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2022-07-01
L’energia sarà la tagliola delle Pmi. Dopo l’estate razionamenti e fermi
Non accenna a fermarsi la corsa dei prezzi energetici in Europa. I future sul gas al Ttf per il prossimo inverno quotano attorno ai 146 €/mwh, quelli per il mese di agosto poco sopra a 145 €/mwh. Per l’energia elettrica, il future per il 2023 Italia è a 269 €/mwh, il 2023 Germania a 295 €/mwh.
A preoccupare di più però sono i prezzi dell’elettricità in Francia. In particolare, il Q4 2022 ieri ha toccato 803 €/mwh e il Q1 2023 ha raggiunto 645 €/mwh. Il solo mese di dicembre è stato scambiato a 825 €/mwh. Due giorni fa il future per l’energia delle ore di picco di dicembre ha raggiunto l’incredibile quotazione di 1.513 €/mwh. Questo perché la capacità nucleare francese al momento è operativa circa al 50% (29 impianti attivi su 56, cioè 30.000 mw su 60.000 circa) e c’è il timore che EdF non riesca a coprire la punta di potenza richiesta nei mesi di dicembre e gennaio, a causa di problemi di manutenzione. In altre parole, le quotazioni francesi riflettono il rischio di blackout a dicembre.
Non si vedono soluzioni a breve. È vero che al G7 dei giorni scorsi si è parlato di energia, ma non tanto per capire come abbassare i prezzi, bensì soprattutto per stabilire come limitare gli introiti della Russia.
Eppure, la situazione si aggrava ogni giorno che passa e prescinde dai problemi con la Russia. Occorre prendere atto del fatto che i rincari sono qui per restare, almeno fino a quando la domanda non subirà un calo consistente che riporti l’offerta in una condizione di surplus. Nel comparto dell’energia, l’elasticità della domanda (cioè la reattività della domanda al variare del prezzo) è assai più bassa che in altri settori commerciali, perché l’energia è un bene essenziale e i consumatori sono disposti a pagare anche molto pur di averne disponibilità. Tuttavia, per quanto alto, esiste un prezzo oltre il quale la domanda si riduce drasticamente. Per ciò che riguarda il gas, la domanda industriale italiana comincia ad essere vicina a quel prezzo, visto che sta già facendo segnare un -8% nei primi cinque mesi del 2022. Se le quotazioni dovessero aumentare, è facile prevedere che la domanda scenderà ancora, cioè che molte aziende, purtroppo, chiuderanno.
Il riempimento degli stoccaggi italiani prosegue intanto a buon ritmo, dopo che il Comitato per l’emergenza gas giorni fa ha dato mandato a Snam di aumentare le giacenze, comprando gas direttamente. Una decisione, questa del ministro per la Transizione ecologica Roberto Cingolani, arrivata con grave ritardo, posto che diversi operatori e questo giornale avevano evidenziato le lentezze e le difficoltà sugli stoccaggi sin dal mese di marzo.
Poiché si stanno già stipulando i contratti per l’acquisto di energia per il 2023, le aziende stanno incorporando oggi nel proprio conto economico costi energetici altissimi per il prossimo anno. Se il prezzo di questi contratti è variabile e indicizzato al Ttf o al Pun, le aziende possono fissarlo con un derivato ai livelli attuali, alti, oppure possono restare scoperti, correndo però il rischio di costi ancora più alti in futuro. In ogni caso, nel decidere i listini di vendita dei propri prodotti per il 2023, le aziende non potranno che traslare a valle gli alti costi energetici, in tutto o in parte, alimentando la spirale inflattiva e perdendo competitività. Questa situazione vale un po’ per tutta l’Europa, ma ci sono Paesi che stanno meglio dell’Italia perché i rispettivi governi sono intervenuti (o interverranno) con massicci aiuti di stato.
Poiché non vi è modo, da qui al prossimo anno almeno, di aumentare l’offerta di energia in Europa in maniera consistente, l’unica maniera di abbassare i prezzi è ridurre la domanda. Questo si può fare in via amministrata, coordinando a livello centrale interruzioni a rotazione o concentrate per settori. Oppure, lasciando che la recessione colpisca e riduca il numero dei soggetti che costituiscono la domanda.
La prima opzione sembra preferibile, infatti in Francia e in Germania sono in preparazione piani di riduzione dei consumi che cominceranno ad essere attuati presto, anche se la Russia non interrompesse i flussi di gas. In ogni caso, per assorbire il colpo i governi dovranno spendere molto più di quanto speso sinora e non riusciranno comunque a salvare tutti. Il rallentamento economico incombente contribuirà a riequilibrare il mercato su livelli più bassi, a costo però di una recessione dolorosa. La crescita economica sta rallentando negli Usa, in Europa e in Cina, mentre le banche centrali, alzando i tassi di interesse nel tentativo di controllare l’inflazione, accentueranno la frenata dell’economia. La manovra deflazionistica porterà come conseguenza un deprezzamento degli asset reali, ora surriscaldati dal basso valore della moneta.
Anche le aziende del settore energetico stanno dando segnali preoccupanti. Ieri il gigante tedesco dell’energia Uniper ha chiesto espressamente l’intervento del governo di Olaf Scholz a supporto finanziario dell’azienda, che ha diffuso pessime previsioni per il 2022. Il titolo è arrivato a perdere il 14% sulla borsa di Francoforte. Sono le prime avvisaglie di un disastro che rischia di travolgere tutta l’Europa. Ci aspetta un autunno molto difficile.
In Libia bloccati i porti del greggio
Proprio nel momento in cui il mercato energetico, a causa della guerra in Ucraina, ha bisogno della massima stabilità dei flussi, un’enorme tegola di nome «crisi libica» si abbatte sulla comunità internazionale. In particolare sull’Italia, visto che la Libia è un partner chiave sia per la gestione dei flussi migratori verso l’Europa sia per l’approvvigionamento energetico. La Libia, alle prese con il caos politico e le conseguenti proteste, sfociate più volte in attacchi armati che hanno preso di mira le installazioni petrolifere e del gas, alza bandiera bianca sulle esportazioni. La compagnia petrolifera nazionale, National oil corporation (Noc), ha informato alcune compagnie commerciali e marittime di aver dichiarato lo stato di forza maggiore per i porti di Sidra e Ras Lanouf, i due più importanti depositi di stoccaggio petrolifero del Paese, situati nella parte orientale del Golfo della Sirte. Gli altri due porti della Mezzaluna petrolifera - Brega e Zueitina – sono chiusi già dalla seconda metà di aprile. La ripresa delle esportazioni petrolifere è essenziale per garantire l’approvvigionamento di combustibile, sia gas che diesel, che alimenta le centrali libiche. La produzione in Libia è però purtroppo scesa da 1,2 milioni di barili del 2021 ad appena 600-700.000 barili al giorno. Come si diceva, la diminuzione delle risorse e il blocco dell’export sono dovuti alle proteste maturate nell’ambito dell’instabilità politica.
La maggior parte dei giacimenti della Libia sono chiusi a causa dell’azione di non meglio identificati «manifestanti» che chiedono il trasferimento del potere dal Governo di unità nazionale (Gun, riconosciuto dalla comunità internazionale) di Abdulhamid Dabaiba al Governo di stabilità nazionale di Fathi Bashagha. Abdelhamid Dabaiba, premier appoggiato dall’Onu col compito mai portato a termine di accompagnare il Paese alle elezioni, si scontra con Fathi Bashagha. Il primo, pur se sfiduciato politicamente, non intende lasciare il suo ruolo se non attraverso il voto, in quanto legittimato dall’Onu. L’altro, forte della fiducia del parlamento di Tobruk, dovrebbe prendere ufficialmente posto, ma non può entrare a Tripoli con la forza per non delegittimarsi sul nascere. I sostenitori delle due figure creano scompiglio nel Paese e, nello specifico, i manifestanti pro Bashagha chiedono anche una distribuzione equa e trasparente delle entrate petrolifere nelle province libiche e il licenziamento del presidente della Noc, Mustafa Sanallah.
Proprio per questi problemi, lo scorso ventisette giugno, il presidente della Noc, Sanallah, aveva annunciato la possibilità di richiedere lo stato di forza maggiore, cioè l’impossibilità di consegnare i carichi di greggio ai clienti, nella regione del Golfo della Sirte, se le attività di produzione e spedizione non fossero riprese entro 72 ore. In un comunicato stampa, Sanallah aveva invitato tutte le parti che si stanno aspramente scontrando ad essere ragionevoli e a dare la precedenza agli interessi del Paese, consentendo al petrolio di tornare a fluire a stretto giro.
«Siamo di fronte a una realtà ricorrente. Ci sono chiusure nella regione del Golfo della Sirte e c’è chi sta cercando di demonizzare il settore petrolifero nella capitale, Tripoli, ma ci occuperemo di loro secondo i termini di legge», ha detto Sanallah. Gli scontri armati a Tripoli dimostrano che i sostenitori delle amministrazioni rivali sono disposti a usare qualsiasi mezzo, compresa la forza, per ottenere risultati politici favorevoli, anche se ciò danneggia la popolazione civile e l’economia. L’assenza di dialogo e di un quadro stabile sta complicando la ripresa dalla pandemia e la capacità delle Libia di affrontare le ricadute della guerra ucraina, che potrebbero affondare il Paese anche dal punto di vista alimentare.
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Mentre si parla di tetto ai prezzi, continua la corsa di elettricità e metano. A questi ritmi, un crollo della domanda diventa quasi inevitabile. O sarà disposto per legge, o sarà la recessione a «provvedere».Libia: la compagnia petrolifera di bandiera ha dichiarato lo stato di forza maggiore per gli scali di Sidra e Ras Lanouf. Le esportazioni adesso sono congelate del tutto.Lo speciale contiene due articoli.Non accenna a fermarsi la corsa dei prezzi energetici in Europa. I future sul gas al Ttf per il prossimo inverno quotano attorno ai 146 €/mwh, quelli per il mese di agosto poco sopra a 145 €/mwh. Per l’energia elettrica, il future per il 2023 Italia è a 269 €/mwh, il 2023 Germania a 295 €/mwh.A preoccupare di più però sono i prezzi dell’elettricità in Francia. In particolare, il Q4 2022 ieri ha toccato 803 €/mwh e il Q1 2023 ha raggiunto 645 €/mwh. Il solo mese di dicembre è stato scambiato a 825 €/mwh. Due giorni fa il future per l’energia delle ore di picco di dicembre ha raggiunto l’incredibile quotazione di 1.513 €/mwh. Questo perché la capacità nucleare francese al momento è operativa circa al 50% (29 impianti attivi su 56, cioè 30.000 mw su 60.000 circa) e c’è il timore che EdF non riesca a coprire la punta di potenza richiesta nei mesi di dicembre e gennaio, a causa di problemi di manutenzione. In altre parole, le quotazioni francesi riflettono il rischio di blackout a dicembre.Non si vedono soluzioni a breve. È vero che al G7 dei giorni scorsi si è parlato di energia, ma non tanto per capire come abbassare i prezzi, bensì soprattutto per stabilire come limitare gli introiti della Russia.Eppure, la situazione si aggrava ogni giorno che passa e prescinde dai problemi con la Russia. Occorre prendere atto del fatto che i rincari sono qui per restare, almeno fino a quando la domanda non subirà un calo consistente che riporti l’offerta in una condizione di surplus. Nel comparto dell’energia, l’elasticità della domanda (cioè la reattività della domanda al variare del prezzo) è assai più bassa che in altri settori commerciali, perché l’energia è un bene essenziale e i consumatori sono disposti a pagare anche molto pur di averne disponibilità. Tuttavia, per quanto alto, esiste un prezzo oltre il quale la domanda si riduce drasticamente. Per ciò che riguarda il gas, la domanda industriale italiana comincia ad essere vicina a quel prezzo, visto che sta già facendo segnare un -8% nei primi cinque mesi del 2022. Se le quotazioni dovessero aumentare, è facile prevedere che la domanda scenderà ancora, cioè che molte aziende, purtroppo, chiuderanno. Il riempimento degli stoccaggi italiani prosegue intanto a buon ritmo, dopo che il Comitato per l’emergenza gas giorni fa ha dato mandato a Snam di aumentare le giacenze, comprando gas direttamente. Una decisione, questa del ministro per la Transizione ecologica Roberto Cingolani, arrivata con grave ritardo, posto che diversi operatori e questo giornale avevano evidenziato le lentezze e le difficoltà sugli stoccaggi sin dal mese di marzo.Poiché si stanno già stipulando i contratti per l’acquisto di energia per il 2023, le aziende stanno incorporando oggi nel proprio conto economico costi energetici altissimi per il prossimo anno. Se il prezzo di questi contratti è variabile e indicizzato al Ttf o al Pun, le aziende possono fissarlo con un derivato ai livelli attuali, alti, oppure possono restare scoperti, correndo però il rischio di costi ancora più alti in futuro. In ogni caso, nel decidere i listini di vendita dei propri prodotti per il 2023, le aziende non potranno che traslare a valle gli alti costi energetici, in tutto o in parte, alimentando la spirale inflattiva e perdendo competitività. Questa situazione vale un po’ per tutta l’Europa, ma ci sono Paesi che stanno meglio dell’Italia perché i rispettivi governi sono intervenuti (o interverranno) con massicci aiuti di stato. Poiché non vi è modo, da qui al prossimo anno almeno, di aumentare l’offerta di energia in Europa in maniera consistente, l’unica maniera di abbassare i prezzi è ridurre la domanda. Questo si può fare in via amministrata, coordinando a livello centrale interruzioni a rotazione o concentrate per settori. Oppure, lasciando che la recessione colpisca e riduca il numero dei soggetti che costituiscono la domanda.La prima opzione sembra preferibile, infatti in Francia e in Germania sono in preparazione piani di riduzione dei consumi che cominceranno ad essere attuati presto, anche se la Russia non interrompesse i flussi di gas. In ogni caso, per assorbire il colpo i governi dovranno spendere molto più di quanto speso sinora e non riusciranno comunque a salvare tutti. Il rallentamento economico incombente contribuirà a riequilibrare il mercato su livelli più bassi, a costo però di una recessione dolorosa. La crescita economica sta rallentando negli Usa, in Europa e in Cina, mentre le banche centrali, alzando i tassi di interesse nel tentativo di controllare l’inflazione, accentueranno la frenata dell’economia. La manovra deflazionistica porterà come conseguenza un deprezzamento degli asset reali, ora surriscaldati dal basso valore della moneta.Anche le aziende del settore energetico stanno dando segnali preoccupanti. Ieri il gigante tedesco dell’energia Uniper ha chiesto espressamente l’intervento del governo di Olaf Scholz a supporto finanziario dell’azienda, che ha diffuso pessime previsioni per il 2022. Il titolo è arrivato a perdere il 14% sulla borsa di Francoforte. Sono le prime avvisaglie di un disastro che rischia di travolgere tutta l’Europa. 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La Libia, alle prese con il caos politico e le conseguenti proteste, sfociate più volte in attacchi armati che hanno preso di mira le installazioni petrolifere e del gas, alza bandiera bianca sulle esportazioni. La compagnia petrolifera nazionale, National oil corporation (Noc), ha informato alcune compagnie commerciali e marittime di aver dichiarato lo stato di forza maggiore per i porti di Sidra e Ras Lanouf, i due più importanti depositi di stoccaggio petrolifero del Paese, situati nella parte orientale del Golfo della Sirte. Gli altri due porti della Mezzaluna petrolifera - Brega e Zueitina – sono chiusi già dalla seconda metà di aprile. La ripresa delle esportazioni petrolifere è essenziale per garantire l’approvvigionamento di combustibile, sia gas che diesel, che alimenta le centrali libiche. La produzione in Libia è però purtroppo scesa da 1,2 milioni di barili del 2021 ad appena 600-700.000 barili al giorno. Come si diceva, la diminuzione delle risorse e il blocco dell’export sono dovuti alle proteste maturate nell’ambito dell’instabilità politica. La maggior parte dei giacimenti della Libia sono chiusi a causa dell’azione di non meglio identificati «manifestanti» che chiedono il trasferimento del potere dal Governo di unità nazionale (Gun, riconosciuto dalla comunità internazionale) di Abdulhamid Dabaiba al Governo di stabilità nazionale di Fathi Bashagha. Abdelhamid Dabaiba, premier appoggiato dall’Onu col compito mai portato a termine di accompagnare il Paese alle elezioni, si scontra con Fathi Bashagha. Il primo, pur se sfiduciato politicamente, non intende lasciare il suo ruolo se non attraverso il voto, in quanto legittimato dall’Onu. L’altro, forte della fiducia del parlamento di Tobruk, dovrebbe prendere ufficialmente posto, ma non può entrare a Tripoli con la forza per non delegittimarsi sul nascere. I sostenitori delle due figure creano scompiglio nel Paese e, nello specifico, i manifestanti pro Bashagha chiedono anche una distribuzione equa e trasparente delle entrate petrolifere nelle province libiche e il licenziamento del presidente della Noc, Mustafa Sanallah. Proprio per questi problemi, lo scorso ventisette giugno, il presidente della Noc, Sanallah, aveva annunciato la possibilità di richiedere lo stato di forza maggiore, cioè l’impossibilità di consegnare i carichi di greggio ai clienti, nella regione del Golfo della Sirte, se le attività di produzione e spedizione non fossero riprese entro 72 ore. In un comunicato stampa, Sanallah aveva invitato tutte le parti che si stanno aspramente scontrando ad essere ragionevoli e a dare la precedenza agli interessi del Paese, consentendo al petrolio di tornare a fluire a stretto giro. «Siamo di fronte a una realtà ricorrente. Ci sono chiusure nella regione del Golfo della Sirte e c’è chi sta cercando di demonizzare il settore petrolifero nella capitale, Tripoli, ma ci occuperemo di loro secondo i termini di legge», ha detto Sanallah. Gli scontri armati a Tripoli dimostrano che i sostenitori delle amministrazioni rivali sono disposti a usare qualsiasi mezzo, compresa la forza, per ottenere risultati politici favorevoli, anche se ciò danneggia la popolazione civile e l’economia. L’assenza di dialogo e di un quadro stabile sta complicando la ripresa dalla pandemia e la capacità delle Libia di affrontare le ricadute della guerra ucraina, che potrebbero affondare il Paese anche dal punto di vista alimentare.
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Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
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Ecco #DimmiLaVerità del 17 giugno 2026. Il deputato della Lega Andrea de Bertoldi, presidente dei Liberali Cristiano Democratici, illustra la sua proposta di legge per i professionisti.
Accordo Usa-Iran, petrolio in calo, Fed più silenziosa, deepfake elettorali, caso Platner, Newsom sotto indagine e nuovi dubbi democratici su gas e petrolio.
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L'indice misura la percezione della corruzione nel settore pubblico attraverso una scala che va da 0 a 100. Più alto è il punteggio, maggiore è la trasparenza percepita delle istituzioni pubbliche. Più basso è il valore, maggiore è invece la convinzione che il sistema politico e amministrativo sia permeabile a favoritismi, clientelismo e abuso di potere.
In cima alla classifica si confermano i soliti noti. La Danimarca occupa il primo posto seguita da Finlandia, Singapore, Nuova Zelanda e Norvegia. Non si tratta di una coincidenza. Questi Paesi condividono alcune caratteristiche fondamentali: amministrazioni pubbliche efficienti, elevata fiducia dei cittadini nelle istituzioni, sistemi giudiziari indipendenti e una cultura politica che premia la trasparenza. In altre parole, sono Stati in cui il rispetto delle regole non dipende soltanto dalla presenza di leggi severe, ma da una consolidata cultura civica. All'estremo opposto della graduatoria troviamo invece Sudan del Sud, Somalia, Venezuela, Siria e Yemen. In questi casi la corruzione si intreccia con guerre civili, crisi economiche, fragilità istituzionale e spesso con la sopravvivenza stessa dello Stato. Quando le istituzioni si indeboliscono o collassano, la corruzione smette di essere una deviazione e diventa una componente strutturale del sistema.
Tuttavia, il dato più interessante del rapporto non riguarda i Paesi che occupano le prime o le ultime posizioni della classifica. La vera notizia è il progressivo deterioramento registrato in molte democrazie avanzate. Negli ultimi dieci anni il numero di Paesi che ottengono punteggi superiori a 80 punti è diminuito sensibilmente. Un segnale che, secondo Transparency International, riflette un indebolimento della fiducia nelle istituzioni pubbliche e nei meccanismi di controllo del potere. La percezione della corruzione non coincide necessariamente con la presenza di reati accertati. Rappresenta piuttosto il modo in cui cittadini, investitori e osservatori internazionali valutano il funzionamento delle istituzioni. È proprio questo elemento a rendere il dato particolarmente significativo. Quando cresce la convinzione che il potere sia influenzato da interessi privati, lobby o gruppi economici, diminuisce la fiducia nel sistema democratico.
Gli Stati Uniti rappresentano uno degli esempi più emblematici di questa tendenza. Pur rimanendo una delle principali democrazie del mondo, Washington ha registrato negli ultimi anni un progressivo peggioramento della propria posizione nell'indice. Secondo Transparency International, tra i fattori che alimentano questa percezione vi sono il crescente peso dei gruppi di pressione economica nel processo decisionale e la polarizzazione politica che caratterizza il dibattito pubblico americano. Anche l'Europa occidentale, che continua a essere la regione più virtuosa del pianeta, mostra segnali di affaticamento. Diversi Paesi hanno perso posizioni rispetto al passato e gli esperti evidenziano come il contrasto alla corruzione stia procedendo con minore efficacia rispetto agli anni precedenti. La crescente sfiducia verso le élite politiche, l'espansione delle campagne di disinformazione e la crisi di rappresentanza che attraversa molte democrazie contribuiscono a creare un clima favorevole alla percezione di una minore trasparenza. In questo contesto l'Italia continua a occupare una posizione intermedia. Il nostro Paese ha compiuto progressi rispetto al passato grazie a una serie di riforme normative e all'introduzione di strumenti più efficaci per il contrasto alla corruzione. Tuttavia resta distante dai livelli raggiunti dai Paesi nordici e continua a scontare problemi strutturali legati alla lentezza burocratica, alla complessità amministrativa e a una diffusa sfiducia nei confronti della politica.
La Svizzera, al contrario, continua a collocarsi tra i Paesi più virtuosi del mondo. La stabilità delle sue istituzioni, la qualità della pubblica amministrazione e la forte cultura della responsabilità individuale rappresentano elementi che contribuiscono a mantenere elevati standard di trasparenza. Un altro aspetto spesso sottovalutato riguarda l'impatto economico della corruzione. Secondo numerosi studi internazionali, la presenza di fenomeni corruttivi scoraggia gli investimenti esteri, aumenta i costi delle opere pubbliche e riduce la competitività delle imprese. Quando gli appalti non vengono assegnati sulla base del merito ma delle relazioni personali o politiche, il risultato è una minore efficienza della spesa pubblica e una riduzione della qualità dei servizi offerti ai cittadini. Le conseguenze sono visibili nelle infrastrutture incompiute, nei ritardi amministrativi e nella perdita di fiducia verso lo Stato.
La corruzione produce inoltre effetti diretti sul tessuto sociale. Dove i cittadini percepiscono che le regole non sono uguali per tutti cresce il senso di ingiustizia e diminuisce la partecipazione alla vita pubblica. Non è un caso che molti dei Paesi che registrano i peggiori risultati nell'indice siano caratterizzati anche da bassi livelli di fiducia nelle istituzioni e da una forte instabilità politica. Per questo motivo la lotta alla corruzione non rappresenta soltanto una questione giudiziaria o amministrativa, ma costituisce una sfida cruciale per la tenuta delle democrazie moderne e per la crescita economica delle nazioni. Il rapporto di Visual Capitalist offre dunque una lezione importante. La corruzione non è una questione che riguarda esclusivamente il livello di ricchezza di una nazione. Esistono Paesi ricchi che peggiorano e Paesi meno sviluppati che riescono a migliorare. La differenza la fanno la qualità delle istituzioni, l'indipendenza della magistratura, la libertà di stampa e la capacità di garantire controlli efficaci sull'esercizio del potere. Quando questi pilastri si indeboliscono, anche le democrazie più solide possono perdere terreno. Ed è proprio questo il messaggio più significativo che emerge dalla classifica: nessun Paese può considerarsi immune dalla corruzione e la trasparenza non è una conquista definitiva, ma un obiettivo che deve essere difeso ogni giorno e bisogna volerlo con forza.
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