True
2022-04-23
Obblighi e porcate: la sciagura mascherine
Ansa
Un ciclostile della struttura del commissario straordinario per l’emergenza ai tempi in cui era guidato da Domenico Arcuri ha sdoganato le mascherine fallate importate con la mediazione di Mario Benotti & C. A svelarlo, in uno degli ultimi verbali dell’inchiesta, che risale al 14 febbraio scorso, è stata una funzionaria dell’Agenzia delle Dogane, Manuela Barone, convocata dagli investigatori della Guardia di finanza come persona informata sui fatti poco prima di chiudere formalmente le indagini. Barone, che ora guida un reparto dell’Ufficio controlli antifrode, è stata, in piena pandemia, fino a febbraio 2021 addetta agli uffici sdoganamenti cargo. E ai magistrati ha spiegato di aver «sempre ritenuto» che nel periodo in cui la pandemia si era acuita, «ci fossero delle criticità nelle importazioni di materiale sanitario destinato al Commissario straordinario». Le importazioni, ha spiegato la funzionaria, «non seguivano le ordinarie procedure di sdoganamento, ma avevano un circuito preferenziale». Le pressioni arrivavano da Roma. Ma alle Dogane, ha spiegato la funzionaria, i controlli andavano avanti: «Noi fermavamo e controllavamo anche le spedizioni di merce per l’emergenza Covid, soprattutto mascherine e Dpi destinati alla Struttura commissariale. Nel corso dei controlli chiedevamo l’esibizione del certificato di conformità, precisamente la certificazione Ce». Cosa che avrebbe impedito di certo di far finire le mascherine non idonee negli ospedali, dove poi i magistrati le hanno dovute sequestrare. Il cortocircuito l’avrebbe innescato una circolare arrivata dagli uffici centrali delle Dogane: «A un certo punto», racconta Barone, arrivò un documento che attestava che una serie di produttori di mascherine e Dpi importati a favore della Struttura commissariale rispondevano ai requisiti previsti dalla normativa vigente. In ogni caso noi non abbiamo mai ricevuto le certificazioni Ce».
Quel documento, insomma, è diventato un «lascia passare», così lo chiama Barone, per sdoganare tutta la merce. E successivamente, spiega ancora la funzionaria, «sono intervenute le procedure di svincolo diretto per le importazioni della Struttura commissariale». La funzionaria non nasconde che a suo parere «anche su queste procedure c’era qualche criticità, in quanto era palese che venisse utilizzata sempre la stessa dichiarazione di svincolo diretto a firma di Fabbrocini». Antonio Fabbrocini era in quel momento il responsabile unico del procedimento per la Struttura commissariale, accusato nell’inchiesta di frode nelle pubbliche forniture, falso e abuso d’ufficio. A quel punto si sarebbe innescato questo meccanismo: la dichiarazione di svincolo diretto veniva ciclostilata e «a penna», svela Barone, «di volta in volta veniva aggiunto il numero» della bolla d’accompagnamento della merce. Gli investigatori hanno mostrato alla funzionaria uno dei prodotti importati dalla Cina il cui certificato Ce «è risultato non valido». E lei ha spiegato che con l’arrivo della circolare che sdoganava a gogo le procedure erano cambiate. E qualora avessero riscontrato l’assenza delle certificazioni era diventato necessario «compilare 12 diverse tipologie di verbale». Disposizioni che, «di certo», afferma Barone, «hanno contribuito a rendere più articolate le procedure di controllo e di sdoganamento».
È stata un’altra testimone, Maria Preiti, direttore dell’ufficio territoriale lombardo delle Dogane (competente su Malpensa), a confermare che erano saltate le verifiche: «Il numero dei controlli sulla merce importata dal Commissario straordinario è stato rimodulato consentendo, in assenza di altri parametri di rischio, il cosiddetto controllo automatizzato. Tale procedura prevede che l’operazione di sdoganamento venga processata telematicamente dal circuito senza l’effettuazione di ulteriori controlli né documentali né fisici da parte del singolo operatore». Bastava il parere del Cts, il comitato tecnico scientifico, per far passare le mascherine. E anche Preiti conferma il pressing esterno: «Come ufficio ricevevamo numerose sollecitazioni sia da soggetti pubblici che privati al fine di sdoganare celermente la merce». Ovviamente in quella fase della pandemia le mascherine erano ricercatissime. Ma questo meccanismo ha permesso l’invio agli ospedali di mascherine non conformi, che poi sono state sequestrate. Quando, però, i finanzieri chiedono alla funzionaria se ricordasse «di qualche privato imprenditore che si recava presso gli uffici per sollecitare lo sdoganamento», lei risponde: «Così a memoria non ricordo di privati che si presentavano nei nostri uffici». La memoria della testimone si fa sempre più labile. «È mai successo che lei o qualche funzionario dell’ufficio doganale di Malpensa abbia dialogato con Fabbrocini per rappresentargli, magari, le criticità emerse durante le operazioni di importazione?», le viene chiesto dai finanzieri. La risposta: «È probabile che io o i miei collaboratori abbiamo dialogato con Fabbrocini, ma in questo momento non so riferirvi circa il dettaglio di queste conversazioni tenuto conto del tempo trascorso».
E le mascherine con la certificazione non in regola? «Ricordo, in generale», conclude la dirigente delle Dogane, «che la gran parte delle operazioni di importazione di Dpi e di mascherine nel periodo iniziale dell’emergenza era gestita in deroga, in base alla normativa emergenziale». Che, come dimostra la fornitura di mascherine non conformi agli ospedali di mezza Italia, è alla base del cortocircuito che ha permesso a Benotti & C. di sdoganare la loro fornitura miliardaria.
Speranza tira dritto sulle mascherine a scuola Bolzano guida la rivolta
Il dibattito sulle mascherine a scuola continua a rimanere acceso. Di giovedì la notizia dell’incontro tra il ministro della Salute, Roberto Speranza, e Arno Kompatscher, presidente della provincia autonoma di Bolzano. I due si erano visti per discutere della proposta dell’altoatesino di levare l’obbligo di indossare le mascherine nelle scuole. La risposta del ministro ha confermato le aspettative: Speranza intende mantenere i dispositivi nei luoghi chiusi e quindi anche nelle classi. L’intenzione di Kompatscher è quella di attendere la decisione definitiva del governo, ma è probabile che avvenga uno strappo. La provincia autonoma di Bolzano potrebbe decidere, come già fatto in altre occasioni, di eliminare l’obbligo e indicare così una «via altoatesina». A spingere in questa direzione ci sono le famiglie, gli studenti, le associazioni, ma anche la Lega.
Una richiesta che sembra essere sostenuta anche dalle posizioni di Andrea Costa, sottosegretario alla Salute che si dice contrario al prolungamento dell’obbligo delle mascherine nelle scuole.
«Soprattutto durante le ore di lezione, quando i bambini sono seduti al loro posto, penso che oggettivamente anche per loro si possa valutare di non metterle». Ha commentato.
Infatti, con l’arrivo della bella stagione è possibile un continuo ricambio d’aria nelle aule e questo consentirebbe al virus di girare molto meno senza ricorrere alle mascherine che in estate rischiano di diventare soffocanti. L’ambiente arieggiato è infatti uno dei rimedi fondamentali nella lotta alla diffusione del Covid. Lo stesso sottosegretario ha partecipato al convegno «È ora di cambiare aria», organizzato a Civitanova Marche dal dipartimento nazionale Istruzione di Fratelli d’Italia che da tempo sostiene l’introduzione dei sistemi di ventilazione meccanica nelle scuole. «La ventilazione meccanica controllata è un modello di intervento che può essere esportato nelle scuole di tutta Italia» ha commentato Costa che ha infine sottolineato la «bontà» della tecnologia adottata dalla Regione Marche nelle aule scolastiche e si è anche pronunciato ancora una volta circa l’uso delle mascherine: «Gli alunni, una volta in classe, a mio avviso possono togliersela».
Non è della stessa idea il ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi che sembra essere orientato per il prolungamento dell’obbligo fino alla fine dell’anno scolastico a giugno. Anche il virologo Fabrizio Pregliasco raccomanda il loro utilizzo nelle scuole: «In termini precauzionali sicuramente sarebbe meglio che si continuasse anche a portare la mascherina in classe fino al termine dell’anno scolastico».
Alcuni suoi colleghi però già nell’ormai lontano agosto 2020 non erano d’accordo.
«La mascherina chirurgica può causare ai bambini, sulla base di esperienze di utilizzo: senso di calore, irritazione, difficoltà respiratorie, fastidio, difficoltà di concentrazione, distrazione e bassa accettazione della maschera stessa. Inoltre, l’efficacia delle stesse non è stata dimostrata durante il gioco e le attività fisiche».
Diceva Matteo Bassetti, direttore della clinica di Malattie infettive dell’ospedale San Martino di Genova, condividendo su Facebook il documento ufficiale dell’Oms e dell’Unicef sull’uso delle mascherine per i bambini a scuola.
«Portare la mascherina a scuola sarebbe auspicabile, ma è impossibile ipotizzare che ragazzini e bambini possano indossarla per cinque ore di seguito. Non ce la faccio neanche io. È importante che la portino all’ingresso e all’uscita da scuola», raccomandava Massimo Galli durante il programma di La 7 L’aria che tira alla fine dell’estate 2020.
Sono passati due anni, i bambini continuano a tenere le mascherine a scuola, in aula e fuori, alcuni per otto ore. In alcuni casi per altro sono costretti ad indossare le Ffp2. Soprattutto se sono stati a stretto contatto con soggetti positivi. Le Ffp2 però, sono mascherine pensate e omologate solo per gli adulti e la loro capacità polmonare, e quelle che vendono «per bambini» non sono altro che taglie small dei dispositivi che usano i grandi. L’allarme è stato lanciato da Altroconsumo: «Non essendoci ancora studi che prendano in considerazione i parametri respiratori dei bambini, non è possibile stabilire con certezza l’effetto che un uso prolungato delle Ffp2 possa avere sui più giovani».
Intanto il governo si riunirà la prossima settimana per decidere il da farsi. L’imperativo di Speranza rimane quello della cautela.
«Sarà presa la prossima settimana la decisione finale sull’obbligo di utilizzare le mascherine al chiuso e dopo un confronto con la comunità scientifica». Ha dichiarato il ministro e, secondo alcune indiscrezioni degli ultimi giorni, le mascherine al chiuso potrebbero rimanere per treni, bus, cinema e nei luoghi di lavoro, anche se gli esperti hanno posizioni diverse sull’allentamento o meno di questa misura che è in scadenza il 30 aprile. Per quanto riguarda le scuole regna il silenzio assoluto, segno che il tema rimane divisivo e una decisione definitiva ancora deve esser presa.
Continua a leggereRiduci
Il racconto di una funzionaria delle Dogane: un documento precompilato dell’allora commissariato Domenico Arcuri ha autorizzato l’ingresso in Italia delle protezioni cinesi importate da Benotti & C. Un’altra testimone: pressioni per liberare subito la merce.Il ministro vuole l’obbligo fino a giugno, ma il presidente Kompatscher potrebbe decidere di eliminarlo prima. La prossima settimana la decisione sui luoghi al chiuso.Lo speciale contiene due articoliUn ciclostile della struttura del commissario straordinario per l’emergenza ai tempi in cui era guidato da Domenico Arcuri ha sdoganato le mascherine fallate importate con la mediazione di Mario Benotti & C. A svelarlo, in uno degli ultimi verbali dell’inchiesta, che risale al 14 febbraio scorso, è stata una funzionaria dell’Agenzia delle Dogane, Manuela Barone, convocata dagli investigatori della Guardia di finanza come persona informata sui fatti poco prima di chiudere formalmente le indagini. Barone, che ora guida un reparto dell’Ufficio controlli antifrode, è stata, in piena pandemia, fino a febbraio 2021 addetta agli uffici sdoganamenti cargo. E ai magistrati ha spiegato di aver «sempre ritenuto» che nel periodo in cui la pandemia si era acuita, «ci fossero delle criticità nelle importazioni di materiale sanitario destinato al Commissario straordinario». Le importazioni, ha spiegato la funzionaria, «non seguivano le ordinarie procedure di sdoganamento, ma avevano un circuito preferenziale». Le pressioni arrivavano da Roma. Ma alle Dogane, ha spiegato la funzionaria, i controlli andavano avanti: «Noi fermavamo e controllavamo anche le spedizioni di merce per l’emergenza Covid, soprattutto mascherine e Dpi destinati alla Struttura commissariale. Nel corso dei controlli chiedevamo l’esibizione del certificato di conformità, precisamente la certificazione Ce». Cosa che avrebbe impedito di certo di far finire le mascherine non idonee negli ospedali, dove poi i magistrati le hanno dovute sequestrare. Il cortocircuito l’avrebbe innescato una circolare arrivata dagli uffici centrali delle Dogane: «A un certo punto», racconta Barone, arrivò un documento che attestava che una serie di produttori di mascherine e Dpi importati a favore della Struttura commissariale rispondevano ai requisiti previsti dalla normativa vigente. In ogni caso noi non abbiamo mai ricevuto le certificazioni Ce». Quel documento, insomma, è diventato un «lascia passare», così lo chiama Barone, per sdoganare tutta la merce. E successivamente, spiega ancora la funzionaria, «sono intervenute le procedure di svincolo diretto per le importazioni della Struttura commissariale». La funzionaria non nasconde che a suo parere «anche su queste procedure c’era qualche criticità, in quanto era palese che venisse utilizzata sempre la stessa dichiarazione di svincolo diretto a firma di Fabbrocini». Antonio Fabbrocini era in quel momento il responsabile unico del procedimento per la Struttura commissariale, accusato nell’inchiesta di frode nelle pubbliche forniture, falso e abuso d’ufficio. A quel punto si sarebbe innescato questo meccanismo: la dichiarazione di svincolo diretto veniva ciclostilata e «a penna», svela Barone, «di volta in volta veniva aggiunto il numero» della bolla d’accompagnamento della merce. Gli investigatori hanno mostrato alla funzionaria uno dei prodotti importati dalla Cina il cui certificato Ce «è risultato non valido». E lei ha spiegato che con l’arrivo della circolare che sdoganava a gogo le procedure erano cambiate. E qualora avessero riscontrato l’assenza delle certificazioni era diventato necessario «compilare 12 diverse tipologie di verbale». Disposizioni che, «di certo», afferma Barone, «hanno contribuito a rendere più articolate le procedure di controllo e di sdoganamento». È stata un’altra testimone, Maria Preiti, direttore dell’ufficio territoriale lombardo delle Dogane (competente su Malpensa), a confermare che erano saltate le verifiche: «Il numero dei controlli sulla merce importata dal Commissario straordinario è stato rimodulato consentendo, in assenza di altri parametri di rischio, il cosiddetto controllo automatizzato. Tale procedura prevede che l’operazione di sdoganamento venga processata telematicamente dal circuito senza l’effettuazione di ulteriori controlli né documentali né fisici da parte del singolo operatore». Bastava il parere del Cts, il comitato tecnico scientifico, per far passare le mascherine. E anche Preiti conferma il pressing esterno: «Come ufficio ricevevamo numerose sollecitazioni sia da soggetti pubblici che privati al fine di sdoganare celermente la merce». Ovviamente in quella fase della pandemia le mascherine erano ricercatissime. Ma questo meccanismo ha permesso l’invio agli ospedali di mascherine non conformi, che poi sono state sequestrate. Quando, però, i finanzieri chiedono alla funzionaria se ricordasse «di qualche privato imprenditore che si recava presso gli uffici per sollecitare lo sdoganamento», lei risponde: «Così a memoria non ricordo di privati che si presentavano nei nostri uffici». La memoria della testimone si fa sempre più labile. «È mai successo che lei o qualche funzionario dell’ufficio doganale di Malpensa abbia dialogato con Fabbrocini per rappresentargli, magari, le criticità emerse durante le operazioni di importazione?», le viene chiesto dai finanzieri. La risposta: «È probabile che io o i miei collaboratori abbiamo dialogato con Fabbrocini, ma in questo momento non so riferirvi circa il dettaglio di queste conversazioni tenuto conto del tempo trascorso». E le mascherine con la certificazione non in regola? «Ricordo, in generale», conclude la dirigente delle Dogane, «che la gran parte delle operazioni di importazione di Dpi e di mascherine nel periodo iniziale dell’emergenza era gestita in deroga, in base alla normativa emergenziale». Che, come dimostra la fornitura di mascherine non conformi agli ospedali di mezza Italia, è alla base del cortocircuito che ha permesso a Benotti & C. di sdoganare la loro fornitura miliardaria.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lasciapassare-per-le-mascherine-fallate-2657200371.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="speranza-tira-dritto-sulle-mascherine-a-scuola-bolzano-guida-la-rivolta" data-post-id="2657200371" data-published-at="1650660274" data-use-pagination="False"> Speranza tira dritto sulle mascherine a scuola Bolzano guida la rivolta Il dibattito sulle mascherine a scuola continua a rimanere acceso. Di giovedì la notizia dell’incontro tra il ministro della Salute, Roberto Speranza, e Arno Kompatscher, presidente della provincia autonoma di Bolzano. I due si erano visti per discutere della proposta dell’altoatesino di levare l’obbligo di indossare le mascherine nelle scuole. La risposta del ministro ha confermato le aspettative: Speranza intende mantenere i dispositivi nei luoghi chiusi e quindi anche nelle classi. L’intenzione di Kompatscher è quella di attendere la decisione definitiva del governo, ma è probabile che avvenga uno strappo. La provincia autonoma di Bolzano potrebbe decidere, come già fatto in altre occasioni, di eliminare l’obbligo e indicare così una «via altoatesina». A spingere in questa direzione ci sono le famiglie, gli studenti, le associazioni, ma anche la Lega. Una richiesta che sembra essere sostenuta anche dalle posizioni di Andrea Costa, sottosegretario alla Salute che si dice contrario al prolungamento dell’obbligo delle mascherine nelle scuole. «Soprattutto durante le ore di lezione, quando i bambini sono seduti al loro posto, penso che oggettivamente anche per loro si possa valutare di non metterle». Ha commentato. Infatti, con l’arrivo della bella stagione è possibile un continuo ricambio d’aria nelle aule e questo consentirebbe al virus di girare molto meno senza ricorrere alle mascherine che in estate rischiano di diventare soffocanti. L’ambiente arieggiato è infatti uno dei rimedi fondamentali nella lotta alla diffusione del Covid. Lo stesso sottosegretario ha partecipato al convegno «È ora di cambiare aria», organizzato a Civitanova Marche dal dipartimento nazionale Istruzione di Fratelli d’Italia che da tempo sostiene l’introduzione dei sistemi di ventilazione meccanica nelle scuole. «La ventilazione meccanica controllata è un modello di intervento che può essere esportato nelle scuole di tutta Italia» ha commentato Costa che ha infine sottolineato la «bontà» della tecnologia adottata dalla Regione Marche nelle aule scolastiche e si è anche pronunciato ancora una volta circa l’uso delle mascherine: «Gli alunni, una volta in classe, a mio avviso possono togliersela». Non è della stessa idea il ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi che sembra essere orientato per il prolungamento dell’obbligo fino alla fine dell’anno scolastico a giugno. Anche il virologo Fabrizio Pregliasco raccomanda il loro utilizzo nelle scuole: «In termini precauzionali sicuramente sarebbe meglio che si continuasse anche a portare la mascherina in classe fino al termine dell’anno scolastico». Alcuni suoi colleghi però già nell’ormai lontano agosto 2020 non erano d’accordo. «La mascherina chirurgica può causare ai bambini, sulla base di esperienze di utilizzo: senso di calore, irritazione, difficoltà respiratorie, fastidio, difficoltà di concentrazione, distrazione e bassa accettazione della maschera stessa. Inoltre, l’efficacia delle stesse non è stata dimostrata durante il gioco e le attività fisiche». Diceva Matteo Bassetti, direttore della clinica di Malattie infettive dell’ospedale San Martino di Genova, condividendo su Facebook il documento ufficiale dell’Oms e dell’Unicef sull’uso delle mascherine per i bambini a scuola. «Portare la mascherina a scuola sarebbe auspicabile, ma è impossibile ipotizzare che ragazzini e bambini possano indossarla per cinque ore di seguito. Non ce la faccio neanche io. È importante che la portino all’ingresso e all’uscita da scuola», raccomandava Massimo Galli durante il programma di La 7 L’aria che tira alla fine dell’estate 2020. Sono passati due anni, i bambini continuano a tenere le mascherine a scuola, in aula e fuori, alcuni per otto ore. In alcuni casi per altro sono costretti ad indossare le Ffp2. Soprattutto se sono stati a stretto contatto con soggetti positivi. Le Ffp2 però, sono mascherine pensate e omologate solo per gli adulti e la loro capacità polmonare, e quelle che vendono «per bambini» non sono altro che taglie small dei dispositivi che usano i grandi. L’allarme è stato lanciato da Altroconsumo: «Non essendoci ancora studi che prendano in considerazione i parametri respiratori dei bambini, non è possibile stabilire con certezza l’effetto che un uso prolungato delle Ffp2 possa avere sui più giovani». Intanto il governo si riunirà la prossima settimana per decidere il da farsi. L’imperativo di Speranza rimane quello della cautela. «Sarà presa la prossima settimana la decisione finale sull’obbligo di utilizzare le mascherine al chiuso e dopo un confronto con la comunità scientifica». Ha dichiarato il ministro e, secondo alcune indiscrezioni degli ultimi giorni, le mascherine al chiuso potrebbero rimanere per treni, bus, cinema e nei luoghi di lavoro, anche se gli esperti hanno posizioni diverse sull’allentamento o meno di questa misura che è in scadenza il 30 aprile. Per quanto riguarda le scuole regna il silenzio assoluto, segno che il tema rimane divisivo e una decisione definitiva ancora deve esser presa.
Guardie della Rivoluzione (Ansa)
La discussione sulla designazione dei pasdaran come organizzazione terroristica «è in corso», ma il quadro resta frammentato. «Ci sono Paesi favorevoli, altri che hanno riserve e altri contrari. Non c’è consenso», ha spiegato un alto diplomatico europeo citato dall’Ansa, chiarendo che alla riunione dei ministri degli Esteri non sono attese decisioni su questo punto. La scelta richiederebbe infatti l’unanimità dei 27, una soglia politica che al momento appare irraggiungibile. In assenza di una decisione netta, Bruxelles si prepara ad annunciare nuove sanzioni contro Teheran, legate alle violazioni dei diritti umani e destinate a colpire anche esponenti delle Guardie della Rivoluzione.
Misure che rischiano però di avere un impatto limitato. I pasdaran sono già sottoposti a sanzioni europee e, come ammettono fonti diplomatiche, un’eventuale designazione come organizzazione terroristica avrebbe soprattutto «una natura simbolica». «Etichettare un apparato statale come terrorista non è qualcosa che si fa ogni giorno», spiegano a Bruxelles, sottolineando come una decisione del genere non possa essere presa «alla leggera». Dietro questa cautela emergono una serie di timori: le possibili ripercussioni sulla sicurezza dei cittadini europei detenuti in Iran e l’impatto sui delicati dossier diplomatici, a partire dal programma nucleare iraniano. Una prudenza che nei fatti si traduce in immobilismo, mentre il regime continua a reprimere nel sangue le proteste interne.
Sul fronte Usa-Iran, ieri Donald Trump è tornato a minacciare apertamente Teheran dell’invio di una «massiccia “armada”»: «Ci auguriamo che l’Iran si sieda presto al tavolo dei negoziati e accetti un accordo equo (niente armi nucleari) un’intesa che vada a beneficio di tutti. Il tempo sta per scadere. L’ho detto all’Iran già una volta: fate un accordo. Non l’hanno fatto, e c’è stata l’Operazione Midnight Hammer, con distruzioni massive. Il prossimo attacco sarebbe molto peggiore». Eppure, sul piano giuridico, le obiezioni tradizionali sembrano indebolirsi. L’Iran ha risposto che reagirà «come mai prima d’ora» in caso di attacco.
Un’analisi del servizio giuridico del Consiglio Ue individua come possibile base legale una sentenza del 2023 della Corte d’appello di Düsseldorf, che ha accertato il coinvolgimento di un ente statale iraniano in un tentato attentato incendiario contro una sinagoga a Bochum. Un precedente che supera la linea finora sostenuta dalle istituzioni europee, secondo cui l’inserimento di apparati del regime iraniano nella lista nera non fosse possibile senza una decisione di un tribunale nazionale.
La resistenza politica resta forte. Sotto osservazione c’è in particolare la posizione della Germania, impegnata nel tentativo di costruire un consenso europeo. Da parte sua, il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha dichiarato che «il regime iraniano ha i giorni contati». Altri Paesi continuano a esprimere riserve, pur senza escludere formalmente alcuna opzione. Alla vigilia della riunione dei ministri degli Esteri, il portavoce del governo francese Maud Bregeon ha parlato di una «riflessione in corso» sulla designazione dei pasdaran, denunciando una repressione in Iran «di una violenza senza eguali». Anche la Spagna si è pronunciata a favore dell’inclusione delle Guardie della Rivoluzione nella lista nera, allineandosi alla proposta italiana.
Una posizione che ha irritato Teheran, arrivata a definire «irresponsabile» l’iniziativa e a convocare l’ambasciatrice italiana. Resta però il paradosso europeo: l’obiettivo dichiarato di inviare a Teheran «un messaggio di fermezza», ma l’incapacità di tradurlo in una scelta politica coerente.
Continua a leggereRiduci
La fabbrica d'armi di Mongiana oggi restaurata. Nel riquadro dettaglio di un fucile prodotto dal 1854 (Ansa)
Acqua e legno di bosco: due elementi chiave che sino dai tempi più remoti costituiscono i requisiti necessari allo sviluppo dell’industria del ferro. Mongiana, piccolo centro del massiccio delle Serre calabre, li possedeva entrambi. Il terzo elemento per lo sviluppo di un’industria siderurgica era naturalmente la disponibilità di ferro, ed i rilievi dell’entroterra calabro ne erano ricchi.
L’«età del ferro» in Calabria ha radici millenarie, che risalgono ai Micenei. Ritrovamenti archeologici hanno rilevato la presenza di armi in ferro (punte di lancia, spade) attribuite ai tempi della polis greca di Kaulònia, mentre dal Cinquecento in poi negli atti del Regno di Napoli sono presenti atti che testimoniano una consistente attività estrattiva nella Locride interna, proseguita per tutto il secolo successivo. La vera industrializzazione della zona di Mongiana avverrà alla metà del XVIII secolo. L’industria estrattiva della Calabria sarà interessata dalla spinta all’industrializzazione (sebbene l’economia del territorio rimanesse prevalentemente agricola) scaturita dalle riforme promosse dal regno «illuminato» di Carlo III di Borbone e quindi del figlio Ferdinando IV, asceso al trono nel 1751. Vent’anni più tardi iniziò la costruzione del primo vero polo siderurgico calabrese, le Reali Ferriere ed Officine di Mongiana, gestite dalla famiglia Conty proveniente dalla Spagna. Fu Francesco Conty a modernizzare le arretrate ferriere sparse nella zona e a creare un moderno polo siderurgico. Lo stabilimento di Mongiana passò l'occupazione napoleonica senza danni. Fu addirittura modernizzato, con migliorie tecnologiche e nuovi altiforni che saranno sfruttati al ritorno dei Borbone dal 1816, con l’unione delle corone e la nascita del Regno delle Due Sicilie. L’unificazione, nata in un periodo particolarmente turbolento per la Penisola italiana preunitaria, significò la necessità di riorganizzazione di quello che diventò l’esercito più numeroso d’Europa, ma non certo il più efficiente. Per quanto riguardava l’armamento individuale, il Regno era stato costretto sino ad allora a dipendere fortemente dalle forniture estere, in particolare da quelle francesi. L’esigenza di armare un corpo militare pressoché raddoppiato fu alla base della nascita della Reale Fabbrica d’armi di Mongiana, attiva dal 1852. Sotto Ferdinando II il regno delle Due Sicilie viveva tensioni sia all’estero che all’interno. Isolato diplomaticamente, il sovrano era in quel periodo impegnato in una dura repressione dei moti liberali scoppiati nel 1848. L’esigenza di armare l’esercito sia in funzione di difesa dei confini che per il mantenimento dell’ordine pubblico, fece da volano al periodo più fecondo della produzione di armi a Mongiana. In particolare i fucili moderni fecero la parte del leone tra i prodotti del polo siderurgico calabrese.
Nacque così sulle alture tra la Sila e l’Aspromonte il «Mongiana», il fucile da fanteria che fu l’arma individuale dei soldati borbonici negli ultimi anni di vita del Regno. Si trattava di un’arma fortemente ispirata al modello 1842 francese, prodotto dalla fabbrica St.Etienne, che inviò in Calabria alcuni consulenti per fornire le indicazioni tecniche per la produzione. Era un fucile ad avancarica con sistema a percussione, più efficiente dei precedenti a pietra focaia. Il calibro era di 17,5 mm con canna della lunghezza di circa 1 metro. Pesante 4,5 kg, la sua gittata massima era di circa 700 metri, di cui 150 di tiro utile (saliti a 300 con l’adozione successiva della canna rigata). Le officine di Mongiana riuscirono a produrre circa 7-8.000 pezzi all’anno soprattutto attorno al 1859-60, quando le ferriere contavano all’incirca 2.000 addetti. Furono gli eventi bellici a segnare le sorti della fabbrica calabrese a partire dall’autunno 1860 fino all’assedio piemontese di Gaeta che segnò la fine dei Borbone sul trono delle Due Sicilie. L’Unità d’Italia segnò per la Reale Fabbrica di Armi di Mongiana l’inizio di una fine rapida, decretata soprattutto dalla scelta del nuovo governo unitario di privilegiare le fabbriche del Nord come Torino e Brescia, puntando contemporaneamente sullo sviluppo del polo siderurgico di Terni. Non solo spinti da ragioni politiche ma anche economiche, i governanti di Torino giudicarono antieconomico mantenere in vita uno stabilimento che, pur moderno ed efficiente, era reso non competitivo a causa delle fortissime carenze infrastrutturali dell’area, con strade impervie, sconnesse e non praticabili ai carichi pesanti, con conseguente aumento dei prezzi legati alla produzione. Mongiana terminò l'attività ufficialmente nel 1864 e dieci anni dopo dovette subire una seconda fine ingloriosa: nel 1874 la fabbrica fu venduta all’asta e acquistata dall’ex garibaldino Achille Fazzari, che ottenne finanziamenti per un rilancio che non avverrà mai, dal momento che l’operazione fu coinvolta nel crack della Banca Romana del 1893. Mongiana, spogliata dei macchinari trasferiti al Nord, diventò un sito fantasma fino al recente recupero e restauro, ed è oggi visitabile grazie all’opera dell’Ecomuseo delle Fonderie e Ferriere di Calabria.
Continua a leggereRiduci
In questa puntata di «Tutta la Verità» il direttore Maurizio Belpietro commenta l'episodio accaduto a Milano al Boschetto di Rogoredo, in cui un agente ha ucciso un irregolare armato di pistola che lo stava aggredendo durante un'operazione, e confronta quello che accade in Italia con i tumulti a Minneapolis.