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2023-03-23
L’asse tra Xi Jinping e Putin divide il mondo in due. Berlino taglia l’export cinese
Xi e Vladimir Putin (Ansa)
Si è concluso lo storico quanto pericoloso incontro tra Xi Jinping e Vladimir Putin. Rimpiangeremo l’eredità di questo bilaterale, tanto più che era annunciato da tempo. Negli ultimi mesi la Russia ha ampiamente superato l’Arabia Saudita come fornitore cinese di petrolio. È frutto del pacchetto di sanzioni imposto dall’Ue a dicembre, per volere degli Usa. La partnership tra i due colossi asiatici non si basa, però, solo sulle materie prime non rinnovabili. Le importazioni cinesi di alluminio da Mosca sono balzate del 94%, mentre dall’inizio della guerra in Ucraina Pechino avrebbe mandato all’esercito russo droni e componenti di ricambio, stando a un articolo del New York Times, per almeno 12 milioni di dollari. La cifra è risibile, ma serve a dare il senso del momento.
Mosca è sempre più asiatica e al tempo stesso il dollaro è sempre meno una valuta di scambio internazionale. Una eventualità che la Casa Bianca non può permettersi. Un esempio su tutti: in India, lo scorso giugno, la Ultratech Cement, leader assoluto del cemento in quel Paese, ha pagato le 157.000 tonnellate di carbone partite dal porto russo di Vanino sul cargo MV Mangas, in yuan. Per l’esattezza, 172.652.900 yuan (25,81 milioni di dollari) bonificati al produttore Suek. E, a differenza di certe cedole obbligazionarie saldate in rubli, prontamente processati e incassati dalle banche. Con l’avvio del nuovo anno, Pechino e Mosca hanno fatto un passo in avanti nella visione antioccidentale.
Lo scorso mese il Fondo monetario internazionale ha diffuso i valori dell’economia mondiale nel 2022 e le stime per l’anno appena iniziato. All’interno dello studio c’è anche la voce Russia. Il Pil di Mosca è sceso, nel 2022, del 2,2% contro una previsione (già lieve) del 3,4. L’Fmi aggiunge anche la previsione per il 2023 (una crescita del Pil dello 0,3%) e per il 2024 (2,1%). Il Fondo giustifica la stime in modo molto semplice: «Ai prezzi attuali del greggio», si legge nel report, «l’economia russa non sarà danneggiata». La guerra in Ucraina ha interrotto i flussi di materie prime verso Ovest, ma «il commercio è stato rimpiazzato dai contratti con i Paesi asiatici o in generale a Est del blocco».
In pratica, il Fmi introduce il tema vero che caratterizzerà le tensioni di quest’anno. L’Europa pensa di avere superato le tensioni sul gas. In effetti, il prezzo è sceso per via dei minori consumi, della politica Ue del contingentamento e dell’inverno mite. I Paesi dell’Unione non hanno iniziato solo ora a preoccuparsi delle scorte di metalli industriali e di leghe necessarie per il manifatturiero. La guerra in Ucraina ha insegnato che la sovranità energetica è fondamentale quanto quella dei metalli rari.
Il tema è che l’ha capito bene pure l’asse Mosca-Pechino. Non stupisce, dunque, che a 24 ore dalla fine del summit moscovita sia arrivata la prima risposta occidentale. Per essere precisi, tedesca. Ieri il ministro dell’Economia, Robert Habeck, ha confermato alla Faz il progetto di limitare l’export verso la Cina. Si tratta di un passaggio storico e non privo di ripercussioni sulla stessa economia di Berlino. La bilancia commerciale tra le due nazioni vale circa 210 miliardi. Il solo export tedesco pesa circa 100 miliardi. Non poco se si considera il valore complessivo del Pil, vicino ai 3.600 miliardi. La scorsa settimana il ministro, che è anche vice cancelliere, aveva già affrontato l’argomento mettendo le mani avanti. Habeck è intervenuto sui temi della tecnologia e del 5G e ha tenuto a spiegare ai giornalisti astanti che la scelta non subisce le pressioni americane. Sembra più una excusatio non petita.
D’altronde, rotta l’amicizia con Mosca, Berlino si trova quasi costretta a innalzare un nuovo muro nella speranza di chiudere accordi non penalizzanti con le aziende Usa e, quindi, una sorta di ombrello rispetto all’Ira, Inflaction reduction act. Le pressioni, però, esistono eccome. Il dieselgate non è nato per caso e ha avuto pure strascichi relativi all’emissione di bond verdi. Proprio l’antipasto della vicenda esplosa lo scorso anno con le perquisizioni nella sede di Dws. Vedremo che strada prenderà l’inchiesta anche se non è difficile immaginare quale sarà il punto di caduta. Almeno, visti i precedenti.
Il mercato degli investimenti green, nonostante la guerra in corso, resta strategico per gli Usa. Così come tornerà a esserlo quello dell’aviazione e delle tecnologie digitali. Il salto di qualità potrebbe essere l’estensione delle sanzioni alle aziende che collaborano non solo con russi ma anche con i cinesi e lo fanno movimentando dollari. Nel 2019, Airbus, il colosso franco tedesco dell’aviazione, è stato ritenuto colpevole di aiuti illeciti da parte degli Stati azionisti, l’America ha potuto far scattare i dazi contro l’Ue. L’ammontare era di 7,5 miliardi. Il tira e molla tra Boeing ed Airbus andava avanti da oltre 14 anni e non avremmo assistito a colpi di scena se, tra i due litiganti, non si fosse inserita la Cina. Ciò che la Casa Bianca non accetta è il maxi trasferimento di know how in corso tra la Francia, la Germania e il Dragone. Pechino ha offerto un mercato di sviluppo ad Airbus e, in cambio, ha chiesto di ospitare in patria intere piattaforme logistiche e tecnologiche.
Gli Usa non hanno paura delle tecnologia di Airbus, ma che questa finisca ai cinesi per osmosi. E ancora oggi non è un timore infondato. Le parole di Habeck sono dunque una rassicurazione e, al tempo stesso, un segno della spaccatura in due del globo. Occidente contro Oriente.
Sui chip i tedeschi si alleano a Taiwan
Quella dei microchip è una partita geopolitica fondamentale che si sta sempre più intersecando con vari dossier internazionali: dalla crisi taiwanese a quella ucraina.
Martedì, il ministro dell’Istruzione tedesco, Bettina Stark-Watzinger, si è recato a Taiwan: è la prima volta che un ministro di Berlino effettua una visita nell’isola da ventisei anni a questa parte. Una circostanza che, neanche a dirlo, ha fortemente irritato Pechino. In particolare, la Stark-Watzinger ha siglato un accordo con il governo di Taipei in materia di scienza e tecnologia. «Se combiniamo la capacità di produzione di chip di Taiwan con le applicazioni della Germania in alcune industrie avanzate, come la biomedicina e le automobili, allora ci sarà una cooperazione vantaggiosa per tutti nei prossimi dieci, venti o anche trent’anni», ha dichiarato nell’occasione il ministro taiwanese della Scienza e della tecnologia Tsung-Tsong Wu. È, del resto, in questo contesto che, come sottolineato anche da Deutsche Welle, «il produttore di chip taiwanese Tsmc sta tenendo colloqui con lo Stato della Sassonia in merito a un possibile impianto in Germania».
Insomma, Berlino e Taipei mirano a rafforzare i loro legami in materia di semiconduttori. Un elemento significativo che allontana la Germania dalla Cina, avvicinandola agli Stati Uniti: quella stessa Germania che, soprattutto negli ultimi anni, aveva assunto una linea politica ed economica notevolmente filocinese. Non è, d’altronde, un mistero che il dossier dei chip rappresenti una delle principali fonti di attrito tra Washington e Pechino.
Martedì, il dipartimento del Commercio americano ha proposto delle regole affinché le aziende tecnologiche d’Oltreatlantico possano accedere ai 52 miliardi di dollari stanziati per il settore dei semiconduttori ai sensi del Chips and science act (una legge, approvata nell’estate dell’anno scorso). In particolare si richiede, tra le altre cose, che queste società non producano semiconduttori in Paesi come Russia, Iran, Corea del Nord e Cina. Il segretario al Commercio, Gina Raimondo, ha affermato che «queste regole contribuiranno a garantire che resteremo un passo avanti rispetto agli avversari per i decenni a venire».
Una misura, quella presentata dalla Raimondo, che è stata criticata ieri dal portavoce del ministero degli Esteri cinese, Wang Wenbin. In questo quadro, sempre ieri, Taiwan News riportava che il colosso statunitense Qualcomm starebbe accelerando il trasferimento della propria supply chain dalla Cina a Taiwan. Dal canto suo, anche Pechino sta adottando le sue misure. La Repubblica popolare ha reso più facile ad alcuni dei principali produttori cinesi di microchip l’accesso ai sussidi governativi: una mossa che, secondo il Financial Times, ha un significato principalmente collegato alla competizione con gli Stati Uniti. Ricordiamo che la tensione su Taiwan sta salendo anche a causa della partita sui semiconduttori.
L’isola ne è tra i principali produttori al mondo e gli americani paventano seri rischi per l’approvvigionamento e la sicurezza nazionale qualora Taipei dovesse cadere nelle mani del Dragone in seguito a un’invasione militare. Ma, attenzione. La questione dei microchip coinvolge anche la crisi ucraina.
Lo scorso 4 marzo, Bloomberg News ha riportato che la Russia sta riuscendo ad aggirare le sanzioni occidentali sui semiconduttori appoggiandosi a Paesi terzi, come il Kazakistan, la Serbia e la Turchia. «Il Kazakistan fornisce un esempio chiave. Nel 2022 la nazione dell’Asia centrale ha esportato in Russia semiconduttori avanzati per un valore di 3,7 milioni di dollari, rispetto ai soli 12.000 dollari dell’anno prima dell’inizio della guerra», ha riferito la testata. Non solo. Secondo la stessa fonte, l’anno scorso la Russia ha registrato impennate nell’import di chip anche da parte di Serbia e Turchia: un Paese, quest’ultimo, che fa parte della Nato e che mantiene contemporaneamente relazioni piuttosto strette con Mosca.
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Primo effetto del bilaterale: Germania pronta a limitare l’export verso la Cina. Aumentando così il dualismo tra Asia e Occidente.Nella guerra dei semiconduttori, settore sempre più strategico soprattutto per gli Usa, i due Stati siglano piani di cooperazione. Mosca aggira le sanzioni grazie ai Paesi terzi.Lo speciale contiene due articoli Si è concluso lo storico quanto pericoloso incontro tra Xi Jinping e Vladimir Putin. Rimpiangeremo l’eredità di questo bilaterale, tanto più che era annunciato da tempo. Negli ultimi mesi la Russia ha ampiamente superato l’Arabia Saudita come fornitore cinese di petrolio. È frutto del pacchetto di sanzioni imposto dall’Ue a dicembre, per volere degli Usa. La partnership tra i due colossi asiatici non si basa, però, solo sulle materie prime non rinnovabili. Le importazioni cinesi di alluminio da Mosca sono balzate del 94%, mentre dall’inizio della guerra in Ucraina Pechino avrebbe mandato all’esercito russo droni e componenti di ricambio, stando a un articolo del New York Times, per almeno 12 milioni di dollari. La cifra è risibile, ma serve a dare il senso del momento.Mosca è sempre più asiatica e al tempo stesso il dollaro è sempre meno una valuta di scambio internazionale. Una eventualità che la Casa Bianca non può permettersi. Un esempio su tutti: in India, lo scorso giugno, la Ultratech Cement, leader assoluto del cemento in quel Paese, ha pagato le 157.000 tonnellate di carbone partite dal porto russo di Vanino sul cargo MV Mangas, in yuan. Per l’esattezza, 172.652.900 yuan (25,81 milioni di dollari) bonificati al produttore Suek. E, a differenza di certe cedole obbligazionarie saldate in rubli, prontamente processati e incassati dalle banche. Con l’avvio del nuovo anno, Pechino e Mosca hanno fatto un passo in avanti nella visione antioccidentale.Lo scorso mese il Fondo monetario internazionale ha diffuso i valori dell’economia mondiale nel 2022 e le stime per l’anno appena iniziato. All’interno dello studio c’è anche la voce Russia. Il Pil di Mosca è sceso, nel 2022, del 2,2% contro una previsione (già lieve) del 3,4. L’Fmi aggiunge anche la previsione per il 2023 (una crescita del Pil dello 0,3%) e per il 2024 (2,1%). Il Fondo giustifica la stime in modo molto semplice: «Ai prezzi attuali del greggio», si legge nel report, «l’economia russa non sarà danneggiata». La guerra in Ucraina ha interrotto i flussi di materie prime verso Ovest, ma «il commercio è stato rimpiazzato dai contratti con i Paesi asiatici o in generale a Est del blocco». In pratica, il Fmi introduce il tema vero che caratterizzerà le tensioni di quest’anno. L’Europa pensa di avere superato le tensioni sul gas. In effetti, il prezzo è sceso per via dei minori consumi, della politica Ue del contingentamento e dell’inverno mite. I Paesi dell’Unione non hanno iniziato solo ora a preoccuparsi delle scorte di metalli industriali e di leghe necessarie per il manifatturiero. La guerra in Ucraina ha insegnato che la sovranità energetica è fondamentale quanto quella dei metalli rari. Il tema è che l’ha capito bene pure l’asse Mosca-Pechino. Non stupisce, dunque, che a 24 ore dalla fine del summit moscovita sia arrivata la prima risposta occidentale. Per essere precisi, tedesca. Ieri il ministro dell’Economia, Robert Habeck, ha confermato alla Faz il progetto di limitare l’export verso la Cina. Si tratta di un passaggio storico e non privo di ripercussioni sulla stessa economia di Berlino. La bilancia commerciale tra le due nazioni vale circa 210 miliardi. Il solo export tedesco pesa circa 100 miliardi. Non poco se si considera il valore complessivo del Pil, vicino ai 3.600 miliardi. La scorsa settimana il ministro, che è anche vice cancelliere, aveva già affrontato l’argomento mettendo le mani avanti. Habeck è intervenuto sui temi della tecnologia e del 5G e ha tenuto a spiegare ai giornalisti astanti che la scelta non subisce le pressioni americane. Sembra più una excusatio non petita. D’altronde, rotta l’amicizia con Mosca, Berlino si trova quasi costretta a innalzare un nuovo muro nella speranza di chiudere accordi non penalizzanti con le aziende Usa e, quindi, una sorta di ombrello rispetto all’Ira, Inflaction reduction act. Le pressioni, però, esistono eccome. Il dieselgate non è nato per caso e ha avuto pure strascichi relativi all’emissione di bond verdi. Proprio l’antipasto della vicenda esplosa lo scorso anno con le perquisizioni nella sede di Dws. Vedremo che strada prenderà l’inchiesta anche se non è difficile immaginare quale sarà il punto di caduta. Almeno, visti i precedenti. Il mercato degli investimenti green, nonostante la guerra in corso, resta strategico per gli Usa. Così come tornerà a esserlo quello dell’aviazione e delle tecnologie digitali. Il salto di qualità potrebbe essere l’estensione delle sanzioni alle aziende che collaborano non solo con russi ma anche con i cinesi e lo fanno movimentando dollari. Nel 2019, Airbus, il colosso franco tedesco dell’aviazione, è stato ritenuto colpevole di aiuti illeciti da parte degli Stati azionisti, l’America ha potuto far scattare i dazi contro l’Ue. L’ammontare era di 7,5 miliardi. Il tira e molla tra Boeing ed Airbus andava avanti da oltre 14 anni e non avremmo assistito a colpi di scena se, tra i due litiganti, non si fosse inserita la Cina. Ciò che la Casa Bianca non accetta è il maxi trasferimento di know how in corso tra la Francia, la Germania e il Dragone. Pechino ha offerto un mercato di sviluppo ad Airbus e, in cambio, ha chiesto di ospitare in patria intere piattaforme logistiche e tecnologiche. Gli Usa non hanno paura delle tecnologia di Airbus, ma che questa finisca ai cinesi per osmosi. E ancora oggi non è un timore infondato. Le parole di Habeck sono dunque una rassicurazione e, al tempo stesso, un segno della spaccatura in due del globo. Occidente contro Oriente.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lasse-tra-xi-jinping-e-putin-divide-il-mondo-in-due-berlino-taglia-lexport-cinese-2659639174.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sui-chip-i-tedeschi-si-alleano-a-taiwan" data-post-id="2659639174" data-published-at="1679517643" data-use-pagination="False"> Sui chip i tedeschi si alleano a Taiwan Quella dei microchip è una partita geopolitica fondamentale che si sta sempre più intersecando con vari dossier internazionali: dalla crisi taiwanese a quella ucraina. Martedì, il ministro dell’Istruzione tedesco, Bettina Stark-Watzinger, si è recato a Taiwan: è la prima volta che un ministro di Berlino effettua una visita nell’isola da ventisei anni a questa parte. Una circostanza che, neanche a dirlo, ha fortemente irritato Pechino. In particolare, la Stark-Watzinger ha siglato un accordo con il governo di Taipei in materia di scienza e tecnologia. «Se combiniamo la capacità di produzione di chip di Taiwan con le applicazioni della Germania in alcune industrie avanzate, come la biomedicina e le automobili, allora ci sarà una cooperazione vantaggiosa per tutti nei prossimi dieci, venti o anche trent’anni», ha dichiarato nell’occasione il ministro taiwanese della Scienza e della tecnologia Tsung-Tsong Wu. È, del resto, in questo contesto che, come sottolineato anche da Deutsche Welle, «il produttore di chip taiwanese Tsmc sta tenendo colloqui con lo Stato della Sassonia in merito a un possibile impianto in Germania». Insomma, Berlino e Taipei mirano a rafforzare i loro legami in materia di semiconduttori. Un elemento significativo che allontana la Germania dalla Cina, avvicinandola agli Stati Uniti: quella stessa Germania che, soprattutto negli ultimi anni, aveva assunto una linea politica ed economica notevolmente filocinese. Non è, d’altronde, un mistero che il dossier dei chip rappresenti una delle principali fonti di attrito tra Washington e Pechino. Martedì, il dipartimento del Commercio americano ha proposto delle regole affinché le aziende tecnologiche d’Oltreatlantico possano accedere ai 52 miliardi di dollari stanziati per il settore dei semiconduttori ai sensi del Chips and science act (una legge, approvata nell’estate dell’anno scorso). In particolare si richiede, tra le altre cose, che queste società non producano semiconduttori in Paesi come Russia, Iran, Corea del Nord e Cina. Il segretario al Commercio, Gina Raimondo, ha affermato che «queste regole contribuiranno a garantire che resteremo un passo avanti rispetto agli avversari per i decenni a venire». Una misura, quella presentata dalla Raimondo, che è stata criticata ieri dal portavoce del ministero degli Esteri cinese, Wang Wenbin. In questo quadro, sempre ieri, Taiwan News riportava che il colosso statunitense Qualcomm starebbe accelerando il trasferimento della propria supply chain dalla Cina a Taiwan. Dal canto suo, anche Pechino sta adottando le sue misure. La Repubblica popolare ha reso più facile ad alcuni dei principali produttori cinesi di microchip l’accesso ai sussidi governativi: una mossa che, secondo il Financial Times, ha un significato principalmente collegato alla competizione con gli Stati Uniti. Ricordiamo che la tensione su Taiwan sta salendo anche a causa della partita sui semiconduttori. L’isola ne è tra i principali produttori al mondo e gli americani paventano seri rischi per l’approvvigionamento e la sicurezza nazionale qualora Taipei dovesse cadere nelle mani del Dragone in seguito a un’invasione militare. Ma, attenzione. La questione dei microchip coinvolge anche la crisi ucraina. Lo scorso 4 marzo, Bloomberg News ha riportato che la Russia sta riuscendo ad aggirare le sanzioni occidentali sui semiconduttori appoggiandosi a Paesi terzi, come il Kazakistan, la Serbia e la Turchia. «Il Kazakistan fornisce un esempio chiave. Nel 2022 la nazione dell’Asia centrale ha esportato in Russia semiconduttori avanzati per un valore di 3,7 milioni di dollari, rispetto ai soli 12.000 dollari dell’anno prima dell’inizio della guerra», ha riferito la testata. Non solo. Secondo la stessa fonte, l’anno scorso la Russia ha registrato impennate nell’import di chip anche da parte di Serbia e Turchia: un Paese, quest’ultimo, che fa parte della Nato e che mantiene contemporaneamente relazioni piuttosto strette con Mosca.
Secondo Messina, l’offerta, sostenuta anche da una componente in cassa, rappresenta un elemento rilevante per scoraggiare eventuali rilanci da parte di altri operatori. Il manager ha inoltre evidenziato il ruolo della partnership con Unipol per affrontare gli aspetti legati all’antitrust e rafforzare i coefficienti patrimoniali.
L’operazione, ha aggiunto, consentirebbe di creare valore per gli azionisti e di «stabilizzare il sistema bancario italiano», mantenendo il controllo del risparmio all’interno di grandi gruppi nazionali.
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Giuseppe Conte e Luca Di Donna (Ansa)
La testimonianza resa ieri dall’imprenditore Marco Spadaccioli, general manager della Adaltis Srl, alimenta nuovi dubbi sull’attività degli avvocati Luca Di Donna (legale vicino a Giuseppe Conte - lavorava nello stesso studio del professor Guido Alpa, come l’ex premier) e Valerio De Luca, sospettati di aver messo in piedi un sistema di «facilitazioni» di finanziamenti pubblici e affari con Invitalia e la struttura commissariale di Domenico Arcuri per l’ottenimento di ricche commesse statali sui dispositivi medici. In virtù di cosa? Le informative dei carabinieri e gli stessi articoli della Verità, che segue la vicenda delle presunte provvigioni sin dal 2021, sono precise. E altrettanto preciso è stato ieri Spadaccioli, che ha raccontato che la Adaltis, nel periodo dell’emergenza pandemica, ha versato a Di Donna e De Luca ben 454.000 euro per la loro «consulenza»: «Un compenso estremamente importante», ha riconosciuto l’imprenditore, non ascoltato dalle opposizioni che sono uscite dall’Aula prima della sua testimonianza.
I fatti: tra giugno e dicembre 2020 la società aveva effettuato due forniture alla struttura commissariale di Domenico Arcuri. Oggetto delle forniture erano i kit molecolari. Un colpo straordinario per la Adaltis, che non aveva mai ricevuto altre commesse dalla struttura commissariale di Arcuri e non aveva neanche mai partecipato a nessuna gara pubblica. Come riuscì ad aggiudicarsi l’appalto? «Avevamo un kit che era stato molto gradito dagli operatori», ha dichiarato l’imprenditore. Prima di presentare le offerte, però, l’azienda si era premurata di blindare l’operazione siglando due accordi di consulenza (uno a maggio e uno a dicembre 2020) con Di Donna e il suo socio, incaricati di «predisporre e presentare tutta la documentazione necessaria per la partecipazione alla gara pubblica indetta dalla protezione civile presso la Presidenza del Consiglio, commissario straordinario dottor Domenico Arcuri». I due contratti stabilivano all’articolo 5 che il compenso dei due avvocati dovesse essere «pari al 10 per cento dell’importo del prezzo effettivamente incassato dalla società Adaltis».
Era un «compenso a successo», o «success free», ha spiegato Spadaccioli: «Noi ci preoccupavamo di incassare quanto dovevamo incassare, loro ci seguivano nell’incasso e sarebbero stati pagati a incasso avvenuto». Fatto sta, però, che nel corso dell’audizione il manager della Adaltis ha ammesso che i due professionisti non si occuparono affatto della predisposizione o del caricamento dei documenti per la prima gara da 800.000 euro, procedure gestite interamente dagli uffici interni di Adaltis. Di Donna e De Luca si sarebbero limitati a verificare la corretta iscrizione sulla piattaforma telematica e la sussistenza dei requisiti richiesti. «Altre cose non ne ricordo. Anche perché i documenti li abbiamo caricati noi, fisicamente». Per questo controllo durato appena tre giorni (dal giorno della stipula, 15 maggio, alla scadenza della gara, 18 maggio 2020) i legali hanno incassato ben 93.288 euro». Per quale attività? «Avranno controllato i documenti che c’erano da predisporre e che le nostre caratteristiche fossero coerenti e condivisibili».
Lo schema si è ripetuto quasi identico a dicembre dello stesso anno per una seconda commessa da oltre 2,4 milioni di euro, con il paradosso che il nuovo contratto di consulenza con i due avvocati fu firmato addirittura una settimana dopo l’invio dell’offerta di Adaltis, subito dopo un incontro in cui l’imprenditore riceveva ampie rassicurazioni sul buon esito della pratica. «Sono andato allo studio dell’avvocato Di Donna», ha raccontato Spadaccioli, «e mi ha detto: “Sì, potete partecipare tranquillamente, vi aiuteremo, vi supporteremo nel seguire le pratiche di incasso di questa fornitura, state tranquilli”». Dopo le rassicurazioni di Di Donna, la Adaltis si è aggiudicata l’appalto.
A chiudere il cerchio delle tensioni in commissione Covid è stata l’audizione dell’avvocato Nicoletta Spaziani, all’epoca praticante nello studio di Di Donna, che davanti alle domande incalzanti dei commissari ha opposto un muro invalicabile di «non ricordo», liquidando la vicenda come una serie di questioni strettamente personali.
«Durante la pandemia», ha spiegato Alice Buonguerrieri, capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione Covid, «sarebbe esistito un sistema di affari che ruotava attorno alle commesse affidate dalla struttura commissariale di Arcuri, nominato da Conte. Oggi abbiamo audito un altro imprenditore che ha pagato 454.000 euro agli avvocati Di Donna e De Luca e ha ottenuto le commesse relative a dispositivi sanitari. Questi fatti sono in correlazione? Se lo fossero, emergerebbe allora che, se gli imprenditori pagavano questi consulenti, ottenevano le commesse con la struttura commissariale di Arcuri, altrimenti restavano con un pugno di mosche in mano. Si trattava quindi di un sistema di affari consolidato che ha coinvolto la struttura commissariale di Arcuri e il governo Conte? Gli italiani devono sapere. Conte venga a riferire in commissione Covid anziché continuare a fuggire».
Non si è fatta attendere la replica del leader del Movimento 5 Stelle. L’ex premier, nel rivendicare la trasparenza del proprio operato, ha cercato di incrinare l’unità della coalizione di governo, elogiando la «maggiore dignità politica» di Forza Italia e il parziale distacco della Lega, accusando invece il partito di Giorgia Meloni di «indagare sul nulla». «Non perdete tempo, perché non troverete mai una mia attività illecita», ha detto Conte.
Uno scontro istituzionale durissimo che, al di là dei risvolti politici parlamentari, attende ora eventuali e definitivi chiarimenti da parte della magistratura.
Tegola sugli obblighi vaccinali Covid
Quattro anni ci sono voluti, per sentirsi dire che non doveva essere sospeso dall’Azienda sanitaria locale nella quale lavorava come amministrativo. Si è conclusa bene, ma con un rilevante costo psicologico e materiale, la tormentata vicenda di un dipendente romagnolo tenuto a casa senza stipendio perché non voleva vaccinarsi contro il Covid. Una sentenza della Cassazione gli ha finalmente dato ragione e ora in molti sperano che altri giudizi di primo grado sfavorevoli vengano rivisti in appello.
Siamo a metà 2026 e ancora ci sono tante persone che scontano scelte fatte durante la pandemia, contro diktat privi di logica. «Otto amministrativi di aziende sanitarie a Reggio Emilia, otto a Brescia solo di miei assistiti si sono visti respingere tutti i ricorsi e aspettano l’appello. I giudici non vogliono sentire ragioni», fa sapere l’avvocato Paola Soragni. Immaginiamoci i numeri in tutta Italia, e quanti avranno rinunciato a procedere in giudizio per non accollarsi altre spese dopo aver perso fino a un anno di retribuzione.
Speriamo che la Cassazione, intervenuta nel caso di Francesco (nome di fantasia), possa segnare un percorso diverso. In servizio presso la Gestione giuridica risorse umane dell’Ausl della Romagna, il lavoratore venne sospeso dal 1° gennaio al 1° novembre 2022 per inosservanza dell’obbligo vaccinale.
Francesco presentò ricorso, ma il 18 ottobre 2022 il Tribunale di Forlì lo respinse. Un anno dopo, il 16 ottobre 2023, la Corte d’Appello di Bologna rigettava il suo ricorso e l’avvocato Giorgio Contratti, che difende l’amministrativo assieme al collega Riccardo Luzi, si rivolse alla Cassazione.
A fine dicembre 2025, gli ermellini hanno ritenuto quella sentenza di secondo grado «non conforme» ai principi di diritto, rimandando gli atti al tribunale di ordine inferiore. Così, la scorsa settimana, praticamente in quarto grado, la sezione Lavoro della Corte d’Appello di Bologna è stata «costretta» a rivedere la sua precedente sentenza e a dichiarare «illegittimo il provvedimento di sospensione adottato» nei confronti dell’amministrativo. Potete immaginare il tempo e i soldi inutilmente spesi?
Interessante è come la sezione Lavoro della suprema Corte di Cassazione, presieduta da Caterina Marotta, bacchetta i giudici di merito per le conclusioni a cui erano giunti nel rigettare i vari ricorsi, «andando contro la legge pur di salvare i provvedimenti delle Ausl», osserva Contratti. L’articolo 4 ter del decreto legge 44 del 2021, dal titolo «Misure urgenti per il contenimento dell’epidemia da Covid-19, in materia di vaccinazioni anti Sars-Cov-2, di giustizia e di concorsi pubblici», non intendeva «estendere l’obbligo vaccinale a tutti i dipendenti delle aziende operanti in campo sanitario e sociosanitario, a prescindere dalla qualifica posseduta e dalla natura dell’attività lavorativa espletata», dichiarano gli ermellini.
L’obbligo era per coloro che lavoravano in strutture quali ospedali, ambulatori, centri riabilitativi dove i servizi venivano svolti «a contatto con persone in situazioni di fragilità», con ciò «escludendo il personale non sanitario per qualifica operante in “luoghi non destinati all’erogazione delle prestazioni sanitarie o socio sanitarie”». Il dipendente sospeso era in una sede dell’Ausl Romagna puramente amministrativa, dove non c’erano pazienti o degenti, eppure gli venne tolto il diritto al lavoro.
Tribunale e appello, poi, rigettarono il suo ricorso, ma per la Cassazione era «fondato» ed è significativa la tirata d’orecchi che gli ermellini fanno ai giudici di Bologna: «La Corte territoriale ha dato un’interpretazione che mortifica il tenore letterale della legge, la quale si riferisce con chiarezza, non all’attività sanitaria o socio sanitaria svolta in generale dal datore di lavoro, bensì alla natura delle prestazioni erogate dalle singole strutture delle quali il soggetto, pubblico o privato operante nel campo sanitario, si avvale».
La sentenza impugnata «non risulta conforme a tale principio di diritto e va pertanto cassata con rinvio alla Corte di Appello di Bologna», scrivono i supremi giudici. La scorsa settimana, i magistrati del capoluogo emiliano presieduti da Susanna Mantovani hanno dovuto mettere la parola fine a questo assurdo iter giudiziario, dichiarando finalmente illegittima la sospensione dell’amministrativo.
La nuova sentenza, diametralmente opposta a quella emessa nel 2023 dalla stessa sezione (ma con giudici diversi), «condanna l’Ausl della Romagna a pagare» la retribuzione che il lavoratore avrebbe percepito negli undici mesi «anche ai fini della tredicesima, delle ferie e della progressione in carriera», oltre a rivalutazione e interessi legali.
Ultima amarezza, o beffa finale. Dei 13.200 euro di spese legali conteggiati dai giudici d’Appello, l’Ausl Romagna dovrà pagare solo il 60%. I rimanenti 5.200 euro sono a carico del lavoratore, oltre a quello che ha dovuto sborsare in questi anni per quattro gradi di giudizio. «Abbiamo dovuto lottare, perché non gli fossero accollate tutte le spese», precisa l’avvocato Contratti. «I giudici di Bologna, infatti, riconoscevano la buona fede dell’Ausl Romagna nell’interpretare la legge, interpretazione confermata da due giudici di merito».
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