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2019-02-17
L’inchiesta sui preti gay punta al «liberi tutti» della Chiesa sulla dottrina
Ansa
Pubblicato in otto lingue diverse e in una ventina di Paesi, il libro Sodoma (in Italia per Feltrinelli), di cui La Verità ha anticipato prima degli altri giornali i principali contenuti, ha un obiettivo preciso, pienamente dichiarato dallo stesso autore: liberare l'ultimo bastione. Lo scrive papale papale il giornalista e studioso omosessuale francese, Frédéric Martel: per lui «il Vaticano è l'ultima roccaforte da liberare» dal pregiudizio gay. L'ultima cittadella da conquistare per la gioiosa macchina da guerra dell'omosessualismo internazionale. Secondo il cronista infatti «un sacerdote o un cardinale non dovrebbe vergognarsi di essere omosessuale; penso anche che dovrebbe essere uno status sociale possibile, tra gli altri».
A parte questo dettaglio, Sodoma in un certo senso scopre una dolorosa acqua calda dicendo che molti in Vaticano sarebbero omosessuali. Martel si accanisce contro i «conservatori» e i «tradizionalisti» che si ostinerebbero su posizioni omofobe e in realtà sarebbero omosessuali criptici o magari repressi. Il sottotesto non è troppo implicito: venite alla luce, e state allegri. Una delle chiavi per capire di cosa stiamo parlando è sintetizzata da quella che l'autore chiama la quarta regola: «Più un prelato è pro gay, meno facilmente è gay; più un prelato è omofobo, più è probabilmente omosessuale». Un postulato di cui si ignorano le basi scientifiche, e quindi al lettore non resta che un atto di fede sul «metodo Martel».
L'autore francese viene indicato come perfezionista, sistematico ricercatore, implacabile raccoglitore di prove. Senza dubitare del lungo lavoro di collazione, sfogliare le oltre 500 pagine di Sodoma è un esercizio un po' deludente. Chi cerca prove e resta più che altro con tante chiacchiere in mano. L'ex nunzio negli Stati Uniti, monsignor Carlo Maria Viganò, nella testimonianza - pubblicata nell'agosto scorso su queste colonne - tacciata di macchinazione politico mediatica, almeno forniva una serie di circostanze abbastanza precise. Date, nomi, riferimenti a documenti, al luogo in cui si trovano, filiere e nomine precise. In Sodoma c'è il racconto di quattro anni di incontri, in diversi casi sotto anonimato.
Per esempio, il cardinale Raymond Burke, indicato all'autore da padre Antonio Spadaro come il capo della fronda contro papa Francesco, viene ridicolizzato per il modo di vestire, per l'appartamento lussuoso, perché tramerebbe, si dice, con Donald Trump e Steve Bannon, ma oltre a questo ammiccare non si va. Però, chissà perché, si deduce che dalle parti di Burke e Bannon, appunto, «è oggettivamente nata un'alleanza tra l'estrema destra americana e l'ultradestra vaticana» e, poi, tra parentesi, si ricorda che il cardinale osa anche incontrare i ministri italiani Matteo Salvini e Lorenzo Fontana. Nel frattempo si confeziona un florilegio di aggettivi riservati al prelato americano che culmina in un raffinatissimo «sembra proprio una drag queen!».
Del memoriale dell'ex nunzio negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò, Martel riconosce il valore di «prova importante e inconfutabile della cultura del segreto e dell'omosessualizzazione della Chiesa». Poi resta fedele alla sua linea, per la quale l'errore di Viganò sarebbe quello di non aver capito che «in Europa ci siamo mossi, dagli anni Ottanta, dalla condanna dell'omosessualità alla condanna dell'omofobia!». E così, ma risulta scontato a questo punto, anche Viganò è più o meno incasellato alla voce omofobi repressi, magari con qualche problema personale da adulto non risolto.
Peraltro la posizione del «chi sono io per giudicare un gay…», celebre frase di papa Francesco sul tema omosessuali, viene strumentalizzata in maniera plateale e artatamente riferita ai preti omosessuali in particolare, e quindi ricondotta alla «regola aurea» inventata dall'autore. Secondo questa interpretazione, Bergoglio fustigherebbe la doppia vita di rigidi dottrinari omofobi che in realtà sarebbero tra i primi membri della nota lobby chiamata «la parrocchia». Che prove ci sarebbero di ciò? Nessuna. È ovvio che l'appartenenza «alla parrocchia» non può ridursi a etichette «progressisti» o «conservatori», ma è chiaro anche da quale parte si metta Martel, a cui il Catechismo pare interessare soltanto nella misura in cui vorrebbe cambiarlo. L'importante è abbattere l'ultimo bastione. I prelati che hanno fatto resistenza durante il doppio sinodo sulla famiglia 2014 e 2015 sarebbero, dice un sacerdote inglese apertamente gay, James Alison, «cardinali omosessuali che volevano tenere gli scheletri nell'armadio» e così «hanno dichiarato guerra a Francesco che incoraggiava l'uscita dei gay dal segreto!». I cardinali dei dubia (Burke, Walter Brandmüller, Carlo Caffarra e Joachim Meisner, due dei quali defunti) sono classificati alla voce «veri torturatori» con «idee medievali sulla morale sessuale». Due di loro, scrive l'autore, sarebbero «closeted» (cioè gay velati) secondo imprecisate fonti da Europa e Stati Uniti, rigorosamente anonime.
Martel poi non ha problemi a divulgare un'altra «regola» altrettanto apodittica: quella per cui anche tra gli insabbiatori di abusi ci sarebbero in realtà dottrinari che celano la propria omosessualità. La dottrina, sempre lei, questa pericolosa pietra d'inciampo che ostacola il love is love e crea perfino protettori di mostri. Il «buon figlio della laicità francese», come Martel si definisce nel libro mentre si diverte nel farsi beffe dei titoli ecclesiastici, ha dunque fatto il suo compito. Un corposo libro usato per massacrare un po' la Chiesa la quale, probabilmente, ai suoi occhi ha una terribile colpa, riportata al numero 2.357 del Catechismo. Qui, per ora, si legge che «appoggiandosi sulla Sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni, la Tradizione ha sempre dichiarato che gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati. Sono contrari alla legge naturale».
In Sodoma si leggono solo nomi e cognomi, fatti più o meno noti, ma nulla di assolutamente eclatante che il gossip intorno alle sacre stanze non avesse già rimasticato. Come accade spesso, in questo tipo di pubblicazioni si miscelano forse verità e falsità. L'autore dichiara candidamente che per lui «una sola pagina di Rimbaud vale più di tutte le opere di Joseph Ratzinger», ma che la sua non vuole essere un'opera anticlericale (per carità!). Del resto, non si cura di eventuali danni poiché, afferma, «lentamente, il cattolicesimo va scomparendo». Forse l'innegabile crisi di fede che attraversa la Chiesa non si arresterà domani, e nemmeno con il prossimo raduno dei vescovi del mondo, radunati in Vaticano proprio per affrontare la piaga degli abusi. Del resto, non è nell'uomo che pone la sua fiducia. Forse anche per questo è sopravvissuta, nella storia, a problemi perfino più rilevanti del libro di Martel.
Abusi, ridotto allo stato laicale l’ex cardinale Theodore McCarrick
La squallida parabola di Theodore Edgar McCarrick si chiude così: ridotto allo stato laicale. Come si dice in gergo, «spretato».
Con un bollettino, ieri la sala stampa vaticana ha annunciato «il decreto conclusivo del processo penale» a carico dell'ex cardinale e arcivescovo emerito di Washington, reo di aver abusato sessualmente di molti seminaristi durante il suo ministero episcopale. Il congresso della Congregazione per la dottrina della fede ha dichiarato McCarrick colpevole di delitti gravissimi: sollecitazione in confessione (in pratica, una profanazione di questo sacramento), violazioni del sesto comandamento (leggere rapporti sessuali) con minori e adulti, con l'aggravante dell'abuso di potere. E la severissima punizione, la pena più grave che possa essere comminata dal congresso, è stata dichiarata dal Papa res iudicata. Francesco, dunque, «ha riconosciuto la natura definitiva, a norma di legge», della sanzione nei confronti dell'ex chierico. Sentenza inappellabile. Roma locuta, causa soluta.
Il nome di McCarrick, nel luglio 2018, era finito al centro di ampie inchieste del New York Times, che avevano documentato non solo le sue molestie sessuali, sia su adulti sia su minori, ma anche le coperture ecclesiastiche di cui aveva goduto nel tempo. Per questi motivi, il 27 luglio McCarrick aveva rinunciato alla porpora cardinalizia, venendo sospeso dal Pontefice dall'esercizio di qualsiasi ministero pubblico.
Ma in un poderoso memoriale, pubblicato in esclusiva dalla Verità ad agosto, l'ex nunzio apostolico a Washington, monsignor Carlo Maria Viganò, accusava esplicitamente Jorge Mario Bergoglio di non aver preso subito provvedimenti contro il porporato, sebbene fosse stato informato delle sue malefatte. Secondo Viganò, anzi, McCarrick era rimasto il vero e proprio dominus delle nomine ecclesiali degli Stati Uniti. Avrebbe suggerito al Pontefice di creare cardinali i suoi protetti, Blaise Cupich (arcivescovo di Chicago) e Joseph William Tobin (arcivescovo di Newark), sostenitori del gesuita pro Lgbt, James Martin. Non solo. La Santa Sede avrebbe fatto affidamento proprio su McCarrick per intrattenere rapporti con l'amministrazione Obama, evidentemente per nulla allineata al magistero cattolico sui temi etici.
In tanti, attraverso i media vicini al nuovo corso di Bergoglio, hanno provato a confutare le tesi di Viganò. Ma proprio nel giorno in cui la Chiesa lo riduce a semplice laico, il predatore sessuale McCarrick sembrerebbe aver piazzato un'altra pedina. Come ha osservato Marco Tosatti sulla Nuova bussola quotidiana, infatti, il cardinale Kevin Farrell, da sempre vicino a McCarrick, è stato nominato Camerlengo. Un incarico delicatissimo, che la morte del predecessore di Farrell, Jean Louis Tauran, il 5 luglio scorso, aveva lasciato scoperto. Il cardinale Camerlengo, infatti, alla morte del Papa è chiamato ad amministrare tutti i beni e i diritti temporali della Santa Sede.
Farrell fu Legionario di Cristo negli anni di Marcial Maciel Degollado, presbitero messicano, considerato fondatore di quella congregazione, che nel 2006, in seguito a numerose accuse di abusi sessuali, fu costretto a rinunciare al ministero pubblico e obbligato a una vita riservata di preghiera dalla Congregazione per la dottrina della fede. Farrell visse per diversi anni insieme a McCarrick ed era il più alto in grado tra i chierici che orbitavano intorno alla «corte» dell'ex cardinale americano. Non solo: da prefetto del Dicastero per i laici, istituito da papa Francesco nel 2016, ha firmato la prefazione del libro Building a bridge. Una sorta di manifesto «cattolgbt», redatto dal solito gesuita arcobaleno, James Martin.
Alla vigilia del vertice sugli abusi, che si terrà la prossima settimana, il Vaticano prova a fare pulizia. Ma nelle sacre stanze resta ancora uno strato di polvere.
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Nel libro dominano le allusioni. L'autore di «Sodoma» dichiara il suo scopo: sdoganare l'omosessualità tra i sacerdoti per abbattere la morale cristiana.Spretato l'ex porporato Theodore Edgar McCarrick, giudicato colpevole di atti gravissimi, resi più atroci dal potere che aveva sulle vittime. Intanto il suo ex collaboratore Kevin Farrell è stato nominato Camerlengo.Lo speciale contiene due articoli.Pubblicato in otto lingue diverse e in una ventina di Paesi, il libro Sodoma (in Italia per Feltrinelli), di cui La Verità ha anticipato prima degli altri giornali i principali contenuti, ha un obiettivo preciso, pienamente dichiarato dallo stesso autore: liberare l'ultimo bastione. Lo scrive papale papale il giornalista e studioso omosessuale francese, Frédéric Martel: per lui «il Vaticano è l'ultima roccaforte da liberare» dal pregiudizio gay. L'ultima cittadella da conquistare per la gioiosa macchina da guerra dell'omosessualismo internazionale. Secondo il cronista infatti «un sacerdote o un cardinale non dovrebbe vergognarsi di essere omosessuale; penso anche che dovrebbe essere uno status sociale possibile, tra gli altri».A parte questo dettaglio, Sodoma in un certo senso scopre una dolorosa acqua calda dicendo che molti in Vaticano sarebbero omosessuali. Martel si accanisce contro i «conservatori» e i «tradizionalisti» che si ostinerebbero su posizioni omofobe e in realtà sarebbero omosessuali criptici o magari repressi. Il sottotesto non è troppo implicito: venite alla luce, e state allegri. Una delle chiavi per capire di cosa stiamo parlando è sintetizzata da quella che l'autore chiama la quarta regola: «Più un prelato è pro gay, meno facilmente è gay; più un prelato è omofobo, più è probabilmente omosessuale». Un postulato di cui si ignorano le basi scientifiche, e quindi al lettore non resta che un atto di fede sul «metodo Martel».L'autore francese viene indicato come perfezionista, sistematico ricercatore, implacabile raccoglitore di prove. Senza dubitare del lungo lavoro di collazione, sfogliare le oltre 500 pagine di Sodoma è un esercizio un po' deludente. Chi cerca prove e resta più che altro con tante chiacchiere in mano. L'ex nunzio negli Stati Uniti, monsignor Carlo Maria Viganò, nella testimonianza - pubblicata nell'agosto scorso su queste colonne - tacciata di macchinazione politico mediatica, almeno forniva una serie di circostanze abbastanza precise. Date, nomi, riferimenti a documenti, al luogo in cui si trovano, filiere e nomine precise. In Sodoma c'è il racconto di quattro anni di incontri, in diversi casi sotto anonimato.Per esempio, il cardinale Raymond Burke, indicato all'autore da padre Antonio Spadaro come il capo della fronda contro papa Francesco, viene ridicolizzato per il modo di vestire, per l'appartamento lussuoso, perché tramerebbe, si dice, con Donald Trump e Steve Bannon, ma oltre a questo ammiccare non si va. Però, chissà perché, si deduce che dalle parti di Burke e Bannon, appunto, «è oggettivamente nata un'alleanza tra l'estrema destra americana e l'ultradestra vaticana» e, poi, tra parentesi, si ricorda che il cardinale osa anche incontrare i ministri italiani Matteo Salvini e Lorenzo Fontana. Nel frattempo si confeziona un florilegio di aggettivi riservati al prelato americano che culmina in un raffinatissimo «sembra proprio una drag queen!».Del memoriale dell'ex nunzio negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò, Martel riconosce il valore di «prova importante e inconfutabile della cultura del segreto e dell'omosessualizzazione della Chiesa». Poi resta fedele alla sua linea, per la quale l'errore di Viganò sarebbe quello di non aver capito che «in Europa ci siamo mossi, dagli anni Ottanta, dalla condanna dell'omosessualità alla condanna dell'omofobia!». E così, ma risulta scontato a questo punto, anche Viganò è più o meno incasellato alla voce omofobi repressi, magari con qualche problema personale da adulto non risolto.Peraltro la posizione del «chi sono io per giudicare un gay…», celebre frase di papa Francesco sul tema omosessuali, viene strumentalizzata in maniera plateale e artatamente riferita ai preti omosessuali in particolare, e quindi ricondotta alla «regola aurea» inventata dall'autore. Secondo questa interpretazione, Bergoglio fustigherebbe la doppia vita di rigidi dottrinari omofobi che in realtà sarebbero tra i primi membri della nota lobby chiamata «la parrocchia». Che prove ci sarebbero di ciò? Nessuna. È ovvio che l'appartenenza «alla parrocchia» non può ridursi a etichette «progressisti» o «conservatori», ma è chiaro anche da quale parte si metta Martel, a cui il Catechismo pare interessare soltanto nella misura in cui vorrebbe cambiarlo. L'importante è abbattere l'ultimo bastione. I prelati che hanno fatto resistenza durante il doppio sinodo sulla famiglia 2014 e 2015 sarebbero, dice un sacerdote inglese apertamente gay, James Alison, «cardinali omosessuali che volevano tenere gli scheletri nell'armadio» e così «hanno dichiarato guerra a Francesco che incoraggiava l'uscita dei gay dal segreto!». I cardinali dei dubia (Burke, Walter Brandmüller, Carlo Caffarra e Joachim Meisner, due dei quali defunti) sono classificati alla voce «veri torturatori» con «idee medievali sulla morale sessuale». Due di loro, scrive l'autore, sarebbero «closeted» (cioè gay velati) secondo imprecisate fonti da Europa e Stati Uniti, rigorosamente anonime.Martel poi non ha problemi a divulgare un'altra «regola» altrettanto apodittica: quella per cui anche tra gli insabbiatori di abusi ci sarebbero in realtà dottrinari che celano la propria omosessualità. La dottrina, sempre lei, questa pericolosa pietra d'inciampo che ostacola il love is love e crea perfino protettori di mostri. Il «buon figlio della laicità francese», come Martel si definisce nel libro mentre si diverte nel farsi beffe dei titoli ecclesiastici, ha dunque fatto il suo compito. Un corposo libro usato per massacrare un po' la Chiesa la quale, probabilmente, ai suoi occhi ha una terribile colpa, riportata al numero 2.357 del Catechismo. Qui, per ora, si legge che «appoggiandosi sulla Sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni, la Tradizione ha sempre dichiarato che gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati. Sono contrari alla legge naturale».In Sodoma si leggono solo nomi e cognomi, fatti più o meno noti, ma nulla di assolutamente eclatante che il gossip intorno alle sacre stanze non avesse già rimasticato. Come accade spesso, in questo tipo di pubblicazioni si miscelano forse verità e falsità. L'autore dichiara candidamente che per lui «una sola pagina di Rimbaud vale più di tutte le opere di Joseph Ratzinger», ma che la sua non vuole essere un'opera anticlericale (per carità!). Del resto, non si cura di eventuali danni poiché, afferma, «lentamente, il cattolicesimo va scomparendo». Forse l'innegabile crisi di fede che attraversa la Chiesa non si arresterà domani, e nemmeno con il prossimo raduno dei vescovi del mondo, radunati in Vaticano proprio per affrontare la piaga degli abusi. Del resto, non è nell'uomo che pone la sua fiducia. Forse anche per questo è sopravvissuta, nella storia, a problemi perfino più rilevanti del libro di Martel.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/linchiesta-sui-preti-gay-punta-al-liberi-tutti-della-chiesa-sulla-dottrina-2629157973.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="abusi-ridotto-allo-stato-laicale-lex-cardinale-theodore-mccarrick" data-post-id="2629157973" data-published-at="1772647035" data-use-pagination="False"> Abusi, ridotto allo stato laicale l’ex cardinale Theodore McCarrick La squallida parabola di Theodore Edgar McCarrick si chiude così: ridotto allo stato laicale. Come si dice in gergo, «spretato». Con un bollettino, ieri la sala stampa vaticana ha annunciato «il decreto conclusivo del processo penale» a carico dell'ex cardinale e arcivescovo emerito di Washington, reo di aver abusato sessualmente di molti seminaristi durante il suo ministero episcopale. Il congresso della Congregazione per la dottrina della fede ha dichiarato McCarrick colpevole di delitti gravissimi: sollecitazione in confessione (in pratica, una profanazione di questo sacramento), violazioni del sesto comandamento (leggere rapporti sessuali) con minori e adulti, con l'aggravante dell'abuso di potere. E la severissima punizione, la pena più grave che possa essere comminata dal congresso, è stata dichiarata dal Papa res iudicata. Francesco, dunque, «ha riconosciuto la natura definitiva, a norma di legge», della sanzione nei confronti dell'ex chierico. Sentenza inappellabile. Roma locuta, causa soluta. Il nome di McCarrick, nel luglio 2018, era finito al centro di ampie inchieste del New York Times, che avevano documentato non solo le sue molestie sessuali, sia su adulti sia su minori, ma anche le coperture ecclesiastiche di cui aveva goduto nel tempo. Per questi motivi, il 27 luglio McCarrick aveva rinunciato alla porpora cardinalizia, venendo sospeso dal Pontefice dall'esercizio di qualsiasi ministero pubblico. Ma in un poderoso memoriale, pubblicato in esclusiva dalla Verità ad agosto, l'ex nunzio apostolico a Washington, monsignor Carlo Maria Viganò, accusava esplicitamente Jorge Mario Bergoglio di non aver preso subito provvedimenti contro il porporato, sebbene fosse stato informato delle sue malefatte. Secondo Viganò, anzi, McCarrick era rimasto il vero e proprio dominus delle nomine ecclesiali degli Stati Uniti. Avrebbe suggerito al Pontefice di creare cardinali i suoi protetti, Blaise Cupich (arcivescovo di Chicago) e Joseph William Tobin (arcivescovo di Newark), sostenitori del gesuita pro Lgbt, James Martin. Non solo. La Santa Sede avrebbe fatto affidamento proprio su McCarrick per intrattenere rapporti con l'amministrazione Obama, evidentemente per nulla allineata al magistero cattolico sui temi etici. In tanti, attraverso i media vicini al nuovo corso di Bergoglio, hanno provato a confutare le tesi di Viganò. Ma proprio nel giorno in cui la Chiesa lo riduce a semplice laico, il predatore sessuale McCarrick sembrerebbe aver piazzato un'altra pedina. Come ha osservato Marco Tosatti sulla Nuova bussola quotidiana, infatti, il cardinale Kevin Farrell, da sempre vicino a McCarrick, è stato nominato Camerlengo. Un incarico delicatissimo, che la morte del predecessore di Farrell, Jean Louis Tauran, il 5 luglio scorso, aveva lasciato scoperto. Il cardinale Camerlengo, infatti, alla morte del Papa è chiamato ad amministrare tutti i beni e i diritti temporali della Santa Sede. Farrell fu Legionario di Cristo negli anni di Marcial Maciel Degollado, presbitero messicano, considerato fondatore di quella congregazione, che nel 2006, in seguito a numerose accuse di abusi sessuali, fu costretto a rinunciare al ministero pubblico e obbligato a una vita riservata di preghiera dalla Congregazione per la dottrina della fede. Farrell visse per diversi anni insieme a McCarrick ed era il più alto in grado tra i chierici che orbitavano intorno alla «corte» dell'ex cardinale americano. Non solo: da prefetto del Dicastero per i laici, istituito da papa Francesco nel 2016, ha firmato la prefazione del libro Building a bridge. Una sorta di manifesto «cattolgbt», redatto dal solito gesuita arcobaleno, James Martin. Alla vigilia del vertice sugli abusi, che si terrà la prossima settimana, il Vaticano prova a fare pulizia. Ma nelle sacre stanze resta ancora uno strato di polvere.
Ecco #DimmiLaVerità del 4 marzo 2026. L'esperto di geopolitica Daniele Ruvinetti spiega perché la guerra in Iran potrebbe durare a lungo.
Il Kazakistan è una landa sconfinata fra le ultime propaggini dell’Europa e l’immensa steppa asiatica che occupa la parte centrale di questa nazione. Nonostante i 2,7 milioni di chilometri quadrati che ne compongono la superficie, il Kazakistan ha appena di 19 milioni di abitanti, concentrati soprattutto in alcune aree specifiche come nella capitale Astana. Questo poco conosciuto gigante euro-asiatico è stato un serbatoio energetico dell’Unione Sovietica che vi ha impiantato sconfinate coltivazioni agricole. Mosca stabilì qui quello che veniva chiamato cosmodromo, esattamente a Bajkonur che è la più antica e grande base di lancio al mondo, tuttora gestita dalla Russia tramite un contratto d’affitto. Da Bajkonur è stato lanciato il primo satellite, il famoso Sputnik, e da qui è partito Jury Gagarin primo uomo arrivato nello spazio e sempre a Bajkonur è stato sviluppato e lanciato l'unico volo del Buran, lo space shuttle sovietico, nel 1988.
Ma il moderno Kazakistan ha saputo reinventarsi, diventando un attore cardine in un’area complicata come l’Asia centrale. Senza rinunciare agli storici rapporti con la Russia, Astana ha aperto alla Cina, fortemente interessate alle risorse energetiche dell’area e anche all’Europa con una serie di accordi commerciali. Oggi Astana rappresenta la più importante economia della regione con un Pil che nel 2023 ha raggiunto i 260 miliardi di dollari, nel 1991, data della sua indipendenza dall’Unione Sovietica, era di appena 11 miliardi. Come detto la sua crescita è trainata dai giacimenti di petrolio, gas e uranio, il greggio è particolarmente abbondante nel paese che occupa la dodicesima posizione nel mondo per riserve petrolifere, un fatto che aumentato il suo peso anche in funzione di sostituzione di gas e petrolio proveniente dalla Russia. Il ministro degli Esteri di Astana si è dimostrato un campione di equilibrismo, anche nella guerra fra Russia ed Ucraina, condannando le azioni di Mosca, ma senza chiudere i rapporti economici e politici. Basta vedere che dall’inizio del conflitto l’interscambio fra le due nazioni è cresciuto superando i 20 miliardi di dollari nel primo semestre del 2024, approfittando del crollo delle relazioni commerciali con l’Europa ed inserendosi con una certa abilità.
Ma è il commercio con Pechino che dal 2022 è sempre raddoppiato passando da 24 miliardi a 41 fino a raggiungere i 60 miliardi di interscambio. La Cina è proprietaria di importanti quote di giacimenti di gas e petrolio in Kazakhistan ed ha costruito un oleodotto che trasporta 20 milioni di tonnellate di petrolio ogni anno in direzione del comparto industriale cinese. Storicamente Astana è anche un grande produttore agricolo e Pechino nel 2023 ha acquistato 3,5 milioni di tonnellate di derrate alimentari, investendo anche nell’ammodernamento delle vetuste infrastrutture agricole kazake. La grande repubblica euroasiatica nel 2025 è crescita del 5%, migliorando il 3,4% del 2024, con un’inflazione sotto controllo, nonostante la debolezza degli scambi del tenge, la moneta locale. Il presidente del Kazakistan Kassym-Jomart Tokayev ha lodato più volte pubblicamente la stabilità dei «Cinque dell’Asia centrale», paesi prosperi e in costante sviluppo che stanno diventando sempre più influenti. Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan stanno intensificando le loro relazioni segnando l’inizio di un nuovo periodo per lo sviluppo della regione nei prossimi cinque anni. Il presidente Tokayev ha definito l’area come un unico spazio geopolitico e spirituale, che avrebbe conservato la propria unicità nel corso della creazione e del crollo di vari imperi. «Tutti e cinque siamo stati in grado di modernizzare le istituzioni e le infrastrutture con una crescita economica costante. Oggi i nostri rapporti hanno acquisito contenuto concreto e sono saliti al livello di una profonda partnership e alleanza strategica. Soprattutto, i cinque Paesi hanno adottato una strategia prudente nelle relazioni di politica estera che ha aperto la strada alla loro piena partecipazione ai processi globali. Dal 2018 al 2024, l’interscambio commerciale è passato da 5,7 miliardi di dollari a dodici miliardi con un piano d’azione per la cooperazione industriale. Abbiamo sei obiettivi: dal mantenimento della pace alla cooperazione economica, dalla sicurezza idrica ed alimentare al lavoro con le nuove generazioni, per finire dobbiamo migliorare la nostra immagine e rivendicando i fondamenti di un’identità nazionale e regionale». Un grande progetto per un’area in crescita, che ha già lanciato la sua sfida al resto del mondo.
Dalla Crimea ai gulag del Kazakistan: l'olocausto degli italiani
Famiglie italiane erano presenti in Crimea fin dai tempi delle Repubbliche marinare di Genova e Venezia. Provenienti in maggioranza dalla prima, si erano stabilite nelle colonie di Caffa e Sebastopoli, dove avevano fondato una florida base commerciale sulle acque del Mar Nero. La loro presenza durò dal 1266 al 1475, anno della conquista ottomana. Dopo la metà dell’Ottocento, un nuovo flusso di italiani si stabilì in Crimea, in particolare proveniente dalla Puglia. Il motivo dell’emigrazione era dovuto alle prospettive che la vendita a buon prezzo di appezzamenti di terreno da parte dello Zar offriva ai contadini italiani, che si stabilirono quasi tutti nella cittadina di Kerç. La comunità italiana di Crimea fiorì all’alba del XX secolo, con l’istituzione di scuole, circoli e di una chiesa cattolica. I piccoli proprietari agricoli e i commercianti avevano raggiunto un buon livello di benessere, arrivando a rappresentare tra l’1,2 e il 2% della popolazione locale già negli ultimi anni dell’Ottocento.
I primi problemi per gli italiani di Crimea giunsero con l’avvento del bolscevismo e con l’arrivo di comunisti italiani fuoriusciti. A Kerç questi ultimi, al servizio delle autorità sovietiche, ebbero il compito di «rieducare» i compatrioti e di forzarli ad aderire alla collettivizzazione forzata delle terre, esercitando progressivamente un potere repressivo e di controllo sugli italiani di Crimea. A Kerç nacque il kholkoz «Sacco e Vanzetti» dove i fuoriusciti del PCI vigilavano sempre di più sulle inclinazioni politiche dei connazionali. L’avvento di Stalin fece precipitare la situazione. Gli italiani furono inquadrati come spie fasciste anche senza alcuna prova. Durante gli anni Trenta furono numerosi gli arresti tra la comunità italiana da parte dell’Nkvd (la polizia segreta sovietica) e molti dei sospettati scomparvero dopo la deportazione, quasi sempre fucilati senza processo.
La guerra, culminata con l’«Operazione Barbarossa» fece precipitare la comunità italiana nel baratro, segnando l’inizio dell’olocausto per lunghi decenni dimenticato. La deportazione sistematica delle famiglie italiane ebbe una data d’inizio, il 29 gennaio 1942 e una destinazione: i gulag del Kazakistan. Arrestati nelle loro abitazioni, gli italiani ebbero solo due ore per preparare poche masserizie e montare sui carri bestiame, che per molti di loro furono già una tomba. Il lunghissimo tragitto verso le steppe gelate fu compiuto per ferrovia e per nave. Anche la navigazione fu spesso causa di morte, oltre che per le condizioni drammatiche dei prigionieri nelle stive, anche per gli attacchi degli aerei tedeschi che almeno in un caso accertato causarono l’affondamento dell’imbarcazione dove erano stipati gli italiani. Quasi la metà dei deportati morì durante la lunga marcia della morte, soprattutto i vecchi e molti bambini. Molti altri furono vinti dal freddo estremo (circa -40°C), dalla malnutrizione e dalle malattie. I cadaveri scaricati dai vagoni ferroviari venivano abbandonati nelle stazioni dove i treni della morte sostavano al gelo per fare passare tutti gli altri convogli. Gli italiani sopravvissuti arrivarono in Kazakistan dopo circa due mesi e furono destinati a campi di lavoro forzato in particolare nel gulag del distretto minerario di Karaganda e in quello di Atbasar, cittadina a Nordovest di Astana, la capitale. Qui le condizioni di vita erano proibitive e il freddo e la malnutrizione costante completarono lo sterminio degli italiani di Crimea. Le baracche erano catapecchie di paglia e sterco di cavallo, spesso senza letti e senza ogni tipo di fonte di riscaldamento. Dei circa 2.000 cittadini deportati, solo 78 ritornarono a Kerç poco dopo la guerra. Pochi altri sopravvissuti rimasero in Kazakhistan, non avendo la possibilità di ritornare alle zone di origine, e di fatto nascondendo le proprie origini per il timore di ritorsioni e violenze anche molto dopo la fine della guerra. La successiva divisione del mondo in due blocchi contrapposti pose un’ulteriore barriera di silenzio sull’olocausto degli italiani. Solo dopo il crollo dell’Urss vi furono alcuni riconoscimenti e riabilitazioni di vittime delle quali spesso non si conosceva neppure il luogo di sepoltura, verosimilmente localizzato nelle tante fosse comuni che il Terrore staliniano e la guerra avevano istituito. Oggi gli italiani di Crimea sono circa 500, rappresentati dal presidente dell’associazione Cerkio Giulia Giacchetti Boico che per anni ha lottato per la riabilitazione delle vittime italiane delle deportazioni sovietiche. Solo nel 2015, quando la Crimea era già stata annessa alla Federazione Russa, Vladimir Putin riconobbe lo status di «deportati speciali» della minoranza etnica italiana dopo un incontro informale con l’ex premier Silvio Berlusconi.
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Lo ha dichiarato il Presidente di Coldiretti Ettore Prandini, intervenendo sul tema dei fertilizzanti e delle risorse Ue per la Politica agricola comune, durante il Forum alimentare globale Farm Europe 2026.
Nell'analisi del direttore, Maurizio Belpietro, emerge una realtà cruda: la guerra tra Israele, Stati Uniti e Iran non è un conflitto "lontano". È una scossa sismica che minaccia di travolgere l'economia europea, già provata dal conflitto in Ucraina.