True
2018-07-08
L’urlo del Papa: «Non può esistere un Medio Oriente senza cristiani»
Ansa
Papa Francesco è sempre stato convinto che la pace in Medio Oriente, con al centro la questione della Siria, si possa risolvere solo con una trattativa, senza deposizione di regimi. Ciò che lo guida è la necessità di porre fine al massacro di civili e alla persecuzione dei cristiani. Lo aveva scritto nella famosa lettera inviata a Vladimir Putin nel 2013, con la quale contribuì a scongiurare l'escalation militare in Siria voluta dall'allora presidente Usa, Barak Obama, insieme a Francia e Inghilterra. E lo ha ribadito ieri mattina a Bari sul lungomare, dove ha detto che «un Medio Oriente senza cristiani non sarebbe Medio Oriente». Contro i «troppi interessi di parte» che impediscono una soluzione ai conflitti il Papa non è tenero. Dopo l'incontro a porte chiuse nella basilica di San Nicola con gli altri capi della chiese cristiane in Medio Oriente (cattolici, ortodossi e protestanti), Francesco ha pronunciato il suo «basta». «Basta ai tornaconti di pochi sulla pelle di molti! Basta alle occupazioni di terre che lacerano i popoli! Basta al prevalere delle verità di parte sulle speranze della gente! Basta usare il Medio Oriente per profitti estranei al Medio Oriente!». E ancora: «Basta alla sete di guadagno, che non guarda in faccia a nessuno pur di accaparrare giacimenti di gas e combustibili, senza ritegno per la casa comune e senza scrupoli sul fatto che il mercato dell'energia detti la legge della convivenza tra i popoli!». La persecuzione contro le minoranze, e contro la minoranza cristiana in particolare, è un ritornello che risuona in tutta la regione mediorientale, dove la furia islamista nelle sua varie sigle ha provocato una vera e propria mattanza.
In Siria i cristiani da circa 2 milioni sono rimasti poco più di un milione, in Iraq si parla ormai solo di 200.000 cristiani contro il milione e mezzo di solo venticinque anni fa. «Si tutelino tutte le presenze, non solo quelle maggioritarie», ha detto ieri Francesco. «Si spalanchi anche in Medio Oriente la strada verso il diritto alla comune cittadinanza, strada per un rinnovato avvenire. Anche i cristiani siano cittadini a pieno titolo, con uguali diritti».
La voce dei vescovi cristiani in Medio Oriente è sempre stata molto chiara: l'Occidente deve fare un esame di coscienza per come ha gestito la situazione prima in Iraq e poi in Siria, se davvero vuole la pace per questi popoli. In quelle terre, ha detto ieri Francesco, «ci sono le radici delle nostre stesse anime», ma ora su di esse è scesa «una fitta coltre di tenebre: guerra, violenza e distruzione, occupazioni e forme di fondamentalismo, migrazioni forzate e abbandono, il tutto nel silenzio di tanti e con la complicità di molti». «Tanti conflitti», ha detto il Papa dopo l'incontro a porte chiuse, «sono stati fomentati anche da forme di fondamentalismo e di fanatismo che, travestite di pretesti religiosi, hanno in realtà bestemmiato il nome di Dio, che è pace, e perseguitato il fratello che da sempre vive accanto. Ma la violenza è sempre alimentata dalle armi».
Il problema è proprio quello di capire chi ha fornito e pagato queste armi ai vari gruppi e per cosa, in un intreccio internazionale che da una parte vede coinvolto lo stesso mondo islamico nelle sue varie realtà, le potenze sunnite (Arabia Saudita, Qatar e Turchia) da una parte, e dall'altra l'Iran, la Siria e gli sciiti dell'Iraq e di Hezbollah. Poi il Papa sa molto bene che proprio in Siria c'è una faglia geopolitica che coinvolge le grandi potenze internazionali, Usa e Russia su tutti, e non ultimo Israele. In questo intreccio di interessi contrapposti si muovono l'Isis e tutte le altre sigle di fondamentalisti islamici che spesso vengono utilizzate come pedine sullo scacchiere. Per questo i vescovi cristiani in Siria non hanno mai voluto sentir parlare di ribelli moderati, ma hanno sempre difeso una convivenza civile basata sul pluralismo, cosa che Bashar Al Assad in qualche modo garantiva, mentre i cosiddetti ribelli no.
Il metropolita della chiesa ortodossa russa Hilarion, presente ieri a Bari, in una intervista che ha preceduto la sua partecipazione alla giornata ecumenica, lo ha detto in modo fin troppo chiaro: «La situazione che si è creata in Medio Oriente è la diretta conseguenza della politica dell'Occidente in quell'area, caratterizzata da un'ingerenza sprovveduta e non richiesta». Forse la sua è una voce un po' di parte, ma rispecchia quelle di tanti altri leader religiosi cristiani di quelle terre, che attribuiscono proprio all'Europa e all'Occidente una certa complicità nel fomentare le cosiddette rivoluzioni in Medio Oriente.
«Preghiamo uniti, per invocare dal Signore del cielo quella pace che i potenti in terra non sono ancora riusciti a trovare», ha detto ieri mattina Francesco davanti agli altri pastori, tra cui il patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo, quello di Alessandria, Teodoro II, il papa copto Tawadros, e i patriarchi orientali cattolici, tra cui quello di Gerusalemme, Pierbattista Pizzaballa, e i cardinali Béchara Rai (Libano) e Luis Raphael I Sako (Iraq).
Lorenzo Bertocchi
Un’indagine riscrive la storia: «A Douma nessuna traccia di attacchi con gas nervino»
In una guerra, come quella siriana, in cui si combatte con la propaganda tanto quanto attraverso gli eserciti, era lecito nutrire dubbi sulla veridicità degli attacchi chimici che si riteneva fossero stati ordinati da Bashar al-Assad.
Specialmente nel caso del bombardamento di Douma, la città a est di Damasco che, stando alle accuse della coalizione e dei media occidentali, era stata colpita, nella notte tra il 5 e il 6 aprile scorsi, dalle bombe «sporche» del rais. Alla fine, il report diffuso venerdì dall'Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche ha confermato quel che già era ragionevole sospettare: ovvero, che nei siti analizzati non c'è alcuna traccia di agenti nervini. In due delle aree poste sotto sequestro, insieme a residui di materiale esplosivo, sono state rinvenute sostanze contenenti clorina, ma l'Opac ha dichiarato che «è ancora in corso il lavoro del team» inviato sul posto «per stabilire la rilevanza di questi risultati». Non è affatto scontato, insomma, che questi agenti chimici rappresentino la prova di qualche ordigno proibito sganciato dall'aviazione siriana.
Il comunicato dell'Organizzazione con sede all'Aia aggiunge che non è possibile neppure «determinare con certezza se una sostanza chimica specifica sia stata usata negli incidenti che hanno avuto luogo» nel 2016 nel distretto di Al Hamadaniya e a Karm Al Tarrab. Il bombardamento di Douma aveva indignato la comunità internazionale, unanimemente incline a puntare il dito contro Assad. Il presidente americano Donald Trump, in un tweet, lo definì un «animale». Emmanuel Macron sostenne di «avere le prove» dell'utilizzo di armi chimiche da parte del dittatore di Damasco. Maja Kocijancic, la portavoce dall'Alto responsabile della politica estera europea Federica Mogherini, spiegò che «tutte le notizie e tutte le indicazioni» portavano a concludere che il rais fosse responsabile di «crimini di guerra e di un crimine contro l'umanità».
Nella notte tra il 13 e il 14 aprile, era infine arrivato il raid di Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia su alcuni siti militari di Homs. Una ritorsione che tutto sommato, forse per la volontà di Trump di accontentare i falchi dell'amministrazione senza giungere allo scontro aperto con la Russia, rimase abbastanza contenuta.
Per la verità, nei giorni successivi ai fatti di Douma avevano preso a circolare voci di dissenso rispetto alla versione ufficiale. Intanto, era sembrato strano che Assad, ormai vicino alla vittoria, rischiasse di innescare una reazione della coalizione a guida americana. In un primo momento persino il Pentagono aveva tenuto un atteggiamento prudente, precisando di non essere immediatamente in grado di valutare se l'attacco con armi chimiche fosse opera di Assad o di gruppi terroristici . Dubbi erano stati espressi pure dal vescovo di Aleppo, monsignor Antoine Audo, secondo il quale quello dei bombardamenti sporchi era un «pretesto» per rovesciare il regime (che peraltro aveva sempre assicurato una certa protezione ai cristiani), più o meno come era accaduto in Iraq con le fantomatiche armi di distruzione di massa di Saddam Hussein.
Ad alimentare le perplessità c'era il ruolo nella denuncia del presunto attacco chimico svolto dai soliti Caschi bianchi. L'organizzazione si è autoaccreditata come una sorta di «protezione civile», ma intrattiene rapporti ambigui con gli islamisti di Al Nusra, in lotta contro il regime di Damasco. Gli «White helmets» sono stati pizzicati a inscenare salvataggi di persone ferite, i cui filmati venivano ovviamente consegnati alla stampa occidentale. E c'è chi ritiene che avessero ordito una montatura persino quando diffusero l'immagine di un bimbo di Aleppo dal volto coperto di sangue e polvere, con l'espressione sconvolta, prontamente soccorso dai volontari e messo a sedere su una panchina arancione. Quella foto divenne uno dei simboli delle atrocità attribuite ad Assad, ma tempo dopo il padre del ragazzino ammise di non esser sicuro se il crollo del suo palazzo fosse stato causato da un raid aereo o da un colpo di mortaio dei ribelli. Costui rivelò le pressioni subite dagli oppositori del regime per attribuire tutte le colpe al rais: «Mi hanno offerto soldi, lavoro e anche un lasciapassare per andare via», aveva raccontato l'uomo a un cronista siriano, il quale tuttavia declinò la proposta: «I miei figli hanno diritto di vivere in questo Paese».
Al seguito dei Caschi bianchi, inoltre, si era espresso il sedicente Osservatorio siriano per i diritti umani, un ente d'informazione che ha sede a Londra e risponde a un unico individuo, il siriano Rami Abdulrahman, nemico di Assad che per sua stessa ammissione non visita il Paese natale da oltre quindici anni.
Le parziali conclusioni dell'indagine aperta mesi fa dall'Opac scontenteranno gli intellò nostrani, che non si erano lasciati sfuggire l'occasione per esibire la loro profonda coscienza civile. Capofila degli indignados, manco a dirlo, era stato Roberto Saviano, dal quale era partito l'invito a scrittori, registi, nani e ballerine progressisti a «coprirsi la bocca e il naso contro l'uso dei gas in Siria». Basta scorrere l'elenco dei vip che avevano risposto all'appello per farsi un'idea del loro grado di competenza in materia di conflitto siriano: il romanziere Fabio Volo, lo showman Edoardo Leo, la conduttrice televisiva e modella Michelle Hunzicker. Personaggi forse più preoccupati di scucire qualche «like» su Instagram che delle sorti dei civili in Siria.
Alessandro Rico
Nel Canada progressista di Trudeau l’eutanasia sta sfuggendo di mano
«I numeri cresceranno, ne sono certa». Quanto disse la dottoressa Ellen Wiebe, di Vancouver, a pochi mesi dalla legalizzazione dell'eutanasia in Canada, risalente al giugno 2016, aveva il sapore di una profezia sinistra, a metà tra il monito e la minaccia.
Eppure oggi, a distanza di oltre un anno e mezzo, tocca darle ragione registrando come la somiglianza tra la legislazione canadese e quelle di Olanda e Belgio, dove la «dolce morte» è di anno in anno più richiesta e praticata, abbia sortito i suoi effetti. Soprattutto, appunto, per quanto riguarda l'aumento del numero dei casi di eutanasia.
A certificarlo, le dodici pagine dell'ultimo rapporto medico sull'assistenza alla morte, diffuso alcuni giorni fa, che tracciano uno scenario inquietante, con le morti on demand lievitate dalle 1.179 dei primi sei mesi del 2017 alle 1.575 del secondo semestre. Un'impennata del 30% ancora più spaventosa se raffrontata coi dati del secondo semestre del 2016, quando i casi furono 803, circa la metà. Difficile, insomma, non condividere le preoccupazioni di chi, per il Canada, parla di eutanasia completamente fuori controllo. Tanto più che, oltre all'aumento dei decessi, vi sono anche altri riscontri allarmanti.
Nel Québec, per esempio, un rapporto governativo ha rilevato come il 37% delle relazioni mediche sui casi di «dolce morte» presenti delle lacune e come vi siano stati almeno tre casi in cui le regole sono state violate, con due persone eliminate anche se non presentavano alcuna «malattia grave e incurabile», come invece prevedrebbe la legge, e una che non era affatto in una condizione di «fine vita». Al di là di violazioni così palesi, dei decessi assistiti del Québec il 14%, secondo alcune stime, non sarebbe comunque avvenuto a norma di legge.
Il meccanismo della slippery slope, la «china scivolosa» secondo cui una volta introdotto un fenomeno esso è destinato ad un'esiziale espansione, in Canada trova dunque una clamorosa conferma. «Tutto questo succede perché l'eutanasia viene promossa», ha dichiarato Alex Schadenberg dell'Euthanasia prevention coalition, commentando la situazione canadese, «con la “dolce morte" ormai concepita e offerta alla stregua di un servizio da proporre a tutti coloro che si trovano in una determinata condizione». In effetti, le pressioni sugli stessi medici affinché pratichino l'eutanasia sembra non manchino.
Inoltre alcuni, come se non bastasse, evidenziano come tutto questo sia una manna per il sistema sanitario canadese. A questo proposito, uno studio di Aaron J. Trachtenberg e Braden Manns, pubblicato lo scorso sul Canadian medical association journal, basandosi su stime realizzate nei Paesi Bassi, ha quantificato in una forbice oscillante tra i 35 e i quasi 139 milioni di dollari l'anno i risparmi che la «dolce morte» può assicurare alle finanze pubbliche. Da parte loro, Trachtenberg e Manns hanno tenuto a sottolineare di non voler alcun modo incoraggiare la gente a morire, e ci mancherebbe altro, ma è ovvio che laddove la vita di alcuni cittadini, rei solo di non essere abbastanza sani o abbastanza giovani, inizia ad essere rubricata alla voce «costi evitabili», essi siano indotti a togliere il disturbo.
C'è inoltre da considerare come, nonostante la pratica sia legale e come si è visto in virale diffusione, gli stessi promotori canadesi dell'eutanasia non sappiano darsi pace e proseguano con ostinazione degna di miglior causa la loro opera mortifera. È per esempio di pochi mesi fa la notizia dell'intenzione dei sostenitori del diritto di morire - confermata dalle parole di Shanaaz Gokool di «Dying with dignity Canada» - di aprire a Toronto una clinica appositamente per l'eutanasia, iniziativa per la quale sono stati peraltro richiesti fondi al ministero della Salute. «È un progetto unico nel suo genere», ha spiegato entusiasta la Gokool al Globe and Mail, «utilissimo per tutti coloro che, per qualsiasi ragione, non vorranno morire a casa ma in uno spazio sicuro, circondati da parenti ed amici nel momento della morte assistita». «In questo modo», ha sottolineato il bioeticista Thomas Foreman, dando manforte all'idea della clinica pro morte, «si risolverebbero i problemi di sovraffollamento di diversi ospedali canadesi». Ora, non occorrono facoltà divinatorie per comprendere come in un clima così, coi necrofili scatenati e l'eutanasia elevata a nuova frontiera della spending review, nel Paese di Justin Trudeau, il golden boy del progressismo globale, le richieste di morte aumenteranno ancora. Ci sarebbe casomai da stupirsi del contrario.
Giuliano Guzzo
Continua a leggereRiduci
Ieri, a Bari, Francesco ha incontrato i patriarchi di tutte le Chiese della tormentata regione Nell'appello contro le persecuzioni religiose anche un invito affinché l'Occidente faccia autocritica.Un report diffuso venerdì dall'Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche contraddice la versione che causò il raid di Donald Trump e Emmanuel Macron e una campagna social.In Canada i ricorsi alla cosiddetta «dolce morte» sono raddoppiati nell'arco di un anno. Intanto i criteri per somministrarla diventano sempre più «elastici» e gli esperti calcolano i risparmi ottenuti.Lo speciale contiene tre articoliPapa Francesco è sempre stato convinto che la pace in Medio Oriente, con al centro la questione della Siria, si possa risolvere solo con una trattativa, senza deposizione di regimi. Ciò che lo guida è la necessità di porre fine al massacro di civili e alla persecuzione dei cristiani. Lo aveva scritto nella famosa lettera inviata a Vladimir Putin nel 2013, con la quale contribuì a scongiurare l'escalation militare in Siria voluta dall'allora presidente Usa, Barak Obama, insieme a Francia e Inghilterra. E lo ha ribadito ieri mattina a Bari sul lungomare, dove ha detto che «un Medio Oriente senza cristiani non sarebbe Medio Oriente». Contro i «troppi interessi di parte» che impediscono una soluzione ai conflitti il Papa non è tenero. Dopo l'incontro a porte chiuse nella basilica di San Nicola con gli altri capi della chiese cristiane in Medio Oriente (cattolici, ortodossi e protestanti), Francesco ha pronunciato il suo «basta». «Basta ai tornaconti di pochi sulla pelle di molti! Basta alle occupazioni di terre che lacerano i popoli! Basta al prevalere delle verità di parte sulle speranze della gente! Basta usare il Medio Oriente per profitti estranei al Medio Oriente!». E ancora: «Basta alla sete di guadagno, che non guarda in faccia a nessuno pur di accaparrare giacimenti di gas e combustibili, senza ritegno per la casa comune e senza scrupoli sul fatto che il mercato dell'energia detti la legge della convivenza tra i popoli!». La persecuzione contro le minoranze, e contro la minoranza cristiana in particolare, è un ritornello che risuona in tutta la regione mediorientale, dove la furia islamista nelle sua varie sigle ha provocato una vera e propria mattanza. In Siria i cristiani da circa 2 milioni sono rimasti poco più di un milione, in Iraq si parla ormai solo di 200.000 cristiani contro il milione e mezzo di solo venticinque anni fa. «Si tutelino tutte le presenze, non solo quelle maggioritarie», ha detto ieri Francesco. «Si spalanchi anche in Medio Oriente la strada verso il diritto alla comune cittadinanza, strada per un rinnovato avvenire. Anche i cristiani siano cittadini a pieno titolo, con uguali diritti».La voce dei vescovi cristiani in Medio Oriente è sempre stata molto chiara: l'Occidente deve fare un esame di coscienza per come ha gestito la situazione prima in Iraq e poi in Siria, se davvero vuole la pace per questi popoli. In quelle terre, ha detto ieri Francesco, «ci sono le radici delle nostre stesse anime», ma ora su di esse è scesa «una fitta coltre di tenebre: guerra, violenza e distruzione, occupazioni e forme di fondamentalismo, migrazioni forzate e abbandono, il tutto nel silenzio di tanti e con la complicità di molti». «Tanti conflitti», ha detto il Papa dopo l'incontro a porte chiuse, «sono stati fomentati anche da forme di fondamentalismo e di fanatismo che, travestite di pretesti religiosi, hanno in realtà bestemmiato il nome di Dio, che è pace, e perseguitato il fratello che da sempre vive accanto. Ma la violenza è sempre alimentata dalle armi». Il problema è proprio quello di capire chi ha fornito e pagato queste armi ai vari gruppi e per cosa, in un intreccio internazionale che da una parte vede coinvolto lo stesso mondo islamico nelle sue varie realtà, le potenze sunnite (Arabia Saudita, Qatar e Turchia) da una parte, e dall'altra l'Iran, la Siria e gli sciiti dell'Iraq e di Hezbollah. Poi il Papa sa molto bene che proprio in Siria c'è una faglia geopolitica che coinvolge le grandi potenze internazionali, Usa e Russia su tutti, e non ultimo Israele. In questo intreccio di interessi contrapposti si muovono l'Isis e tutte le altre sigle di fondamentalisti islamici che spesso vengono utilizzate come pedine sullo scacchiere. Per questo i vescovi cristiani in Siria non hanno mai voluto sentir parlare di ribelli moderati, ma hanno sempre difeso una convivenza civile basata sul pluralismo, cosa che Bashar Al Assad in qualche modo garantiva, mentre i cosiddetti ribelli no.Il metropolita della chiesa ortodossa russa Hilarion, presente ieri a Bari, in una intervista che ha preceduto la sua partecipazione alla giornata ecumenica, lo ha detto in modo fin troppo chiaro: «La situazione che si è creata in Medio Oriente è la diretta conseguenza della politica dell'Occidente in quell'area, caratterizzata da un'ingerenza sprovveduta e non richiesta». Forse la sua è una voce un po' di parte, ma rispecchia quelle di tanti altri leader religiosi cristiani di quelle terre, che attribuiscono proprio all'Europa e all'Occidente una certa complicità nel fomentare le cosiddette rivoluzioni in Medio Oriente.«Preghiamo uniti, per invocare dal Signore del cielo quella pace che i potenti in terra non sono ancora riusciti a trovare», ha detto ieri mattina Francesco davanti agli altri pastori, tra cui il patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo, quello di Alessandria, Teodoro II, il papa copto Tawadros, e i patriarchi orientali cattolici, tra cui quello di Gerusalemme, Pierbattista Pizzaballa, e i cardinali Béchara Rai (Libano) e Luis Raphael I Sako (Iraq).Lorenzo Bertocchi<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lurlo-del-papa-non-puo-esistere-un-medio-oriente-senza-cristiani-2584615211.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="unindagine-riscrive-la-storia-a-douma-nessuna-traccia-di-attacchi-con-gas-nervino" data-post-id="2584615211" data-published-at="1781084062" data-use-pagination="False"> Un’indagine riscrive la storia: «A Douma nessuna traccia di attacchi con gas nervino» In una guerra, come quella siriana, in cui si combatte con la propaganda tanto quanto attraverso gli eserciti, era lecito nutrire dubbi sulla veridicità degli attacchi chimici che si riteneva fossero stati ordinati da Bashar al-Assad. Specialmente nel caso del bombardamento di Douma, la città a est di Damasco che, stando alle accuse della coalizione e dei media occidentali, era stata colpita, nella notte tra il 5 e il 6 aprile scorsi, dalle bombe «sporche» del rais. Alla fine, il report diffuso venerdì dall'Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche ha confermato quel che già era ragionevole sospettare: ovvero, che nei siti analizzati non c'è alcuna traccia di agenti nervini. In due delle aree poste sotto sequestro, insieme a residui di materiale esplosivo, sono state rinvenute sostanze contenenti clorina, ma l'Opac ha dichiarato che «è ancora in corso il lavoro del team» inviato sul posto «per stabilire la rilevanza di questi risultati». Non è affatto scontato, insomma, che questi agenti chimici rappresentino la prova di qualche ordigno proibito sganciato dall'aviazione siriana. Il comunicato dell'Organizzazione con sede all'Aia aggiunge che non è possibile neppure «determinare con certezza se una sostanza chimica specifica sia stata usata negli incidenti che hanno avuto luogo» nel 2016 nel distretto di Al Hamadaniya e a Karm Al Tarrab. Il bombardamento di Douma aveva indignato la comunità internazionale, unanimemente incline a puntare il dito contro Assad. Il presidente americano Donald Trump, in un tweet, lo definì un «animale». Emmanuel Macron sostenne di «avere le prove» dell'utilizzo di armi chimiche da parte del dittatore di Damasco. Maja Kocijancic, la portavoce dall'Alto responsabile della politica estera europea Federica Mogherini, spiegò che «tutte le notizie e tutte le indicazioni» portavano a concludere che il rais fosse responsabile di «crimini di guerra e di un crimine contro l'umanità». Nella notte tra il 13 e il 14 aprile, era infine arrivato il raid di Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia su alcuni siti militari di Homs. Una ritorsione che tutto sommato, forse per la volontà di Trump di accontentare i falchi dell'amministrazione senza giungere allo scontro aperto con la Russia, rimase abbastanza contenuta. Per la verità, nei giorni successivi ai fatti di Douma avevano preso a circolare voci di dissenso rispetto alla versione ufficiale. Intanto, era sembrato strano che Assad, ormai vicino alla vittoria, rischiasse di innescare una reazione della coalizione a guida americana. In un primo momento persino il Pentagono aveva tenuto un atteggiamento prudente, precisando di non essere immediatamente in grado di valutare se l'attacco con armi chimiche fosse opera di Assad o di gruppi terroristici . Dubbi erano stati espressi pure dal vescovo di Aleppo, monsignor Antoine Audo, secondo il quale quello dei bombardamenti sporchi era un «pretesto» per rovesciare il regime (che peraltro aveva sempre assicurato una certa protezione ai cristiani), più o meno come era accaduto in Iraq con le fantomatiche armi di distruzione di massa di Saddam Hussein. Ad alimentare le perplessità c'era il ruolo nella denuncia del presunto attacco chimico svolto dai soliti Caschi bianchi. L'organizzazione si è autoaccreditata come una sorta di «protezione civile», ma intrattiene rapporti ambigui con gli islamisti di Al Nusra, in lotta contro il regime di Damasco. Gli «White helmets» sono stati pizzicati a inscenare salvataggi di persone ferite, i cui filmati venivano ovviamente consegnati alla stampa occidentale. E c'è chi ritiene che avessero ordito una montatura persino quando diffusero l'immagine di un bimbo di Aleppo dal volto coperto di sangue e polvere, con l'espressione sconvolta, prontamente soccorso dai volontari e messo a sedere su una panchina arancione. Quella foto divenne uno dei simboli delle atrocità attribuite ad Assad, ma tempo dopo il padre del ragazzino ammise di non esser sicuro se il crollo del suo palazzo fosse stato causato da un raid aereo o da un colpo di mortaio dei ribelli. Costui rivelò le pressioni subite dagli oppositori del regime per attribuire tutte le colpe al rais: «Mi hanno offerto soldi, lavoro e anche un lasciapassare per andare via», aveva raccontato l'uomo a un cronista siriano, il quale tuttavia declinò la proposta: «I miei figli hanno diritto di vivere in questo Paese». Al seguito dei Caschi bianchi, inoltre, si era espresso il sedicente Osservatorio siriano per i diritti umani, un ente d'informazione che ha sede a Londra e risponde a un unico individuo, il siriano Rami Abdulrahman, nemico di Assad che per sua stessa ammissione non visita il Paese natale da oltre quindici anni. Le parziali conclusioni dell'indagine aperta mesi fa dall'Opac scontenteranno gli intellò nostrani, che non si erano lasciati sfuggire l'occasione per esibire la loro profonda coscienza civile. Capofila degli indignados, manco a dirlo, era stato Roberto Saviano, dal quale era partito l'invito a scrittori, registi, nani e ballerine progressisti a «coprirsi la bocca e il naso contro l'uso dei gas in Siria». Basta scorrere l'elenco dei vip che avevano risposto all'appello per farsi un'idea del loro grado di competenza in materia di conflitto siriano: il romanziere Fabio Volo, lo showman Edoardo Leo, la conduttrice televisiva e modella Michelle Hunzicker. Personaggi forse più preoccupati di scucire qualche «like» su Instagram che delle sorti dei civili in Siria. Alessandro Rico <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lurlo-del-papa-non-puo-esistere-un-medio-oriente-senza-cristiani-2584615211.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="nel-canada-progressista-di-trudeau-leutanasia-sta-sfuggendo-di-mano" data-post-id="2584615211" data-published-at="1781084062" data-use-pagination="False"> Nel Canada progressista di Trudeau l’eutanasia sta sfuggendo di mano «I numeri cresceranno, ne sono certa». Quanto disse la dottoressa Ellen Wiebe, di Vancouver, a pochi mesi dalla legalizzazione dell'eutanasia in Canada, risalente al giugno 2016, aveva il sapore di una profezia sinistra, a metà tra il monito e la minaccia. Eppure oggi, a distanza di oltre un anno e mezzo, tocca darle ragione registrando come la somiglianza tra la legislazione canadese e quelle di Olanda e Belgio, dove la «dolce morte» è di anno in anno più richiesta e praticata, abbia sortito i suoi effetti. Soprattutto, appunto, per quanto riguarda l'aumento del numero dei casi di eutanasia. A certificarlo, le dodici pagine dell'ultimo rapporto medico sull'assistenza alla morte, diffuso alcuni giorni fa, che tracciano uno scenario inquietante, con le morti on demand lievitate dalle 1.179 dei primi sei mesi del 2017 alle 1.575 del secondo semestre. Un'impennata del 30% ancora più spaventosa se raffrontata coi dati del secondo semestre del 2016, quando i casi furono 803, circa la metà. Difficile, insomma, non condividere le preoccupazioni di chi, per il Canada, parla di eutanasia completamente fuori controllo. Tanto più che, oltre all'aumento dei decessi, vi sono anche altri riscontri allarmanti. Nel Québec, per esempio, un rapporto governativo ha rilevato come il 37% delle relazioni mediche sui casi di «dolce morte» presenti delle lacune e come vi siano stati almeno tre casi in cui le regole sono state violate, con due persone eliminate anche se non presentavano alcuna «malattia grave e incurabile», come invece prevedrebbe la legge, e una che non era affatto in una condizione di «fine vita». Al di là di violazioni così palesi, dei decessi assistiti del Québec il 14%, secondo alcune stime, non sarebbe comunque avvenuto a norma di legge. Il meccanismo della slippery slope, la «china scivolosa» secondo cui una volta introdotto un fenomeno esso è destinato ad un'esiziale espansione, in Canada trova dunque una clamorosa conferma. «Tutto questo succede perché l'eutanasia viene promossa», ha dichiarato Alex Schadenberg dell'Euthanasia prevention coalition, commentando la situazione canadese, «con la “dolce morte" ormai concepita e offerta alla stregua di un servizio da proporre a tutti coloro che si trovano in una determinata condizione». In effetti, le pressioni sugli stessi medici affinché pratichino l'eutanasia sembra non manchino. Inoltre alcuni, come se non bastasse, evidenziano come tutto questo sia una manna per il sistema sanitario canadese. A questo proposito, uno studio di Aaron J. Trachtenberg e Braden Manns, pubblicato lo scorso sul Canadian medical association journal, basandosi su stime realizzate nei Paesi Bassi, ha quantificato in una forbice oscillante tra i 35 e i quasi 139 milioni di dollari l'anno i risparmi che la «dolce morte» può assicurare alle finanze pubbliche. Da parte loro, Trachtenberg e Manns hanno tenuto a sottolineare di non voler alcun modo incoraggiare la gente a morire, e ci mancherebbe altro, ma è ovvio che laddove la vita di alcuni cittadini, rei solo di non essere abbastanza sani o abbastanza giovani, inizia ad essere rubricata alla voce «costi evitabili», essi siano indotti a togliere il disturbo. C'è inoltre da considerare come, nonostante la pratica sia legale e come si è visto in virale diffusione, gli stessi promotori canadesi dell'eutanasia non sappiano darsi pace e proseguano con ostinazione degna di miglior causa la loro opera mortifera. È per esempio di pochi mesi fa la notizia dell'intenzione dei sostenitori del diritto di morire - confermata dalle parole di Shanaaz Gokool di «Dying with dignity Canada» - di aprire a Toronto una clinica appositamente per l'eutanasia, iniziativa per la quale sono stati peraltro richiesti fondi al ministero della Salute. «È un progetto unico nel suo genere», ha spiegato entusiasta la Gokool al Globe and Mail, «utilissimo per tutti coloro che, per qualsiasi ragione, non vorranno morire a casa ma in uno spazio sicuro, circondati da parenti ed amici nel momento della morte assistita». «In questo modo», ha sottolineato il bioeticista Thomas Foreman, dando manforte all'idea della clinica pro morte, «si risolverebbero i problemi di sovraffollamento di diversi ospedali canadesi». Ora, non occorrono facoltà divinatorie per comprendere come in un clima così, coi necrofili scatenati e l'eutanasia elevata a nuova frontiera della spending review, nel Paese di Justin Trudeau, il golden boy del progressismo globale, le richieste di morte aumenteranno ancora. Ci sarebbe casomai da stupirsi del contrario. Giuliano Guzzo
Lo sgomento e la rabbia dilagano a Belfast. Qui, a Kinnaird Avenue, un quartiere residenziale a Nord, un immigrato originario del Sudan ha provato a decapitare un quarantenne lo scorso lunedì sera. Solo il coraggio dei passanti ha evitato il peggio. Adesso la vittima è ricoverata in ospedale con gravi lesioni agli occhi, al collo e alla testa, mentre lo sgozzatore è stato arrestato.
Il capo della polizia nordirlandese, Jon Boutcher, ha dichiarato che si ritiene che il sospettato abbia viaggiato dal Sudan a Parigi, e poi da Parigi a Dublino, in date imprecisate, prima di prendere un autobus per Belfast nel febbraio 2023. Secondo quanto affermato da Boutcher, l’uomo ha immediatamente richiesto asilo e nel settembre del 2023 gli è stato concesso il permesso di soggiorno nel Regno Unito valido per 5 anni.
Tutto è avvenuto alle 22.30 dello scorso lunedì, quando un quarantenne nordirlandese è stato bloccato a terra e percosso, tra le strade della periferia di Belfast. Lo straniero ha mostrato l’intenzione di tagliare la testa al primo malcapitato e tra le mani teneva un coltello da cucina, poi rinvenuto dalle forze dell’ordine.
Un video girato da alcuni passanti e poi diffuso sul web ritrae la scena: la vittima è una maschera di sangue, prova a dimenarsi da terra, nella morsa dell’immigrato. Solo l’intervento di alcuni presenti, armati di bastoni da hurling, uno sport irlandese, ha salvato la vita dell’uomo, disarmato e allontanato l’aggressore. Successivamente l’arrivo della polizia ha consentito l’arresto e l’avvio delle indagini. L’ipotesi di reato riguarda il tentato omicidio, escludendo però la matrice terroristica, almeno per il momento.
«L’attacco di Belfast è rivoltante e orribile. I miei pensieri vanno innanzitutto alla vittima e ringrazio i primi soccorritori», ha dichiarato Keir Starmer, primo ministro del Regno Unito. Gli fanno eco gli altri politici di governo che invitano a mantenere la calma. In primis Michelle O’Neill, primo ministro dell’Irlanda del Nord, che ha pensato bene di lanciare appelli... contro il razzismo: «Questa è una società accogliente e inclusiva. Non voglio vedere nessuno vivere nella paura e dobbiamo dire no al razzismo e all’odio».
Sul Web, però, la protesta monta, soprattutto di fronte al video dell’accaduto. A legittimare il concreto malcontento sono soprattutto i leader dei partiti di opposizione. «Questo è stato un attacco medievale, barbarico e agghiacciante», la sentenza di Gavin Robinson, deputato di Belfast East, «l’autore, che viveva nel Regno Unito con un visto quinquennale, deve essere condannato e deportato con il primo volo di sola andata. La vittima appartiene a Belfast, l’aggressore no». «Ciò che è accaduto a Belfast ieri sera è orribile. Le autorità devono rivelare immediatamente l’identità e lo status dell’aggressore. Il pubblico ha diritto alla verità» ha dichiarato, invece, Nigel Farage, chiaramente riferendosi al rifiuto di Downing Street di confermare ufficialmente lo status dell’aggressore. Ma più in generale il riferimento è anche al clima generale che si respira al di là della Manica, nel segno continuo di reati commessi dagli immigrati e insabbiati dalle istituzioni.
Ieri sera l’onda di protesta ha investito anche le piazze: gruppi di patrioti e cittadini sono scesi tra le strade di diverse città del Regno Unito per chiedere maggiore sicurezza e una stretta sull’immigrazione clandestina. In primis a Belfast, diversi hotel e negozi commerciali hanno chiuso i battenti e le forze dell’ordine hanno aumentato i controlli. Dublin Express ha cancellato tutti i suoi servizi di autobus da e per Belfast in previsione delle proteste programmate.
Nel frattempo, le tensioni sono esplose durante la notte. Le manifestazioni contro l'immigrazione si sono trasformate in violenti disordini in diverse aree di Belfast, dove sono stati incendiati autobus, automobili e alcune abitazioni. La polizia nordirlandese è stata presa di mira con lanci di oggetti e costretta a intervenire in assetto antisommossa, mentre i vigili del fuoco hanno effettuato decine di interventi per spegnere i roghi divampati nei quartieri interessati dalle proteste. In alcune zone della città gruppi di uomini con il volto coperto hanno sfilato scandendo slogan contro gli immigrati e prendendo di mira soprattutto famiglie di origine africana, tanto che alcuni residenti hanno offerto protezione ai vicini stranieri.
Durissima la reazione della premier nordirlandese Michelle O'Neill, che ha definito i responsabili delle violenze «teppisti» e «delinquenti», parlando di attacchi condotti da «codardi disgustosi» contro persone indifese. Intanto il trentenne sudanese arrestato per il tentato omicidio del quarantenne dovrebbe comparire oggi davanti ai giudici, mentre le autorità mantengono alta l'allerta per il rischio di nuove rivolte. Anche il clima politico resta incandescente: Nigel Farage ha nuovamente chiesto piena trasparenza sullo status migratorio dell'aggressore, mentre sui social il caso continua ad alimentare polemiche e divisioni nel Regno Unito.
Continua a leggereRiduci
Matteo Salvini (Ansa)
Rilancio che passa dal coinvolgimento di Luca Zaia, presidente del Consiglio regionale veneto, e Massimiliano Fedriga, presidente della Regione Friuli Venezia Giulia e della Conferenza Stato-Regioni (carica paragonabile a quella di un ministro). I due rappresentati del Nordest dovrebbero essere, nei pensieri di Matteo Salvini, protagonisti del partito in vista della lunga campagna elettorale verso le Politiche 2027. I risultati delle amministrative non sono stati né disastrosi né eccezionali. Nessun tracollo, come vaticinava qualcuno dopo l’exploit mediatico di Roberto Vannacci da quando ha deposto lo spadone di Alberto da Giussano per issare il vessillo di Futuro Nazionale. Si può dunque lavorare a una proposta di rinnovamento del movimento più vecchio in Parlamento in vista del «ritiro» di inizio luglio previsto a Treviso, quella Marca da dove il Doge ha iniziato i suoi primi passi politici.
Non ci sono novità rispetto agli ultimi giorni. «Si va al vedo», dicono alcuni partecipanti al Consiglio federale, che «è stato convocato per l’approvazione del bilancio. io sto lavorando da mesi leggendo numeri, vittorie e sconfitte e nelle prossime settimane sistemeremo quello che va sistemato», ha detto ieri mattina il vicepremier e ministro delle Infrastrutture a margine di un sopralluogo ad alcune case Aler, a Milano, rispondendo ai cronisti che gli hanno chiesto della sua affermazione sui «lavori in corso» nel partito. Quanto all’ipotesi di una Lega «Nord» federata con una Lega Centro-Sud sotto il cappello di una Lega nazionale, Salvini ha replicato secco: «Leggo tante fantasie».
D’altronde, anche se si volesse rivoluzionare il partito, bisognerebbe cambiare lo statuto che necessita dell’approvazione di un congresso. Tempi lunghi, certo. Fissare un calendario tuttavia è possibile. Ma perché c’è chi spinge per provare a dare vita a una Lega sul modello federalista? Perché la squadra nordista capitanata da Zaia e Fedriga, e supportata dagli altri governatori oltre che dalla storica base lumbard impersonificata da Massimiliano Romeo, vorrebbe avere una sorta di mani libere nelle candidature, locali e nazionali, e ovviamente nella gestione finanziaria del movimento. Richiesta troppo grande per Salvini? «Ci sono lavori in corso da mesi, non da tre giorni, evidentemente è un percorso lungo e il nostro obiettivo è vincere le politiche dell’anno prossimo», ha ribadito sempre da Milano il segretario federale. Come dire: nessuna fretta di rivoluzionare il Carroccio, ma certamente delle novità ci saranno. Magari non oggi pomeriggio, ma nemmeno fra mesi. Di sicuro, per la prima volta nella decennale storia della Lega, la discussione è alla luce del sole. E la trasparenza è già segno di voglia di ripartire bene.
Continua a leggereRiduci
Benjamin Netanyahu e Donald Trump (Getty Images)
Il riferimento era al fatto che, lunedì mattina, lo Stato ebraico aveva condotto alcuni attacchi contro l’Iran, nonostante Trump, alcune ore prima, avesse cercato di dissuadere Netanyahu dall’agire in tal senso. Lunedì pomeriggio, i due leader si erano sentiti telefonicamente e, dopo il colloquio, Israele aveva annunciato che, su richiesta dell’inquilino della Casa Bianca, avrebbe interrotto ulteriori azioni militari contro la Repubblica islamica. Successivamente, Trump ha raccontato di aver minacciato di lasciare Gerusalemme da sola contro Teheran, qualora Netanyahu avesse ripreso la guerra con il regime khomeinista.
Sempre ieri, a far emergere le tensioni tra la Casa Bianca e il premier israeliano è stato anche JD Vance. «Usa e Israele hanno molti interessi in comune, ma ci sono anche alcune situazioni in cui i nostri interessi divergono», ha dichiarato ieri, per poi aggiungere che un accordo tra Washington e Teheran rappresenterebbe un «successo clamoroso per il popolo americano». «A Israele potrebbe piacere o meno, ma fondamentalmente riteniamo che questo sia nel miglior interesse degli Usa», ha proseguito. Vale a tal proposito la pena di ricordare come Vance storicamente rappresenti, all’interno dell’amministrazione statunitense, la figura forse meno morbida nei confronti di Netanyahu. Inoltre, il numero due della Casa Bianca è stato incaricato da Trump di guidare i negoziati diplomatici con l’Iran. Vance ha del resto tutto l’interesse a concludere un’intesa con Teheran. Innanzitutto, il vicepresidente è espressione di quella parte di mondo Maga che non nutre troppa simpatia per i coinvolgimenti militari all’estero. In secondo luogo, se riuscisse ad avere successo nella diplomazia iraniana, potrebbe rafforzarsi politicamente in vista delle primarie presidenziali repubblicane del 2028.
In questo quadro, Trump ha detto ieri che l’intesa tra Washington e Teheran potrebbe essere raggiunta «in due o tre giorni», aggiungendo che, in caso, Hormuz verrebbe riaperto «immediatamente». In particolare, il presidente ha parlato di un «ottimo accordo che non permetterà in alcun modo la diffusione delle armi nucleari». Se l’ambasciatore iraniano all’Onu, Amir Saeid Iravani, ha auspicato che le parti pervengano «presto» a un’intesa definitiva, fonti del governo pakistano hanno tuttavia fatto sapere di ritenere «improbabile» una svolta diplomatica entro pochi giorni. Nel frattempo, secondo Sky News Arabia, Teheran avrebbe sottoposto ieri all’amministrazione Trump una bozza di accordo che, stando ad alcune indiscrezioni, prevedrebbe un’estensione della tregua, la riapertura di Hormuz, paletti al nucleare iraniano e un parziale allentamento delle sanzioni statunitensi. La stessa fonte ha riferito che Washington avrebbe accettato la proposta «in linea di principio». Ciononostante, nella serata di ieri, la situazione tra Usa e Iran è tornata a farsi turbolenta. «Sono appena stato informato dalle nostre Forze armate che la scorsa notte gli iraniani hanno abbattuto uno dei nostri sofisticatissimi elicotteri Apache mentre pattugliavano lo Stretto di Hormuz. A bordo c’erano due piloti, entrambi sani e salvi», ha affermato Trump su Truth, per poi aggiungere: «Gli Usa devono necessariamente rispondere a questo attacco».
In attesa di ulteriori sviluppi, il presidente americano resta per ora propenso a concludere il conflitto per varie ragioni. Innanzitutto vuole evitare un pantano e, in secondo luogo, ha urgenza di far abbassare il costo dell’energia: l’alto prezzo della benzina negli Usa rappresenta infatti una vulnerabilità per il Partito repubblicano in vista delle Midterm di novembre. Netanyahu, dal canto suo, ha sempre guardato con sospetto ai negoziati tra Washington e Teheran. Inoltre, man mano che si avvicinano le elezioni di ottobre per la Knesset, il premier israeliano è sotto pressione da parte dell’opposizione per mantenere la linea dura contro Hezbollah. Il punto è che l’Iran ha ripetutamente subordinato il raggiungimento di un accordo con gli Usa alla conclusione delle operazioni belliche israeliane in Libano. E proprio il Libano ha, non a caso, rappresentato, nelle scorse settimane, il principale scoglio nei rapporti tra Trump e Netanyahu. A questo rischia di aggiungersi il fatto che il Pentagono avrebbe aumentato le proprie preoccupazioni per le attività di spionaggio israeliane ai danni degli Usa: attività che avrebbero in particolare colpito, secondo il New York Times, alcuni dei funzionari americani coinvolti nelle trattative con l’Iran (a partire da Steve Witkoff).
Continua a leggereRiduci
Kaja Kallas e Volodymyr Zelensky (Ansa)
Tra i provvedimenti varati spicca la sospensione del meccanismo di adeguamento del price cap sul petrolio russo, che avrebbe comportato una sensibile revisione al rialzo del tetto, a causa dei rincari innescati dalla chiusura dello Stretto di Hormuz.
«Questo» continua von der Leyen, «darà ai mercati petroliferi il tempo di stabilizzarsi, pur mantenendo la pressione sulle entrate della Russia. Allo stesso tempo, continueremo a colpire la flotta ombra. Oggi proponiamo di aggiungere altre 30 navi alla lista delle sanzioni, oltre alle 632 già sanzionate. Per la prima volta, prendiamo di mira anche le navi che supportano la flotta ombra, ad esempio quelle che forniscono bunkeraggio e altri servizi». «Proponiamo inoltre», prosegue, «di colpire le infrastrutture critiche, come porti, aeroporti o raffinerie che commerciano o lavorano petrolio russo». Il secondo punto, continua Von der Leyen, «riguarda le restrizioni finanziarie e alle criptovalute. Estendiamo i nostri divieti di transazione ad altre 31 banche russe e a 20 banche, società o piattaforme di criptovalute e operatori petroliferi di Paesi terzi». Previste anche nuove restrizioni all’esportazione di beni e tecnologie utilizzati dall’industria militare russa. Limitazioni anche alle importazioni di alcuni prodotti ittici e un divieto totale per altri, incluso il merluzzo.
Contestualmente, la Ue ha di nuovo aperto il portafogli a favore di Kiev. La presidente della commissione Ue ha infatti annunciato: «Entro la fine del mese, erogheremo la prima tranche del nostro prestito di 90 miliardi di euro all’Ucraina. Forniremo 6 miliardi di euro per i droni e oltre 3 miliardi di euro di aiuti macrofinanziari, e naturalmente seguiranno presto ulteriori erogazioni».
Soldi che il leader ucraino Volodymyr Zelensky sembra aver già idea di come investire, visto che ha annunciato di aver raggiunto un accordo proprio sui droni, con la Lettonia: «Prima riunione con il nuovo Primo ministro lettone Andris Kublbergs e un risultato importante per i nostri Paesi: abbiamo firmato un accordo sui droni. Si tratta di misure concrete per rafforzare la nostra difesa comune e la coproduzione e ciò significa anche che le competenze e l’esperienza dell’Ucraina contribuiscono a rafforzare i nostri partner. Questo è esattamente il tipo di cooperazione sistematica che stiamo costruendo con coloro che ci hanno sostenuto con coerenza durante tutti gli anni della guerra russa. L’Ucraina è interessata a garantire che ogni regione d’Europa disponga di una protezione sufficiente contro le minacce russe».
Inoltre, ieri, il leader ucraino ha anche alzato il tiro sull’ingresso del suo Paese nell’Ue: «L’Ucraina ha fatto tutto il necessario per l’apertura dei cluster negoziali sul processo di adesione all’Ue; è importante che ci sia progresso nella loro apertura, affinché i russi vedano che l’Europa mantiene le promesse e non cede sui propri interessi».
Parole che non potranno che alzare una tensione già alta, certificata anche dalle dichiarazioni del portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov: «Il processo di mediazione» russo-americano «sulla questione ucraina è stato sospeso». Peskov ha poi aggiunto che una telefonata tra Putin e Donald Trump non è al momento in programma. «Il presidente Putin e il presidente Trump si parlano al telefono quando necessario», ha detto il portavoce del Cremlino.
Zelensky però sembra puntare anche sull’Europa per arrivare a un accordo con Mosca: «La soluzione ideale nei negoziati di pace è porre immediatamente fine alla guerra. Come minimo, occorre compiere il primo passo: un cessate il fuoco incondizionato e totale. Per raggiungere un cessate il fuoco, sarebbe auspicabile organizzare un incontro tra i leader di Ucraina, Russia, ovviamente Europa e Stati Uniti. L’Ucraina ha la volontà di fare tutto questo. Vedremo se anche la Russia ne avrà la volontà. Finora non l’ha dimostrata». A voler allargare il campo dei negoziati è anche il primo ministro polacco Donald Tusk, che ha dichiarato di aver parlato con la premier Giorgia Meloni che, a suo dire, «non è entusiasta del formato E3 (Gran Bretagna, Francia e Germania, ndr)» dei colloqui sull’Ucraina tenutisi a Londra con Zelensky, annunciando che nei prossimi giorni verrà organizzato un incontro nel formato E5, con la partecipazione di Polonia e Italia. «Ho parlato con il primo ministro italiano Giorgia Meloni, che non è entusiasta di questo formato E3», ha detto Tusk.
E in un’intervista al Guardian il leader ucraino ha spiegato di essere convinto che la Russia stia perdendo progressivamente l’iniziativa sul campo di battaglia e che il conflitto stia lentamente evolvendo a favore di Kiev, mentre Mosca si trova sempre più isolata sul piano internazionale: «Non possiamo dire che la Russia stia perdendo questa guerra, ma possiamo dire che sta perdendo l’iniziativa giorno dopo giorno». Ieri, però, il ministro della difesa bulgaro, Dimitar Stoyanov, ha annunciato che il suo Paese non invierà più armi a Kiev perché è il momento di negoziare. Lo scenario, quindi, potrebbe cambiare ancora.
Continua a leggereRiduci