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2021-03-15
Le mani straniere sul Made in Italy
iStock
Un Paese vulnerabile, nel mirino di «attori stranieri» che si muovono in modo «predatorio e speculativo». La crisi sanitaria ha amplificato le fragilità di tante realtà produttive italiane, alle prese con un mercato interno contratto e con i canali esteri bloccati. Ad approfittarne, soggetti, anche statuali, che hanno accentuato la loro postura aggressiva, con un unico obiettivo: «Conseguire posizioni di leadership commerciale e tecnologica». Il quadro delineato dall'ultima relazione dei servizi di intelligence al Parlamento fa un certo effetto: nel 2020, le minacce agli asset strategici italiani si sono moltiplicate per quattro. La crescita emerge dalle notifiche inviate alla presidenza del Consiglio per la valutazione dell'esercizio del golden power: 341 contro le 83 del 2019. A far gola, secondo gli 007, gli assetti proprietari delle imprese nazionali, non solo quelle di piccole e medie dimensioni.
Anche chi può contare su un patrimonio produttivo consolidato e su un portafoglio clienti consistente subisce le conseguenze della pandemia. «Di fronte a un progressivo indebolimento del tessuto economico, il Paese corre seri rischi», spiega Paolo Arrigoni, membro del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, in quota Lega. «I timori sono su scala globale, le minacce arrivano dappertutto, anche dall'Europa». Il campanello d'allarme, dalle parti di Palazzo Chigi, è suonato già nei primi mesi dello scorso anno. Il decreto Liquidità, approvato l'8 aprile scorso, ha rafforzato gli strumenti del golden power, cioè l'insieme dei poteri speciali che il governo ha a disposizione per la difesa dei settori strategici.
Gli ambiti di intervento sono stati estesi al settore finanziario, incluso quello creditizio e assicurativo, agroalimentare e siderurgico. Eppure, come sostengono alcuni membri del Copasir, il golden power resta ancora un'arma spuntata: nei casi in cui si potrebbe valutarne almeno l'utilizzo, si sceglie di non intervenire. Su 341 notifiche arrivate lo scorso anno, i poteri speciali sono stati esercitati 38 volte: in una sola occasione è stato opposto il veto; negli altri 37 casi, si è scelto di imporre prescrizioni.
Lo scorso 13 febbraio, nel primo Consiglio dei ministri, il nuovo governo Draghi ha scelto di non esercitare i poteri di cui dispone nell'offerta pubblica di acquisto annunciata da Crédit agricole sul Credito valtellinese. Come raccontato in queste pagine, la pressione della finanza francese sugli istituti di credito italiani è uno degli aspetti più caldi sul fronte della sicurezza nazionale.
«La Francia resta un soggetto ampiamente monitorato», racconta Arrigoni. «A Parigi hanno investito molto negli ultimi anni. Non è un caso che nell'ambito dei loro servizi di intelligence ci sia un reparto specifico definito “guerre economiche"». Automotive, meccanica e made in Italy: esiste un patrimonio di conoscenze e capitale su cui all'estero hanno acceso i riflettori. Come scrivono i servizi, «sono emersi tentativi di sottrazione attraverso acquisizioni mirate e rischi di compromissione della catena del valore». E poi ci sono le infrastrutture strategiche, su cui da tempo ha messo gli occhi la Cina. Porti e retroporti sono la via maestra per la penetrazione dei prodotti cinesi in Italia e in Europa.
«Avere in mano la logistica significa spingere le proprie merci, a svantaggio delle produzioni italiane», spiegano dal Copasir: «All'interno del Comitato, e nel governo, ciò desta una certa preoccupazione». In attesa di conoscere i possibili cambiamenti nella composizione interna, al Copasir si lavora sui prossimi dossier di peso: industria e, soprattutto, energia.
«La transizione ecologica è uno dei capitoli più importanti nel Piano di ripresa e resilienza da presentare in Europa, ma c'è modo e modo per approcciarla», ragiona Arrigoni. «Qualcuno punta alla completa elettrificazione dei consumi, anche a sostegno della mobilità elettrica. Eppure, c'è da tener presente un punto: la Cina già detiene un'ampia fetta del mercato e la gran parte delle concessioni minerarie per l'estrazione delle terre rare, che servono a produrre le batterie delle auto elettriche e gli accumulatori di energia, necessari a compensare la non programmabilità degli impianti a fonti rinnovabili. Quando parliamo di transizione ecologica, eccessivamente spinta sull'elettrificazione, stiamo spostando il baricentro geopolitico mondiale. Più di quanto non lo sia già».
In soli tre anni gli investimenti hanno fatto un balzo di 8 volte
Wuhan come Chernobyl. Nei primi mesi dello scorso anno, tra gli analisti circola con insistenza un'ipotesi: la pandemia potrebbe causare alla Cina le stesse conseguenze politiche che il disastro nucleare del 1986 ha provocato all'ex Unione Sovietica. Il «momento Chernobyl», lo chiamano. In ballo c'è la credibilità internazionale del regime di Pechino, già messa a dura prova dalle accuse di scarsa trasparenza e sistematica violazione dei diritti umani. E invece no, i fattori di rischio sono diventati delle «opportunità» per il Dragone, sia in ambito domestico sia in quello internazionale. Diplomazia, investimenti infrastrutturali, ora anche l'aerospazio: nel mondo delle democrazie occidentali c'è una certa preoccupazione per la pressione che la Cina esercita attraverso le enormi leve, finanziarie e non solo, di cui dispone.
Non è un caso che gli apparati dell'intelligence italiana abbiano scelto di dedicare al regime un'attenzione particolare nell'ultima Relazione sulla politica dell'informazione per la sicurezza, presentata giorni fa in Parlamento. «Postura e proiezioni della Cina hanno continuato a rappresentare un ambito rilevante di impegno», scrivono gli 007. La penetrazione dei capitali provenienti dalla Repubblica Popolare nel tessuto economico italiano mostra tassi di crescita notevoli: in soli 3 anni, i flussi di investimento sono schizzati verso l'alto, passando da 573 milioni a 4,9 miliardi di euro: otto volte tanto. I numeri li mette nero su bianco il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, in uno degli addendum dell'ultima relazione sulla tutela degli asset strategici.
«Le acquisizioni», scrivono i parlamentari del Copasir, «avvengono con sistematicità a ogni livello, nei settori a più alto valore aggiunto o più strategici». La parte del leone la fanno le multinazionali, State Grid e ChemChina. Nell'elenco delle quotate, spuntano società cinesi in quasi tutti i comparti, dalla manifattura alle infrastrutture: Eni, Intesa Sanpaolo, Prima Industrie, Salvatore Ferragamo, solo per citarne alcune. «Siamo vulnerabilissimi e la pandemia è terreno fertile per le enormi disponibilità finanziarie dei cinesi», spiega alla Verità Giulio Terzi, già ambasciatore italiano negli Stati Uniti e in Israele e ministro degli Esteri con il governo Monti. «Pechino ha intenti aggressivi sulla nostra economia, la nostra sicurezza, la forma politica delle nostre istituzioni».
Le imprese cinesi si diffondono a macchia d'olio praticamente ovunque, non più solo in Lombardia o Toscana. Negli ultimi anni, la penetrazione più marcata si registra in Campania, dove le aziende cinesi sono cresciute del 46%. «Il meccanismo di controllo sugli investimenti non ha ancora raggiunto risultati soddisfacenti», prosegue Terzi. «Siamo lontani dal lavoro che negli Stati Uniti svolge il Cfius. Quando a Bruxelles si è discusso sull'applicazione del Regolamento per il controllo degli investimenti esteri, l'unico Paese a obiettare è stata l'Italia. Con i governi Conte, la Cina ha potuto contare su un alleato straordinario, che faceva tutto quello che veniva chiesto da Pechino. Da Roma, non è mai uscita una posizione problematica nei confronti del regime di Xi Jinping».
«Troppo esposte con le banche». Così le imprese diventano prede
La minaccia più urgente, nel mondo finanziario, è già in casa nostra. La pandemia grava sulla salute del sistema economico italiano, già fiaccato da anni di crisi. Il rischio è che l'emergenza sanitaria prepari il terreno a quelli che il Copasir definisce «aggressori stranieri». Le società italiane fanno gola, soprattutto alla Francia. In un passaggio della Relazione sulla tutela degli asset strategici nei settori bancario e assicurativo, il giudizio del Comitato è lapidario: «Si può temere un deprezzamento dei valori di aziende quotate in Borsa, che potrebbe favorire iniziative e tentativi di “scalate", anche da parte di soggetti esteri». Le società italiane sono un target privilegiato per l'alta specializzazione industriale. La dipendenza dal credito bancario le rende potenzialmente vulnerabili: le imprese, alla ricerca di fonti alternative di liquidità, potrebbero «cedere all'ingresso nel capitale di fondi stranieri».
Eventuali acquisizioni, come scrivono i servizi di intelligence nella relazione presentata al Parlamento, «potrebbero determinare una vendita di titoli pubblici italiani e una contrazione dei finanziamenti a favore di aziende nazionali», con un grave danno per l'intero sistema economico. Chi lavora alla sicurezza nazionale auspica che, in un momento di crisi come quello attuale, sia necessario poter contare sulla presenza di soggetti a proprietà italiana nel mondo bancario. Il sistema, infatti, risente e non poco della presenza di investitori francesi.
«Il rischio di perdere l'autonomia in settori così strategici è altissimo», spiega Sestino Giacomoni, presidente della Commissione di vigilanza su Cassa depositi e prestiti e componente del coordinamento di presidenza di Forza Italia. «Bnp Paribas già controlla Banca nazionale del lavoro, Crédit agricole ha avviato la sua strategia di inserimento in Cariparma, Friuladria e Carispezia e ora lancia un'opa sul Credito valtellinese». Alla lista della spesa si aggiunge la futura acquisizione di Borsa Italiana spa da parte del consorzio franco-olandese Euronext, in cordata con Cassa depositi e prestiti e Intesa Sanpaolo. «Euronext è stato presentato come “il consorzio paneuropeo", ma non ha nulla di tutto ciò, visto che mancano la Germania, la Gran Bretagna e la Spagna», ragiona Giacomoni, primo firmatario di una mozione presentata con altri parlamentari del centrodestra che impegna il governo a «garantire la stabilità finanziaria dell'Italia e l'autonomia di Borsa italiana».
Nel corso delle trattative, si legge nel testo della mozione, è emersa una «propensione pregiudiziale in favore dell'offerta francese da parte del ministero dell'Economia, maturata in assenza di un qualsiasi approfondimento dei contenuti delle altre offerte», quelle di Six Swiss exchange e Deutsche börse. «I francesi sono particolarmente abili a effettuare “scalate" e altrettanto capaci di alzare barricate quando si trovano a gestire gli ingressi di concorrenti esteri», spiega Giacomoni. «La governance di Borsa Italiana dovrà assicurare che non vengano replicati gli errori commessi con la London stock exchange. Borsa italiana e l'Italia non possono diventare colonie francesi dopo essere state finanziariamente delle colonie inglesi».
Infrastrutture, telecomunicazioni e cibo. Ecco i settori sui quali investe Mosca
In ambiente diplomatico la definiscono «convergenza di interessi». Da quasi due anni, la minaccia cinese si combina con quella russa: esercitazioni militari congiunte, campagne di disinformazione dalle caratteristiche comuni, stessi interessi sugli asset strategici esteri. «Russia e Cina rispondono a una logica di capitalismo politico», spiega alla Verità Enrico Borghi (Pd), membro del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica. È stato lui a volere che nell'ultima relazione del Copasir al Parlamento fosse incluso un addendum dedicato alla «penetrazione dei capitali russi» nel sistema economico italiano: «Come quelli cinesi, anche gli investimenti di Mosca rispondono a obiettivi strategici del sistema Paese. La presenza del Fondo sovrano russo rende evidenti quali siano le scelte strategiche: non si tratta di semplici operazioni di mercato, gli investimenti russi non rispondono a quella logica».
Le operazioni finanziarie hanno un obiettivo ben preciso: entrare nei settori che abbiano uno stretto legame con la produzione nazionale russa. Infrastrutture prima di tutto, ma non solo. Il Russian direct investment fund (Rdif), per esempio, ha investito in Barilla con l'obiettivo di aprire uno stabilimento produttivo in Russia. «Il programma consentirà alla controllata russa di Barilla - Barilla Rus - di aumentare significativamente la portata delle sue operazioni», si legge in una nota rilasciata dal Fondo lo scorso ottobre. Circa 300 milioni di euro serviranno a sviluppare altri progetti di investimento in Italia, in partnership con istituti di sviluppo nazionali, come Cassa depositi e prestiti. Il Fondo sovrano mira alla implementazione delle infrastrutture di trasporto, in tandem con Anas, allo sviluppo dell'industria elettrica e dell'allevamento. Insieme con Inalca, leader in Italia della carne bovina, Rdif ha lanciato un programma di investimento da un miliardo di rubli nella produzione di carne.
Come si legge nella relazione del Copasir, la penetrazione russa nel tessuto economico italiano passa anche attraverso le filiali delle grandi aziende russe del petrolio, le «ex monopoliste» Gazprom, Lukoil e Rosneft. «Di fronte a questo dinamismo, la politica difensiva del golden power rischia di non essere sufficiente», spiega ancora Borghi. «Alla difesa dei nostri asset, come telecomunicazioni e porti, va affiancata una attività di carattere proattivo, a sostegno delle nostre imprese: per questo, auspichiamo che i 40 miliardi di cui è stato dotato il fondo patrimonio di Cassa depositi e prestiti vengano impiegati anche in questa direzione».
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Moltiplicate per quattro le aziende che hanno chiesto una tutela al governo per «interesse nazionale». Settori economici strategici sono a rischio. Ma Palazzo Chigi interviene poco.Lo speciale contiene quattro articoli.Un Paese vulnerabile, nel mirino di «attori stranieri» che si muovono in modo «predatorio e speculativo». La crisi sanitaria ha amplificato le fragilità di tante realtà produttive italiane, alle prese con un mercato interno contratto e con i canali esteri bloccati. Ad approfittarne, soggetti, anche statuali, che hanno accentuato la loro postura aggressiva, con un unico obiettivo: «Conseguire posizioni di leadership commerciale e tecnologica». Il quadro delineato dall'ultima relazione dei servizi di intelligence al Parlamento fa un certo effetto: nel 2020, le minacce agli asset strategici italiani si sono moltiplicate per quattro. La crescita emerge dalle notifiche inviate alla presidenza del Consiglio per la valutazione dell'esercizio del golden power: 341 contro le 83 del 2019. A far gola, secondo gli 007, gli assetti proprietari delle imprese nazionali, non solo quelle di piccole e medie dimensioni. Anche chi può contare su un patrimonio produttivo consolidato e su un portafoglio clienti consistente subisce le conseguenze della pandemia. «Di fronte a un progressivo indebolimento del tessuto economico, il Paese corre seri rischi», spiega Paolo Arrigoni, membro del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, in quota Lega. «I timori sono su scala globale, le minacce arrivano dappertutto, anche dall'Europa». Il campanello d'allarme, dalle parti di Palazzo Chigi, è suonato già nei primi mesi dello scorso anno. Il decreto Liquidità, approvato l'8 aprile scorso, ha rafforzato gli strumenti del golden power, cioè l'insieme dei poteri speciali che il governo ha a disposizione per la difesa dei settori strategici. Gli ambiti di intervento sono stati estesi al settore finanziario, incluso quello creditizio e assicurativo, agroalimentare e siderurgico. Eppure, come sostengono alcuni membri del Copasir, il golden power resta ancora un'arma spuntata: nei casi in cui si potrebbe valutarne almeno l'utilizzo, si sceglie di non intervenire. Su 341 notifiche arrivate lo scorso anno, i poteri speciali sono stati esercitati 38 volte: in una sola occasione è stato opposto il veto; negli altri 37 casi, si è scelto di imporre prescrizioni. Lo scorso 13 febbraio, nel primo Consiglio dei ministri, il nuovo governo Draghi ha scelto di non esercitare i poteri di cui dispone nell'offerta pubblica di acquisto annunciata da Crédit agricole sul Credito valtellinese. Come raccontato in queste pagine, la pressione della finanza francese sugli istituti di credito italiani è uno degli aspetti più caldi sul fronte della sicurezza nazionale. «La Francia resta un soggetto ampiamente monitorato», racconta Arrigoni. «A Parigi hanno investito molto negli ultimi anni. Non è un caso che nell'ambito dei loro servizi di intelligence ci sia un reparto specifico definito “guerre economiche"». Automotive, meccanica e made in Italy: esiste un patrimonio di conoscenze e capitale su cui all'estero hanno acceso i riflettori. Come scrivono i servizi, «sono emersi tentativi di sottrazione attraverso acquisizioni mirate e rischi di compromissione della catena del valore». E poi ci sono le infrastrutture strategiche, su cui da tempo ha messo gli occhi la Cina. Porti e retroporti sono la via maestra per la penetrazione dei prodotti cinesi in Italia e in Europa. «Avere in mano la logistica significa spingere le proprie merci, a svantaggio delle produzioni italiane», spiegano dal Copasir: «All'interno del Comitato, e nel governo, ciò desta una certa preoccupazione». In attesa di conoscere i possibili cambiamenti nella composizione interna, al Copasir si lavora sui prossimi dossier di peso: industria e, soprattutto, energia. «La transizione ecologica è uno dei capitoli più importanti nel Piano di ripresa e resilienza da presentare in Europa, ma c'è modo e modo per approcciarla», ragiona Arrigoni. «Qualcuno punta alla completa elettrificazione dei consumi, anche a sostegno della mobilità elettrica. Eppure, c'è da tener presente un punto: la Cina già detiene un'ampia fetta del mercato e la gran parte delle concessioni minerarie per l'estrazione delle terre rare, che servono a produrre le batterie delle auto elettriche e gli accumulatori di energia, necessari a compensare la non programmabilità degli impianti a fonti rinnovabili. Quando parliamo di transizione ecologica, eccessivamente spinta sull'elettrificazione, stiamo spostando il baricentro geopolitico mondiale. Più di quanto non lo sia già». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/le-mani-straniere-sul-made-in-italy-2651061067.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-soli-tre-anni-gli-investimenti-hanno-fatto-un-balzo-di-8-volte" data-post-id="2651061067" data-published-at="1615752559" data-use-pagination="False"> In soli tre anni gli investimenti hanno fatto un balzo di 8 volte Wuhan come Chernobyl. Nei primi mesi dello scorso anno, tra gli analisti circola con insistenza un'ipotesi: la pandemia potrebbe causare alla Cina le stesse conseguenze politiche che il disastro nucleare del 1986 ha provocato all'ex Unione Sovietica. Il «momento Chernobyl», lo chiamano. In ballo c'è la credibilità internazionale del regime di Pechino, già messa a dura prova dalle accuse di scarsa trasparenza e sistematica violazione dei diritti umani. E invece no, i fattori di rischio sono diventati delle «opportunità» per il Dragone, sia in ambito domestico sia in quello internazionale. Diplomazia, investimenti infrastrutturali, ora anche l'aerospazio: nel mondo delle democrazie occidentali c'è una certa preoccupazione per la pressione che la Cina esercita attraverso le enormi leve, finanziarie e non solo, di cui dispone. Non è un caso che gli apparati dell'intelligence italiana abbiano scelto di dedicare al regime un'attenzione particolare nell'ultima Relazione sulla politica dell'informazione per la sicurezza, presentata giorni fa in Parlamento. «Postura e proiezioni della Cina hanno continuato a rappresentare un ambito rilevante di impegno», scrivono gli 007. La penetrazione dei capitali provenienti dalla Repubblica Popolare nel tessuto economico italiano mostra tassi di crescita notevoli: in soli 3 anni, i flussi di investimento sono schizzati verso l'alto, passando da 573 milioni a 4,9 miliardi di euro: otto volte tanto. I numeri li mette nero su bianco il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, in uno degli addendum dell'ultima relazione sulla tutela degli asset strategici. «Le acquisizioni», scrivono i parlamentari del Copasir, «avvengono con sistematicità a ogni livello, nei settori a più alto valore aggiunto o più strategici». La parte del leone la fanno le multinazionali, State Grid e ChemChina. Nell'elenco delle quotate, spuntano società cinesi in quasi tutti i comparti, dalla manifattura alle infrastrutture: Eni, Intesa Sanpaolo, Prima Industrie, Salvatore Ferragamo, solo per citarne alcune. «Siamo vulnerabilissimi e la pandemia è terreno fertile per le enormi disponibilità finanziarie dei cinesi», spiega alla Verità Giulio Terzi, già ambasciatore italiano negli Stati Uniti e in Israele e ministro degli Esteri con il governo Monti. «Pechino ha intenti aggressivi sulla nostra economia, la nostra sicurezza, la forma politica delle nostre istituzioni». Le imprese cinesi si diffondono a macchia d'olio praticamente ovunque, non più solo in Lombardia o Toscana. Negli ultimi anni, la penetrazione più marcata si registra in Campania, dove le aziende cinesi sono cresciute del 46%. «Il meccanismo di controllo sugli investimenti non ha ancora raggiunto risultati soddisfacenti», prosegue Terzi. «Siamo lontani dal lavoro che negli Stati Uniti svolge il Cfius. Quando a Bruxelles si è discusso sull'applicazione del Regolamento per il controllo degli investimenti esteri, l'unico Paese a obiettare è stata l'Italia. Con i governi Conte, la Cina ha potuto contare su un alleato straordinario, che faceva tutto quello che veniva chiesto da Pechino. 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In un passaggio della Relazione sulla tutela degli asset strategici nei settori bancario e assicurativo, il giudizio del Comitato è lapidario: «Si può temere un deprezzamento dei valori di aziende quotate in Borsa, che potrebbe favorire iniziative e tentativi di “scalate", anche da parte di soggetti esteri». Le società italiane sono un target privilegiato per l'alta specializzazione industriale. La dipendenza dal credito bancario le rende potenzialmente vulnerabili: le imprese, alla ricerca di fonti alternative di liquidità, potrebbero «cedere all'ingresso nel capitale di fondi stranieri». Eventuali acquisizioni, come scrivono i servizi di intelligence nella relazione presentata al Parlamento, «potrebbero determinare una vendita di titoli pubblici italiani e una contrazione dei finanziamenti a favore di aziende nazionali», con un grave danno per l'intero sistema economico. Chi lavora alla sicurezza nazionale auspica che, in un momento di crisi come quello attuale, sia necessario poter contare sulla presenza di soggetti a proprietà italiana nel mondo bancario. Il sistema, infatti, risente e non poco della presenza di investitori francesi. «Il rischio di perdere l'autonomia in settori così strategici è altissimo», spiega Sestino Giacomoni, presidente della Commissione di vigilanza su Cassa depositi e prestiti e componente del coordinamento di presidenza di Forza Italia. «Bnp Paribas già controlla Banca nazionale del lavoro, Crédit agricole ha avviato la sua strategia di inserimento in Cariparma, Friuladria e Carispezia e ora lancia un'opa sul Credito valtellinese». Alla lista della spesa si aggiunge la futura acquisizione di Borsa Italiana spa da parte del consorzio franco-olandese Euronext, in cordata con Cassa depositi e prestiti e Intesa Sanpaolo. «Euronext è stato presentato come “il consorzio paneuropeo", ma non ha nulla di tutto ciò, visto che mancano la Germania, la Gran Bretagna e la Spagna», ragiona Giacomoni, primo firmatario di una mozione presentata con altri parlamentari del centrodestra che impegna il governo a «garantire la stabilità finanziaria dell'Italia e l'autonomia di Borsa italiana». Nel corso delle trattative, si legge nel testo della mozione, è emersa una «propensione pregiudiziale in favore dell'offerta francese da parte del ministero dell'Economia, maturata in assenza di un qualsiasi approfondimento dei contenuti delle altre offerte», quelle di Six Swiss exchange e Deutsche börse. «I francesi sono particolarmente abili a effettuare “scalate" e altrettanto capaci di alzare barricate quando si trovano a gestire gli ingressi di concorrenti esteri», spiega Giacomoni. «La governance di Borsa Italiana dovrà assicurare che non vengano replicati gli errori commessi con la London stock exchange. Borsa italiana e l'Italia non possono diventare colonie francesi dopo essere state finanziariamente delle colonie inglesi». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/le-mani-straniere-sul-made-in-italy-2651061067.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="infrastrutture-telecomunicazioni-e-cibo-ecco-i-settori-sui-quali-investe-mosca" data-post-id="2651061067" data-published-at="1615752559" data-use-pagination="False"> Infrastrutture, telecomunicazioni e cibo. Ecco i settori sui quali investe Mosca In ambiente diplomatico la definiscono «convergenza di interessi». Da quasi due anni, la minaccia cinese si combina con quella russa: esercitazioni militari congiunte, campagne di disinformazione dalle caratteristiche comuni, stessi interessi sugli asset strategici esteri. «Russia e Cina rispondono a una logica di capitalismo politico», spiega alla Verità Enrico Borghi (Pd), membro del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica. È stato lui a volere che nell'ultima relazione del Copasir al Parlamento fosse incluso un addendum dedicato alla «penetrazione dei capitali russi» nel sistema economico italiano: «Come quelli cinesi, anche gli investimenti di Mosca rispondono a obiettivi strategici del sistema Paese. La presenza del Fondo sovrano russo rende evidenti quali siano le scelte strategiche: non si tratta di semplici operazioni di mercato, gli investimenti russi non rispondono a quella logica». Le operazioni finanziarie hanno un obiettivo ben preciso: entrare nei settori che abbiano uno stretto legame con la produzione nazionale russa. Infrastrutture prima di tutto, ma non solo. Il Russian direct investment fund (Rdif), per esempio, ha investito in Barilla con l'obiettivo di aprire uno stabilimento produttivo in Russia. «Il programma consentirà alla controllata russa di Barilla - Barilla Rus - di aumentare significativamente la portata delle sue operazioni», si legge in una nota rilasciata dal Fondo lo scorso ottobre. Circa 300 milioni di euro serviranno a sviluppare altri progetti di investimento in Italia, in partnership con istituti di sviluppo nazionali, come Cassa depositi e prestiti. Il Fondo sovrano mira alla implementazione delle infrastrutture di trasporto, in tandem con Anas, allo sviluppo dell'industria elettrica e dell'allevamento. Insieme con Inalca, leader in Italia della carne bovina, Rdif ha lanciato un programma di investimento da un miliardo di rubli nella produzione di carne. Come si legge nella relazione del Copasir, la penetrazione russa nel tessuto economico italiano passa anche attraverso le filiali delle grandi aziende russe del petrolio, le «ex monopoliste» Gazprom, Lukoil e Rosneft. «Di fronte a questo dinamismo, la politica difensiva del golden power rischia di non essere sufficiente», spiega ancora Borghi. «Alla difesa dei nostri asset, come telecomunicazioni e porti, va affiancata una attività di carattere proattivo, a sostegno delle nostre imprese: per questo, auspichiamo che i 40 miliardi di cui è stato dotato il fondo patrimonio di Cassa depositi e prestiti vengano impiegati anche in questa direzione».
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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