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2022-07-01
L’energia sarà la tagliola delle Pmi. Dopo l’estate razionamenti e fermi
Non accenna a fermarsi la corsa dei prezzi energetici in Europa. I future sul gas al Ttf per il prossimo inverno quotano attorno ai 146 €/mwh, quelli per il mese di agosto poco sopra a 145 €/mwh. Per l’energia elettrica, il future per il 2023 Italia è a 269 €/mwh, il 2023 Germania a 295 €/mwh.
A preoccupare di più però sono i prezzi dell’elettricità in Francia. In particolare, il Q4 2022 ieri ha toccato 803 €/mwh e il Q1 2023 ha raggiunto 645 €/mwh. Il solo mese di dicembre è stato scambiato a 825 €/mwh. Due giorni fa il future per l’energia delle ore di picco di dicembre ha raggiunto l’incredibile quotazione di 1.513 €/mwh. Questo perché la capacità nucleare francese al momento è operativa circa al 50% (29 impianti attivi su 56, cioè 30.000 mw su 60.000 circa) e c’è il timore che EdF non riesca a coprire la punta di potenza richiesta nei mesi di dicembre e gennaio, a causa di problemi di manutenzione. In altre parole, le quotazioni francesi riflettono il rischio di blackout a dicembre.
Non si vedono soluzioni a breve. È vero che al G7 dei giorni scorsi si è parlato di energia, ma non tanto per capire come abbassare i prezzi, bensì soprattutto per stabilire come limitare gli introiti della Russia.
Eppure, la situazione si aggrava ogni giorno che passa e prescinde dai problemi con la Russia. Occorre prendere atto del fatto che i rincari sono qui per restare, almeno fino a quando la domanda non subirà un calo consistente che riporti l’offerta in una condizione di surplus. Nel comparto dell’energia, l’elasticità della domanda (cioè la reattività della domanda al variare del prezzo) è assai più bassa che in altri settori commerciali, perché l’energia è un bene essenziale e i consumatori sono disposti a pagare anche molto pur di averne disponibilità. Tuttavia, per quanto alto, esiste un prezzo oltre il quale la domanda si riduce drasticamente. Per ciò che riguarda il gas, la domanda industriale italiana comincia ad essere vicina a quel prezzo, visto che sta già facendo segnare un -8% nei primi cinque mesi del 2022. Se le quotazioni dovessero aumentare, è facile prevedere che la domanda scenderà ancora, cioè che molte aziende, purtroppo, chiuderanno.
Il riempimento degli stoccaggi italiani prosegue intanto a buon ritmo, dopo che il Comitato per l’emergenza gas giorni fa ha dato mandato a Snam di aumentare le giacenze, comprando gas direttamente. Una decisione, questa del ministro per la Transizione ecologica Roberto Cingolani, arrivata con grave ritardo, posto che diversi operatori e questo giornale avevano evidenziato le lentezze e le difficoltà sugli stoccaggi sin dal mese di marzo.
Poiché si stanno già stipulando i contratti per l’acquisto di energia per il 2023, le aziende stanno incorporando oggi nel proprio conto economico costi energetici altissimi per il prossimo anno. Se il prezzo di questi contratti è variabile e indicizzato al Ttf o al Pun, le aziende possono fissarlo con un derivato ai livelli attuali, alti, oppure possono restare scoperti, correndo però il rischio di costi ancora più alti in futuro. In ogni caso, nel decidere i listini di vendita dei propri prodotti per il 2023, le aziende non potranno che traslare a valle gli alti costi energetici, in tutto o in parte, alimentando la spirale inflattiva e perdendo competitività. Questa situazione vale un po’ per tutta l’Europa, ma ci sono Paesi che stanno meglio dell’Italia perché i rispettivi governi sono intervenuti (o interverranno) con massicci aiuti di stato.
Poiché non vi è modo, da qui al prossimo anno almeno, di aumentare l’offerta di energia in Europa in maniera consistente, l’unica maniera di abbassare i prezzi è ridurre la domanda. Questo si può fare in via amministrata, coordinando a livello centrale interruzioni a rotazione o concentrate per settori. Oppure, lasciando che la recessione colpisca e riduca il numero dei soggetti che costituiscono la domanda.
La prima opzione sembra preferibile, infatti in Francia e in Germania sono in preparazione piani di riduzione dei consumi che cominceranno ad essere attuati presto, anche se la Russia non interrompesse i flussi di gas. In ogni caso, per assorbire il colpo i governi dovranno spendere molto più di quanto speso sinora e non riusciranno comunque a salvare tutti. Il rallentamento economico incombente contribuirà a riequilibrare il mercato su livelli più bassi, a costo però di una recessione dolorosa. La crescita economica sta rallentando negli Usa, in Europa e in Cina, mentre le banche centrali, alzando i tassi di interesse nel tentativo di controllare l’inflazione, accentueranno la frenata dell’economia. La manovra deflazionistica porterà come conseguenza un deprezzamento degli asset reali, ora surriscaldati dal basso valore della moneta.
Anche le aziende del settore energetico stanno dando segnali preoccupanti. Ieri il gigante tedesco dell’energia Uniper ha chiesto espressamente l’intervento del governo di Olaf Scholz a supporto finanziario dell’azienda, che ha diffuso pessime previsioni per il 2022. Il titolo è arrivato a perdere il 14% sulla borsa di Francoforte. Sono le prime avvisaglie di un disastro che rischia di travolgere tutta l’Europa. Ci aspetta un autunno molto difficile.
In Libia bloccati i porti del greggio
Proprio nel momento in cui il mercato energetico, a causa della guerra in Ucraina, ha bisogno della massima stabilità dei flussi, un’enorme tegola di nome «crisi libica» si abbatte sulla comunità internazionale. In particolare sull’Italia, visto che la Libia è un partner chiave sia per la gestione dei flussi migratori verso l’Europa sia per l’approvvigionamento energetico. La Libia, alle prese con il caos politico e le conseguenti proteste, sfociate più volte in attacchi armati che hanno preso di mira le installazioni petrolifere e del gas, alza bandiera bianca sulle esportazioni. La compagnia petrolifera nazionale, National oil corporation (Noc), ha informato alcune compagnie commerciali e marittime di aver dichiarato lo stato di forza maggiore per i porti di Sidra e Ras Lanouf, i due più importanti depositi di stoccaggio petrolifero del Paese, situati nella parte orientale del Golfo della Sirte. Gli altri due porti della Mezzaluna petrolifera - Brega e Zueitina – sono chiusi già dalla seconda metà di aprile. La ripresa delle esportazioni petrolifere è essenziale per garantire l’approvvigionamento di combustibile, sia gas che diesel, che alimenta le centrali libiche. La produzione in Libia è però purtroppo scesa da 1,2 milioni di barili del 2021 ad appena 600-700.000 barili al giorno. Come si diceva, la diminuzione delle risorse e il blocco dell’export sono dovuti alle proteste maturate nell’ambito dell’instabilità politica.
La maggior parte dei giacimenti della Libia sono chiusi a causa dell’azione di non meglio identificati «manifestanti» che chiedono il trasferimento del potere dal Governo di unità nazionale (Gun, riconosciuto dalla comunità internazionale) di Abdulhamid Dabaiba al Governo di stabilità nazionale di Fathi Bashagha. Abdelhamid Dabaiba, premier appoggiato dall’Onu col compito mai portato a termine di accompagnare il Paese alle elezioni, si scontra con Fathi Bashagha. Il primo, pur se sfiduciato politicamente, non intende lasciare il suo ruolo se non attraverso il voto, in quanto legittimato dall’Onu. L’altro, forte della fiducia del parlamento di Tobruk, dovrebbe prendere ufficialmente posto, ma non può entrare a Tripoli con la forza per non delegittimarsi sul nascere. I sostenitori delle due figure creano scompiglio nel Paese e, nello specifico, i manifestanti pro Bashagha chiedono anche una distribuzione equa e trasparente delle entrate petrolifere nelle province libiche e il licenziamento del presidente della Noc, Mustafa Sanallah.
Proprio per questi problemi, lo scorso ventisette giugno, il presidente della Noc, Sanallah, aveva annunciato la possibilità di richiedere lo stato di forza maggiore, cioè l’impossibilità di consegnare i carichi di greggio ai clienti, nella regione del Golfo della Sirte, se le attività di produzione e spedizione non fossero riprese entro 72 ore. In un comunicato stampa, Sanallah aveva invitato tutte le parti che si stanno aspramente scontrando ad essere ragionevoli e a dare la precedenza agli interessi del Paese, consentendo al petrolio di tornare a fluire a stretto giro.
«Siamo di fronte a una realtà ricorrente. Ci sono chiusure nella regione del Golfo della Sirte e c’è chi sta cercando di demonizzare il settore petrolifero nella capitale, Tripoli, ma ci occuperemo di loro secondo i termini di legge», ha detto Sanallah. Gli scontri armati a Tripoli dimostrano che i sostenitori delle amministrazioni rivali sono disposti a usare qualsiasi mezzo, compresa la forza, per ottenere risultati politici favorevoli, anche se ciò danneggia la popolazione civile e l’economia. L’assenza di dialogo e di un quadro stabile sta complicando la ripresa dalla pandemia e la capacità delle Libia di affrontare le ricadute della guerra ucraina, che potrebbero affondare il Paese anche dal punto di vista alimentare.
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Mentre si parla di tetto ai prezzi, continua la corsa di elettricità e metano. A questi ritmi, un crollo della domanda diventa quasi inevitabile. O sarà disposto per legge, o sarà la recessione a «provvedere».Libia: la compagnia petrolifera di bandiera ha dichiarato lo stato di forza maggiore per gli scali di Sidra e Ras Lanouf. Le esportazioni adesso sono congelate del tutto.Lo speciale contiene due articoli.Non accenna a fermarsi la corsa dei prezzi energetici in Europa. I future sul gas al Ttf per il prossimo inverno quotano attorno ai 146 €/mwh, quelli per il mese di agosto poco sopra a 145 €/mwh. Per l’energia elettrica, il future per il 2023 Italia è a 269 €/mwh, il 2023 Germania a 295 €/mwh.A preoccupare di più però sono i prezzi dell’elettricità in Francia. In particolare, il Q4 2022 ieri ha toccato 803 €/mwh e il Q1 2023 ha raggiunto 645 €/mwh. Il solo mese di dicembre è stato scambiato a 825 €/mwh. Due giorni fa il future per l’energia delle ore di picco di dicembre ha raggiunto l’incredibile quotazione di 1.513 €/mwh. Questo perché la capacità nucleare francese al momento è operativa circa al 50% (29 impianti attivi su 56, cioè 30.000 mw su 60.000 circa) e c’è il timore che EdF non riesca a coprire la punta di potenza richiesta nei mesi di dicembre e gennaio, a causa di problemi di manutenzione. In altre parole, le quotazioni francesi riflettono il rischio di blackout a dicembre.Non si vedono soluzioni a breve. È vero che al G7 dei giorni scorsi si è parlato di energia, ma non tanto per capire come abbassare i prezzi, bensì soprattutto per stabilire come limitare gli introiti della Russia.Eppure, la situazione si aggrava ogni giorno che passa e prescinde dai problemi con la Russia. Occorre prendere atto del fatto che i rincari sono qui per restare, almeno fino a quando la domanda non subirà un calo consistente che riporti l’offerta in una condizione di surplus. Nel comparto dell’energia, l’elasticità della domanda (cioè la reattività della domanda al variare del prezzo) è assai più bassa che in altri settori commerciali, perché l’energia è un bene essenziale e i consumatori sono disposti a pagare anche molto pur di averne disponibilità. Tuttavia, per quanto alto, esiste un prezzo oltre il quale la domanda si riduce drasticamente. Per ciò che riguarda il gas, la domanda industriale italiana comincia ad essere vicina a quel prezzo, visto che sta già facendo segnare un -8% nei primi cinque mesi del 2022. Se le quotazioni dovessero aumentare, è facile prevedere che la domanda scenderà ancora, cioè che molte aziende, purtroppo, chiuderanno. Il riempimento degli stoccaggi italiani prosegue intanto a buon ritmo, dopo che il Comitato per l’emergenza gas giorni fa ha dato mandato a Snam di aumentare le giacenze, comprando gas direttamente. Una decisione, questa del ministro per la Transizione ecologica Roberto Cingolani, arrivata con grave ritardo, posto che diversi operatori e questo giornale avevano evidenziato le lentezze e le difficoltà sugli stoccaggi sin dal mese di marzo.Poiché si stanno già stipulando i contratti per l’acquisto di energia per il 2023, le aziende stanno incorporando oggi nel proprio conto economico costi energetici altissimi per il prossimo anno. Se il prezzo di questi contratti è variabile e indicizzato al Ttf o al Pun, le aziende possono fissarlo con un derivato ai livelli attuali, alti, oppure possono restare scoperti, correndo però il rischio di costi ancora più alti in futuro. In ogni caso, nel decidere i listini di vendita dei propri prodotti per il 2023, le aziende non potranno che traslare a valle gli alti costi energetici, in tutto o in parte, alimentando la spirale inflattiva e perdendo competitività. Questa situazione vale un po’ per tutta l’Europa, ma ci sono Paesi che stanno meglio dell’Italia perché i rispettivi governi sono intervenuti (o interverranno) con massicci aiuti di stato. Poiché non vi è modo, da qui al prossimo anno almeno, di aumentare l’offerta di energia in Europa in maniera consistente, l’unica maniera di abbassare i prezzi è ridurre la domanda. Questo si può fare in via amministrata, coordinando a livello centrale interruzioni a rotazione o concentrate per settori. Oppure, lasciando che la recessione colpisca e riduca il numero dei soggetti che costituiscono la domanda.La prima opzione sembra preferibile, infatti in Francia e in Germania sono in preparazione piani di riduzione dei consumi che cominceranno ad essere attuati presto, anche se la Russia non interrompesse i flussi di gas. In ogni caso, per assorbire il colpo i governi dovranno spendere molto più di quanto speso sinora e non riusciranno comunque a salvare tutti. Il rallentamento economico incombente contribuirà a riequilibrare il mercato su livelli più bassi, a costo però di una recessione dolorosa. La crescita economica sta rallentando negli Usa, in Europa e in Cina, mentre le banche centrali, alzando i tassi di interesse nel tentativo di controllare l’inflazione, accentueranno la frenata dell’economia. La manovra deflazionistica porterà come conseguenza un deprezzamento degli asset reali, ora surriscaldati dal basso valore della moneta.Anche le aziende del settore energetico stanno dando segnali preoccupanti. Ieri il gigante tedesco dell’energia Uniper ha chiesto espressamente l’intervento del governo di Olaf Scholz a supporto finanziario dell’azienda, che ha diffuso pessime previsioni per il 2022. Il titolo è arrivato a perdere il 14% sulla borsa di Francoforte. Sono le prime avvisaglie di un disastro che rischia di travolgere tutta l’Europa. 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La Libia, alle prese con il caos politico e le conseguenti proteste, sfociate più volte in attacchi armati che hanno preso di mira le installazioni petrolifere e del gas, alza bandiera bianca sulle esportazioni. La compagnia petrolifera nazionale, National oil corporation (Noc), ha informato alcune compagnie commerciali e marittime di aver dichiarato lo stato di forza maggiore per i porti di Sidra e Ras Lanouf, i due più importanti depositi di stoccaggio petrolifero del Paese, situati nella parte orientale del Golfo della Sirte. Gli altri due porti della Mezzaluna petrolifera - Brega e Zueitina – sono chiusi già dalla seconda metà di aprile. La ripresa delle esportazioni petrolifere è essenziale per garantire l’approvvigionamento di combustibile, sia gas che diesel, che alimenta le centrali libiche. La produzione in Libia è però purtroppo scesa da 1,2 milioni di barili del 2021 ad appena 600-700.000 barili al giorno. Come si diceva, la diminuzione delle risorse e il blocco dell’export sono dovuti alle proteste maturate nell’ambito dell’instabilità politica. La maggior parte dei giacimenti della Libia sono chiusi a causa dell’azione di non meglio identificati «manifestanti» che chiedono il trasferimento del potere dal Governo di unità nazionale (Gun, riconosciuto dalla comunità internazionale) di Abdulhamid Dabaiba al Governo di stabilità nazionale di Fathi Bashagha. Abdelhamid Dabaiba, premier appoggiato dall’Onu col compito mai portato a termine di accompagnare il Paese alle elezioni, si scontra con Fathi Bashagha. Il primo, pur se sfiduciato politicamente, non intende lasciare il suo ruolo se non attraverso il voto, in quanto legittimato dall’Onu. L’altro, forte della fiducia del parlamento di Tobruk, dovrebbe prendere ufficialmente posto, ma non può entrare a Tripoli con la forza per non delegittimarsi sul nascere. I sostenitori delle due figure creano scompiglio nel Paese e, nello specifico, i manifestanti pro Bashagha chiedono anche una distribuzione equa e trasparente delle entrate petrolifere nelle province libiche e il licenziamento del presidente della Noc, Mustafa Sanallah. Proprio per questi problemi, lo scorso ventisette giugno, il presidente della Noc, Sanallah, aveva annunciato la possibilità di richiedere lo stato di forza maggiore, cioè l’impossibilità di consegnare i carichi di greggio ai clienti, nella regione del Golfo della Sirte, se le attività di produzione e spedizione non fossero riprese entro 72 ore. In un comunicato stampa, Sanallah aveva invitato tutte le parti che si stanno aspramente scontrando ad essere ragionevoli e a dare la precedenza agli interessi del Paese, consentendo al petrolio di tornare a fluire a stretto giro. «Siamo di fronte a una realtà ricorrente. Ci sono chiusure nella regione del Golfo della Sirte e c’è chi sta cercando di demonizzare il settore petrolifero nella capitale, Tripoli, ma ci occuperemo di loro secondo i termini di legge», ha detto Sanallah. Gli scontri armati a Tripoli dimostrano che i sostenitori delle amministrazioni rivali sono disposti a usare qualsiasi mezzo, compresa la forza, per ottenere risultati politici favorevoli, anche se ciò danneggia la popolazione civile e l’economia. L’assenza di dialogo e di un quadro stabile sta complicando la ripresa dalla pandemia e la capacità delle Libia di affrontare le ricadute della guerra ucraina, che potrebbero affondare il Paese anche dal punto di vista alimentare.
Il 22enne Jaggay Naber è stato fermato dagli uomini della Digos di Reggio Emilia (Polizia di Stato)
Stando alla ricostruzione degli inquirenti voleva compiere un attentato, proprio a Reggio, in una affollata serata di festa. Ma, a contrario di quanto accaduto con El Koudri, è stato fermato in tempo. Naggay era già noto alle forze dell’ordine che da due anni ne monitoravano i suoi movimenti. Più volte, infatti, si era dichiarato sostenitore dello Stato islamico e pronto a organizzare un attentato. La Germania pesa enormemente nel racconto giudiziario. Naggay viene descritto come un ragazzo ossessionato dall’universo jihadista già dal 2019, quando mostrava ai compagni «video di decapitazioni». Poi arrivano gli episodi sempre più inquietanti: falsi allarmi bomba, minacce di attentati nelle stazioni ferroviarie, lettere dal carcere in cui rivendica simpatia per Hamas e Isis, fantasie di ostaggi e martirio. Arrivato in Italia, dopo la sua espulsione da soggetto «pericoloso», è stato seguito dal Centro di salute mentale reggiano, poi ha interrotto il percorso e giovedì scorso, a pochi giorni dall’attentato di Modena, secondo l’accusa, sarebbe stato anche lui pronto a colpire. È stata la madre a segnalare alla polizia le intenzioni del ragazzo, dopo che questi le aveva aveva mandato un messaggio valutato come inequivocabile, nel quale dichiarava di «andare in centro con un coltello a picchiare le persone». E Reggio Emilia, giovedì scorso, già dal pomeriggio era più affollata del solito, perché al palazzetto era prevista una importante partita di pallacanestro: Reggiana Basket contro Olimpia Milano mentre in centro era in corso anche uno spettacolo musicale. Naggay è stato fermato dalla polizia mentre si dirigeva a piedi, da solo, proprio nell’area della movida. Ora è gravemente indiziato del reato di arruolamento con finalità di terrorismo anche internazionale e per lui, ieri, il gip ha confermato la custodia cautelare in carcere. Il problema non sarebbe l’appartenenza formale a una cellula terroristica, bensì la disponibilità soggettiva all’azione violenta. È qui che entra in gioco il comma quattro dell’articolo 270 del codice penale. Non serve il soldato inserito nella gerarchia del Califfato. Basta un’adesione concreta e individuale alla prospettiva terroristica. Una prospettiva che proverrebbe dritta dal suo recente passato. Dal 2024, quando era stato arrestato in Germania e condannato a 20 mesi per «simulazione di reato» e «disturbo della quiete pubblica mediante la minaccia di commettere un reato». Nel gennaio 2022, mentre si trovava alla stazione di Friburgo, era stato fermato per un controllo dalla polizia e in quell’occasione ha dichiarato di avere con sé un’arma «per commettere un attentato in nome dello Stato Islamico». Nell’aprile dello stesso anno aveva spontaneamente chiamato la stazione di polizia di Villingen, comunicando che stava per commettere un attentato dinamitardo, aggiungendo di aver «ricevuto da un siriano, conosciuto tramite un gruppo Telegram, uno zaino con all’interno una bomba collegata a distanza che avrebbe depositato nella stazione ferroviaria». A seguito di questa chiamata, le stazioni di Offenburg e Lahr erano state chiuse per diverse ore con il blocco totale della circolazione. Nel giugno dello stesso anno è stato arrestato, dichiarato socialmente pericoloso sottoposto a visita psichiatrica, per poi finire nel penitenziario minorile di Adelsheim. E anche lì avrebbe ribadito più volte la sua volontà di agire. Un giorno, per esempio, come riportato nell’ordinanza, avrebbe chiesto al responsabile dell’area lavoro della struttura di poter cercare su internet il sito di un negozio di bricolage. Una volta trovato, aveva digitato sul sito della catena la parola «ascia» e ne aveva poi selezionata una tra quelle offerte in vendita. Alla richiesta di spiegazioni, aveva dichiarato di volersi «recare alla stazione ferroviaria di Mosbach-Neckarelz per compiere una vendetta per l’uccisione da parte dei tedeschi di Abu Talha Al-Almani», un rapper, morto nel gennaio 2018 in Siria dove aveva raggiunto lo Stato islamico. E per mostrarsi più credibile Naggay avrebbe aggiunto i dettagli dell’operazione che stava pianificando: «Dato che tra quattro mesi sarò rilasciato, comincio subito a pianificare il tutto. Lo faccio per l’Isis perché per me la Germania non è uno Stato finché non sarà islamica e governata dall’Isis». Poi avrebbe affermato a più riprese che «la violenza è un mezzo legittimo per manifestare le proprie convinzioni religiose».
Atteggiamenti che gli sono costati perizie e cure psichiatriche. Poi c’è la chat di Telegram, il vero detonatore dell’inchiesta italiana. Con al centro una conversazione che il giudice interpreta come un dialogo con un possibile reclutatore o intermediario dell’Isis. L’interlocutore usa termini tipici del gergo jihadista: «Lone wolf (lupo solitario, ndr)» e «gruppo specializzato». Si parla di video di adesione al Daesh, di soldi, di «produzione di tossine» e di «lezioni di manifattura». Il giudice insiste soprattutto su un elemento: l’altro interlocutore pretende «prove» della fedeltà ideologica di Naggay prima di aiutarlo. «Qualsiasi cosa che dimostri che sei un sostenitore». Una provocazione alla quale l’indagato replica con una promessa: «Registrerò un video in cui dichiarerò di essere sostenitore dell’Isis». L’istigatore, però, chiede altre conferme: «Quando puoi girarlo? Fino ad allora non posso aiutarti (economicamente)». Ed è a quel punto che fornisce all’allievo un inquietante suggerimento: quello di assumere l’identità di un «lone wolf». Un lupo solitario.
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Simone Venturini (Ansa)
Il più giovane tra i candidati nella corsa a Ca’ Farsetti ha superato il diretto avversario del campo largo, Andrea Martella, 58 anni, segretario regionale del Pd, assestando un sonoro schiaffone alla sinistra che non è andata oltre al 40%. Non c’è bisogno di ballottaggio, e quello che è accaduto in Laguna è un test politico importante. «Sarebbe una grande gioia», era stato il primo commento di Giorgia Meloni al risultato che si prospettava, riferito dal senatore di Fdi Raffaele Speranzon.
Qualcuno ha fatto notare che a Venezia il No al referendum costituzionale sulla giustizia aveva preso il 55% dei voti, eppure questo non si è affatto tradotto in uno spostamento a sinistra dell’elettorato. «La stagione buona», che univa Pd, M5s, Avs, Italia Viva, Psi, +Europa, Radicali e Rifondazione Comunista non ha convinto gli elettori. E nemmeno sono bastati i voti degli islamici, cercati da Martella mettendo in lista ben sei esponenti della comunità bengalese che da tempo chiedono una moschea a Mestre.
Il candidato della mega coalizione «da sindaco darà a Venezia quel cambiamento che Venezia domanda», prometteva sul palco in piazza Ferretto la segretaria nazionale del Pd, Elly Schlein, in chiusura di campagna elettorale. Previsione sbagliata, i desideri dei veneziani non sono stati intercettati a sinistra. A Cà Farsetti siederà Venturini. «È un risultato importante e un apprezzamento personale», ha commentato il neo sindaco a caldo, mentre si faceva festa in Galleria Matteotti a Mestre, suo quartier generale assieme alla sede elettorale di Campo Santa Marina, nel centro storico di Venezia, che ad aprile venne imbrattata con cartelli offensivi e intimidatori.
«Un risultato che arriva dopo due mesi impegnativi, ma dopo undici anni di storia personale al servizio della città», ha precisato Venturini. «In questa campagna mi sono sempre presentato come Simone, un ragazzo che da Marghera è partito, ha fatto la gavetta, si è impegnato nel territorio, si è presentato con una civica supportato dal centrodestra e oggi sta ricevendo un buon risultato».
Laureato in giurisprudenza, nato e cresciuto a Marghera, ora residente nella città storica, a 22 anni risultò il più giovane eletto nel Consiglio comunale veneziano. Nel 2015 scese in campo con la lista civica «fucsia» di Brugnaro, fu il più votato e diventò assessore con la delega a Coesione Sociale, Lavoro, Infrastrutture e Sviluppo economico.
Nel corso del mandato 2015-2020 aveva ricoperto ulteriori incarichi all’interno di commissioni e organismi locali e nazionali, nel 2020 venne rieletto sempre nella lista dell’ex sindaco. Ieri, con la lista civica «gialla» sostenuta dal centrodestra ha dimostrato di saper conoscere gli abitanti della sua città. Tra gli obiettivi, vuole una Venezia a misura di giovani «anche in chiave residenziale», come aveva dichiarato alla Verità.
Alla chiusura dei seggi l’affluenza definitiva nel comune di Venezia, con tutte le 256 sezioni conteggiate, è stata del 55,87%, sei punti percentuali in meno rispetto al 2020 (62,23%). Hanno votato 112.701 elettori su 201.713 iscritti (55,87%). Erano otto, tutti uomini, i candidati alla carica di primo cittadino alle elezioni comunali di Venezia.
Oltre a Venturini e a Martella, in grande distacco gli altri nomi in lista, che erano con «Prima il Veneto» Pierangelo Del Zotto, 63 anni, ex assessore al Bilancio della provincia di Venezia; con le liste civiche «Abc-Ambiente Bene Comune» e «Venezia Pace Lavoro» Giovanni Andrea Martini, 70 anni, docente in pensione e già presidente della Municipalità di Venezia-Murano-Burano; con «Ora!» Michele Boldrin, 69 anni, economista e docente universitario alla Washington University in Saint Louis, che è risultato tra i più votati tra i «minori». Con la lista civica «Città vive» Claudio Vernier, 49 anni, titolare del caffè al Todaro di piazza San Marco; Roberto Agirmo, 58 anni, imprenditore turistico, era il candidato di «Resistere Veneto» mentre Luigi Corò, 62 anni, ex assessore di An a Mirano, esponente di Futuro Nazionale, si presentava con la lista «Futuro per Venezia Mestre». Tutti hanno portato a casa manciate di voti.
«Per le elezioni comunali di Venezia non mi aspettavo un risultato di questo tipo: era difficile immaginare una débâcle così pesante per il centrosinistra. L’astensione sembra aver colpito soprattutto un elettorato giovane, che non si è riconosciuto nella candidatura di Andrea Martella. Proprio quei giovani che poche settimane fa avevano fatto sentire la propria voce in occasione del referendum sulla giustizia, questa volta sono mancati del tutto», ha dichiarato il filosofo Massimo Cacciari, due volte sindaco di Venezia.
Si è votato anche in due Comuni della città metropolitana Venezia. A Cavallino-Treporti, dove è stata riconfermata Roberta Nesto con la sua civica orientata verso il centro destra e a Torre di Mosto dove è stato eletto Andrea Marchesin, sostenuto dal centrodestra (Fi, Fdi, Lega, Udc, Torre di Mosto).
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Geopolitica, intelligenza artificiale e industria: a Trento economisti, imprenditori e politici esaminano i nuovi assetti mondiali.
Innovazione, sostenibilità, tecnologia e, soprattutto, trasformazioni geopolitiche ridefiniscono oggi gli equilibri economici globali. Un contesto in cui le imprese italiane sono chiamate a compiere l'ennesimo salto di qualità: trasformare la complessità in valore strategico. Questo numero di Industria analizza, a partire dai protagonisti del Festival dell'Economia di Trento, i «nuovi poteri» - dall’intelligenza artificiale alla ridefinizione delle filiere produttive, fino alle sfide della sicurezza e del lavoro del futuro – interpretando reazioni e ripercussioni su sistema economico e produzione industriale. È proprio in questo scenario che si inserisce il contributo di Gieffe Research, piattaforma integrata di trasferimento tecnologico e advisory industriale. «Lavoriamo per creare connessioni concrete tra innovazione, organizzazione aziendale e strategia industriale, aiutando le imprese a trasformare gli investimenti tecnologici in vantaggi competitivi reali», sottolinea il fondatore di Gieffe Research, Fabio Glave. «Oggi il mercato richiede una capacità di lettura multidimensionale dei processi industriali: non basta introdurre nuove tecnologie, bisogna saperle integrare all’interno di una governance efficiente e orientata alla crescita strutturata». Il vicepresidente di Confindustria, Marco Nocivelli, si concentra invece su criticità e prospettive della manifattura italiana, dalla crescita di export e made in Italy al rafforzamento delle Pmi.
Lavoro e sicurezza, le voci del governo. Innovazione e intelligenza artificiale stanno già modificando professioni e competenze, imponendo nuovi modelli organizzativi e investimenti continui nella formazione. Su scuola e lavoro intervengono Paola Frassinetti, sottosegretario al ministero dell’Istruzione e del merito, e Marina Calderone, ministro del Lavoro, che commenta il recente Dl 1° maggio, un provvedimento che «guarda in particolare all’inclusione lavorativa dei disoccupati di lunga durata, alle giuste retribuzioni e a un patto di responsabilità con le parti sociali per la qualificazione dell’occupazione in Italia». A concepire la sicurezza come visione integrata, dal contrasto alla criminalità al riutilizzo dei beni confiscati, è il sottosegretario dell'Interno, Wanda Ferro: «Il governo sta lavorando su una strategia complessiva che tiene insieme controllo del territorio, rigenerazione urbana, legalità e prevenzione sociale, dove si inseriscono anche operazioni come «Strade Sicure», «Stazioni Sicure» e il modello Caivano», che segna il ritorno dello Stato nei territori più difficili.
Il modello Trento. Trento, capitale dell'economia durante la kermesse dello Scoiattolo, punta ad alzare l'asticella in termini di sostenibilità e inclusione. Il sindaco Franco Ianeselli non nasconde le sfide: espansione della rete ciclabile, nuovo hub intermodale, circonvallazione ferroviaria, incremento del verde umano, progetti di edilizia a canone moderato, incentivi agli affitti a lungo termine e azzeramento delle liste di attesa per gli asili nido. Dal canto suo, l'Università degli Studi di Trento si propone come luogo capace non solo di trasmettere conoscenze, ma di aiutare i giovani a interpretare un mondo sempre più complesso. Il rettore Flavio Deflorian sottolinea l’importanza di una didattica partecipativa, alimentata dal dialogo continuo tra studenti e docenti, con l’obiettivo di «dare un senso alla conoscenza». Per mantenere alta la qualità della ricerca e della formazione, l’Ateneo deve continuare a investire in infrastrutture, servizi, internazionalizzazione e capacità di attrarre talenti.
Un nuovo ordine internazionale. Il Festival dell'Economia di Trento (20-24 maggio) si conferma osservatorio privilegiato sulle traiettorie del cambiamento, con oltre 700 relatori tra Premi Nobel, economisti, imprenditori e rappresentanti delle istituzioni. Quest'anno il tema è «Dal mercato ai nuovi poteri. Le speranze dei giovani». Da un lato si prendono in esame i nuovi centri di potere come le Big Tech, che detengono le chiavi dell’intelligenza artificiale, e le autarchie di Russia e Cina; dall’altro, le paure e le aspettative dei giovani. In primo piano c'è la geopolitica. Saranno ben 14 i panel targati Ispi. «La vera trasformazione è che economia e sicurezza sono ormai inseparabili», spiega Paolo Magri, presidente del Comitato scientifico dell’Ispi e membro dell’advisory board del Festival. «Conta chi domina le tecnologie avanzate, i semiconduttori, l’intelligenza artificiale, i dati, l’energia, le terre rare, le rotte marittime, le infrastrutture di gitali e finanziarie». L’economista Alessandro Terzulli (presidente GEI) anticipa a Industria il contenuto del panel «Commercio internazionale e potere dei dazi», con l’evoluzione delle barriere commerciali dal 2009 alle presidenze Trump. «Osserviamo la Weaponisation del commercio internazionale, sempre più un’arma geopolitica», che esercita un forte impatto inevitabilmente anche sulle imprese. Al Festival dell'Economia parteciperà anche Giulio Sapelli, il cui panel si concentrerà sul ruolo strategico dell’India e sul nuovo assetto globale. «Si sta consolidando l’intera area dell’Indo-Pacifico, una regione che negli ultimi anni è diventata il centro strategico delle nuove dinamiche economiche e geopolitiche mondiali».
Anche la cultura è un'infrastruttura economica cruciale per il Paese. Dalla tutela del diritto d’autore alla rigenerazione degli attrattori culturali diffusi, fino al ruolo della cultura come nuovo «soft power» italiano, Luigi Abete, presidente di Confindustria Cultura Italia, traccia una prospettiva che unisce impresa, territorio e identità. Tra i volti della manifestazione c'è anche quello di Giovanni Malagò, reduce dai successi delle Olimpiadi invernali di Milano Cortina e ufficialmente candidato alla presidenza della Figc.
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