True
2021-05-16
Lettera dell’Oms inchioda Speranza e la sua tesi sul report censurato
Roberto Speranza (Ansa)
Ranieri Guerra, direttore vicario dell'Organizzazione mondiale della sanità, ieri su Repubblica è tornato a parlare del report pubblicato un anno fa e ritirato dopo poche ore. È stata un'altra delle svariate versioni che il numero due dell'Oms, indagato a Bergamo per false dichiarazioni ai pm riguardo al mancato aggiornamento del piano pandemico 2006, sta rilasciando da quando è scoppiato il caso.
Di quel documento, Guerra dice «non ne sapevo nulla», era compito dell'oggi ex ricercatore Oms, Francesco Zambon, parlarne con il ministro, perché «non è possibile pubblicare un testo del genere senza neppure comunicarlo all'autorità nazionale». Dichiara inoltre che «Speranza era all'oscuro», quindi non avrebbe potuto censurarlo chiedendo di ritirare la pubblicazione.
La Verità, tuttavia, è venuta in possesso di una lettera datata 9 marzo 2020, nella quale il direttore generale dell'Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, scriveva al ministro della Salute, Roberto Speranza confermandogli che «come da sue istruzioni, Ranieri Guerra sarà dispiegato a Roma per aiutare il governo italiano negli sforzi in atto per controllare l'epidemia Covid-19 in Italia». Il documento parla chiaro: Speranza voleva Ranieri Guerra e il capo dell'Oms lo accontentò. Stiamo parlando, dunque, di un incarico formale, istituzionale. Perciò l'ex direttore generale della Prevenzione oggi indagato, doveva per forza relazionarsi con il ministro della Salute anche su un tema così importante come il report del piano pandemico. Sempre a Repubblica, Guerra dice che «Speranza aveva approvato l'indice e la copertina» del rapporto dell'ex ricercatore Oms, Francesco Zambon, pubblicato il 13 maggio e tolto la mattina del giorno seguente.
Un'affermazione che contraddice quanto dichiarò lo scorso novembre l'ufficio stampa del ministero della Salute. Alla domanda inviata dalla trasmissione Report: «Il ministro Speranza conosce il rapporto dell'Ufficio regionale europeo Oms intitolato An unprecedented challenge - Italy's first response to Covid-19? Il ministro ha letto e valutato i contenuti del documento?», la risposta fu: «A quanto ci risulta non si tratta di un documento ufficiale dell'Oms e non è mai stato trasmesso al ministero della Salute che quindi non lo ha mai né valutato, né commentato. Ogni informazione in merito deriva da fonti non istituzionali».
Se Speranza non ne sapeva nulla, perché adesso salta fuori che il rapporto magari non l'avrà letto tutto, ma ne aveva approvato «l'indice e la copertina»? Resta che, di sicuro, il ministro non era all'oscuro di tutto come voleva far credere. E adesso ne abbiamo ulteriori prove.
Lo confermerebbe anche l'email inviata il 14 aprile da Guerra a Zambon, allora coordinatore della squadra di ricercatori di Venezia, e che poi ha deciso di lasciare l'Oms segnalando indebite pressioni sul suo lavoro.
Nel messaggio scriveva: «Ministro Speranza e ministro Pisano (allora alla Pubblica amministrazione, ndr) pronti a dare l'ok […] ti ho aperto un'autostrada sulla narrazione ma bisognerebbe condividere con Speranza un indice più aggiornato».
C'è poi la questione delle famose chat su Whatsapp fra Guerra e Silvio Brusaferro, ex capo dell'Istituto superiore di sanità, attualmente membro del Cts. Il 14 maggio Guerra gli aveva scritto: «Sono stato brutale con gli scemi del documento di Venezia (Zambon e colleghi, ndr). Ho mandato scuse profuse al ministro […]. Alla fine sono andato su Tedros (direttore generale dell'Oms, ndr) e ho fatto ritirare il documento […] Spero di far cadere un paio di incorreggibili teste». In un'altra, del 17 maggio, scrive: «[…] dovremmo anche vedere cosa fare coi miei scemi di Venezia. Come sai ho fatto ritirare quel maledetto rapporto. Ma è stato fatto un lavoro che riletto, emendato e digerito potrebbe avere un senso». Riferendosi poi al capo di gabinetto di Speranza, Goffredo Zaccardi, il 18 maggio Guerra scrive a Brusaferro: «Vedo Zaccardi […] vuoi che inizi a parlargli dell'ipotesi di revisione del rapporto dei somarelli di Venezia. Poi ci mettiamo d'accordo sul come?». Risposta di Brusaferro: «Certo, va bene», alla quale due ore dopo l'ex direttore generale della Prevenzione replica: «Il capo di gabinetto dice di vedere se riusciamo a farlo cadere nel nulla. Se entro lunedì nessuno ne parla vuole farlo morire. Altrimenti lo riprendiamo assieme. Sic».
Nella memoria presentata dall'avvocato Roberto Di Vita, difensore di Guerra, si legge che «gli scambi sono parziali e frammentati (potrebbero esservi ulteriori messaggi non inseriti nell'atto) e del tutto decontestualizzati, sì da non avere alcun senso logico rispetto a uno scambio effettivo potenzialmente avvenuto». Anche a Repubblica Guerra li ha definiti «pezzi di chat incompleti e decontestualizzati», però all'epoca il suo era un ruolo istituzionale ben preciso e i messaggi non possono essere ricondotti a «osservazioni personali, in una forma necessariamente sintetica e colloquiale, scambiate tra professionisti che hanno condiviso insieme determinate circostanze ed esperienze», come tenta di ribattere alle accuse nella memoria difensiva. Pezzi incompleti, di chat reali, per questo Ranieri Guerra deve aiutarci a fare chiarezza e spiegare quale ruolo abbia davvero avuto il ministro Speranza.
Via libera ai test salivari nelle scuole
Dopo mesi di attesa è finalmente arrivata l'autorizzazione del ministero della Salute ai test salivari molecolari, quelli da usare per esempio nelle scuole, ma con alcune limitazioni. «Il campione di saliva può essere considerato un'opzione per il rilevamento dell'infezione da Sars-CoV-2 in individui asintomatici sottoposti a screening ripetuti per motivi professionali o di altro tipo, per aumentare l'accettabilità di test ripetuti, in particolare: se vengono sottoposti a screening individui molto anziani o disabili e in caso di carenza di tamponi», si legge nella nuova circolare del ministero della Salute, firmata dal direttore generale della prevenzione, Gianni Rezza, sull'uso dei test molecolari e antigenici su saliva a uso professionale per la diagnosi di infezione da Sars-CoV-2. Il test salivare, meno invasivo - si mastica un rotolino di cotone - sarà però «un'opzione» nel caso «non sia possibile ottenere tamponi oro/nasofaringei» perché, come precisa la circolare, «la sensibilità diminuisce dopo i primi cinque giorni dall'inizio dei sintomi» e c'è un problema nella corretta raccolta dei campioni di saliva, che «possono essere eterogenei (saliva orale, saliva orofaringea posteriore)», riducendo la sensibilità del metodo. «I campioni di saliva», si legge nella nota, «possono essere mucosi e viscosi, determinando difficoltà di lavorazione con i metodi e le attrezzature automatizzate di estrazione dell'Rna (del virus, ndr) o di estrazione/amplificazione esistenti».
I test vengono attualmente analizzati come i tamponi nasofaringei, con una sensibilità del 98%, ma ci sono anche strumentazioni automatiche con lettura in chemiluminescenza (Ce-Ivd), che però sono meno diffuse. La sensibilità dei due metodi, utili per il monitoraggio e controllo dell'infezione da Sars-CoV-2 in ambito scolastico, non è sovrapponibile. «Alcuni studi pubblicati nel 2020», riporta la circolare, «hanno rilevato sensibilità comprese tra il 53% e il 73%».
Il via libera del ministero della Salute ai tamponi salivari molecolari «è una buona notizia» e anche se arriva ad anno scolastico quasi finito «saranno determinanti per la riapertura delle scuole in sicurezza a settembre, perché non possiamo farci trovare impreparati e avere di nuovo problemi come accaduto quest'anno», osserva Gian Vincenzo Zuccotti, preside della facoltà di medicina dell'università Statale di Milano e direttore di pediatria e pronto soccorso pediatrico dell'Asst Fatebenefratelli Sacco. Anche il governatore lombardo, Attilio Fontana, si dice soddisfatto «per il fatto che la proposta tutta lombarda del professor Zuccotti e dell'università degli Studi di Milano abbia dato il via a livello nazionale a questo nuovo test». La scadenza più importante a questo punto, come ha fatto presente lo Snals (Sindacato nazionale autonomo lavoratori scuola) con Elvira Serafini, sono gli esami alle porte. «Condivido la riflessione sull'opportunità di utilizzare i test salivari già per gli esami di terza media e la maturità», ha infatti dichiarato il sottosegretario all'Istruzione Rossano Sasso, «porrò il tema all'attenzione del ministro Patrizio Bianchi».
Intanto l'Istituto superiore di sanità ha pubblicato un report su 13,7 milioni di vaccinati che registra come, dopo 35 giorni dall'inizio del ciclo vaccinale ci sia una riduzione dell'80% delle infezioni, del 90% dei ricoveri e del 95% dei morti. Questi effetti sono simili sia negli uomini che nelle donne e in persone di diverse fasce di età. «Questi dati», commenta il presidente dell'Iss, Silvio Brusaferro, «confermano l'efficacia delle vaccinazioni e della campagna vaccinale, e la necessità di raggiungere presto alte coperture in tutta la popolazione per uscire dall'emergenza grazie a questo strumento fondamentale».
Continua a leggereRiduci
In una missiva del 9 marzo 2020, il direttore Tedros Adhanom Ghebreyesus accontenta il ministro e incarica Ranieri Guerra: «Aiuterà l'esecutivo». Il titolare della Salute non poteva quindi «essere all'oscuro». E «approvò indice e copertina».Dal ministero arriva l'approvazione: «Utili per screening ripetuti, anziani e disabili» L'Iss: «A 35 giorni dalla prima dose: -80% di contagi, -90% di ricoveri e -95% di morti».Lo speciale contiene due articoli.Ranieri Guerra, direttore vicario dell'Organizzazione mondiale della sanità, ieri su Repubblica è tornato a parlare del report pubblicato un anno fa e ritirato dopo poche ore. È stata un'altra delle svariate versioni che il numero due dell'Oms, indagato a Bergamo per false dichiarazioni ai pm riguardo al mancato aggiornamento del piano pandemico 2006, sta rilasciando da quando è scoppiato il caso. Di quel documento, Guerra dice «non ne sapevo nulla», era compito dell'oggi ex ricercatore Oms, Francesco Zambon, parlarne con il ministro, perché «non è possibile pubblicare un testo del genere senza neppure comunicarlo all'autorità nazionale». Dichiara inoltre che «Speranza era all'oscuro», quindi non avrebbe potuto censurarlo chiedendo di ritirare la pubblicazione. La Verità, tuttavia, è venuta in possesso di una lettera datata 9 marzo 2020, nella quale il direttore generale dell'Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, scriveva al ministro della Salute, Roberto Speranza confermandogli che «come da sue istruzioni, Ranieri Guerra sarà dispiegato a Roma per aiutare il governo italiano negli sforzi in atto per controllare l'epidemia Covid-19 in Italia». Il documento parla chiaro: Speranza voleva Ranieri Guerra e il capo dell'Oms lo accontentò. Stiamo parlando, dunque, di un incarico formale, istituzionale. Perciò l'ex direttore generale della Prevenzione oggi indagato, doveva per forza relazionarsi con il ministro della Salute anche su un tema così importante come il report del piano pandemico. Sempre a Repubblica, Guerra dice che «Speranza aveva approvato l'indice e la copertina» del rapporto dell'ex ricercatore Oms, Francesco Zambon, pubblicato il 13 maggio e tolto la mattina del giorno seguente. Un'affermazione che contraddice quanto dichiarò lo scorso novembre l'ufficio stampa del ministero della Salute. Alla domanda inviata dalla trasmissione Report: «Il ministro Speranza conosce il rapporto dell'Ufficio regionale europeo Oms intitolato An unprecedented challenge - Italy's first response to Covid-19? Il ministro ha letto e valutato i contenuti del documento?», la risposta fu: «A quanto ci risulta non si tratta di un documento ufficiale dell'Oms e non è mai stato trasmesso al ministero della Salute che quindi non lo ha mai né valutato, né commentato. Ogni informazione in merito deriva da fonti non istituzionali». Se Speranza non ne sapeva nulla, perché adesso salta fuori che il rapporto magari non l'avrà letto tutto, ma ne aveva approvato «l'indice e la copertina»? Resta che, di sicuro, il ministro non era all'oscuro di tutto come voleva far credere. E adesso ne abbiamo ulteriori prove. Lo confermerebbe anche l'email inviata il 14 aprile da Guerra a Zambon, allora coordinatore della squadra di ricercatori di Venezia, e che poi ha deciso di lasciare l'Oms segnalando indebite pressioni sul suo lavoro. Nel messaggio scriveva: «Ministro Speranza e ministro Pisano (allora alla Pubblica amministrazione, ndr) pronti a dare l'ok […] ti ho aperto un'autostrada sulla narrazione ma bisognerebbe condividere con Speranza un indice più aggiornato». C'è poi la questione delle famose chat su Whatsapp fra Guerra e Silvio Brusaferro, ex capo dell'Istituto superiore di sanità, attualmente membro del Cts. Il 14 maggio Guerra gli aveva scritto: «Sono stato brutale con gli scemi del documento di Venezia (Zambon e colleghi, ndr). Ho mandato scuse profuse al ministro […]. Alla fine sono andato su Tedros (direttore generale dell'Oms, ndr) e ho fatto ritirare il documento […] Spero di far cadere un paio di incorreggibili teste». In un'altra, del 17 maggio, scrive: «[…] dovremmo anche vedere cosa fare coi miei scemi di Venezia. Come sai ho fatto ritirare quel maledetto rapporto. Ma è stato fatto un lavoro che riletto, emendato e digerito potrebbe avere un senso». Riferendosi poi al capo di gabinetto di Speranza, Goffredo Zaccardi, il 18 maggio Guerra scrive a Brusaferro: «Vedo Zaccardi […] vuoi che inizi a parlargli dell'ipotesi di revisione del rapporto dei somarelli di Venezia. Poi ci mettiamo d'accordo sul come?». Risposta di Brusaferro: «Certo, va bene», alla quale due ore dopo l'ex direttore generale della Prevenzione replica: «Il capo di gabinetto dice di vedere se riusciamo a farlo cadere nel nulla. Se entro lunedì nessuno ne parla vuole farlo morire. Altrimenti lo riprendiamo assieme. Sic».Nella memoria presentata dall'avvocato Roberto Di Vita, difensore di Guerra, si legge che «gli scambi sono parziali e frammentati (potrebbero esservi ulteriori messaggi non inseriti nell'atto) e del tutto decontestualizzati, sì da non avere alcun senso logico rispetto a uno scambio effettivo potenzialmente avvenuto». Anche a Repubblica Guerra li ha definiti «pezzi di chat incompleti e decontestualizzati», però all'epoca il suo era un ruolo istituzionale ben preciso e i messaggi non possono essere ricondotti a «osservazioni personali, in una forma necessariamente sintetica e colloquiale, scambiate tra professionisti che hanno condiviso insieme determinate circostanze ed esperienze», come tenta di ribattere alle accuse nella memoria difensiva. Pezzi incompleti, di chat reali, per questo Ranieri Guerra deve aiutarci a fare chiarezza e spiegare quale ruolo abbia davvero avuto il ministro Speranza.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lettera-oms-speranza-report-censurato-2653001381.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="via-libera-ai-test-salivari-nelle-scuole" data-post-id="2653001381" data-published-at="1621115784" data-use-pagination="False"> Via libera ai test salivari nelle scuole Dopo mesi di attesa è finalmente arrivata l'autorizzazione del ministero della Salute ai test salivari molecolari, quelli da usare per esempio nelle scuole, ma con alcune limitazioni. «Il campione di saliva può essere considerato un'opzione per il rilevamento dell'infezione da Sars-CoV-2 in individui asintomatici sottoposti a screening ripetuti per motivi professionali o di altro tipo, per aumentare l'accettabilità di test ripetuti, in particolare: se vengono sottoposti a screening individui molto anziani o disabili e in caso di carenza di tamponi», si legge nella nuova circolare del ministero della Salute, firmata dal direttore generale della prevenzione, Gianni Rezza, sull'uso dei test molecolari e antigenici su saliva a uso professionale per la diagnosi di infezione da Sars-CoV-2. Il test salivare, meno invasivo - si mastica un rotolino di cotone - sarà però «un'opzione» nel caso «non sia possibile ottenere tamponi oro/nasofaringei» perché, come precisa la circolare, «la sensibilità diminuisce dopo i primi cinque giorni dall'inizio dei sintomi» e c'è un problema nella corretta raccolta dei campioni di saliva, che «possono essere eterogenei (saliva orale, saliva orofaringea posteriore)», riducendo la sensibilità del metodo. «I campioni di saliva», si legge nella nota, «possono essere mucosi e viscosi, determinando difficoltà di lavorazione con i metodi e le attrezzature automatizzate di estrazione dell'Rna (del virus, ndr) o di estrazione/amplificazione esistenti». I test vengono attualmente analizzati come i tamponi nasofaringei, con una sensibilità del 98%, ma ci sono anche strumentazioni automatiche con lettura in chemiluminescenza (Ce-Ivd), che però sono meno diffuse. La sensibilità dei due metodi, utili per il monitoraggio e controllo dell'infezione da Sars-CoV-2 in ambito scolastico, non è sovrapponibile. «Alcuni studi pubblicati nel 2020», riporta la circolare, «hanno rilevato sensibilità comprese tra il 53% e il 73%». Il via libera del ministero della Salute ai tamponi salivari molecolari «è una buona notizia» e anche se arriva ad anno scolastico quasi finito «saranno determinanti per la riapertura delle scuole in sicurezza a settembre, perché non possiamo farci trovare impreparati e avere di nuovo problemi come accaduto quest'anno», osserva Gian Vincenzo Zuccotti, preside della facoltà di medicina dell'università Statale di Milano e direttore di pediatria e pronto soccorso pediatrico dell'Asst Fatebenefratelli Sacco. Anche il governatore lombardo, Attilio Fontana, si dice soddisfatto «per il fatto che la proposta tutta lombarda del professor Zuccotti e dell'università degli Studi di Milano abbia dato il via a livello nazionale a questo nuovo test». La scadenza più importante a questo punto, come ha fatto presente lo Snals (Sindacato nazionale autonomo lavoratori scuola) con Elvira Serafini, sono gli esami alle porte. «Condivido la riflessione sull'opportunità di utilizzare i test salivari già per gli esami di terza media e la maturità», ha infatti dichiarato il sottosegretario all'Istruzione Rossano Sasso, «porrò il tema all'attenzione del ministro Patrizio Bianchi». Intanto l'Istituto superiore di sanità ha pubblicato un report su 13,7 milioni di vaccinati che registra come, dopo 35 giorni dall'inizio del ciclo vaccinale ci sia una riduzione dell'80% delle infezioni, del 90% dei ricoveri e del 95% dei morti. Questi effetti sono simili sia negli uomini che nelle donne e in persone di diverse fasce di età. «Questi dati», commenta il presidente dell'Iss, Silvio Brusaferro, «confermano l'efficacia delle vaccinazioni e della campagna vaccinale, e la necessità di raggiungere presto alte coperture in tutta la popolazione per uscire dall'emergenza grazie a questo strumento fondamentale».
Ermanno Scervino (Getty Images)
Da dove parte una sua collezione: da un’immagine, da un tessuto, da una donna reale?
«L’ispirazione non ha orari né confini. Vivo in Toscana, nella bellezza, affascinante quanto il paesaggio è il lavoro delle première: un’idea può scaturire dalla loro manualità come dagli imprevisti. Le capitali del mondo, comunque, rimangono grandi fonti di ispirazione: la gente per strada, nei locali, la vita di tutti i giorni, i giovani».
Il suo stile è spesso definito «romanticismo sexy»: cosa significa questa espressione e come si traduce in silhouette, materiali e lavorazioni?
«Una sottoveste di pizzo, una gonna di organza, un vestito di chiffon acquistano grazia e carattere soprattutto quando indossate con qualcosa di insolito, magari di maschile o sportivo. Questo accostamento è forse il mio modo più significativo di vedere un romanticismo contemporaneo, una sensualità vissuta con personalità».
Cosa le chiedono oggi le sue clienti?
«Sicuramente la portabilità, la funzionalità e il dialogo col corpo rimangono caratteristiche sempre richieste. Negli anni tutto cambia ma non il gusto per il bello. La donna contemporanea rischia di più, la strada offre e cerca stimoli sempre maggiori; vestirsi bene, oggi, non significa essere convenzionali. Io mi rivolgo a una donna libera, che non ama gli stereotipi, ma moderna e attuale».
Ha vestito molte personalità del cinema, della musica e della società internazionale. Per un abito da red carpet quanto conta il dialogo con la persona che lo indossa?
«Ogni donna è un universo da scoprire, e sono tante quelle con cui abbiamo condiviso momenti di bellezza e di arte. Il dialogo conta: gli abiti nascono non per imporre un’identità ma per accompagnare e valorizzare chi li indossa. La vera eleganza è essere sé stesse e il mio lavoro è facilitare questo processo».
La produzione made in Italy è un valore centrale per il suo brand. Cosa significa oggi difendere e promuovere l’artigianalità italiana in un mercato globale?
«È una missione. Il made in Italy è frutto di una tradizione secolare, intere generazioni hanno primeggiato nella maestria sartoriale lasciando al Paese un’eredità diventata patrimonio mondiale».
Quali sono oggi i mercati più importanti? Nota differenze di gusto tra Europa, America e Asia?
«I mercati più importanti sono Europa e America. Non ci sono differenze di gusto nei mercati, ma nelle donne sì, nella loro individualità. Immagino le mie creazioni al di là del Paese di provenienza di chi le indosserà».
Come riesce a coniugare tecniche sartoriali tradizionali con la sperimentazione su tessuti e lavorazioni innovative?
«La ricerca è fondamentale: creare nuovi tessuti, provare lavaggi e trattamenti. Tradizione e innovazione devono camminare assieme per realizzare un prodotto contemporaneo, ma il gesto artigianale resterà sempre al centro».
Quanto influisce Firenze sul Dna del marchio? È solo sede produttiva o anche fonte di ispirazione estetica?
«Firenze è sinonimo di casa. Territorio di tradizione e sapere, custodisce e tramanda competenze uniche. È questo patrimonio umano e culturale che alimenta il nostro lavoro e predispone alla creatività e da cui il brand continua ad attingere».
Le sue lavorazioni knit e i tessuti ricercati sono diventati un segno distintivo. Quanto conta la ricerca sui materiali nello sviluppo di ogni collezione?
«Prima ancora di disegnare penso ai materiali, li provo sul manichino, osservo il loro movimento e la luce, e mentre li studio penso a come trasformarli e a quello che possono diventare».
In che modo la maison affronta il tema della sostenibilità senza rinunciare al lusso e alla qualità?
«La sostenibilità è una responsabilità, non una scelta. Oltre a selezionare materiali e lavorazioni nel rispetto dell’ambiente, un capo ben realizzato nasce per durare a lungo ed è per definizione sostenibile: le mie collezioni sono concepite per vivere attraverso gli anni».
Dopo tanti anni di successi, quali sono oggi le sue nuove sfide e quali sogni desidera ancora realizzare?
«I successi non li considero un punto di arrivo ma una direzione. C’è la volontà di sviluppare senza tradire il nostro percorso, e di tramandare una visione ambiziosa che nasce dalla sapienza del nostro territorio. Abbiamo in programma molte aperture in alcune delle città più importanti e prestigiose del mondo».
Continua a leggereRiduci
Matteo Zuppi (Imagoeconomica)
L’allarme arriva dal cardinal Matteo Zuppi, arcivescovo della città e presidente della Cei: «È un segnale molto preoccupante, specchio di una trasformazione sociale rapidissima. Non si tratta di una crisi di fede ma di un radicale mutamento del territorio. Gli alti affitti hanno spinto fuori le famiglie, gli studenti hanno preso il loro posto per poi essere a loro volta sostituiti dalla proliferazione di Bed&breakfast e uffici. Il centro rischia di diventare una vetrina vuota. Questi processi vanno governati e non subìti». Lo dice con struggente preoccupazione. Lo dice come se fosse arrivato da Marte con l’ultima navicella spaziale; invece da dieci anni è il più importante pastore di anime del territorio.
L’analisi sociologica (parziale e un minimo interessata) per quello zero in religione è completata da don Giovanni Bonfiglioli, parroco delle centralissime chiese di San Giuliano e della Santissima Trinità: «Quando andiamo nelle case per le benedizioni di rito ci accorgiamo che non c’è nulla da benedire, solo Bed&breakfast e uffici. Un vero e proprio spopolamento nel cuore della città». Ed ecco che torna ad aleggiare l’anatema del cardinale Giacomo Biffi, quel «Bologna sazia e disperata» con il quale, 40 anni fa, l’alto prelato intendeva svegliare la società dal sonno consumistico e nichilista.
Sarà anche colpa dei B&b, delle sedi di società e banche, dei locali da apericena ma la sindrome da catechismo deserto non coincide con quella da vetrina vuota. Ed è anche conseguenza delle politiche sociali dell’amministrazione turbo-progressista degli ultimi 15 anni (prima Virginio Merola, poi Matteo Lepore), in prima linea nell’incentivare l’immigrazione con l’imprinting cofferatiano «senza se e senza ma». Con il risultato che, nelle case popolari del centro, buona parte degli abitanti è di origine straniera, spesso di altre religioni. Nel 2021 ne erano stati censiti 7.500. Una società multietnica che non ha alcuna intenzione di integrarsi e va ad aggiungersi a una quota fisiologica di abitanti radical, atei e per nulla interessati al messaggio cristiano. Il resto è turismo mordi e fuggi.
Molte famiglie sono spinte ad abbandonare il centro storico con pochi spazi per l’infanzia (se non al chiuso) dalla mancanza di sicurezza, dalla microcriminalità dilagante, dal degrado determinato dai clandestini, dai raid dei maranza stranieri. E dalle scelte urbanistiche che tendono a escludere - con le Ztl sulle porte - l’osmosi sociale. Un dentro e un fuori sempre più rigido. Una realtà sotto gli occhi di tutti, che ha preso forma con la benedizione del cardinal Zuppi medesimo, fautore principe dell’accoglienza diffusa, nume tutelare di ogni accelerazione woke voluta dal Comune.
L’Osservatorio della Curia aggiunge che «lo spopolamento del cuore della città è dovuto anche alle difficoltà di ingresso nella zona, al degrado (soprattutto nelle zone calde come Montagnola e la parte finale di via Indipendenza) e ai costi dell’affitto e della vita in generale, non compatibile con gli stipendi attuali». Ma al di là delle problematiche urbanistiche c’è qualcosa di più profondo: l’abdicazione della diocesi stessa nel farsi garante dei valori cristiani e della dottrina. E nel difendere i simboli cattolici da chi tenta di annientare don Camillo 70 anni dopo con spirito di rivalsa.
Il silenzio davanti a provocazioni come «il crocifisso è un simbolo medioevale» (Merola), ai tentativi di abolizione del presepe (Lepore), alla laicizzazione strutturale in nome del globalismo sociale, alla demonizzazione dell’identità e della tradizione per non urtare la (molto presunta) suscettibilità islamica hanno provocato ferite profonde nel tessuto religioso. Così, quando Zuppi afferma che «non si tratta di crisi di fede» incrocia le dita. E quando aggiunge che «questi processi vanno governati e non subìti», chiama in causa anche le proprie amnesie.
Ribaltare il paradigma? Forse è tardi. E quei bambini assenti, lasciati più felicemente dai genitori alla dottrina dello smartphone, sono il segnale politico di una sconfitta. Il «catechismo zero» è anche l’effetto più triste del disincanto davanti a sacerdoti che non credono più. Senza contare una piccola dose di ipocrisia, come fa notare con spirito caustico un cittadino bolognese su Facebook. «Strada Maggiore, incrocio Piazzetta dei Servi, palazzo storico di proprietà della Curia: due Bed&breakfast. Da che pulpito. Forse è il caso di cominciare a guardarsi dentro».
Continua a leggereRiduci
Jeffrey Epstein (Getty Images)
E infatti, negli Stati Uniti al suicidio di Jeffrey Epstein si crede sempre meno. Un tema che qui sarebbe un tabù, benché il racconto ufficiale sulla morte del faccendiere lasci dubbi a molti, lì è oggetto di discussione sulle tv nazionali. Ad alimentare il dibattito, oltre alle varie anomalie già raccontate su queste pagine - telecamere non funzionanti, finte salme mostrate ai media, comunicati sul decesso datati prima della morte ufficiale, testimonianze agghiaccianti girate sul Web, compagni di cella spostati due giorni prima - si è aggiunto un altro documento piuttosto bizzarro. Si tratta di una email riservata dal contenuto piuttosto chiaro: «Sono un Ausa (Assistant United States Attorney, assistente procuratore federale Usa, ndr) presso l’Edny (Eastern District of New York, ndr) e sto lavorando a un’indagine sulla morte di un detenuto presso il Brooklyn Mdc (Metropolitan Detention Center di Brooklyn, ndr). L’Ocme (Office of Chief Medical Examiner, cioè l’Ufficio del medico legale capo di New York, ndr) mi ha detto di aver firmato un accordo di riservatezza in relazione all’indagine sull’omicidio di Jeffrey Epstein. Speravamo di estendere un accordo simile e volevo vedere se potessi condividerlo con me». L’email è di giugno 2020, quasi un anno dopo la morte del faccendiere, e si conclude con un numero di cellulare (oscurato) e l’invito a parlarne per telefono.
Proprio così: indagini segrete sull’omicidio di Jeffrey Epstein. Il procuratore federale che a giugno del 2020 stava lavorando su un caso di morte in carcere a Brooklyn voleva «copiare» il modello di accordo di riservatezza usato per Epstein. Eppure, la sua morte è stata subito venduta come un suicidio, fatto confermato dall’autopsia pochi giorni dopo.
E a proposito di indagini, mentre la Procura del New Mexico ne ha avviate di nuove sullo Zorro Ranch, la tenuta di Epstein nel New Mexico, si è scoperto che nel 2019 il lavoro degli inquirenti fu bloccato dall’alto. Una villa di 2.800 metri quadri e perfettamente isolata. Meta di tanti personaggi famosi, luogo in cui tante vittime raccontano di essere state abusate, nonché sede di possibili esperimenti eugenetici. Un’inchiesta statale sulle azioni di Epstein è stata rilevata dai procuratori federali, nel 2019, per poi arenarsi. «Non solo è stata messa in ombra, è stata completamente ignorata», ha detto Eddy Aragon, un noto conduttore radiofonico del New Mexico che da anni fa ricerca sulle attività di Epstein. Proprio a lui era indirizzata la soffiata - presente negli Epstein files - dell’ex dipendente dello Zorro sulle due presunte ragazze morte durante gli abusi e seppellite nel ranch.
Continua a leggereRiduci
«Marshals: A Yellowstone story» (Paramount+)
Un universo inedito, in grado di espandere il nucleo originale fino a dargli una forma imprevista. Improvvisa. Non più un ranch, ma il Montana.
Marshals: A Yellowstone story, disponibile su Paramount+ da lunedì 2 marzo, non ritrova l'interezza di Yellowstone. Solo, quella di Kayce Dutton, deciso a rompere con il proprio passato. Kayce, che nel corso della serie originale è stato detto avere con il padre un rapporto complesso e altalenante, ha scelto, in questo nuovo spin-off, di lasciarsi alle spalle il ranch familiare. Gliel'aveva dato il padre, una volta diventato Governatore del Montana. Doveva servirgli ad assicurare un futuro solido, brillante, al figlio. Sarebbe stato uno fra i più grandi centri di allevamento bestiame degli Stati Uniti. Ma Dutton ha voluto fare altrimenti. Di qui, dunque, la decisione di dedicargli un'intera serie televisiva.
Marshals: A Yellowstone story, con Luke Grimes a riprendere il ruolo svolto in Yellowstone, racconta un presente diverso. Un Kayce Dutton diverso, non più allevatore, ma parte di un'unità d’élite degli U.S. Marshals. Cambia la forma, non, però, la sostanza. Lo show, ad oggi articolato in tredici episodi, continua - come l'originale - a saltare dal western al drama, mescolando i patemi personali di Dutton con la fatica oggettiva del territorio nel quale vive. Le gang locali sono ben organizzate, la gente è dedita al malaffare. La giustizia federale sembra potere nulla contro l'interesse privato dei potenti locali, contro le loro smanie e ambizioni. Dutton, con sé, ha una squadra nuova. Non abbastanza, però, per far sì che possa dormire sonni tranquilli.
Marshals: A Yellowstone story riesce a raccontare (anche) il costo psicologico di certi mestieri, di chi voti la propria vita a un'ideale di giustizia che, spesso, non ha alcun contrappunto nella realtà. Dutton è sotto minaccia costante, il passato che ha provato a lasciarsi alle spalle sembra rincorrerlo e il figlio, Tate, è l'unico punto che vorrebbe tenere fermo.
Continua a leggereRiduci