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2022-04-23
Obblighi e porcate: la sciagura mascherine
Ansa
Un ciclostile della struttura del commissario straordinario per l’emergenza ai tempi in cui era guidato da Domenico Arcuri ha sdoganato le mascherine fallate importate con la mediazione di Mario Benotti & C. A svelarlo, in uno degli ultimi verbali dell’inchiesta, che risale al 14 febbraio scorso, è stata una funzionaria dell’Agenzia delle Dogane, Manuela Barone, convocata dagli investigatori della Guardia di finanza come persona informata sui fatti poco prima di chiudere formalmente le indagini. Barone, che ora guida un reparto dell’Ufficio controlli antifrode, è stata, in piena pandemia, fino a febbraio 2021 addetta agli uffici sdoganamenti cargo. E ai magistrati ha spiegato di aver «sempre ritenuto» che nel periodo in cui la pandemia si era acuita, «ci fossero delle criticità nelle importazioni di materiale sanitario destinato al Commissario straordinario». Le importazioni, ha spiegato la funzionaria, «non seguivano le ordinarie procedure di sdoganamento, ma avevano un circuito preferenziale». Le pressioni arrivavano da Roma. Ma alle Dogane, ha spiegato la funzionaria, i controlli andavano avanti: «Noi fermavamo e controllavamo anche le spedizioni di merce per l’emergenza Covid, soprattutto mascherine e Dpi destinati alla Struttura commissariale. Nel corso dei controlli chiedevamo l’esibizione del certificato di conformità, precisamente la certificazione Ce». Cosa che avrebbe impedito di certo di far finire le mascherine non idonee negli ospedali, dove poi i magistrati le hanno dovute sequestrare. Il cortocircuito l’avrebbe innescato una circolare arrivata dagli uffici centrali delle Dogane: «A un certo punto», racconta Barone, arrivò un documento che attestava che una serie di produttori di mascherine e Dpi importati a favore della Struttura commissariale rispondevano ai requisiti previsti dalla normativa vigente. In ogni caso noi non abbiamo mai ricevuto le certificazioni Ce».
Quel documento, insomma, è diventato un «lascia passare», così lo chiama Barone, per sdoganare tutta la merce. E successivamente, spiega ancora la funzionaria, «sono intervenute le procedure di svincolo diretto per le importazioni della Struttura commissariale». La funzionaria non nasconde che a suo parere «anche su queste procedure c’era qualche criticità, in quanto era palese che venisse utilizzata sempre la stessa dichiarazione di svincolo diretto a firma di Fabbrocini». Antonio Fabbrocini era in quel momento il responsabile unico del procedimento per la Struttura commissariale, accusato nell’inchiesta di frode nelle pubbliche forniture, falso e abuso d’ufficio. A quel punto si sarebbe innescato questo meccanismo: la dichiarazione di svincolo diretto veniva ciclostilata e «a penna», svela Barone, «di volta in volta veniva aggiunto il numero» della bolla d’accompagnamento della merce. Gli investigatori hanno mostrato alla funzionaria uno dei prodotti importati dalla Cina il cui certificato Ce «è risultato non valido». E lei ha spiegato che con l’arrivo della circolare che sdoganava a gogo le procedure erano cambiate. E qualora avessero riscontrato l’assenza delle certificazioni era diventato necessario «compilare 12 diverse tipologie di verbale». Disposizioni che, «di certo», afferma Barone, «hanno contribuito a rendere più articolate le procedure di controllo e di sdoganamento».
È stata un’altra testimone, Maria Preiti, direttore dell’ufficio territoriale lombardo delle Dogane (competente su Malpensa), a confermare che erano saltate le verifiche: «Il numero dei controlli sulla merce importata dal Commissario straordinario è stato rimodulato consentendo, in assenza di altri parametri di rischio, il cosiddetto controllo automatizzato. Tale procedura prevede che l’operazione di sdoganamento venga processata telematicamente dal circuito senza l’effettuazione di ulteriori controlli né documentali né fisici da parte del singolo operatore». Bastava il parere del Cts, il comitato tecnico scientifico, per far passare le mascherine. E anche Preiti conferma il pressing esterno: «Come ufficio ricevevamo numerose sollecitazioni sia da soggetti pubblici che privati al fine di sdoganare celermente la merce». Ovviamente in quella fase della pandemia le mascherine erano ricercatissime. Ma questo meccanismo ha permesso l’invio agli ospedali di mascherine non conformi, che poi sono state sequestrate. Quando, però, i finanzieri chiedono alla funzionaria se ricordasse «di qualche privato imprenditore che si recava presso gli uffici per sollecitare lo sdoganamento», lei risponde: «Così a memoria non ricordo di privati che si presentavano nei nostri uffici». La memoria della testimone si fa sempre più labile. «È mai successo che lei o qualche funzionario dell’ufficio doganale di Malpensa abbia dialogato con Fabbrocini per rappresentargli, magari, le criticità emerse durante le operazioni di importazione?», le viene chiesto dai finanzieri. La risposta: «È probabile che io o i miei collaboratori abbiamo dialogato con Fabbrocini, ma in questo momento non so riferirvi circa il dettaglio di queste conversazioni tenuto conto del tempo trascorso».
E le mascherine con la certificazione non in regola? «Ricordo, in generale», conclude la dirigente delle Dogane, «che la gran parte delle operazioni di importazione di Dpi e di mascherine nel periodo iniziale dell’emergenza era gestita in deroga, in base alla normativa emergenziale». Che, come dimostra la fornitura di mascherine non conformi agli ospedali di mezza Italia, è alla base del cortocircuito che ha permesso a Benotti & C. di sdoganare la loro fornitura miliardaria.
Speranza tira dritto sulle mascherine a scuola Bolzano guida la rivolta
Il dibattito sulle mascherine a scuola continua a rimanere acceso. Di giovedì la notizia dell’incontro tra il ministro della Salute, Roberto Speranza, e Arno Kompatscher, presidente della provincia autonoma di Bolzano. I due si erano visti per discutere della proposta dell’altoatesino di levare l’obbligo di indossare le mascherine nelle scuole. La risposta del ministro ha confermato le aspettative: Speranza intende mantenere i dispositivi nei luoghi chiusi e quindi anche nelle classi. L’intenzione di Kompatscher è quella di attendere la decisione definitiva del governo, ma è probabile che avvenga uno strappo. La provincia autonoma di Bolzano potrebbe decidere, come già fatto in altre occasioni, di eliminare l’obbligo e indicare così una «via altoatesina». A spingere in questa direzione ci sono le famiglie, gli studenti, le associazioni, ma anche la Lega.
Una richiesta che sembra essere sostenuta anche dalle posizioni di Andrea Costa, sottosegretario alla Salute che si dice contrario al prolungamento dell’obbligo delle mascherine nelle scuole.
«Soprattutto durante le ore di lezione, quando i bambini sono seduti al loro posto, penso che oggettivamente anche per loro si possa valutare di non metterle». Ha commentato.
Infatti, con l’arrivo della bella stagione è possibile un continuo ricambio d’aria nelle aule e questo consentirebbe al virus di girare molto meno senza ricorrere alle mascherine che in estate rischiano di diventare soffocanti. L’ambiente arieggiato è infatti uno dei rimedi fondamentali nella lotta alla diffusione del Covid. Lo stesso sottosegretario ha partecipato al convegno «È ora di cambiare aria», organizzato a Civitanova Marche dal dipartimento nazionale Istruzione di Fratelli d’Italia che da tempo sostiene l’introduzione dei sistemi di ventilazione meccanica nelle scuole. «La ventilazione meccanica controllata è un modello di intervento che può essere esportato nelle scuole di tutta Italia» ha commentato Costa che ha infine sottolineato la «bontà» della tecnologia adottata dalla Regione Marche nelle aule scolastiche e si è anche pronunciato ancora una volta circa l’uso delle mascherine: «Gli alunni, una volta in classe, a mio avviso possono togliersela».
Non è della stessa idea il ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi che sembra essere orientato per il prolungamento dell’obbligo fino alla fine dell’anno scolastico a giugno. Anche il virologo Fabrizio Pregliasco raccomanda il loro utilizzo nelle scuole: «In termini precauzionali sicuramente sarebbe meglio che si continuasse anche a portare la mascherina in classe fino al termine dell’anno scolastico».
Alcuni suoi colleghi però già nell’ormai lontano agosto 2020 non erano d’accordo.
«La mascherina chirurgica può causare ai bambini, sulla base di esperienze di utilizzo: senso di calore, irritazione, difficoltà respiratorie, fastidio, difficoltà di concentrazione, distrazione e bassa accettazione della maschera stessa. Inoltre, l’efficacia delle stesse non è stata dimostrata durante il gioco e le attività fisiche».
Diceva Matteo Bassetti, direttore della clinica di Malattie infettive dell’ospedale San Martino di Genova, condividendo su Facebook il documento ufficiale dell’Oms e dell’Unicef sull’uso delle mascherine per i bambini a scuola.
«Portare la mascherina a scuola sarebbe auspicabile, ma è impossibile ipotizzare che ragazzini e bambini possano indossarla per cinque ore di seguito. Non ce la faccio neanche io. È importante che la portino all’ingresso e all’uscita da scuola», raccomandava Massimo Galli durante il programma di La 7 L’aria che tira alla fine dell’estate 2020.
Sono passati due anni, i bambini continuano a tenere le mascherine a scuola, in aula e fuori, alcuni per otto ore. In alcuni casi per altro sono costretti ad indossare le Ffp2. Soprattutto se sono stati a stretto contatto con soggetti positivi. Le Ffp2 però, sono mascherine pensate e omologate solo per gli adulti e la loro capacità polmonare, e quelle che vendono «per bambini» non sono altro che taglie small dei dispositivi che usano i grandi. L’allarme è stato lanciato da Altroconsumo: «Non essendoci ancora studi che prendano in considerazione i parametri respiratori dei bambini, non è possibile stabilire con certezza l’effetto che un uso prolungato delle Ffp2 possa avere sui più giovani».
Intanto il governo si riunirà la prossima settimana per decidere il da farsi. L’imperativo di Speranza rimane quello della cautela.
«Sarà presa la prossima settimana la decisione finale sull’obbligo di utilizzare le mascherine al chiuso e dopo un confronto con la comunità scientifica». Ha dichiarato il ministro e, secondo alcune indiscrezioni degli ultimi giorni, le mascherine al chiuso potrebbero rimanere per treni, bus, cinema e nei luoghi di lavoro, anche se gli esperti hanno posizioni diverse sull’allentamento o meno di questa misura che è in scadenza il 30 aprile. Per quanto riguarda le scuole regna il silenzio assoluto, segno che il tema rimane divisivo e una decisione definitiva ancora deve esser presa.
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Il racconto di una funzionaria delle Dogane: un documento precompilato dell’allora commissariato Domenico Arcuri ha autorizzato l’ingresso in Italia delle protezioni cinesi importate da Benotti & C. Un’altra testimone: pressioni per liberare subito la merce.Il ministro vuole l’obbligo fino a giugno, ma il presidente Kompatscher potrebbe decidere di eliminarlo prima. La prossima settimana la decisione sui luoghi al chiuso.Lo speciale contiene due articoliUn ciclostile della struttura del commissario straordinario per l’emergenza ai tempi in cui era guidato da Domenico Arcuri ha sdoganato le mascherine fallate importate con la mediazione di Mario Benotti & C. A svelarlo, in uno degli ultimi verbali dell’inchiesta, che risale al 14 febbraio scorso, è stata una funzionaria dell’Agenzia delle Dogane, Manuela Barone, convocata dagli investigatori della Guardia di finanza come persona informata sui fatti poco prima di chiudere formalmente le indagini. Barone, che ora guida un reparto dell’Ufficio controlli antifrode, è stata, in piena pandemia, fino a febbraio 2021 addetta agli uffici sdoganamenti cargo. E ai magistrati ha spiegato di aver «sempre ritenuto» che nel periodo in cui la pandemia si era acuita, «ci fossero delle criticità nelle importazioni di materiale sanitario destinato al Commissario straordinario». Le importazioni, ha spiegato la funzionaria, «non seguivano le ordinarie procedure di sdoganamento, ma avevano un circuito preferenziale». Le pressioni arrivavano da Roma. Ma alle Dogane, ha spiegato la funzionaria, i controlli andavano avanti: «Noi fermavamo e controllavamo anche le spedizioni di merce per l’emergenza Covid, soprattutto mascherine e Dpi destinati alla Struttura commissariale. Nel corso dei controlli chiedevamo l’esibizione del certificato di conformità, precisamente la certificazione Ce». Cosa che avrebbe impedito di certo di far finire le mascherine non idonee negli ospedali, dove poi i magistrati le hanno dovute sequestrare. Il cortocircuito l’avrebbe innescato una circolare arrivata dagli uffici centrali delle Dogane: «A un certo punto», racconta Barone, arrivò un documento che attestava che una serie di produttori di mascherine e Dpi importati a favore della Struttura commissariale rispondevano ai requisiti previsti dalla normativa vigente. In ogni caso noi non abbiamo mai ricevuto le certificazioni Ce». Quel documento, insomma, è diventato un «lascia passare», così lo chiama Barone, per sdoganare tutta la merce. E successivamente, spiega ancora la funzionaria, «sono intervenute le procedure di svincolo diretto per le importazioni della Struttura commissariale». La funzionaria non nasconde che a suo parere «anche su queste procedure c’era qualche criticità, in quanto era palese che venisse utilizzata sempre la stessa dichiarazione di svincolo diretto a firma di Fabbrocini». Antonio Fabbrocini era in quel momento il responsabile unico del procedimento per la Struttura commissariale, accusato nell’inchiesta di frode nelle pubbliche forniture, falso e abuso d’ufficio. A quel punto si sarebbe innescato questo meccanismo: la dichiarazione di svincolo diretto veniva ciclostilata e «a penna», svela Barone, «di volta in volta veniva aggiunto il numero» della bolla d’accompagnamento della merce. Gli investigatori hanno mostrato alla funzionaria uno dei prodotti importati dalla Cina il cui certificato Ce «è risultato non valido». E lei ha spiegato che con l’arrivo della circolare che sdoganava a gogo le procedure erano cambiate. E qualora avessero riscontrato l’assenza delle certificazioni era diventato necessario «compilare 12 diverse tipologie di verbale». Disposizioni che, «di certo», afferma Barone, «hanno contribuito a rendere più articolate le procedure di controllo e di sdoganamento». È stata un’altra testimone, Maria Preiti, direttore dell’ufficio territoriale lombardo delle Dogane (competente su Malpensa), a confermare che erano saltate le verifiche: «Il numero dei controlli sulla merce importata dal Commissario straordinario è stato rimodulato consentendo, in assenza di altri parametri di rischio, il cosiddetto controllo automatizzato. Tale procedura prevede che l’operazione di sdoganamento venga processata telematicamente dal circuito senza l’effettuazione di ulteriori controlli né documentali né fisici da parte del singolo operatore». Bastava il parere del Cts, il comitato tecnico scientifico, per far passare le mascherine. E anche Preiti conferma il pressing esterno: «Come ufficio ricevevamo numerose sollecitazioni sia da soggetti pubblici che privati al fine di sdoganare celermente la merce». Ovviamente in quella fase della pandemia le mascherine erano ricercatissime. Ma questo meccanismo ha permesso l’invio agli ospedali di mascherine non conformi, che poi sono state sequestrate. Quando, però, i finanzieri chiedono alla funzionaria se ricordasse «di qualche privato imprenditore che si recava presso gli uffici per sollecitare lo sdoganamento», lei risponde: «Così a memoria non ricordo di privati che si presentavano nei nostri uffici». La memoria della testimone si fa sempre più labile. «È mai successo che lei o qualche funzionario dell’ufficio doganale di Malpensa abbia dialogato con Fabbrocini per rappresentargli, magari, le criticità emerse durante le operazioni di importazione?», le viene chiesto dai finanzieri. La risposta: «È probabile che io o i miei collaboratori abbiamo dialogato con Fabbrocini, ma in questo momento non so riferirvi circa il dettaglio di queste conversazioni tenuto conto del tempo trascorso». E le mascherine con la certificazione non in regola? «Ricordo, in generale», conclude la dirigente delle Dogane, «che la gran parte delle operazioni di importazione di Dpi e di mascherine nel periodo iniziale dell’emergenza era gestita in deroga, in base alla normativa emergenziale». Che, come dimostra la fornitura di mascherine non conformi agli ospedali di mezza Italia, è alla base del cortocircuito che ha permesso a Benotti & C. di sdoganare la loro fornitura miliardaria.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lasciapassare-per-le-mascherine-fallate-2657200371.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="speranza-tira-dritto-sulle-mascherine-a-scuola-bolzano-guida-la-rivolta" data-post-id="2657200371" data-published-at="1650660274" data-use-pagination="False"> Speranza tira dritto sulle mascherine a scuola Bolzano guida la rivolta Il dibattito sulle mascherine a scuola continua a rimanere acceso. Di giovedì la notizia dell’incontro tra il ministro della Salute, Roberto Speranza, e Arno Kompatscher, presidente della provincia autonoma di Bolzano. I due si erano visti per discutere della proposta dell’altoatesino di levare l’obbligo di indossare le mascherine nelle scuole. La risposta del ministro ha confermato le aspettative: Speranza intende mantenere i dispositivi nei luoghi chiusi e quindi anche nelle classi. L’intenzione di Kompatscher è quella di attendere la decisione definitiva del governo, ma è probabile che avvenga uno strappo. La provincia autonoma di Bolzano potrebbe decidere, come già fatto in altre occasioni, di eliminare l’obbligo e indicare così una «via altoatesina». A spingere in questa direzione ci sono le famiglie, gli studenti, le associazioni, ma anche la Lega. Una richiesta che sembra essere sostenuta anche dalle posizioni di Andrea Costa, sottosegretario alla Salute che si dice contrario al prolungamento dell’obbligo delle mascherine nelle scuole. «Soprattutto durante le ore di lezione, quando i bambini sono seduti al loro posto, penso che oggettivamente anche per loro si possa valutare di non metterle». Ha commentato. Infatti, con l’arrivo della bella stagione è possibile un continuo ricambio d’aria nelle aule e questo consentirebbe al virus di girare molto meno senza ricorrere alle mascherine che in estate rischiano di diventare soffocanti. L’ambiente arieggiato è infatti uno dei rimedi fondamentali nella lotta alla diffusione del Covid. Lo stesso sottosegretario ha partecipato al convegno «È ora di cambiare aria», organizzato a Civitanova Marche dal dipartimento nazionale Istruzione di Fratelli d’Italia che da tempo sostiene l’introduzione dei sistemi di ventilazione meccanica nelle scuole. «La ventilazione meccanica controllata è un modello di intervento che può essere esportato nelle scuole di tutta Italia» ha commentato Costa che ha infine sottolineato la «bontà» della tecnologia adottata dalla Regione Marche nelle aule scolastiche e si è anche pronunciato ancora una volta circa l’uso delle mascherine: «Gli alunni, una volta in classe, a mio avviso possono togliersela». Non è della stessa idea il ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi che sembra essere orientato per il prolungamento dell’obbligo fino alla fine dell’anno scolastico a giugno. Anche il virologo Fabrizio Pregliasco raccomanda il loro utilizzo nelle scuole: «In termini precauzionali sicuramente sarebbe meglio che si continuasse anche a portare la mascherina in classe fino al termine dell’anno scolastico». Alcuni suoi colleghi però già nell’ormai lontano agosto 2020 non erano d’accordo. «La mascherina chirurgica può causare ai bambini, sulla base di esperienze di utilizzo: senso di calore, irritazione, difficoltà respiratorie, fastidio, difficoltà di concentrazione, distrazione e bassa accettazione della maschera stessa. Inoltre, l’efficacia delle stesse non è stata dimostrata durante il gioco e le attività fisiche». Diceva Matteo Bassetti, direttore della clinica di Malattie infettive dell’ospedale San Martino di Genova, condividendo su Facebook il documento ufficiale dell’Oms e dell’Unicef sull’uso delle mascherine per i bambini a scuola. «Portare la mascherina a scuola sarebbe auspicabile, ma è impossibile ipotizzare che ragazzini e bambini possano indossarla per cinque ore di seguito. Non ce la faccio neanche io. È importante che la portino all’ingresso e all’uscita da scuola», raccomandava Massimo Galli durante il programma di La 7 L’aria che tira alla fine dell’estate 2020. Sono passati due anni, i bambini continuano a tenere le mascherine a scuola, in aula e fuori, alcuni per otto ore. In alcuni casi per altro sono costretti ad indossare le Ffp2. Soprattutto se sono stati a stretto contatto con soggetti positivi. Le Ffp2 però, sono mascherine pensate e omologate solo per gli adulti e la loro capacità polmonare, e quelle che vendono «per bambini» non sono altro che taglie small dei dispositivi che usano i grandi. L’allarme è stato lanciato da Altroconsumo: «Non essendoci ancora studi che prendano in considerazione i parametri respiratori dei bambini, non è possibile stabilire con certezza l’effetto che un uso prolungato delle Ffp2 possa avere sui più giovani». Intanto il governo si riunirà la prossima settimana per decidere il da farsi. L’imperativo di Speranza rimane quello della cautela. «Sarà presa la prossima settimana la decisione finale sull’obbligo di utilizzare le mascherine al chiuso e dopo un confronto con la comunità scientifica». Ha dichiarato il ministro e, secondo alcune indiscrezioni degli ultimi giorni, le mascherine al chiuso potrebbero rimanere per treni, bus, cinema e nei luoghi di lavoro, anche se gli esperti hanno posizioni diverse sull’allentamento o meno di questa misura che è in scadenza il 30 aprile. Per quanto riguarda le scuole regna il silenzio assoluto, segno che il tema rimane divisivo e una decisione definitiva ancora deve esser presa.
Pierbattista Pizzaballa (Getty Images)
La lettera, indirizzata alla chiesa di Gerusalemme, che ha giurisdizione su Israele, Palestina, Giordania e Cipro, offre innanzitutto una diagnosi lucida del presente. La guerra, scrive il Patriarca, «è diventata oggetto di un culto idolatra: non ci si siede più ai tavoli per evitare in modo assoluto i conflitti, ma li si tiene ben presenti come scenario possibile o, addirittura, inevitabile». In questo orizzonte, «i civili non sono più considerati vittime collaterali, ma diventano danni da imputare alla mancata resa del nemico o strumenti funzionali al raggiungimento del proprio scopo». La guerra, insomma, «agisce come fine a sé stessa».
Da questa constatazione emergono interrogativi etici inediti, specialmente di fronte all’uso dell’intelligenza artificiale nelle operazioni belliche. «Non si tratta più solo di armi sempre più sofisticate o di droni telecomandati: stiamo entrando in una fase in cui sono gli algoritmi a selezionare obiettivi, a compiere scelte che fino a ieri rimanevano esclusivamente umane». Il patriarca si chiede: «Cosa accade quando a decidere chi vive e chi muore è una macchina? Quale responsabilità resta all’uomo?».
La lettera affronta poi il tema del dolore e della vittimizzazione che nascono dalla guerra, con una distinzione che non può passare inosservata, specialmente con riferimento proprio alla situazione in Medio Oriente e a Gaza. «Di fronte alle tragedie e alle ingiustizie di questo tempo, il sentirsi vittima è una reazione profondamente diffusa. Ciascuno tende a percepire la propria tribolazione come unica e assoluta», ma «esiste una differenza tra chi esercita il potere e chi lo subisce, tra chi governa e chi è governato, tra chi possiede le armi e chi ne è minacciato, tra chi occupa e chi è occupato. Le responsabilità sono diverse. Riconoscere questa differenza è un atto di rispetto verso la giustizia e la verità».
Al cuore della riflessione del patriarca c’è Gerusalemme, non solo come realtà fisica ma come «modello di riferimento ideale». Uno sguardo che il Patriarca sviluppa a partire dal libro dell’Apocalisse. La città, nella visione biblica, «ha un cielo. Può sembrare banale o scontato», scrive Pizzaballa, «ma è il suo tratto distintivo più eloquente». Così il cuore della questione non è tecnico o politico, ma teologico: per costruire la città e tessere relazioni autentiche, «si deve partire innanzitutto dalla coscienza della presenza di Dio, il primato di Dio, la fede. Dio non deve essere escluso. Gerusalemme non è solo una questione di confini politici o accordi tecnici. La sua identità principale - la caratteristica più importante della Città e di tutta la Terra Santa - è quella di essere il luogo della rivelazione di Dio, il luogo dove le fedi sono a casa».
La lettera si sofferma quindi sulla Gerusalemme celeste dell’Apocalisse, «che scende dal cielo, da Dio», e ne trae una lezione decisiva per la città terrena. «Giovanni afferma: “Non vidi alcun tempio”. Non perché venga meno la Presenza di Dio, ma perché Essa non è più concentrata in uno spazio separato». Di conseguenza, «non esistono spazi nei quali Dio è presente e altri nei quali non lo è. Non ci sono luoghi in cui Egli ascolta e altri in cui non ascolta». Per la Gerusalemme terrena, spesso lacerata dall’«ossessione per l’occupazione degli spazi e per la proprietà», questo è un monito severo: l’uso di Dio per giustificare barriere o esclusioni nega la sua stessa natura.
Per abitare questa storia martoriata, occorre quindi un nuovo modo di vedere la realtà attraverso la «lampada dell’Agnello», una luce «pasquale», scrive Pizzaballa, che appartiene a chi ha donato la vita per amore. Questa luce permette di scorgere la vita anche tra le macerie, insegnando a riconoscere in ogni persona una creatura fatta a immagine di Dio.
La terza parte della lettera delinea 13 ambiti pastorali, dal dialogo ecumenico all’accoglienza, dalla cura degli anziani al rifiuto della cultura di violenza. Vie da percorrere per incarnare questa luce nuova. È significativo però che il Patriarca indichi come primo ambito «il primato della liturgia e della preghiera». Perché, scrive, «c’è una tentazione sottile che dobbiamo riconoscere: quella di ridurre la liturgia e la preghiera a uno strumento, a qualcosa che serve per ottenere qualcos’altro, fosse pure la pace, la fine della guerra, la soluzione dei problemi. La preghiera non è un mezzo. […] Chi prega trova fiducia, anche quando sembra impossibile, perché forse la preghiera non cambia tutto né porta risultati immediati e tangibili, ma trasforma il nostro modo di vedere le cose».
La lettera si chiude con l’immagine evangelica che le dà il titolo: i discepoli che, dopo l’ascensione, «tornarono a Gerusalemme con grande gioia». «Anche noi», conclude il Patriarca, «desideriamo tornare alla nostra Gerusalemme quotidiana - le nostre case, le nostre parrocchie, le nostre comunità, il nostro impegno quotidiano - con quella stessa gioia. Non una gioia ingenua, che ignora le fatiche. Ma una gioia pasquale, che sa che la luce vince le tenebre, che la vita sconfigge la morte, che l’amore disarma l’odio». Questa gioia è la vera resistenza per quella che papa Leone XIV ha definito «ora oscura della storia».
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Maurizio Landini
Si tratta di decisioni da adottare in una fase molto complicata, perché il tema delle risorse finanziare resta centrale in un quadro di forte incertezza, causata dall’impatto economico e energetico del conflitto in Medio Oriente e dal mancato rispetto dell’obiettivo di deficit al 3%. Che come è noto comporta il mantenimento della procedura di infrazione da parte dell’Unione Europea nei confronti dell’Italia e lascia aperta la possibilità, da parte del nostro governo, di valutare un possibile scostamento di bilancio. Tutte questioni che dovranno essere oggetto di un auspicabile confronto con la Commissione europea, con l’obiettivo di ottenere una maggiore flessibilità finanziaria.
Immaginiamo già le critiche dell’opposizione di sinistra nei confronti del governo reo di non aver fatto nulla per impedire questo stato di cose e persino di aver strumentalmente convocato il cdm per assumere le decisioni sul lavoro a ridosso del Primo Maggio, solo per silenziare i sindacati e i lavoratori, saturando lo spazio mediatico, e inviando messaggi rassicuranti per garantire in qualche modo che il potere d’acquisto non sarà ulteriormente intaccato dall’onda lunga delle speculazioni.
La verità è che l’anno appena trascorso ha segnato un punto di svolta nel modo in cui la questione salariale è stata affrontata nel dibattito pubblico italiano. Dopo anni di attenzione discontinua, il tema è emerso come problema strutturale. Anche nelle zone economicamente più avanzate del Paese, la dinamica salariale è oggi al centro delle attenzioni non solo perché è una questione nazionale ma anche perché è sempre più evidente che non riguarda soltanto l’equità sociale, ma incide direttamente sulla competitività del sistema economico.
Ma al di là dei compiti che un governo deve avere nell’attivare politiche fiscali a favore del lavoro e nella predisposizione di un quadro macroeconomico che permetta al sistema produttivo di operare nel migliore dei modi, vi è da dire che l’esecutivo, in quanto datore di lavoro pubblico, ha agito relativamente bene, rinnovando i contratti della scuola e degli enti locali e predisponendo il tavolo per il rinnovo del contratto della sanità pubblica. Possiamo dire altrettanto delle organizzazioni sindacali e datoriali?
Non sarebbe davvero stato male se nel recente dibattito il segretario Cgil e il presidente di Confindustria avessero preso coscienza dei loro compiti e delle loro responsabilità nell’affrontare i problemi del mondo del lavoro e dei lavoratori. Ad esempio prendendo atto che nonostante il sistema contrattuale italiano sia da considerarsi tra i migliori in Europa, in realtà la contrattazione ha mostrato limiti strutturali: oltre agli enormi ritardi nei rinnovi del settore privato, non è riuscita a garantire aumenti adeguati, spesso legati a una produttività ferma a diversi anni fa. Sindacati e imprese dovrebbero sapere che le ragioni di questo ritardo persistente sono note e strutturali: il peso elevato delle pmi, la centralità di settori a basso valore aggiunto come il turismo, edilizia e i servizi alla persona, un sistema di relazioni industriali frammentato e in alcuni comparti molto debole, livelli di competenze ancora insufficienti - sia dal lato dei lavoratori sia dei manager - e un passaggio scuola-lavoro ampiamente migliorabile - continuano a comprimere la dinamica delle retribuzioni.
Soprattutto appare evidente l’incapacità di adattarsi alle trasformazioni tecnologiche e di mercato e di conseguenza mantenendosi non raramente minimi retributivi molto bassi. Inoltre in questi anni si è assistito ad una proliferazione di contratti siglati da organizzazioni sindacali e datoriali con una bassa rappresentatività, generando effetti perversi di «dumping salariale e contrattuale».
A queste criticità si aggiunge un paradosso, ovvero che i record occupazionali possono costituire il terreno per una nuova stagnazione salariale. Con l’aumento del costo del capitale, molte imprese hanno scelto di espandere il fattore lavoro rinviando investimenti e digitalizzazione. In definitiva sé si vuole affrontare la questione salariale, il governo dovrà fare la sua parte ma le parti sociali, sindacato e datori di lavoro, non possono essere da meno e dovrebbero mostrare più coraggio e lungimiranza. Ingredienti che finora hanno dimostrato di non avere.
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L’operazione, coordinata dalla Questura di Roma, è stata preceduta da un’attività di analisi informativa e di mappatura delle criticità, con particolare attenzione alle dinamiche di occupazione abusiva stratificatesi nel tempo all’interno del complesso di proprietà di Ater Roma. Subito dopo l’accesso allo stabile da parte delle forze dell’ordine, i tecnici di Ater hanno avviato le operazioni di bonifica degli spazi. Durante l’intervento non è stato trovato alcun occupante all’interno della struttura. Un gruppo iniziale di una decina di attivisti, poi cresciuto fino a quasi un centinaio, si è arrampicato sul tetto in segno di protesta.
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Alla fine degli anni ’40 la Vespa ebbe la sua veste definitiva, con caratteristiche che manterrà per i decenni a venire. Nell’ultimo scorcio del decennio, a pochi anni dalla fine della guerra, Piaggio aveva riguadagnato anche i macchinari per la produzione in serie, persi sotto le bombe alleate negli stabilimenti di Pontedera. Il decennio si era concluso con l’introduzione della «125», evoluzione della prima e più spartana «98» del 1946. Nel 1951 la casa presentò la nuova Vespa «ottavo di litro», con notevoli migliorie tecniche nei cavi del cambio, nella sospensione anteriore e nella riduzione delle vibrazioni garantite dalla presenza di silent block. Lo stampaggio realizzato da moderne presse americane permise anche di abbassare i listini, dando di fatto uno slancio inarrestabile alla motorizzazione dell’Italia postbellica. Accanto alla rinnovata «125» la casa di Pontedera lanciò nel 1952 un modello ancora più economico, la oggi rarissima «125 U», dove la lettera «U» stava per «utilitaria». Lo scooter era riconoscibile dal cofano motore ridotto a semplice copertura degli organi, aperto lateralmente e dal faro anteriore di dimensioni ridotte. In Italia non ebbe grandissimo successo, mentre fu più apprezzata all’estero dove furono esportate in Svezia, Venezuela e Iran (in Venezuela furono adottate dalla polizia, in Iran dalle poste). Anche in Italia, la Vespa fu compagna del lavoro quotidiano dei difficili anni della ricostruzione, con la versione motocarro presentata già nel 1948 (con il nome provvisorio di TriVespa), poi diventata sempre più diffusa con il nome di «Ape».
Nel 1953 la Vespa fu consacrata sul grande schermo nel film culto «Vacanze romane» con Gregory Peck e Audrey Hepburn. L’attore americano guidava una «125» (V31T) faro basso del 1951 che fece il primo giro «virtuale» del mondo. Gli anni ’50 catapultano la Vespa in cima ai desideri degli italiani, seguita dalla rivale Lambretta Innocenti. Con la crescita delle vendite (500.000 esemplari alla fine del 1953) si alza anche la cilindrata. La «150 GS» del 1955 è la prima ad avere velleità sportive, con una potenza di 8 Cv e il cambio a 4 marce che permetteva alla GS di infrangere il muro dei 100 km/h. Fu messa in listino anche la vespa 150 «VL», una versione più tranquilla della GS, ribattezzata «struzzo» per la particolare forma della carenatura del faro anteriore al manubrio. Nel 1958 sarà rinnovata anche la «125» con l’adozione dei semigusci e dei comandi nascosti nel manubrio. Questo modello fu utilizzato nelle scene degli inseguimenti dei paparazzi ne «La Dolce Vita» di Federico Fellini.
All’inizio degli anni Sessanta la spinta del boom economico comincia a ridursi, mentre la motorizzazione degli italiani passa dalle 2 alle 4 ruote (con l’immissione sul mercato delle utilitarie Fiat «600» e «500» dalla metà del decennio precedente). Piaggio risponde alla contrazione con un’altra idea vincente. Nel 1963 presenta la prima Vespa «50», caratterizzata dalle dimensioni ridotte, dando vita alla generazione delle «small frame». Fu l'ultima Vespa firmata da Corradino D'Ascanio. Guidabile senza patente e a partire dai 14 anni, la nuova «50» si inserì nel mondo dei ciclomotori scalando in pochissimo tempo le classifiche di vendita. Nelle cilindrate più alte, per la prima volta la Vespa si presentò al pubblico con un motore da 180cc. Nel 1964 esce la «180 Super Sport», uno degli scooter più veloci sul mercato con i suoi 105 km/h di punta. Anche le linee sono rinnovate, con il faro trapezoidale e un disegno più squadrato, che porrà fine alle bombature accentuate della prima generazione dello scooter Piaggio. Anche la serie «piccola» vedrà evoluzioni a partire dalla metà del decennio. Nel 1965 vengono presentate due meteore da 90cc. con il telaio della «50», di cui una sportiva, la 90 «SS» caratterizzata da un finto serbatoio tra sellino e manubrio, che in realtà è un portaoggetti. Il manubrio, più stretto e inclinato verso il basso ricordava quelli utilizzati sulle moto sportive. Nello stesso anno viene lanciata la «125 Nuova», base small frame per quella che nel 1967 inizierà la serie best seller delle piccole targate, la «Primavera». Alla fine degli anni Sessanta Piaggio presenta una rinnovata 180cc, la «Rally», dotata di un faro di grandi dimensioni e per la prima volta del bauletto portaoggetti dietro la scocca anteriore. Il decennio si chiude con l’ampliamento dell’offerta sui »Vespini» da 50cc, con la nuova «50 N» dal telaio allungato per un maggiore confort di marcia e con la versione lusso con cromature, la «50 L». Nel 1969 Piaggio presenta una delle Vespa più iconiche della sua lunga storia: al Salone del Ciclo e Motociclo di Milano compare una Vespa 50 dal faro rettangolare, così come il fanalino posteriore ed il sellino a «gobba». E’ la «50 Special», il sogno dei ragazzi degli anni Settanta.
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