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2022-07-01
L’energia sarà la tagliola delle Pmi. Dopo l’estate razionamenti e fermi
Non accenna a fermarsi la corsa dei prezzi energetici in Europa. I future sul gas al Ttf per il prossimo inverno quotano attorno ai 146 €/mwh, quelli per il mese di agosto poco sopra a 145 €/mwh. Per l’energia elettrica, il future per il 2023 Italia è a 269 €/mwh, il 2023 Germania a 295 €/mwh.
A preoccupare di più però sono i prezzi dell’elettricità in Francia. In particolare, il Q4 2022 ieri ha toccato 803 €/mwh e il Q1 2023 ha raggiunto 645 €/mwh. Il solo mese di dicembre è stato scambiato a 825 €/mwh. Due giorni fa il future per l’energia delle ore di picco di dicembre ha raggiunto l’incredibile quotazione di 1.513 €/mwh. Questo perché la capacità nucleare francese al momento è operativa circa al 50% (29 impianti attivi su 56, cioè 30.000 mw su 60.000 circa) e c’è il timore che EdF non riesca a coprire la punta di potenza richiesta nei mesi di dicembre e gennaio, a causa di problemi di manutenzione. In altre parole, le quotazioni francesi riflettono il rischio di blackout a dicembre.
Non si vedono soluzioni a breve. È vero che al G7 dei giorni scorsi si è parlato di energia, ma non tanto per capire come abbassare i prezzi, bensì soprattutto per stabilire come limitare gli introiti della Russia.
Eppure, la situazione si aggrava ogni giorno che passa e prescinde dai problemi con la Russia. Occorre prendere atto del fatto che i rincari sono qui per restare, almeno fino a quando la domanda non subirà un calo consistente che riporti l’offerta in una condizione di surplus. Nel comparto dell’energia, l’elasticità della domanda (cioè la reattività della domanda al variare del prezzo) è assai più bassa che in altri settori commerciali, perché l’energia è un bene essenziale e i consumatori sono disposti a pagare anche molto pur di averne disponibilità. Tuttavia, per quanto alto, esiste un prezzo oltre il quale la domanda si riduce drasticamente. Per ciò che riguarda il gas, la domanda industriale italiana comincia ad essere vicina a quel prezzo, visto che sta già facendo segnare un -8% nei primi cinque mesi del 2022. Se le quotazioni dovessero aumentare, è facile prevedere che la domanda scenderà ancora, cioè che molte aziende, purtroppo, chiuderanno.
Il riempimento degli stoccaggi italiani prosegue intanto a buon ritmo, dopo che il Comitato per l’emergenza gas giorni fa ha dato mandato a Snam di aumentare le giacenze, comprando gas direttamente. Una decisione, questa del ministro per la Transizione ecologica Roberto Cingolani, arrivata con grave ritardo, posto che diversi operatori e questo giornale avevano evidenziato le lentezze e le difficoltà sugli stoccaggi sin dal mese di marzo.
Poiché si stanno già stipulando i contratti per l’acquisto di energia per il 2023, le aziende stanno incorporando oggi nel proprio conto economico costi energetici altissimi per il prossimo anno. Se il prezzo di questi contratti è variabile e indicizzato al Ttf o al Pun, le aziende possono fissarlo con un derivato ai livelli attuali, alti, oppure possono restare scoperti, correndo però il rischio di costi ancora più alti in futuro. In ogni caso, nel decidere i listini di vendita dei propri prodotti per il 2023, le aziende non potranno che traslare a valle gli alti costi energetici, in tutto o in parte, alimentando la spirale inflattiva e perdendo competitività. Questa situazione vale un po’ per tutta l’Europa, ma ci sono Paesi che stanno meglio dell’Italia perché i rispettivi governi sono intervenuti (o interverranno) con massicci aiuti di stato.
Poiché non vi è modo, da qui al prossimo anno almeno, di aumentare l’offerta di energia in Europa in maniera consistente, l’unica maniera di abbassare i prezzi è ridurre la domanda. Questo si può fare in via amministrata, coordinando a livello centrale interruzioni a rotazione o concentrate per settori. Oppure, lasciando che la recessione colpisca e riduca il numero dei soggetti che costituiscono la domanda.
La prima opzione sembra preferibile, infatti in Francia e in Germania sono in preparazione piani di riduzione dei consumi che cominceranno ad essere attuati presto, anche se la Russia non interrompesse i flussi di gas. In ogni caso, per assorbire il colpo i governi dovranno spendere molto più di quanto speso sinora e non riusciranno comunque a salvare tutti. Il rallentamento economico incombente contribuirà a riequilibrare il mercato su livelli più bassi, a costo però di una recessione dolorosa. La crescita economica sta rallentando negli Usa, in Europa e in Cina, mentre le banche centrali, alzando i tassi di interesse nel tentativo di controllare l’inflazione, accentueranno la frenata dell’economia. La manovra deflazionistica porterà come conseguenza un deprezzamento degli asset reali, ora surriscaldati dal basso valore della moneta.
Anche le aziende del settore energetico stanno dando segnali preoccupanti. Ieri il gigante tedesco dell’energia Uniper ha chiesto espressamente l’intervento del governo di Olaf Scholz a supporto finanziario dell’azienda, che ha diffuso pessime previsioni per il 2022. Il titolo è arrivato a perdere il 14% sulla borsa di Francoforte. Sono le prime avvisaglie di un disastro che rischia di travolgere tutta l’Europa. Ci aspetta un autunno molto difficile.
In Libia bloccati i porti del greggio
Proprio nel momento in cui il mercato energetico, a causa della guerra in Ucraina, ha bisogno della massima stabilità dei flussi, un’enorme tegola di nome «crisi libica» si abbatte sulla comunità internazionale. In particolare sull’Italia, visto che la Libia è un partner chiave sia per la gestione dei flussi migratori verso l’Europa sia per l’approvvigionamento energetico. La Libia, alle prese con il caos politico e le conseguenti proteste, sfociate più volte in attacchi armati che hanno preso di mira le installazioni petrolifere e del gas, alza bandiera bianca sulle esportazioni. La compagnia petrolifera nazionale, National oil corporation (Noc), ha informato alcune compagnie commerciali e marittime di aver dichiarato lo stato di forza maggiore per i porti di Sidra e Ras Lanouf, i due più importanti depositi di stoccaggio petrolifero del Paese, situati nella parte orientale del Golfo della Sirte. Gli altri due porti della Mezzaluna petrolifera - Brega e Zueitina – sono chiusi già dalla seconda metà di aprile. La ripresa delle esportazioni petrolifere è essenziale per garantire l’approvvigionamento di combustibile, sia gas che diesel, che alimenta le centrali libiche. La produzione in Libia è però purtroppo scesa da 1,2 milioni di barili del 2021 ad appena 600-700.000 barili al giorno. Come si diceva, la diminuzione delle risorse e il blocco dell’export sono dovuti alle proteste maturate nell’ambito dell’instabilità politica.
La maggior parte dei giacimenti della Libia sono chiusi a causa dell’azione di non meglio identificati «manifestanti» che chiedono il trasferimento del potere dal Governo di unità nazionale (Gun, riconosciuto dalla comunità internazionale) di Abdulhamid Dabaiba al Governo di stabilità nazionale di Fathi Bashagha. Abdelhamid Dabaiba, premier appoggiato dall’Onu col compito mai portato a termine di accompagnare il Paese alle elezioni, si scontra con Fathi Bashagha. Il primo, pur se sfiduciato politicamente, non intende lasciare il suo ruolo se non attraverso il voto, in quanto legittimato dall’Onu. L’altro, forte della fiducia del parlamento di Tobruk, dovrebbe prendere ufficialmente posto, ma non può entrare a Tripoli con la forza per non delegittimarsi sul nascere. I sostenitori delle due figure creano scompiglio nel Paese e, nello specifico, i manifestanti pro Bashagha chiedono anche una distribuzione equa e trasparente delle entrate petrolifere nelle province libiche e il licenziamento del presidente della Noc, Mustafa Sanallah.
Proprio per questi problemi, lo scorso ventisette giugno, il presidente della Noc, Sanallah, aveva annunciato la possibilità di richiedere lo stato di forza maggiore, cioè l’impossibilità di consegnare i carichi di greggio ai clienti, nella regione del Golfo della Sirte, se le attività di produzione e spedizione non fossero riprese entro 72 ore. In un comunicato stampa, Sanallah aveva invitato tutte le parti che si stanno aspramente scontrando ad essere ragionevoli e a dare la precedenza agli interessi del Paese, consentendo al petrolio di tornare a fluire a stretto giro.
«Siamo di fronte a una realtà ricorrente. Ci sono chiusure nella regione del Golfo della Sirte e c’è chi sta cercando di demonizzare il settore petrolifero nella capitale, Tripoli, ma ci occuperemo di loro secondo i termini di legge», ha detto Sanallah. Gli scontri armati a Tripoli dimostrano che i sostenitori delle amministrazioni rivali sono disposti a usare qualsiasi mezzo, compresa la forza, per ottenere risultati politici favorevoli, anche se ciò danneggia la popolazione civile e l’economia. L’assenza di dialogo e di un quadro stabile sta complicando la ripresa dalla pandemia e la capacità delle Libia di affrontare le ricadute della guerra ucraina, che potrebbero affondare il Paese anche dal punto di vista alimentare.
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Mentre si parla di tetto ai prezzi, continua la corsa di elettricità e metano. A questi ritmi, un crollo della domanda diventa quasi inevitabile. O sarà disposto per legge, o sarà la recessione a «provvedere».Libia: la compagnia petrolifera di bandiera ha dichiarato lo stato di forza maggiore per gli scali di Sidra e Ras Lanouf. Le esportazioni adesso sono congelate del tutto.Lo speciale contiene due articoli.Non accenna a fermarsi la corsa dei prezzi energetici in Europa. I future sul gas al Ttf per il prossimo inverno quotano attorno ai 146 €/mwh, quelli per il mese di agosto poco sopra a 145 €/mwh. Per l’energia elettrica, il future per il 2023 Italia è a 269 €/mwh, il 2023 Germania a 295 €/mwh.A preoccupare di più però sono i prezzi dell’elettricità in Francia. In particolare, il Q4 2022 ieri ha toccato 803 €/mwh e il Q1 2023 ha raggiunto 645 €/mwh. Il solo mese di dicembre è stato scambiato a 825 €/mwh. Due giorni fa il future per l’energia delle ore di picco di dicembre ha raggiunto l’incredibile quotazione di 1.513 €/mwh. Questo perché la capacità nucleare francese al momento è operativa circa al 50% (29 impianti attivi su 56, cioè 30.000 mw su 60.000 circa) e c’è il timore che EdF non riesca a coprire la punta di potenza richiesta nei mesi di dicembre e gennaio, a causa di problemi di manutenzione. In altre parole, le quotazioni francesi riflettono il rischio di blackout a dicembre.Non si vedono soluzioni a breve. È vero che al G7 dei giorni scorsi si è parlato di energia, ma non tanto per capire come abbassare i prezzi, bensì soprattutto per stabilire come limitare gli introiti della Russia.Eppure, la situazione si aggrava ogni giorno che passa e prescinde dai problemi con la Russia. Occorre prendere atto del fatto che i rincari sono qui per restare, almeno fino a quando la domanda non subirà un calo consistente che riporti l’offerta in una condizione di surplus. Nel comparto dell’energia, l’elasticità della domanda (cioè la reattività della domanda al variare del prezzo) è assai più bassa che in altri settori commerciali, perché l’energia è un bene essenziale e i consumatori sono disposti a pagare anche molto pur di averne disponibilità. Tuttavia, per quanto alto, esiste un prezzo oltre il quale la domanda si riduce drasticamente. Per ciò che riguarda il gas, la domanda industriale italiana comincia ad essere vicina a quel prezzo, visto che sta già facendo segnare un -8% nei primi cinque mesi del 2022. Se le quotazioni dovessero aumentare, è facile prevedere che la domanda scenderà ancora, cioè che molte aziende, purtroppo, chiuderanno. Il riempimento degli stoccaggi italiani prosegue intanto a buon ritmo, dopo che il Comitato per l’emergenza gas giorni fa ha dato mandato a Snam di aumentare le giacenze, comprando gas direttamente. Una decisione, questa del ministro per la Transizione ecologica Roberto Cingolani, arrivata con grave ritardo, posto che diversi operatori e questo giornale avevano evidenziato le lentezze e le difficoltà sugli stoccaggi sin dal mese di marzo.Poiché si stanno già stipulando i contratti per l’acquisto di energia per il 2023, le aziende stanno incorporando oggi nel proprio conto economico costi energetici altissimi per il prossimo anno. Se il prezzo di questi contratti è variabile e indicizzato al Ttf o al Pun, le aziende possono fissarlo con un derivato ai livelli attuali, alti, oppure possono restare scoperti, correndo però il rischio di costi ancora più alti in futuro. In ogni caso, nel decidere i listini di vendita dei propri prodotti per il 2023, le aziende non potranno che traslare a valle gli alti costi energetici, in tutto o in parte, alimentando la spirale inflattiva e perdendo competitività. Questa situazione vale un po’ per tutta l’Europa, ma ci sono Paesi che stanno meglio dell’Italia perché i rispettivi governi sono intervenuti (o interverranno) con massicci aiuti di stato. Poiché non vi è modo, da qui al prossimo anno almeno, di aumentare l’offerta di energia in Europa in maniera consistente, l’unica maniera di abbassare i prezzi è ridurre la domanda. Questo si può fare in via amministrata, coordinando a livello centrale interruzioni a rotazione o concentrate per settori. Oppure, lasciando che la recessione colpisca e riduca il numero dei soggetti che costituiscono la domanda.La prima opzione sembra preferibile, infatti in Francia e in Germania sono in preparazione piani di riduzione dei consumi che cominceranno ad essere attuati presto, anche se la Russia non interrompesse i flussi di gas. In ogni caso, per assorbire il colpo i governi dovranno spendere molto più di quanto speso sinora e non riusciranno comunque a salvare tutti. Il rallentamento economico incombente contribuirà a riequilibrare il mercato su livelli più bassi, a costo però di una recessione dolorosa. La crescita economica sta rallentando negli Usa, in Europa e in Cina, mentre le banche centrali, alzando i tassi di interesse nel tentativo di controllare l’inflazione, accentueranno la frenata dell’economia. La manovra deflazionistica porterà come conseguenza un deprezzamento degli asset reali, ora surriscaldati dal basso valore della moneta.Anche le aziende del settore energetico stanno dando segnali preoccupanti. Ieri il gigante tedesco dell’energia Uniper ha chiesto espressamente l’intervento del governo di Olaf Scholz a supporto finanziario dell’azienda, che ha diffuso pessime previsioni per il 2022. Il titolo è arrivato a perdere il 14% sulla borsa di Francoforte. Sono le prime avvisaglie di un disastro che rischia di travolgere tutta l’Europa. 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La Libia, alle prese con il caos politico e le conseguenti proteste, sfociate più volte in attacchi armati che hanno preso di mira le installazioni petrolifere e del gas, alza bandiera bianca sulle esportazioni. La compagnia petrolifera nazionale, National oil corporation (Noc), ha informato alcune compagnie commerciali e marittime di aver dichiarato lo stato di forza maggiore per i porti di Sidra e Ras Lanouf, i due più importanti depositi di stoccaggio petrolifero del Paese, situati nella parte orientale del Golfo della Sirte. Gli altri due porti della Mezzaluna petrolifera - Brega e Zueitina – sono chiusi già dalla seconda metà di aprile. La ripresa delle esportazioni petrolifere è essenziale per garantire l’approvvigionamento di combustibile, sia gas che diesel, che alimenta le centrali libiche. La produzione in Libia è però purtroppo scesa da 1,2 milioni di barili del 2021 ad appena 600-700.000 barili al giorno. Come si diceva, la diminuzione delle risorse e il blocco dell’export sono dovuti alle proteste maturate nell’ambito dell’instabilità politica. La maggior parte dei giacimenti della Libia sono chiusi a causa dell’azione di non meglio identificati «manifestanti» che chiedono il trasferimento del potere dal Governo di unità nazionale (Gun, riconosciuto dalla comunità internazionale) di Abdulhamid Dabaiba al Governo di stabilità nazionale di Fathi Bashagha. Abdelhamid Dabaiba, premier appoggiato dall’Onu col compito mai portato a termine di accompagnare il Paese alle elezioni, si scontra con Fathi Bashagha. Il primo, pur se sfiduciato politicamente, non intende lasciare il suo ruolo se non attraverso il voto, in quanto legittimato dall’Onu. L’altro, forte della fiducia del parlamento di Tobruk, dovrebbe prendere ufficialmente posto, ma non può entrare a Tripoli con la forza per non delegittimarsi sul nascere. I sostenitori delle due figure creano scompiglio nel Paese e, nello specifico, i manifestanti pro Bashagha chiedono anche una distribuzione equa e trasparente delle entrate petrolifere nelle province libiche e il licenziamento del presidente della Noc, Mustafa Sanallah. Proprio per questi problemi, lo scorso ventisette giugno, il presidente della Noc, Sanallah, aveva annunciato la possibilità di richiedere lo stato di forza maggiore, cioè l’impossibilità di consegnare i carichi di greggio ai clienti, nella regione del Golfo della Sirte, se le attività di produzione e spedizione non fossero riprese entro 72 ore. In un comunicato stampa, Sanallah aveva invitato tutte le parti che si stanno aspramente scontrando ad essere ragionevoli e a dare la precedenza agli interessi del Paese, consentendo al petrolio di tornare a fluire a stretto giro. «Siamo di fronte a una realtà ricorrente. Ci sono chiusure nella regione del Golfo della Sirte e c’è chi sta cercando di demonizzare il settore petrolifero nella capitale, Tripoli, ma ci occuperemo di loro secondo i termini di legge», ha detto Sanallah. Gli scontri armati a Tripoli dimostrano che i sostenitori delle amministrazioni rivali sono disposti a usare qualsiasi mezzo, compresa la forza, per ottenere risultati politici favorevoli, anche se ciò danneggia la popolazione civile e l’economia. L’assenza di dialogo e di un quadro stabile sta complicando la ripresa dalla pandemia e la capacità delle Libia di affrontare le ricadute della guerra ucraina, che potrebbero affondare il Paese anche dal punto di vista alimentare.
iStock
Lo denuncia, in una nota, GenerazioneD che, evidenziando come il dato non sia corretto, è costretta a constatare che nessuno ha «ritenuto doveroso rispondere nel merito di questioni di estrema delicatezza scientifica, clinica ed etica, riguardanti la salute e la sicurezza dei minori con disforia di genere».
Le domande poste sono «precise, documentate e circostanziate». Riguardano «un’affermazione di enorme impatto pubblico» rilasciata dalle 12 associazioni e società scientifiche in un documento del febbraio 2024 e citata, in una sorta di copia-incolla, nelle audizioni alla commissione Affari sociali della Camera sulla somministrazione della triptorelina ai bambini con incongruenza di genere, per regolamentarne l’uso. Le 12 associazioni e società affermano che «dai dati della letteratura scientifica si evince che fino al 40% dei giovani Tgd», cioè transgender e gender diverse, «tenta il suicidio (cfr. James S.E. et al. National center for transgender equality, 2016)», e che «la terapia con triptorelina riduce del 70% questa possibilità (cfr. Turban J.L. et al. Pediatrics, 2020)». Tralasciando «l’inaffidabilità del dato di partenza sulla suicidalità - estratto dal sondaggio self-report elaborato da James - anche solo esaminiamo la seconda parte dell’affermazione è lampante che le conclusioni degli stessi autori dello studio di Turban - sottolinea GenerazioneD - dicono un’altra cosa: l’accesso a questo trattamento è associato a minori probabilità di ideazione suicidaria nel corso della vita».
Tra ideazione e tentativo di suicidio, la differenza è sostanziale, ma le 12 società non sembrano essere interessate a chiarire questo aspetto, che non è il solo a traballare nello studio, dato che «si confrontano 89 persone che riferiscono di aver ricevuto i bloccanti, con 3.405 che li avrebbero voluti ma non li hanno ricevuti».
Ora, in qualsiasi ambito scientifico, osservazioni di tale portata «avrebbero richiesto un confronto aperto, trasparente e rigoroso», osserva GenerazioneD, che rinnova pubblicamente l’invito al confronto. «A oggi, non è giunta alcuna risposta. Nessuna rettifica, nessun approfondimento, nessuna spiegazione pubblica», rimarca. «Questo silenzio assume un peso ancora maggiore alla luce del mutato contesto internazionale, nel quale numerosi Paesi e autorevoli organismi sanitari stanno sottoponendo a revisione critica» queste pratiche, «chiedendo standard probatori sempre più rigorosi».
Nel Regno Unito, per esempio, è vietata la somministrazione dei bloccanti della pubertà agli under 18 ed è stata sospesa anche la sperimentazione su un campione di bambini. I dati, questi sì ben più solidi di quelli citati dalle 12 associazioni, mostrano che i trattamenti causerebbero danni a lungo termine come infertilità e sterilità, ma anche problemi alle ossa e disturbi al cervello e al sistema cardiovascolare. Sul suicidio, paradossalmente, vari studi mostrano che i tassi tra i transgender maschio-femmina sono superiori del 51% rispetto alla popolazione generale.
«Non chiediamo contrapposizioni», ribadisce GenerazioneD, «ma responsabilità scientifica e la disponibilità a spiegare ai genitori italiani, con trasparenza e rigore, su quali basi statistiche e metodologiche siano state formulate affermazioni tanto rilevanti». La domanda posta «è estremamente circoscritta: in quale passaggio dello studio di Turban et al. sarebbe affermato o dimostrato che la triptorelina determina una riduzione del 70% dei tentativi di suicidio nei giovani affetti da disforia di genere?». È «un chiarimento pubblico non più rinviabile», è una «questione di rispetto verso i giovani più fragili, le famiglie chiamate a compiere scelte difficilissime e verso la credibilità stessa del dibattito scientifico».
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Dieci persone sono state fermate dai carabinieri di Castello di Cisterna nel campo rom di Caivano (Napoli) con accuse che vanno dalla rapina al furto, al riciclaggio, alla resistenza a pubblico ufficiale e al trasferimento fraudolento di valori. Secondo gli investigatori, il gruppo avrebbe messo a segno circa 70 colpi tra furti ai danni di negozianti, rapine ad automobilisti e assalti a sportelli bancari, anche utilizzando la tecnica della «spaccata». Gli indagati avrebbero ostentato sui social network i proventi delle attività criminali.