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2019-07-17
Lega e grillini si spaccano in Europa. Ursula presidente con i voti del M5s
Ansa
Una vittoria sul filo di lana che spacca in due l'Europa e la maggioranza che regge l'esecutivo del nostro Paese. La tedesca Ursula von der Leyen deve dire grazie alla dozzina di eurodeputati del M5s che l'hanno votata se da oggi può sedere (prima donna nella storia) sullo scranno continentale più prestigioso, quello riservato al presidente della Commissione europea. Su una maggioranza richiesta di 374 voti, infatti, la candidata ne ha raccolti appena 383. Di segno opposto il voto dell'altro alleato di governo, la Lega di Matteo Salvini. Si apre ora una pagina complessa per la gestione dei rapporti interni al governo, con l'eventualità che il M5s, di fatto ago della bilancia in Parlamento, si arroghi il diritto di chiedere per sé il ruolo del commissario europeo. Eloquente il tweet immediatamente successivo all'annuncio dell'esito voto scritto dal leghista Claudio Borghi: «Penso solo insulti». Così come il precedente del grillino Dino Giarrusso: «Decisivi». Per tutta la giornata si sono rincorse dichiarazioni di segno contrastante che hanno fatto temere per il peggio. Molti dei gruppi hanno preso posizione solo nel tardo pomeriggio, compresi i socialisti, i quali hanno diramato una nota solamente dieci minuti prima del voto.
Quella della von der Leyen rimane comunque una vittoria di Pirro. Tolto il Ppe, infatti, ognuno dei gruppi che ha contribuito alla sua elezione vanta un credito nei suoi confronti. «Eravamo molto scettici quando la candidata si è presentata al nostro cospetto», si legge nella nota diffusa dai socialisti, «ma oggi dobbiamo ammettere che è venuta incontro a molte delle richieste del gruppo». Il faro rimane comunque puntato: «Rimarremo comunque vigili per essere sicuri che nei prossimi 5 anni manterrà le promesse fatte». Per non parlare dei liberali, che per garantirle il voto nei giorni scorsi avevano chiesto di riservare il posto di primo vicepresidente a Margrethe Vestager.
Nella mattinata Ursula von der Leyen aveva tenuto un discorso convintamente europeista. «Il mondo chiede più Europa, il mondo ha bisogno di più Europa», ha chiosato entusiasta la candidata alla presidenza della Commissione europea. Sull'onda dell'entusiasmo degli ultimi mesi e nel tentativo (comunque rivelatosi inutile) di convincere il gruppo dei Verdi, la prima parte della prolusione è stata sacrificata alla causa ambientalista. Prima l'annuncio di un «green deal» europeo, con la volontà di fare dell'Europa il primo continente neutro dal punto di vista climatico entro il 2050 tramite una riduzione delle emissioni di CO2 del 50-55% («il 40% è troppo poco» ha dichiarato) entro il 2030. Sul piatto anche un piano europeo di investimenti sostenibili da 1.000 miliardi e l'introduzione della carbon tax.
Sul versante economico, la von der Leyen si è soffermata a lungo sui temi sociali, evitando volutamente di impelagarsi nel merito delle scelte di politica monetaria (finora al centro dell'agenda continentale) e sorvolando sui dettagli del budget settennale ancora in fase di negoziato. Confermata l'idea di favorire l'introduzione del salario minimo in tutti gli Stati membri e di un programma di disoccupazione complementare, come già anticipato nei giorni scorsi con una lettera ai parlamentari. Sul secondo punto, in particolare, esistono già degli studi di fattibilità commissionati da Bruxelles, quindi si tratterebbe di fatto della prosecuzione di un punto programmatico già messo in cantiere dalla precedente Commissione. Ma la von der Leyen ha annunciato anche la volontà di potenziare il programma «Garanzia giovani», triplicare gli sforzi finanziari dell'Erasmus e introdurre la «Garanzia bambini» per il contrasto alla povertà (in realtà già inclusa nel programma del prossimo budget). Menzione particolare per la parità di genere. Le prime parole del discorso sono dedicate a Simone Veil, presidente donna del primo Parlamento europeo: «E 40 anni dopo, è con grande orgoglio che posso dire: finalmente una donna è candidata alla presidenza della Commissione europea». Per favorire questo principio, l'idea è quella di imporre l'assoluta parità di genere tra i commissari: «Se uno degli Stati membri non mi fornirà nomi di donne a sufficienza, non esiterò a chiederne altri».
Parole piuttosto drastiche per quanto riguarda due temi considerati tra i più caldi. «Non ci può essere alcun compromesso quando c'è di mezzo lo stato di diritto», ha dichiarato severa, aggiungendo che supporterà «ogni nuovo strumento» per contrastare le violazioni in questo campo. Anche in questo caso la strizzatina d'occhio è rivolta ai liberali di Renew Europe che considerano il giro di vite sullo stato di diritto un requisito imprescindibile per il supporto alla von der Leyen. Categorica anche la posizione sui migranti. Pur riconoscendo l'ovvio («dobbiamo ridurre l'immigrazione irregolare contrabbandieri e trafficanti, perché sono criminali» e «sono consapevole di quanto siano difficili e controverse le discussioni su questo tema»), la von der Leyen ha inferto una stoccata niente male ai sovranisti: «Sussiste il dovere legale e morale di rispettare la dignità di ogni essere umano. L'Unione europea può e deve difendere questi valori. L'Unione europea ha bisogno di confini umani. Dobbiamo salvare, ma salvare solamente non basta».
Via Selmayr, il più odiato a Bruxelles
Una giusta l'ha fatta la tedesca Ursula von der Leyen, ieri confermata dal Parlamento europeo come futuro presidente della Commissione. Lunedì, incontrando con il presidente del gruppo socialista, la spagnola Iratxe García Pérez, l'uscente ministro della Difesa di Berlino aveva spiegato di essere decisa a fare a meno dei servizi di Martin Selmayr, il controverso segretario generale della Commissione europea e vero dominus della struttura che conta più di 30.000 persone, nel caso in cui fosse stata eletta. E ieri è stato lo stesso Selmayr, parlando con Politico Europe, a confermare il suo addio: lascerà il suo posto a Palazzo Berlaymont «alla fine della prossima settimana».
Il braccio destro del presidente uscente Jean-Claude Juncker ha deciso quindi di fare la prima mossa per evitare la cacciata. L'annuncio della von der Leyen alla García Pérez aveva, infatti, due ragioni. La prima: convincere i socialisti a votarla promettendo la testa dell'odiato burocrate. La seconda: liberarsi dello stesso burocrate che negli ultimi giorni si stava dando un gran da fare per evitare che la tedesca succedesse a Juncker. Il timore di Selmayr? Quello di non venire riconfermato. E non soltanto perché sarebbe piuttosto scomodo avere presidente della Commissione e segretario generale della Commissione entrambi tedeschi. Ma anche perché il protetto di Juncker - chiamato, con disprezzo e al tempo stesso timore, Occhio di Sauron, con riferimento al personaggio del Signore degli anelli, oppure Dart Fener, il grande cattivo di Guerre stellari, nelle stanze dell'Ue, è piuttosto odiato dai parlamentari europei e dai funzionari a lui non allineati, che parlano, per i suoi metodi di «regime di terrore». Il Parlamento europeo, anche nella nuova composizione, non sembra aver dimenticato il febbraio 2018, quando con un blitz che sollevò uno dei più grandi scandali nella storia delle istituzioni europee, censurato diverse volte dall'Aula guidata allora da Antonio Tajani, Selmayr, all'epoca capo di gabinetto di Juncker, fu nominato in pochi minuti segretario generale. Con l'appoggio del suo capo e anche di Günter Oettinger, responsabile del Bilancio ma anche del personale dell'esecutivo Ue, balzò a capo della struttura comunitaria con una finta procedura che ancora oggi rappresenta probabilmente il più duro colpo alla credibilità delle istituzioni europee.
E dire che Selmayr le aveva tentate tutte, perfino la carta dell'autoridimensionamento. Secondo quanto riferito da ambienti diplomatici di Bruxelles al settimanale tedesco Wirtschaftswoche, Occhio di Sauron era pronto a diventare capo del gabinetto della von der Leyen. Una regola non scritta dell'Ue prevede che segretario generale e presidente della Commissione europea non possano essere della stessa nazionalità. Ecco perché Selmayr (che secondo un'inchiesta del quotidiano francese Libération avrebbe esercitato forti pressioni sull'alta funzionaria italiana Laura Pignataro tali da alimentare la depressione che l'ha poi indotta al suicidio lo scorso dicembre) era disposto a cambiare posizione per diventare il capo dell'ufficio della von der Leyen.
Ma prima di lasciare, Selmayr, che non ha chiarito il suo futuro anche se a Bruxelles si sospetta da tempi che punti a diventare ambasciatore dell'Ue nel Regno Unito dopo la Brexit (che obbligherà Bruxelles ad aprire una sede diplomatica a Londra), ha voluto chiarire una cosa, come se non fosse già evidente: questa nuova Commissione «è un progetto francotedesco». Ecco quindi che il favorito alla sua successione è il francese Olivier Guersent, direttore generale per i Servizi finanziari e uomo di cui Selmayr sembra fidarsi molto.
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La tedesca von der Leyen a capo della Commissione Ue con una maggioranza risicata. Furibondi gli alleati di governo. Nel discorso d'insediamento carbon tax e parità di genere. Sui migranti: «Solo salvare non basta».Il tedesco Martin Selmayr, potente segretario generale della Commissione di Jean-Claude Juncker, costretto a lasciare: «Dopo di me un francese, è un progetto francotedesco». Favorito Olivier Guersent.Lo speciale contiene due articoli.Una vittoria sul filo di lana che spacca in due l'Europa e la maggioranza che regge l'esecutivo del nostro Paese. La tedesca Ursula von der Leyen deve dire grazie alla dozzina di eurodeputati del M5s che l'hanno votata se da oggi può sedere (prima donna nella storia) sullo scranno continentale più prestigioso, quello riservato al presidente della Commissione europea. Su una maggioranza richiesta di 374 voti, infatti, la candidata ne ha raccolti appena 383. Di segno opposto il voto dell'altro alleato di governo, la Lega di Matteo Salvini. Si apre ora una pagina complessa per la gestione dei rapporti interni al governo, con l'eventualità che il M5s, di fatto ago della bilancia in Parlamento, si arroghi il diritto di chiedere per sé il ruolo del commissario europeo. Eloquente il tweet immediatamente successivo all'annuncio dell'esito voto scritto dal leghista Claudio Borghi: «Penso solo insulti». Così come il precedente del grillino Dino Giarrusso: «Decisivi». Per tutta la giornata si sono rincorse dichiarazioni di segno contrastante che hanno fatto temere per il peggio. Molti dei gruppi hanno preso posizione solo nel tardo pomeriggio, compresi i socialisti, i quali hanno diramato una nota solamente dieci minuti prima del voto. Quella della von der Leyen rimane comunque una vittoria di Pirro. Tolto il Ppe, infatti, ognuno dei gruppi che ha contribuito alla sua elezione vanta un credito nei suoi confronti. «Eravamo molto scettici quando la candidata si è presentata al nostro cospetto», si legge nella nota diffusa dai socialisti, «ma oggi dobbiamo ammettere che è venuta incontro a molte delle richieste del gruppo». Il faro rimane comunque puntato: «Rimarremo comunque vigili per essere sicuri che nei prossimi 5 anni manterrà le promesse fatte». Per non parlare dei liberali, che per garantirle il voto nei giorni scorsi avevano chiesto di riservare il posto di primo vicepresidente a Margrethe Vestager.Nella mattinata Ursula von der Leyen aveva tenuto un discorso convintamente europeista. «Il mondo chiede più Europa, il mondo ha bisogno di più Europa», ha chiosato entusiasta la candidata alla presidenza della Commissione europea. Sull'onda dell'entusiasmo degli ultimi mesi e nel tentativo (comunque rivelatosi inutile) di convincere il gruppo dei Verdi, la prima parte della prolusione è stata sacrificata alla causa ambientalista. Prima l'annuncio di un «green deal» europeo, con la volontà di fare dell'Europa il primo continente neutro dal punto di vista climatico entro il 2050 tramite una riduzione delle emissioni di CO2 del 50-55% («il 40% è troppo poco» ha dichiarato) entro il 2030. Sul piatto anche un piano europeo di investimenti sostenibili da 1.000 miliardi e l'introduzione della carbon tax. Sul versante economico, la von der Leyen si è soffermata a lungo sui temi sociali, evitando volutamente di impelagarsi nel merito delle scelte di politica monetaria (finora al centro dell'agenda continentale) e sorvolando sui dettagli del budget settennale ancora in fase di negoziato. Confermata l'idea di favorire l'introduzione del salario minimo in tutti gli Stati membri e di un programma di disoccupazione complementare, come già anticipato nei giorni scorsi con una lettera ai parlamentari. Sul secondo punto, in particolare, esistono già degli studi di fattibilità commissionati da Bruxelles, quindi si tratterebbe di fatto della prosecuzione di un punto programmatico già messo in cantiere dalla precedente Commissione. Ma la von der Leyen ha annunciato anche la volontà di potenziare il programma «Garanzia giovani», triplicare gli sforzi finanziari dell'Erasmus e introdurre la «Garanzia bambini» per il contrasto alla povertà (in realtà già inclusa nel programma del prossimo budget). Menzione particolare per la parità di genere. Le prime parole del discorso sono dedicate a Simone Veil, presidente donna del primo Parlamento europeo: «E 40 anni dopo, è con grande orgoglio che posso dire: finalmente una donna è candidata alla presidenza della Commissione europea». Per favorire questo principio, l'idea è quella di imporre l'assoluta parità di genere tra i commissari: «Se uno degli Stati membri non mi fornirà nomi di donne a sufficienza, non esiterò a chiederne altri».Parole piuttosto drastiche per quanto riguarda due temi considerati tra i più caldi. «Non ci può essere alcun compromesso quando c'è di mezzo lo stato di diritto», ha dichiarato severa, aggiungendo che supporterà «ogni nuovo strumento» per contrastare le violazioni in questo campo. Anche in questo caso la strizzatina d'occhio è rivolta ai liberali di Renew Europe che considerano il giro di vite sullo stato di diritto un requisito imprescindibile per il supporto alla von der Leyen. Categorica anche la posizione sui migranti. Pur riconoscendo l'ovvio («dobbiamo ridurre l'immigrazione irregolare contrabbandieri e trafficanti, perché sono criminali» e «sono consapevole di quanto siano difficili e controverse le discussioni su questo tema»), la von der Leyen ha inferto una stoccata niente male ai sovranisti: «Sussiste il dovere legale e morale di rispettare la dignità di ogni essere umano. L'Unione europea può e deve difendere questi valori. L'Unione europea ha bisogno di confini umani. 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Lunedì, incontrando con il presidente del gruppo socialista, la spagnola Iratxe García Pérez, l'uscente ministro della Difesa di Berlino aveva spiegato di essere decisa a fare a meno dei servizi di Martin Selmayr, il controverso segretario generale della Commissione europea e vero dominus della struttura che conta più di 30.000 persone, nel caso in cui fosse stata eletta. E ieri è stato lo stesso Selmayr, parlando con Politico Europe, a confermare il suo addio: lascerà il suo posto a Palazzo Berlaymont «alla fine della prossima settimana». Il braccio destro del presidente uscente Jean-Claude Juncker ha deciso quindi di fare la prima mossa per evitare la cacciata. L'annuncio della von der Leyen alla García Pérez aveva, infatti, due ragioni. La prima: convincere i socialisti a votarla promettendo la testa dell'odiato burocrate. La seconda: liberarsi dello stesso burocrate che negli ultimi giorni si stava dando un gran da fare per evitare che la tedesca succedesse a Juncker. Il timore di Selmayr? Quello di non venire riconfermato. E non soltanto perché sarebbe piuttosto scomodo avere presidente della Commissione e segretario generale della Commissione entrambi tedeschi. Ma anche perché il protetto di Juncker - chiamato, con disprezzo e al tempo stesso timore, Occhio di Sauron, con riferimento al personaggio del Signore degli anelli, oppure Dart Fener, il grande cattivo di Guerre stellari, nelle stanze dell'Ue, è piuttosto odiato dai parlamentari europei e dai funzionari a lui non allineati, che parlano, per i suoi metodi di «regime di terrore». Il Parlamento europeo, anche nella nuova composizione, non sembra aver dimenticato il febbraio 2018, quando con un blitz che sollevò uno dei più grandi scandali nella storia delle istituzioni europee, censurato diverse volte dall'Aula guidata allora da Antonio Tajani, Selmayr, all'epoca capo di gabinetto di Juncker, fu nominato in pochi minuti segretario generale. Con l'appoggio del suo capo e anche di Günter Oettinger, responsabile del Bilancio ma anche del personale dell'esecutivo Ue, balzò a capo della struttura comunitaria con una finta procedura che ancora oggi rappresenta probabilmente il più duro colpo alla credibilità delle istituzioni europee. E dire che Selmayr le aveva tentate tutte, perfino la carta dell'autoridimensionamento. Secondo quanto riferito da ambienti diplomatici di Bruxelles al settimanale tedesco Wirtschaftswoche, Occhio di Sauron era pronto a diventare capo del gabinetto della von der Leyen. Una regola non scritta dell'Ue prevede che segretario generale e presidente della Commissione europea non possano essere della stessa nazionalità. Ecco perché Selmayr (che secondo un'inchiesta del quotidiano francese Libération avrebbe esercitato forti pressioni sull'alta funzionaria italiana Laura Pignataro tali da alimentare la depressione che l'ha poi indotta al suicidio lo scorso dicembre) era disposto a cambiare posizione per diventare il capo dell'ufficio della von der Leyen. Ma prima di lasciare, Selmayr, che non ha chiarito il suo futuro anche se a Bruxelles si sospetta da tempi che punti a diventare ambasciatore dell'Ue nel Regno Unito dopo la Brexit (che obbligherà Bruxelles ad aprire una sede diplomatica a Londra), ha voluto chiarire una cosa, come se non fosse già evidente: questa nuova Commissione «è un progetto francotedesco». Ecco quindi che il favorito alla sua successione è il francese Olivier Guersent, direttore generale per i Servizi finanziari e uomo di cui Selmayr sembra fidarsi molto.
Papa Leone (Imagoeconomica)
A rivelarlo pubblicamente è stato un caro amico di Robert Prevost, padre Tom McCarthy, nel corso di un incontro con alcuni fedeli a Naperville nell’Illinois il cui contenuto è stato poi diffuso dal New York Times.
I fatti, secondo il racconto di McCarthy, sono avvenuti a due mesi dall’elezione al soglio pontificio di Prevost; quando, cioè, il suo nome - pur già noto in precedenza negli States - era divenuto di fama planetaria. In breve, è accaduto che papa Leone XIV abbia contattato telefonicamente la sua banca di Chicago per aggiornare, per ovvie ragioni, il suo numero di telefono e il suo indirizzo. In tale tentativo, si è trovato d interloquire con una addetta che gli ha posto tutta una serie di domande di verifica.
Ebbene, il Santo Padre ha risposto correttamente a tutti i quesiti postigli; eppure ciò non è bastato per ottenere lo scopo che si era prefissato con la telefonata, che a un certo punto ha visto la zelante addetta alla sicurezza scandire queste parole al suo interlocutore: «Deve venire di persona in filiale». A quel punto, sempre secondo il racconto di McCarthy, l’utente - dopo aver manifestato una cauta perplessità («Beh, non credo di poterlo fare») - avrebbe tentato la sua ultima carta per uscire dall’angolo: «Cambierebbe qualcosa se le dicessi che sono papa Leone?». Una domanda a fronte della quale l’addetta - la quale forse non aveva sufficiente familiarità con la voce del pontefice, benché suo connazionale - ha riattaccato. Fine della conversazione e delle speranze, da parte di papa Prevost, di sbrigare con quella telefonata una faccenda semplice, come milioni di persone potranno confermare, solo sulla carta. Com’è finita? Che il pontefice ha poi contattato un altro sacerdote di Chicago, il quale l’ha messo in contatto con il presidente della banca, che a sua volta avrebbe fatto resistenza rimarcando, dura lex sed lex, che le regole impongono la presenza fisica del correntista. Leone XIV a questo punto avrebbe fatto capire che avrebbe cambiato banca, eventualità che avrebbe fatto cedere anche il presidente.
Fine di questa storia, che torna utile sotto almeno due punti di vista. Il primo, senza dubbio, è quello dell’umiltà d’un capo di Stato - perché questo è il Papa - il quale, pur potendo delegare numerosissimi sottoposti, sceglie di sbrigarsi da solo faccende per giunta snervanti. Già si sapeva, in realtà, come Prevost fosse un uomo di grande umiltà, ma episodi come questo sono comunque significativi e rivelatori di chi sia e di come ragioni il successore di Pietro. In secondo luogo, come già si diceva in apertura, il racconto di padre McCarthy funge da monito: mai osare mettere alla prova l’impermeabilità d’un servizio di assistenza clienti. Neppure se si è il Papa.
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Ecco #DimmiLaVerità del 7 maggio 2026. La deputata della Lega Tiziana Nisini ci parla della carenza di senologi in Italia, una emergenza nazionale
Papa Leone XIV (Ansa)
L’ennesimo codazzo del disordine sinodale è la pubblicazione del rapporto finale del nono Gruppo di studio sulle «questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti». In sostanza, il rapporto con i fedeli Lgbt. L’ennesima mina che a Robert Francis Prevost toccherà disinnescare, dopo il caso delle benedizioni gay in Germania.
La relazione, infatti, cerca di occultare, dietro l’uso della neolingua catto-woke, un vero e proprio assalto al magistero. Lo si intuisce già dallo slittamento semantico che propone: gli autori dicono di ritenere «più appropriato qualificare le questioni in oggetto come questioni “emergenti” piuttosto che come questioni “controverse”». Essi annunciano, così, un «cambio di paradigma», che consentirebbe di trattare certe situazioni non più alla stregua di un «problema» da risolvere, evidenziando invece «la qualità globale dell’impegno che concerne l’insieme della comunità ecclesiale e l’integralità della persona», oltre che rimandando a «una possibile risorsa da discernere nella “conversazione nello Spirito” e nella “conversione relazionale”». Cristallino, eh? Se Gesù si fosse espresso in questi termini, non si sarebbe capito nemmeno da solo.
Quel che si capisce benissimo è dove che vogliano andare a parare le 24 pagine (su 32 totali) che precedono la prima occorrenza della parola «omosessuali»: a legittimare, appunto, le relazioni gay. Se non il matrimonio tra persone dello stesso sesso.
Al volumetto sono state allegate alcune testimonianze anonime, in particolare una proveniente dal Portogallo e l’altra dagli Stati Uniti, di cattolici Lgbt accolti dalle locali comunità ecclesiali, dopo un periodo di travagli e discriminazioni.
Il fedele lusitano allude apertamente al «mio matrimonio» e a «mio marito». Matrimonio. Marito. La Chiesa ritiene che l’unione omosessuale sia equiparabile alle nozze tra uomo e donna? Strano, perché il Dicastero per la Dottrina della fede, pur retto dal bergogliano Víctor Manuel Fernández, ha appena diffuso il testo di una lettera che il cardinale, nel 2024, indirizzò a monsignor Stephen Ackermann, vescovo di Trier, in risposta alla posizione della Conferenza episcopale tedesca sulle «benedizioni per le coppie che si amano». Il capo dell’ex Sant’Uffizio spiegava che, nonostante Fiducia Supplicans avesse liberalizzato - in modo maldestro - la pratica di benedire le unioni irregolari, la Chiesa di Germania si stava spingendo troppo in là. Tucho ricordava che la Chiesa «non ha il potere di conferire la sua benedizione liturgica» a coppie omosessuali e divorziati risposati, che non voleva «legittimare nulla» né «sancire […] nulla» e che non bisognava, dunque, «creare confusione», introducendo un «rito liturgico» o «forme di benedizioni simili a sacramentali». Tirare fuori quella missiva è stata la risposta della Santa Sede, ora guidata dal pontefice americano, all’ennesima fuga in avanti dei teutonici: il cardinale Reinhard Marx ha chiesto ai sacerdoti della sua diocesi, Monaco e Frisinga, di mettere a «fondamento della pratica pastorale» le benedizioni già bocciate dal Dicastero della Fede.
Ma nel rapporto del Gruppo di studio n. 9 del Sinodo compare un’intervista dagli Usa, che è ancora più esplicita di quella realizzata in Portogallo. La corrispondente vaticana Diane Montagna ha identificato il testimone statunitense, il quale ringrazia Dio «per mio marito» e si presenta come l’autore del libro Lgbtq catholic ministry, past and present, che reca la prefazione del noto prete arcobaleno, il gesuita James Martin. L’innominato, allora, non può che essere Jason Steidl: è l’uomo la cui foto con il compagno, mentre entrambi venivano benedetti dallo stesso padre Martin, comparve il 21 dicembre 2023 sul New York Times, scatenando un vespaio di polemiche. L’immagine, in effetti, somigliava alla celebrazione di un matrimonio gay.
D’altronde, nel comitato di teologi che ha prodotto il documento compaiono figure quali Maurizio Chiodi, sostenitore della pastorale Lgbt e convinto che, in alcune circostanze, gli atti omosessuali siano «moralmente buoni». Tutto coerente con i toni della relazione sinodale, che per giustificare l’inosservanza della dottrina pattina tra espressioni alate e retoriche evanescenti: la «narrazione», la «cultura della trasparenza» e quella «del rendiconto e della valutazione», il dovere di accogliere le «istanze che le pratiche credenti esprimono e mettono in atto», nonché di piegare i principi alle esigenze dei «contesti».
Se la decisione di nominare vescovi senza il consenso di Roma romperà, per ovvi motivi, la comunione della Fraternità San Pio X con la Santa Sede, sarebbe bizzarro se il Vaticano non iniziasse a prendere provvedimenti seri anche per arginare queste martellanti campagne di demolizione del magistero «da sinistra». Per il Papa chiamato a riparare le crepe che si erano aperte durante il pontificato di Francesco, lo scisma arcobaleno è più allarmante degli attacchi di Trump. Il presidente Usa non è eterno e le sue sparate, semmai, stanno compattando i cattolici. La vera grana - il Vangelo insegna - un regno ce l’ha quando si divide in sé stesso.
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A Roma, al termine del Med9, il vicepremier Antonio Tajani annuncia la nascita di una coalizione tra Ue, Balcani, Golfo, Nord Africa e Lega Araba per garantire sicurezza alimentare e accesso ai fertilizzanti attraverso lo stretto di Hormuz dopo un cessate il fuoco stabile.