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2019-07-17
Lega e grillini si spaccano in Europa. Ursula presidente con i voti del M5s
Ansa
Una vittoria sul filo di lana che spacca in due l'Europa e la maggioranza che regge l'esecutivo del nostro Paese. La tedesca Ursula von der Leyen deve dire grazie alla dozzina di eurodeputati del M5s che l'hanno votata se da oggi può sedere (prima donna nella storia) sullo scranno continentale più prestigioso, quello riservato al presidente della Commissione europea. Su una maggioranza richiesta di 374 voti, infatti, la candidata ne ha raccolti appena 383. Di segno opposto il voto dell'altro alleato di governo, la Lega di Matteo Salvini. Si apre ora una pagina complessa per la gestione dei rapporti interni al governo, con l'eventualità che il M5s, di fatto ago della bilancia in Parlamento, si arroghi il diritto di chiedere per sé il ruolo del commissario europeo. Eloquente il tweet immediatamente successivo all'annuncio dell'esito voto scritto dal leghista Claudio Borghi: «Penso solo insulti». Così come il precedente del grillino Dino Giarrusso: «Decisivi». Per tutta la giornata si sono rincorse dichiarazioni di segno contrastante che hanno fatto temere per il peggio. Molti dei gruppi hanno preso posizione solo nel tardo pomeriggio, compresi i socialisti, i quali hanno diramato una nota solamente dieci minuti prima del voto.
Quella della von der Leyen rimane comunque una vittoria di Pirro. Tolto il Ppe, infatti, ognuno dei gruppi che ha contribuito alla sua elezione vanta un credito nei suoi confronti. «Eravamo molto scettici quando la candidata si è presentata al nostro cospetto», si legge nella nota diffusa dai socialisti, «ma oggi dobbiamo ammettere che è venuta incontro a molte delle richieste del gruppo». Il faro rimane comunque puntato: «Rimarremo comunque vigili per essere sicuri che nei prossimi 5 anni manterrà le promesse fatte». Per non parlare dei liberali, che per garantirle il voto nei giorni scorsi avevano chiesto di riservare il posto di primo vicepresidente a Margrethe Vestager.
Nella mattinata Ursula von der Leyen aveva tenuto un discorso convintamente europeista. «Il mondo chiede più Europa, il mondo ha bisogno di più Europa», ha chiosato entusiasta la candidata alla presidenza della Commissione europea. Sull'onda dell'entusiasmo degli ultimi mesi e nel tentativo (comunque rivelatosi inutile) di convincere il gruppo dei Verdi, la prima parte della prolusione è stata sacrificata alla causa ambientalista. Prima l'annuncio di un «green deal» europeo, con la volontà di fare dell'Europa il primo continente neutro dal punto di vista climatico entro il 2050 tramite una riduzione delle emissioni di CO2 del 50-55% («il 40% è troppo poco» ha dichiarato) entro il 2030. Sul piatto anche un piano europeo di investimenti sostenibili da 1.000 miliardi e l'introduzione della carbon tax.
Sul versante economico, la von der Leyen si è soffermata a lungo sui temi sociali, evitando volutamente di impelagarsi nel merito delle scelte di politica monetaria (finora al centro dell'agenda continentale) e sorvolando sui dettagli del budget settennale ancora in fase di negoziato. Confermata l'idea di favorire l'introduzione del salario minimo in tutti gli Stati membri e di un programma di disoccupazione complementare, come già anticipato nei giorni scorsi con una lettera ai parlamentari. Sul secondo punto, in particolare, esistono già degli studi di fattibilità commissionati da Bruxelles, quindi si tratterebbe di fatto della prosecuzione di un punto programmatico già messo in cantiere dalla precedente Commissione. Ma la von der Leyen ha annunciato anche la volontà di potenziare il programma «Garanzia giovani», triplicare gli sforzi finanziari dell'Erasmus e introdurre la «Garanzia bambini» per il contrasto alla povertà (in realtà già inclusa nel programma del prossimo budget). Menzione particolare per la parità di genere. Le prime parole del discorso sono dedicate a Simone Veil, presidente donna del primo Parlamento europeo: «E 40 anni dopo, è con grande orgoglio che posso dire: finalmente una donna è candidata alla presidenza della Commissione europea». Per favorire questo principio, l'idea è quella di imporre l'assoluta parità di genere tra i commissari: «Se uno degli Stati membri non mi fornirà nomi di donne a sufficienza, non esiterò a chiederne altri».
Parole piuttosto drastiche per quanto riguarda due temi considerati tra i più caldi. «Non ci può essere alcun compromesso quando c'è di mezzo lo stato di diritto», ha dichiarato severa, aggiungendo che supporterà «ogni nuovo strumento» per contrastare le violazioni in questo campo. Anche in questo caso la strizzatina d'occhio è rivolta ai liberali di Renew Europe che considerano il giro di vite sullo stato di diritto un requisito imprescindibile per il supporto alla von der Leyen. Categorica anche la posizione sui migranti. Pur riconoscendo l'ovvio («dobbiamo ridurre l'immigrazione irregolare contrabbandieri e trafficanti, perché sono criminali» e «sono consapevole di quanto siano difficili e controverse le discussioni su questo tema»), la von der Leyen ha inferto una stoccata niente male ai sovranisti: «Sussiste il dovere legale e morale di rispettare la dignità di ogni essere umano. L'Unione europea può e deve difendere questi valori. L'Unione europea ha bisogno di confini umani. Dobbiamo salvare, ma salvare solamente non basta».
Via Selmayr, il più odiato a Bruxelles
Una giusta l'ha fatta la tedesca Ursula von der Leyen, ieri confermata dal Parlamento europeo come futuro presidente della Commissione. Lunedì, incontrando con il presidente del gruppo socialista, la spagnola Iratxe García Pérez, l'uscente ministro della Difesa di Berlino aveva spiegato di essere decisa a fare a meno dei servizi di Martin Selmayr, il controverso segretario generale della Commissione europea e vero dominus della struttura che conta più di 30.000 persone, nel caso in cui fosse stata eletta. E ieri è stato lo stesso Selmayr, parlando con Politico Europe, a confermare il suo addio: lascerà il suo posto a Palazzo Berlaymont «alla fine della prossima settimana».
Il braccio destro del presidente uscente Jean-Claude Juncker ha deciso quindi di fare la prima mossa per evitare la cacciata. L'annuncio della von der Leyen alla García Pérez aveva, infatti, due ragioni. La prima: convincere i socialisti a votarla promettendo la testa dell'odiato burocrate. La seconda: liberarsi dello stesso burocrate che negli ultimi giorni si stava dando un gran da fare per evitare che la tedesca succedesse a Juncker. Il timore di Selmayr? Quello di non venire riconfermato. E non soltanto perché sarebbe piuttosto scomodo avere presidente della Commissione e segretario generale della Commissione entrambi tedeschi. Ma anche perché il protetto di Juncker - chiamato, con disprezzo e al tempo stesso timore, Occhio di Sauron, con riferimento al personaggio del Signore degli anelli, oppure Dart Fener, il grande cattivo di Guerre stellari, nelle stanze dell'Ue, è piuttosto odiato dai parlamentari europei e dai funzionari a lui non allineati, che parlano, per i suoi metodi di «regime di terrore». Il Parlamento europeo, anche nella nuova composizione, non sembra aver dimenticato il febbraio 2018, quando con un blitz che sollevò uno dei più grandi scandali nella storia delle istituzioni europee, censurato diverse volte dall'Aula guidata allora da Antonio Tajani, Selmayr, all'epoca capo di gabinetto di Juncker, fu nominato in pochi minuti segretario generale. Con l'appoggio del suo capo e anche di Günter Oettinger, responsabile del Bilancio ma anche del personale dell'esecutivo Ue, balzò a capo della struttura comunitaria con una finta procedura che ancora oggi rappresenta probabilmente il più duro colpo alla credibilità delle istituzioni europee.
E dire che Selmayr le aveva tentate tutte, perfino la carta dell'autoridimensionamento. Secondo quanto riferito da ambienti diplomatici di Bruxelles al settimanale tedesco Wirtschaftswoche, Occhio di Sauron era pronto a diventare capo del gabinetto della von der Leyen. Una regola non scritta dell'Ue prevede che segretario generale e presidente della Commissione europea non possano essere della stessa nazionalità. Ecco perché Selmayr (che secondo un'inchiesta del quotidiano francese Libération avrebbe esercitato forti pressioni sull'alta funzionaria italiana Laura Pignataro tali da alimentare la depressione che l'ha poi indotta al suicidio lo scorso dicembre) era disposto a cambiare posizione per diventare il capo dell'ufficio della von der Leyen.
Ma prima di lasciare, Selmayr, che non ha chiarito il suo futuro anche se a Bruxelles si sospetta da tempi che punti a diventare ambasciatore dell'Ue nel Regno Unito dopo la Brexit (che obbligherà Bruxelles ad aprire una sede diplomatica a Londra), ha voluto chiarire una cosa, come se non fosse già evidente: questa nuova Commissione «è un progetto francotedesco». Ecco quindi che il favorito alla sua successione è il francese Olivier Guersent, direttore generale per i Servizi finanziari e uomo di cui Selmayr sembra fidarsi molto.
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La tedesca von der Leyen a capo della Commissione Ue con una maggioranza risicata. Furibondi gli alleati di governo. Nel discorso d'insediamento carbon tax e parità di genere. Sui migranti: «Solo salvare non basta».Il tedesco Martin Selmayr, potente segretario generale della Commissione di Jean-Claude Juncker, costretto a lasciare: «Dopo di me un francese, è un progetto francotedesco». Favorito Olivier Guersent.Lo speciale contiene due articoli.Una vittoria sul filo di lana che spacca in due l'Europa e la maggioranza che regge l'esecutivo del nostro Paese. La tedesca Ursula von der Leyen deve dire grazie alla dozzina di eurodeputati del M5s che l'hanno votata se da oggi può sedere (prima donna nella storia) sullo scranno continentale più prestigioso, quello riservato al presidente della Commissione europea. Su una maggioranza richiesta di 374 voti, infatti, la candidata ne ha raccolti appena 383. Di segno opposto il voto dell'altro alleato di governo, la Lega di Matteo Salvini. Si apre ora una pagina complessa per la gestione dei rapporti interni al governo, con l'eventualità che il M5s, di fatto ago della bilancia in Parlamento, si arroghi il diritto di chiedere per sé il ruolo del commissario europeo. Eloquente il tweet immediatamente successivo all'annuncio dell'esito voto scritto dal leghista Claudio Borghi: «Penso solo insulti». Così come il precedente del grillino Dino Giarrusso: «Decisivi». Per tutta la giornata si sono rincorse dichiarazioni di segno contrastante che hanno fatto temere per il peggio. Molti dei gruppi hanno preso posizione solo nel tardo pomeriggio, compresi i socialisti, i quali hanno diramato una nota solamente dieci minuti prima del voto. Quella della von der Leyen rimane comunque una vittoria di Pirro. Tolto il Ppe, infatti, ognuno dei gruppi che ha contribuito alla sua elezione vanta un credito nei suoi confronti. «Eravamo molto scettici quando la candidata si è presentata al nostro cospetto», si legge nella nota diffusa dai socialisti, «ma oggi dobbiamo ammettere che è venuta incontro a molte delle richieste del gruppo». Il faro rimane comunque puntato: «Rimarremo comunque vigili per essere sicuri che nei prossimi 5 anni manterrà le promesse fatte». Per non parlare dei liberali, che per garantirle il voto nei giorni scorsi avevano chiesto di riservare il posto di primo vicepresidente a Margrethe Vestager.Nella mattinata Ursula von der Leyen aveva tenuto un discorso convintamente europeista. «Il mondo chiede più Europa, il mondo ha bisogno di più Europa», ha chiosato entusiasta la candidata alla presidenza della Commissione europea. Sull'onda dell'entusiasmo degli ultimi mesi e nel tentativo (comunque rivelatosi inutile) di convincere il gruppo dei Verdi, la prima parte della prolusione è stata sacrificata alla causa ambientalista. Prima l'annuncio di un «green deal» europeo, con la volontà di fare dell'Europa il primo continente neutro dal punto di vista climatico entro il 2050 tramite una riduzione delle emissioni di CO2 del 50-55% («il 40% è troppo poco» ha dichiarato) entro il 2030. Sul piatto anche un piano europeo di investimenti sostenibili da 1.000 miliardi e l'introduzione della carbon tax. Sul versante economico, la von der Leyen si è soffermata a lungo sui temi sociali, evitando volutamente di impelagarsi nel merito delle scelte di politica monetaria (finora al centro dell'agenda continentale) e sorvolando sui dettagli del budget settennale ancora in fase di negoziato. Confermata l'idea di favorire l'introduzione del salario minimo in tutti gli Stati membri e di un programma di disoccupazione complementare, come già anticipato nei giorni scorsi con una lettera ai parlamentari. Sul secondo punto, in particolare, esistono già degli studi di fattibilità commissionati da Bruxelles, quindi si tratterebbe di fatto della prosecuzione di un punto programmatico già messo in cantiere dalla precedente Commissione. Ma la von der Leyen ha annunciato anche la volontà di potenziare il programma «Garanzia giovani», triplicare gli sforzi finanziari dell'Erasmus e introdurre la «Garanzia bambini» per il contrasto alla povertà (in realtà già inclusa nel programma del prossimo budget). Menzione particolare per la parità di genere. Le prime parole del discorso sono dedicate a Simone Veil, presidente donna del primo Parlamento europeo: «E 40 anni dopo, è con grande orgoglio che posso dire: finalmente una donna è candidata alla presidenza della Commissione europea». Per favorire questo principio, l'idea è quella di imporre l'assoluta parità di genere tra i commissari: «Se uno degli Stati membri non mi fornirà nomi di donne a sufficienza, non esiterò a chiederne altri».Parole piuttosto drastiche per quanto riguarda due temi considerati tra i più caldi. «Non ci può essere alcun compromesso quando c'è di mezzo lo stato di diritto», ha dichiarato severa, aggiungendo che supporterà «ogni nuovo strumento» per contrastare le violazioni in questo campo. Anche in questo caso la strizzatina d'occhio è rivolta ai liberali di Renew Europe che considerano il giro di vite sullo stato di diritto un requisito imprescindibile per il supporto alla von der Leyen. Categorica anche la posizione sui migranti. Pur riconoscendo l'ovvio («dobbiamo ridurre l'immigrazione irregolare contrabbandieri e trafficanti, perché sono criminali» e «sono consapevole di quanto siano difficili e controverse le discussioni su questo tema»), la von der Leyen ha inferto una stoccata niente male ai sovranisti: «Sussiste il dovere legale e morale di rispettare la dignità di ogni essere umano. L'Unione europea può e deve difendere questi valori. L'Unione europea ha bisogno di confini umani. 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Lunedì, incontrando con il presidente del gruppo socialista, la spagnola Iratxe García Pérez, l'uscente ministro della Difesa di Berlino aveva spiegato di essere decisa a fare a meno dei servizi di Martin Selmayr, il controverso segretario generale della Commissione europea e vero dominus della struttura che conta più di 30.000 persone, nel caso in cui fosse stata eletta. E ieri è stato lo stesso Selmayr, parlando con Politico Europe, a confermare il suo addio: lascerà il suo posto a Palazzo Berlaymont «alla fine della prossima settimana». Il braccio destro del presidente uscente Jean-Claude Juncker ha deciso quindi di fare la prima mossa per evitare la cacciata. L'annuncio della von der Leyen alla García Pérez aveva, infatti, due ragioni. La prima: convincere i socialisti a votarla promettendo la testa dell'odiato burocrate. La seconda: liberarsi dello stesso burocrate che negli ultimi giorni si stava dando un gran da fare per evitare che la tedesca succedesse a Juncker. Il timore di Selmayr? Quello di non venire riconfermato. E non soltanto perché sarebbe piuttosto scomodo avere presidente della Commissione e segretario generale della Commissione entrambi tedeschi. Ma anche perché il protetto di Juncker - chiamato, con disprezzo e al tempo stesso timore, Occhio di Sauron, con riferimento al personaggio del Signore degli anelli, oppure Dart Fener, il grande cattivo di Guerre stellari, nelle stanze dell'Ue, è piuttosto odiato dai parlamentari europei e dai funzionari a lui non allineati, che parlano, per i suoi metodi di «regime di terrore». Il Parlamento europeo, anche nella nuova composizione, non sembra aver dimenticato il febbraio 2018, quando con un blitz che sollevò uno dei più grandi scandali nella storia delle istituzioni europee, censurato diverse volte dall'Aula guidata allora da Antonio Tajani, Selmayr, all'epoca capo di gabinetto di Juncker, fu nominato in pochi minuti segretario generale. Con l'appoggio del suo capo e anche di Günter Oettinger, responsabile del Bilancio ma anche del personale dell'esecutivo Ue, balzò a capo della struttura comunitaria con una finta procedura che ancora oggi rappresenta probabilmente il più duro colpo alla credibilità delle istituzioni europee. E dire che Selmayr le aveva tentate tutte, perfino la carta dell'autoridimensionamento. Secondo quanto riferito da ambienti diplomatici di Bruxelles al settimanale tedesco Wirtschaftswoche, Occhio di Sauron era pronto a diventare capo del gabinetto della von der Leyen. Una regola non scritta dell'Ue prevede che segretario generale e presidente della Commissione europea non possano essere della stessa nazionalità. Ecco perché Selmayr (che secondo un'inchiesta del quotidiano francese Libération avrebbe esercitato forti pressioni sull'alta funzionaria italiana Laura Pignataro tali da alimentare la depressione che l'ha poi indotta al suicidio lo scorso dicembre) era disposto a cambiare posizione per diventare il capo dell'ufficio della von der Leyen. Ma prima di lasciare, Selmayr, che non ha chiarito il suo futuro anche se a Bruxelles si sospetta da tempi che punti a diventare ambasciatore dell'Ue nel Regno Unito dopo la Brexit (che obbligherà Bruxelles ad aprire una sede diplomatica a Londra), ha voluto chiarire una cosa, come se non fosse già evidente: questa nuova Commissione «è un progetto francotedesco». Ecco quindi che il favorito alla sua successione è il francese Olivier Guersent, direttore generale per i Servizi finanziari e uomo di cui Selmayr sembra fidarsi molto.
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Domenico Pianese, segretario del COISP, spiega perché, anche quando pericolosi, gli immigrati irregolare non vengono espulsi dal nostro Paese, partendo dai casi di Aurora Livoli e del capotreno ucciso a Bologna. Tra decreti di espulsione inefficaci, burocrazia, accordi internazionali e decisioni giudiziarie, emerge un sistema che lascia liberi soggetti pericolosi e scarica il peso sulle forze dell’ordine.
John Logie Baird (a destra) durante una dimostrazione del suo apparecchio televisivo (Getty Images)
Baird, nato nel 1888 in Scozia, era un inventore per passione. Estroso sin dall’infanzia pur minato da una salute cagionevole, si specializzò nel campo dell’ingegneria elettrica. Dopo l’interruzione degli studi a causa della Grande Guerra, lavorò per la locale società elettrica «Clyde Valley Electrical Company» prima di diventare piccolo imprenditore nello stesso settore. Il sogno di trasmettere suoni e immagini a distanza per mezzo di cavi elettrici era il sogno di molti ricercatori dell’epoca, che anche Baird perseguì fin da giovanissimo, quando realizzò da solo una linea telefonica per comunicare con le camerette degli amici che abitavano nella sua via. La chiave di volta per l’invenzione del primo televisore arrivò nei primi anni Venti, quando l’inventore scozzese sfruttò a sua volta un dispositivo nato quarant’anni prima. Si trattava dell’apparecchio noto come «disco di Nipkow», dal nome del suo inventore Paul Gottlieb Nipkow che lo brevettò nel 1883. Questo consisteva in un disco rotante ligneo dove erano praticati fori disposti a spirale che, girando rapidamente di fronte ad un’immagine illuminata, la scomponevano in linee come un rudimentale scanner. La rotazione del disco generava un segnale luminoso variabile, che Baird fu in grado di tradurre in una serie di impulsi elettrici differenziati a seconda dell’intensità luminosa generata dall’effetto dei fori. La trasmissione degli impulsi avveniva per mezzo di una cellula fotoelettrica, che traduceva il segnale e lo inviava ad una linea elettrica, al termine della quale stava un apparecchio ricevente del tutto simile a quello trasmittente dove il disco di Nipkow, ricevuto l’impulso, girava allo stesso modo di quello del televisore che aveva catturato l’immagine. L’apparecchio ricevente era dotato di un vetro temperato che, colpito dagli impulsi luminosi del disco rotante, riproduceva l’immagine trasmessa elettricamente con una definizione di 30 linee. John Logie Baird riuscì per la prima volta a riprodurre l’immagine tra due apparecchi nel suo laboratorio nel 1924 utilizzando la maschera di un burattino ventriloquo truccata e fortemente illuminata, condizione necessaria per la trasmissione di un’immagine minimamente leggibile. La prima televisione elettromeccanica a distanza fu presentata da Baird il 26 gennaio 1926 a Londra di fronte ad un comitato di scienziati. Gli apparecchi furono sistemati in due stanze separate e Baird mosse la testa del manichino «Stooky Bill», che comparve simultaneamente sul vetro retroilluminato dell’apparecchio ricevente riproducendo fedelmente i movimenti. Anche se poco definita, quella primissima trasmissione televisiva segnò un punto di svolta. L’esperimento fece molta impressione negli ambienti scientifici inglesi, che nei mesi successivi assistettero ad altre dimostrazioni durante le quali fu usato per la prima volta un uomo in carne ed ossa, il fattorino di Baird William Edward Taynton, che può essere considerato il primo attore televisivo della storia.
Tra il 1926 e la fine del decennio l’invenzione di Baird ebbe larga eco, ed il suo sistema fu alla base delle prime trasmissioni della BBC iniziate nel 1929. Il sistema elettromeccanico tuttavia aveva grandi limiti. Il disco di Nipkow impediva la crescita della definizione e la meccanica era rumorosa e fragile. Il sistema Baird fu abbandonato negli anni Trenta con la nascita della televisione elettronica basata sull’utilizzo del tubo catodico.
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«Non è un investimento per i deboli di cuore», avverte il fondo Canaima, prevedendo che per districare il pantano politico ed economico serviranno anni. Nel resto dell’America Latina, tra reazioni politiche e minacce tariffarie, i listini continuano a macinare.
«La cattura di Maduro ha una valenza geopolitica ed economica profonda, ma questa “invasione di campo” preoccupa i vicini», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Messico, Colombia e Brasile hanno reagito con durezza, parlando di linee inaccettabili superate. Eppure, nonostante le minacce di Trump e i dazi pesantissimi, i mercati azionari dell’area nell’ultimo anno e anche nelle ultime sedute hanno messo a segno performance positive quasi da record».
D’altronde, «il Messico non è più solo una meta turistica o un fornitore di materie prime, ma è diventato l’hub manifatturiero vitale per l’industria americana», continua Gaziano. «Grazie alla vicinanza geografica e ai vantaggi logistici dell’accordo Usmca, l’85% dell’export messicano resta immune dai dazi. Questo spiega la crescita esplosiva di titoli come Cemex (+83%) o dei gruppi aeroportuali (Gap e Oma): ogni nuova fabbrica costruita per servire il mercato Usa genera un indotto infrastrutturale che la borsa sta premiando con multipli generosi».
Anche il Brasile se la passa bene. Le esportazioni sono ai massimi e il mercato azionario rimane secondo molti analisti attraente: l’indice Msci Brazil è scambiato a circa 10 volte gli utili futuri, con un rendimento da dividendi che sfiora il 6%. E i dazi hanno finora avuto un impatto limitato perché il Paese ha saputo diversificare, esportando record di soia verso la Cina.
Del resto, il ciclo dei tassi di interesse in Brasile sembra aver raggiunto il suo apice al 15%, e questo lascia spazio a un potenziale allentamento monetario che favorirebbe ulteriormente le valutazioni azionarie. Il mercato sembra aver trovato un accordo con Lula, preferendo la stabilità della riforma fiscale alle incertezze di uno scontro frontale con Washington.
Il Sud America nonostante tutto rappresenta per molti analisti un’opportunità tattica tra le più interessanti dei mercati emergenti seppur rischiosa per i rischi politici e geopolitici. La scommessa degli investitori è chiara: la regione è diventata troppo cruciale per le filiere globali. Dal petrolio al cemento passando per l’acciaio, stiamo parlando di mercati interessanti per le economie più sviluppate, sempre più bisognose di materie prime necessarie per supportate la digitalizzazione e, più in generale, lo sviluppo delle nuove infrastrutture tecnologiche.
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