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2018-07-08
L’urlo del Papa: «Non può esistere un Medio Oriente senza cristiani»
Ansa
Papa Francesco è sempre stato convinto che la pace in Medio Oriente, con al centro la questione della Siria, si possa risolvere solo con una trattativa, senza deposizione di regimi. Ciò che lo guida è la necessità di porre fine al massacro di civili e alla persecuzione dei cristiani. Lo aveva scritto nella famosa lettera inviata a Vladimir Putin nel 2013, con la quale contribuì a scongiurare l'escalation militare in Siria voluta dall'allora presidente Usa, Barak Obama, insieme a Francia e Inghilterra. E lo ha ribadito ieri mattina a Bari sul lungomare, dove ha detto che «un Medio Oriente senza cristiani non sarebbe Medio Oriente». Contro i «troppi interessi di parte» che impediscono una soluzione ai conflitti il Papa non è tenero. Dopo l'incontro a porte chiuse nella basilica di San Nicola con gli altri capi della chiese cristiane in Medio Oriente (cattolici, ortodossi e protestanti), Francesco ha pronunciato il suo «basta». «Basta ai tornaconti di pochi sulla pelle di molti! Basta alle occupazioni di terre che lacerano i popoli! Basta al prevalere delle verità di parte sulle speranze della gente! Basta usare il Medio Oriente per profitti estranei al Medio Oriente!». E ancora: «Basta alla sete di guadagno, che non guarda in faccia a nessuno pur di accaparrare giacimenti di gas e combustibili, senza ritegno per la casa comune e senza scrupoli sul fatto che il mercato dell'energia detti la legge della convivenza tra i popoli!». La persecuzione contro le minoranze, e contro la minoranza cristiana in particolare, è un ritornello che risuona in tutta la regione mediorientale, dove la furia islamista nelle sua varie sigle ha provocato una vera e propria mattanza.
In Siria i cristiani da circa 2 milioni sono rimasti poco più di un milione, in Iraq si parla ormai solo di 200.000 cristiani contro il milione e mezzo di solo venticinque anni fa. «Si tutelino tutte le presenze, non solo quelle maggioritarie», ha detto ieri Francesco. «Si spalanchi anche in Medio Oriente la strada verso il diritto alla comune cittadinanza, strada per un rinnovato avvenire. Anche i cristiani siano cittadini a pieno titolo, con uguali diritti».
La voce dei vescovi cristiani in Medio Oriente è sempre stata molto chiara: l'Occidente deve fare un esame di coscienza per come ha gestito la situazione prima in Iraq e poi in Siria, se davvero vuole la pace per questi popoli. In quelle terre, ha detto ieri Francesco, «ci sono le radici delle nostre stesse anime», ma ora su di esse è scesa «una fitta coltre di tenebre: guerra, violenza e distruzione, occupazioni e forme di fondamentalismo, migrazioni forzate e abbandono, il tutto nel silenzio di tanti e con la complicità di molti». «Tanti conflitti», ha detto il Papa dopo l'incontro a porte chiuse, «sono stati fomentati anche da forme di fondamentalismo e di fanatismo che, travestite di pretesti religiosi, hanno in realtà bestemmiato il nome di Dio, che è pace, e perseguitato il fratello che da sempre vive accanto. Ma la violenza è sempre alimentata dalle armi».
Il problema è proprio quello di capire chi ha fornito e pagato queste armi ai vari gruppi e per cosa, in un intreccio internazionale che da una parte vede coinvolto lo stesso mondo islamico nelle sue varie realtà, le potenze sunnite (Arabia Saudita, Qatar e Turchia) da una parte, e dall'altra l'Iran, la Siria e gli sciiti dell'Iraq e di Hezbollah. Poi il Papa sa molto bene che proprio in Siria c'è una faglia geopolitica che coinvolge le grandi potenze internazionali, Usa e Russia su tutti, e non ultimo Israele. In questo intreccio di interessi contrapposti si muovono l'Isis e tutte le altre sigle di fondamentalisti islamici che spesso vengono utilizzate come pedine sullo scacchiere. Per questo i vescovi cristiani in Siria non hanno mai voluto sentir parlare di ribelli moderati, ma hanno sempre difeso una convivenza civile basata sul pluralismo, cosa che Bashar Al Assad in qualche modo garantiva, mentre i cosiddetti ribelli no.
Il metropolita della chiesa ortodossa russa Hilarion, presente ieri a Bari, in una intervista che ha preceduto la sua partecipazione alla giornata ecumenica, lo ha detto in modo fin troppo chiaro: «La situazione che si è creata in Medio Oriente è la diretta conseguenza della politica dell'Occidente in quell'area, caratterizzata da un'ingerenza sprovveduta e non richiesta». Forse la sua è una voce un po' di parte, ma rispecchia quelle di tanti altri leader religiosi cristiani di quelle terre, che attribuiscono proprio all'Europa e all'Occidente una certa complicità nel fomentare le cosiddette rivoluzioni in Medio Oriente.
«Preghiamo uniti, per invocare dal Signore del cielo quella pace che i potenti in terra non sono ancora riusciti a trovare», ha detto ieri mattina Francesco davanti agli altri pastori, tra cui il patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo, quello di Alessandria, Teodoro II, il papa copto Tawadros, e i patriarchi orientali cattolici, tra cui quello di Gerusalemme, Pierbattista Pizzaballa, e i cardinali Béchara Rai (Libano) e Luis Raphael I Sako (Iraq).
Lorenzo Bertocchi
Un’indagine riscrive la storia: «A Douma nessuna traccia di attacchi con gas nervino»
In una guerra, come quella siriana, in cui si combatte con la propaganda tanto quanto attraverso gli eserciti, era lecito nutrire dubbi sulla veridicità degli attacchi chimici che si riteneva fossero stati ordinati da Bashar al-Assad.
Specialmente nel caso del bombardamento di Douma, la città a est di Damasco che, stando alle accuse della coalizione e dei media occidentali, era stata colpita, nella notte tra il 5 e il 6 aprile scorsi, dalle bombe «sporche» del rais. Alla fine, il report diffuso venerdì dall'Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche ha confermato quel che già era ragionevole sospettare: ovvero, che nei siti analizzati non c'è alcuna traccia di agenti nervini. In due delle aree poste sotto sequestro, insieme a residui di materiale esplosivo, sono state rinvenute sostanze contenenti clorina, ma l'Opac ha dichiarato che «è ancora in corso il lavoro del team» inviato sul posto «per stabilire la rilevanza di questi risultati». Non è affatto scontato, insomma, che questi agenti chimici rappresentino la prova di qualche ordigno proibito sganciato dall'aviazione siriana.
Il comunicato dell'Organizzazione con sede all'Aia aggiunge che non è possibile neppure «determinare con certezza se una sostanza chimica specifica sia stata usata negli incidenti che hanno avuto luogo» nel 2016 nel distretto di Al Hamadaniya e a Karm Al Tarrab. Il bombardamento di Douma aveva indignato la comunità internazionale, unanimemente incline a puntare il dito contro Assad. Il presidente americano Donald Trump, in un tweet, lo definì un «animale». Emmanuel Macron sostenne di «avere le prove» dell'utilizzo di armi chimiche da parte del dittatore di Damasco. Maja Kocijancic, la portavoce dall'Alto responsabile della politica estera europea Federica Mogherini, spiegò che «tutte le notizie e tutte le indicazioni» portavano a concludere che il rais fosse responsabile di «crimini di guerra e di un crimine contro l'umanità».
Nella notte tra il 13 e il 14 aprile, era infine arrivato il raid di Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia su alcuni siti militari di Homs. Una ritorsione che tutto sommato, forse per la volontà di Trump di accontentare i falchi dell'amministrazione senza giungere allo scontro aperto con la Russia, rimase abbastanza contenuta.
Per la verità, nei giorni successivi ai fatti di Douma avevano preso a circolare voci di dissenso rispetto alla versione ufficiale. Intanto, era sembrato strano che Assad, ormai vicino alla vittoria, rischiasse di innescare una reazione della coalizione a guida americana. In un primo momento persino il Pentagono aveva tenuto un atteggiamento prudente, precisando di non essere immediatamente in grado di valutare se l'attacco con armi chimiche fosse opera di Assad o di gruppi terroristici . Dubbi erano stati espressi pure dal vescovo di Aleppo, monsignor Antoine Audo, secondo il quale quello dei bombardamenti sporchi era un «pretesto» per rovesciare il regime (che peraltro aveva sempre assicurato una certa protezione ai cristiani), più o meno come era accaduto in Iraq con le fantomatiche armi di distruzione di massa di Saddam Hussein.
Ad alimentare le perplessità c'era il ruolo nella denuncia del presunto attacco chimico svolto dai soliti Caschi bianchi. L'organizzazione si è autoaccreditata come una sorta di «protezione civile», ma intrattiene rapporti ambigui con gli islamisti di Al Nusra, in lotta contro il regime di Damasco. Gli «White helmets» sono stati pizzicati a inscenare salvataggi di persone ferite, i cui filmati venivano ovviamente consegnati alla stampa occidentale. E c'è chi ritiene che avessero ordito una montatura persino quando diffusero l'immagine di un bimbo di Aleppo dal volto coperto di sangue e polvere, con l'espressione sconvolta, prontamente soccorso dai volontari e messo a sedere su una panchina arancione. Quella foto divenne uno dei simboli delle atrocità attribuite ad Assad, ma tempo dopo il padre del ragazzino ammise di non esser sicuro se il crollo del suo palazzo fosse stato causato da un raid aereo o da un colpo di mortaio dei ribelli. Costui rivelò le pressioni subite dagli oppositori del regime per attribuire tutte le colpe al rais: «Mi hanno offerto soldi, lavoro e anche un lasciapassare per andare via», aveva raccontato l'uomo a un cronista siriano, il quale tuttavia declinò la proposta: «I miei figli hanno diritto di vivere in questo Paese».
Al seguito dei Caschi bianchi, inoltre, si era espresso il sedicente Osservatorio siriano per i diritti umani, un ente d'informazione che ha sede a Londra e risponde a un unico individuo, il siriano Rami Abdulrahman, nemico di Assad che per sua stessa ammissione non visita il Paese natale da oltre quindici anni.
Le parziali conclusioni dell'indagine aperta mesi fa dall'Opac scontenteranno gli intellò nostrani, che non si erano lasciati sfuggire l'occasione per esibire la loro profonda coscienza civile. Capofila degli indignados, manco a dirlo, era stato Roberto Saviano, dal quale era partito l'invito a scrittori, registi, nani e ballerine progressisti a «coprirsi la bocca e il naso contro l'uso dei gas in Siria». Basta scorrere l'elenco dei vip che avevano risposto all'appello per farsi un'idea del loro grado di competenza in materia di conflitto siriano: il romanziere Fabio Volo, lo showman Edoardo Leo, la conduttrice televisiva e modella Michelle Hunzicker. Personaggi forse più preoccupati di scucire qualche «like» su Instagram che delle sorti dei civili in Siria.
Alessandro Rico
Nel Canada progressista di Trudeau l’eutanasia sta sfuggendo di mano
«I numeri cresceranno, ne sono certa». Quanto disse la dottoressa Ellen Wiebe, di Vancouver, a pochi mesi dalla legalizzazione dell'eutanasia in Canada, risalente al giugno 2016, aveva il sapore di una profezia sinistra, a metà tra il monito e la minaccia.
Eppure oggi, a distanza di oltre un anno e mezzo, tocca darle ragione registrando come la somiglianza tra la legislazione canadese e quelle di Olanda e Belgio, dove la «dolce morte» è di anno in anno più richiesta e praticata, abbia sortito i suoi effetti. Soprattutto, appunto, per quanto riguarda l'aumento del numero dei casi di eutanasia.
A certificarlo, le dodici pagine dell'ultimo rapporto medico sull'assistenza alla morte, diffuso alcuni giorni fa, che tracciano uno scenario inquietante, con le morti on demand lievitate dalle 1.179 dei primi sei mesi del 2017 alle 1.575 del secondo semestre. Un'impennata del 30% ancora più spaventosa se raffrontata coi dati del secondo semestre del 2016, quando i casi furono 803, circa la metà. Difficile, insomma, non condividere le preoccupazioni di chi, per il Canada, parla di eutanasia completamente fuori controllo. Tanto più che, oltre all'aumento dei decessi, vi sono anche altri riscontri allarmanti.
Nel Québec, per esempio, un rapporto governativo ha rilevato come il 37% delle relazioni mediche sui casi di «dolce morte» presenti delle lacune e come vi siano stati almeno tre casi in cui le regole sono state violate, con due persone eliminate anche se non presentavano alcuna «malattia grave e incurabile», come invece prevedrebbe la legge, e una che non era affatto in una condizione di «fine vita». Al di là di violazioni così palesi, dei decessi assistiti del Québec il 14%, secondo alcune stime, non sarebbe comunque avvenuto a norma di legge.
Il meccanismo della slippery slope, la «china scivolosa» secondo cui una volta introdotto un fenomeno esso è destinato ad un'esiziale espansione, in Canada trova dunque una clamorosa conferma. «Tutto questo succede perché l'eutanasia viene promossa», ha dichiarato Alex Schadenberg dell'Euthanasia prevention coalition, commentando la situazione canadese, «con la “dolce morte" ormai concepita e offerta alla stregua di un servizio da proporre a tutti coloro che si trovano in una determinata condizione». In effetti, le pressioni sugli stessi medici affinché pratichino l'eutanasia sembra non manchino.
Inoltre alcuni, come se non bastasse, evidenziano come tutto questo sia una manna per il sistema sanitario canadese. A questo proposito, uno studio di Aaron J. Trachtenberg e Braden Manns, pubblicato lo scorso sul Canadian medical association journal, basandosi su stime realizzate nei Paesi Bassi, ha quantificato in una forbice oscillante tra i 35 e i quasi 139 milioni di dollari l'anno i risparmi che la «dolce morte» può assicurare alle finanze pubbliche. Da parte loro, Trachtenberg e Manns hanno tenuto a sottolineare di non voler alcun modo incoraggiare la gente a morire, e ci mancherebbe altro, ma è ovvio che laddove la vita di alcuni cittadini, rei solo di non essere abbastanza sani o abbastanza giovani, inizia ad essere rubricata alla voce «costi evitabili», essi siano indotti a togliere il disturbo.
C'è inoltre da considerare come, nonostante la pratica sia legale e come si è visto in virale diffusione, gli stessi promotori canadesi dell'eutanasia non sappiano darsi pace e proseguano con ostinazione degna di miglior causa la loro opera mortifera. È per esempio di pochi mesi fa la notizia dell'intenzione dei sostenitori del diritto di morire - confermata dalle parole di Shanaaz Gokool di «Dying with dignity Canada» - di aprire a Toronto una clinica appositamente per l'eutanasia, iniziativa per la quale sono stati peraltro richiesti fondi al ministero della Salute. «È un progetto unico nel suo genere», ha spiegato entusiasta la Gokool al Globe and Mail, «utilissimo per tutti coloro che, per qualsiasi ragione, non vorranno morire a casa ma in uno spazio sicuro, circondati da parenti ed amici nel momento della morte assistita». «In questo modo», ha sottolineato il bioeticista Thomas Foreman, dando manforte all'idea della clinica pro morte, «si risolverebbero i problemi di sovraffollamento di diversi ospedali canadesi». Ora, non occorrono facoltà divinatorie per comprendere come in un clima così, coi necrofili scatenati e l'eutanasia elevata a nuova frontiera della spending review, nel Paese di Justin Trudeau, il golden boy del progressismo globale, le richieste di morte aumenteranno ancora. Ci sarebbe casomai da stupirsi del contrario.
Giuliano Guzzo
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Ieri, a Bari, Francesco ha incontrato i patriarchi di tutte le Chiese della tormentata regione Nell'appello contro le persecuzioni religiose anche un invito affinché l'Occidente faccia autocritica.Un report diffuso venerdì dall'Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche contraddice la versione che causò il raid di Donald Trump e Emmanuel Macron e una campagna social.In Canada i ricorsi alla cosiddetta «dolce morte» sono raddoppiati nell'arco di un anno. Intanto i criteri per somministrarla diventano sempre più «elastici» e gli esperti calcolano i risparmi ottenuti.Lo speciale contiene tre articoliPapa Francesco è sempre stato convinto che la pace in Medio Oriente, con al centro la questione della Siria, si possa risolvere solo con una trattativa, senza deposizione di regimi. Ciò che lo guida è la necessità di porre fine al massacro di civili e alla persecuzione dei cristiani. Lo aveva scritto nella famosa lettera inviata a Vladimir Putin nel 2013, con la quale contribuì a scongiurare l'escalation militare in Siria voluta dall'allora presidente Usa, Barak Obama, insieme a Francia e Inghilterra. E lo ha ribadito ieri mattina a Bari sul lungomare, dove ha detto che «un Medio Oriente senza cristiani non sarebbe Medio Oriente». Contro i «troppi interessi di parte» che impediscono una soluzione ai conflitti il Papa non è tenero. Dopo l'incontro a porte chiuse nella basilica di San Nicola con gli altri capi della chiese cristiane in Medio Oriente (cattolici, ortodossi e protestanti), Francesco ha pronunciato il suo «basta». «Basta ai tornaconti di pochi sulla pelle di molti! Basta alle occupazioni di terre che lacerano i popoli! Basta al prevalere delle verità di parte sulle speranze della gente! Basta usare il Medio Oriente per profitti estranei al Medio Oriente!». E ancora: «Basta alla sete di guadagno, che non guarda in faccia a nessuno pur di accaparrare giacimenti di gas e combustibili, senza ritegno per la casa comune e senza scrupoli sul fatto che il mercato dell'energia detti la legge della convivenza tra i popoli!». La persecuzione contro le minoranze, e contro la minoranza cristiana in particolare, è un ritornello che risuona in tutta la regione mediorientale, dove la furia islamista nelle sua varie sigle ha provocato una vera e propria mattanza. In Siria i cristiani da circa 2 milioni sono rimasti poco più di un milione, in Iraq si parla ormai solo di 200.000 cristiani contro il milione e mezzo di solo venticinque anni fa. «Si tutelino tutte le presenze, non solo quelle maggioritarie», ha detto ieri Francesco. «Si spalanchi anche in Medio Oriente la strada verso il diritto alla comune cittadinanza, strada per un rinnovato avvenire. Anche i cristiani siano cittadini a pieno titolo, con uguali diritti».La voce dei vescovi cristiani in Medio Oriente è sempre stata molto chiara: l'Occidente deve fare un esame di coscienza per come ha gestito la situazione prima in Iraq e poi in Siria, se davvero vuole la pace per questi popoli. In quelle terre, ha detto ieri Francesco, «ci sono le radici delle nostre stesse anime», ma ora su di esse è scesa «una fitta coltre di tenebre: guerra, violenza e distruzione, occupazioni e forme di fondamentalismo, migrazioni forzate e abbandono, il tutto nel silenzio di tanti e con la complicità di molti». «Tanti conflitti», ha detto il Papa dopo l'incontro a porte chiuse, «sono stati fomentati anche da forme di fondamentalismo e di fanatismo che, travestite di pretesti religiosi, hanno in realtà bestemmiato il nome di Dio, che è pace, e perseguitato il fratello che da sempre vive accanto. Ma la violenza è sempre alimentata dalle armi». Il problema è proprio quello di capire chi ha fornito e pagato queste armi ai vari gruppi e per cosa, in un intreccio internazionale che da una parte vede coinvolto lo stesso mondo islamico nelle sue varie realtà, le potenze sunnite (Arabia Saudita, Qatar e Turchia) da una parte, e dall'altra l'Iran, la Siria e gli sciiti dell'Iraq e di Hezbollah. Poi il Papa sa molto bene che proprio in Siria c'è una faglia geopolitica che coinvolge le grandi potenze internazionali, Usa e Russia su tutti, e non ultimo Israele. In questo intreccio di interessi contrapposti si muovono l'Isis e tutte le altre sigle di fondamentalisti islamici che spesso vengono utilizzate come pedine sullo scacchiere. Per questo i vescovi cristiani in Siria non hanno mai voluto sentir parlare di ribelli moderati, ma hanno sempre difeso una convivenza civile basata sul pluralismo, cosa che Bashar Al Assad in qualche modo garantiva, mentre i cosiddetti ribelli no.Il metropolita della chiesa ortodossa russa Hilarion, presente ieri a Bari, in una intervista che ha preceduto la sua partecipazione alla giornata ecumenica, lo ha detto in modo fin troppo chiaro: «La situazione che si è creata in Medio Oriente è la diretta conseguenza della politica dell'Occidente in quell'area, caratterizzata da un'ingerenza sprovveduta e non richiesta». Forse la sua è una voce un po' di parte, ma rispecchia quelle di tanti altri leader religiosi cristiani di quelle terre, che attribuiscono proprio all'Europa e all'Occidente una certa complicità nel fomentare le cosiddette rivoluzioni in Medio Oriente.«Preghiamo uniti, per invocare dal Signore del cielo quella pace che i potenti in terra non sono ancora riusciti a trovare», ha detto ieri mattina Francesco davanti agli altri pastori, tra cui il patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo, quello di Alessandria, Teodoro II, il papa copto Tawadros, e i patriarchi orientali cattolici, tra cui quello di Gerusalemme, Pierbattista Pizzaballa, e i cardinali Béchara Rai (Libano) e Luis Raphael I Sako (Iraq).Lorenzo Bertocchi<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lurlo-del-papa-non-puo-esistere-un-medio-oriente-senza-cristiani-2584615211.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="unindagine-riscrive-la-storia-a-douma-nessuna-traccia-di-attacchi-con-gas-nervino" data-post-id="2584615211" data-published-at="1781724967" data-use-pagination="False"> Un’indagine riscrive la storia: «A Douma nessuna traccia di attacchi con gas nervino» In una guerra, come quella siriana, in cui si combatte con la propaganda tanto quanto attraverso gli eserciti, era lecito nutrire dubbi sulla veridicità degli attacchi chimici che si riteneva fossero stati ordinati da Bashar al-Assad. Specialmente nel caso del bombardamento di Douma, la città a est di Damasco che, stando alle accuse della coalizione e dei media occidentali, era stata colpita, nella notte tra il 5 e il 6 aprile scorsi, dalle bombe «sporche» del rais. Alla fine, il report diffuso venerdì dall'Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche ha confermato quel che già era ragionevole sospettare: ovvero, che nei siti analizzati non c'è alcuna traccia di agenti nervini. In due delle aree poste sotto sequestro, insieme a residui di materiale esplosivo, sono state rinvenute sostanze contenenti clorina, ma l'Opac ha dichiarato che «è ancora in corso il lavoro del team» inviato sul posto «per stabilire la rilevanza di questi risultati». Non è affatto scontato, insomma, che questi agenti chimici rappresentino la prova di qualche ordigno proibito sganciato dall'aviazione siriana. Il comunicato dell'Organizzazione con sede all'Aia aggiunge che non è possibile neppure «determinare con certezza se una sostanza chimica specifica sia stata usata negli incidenti che hanno avuto luogo» nel 2016 nel distretto di Al Hamadaniya e a Karm Al Tarrab. Il bombardamento di Douma aveva indignato la comunità internazionale, unanimemente incline a puntare il dito contro Assad. Il presidente americano Donald Trump, in un tweet, lo definì un «animale». Emmanuel Macron sostenne di «avere le prove» dell'utilizzo di armi chimiche da parte del dittatore di Damasco. Maja Kocijancic, la portavoce dall'Alto responsabile della politica estera europea Federica Mogherini, spiegò che «tutte le notizie e tutte le indicazioni» portavano a concludere che il rais fosse responsabile di «crimini di guerra e di un crimine contro l'umanità». Nella notte tra il 13 e il 14 aprile, era infine arrivato il raid di Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia su alcuni siti militari di Homs. Una ritorsione che tutto sommato, forse per la volontà di Trump di accontentare i falchi dell'amministrazione senza giungere allo scontro aperto con la Russia, rimase abbastanza contenuta. Per la verità, nei giorni successivi ai fatti di Douma avevano preso a circolare voci di dissenso rispetto alla versione ufficiale. Intanto, era sembrato strano che Assad, ormai vicino alla vittoria, rischiasse di innescare una reazione della coalizione a guida americana. In un primo momento persino il Pentagono aveva tenuto un atteggiamento prudente, precisando di non essere immediatamente in grado di valutare se l'attacco con armi chimiche fosse opera di Assad o di gruppi terroristici . Dubbi erano stati espressi pure dal vescovo di Aleppo, monsignor Antoine Audo, secondo il quale quello dei bombardamenti sporchi era un «pretesto» per rovesciare il regime (che peraltro aveva sempre assicurato una certa protezione ai cristiani), più o meno come era accaduto in Iraq con le fantomatiche armi di distruzione di massa di Saddam Hussein. Ad alimentare le perplessità c'era il ruolo nella denuncia del presunto attacco chimico svolto dai soliti Caschi bianchi. L'organizzazione si è autoaccreditata come una sorta di «protezione civile», ma intrattiene rapporti ambigui con gli islamisti di Al Nusra, in lotta contro il regime di Damasco. Gli «White helmets» sono stati pizzicati a inscenare salvataggi di persone ferite, i cui filmati venivano ovviamente consegnati alla stampa occidentale. E c'è chi ritiene che avessero ordito una montatura persino quando diffusero l'immagine di un bimbo di Aleppo dal volto coperto di sangue e polvere, con l'espressione sconvolta, prontamente soccorso dai volontari e messo a sedere su una panchina arancione. Quella foto divenne uno dei simboli delle atrocità attribuite ad Assad, ma tempo dopo il padre del ragazzino ammise di non esser sicuro se il crollo del suo palazzo fosse stato causato da un raid aereo o da un colpo di mortaio dei ribelli. Costui rivelò le pressioni subite dagli oppositori del regime per attribuire tutte le colpe al rais: «Mi hanno offerto soldi, lavoro e anche un lasciapassare per andare via», aveva raccontato l'uomo a un cronista siriano, il quale tuttavia declinò la proposta: «I miei figli hanno diritto di vivere in questo Paese». Al seguito dei Caschi bianchi, inoltre, si era espresso il sedicente Osservatorio siriano per i diritti umani, un ente d'informazione che ha sede a Londra e risponde a un unico individuo, il siriano Rami Abdulrahman, nemico di Assad che per sua stessa ammissione non visita il Paese natale da oltre quindici anni. Le parziali conclusioni dell'indagine aperta mesi fa dall'Opac scontenteranno gli intellò nostrani, che non si erano lasciati sfuggire l'occasione per esibire la loro profonda coscienza civile. Capofila degli indignados, manco a dirlo, era stato Roberto Saviano, dal quale era partito l'invito a scrittori, registi, nani e ballerine progressisti a «coprirsi la bocca e il naso contro l'uso dei gas in Siria». Basta scorrere l'elenco dei vip che avevano risposto all'appello per farsi un'idea del loro grado di competenza in materia di conflitto siriano: il romanziere Fabio Volo, lo showman Edoardo Leo, la conduttrice televisiva e modella Michelle Hunzicker. Personaggi forse più preoccupati di scucire qualche «like» su Instagram che delle sorti dei civili in Siria. Alessandro Rico <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lurlo-del-papa-non-puo-esistere-un-medio-oriente-senza-cristiani-2584615211.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="nel-canada-progressista-di-trudeau-leutanasia-sta-sfuggendo-di-mano" data-post-id="2584615211" data-published-at="1781724967" data-use-pagination="False"> Nel Canada progressista di Trudeau l’eutanasia sta sfuggendo di mano «I numeri cresceranno, ne sono certa». Quanto disse la dottoressa Ellen Wiebe, di Vancouver, a pochi mesi dalla legalizzazione dell'eutanasia in Canada, risalente al giugno 2016, aveva il sapore di una profezia sinistra, a metà tra il monito e la minaccia. Eppure oggi, a distanza di oltre un anno e mezzo, tocca darle ragione registrando come la somiglianza tra la legislazione canadese e quelle di Olanda e Belgio, dove la «dolce morte» è di anno in anno più richiesta e praticata, abbia sortito i suoi effetti. Soprattutto, appunto, per quanto riguarda l'aumento del numero dei casi di eutanasia. A certificarlo, le dodici pagine dell'ultimo rapporto medico sull'assistenza alla morte, diffuso alcuni giorni fa, che tracciano uno scenario inquietante, con le morti on demand lievitate dalle 1.179 dei primi sei mesi del 2017 alle 1.575 del secondo semestre. Un'impennata del 30% ancora più spaventosa se raffrontata coi dati del secondo semestre del 2016, quando i casi furono 803, circa la metà. Difficile, insomma, non condividere le preoccupazioni di chi, per il Canada, parla di eutanasia completamente fuori controllo. Tanto più che, oltre all'aumento dei decessi, vi sono anche altri riscontri allarmanti. Nel Québec, per esempio, un rapporto governativo ha rilevato come il 37% delle relazioni mediche sui casi di «dolce morte» presenti delle lacune e come vi siano stati almeno tre casi in cui le regole sono state violate, con due persone eliminate anche se non presentavano alcuna «malattia grave e incurabile», come invece prevedrebbe la legge, e una che non era affatto in una condizione di «fine vita». Al di là di violazioni così palesi, dei decessi assistiti del Québec il 14%, secondo alcune stime, non sarebbe comunque avvenuto a norma di legge. Il meccanismo della slippery slope, la «china scivolosa» secondo cui una volta introdotto un fenomeno esso è destinato ad un'esiziale espansione, in Canada trova dunque una clamorosa conferma. «Tutto questo succede perché l'eutanasia viene promossa», ha dichiarato Alex Schadenberg dell'Euthanasia prevention coalition, commentando la situazione canadese, «con la “dolce morte" ormai concepita e offerta alla stregua di un servizio da proporre a tutti coloro che si trovano in una determinata condizione». In effetti, le pressioni sugli stessi medici affinché pratichino l'eutanasia sembra non manchino. Inoltre alcuni, come se non bastasse, evidenziano come tutto questo sia una manna per il sistema sanitario canadese. A questo proposito, uno studio di Aaron J. Trachtenberg e Braden Manns, pubblicato lo scorso sul Canadian medical association journal, basandosi su stime realizzate nei Paesi Bassi, ha quantificato in una forbice oscillante tra i 35 e i quasi 139 milioni di dollari l'anno i risparmi che la «dolce morte» può assicurare alle finanze pubbliche. Da parte loro, Trachtenberg e Manns hanno tenuto a sottolineare di non voler alcun modo incoraggiare la gente a morire, e ci mancherebbe altro, ma è ovvio che laddove la vita di alcuni cittadini, rei solo di non essere abbastanza sani o abbastanza giovani, inizia ad essere rubricata alla voce «costi evitabili», essi siano indotti a togliere il disturbo. C'è inoltre da considerare come, nonostante la pratica sia legale e come si è visto in virale diffusione, gli stessi promotori canadesi dell'eutanasia non sappiano darsi pace e proseguano con ostinazione degna di miglior causa la loro opera mortifera. È per esempio di pochi mesi fa la notizia dell'intenzione dei sostenitori del diritto di morire - confermata dalle parole di Shanaaz Gokool di «Dying with dignity Canada» - di aprire a Toronto una clinica appositamente per l'eutanasia, iniziativa per la quale sono stati peraltro richiesti fondi al ministero della Salute. «È un progetto unico nel suo genere», ha spiegato entusiasta la Gokool al Globe and Mail, «utilissimo per tutti coloro che, per qualsiasi ragione, non vorranno morire a casa ma in uno spazio sicuro, circondati da parenti ed amici nel momento della morte assistita». «In questo modo», ha sottolineato il bioeticista Thomas Foreman, dando manforte all'idea della clinica pro morte, «si risolverebbero i problemi di sovraffollamento di diversi ospedali canadesi». Ora, non occorrono facoltà divinatorie per comprendere come in un clima così, coi necrofili scatenati e l'eutanasia elevata a nuova frontiera della spending review, nel Paese di Justin Trudeau, il golden boy del progressismo globale, le richieste di morte aumenteranno ancora. Ci sarebbe casomai da stupirsi del contrario. Giuliano Guzzo
Silvia Capozza @Ecco
La manifestazione offre un’importante vetrina internazionale e rappresenta un’occasione preziosa per incontrare buyer, partner e operatori del settore provenienti da tutto il mondo. Per un marchio come Ecco è un momento fondamentale di confronto, visibilità e sviluppo delle relazioni commerciali», racconta alla Verità Silvia Capozza, general manager South Europe di Ecco, marchio globale specializzato in scarpe e accessori in pelle di alta gamma.
Ecco nasce in Danimarca nel 1963 e oggi è presente in tutto il mondo. Quali sono i valori del brand che ritiene più importanti?
«Comfort, qualità e innovazione. Sono i tre pilastri che ci accompagnano fin dalla nascita e ai quali non abbiamo mai rinunciato. L’innovazione, in particolare, è legata alla continua ricerca e sviluppo di tecnologie proprietarie, resa possibile anche dal controllo diretto della filiera produttiva».
Come lei ha sottolineato il comfort è uno degli elementi più associati al marchio. Quanto conta oggi per i consumatori rispetto all’estetica?
«Oggi i consumatori non scelgono più tra comfort e stile: vogliono entrambi. Questo si collega a un tema molto attuale, quello del quiet luxury, che noi preferiamo interpretare come quiet beauty. Le persone cercano prodotti che offrano comodità, design e innovazione allo stesso tempo. Il comfort non è più soltanto una caratteristica funzionale, ma una sensazione di benessere e libertà che permette di esprimere sé stessi senza compromessi».
Il concept della collezione è Walk Your Walk. Che significato assume oggi questo messaggio?
«È un invito a seguire il proprio percorso con autenticità. Ognuno deve poter vivere la propria individualità senza rinunciare né allo stile né al comfort. Per noi Walk Your Walk rappresenta un nuovo modo di interpretare la quotidianità: sentirsi bene in ciò che si indossa significa anche acquisire maggiore sicurezza e libertà di espressione».
Si parla anche di Return to What Matters. Quali sono oggi i valori davvero essenziali per Ecco in un mercato in continua evoluzione?
«Crediamo sia importante tornare a concentrarsi su ciò che conta davvero. In un contesto caratterizzato da cambiamenti rapidi e continui, Ecco ha sempre mantenuto una direzione coerente. Non abbiamo mai accettato compromessi sulla qualità, neppure nei momenti più complessi. Oggi il consumatore è più consapevole: acquista meno, ma sceglie meglio».
Avete recentemente reinterpretato uno dei vostri modelli iconici, la Joker. Come avete affrontato questo lavoro?
«La Joker è uno dei modelli simbolo della nostra storia. Ci piace recuperare elementi dal nostro archivio e reinterpretarli in chiave contemporanea. Negli ultimi anni abbiamo riproposto questo modello in diverse varianti, valorizzando materiali, colori e finiture differenti. È una scarpa che rappresenta perfettamente il Dna di Ecco perché combina comfort, qualità e design contemporaneo, e il riscontro del pubblico è stato molto positivo».
Le tecnologie sviluppate da Ecco rappresentano un elemento distintivo del marchio. In che modo migliorano l’esperienza di chi indossa le vostre scarpe?
«Le nostre tecnologie sono progettate per accompagnare uno stile di vita dinamico, garantendo leggerezza, traspirabilità, ammortizzazione e un migliore assorbimento degli impatti».
Designer come Natasha Ramsay-Levi, Craig Green e Natacha Aizawa hanno collaborato con il brand attraverso il progetto Ecco Kollektive. Qual è stato il loro contributo?
«Queste collaborazioni ci hanno permesso di dialogare con un pubblico particolarmente sensibile al design e alla sperimentazione creativa. Ogni designer parte dalla collezione principale Ecco e la reinterpreta attraverso il proprio linguaggio».
Le radici del marchio affondano nella lavorazione della pelle. Quanto pesa ancora questa eredità nella vostra identità?
«Moltissimo. Ecco nasce come azienda specializzata nella lavorazione della pelle e continua a possedere e gestire concerie proprie. Questa competenza rappresenta ancora oggi uno degli elementi distintivi del marchio e contribuisce a garantire elevati standard qualitativi lungo tutta la filiera».
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Pagamento? Azioni. Naturalmente. Perché il contante, nell’era della finanza quantistica, è archeologia. La preda si chiama Cursor, società che sviluppa intelligenza artificiale capace di scrivere il codice in autonomia. In sostanza un programmatore software che non chiede ferie, non sciopera e non vuole aumenti di stipendio. L’operazione, già di per sé sufficiente a scaldare i grafici, diventa però quasi secondaria rispetto allo spettacolo principale: la capitalizzazione. SpaceX è volata in zona 2,5–2,7 trilioni di dollari, con picchi che sfiorano i 3.000 miliardi. L’azienda di Musk adesso vale quanto il Pil dell’Italia. Per dare un’idea: a un certo punto ha superato Amazon e Microsoft. Il tutto con una struttura da manuale del paradosso: 19 miliardi di ricavi e quasi 5 di perdite, contro i 717 miliardi di fatturato e 78 di utili di Amazon. Ma Wall Street ormai è una narrazione collettiva con pricing dinamico. Elon Musk consolida la sua narrazione di primo trilionario al mondo. Non perché abbia trovato oro su Marte o monetizzato l’aria rarefatta dello spazio, ma perché il mercato ha deciso che la sua equazione personale vale più della somma di molti sistemi economici terrestri. Nel frattempo, un dettaglio tecnico passa quasi inosservato, come sempre accade con le cose che poi diventano fondamentali: sul mercato circola appena il 4% delle azioni. Il resto è vincolato, trattenuto, congelato in accordi e regolamenti. Vuol dire che il prezzo lo fanno pochissimi scambi, ma su quei pochi scambi si costruiscono montagne di trilioni. Una leva perfetta. O pericolosa. Dipende dal punto di osservazione. E così accade l’altra magia: più il titolo sale, meno azioni servono per pagare Cursor. Più il titolo sale, più l’acquisizione da 60 miliardi diventa “economica”. Il mercato si abitua a tutto con la velocità con cui un social network dimentica una notizia: SpaceX diventa valuta. Non solo società, ma moneta. Una moneta che non stampa la banca centrale, ma la fiducia. E mentre qualcuno ancora si chiede se sia sostenibile, Wall Street decide che la domanda è mal posta. Al terzo giorno di contrattazioni, SpaceX continua a correre, passando da 135 a 214 dollari. Per un attimo diventa la quarta società al mondo per capitalizzazione, dietro solo a Nvidia, Alphabet e Apple. Poi ritraccia, perché anche le vertigini hanno bisogno di pause. Come se non bastasse, si apre anche il fronte dei derivati: partono le contrattazioni delle opzioni al Cboe Global Markets e al Nasdaq. Insomma si inizia a scommettere non solo sul futuro dell’azienda, ma sul futuro delle scommesse sul futuro dell’azienda. Una specie di matrioska finanziaria dove l’ultimo strato non è mai l’ultimo.
Nel mezzo di questo spettacolo orbitale, il pezzo industriale viene quasi schiacciato dalla narrativa. Cursor entra come tassello strategico: servirebbe ad ampliare le capacità di Grok nello sviluppo software. L’intelligenza artificiale che scrive codice per un’altra intelligenza artificiale che già scrive codice. Un dialogo tra automi che, per ora, non chiede ancora la pensione. Almeno per ora. E poi ci sono loro, gli altri due poli del nuovo triangolo tecnologico.
OpenAI chiude il 2025 con 13 miliardi di ricavi e una perdita da 38,5 miliardi. Un rosso che, in qualunque altro settore, verrebbe definito emergenza industriale; nell’intelligenza artificiale viene archiviato come «fase di investimento strategico». L’emorragia è impressionante: due miliardi di dollari al mese, ChatGPT come motore principale, progetti secondari come Sora ridimensionati per concentrare fuoco e capitale. Valutazione: 730 miliardi. Obiettivo dichiarato: mille miliardi. Perché ormai anche i numeri hanno un piano industriale. E dietro, come ombra competitiva ma speculare, Anthropic si muove nello stesso perimetro: collocamento riservato, capitali in arrivo, corsa alla scala globale dell’intelligenza artificiale. Non è più una gara tra aziende, ma tra ecosistemi cognitivi.
Alla fine resta una sensazione semplice, quasi banale: la Borsa non sta più prezzando aziende. Sta prezzando un futuro per il momento solo frutto di immaginazione e speranza. E mentre qualcuno ancora cerca il confine tra economia reale e finanza narrativa, il mercato ha già deciso che quel confine non serve più.
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Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
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Ecco #DimmiLaVerità del 17 giugno 2026. Il deputato della Lega Andrea de Bertoldi, presidente dei Liberali Cristiano Democratici, illustra la sua proposta di legge per i professionisti.