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2023-03-23
L’asse tra Xi Jinping e Putin divide il mondo in due. Berlino taglia l’export cinese
Xi e Vladimir Putin (Ansa)
Si è concluso lo storico quanto pericoloso incontro tra Xi Jinping e Vladimir Putin. Rimpiangeremo l’eredità di questo bilaterale, tanto più che era annunciato da tempo. Negli ultimi mesi la Russia ha ampiamente superato l’Arabia Saudita come fornitore cinese di petrolio. È frutto del pacchetto di sanzioni imposto dall’Ue a dicembre, per volere degli Usa. La partnership tra i due colossi asiatici non si basa, però, solo sulle materie prime non rinnovabili. Le importazioni cinesi di alluminio da Mosca sono balzate del 94%, mentre dall’inizio della guerra in Ucraina Pechino avrebbe mandato all’esercito russo droni e componenti di ricambio, stando a un articolo del New York Times, per almeno 12 milioni di dollari. La cifra è risibile, ma serve a dare il senso del momento.
Mosca è sempre più asiatica e al tempo stesso il dollaro è sempre meno una valuta di scambio internazionale. Una eventualità che la Casa Bianca non può permettersi. Un esempio su tutti: in India, lo scorso giugno, la Ultratech Cement, leader assoluto del cemento in quel Paese, ha pagato le 157.000 tonnellate di carbone partite dal porto russo di Vanino sul cargo MV Mangas, in yuan. Per l’esattezza, 172.652.900 yuan (25,81 milioni di dollari) bonificati al produttore Suek. E, a differenza di certe cedole obbligazionarie saldate in rubli, prontamente processati e incassati dalle banche. Con l’avvio del nuovo anno, Pechino e Mosca hanno fatto un passo in avanti nella visione antioccidentale.
Lo scorso mese il Fondo monetario internazionale ha diffuso i valori dell’economia mondiale nel 2022 e le stime per l’anno appena iniziato. All’interno dello studio c’è anche la voce Russia. Il Pil di Mosca è sceso, nel 2022, del 2,2% contro una previsione (già lieve) del 3,4. L’Fmi aggiunge anche la previsione per il 2023 (una crescita del Pil dello 0,3%) e per il 2024 (2,1%). Il Fondo giustifica la stime in modo molto semplice: «Ai prezzi attuali del greggio», si legge nel report, «l’economia russa non sarà danneggiata». La guerra in Ucraina ha interrotto i flussi di materie prime verso Ovest, ma «il commercio è stato rimpiazzato dai contratti con i Paesi asiatici o in generale a Est del blocco».
In pratica, il Fmi introduce il tema vero che caratterizzerà le tensioni di quest’anno. L’Europa pensa di avere superato le tensioni sul gas. In effetti, il prezzo è sceso per via dei minori consumi, della politica Ue del contingentamento e dell’inverno mite. I Paesi dell’Unione non hanno iniziato solo ora a preoccuparsi delle scorte di metalli industriali e di leghe necessarie per il manifatturiero. La guerra in Ucraina ha insegnato che la sovranità energetica è fondamentale quanto quella dei metalli rari.
Il tema è che l’ha capito bene pure l’asse Mosca-Pechino. Non stupisce, dunque, che a 24 ore dalla fine del summit moscovita sia arrivata la prima risposta occidentale. Per essere precisi, tedesca. Ieri il ministro dell’Economia, Robert Habeck, ha confermato alla Faz il progetto di limitare l’export verso la Cina. Si tratta di un passaggio storico e non privo di ripercussioni sulla stessa economia di Berlino. La bilancia commerciale tra le due nazioni vale circa 210 miliardi. Il solo export tedesco pesa circa 100 miliardi. Non poco se si considera il valore complessivo del Pil, vicino ai 3.600 miliardi. La scorsa settimana il ministro, che è anche vice cancelliere, aveva già affrontato l’argomento mettendo le mani avanti. Habeck è intervenuto sui temi della tecnologia e del 5G e ha tenuto a spiegare ai giornalisti astanti che la scelta non subisce le pressioni americane. Sembra più una excusatio non petita.
D’altronde, rotta l’amicizia con Mosca, Berlino si trova quasi costretta a innalzare un nuovo muro nella speranza di chiudere accordi non penalizzanti con le aziende Usa e, quindi, una sorta di ombrello rispetto all’Ira, Inflaction reduction act. Le pressioni, però, esistono eccome. Il dieselgate non è nato per caso e ha avuto pure strascichi relativi all’emissione di bond verdi. Proprio l’antipasto della vicenda esplosa lo scorso anno con le perquisizioni nella sede di Dws. Vedremo che strada prenderà l’inchiesta anche se non è difficile immaginare quale sarà il punto di caduta. Almeno, visti i precedenti.
Il mercato degli investimenti green, nonostante la guerra in corso, resta strategico per gli Usa. Così come tornerà a esserlo quello dell’aviazione e delle tecnologie digitali. Il salto di qualità potrebbe essere l’estensione delle sanzioni alle aziende che collaborano non solo con russi ma anche con i cinesi e lo fanno movimentando dollari. Nel 2019, Airbus, il colosso franco tedesco dell’aviazione, è stato ritenuto colpevole di aiuti illeciti da parte degli Stati azionisti, l’America ha potuto far scattare i dazi contro l’Ue. L’ammontare era di 7,5 miliardi. Il tira e molla tra Boeing ed Airbus andava avanti da oltre 14 anni e non avremmo assistito a colpi di scena se, tra i due litiganti, non si fosse inserita la Cina. Ciò che la Casa Bianca non accetta è il maxi trasferimento di know how in corso tra la Francia, la Germania e il Dragone. Pechino ha offerto un mercato di sviluppo ad Airbus e, in cambio, ha chiesto di ospitare in patria intere piattaforme logistiche e tecnologiche.
Gli Usa non hanno paura delle tecnologia di Airbus, ma che questa finisca ai cinesi per osmosi. E ancora oggi non è un timore infondato. Le parole di Habeck sono dunque una rassicurazione e, al tempo stesso, un segno della spaccatura in due del globo. Occidente contro Oriente.
Sui chip i tedeschi si alleano a Taiwan
Quella dei microchip è una partita geopolitica fondamentale che si sta sempre più intersecando con vari dossier internazionali: dalla crisi taiwanese a quella ucraina.
Martedì, il ministro dell’Istruzione tedesco, Bettina Stark-Watzinger, si è recato a Taiwan: è la prima volta che un ministro di Berlino effettua una visita nell’isola da ventisei anni a questa parte. Una circostanza che, neanche a dirlo, ha fortemente irritato Pechino. In particolare, la Stark-Watzinger ha siglato un accordo con il governo di Taipei in materia di scienza e tecnologia. «Se combiniamo la capacità di produzione di chip di Taiwan con le applicazioni della Germania in alcune industrie avanzate, come la biomedicina e le automobili, allora ci sarà una cooperazione vantaggiosa per tutti nei prossimi dieci, venti o anche trent’anni», ha dichiarato nell’occasione il ministro taiwanese della Scienza e della tecnologia Tsung-Tsong Wu. È, del resto, in questo contesto che, come sottolineato anche da Deutsche Welle, «il produttore di chip taiwanese Tsmc sta tenendo colloqui con lo Stato della Sassonia in merito a un possibile impianto in Germania».
Insomma, Berlino e Taipei mirano a rafforzare i loro legami in materia di semiconduttori. Un elemento significativo che allontana la Germania dalla Cina, avvicinandola agli Stati Uniti: quella stessa Germania che, soprattutto negli ultimi anni, aveva assunto una linea politica ed economica notevolmente filocinese. Non è, d’altronde, un mistero che il dossier dei chip rappresenti una delle principali fonti di attrito tra Washington e Pechino.
Martedì, il dipartimento del Commercio americano ha proposto delle regole affinché le aziende tecnologiche d’Oltreatlantico possano accedere ai 52 miliardi di dollari stanziati per il settore dei semiconduttori ai sensi del Chips and science act (una legge, approvata nell’estate dell’anno scorso). In particolare si richiede, tra le altre cose, che queste società non producano semiconduttori in Paesi come Russia, Iran, Corea del Nord e Cina. Il segretario al Commercio, Gina Raimondo, ha affermato che «queste regole contribuiranno a garantire che resteremo un passo avanti rispetto agli avversari per i decenni a venire».
Una misura, quella presentata dalla Raimondo, che è stata criticata ieri dal portavoce del ministero degli Esteri cinese, Wang Wenbin. In questo quadro, sempre ieri, Taiwan News riportava che il colosso statunitense Qualcomm starebbe accelerando il trasferimento della propria supply chain dalla Cina a Taiwan. Dal canto suo, anche Pechino sta adottando le sue misure. La Repubblica popolare ha reso più facile ad alcuni dei principali produttori cinesi di microchip l’accesso ai sussidi governativi: una mossa che, secondo il Financial Times, ha un significato principalmente collegato alla competizione con gli Stati Uniti. Ricordiamo che la tensione su Taiwan sta salendo anche a causa della partita sui semiconduttori.
L’isola ne è tra i principali produttori al mondo e gli americani paventano seri rischi per l’approvvigionamento e la sicurezza nazionale qualora Taipei dovesse cadere nelle mani del Dragone in seguito a un’invasione militare. Ma, attenzione. La questione dei microchip coinvolge anche la crisi ucraina.
Lo scorso 4 marzo, Bloomberg News ha riportato che la Russia sta riuscendo ad aggirare le sanzioni occidentali sui semiconduttori appoggiandosi a Paesi terzi, come il Kazakistan, la Serbia e la Turchia. «Il Kazakistan fornisce un esempio chiave. Nel 2022 la nazione dell’Asia centrale ha esportato in Russia semiconduttori avanzati per un valore di 3,7 milioni di dollari, rispetto ai soli 12.000 dollari dell’anno prima dell’inizio della guerra», ha riferito la testata. Non solo. Secondo la stessa fonte, l’anno scorso la Russia ha registrato impennate nell’import di chip anche da parte di Serbia e Turchia: un Paese, quest’ultimo, che fa parte della Nato e che mantiene contemporaneamente relazioni piuttosto strette con Mosca.
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Primo effetto del bilaterale: Germania pronta a limitare l’export verso la Cina. Aumentando così il dualismo tra Asia e Occidente.Nella guerra dei semiconduttori, settore sempre più strategico soprattutto per gli Usa, i due Stati siglano piani di cooperazione. Mosca aggira le sanzioni grazie ai Paesi terzi.Lo speciale contiene due articoli Si è concluso lo storico quanto pericoloso incontro tra Xi Jinping e Vladimir Putin. Rimpiangeremo l’eredità di questo bilaterale, tanto più che era annunciato da tempo. Negli ultimi mesi la Russia ha ampiamente superato l’Arabia Saudita come fornitore cinese di petrolio. È frutto del pacchetto di sanzioni imposto dall’Ue a dicembre, per volere degli Usa. La partnership tra i due colossi asiatici non si basa, però, solo sulle materie prime non rinnovabili. Le importazioni cinesi di alluminio da Mosca sono balzate del 94%, mentre dall’inizio della guerra in Ucraina Pechino avrebbe mandato all’esercito russo droni e componenti di ricambio, stando a un articolo del New York Times, per almeno 12 milioni di dollari. La cifra è risibile, ma serve a dare il senso del momento.Mosca è sempre più asiatica e al tempo stesso il dollaro è sempre meno una valuta di scambio internazionale. Una eventualità che la Casa Bianca non può permettersi. Un esempio su tutti: in India, lo scorso giugno, la Ultratech Cement, leader assoluto del cemento in quel Paese, ha pagato le 157.000 tonnellate di carbone partite dal porto russo di Vanino sul cargo MV Mangas, in yuan. Per l’esattezza, 172.652.900 yuan (25,81 milioni di dollari) bonificati al produttore Suek. E, a differenza di certe cedole obbligazionarie saldate in rubli, prontamente processati e incassati dalle banche. Con l’avvio del nuovo anno, Pechino e Mosca hanno fatto un passo in avanti nella visione antioccidentale.Lo scorso mese il Fondo monetario internazionale ha diffuso i valori dell’economia mondiale nel 2022 e le stime per l’anno appena iniziato. All’interno dello studio c’è anche la voce Russia. Il Pil di Mosca è sceso, nel 2022, del 2,2% contro una previsione (già lieve) del 3,4. L’Fmi aggiunge anche la previsione per il 2023 (una crescita del Pil dello 0,3%) e per il 2024 (2,1%). Il Fondo giustifica la stime in modo molto semplice: «Ai prezzi attuali del greggio», si legge nel report, «l’economia russa non sarà danneggiata». La guerra in Ucraina ha interrotto i flussi di materie prime verso Ovest, ma «il commercio è stato rimpiazzato dai contratti con i Paesi asiatici o in generale a Est del blocco». In pratica, il Fmi introduce il tema vero che caratterizzerà le tensioni di quest’anno. L’Europa pensa di avere superato le tensioni sul gas. In effetti, il prezzo è sceso per via dei minori consumi, della politica Ue del contingentamento e dell’inverno mite. I Paesi dell’Unione non hanno iniziato solo ora a preoccuparsi delle scorte di metalli industriali e di leghe necessarie per il manifatturiero. La guerra in Ucraina ha insegnato che la sovranità energetica è fondamentale quanto quella dei metalli rari. Il tema è che l’ha capito bene pure l’asse Mosca-Pechino. Non stupisce, dunque, che a 24 ore dalla fine del summit moscovita sia arrivata la prima risposta occidentale. Per essere precisi, tedesca. Ieri il ministro dell’Economia, Robert Habeck, ha confermato alla Faz il progetto di limitare l’export verso la Cina. Si tratta di un passaggio storico e non privo di ripercussioni sulla stessa economia di Berlino. La bilancia commerciale tra le due nazioni vale circa 210 miliardi. Il solo export tedesco pesa circa 100 miliardi. Non poco se si considera il valore complessivo del Pil, vicino ai 3.600 miliardi. La scorsa settimana il ministro, che è anche vice cancelliere, aveva già affrontato l’argomento mettendo le mani avanti. Habeck è intervenuto sui temi della tecnologia e del 5G e ha tenuto a spiegare ai giornalisti astanti che la scelta non subisce le pressioni americane. Sembra più una excusatio non petita. D’altronde, rotta l’amicizia con Mosca, Berlino si trova quasi costretta a innalzare un nuovo muro nella speranza di chiudere accordi non penalizzanti con le aziende Usa e, quindi, una sorta di ombrello rispetto all’Ira, Inflaction reduction act. Le pressioni, però, esistono eccome. Il dieselgate non è nato per caso e ha avuto pure strascichi relativi all’emissione di bond verdi. Proprio l’antipasto della vicenda esplosa lo scorso anno con le perquisizioni nella sede di Dws. Vedremo che strada prenderà l’inchiesta anche se non è difficile immaginare quale sarà il punto di caduta. Almeno, visti i precedenti. Il mercato degli investimenti green, nonostante la guerra in corso, resta strategico per gli Usa. Così come tornerà a esserlo quello dell’aviazione e delle tecnologie digitali. Il salto di qualità potrebbe essere l’estensione delle sanzioni alle aziende che collaborano non solo con russi ma anche con i cinesi e lo fanno movimentando dollari. Nel 2019, Airbus, il colosso franco tedesco dell’aviazione, è stato ritenuto colpevole di aiuti illeciti da parte degli Stati azionisti, l’America ha potuto far scattare i dazi contro l’Ue. L’ammontare era di 7,5 miliardi. Il tira e molla tra Boeing ed Airbus andava avanti da oltre 14 anni e non avremmo assistito a colpi di scena se, tra i due litiganti, non si fosse inserita la Cina. Ciò che la Casa Bianca non accetta è il maxi trasferimento di know how in corso tra la Francia, la Germania e il Dragone. Pechino ha offerto un mercato di sviluppo ad Airbus e, in cambio, ha chiesto di ospitare in patria intere piattaforme logistiche e tecnologiche. Gli Usa non hanno paura delle tecnologia di Airbus, ma che questa finisca ai cinesi per osmosi. E ancora oggi non è un timore infondato. Le parole di Habeck sono dunque una rassicurazione e, al tempo stesso, un segno della spaccatura in due del globo. Occidente contro Oriente.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lasse-tra-xi-jinping-e-putin-divide-il-mondo-in-due-berlino-taglia-lexport-cinese-2659639174.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sui-chip-i-tedeschi-si-alleano-a-taiwan" data-post-id="2659639174" data-published-at="1679517643" data-use-pagination="False"> Sui chip i tedeschi si alleano a Taiwan Quella dei microchip è una partita geopolitica fondamentale che si sta sempre più intersecando con vari dossier internazionali: dalla crisi taiwanese a quella ucraina. Martedì, il ministro dell’Istruzione tedesco, Bettina Stark-Watzinger, si è recato a Taiwan: è la prima volta che un ministro di Berlino effettua una visita nell’isola da ventisei anni a questa parte. Una circostanza che, neanche a dirlo, ha fortemente irritato Pechino. In particolare, la Stark-Watzinger ha siglato un accordo con il governo di Taipei in materia di scienza e tecnologia. «Se combiniamo la capacità di produzione di chip di Taiwan con le applicazioni della Germania in alcune industrie avanzate, come la biomedicina e le automobili, allora ci sarà una cooperazione vantaggiosa per tutti nei prossimi dieci, venti o anche trent’anni», ha dichiarato nell’occasione il ministro taiwanese della Scienza e della tecnologia Tsung-Tsong Wu. È, del resto, in questo contesto che, come sottolineato anche da Deutsche Welle, «il produttore di chip taiwanese Tsmc sta tenendo colloqui con lo Stato della Sassonia in merito a un possibile impianto in Germania». Insomma, Berlino e Taipei mirano a rafforzare i loro legami in materia di semiconduttori. Un elemento significativo che allontana la Germania dalla Cina, avvicinandola agli Stati Uniti: quella stessa Germania che, soprattutto negli ultimi anni, aveva assunto una linea politica ed economica notevolmente filocinese. Non è, d’altronde, un mistero che il dossier dei chip rappresenti una delle principali fonti di attrito tra Washington e Pechino. Martedì, il dipartimento del Commercio americano ha proposto delle regole affinché le aziende tecnologiche d’Oltreatlantico possano accedere ai 52 miliardi di dollari stanziati per il settore dei semiconduttori ai sensi del Chips and science act (una legge, approvata nell’estate dell’anno scorso). In particolare si richiede, tra le altre cose, che queste società non producano semiconduttori in Paesi come Russia, Iran, Corea del Nord e Cina. Il segretario al Commercio, Gina Raimondo, ha affermato che «queste regole contribuiranno a garantire che resteremo un passo avanti rispetto agli avversari per i decenni a venire». Una misura, quella presentata dalla Raimondo, che è stata criticata ieri dal portavoce del ministero degli Esteri cinese, Wang Wenbin. In questo quadro, sempre ieri, Taiwan News riportava che il colosso statunitense Qualcomm starebbe accelerando il trasferimento della propria supply chain dalla Cina a Taiwan. Dal canto suo, anche Pechino sta adottando le sue misure. La Repubblica popolare ha reso più facile ad alcuni dei principali produttori cinesi di microchip l’accesso ai sussidi governativi: una mossa che, secondo il Financial Times, ha un significato principalmente collegato alla competizione con gli Stati Uniti. Ricordiamo che la tensione su Taiwan sta salendo anche a causa della partita sui semiconduttori. L’isola ne è tra i principali produttori al mondo e gli americani paventano seri rischi per l’approvvigionamento e la sicurezza nazionale qualora Taipei dovesse cadere nelle mani del Dragone in seguito a un’invasione militare. Ma, attenzione. La questione dei microchip coinvolge anche la crisi ucraina. Lo scorso 4 marzo, Bloomberg News ha riportato che la Russia sta riuscendo ad aggirare le sanzioni occidentali sui semiconduttori appoggiandosi a Paesi terzi, come il Kazakistan, la Serbia e la Turchia. «Il Kazakistan fornisce un esempio chiave. Nel 2022 la nazione dell’Asia centrale ha esportato in Russia semiconduttori avanzati per un valore di 3,7 milioni di dollari, rispetto ai soli 12.000 dollari dell’anno prima dell’inizio della guerra», ha riferito la testata. Non solo. Secondo la stessa fonte, l’anno scorso la Russia ha registrato impennate nell’import di chip anche da parte di Serbia e Turchia: un Paese, quest’ultimo, che fa parte della Nato e che mantiene contemporaneamente relazioni piuttosto strette con Mosca.
Camp Singara, la base italiana dove comincia l'addestramento dei peshmerga nel Kurdistan iracheno a Erbil (Ansa)
La base colpita, Camp Singara, ospita da oltre quattordici anni il dispositivo italiano dell’Operazione Prima Parthica, impegnato nell’addestramento delle forze curde peshmerga nei campi di Benaslawa, Atrush e Sulaymaniyah. Alla missione contribuisce anche l’Airmobile Task Group «Griffon», che utilizza elicotteri NH90 per il trasporto tra le basi del nord dell’Iraq. L’operazione si estende inoltre a Baghdad, dove i carabinieri addestrano la polizia irachena, e in Kuwait nella base di Ali Al Salem Air Base. Nella stessa notte droni hanno colpito anche una base della coalizione a Erbil con militari americani e britannici, causando alcuni feriti statunitensi non gravi.
Il fatto che il bersaglio sia un complesso militare della coalizione internazionale - con presenza italiana e installazioni statunitensi - riporta al centro il tema di una possibile reazione dell’Alleanza Atlantica. In teoria, se l’episodio venisse qualificato come attacco contro forze di uno Stato membro, potrebbe aprirsi una discussione sull’Articolo 5 del Trattato Nato, la clausola di difesa collettiva che considera un’aggressione contro un alleato come un attacco contro tutti. La procedura non è automatica e richiede una decisione politica dei Paesi membri, ma l’episodio riaccende il dibattito su una possibile risposta coordinata degli alleati. Un rischio che il ministro della Difesa Guido Crosetto aveva evocato parlando nei giorni scorsi del pericolo di «trovarsi sull’orlo di un abisso».
L’impatto è avvenuto intorno alle 00.40 ora locale, dopo che le forze della coalizione avevano attivato l’allarme di minaccia aerea. Il personale italiano aveva già raggiunto i bunker secondo le procedure di sicurezza. «Il drone ha provocato danni a infrastrutture e materiali, ma non ci sono stati feriti», ha spiegato il colonnello Stefano Pizzotti, comandante del contingente della missione Operazione Prima Parthica, assicurando che «il morale resta alto e la sicurezza del personale rimane la priorità».
In linea teorica un’azione di questo tipo potrebbe configurare reati perseguibili anche dalla giurisdizione italiana. Entrano infatti in gioco l’articolo 280 del codice penale, sull’attentato con finalità terroristiche, e l’articolo 285 relativo al delitto di strage, applicabili anche a fatti avvenuti all’estero grazie all’articolo 7 del codice penale quando vengono colpiti interessi dello Stato italiano.
Il nodo più delicato riguarda la natura giuridica della base. Una base militare all’estero non è formalmente territorio italiano, poiché la presenza del contingente avviene con il consenso dello Stato ospitante ed è regolata da un accordo sullo status delle forze, il cosiddetto Sofa (Status of Forces Agreement). Tuttavia, se la struttura viene considerata un presidio funzionale dello Stato italiano, l’attacco assume un peso ancora maggiore perché ha messo direttamente a rischio personale delle Forze armate impegnato in missione.
«La dottrina militare non è chiara sull’applicazione dell’articolo 5 Nato», osserva l’avvocato Massimiliano Strampelli, docente di diritto militare alla Link Campus University. «Tuttavia anche non essendo avvenuto il fatto in area Nato sussistono gli estremi dell’articolo 4 Nato, ovvero della legittima difesa del nostro Paese ai sensi dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite».
L’attacco di Erbil arriva dopo altri episodi che negli ultimi anni hanno coinvolto basi con presenza italiana nella regione. Nei giorni precedenti erano stati segnalati attacchi anche contro la base di Ali Al Salem Air Base in Kuwait, mentre quella della missione Unifil nel sud del Libano resta da tempo esposta alle tensioni tra Hezbollah e l’Israel Defense Forces. Nel 2024 due razzi colpirono la base di Shama ferendo lievemente quattro militari italiani della brigata Sassari. Episodi più gravi si erano verificati in passato: nel 2012 un attacco di mortaio in Afghanistan costò la vita al sergente maggiore Michele Silvestri. Il precedente più drammatico resta però la strage di Nassiriya del 12 novembre 2003, quando un attentato contro la base dei carabinieri provocò la morte di 19 italiani. Da allora quella data è ricordata ogni anno come giornata dedicata ai caduti nelle missioni internazionali. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha confermato che il contingente era stato avvisato della minaccia e aveva attivato le procedure di sicurezza. «Un missile ha colpito la nostra base di Erbil. Non ci sono vittime né feriti», ha dichiarato, spiegando di essere «costantemente aggiornato dal capo di Stato maggiore della Difesa e dal comandante del Covi». Nella base sono presenti 141 militari italiani, già ridotti nelle settimane precedenti: «Abbiamo fatto rientrare 102 persone e ne abbiamo trasferite alcune in Giordania», ha aggiunto. Ora, il governo ha deciso di ritirare tutto il contingente, dopo ore di consultazioni a Roma che hanno coinvolto anche la leader del Pd, Elly Schlein.
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha spiegato che «sono in corso verifiche per individuare i responsabili» e ha assicurato che il governo è pronto «ad adottare ogni misura necessaria per garantire la sicurezza del personale», ribadendo l’impegno per la de-escalation. Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha espresso «vicinanza ai nostri militari rimasti illesi». Dal Parlamento è arrivata una solidarietà bipartisan, con il presidente del Senato Ignazio La Russa che ha parlato di «ferma condanna per l’attacco».
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