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2022-07-01
L’energia sarà la tagliola delle Pmi. Dopo l’estate razionamenti e fermi
Non accenna a fermarsi la corsa dei prezzi energetici in Europa. I future sul gas al Ttf per il prossimo inverno quotano attorno ai 146 €/mwh, quelli per il mese di agosto poco sopra a 145 €/mwh. Per l’energia elettrica, il future per il 2023 Italia è a 269 €/mwh, il 2023 Germania a 295 €/mwh.
A preoccupare di più però sono i prezzi dell’elettricità in Francia. In particolare, il Q4 2022 ieri ha toccato 803 €/mwh e il Q1 2023 ha raggiunto 645 €/mwh. Il solo mese di dicembre è stato scambiato a 825 €/mwh. Due giorni fa il future per l’energia delle ore di picco di dicembre ha raggiunto l’incredibile quotazione di 1.513 €/mwh. Questo perché la capacità nucleare francese al momento è operativa circa al 50% (29 impianti attivi su 56, cioè 30.000 mw su 60.000 circa) e c’è il timore che EdF non riesca a coprire la punta di potenza richiesta nei mesi di dicembre e gennaio, a causa di problemi di manutenzione. In altre parole, le quotazioni francesi riflettono il rischio di blackout a dicembre.
Non si vedono soluzioni a breve. È vero che al G7 dei giorni scorsi si è parlato di energia, ma non tanto per capire come abbassare i prezzi, bensì soprattutto per stabilire come limitare gli introiti della Russia.
Eppure, la situazione si aggrava ogni giorno che passa e prescinde dai problemi con la Russia. Occorre prendere atto del fatto che i rincari sono qui per restare, almeno fino a quando la domanda non subirà un calo consistente che riporti l’offerta in una condizione di surplus. Nel comparto dell’energia, l’elasticità della domanda (cioè la reattività della domanda al variare del prezzo) è assai più bassa che in altri settori commerciali, perché l’energia è un bene essenziale e i consumatori sono disposti a pagare anche molto pur di averne disponibilità. Tuttavia, per quanto alto, esiste un prezzo oltre il quale la domanda si riduce drasticamente. Per ciò che riguarda il gas, la domanda industriale italiana comincia ad essere vicina a quel prezzo, visto che sta già facendo segnare un -8% nei primi cinque mesi del 2022. Se le quotazioni dovessero aumentare, è facile prevedere che la domanda scenderà ancora, cioè che molte aziende, purtroppo, chiuderanno.
Il riempimento degli stoccaggi italiani prosegue intanto a buon ritmo, dopo che il Comitato per l’emergenza gas giorni fa ha dato mandato a Snam di aumentare le giacenze, comprando gas direttamente. Una decisione, questa del ministro per la Transizione ecologica Roberto Cingolani, arrivata con grave ritardo, posto che diversi operatori e questo giornale avevano evidenziato le lentezze e le difficoltà sugli stoccaggi sin dal mese di marzo.
Poiché si stanno già stipulando i contratti per l’acquisto di energia per il 2023, le aziende stanno incorporando oggi nel proprio conto economico costi energetici altissimi per il prossimo anno. Se il prezzo di questi contratti è variabile e indicizzato al Ttf o al Pun, le aziende possono fissarlo con un derivato ai livelli attuali, alti, oppure possono restare scoperti, correndo però il rischio di costi ancora più alti in futuro. In ogni caso, nel decidere i listini di vendita dei propri prodotti per il 2023, le aziende non potranno che traslare a valle gli alti costi energetici, in tutto o in parte, alimentando la spirale inflattiva e perdendo competitività. Questa situazione vale un po’ per tutta l’Europa, ma ci sono Paesi che stanno meglio dell’Italia perché i rispettivi governi sono intervenuti (o interverranno) con massicci aiuti di stato.
Poiché non vi è modo, da qui al prossimo anno almeno, di aumentare l’offerta di energia in Europa in maniera consistente, l’unica maniera di abbassare i prezzi è ridurre la domanda. Questo si può fare in via amministrata, coordinando a livello centrale interruzioni a rotazione o concentrate per settori. Oppure, lasciando che la recessione colpisca e riduca il numero dei soggetti che costituiscono la domanda.
La prima opzione sembra preferibile, infatti in Francia e in Germania sono in preparazione piani di riduzione dei consumi che cominceranno ad essere attuati presto, anche se la Russia non interrompesse i flussi di gas. In ogni caso, per assorbire il colpo i governi dovranno spendere molto più di quanto speso sinora e non riusciranno comunque a salvare tutti. Il rallentamento economico incombente contribuirà a riequilibrare il mercato su livelli più bassi, a costo però di una recessione dolorosa. La crescita economica sta rallentando negli Usa, in Europa e in Cina, mentre le banche centrali, alzando i tassi di interesse nel tentativo di controllare l’inflazione, accentueranno la frenata dell’economia. La manovra deflazionistica porterà come conseguenza un deprezzamento degli asset reali, ora surriscaldati dal basso valore della moneta.
Anche le aziende del settore energetico stanno dando segnali preoccupanti. Ieri il gigante tedesco dell’energia Uniper ha chiesto espressamente l’intervento del governo di Olaf Scholz a supporto finanziario dell’azienda, che ha diffuso pessime previsioni per il 2022. Il titolo è arrivato a perdere il 14% sulla borsa di Francoforte. Sono le prime avvisaglie di un disastro che rischia di travolgere tutta l’Europa. Ci aspetta un autunno molto difficile.
In Libia bloccati i porti del greggio
Proprio nel momento in cui il mercato energetico, a causa della guerra in Ucraina, ha bisogno della massima stabilità dei flussi, un’enorme tegola di nome «crisi libica» si abbatte sulla comunità internazionale. In particolare sull’Italia, visto che la Libia è un partner chiave sia per la gestione dei flussi migratori verso l’Europa sia per l’approvvigionamento energetico. La Libia, alle prese con il caos politico e le conseguenti proteste, sfociate più volte in attacchi armati che hanno preso di mira le installazioni petrolifere e del gas, alza bandiera bianca sulle esportazioni. La compagnia petrolifera nazionale, National oil corporation (Noc), ha informato alcune compagnie commerciali e marittime di aver dichiarato lo stato di forza maggiore per i porti di Sidra e Ras Lanouf, i due più importanti depositi di stoccaggio petrolifero del Paese, situati nella parte orientale del Golfo della Sirte. Gli altri due porti della Mezzaluna petrolifera - Brega e Zueitina – sono chiusi già dalla seconda metà di aprile. La ripresa delle esportazioni petrolifere è essenziale per garantire l’approvvigionamento di combustibile, sia gas che diesel, che alimenta le centrali libiche. La produzione in Libia è però purtroppo scesa da 1,2 milioni di barili del 2021 ad appena 600-700.000 barili al giorno. Come si diceva, la diminuzione delle risorse e il blocco dell’export sono dovuti alle proteste maturate nell’ambito dell’instabilità politica.
La maggior parte dei giacimenti della Libia sono chiusi a causa dell’azione di non meglio identificati «manifestanti» che chiedono il trasferimento del potere dal Governo di unità nazionale (Gun, riconosciuto dalla comunità internazionale) di Abdulhamid Dabaiba al Governo di stabilità nazionale di Fathi Bashagha. Abdelhamid Dabaiba, premier appoggiato dall’Onu col compito mai portato a termine di accompagnare il Paese alle elezioni, si scontra con Fathi Bashagha. Il primo, pur se sfiduciato politicamente, non intende lasciare il suo ruolo se non attraverso il voto, in quanto legittimato dall’Onu. L’altro, forte della fiducia del parlamento di Tobruk, dovrebbe prendere ufficialmente posto, ma non può entrare a Tripoli con la forza per non delegittimarsi sul nascere. I sostenitori delle due figure creano scompiglio nel Paese e, nello specifico, i manifestanti pro Bashagha chiedono anche una distribuzione equa e trasparente delle entrate petrolifere nelle province libiche e il licenziamento del presidente della Noc, Mustafa Sanallah.
Proprio per questi problemi, lo scorso ventisette giugno, il presidente della Noc, Sanallah, aveva annunciato la possibilità di richiedere lo stato di forza maggiore, cioè l’impossibilità di consegnare i carichi di greggio ai clienti, nella regione del Golfo della Sirte, se le attività di produzione e spedizione non fossero riprese entro 72 ore. In un comunicato stampa, Sanallah aveva invitato tutte le parti che si stanno aspramente scontrando ad essere ragionevoli e a dare la precedenza agli interessi del Paese, consentendo al petrolio di tornare a fluire a stretto giro.
«Siamo di fronte a una realtà ricorrente. Ci sono chiusure nella regione del Golfo della Sirte e c’è chi sta cercando di demonizzare il settore petrolifero nella capitale, Tripoli, ma ci occuperemo di loro secondo i termini di legge», ha detto Sanallah. Gli scontri armati a Tripoli dimostrano che i sostenitori delle amministrazioni rivali sono disposti a usare qualsiasi mezzo, compresa la forza, per ottenere risultati politici favorevoli, anche se ciò danneggia la popolazione civile e l’economia. L’assenza di dialogo e di un quadro stabile sta complicando la ripresa dalla pandemia e la capacità delle Libia di affrontare le ricadute della guerra ucraina, che potrebbero affondare il Paese anche dal punto di vista alimentare.
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Mentre si parla di tetto ai prezzi, continua la corsa di elettricità e metano. A questi ritmi, un crollo della domanda diventa quasi inevitabile. O sarà disposto per legge, o sarà la recessione a «provvedere».Libia: la compagnia petrolifera di bandiera ha dichiarato lo stato di forza maggiore per gli scali di Sidra e Ras Lanouf. Le esportazioni adesso sono congelate del tutto.Lo speciale contiene due articoli.Non accenna a fermarsi la corsa dei prezzi energetici in Europa. I future sul gas al Ttf per il prossimo inverno quotano attorno ai 146 €/mwh, quelli per il mese di agosto poco sopra a 145 €/mwh. Per l’energia elettrica, il future per il 2023 Italia è a 269 €/mwh, il 2023 Germania a 295 €/mwh.A preoccupare di più però sono i prezzi dell’elettricità in Francia. In particolare, il Q4 2022 ieri ha toccato 803 €/mwh e il Q1 2023 ha raggiunto 645 €/mwh. Il solo mese di dicembre è stato scambiato a 825 €/mwh. Due giorni fa il future per l’energia delle ore di picco di dicembre ha raggiunto l’incredibile quotazione di 1.513 €/mwh. Questo perché la capacità nucleare francese al momento è operativa circa al 50% (29 impianti attivi su 56, cioè 30.000 mw su 60.000 circa) e c’è il timore che EdF non riesca a coprire la punta di potenza richiesta nei mesi di dicembre e gennaio, a causa di problemi di manutenzione. In altre parole, le quotazioni francesi riflettono il rischio di blackout a dicembre.Non si vedono soluzioni a breve. È vero che al G7 dei giorni scorsi si è parlato di energia, ma non tanto per capire come abbassare i prezzi, bensì soprattutto per stabilire come limitare gli introiti della Russia.Eppure, la situazione si aggrava ogni giorno che passa e prescinde dai problemi con la Russia. Occorre prendere atto del fatto che i rincari sono qui per restare, almeno fino a quando la domanda non subirà un calo consistente che riporti l’offerta in una condizione di surplus. Nel comparto dell’energia, l’elasticità della domanda (cioè la reattività della domanda al variare del prezzo) è assai più bassa che in altri settori commerciali, perché l’energia è un bene essenziale e i consumatori sono disposti a pagare anche molto pur di averne disponibilità. Tuttavia, per quanto alto, esiste un prezzo oltre il quale la domanda si riduce drasticamente. Per ciò che riguarda il gas, la domanda industriale italiana comincia ad essere vicina a quel prezzo, visto che sta già facendo segnare un -8% nei primi cinque mesi del 2022. Se le quotazioni dovessero aumentare, è facile prevedere che la domanda scenderà ancora, cioè che molte aziende, purtroppo, chiuderanno. Il riempimento degli stoccaggi italiani prosegue intanto a buon ritmo, dopo che il Comitato per l’emergenza gas giorni fa ha dato mandato a Snam di aumentare le giacenze, comprando gas direttamente. Una decisione, questa del ministro per la Transizione ecologica Roberto Cingolani, arrivata con grave ritardo, posto che diversi operatori e questo giornale avevano evidenziato le lentezze e le difficoltà sugli stoccaggi sin dal mese di marzo.Poiché si stanno già stipulando i contratti per l’acquisto di energia per il 2023, le aziende stanno incorporando oggi nel proprio conto economico costi energetici altissimi per il prossimo anno. Se il prezzo di questi contratti è variabile e indicizzato al Ttf o al Pun, le aziende possono fissarlo con un derivato ai livelli attuali, alti, oppure possono restare scoperti, correndo però il rischio di costi ancora più alti in futuro. In ogni caso, nel decidere i listini di vendita dei propri prodotti per il 2023, le aziende non potranno che traslare a valle gli alti costi energetici, in tutto o in parte, alimentando la spirale inflattiva e perdendo competitività. Questa situazione vale un po’ per tutta l’Europa, ma ci sono Paesi che stanno meglio dell’Italia perché i rispettivi governi sono intervenuti (o interverranno) con massicci aiuti di stato. Poiché non vi è modo, da qui al prossimo anno almeno, di aumentare l’offerta di energia in Europa in maniera consistente, l’unica maniera di abbassare i prezzi è ridurre la domanda. Questo si può fare in via amministrata, coordinando a livello centrale interruzioni a rotazione o concentrate per settori. Oppure, lasciando che la recessione colpisca e riduca il numero dei soggetti che costituiscono la domanda.La prima opzione sembra preferibile, infatti in Francia e in Germania sono in preparazione piani di riduzione dei consumi che cominceranno ad essere attuati presto, anche se la Russia non interrompesse i flussi di gas. In ogni caso, per assorbire il colpo i governi dovranno spendere molto più di quanto speso sinora e non riusciranno comunque a salvare tutti. Il rallentamento economico incombente contribuirà a riequilibrare il mercato su livelli più bassi, a costo però di una recessione dolorosa. La crescita economica sta rallentando negli Usa, in Europa e in Cina, mentre le banche centrali, alzando i tassi di interesse nel tentativo di controllare l’inflazione, accentueranno la frenata dell’economia. La manovra deflazionistica porterà come conseguenza un deprezzamento degli asset reali, ora surriscaldati dal basso valore della moneta.Anche le aziende del settore energetico stanno dando segnali preoccupanti. Ieri il gigante tedesco dell’energia Uniper ha chiesto espressamente l’intervento del governo di Olaf Scholz a supporto finanziario dell’azienda, che ha diffuso pessime previsioni per il 2022. Il titolo è arrivato a perdere il 14% sulla borsa di Francoforte. Sono le prime avvisaglie di un disastro che rischia di travolgere tutta l’Europa. Ci aspetta un autunno molto difficile.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lenergia-sara-la-tagliola-delle-pmi-dopo-lestate-razionamenti-e-fermi-2657595357.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-libia-bloccati-i-porti-del-greggio" data-post-id="2657595357" data-published-at="1656669014" data-use-pagination="False"> In Libia bloccati i porti del greggio Proprio nel momento in cui il mercato energetico, a causa della guerra in Ucraina, ha bisogno della massima stabilità dei flussi, un’enorme tegola di nome «crisi libica» si abbatte sulla comunità internazionale. In particolare sull’Italia, visto che la Libia è un partner chiave sia per la gestione dei flussi migratori verso l’Europa sia per l’approvvigionamento energetico. La Libia, alle prese con il caos politico e le conseguenti proteste, sfociate più volte in attacchi armati che hanno preso di mira le installazioni petrolifere e del gas, alza bandiera bianca sulle esportazioni. La compagnia petrolifera nazionale, National oil corporation (Noc), ha informato alcune compagnie commerciali e marittime di aver dichiarato lo stato di forza maggiore per i porti di Sidra e Ras Lanouf, i due più importanti depositi di stoccaggio petrolifero del Paese, situati nella parte orientale del Golfo della Sirte. Gli altri due porti della Mezzaluna petrolifera - Brega e Zueitina – sono chiusi già dalla seconda metà di aprile. La ripresa delle esportazioni petrolifere è essenziale per garantire l’approvvigionamento di combustibile, sia gas che diesel, che alimenta le centrali libiche. La produzione in Libia è però purtroppo scesa da 1,2 milioni di barili del 2021 ad appena 600-700.000 barili al giorno. Come si diceva, la diminuzione delle risorse e il blocco dell’export sono dovuti alle proteste maturate nell’ambito dell’instabilità politica. La maggior parte dei giacimenti della Libia sono chiusi a causa dell’azione di non meglio identificati «manifestanti» che chiedono il trasferimento del potere dal Governo di unità nazionale (Gun, riconosciuto dalla comunità internazionale) di Abdulhamid Dabaiba al Governo di stabilità nazionale di Fathi Bashagha. Abdelhamid Dabaiba, premier appoggiato dall’Onu col compito mai portato a termine di accompagnare il Paese alle elezioni, si scontra con Fathi Bashagha. Il primo, pur se sfiduciato politicamente, non intende lasciare il suo ruolo se non attraverso il voto, in quanto legittimato dall’Onu. L’altro, forte della fiducia del parlamento di Tobruk, dovrebbe prendere ufficialmente posto, ma non può entrare a Tripoli con la forza per non delegittimarsi sul nascere. I sostenitori delle due figure creano scompiglio nel Paese e, nello specifico, i manifestanti pro Bashagha chiedono anche una distribuzione equa e trasparente delle entrate petrolifere nelle province libiche e il licenziamento del presidente della Noc, Mustafa Sanallah. Proprio per questi problemi, lo scorso ventisette giugno, il presidente della Noc, Sanallah, aveva annunciato la possibilità di richiedere lo stato di forza maggiore, cioè l’impossibilità di consegnare i carichi di greggio ai clienti, nella regione del Golfo della Sirte, se le attività di produzione e spedizione non fossero riprese entro 72 ore. In un comunicato stampa, Sanallah aveva invitato tutte le parti che si stanno aspramente scontrando ad essere ragionevoli e a dare la precedenza agli interessi del Paese, consentendo al petrolio di tornare a fluire a stretto giro. «Siamo di fronte a una realtà ricorrente. Ci sono chiusure nella regione del Golfo della Sirte e c’è chi sta cercando di demonizzare il settore petrolifero nella capitale, Tripoli, ma ci occuperemo di loro secondo i termini di legge», ha detto Sanallah. Gli scontri armati a Tripoli dimostrano che i sostenitori delle amministrazioni rivali sono disposti a usare qualsiasi mezzo, compresa la forza, per ottenere risultati politici favorevoli, anche se ciò danneggia la popolazione civile e l’economia. L’assenza di dialogo e di un quadro stabile sta complicando la ripresa dalla pandemia e la capacità delle Libia di affrontare le ricadute della guerra ucraina, che potrebbero affondare il Paese anche dal punto di vista alimentare.
Il fermaglio ritrovato ieri sul sentiero vicino alla casa famigla. Nel riquadro Alysia e Sarah (Ansa)
Nella giornata di ieri, un fermaglio rosso con piccoli fiorellini bianchi è stato trovato nei pressi della casa famiglia. La prima vera traccia. Lo ha reso noto l’associazione Penelope. Il papà ha confermato che Sarah portava spesso dei fermagli, quindi si presume che appartenga proprio a lei. Le ricerche, intanto, proseguono senza sosta e si sono concentrate nelle aree che circondano la comunità che ospitava le giovani, nell’Aquilano. Subito dopo la segnalazione della scomparsa, le forze dell’ordine stanno setacciando la zona. Le attività di ricerca, coordinate dalla Procura di Sulmona, si stanno dirigendo pure in diversi Comuni del comprensorio cassinate, dove sono stati effettuati controlli in casolari, abitazioni isolate e strutture rurali.
Secondo quanto emerso finora, una delle ipotesi investigative è che le due ragazze possano aver trovato rifugio grazie all’aiuto di un adulto o di persone a loro vicine. Gli inquirenti non escludono che, dopo l’allontanamento dalla struttura abruzzese, possano essersi spostate verso un’area più vicina ai luoghi della loro infanzia e alle relazioni maturate negli anni precedenti. Le piccole erano monitorate dai servizi sociali dal 2020, dopo la difficile separazione dei genitori. Lo scorso 28 maggio, il tribunale aveva emesso un provvedimento con cui dichiarava decaduta la potestà genitoriale della mamma Valentina D’Acunto, riconoscendola invece al papà Stefano Di Giacinto.
Gli investigatori stanno indagando ad ampio raggio non escludendo l’ipotesi del rapimento. Le ricerche si sono appunto allargate alla zona del Cassinate proprio perché questo territorio rappresenta una naturale cerniera territoriale con Minturno e il Sud pontino, zona dalla quale proviene la famiglia. La Procura di Cassino e quella di Sulmona stanno collaborando in modo sinergico. Il procuratore capo di Cassino, Carlo Fucci, e il procuratore capo di Sulmona, Luciano D’Angelo, mantengono un costante scambio di informazioni investigative finalizzato alla ricostruzione del contesto familiare e relazionale delle ragazze. Tra gli elementi trasmessi agli uffici abruzzesi vi sarebbero anche atti e documentazione relativi alla complessa vicenda familiare, caratterizzata negli anni da una forte conflittualità tra i genitori e da provvedimenti del tribunale per i minorenni che avevano portato all’inserimento delle due sorelle nel circuito delle comunità educative.
L’inchiesta aperta dalla Procura di Sulmona procede per il reato di sottrazione di minori contro ignoti. Gli investigatori stanno verificando la possibilità che qualcuno abbia favorito o organizzato l’allontanamento delle ragazze dalla struttura. Questa ipotesi è rafforzata dal fatto che le due sorelline sarebbero uscite senza i cellulari. Infatti, i loro telefonini sono stati trovati nella casa famiglia e restituiti alla mamma. Ma, nelle ultime ore è emerso che le minori sarebbero in possesso di altri due cellulari le cui schede però risultano intestate a un uomo di origine kosovara e al compagno della mamma di Sarah e Alisya. Gli inquirenti stanno visionando tutte le immagini delle telecamere di videosorveglianza acquisite nelle ore successive alla scomparsa per capire se qualcuno si sia avvicinato alle ragazzine.
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La sede del Ministero della Cultura (Ansa)
«Marcell*, come here». Da scrivere rigorosamente con l’asterisco perché 66 anni dopo, l’umida e felliniana passeggiata di Anita Ekberg con sciabordio sarà un trionfo genderfluid. Accade stasera nella Roma pervasa da ogni tipo di gay pride (domani l’apoteosi con la sfilatissima), dove anche la fontana di Trevi diventa arcobaleno per un colpo di mano del serissimo (un tempo) Istituto centrale per la grafica, emanazione diretta del ministero della Cultura. L’evento a chiare tinte Lgtbq+ è annunciato con un fremito di emozione dal vertice dell’Icg: «Sarà una serata d’arte, di musica e di inclusione, con un mix di linguaggi diversi e prospettive contemporanee, nel segno della libertà espressiva e del dialogo tra patrimonio culturale e pubblici diversificati con una particolare attenzione ai giovani e agli under 30».
Tutto più liquido dell’acqua verdognola dove baluginano le monete dei turisti. Tutto così sfacciatamente queer. Tutto per effetto di un blitz sotterraneo che sta mettendo in imbarazzo il ministro Alessandro Giuli, avvenuto a sua insaputa. A orchestrare la sorpresa è stato il direttore dell’istituto, Fabio De Chirico, dirigente del ministero, inventore del «Grafica Pride» e ferreo custode delle istanze progressiste, già intruppato nei boys della lunga stagione di Dario Franceschini. È il destino delle stanze del potere dove si affastellano nella penombra i relitti politici di altre ere geologiche. Non fai in tempo a voltarti da una parte che dietro l’angolo c’è qualcuno con la pulsione che rese famoso Stefano Ricucci: «Fare i fro… col ministro degli altri».
Così, improvvisamente, scopriamo che esiste il Grafica Pride. E che un ente pubblico con scopi culturali del tutto estranei alla propaganda ideologica si autonomina sponsor della sarabanda genderfluid. Come se Leonardo decidesse di dipingere in giugno i carri armati di rosa e la Zecca di Stato prendesse l’iniziativa di emettere valori bollati con la bandiera arcobaleno sormontata da simboli intersexual. Quasi tutto a spese dei contribuenti, come sottolinea Pro Vita & Famiglia, «visto che gli eventi (congressi, convegni, mostre) vengono sostenuti da finanziamento pubblico che per il 2026 ammonta a quasi 89.000 euro. E che il bilancio dell’Istituto centrale di grafica ha un avanzo di bilancio di 8,3 milioni di euro».
Dicevamo del blitz in penombra. Per rendere gaia la fontana progettata dall’architetto Nicola Salvi quasi 300 anni fa su richiesta di papa Clemente XII era necessario non farlo sapere al consiglio d’amministrazione, composto - oltre che dal frondista De Chirico - dai consiglieri designati dal Mic e dal Consiglio superiore dei Beni culturali Gianfranco Ferroni, Angelo Mellone, Paolo Corsini e Marco Tortoioli Ricci (quest’ultimo indicato dalla conferenza Stato-Regioni). Immediatamente dopo essere venuti a conoscenza del bizzarro Pride di complemento, i primi tre si sono dissociati. Ma ormai l’arcobaleno aleggiava sulla fontana.
Informato della deriva Village People, il ministro Giuli, parlando con La Verità, ha preso le distanze. «Sono stupefatto. Al di là del fatto che risulti più o meno inappuntabile sotto il profilo procedurale, ritengo l’iniziativa incoerente con le mie aspettative rispetto al lavoro dell’Istituto centrale di grafica. Sono anche stupito dal fatto che l’iniziativa non abbia coinvolto né la direzione generale dei musei, né il capo dipartimento, né il capo di gabinetto del ministero, né il ministro stesso. Il direttore ha il dovere di mantenere collegamenti con i suoi diretti superiori, soprattutto quando si tratta di iniziative che escono dal perimetro della missione dell’istituto. Non si tratta di essere pro gender o no gender, si tratta di avere una maggiore consapevolezza istituzionale. Ben venga un confronto su tutto ma ci sono luoghi più appropriati. E questo non è neanche un confronto, è l’adesione a una manifestazione profilata in un senso preciso, con un chiaro riverbero politico. Ciò detto, il ministro non censura, esprime la propria opinione e verifica che tutto sia fatto nel rispetto delle procedure». Stay tuned, qualche testa rischia di rotolare.
Il programma è tutto un programma, perfetto per un governo di sinistra ultrawoke. La serata con l’asterisco comincia con la presentazione del volume «Musei, genere e queerness», dove De Chirico dialoga con Viviana Gravano (storica dell’arte contemporanea che lavora da anni sui temi del postcoloniale e sugli studi di genere) e Annalisa Sacchi, docente di Estetica del teatro all’Università Iuav di Venezia dove ha istituito un percorso di «studi performativi e di genere», concentrato sulla sessualità e sulle «prospettive critiche decoloniali».
La kermesse viene annunciata così: «Un’occasione per riflettere sul ruolo dei musei come spazi aperti e inclusivi, capaci di accogliere nuove narrazioni e di interrogare il rapporto tra istituzioni culturali, identità, genere e rappresentazione». È un imperdibile viaggio dentro «queerness e museologia», con la pretesa di mettere la bandiera del Pride sugli spazi espositivi permanenti italiani. Chi si presenta col salvagente davanti al monumento simbolo della romanità per non annegare nel conformismo fluido, avrà un’ulteriore sorpresa: una performance dal titolo «L’amore che non osa dire il suo nome», con la drag queen Ilythia Gothier, famosa per il video su Tik Tok nel quale teorizza: «Non posso vivere una vita senza tacco a stiletto». Sarà accompagnata dalla collega Céline Esprit.
Nessun dubbio sull’estrazione ideologica, ancora meno sulla trappola per il ministro. Mentre la fontana di Trevi si prepara alla notte transgender, la speranza di noi cinefili da basso impero vira verso la commedia: e se nottetempo Totò la vendesse a un turista trumpiano?
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Giuseppe Conte e Ursula von der Leyen (Ansa)
In totale, secondo il calcolo del quotidiano confindustriale, i Paesi che hanno beneficiato dei finanziamenti dovranno versare nelle casse dell’Unione 37 miliardi e siccome il nostro Paese partecipa alle spese con una percentuale che oscilla fra il 12 e il 13%, l’Italia dovrà staccare un assegno di circa cinque miliardi. Non solo: a questi si aggiunge un’altra quindicina di miliardi previsti dal Quadro finanziario pluriennale dell’Unione europea, per un totale di una ventina di miliardi. In pratica, sul bilancio pubblico graverà per effetto del Pnrr e degli impegni previsti da Bruxelles l’equivalente di una manovra. Non ci vuole molto a capire che questo si tradurrà in minori spese per i prossimi anni o in maggiori tasse: se mancano 20 miliardi, infatti, in qualche modo si deve rimediare. Dunque, o si tagliano gli investimenti in alcuni settori che vanno dall’istruzione alla sanità, cioè i grandi capitoli di spesa del bilancio statale, oppure per recuperare il necessario occorre inventarsi qualche nuova tassa.
Qualcuno potrebbe chiedersi come sia possibile che il costo del Pnrr sia stato scoperto solo ora. In realtà, la sgradevole notizia di un prestito con gli interessi non è una novità. Infatti, prima citavo Giuseppe Liturri non a caso: negli ultimi anni credo che sulla Verità abbia scritto decine di articoli dedicati all’argomento, spiegando che quella montagna di quattrini non era gratis e che se avesse voluto, l’Italia avrebbe potuto trovare credito altrove senza sottostare agli obblighi di Bruxelles e, soprattutto, senza accettare denaro i cui costi erano oscuri. Purtroppo, gli interventi di Liturri sono stati ignorati dai giornaloni, che hanno preferito far credere all’opinione pubblica che la generosa Ue avesse deciso di donarci centinaia di miliardi. Quando Il Sole 24 Ore liquida la cosa dicendo che la questione dei costi del finanziamento del Pnrr era nota, «almeno lontano dai livelli più modesti di qualche propaganda politica», allude, senza dirlo, al fatto che i 5 stelle hanno accreditato per anni l’idea che i fondi fossero una gentile concessione senza oneri. Come se chi ottiene un prestito in banca non solo si rallegri con sé stesso fingendo di ignorare di essersi indebitato, ma faccia credere alle maestranze di essere più ricco di prima.
Giornali, opinionisti e politici a lungo hanno ignorato le ricadute dell’apertura di credito e oggi la Ue presenta il conto. Ma le cattive notizie non finiscono qui. L’articolo del Sole 24 Ore non è dettato da un calcolo fatto in redazione, ma dall’intervento della responsabile dell’Ufficio parlamentare di bilancio, authority autonoma che ogni anno presenta i conti a Camera e Senato. E da quelli comunicati nei giorni scorsi si evince che l’Europa vuole più soldi dagli Stati, ma questi soldi non serviranno per finanziare nuovi impegni, bensì in parte per estinguere i debiti precedenti. Tradotto: «La maggior parte dell’incremento di dotazione non si traduce in nuova capacità di spesa». Quindi pagheremo di più per ricevere meno. E questo andrà a scapito di agricoltura e coesione. Per il nostro Paese le risorse passerebbero da 81,7 a 72,3 miliardi, il 12% in meno.
Chissà se i grillini continueranno a definire tutto ciò un successo. Come per il Superbonus, un «successo» in rosso.
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Andrea Orcel (Imagoeconomica)
La nuova proposta secondo quanto rivela Il Sole 24 Ore sarebbe quella di acquistare la partecipazione in Generali pagandola con azioni Unicredit. Uno scambio di carta contro carta, elegante nella forma ma meno gradito nella sostanza alla holding della famiglia Del Vecchio, che guarderebbe con maggiore interesse a soluzioni capaci di generare liquidità immediata. E qui il negoziato si inceppa: da una parte chi vuole utilizzare il proprio titolo come valuta strategica, dall’altra chi preferisce monetizzare. Per gli eredi Del Vecchio, il pagamento in contante è essenziale considerando che la successione del fondatore é ancora aperta e Leonardo Maria vuole assumere il controllo acquistando le quote dei fratelli.
Ma il punto politico-finanziario del dossier non si esaurisce nello scontro tra carta e contante. Il vero tema è la geometria complessiva del controllo o, meglio, del presidio del gruppo assicurativo. In questo schema, infatti, Unicredit non si muoverebbe in contrapposizione ad altri grandi attori del sistema, ma dentro un equilibrio più ampio che coinvolge anche Intesa Sanpaolo. Secondo le letture che circolano negli ambienti finanziari, l’attivismo di Piazza Gae Aulenti non sarebbe ostile rispetto alla banca guidata da Carlo Messina. Il capo di Intesa ha già rafforzato la presenza in Generali con circa il 3%. Ora attraverso le dinamiche legate all’operazione su Mps e alla partecipazione in Mediobanca, potrebbe arrivare a influenzare indirettamente la quota di maggioranza relativa del 13,3%.
Numeri e incastri che, messi uno accanto all’altro, disegnano un quadro in cui i due grandi poli bancari italiani si ritrovano, a condividere la stessa area di influenza sul Leone. E qui che risiko assume contorni quasi gastronomici. Perché se lo schema dovesse consolidarsi, qualcuno nei salotti della finanza ha già ribattezzato il nuovo equilibrio come il «patto della carbonara». O in alternativa della «cacio e pepe» considerando le radici romane dei due banchieri: pochi ingredienti, tutti essenziali, ma capaci di reggere l’intera ricetta del potere finanziario italiano. Una sintesi ironica, ma non troppo lontana dalla realtà di un sistema in cui le grandi banche non si scontrano, ma si osservano, si bilanciano e, quando serve, si distribuiscono le posizioni strategiche con una logica più di presidio che di conquista. In questo contesto, l’intervento di Unicredit su Generali resta dunque aperto, sospeso tra valutazioni di prezzo, struttura dell’operazione e disponibilità di Delfin a trasformare una partecipazione industriale in liquidità o in leva finanziaria. Nessun commento ufficiale da parte della banca, solo un silenzio che sembra confermare l’esistenza del dossier.
Sul fronte istituzionale, intanto, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ribadisce la linea della prudenza sul disimpegno dello Stato da Mps, che procederà senza fretta e senza svendite. Sul grande risiko bancario rivendica la neutralità del governo, pur ricordando che il Golden Power resta uno strumento pienamente attivo. Poi, quasi a chiudere il quadro con una nota di colore politico, arriva la sua battuta destinata a restare: «Se c’è Italia-Germania tifo Italia, se c’è Italia-Francia tifo Italia». Una frase che sintetizza, meglio di molte analisi, l’idea di fondo: le regole restano regole, ma quando si parla di asset strategici, il tifo - quello per l’Italia - non va mai in panchina.
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