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2021-05-16
Lettera dell’Oms inchioda Speranza e la sua tesi sul report censurato
Roberto Speranza (Ansa)
Ranieri Guerra, direttore vicario dell'Organizzazione mondiale della sanità, ieri su Repubblica è tornato a parlare del report pubblicato un anno fa e ritirato dopo poche ore. È stata un'altra delle svariate versioni che il numero due dell'Oms, indagato a Bergamo per false dichiarazioni ai pm riguardo al mancato aggiornamento del piano pandemico 2006, sta rilasciando da quando è scoppiato il caso.
Di quel documento, Guerra dice «non ne sapevo nulla», era compito dell'oggi ex ricercatore Oms, Francesco Zambon, parlarne con il ministro, perché «non è possibile pubblicare un testo del genere senza neppure comunicarlo all'autorità nazionale». Dichiara inoltre che «Speranza era all'oscuro», quindi non avrebbe potuto censurarlo chiedendo di ritirare la pubblicazione.
La Verità, tuttavia, è venuta in possesso di una lettera datata 9 marzo 2020, nella quale il direttore generale dell'Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, scriveva al ministro della Salute, Roberto Speranza confermandogli che «come da sue istruzioni, Ranieri Guerra sarà dispiegato a Roma per aiutare il governo italiano negli sforzi in atto per controllare l'epidemia Covid-19 in Italia». Il documento parla chiaro: Speranza voleva Ranieri Guerra e il capo dell'Oms lo accontentò. Stiamo parlando, dunque, di un incarico formale, istituzionale. Perciò l'ex direttore generale della Prevenzione oggi indagato, doveva per forza relazionarsi con il ministro della Salute anche su un tema così importante come il report del piano pandemico. Sempre a Repubblica, Guerra dice che «Speranza aveva approvato l'indice e la copertina» del rapporto dell'ex ricercatore Oms, Francesco Zambon, pubblicato il 13 maggio e tolto la mattina del giorno seguente.
Un'affermazione che contraddice quanto dichiarò lo scorso novembre l'ufficio stampa del ministero della Salute. Alla domanda inviata dalla trasmissione Report: «Il ministro Speranza conosce il rapporto dell'Ufficio regionale europeo Oms intitolato An unprecedented challenge - Italy's first response to Covid-19? Il ministro ha letto e valutato i contenuti del documento?», la risposta fu: «A quanto ci risulta non si tratta di un documento ufficiale dell'Oms e non è mai stato trasmesso al ministero della Salute che quindi non lo ha mai né valutato, né commentato. Ogni informazione in merito deriva da fonti non istituzionali».
Se Speranza non ne sapeva nulla, perché adesso salta fuori che il rapporto magari non l'avrà letto tutto, ma ne aveva approvato «l'indice e la copertina»? Resta che, di sicuro, il ministro non era all'oscuro di tutto come voleva far credere. E adesso ne abbiamo ulteriori prove.
Lo confermerebbe anche l'email inviata il 14 aprile da Guerra a Zambon, allora coordinatore della squadra di ricercatori di Venezia, e che poi ha deciso di lasciare l'Oms segnalando indebite pressioni sul suo lavoro.
Nel messaggio scriveva: «Ministro Speranza e ministro Pisano (allora alla Pubblica amministrazione, ndr) pronti a dare l'ok […] ti ho aperto un'autostrada sulla narrazione ma bisognerebbe condividere con Speranza un indice più aggiornato».
C'è poi la questione delle famose chat su Whatsapp fra Guerra e Silvio Brusaferro, ex capo dell'Istituto superiore di sanità, attualmente membro del Cts. Il 14 maggio Guerra gli aveva scritto: «Sono stato brutale con gli scemi del documento di Venezia (Zambon e colleghi, ndr). Ho mandato scuse profuse al ministro […]. Alla fine sono andato su Tedros (direttore generale dell'Oms, ndr) e ho fatto ritirare il documento […] Spero di far cadere un paio di incorreggibili teste». In un'altra, del 17 maggio, scrive: «[…] dovremmo anche vedere cosa fare coi miei scemi di Venezia. Come sai ho fatto ritirare quel maledetto rapporto. Ma è stato fatto un lavoro che riletto, emendato e digerito potrebbe avere un senso». Riferendosi poi al capo di gabinetto di Speranza, Goffredo Zaccardi, il 18 maggio Guerra scrive a Brusaferro: «Vedo Zaccardi […] vuoi che inizi a parlargli dell'ipotesi di revisione del rapporto dei somarelli di Venezia. Poi ci mettiamo d'accordo sul come?». Risposta di Brusaferro: «Certo, va bene», alla quale due ore dopo l'ex direttore generale della Prevenzione replica: «Il capo di gabinetto dice di vedere se riusciamo a farlo cadere nel nulla. Se entro lunedì nessuno ne parla vuole farlo morire. Altrimenti lo riprendiamo assieme. Sic».
Nella memoria presentata dall'avvocato Roberto Di Vita, difensore di Guerra, si legge che «gli scambi sono parziali e frammentati (potrebbero esservi ulteriori messaggi non inseriti nell'atto) e del tutto decontestualizzati, sì da non avere alcun senso logico rispetto a uno scambio effettivo potenzialmente avvenuto». Anche a Repubblica Guerra li ha definiti «pezzi di chat incompleti e decontestualizzati», però all'epoca il suo era un ruolo istituzionale ben preciso e i messaggi non possono essere ricondotti a «osservazioni personali, in una forma necessariamente sintetica e colloquiale, scambiate tra professionisti che hanno condiviso insieme determinate circostanze ed esperienze», come tenta di ribattere alle accuse nella memoria difensiva. Pezzi incompleti, di chat reali, per questo Ranieri Guerra deve aiutarci a fare chiarezza e spiegare quale ruolo abbia davvero avuto il ministro Speranza.
Via libera ai test salivari nelle scuole
Dopo mesi di attesa è finalmente arrivata l'autorizzazione del ministero della Salute ai test salivari molecolari, quelli da usare per esempio nelle scuole, ma con alcune limitazioni. «Il campione di saliva può essere considerato un'opzione per il rilevamento dell'infezione da Sars-CoV-2 in individui asintomatici sottoposti a screening ripetuti per motivi professionali o di altro tipo, per aumentare l'accettabilità di test ripetuti, in particolare: se vengono sottoposti a screening individui molto anziani o disabili e in caso di carenza di tamponi», si legge nella nuova circolare del ministero della Salute, firmata dal direttore generale della prevenzione, Gianni Rezza, sull'uso dei test molecolari e antigenici su saliva a uso professionale per la diagnosi di infezione da Sars-CoV-2. Il test salivare, meno invasivo - si mastica un rotolino di cotone - sarà però «un'opzione» nel caso «non sia possibile ottenere tamponi oro/nasofaringei» perché, come precisa la circolare, «la sensibilità diminuisce dopo i primi cinque giorni dall'inizio dei sintomi» e c'è un problema nella corretta raccolta dei campioni di saliva, che «possono essere eterogenei (saliva orale, saliva orofaringea posteriore)», riducendo la sensibilità del metodo. «I campioni di saliva», si legge nella nota, «possono essere mucosi e viscosi, determinando difficoltà di lavorazione con i metodi e le attrezzature automatizzate di estrazione dell'Rna (del virus, ndr) o di estrazione/amplificazione esistenti».
I test vengono attualmente analizzati come i tamponi nasofaringei, con una sensibilità del 98%, ma ci sono anche strumentazioni automatiche con lettura in chemiluminescenza (Ce-Ivd), che però sono meno diffuse. La sensibilità dei due metodi, utili per il monitoraggio e controllo dell'infezione da Sars-CoV-2 in ambito scolastico, non è sovrapponibile. «Alcuni studi pubblicati nel 2020», riporta la circolare, «hanno rilevato sensibilità comprese tra il 53% e il 73%».
Il via libera del ministero della Salute ai tamponi salivari molecolari «è una buona notizia» e anche se arriva ad anno scolastico quasi finito «saranno determinanti per la riapertura delle scuole in sicurezza a settembre, perché non possiamo farci trovare impreparati e avere di nuovo problemi come accaduto quest'anno», osserva Gian Vincenzo Zuccotti, preside della facoltà di medicina dell'università Statale di Milano e direttore di pediatria e pronto soccorso pediatrico dell'Asst Fatebenefratelli Sacco. Anche il governatore lombardo, Attilio Fontana, si dice soddisfatto «per il fatto che la proposta tutta lombarda del professor Zuccotti e dell'università degli Studi di Milano abbia dato il via a livello nazionale a questo nuovo test». La scadenza più importante a questo punto, come ha fatto presente lo Snals (Sindacato nazionale autonomo lavoratori scuola) con Elvira Serafini, sono gli esami alle porte. «Condivido la riflessione sull'opportunità di utilizzare i test salivari già per gli esami di terza media e la maturità», ha infatti dichiarato il sottosegretario all'Istruzione Rossano Sasso, «porrò il tema all'attenzione del ministro Patrizio Bianchi».
Intanto l'Istituto superiore di sanità ha pubblicato un report su 13,7 milioni di vaccinati che registra come, dopo 35 giorni dall'inizio del ciclo vaccinale ci sia una riduzione dell'80% delle infezioni, del 90% dei ricoveri e del 95% dei morti. Questi effetti sono simili sia negli uomini che nelle donne e in persone di diverse fasce di età. «Questi dati», commenta il presidente dell'Iss, Silvio Brusaferro, «confermano l'efficacia delle vaccinazioni e della campagna vaccinale, e la necessità di raggiungere presto alte coperture in tutta la popolazione per uscire dall'emergenza grazie a questo strumento fondamentale».
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In una missiva del 9 marzo 2020, il direttore Tedros Adhanom Ghebreyesus accontenta il ministro e incarica Ranieri Guerra: «Aiuterà l'esecutivo». Il titolare della Salute non poteva quindi «essere all'oscuro». E «approvò indice e copertina».Dal ministero arriva l'approvazione: «Utili per screening ripetuti, anziani e disabili» L'Iss: «A 35 giorni dalla prima dose: -80% di contagi, -90% di ricoveri e -95% di morti».Lo speciale contiene due articoli.Ranieri Guerra, direttore vicario dell'Organizzazione mondiale della sanità, ieri su Repubblica è tornato a parlare del report pubblicato un anno fa e ritirato dopo poche ore. È stata un'altra delle svariate versioni che il numero due dell'Oms, indagato a Bergamo per false dichiarazioni ai pm riguardo al mancato aggiornamento del piano pandemico 2006, sta rilasciando da quando è scoppiato il caso. Di quel documento, Guerra dice «non ne sapevo nulla», era compito dell'oggi ex ricercatore Oms, Francesco Zambon, parlarne con il ministro, perché «non è possibile pubblicare un testo del genere senza neppure comunicarlo all'autorità nazionale». Dichiara inoltre che «Speranza era all'oscuro», quindi non avrebbe potuto censurarlo chiedendo di ritirare la pubblicazione. La Verità, tuttavia, è venuta in possesso di una lettera datata 9 marzo 2020, nella quale il direttore generale dell'Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, scriveva al ministro della Salute, Roberto Speranza confermandogli che «come da sue istruzioni, Ranieri Guerra sarà dispiegato a Roma per aiutare il governo italiano negli sforzi in atto per controllare l'epidemia Covid-19 in Italia». Il documento parla chiaro: Speranza voleva Ranieri Guerra e il capo dell'Oms lo accontentò. Stiamo parlando, dunque, di un incarico formale, istituzionale. Perciò l'ex direttore generale della Prevenzione oggi indagato, doveva per forza relazionarsi con il ministro della Salute anche su un tema così importante come il report del piano pandemico. Sempre a Repubblica, Guerra dice che «Speranza aveva approvato l'indice e la copertina» del rapporto dell'ex ricercatore Oms, Francesco Zambon, pubblicato il 13 maggio e tolto la mattina del giorno seguente. Un'affermazione che contraddice quanto dichiarò lo scorso novembre l'ufficio stampa del ministero della Salute. Alla domanda inviata dalla trasmissione Report: «Il ministro Speranza conosce il rapporto dell'Ufficio regionale europeo Oms intitolato An unprecedented challenge - Italy's first response to Covid-19? Il ministro ha letto e valutato i contenuti del documento?», la risposta fu: «A quanto ci risulta non si tratta di un documento ufficiale dell'Oms e non è mai stato trasmesso al ministero della Salute che quindi non lo ha mai né valutato, né commentato. Ogni informazione in merito deriva da fonti non istituzionali». Se Speranza non ne sapeva nulla, perché adesso salta fuori che il rapporto magari non l'avrà letto tutto, ma ne aveva approvato «l'indice e la copertina»? Resta che, di sicuro, il ministro non era all'oscuro di tutto come voleva far credere. E adesso ne abbiamo ulteriori prove. Lo confermerebbe anche l'email inviata il 14 aprile da Guerra a Zambon, allora coordinatore della squadra di ricercatori di Venezia, e che poi ha deciso di lasciare l'Oms segnalando indebite pressioni sul suo lavoro. Nel messaggio scriveva: «Ministro Speranza e ministro Pisano (allora alla Pubblica amministrazione, ndr) pronti a dare l'ok […] ti ho aperto un'autostrada sulla narrazione ma bisognerebbe condividere con Speranza un indice più aggiornato». C'è poi la questione delle famose chat su Whatsapp fra Guerra e Silvio Brusaferro, ex capo dell'Istituto superiore di sanità, attualmente membro del Cts. Il 14 maggio Guerra gli aveva scritto: «Sono stato brutale con gli scemi del documento di Venezia (Zambon e colleghi, ndr). Ho mandato scuse profuse al ministro […]. Alla fine sono andato su Tedros (direttore generale dell'Oms, ndr) e ho fatto ritirare il documento […] Spero di far cadere un paio di incorreggibili teste». In un'altra, del 17 maggio, scrive: «[…] dovremmo anche vedere cosa fare coi miei scemi di Venezia. Come sai ho fatto ritirare quel maledetto rapporto. Ma è stato fatto un lavoro che riletto, emendato e digerito potrebbe avere un senso». Riferendosi poi al capo di gabinetto di Speranza, Goffredo Zaccardi, il 18 maggio Guerra scrive a Brusaferro: «Vedo Zaccardi […] vuoi che inizi a parlargli dell'ipotesi di revisione del rapporto dei somarelli di Venezia. Poi ci mettiamo d'accordo sul come?». Risposta di Brusaferro: «Certo, va bene», alla quale due ore dopo l'ex direttore generale della Prevenzione replica: «Il capo di gabinetto dice di vedere se riusciamo a farlo cadere nel nulla. Se entro lunedì nessuno ne parla vuole farlo morire. Altrimenti lo riprendiamo assieme. Sic».Nella memoria presentata dall'avvocato Roberto Di Vita, difensore di Guerra, si legge che «gli scambi sono parziali e frammentati (potrebbero esservi ulteriori messaggi non inseriti nell'atto) e del tutto decontestualizzati, sì da non avere alcun senso logico rispetto a uno scambio effettivo potenzialmente avvenuto». Anche a Repubblica Guerra li ha definiti «pezzi di chat incompleti e decontestualizzati», però all'epoca il suo era un ruolo istituzionale ben preciso e i messaggi non possono essere ricondotti a «osservazioni personali, in una forma necessariamente sintetica e colloquiale, scambiate tra professionisti che hanno condiviso insieme determinate circostanze ed esperienze», come tenta di ribattere alle accuse nella memoria difensiva. Pezzi incompleti, di chat reali, per questo Ranieri Guerra deve aiutarci a fare chiarezza e spiegare quale ruolo abbia davvero avuto il ministro Speranza.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lettera-oms-speranza-report-censurato-2653001381.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="via-libera-ai-test-salivari-nelle-scuole" data-post-id="2653001381" data-published-at="1621115784" data-use-pagination="False"> Via libera ai test salivari nelle scuole Dopo mesi di attesa è finalmente arrivata l'autorizzazione del ministero della Salute ai test salivari molecolari, quelli da usare per esempio nelle scuole, ma con alcune limitazioni. «Il campione di saliva può essere considerato un'opzione per il rilevamento dell'infezione da Sars-CoV-2 in individui asintomatici sottoposti a screening ripetuti per motivi professionali o di altro tipo, per aumentare l'accettabilità di test ripetuti, in particolare: se vengono sottoposti a screening individui molto anziani o disabili e in caso di carenza di tamponi», si legge nella nuova circolare del ministero della Salute, firmata dal direttore generale della prevenzione, Gianni Rezza, sull'uso dei test molecolari e antigenici su saliva a uso professionale per la diagnosi di infezione da Sars-CoV-2. Il test salivare, meno invasivo - si mastica un rotolino di cotone - sarà però «un'opzione» nel caso «non sia possibile ottenere tamponi oro/nasofaringei» perché, come precisa la circolare, «la sensibilità diminuisce dopo i primi cinque giorni dall'inizio dei sintomi» e c'è un problema nella corretta raccolta dei campioni di saliva, che «possono essere eterogenei (saliva orale, saliva orofaringea posteriore)», riducendo la sensibilità del metodo. «I campioni di saliva», si legge nella nota, «possono essere mucosi e viscosi, determinando difficoltà di lavorazione con i metodi e le attrezzature automatizzate di estrazione dell'Rna (del virus, ndr) o di estrazione/amplificazione esistenti». I test vengono attualmente analizzati come i tamponi nasofaringei, con una sensibilità del 98%, ma ci sono anche strumentazioni automatiche con lettura in chemiluminescenza (Ce-Ivd), che però sono meno diffuse. La sensibilità dei due metodi, utili per il monitoraggio e controllo dell'infezione da Sars-CoV-2 in ambito scolastico, non è sovrapponibile. «Alcuni studi pubblicati nel 2020», riporta la circolare, «hanno rilevato sensibilità comprese tra il 53% e il 73%». Il via libera del ministero della Salute ai tamponi salivari molecolari «è una buona notizia» e anche se arriva ad anno scolastico quasi finito «saranno determinanti per la riapertura delle scuole in sicurezza a settembre, perché non possiamo farci trovare impreparati e avere di nuovo problemi come accaduto quest'anno», osserva Gian Vincenzo Zuccotti, preside della facoltà di medicina dell'università Statale di Milano e direttore di pediatria e pronto soccorso pediatrico dell'Asst Fatebenefratelli Sacco. Anche il governatore lombardo, Attilio Fontana, si dice soddisfatto «per il fatto che la proposta tutta lombarda del professor Zuccotti e dell'università degli Studi di Milano abbia dato il via a livello nazionale a questo nuovo test». La scadenza più importante a questo punto, come ha fatto presente lo Snals (Sindacato nazionale autonomo lavoratori scuola) con Elvira Serafini, sono gli esami alle porte. «Condivido la riflessione sull'opportunità di utilizzare i test salivari già per gli esami di terza media e la maturità», ha infatti dichiarato il sottosegretario all'Istruzione Rossano Sasso, «porrò il tema all'attenzione del ministro Patrizio Bianchi». Intanto l'Istituto superiore di sanità ha pubblicato un report su 13,7 milioni di vaccinati che registra come, dopo 35 giorni dall'inizio del ciclo vaccinale ci sia una riduzione dell'80% delle infezioni, del 90% dei ricoveri e del 95% dei morti. Questi effetti sono simili sia negli uomini che nelle donne e in persone di diverse fasce di età. «Questi dati», commenta il presidente dell'Iss, Silvio Brusaferro, «confermano l'efficacia delle vaccinazioni e della campagna vaccinale, e la necessità di raggiungere presto alte coperture in tutta la popolazione per uscire dall'emergenza grazie a questo strumento fondamentale».
Un recente incontro tra il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e il ministro degli Esteri saudita Faisal bin Farhan Al Saud (Getty Images)
Chiaramente il progetto ha varie implicazioni di natura geopolitica. La prima, forse la più ovvia, è la volontà di ridurre l’importanza dello Stretto di Hormuz. La guerra degli Stati Uniti e di Israele con l’Iran ha portato al blocco di questo passaggio: il che ha causato un deciso incremento dei prezzi dell’energia. Non dimentichiamo d’altronde che da Hormuz passa circa il 20% del petrolio a livello mondiale.
In secondo luogo, la Turchia punta a marginalizzare sia gli Emirati arabi uniti sia Israele. «La riduzione dell'influenza di Israele nella regione, unitamente a una maggiore solidarietà politica ed economica tra di noi, porterà prosperità economica, pace e stabilità in Medio Oriente, nel Golfo e ai confini meridionali della Turchia», ha dichiarato il ministro del Commercio di Ankara Ömer Bolat. Ricordiamo del resto che, a partire dall’eccidio del 7 ottobre 2023, i rapporti tra Turchia e Israele sono tornati a farsi particolarmente tesi. La settimana scorsa, il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, è addirittura arrivato a paragonare Benjamin Netanyahu ad Adolf Hitler.
In terzo luogo, la realizzazione di questa nuova via commerciale potrebbe complicare ulteriormente i già difficili rapporti dell’Arabia Saudita tanto con Abu Dhabi quanto con Gerusalemme. Riad è ai ferri corti con gli emiratini su vari dossier: Yemen, Sudan, Opec e Somaliland. Al contempo, il principe ereditario saudita, Mohammad bin Salman, sta resistendo alle pressioni di Donald Trump che vorrebbero spingerlo a normalizzare le relazioni con Israele. Riad ha infatti fatto sapere che aderirà agli Accordi di Abramo soltanto se sarà prima avviato un percorso concreto volto all’istituzione di uno Stato palestinese.
Alla luce di tutto questo, è chiaro come l’ulteriore avvicinamento dei sauditi alla Turchia aumenterà le tensioni tra Riad e Gerusalemme. Senza poi trascurare che l’accordo della scorsa settimana valorizza la Siria, in cui attualmente vige un regime appoggiato da Ankara: un regime a cui Netanyahu guarda storicamente con sospetto.
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Lo scrittore israeliano Eshkol Nevo (Getty Images)
Contro la sua partecipazione al festival letterario di Polignano a mare è partita diverse settimane fa una petizione firmata dal vicesindaco di Bari, Giovanna Iacovone, dal sindaco di Molfetta, Manuel Minervini, e persino da Franco Moscone, arcivescovo di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo, che parlando alla Stampa ha rivendicato il gesto spiegando che Nevo di fatto avalla lo sterminio dei palestinesi. Il caso è particolarmente emblematico (e grottesco) per varie ragioni. La prima è che Nevo è scrittore famoso e fino all’altro giorno coccolatissimo dalla sinistra intellettuale e dalla stampa di area, ha collaborato pure con Vanity Fair, rivista di riferimento del progressismo chic, e Repubblica non gli nega mai paginate ogni volta che esce un suo nuovo libro. C’è poi il dettaglio della posizione politica del nostro. Come praticamente tutti gli esponenti del mondo letterario, Nevo è ostile a Netanyahu e al suo governo, ma non abbastanza. Condanna cioè gli attacchi israeliani ma non il genocidio dei palestinesi. È dunque dalla parte giusta, ma non del tutto. Cioè non usa le precise parole, i precisi toni e i precisi concetti richiesti dalla mente collettiva dell’artista di sinistra. Almeno Erri De Luca si era dichiarato sionista, Nevo nemmeno quello: ne si richiede la censura non perché non si conforma, ma perché non si conforma a sufficienza.
Certo, anche stavolta ci sono i difensori progressisti della libertà di espressione, che hanno preso la penna per contestare la mordacchia al collega. Paolo Giordano ha scritto sul Corriere che non si può annegare uno scrittore in una ideologia e attribuirgli le malefatte di un governo. Anna Foa paventa la discriminazione ai danni dell’ebreo in quanto tale. Posizioni interessanti ma comunque curiose. Giordano era fra quelli che appoggiavano la censura del padiglione russo alla Biennale, la Foa ha scritto che cacciare De Luca da un festival «non è censura».
Di nuovo, tocca notare alcuni particolari. Il primo è che non c’è nessuno che si schieri contro la censura a prescindere, tutti fanno sempre dei distinguo. Chi ha difeso De Luca e chi si schiera con Nevo deve ogni volta ricordare che «hanno condannato Netanyahu», per spiegare che non sono poi così cattivi. Significa che non si tutela la libertà dell’artista: si difende un membro della corporazione cercando di dimostrare che non è troppo distante dall’ortodossia. Si difende quello che comunque è ostile al governo di Israele, che comunque è di sinistra, che comunque è «uno di noi». Su tutti gli altri la mannaia può calare serenamente. Non risulta infatti che ci siano stati accorati dibattiti fra illustri romanzieri sulle esclusioni di putiniani, no vax, razzisti, fascisti, e spauracchi assortiti. Questi discutono fra loro sull’opportunità di sanzionare il compagno che sbaglia, ma con i nemici del popolo nessuna pietà.
Non a caso non si leva mezza voce a contestare il delirante patentino antifascista che l’organizzazione del festival romano Più libri più liberi vuole imporre agli editori partecipanti, con il chiaro fine di escludere case editrici non conformi. Ricorderete la polemica: Passaggio al bosco ottenne regolarmente lo stand e subito si levarono appelli e proteste. Zerocalcare decise di boicottare la kermesse (sì, lo stesso fumettista autore del manifesto dell’assurdo corteo di sabato organizzato dalla Cgil per chiedere l’oscuramento della marcia per la remigrazione e della manifestazione per la vita). Ebbene, per evitare che alla prossima edizione di Più libri più liberi qualche sincero democratico si indisponga, ecco il patentino antifascista: se vuoi partecipare, devi aderire al pensiero prevalente.
«È così che la sinistra concepisce la libertà di pensiero: sei libero, ma solo se dici quello che loro ti permettono di dire, se pensi quello che loro pensano, se leggi quello che loro considerano consono», ha detto ieri Giorgia Meloni. «La cancellazione delle idee non di sinistra, camuffata da lotta antifascista, è un vecchio vizio della sinistra, ma è una storiella alla quale ormai non crede più nessuno. Si chiama, banalmente, censura. E la censura è incompatibile con qualsiasi società democratica». Sante parole che dovrebbero essere pronunciate da scrittori e intellettuali, non da un premier. Ma gli intellettuali tacciono, perché ovviamente approvano la mordacchia. Non tacciono i politici del campo largo, che però aprono bocca per sostenere la censura. Giuseppe Conte ad esempio dice che la Meloni fa polemiche surreali sulla fiera del libro. Capito? È surreale lei, non il patentino da attribuire ai diligenti servi del potere.
Questo è il livello della sinistra italiana. Censura gli avversari politici, censura gli amici che dicono una parola di troppo o una di meno, censura (o prova a farlo) le manifestazioni pacifiche e autorizzate che non gradisce. Poi però evoca il ritorno del regime blaterando di Vannacci, di estrema destra e di onda nera. E lo fa stando all’opposizione: pensate che cosa accadrebbe se questa gente tornasse a governare, se riprendesse in mano anche le poche leve del potere che in questi anni ha dovuto abbandonare. Grazie alle polemiche su De Luca, Nevo, Vannacci eccetera sappiamo che cosa aspettarci da un eventuale ritorno dei progressisti: saranno più feroci di prima, e non faranno prigionieri.
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Un uomo, un aeroplano, il freddo da domare per stabilire un record. Ma soprattutto il tentativo di capire come gli aeroplani avrebbero potuto volare più in alto per sfuggire alla contraerea.
Giorgia Meloni ha suonato la carica, tuffandosi nel Kulturkampf con la sinistra dei censori: in questo caso, l’oggetto del contendere è la grottesca trovata del patentino antifascista per gli editori della fiera libraria di Roma. Ma la patata più bollente la maneggia Matteo Piantedosi: sabato sera, ospite del gala alla masseria di Manduria di Bruno Vespa, il ministro dell’Interno promette, per il 2026, il «superamento della soglia simbolo dei 10.000 rimpatri, che non è mai avvenuto in Italia». È un «sogno», spiega il titolare del Viminale. Ma lui ha già «dato mandato» agli uffici di lavorare al traguardo, poiché «in questo quadriennio abbiamo accresciuto il numero» delle espulsioni di stranieri irregolari.
Piantedosi non vuol dare l’impressione che l’esecutivo corra dietro alle piazze per la remigrazione. Anzi, sottolinea che «il tema è di una grande complessità, liquidarlo con formule molto immediate, molto semplicistiche, credo che non porti da nessuna parte». E rincara la dose: «Io, francamente, non ho capito che vuol dire remigrazione rispetto a quello che già si fa o che si dovrebbe fare. Questa teoria della remigrazione», conclude, «ancora non è stata declinata in tutta la sua forza». Roberto Vannacci, dall’assemblea costituente di Futuro nazionale, prova a chiarirla: non è solo una questione di rimpatri, sostiene, «ma un concetto politico: vuol dire il sacrosanto diritto di difendere i popoli autoctoni», di non «snaturarli. La soluzione è far tornare al Paese di origine chi è entrato illegalmente da noi, è clandestino - e riguarda la stragrande maggioranza. E poi ci sono anche quelli che hanno diritto ma fanno attività criminali. La remigrazione si applica in maniera culturale, insegnando la propria civiltà» e «Garibaldi» a scuola. «Gli elementi esogeni», ricorda il generale, «costano di più di quanto» restituiscano.
Al di là del dibattito sugli slogan, il vero ostacolo sul percorso dell’agenda securitaria, che la maggioranza ha finalmente deciso di recuperare, è un altro. E Piantedosi, memore delle esperienze pregresse, ce l’ha presente: «Io sono quasi certo», dichiara infatti nel dialogo con Vespa, «che ci saranno dei casi in cui - l’ho anche detto al presidente Meloni - questi stessi regolamenti europei saranno oggetto di valutazione per singoli processi dal punto di vista della corrispondenza della regola europea alla Carta europea dei diritti. Quindi mi aspetto già dei ricorsi, come è avvenuto sull’Albania». Il premier è informato: non si vincerà facile. Nonostante l’entrata in vigore del nuovo Patto Ue sulle migrazioni, che in teoria complica la strada alla magistratura italiana, capace di ostacolare i Cpr balcanici, a colpi di interpellanze alla Corte di giustizia dell’Ue.
Le novità introdotte in sede europea facilitano le procedure di espulsione: gli hub negli Stati terzi sono ormai legittimati e Bruxelles ha approvato una lista unica di Paesi sicuri, che già comprende Bangladesh, Colombia, Egitto, India, Kosovo, Marocco e Tunisia. È sufficiente a coprire una bella quota degli sbarchi che avvengono in Italia: al 31 maggio 2026, era bengalese il 30% degli immigrati, mentre tunisini, egiziani e marocchini rappresentavano un altro 11%. Le modifiche al regolamento comunitario hanno permesso di far rientrare nell’elenco anche nazioni nelle quali alcune regioni rimangono turbolente e pericolose, o in cui alcune categorie, come certe minoranze religiose e sessuali, potrebbero subire persecuzioni; ovviamente, a chi ne fa parte, spettano adeguate tutele giuridiche.
Ciò che Piantedosi sa bene, però, è che la Corte di Lussemburgo ha riconosciuto ai tribunali la facoltà di questionare i verdetti sugli Stati di provenienza, sia pure avallati dall’Unione europea, nel momento in cui si trovassero a esaminare i ricorsi presentati da singoli individui. Ecco perché il titolare del Viminale allude ai giudici e anche agli avvocati. Come quelli che hanno considerato uno scandalo l’indennità da 600 euro per l’assistenza nei procedimenti di rimpatrio volontario. Dato quello che è successo a Ravenna, con i certificati falsi per liberare i migranti dai Cpr, forse bisognerà guardarsi persino dai medici.
Sul fronte giudiziario, peraltro, il governo ha da poco dovuto prendere atto di un insuccesso: credeva che il trasferimento di competenze alle Corti d’Appello avrebbe semplificato le espulsioni; non è stato così. Spesso gli incarichi sono stati riassegnati agli stessi magistrati di primo grado. E alla fine, il Guardasigilli, Carlo Nordio, ha preferito ripristinare lo status quo.
Sarà una battaglia caso per caso. Una trincea politica. Roba per generali…
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