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2021-05-16
Lettera dell’Oms inchioda Speranza e la sua tesi sul report censurato
Roberto Speranza (Ansa)
Ranieri Guerra, direttore vicario dell'Organizzazione mondiale della sanità, ieri su Repubblica è tornato a parlare del report pubblicato un anno fa e ritirato dopo poche ore. È stata un'altra delle svariate versioni che il numero due dell'Oms, indagato a Bergamo per false dichiarazioni ai pm riguardo al mancato aggiornamento del piano pandemico 2006, sta rilasciando da quando è scoppiato il caso.
Di quel documento, Guerra dice «non ne sapevo nulla», era compito dell'oggi ex ricercatore Oms, Francesco Zambon, parlarne con il ministro, perché «non è possibile pubblicare un testo del genere senza neppure comunicarlo all'autorità nazionale». Dichiara inoltre che «Speranza era all'oscuro», quindi non avrebbe potuto censurarlo chiedendo di ritirare la pubblicazione.
La Verità, tuttavia, è venuta in possesso di una lettera datata 9 marzo 2020, nella quale il direttore generale dell'Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, scriveva al ministro della Salute, Roberto Speranza confermandogli che «come da sue istruzioni, Ranieri Guerra sarà dispiegato a Roma per aiutare il governo italiano negli sforzi in atto per controllare l'epidemia Covid-19 in Italia». Il documento parla chiaro: Speranza voleva Ranieri Guerra e il capo dell'Oms lo accontentò. Stiamo parlando, dunque, di un incarico formale, istituzionale. Perciò l'ex direttore generale della Prevenzione oggi indagato, doveva per forza relazionarsi con il ministro della Salute anche su un tema così importante come il report del piano pandemico. Sempre a Repubblica, Guerra dice che «Speranza aveva approvato l'indice e la copertina» del rapporto dell'ex ricercatore Oms, Francesco Zambon, pubblicato il 13 maggio e tolto la mattina del giorno seguente.
Un'affermazione che contraddice quanto dichiarò lo scorso novembre l'ufficio stampa del ministero della Salute. Alla domanda inviata dalla trasmissione Report: «Il ministro Speranza conosce il rapporto dell'Ufficio regionale europeo Oms intitolato An unprecedented challenge - Italy's first response to Covid-19? Il ministro ha letto e valutato i contenuti del documento?», la risposta fu: «A quanto ci risulta non si tratta di un documento ufficiale dell'Oms e non è mai stato trasmesso al ministero della Salute che quindi non lo ha mai né valutato, né commentato. Ogni informazione in merito deriva da fonti non istituzionali».
Se Speranza non ne sapeva nulla, perché adesso salta fuori che il rapporto magari non l'avrà letto tutto, ma ne aveva approvato «l'indice e la copertina»? Resta che, di sicuro, il ministro non era all'oscuro di tutto come voleva far credere. E adesso ne abbiamo ulteriori prove.
Lo confermerebbe anche l'email inviata il 14 aprile da Guerra a Zambon, allora coordinatore della squadra di ricercatori di Venezia, e che poi ha deciso di lasciare l'Oms segnalando indebite pressioni sul suo lavoro.
Nel messaggio scriveva: «Ministro Speranza e ministro Pisano (allora alla Pubblica amministrazione, ndr) pronti a dare l'ok […] ti ho aperto un'autostrada sulla narrazione ma bisognerebbe condividere con Speranza un indice più aggiornato».
C'è poi la questione delle famose chat su Whatsapp fra Guerra e Silvio Brusaferro, ex capo dell'Istituto superiore di sanità, attualmente membro del Cts. Il 14 maggio Guerra gli aveva scritto: «Sono stato brutale con gli scemi del documento di Venezia (Zambon e colleghi, ndr). Ho mandato scuse profuse al ministro […]. Alla fine sono andato su Tedros (direttore generale dell'Oms, ndr) e ho fatto ritirare il documento […] Spero di far cadere un paio di incorreggibili teste». In un'altra, del 17 maggio, scrive: «[…] dovremmo anche vedere cosa fare coi miei scemi di Venezia. Come sai ho fatto ritirare quel maledetto rapporto. Ma è stato fatto un lavoro che riletto, emendato e digerito potrebbe avere un senso». Riferendosi poi al capo di gabinetto di Speranza, Goffredo Zaccardi, il 18 maggio Guerra scrive a Brusaferro: «Vedo Zaccardi […] vuoi che inizi a parlargli dell'ipotesi di revisione del rapporto dei somarelli di Venezia. Poi ci mettiamo d'accordo sul come?». Risposta di Brusaferro: «Certo, va bene», alla quale due ore dopo l'ex direttore generale della Prevenzione replica: «Il capo di gabinetto dice di vedere se riusciamo a farlo cadere nel nulla. Se entro lunedì nessuno ne parla vuole farlo morire. Altrimenti lo riprendiamo assieme. Sic».
Nella memoria presentata dall'avvocato Roberto Di Vita, difensore di Guerra, si legge che «gli scambi sono parziali e frammentati (potrebbero esservi ulteriori messaggi non inseriti nell'atto) e del tutto decontestualizzati, sì da non avere alcun senso logico rispetto a uno scambio effettivo potenzialmente avvenuto». Anche a Repubblica Guerra li ha definiti «pezzi di chat incompleti e decontestualizzati», però all'epoca il suo era un ruolo istituzionale ben preciso e i messaggi non possono essere ricondotti a «osservazioni personali, in una forma necessariamente sintetica e colloquiale, scambiate tra professionisti che hanno condiviso insieme determinate circostanze ed esperienze», come tenta di ribattere alle accuse nella memoria difensiva. Pezzi incompleti, di chat reali, per questo Ranieri Guerra deve aiutarci a fare chiarezza e spiegare quale ruolo abbia davvero avuto il ministro Speranza.
Via libera ai test salivari nelle scuole
Dopo mesi di attesa è finalmente arrivata l'autorizzazione del ministero della Salute ai test salivari molecolari, quelli da usare per esempio nelle scuole, ma con alcune limitazioni. «Il campione di saliva può essere considerato un'opzione per il rilevamento dell'infezione da Sars-CoV-2 in individui asintomatici sottoposti a screening ripetuti per motivi professionali o di altro tipo, per aumentare l'accettabilità di test ripetuti, in particolare: se vengono sottoposti a screening individui molto anziani o disabili e in caso di carenza di tamponi», si legge nella nuova circolare del ministero della Salute, firmata dal direttore generale della prevenzione, Gianni Rezza, sull'uso dei test molecolari e antigenici su saliva a uso professionale per la diagnosi di infezione da Sars-CoV-2. Il test salivare, meno invasivo - si mastica un rotolino di cotone - sarà però «un'opzione» nel caso «non sia possibile ottenere tamponi oro/nasofaringei» perché, come precisa la circolare, «la sensibilità diminuisce dopo i primi cinque giorni dall'inizio dei sintomi» e c'è un problema nella corretta raccolta dei campioni di saliva, che «possono essere eterogenei (saliva orale, saliva orofaringea posteriore)», riducendo la sensibilità del metodo. «I campioni di saliva», si legge nella nota, «possono essere mucosi e viscosi, determinando difficoltà di lavorazione con i metodi e le attrezzature automatizzate di estrazione dell'Rna (del virus, ndr) o di estrazione/amplificazione esistenti».
I test vengono attualmente analizzati come i tamponi nasofaringei, con una sensibilità del 98%, ma ci sono anche strumentazioni automatiche con lettura in chemiluminescenza (Ce-Ivd), che però sono meno diffuse. La sensibilità dei due metodi, utili per il monitoraggio e controllo dell'infezione da Sars-CoV-2 in ambito scolastico, non è sovrapponibile. «Alcuni studi pubblicati nel 2020», riporta la circolare, «hanno rilevato sensibilità comprese tra il 53% e il 73%».
Il via libera del ministero della Salute ai tamponi salivari molecolari «è una buona notizia» e anche se arriva ad anno scolastico quasi finito «saranno determinanti per la riapertura delle scuole in sicurezza a settembre, perché non possiamo farci trovare impreparati e avere di nuovo problemi come accaduto quest'anno», osserva Gian Vincenzo Zuccotti, preside della facoltà di medicina dell'università Statale di Milano e direttore di pediatria e pronto soccorso pediatrico dell'Asst Fatebenefratelli Sacco. Anche il governatore lombardo, Attilio Fontana, si dice soddisfatto «per il fatto che la proposta tutta lombarda del professor Zuccotti e dell'università degli Studi di Milano abbia dato il via a livello nazionale a questo nuovo test». La scadenza più importante a questo punto, come ha fatto presente lo Snals (Sindacato nazionale autonomo lavoratori scuola) con Elvira Serafini, sono gli esami alle porte. «Condivido la riflessione sull'opportunità di utilizzare i test salivari già per gli esami di terza media e la maturità», ha infatti dichiarato il sottosegretario all'Istruzione Rossano Sasso, «porrò il tema all'attenzione del ministro Patrizio Bianchi».
Intanto l'Istituto superiore di sanità ha pubblicato un report su 13,7 milioni di vaccinati che registra come, dopo 35 giorni dall'inizio del ciclo vaccinale ci sia una riduzione dell'80% delle infezioni, del 90% dei ricoveri e del 95% dei morti. Questi effetti sono simili sia negli uomini che nelle donne e in persone di diverse fasce di età. «Questi dati», commenta il presidente dell'Iss, Silvio Brusaferro, «confermano l'efficacia delle vaccinazioni e della campagna vaccinale, e la necessità di raggiungere presto alte coperture in tutta la popolazione per uscire dall'emergenza grazie a questo strumento fondamentale».
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In una missiva del 9 marzo 2020, il direttore Tedros Adhanom Ghebreyesus accontenta il ministro e incarica Ranieri Guerra: «Aiuterà l'esecutivo». Il titolare della Salute non poteva quindi «essere all'oscuro». E «approvò indice e copertina».Dal ministero arriva l'approvazione: «Utili per screening ripetuti, anziani e disabili» L'Iss: «A 35 giorni dalla prima dose: -80% di contagi, -90% di ricoveri e -95% di morti».Lo speciale contiene due articoli.Ranieri Guerra, direttore vicario dell'Organizzazione mondiale della sanità, ieri su Repubblica è tornato a parlare del report pubblicato un anno fa e ritirato dopo poche ore. È stata un'altra delle svariate versioni che il numero due dell'Oms, indagato a Bergamo per false dichiarazioni ai pm riguardo al mancato aggiornamento del piano pandemico 2006, sta rilasciando da quando è scoppiato il caso. Di quel documento, Guerra dice «non ne sapevo nulla», era compito dell'oggi ex ricercatore Oms, Francesco Zambon, parlarne con il ministro, perché «non è possibile pubblicare un testo del genere senza neppure comunicarlo all'autorità nazionale». Dichiara inoltre che «Speranza era all'oscuro», quindi non avrebbe potuto censurarlo chiedendo di ritirare la pubblicazione. La Verità, tuttavia, è venuta in possesso di una lettera datata 9 marzo 2020, nella quale il direttore generale dell'Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, scriveva al ministro della Salute, Roberto Speranza confermandogli che «come da sue istruzioni, Ranieri Guerra sarà dispiegato a Roma per aiutare il governo italiano negli sforzi in atto per controllare l'epidemia Covid-19 in Italia». Il documento parla chiaro: Speranza voleva Ranieri Guerra e il capo dell'Oms lo accontentò. Stiamo parlando, dunque, di un incarico formale, istituzionale. Perciò l'ex direttore generale della Prevenzione oggi indagato, doveva per forza relazionarsi con il ministro della Salute anche su un tema così importante come il report del piano pandemico. Sempre a Repubblica, Guerra dice che «Speranza aveva approvato l'indice e la copertina» del rapporto dell'ex ricercatore Oms, Francesco Zambon, pubblicato il 13 maggio e tolto la mattina del giorno seguente. Un'affermazione che contraddice quanto dichiarò lo scorso novembre l'ufficio stampa del ministero della Salute. Alla domanda inviata dalla trasmissione Report: «Il ministro Speranza conosce il rapporto dell'Ufficio regionale europeo Oms intitolato An unprecedented challenge - Italy's first response to Covid-19? Il ministro ha letto e valutato i contenuti del documento?», la risposta fu: «A quanto ci risulta non si tratta di un documento ufficiale dell'Oms e non è mai stato trasmesso al ministero della Salute che quindi non lo ha mai né valutato, né commentato. Ogni informazione in merito deriva da fonti non istituzionali». Se Speranza non ne sapeva nulla, perché adesso salta fuori che il rapporto magari non l'avrà letto tutto, ma ne aveva approvato «l'indice e la copertina»? Resta che, di sicuro, il ministro non era all'oscuro di tutto come voleva far credere. E adesso ne abbiamo ulteriori prove. Lo confermerebbe anche l'email inviata il 14 aprile da Guerra a Zambon, allora coordinatore della squadra di ricercatori di Venezia, e che poi ha deciso di lasciare l'Oms segnalando indebite pressioni sul suo lavoro. Nel messaggio scriveva: «Ministro Speranza e ministro Pisano (allora alla Pubblica amministrazione, ndr) pronti a dare l'ok […] ti ho aperto un'autostrada sulla narrazione ma bisognerebbe condividere con Speranza un indice più aggiornato». C'è poi la questione delle famose chat su Whatsapp fra Guerra e Silvio Brusaferro, ex capo dell'Istituto superiore di sanità, attualmente membro del Cts. Il 14 maggio Guerra gli aveva scritto: «Sono stato brutale con gli scemi del documento di Venezia (Zambon e colleghi, ndr). Ho mandato scuse profuse al ministro […]. Alla fine sono andato su Tedros (direttore generale dell'Oms, ndr) e ho fatto ritirare il documento […] Spero di far cadere un paio di incorreggibili teste». In un'altra, del 17 maggio, scrive: «[…] dovremmo anche vedere cosa fare coi miei scemi di Venezia. Come sai ho fatto ritirare quel maledetto rapporto. Ma è stato fatto un lavoro che riletto, emendato e digerito potrebbe avere un senso». Riferendosi poi al capo di gabinetto di Speranza, Goffredo Zaccardi, il 18 maggio Guerra scrive a Brusaferro: «Vedo Zaccardi […] vuoi che inizi a parlargli dell'ipotesi di revisione del rapporto dei somarelli di Venezia. Poi ci mettiamo d'accordo sul come?». Risposta di Brusaferro: «Certo, va bene», alla quale due ore dopo l'ex direttore generale della Prevenzione replica: «Il capo di gabinetto dice di vedere se riusciamo a farlo cadere nel nulla. Se entro lunedì nessuno ne parla vuole farlo morire. Altrimenti lo riprendiamo assieme. Sic».Nella memoria presentata dall'avvocato Roberto Di Vita, difensore di Guerra, si legge che «gli scambi sono parziali e frammentati (potrebbero esservi ulteriori messaggi non inseriti nell'atto) e del tutto decontestualizzati, sì da non avere alcun senso logico rispetto a uno scambio effettivo potenzialmente avvenuto». Anche a Repubblica Guerra li ha definiti «pezzi di chat incompleti e decontestualizzati», però all'epoca il suo era un ruolo istituzionale ben preciso e i messaggi non possono essere ricondotti a «osservazioni personali, in una forma necessariamente sintetica e colloquiale, scambiate tra professionisti che hanno condiviso insieme determinate circostanze ed esperienze», come tenta di ribattere alle accuse nella memoria difensiva. Pezzi incompleti, di chat reali, per questo Ranieri Guerra deve aiutarci a fare chiarezza e spiegare quale ruolo abbia davvero avuto il ministro Speranza.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lettera-oms-speranza-report-censurato-2653001381.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="via-libera-ai-test-salivari-nelle-scuole" data-post-id="2653001381" data-published-at="1621115784" data-use-pagination="False"> Via libera ai test salivari nelle scuole Dopo mesi di attesa è finalmente arrivata l'autorizzazione del ministero della Salute ai test salivari molecolari, quelli da usare per esempio nelle scuole, ma con alcune limitazioni. «Il campione di saliva può essere considerato un'opzione per il rilevamento dell'infezione da Sars-CoV-2 in individui asintomatici sottoposti a screening ripetuti per motivi professionali o di altro tipo, per aumentare l'accettabilità di test ripetuti, in particolare: se vengono sottoposti a screening individui molto anziani o disabili e in caso di carenza di tamponi», si legge nella nuova circolare del ministero della Salute, firmata dal direttore generale della prevenzione, Gianni Rezza, sull'uso dei test molecolari e antigenici su saliva a uso professionale per la diagnosi di infezione da Sars-CoV-2. Il test salivare, meno invasivo - si mastica un rotolino di cotone - sarà però «un'opzione» nel caso «non sia possibile ottenere tamponi oro/nasofaringei» perché, come precisa la circolare, «la sensibilità diminuisce dopo i primi cinque giorni dall'inizio dei sintomi» e c'è un problema nella corretta raccolta dei campioni di saliva, che «possono essere eterogenei (saliva orale, saliva orofaringea posteriore)», riducendo la sensibilità del metodo. «I campioni di saliva», si legge nella nota, «possono essere mucosi e viscosi, determinando difficoltà di lavorazione con i metodi e le attrezzature automatizzate di estrazione dell'Rna (del virus, ndr) o di estrazione/amplificazione esistenti». I test vengono attualmente analizzati come i tamponi nasofaringei, con una sensibilità del 98%, ma ci sono anche strumentazioni automatiche con lettura in chemiluminescenza (Ce-Ivd), che però sono meno diffuse. La sensibilità dei due metodi, utili per il monitoraggio e controllo dell'infezione da Sars-CoV-2 in ambito scolastico, non è sovrapponibile. «Alcuni studi pubblicati nel 2020», riporta la circolare, «hanno rilevato sensibilità comprese tra il 53% e il 73%». Il via libera del ministero della Salute ai tamponi salivari molecolari «è una buona notizia» e anche se arriva ad anno scolastico quasi finito «saranno determinanti per la riapertura delle scuole in sicurezza a settembre, perché non possiamo farci trovare impreparati e avere di nuovo problemi come accaduto quest'anno», osserva Gian Vincenzo Zuccotti, preside della facoltà di medicina dell'università Statale di Milano e direttore di pediatria e pronto soccorso pediatrico dell'Asst Fatebenefratelli Sacco. Anche il governatore lombardo, Attilio Fontana, si dice soddisfatto «per il fatto che la proposta tutta lombarda del professor Zuccotti e dell'università degli Studi di Milano abbia dato il via a livello nazionale a questo nuovo test». La scadenza più importante a questo punto, come ha fatto presente lo Snals (Sindacato nazionale autonomo lavoratori scuola) con Elvira Serafini, sono gli esami alle porte. «Condivido la riflessione sull'opportunità di utilizzare i test salivari già per gli esami di terza media e la maturità», ha infatti dichiarato il sottosegretario all'Istruzione Rossano Sasso, «porrò il tema all'attenzione del ministro Patrizio Bianchi». Intanto l'Istituto superiore di sanità ha pubblicato un report su 13,7 milioni di vaccinati che registra come, dopo 35 giorni dall'inizio del ciclo vaccinale ci sia una riduzione dell'80% delle infezioni, del 90% dei ricoveri e del 95% dei morti. Questi effetti sono simili sia negli uomini che nelle donne e in persone di diverse fasce di età. «Questi dati», commenta il presidente dell'Iss, Silvio Brusaferro, «confermano l'efficacia delle vaccinazioni e della campagna vaccinale, e la necessità di raggiungere presto alte coperture in tutta la popolazione per uscire dall'emergenza grazie a questo strumento fondamentale».
Gli sfollati fuggono dal campo di Zamzam a causa del conflitto in corso nel Darfur settentrionale in Sudan (Ansa)
Dopo oltre 150.000 morti e 13 milioni di profughi, il conflitto tra il capo dell’esercito al Burhan e il leader paramilitare Hemeti resta senza sbocco. I governativi riconquistano la capitale, mentre i paramilitari dominano il Darfur e sono accusati di pulizia etnica. Paese diviso e crisi umanitaria fuori controllo.
Da ormai tre anni il Sudan è dilaniato da una sanguinosa guerra civile che ha causato oltre 150.000 vittime e quasi 13 milioni di profughi. La nazione africana ha una popolazione di 46 milioni di abitanti e oltre la metà di questi hanno urgente bisogno di assistenza umanitaria, mentre 20 milioni sono a rischio di carestia.
Questo conflitto è iniziato all’interno del Consiglio Sovrano, nato dopo il colpo di stato del 25 ottobre del 2021, per il tentativo di integrare nell’esercito nazionale il gruppo paramilitare delle Forze di Supporto Rapido. Il generale Mohamed Hamdam Dagalo, detto Hemeti, capo di questi miliziani, aveva chiesto un lungo periodo di transizione per non perdere il suo potere, ma al rifiuto del capo della giunta militare era iniziato il conflitto. Le Forze di Supporto Rapido avevano agito all’alba del 13 aprile prendendo di sorpresa l’esercito del generale Abdel-Fattah al Burhan, che aveva perso il controllo di interi quartieri di Khartoum. I governativi avevano reagito utilizzando l’aviazione sudanese e martellando la capitale con centinaia di vittime fra la popolazione civile. Intanto lo scontro fra i due generali aveva coinvolto tutto il paese con i paramilitari che avevano dilagato in Darfur, la loro regione di provenienza. Le Forze di Supporto Rapido sono infatti gli eredi dei miliziani Janjaweed ( diavoli a cavallo), i genocidiari che nei primi anni del 2000 avevano massacrato la popolazione africana del Darfur.
Lo stesso Hemeti aveva fatto parte di queste bande irregolari,utilizzate dal governo del presidente Omar al Bashir per effettuare un’autentica pulizia etnica dei popoli non arabi. Il conflitto ha vissuto molte fasi alterne nell’arco di questi tre anni, ma oggi le Forze armate Sudanesi hanno stabilmente ripreso il controllo di Khartoum, riportando il governo nella capitale dopo essersi spostati a Port Sudan, eletta come capitale provvisoria. Nel Kordofan, una regione a sud, si continua combattere e le Forze di Supporto Rapido hanno siglato un’alleanza con un signore della guerra locale Abdelaziz al Hilu, che con i suoi mercenari ha preso il controllo del Kordofan settentrionale. Le milizie, create sia su base etnica che politica, hanno un ruolo sempre più importante nella guerra civile sudanese che coinvolge direttamente o indirettamente diverse nazioni dell’area. Il generale al Burhan ogni settimana vola al Cairo dove prende ordini dal presidente egiziano al Sisi, che è il suo principale mentore e che ha rifornito l’esercito sudanese di armi ed istruttori. Le Forze di Supporto Rapido sono invece economicamente sostenute dagli Emirati Arabi Uniti, e parzialmente dall’Arabia Saudita, che attraverso il poroso confine con il Ciad permette ai paramilitari di avere armi e soldi. Con il passare dei mesi i paramilitari hanno perso terreno, ma hanno preso il controllo della totalità del Darfur, la regione occidentale. Qui per espugnare l’ultima città difesa da un milizia alleata dei governativi hanno bloccato ogni via di accesso prendendo el Fasher per fame. Una volta entrate le Forze di Supporto Rapido hanno giustiziato i notabili della città, costringendo alla fuga migliaia di persone.
Le Nazioni Unite hanno aperto una serie di inchieste per indagare sui crimini di guerra commessi sia dai ribelli che dai governativi, in una nazione nella quale lo stupro è diventato un’arma di guerra. Le Forze di Supporto Rapido sono infatti accusate di pulizia etnica in Darfur, dove vivono diverse tribù africane come i Fur e i Masalit, che questi miliziani vogliono sterminare per arabizzare la regione. Questa operazione viene portata avanti da anni utilizzando uomini delle tribù beduine dei Baggara e degli Abbala, da cui provengono la maggioranza dei fedelissimi di Hemeti. Al terzo anno di combattimenti le forze del governo ed i suoi alleati controllano circa il 70% del Sudan, mentre i ribelli l’altro 30%. Il generale Hemeti ha anche formato un governo parallelo nelle aree sotto il suo controllo ed ha minacciato una secessione nel martoriato Darfur, tutto mentre il popolo del Sudan continua a morire nell’indifferenza del mondo.
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Un ingegnere prepara un drone intercettore FPV (First Person View) P1-Sun per il volo durante i test effettuati dal produttore SkyFall in una località non specificata in Ucraina (Getty Imasges)
«Secondo un documento operativo sulle tattiche FPV attribuito a fonti militari legate al conflitto ucraino», questi sistemi sono diventati uno degli strumenti più incisivi delle operazioni tattiche, capaci di influenzare direttamente l’esito degli scontri e di ridefinire il rapporto tra forze terrestri e supporto aereo. I droni FPV (First Person View) sono piccoli velivoli senza pilota controllati a distanza tramite una telecamera che trasmette immagini in tempo reale all’operatore, il quale li guida come se fosse a bordo. A differenza dei droni tradizionali vengono pilotati manualmente con grande precisione, consentendo manovre rapide e voli a bassa quota. Derivati dal mondo civile e costruiti con componenti modulari a basso costo, sono facilmente modificabili e impiegabili in massa. Possono raggiungere velocità elevate, ma hanno autonomia limitata e raggio operativo ridotto. In ambito militare vengono spesso utilizzati come munizioni guidate, dirette direttamente contro il bersaglio, combinando flessibilità, precisione e costi contenuti.
Questo rapporto tra efficacia operativa e prezzo ha accelerato la diffusione dei FPV e ne ha favorito l’integrazione nelle unità combattenti. Nel documento emerge come i droni «kamikaze» abbiano progressivamente assunto un ruolo dominante nel causare perdite sul campo, trasformandosi da strumenti di supporto a protagonisti dell’azione offensiva. Il cambiamento non riguarda solo la tecnologia, ma anche la dottrina. Le operazioni non si limitano più a un singolo drone impiegato in modo isolato, ma prevedono coordinamento, sequenze di attacco e integrazione con altre armi. In questo scenario, il drone diventa una sorta di artiglieria tattica a corto raggio, capace di intervenire in tempi rapidi e con elevata precisione. Tra le tecniche più diffuse figura la modalità cosiddetta «classica», basata sulla cooperazione tra drone di ricognizione e drone d’attacco. Il primo individua il bersaglio e trasmette le coordinate, mentre il secondo procede all’ingaggio. Questo schema consente di colpire rapidamente obiettivi mobili o posizioni fortificate. Accanto a questa tecnica si sviluppano operazioni di «free hunting», in cui i droni vengono lanciati contro obiettivi già individuati, aumentando la pressione costante sull’avversario.
Un’evoluzione significativa è rappresentata dagli attacchi «swarm», cioè l’impiego simultaneo di più droni contro un singolo obiettivo o una zona specifica. Questo approccio consente di saturare le difese e ridurre la capacità di reazione. L’uso coordinato di più piattaforme trasforma il drone in uno strumento di attacco di massa, capace di generare effetti simili a quelli di un bombardamento di precisione su scala tattica. Il documento descrive inoltre l’impiego dei FPV come supporto diretto alle unità d’assalto. Durante l’avanzata, i droni vengono utilizzati in sequenza per neutralizzare posizioni nemiche, coprire il movimento delle truppe e colpire eventuali rinforzi. Questa integrazione con la manovra terrestre riduce l’esposizione dei soldati e aumenta la velocità dell’offensiva. L’efficacia cresce ulteriormente quando i droni vengono combinati con artiglieria e mortai, creando un sistema di fuoco distribuito e flessibile.Particolarmente rilevante è la tattica dell’imboscata, in cui il drone viene posizionato in anticipo e resta in attesa del bersaglio. In questa configurazione il FPV si trasforma in una mina intelligente, capace di colpire improvvisamente veicoli o personale. L’impiego di droni relay estende il raggio operativo e aumenta il tempo di attesa, rendendo l’attacco più imprevedibile. Questa modalità dimostra come i droni possano essere utilizzati non solo per l’offensiva immediata, ma anche per il controllo del terreno.
Il documento evidenzia anche l’uso di attacchi combinati. Un primo drone colpisce un veicolo o una posizione, mentre un secondo interviene contro il personale durante le operazioni di evacuazione. Analogamente, la tecnica del doppio attacco prevede l’impiego di due droni in successione per penetrare coperture e colpire all’interno di strutture protette. Queste procedure indicano un crescente livello di coordinamento e sofisticazione tattica. Un altro elemento significativo riguarda l’organizzazione delle squadre operative. L’impiego dei FPV richiede team dedicati, composti da pilota, operatore di ricognizione, specialista delle munizioni e coordinatore. Questo assetto conferma la trasformazione del drone in un sistema integrato e non più in uno strumento individuale. La professionalizzazione degli operatori e la standardizzazione delle procedure aumentano l’efficacia complessiva delle operazioni. L’analisi del documento mostra come i droni FPV stiano riducendo il vantaggio dei mezzi corazzati, abbassando il costo delle operazioni offensive e aumentando la letalità a corto raggio. La combinazione di flessibilità, precisione e rapidità rende questi sistemi centrali nella guerra moderna. La diffusione capillare dei FPV indica una trasformazione destinata a incidere sui conflitti futuri, dove la superiorità numerica e l’innovazione tattica avranno un peso sempre maggiore. La guerra sul campo di battaglia diventa così più decentralizzata e dinamica. Unità leggere, supportate da droni a basso costo, possono colpire con precisione e rapidità, ridisegnando gli equilibri operativi. In questo scenario, la capacità di adattamento e l’uso intelligente della tecnologia diventano fattori decisivi, mentre i droni FPV si affermano come uno degli strumenti più influenti della guerra contemporanea.
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Il premier ungherese Viktor Orbán (Ansa)
Il 12 aprile sfida decisiva tra Orbán e Magyar: in gioco i rapporti con Ue, Russia e Ucraina. Dalla visita di JD Vance a sostegno del premier al caso delle telefonate Szijjártó-Lavrov, tra accuse di interferenze straniere, scandali e sondaggi opposti, il voto ungherese diventa un test per gli equilibri europei e per i finanziamenti a Kiev.
Il 12 aprile si sancirà il futuro dell’Ungheria. Questa domenica, infatti, i cittadini ungheresi saranno chiamati a rinnovare il Parlamento e il governo del proprio Paese nelle elezioni parlamentari. Di più, perché i due principali schieramenti che si affronteranno, ovvero Fidesz, guidato dell’attuale premier Viktor Orbán, e Tisza, dello sfidante Péter Magyar, sono latori di interessi sostanzialmente antitetici.
Relazioni con le istituzioni europee, supporto all’Ucraina, rapporti con la Russia, economia e immigrazione. I due candidati, appartenenti entrambi al campo politico sommariamente definibile come «destra», non potevano tuttavia essere più diversi. Da una parte Orbán, grande nemico di Bruxelles e degli euroburocrati, contrario ai finanziamenti multimiliardari all’Ucraina, alle sanzioni autolesionistiche alla Russia e fautore di una politica di tolleranza zero nei confronti dell’immigrazione clandestina. Dall’altra Magyar, europarlamentare che potremmo definire vera e propria incarnazione dell’ortodossia «bruxelliana».
L’importanza del voto di domenica è testimoniata anche dalla visita del Vicepresidente americano JD Vance, che il 7 e l’8 aprile sarà a Budapest; una missione pensata appositamente per dare all’alleato Orbán la giusta spinta elettorale in vista del voto di fine settimana.
Quella che si avvia alla sua conclusione è stata, senza esagerazioni, una campagna elettorale brutale, con reciproche accuse di interferenze da parte di servizi d’intelligence stranieri. L’ultimo esempio, in ordine cronologico, è quello che vede protagonista il ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjártó. Un consorzio di testate giornalistiche investigative dell'Europa orientale (The Insider, VSquare e Delfi) ha pubblicato nelle scorse settimane registrazioni e trascrizioni di telefonate in cui il capo della diplomazia di Budapest avrebbe fornito a Mosca un accesso privilegiato a «informazioni strategiche riservate». In una delle conversazioni diffuse, Szijjártó si rivolge al suo omologo russo Sergej Lavrov con toni amichevoli, promettendo di adoperarsi, insieme al governo slovacco, per ottenere la rimozione di una parente di un oligarca russo dalla lista delle sanzioni europee. Dall’Europa si sono subito alzate le voci che hanno urlato al tradimento, non è chiaro di cosa, non essendo l’Ungheria in guerra con la Russia.
Ma come sono state ottenute tali informazioni? In un video pubblicato sui propri canali social, Szijjártó ha descritto l'episodio come «l'intervento di intelligence straniera più grave, serio e vergognoso della storia» del Paese, sostenendo che i servizi segreti di altri stati avrebbero intercettato sistematicamente le sue comunicazioni telefoniche e reso pubbliche le registrazioni a una settimana e mezza dal voto nell'interesse dell'Ucraina. Ciò sembrerebbe essere confermato da una conversazione telefonica trapelata sui media ungheresi tra il giornalista investigativo Szabolcs Panyi e una donna, in cui il primo ammette di aver dato «due numeri», quello di Szijjártó e della donna, a un «servizio statale di un paese dell’Unione Europea», conscio del fatto che quel servizio potesse monitorare «chi chiama chi e quando».
Un altro polverone si era sollevato a metà febbraio, quando Magyar era finito al centro di uno scandalo per la sua partecipazione ad un festino a base di «sesso e droga» dopo una festa di partito, risalente all'agosto del 2024. Il leader di Tisza ha confermato di aver avuto una relazione consensuale con la sua ex fidanzata, negando tuttavia con fermezza di aver fatto uso di droghe, pur riconoscendo che nella stanza erano presenti sostanze stupefacenti. Magyar ha definito l'accaduto una classica «operazione di compromissione in stile russo», sostenendo di essere stato deliberatamente attirato in una trappola.
Per non farci mancare niente, il candidato dell’opposizione ha dichiarato che ufficiali dell'intelligence militare russa sarebbero giunti a Budapest sotto copertura diplomatica, con il preciso mandato di influenzare il voto a favore di Orbán, senza tuttavia fornire alcuna prova. Orbán ha risposto con un contrattacco altrettanto aggressivo. In un videomessaggio diffuso a fine marzo, il premier ha dichiarato di non aver mai assistito a un'elezione in cui «i servizi segreti stranieri avessero interferito» con tale intensità, accusando Tisza di essere un «girevole» per le spie ucraine e facendo riferimento a un rapporto di intelligence declassificato secondo cui alcuni tecnici informatici legati al partito di Magyar avrebbero contatti con la cosiddetta «IT Army of Ukraine» e con l'ambasciata di Kiev a Budapest.
A rendere il quadro ancora più opaco contribuisce la situazione dei sondaggi, che in questa tornata elettorale si rivelano di fatto inaffidabili, o quanto meno fortemente condizionati dall'orientamento politico degli istituti che li realizzano. Quelli vicini all'opposizione, come Medián o Závecz Research, attribuiscono a Tisza un netto vantaggio, che oscilla tra i dieci e i quindici punti. Gli istituti legati al governo, invece, come il Nézőpont Institute, dipingono uno scenario opposto, con Fidesz stabilmente avanti.
Le elezioni ungheresi faranno sentire i loro effetti in tutta Europa. In caso di riconferma del partito di Orbán (sarebbe il quinto di fila), il maxi-prestito da 90 miliardi in favore di Kiev continuerebbe ad essere bloccato, come allo stato attuale delle cose; se a trionfare dovesse essere invece Magyar, l’ennesimo salasso di soldi pubblici europei verrà quasi certamente elargito in favore dell’Ucraina. agli ungheresi l’ultima parola.
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Donald Trump (Ansa)
Donald Trump rilancia la pressione su Teheran minacciando nuove azioni in caso di mancato accordo e lasciando aperta l’ipotesi di una breve proroga dell’ultimatum legato allo Stretto di Hormuz. L’Iran replica duramente, accusando Washington di «crimini di guerra» e respingendo ogni ultimatum. Sullo sfondo, l’Opec+ aumenta le quote di produzione di petrolio di 206.000 barili al giorno.
Lo Stretto di Hormuz resta il punto più sensibile del conflitto tra Stati Uniti e Iran, mentre sul terreno si moltiplicano attacchi, ritorsioni e messaggi incrociati che mantengono alta la tensione nel Golfo Persico e oltre. La giornata di domenica si è aperta con la conferma del recupero del secondo pilota americano disperso dopo l’abbattimento dell’F-15E avvenuto nei giorni scorsi in territorio iraniano. L’operazione, condotta da forze speciali statunitensi con il supporto di un dispositivo aereo, si è conclusa con il rientro del militare e senza ulteriori perdite tra i commando, secondo quanto riferito da fonti americane.
Il presidente Donald Trump ha rivendicato il successo dell’intervento, parlando di un’azione seguita direttamente dalla Situation Room e definendola «tra le più audaci». La missione ha però lasciato dietro di sé un ulteriore elemento di frizione: Teheran sostiene infatti che durante le operazioni di ricerca sarebbero stati abbattuti mezzi militari statunitensi, mentre Washington non ha confermato questa ricostruzione.
Sul piano politico e diplomatico, la linea dello scontro resta netta. Trump ha rilanciato la pressione su Teheran, lasciando intendere che la scadenza dell’ultimatum per una soluzione negoziata o per la riapertura dello Stretto potrebbe essere oggetto di una breve proroga, come suggerito da un messaggio pubblicato su Truth con riferimento a martedì sera. In parallelo, la Repubblica islamica ha risposto con toni durissimi. Il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha scritto su X che «non otterrete nulla commettendo crimini di guerra», accusando gli Stati Uniti di trascinare la regione verso un’escalation più ampia e indicando come unica via possibile il rispetto dei diritti iraniani e la fine della pressione militare ed economica.
Il nodo strategico resta Hormuz. Le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno ribadito che lo stretto «non tornerà mai più al suo stato precedente», lasciando intendere un cambiamento strutturale nella gestione di una delle principali rotte mondiali del petrolio. La dichiarazione si inserisce in un quadro già segnato da transiti irregolari e interruzioni parziali del traffico navale, con ripercussioni immediate sul mercato energetico globale.
Sul fronte economico, l’Opec+ ha deciso un aumento teorico della produzione di 206.000 barili al giorno a partire da maggio. La misura, confermata da diverse fonti dell’organizzazione, arriva in un contesto in cui la capacità reale di incremento appare limitata dalle tensioni militari e dalle difficoltà operative in diversi Paesi produttori. L’Opec+ ha inoltre espresso preoccupazione per gli attacchi alle infrastrutture energetiche e per l’instabilità delle rotte marittime, sottolineando come tali fattori stiano contribuendo a una maggiore volatilità dei mercati.
La dinamica militare resta diffusa su più fronti. In Israele, un missile iraniano ha colpito un edificio a Haifa causando feriti e gravi danni strutturali. In Libano, nuovi raid israeliani nei pressi di Beirut hanno provocato vittime e feriti, mentre l’Unifil ha avvertito del rischio di ulteriori rappresaglie lungo la linea di contatto tra Hezbollah e Israele. Nel Golfo, i pasdaran hanno rivendicato anche un attacco contro una nave legata a Israele nei pressi degli Emirati Arabi Uniti, episodio non ancora confermato dalle autorità locali.
In questo quadro, anche le grandi potenze cercano di mantenere aperti canali diplomatici. La Russia, attraverso il ministro degli Esteri Sergej Lavrov, ha invitato Washington ad «abbandonare il linguaggio degli ultimatum» per favorire un ritorno ai negoziati, mentre ha ribadito la richiesta di cessare gli attacchi contro infrastrutture civili, inclusa la centrale di Bushehr dove operano tecnici russi. La giornata si chiude quindi con un equilibrio ancora instabile: da un lato la pressione militare e le operazioni mirate sul terreno, dall’altro tentativi di gestione diplomatica e contenimento degli effetti economici del conflitto. Ma lo Stretto di Hormuz, più di ogni altro elemento, continua a rappresentare la variabile che può spostare rapidamente lo scenario da una crisi regionale a un confronto più ampio.
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