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2022-07-01
L’energia sarà la tagliola delle Pmi. Dopo l’estate razionamenti e fermi
Non accenna a fermarsi la corsa dei prezzi energetici in Europa. I future sul gas al Ttf per il prossimo inverno quotano attorno ai 146 €/mwh, quelli per il mese di agosto poco sopra a 145 €/mwh. Per l’energia elettrica, il future per il 2023 Italia è a 269 €/mwh, il 2023 Germania a 295 €/mwh.
A preoccupare di più però sono i prezzi dell’elettricità in Francia. In particolare, il Q4 2022 ieri ha toccato 803 €/mwh e il Q1 2023 ha raggiunto 645 €/mwh. Il solo mese di dicembre è stato scambiato a 825 €/mwh. Due giorni fa il future per l’energia delle ore di picco di dicembre ha raggiunto l’incredibile quotazione di 1.513 €/mwh. Questo perché la capacità nucleare francese al momento è operativa circa al 50% (29 impianti attivi su 56, cioè 30.000 mw su 60.000 circa) e c’è il timore che EdF non riesca a coprire la punta di potenza richiesta nei mesi di dicembre e gennaio, a causa di problemi di manutenzione. In altre parole, le quotazioni francesi riflettono il rischio di blackout a dicembre.
Non si vedono soluzioni a breve. È vero che al G7 dei giorni scorsi si è parlato di energia, ma non tanto per capire come abbassare i prezzi, bensì soprattutto per stabilire come limitare gli introiti della Russia.
Eppure, la situazione si aggrava ogni giorno che passa e prescinde dai problemi con la Russia. Occorre prendere atto del fatto che i rincari sono qui per restare, almeno fino a quando la domanda non subirà un calo consistente che riporti l’offerta in una condizione di surplus. Nel comparto dell’energia, l’elasticità della domanda (cioè la reattività della domanda al variare del prezzo) è assai più bassa che in altri settori commerciali, perché l’energia è un bene essenziale e i consumatori sono disposti a pagare anche molto pur di averne disponibilità. Tuttavia, per quanto alto, esiste un prezzo oltre il quale la domanda si riduce drasticamente. Per ciò che riguarda il gas, la domanda industriale italiana comincia ad essere vicina a quel prezzo, visto che sta già facendo segnare un -8% nei primi cinque mesi del 2022. Se le quotazioni dovessero aumentare, è facile prevedere che la domanda scenderà ancora, cioè che molte aziende, purtroppo, chiuderanno.
Il riempimento degli stoccaggi italiani prosegue intanto a buon ritmo, dopo che il Comitato per l’emergenza gas giorni fa ha dato mandato a Snam di aumentare le giacenze, comprando gas direttamente. Una decisione, questa del ministro per la Transizione ecologica Roberto Cingolani, arrivata con grave ritardo, posto che diversi operatori e questo giornale avevano evidenziato le lentezze e le difficoltà sugli stoccaggi sin dal mese di marzo.
Poiché si stanno già stipulando i contratti per l’acquisto di energia per il 2023, le aziende stanno incorporando oggi nel proprio conto economico costi energetici altissimi per il prossimo anno. Se il prezzo di questi contratti è variabile e indicizzato al Ttf o al Pun, le aziende possono fissarlo con un derivato ai livelli attuali, alti, oppure possono restare scoperti, correndo però il rischio di costi ancora più alti in futuro. In ogni caso, nel decidere i listini di vendita dei propri prodotti per il 2023, le aziende non potranno che traslare a valle gli alti costi energetici, in tutto o in parte, alimentando la spirale inflattiva e perdendo competitività. Questa situazione vale un po’ per tutta l’Europa, ma ci sono Paesi che stanno meglio dell’Italia perché i rispettivi governi sono intervenuti (o interverranno) con massicci aiuti di stato.
Poiché non vi è modo, da qui al prossimo anno almeno, di aumentare l’offerta di energia in Europa in maniera consistente, l’unica maniera di abbassare i prezzi è ridurre la domanda. Questo si può fare in via amministrata, coordinando a livello centrale interruzioni a rotazione o concentrate per settori. Oppure, lasciando che la recessione colpisca e riduca il numero dei soggetti che costituiscono la domanda.
La prima opzione sembra preferibile, infatti in Francia e in Germania sono in preparazione piani di riduzione dei consumi che cominceranno ad essere attuati presto, anche se la Russia non interrompesse i flussi di gas. In ogni caso, per assorbire il colpo i governi dovranno spendere molto più di quanto speso sinora e non riusciranno comunque a salvare tutti. Il rallentamento economico incombente contribuirà a riequilibrare il mercato su livelli più bassi, a costo però di una recessione dolorosa. La crescita economica sta rallentando negli Usa, in Europa e in Cina, mentre le banche centrali, alzando i tassi di interesse nel tentativo di controllare l’inflazione, accentueranno la frenata dell’economia. La manovra deflazionistica porterà come conseguenza un deprezzamento degli asset reali, ora surriscaldati dal basso valore della moneta.
Anche le aziende del settore energetico stanno dando segnali preoccupanti. Ieri il gigante tedesco dell’energia Uniper ha chiesto espressamente l’intervento del governo di Olaf Scholz a supporto finanziario dell’azienda, che ha diffuso pessime previsioni per il 2022. Il titolo è arrivato a perdere il 14% sulla borsa di Francoforte. Sono le prime avvisaglie di un disastro che rischia di travolgere tutta l’Europa. Ci aspetta un autunno molto difficile.
In Libia bloccati i porti del greggio
Proprio nel momento in cui il mercato energetico, a causa della guerra in Ucraina, ha bisogno della massima stabilità dei flussi, un’enorme tegola di nome «crisi libica» si abbatte sulla comunità internazionale. In particolare sull’Italia, visto che la Libia è un partner chiave sia per la gestione dei flussi migratori verso l’Europa sia per l’approvvigionamento energetico. La Libia, alle prese con il caos politico e le conseguenti proteste, sfociate più volte in attacchi armati che hanno preso di mira le installazioni petrolifere e del gas, alza bandiera bianca sulle esportazioni. La compagnia petrolifera nazionale, National oil corporation (Noc), ha informato alcune compagnie commerciali e marittime di aver dichiarato lo stato di forza maggiore per i porti di Sidra e Ras Lanouf, i due più importanti depositi di stoccaggio petrolifero del Paese, situati nella parte orientale del Golfo della Sirte. Gli altri due porti della Mezzaluna petrolifera - Brega e Zueitina – sono chiusi già dalla seconda metà di aprile. La ripresa delle esportazioni petrolifere è essenziale per garantire l’approvvigionamento di combustibile, sia gas che diesel, che alimenta le centrali libiche. La produzione in Libia è però purtroppo scesa da 1,2 milioni di barili del 2021 ad appena 600-700.000 barili al giorno. Come si diceva, la diminuzione delle risorse e il blocco dell’export sono dovuti alle proteste maturate nell’ambito dell’instabilità politica.
La maggior parte dei giacimenti della Libia sono chiusi a causa dell’azione di non meglio identificati «manifestanti» che chiedono il trasferimento del potere dal Governo di unità nazionale (Gun, riconosciuto dalla comunità internazionale) di Abdulhamid Dabaiba al Governo di stabilità nazionale di Fathi Bashagha. Abdelhamid Dabaiba, premier appoggiato dall’Onu col compito mai portato a termine di accompagnare il Paese alle elezioni, si scontra con Fathi Bashagha. Il primo, pur se sfiduciato politicamente, non intende lasciare il suo ruolo se non attraverso il voto, in quanto legittimato dall’Onu. L’altro, forte della fiducia del parlamento di Tobruk, dovrebbe prendere ufficialmente posto, ma non può entrare a Tripoli con la forza per non delegittimarsi sul nascere. I sostenitori delle due figure creano scompiglio nel Paese e, nello specifico, i manifestanti pro Bashagha chiedono anche una distribuzione equa e trasparente delle entrate petrolifere nelle province libiche e il licenziamento del presidente della Noc, Mustafa Sanallah.
Proprio per questi problemi, lo scorso ventisette giugno, il presidente della Noc, Sanallah, aveva annunciato la possibilità di richiedere lo stato di forza maggiore, cioè l’impossibilità di consegnare i carichi di greggio ai clienti, nella regione del Golfo della Sirte, se le attività di produzione e spedizione non fossero riprese entro 72 ore. In un comunicato stampa, Sanallah aveva invitato tutte le parti che si stanno aspramente scontrando ad essere ragionevoli e a dare la precedenza agli interessi del Paese, consentendo al petrolio di tornare a fluire a stretto giro.
«Siamo di fronte a una realtà ricorrente. Ci sono chiusure nella regione del Golfo della Sirte e c’è chi sta cercando di demonizzare il settore petrolifero nella capitale, Tripoli, ma ci occuperemo di loro secondo i termini di legge», ha detto Sanallah. Gli scontri armati a Tripoli dimostrano che i sostenitori delle amministrazioni rivali sono disposti a usare qualsiasi mezzo, compresa la forza, per ottenere risultati politici favorevoli, anche se ciò danneggia la popolazione civile e l’economia. L’assenza di dialogo e di un quadro stabile sta complicando la ripresa dalla pandemia e la capacità delle Libia di affrontare le ricadute della guerra ucraina, che potrebbero affondare il Paese anche dal punto di vista alimentare.
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Mentre si parla di tetto ai prezzi, continua la corsa di elettricità e metano. A questi ritmi, un crollo della domanda diventa quasi inevitabile. O sarà disposto per legge, o sarà la recessione a «provvedere».Libia: la compagnia petrolifera di bandiera ha dichiarato lo stato di forza maggiore per gli scali di Sidra e Ras Lanouf. Le esportazioni adesso sono congelate del tutto.Lo speciale contiene due articoli.Non accenna a fermarsi la corsa dei prezzi energetici in Europa. I future sul gas al Ttf per il prossimo inverno quotano attorno ai 146 €/mwh, quelli per il mese di agosto poco sopra a 145 €/mwh. Per l’energia elettrica, il future per il 2023 Italia è a 269 €/mwh, il 2023 Germania a 295 €/mwh.A preoccupare di più però sono i prezzi dell’elettricità in Francia. In particolare, il Q4 2022 ieri ha toccato 803 €/mwh e il Q1 2023 ha raggiunto 645 €/mwh. Il solo mese di dicembre è stato scambiato a 825 €/mwh. Due giorni fa il future per l’energia delle ore di picco di dicembre ha raggiunto l’incredibile quotazione di 1.513 €/mwh. Questo perché la capacità nucleare francese al momento è operativa circa al 50% (29 impianti attivi su 56, cioè 30.000 mw su 60.000 circa) e c’è il timore che EdF non riesca a coprire la punta di potenza richiesta nei mesi di dicembre e gennaio, a causa di problemi di manutenzione. In altre parole, le quotazioni francesi riflettono il rischio di blackout a dicembre.Non si vedono soluzioni a breve. È vero che al G7 dei giorni scorsi si è parlato di energia, ma non tanto per capire come abbassare i prezzi, bensì soprattutto per stabilire come limitare gli introiti della Russia.Eppure, la situazione si aggrava ogni giorno che passa e prescinde dai problemi con la Russia. Occorre prendere atto del fatto che i rincari sono qui per restare, almeno fino a quando la domanda non subirà un calo consistente che riporti l’offerta in una condizione di surplus. Nel comparto dell’energia, l’elasticità della domanda (cioè la reattività della domanda al variare del prezzo) è assai più bassa che in altri settori commerciali, perché l’energia è un bene essenziale e i consumatori sono disposti a pagare anche molto pur di averne disponibilità. Tuttavia, per quanto alto, esiste un prezzo oltre il quale la domanda si riduce drasticamente. Per ciò che riguarda il gas, la domanda industriale italiana comincia ad essere vicina a quel prezzo, visto che sta già facendo segnare un -8% nei primi cinque mesi del 2022. Se le quotazioni dovessero aumentare, è facile prevedere che la domanda scenderà ancora, cioè che molte aziende, purtroppo, chiuderanno. Il riempimento degli stoccaggi italiani prosegue intanto a buon ritmo, dopo che il Comitato per l’emergenza gas giorni fa ha dato mandato a Snam di aumentare le giacenze, comprando gas direttamente. Una decisione, questa del ministro per la Transizione ecologica Roberto Cingolani, arrivata con grave ritardo, posto che diversi operatori e questo giornale avevano evidenziato le lentezze e le difficoltà sugli stoccaggi sin dal mese di marzo.Poiché si stanno già stipulando i contratti per l’acquisto di energia per il 2023, le aziende stanno incorporando oggi nel proprio conto economico costi energetici altissimi per il prossimo anno. Se il prezzo di questi contratti è variabile e indicizzato al Ttf o al Pun, le aziende possono fissarlo con un derivato ai livelli attuali, alti, oppure possono restare scoperti, correndo però il rischio di costi ancora più alti in futuro. In ogni caso, nel decidere i listini di vendita dei propri prodotti per il 2023, le aziende non potranno che traslare a valle gli alti costi energetici, in tutto o in parte, alimentando la spirale inflattiva e perdendo competitività. Questa situazione vale un po’ per tutta l’Europa, ma ci sono Paesi che stanno meglio dell’Italia perché i rispettivi governi sono intervenuti (o interverranno) con massicci aiuti di stato. Poiché non vi è modo, da qui al prossimo anno almeno, di aumentare l’offerta di energia in Europa in maniera consistente, l’unica maniera di abbassare i prezzi è ridurre la domanda. Questo si può fare in via amministrata, coordinando a livello centrale interruzioni a rotazione o concentrate per settori. Oppure, lasciando che la recessione colpisca e riduca il numero dei soggetti che costituiscono la domanda.La prima opzione sembra preferibile, infatti in Francia e in Germania sono in preparazione piani di riduzione dei consumi che cominceranno ad essere attuati presto, anche se la Russia non interrompesse i flussi di gas. In ogni caso, per assorbire il colpo i governi dovranno spendere molto più di quanto speso sinora e non riusciranno comunque a salvare tutti. Il rallentamento economico incombente contribuirà a riequilibrare il mercato su livelli più bassi, a costo però di una recessione dolorosa. La crescita economica sta rallentando negli Usa, in Europa e in Cina, mentre le banche centrali, alzando i tassi di interesse nel tentativo di controllare l’inflazione, accentueranno la frenata dell’economia. La manovra deflazionistica porterà come conseguenza un deprezzamento degli asset reali, ora surriscaldati dal basso valore della moneta.Anche le aziende del settore energetico stanno dando segnali preoccupanti. Ieri il gigante tedesco dell’energia Uniper ha chiesto espressamente l’intervento del governo di Olaf Scholz a supporto finanziario dell’azienda, che ha diffuso pessime previsioni per il 2022. Il titolo è arrivato a perdere il 14% sulla borsa di Francoforte. Sono le prime avvisaglie di un disastro che rischia di travolgere tutta l’Europa. Ci aspetta un autunno molto difficile.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lenergia-sara-la-tagliola-delle-pmi-dopo-lestate-razionamenti-e-fermi-2657595357.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-libia-bloccati-i-porti-del-greggio" data-post-id="2657595357" data-published-at="1656669014" data-use-pagination="False"> In Libia bloccati i porti del greggio Proprio nel momento in cui il mercato energetico, a causa della guerra in Ucraina, ha bisogno della massima stabilità dei flussi, un’enorme tegola di nome «crisi libica» si abbatte sulla comunità internazionale. In particolare sull’Italia, visto che la Libia è un partner chiave sia per la gestione dei flussi migratori verso l’Europa sia per l’approvvigionamento energetico. La Libia, alle prese con il caos politico e le conseguenti proteste, sfociate più volte in attacchi armati che hanno preso di mira le installazioni petrolifere e del gas, alza bandiera bianca sulle esportazioni. La compagnia petrolifera nazionale, National oil corporation (Noc), ha informato alcune compagnie commerciali e marittime di aver dichiarato lo stato di forza maggiore per i porti di Sidra e Ras Lanouf, i due più importanti depositi di stoccaggio petrolifero del Paese, situati nella parte orientale del Golfo della Sirte. Gli altri due porti della Mezzaluna petrolifera - Brega e Zueitina – sono chiusi già dalla seconda metà di aprile. La ripresa delle esportazioni petrolifere è essenziale per garantire l’approvvigionamento di combustibile, sia gas che diesel, che alimenta le centrali libiche. La produzione in Libia è però purtroppo scesa da 1,2 milioni di barili del 2021 ad appena 600-700.000 barili al giorno. Come si diceva, la diminuzione delle risorse e il blocco dell’export sono dovuti alle proteste maturate nell’ambito dell’instabilità politica. La maggior parte dei giacimenti della Libia sono chiusi a causa dell’azione di non meglio identificati «manifestanti» che chiedono il trasferimento del potere dal Governo di unità nazionale (Gun, riconosciuto dalla comunità internazionale) di Abdulhamid Dabaiba al Governo di stabilità nazionale di Fathi Bashagha. Abdelhamid Dabaiba, premier appoggiato dall’Onu col compito mai portato a termine di accompagnare il Paese alle elezioni, si scontra con Fathi Bashagha. Il primo, pur se sfiduciato politicamente, non intende lasciare il suo ruolo se non attraverso il voto, in quanto legittimato dall’Onu. L’altro, forte della fiducia del parlamento di Tobruk, dovrebbe prendere ufficialmente posto, ma non può entrare a Tripoli con la forza per non delegittimarsi sul nascere. I sostenitori delle due figure creano scompiglio nel Paese e, nello specifico, i manifestanti pro Bashagha chiedono anche una distribuzione equa e trasparente delle entrate petrolifere nelle province libiche e il licenziamento del presidente della Noc, Mustafa Sanallah. Proprio per questi problemi, lo scorso ventisette giugno, il presidente della Noc, Sanallah, aveva annunciato la possibilità di richiedere lo stato di forza maggiore, cioè l’impossibilità di consegnare i carichi di greggio ai clienti, nella regione del Golfo della Sirte, se le attività di produzione e spedizione non fossero riprese entro 72 ore. In un comunicato stampa, Sanallah aveva invitato tutte le parti che si stanno aspramente scontrando ad essere ragionevoli e a dare la precedenza agli interessi del Paese, consentendo al petrolio di tornare a fluire a stretto giro. «Siamo di fronte a una realtà ricorrente. Ci sono chiusure nella regione del Golfo della Sirte e c’è chi sta cercando di demonizzare il settore petrolifero nella capitale, Tripoli, ma ci occuperemo di loro secondo i termini di legge», ha detto Sanallah. Gli scontri armati a Tripoli dimostrano che i sostenitori delle amministrazioni rivali sono disposti a usare qualsiasi mezzo, compresa la forza, per ottenere risultati politici favorevoli, anche se ciò danneggia la popolazione civile e l’economia. L’assenza di dialogo e di un quadro stabile sta complicando la ripresa dalla pandemia e la capacità delle Libia di affrontare le ricadute della guerra ucraina, che potrebbero affondare il Paese anche dal punto di vista alimentare.
Fu la pubblicità di un’automobile a far scegliere il regista, I cattivi erano i cubani e la moto una Honda. Ecco la vera storia dell’iconico film d’aviazione che compie 40 anni.
Mario Monti, Giuseppe Conte e Romano Prodi (Ansa)
Tre ex premier che all’improvviso, dopo la sconfitta del centrodestra al referendum, riemergono dal passato. Inutile dire che, nonostante le differenti età, nessuno dei tre è rassegnato al passo indietro. Prodi ha 86 anni, Monti 83, Conte 61, ma tutti muoiono dalla voglia di tornare protagonisti, magari anche con un incarico da padri della patria, ovvero da presidente della Repubblica. Fare il capo dello Stato è piacevole, non si deve fare campagna elettorale, non si hanno responsabilità, si stringono tante mani e si fanno discorsi ovvi, con il risultato che si gode sempre, anche quando si fanno prediche inutili, di buona stampa.
Che il trio Lescano di cui sopra coltivi ambizioni per il prossimo futuro, ovvero per le elezioni del 2027, è evidente. E ognuno ha infatti la propria ricetta per il rilancio e tutti e tre la offrono gratis, sperando poi che al momento opportuno i vincitori si ricordino e siano riconoscenti. L’ex rettore della Bocconi, con un profondo editoriale sul quotidiano di via Solferino, ha spiegato che Giorgia Meloni, dopo la brutta botta del litigio con Trump (brutta poi, perché? Il presidente americano le ha fatto un favore, dato che nessuno ora la potrà accusare di essere una cheerleader del tycoon), deve fare uno scatto. Verso che cosa? Verso l’America o l’Europa, oppure investire su ricerca e sviluppo? No, lo scatto consiste nel cooperare con l’opposizione. In pratica, l’ex premier suggerisce una bella ammucchiata, come ai tempi in cui, senza alcun mandato elettorale, lui fu scelto da Giorgio Napolitano per fare i compiti a casa, vale a dire per stangare gli italiani. Naturalmente, patrocinare un governo di unità nazionale ha i suoi vantaggi, perché significa tenersi buoni tutti e al momento dell’elezione del nuovo inquilino del Quirinale non avere nemici può essere d’aiuto.
Giuseppe Conte invece è Giuseppe Conte, ovvero lo sconosciuto professore che un bel giorno dell’estate 2018 vinse alla lotteria e senza esperienza politica alcuna fu proiettato a Palazzo Chigi. Nell’intervista ad Aldo Cazzullo, l’ex premier si presenta come un miracolato di padre Pio, studente squattrinato che per tirare a campare è stato costretto a piccoli lavoretti (in pratica dava ripetizioni, mica scaricava cassette di frutta al mercato). Conte si sente un predestinato, ma anche un dispensatore di miracoli: infatti sul Corriere racconta della mamma che grazie al reddito di cittadinanza ha potuto comprare una bistecca ai figli e del pensionato che finalmente ha acquistato gli occhiali. Nell’intervista si presenta come un moderato, che politicamente ha oscillato fra Ciriaco De Mita e i radicali (non proprio la stessa cosa), ma a colpire è la riprova che, nonostante abbia trascorso tre anni a Palazzo Chigi, di economia non capisce nulla. Infatti insiste a dire che un euro investito in edilizia ne restituisce uno e mezzo allo Stato. Conte evidentemente si crede Gesù e pensa di essere capace di moltiplicare pani, pesci ed euro come Nostro Signore.
Quanto a Prodi, il professore esorta a mettere insieme un’armata Brancaleone come la sua, quella con cui nel 1996 vinse le elezioni. Ovviamente dimentica di dire che trent’anni fa al centrosinistra riuscì l’impresa perché la Lega corse da sola dopo le manovre di Oscar Luigi Scalfaro, mentre nel 2006 sconfisse il centrodestra per soli 24.000 voti e con lo straordinario contributo dei consensi che all’improvviso spuntarono in Campania e all’estero. Quanto fosse fragile comunque il successo dell’Ulivo è testimoniato dalla durata dei governi del Professore, cioè quanto un gatto in autostrada.
Comunque, vedere insieme sulle pagine dei principali giornali sia Monti che Prodi e Conte, credo sia uno spot per convincere gli elettori a tenerci stretto quel che abbiamo. Del Professore non si possono dimenticare l’eurotassa, né le privatizzazioni o il disastro dell’introduzione dell’euro. Di Monti restano a futura memoria sia gli esodati sia la super stangata dell’Imu. E per quanto riguarda Conte, c’è solo l’imbarazzo della scelta: dal reddito di cittadinanza al Superbonus, dai lockdown alle mascherine, senza dimenticare i banchi a rotelle. Insomma, se si vogliono vincere le prossime elezioni basta mostrare i loro volti, con la scritta «a volte ritornano».
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Giorgia Meloni (Ansa)
Non è infatti vero, come sostiene la storiografia ufficiale, che l’Italia fu liberata dalle forze partigiane, tanto meno dai partigiani garibaldini, braccio armato del Partito comunista, che costituivano solo una parte, a lungo minoritaria, di quella resistenza organizzata e armata che certamente ebbe un ruolo importante di sostegno all’esercito angloamericano nell’ultima fase del conflitto. Giorgio Bocca, che partigiano fu, nel 1966 con la sua Storia dell’Italia partigiana, si era messo a contare i numeri veri: nel settembre 1943 - come ha ben riassunto tempo fa il collega Maurizio Stefanini sul Foglio - i partigiani erano in tutto 1.500, a novembre salgono a 3.800; al 30 aprile 1944 sono 12.600, a fine anno - la stima ufficiale è di Ferruccio Parri per conto del Comitato di liberazione nazionale Alta Italia (Clnai) - raggiungono i 50.000 combattenti. Lo stesso Bocca poi conta 80.000 uomini ai primi del marzo 1945. Il dato interessante - ricorda Stefanini, «è che stando a questa stima appena un partigiano su 23 ha combattuto per almeno un anno; 5 su 6 hanno preso le armi negli ultimi quattro mesi; quasi 4 su 5 negli ultimi due mesi; e addirittura uno su due negli ultimi 10 giorni. Insomma, la tesi secondo cui in Italia nel 1945 ci fu una gran massa di eroi della “sesta giornata”, come si diceva a Milano dopo le Cinque giornate del 1848, non è calunnia, ma verità storica acclarata».
È evidente che una simile forza non sarebbe stata mai in grado di piegare l’esercito occupante tedesco né di avere la meglio su quello, certo malmesso, della Repubblica sociale. No, l’Italia fu liberata dalle forze alleate angloamericane, che riversarono sul fronte italiano, dal giugno 1943 al maggio 1945, centinaia di migliaia di soldati e migliaia di mezzi (solo in Sicilia sbarcarono 180.000 uomini in un colpo solo, altri 60.000 ad Anzio) pagando un contributo enorme in termini di vite umane: i morti solo americani furono oltre 90.000, ancora oggi sepolti in 42 cimiteri sul suolo italiano, da Udine a Siracusa (per fare un raffronto, i nostri partigiani morti in combattimento furono circa 6.000).
Onore alla resistenza e ai suoi morti: non c’è dubbio. Ma scommetto che anche quest’anno assisteremo a un 25 aprile che tradirà la storia e i suoi eroi venuti a liberarci e lo farà in nome di un anti-americanismo cronico e di un pacifismo sterile che rinnega il senso vero e profondo della ricorrenza: l’uso della forza legittima per cacciare i tiranni, l’Occidente a trazione americana come baluardo di libertà.
Senza dimenticare che se oggi abbiamo la Costituzione che abbiamo e che sventoliamo a ogni pie’ sospinto - spesso purtroppo a vanvera -, è perché gli americani liberatori ci permisero da subito di deciderla autonomamente, a differenza di quanto fecero con gli altri sconfitti della guerra, ovvero la Germania e il Giappone. Al netto della pazzie di Trump sono passati oltre ottant’anni e siamo ancora lì: il mondo libero - sempre guidato dall’America - da una parte, le tirannie dall’altra.
Non riconoscere questo significa disconoscere i presupposti su cui è nata la Repubblica, o peggio passare dalla parte sbagliata della storia. Quando la propaganda di sinistra punta il dito contro questo governo «succube dell’America» dice una bestemmia. Questo governo conosce e riconosce la storia per come è andata ed è grato a chi ha permesso che così andasse; questo governo sa che l’Occidente non è il paradiso terrestre ma che fuori dall’Occidente c’è soltanto di peggio, altro che Trump.
I nostri politici, gli intellettuali e i commentatori liberali e conservatori farebbero bene, invece che cincischiare timorosi, a trovare il coraggio di dirlo con forza. Nella situazione attuale il 25 aprile andrebbe rivendicato senza esitazione invece di essere lasciato in appalto alla falsa, ipocrita e pericolosa macchina della propaganda anti occidentale e quindi, in ultima istanza, anti italiana. Partigiani sì, ma a modo nostro. Che è poi quello autentico.
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Rumen Radev, leader della coalizione Bulgaria Progressista, vota durante le elezioni parlamentari a Sofia (Ansa)
Si profila un Parlamento composto da 6 partiti. Radev ha dichiarato di auspicare che la sua forza politica e la coalizione Continuiamo il cambiamento-Bulgaria democratica (Pp-Bd), guardino «nella stessa direzione» sulla sostituzione del Consiglio giudiziario supremo. «Siamo pronti a valutare diverse opzioni affinché la Bulgaria abbia un governo regolare e stabile. Faremo tutto il possibile per evitare che si tengano nuove elezioni. Sarebbe disastroso per il Paese, significherebbe passare da una crisi all’altra, e dobbiamo impegnarci seriamente per uscirne» ha detto a caldo, durante i primi exit poll, Radev che lo davano nettamente in testa col 38% dei consensi, con i conservatori di Gerb al 16%.
Tra promesse di lotta alla corruzione e posizioni considerate vicine a Mosca, l’ex presidente Radev, leader del partito Bulgaria progressista, è stato il favorito sin dalla prima ora. Una elezione cruciale per l’Europa dopo il cambio di passo dell’Ungheria che ha visto la fine dell’era di Victor Orbán. Con Radev, Mosca ha un nuovo «gancio» in Europa e questo preoccupa non poco Bruxelles. Due volte presidente, capo dell’aeronautica ed esperto pilota (in uno dei video più di successo della sua campagna elettorale si filma mentre decolla con un caccia MiG-29), Rumen Radev ha incentrato la campagna elettorale sulla lotta senza sosta all’onnipresente «Stato mafioso» che mina il Paese più povero dell’Ue. A inizio anno l’ex capo dello Stato ha deciso di chiudere anticipatamente il suo secondo mandato presidenziale, di creare il suo progetto politico Bulgaria progressista e di presentarsi all’elettorato promettendo di mettere fine al lungo periodo di instabilità politica. Il Paese non solo è il più povero dell’Unione europea ma di fatto dal 2021 nessuno riesce a governare tra manifestazioni anticorruzione e governi di minoranza. In cinque anni si sono alternati sette primi ministri, nessuno dei quali è riuscito a termine un mandato completo.
Il suo profilo politico è chiaro. Euroscettico, critico sull’ingresso della Bulgaria nell’Eurozona, arrivando a definire l’Europa «culturalmente depersonalizzata», Radev ha spesso adottato toni in linea con il Cremlino sulla guerra in Ucraina e ha lasciato intendere di voler importare petrolio russo. Pochi giorni prima del voto ha dichiarato che «non si deve prestare aiuto militare all’Ucraina» anche se non si definisce filorusso ma filobulgaro, ovvero «realistico». Hanno fatto discutere le sue posizioni sull’invasione russa: pur condannando ufficialmente l’aggressione del Cremlino, Radev ha sostenuto la necessità di una via d’uscita dal conflitto attraverso la riapertura del dialogo con Mosca. Una posizione che, nell’estate 2023, lo ha portato a uno scontro con Zelensky durante una visita ufficiale di quest’ultimo a Sofia.
Non sarà facile per Radev riusce a sbloccare l’impasse in cui si trova la Bulgaria, creando un governo stabile.
«È poco probabile che si possa formare un governo regolare. Non faremo parte di nessuna coalizione, il governo dipenderà dai negoziati», ha detto nel primo commento post voto, Boyko Borissov, leader del partito conservatore Gerb. In passato Borissov ha governato per circa 10 anni ed è stato l’ultimo primo ministro.
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