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2022-11-01
L’Occidente fa festa per Lula, l’alleato di Pechino e Mosca
Luis Inàcio Lula da Silva (Ansa)
Inacio Lula da Silva tornerà alla guida del Brasile. Il candidato di sinistra ha vinto il ballottaggio di domenica scorsa aggiudicandosi il 50,9% dei consensi. Il presidente uscente, Jair Bolsonaro, si è invece fermato al 49,1%, registrando comunque una performance assai migliore di quanto preconizzato da alcuni recenti sondaggi (secondo cui sarebbe stato indietro di quattro o cinque punti). Il Paese si conferma quindi fondamentalmente spaccato a metà.
«Hanno cercato di seppellirmi vivo, ma ho avuto un processo di resurrezione nella politica brasiliana. Sono qui per governare il Paese in un momento molto difficile, ma riusciremo a trovare le risposte», ha dichiarato il vincitore. «Non è una vittoria mia o del mio partito, ma di un immenso movimento democratico, oggi c’è un solo vincitore: il popolo brasiliano», ha proseguito. «Se siamo il terzo produttore di cibo al mondo e il primo di carne, abbiamo il dovere di garantire che ogni brasiliano possa fare colazione, pranzo e cena ogni giorno. Non possiamo accettare come una cosa normale che intere famiglie siano costrette a dormire per strada», ha aggiunto, promettendo poi di combattere la deforestazione amazzonica. Bolsonaro, dal canto suo, si è chiuso nel silenzio. Fino alla serata italiana di ieri, il presidente uscente non aveva rilasciato dichiarazioni né – sembra – ammissioni di sconfitta. A tal proposito, c’è chi crede che, visto lo stacco inferiore al 2% nel risultato finale, Bolsonaro abbia intenzione di intentare un ricorso. Tra l’altro, non va dimenticato che, alle ultime elezioni parlamentari, il Partito liberale del presidente uscente ha rafforzato la propria posizione: un fattore, questo, che potrebbe rivelarsi problematico per Lula.
Congratulazioni al vincitore sono arrivate dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e da Emmanuel Macron. «Mando le mie congratulazioni a Luiz Inacio Lula da Silva per la sua elezione a prossimo presidente del Brasile dopo elezioni libere, eque e credibili. Non vedo l’ora di lavorare insieme per continuare la cooperazione tra i nostri due Paesi nei mesi e negli anni a venire», ha twittato Joe Biden. Congratulazioni sono pervenute anche dal Commissario europeo, Paolo Gentiloni, e dal presidente ucraino, Volodymyr Zelensky. «Confido in una collaborazione attiva con un amico di lunga data dell’Ucraina», ha dichiarato quest’ultimo. «Sincere congratulazioni» sono state espresse a Lula anche da Vladimir Putin. «Oggi in Brasile ha trionfato la democrazia», ha dichiarato invece il presidente venezuelano, Nicolas Maduro. «Sono disposto a lavorare con il presidente eletto Lula, da una prospettiva strategica e a lungo termine, per pianificare e promuovere congiuntamente a un nuovo livello la partnership strategica globale tra Cina e Brasile, a beneficio dei due paesi e dei suoi popoli», ha dichiarato Xi Jinping.
In questo profluvio di congratulazioni, emerge chiaramente un paradosso. Un paradosso che è tutto occidentale. Anche perché, alle nostre latitudini, non solo molti esponenti politici ma anche gran parte dell’establishment mediatico ha sempre avuto un debole per Lula in questa campagna elettorale. Addirittura, lo scorso settembre, Reuters riferì che l’amministrazione Biden stesse strizzando l’occhio al candidato di sinistra (non è d’altronde un mistero che l’attuale presidente americano rimproveri a Bolsonaro la sua amicizia con Donald Trump).
Ora, cominciamo col dire che nessuno nega gli aspetti controversi dello stesso Bolsonaro: dalla criticatissima gestione pandemica alla questione amazzonica (che comunque precede di molto la sua ascesa al potere nel 2019). Il punto tuttavia è un altro. Era maggio scorso, quando Lula, intervistato da Time, disse che la responsabilità della crisi ucraina era tanto di Vladimir Putin quanto di Volodymyr Zelensky. «Putin», dichiarò, «non doveva invadere l’Ucraina ma non è l’unico colpevole. Vedo il presidente ucraino parlare in tv ed essere applaudito in tutti i parlamenti del mondo ma questa persona è colpevole quanto Putin. In guerra non c’è mai un solo responsabile». Non solo: Lula ha storicamente sostenuto delle posizioni filoiraniane. Nel gennaio 2020, criticò Trump per aver fatto uccidere il generale Qasem Soleimani, accusando Bolsonaro di servilismo nei confronti dell’allora inquilino della Casa Bianca. Era inoltre l’anno scorso, quando Lula espresse di fatto sostegno al governo di Maduro: spietata dittatura che intrattiene stretti legami con Mosca, Pechino e Teheran. Invece, secondo Reuters, «le relazioni tra Cina e Brasile, due dei maggiori Paesi in via di sviluppo del mondo, sono peggiorate sotto il presidente di destra Jair Bolsonaro».
Tutto questo, senza dimenticare che Lula fu condannato per corruzione nel 2017: condanna che fu poi annullata lo scorso anno per motivi procedurali. «La sentenza», riferì France24 il 16 aprile 2021, “non ritiene Lula innocente. Ma essenzialmente rimette i pubblici ministeri al punto di partenza inviando i casi a un altro tribunale». Non solo: fu proprio Lula che, da presidente, si oppose, nel 2010, all’estradizione in Italia di Cesare Battisti, salvo poi chiedere (un po’ ipocritamente) scusa nel 2020.
Alla luce di tutto questo, non si capisce che cosa abbia da festeggiare oggi gran parte dell’establishment politico e mediatico occidentale. La vittoria di Lula porta l’America Latina a scivolare ancora più a sinistra. E così, mentre gli Stati Uniti perdono progressivamente influenza sull’area, Mosca e Pechino brindano.
Il prossimo presidente brasiliano punterà a consolidare ulteriormente i Brics, allontanando man mano Brasilia dall’Occidente. Un fattore, questo, che rafforzerà indirettamente Cina e Russia. Quindi ricapitolando: mentre mette le sanzioni a Mosca, buona parte dell’establishment occidentale sta esultando per la vittoria di un candidato brasiliano funzionale agli interessi della stessa Mosca e di una Pechino che finora non ha mai condannato l’aggressione russa dell’Ucraina. Una vera e propria perla di logica, non c’è che dire.
Fake news e affari, Musk fa il botto. «Nessun raid, un gigolò con Pelosi»
Polemiche si sono abbattute sul neo proprietario di Twitter, Elon Musk. Domenica scorsa, il magnate aveva twittato (e successivamente cancellato) una notizia infondata riguardante la recente aggressione subita da Paul Pelosi, il marito della speaker della Camera, Nancy Pelosi. In particolare, Musk aveva condiviso un articolo del Santa Monica Observer, secondo cui il consorte della speaker si sarebbe trovato assieme a un gigolò e non si sarebbe verificato alcun attacco. Nel rilanciare l’articolo, il magnate aveva twittato: «C’è una piccola possibilità che ci possa essere di più di quanto sembri in questa storia». Un post, quello di Musk, che era stato pubblicato in risposta a un tweet di Hillary Clinton, dedicato all’aggressione subita da Paul Pelosi.
«Il Partito repubblicano e i suoi portavoce ora diffondono regolarmente odio e teorie del complotto squilibrate. È scioccante, ma non sorprendente, che la violenza sia il risultato. Come cittadini, dobbiamo ritenerli responsabili per le loro parole e le azioni che ne conseguono», aveva scritto l’ex first lady.
Ora, che Musk dovesse stare più attento, è fuor di dubbio. Anche perché pare proprio che il Santa Monica Observer non risulti il massimo dell’attendibilità come fonte (una volta riportò che la Clinton sarebbe stata sostituita da una controfigura dopo essere morta l’11 settembre). Tutta questa indignazione non si è però registrata quando – fino a pochissimo tempo fa – il colosso tecnologico di San Francisco risultava (neppur troppo velatamente) assai ben disposto nei confronti dei democratici. Ricordiamo, per esempio, quando, a ottobre del 2020, bloccò di fatto – in piena campagna elettorale per le presidenziali di allora – la condivisione e la diffusione dello scoop del New York Post su Hunter Biden: uno scoop basato sui contenuti di un laptop che, pochi mesi fa, il Washington Post e il New York Times hanno riconosciuto essere autenticati. Lascia inoltre perplessi il fatto che Twitter abbia bloccato l’account dell’ex presidente americano, Donald Trump, mentre figure non esattamente liberaldemocratiche del calibro di Nicolas Maduro e Ali Khamenei continuano a cinguettare come se niente fosse.
In tutto questo, secondo quanto riferito dalla testata The Verge, il nuovo proprietario di Twitter starebbe pensando di far pagare maggiormente i profili verificati con la spunta blu, passando da 4,99 dollari a 19,99 dollari al mese. Gli utenti in questione avrebbero circa 90 giorni per effettuare l’iscrizione, dopodiché perderebbero la spunta. Non solo: sembra che il magnate abbia anche intenzione di portare avanti un poderoso piano di licenziamenti interni. Come riportato ieri dal New York Post, già giovedì scorso, Musk ha silurato il ceo Parag Agrawal, il cfo Ned Segal, il consigliere generale Sean Edgett e il direttore legale Vijaya Gadde (colei, cioè, che ebbe un ruolo decisivo nel bloccare l’account di Trump l’anno scorso). Ieri, invece, ha azzerato l’intero Cda in carica, restando amministratore unico della piattaforma.
Al momento, non è ancora del tutto chiaro se l’ex presidente americano farà ritorno sulla piattaforma (va tra l’altro tenuto presente il fatto che costui ha lanciato, alcuni mesi fa, il suo social network Truth). Non si può tuttavia escludere che Trump possa riaprire il proprio account, soprattutto qualora decidesse di ricandidarsi alla Casa Bianca dopo le elezioni di metà mandato del prossimo 8 novembre.
Per ora, l’unica cosa certa è che Musk sembra puntare a recidere i «legami» tra Twitter e il mondo progressista statunitense. Vedremo se proseguirà su questa strada e se sarà in grado di farlo.
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Il presidente scettico sulla guerra: «Zelensky sta troppo in tv». Dalla condanna alla protezione di Cesare Battisti: le sue zone d’ombra.Il tweet poi cancellato. Elon Musk licenzia il Cda e chiede soldi per la spunta blu.Lo speciale contiene due articoli.Inacio Lula da Silva tornerà alla guida del Brasile. Il candidato di sinistra ha vinto il ballottaggio di domenica scorsa aggiudicandosi il 50,9% dei consensi. Il presidente uscente, Jair Bolsonaro, si è invece fermato al 49,1%, registrando comunque una performance assai migliore di quanto preconizzato da alcuni recenti sondaggi (secondo cui sarebbe stato indietro di quattro o cinque punti). Il Paese si conferma quindi fondamentalmente spaccato a metà. «Hanno cercato di seppellirmi vivo, ma ho avuto un processo di resurrezione nella politica brasiliana. Sono qui per governare il Paese in un momento molto difficile, ma riusciremo a trovare le risposte», ha dichiarato il vincitore. «Non è una vittoria mia o del mio partito, ma di un immenso movimento democratico, oggi c’è un solo vincitore: il popolo brasiliano», ha proseguito. «Se siamo il terzo produttore di cibo al mondo e il primo di carne, abbiamo il dovere di garantire che ogni brasiliano possa fare colazione, pranzo e cena ogni giorno. Non possiamo accettare come una cosa normale che intere famiglie siano costrette a dormire per strada», ha aggiunto, promettendo poi di combattere la deforestazione amazzonica. Bolsonaro, dal canto suo, si è chiuso nel silenzio. Fino alla serata italiana di ieri, il presidente uscente non aveva rilasciato dichiarazioni né – sembra – ammissioni di sconfitta. A tal proposito, c’è chi crede che, visto lo stacco inferiore al 2% nel risultato finale, Bolsonaro abbia intenzione di intentare un ricorso. Tra l’altro, non va dimenticato che, alle ultime elezioni parlamentari, il Partito liberale del presidente uscente ha rafforzato la propria posizione: un fattore, questo, che potrebbe rivelarsi problematico per Lula. Congratulazioni al vincitore sono arrivate dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e da Emmanuel Macron. «Mando le mie congratulazioni a Luiz Inacio Lula da Silva per la sua elezione a prossimo presidente del Brasile dopo elezioni libere, eque e credibili. Non vedo l’ora di lavorare insieme per continuare la cooperazione tra i nostri due Paesi nei mesi e negli anni a venire», ha twittato Joe Biden. Congratulazioni sono pervenute anche dal Commissario europeo, Paolo Gentiloni, e dal presidente ucraino, Volodymyr Zelensky. «Confido in una collaborazione attiva con un amico di lunga data dell’Ucraina», ha dichiarato quest’ultimo. «Sincere congratulazioni» sono state espresse a Lula anche da Vladimir Putin. «Oggi in Brasile ha trionfato la democrazia», ha dichiarato invece il presidente venezuelano, Nicolas Maduro. «Sono disposto a lavorare con il presidente eletto Lula, da una prospettiva strategica e a lungo termine, per pianificare e promuovere congiuntamente a un nuovo livello la partnership strategica globale tra Cina e Brasile, a beneficio dei due paesi e dei suoi popoli», ha dichiarato Xi Jinping. In questo profluvio di congratulazioni, emerge chiaramente un paradosso. Un paradosso che è tutto occidentale. Anche perché, alle nostre latitudini, non solo molti esponenti politici ma anche gran parte dell’establishment mediatico ha sempre avuto un debole per Lula in questa campagna elettorale. Addirittura, lo scorso settembre, Reuters riferì che l’amministrazione Biden stesse strizzando l’occhio al candidato di sinistra (non è d’altronde un mistero che l’attuale presidente americano rimproveri a Bolsonaro la sua amicizia con Donald Trump). Ora, cominciamo col dire che nessuno nega gli aspetti controversi dello stesso Bolsonaro: dalla criticatissima gestione pandemica alla questione amazzonica (che comunque precede di molto la sua ascesa al potere nel 2019). Il punto tuttavia è un altro. Era maggio scorso, quando Lula, intervistato da Time, disse che la responsabilità della crisi ucraina era tanto di Vladimir Putin quanto di Volodymyr Zelensky. «Putin», dichiarò, «non doveva invadere l’Ucraina ma non è l’unico colpevole. Vedo il presidente ucraino parlare in tv ed essere applaudito in tutti i parlamenti del mondo ma questa persona è colpevole quanto Putin. In guerra non c’è mai un solo responsabile». Non solo: Lula ha storicamente sostenuto delle posizioni filoiraniane. Nel gennaio 2020, criticò Trump per aver fatto uccidere il generale Qasem Soleimani, accusando Bolsonaro di servilismo nei confronti dell’allora inquilino della Casa Bianca. Era inoltre l’anno scorso, quando Lula espresse di fatto sostegno al governo di Maduro: spietata dittatura che intrattiene stretti legami con Mosca, Pechino e Teheran. Invece, secondo Reuters, «le relazioni tra Cina e Brasile, due dei maggiori Paesi in via di sviluppo del mondo, sono peggiorate sotto il presidente di destra Jair Bolsonaro». Tutto questo, senza dimenticare che Lula fu condannato per corruzione nel 2017: condanna che fu poi annullata lo scorso anno per motivi procedurali. «La sentenza», riferì France24 il 16 aprile 2021, “non ritiene Lula innocente. Ma essenzialmente rimette i pubblici ministeri al punto di partenza inviando i casi a un altro tribunale». Non solo: fu proprio Lula che, da presidente, si oppose, nel 2010, all’estradizione in Italia di Cesare Battisti, salvo poi chiedere (un po’ ipocritamente) scusa nel 2020. Alla luce di tutto questo, non si capisce che cosa abbia da festeggiare oggi gran parte dell’establishment politico e mediatico occidentale. La vittoria di Lula porta l’America Latina a scivolare ancora più a sinistra. E così, mentre gli Stati Uniti perdono progressivamente influenza sull’area, Mosca e Pechino brindano. Il prossimo presidente brasiliano punterà a consolidare ulteriormente i Brics, allontanando man mano Brasilia dall’Occidente. Un fattore, questo, che rafforzerà indirettamente Cina e Russia. Quindi ricapitolando: mentre mette le sanzioni a Mosca, buona parte dell’establishment occidentale sta esultando per la vittoria di un candidato brasiliano funzionale agli interessi della stessa Mosca e di una Pechino che finora non ha mai condannato l’aggressione russa dell’Ucraina. Una vera e propria perla di logica, non c’è che dire. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lula-rapporti-cina-russia-2658578519.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="fake-news-e-affari-musk-fa-il-botto-nessun-raid-un-gigolo-con-pelosi" data-post-id="2658578519" data-published-at="1667300362" data-use-pagination="False"> Fake news e affari, Musk fa il botto. «Nessun raid, un gigolò con Pelosi» Polemiche si sono abbattute sul neo proprietario di Twitter, Elon Musk. Domenica scorsa, il magnate aveva twittato (e successivamente cancellato) una notizia infondata riguardante la recente aggressione subita da Paul Pelosi, il marito della speaker della Camera, Nancy Pelosi. In particolare, Musk aveva condiviso un articolo del Santa Monica Observer, secondo cui il consorte della speaker si sarebbe trovato assieme a un gigolò e non si sarebbe verificato alcun attacco. Nel rilanciare l’articolo, il magnate aveva twittato: «C’è una piccola possibilità che ci possa essere di più di quanto sembri in questa storia». Un post, quello di Musk, che era stato pubblicato in risposta a un tweet di Hillary Clinton, dedicato all’aggressione subita da Paul Pelosi. «Il Partito repubblicano e i suoi portavoce ora diffondono regolarmente odio e teorie del complotto squilibrate. È scioccante, ma non sorprendente, che la violenza sia il risultato. Come cittadini, dobbiamo ritenerli responsabili per le loro parole e le azioni che ne conseguono», aveva scritto l’ex first lady. Ora, che Musk dovesse stare più attento, è fuor di dubbio. Anche perché pare proprio che il Santa Monica Observer non risulti il massimo dell’attendibilità come fonte (una volta riportò che la Clinton sarebbe stata sostituita da una controfigura dopo essere morta l’11 settembre). Tutta questa indignazione non si è però registrata quando – fino a pochissimo tempo fa – il colosso tecnologico di San Francisco risultava (neppur troppo velatamente) assai ben disposto nei confronti dei democratici. Ricordiamo, per esempio, quando, a ottobre del 2020, bloccò di fatto – in piena campagna elettorale per le presidenziali di allora – la condivisione e la diffusione dello scoop del New York Post su Hunter Biden: uno scoop basato sui contenuti di un laptop che, pochi mesi fa, il Washington Post e il New York Times hanno riconosciuto essere autenticati. Lascia inoltre perplessi il fatto che Twitter abbia bloccato l’account dell’ex presidente americano, Donald Trump, mentre figure non esattamente liberaldemocratiche del calibro di Nicolas Maduro e Ali Khamenei continuano a cinguettare come se niente fosse. In tutto questo, secondo quanto riferito dalla testata The Verge, il nuovo proprietario di Twitter starebbe pensando di far pagare maggiormente i profili verificati con la spunta blu, passando da 4,99 dollari a 19,99 dollari al mese. Gli utenti in questione avrebbero circa 90 giorni per effettuare l’iscrizione, dopodiché perderebbero la spunta. Non solo: sembra che il magnate abbia anche intenzione di portare avanti un poderoso piano di licenziamenti interni. Come riportato ieri dal New York Post, già giovedì scorso, Musk ha silurato il ceo Parag Agrawal, il cfo Ned Segal, il consigliere generale Sean Edgett e il direttore legale Vijaya Gadde (colei, cioè, che ebbe un ruolo decisivo nel bloccare l’account di Trump l’anno scorso). Ieri, invece, ha azzerato l’intero Cda in carica, restando amministratore unico della piattaforma. Al momento, non è ancora del tutto chiaro se l’ex presidente americano farà ritorno sulla piattaforma (va tra l’altro tenuto presente il fatto che costui ha lanciato, alcuni mesi fa, il suo social network Truth). Non si può tuttavia escludere che Trump possa riaprire il proprio account, soprattutto qualora decidesse di ricandidarsi alla Casa Bianca dopo le elezioni di metà mandato del prossimo 8 novembre. Per ora, l’unica cosa certa è che Musk sembra puntare a recidere i «legami» tra Twitter e il mondo progressista statunitense. Vedremo se proseguirà su questa strada e se sarà in grado di farlo.
(Ansa)
La riforma consta di otto articoli, sull’ultimo dei quali - «Disposizioni transitorie» - tornerò alla fine. Gli altri sette modificano gli articoli 87, 102, 104-107 e 110 della Costituzione. Sembrerebbe la modifica di sette articoli e infatti le lamentele del Comitato per il No esordiscono proprio così: «Questa legge modifica sette articoli della Costituzione». Il che, pur apparentemente vero, è sostanzialmente sonoramente falso e fuorviante. Il Comitato per il No esordisce manipolandovi col trasmettere il messaggio angoscioso che la riforma governativa stravolgerebbe la Costituzione. Una comunicazione levantina che da sola basterebbe a togliere ogni fiducia a chi invita a votare No.
La verità sostanziale è che si modificano solo due articoli, mentre gli altri sono solo adeguati per coerenza. Per esempio, visto che nei due veri articoli modificati si istituiscono due magistrature governate, ciascuna, dal proprio Consiglio superiore, l’articolo 87 - che attualmente recita: «Il presidente della Repubblica presiede il Csm» - diventa: «Il presidente della Repubblica presiede il Csm giudicante e il Csm requirente». Simili considerazioni valgono per gli articoli 102, 105, 106 e 110. Gli articoli veramente modificati sono il 104 e il 105. La riforma disciplina tre cose.
L’esordio dell’articolo 104 - «La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere» - diventa: «La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere ed è composta dai magistrati della carriera giudicante e della carriera requirente». È finalmente introdotta la separazione delle carriere: così come l’avvocato che vi difende non è collega del giudice che deve emettere sentenza, anche la pubblica accusa non lo sarà più. Ove l’articolo vecchio continua assegnando la presidenza dell’unico Csm al capo dello Stato, quello nuovo si adegua, istituisce due Csm e mantiene il capo dello Stato a presiederli entrambi. Ecco attuato il principio del giusto processo, in ottemperanza all’articolo 111 della Costituzione.
Secondo il vecchio articolo, gli altri componenti (attualmente 24) sono «eletti» per 2/3 dai magistrati e per 1/3 da una lista che il Parlamento compone tra professionisti di lungo corso del diritto. Nell’articolo modificato dalla riforma, la parola «eletti» è sostituita con le parole «estratti a sorte».
L’articolo 105 attuale recita: «Spettano al Csm le assunzioni, le assegnazioni e i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati». Il nuovo articolo 105 è molto più lungo, col primo comma quasi coincidente con l’intero articolo vecchio: «Spettano a ciascuno dei due Csm le assunzioni, le assegnazioni, i trasferimenti, le valutazioni di professionalità e i conferimenti di funzioni nei riguardi dei magistrati». Come si nota, le parole «le promozioni» sono sostituite con le parole «le valutazioni di professionalità e i conferimenti di funzioni»; e sono state soppresse le parole «provvedimenti disciplinari» del vecchio articolo. Cosa significa? Significa, intanto, che ove la vecchia legge parla solo di «promozioni», la nuova parla di «valutazioni di professionalità». Ora, non voglio qui rivangare la brillante carriera dei giudici che hanno distrutto la vita di Enzo Tortora, solo perché non voglio dare l’impressione che quella del caso Tortora sia l’eccezione che conferma una regola: temo che sia invece la regola. Ancora: a leggere l’attuale articolo 105, suona quanto mai bizzarro che eventuali provvedimenti disciplinari nei confronti di un magistrato siano affidati a coloro che quel medesimo magistrato ha eletto. E, infatti, come osservavo a mo’ di esempio, quelli coinvolti nel caso Tortora, lungi dal subire provvedimenti disciplinari, fecero invece brillante carriera. Nel resto del nuovo art. 105, la riforma istituisce allora un’Alta Corte disciplinare, composta da 15 giudici professionalmente qualificati: «Tre dei quali nominati dal presidente della Repubblica» e gli altri 12 sono, di nuovo, tutti estratti a sorte: sei sono della magistratura giudicante, tre della magistratura inquirente e tre da un elenco di professionisti di lungo corso del diritto nominati dal Parlamento. I membri dell’Alta Corte non possono essere membri di nessun Parlamento (regionale, nazionale o europeo) né possono esercitare professione di avvocato. Infine, chi è soggetto a provvedimenti dell’Alta Corte può impugnarli solo dinanzi alla medesima Corte e, in questo caso, essa giudica in assenza dei componenti che hanno concorso alla decisione impugnata.
La prima lamentela del Comitato per il No è che la riforma assoggetterebbe il Csm al governo e/o al Parlamento. Ora, ditemi voi, come possa mai accadere che, passando da un meccanismo elettivo a una estrazione a sorte, chicchessia possa meglio influenzare sull’esito finale. Anzi, l’estrazione a sorte tra i titolati a far parte dei due Csm o dell’Alta Corte è l’unica cosa che garantisce che la scelta dei componenti sia avvenuta senza alcuna influenza esterna. Allora, chi vi dice che la riforma introduce, rispetto alla vecchia legge, maggiore controllo del potere politico, vi sta manipolando, vi sta mentendo, e vi sta togliendo il potere di scegliere. Né è vero che gli scelti per votazione sono i più «bravi»: sono solo quelli che hanno avuto più voti.
Le «Disposizioni transitorie», poi, prevedono che le leggi sul Csm, sull’ordinamento giudiziario e sulla giurisdizione disciplinare siano adeguate entro un anno alla nuova norma costituzionale. Allora, non solo con la nuova legge l’ingerenza della politica sulla magistratura è ridotta, ma codesta presunta ingerenza non è di alcun beneficio all’attuale esecutivo, che sarà a scadenza a ridosso dell’entrata in vigore della riforma.
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Una seduta del Csm (Imagoeconomica)
Battute a parte, resta la notizia e cioè che ieri il Tar del Lazio ha dato torto ai criticoni: il referendum si terrà nella data fissata dal governo, quindi domenica 22 e lunedì 23 marzo. Per i giudici amministrativi le preoccupazioni del No non avevano senso, non c’era alcuna prevaricazione e soprattutto il tempo per informare i cittadini è assolutamente congruo. Del resto, lo stesso capo dello Stato Sergio Mattarella non aveva avuto problemi a firmare la delibera che fissava la data, alla quale si era giunti dopo una mediazione di equilibrio.
Pertanto non ci saranno sorprese: si va dritti sul 22 e il 23 marzo, nel senso che la decisione del governo, secondo il Tar, non è un atto «lesivo e illegittimo» e non «rappresenta di fatto l’espropriazione del diritto dei cittadini di raccogliere le firme». La decisione dei giudici amministrativi è tanto più importante se si pensa che è avvenuta con sentenza e non con ordinanza, il che - per dirla in soldoni - rafforza la stessa, poiché non si ferma al solo congelamento del ricorso (cioè la richiesta di sospensione cautelare) ma entra anche nel merito delle questioni sollevate dai 15 giuristi che avevano promosso l’iniziativa. Insomma il governo e il fronte del Sì vincono abbondantemente su tutta la linea.
Questo ci permette allora di riprendere quanto nei giorni scorsi Alessandro Sallusti aveva già scritto, illuminando un aspetto fondamentale. Perché - si domandava - così tanto affanno da parte dei promotori nel chiedere la sospensione cautelare rispetto alla data fissata dal governo? Perché chiedere il posticipo, denunciando lesioni di diritti a danno dei cittadini? Ecco, Sallusti ci indicava una ragione che alla luce della sentenza del Tar del Lazio si fa ancor più condivisibile. Al fronte del No, quello che sta raccontando di pm che verrebbero assoggettati al potere politico (da qui la campagna pubblicitaria nelle stazioni e non solo…), interesserebbe arrivare al rinnovo del Csm con le vecchie regole; perciò spingeva a posticipare il referendum: buttare la palla in tribuna e guadagnare tempo.
In effetti, quand’anche il referendum convalidasse la riforma del governo - come sembra dai recenti sondaggi - poi ci sarà bisogno dei decreti attuativi, cioè di quelle leggi che «fanno camminare» le buone intenzioni legislative. Una vittoria del Sì il 22 e il 23 marzo velocizzerebbe tali norme blindandole in un calendario favorevole al rinnovo del Csm secondo le nuove regole. Un posticipo del referendum avrebbe invece ritardato tali tabella di marcia. Ci sono dieci mesi circa per impostare il rinnovo del Csm che va a scadenza tra un anno: se tutto filerà liscio a quel punto avremo un Csm per i giudici e uno per i pm, con l’azzeramento dei giochi tra le correnti perché gli organi di autogoverno sarebbero compilati secondo il sorteggio.
Ritardare il referendum avrebbe vanificato questa operazione anche in caso di vittoria dei Sì perché le procedure di rinnovo sarebbero state fatte con le vecchie regole e quindi… Buonanotte ai suonatori. La decisone del Tar del Lazio - che ripeto è entrato nel merito delle questioni sollevate dai 15 giuristi promotori spazzandole via - dà indirettamente ulteriore smalto ai promotori del Sì e ci consentirà di entrare nel vivo della campagna al netto degli allarmismi creati ad arte. Questa riforma è un passo avanti in una ridefinizione della giustizia rimettendola su binari più consoni, facendo invece deragliare (con la procedura del sorteggio) il treno del correntismo togato. La riforma del Csm è il cuore della legge costituzionale su cui ci esprimeremo e - ora più che mai - siamo convinti che proprio per questo le anime più politicizzate stanno dicendo e facendo cose bizzarre, dai post del segretario alla richiesta di rinvio del referendum.
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Ecco #DimmiLaVerità del 29 gennaio 2026. Il grande esperto di geopolitica Daniele Ruvinetti rivela un dettaglio inedito della escalation Usa-Iran.
Danni causati dal ciclone Harry sul lungomare di Catania (Ansa)
Può sembrare strano, considerata l’estensione delle nostre coste e che fenomeni del genere, quindi, andrebbero annoverati tra le calamità. Eppure, nella normativa c’è questo vuoto che espone le aziende al rischio di non aver nessun rimborso dalle assicurazioni, anche dopo essersi impegnate economicamente per tutelarsi da possibili disastri. È prevista la copertura contro le inondazioni ma non contro le mareggiate», spiega il presidente di Confesercenti, Nico Gronchi.
Una dimenticanza nella preparazione della norma prevista dalla legge di Bilancio 2024? Eppure, il governo ha puntato sul meccanismo delle polizze catastrofali come strumento per evitare che il costo dei danni ricada prevalentemente sul bilancio pubblico, considerata la frequenza dei fenomeni naturali estremi nel nostro Paese. La norma, lo ricordiamo, prevede l’obbligo, per le imprese, di stipulare una polizza per i danni causati da sismi, alluvioni, frane, inondazioni ed esondazioni. Le aziende che non si assicurano contro eventi catastrofali perdono l’accesso a contributi pubblici, agevolazioni e incentivi fiscali. Quindi è una misura strategica che, però, «arrivata al primo banco di prova, rischia di fallire», afferma Gronchi.
Le scadenze per dotarsi di una polizza sono state scaglionate: 31 marzo 2025 per le imprese grandi con oltre 250 dipendenti, 30 settembre 2025 per le medie aziende (da 50 a 250 dipendenti), mentre per tutte le micro e piccole imprese l’obbligo era stato posticipato al 31 dicembre 2025. Il Milleproroghe ha poi spostato l’obbligo a fine marzo prossimo per alcune categorie come la ricezione e il turismo, cioè alberghi, bar e ristoranti. «Si può quindi creare la situazione paradossale che in un immobile danneggiato ci siano differenti trattamenti; magari c’è un negozio che è stato obbligato a sottoscrivere una polizza mentre un bar aveva il tempo per farlo fino a fine marzo. È una norma che ha svariate incertezze», afferma Gronchi, sottolineando che «molte imprese hanno difficoltà ad avere i preventivi dalle assicurazioni. Abbiamo un pezzo di imprese senza copertura assicurativa perché la scadenza della sottoscrizione è stata spostata in avanti, mentre altre che non riescono a capire se, pur avendo una polizza, saranno o meno coperte, dal momento che i danni sono da mareggiate e non da inondazioni».
Le problematiche non finiscono qui. Il presidente di Confesercenti evidenzia il rischio che «chi non ha polizza non possa avere accesso a eventuali aiuti pubblici. La normativa dice che, in caso di catastrofe ambientale, l’impresa non assicurata non potrà richiedere ristori o contributi per la ricostruzione. In pratica l’imprenditore dovrà ripagare i danni mettendo mano al proprio portafoglio. Non solo. Senza polizza, l’azienda è considerata fragile e questo può portare al rifiuto di prestiti da parte delle banche o a tassi d’interesse più alti».
Confesercenti si è mossa per dare un aiuto alle aziende in difficoltà. «Abbiamo attivato un plafond complessivo di 2,5 milioni per prestiti agevolati destinati alle imprese siciliane, calabresi e sarde per gestire l’emergenza». L’intervento più strategico è nella lettera che Gronchi ha inviato al premier Giorgia Meloni, nella quale chiede di spostare al 30 giugno la scadenza dell’obbligo di sottoscrizione di una polizza. «Servirebbe a superare le incertezze. Abbiamo bisogno di tempo per far in modo che il meccanismo funzioni. L’Italia è territorio fragile e senza lo strumento delle polizze catastrofali, che affianchino l’intervento dello Stato, non si va da nessuna parte. In Sicilia ci sono oltre 1.000 imprese concentrate tra Messina e Catania colpite dal ciclone Harry, con danni per 750-800 milioni. Senza contare i danni al patrimonio pubblico».
Poi c’è il capitolo delicato degli stabilimenti balneari, le strutture più danneggiate. «Avendo le concessioni scadute e con l’incertezza dell’esito della direttiva Ue Bolkestein, sono penalizzate dalle banche perché il loro futuro è incerto e potrebbero avere difficoltà nell’accesso al credito».
In questo caos c’è anche il fronte delle assicurazioni. Al pressing del governo per spingerle a rimborsare le imprese danneggiate, l’Ania, richiamando la legge, sottolinea proprio quanto evidenziato dalla Confesercenti, ovvero che le mareggiate e i danni provocati dal vento restano fuori dalla lista degli eventi coperti dalle polizze. A meno che le imprese non abbiano sottoscritto polizze più ampie di quelle obbligatorie, includendo anche le mareggiate, non c’è possibilità di ricevere i rimborsi.
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