True
2019-02-17
L’inchiesta sui preti gay punta al «liberi tutti» della Chiesa sulla dottrina
Ansa
Pubblicato in otto lingue diverse e in una ventina di Paesi, il libro Sodoma (in Italia per Feltrinelli), di cui La Verità ha anticipato prima degli altri giornali i principali contenuti, ha un obiettivo preciso, pienamente dichiarato dallo stesso autore: liberare l'ultimo bastione. Lo scrive papale papale il giornalista e studioso omosessuale francese, Frédéric Martel: per lui «il Vaticano è l'ultima roccaforte da liberare» dal pregiudizio gay. L'ultima cittadella da conquistare per la gioiosa macchina da guerra dell'omosessualismo internazionale. Secondo il cronista infatti «un sacerdote o un cardinale non dovrebbe vergognarsi di essere omosessuale; penso anche che dovrebbe essere uno status sociale possibile, tra gli altri».
A parte questo dettaglio, Sodoma in un certo senso scopre una dolorosa acqua calda dicendo che molti in Vaticano sarebbero omosessuali. Martel si accanisce contro i «conservatori» e i «tradizionalisti» che si ostinerebbero su posizioni omofobe e in realtà sarebbero omosessuali criptici o magari repressi. Il sottotesto non è troppo implicito: venite alla luce, e state allegri. Una delle chiavi per capire di cosa stiamo parlando è sintetizzata da quella che l'autore chiama la quarta regola: «Più un prelato è pro gay, meno facilmente è gay; più un prelato è omofobo, più è probabilmente omosessuale». Un postulato di cui si ignorano le basi scientifiche, e quindi al lettore non resta che un atto di fede sul «metodo Martel».
L'autore francese viene indicato come perfezionista, sistematico ricercatore, implacabile raccoglitore di prove. Senza dubitare del lungo lavoro di collazione, sfogliare le oltre 500 pagine di Sodoma è un esercizio un po' deludente. Chi cerca prove e resta più che altro con tante chiacchiere in mano. L'ex nunzio negli Stati Uniti, monsignor Carlo Maria Viganò, nella testimonianza - pubblicata nell'agosto scorso su queste colonne - tacciata di macchinazione politico mediatica, almeno forniva una serie di circostanze abbastanza precise. Date, nomi, riferimenti a documenti, al luogo in cui si trovano, filiere e nomine precise. In Sodoma c'è il racconto di quattro anni di incontri, in diversi casi sotto anonimato.
Per esempio, il cardinale Raymond Burke, indicato all'autore da padre Antonio Spadaro come il capo della fronda contro papa Francesco, viene ridicolizzato per il modo di vestire, per l'appartamento lussuoso, perché tramerebbe, si dice, con Donald Trump e Steve Bannon, ma oltre a questo ammiccare non si va. Però, chissà perché, si deduce che dalle parti di Burke e Bannon, appunto, «è oggettivamente nata un'alleanza tra l'estrema destra americana e l'ultradestra vaticana» e, poi, tra parentesi, si ricorda che il cardinale osa anche incontrare i ministri italiani Matteo Salvini e Lorenzo Fontana. Nel frattempo si confeziona un florilegio di aggettivi riservati al prelato americano che culmina in un raffinatissimo «sembra proprio una drag queen!».
Del memoriale dell'ex nunzio negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò, Martel riconosce il valore di «prova importante e inconfutabile della cultura del segreto e dell'omosessualizzazione della Chiesa». Poi resta fedele alla sua linea, per la quale l'errore di Viganò sarebbe quello di non aver capito che «in Europa ci siamo mossi, dagli anni Ottanta, dalla condanna dell'omosessualità alla condanna dell'omofobia!». E così, ma risulta scontato a questo punto, anche Viganò è più o meno incasellato alla voce omofobi repressi, magari con qualche problema personale da adulto non risolto.
Peraltro la posizione del «chi sono io per giudicare un gay…», celebre frase di papa Francesco sul tema omosessuali, viene strumentalizzata in maniera plateale e artatamente riferita ai preti omosessuali in particolare, e quindi ricondotta alla «regola aurea» inventata dall'autore. Secondo questa interpretazione, Bergoglio fustigherebbe la doppia vita di rigidi dottrinari omofobi che in realtà sarebbero tra i primi membri della nota lobby chiamata «la parrocchia». Che prove ci sarebbero di ciò? Nessuna. È ovvio che l'appartenenza «alla parrocchia» non può ridursi a etichette «progressisti» o «conservatori», ma è chiaro anche da quale parte si metta Martel, a cui il Catechismo pare interessare soltanto nella misura in cui vorrebbe cambiarlo. L'importante è abbattere l'ultimo bastione. I prelati che hanno fatto resistenza durante il doppio sinodo sulla famiglia 2014 e 2015 sarebbero, dice un sacerdote inglese apertamente gay, James Alison, «cardinali omosessuali che volevano tenere gli scheletri nell'armadio» e così «hanno dichiarato guerra a Francesco che incoraggiava l'uscita dei gay dal segreto!». I cardinali dei dubia (Burke, Walter Brandmüller, Carlo Caffarra e Joachim Meisner, due dei quali defunti) sono classificati alla voce «veri torturatori» con «idee medievali sulla morale sessuale». Due di loro, scrive l'autore, sarebbero «closeted» (cioè gay velati) secondo imprecisate fonti da Europa e Stati Uniti, rigorosamente anonime.
Martel poi non ha problemi a divulgare un'altra «regola» altrettanto apodittica: quella per cui anche tra gli insabbiatori di abusi ci sarebbero in realtà dottrinari che celano la propria omosessualità. La dottrina, sempre lei, questa pericolosa pietra d'inciampo che ostacola il love is love e crea perfino protettori di mostri. Il «buon figlio della laicità francese», come Martel si definisce nel libro mentre si diverte nel farsi beffe dei titoli ecclesiastici, ha dunque fatto il suo compito. Un corposo libro usato per massacrare un po' la Chiesa la quale, probabilmente, ai suoi occhi ha una terribile colpa, riportata al numero 2.357 del Catechismo. Qui, per ora, si legge che «appoggiandosi sulla Sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni, la Tradizione ha sempre dichiarato che gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati. Sono contrari alla legge naturale».
In Sodoma si leggono solo nomi e cognomi, fatti più o meno noti, ma nulla di assolutamente eclatante che il gossip intorno alle sacre stanze non avesse già rimasticato. Come accade spesso, in questo tipo di pubblicazioni si miscelano forse verità e falsità. L'autore dichiara candidamente che per lui «una sola pagina di Rimbaud vale più di tutte le opere di Joseph Ratzinger», ma che la sua non vuole essere un'opera anticlericale (per carità!). Del resto, non si cura di eventuali danni poiché, afferma, «lentamente, il cattolicesimo va scomparendo». Forse l'innegabile crisi di fede che attraversa la Chiesa non si arresterà domani, e nemmeno con il prossimo raduno dei vescovi del mondo, radunati in Vaticano proprio per affrontare la piaga degli abusi. Del resto, non è nell'uomo che pone la sua fiducia. Forse anche per questo è sopravvissuta, nella storia, a problemi perfino più rilevanti del libro di Martel.
Abusi, ridotto allo stato laicale l’ex cardinale Theodore McCarrick
La squallida parabola di Theodore Edgar McCarrick si chiude così: ridotto allo stato laicale. Come si dice in gergo, «spretato».
Con un bollettino, ieri la sala stampa vaticana ha annunciato «il decreto conclusivo del processo penale» a carico dell'ex cardinale e arcivescovo emerito di Washington, reo di aver abusato sessualmente di molti seminaristi durante il suo ministero episcopale. Il congresso della Congregazione per la dottrina della fede ha dichiarato McCarrick colpevole di delitti gravissimi: sollecitazione in confessione (in pratica, una profanazione di questo sacramento), violazioni del sesto comandamento (leggere rapporti sessuali) con minori e adulti, con l'aggravante dell'abuso di potere. E la severissima punizione, la pena più grave che possa essere comminata dal congresso, è stata dichiarata dal Papa res iudicata. Francesco, dunque, «ha riconosciuto la natura definitiva, a norma di legge», della sanzione nei confronti dell'ex chierico. Sentenza inappellabile. Roma locuta, causa soluta.
Il nome di McCarrick, nel luglio 2018, era finito al centro di ampie inchieste del New York Times, che avevano documentato non solo le sue molestie sessuali, sia su adulti sia su minori, ma anche le coperture ecclesiastiche di cui aveva goduto nel tempo. Per questi motivi, il 27 luglio McCarrick aveva rinunciato alla porpora cardinalizia, venendo sospeso dal Pontefice dall'esercizio di qualsiasi ministero pubblico.
Ma in un poderoso memoriale, pubblicato in esclusiva dalla Verità ad agosto, l'ex nunzio apostolico a Washington, monsignor Carlo Maria Viganò, accusava esplicitamente Jorge Mario Bergoglio di non aver preso subito provvedimenti contro il porporato, sebbene fosse stato informato delle sue malefatte. Secondo Viganò, anzi, McCarrick era rimasto il vero e proprio dominus delle nomine ecclesiali degli Stati Uniti. Avrebbe suggerito al Pontefice di creare cardinali i suoi protetti, Blaise Cupich (arcivescovo di Chicago) e Joseph William Tobin (arcivescovo di Newark), sostenitori del gesuita pro Lgbt, James Martin. Non solo. La Santa Sede avrebbe fatto affidamento proprio su McCarrick per intrattenere rapporti con l'amministrazione Obama, evidentemente per nulla allineata al magistero cattolico sui temi etici.
In tanti, attraverso i media vicini al nuovo corso di Bergoglio, hanno provato a confutare le tesi di Viganò. Ma proprio nel giorno in cui la Chiesa lo riduce a semplice laico, il predatore sessuale McCarrick sembrerebbe aver piazzato un'altra pedina. Come ha osservato Marco Tosatti sulla Nuova bussola quotidiana, infatti, il cardinale Kevin Farrell, da sempre vicino a McCarrick, è stato nominato Camerlengo. Un incarico delicatissimo, che la morte del predecessore di Farrell, Jean Louis Tauran, il 5 luglio scorso, aveva lasciato scoperto. Il cardinale Camerlengo, infatti, alla morte del Papa è chiamato ad amministrare tutti i beni e i diritti temporali della Santa Sede.
Farrell fu Legionario di Cristo negli anni di Marcial Maciel Degollado, presbitero messicano, considerato fondatore di quella congregazione, che nel 2006, in seguito a numerose accuse di abusi sessuali, fu costretto a rinunciare al ministero pubblico e obbligato a una vita riservata di preghiera dalla Congregazione per la dottrina della fede. Farrell visse per diversi anni insieme a McCarrick ed era il più alto in grado tra i chierici che orbitavano intorno alla «corte» dell'ex cardinale americano. Non solo: da prefetto del Dicastero per i laici, istituito da papa Francesco nel 2016, ha firmato la prefazione del libro Building a bridge. Una sorta di manifesto «cattolgbt», redatto dal solito gesuita arcobaleno, James Martin.
Alla vigilia del vertice sugli abusi, che si terrà la prossima settimana, il Vaticano prova a fare pulizia. Ma nelle sacre stanze resta ancora uno strato di polvere.
Continua a leggereRiduci
Nel libro dominano le allusioni. L'autore di «Sodoma» dichiara il suo scopo: sdoganare l'omosessualità tra i sacerdoti per abbattere la morale cristiana.Spretato l'ex porporato Theodore Edgar McCarrick, giudicato colpevole di atti gravissimi, resi più atroci dal potere che aveva sulle vittime. Intanto il suo ex collaboratore Kevin Farrell è stato nominato Camerlengo.Lo speciale contiene due articoli.Pubblicato in otto lingue diverse e in una ventina di Paesi, il libro Sodoma (in Italia per Feltrinelli), di cui La Verità ha anticipato prima degli altri giornali i principali contenuti, ha un obiettivo preciso, pienamente dichiarato dallo stesso autore: liberare l'ultimo bastione. Lo scrive papale papale il giornalista e studioso omosessuale francese, Frédéric Martel: per lui «il Vaticano è l'ultima roccaforte da liberare» dal pregiudizio gay. L'ultima cittadella da conquistare per la gioiosa macchina da guerra dell'omosessualismo internazionale. Secondo il cronista infatti «un sacerdote o un cardinale non dovrebbe vergognarsi di essere omosessuale; penso anche che dovrebbe essere uno status sociale possibile, tra gli altri».A parte questo dettaglio, Sodoma in un certo senso scopre una dolorosa acqua calda dicendo che molti in Vaticano sarebbero omosessuali. Martel si accanisce contro i «conservatori» e i «tradizionalisti» che si ostinerebbero su posizioni omofobe e in realtà sarebbero omosessuali criptici o magari repressi. Il sottotesto non è troppo implicito: venite alla luce, e state allegri. Una delle chiavi per capire di cosa stiamo parlando è sintetizzata da quella che l'autore chiama la quarta regola: «Più un prelato è pro gay, meno facilmente è gay; più un prelato è omofobo, più è probabilmente omosessuale». Un postulato di cui si ignorano le basi scientifiche, e quindi al lettore non resta che un atto di fede sul «metodo Martel».L'autore francese viene indicato come perfezionista, sistematico ricercatore, implacabile raccoglitore di prove. Senza dubitare del lungo lavoro di collazione, sfogliare le oltre 500 pagine di Sodoma è un esercizio un po' deludente. Chi cerca prove e resta più che altro con tante chiacchiere in mano. L'ex nunzio negli Stati Uniti, monsignor Carlo Maria Viganò, nella testimonianza - pubblicata nell'agosto scorso su queste colonne - tacciata di macchinazione politico mediatica, almeno forniva una serie di circostanze abbastanza precise. Date, nomi, riferimenti a documenti, al luogo in cui si trovano, filiere e nomine precise. In Sodoma c'è il racconto di quattro anni di incontri, in diversi casi sotto anonimato.Per esempio, il cardinale Raymond Burke, indicato all'autore da padre Antonio Spadaro come il capo della fronda contro papa Francesco, viene ridicolizzato per il modo di vestire, per l'appartamento lussuoso, perché tramerebbe, si dice, con Donald Trump e Steve Bannon, ma oltre a questo ammiccare non si va. Però, chissà perché, si deduce che dalle parti di Burke e Bannon, appunto, «è oggettivamente nata un'alleanza tra l'estrema destra americana e l'ultradestra vaticana» e, poi, tra parentesi, si ricorda che il cardinale osa anche incontrare i ministri italiani Matteo Salvini e Lorenzo Fontana. Nel frattempo si confeziona un florilegio di aggettivi riservati al prelato americano che culmina in un raffinatissimo «sembra proprio una drag queen!».Del memoriale dell'ex nunzio negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò, Martel riconosce il valore di «prova importante e inconfutabile della cultura del segreto e dell'omosessualizzazione della Chiesa». Poi resta fedele alla sua linea, per la quale l'errore di Viganò sarebbe quello di non aver capito che «in Europa ci siamo mossi, dagli anni Ottanta, dalla condanna dell'omosessualità alla condanna dell'omofobia!». E così, ma risulta scontato a questo punto, anche Viganò è più o meno incasellato alla voce omofobi repressi, magari con qualche problema personale da adulto non risolto.Peraltro la posizione del «chi sono io per giudicare un gay…», celebre frase di papa Francesco sul tema omosessuali, viene strumentalizzata in maniera plateale e artatamente riferita ai preti omosessuali in particolare, e quindi ricondotta alla «regola aurea» inventata dall'autore. Secondo questa interpretazione, Bergoglio fustigherebbe la doppia vita di rigidi dottrinari omofobi che in realtà sarebbero tra i primi membri della nota lobby chiamata «la parrocchia». Che prove ci sarebbero di ciò? Nessuna. È ovvio che l'appartenenza «alla parrocchia» non può ridursi a etichette «progressisti» o «conservatori», ma è chiaro anche da quale parte si metta Martel, a cui il Catechismo pare interessare soltanto nella misura in cui vorrebbe cambiarlo. L'importante è abbattere l'ultimo bastione. I prelati che hanno fatto resistenza durante il doppio sinodo sulla famiglia 2014 e 2015 sarebbero, dice un sacerdote inglese apertamente gay, James Alison, «cardinali omosessuali che volevano tenere gli scheletri nell'armadio» e così «hanno dichiarato guerra a Francesco che incoraggiava l'uscita dei gay dal segreto!». I cardinali dei dubia (Burke, Walter Brandmüller, Carlo Caffarra e Joachim Meisner, due dei quali defunti) sono classificati alla voce «veri torturatori» con «idee medievali sulla morale sessuale». Due di loro, scrive l'autore, sarebbero «closeted» (cioè gay velati) secondo imprecisate fonti da Europa e Stati Uniti, rigorosamente anonime.Martel poi non ha problemi a divulgare un'altra «regola» altrettanto apodittica: quella per cui anche tra gli insabbiatori di abusi ci sarebbero in realtà dottrinari che celano la propria omosessualità. La dottrina, sempre lei, questa pericolosa pietra d'inciampo che ostacola il love is love e crea perfino protettori di mostri. Il «buon figlio della laicità francese», come Martel si definisce nel libro mentre si diverte nel farsi beffe dei titoli ecclesiastici, ha dunque fatto il suo compito. Un corposo libro usato per massacrare un po' la Chiesa la quale, probabilmente, ai suoi occhi ha una terribile colpa, riportata al numero 2.357 del Catechismo. Qui, per ora, si legge che «appoggiandosi sulla Sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni, la Tradizione ha sempre dichiarato che gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati. Sono contrari alla legge naturale».In Sodoma si leggono solo nomi e cognomi, fatti più o meno noti, ma nulla di assolutamente eclatante che il gossip intorno alle sacre stanze non avesse già rimasticato. Come accade spesso, in questo tipo di pubblicazioni si miscelano forse verità e falsità. L'autore dichiara candidamente che per lui «una sola pagina di Rimbaud vale più di tutte le opere di Joseph Ratzinger», ma che la sua non vuole essere un'opera anticlericale (per carità!). Del resto, non si cura di eventuali danni poiché, afferma, «lentamente, il cattolicesimo va scomparendo». Forse l'innegabile crisi di fede che attraversa la Chiesa non si arresterà domani, e nemmeno con il prossimo raduno dei vescovi del mondo, radunati in Vaticano proprio per affrontare la piaga degli abusi. Del resto, non è nell'uomo che pone la sua fiducia. Forse anche per questo è sopravvissuta, nella storia, a problemi perfino più rilevanti del libro di Martel.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/linchiesta-sui-preti-gay-punta-al-liberi-tutti-della-chiesa-sulla-dottrina-2629157973.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="abusi-ridotto-allo-stato-laicale-lex-cardinale-theodore-mccarrick" data-post-id="2629157973" data-published-at="1775726680" data-use-pagination="False"> Abusi, ridotto allo stato laicale l’ex cardinale Theodore McCarrick La squallida parabola di Theodore Edgar McCarrick si chiude così: ridotto allo stato laicale. Come si dice in gergo, «spretato». Con un bollettino, ieri la sala stampa vaticana ha annunciato «il decreto conclusivo del processo penale» a carico dell'ex cardinale e arcivescovo emerito di Washington, reo di aver abusato sessualmente di molti seminaristi durante il suo ministero episcopale. Il congresso della Congregazione per la dottrina della fede ha dichiarato McCarrick colpevole di delitti gravissimi: sollecitazione in confessione (in pratica, una profanazione di questo sacramento), violazioni del sesto comandamento (leggere rapporti sessuali) con minori e adulti, con l'aggravante dell'abuso di potere. E la severissima punizione, la pena più grave che possa essere comminata dal congresso, è stata dichiarata dal Papa res iudicata. Francesco, dunque, «ha riconosciuto la natura definitiva, a norma di legge», della sanzione nei confronti dell'ex chierico. Sentenza inappellabile. Roma locuta, causa soluta. Il nome di McCarrick, nel luglio 2018, era finito al centro di ampie inchieste del New York Times, che avevano documentato non solo le sue molestie sessuali, sia su adulti sia su minori, ma anche le coperture ecclesiastiche di cui aveva goduto nel tempo. Per questi motivi, il 27 luglio McCarrick aveva rinunciato alla porpora cardinalizia, venendo sospeso dal Pontefice dall'esercizio di qualsiasi ministero pubblico. Ma in un poderoso memoriale, pubblicato in esclusiva dalla Verità ad agosto, l'ex nunzio apostolico a Washington, monsignor Carlo Maria Viganò, accusava esplicitamente Jorge Mario Bergoglio di non aver preso subito provvedimenti contro il porporato, sebbene fosse stato informato delle sue malefatte. Secondo Viganò, anzi, McCarrick era rimasto il vero e proprio dominus delle nomine ecclesiali degli Stati Uniti. Avrebbe suggerito al Pontefice di creare cardinali i suoi protetti, Blaise Cupich (arcivescovo di Chicago) e Joseph William Tobin (arcivescovo di Newark), sostenitori del gesuita pro Lgbt, James Martin. Non solo. La Santa Sede avrebbe fatto affidamento proprio su McCarrick per intrattenere rapporti con l'amministrazione Obama, evidentemente per nulla allineata al magistero cattolico sui temi etici. In tanti, attraverso i media vicini al nuovo corso di Bergoglio, hanno provato a confutare le tesi di Viganò. Ma proprio nel giorno in cui la Chiesa lo riduce a semplice laico, il predatore sessuale McCarrick sembrerebbe aver piazzato un'altra pedina. Come ha osservato Marco Tosatti sulla Nuova bussola quotidiana, infatti, il cardinale Kevin Farrell, da sempre vicino a McCarrick, è stato nominato Camerlengo. Un incarico delicatissimo, che la morte del predecessore di Farrell, Jean Louis Tauran, il 5 luglio scorso, aveva lasciato scoperto. Il cardinale Camerlengo, infatti, alla morte del Papa è chiamato ad amministrare tutti i beni e i diritti temporali della Santa Sede. Farrell fu Legionario di Cristo negli anni di Marcial Maciel Degollado, presbitero messicano, considerato fondatore di quella congregazione, che nel 2006, in seguito a numerose accuse di abusi sessuali, fu costretto a rinunciare al ministero pubblico e obbligato a una vita riservata di preghiera dalla Congregazione per la dottrina della fede. Farrell visse per diversi anni insieme a McCarrick ed era il più alto in grado tra i chierici che orbitavano intorno alla «corte» dell'ex cardinale americano. Non solo: da prefetto del Dicastero per i laici, istituito da papa Francesco nel 2016, ha firmato la prefazione del libro Building a bridge. Una sorta di manifesto «cattolgbt», redatto dal solito gesuita arcobaleno, James Martin. Alla vigilia del vertice sugli abusi, che si terrà la prossima settimana, il Vaticano prova a fare pulizia. Ma nelle sacre stanze resta ancora uno strato di polvere.
JD Vance (Ansa)
Vance sarà alla guida della delegazione statunitense incaricata di trattare con il presidente del Parlamento di Teheran, Mohammad Bagher Ghalibaf. La Casa Bianca lo ha confermato in serata, dopo qualche titubanza di Trump. Le controparti si fidano più di lui che di Jared Kushner, il genero ebreo di The Donald, e di Steve Witkoff, l’inviato speciale non sempre allineato a Benjamin Netanyahu, ma di incrollabile fede sionista: il regime sciita li accusa di aver travisato le sue posizioni.
Vance raccoglierebbe così i frutti della sua coerenza: stando alla ricostruzione pubblicata sul New York Times da Jonathan Swan e Maggie Haberman, egli è stato l’unico a opporsi apertamente alla guerra, durante le riunioni nella Situation room alle quali erano presenti i vertici dell’amministrazione, il capo della Cia, John Ratcliffe, e quello dell’esercito, Dan Caine. I reporter, che dedicheranno alla vicenda una parte del loro libro in uscita a giugno, hanno svelato che il premier israeliano aveva iniziato a premere su Trump dal suo viaggio a Washington, lo scorso 11 febbraio. Bibi, ricevuto con tutti gli onori, avrebbe garantito che il popolo iraniano, con la spintarella dei raid e qualche intervento ad hoc dell’intelligence, era pronto a rovesciare il regime. La Repubblica islamica si sarebbe trovata in una posizione di tale debolezza, che in breve gli alleati avrebbero potuto distruggere le sue capacità balistiche, senza che il nemico avesse il tempo di bloccare lo Stretto di Hormuz. Lo scenario non aveva convinto quasi nessuno: Ratcliffe lo considerava «farsesco»; il segretario di Stato, Marco Rubio, ha definito quelle del premier israeliano «stronzate». L’unico sostenitore entusiasta dell’impresa militare era Hegseth. Eppure, alla fine, soltanto Vance (assente l’11 febbraio) ha avuto il coraggio di bocciare l’idea di un conflitto su larga scala. Nemmeno il generale Caine, pur avendo avvisato il tycoon sul rischio che gli Usa consumassero le scorte di missili e intercettori, avrebbe dato parere negativo all’operazione. «Tutti si sono rimessi agli istinti del presidente», hanno scritto Swan e Haberman. Quello del New York Times non è l’unico addebito dei media nazionali al numero uno del Pentagono. Sul Washington Post è comparso un lungo articolo che citava funzionari dell’amministrazione, secondo cui «Pete non racconta la verità al presidente». Hegseth ieri ha tentato di vendere gli strabilianti risultati dei 40 giorni di bombardamenti: ha dichiarato che Teheran è stata «umiliata e demoralizzata»; che non avrà mai l’atomica; che Mojtaba Khamenei è «ferito e sfigurato»; ha proclamato che l’America ha ottenuto una «storica vittoria sul campo», che Trump è un «presidente della pace», che avrebbe potuto «paralizzare l’intera economia iraniana in pochi minuti, ma ha scelto la clemenza». Ha ripetuto persino la bufala del controllo dei cieli, sapendo che un conto è la superiorità aerea - indiscussa - e un conto è il dominio aereo. Questo, gli aggressori non l’hanno conseguito, almeno al di sotto di certe quote: altrimenti, i caccia non sarebbero stati abbattuti. Ciò non significa che per l’Iran la guerra sia stata una passeggiata: forse non è stato distrutto «circa il 90% dell’industria militare» - ciò che ha sostenuto il generale Caine - però i danni all’apparato produttivo sono stati pesantissimi. E ricostruire richiederà anni, anche se fosse vero che a disposizione ci sono ancora «15.000 missili e 45.000 droni», come hanno comunicato martedì i pasdaran agli Usa. Ma già solo considerare un punto di partenza «ragionevole» - parola di Trump - il piano in dieci punti degli ayatollah, per gli Usa significa ammettere una sostanziale sconfitta strategica.
Deve averlo capito Dan Driscoll, segretario dell’Esercito e amico personale di Vance: sembrava che la sua testa sarebbe stata la prossima a saltare, dopo quella del capo di Stato maggiore, Randy George, altro uomo vicino al vicepresidente. Invece ieri, al Washington Post, Driscoll ha garantito: «Non ho in programma di lasciare o dimettermi». D’altronde, già da un po’ di giorni Hegseth, constatato lo stallo in Medio Oriente, teme per il proprio incarico. È improbabile che Trump lo siluri, specie dopo due rimozioni pesanti come quelle di Pam Bondi, ex ministro della Giustizia, e Kristi Noem, ex segretario alla Sicurezza interna. In ogni caso, il suo scranno non è il più solido nell’esecutivo.
The Donald non lo ammetterebbe mai, ma è probabile che si sia reso conto del raggiro di Netanyahu e dei sionisti evangelici, di cui Hegseth è un esponente di spicco. Il tycoon fatica a dissociarsi dallo Stato ebraico, tanto che la Casa Bianca ha comunicato che il fronte libanese era escluso dall’accordo per il cessate il fuoco. Ma la realtà sta dando ragione alle cautele espresse dai cattolici dell’amministrazione: Rubio, forse troppo «ambivalente», ha notato il New York Times, nel suo atteggiamento sull’Iran; e Vance, ligio all’orientamento della base Maga, che disprezza l’avventurismo bellico. Gli ultimi sondaggi, peraltro, mostrano che l’opinione pubblica è ormai al 60% contraria alle politiche di Tel Aviv.
Ieri, da Budapest, il vicepresidente parlava da capo negoziatore. Se gli sciiti «sono disposti a collaborare con noi in buona fede», ha commentato, «credo che possiamo raggiungere un accordo». Vance ha rimesso la testa pure sull’altra guerra, quella tra Mosca e Kiev, la «più difficile da risolvere»: «Sono abbastanza ottimista», ha detto, «perché ha smesso di avere senso. Vale la pena continuare a combattere per pochi chilometri, al costo di centinaia di migliaia di vite e di anni di crisi economica ed energetica? Per noi la risposta è no. Ma servono due parti: noi possiamo aprire la porta, ma russi e ucraini devono attraversare la soglia». Hegseth potrebbe concordare: nel Donbass non c’è un Santo Sepolcro da dare in appalto a Israele.
Continua a leggereRiduci
Beirut dopo il raid dell'Idf (Ansa)
Il presidente Usa, concentrato sui dividendi politici ed economici di un cessate il fuoco con l’Iran, paga prezzo al ruggente alleato. Come conferma la portavoce Caroline Leavitt: «Il Libano non fa parte del cessate il fuoco». Nello stesso istante l’Idf comincia l’ultima partita, che non è mai davvero l’ultima.
Tempesta d’acciaio su Beirut con scene di panico, mentre il fumo nero si alza a definire i covi dei terroristi dal lungomare al quartiere di Dahiyeh; qui il primo giorno di tregua è il più lungo della guerra. Numerosi civili sono intrappolati sotto le macerie. Gli obiettivi degli israeliani sono molteplici, vanno dalla valle della Bekaa all’area meridionale del Paese. Vengono messi nel mirino i quartieri generali, le cellule dei servizi segreti, le unità missilistiche e navali di Hezbollah, oltre alle risorse della forza d’élite Radwan. E un comunicato dell’Idf spiega la strategia comune di Hezbollah e Hamas: «La maggior parte delle infrastrutture colpite si trovava nel cuore delle aree abitate, nell’ambito del cinico sfruttamento dei civili libanesi come scudi umani».
Le immagini di Beirut sconvolta dalle bombe testimoniano di un’operazione tutt’altro che chirurgica. L’incidente è dietro l’angolo, e infatti avviene. Mentre è in viaggio da Shama verso la Capitale, è preso di mira anche un convoglio logistico del contingente italiano sotto la bandiera dell’Onu. I mezzi militari vengono fatti oggetto di colpi d’avvertimento israeliani mentre sono a due chilometri dalla base di partenza e sono costretti a rientrare. Nessun soldato italiano ferito, un Lince danneggiato. Quella che sembra una provocazione diventa immediatamente un caso diplomatico. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, tuona: «I militari italiani non si toccano» e convoca l’ambasciatore israeliano Jonathan Peled per chiarimenti. Poi aggiunge: «Ho espresso al presidente libanese Joseph Aoun la solidarietà del governo per gli attacchi ingiustificati e inaccettabili che sta subendo da Israele. Vogliamo evitare una seconda Gaza».
Molto contrariato anche il premier, Giorgia Meloni, che attende le risposte dell’ambasciatore israeliano, convocato ieri sera alla Farnesina. «Esprimo ferma condanna. I militari italiani sono presenti nell’area sulla base di un mandato ricevuto dall’Onu e agiscono nell’interesse della pace. È del tutto inaccettabile che il personale Onu sia messo a rischio con azioni irresponsabili. Israele dovrà chiarire. Il cessate il fuoco concordato fra Iran, Usa e Israele è un’opportunità da cogliere. La decisione di Hezbollah di trascinare la nazione in questo conflitto è stata irresponsabile ma i continui attacchi israeliani devono cessare immediatamente». Sulla stessa linea il vicepremier leghista, Matteo Salvini: «Totale vicinanza e solidarietà ai militari italiani, per nessun motivo possono essere minacciati o attaccati».
Il colpo di coda di Israele destabilizza ogni strategia, ferma la de-escalation. Mentre il premier libanese, Nawaf Salam, chiede «a tutti gli amici del Libano di aiutarci a fermare questi attacchi con ogni mezzo disponibile», anche Bruxelles si sveglia. Un portavoce Ue sottolinea: «La nostra posizione è stata chiara fin dall’inizio e non la cambieremo; chiediamo a Israele di cessare la sua operazione in Libano, nel rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale di quel Paese». Netanyahu non ferma l’esercito e a sera precisa la sua strategia, che esclude il Libano dagli accordi: «Il cessate il fuoco è in vigore in pieno coordinamento con Israele. Non si tratta della fine della campagna ma di una tappa verso il raggiungimento dei nostri obiettivi. Li raggiungeremo con un accordo o con la ripresa dei combattimenti. Siamo pronti in qualsiasi momento a ricominciare».
Israele ha fretta. I militari sanno che la guerra permanente non esiste e presto la diplomazia internazionale costringerà Tel Aviv a inserire anche il Paese dei cedri nel perimetro della tregua, a far tacere le armi. Per questo il capo di stato maggiore dell’Idf, generale Eyal Zamir, parla di «crocevia strategico». Lo riferisce il sito Arutz Sheva, che riporta le parole del numero uno militare: «Finora Israele ha ottenuto risultati significativi, anche rispetto agli obiettivi che ci eravamo prefissati all’inizio dell’operazione. Continueremo ad agire con determinazione e ad approfondire il colpo inflitto al regime».
L’azzardo di Netanyahu paga nell’immediato ma rischia di far saltare tutto. I pasdaran minacciano di ribloccare lo Stretto di Hormuz e Ali Bahreini, ambasciatore dell’Iran presso le Nazioni Unite a Ginevra, fa sapere che «qualsiasi ulteriore attacco in Libano complicherebbe la situazione e avrebbe gravi conseguenze». Soprattutto la peggiore, con Trump che in questa partita fatica a prendere palla: ricominciare da zero.
Continua a leggereRiduci
Kaja Kallas (Ansa)
E il quadro non è meno desolante sulle varie missioni possibili per mettere in sicurezza lo Stretto di Hormuz: Emmanuel Macron sostiene che comanderà una forza internazionale e coglie di sorpresa la Gran Bretagna; l’Ue poi mette insieme otto Stati membri, tra cui l’Italia, e il Canada e infine c’è sempre in pista l’Onu, non meno ansiosa di Bruxelles di trovare un qualche ruolo.
Kaja Kallas, Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione, già da qualche giorno, aveva preparato una missione in Arabia Saudita. «È nella regione per l’attivazione dei nostri strumenti», dice un portavoce con fare misterioso, nel tentativo di accreditare un qualche ruolo di Bruxelles nella tregua. Certo, i canali diplomatici esistono e ovviamente non vanno sventolati, ma quando la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ringrazia il Pakistan per la sua opera di mediazione, non è facile far finta di nulla e non pensare che ancora una volta l’Ue non è stata capace di mettersi con autorevolezza tra Usa, Israele e Iran. Del resto, forse qualche attacco verbale in meno contro Teheran, da parte dei big di Bruxelles, avrebbe lasciato qualche spazio di manovra in più.
Tre settimane fa, la stessa Kallas aveva sbandierato il proprio impegno per un possibile intervento dell’Onu. «Ho parlato con il segretario generale, Antonio Guterres, per capire se è possibile un’iniziativa a Hormuz come quella sul Mar Nero per il grano dell’Ucraina», aveva raccontato. Il riferimento era anche al mandato dell’operazione Aspides, lo scudo europeo sulle rotte del Mar Rosso, nato a febbraio 2024 dopo i continui attacchi dei ribelli houthi contro il traffico commerciale. L’Italia si era detta disponibile, come lo è anche oggi. Solo che nel giorno della tregua sembra nuovamente che i leader europei facciano a gara a sgomitare.
Il primo della lista, ovviamente, è Macron. Appena scopre che nell’accordo di cessate il fuoco concordato da Iran e Usa c’è la riapertura dello Stretto di Hormuz, annuncia alle tv francesi che «una quindicina di Paesi sono oggi mobilitati e partecipano alla pianificazione sotto la guida della Francia» per «agevolare la ripresa» della circolazione delle navi. Non fa l’elenco dei Paesi satelliti, ma basta quel «sotto la guida della Francia» per farsi un’idea della sortita. Per altro, nei giorni scorsi, a proporre una missione del genere era stato Keir Starmer. Qualche ora e arriva una nuova versione dei Nuovi volenterosi dello Stretto. Le agenzie di stampa diffondono una nota ufficiale congiunta in cui si legge: «I nostri governi contribuiranno a garantire la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz». Seguono le rassicurazioni e le firme di Giorgia Meloni, dello stesso Macron, del cancelliere tedesco, Friedrich Merz, di Starmer, del premier canadese, Mark Carney, della premier danese, Mette Frederiksen, del collega olandese, Rob Jetten, dello spagnolo Pedro Sánchez, e i vertici dell’Ue, ovvero la presidente Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio Ue, Antonio Costa. Comanderà comunque Macron? Lo scopriremo più avanti. Intanto è impossibile non ricordare che fino a ieri la Germania faceva sapere di essere impegnata a trovare canali riservati per la tregua. E lo stesso Merz, tre settimane fa, mostrò i denti a Donald Trump: «Questa guerra non è voluta, non partecipiamo a missioni per Hormuz».
Già, ma poi c’è anche l’Onu, che sempre ieri ha dichiarato di essere al lavoro su un meccanismo per garantire il transito sicuro attraverso lo Stretto di Hormuz e di essersi già mosso con tutte le parti interessate, a cominciare da Teheran. Insomma, tra Onu e Ue, non si sa chi ha contato di meno, ma oggi sono tutti in movimento e agitano le bandierine.
Continua a leggereRiduci
Orazio Sciortino, pianista concertista e compositore contemporaneo, ci guida nel mondo della musica «colta» di oggi. Un'apparente Babele del linguaggio nella quale tutti gli ingredienti del passato sono a disposizione degli artisti.