True
2018-10-01
«Si può comunicare con i malati in coma irreversibile»
ANSA
Quattrocento persone intente ad ascoltare con attenzione una conferenza sul cervello, uno speed date tra studiosi e tantissimi curiosi, numerosi appuntamenti fissati nelle prossime settimane tra ricercatori e giovanissimi con l'obiettivo di riprendere gli argomenti trattati. È una Matilde Leonardi raggiante, quella intercettata dalla Verità all'indomani della Notte europea dei ricercatori e della Conferenza internazionale dei giovani ricercatori del Besta. «C'è un interesse crescente intorno alle neuroscienze e questo è confortante», ci spiega. La dottoressa Leonardi è responsabile dal 2001 dell'Unità di neurologia, salute pubblica e disabilità dell'Istituto neurologico Carlo Besta, oltre a ricoprire il ruolo di direttore del Coma research center appartenente alla stessa struttura. Leonardi è stata anche coordinatrice del progetto nazionale «Incarico», che nel 2015 ha permesso di mappare 2.542 strutture dedicate al trattamento dei disordini della coscienza in 11 Regioni italiane. Un curriculum che la rende uno dei massimi esperti mondiali in questo campo.
Per introdurci nella problematica ci aiuta partendo dalle basi. Si parte dall'evento acuto (trauma, ictus, anossia cerebrale, ecc.), che provoca l'insorgere del coma, quella condizione nella quale gli occhi rimangono chiusi e non c'è risposta a nessuno stimolo. Dopo un certo periodo, che va dalle due settimane a un mese, gli occhi si aprono e compare il ritmo sonno/veglia: si compie così il passaggio dal coma allo stato vegetativo. Quando appaiono le prima risposte agli stimoli, come ad esempio il pianto nel vedere una persona cara, si parla di stato di minima coscienza. «In questo continuum», spiega la dottoressa, «man mano che abbiamo migliorato la nostra capacità di diagnosi, sono sempre più i pazienti che riconosciamo in stato di minima coscienza rispetto a quelli in stato vegetativo». Ciò accade non perché questi ultimi diminuiscono in numero, ma «perché siamo diventati più bravi a trovarli».
È una delle chiavi di volta di quella che la dottoressa Leonardi chiama con orgoglio la «via italiana allo studio dei disordini della coscienza». Uno sforzo sostenuto da ricercatori e strutture validissime, che grazie ai «progressi culturali, tecnologici, riabilitativi» ottenuti negli ultimi anni ha permesso di fare passi da gigante nel «misteriosissimo campo del cervello». Questa via parte da un punto fondamentale, che è l'attenzione al paziente. «Usufruendo del Sistema sanitario nazionale, possiamo permetterci di farci carico dal primo istante del paziente, garantendo alla famiglia, in un momento così straziante, una forma di sicurezza. Nessun paziente che ha un evento acuto in questo Paese è abbandonato». Poi c'è il secondo step, rappresentato dal percorso di riabilitazione. Un campo nel quale in Italia, sostiene il dirigente medico del Besta, «siamo tutti cresciuti grazie a una condivisione collettiva delle informazioni, alle Conferenze di consenso, all'aggiornamento di tutti medici, al fatto che abbiamo imparato a utilizzare la coma recovery scale, che permette di effettuare una gradazione del livello clinico di coscienza dei pazienti». Ultimo punto di questa via, la presa in carico del paziente cronico tramite le strutture di lungo degenza, che certo può essere migliorata sotto tanti punti di vista, ma comunque c'è.
Non è tutto rose e fiori, certo. Dopo tre anni, nel 2015, il ministero della Salute chiude il «Tavolo di lavoro per l'assistenza alle persone in stato vegetativo e stato di minima coscienza», senza mai trasmettere alle Regione né rendere pubblico il documento finale. E poi il nodo dei finanziamenti, che negli ultimi anni sono stati dirottati altrove. «I fondi sulla ricerca dei disordini della coscienza devono tornare a essere un punto importante», sostiene la dottoressa Leonardi, perché «scoprendo e studiando il cervello per i disordini della coscienza, come ricercatori possiamo dare risposte utili anche ad altre malattie». Nonostante tutti i suoi limiti, la realtà italiana continua a distinguersi da quella degli altri paesi, nei quali si teorizza l'eutanasia come strada maestra per il trattamento degli stati vegetativi persistenti.
Un tratto importante di questa «via» è occupato dalle numerose associazioni che si occupano di sostenere le persone che si trovano in questo stato e i loro familiari. Paolo Fogar, presidente della Federazione nazionale associazione traumi cranici (Fnatc), evidenzia come una volta che il paziente torna a casa la gestione passa in capo alla Asl, con il rischio di «originare disparità tra i cittadini delle varie regioni». L'accordo Stato-Regioni firmato nel 2011, e alla cui formulazione ha collaborato anche la Fnatc, prevede che ogni regione realizzi delle Speciali unità di accoglienza permanente (Suap). «Sono ancora poche le Regioni che hanno realizzato Suap nel numero sufficiente in base ai dati epidemiologici», incalza Fogar. «Dove non sono state realizzate, le persone in stato vegetativo sono ricoverate nelle lungo degenze, servizi non sempre adeguati alle complesse necessità di questi individui».
È per venire incontro a queste esigenze che l'associazione Risveglio ha fondato «Casa Iride», un progetto di cohousing dedicato alle persone in stato vegetativo e di minima coscienza unico in Europa. Sette stanze di sette colori diversi in via di Torre Spaccata a Roma, nelle quali gli ospiti ricevono l'assistenza sociosanitaria di cui hanno bisogno, mentre i familiari condividono l'ambiente con le persone che vivono la loro stessa esperienza. A gennaio del 2016, la graditissima visita a sorpresa di papa Francesco. Quello materiale, però, non è l'unico aspetto. Come ci spiega il presidente, Francesco Napolitano, lo scopo è quello di «ridare dignità alle persone in stato vegetativo e alle loro famiglie», perché «i valori della vita, quelli connaturati nella natura umana, non sono perduti ma sono dentro di loro».
Gli fa eco Massimo Calipari, portavoce nazionale di Scienza & Vita, che alla Verità precisa che «i soggetti in questa condizione clinica sono persone viventi, con un (più o meno) grave danno cerebrale», perciò «in alcun modo può essere messa in discussione la loro dignità di esseri umani e il conseguente dovere morale di prendersi cura della loro fragile vita».
«Ho scoperto come comunicare con chi è in coma irreversibile»

Continua a leggereRiduci
Se all'estero si pratica l'eutanasia, in Italia esiste una rete di protezione: «Adesso non dobbiamo mollare, la scienza sta facendo grandi progressi».Parla il professor Martin Monti che ha inventato un test sperimentale per le persone che appaiono in stato vegetativo: «Accendiamo loro il cervello. In questo modo sono in grado di interagire con l'esterno, possono dire sì o no».Il medico del don Orione di Bergamo Giovanni Battista Guizzetti: «Vegetali? È una parola orrenda. Sono esseri umani, e sono capaci sempre di sorprenderci».Lo speciale contiene tre articoli.Quattrocento persone intente ad ascoltare con attenzione una conferenza sul cervello, uno speed date tra studiosi e tantissimi curiosi, numerosi appuntamenti fissati nelle prossime settimane tra ricercatori e giovanissimi con l'obiettivo di riprendere gli argomenti trattati. È una Matilde Leonardi raggiante, quella intercettata dalla Verità all'indomani della Notte europea dei ricercatori e della Conferenza internazionale dei giovani ricercatori del Besta. «C'è un interesse crescente intorno alle neuroscienze e questo è confortante», ci spiega. La dottoressa Leonardi è responsabile dal 2001 dell'Unità di neurologia, salute pubblica e disabilità dell'Istituto neurologico Carlo Besta, oltre a ricoprire il ruolo di direttore del Coma research center appartenente alla stessa struttura. Leonardi è stata anche coordinatrice del progetto nazionale «Incarico», che nel 2015 ha permesso di mappare 2.542 strutture dedicate al trattamento dei disordini della coscienza in 11 Regioni italiane. Un curriculum che la rende uno dei massimi esperti mondiali in questo campo. Per introdurci nella problematica ci aiuta partendo dalle basi. Si parte dall'evento acuto (trauma, ictus, anossia cerebrale, ecc.), che provoca l'insorgere del coma, quella condizione nella quale gli occhi rimangono chiusi e non c'è risposta a nessuno stimolo. Dopo un certo periodo, che va dalle due settimane a un mese, gli occhi si aprono e compare il ritmo sonno/veglia: si compie così il passaggio dal coma allo stato vegetativo. Quando appaiono le prima risposte agli stimoli, come ad esempio il pianto nel vedere una persona cara, si parla di stato di minima coscienza. «In questo continuum», spiega la dottoressa, «man mano che abbiamo migliorato la nostra capacità di diagnosi, sono sempre più i pazienti che riconosciamo in stato di minima coscienza rispetto a quelli in stato vegetativo». Ciò accade non perché questi ultimi diminuiscono in numero, ma «perché siamo diventati più bravi a trovarli». È una delle chiavi di volta di quella che la dottoressa Leonardi chiama con orgoglio la «via italiana allo studio dei disordini della coscienza». Uno sforzo sostenuto da ricercatori e strutture validissime, che grazie ai «progressi culturali, tecnologici, riabilitativi» ottenuti negli ultimi anni ha permesso di fare passi da gigante nel «misteriosissimo campo del cervello». Questa via parte da un punto fondamentale, che è l'attenzione al paziente. «Usufruendo del Sistema sanitario nazionale, possiamo permetterci di farci carico dal primo istante del paziente, garantendo alla famiglia, in un momento così straziante, una forma di sicurezza. Nessun paziente che ha un evento acuto in questo Paese è abbandonato». Poi c'è il secondo step, rappresentato dal percorso di riabilitazione. Un campo nel quale in Italia, sostiene il dirigente medico del Besta, «siamo tutti cresciuti grazie a una condivisione collettiva delle informazioni, alle Conferenze di consenso, all'aggiornamento di tutti medici, al fatto che abbiamo imparato a utilizzare la coma recovery scale, che permette di effettuare una gradazione del livello clinico di coscienza dei pazienti». Ultimo punto di questa via, la presa in carico del paziente cronico tramite le strutture di lungo degenza, che certo può essere migliorata sotto tanti punti di vista, ma comunque c'è. Non è tutto rose e fiori, certo. Dopo tre anni, nel 2015, il ministero della Salute chiude il «Tavolo di lavoro per l'assistenza alle persone in stato vegetativo e stato di minima coscienza», senza mai trasmettere alle Regione né rendere pubblico il documento finale. E poi il nodo dei finanziamenti, che negli ultimi anni sono stati dirottati altrove. «I fondi sulla ricerca dei disordini della coscienza devono tornare a essere un punto importante», sostiene la dottoressa Leonardi, perché «scoprendo e studiando il cervello per i disordini della coscienza, come ricercatori possiamo dare risposte utili anche ad altre malattie». Nonostante tutti i suoi limiti, la realtà italiana continua a distinguersi da quella degli altri paesi, nei quali si teorizza l'eutanasia come strada maestra per il trattamento degli stati vegetativi persistenti.Un tratto importante di questa «via» è occupato dalle numerose associazioni che si occupano di sostenere le persone che si trovano in questo stato e i loro familiari. Paolo Fogar, presidente della Federazione nazionale associazione traumi cranici (Fnatc), evidenzia come una volta che il paziente torna a casa la gestione passa in capo alla Asl, con il rischio di «originare disparità tra i cittadini delle varie regioni». L'accordo Stato-Regioni firmato nel 2011, e alla cui formulazione ha collaborato anche la Fnatc, prevede che ogni regione realizzi delle Speciali unità di accoglienza permanente (Suap). «Sono ancora poche le Regioni che hanno realizzato Suap nel numero sufficiente in base ai dati epidemiologici», incalza Fogar. «Dove non sono state realizzate, le persone in stato vegetativo sono ricoverate nelle lungo degenze, servizi non sempre adeguati alle complesse necessità di questi individui».È per venire incontro a queste esigenze che l'associazione Risveglio ha fondato «Casa Iride», un progetto di cohousing dedicato alle persone in stato vegetativo e di minima coscienza unico in Europa. Sette stanze di sette colori diversi in via di Torre Spaccata a Roma, nelle quali gli ospiti ricevono l'assistenza sociosanitaria di cui hanno bisogno, mentre i familiari condividono l'ambiente con le persone che vivono la loro stessa esperienza. A gennaio del 2016, la graditissima visita a sorpresa di papa Francesco. Quello materiale, però, non è l'unico aspetto. Come ci spiega il presidente, Francesco Napolitano, lo scopo è quello di «ridare dignità alle persone in stato vegetativo e alle loro famiglie», perché «i valori della vita, quelli connaturati nella natura umana, non sono perduti ma sono dentro di loro». Gli fa eco Massimo Calipari, portavoce nazionale di Scienza & Vita, che alla Verità precisa che «i soggetti in questa condizione clinica sono persone viventi, con un (più o meno) grave danno cerebrale», perciò «in alcun modo può essere messa in discussione la loro dignità di esseri umani e il conseguente dovere morale di prendersi cura della loro fragile vita».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/le-associazioni-in-campo-non-possiamo-abbandonare-i-malati-2609055848.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ho-scoperto-come-comunicare-con-chi-e-in-coma-irreversibile" data-post-id="2609055848" data-published-at="1772728245" data-use-pagination="False"> «Ho scoperto come comunicare con chi è in coma irreversibile» Martin Monti è innamorato del cervello e della mente umana. Un amore nato anni fa, ascoltando le lezioni del corso di epistemologia in Bocconi, ateneo nel quale si è laureato nel 2002 in discipline economiche e sociali. Ma è sufficiente scambiarci due parole per rendersi conto di quanto la sua sia una passione contagiosa, in grado di affascinare e coinvolgere l'interlocutore. Dopo la laurea, il dottorato in psicologia e neuroscienze a Princeton, e l'assunzione come ricercatore a Cambridge, dove inizia a concentrarsi sui disordini della coscienza (coma, stato vegetativo e di minima coscienza). Infine, la chiamata alla University of California Los Angeles (Ucla), dove oggi, a soli quarant'anni, è Associate professor. Professor Monti, nonostante la giovane età i suoi studi partono da lontano... «La prima parte della mia carriera in questo campo l'ho passata cercando di sviluppare nuovi test basati sulla risonanza magnetica funzionale che possano aiutare a capire quali funzioni cognitive, e che livello di coscienza, un paziente che è sopravvissuto una grave cerebrolesione, possa avere. L'idea principale è che i test clinici usati oggi hanno alcuni limiti che a volte possono indurci a non vedere piccoli segni di minima coscienza». Ci aiuti a capire meglio. «Le faccio un esempio: in un test che pubblicammo nel New England Journal of Medicine nel 2010 dimostrammo che alcuni pazienti che non mostrano risposte nei test clinici (che sono basate su movimenti del corpo, come battere le ciglia, muovere una mano, guardare da un lato, ecc.) e che quindi sembrano essere in stato vegetativo, in realtà riuscivano a “pensare a comando", mostrando quindi un qualche livello di coscienza». Come siete riusciti a dimostrare questa scoperta? «Ho cominciato a sviluppare test basati sulle neuroimmagini durante i quali, invece di chiedere a qualcuno di rispondere con un movimento, chiedo di rispondere pensando a qualcosa, ad esempio immaginare di giocare a tennis. Quando le persone eseguono questo compito alcune parti del cervello che hanno a che fare con la programmazione e l'esecuzione di movimenti complessi si “accendono" e io posso vederle. Naturalmente le neuroimmagini non forniscono sufficienti dettagli per sapere se stanno davvero immaginando di giocare a tennis o a ping pong o suonando il pianoforte, però posso vedere che, ogni volta che glielo chiedo, le parti del cervello preposte a pianificare sequenze di movimenti si accendono. Quindi il paziente deve avermi sentito, capito, e deve essersi concentrato su qualcosa di motorio. Cioè, il paziente è almeno minimamente cosciente». Quali sono stati gli step successivi? «Partendo da quel punto, le mie ricerche hanno cominciato a indirizzarsi sulla risposta all'interrogativo: “Che differenza c'è fra un cervello cosciente ed uno che non lo è?". Qui abbiamo mostrato che la differenza principale è che il cervello non cosciente sembra avere un funzionamento di “network alterato", nel senso che non integra l'informazione come un cervello cosciente. Questa “disconnessione" sembra essere un aspetto principale della perdita di coscienza. Dati questi risultati, negli ultimi anni abbiamo cominciato a sperimentare tecniche nuove per aiutare il cervello a “recuperare" questa funzione di network». È possibile stimare una percentuale di pazienti sui quali si potrebbe riscontrare una residua coscienza e relativa capacità di espressione e, riportando in scala, un numero approssimativo di pazienti totali? «È difficile dare un numero esatto. Un decennio fa si parlava di 40% di errore potenziale diagnostico, ma nel tempo stiamo diventando sempre più bravi a riconoscere la minima coscienza». Si può dunque parlare di coscienza in questi soggetti? «In stato di minima coscienza, sì, anche se non bisogna immaginarsi che un paziente in questa condizione abbia lo stesso livello e lucidità di coscienza di una persona sana. Se un paziente è in stato vegetativo, allora no, non può per definizione esserci coscienza. Lo stato vegetativo è definito come assenza di coscienza in presenza di veglia (cioè il paziente ha gli occhi aperti e questi si aprono e chiudono come se si svegliasse e addormentasse, ma non dà segni di coscienza di sé o dell'ambiente circostante). È possibile, però, che un paziente appaia in stato vegetativo, perché non è in grado di compiere risposte chiaramente volontarie nei test clinici di cui parlavo, mentre in realtà possiede qualche livello di minima coscienza. Il problema, quindi, è tracciare con esattezza quel confine sottile fra non coscienza e coscienza minima. La neuroimmagine può essere d'aiuto in questo, sia a capire, per ciascun paziente in minima coscienza, quante e quali capacità cognitive residue ci siano, cioè aiutarci a capire se si possa parlare di competenza o meno». Quali sono le difficoltà legate all'introduzione di questi test all'interno delle strutture sanitarie? «Molti di questi test cosiddetti paraclinici (come le neuroimmagini) richiedono conoscenze avanzate e specialistiche. La risonanza magnetica funzionale ha anche alcuni problemi specifici, tra i quali uno dei più importanti risulta essere la “fragilità", cioè il fatto che occorre veramente poco per invalidare i dati». Che tipo di risvolti etici e legali può avere, a suo avviso, la diffusione su larga scala di tecniche diagnostiche di questo tipo? «Mi perdoni, ma il mio primo pensiero non è per i risvolti etici quanto piuttosto per i pazienti e le loro famiglie: se con queste tecnologie possiamo scoprire piccoli segni di coscienza o rendere a un paziente, anche in piccola misura, la possibilità di interagire anche se minimamente con ciò che gli sta attorno (ad esempio poter anche solo dire sì/no) questa ricerca sarà stata di valore. Una signora, moglie coraggiosa di uno dei pazienti che fa parte del nostro studio con gli ultrasuoni, mi ha raccontato tra le lacrime come abbia passato tutta la notte a far vedere fotografie al marito, il quale per la prima volta dall'incidente riusciva a dire sì/no guardando su/giù e come per la prima volta avesse sentito di recuperare una connessione con il marito. Da parte della ricerca secondo me c'è un imperativo etico di fare sempre meglio e sempre di più». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/le-associazioni-in-campo-non-possiamo-abbandonare-i-malati-2609055848.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="li-curo-da-ventanni-e-ho-visto-come-si-risvegliano" data-post-id="2609055848" data-published-at="1772728245" data-use-pagination="False"> «Li curo da vent’anni e ho visto come si risvegliano» «Avere a che fare ogni giorno con persone in stato vegetativo è per me una sfida, dal punto di vista umano, innanzitutto». Giovanni Battista Guizzetti è il responsabile del Centro don Orione di Bergamo dove sono ospitati 24 pazienti, di cui una decina in stato vegetativo. «Una condizione davvero misteriosa», ripete più volte, come a volere indicare che la sua professionalità è al servizio di una situazione che difficilmente si può comprendere, ma che, al tempo stesso, può essere affrontata perché «il medico non è solo chi guarisce, ma chi si prende cura dell'altro, in qualunque condizione sia». Da quanti anni si occupa di pazienti in stato vegetativo? «Dal 1997, quando questo reparto fu aperto. Dei miei colleghi non ci voleva venire nessuno, così lo feci io. Non mi sono mai pentito di averlo fatto». Cosa significa essere in stato vegetativo? «La definizione esatta è: veglia non responsiva. Si tratta di persone che, in seguito a un grave trauma che ha colpito il sistema nervoso centrale sono entrate in coma. Dal coma sono passate allo stato vegetativo, cioè aprono gli occhi, hanno recuperato lo stato di veglia, ma non sono coscienti di sé e dell'ambiente circostante». Come vivono i suoi pazienti? «Allettati, ma seguiti tanto e bene dai nostri infermieri. In vent'anni che sono qui, nessuno di loro ha mai sofferto una piaga da decubito. Gli infermieri li idratano, li pettinano, li lavano e poi li affidano ai parenti che li portano in giardino a fare un giro, ogni giorno». Di cosa hanno bisogno? «Da un punto di vista sanitario, di poco; da un punto di vista umano, di tantissimo. Qui il 90% del lavoro è svolto dagli infermieri. Per farli alzare, lavarli e vestirli (qui noi non lasciamo mai nessuno in pigiama) e metterli in carrozzina ci vogliono due infermieri. L'operazione dura anche cinquanta minuti». Non ci sono terapie straordinarie da mettere in campo. «No, nessuna. O meglio: la nostra terapia è l'assistenza. Non sottovaluti questo aspetto, in realtà è una grande lezione per il nostro tempo, ormai contraddistinto da malati cronici e da anziani: che questi pazienti siano inguaribili non significa che siano incurabili». Alcuni li definiscono dei «vegetali». «Una parola orrenda. Queste persone sono esseri umani. Certo, hanno perso una funzione fondamentale, la coscienza, ma l'uomo è più di questo. Se diciamo che un uomo è solo chi esercita certe funzioni, se non le ha o le perde allora diventa lecito trattarlo come una cosa? Diventa lecito eliminarlo?». Le è mai capitato che qualche parente glielo chiedesse? «Mai, esplicitamente mai». Nemmeno adesso, dopo le Dat? «Nemmeno adesso. E questo dovrebbe farci riflettere: nessuna situazione, anche la più drammatica, schiaccia una persona se questa trova un luogo dove è accolta con amore. Bisogna ringraziare la scelta illuminata che anni fa fu fatta dalla Regione Lombardia di Roberto Formigoni che decise di istituire un fondo per aiutare le famiglie delle persone che si trovano in stato vegetativo». Perché dice questo? «Perché se questi pazienti si trovassero a casa, in situazioni di disagio, avendo bisogno di cure 24 ore su 24 e di assistenza 7 giorni su 7, forse la disperazione potrebbe avere la meglio». Invece nel suo reparto... «Qui è un porto di mare, come dico io. C'è un via vai di parenti che solidarizzano anche molto tra di loro. Si aiutano, parlano ai loro cari, raccontano loro cosa accade nel mondo». E questo serve? «Tantissimo. Poiché hanno vissuto molto più tempo di noi con queste persone, ne conoscono i tic e poiché stanno loro accanto per ore e ore, ne sanno riconoscere i cambiamenti impercettibili che a chiunque altro sfuggirebbero. Non è un caso che i primi ad accorgersi dei risvegli siano loro». In che senso? «Le racconto una storia. Anni fa arrivò qui Roberto, un operaio trentenne che aveva avuto un'asfissia. Rimase in stato vegetativo per un anno e mezzo finché la moglie non ci chiamò per dire che “Roberto aveva riso". Ci avvicinammo dubbiosi e chiedemmo: “Sai dove sei?". Fece cenno di sì col capo. Gli domandammo allora se la moglie Ilenia si chiamava Giovanna e fece cenno di no». Oggi come sta Roberto? «È a casa, paralizzato, ma parla, sta con la sua famiglia. Il suo risveglio è stato fondamentale perché Roberto ha potuto spiegarci che, quando noi lo alzavamo col sollevatore per metterlo in acqua, lui provava dolore, anche se noi non potevamo saperlo. Capisce perché non possiamo chiamarli “vegetali"? A quanti risvegli ha assistito? «Almeno a una dozzina. Ogni volta è una festa, così come ogni volta è un dolore se uno di loro muore. Perché comunque è innegabile che nel mio reparto si viva una condizione di sofferenza. Ma se si trova qualcuno disposto a condividerla (medici, infermieri, altri parenti), può essere affrontata». Perché dice che è una condizione misteriosa? «Secondo gli studi questi pazienti sono in una condizione clinica su cui c'è un margine di errore altissimo, del 40%. Le ultime quattro persone che sono entrate in reparto diagnosticate come stati vegetativi ora non lo sono più. L'ultima l'abbiamo addirittura dimessa. Oggi mangia, non ha più bisogno di essere alimentata con il sondino. Decida lei se chiamare questo fatto un clamoroso errore diagnostico o un miracolo».
Ansa
Va detto che problemi analoghi - dipendenti dal politicamente corretto che infetta la professione giornalistica - non sono presenti solo in Italia. Più o meno ovunque in Europa si trova traccia di simili imbarazzi a mezzo stampa quando a diventare protagonisti di fatti di cronaca sono gli stranieri. Ogni volta che si verifica un episodio anche solo lontanamente in odore di terrorismo, prima che siano rese note le generalità dei sospettati passano ore e ore. Le autorità tedesche in particolare sembrano tenacemente restie alle comunicazioni, o comunque lo sono state a lungo durante gli anni terribili in cui l’Isis imperversava.
In Svizzera, come ricorda il Corriere del Ticino, c’è stato un paio di anni fa un caso che ha sollevato particolari polemiche. Nel febbraio del 2024, un richiedente asilo iraniano di 32 anni armato di ascia e coltello ha preso in ostaggio 15 persone su un treno regionale vicino a Yverdon (Vaud). L’uomo era poi stato ucciso dalla polizia. Un episodio clamoroso che i giornalisti della Srf, la radiotelevisione franco-tedesca, raccontarono senza comunicare al pubblico la nazionalità e lo status dell’uomo armato. Le linee guida redazionali imponevano infatti di menzionare la nazionalità solo se «importante per la comprensione dell’accaduto». Un telespettatore, giustamente indignato, presentò un reclamo e gli organismi interni di controllo dell’emittente stabilirono che in effetti, in quella circostanza, i cronisti avrebbero dovuto fornire più informazioni sull’uomo che aveva creato il terrore sul treno.
Forse anche in virtù della figuraccia rimediata nel 2024, di recente la Srf ha deciso di modificare le linee guida e di menzionare la nazionalità di chi commette un crimine e di chi ne rimane vittima. Ma c’è molto di più: a settembre, il Consiglio nazionale svizzero - con 100 voti a favore, 84 contrari e 5 astensioni - ha approvato una proposta che prevedeva di rendere obbligatoria la comunicazione da parte delle forze dell’ordine della nazionalità degli autori di reati. Tale proposta è stata approvata ora (23 voti a favore, 16 contrari e una astensione) dal Consiglio degli Stati svizzero, cioè la Camera che rappresenta i vari Cantoni. In buona sostanza, d’ora in poi «nei comunicati di polizia, l’informazione deve includere età, sesso e nazionalità degli autori dei reati, degli indiziati e delle vittime, salvo che vi si oppongano motivi di protezione della personalità o che tali dati consentano di identificare persone». Insomma, le forze dell’ordine dovranno dire con chiarezza chi è l’autore di un reato, di conseguenza gli organi di stampa non potranno più fare finta di non saperlo, e qualora decidessero di omettere l’informazione saranno responsabili della propria scelta.
La proposta appena approvata è stata presentata da Benjamin Fischer (Udc) e, manco a dirlo, avversata dalla sinistra. Secondo Marco Chiesa, compagno di partito di Fischer «esiste un interesse pubblico a che la popolazione sia informata in modo veritiero, esauriente e trasparente sulla sicurezza pubblica, specie alla luce soprattutto delle ampie possibilità di partecipazione offerte dalla democrazia diretta. Questo vuol dire anche indicare l’età, il sesso e la nazionalità degli autori dei reati, di modo che i cittadini possano farsi un’idea dei fatti. Non si tratta di stigmatizzare chicchessia, bensì di attenersi ai fatti. L’opacità attuale e l’opportunismo politico non fanno che minare la fiducia della popolazione nelle istituzioni. La trasparenza invece rafforza il dibattito pubblico: per questo l’informazione deve essere completa». Difficile dargli torto.
Dato che la peste woke ormai è diffusa ovunque, però, anche in Svizzera c’è stato chi ha duramente criticato la proposta destrorsa. «I media hanno una responsabilità particolare, perché la loro copertura mediatica ha un grande impatto sulla percezione dell’opinione pubblica», ha detto al Corriere del Ticino Marianne Helfer, responsabile del Servizio per la lotta al razzismo (Slr). «La menzione frequente o non necessaria può rafforzare i pregiudizi, soprattutto se non vengono fornite informazioni comparabili». Fantastico: secondo la professionista dell’antirazzismo ogni volta che uno straniero commette un crimine bisognerebbe evitare di dirlo, oppure dirlo ma ricordare anche quanti crimini commettono gli autoctoni onde evitare di alimentare presunti pregiudizi.
La verità è che il fatto stesso che esista un dibattito su questo tema è assurdo e ridicolo. I media dovrebbero semplicemente raccontare i fatti come sono, senza preoccuparsi di proteggere questa o quella minoranza. Se a commettere un reato è uno straniero perché non si dovrebbe dirlo? La risposta a questa domanda è una sola: censurare la nazionalità di un criminale serve a difendere il sistema dell’immigrazione di massa. Bisogna evitare che la popolazione sappia che gli stranieri commettono crimini per fare sì che non si opponga all’ingresso di altri immigrati. Ecco perché la nuova norma svizzera è particolarmente importante: mette fine a decenni di ipocrisia e disinformazione, stabilisce che ai cittadini sia detta la pura e semplice verità. Se da queste parti avessimo un po’ di coraggio e onestà intellettuale, dovremmo prendere esempio.
Continua a leggereRiduci
(Guardia di Finanza)
Grazie alla collaborazione istituzionale tra il ICQRF (Ispettorato centrale della tutela della qualità e della repressione frodi dei prodotti agroalimentari) e il Nucleo Speciale Beni e Servizi della Guardia di Finanza, nel corso del 2024 è iniziata l’operazione nazionale «Vinum Mentitum», per il contrasto delle frodi nel settore vitivinicolo.
L’attività, nata dall’analisi congiunta delle informazioni e dei dati disponibili alle due amministrazioni, ha tenuto in considerazione molti aspetti critici di un settore come quello vitivinicolo che ha raggiunto un’importanza strategica nel mercato, aumentando il consolidamento del ruolo di leadership dell’Italia negli scambi dell’export agroalimentare.
I controlli si sono concentrati sulla prevenzione e repressione di pratiche fraudolente legate alla illecita rivendicazione di vini come Dop e Igp, all’utilizzo di uve e mosti non conformi ai disciplinari di produzione e alla provenienza da areali diversi da quelli certificati, con l’obiettivo di tutelare il mercato e garantire una corretta informazione ai consumatori.
L’accurata analisi del rischio, svolta congiuntamente dall’ICQRF centrale e dal Gruppo Anticontraffazione e Sicurezza Prodotti del Nucleo Speciale Beni e Servizi, ha individuato specifiche criticità nelle diverse fasi della filiera – dalla raccolta all’imbottigliamento – anche in relazione a fattori esogeni quali eventi climatici avversi, carenza di manodopera, inflazione e fitopatie. Tali elementi hanno orientato la pianificazione delle attività di controllo e la selezione degli operatori da sottoporre a verifica.
I controlli mirati, eseguiti su tutto il territorio nazionale dai Reparti territoriali della Guardia di Finanza e dagli Uffici e Laboratori dell’ICQRF, hanno portato al sequestro di circa 2,5 milioni di litri di vino falsamente certificati Dop e Igp, per un valore complessivo superiore a 4 milioni di euro, nonché alla segnalazione di 24 soggetti alle autorità amministrative competenti.
Nel corso delle ispezioni sono state inoltre riscontrate numerose incongruenze tra le giacenze fisiche e le rimanenze contabili risultanti dal registro dematerializzato SIAN, con conseguente contestazione di 59 violazioni amministrative, che hanno determinato un gettito minimo per l’erario pari a 410.000 euro, oltre all’emissione di 11 diffide per violazioni sanabili.
Dalle attività sono scaturiti anche controlli di natura fiscale, che hanno consentito di accertare l’omessa documentazione di operazioni imponibili per oltre 280.000 euro, l’omesso versamento dell’IVA per circa 800.000 euro, nonché irregolarità in materia di lavoro sommerso e accise sul vino.
I risultati dell’operazione confermano, ancora una volta, l’efficacia dell’azione sinergica tra ICQRF e Guardia di Finanza nella tutela del Made in Italy, delle denominazioni di origine e delle indicazioni geografiche, a garanzia della leale concorrenza e delle scelte consapevoli dei consumatori.
Continua a leggereRiduci
Enrico Mattei con lo Scià Rehza Pahlavi nel 1960 (Getty Images)
L’italia dei primi anni Cinquanta aveva una grande sete di energia. Lasciate alle spalle le macerie della guerra, aveva fruito degli aiuti economici del Piano Marshall avviandosi verso una fase di forte sviluppo industriale. Zona cruciale per la posizione nel Mediterraneo, la Penisola era entrata nel 1949 a far parte dei Paesi del Patto Atlantico. Tuttavia, rimaneva forte la dipendenza dai grandi produttori esteri nel settore del petrolio, che rappresentava un freno e un possibile ostacolo all’alba del «boom» economico per gli alti prezzi applicati all’oro nero da parte dei fornitori. L’Italia, Paese sconfitto in guerra ed ex possessore di colonie, fu fortemente limitato nello scacchiere internazionale delle concessioni petrolifere e sempre sottoposto al potere dei consorzi anglo-americani. Almeno fino alla nascita, nel 1953, dell’Ente Nazionale Idrocarburi guidata dall’ex liquidatore dell’Agip nato durante il ventennio, Enrico Mattei. Ingegnere chimico, deputato della Democrazia ed ex comandante dei partigiani «bianchi», Mattei mostrò subito una forte tendenza a rompere il giogo dei grandi produttori esteri, cercando spazio per l’Italia con l’obiettivo di una più larga autonomia energetica.
La visione di Mattei non includeva soltanto un piano industriale, ma era anche e soprattutto geopolitica. Il padre dell’ente idrocarburi italiano sfruttò appieno i rivolgimenti in atto nei Paesi nordafricani del Mediterraneo (tra cui naturalmente l’ex colonia libica) e del Medio Oriente per creare una breccia nel monopolio delle sette sorelle. Nel caso specifico dell’Iran, l’occasione per Mattei venne proprio dal rapido mutamento della situazione internazionale e dallo sconvolgimento degli equilibri politici di Teheran. Dopo la fine della guerra, il governo del Paese era stato fortemente turbato da fatti di sangue, cospirazioni ed assassinii che avevano portato, dopo un attentato alla sua vita, all’allontanamento dello Scià Rehza Pahlavi dalla guida dell’Iran. Al suo posto si era insediato il nazionalista Mohammad Mossadeq, la cui politica mirava alla nazionalizzazione del petrolio e ad un’islamizzazione dello Stato per le spinte del suo braccio destro, l’ayatollah Kashani, che fu uno dei mentori di Khomeini. Nel 1950 iniziarono gli approcci italiani all’Iran, con la ratifica del Trattato di Amicizia finalizzato alla fornitura di tecnologia nel campo della meccanica, della chimica e per la realizzazione di opere pubbliche. Il nuovo governo iraniano, impegnato a rompere il monopolio anglo-americano, aveva bisogno di tecnologia per lo sfruttamento di aree non ancora esplorate. Qui si inserì l’azione di Enrico Mattei, che vide un’opportunità unica per la crescita internazionale dell’industria petrolifera italiana. Il 1953 fu un anno chiave sia per la nascita dell’Eni che per il colpo di Stato voluto dagli anglo-americani, che rovesciarono Mossadeq riportando Pahlavi alla guida del Paese. Coperto dall’appoggio occidentale, lo Scià non abbandonò completamente l’idea di un’industria nazionale del petrolio. In quel periodo, si intensificarono i contatti con l’ente italiano tramite la neonata Nioc (National Iranian Oil Company). Nel 1955 Mattei iniziava i rapporti con il governo di Teheran, per la fornitura del supporto tecnico nell’esplorazione delle zone individuate dalla Nioc. L’anno successivo la prima delegazione dell’Agip Mineraria era in Iran con il compito di esplorare un’area di 12.000 chilometri quadrati a Nord del Golfo Persico. Il 14 marzo del 1957 l’accordo tra Eni e Nioc fu siglato con l’approvazione finale del governo italiano: l’Italia entrava così in modo indipendente nel mercato petrolifero iraniano, saltando il monopolio del consorzio anglo-americano. Ma quello che destò maggiore scalpore a livello internazionale furono le clausole fino ad allora inedite del contratto: fino ad allora la regola prevedeva la divisione al 50% delle royalties tra le compagnie ed il Paese produttore. Mattei, con atto coraggioso e spregiudicato, assegnò il 75% agli iraniani in virtù del fatto che l’accordo era stato siglato con una compagnia di Stato. Questo significava un’opportunità unica per Teheran e fu letta dai grandi produttori anglo-americani come un atto di concorrenza sleale. All’indomani della firma dell’accordo la stampa anglosassone, in particolare quella americana, si scagliò contro l’iniziativa dell’Eni. L’accordo era stato siglato in un periodo di crisi geopolitica rappresentato dalla guerra di Suez, così che i governi di Londra e Washington vissero l’ingresso dell’Italia in Iran come una pugnalata alla schiena. Mattei tirò dritto, nonostante le ritorsioni dirette che le sette sorelle misero in atto in Libia facendo pressioni sul governo di Tripoli affinché riducesse le concessioni all’Eni. Ancora una volta la geopolitica venne in aiuto al patron del petrolio italiano, perché il governo dello Scià rappresentava un punto delicato e non poteva essere in quel momento punito. Erano gli anni della Guerra fredda e Mosca rappresentava una minaccia per le mire che storicamente nutriva sull’Iran.
Le esplorazioni dell’Agip Mineraria portarono allo sfruttamento dei giacimenti iraniani dopo il 1960. Non fu un’impresa semplice a causa della natura del terreno e delle incognite che il sottosuolo riservava. Particolare difficoltà rappresentò la spedizione sui Monti Zagros, rilievi inospitali al confine con l’Iraq, sia per le grandi difficoltà logistiche nel trasporto dei materiali in alta montagna che per il pericolo rappresentato dalla presenza di banditi. Nel 1960 fu scavato il primo dei giacimenti sul monte Sequtah, a cui seguiranno altre perforazioni dal 1965 in avanti. Per mettere a frutto i pozzi fu necessario un grande sforzo in termini di infrastrutture, tra cui una complessa rete di teleferiche per superare le profonde ed aspre gole che caratterizzavano la catena montuosa iraniana.
Il più importante giacimento scoperto dall’Eni in Iran fu quello offshore di Doroud, nelle acque del Golfo Persico. Qui i tecnici Eni assieme agli iraniani della Nioc realizzarono il più importante campo petrolifero italo-iraniano, con una produzione che a partire dalla metà degli anni ’60 permise la produzione di circa 100.000 barili al giorno, rappresentando il centro nevralgico dell’industria petrolifera italiana in Iran.
Dopo la tragica scomparsa di Mattei nel 1962, l’attività dell’Eni in Iran proseguì secondo i piani originari, fino alla soglia degli anni ’70, quando la nascita dell’Opec trasformò radicalmente la natura dei contratti tra le compagnie e i Paesi produttori. La seconda e più grave cesura avvenne con la rivoluzione che nel 1979 portò al regime degli ayatollah guidato da Khomeini, che nazionalizzò totalmente l’industria petrolifera. Fu in questo frangente che l’Eni perse la gestione del giacimento di Doroud. La successiva guerra contro l’Iraq portò distruzione nelle infrastrutture e una graduale ripresa degli investimenti dell’Eni si ebbe alla fine del regime di Khomeini l’anno successivo. Negli anni ’90, pur con contratti radicalmente diversi da quelli siglati da Enrico Mattei all’alba della presenza italiana, L’Eni ebbe una seconda fase di espansione durata fino all’inizio del terzo millennio, con importanti collaborazioni come quella che portò alla costruzione del grande gasdotto South Pars. Dal 2010 al 2015 l’embargo petrolifero all’Iran e le sanzioni a Teheran hanno paralizzato l’attività di Eni in Iran. Dopo una breve finestra di due anni dopo l’accordo sul nucleare del 2015 l’azienda italiana si è dedicata soprattutto al recupero dei crediti maturati in Iran negli anni precedenti. Dal 2018, anno della ripresa delle tensioni internazionali sull’Iran, i progetti di Eni si sono spostati su altre aree strategiche in Africa, Asia e Nord Europa.
Continua a leggereRiduci