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2020-06-23
Il triplo azzardo dell’Italia sul vaccino
Ansa
Nella grande ammucchiata del vaccino contro il Covid-19, ormai è un furibondo «tutti contro tutti». Organizzazioni internazionali, singoli Stati, organismi sovranazionali alla stregua dell'Unione europea, cordate di Paesi come la neonata «Alleanza europea del vaccino», dal primo all'ultimo terrorizzati dall'arrivo della temutissima seconda ondata di contagi, si sono buttati a capofitto per scovare uno strumento utile a prevenire un possibile ritorno del virus. Unica costante, case farmaceutiche e produttori che sullo sfondo si sfregano le mani in vista dell'arrivo di una montagna di profitti.
Ma come si posiziona l'Italia nella corsa globale per il vaccino? Sono almeno tre le piste che l'esecutivo sta battendo in questa partita. Su tutte però gravano forti perplessità e pesantissimi caveat. La prima riguarda la firma di un accordo con Astrazeneca, multinazionale biofarmaceutica che lavora in partnership con l'Università di Oxford. L'intesa è stata salutata dal ministro della Salute, Roberto Speranza, come un «primo promettente passo avanti per l'Italia e per l'Europa». La firma del contratto ha fatto seguito alla nascita, annunciata ai primi di giugno, di un sodalizio stretto insieme ai governi di Germania, Francia e Paesi Bassi. Sulle cifre messe in campo da questo consorzio c'è ancora nebbia fitta. L'unico dato certo riguarda l'entità della fornitura prenotata ad Astrazeneca, pari a 300 milioni di dosi, con la possibilità di incrementare il numero fino a 400 milioni. Purtroppo, a discapito della trasparenza, il testo del «memorandum of understanding» sottoscritto dai quattro Paesi non è rintracciabile né sul sito del ministero della Salute, né tantomeno su quello del governo italiano. Per trovarlo, la Verità ha dovuto consultare il sito dell'esecutivo dei Paesi Bassi. Quattro articoli piuttosto asciutti, più un'appendice dedicato alle policy sulle trattative con le aziende che producono i vaccini, tutto all'interno di tre paginette. Scopo dell'Alleanza, «garantire l'approvvigionamento alla popolazione dell'Ue ma non solo, a un prezzo equilibrato». Degno di nota il punto relativo all'organizzazione: l'Alleanza verrà governata e amministrata da un «gruppo ristretto» in rappresentanza dei membri, affiancati da un team di esperti nel campo legale e in quello della finanza. Quasi a chiarire che quella del vaccino, prima che sanitaria, è una questione di natura economica. Voci preoccupate arrivano proprio dai Paesi Bassi, dove esperti e politici hanno sollevato dubbi sulla scelta di Astrazeneca. Oltre alla lunga serie di controversie collezionate negli anni dall'azienda britannico-svedese, legate perlopiù a contenziosi sulla durata dei brevetti e sul prezzo dei farmaci messi in commercio, alcuni mettono in dubbio la bontà stessa della scelta fatta dai quattro Paesi. «È un po' come comprare casa da un venditore con precedenti penali», ha dichiarato a proposito del vaccino il deputato Henk van Gerven (che tra l'altro di professione fa il medico), «non abbiamo in mano i progetti, e non sappiamo nemmeno se verrà effettivamente costruita, ma nel frattempo dobbiamo firmare il contratto». Parlando domenica da Barbara d'Urso, il ministro della Salute Roberto Speranza si è comunque detto certo che il vaccino di Astrazeneca arriverà «entro fine anno».
Ma che succede se il cavallo sul quale il nostro governo sembra aver puntato tutto o quasi dovesse rivelarsi un bluff? Qua si apre la seconda pista. Qualche giorno in un'intervista pubblicata su Repubblica, Walter Ricciardi, che di Speranza è consigliere, ha dichiarato: «Punteremo sugli altri vaccini, come quelli su cui la Ue sta per investire 2 miliardi». Come annunciato il 17 giugno in occasione della presentazione della strategia dell'Ue, «la Commissione concluderà accordi con singoli produttori di vaccini a nome degli Stati membri» finanziando «una parte dei costi sostenuti dai produttori». Tutto grazie ai fondi dello Strumento per il sostegno di emergenza (Esi), attivato lo scorso aprile con una dotazione di 2,7 miliardi di euro finanziati dal bilancio Ue. Considerato che l'Italia contribuisce al budget dell'Unione per il 12%, si tratta in definitiva di 324 milioni di soldi nostri. Curiosità: a negoziare i prezzi dei vaccini con i produttori ci sarà un'italiana, Sandra Gallina, appena approdata in qualità di vicedirettore generale alla Direzione generale salute e sicurezza alimentare dalla Direzione generale del commercio. «Con il trasferimento della Gallina», si legge nel comunicato, «la Commissione si avvale di un forte negoziatore allo scopo di rafforzare il lavoro sulle numerose priorità sanitarie nel contesto attuale, inclusa la strategia di acquisto anticipato di vaccini».
Arriviamo alla terza pista, quella che riguarda la raccolta fondi lanciata dalla Commissione europea a fine aprile e che culminerà con l'evento-concerto del 27 giugno organizzato in collaborazione con l'Ong Global citizen, di cui è partner Bill Gates. Per capirci, l'appuntamento oggetto dell'affettuoso scambio di tweet tra Conte e la cantante Myley Cyrus. È in quella data che Ursula von der Leyen batterà cassa per tramutare le promesse di donazioni, pari a 9,8 miliardi di euro, in finanziamenti concreti. L'assegno a sei zeri in partenza dall'Italia riporta la considerevole cifra di 381 milioni di euro. Certo, esiste il pericolo concreto che il vaccino non si trovi mai, o peggio che le formulazioni sviluppate non si rivelino efficaci, ma grazie alla mole di finanziamenti già stanziati le aziende coinvolte sono sicure di cadere in piedi. E alla fine il prezzo di questo fallimento rischia di ricadere, come spesso accade, sulle spalle degli onesti contribuenti.
Lo studio avverte: «L’antinfluenzale aggrava il Covid»
Il Lazio di Nicola Zingaretti e la Calabria di Jole Santelli hanno prescritto la vaccinazione antinfluenzale a over 65 e personale sanitario dal 15 settembre; la Giunta pugliese di Michele Emiliano ha approvato un regolamento per imporla agli operatori sanitari. Ma stando a uno studio pubblicato da Giovanni Fioriti editore, questo provvedimento non faciliterà la diagnosi differenziale del Covid-19. L'antinfluenzale non ci aiuterà a riconoscere più facilmente un caso di coronavirus e potrebbe pure aggravare il quadro clinico di un'infezione da Sars-Cov-2.
Vaccinazione antinfluenzale: che cosa dicono le prove scientifiche, è il saggio firmato da Alberto Donzelli, specialista in igiene e medicina preventiva, già in servizio presso la Asl di Milano; Daniele Agostini, epidemiologo; Paolo Bellavite, già prof di patologia generale all'Università di Verona; Adriano Cattaneo, epidemiologo esperto di salute dell'infanzia; Piergiorgio Duca, ordinario di statistica medica all'Università di Milano; ed Eugenio Serravalle, specialista in pediatria. Le conclusioni della loro indagine sono chiare. Primo: la vaccinazione antinfluenzale ha un'efficacia moderata nella prevenzione dell'influenza, ma «non è efficace verso le ben più numerose sindromi influenzali», causate da virus diversi da quelli della classica stagionale. Secondo: il vaccino potrebbe aumentare l'incidenza di altre infezioni respiratorie, incluse quelle da coronavirus, anche se «mancano prove rispetto al Sars-Cov-2». Terzo: la vaccinazione non permette «di distinguere sindromi influenzali da forme iniziali di Covid-19». Quarto: dato il costo economico e organizzativo di una campagna di somministrazione obbligatoria, essa si dimostra meno utile dei tamponi a tappeto.
Lo scorso 24 maggio, La Verità aveva già evidenziato che l'ipotesi al vaglio dell'Iss e del ministero della Salute, di vaccinare contro l'influenza bambini e anziani, avrebbe comportato grossi dispendi e difficoltà logistiche. Il dicastero di Roberto Speranza ha poi corretto il tiro, con una circolare in cui si parla di «opportunità di raccomandare la vaccinazione» per i piccoli tra i 6 mesi e i 6 anni. La strada della «raccomandazione», per ora, è la stessa battuta dalla Campania, nonostante gli annunci roboanti di Vincenzo De Luca sull'obbligatorietà. La ricerca del team di studiosi, in ogni caso, alimenta dubbi che oltrepassano l'aspetto economico. Dubbi scientifici.
Il punto più importante, visto che lo menzionano tutte le ordinanze regionali, riguarda la possibilità di usare la vaccinazione per accelerare le diagnosi di Covid-19. Gli autori ricordano che una soluzione simile era già tramontata nella stagione 2003-2004, quando si pensò di vaccinare tutti i bambini contro l'influenza a causa delle somiglianze, allo stadio iniziale, con la Sars. Si desistette perché le sindromi simil influenzali (Ili), «clinicamente indistinguibili, ma certo molto più frequenti sia dell'influenza che della Sars» e non coperte dal vaccino, «avrebbero reso di fatto irrilevante il ruolo della vaccinazione antinfluenzale per una definizione della diagnosi differenziale». Una situazione destinata a riproporsi con il Covid-19. Su 100 pazienti, 85 potrebbero ammalarsi a causa di virus influenzali per i quali il vaccino non offre protezione. Dal che si comprende che «la pregressa vaccinazione non aggiungerebbe nulla di sostanziale a una corretta diagnosi eziologica, che necessita inevitabilmente di effettuare comunque un test rapido».
Insomma, i tamponi rimangono un metodo «molto più razionale e preciso rispetto al tentare diagnosi “per esclusione"».
L'altro capitolo cruciale riguarda le interferenze virali: «Nei vaccinati contro l'influenza», spiegano i sei scienziati, «può esserci un rischio di eccesso di altre malattie virali». Un'indagine condotta su militari Usa ha rilevato un incremento del 36% di patologie legate ai coronavirus (prima del Sars-Cov-2), mentre in Spagna sarebbe stata individuata «una relazione diretta tra vaccinazioni antinfluenzali» e «decessi da Covid-19». È presto per trarre conclusioni sul loro impatto sul morbo cinese. Ma il solo sospetto di interferenze virali è motivo sufficiente per evitare decisioni avventate.
Tanto più che proprio sulle categorie oggetto delle ordinanze, over 65 e sanitari, il vaccino non garantisce miglioramenti. Gli studi randomizzati controllati hanno dimostrato che l'antinfluenzale reca benefici ai pazienti attempati solo se hanno cardiopatie croniche. Una ricerca britannica, invece, ha rilevato una tendenza al peggioramento dei dati su ricoveri e mortalità negli anziani non cardiopatici vaccinati. Risultati non incoraggianti si sono registrati altresì su bimbi e puerpere. Ciò mette in questione anche la costituzionalità di un obbligo vaccinale: mancano le prove, richieste in virtù di una sentenza della Consulta, che il trattamento possa «migliorare o preservare lo stato di salute di chi vi è assoggettato»; e non si può affermare neppure che «esso non incida negativamente sullo stato di salute».
Nel suo ultimo libro, Ilaria Capua azzarda: se gli italiani vaccinati per l'influenza fossero stati di più, «i numeri del contagio da Sars-Cov-2 sarebbero stati più contenuti». L'ex montiana ammette di non avere «ancora a disposizione informazioni tali da poter suffragare» la sua tesi. Però, ribadisce, «ne sono convinta». Per una scelta politica così delicata può bastare un atto di fede?
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Oltre all'accordo con Astrazeneca, dai costi ignoti, il governo partecipa alla ricerca Ue con 324 milioni Altri 381 andranno alla raccolta fondi di Bill Gates sponsorizzata dalla Cyrus. Senza garanzie sull'esito.Cinque esperti lontani dalla galassia No vax: la profilassi obbligatoria è costosa e non scongiura le diagnosi sovrapposte.Lo speciale contiene due articoliNella grande ammucchiata del vaccino contro il Covid-19, ormai è un furibondo «tutti contro tutti». Organizzazioni internazionali, singoli Stati, organismi sovranazionali alla stregua dell'Unione europea, cordate di Paesi come la neonata «Alleanza europea del vaccino», dal primo all'ultimo terrorizzati dall'arrivo della temutissima seconda ondata di contagi, si sono buttati a capofitto per scovare uno strumento utile a prevenire un possibile ritorno del virus. Unica costante, case farmaceutiche e produttori che sullo sfondo si sfregano le mani in vista dell'arrivo di una montagna di profitti. Ma come si posiziona l'Italia nella corsa globale per il vaccino? Sono almeno tre le piste che l'esecutivo sta battendo in questa partita. Su tutte però gravano forti perplessità e pesantissimi caveat. La prima riguarda la firma di un accordo con Astrazeneca, multinazionale biofarmaceutica che lavora in partnership con l'Università di Oxford. L'intesa è stata salutata dal ministro della Salute, Roberto Speranza, come un «primo promettente passo avanti per l'Italia e per l'Europa». La firma del contratto ha fatto seguito alla nascita, annunciata ai primi di giugno, di un sodalizio stretto insieme ai governi di Germania, Francia e Paesi Bassi. Sulle cifre messe in campo da questo consorzio c'è ancora nebbia fitta. L'unico dato certo riguarda l'entità della fornitura prenotata ad Astrazeneca, pari a 300 milioni di dosi, con la possibilità di incrementare il numero fino a 400 milioni. Purtroppo, a discapito della trasparenza, il testo del «memorandum of understanding» sottoscritto dai quattro Paesi non è rintracciabile né sul sito del ministero della Salute, né tantomeno su quello del governo italiano. Per trovarlo, la Verità ha dovuto consultare il sito dell'esecutivo dei Paesi Bassi. Quattro articoli piuttosto asciutti, più un'appendice dedicato alle policy sulle trattative con le aziende che producono i vaccini, tutto all'interno di tre paginette. Scopo dell'Alleanza, «garantire l'approvvigionamento alla popolazione dell'Ue ma non solo, a un prezzo equilibrato». Degno di nota il punto relativo all'organizzazione: l'Alleanza verrà governata e amministrata da un «gruppo ristretto» in rappresentanza dei membri, affiancati da un team di esperti nel campo legale e in quello della finanza. Quasi a chiarire che quella del vaccino, prima che sanitaria, è una questione di natura economica. Voci preoccupate arrivano proprio dai Paesi Bassi, dove esperti e politici hanno sollevato dubbi sulla scelta di Astrazeneca. Oltre alla lunga serie di controversie collezionate negli anni dall'azienda britannico-svedese, legate perlopiù a contenziosi sulla durata dei brevetti e sul prezzo dei farmaci messi in commercio, alcuni mettono in dubbio la bontà stessa della scelta fatta dai quattro Paesi. «È un po' come comprare casa da un venditore con precedenti penali», ha dichiarato a proposito del vaccino il deputato Henk van Gerven (che tra l'altro di professione fa il medico), «non abbiamo in mano i progetti, e non sappiamo nemmeno se verrà effettivamente costruita, ma nel frattempo dobbiamo firmare il contratto». Parlando domenica da Barbara d'Urso, il ministro della Salute Roberto Speranza si è comunque detto certo che il vaccino di Astrazeneca arriverà «entro fine anno». Ma che succede se il cavallo sul quale il nostro governo sembra aver puntato tutto o quasi dovesse rivelarsi un bluff? Qua si apre la seconda pista. Qualche giorno in un'intervista pubblicata su Repubblica, Walter Ricciardi, che di Speranza è consigliere, ha dichiarato: «Punteremo sugli altri vaccini, come quelli su cui la Ue sta per investire 2 miliardi». Come annunciato il 17 giugno in occasione della presentazione della strategia dell'Ue, «la Commissione concluderà accordi con singoli produttori di vaccini a nome degli Stati membri» finanziando «una parte dei costi sostenuti dai produttori». Tutto grazie ai fondi dello Strumento per il sostegno di emergenza (Esi), attivato lo scorso aprile con una dotazione di 2,7 miliardi di euro finanziati dal bilancio Ue. Considerato che l'Italia contribuisce al budget dell'Unione per il 12%, si tratta in definitiva di 324 milioni di soldi nostri. Curiosità: a negoziare i prezzi dei vaccini con i produttori ci sarà un'italiana, Sandra Gallina, appena approdata in qualità di vicedirettore generale alla Direzione generale salute e sicurezza alimentare dalla Direzione generale del commercio. «Con il trasferimento della Gallina», si legge nel comunicato, «la Commissione si avvale di un forte negoziatore allo scopo di rafforzare il lavoro sulle numerose priorità sanitarie nel contesto attuale, inclusa la strategia di acquisto anticipato di vaccini». Arriviamo alla terza pista, quella che riguarda la raccolta fondi lanciata dalla Commissione europea a fine aprile e che culminerà con l'evento-concerto del 27 giugno organizzato in collaborazione con l'Ong Global citizen, di cui è partner Bill Gates. Per capirci, l'appuntamento oggetto dell'affettuoso scambio di tweet tra Conte e la cantante Myley Cyrus. È in quella data che Ursula von der Leyen batterà cassa per tramutare le promesse di donazioni, pari a 9,8 miliardi di euro, in finanziamenti concreti. L'assegno a sei zeri in partenza dall'Italia riporta la considerevole cifra di 381 milioni di euro. Certo, esiste il pericolo concreto che il vaccino non si trovi mai, o peggio che le formulazioni sviluppate non si rivelino efficaci, ma grazie alla mole di finanziamenti già stanziati le aziende coinvolte sono sicure di cadere in piedi. E alla fine il prezzo di questo fallimento rischia di ricadere, come spesso accade, sulle spalle degli onesti contribuenti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/litalia-fa-scommesse-su-tre-tavoli-ma-sul-vaccino-niente-paracadute-2646235592.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lo-studio-avverte-lantinfluenzale-aggrava-il-covid" data-post-id="2646235592" data-published-at="1592864460" data-use-pagination="False"> Lo studio avverte: «L’antinfluenzale aggrava il Covid» Il Lazio di Nicola Zingaretti e la Calabria di Jole Santelli hanno prescritto la vaccinazione antinfluenzale a over 65 e personale sanitario dal 15 settembre; la Giunta pugliese di Michele Emiliano ha approvato un regolamento per imporla agli operatori sanitari. Ma stando a uno studio pubblicato da Giovanni Fioriti editore, questo provvedimento non faciliterà la diagnosi differenziale del Covid-19. L'antinfluenzale non ci aiuterà a riconoscere più facilmente un caso di coronavirus e potrebbe pure aggravare il quadro clinico di un'infezione da Sars-Cov-2. Vaccinazione antinfluenzale: che cosa dicono le prove scientifiche, è il saggio firmato da Alberto Donzelli, specialista in igiene e medicina preventiva, già in servizio presso la Asl di Milano; Daniele Agostini, epidemiologo; Paolo Bellavite, già prof di patologia generale all'Università di Verona; Adriano Cattaneo, epidemiologo esperto di salute dell'infanzia; Piergiorgio Duca, ordinario di statistica medica all'Università di Milano; ed Eugenio Serravalle, specialista in pediatria. Le conclusioni della loro indagine sono chiare. Primo: la vaccinazione antinfluenzale ha un'efficacia moderata nella prevenzione dell'influenza, ma «non è efficace verso le ben più numerose sindromi influenzali», causate da virus diversi da quelli della classica stagionale. Secondo: il vaccino potrebbe aumentare l'incidenza di altre infezioni respiratorie, incluse quelle da coronavirus, anche se «mancano prove rispetto al Sars-Cov-2». Terzo: la vaccinazione non permette «di distinguere sindromi influenzali da forme iniziali di Covid-19». Quarto: dato il costo economico e organizzativo di una campagna di somministrazione obbligatoria, essa si dimostra meno utile dei tamponi a tappeto. Lo scorso 24 maggio, La Verità aveva già evidenziato che l'ipotesi al vaglio dell'Iss e del ministero della Salute, di vaccinare contro l'influenza bambini e anziani, avrebbe comportato grossi dispendi e difficoltà logistiche. Il dicastero di Roberto Speranza ha poi corretto il tiro, con una circolare in cui si parla di «opportunità di raccomandare la vaccinazione» per i piccoli tra i 6 mesi e i 6 anni. La strada della «raccomandazione», per ora, è la stessa battuta dalla Campania, nonostante gli annunci roboanti di Vincenzo De Luca sull'obbligatorietà. La ricerca del team di studiosi, in ogni caso, alimenta dubbi che oltrepassano l'aspetto economico. Dubbi scientifici. Il punto più importante, visto che lo menzionano tutte le ordinanze regionali, riguarda la possibilità di usare la vaccinazione per accelerare le diagnosi di Covid-19. Gli autori ricordano che una soluzione simile era già tramontata nella stagione 2003-2004, quando si pensò di vaccinare tutti i bambini contro l'influenza a causa delle somiglianze, allo stadio iniziale, con la Sars. Si desistette perché le sindromi simil influenzali (Ili), «clinicamente indistinguibili, ma certo molto più frequenti sia dell'influenza che della Sars» e non coperte dal vaccino, «avrebbero reso di fatto irrilevante il ruolo della vaccinazione antinfluenzale per una definizione della diagnosi differenziale». Una situazione destinata a riproporsi con il Covid-19. Su 100 pazienti, 85 potrebbero ammalarsi a causa di virus influenzali per i quali il vaccino non offre protezione. Dal che si comprende che «la pregressa vaccinazione non aggiungerebbe nulla di sostanziale a una corretta diagnosi eziologica, che necessita inevitabilmente di effettuare comunque un test rapido». Insomma, i tamponi rimangono un metodo «molto più razionale e preciso rispetto al tentare diagnosi “per esclusione"». L'altro capitolo cruciale riguarda le interferenze virali: «Nei vaccinati contro l'influenza», spiegano i sei scienziati, «può esserci un rischio di eccesso di altre malattie virali». Un'indagine condotta su militari Usa ha rilevato un incremento del 36% di patologie legate ai coronavirus (prima del Sars-Cov-2), mentre in Spagna sarebbe stata individuata «una relazione diretta tra vaccinazioni antinfluenzali» e «decessi da Covid-19». È presto per trarre conclusioni sul loro impatto sul morbo cinese. Ma il solo sospetto di interferenze virali è motivo sufficiente per evitare decisioni avventate. Tanto più che proprio sulle categorie oggetto delle ordinanze, over 65 e sanitari, il vaccino non garantisce miglioramenti. Gli studi randomizzati controllati hanno dimostrato che l'antinfluenzale reca benefici ai pazienti attempati solo se hanno cardiopatie croniche. Una ricerca britannica, invece, ha rilevato una tendenza al peggioramento dei dati su ricoveri e mortalità negli anziani non cardiopatici vaccinati. Risultati non incoraggianti si sono registrati altresì su bimbi e puerpere. Ciò mette in questione anche la costituzionalità di un obbligo vaccinale: mancano le prove, richieste in virtù di una sentenza della Consulta, che il trattamento possa «migliorare o preservare lo stato di salute di chi vi è assoggettato»; e non si può affermare neppure che «esso non incida negativamente sullo stato di salute». Nel suo ultimo libro, Ilaria Capua azzarda: se gli italiani vaccinati per l'influenza fossero stati di più, «i numeri del contagio da Sars-Cov-2 sarebbero stati più contenuti». L'ex montiana ammette di non avere «ancora a disposizione informazioni tali da poter suffragare» la sua tesi. Però, ribadisce, «ne sono convinta». Per una scelta politica così delicata può bastare un atto di fede?
Antonio Decaro (Imagoeconomica)
La richiesta si basa, in gran parte, su una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna, a cui la Regione fortino del Pd - che con Michele De Pascale punta ad ergersi capofila nazionale delle politiche sanitarie autonome regionali - si è appellata per evitare di erogare, retroattivamente, gli stessi emolumenti, mai corrisposti, ai propri camici bianchi. La pretesa restituzione dei compensi, che per ogni singolo medico ammonterebbe a circa 70.000 euro, è arrivata la sera di Capodanno, lanciata via Pec alle 20.48 da qualche dirigente bontempone, ma ora rischia di trasformarsi in una valanga. I medici di base, infatti, non hanno preso bene l’idea di dover restituire decine di migliaia di euro a testa all’ente che per anni li ha erogati senza battere ciglio e, oltre ad aver dato mandato ai legali di resistere in giudizio a quello che definiscono «un vero furto», minacciano di fare «non uno, ma quattro passi indietro» nei confronti degli impegni assunti con Regione in relazione alle Case di Comunità, finanziate con 350 milioni di euro di fondi Pnrr, tra i fiori all’occhiello della campagna elettorale di Decaro. «Stiamo reagendo dal punto di vista legale sia a livello regionale che di singole Asl e abbiamo già dato mandato ai legali per impugnare la circolare e ottenerne la sospensiva immediata della direttiva regionale», spiega Antonio De Maria, segretario regionale del sindacato dei medici Fimmg. «La situazione del sistema sanitario della Puglia è già al collasso e in questo momento ci vuole coesione e grande collaborazione tra le parti. Innescare adesso un meccanismo del genere è pericolosissimo e ci auguriamo che questa richiesta, arrivata con modalità offensive dal dipartimento regionale della Sanità, non abbia l’avvallo politico. Avvisiamo già che non ci fermeremo e che a fronte di questo atto siamo pronti a rimettere completamente in discussione la nostra presenza e collaborazione al progetto delle Case di Comunità dell’intero territorio regionale». I sindacati dei medici sono uniti in questa battaglia: «Quanto avvenuto è sconcertante e si tratta di un attacco inopportuno e, a nostro parere, totalmente illegittimo. Appariamo come professionisti che hanno percepito dei soldi che non gli spettavano: è assolutamente falso. Quest’azione rappresenta l’espressione della situazione caotica che ormai da un anno viviamo nell’organizzazione della medicina territoriale a livello pugliese. Se qualcuno pensa di risanare in questo modo le finanze regionali, tagli dove si spreca», ha aggiunto Luigi Nigri, segretario regionale Puglia e vicepresidente nazionale Finp. Eppure, nonostante la posta in gioco, non sarà semplice per Decaro fare un passo indietro sulla questione. Rinunciare al prelievo dalle tasche dei dottori significherebbe, infatti, sconfessare la linea dell’Emilia-Romagna, che quegli stessi assegni, negli ultimi dieci anni, ai suoi medici non li ha mai versati e che ora rischia - a causa di un’azione legale partita da Rimini - di dover sborsare oltre 100 milioni di euro in un colpo solo. La Regione rossa, infatti, è in attesa del pronunciamento della Cassazione e, negli ambienti, si racconta che qualche settimana fa, presso la sede romana della Sisac - Struttura interregionale sanitari convenzionati, ossia il luogo in cui si costruiscono gli Accordi nazionali collettivi che stabiliscono gli emolumenti per i sanitari - si è tenuta una plenaria durante la quale, sul tema dei compensi ai medici, è stata dettata e condivisa una linea comune. Il mandato più o meno esplicito sarebbe stato quello di «evitare di pagare per non far finire nei guai chi non ha nulla in cassa». In sostanza, marciare uniti a scapito dei camici bianchi. E a quanto pare, la Puglia ha preso l’indicazione come un ordine. «Mi pare sia evidente che la sinistra in Italia abbia perso qualsiasi titolo per parlare di sanità: chiedono di aumentare le risorse che hanno tagliato durante i loro governi e stanno dimostrando di non saper neppure gestire quelle che hanno nelle Regioni che governano. La situazione che si è venuta a creare in Puglia credo sia abbastanza emblematica; tra l’altro la Puglia ha erogato questi integrativi, così Decaro si è fatto bello per le elezioni regionali ed oggi, dopo la vittoria, gli chiede indietro ai medici di base a cui magari pochi mesi fa chiedeva il voto», commenta il senatore Fdi Marco Lisei. «Un comportamento immorale, che però non lascia immune da critiche neppure la Regione Emilia-Romagna, che quegli integrativi avrebbe dovuto coprirli. Ora serve chiarezza, ma soprattutto servono tutele per i professionisti sanitari. Per questo come governo abbiamo destinato risorse dedicate per aumentare gli stipendi e tutelare chi nel corso degli anni ha tenuto in piedi il sistema sanitario mentre la sinistra lo sfasciava». Il prossimo 12 gennaio, per Decaro, sarà una data importante: il report sulla realizzazione delle Case di Comunità verrà trasmesso all’Autorità di missione Pnrr, presso il ministero della Salute, per una valutazione sullo stato di avanzamento del progetto. La promessa - nonché condizione necessaria per il raggiungimento del target e dunque per l’ottenimento dei fondi Pnrr - è che al 30 giugno 2026 la Puglia avrà 123 Case di comunità, ma la Corte dei Conti, che ha già un fascicolo aperto sui ritardi nella realizzazione delle opere, ha ricordato esplicitamente che per essere soddisfatto pienamente il target di giugno «non implica solo la realizzazione, ma la completa messa a disposizione delle strutture dotate di tutte le attrezzature necessarie al funzionamento». Medici compresi.
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La riaffermazione di tale principio si accompagna, tuttavia, nella stessa sentenza n. 204/2025, alla declaratoria di illegittimità costituzionale dell’articolo 7 della legge regionale oggetto di ricorso, che, apparentemente in linea con il suddetto principio, impegnava le aziende sanitarie locali a fornire all’aspirante suicida «il supporto tecnico e farmacologico nonché l’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato».
L’incostituzionalità di tale disposizione - afferma la Corte - è dovuta al fatto che essa «invade la riserva allo Stato della fissazione dei principi fondamentali in materia di tutela della salute», dal momento che non si limita a semplici «norme di dettaglio» attuative dei suddetti principi, ma avrebbe dato luogo a «una illegittima determinazione degli stessi da parte della legislazione regionale». Giova, in proposito, ricordare che la tutela della salute è, appunto, una delle materie in cui, ai sensi dell’articolo 117, comma III, della Costituzione, la potestà legislativa spetta alle Regioni, «salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservati alla legislazione dello Stato».
Il ragionamento della Corte non farebbe una grinza se non fosse per il fatto che, nella sentenza n. 204/2025, la stessa Corte ha cura di precisare che la ritenuta incostituzionalità dell’articolo 7 della legge regionale toscana «lascia intatto il diritto», riconosciuto all’aspirante suicida dalla sentenza n. 132/ 2025, «di ottenere dalle aziende del Servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura». Ciò in forza della «portata autoapplicativa» da riconoscersi - afferma sempre la Corte - alla suddetta sentenza. Ma una sentenza della Corte Costituzionale che abbia «portata autoapplicativa» e nella quale vengano - come nel caso di specie - dettati principi del tutto analoghi a quelli che potrebbero essere stabiliti con legge dello Stato, dovrebbe, con ogni evidenza, essere considerata idonea ad assolvere alla stessa funzione che l’articolo 117, comma III, della Costituzione assegna alla legge statale per la determinazione dei principi fondamentali ai quali dovrebbe poi attenersi la legislazione regionale. L’articolo 7 della legge regionale toscana, quindi, siccome del tutto aderente a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza in questione, non sarebbe stato da dichiarare incostituzionale.
La declaratoria di incostituzionalità si rivela, però, paradossalmente, corretta proprio considerando che, in realtà, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte, al principio affermato nella sentenza n. 132/2025 e confermato in quella n. 204/2025 non sembra affatto che possa attribuirsi carattere vincolante e meno che mai, quindi, «portata autoapplicativa». Si tratta, infatti, di un principio che non è in alcun modo conseguenziale alla già ricordata sentenza della stessa Corte n. 242/2019, essendosi questa limitata a rendere non punibile, a determinate condizioni, mediante declaratoria di parziale incostituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, la condotta di chi presti aiuto al suicidio, senza con ciò attribuire all’aspirante suicida alcun diritto a ottenere quell’aiuto da parte di chicchessia, ivi compreso il Servizio sanitario nazionale. A quest’ultimo, infatti, la Corte affida il solo compito di accertare che le suddette condizioni siano effettivamente sussistenti e che le modalità stabilite dall’interessato e dal medico di sua fiducia per l’esecuzione del suicidio non siano tali da offendere la dignità della persona e cagionarle sofferenze.
Lo stesso principio, inoltre, non può neppure dirsi funzionale alla decisione a suo tempo assunta con la sentenza n. 132/2025, in cui esso è enunciato, dal momento che tale sentenza, a sostegno della ritenuta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 579 del codice penale, che punisce l’omicidio del consenziente, fece essenzialmente leva sul fatto che, contrariamente a quanto affermato dai ricorrenti, non poteva dirsi accertata, in linea di fatto, l’assoluta irreperibilità, sul mercato, di strumenti che consentissero all’aspirante suicida, nonostante la sua condizione di paraplegico, l’autonoma assunzione del farmaco mortale. L’affermazione che del reperimento di quegli strumenti dovesse farsi carico, se necessario, il Servizio sanitario nazionale, rispondendo ciò a un diritto dell’interessato, aveva carattere meramente incidentale (c.d. «obiter dictum»); il che, secondo quanto pacificamente ritenuto dalla dottrina giuridica, esclude in radice che ad essa possa attribuirsi carattere vincolante tanto nei confronti del Servizio sanitario nazionale quanto in quelli del legislatore ordinario.
Non può in alcun modo condividersi, quindi, l’opinione di chi - come il senatore del Pd Alfredo Bazoli, secondo quanto riferito sulla Verità del 31 dicembre scorso nell’articolo a firma di Carlo Tarallo - sostiene che il legislatore ordinario, nel dettare la disciplina generale in materia di fine vita, non potrebbe «in alcun modo derogare» al principio in questione giacché quello in esso affermato sarebbe «un diritto pienamente riconosciuto e dunque pienamente eseguibile». Deve invece ritenersi, al contrario, che il legislatore ordinario sia perfettamente libero di seguire o non seguire l’indicazione della Corte Costituzionale circa il ruolo da attribuirsi al Servizio sanitario nazionale, senza che, nella seconda di tali ipotesi, la sua scelta possa cadere, alla prima occasione, sotto la mannaia della stessa Corte; ciò sempre che, naturalmente, quest’ultima resista alla ricorrente tentazione di esorbitare dai limiti delle proprie funzioni; sul che, ovviamente, dati i numerosi precedenti, nessuno può azzardarsi a mettere la mano sul fuoco.
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«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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