brand nel segmento luxury attraverso una proposta che unisce design, eleganza, prestazioni, artigianalità e innovazione tecnologica, nel solco della tradizione Maserati.
«Con la nuova gamma del Tridente rafforziamo la peculiarità che da sempre ci definisce: il Gran Turismo italiano, in cui design, eleganza, prestazioni e maestria artigianale si fondono in un equilibrio di eleganza mai ostentata, ma sempre orientata alla performance», ha dichiarato Santo Ficili, Ceo di Alfa Romeo e Coo di Maserati. Ficili ha inoltre sottolineato la volontà del marchio di continuare a crescere nel segmento del lusso attraverso l’ampliamento dell’offerta e lo sviluppo delle tecnologie che meglio esprimono il carattere del brand, «dallo sviluppo di motorizzazioni iconiche come il V6 Nettuno all’evoluzione delle performance della gamma Folgore».
Il rinnovamento stilistico completa un percorso avviato dal Centro Stile Maserati con la MCXtrema, la vettura da pista che ha introdotto un nuovo linguaggio formale caratterizzato da frontali più orizzontali, netti e aggressivi. Un’impostazione successivamente sviluppata sulla GT2 Stradale e sulla MCPURA e oggi applicata alle nuove GranTurismo, GranCabrio e Grecale.
Le nuove GranTurismo e GranCabrio si presentano con un design aggiornato, interni ulteriormente raffinati e contenuti tecnici evoluti. Al centro dell’offerta rimane il motore V6 Nettuno 3.0 biturbo, disponibile fino a 590 CV nella versione Trofeo, capace di spingere la GranTurismo oltre i 320 km/h. Il propulsore sfrutta la tecnologia di combustione a precamera derivata dal motorsport e condivisa con la MCPURA, confermando il trasferimento tecnologico tra competizioni e produzione stradale. Tutta la gamma dispone di serie della trazione integrale e delle sospensioni pneumatiche regolabili, soluzioni che consentono di coniugare comfort e dinamica di guida. Le due granturismo mantengono inoltre quattro veri posti, una caratteristica distintiva che permette di unire sportività e praticità nell’utilizzo quotidiano. Le nuove GranTurismo e GranCabrio sono disponibili in tre configurazioni. Le versioni da 490 CV privilegiano comfort ed eleganza, mentre le Trofeo da 590 CV esaltano il carattere sportivo grazie a scarico dedicato, assetto specifico e dettagli in fibra di carbonio. Al vertice si collocano le varianti Folgore, dotate di una tecnologia elettrica a 800 Volt con tre motori, oltre 1.200 CV installati e 760 CV disponibili alle ruote. La GranTurismo Folgore raggiunge i 325 km/h, mentre la GranCabrio Folgore, prima cabriolet completamente elettrica del segmento, arriva a 290 km/h. Importanti anche gli interventi sul piano aerodinamico e stilistico. Il frontale è stato completamente riprogettato con nuove prese d’aria, air curtain e splitter ottimizzati per incrementare l’efficienza aerodinamica e la deportanza. All’interno debuttano un nuovo volante ispirato al mondo delle corse, un Maserati Digital Clock ridisegnato, un’interfaccia grafica aggiornata e un sistema di monitoraggio che rileva distrazione e affaticamento del conducente. Ampio spazio viene dedicato alla personalizzazione attraverso il programma BOTTEGAFUORISERIE, che introduce nuove colorazioni esterne, finiture dedicate e inedite combinazioni per gli interni. Per la prima volta, anche la capote della GranCabrio può essere completamente personalizzata nell’ambito delle configurazioni Bespoke.
Accanto alle due granturismo, la nuova Grecale rafforza il proprio ruolo all’interno della gamma Maserati. Il D-SUV luxury della Casa modenese evolve con aggiornamenti estetici e tecnici che ne accentuano il carattere sportivo senza rinunciare a comfort e versatilità. Il nuovo frontale presenta una fascia più marcata e ribassata che accentua la percezione di larghezza, mentre paraurti e griglie ridisegnati migliorano l’efficienza aerodinamica. L’abitacolo viene aggiornato con un nuovo volante, un orologio digitale rivisitato e un selettore PRND con tecnologia aptica. Materiali autentici come pelle, legno e fibra di carbonio contribuiscono a elevare la qualità percepita, mentre il sistema MIA con display Ultra HD da 12,3 pollici, l’head-up display e l’impianto audio Sonus faber completano una dotazione tecnologica di alto livello.
Tra le principali novità tecniche figura il debutto del V6 Nettuno da 390 CV, disponibile nelle versioni Grecale V6 e Modena V6. Al vertice resta la Trofeo V6 da 530 CV, che accelera da 0 a 100 km/h in 3,8 secondi e raggiunge i 285 km/h. La Grecale Folgore conferma invece la proposta elettrica del modello, migliorando ulteriormente autonomia ed efficienza grazie a interventi aerodinamici e a nuovi algoritmi di gestione energetica. Le tre novità sono sviluppate e prodotte in Italia, tra Modena e Cassino, a testimonianza del forte legame tra Maserati e il territorio nazionale. Il lancio assume inoltre un valore simbolico nell’anno in cui il marchio celebra sia il centenario del Tridente sia il centenario della prima vittoria sportiva ottenuta da Alfieri Maserati alla Targa Florio del 1926, ribadendo il legame storico tra le vetture da competizione e quelle stradali.
Particolare attenzione è stata dedicata anche alla sostenibilità. Gli interni in pelle provengono da fornitori certificati secondo gli standard del Leather Working Group, di cui Maserati è membro attivo, confermando l’impegno verso una visione sempre più responsabile del lusso. Contestualmente al lancio debutta anche il nuovo Web Configurator Maserati, una piattaforma fotorealistica che consente ai clienti di visualizzare in tempo reale la propria vettura in ambientazioni tridimensionali immersive. Il nuovo strumento rappresenta un ulteriore passo nell’evoluzione del customer journey del marchio, integrando in un’unica esperienza showroom fisico e ambiente digitale con una qualità visiva di livello cinematografico.
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