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2022-03-03
L’ascesa di Zelensky tra gag, ville e oligarchi
Volodymyr Zelensky (Ansa)
Che fare il presidente dell’Ucraina fosse un mestiere difficile lo si sapeva, ma di certo quel 21 aprile 2019, giorno nel quale sconfisse il presidente in carica, Petro Poroshenko, con quasi il 73% dei suffragi contro il 25%, Volodymyr Zelensky, 44 anni, non si aspettava che le cose fossero così complicate. Attore, sceneggiatore e comico nato e cresciuto a Kryvyj Rih (Ucraina) in una famiglia d’origine ebraica e di madrelingua russa, si è laureato nel 2000 in giurisprudenza all’università economica nazionale di Kiev, ma non ha mai esercitato la professione perché, già nel 1997, lavorava come attore e sceneggiatore nello studio Kvartal 95 Club. La vita di Zelensky cambia radicalmente nel 2015, quando interpreta il ruolo del presidente ucraino nella serie televisiva Sluha Narodu (Servitore del popolo) dove incarna la parte di Vasyl Holoborodk, insegnante di storia che diventa quasi per caso (un po’ come accadrà a lui) un capo di Stato onesto e illuminato.
Il successo è clamoroso, la serie tv vincerà il World fest remi award (Usa, 2016), arriverà tra i primi quattro finalisti nella categoria dei film comici al Seoul international drama awards (Corea del Sud) e riceverà il premio Intermedia globe silver nella categoria serie tv di intrattenimento al World media film festival di Amburgo.
A quel punto Zelensky decide di capitalizzare il successo di Sluha Narodu tanto che nel marzo 2018 presenta un suo partito personale chiamato proprio Servitore del popolo. Poi, a sei mesi dalle elezioni presidenziali del 2019, Zelensky annuncia la sua candidatura, subito confortato dai favori del pubblico e dai sondaggi, nei quali vola. Così, nonostante non abbia alcuna esperienza in politica e non abbia amministrato nulla se non la sua piccola casa di produzione, grazie a una campagna elettorale nella quale il tema di fondo è lotta alla corruzione e al potere degli oligarchi, già al primo turno prende oltre 5,5 milioni di voti, nonostante i suoi avversari parlino di lui come di «un uomo totalmente inesperto» e di un «burattino filorusso». Altri lo dipingono come un burattino di quegli oligarchi che lui diceva di voler combattere, uno su tutti quel Dimitri Gerasimenko, arrivato in Italia e in particolare a Cantù per ridare lustro alla squadra di basket locale.
Ma che c’entrava l’ex attore diventato presidente con il magnate dell’acciaio che a Cantù farà solo disastri, tanto che lascerà la società nei guai nel 2019? A Cantù aveva sede l’immobiliare San Tommaso srl che dal 2015 era detenuta da una società cipriota, la Aldorante Limited, che aveva in dote come capitale sociale una lussuosa villa di 15 vani a Forte dei Marmi. E chi era l’amministratore unico dell’immobiliare che «aveva in pancia» la villa? Secondo un pool di giornalisti d’inchiesta denominato Slidstvo, altri non era che l’ucraino Ivan Bakanov, amico, socio e coordinatore della campagna elettorale di Zelensky.
E di chi era la società cipriota? Di Zelensky stesso, anche se dietro ai nomi e alle schermature societarie ci sono pochi dubbi che ci fosse il miliardario Igor Kolomoisky, già governatore di Dnipropetrovsk Oblast, che in tasca ha oltre a 1,36 miliardi di dollari di patrimonio (secondo Forbes) anche tre passaporti: ucraino, cipriota e israeliano. Il magnate, forte della sua enorme ricchezza, almeno dal 2015 si muoveva a tutto campo sullo scacchiere politico, tantoché ha mantenuto con la Russia di Putin rapporti intensi e a dir poco ambigui. Sulla solidità del rapporto con il presidente ucraino ci sono pochi dubbi visto che Kolomoisky è anche proprietario della tv che trasmetteva la serie Sluha Narodu con la quale Zelensky è diventato una star prima e presidente poi.
Sempre a proposito di ville da sogno, anche il presidente ucraino ne ha una, non a caso a Forte dei Marmi, zona amatissima dai miliardari russi, che ha acquistato nel 2019 e che è composta da 15 stanze, tra le quali sei camere da letto, piscina e giardino e che sarebbe stata pagata 4 milioni di euro, un fatto che ha fatto infuriare i suoi detrattori. Per tornare al politico il bilancio fino a qualche giorno fa non era brillantissimo e le sue doti di showman sono servite solo a nascondere in parte le molte pecche. All’inizio partì molto bene con l’apertura dei mercati agricoli, l’ampliamento dei servizi digitali nel Paese e la costruzione di nuove strade -una vera fissa di Zelensky, che ha più volte dichiarato di voler essere ricordato «come il presidente che ha finalmente ne ha costruite di buone».
A parte questo, a tre anni dall’elezione si è visto poco di quanto aveva promesso; la sua campagna «deoligarchia» con la quale voleva porre fine allo strapotere dei milionari è rimasta solo su carta e lo stesso vale per la lotta alla corruzione, tanto che, secondo Transparency International, l’Ucraina resta il terzo Paese più corrotto d’Europa, preceduto da Russia e Azerbaigian. Tutte cose che hanno ammaccato la sua figura, tanto che il 62% degli ucraini fino a qualche giorno fa non voleva che si ricandidasse. Poi però sono arrivate le bombe di Vladimir Putin.
La profezia americana sull’attacco ha nascosto il contro-colpo di Stato
Si comincia finalmente a capire per quale motivo le fonti americane hanno annunciato con grande clamore, intorno al 10 febbraio, la prossima «invasione russa dell’Ucraina». Si direbbe che, data a parte (era annunciata per il 16 febbraio), gli americani erano bene informati, anche se l’annuncio sembrava curioso (non si scoprono le carte in questo modo, rischiando l’errore). Lo scopo infatti non era quello di esibire l’efficienza della propria intelligence prevedendo le operazioni militari di questi giorni, ma quello di camuffarne preventivamente la natura, imprimendo a fuoco nell’opinione pubblica europea l’idea che la Russia avrebbe appunto «invaso» l’Ucraina e che sarebbe iniziata una «guerra» in Ucraina. Non era forse vero ? No, non era vero. Perché ciò che sta accadendo a Kiev e dintorni non è una guerra «contro l’Ucraina» (dal punto di vista russo non avrebbe senso): è piuttosto un contro-colpo di Stato, mirante a destabilizzare il sistema di potere insediato nel 2014 dal colpo di Stato organizzato allora dai Servizi americani. Un colpo di Stato coinvolge sempre gli apparati militari, muove mezzi e uomini, implica azioni di forza, e può apparire a sguardi annebbiati come qualcosa di «simile» a una guerra: ma non è una guerra in senso stretto, che presuppone sempre un nemico esterno (a meno che il colpo di Stato non degeneri in guerra civile, e si spera che non accada: Dio risparmi all’Ucraina una riedizione degli eventi narrati da Mikhail Bulgakov ne La guardia bianca).
Un giudizio lucido su quanto accade oggi a Kiev e dintorni presuppone insomma un giudizio altrettanto lucido sull’antefatto del 2014. Non si può giudicare aggressiva e insolente la mossa di un Paese assediato che cerca di allontanare la linea di fuoco. La mossa di Vladimir Putin - azzardata - è una sorta di vasta epurazione, ai danni non già della popolazione ucraina ma degli apparati di potere, confiscati con disinvolta arroganza dalla Superpotenza gendarme-del mondo.
Nel falsificare le carte in gioco attraverso il controllo ferreo dei media, o «dei cuori e delle menti», come ama dire con formula blasfema, la propaganda americana è però quasi imbattibile. È un’arma letale, e funziona così bene da indurre le folle europee a protestare nelle piazze contro una guerra che non è davvero tale e a temere che la «guerra» iniziata dall’Orso russo dilaghi e ci travolga. L’effetto della falsificazione è poderoso: vediamo masse di ucraini riempire le stazioni per darsi alla fuga, «profughi di guerra», qualche isolato carro armato di provenienza ignota, nuvole di fumo, filmati di bombardamenti presi dagli archivi. La «guerra» in Ucraina procede però in modo troppo strano per essere una vera guerra. E infatti non lo è.
Declassare la «guerra» a «contro-colpo di Stato» può sembrare una riflessione tranquillizzante, ma non è così. Perché la strategia dell’Impero in declino è palese: le operazioni militari in Ucraina devono apparire come l’invasione della Polonia nel ’39, come la vile aggressione a uno «Stato sovrano». Se la propaganda centra l’obiettivo, a quel punto la reductio ad Hitlerum, la «hitlerizzazione» di Putin sarà completa e l’Impero avrà le mani libere per portare il confronto sull’unico piano in cui forse è ancora in vantaggio: quello militare. Sarebbe essenziale che gli europei non cadessero nella trappola. Ma due anni di pandemia, e decenni di colonizzazione mentale, hanno dimostrato che ci cascano volentieri, alla grande.
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La carriera fulminea dell’ex comico divenuto presidente dell’Ucraina passa da una serie tv. Che poi darà il nome al suo partito. Delle promesse contro la corruzione e i magnati è rimasto poco. Ma le bombe stanno oscurando ricchezze e amicizie scomode.La profezia americana sull’attacco ha nascosto il contro-colpo di Stato. Joe Biden vuol cancellare il 2014 e far credere che Vladimir Putin si comporti come Adolf Hitler nel 1939. Lo speciale comprende due articoli.Che fare il presidente dell’Ucraina fosse un mestiere difficile lo si sapeva, ma di certo quel 21 aprile 2019, giorno nel quale sconfisse il presidente in carica, Petro Poroshenko, con quasi il 73% dei suffragi contro il 25%, Volodymyr Zelensky, 44 anni, non si aspettava che le cose fossero così complicate. Attore, sceneggiatore e comico nato e cresciuto a Kryvyj Rih (Ucraina) in una famiglia d’origine ebraica e di madrelingua russa, si è laureato nel 2000 in giurisprudenza all’università economica nazionale di Kiev, ma non ha mai esercitato la professione perché, già nel 1997, lavorava come attore e sceneggiatore nello studio Kvartal 95 Club. La vita di Zelensky cambia radicalmente nel 2015, quando interpreta il ruolo del presidente ucraino nella serie televisiva Sluha Narodu (Servitore del popolo) dove incarna la parte di Vasyl Holoborodk, insegnante di storia che diventa quasi per caso (un po’ come accadrà a lui) un capo di Stato onesto e illuminato.Il successo è clamoroso, la serie tv vincerà il World fest remi award (Usa, 2016), arriverà tra i primi quattro finalisti nella categoria dei film comici al Seoul international drama awards (Corea del Sud) e riceverà il premio Intermedia globe silver nella categoria serie tv di intrattenimento al World media film festival di Amburgo.A quel punto Zelensky decide di capitalizzare il successo di Sluha Narodu tanto che nel marzo 2018 presenta un suo partito personale chiamato proprio Servitore del popolo. Poi, a sei mesi dalle elezioni presidenziali del 2019, Zelensky annuncia la sua candidatura, subito confortato dai favori del pubblico e dai sondaggi, nei quali vola. Così, nonostante non abbia alcuna esperienza in politica e non abbia amministrato nulla se non la sua piccola casa di produzione, grazie a una campagna elettorale nella quale il tema di fondo è lotta alla corruzione e al potere degli oligarchi, già al primo turno prende oltre 5,5 milioni di voti, nonostante i suoi avversari parlino di lui come di «un uomo totalmente inesperto» e di un «burattino filorusso». Altri lo dipingono come un burattino di quegli oligarchi che lui diceva di voler combattere, uno su tutti quel Dimitri Gerasimenko, arrivato in Italia e in particolare a Cantù per ridare lustro alla squadra di basket locale. Ma che c’entrava l’ex attore diventato presidente con il magnate dell’acciaio che a Cantù farà solo disastri, tanto che lascerà la società nei guai nel 2019? A Cantù aveva sede l’immobiliare San Tommaso srl che dal 2015 era detenuta da una società cipriota, la Aldorante Limited, che aveva in dote come capitale sociale una lussuosa villa di 15 vani a Forte dei Marmi. E chi era l’amministratore unico dell’immobiliare che «aveva in pancia» la villa? Secondo un pool di giornalisti d’inchiesta denominato Slidstvo, altri non era che l’ucraino Ivan Bakanov, amico, socio e coordinatore della campagna elettorale di Zelensky.E di chi era la società cipriota? Di Zelensky stesso, anche se dietro ai nomi e alle schermature societarie ci sono pochi dubbi che ci fosse il miliardario Igor Kolomoisky, già governatore di Dnipropetrovsk Oblast, che in tasca ha oltre a 1,36 miliardi di dollari di patrimonio (secondo Forbes) anche tre passaporti: ucraino, cipriota e israeliano. Il magnate, forte della sua enorme ricchezza, almeno dal 2015 si muoveva a tutto campo sullo scacchiere politico, tantoché ha mantenuto con la Russia di Putin rapporti intensi e a dir poco ambigui. Sulla solidità del rapporto con il presidente ucraino ci sono pochi dubbi visto che Kolomoisky è anche proprietario della tv che trasmetteva la serie Sluha Narodu con la quale Zelensky è diventato una star prima e presidente poi. Sempre a proposito di ville da sogno, anche il presidente ucraino ne ha una, non a caso a Forte dei Marmi, zona amatissima dai miliardari russi, che ha acquistato nel 2019 e che è composta da 15 stanze, tra le quali sei camere da letto, piscina e giardino e che sarebbe stata pagata 4 milioni di euro, un fatto che ha fatto infuriare i suoi detrattori. Per tornare al politico il bilancio fino a qualche giorno fa non era brillantissimo e le sue doti di showman sono servite solo a nascondere in parte le molte pecche. All’inizio partì molto bene con l’apertura dei mercati agricoli, l’ampliamento dei servizi digitali nel Paese e la costruzione di nuove strade -una vera fissa di Zelensky, che ha più volte dichiarato di voler essere ricordato «come il presidente che ha finalmente ne ha costruite di buone». A parte questo, a tre anni dall’elezione si è visto poco di quanto aveva promesso; la sua campagna «deoligarchia» con la quale voleva porre fine allo strapotere dei milionari è rimasta solo su carta e lo stesso vale per la lotta alla corruzione, tanto che, secondo Transparency International, l’Ucraina resta il terzo Paese più corrotto d’Europa, preceduto da Russia e Azerbaigian. Tutte cose che hanno ammaccato la sua figura, tanto che il 62% degli ucraini fino a qualche giorno fa non voleva che si ricandidasse. Poi però sono arrivate le bombe di Vladimir Putin. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lascesa-di-zelensky-tra-gag-ville-e-oligarchi-2656828264.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-profezia-americana-sullattacco-ha-nascosto-il-contro-colpo-di-stato" data-post-id="2656828264" data-published-at="1646251936" data-use-pagination="False"> La profezia americana sull’attacco ha nascosto il contro-colpo di Stato Si comincia finalmente a capire per quale motivo le fonti americane hanno annunciato con grande clamore, intorno al 10 febbraio, la prossima «invasione russa dell’Ucraina». Si direbbe che, data a parte (era annunciata per il 16 febbraio), gli americani erano bene informati, anche se l’annuncio sembrava curioso (non si scoprono le carte in questo modo, rischiando l’errore). Lo scopo infatti non era quello di esibire l’efficienza della propria intelligence prevedendo le operazioni militari di questi giorni, ma quello di camuffarne preventivamente la natura, imprimendo a fuoco nell’opinione pubblica europea l’idea che la Russia avrebbe appunto «invaso» l’Ucraina e che sarebbe iniziata una «guerra» in Ucraina. Non era forse vero ? No, non era vero. Perché ciò che sta accadendo a Kiev e dintorni non è una guerra «contro l’Ucraina» (dal punto di vista russo non avrebbe senso): è piuttosto un contro-colpo di Stato, mirante a destabilizzare il sistema di potere insediato nel 2014 dal colpo di Stato organizzato allora dai Servizi americani. Un colpo di Stato coinvolge sempre gli apparati militari, muove mezzi e uomini, implica azioni di forza, e può apparire a sguardi annebbiati come qualcosa di «simile» a una guerra: ma non è una guerra in senso stretto, che presuppone sempre un nemico esterno (a meno che il colpo di Stato non degeneri in guerra civile, e si spera che non accada: Dio risparmi all’Ucraina una riedizione degli eventi narrati da Mikhail Bulgakov ne La guardia bianca). Un giudizio lucido su quanto accade oggi a Kiev e dintorni presuppone insomma un giudizio altrettanto lucido sull’antefatto del 2014. Non si può giudicare aggressiva e insolente la mossa di un Paese assediato che cerca di allontanare la linea di fuoco. La mossa di Vladimir Putin - azzardata - è una sorta di vasta epurazione, ai danni non già della popolazione ucraina ma degli apparati di potere, confiscati con disinvolta arroganza dalla Superpotenza gendarme-del mondo. Nel falsificare le carte in gioco attraverso il controllo ferreo dei media, o «dei cuori e delle menti», come ama dire con formula blasfema, la propaganda americana è però quasi imbattibile. È un’arma letale, e funziona così bene da indurre le folle europee a protestare nelle piazze contro una guerra che non è davvero tale e a temere che la «guerra» iniziata dall’Orso russo dilaghi e ci travolga. L’effetto della falsificazione è poderoso: vediamo masse di ucraini riempire le stazioni per darsi alla fuga, «profughi di guerra», qualche isolato carro armato di provenienza ignota, nuvole di fumo, filmati di bombardamenti presi dagli archivi. La «guerra» in Ucraina procede però in modo troppo strano per essere una vera guerra. E infatti non lo è. Declassare la «guerra» a «contro-colpo di Stato» può sembrare una riflessione tranquillizzante, ma non è così. Perché la strategia dell’Impero in declino è palese: le operazioni militari in Ucraina devono apparire come l’invasione della Polonia nel ’39, come la vile aggressione a uno «Stato sovrano». Se la propaganda centra l’obiettivo, a quel punto la reductio ad Hitlerum, la «hitlerizzazione» di Putin sarà completa e l’Impero avrà le mani libere per portare il confronto sull’unico piano in cui forse è ancora in vantaggio: quello militare. Sarebbe essenziale che gli europei non cadessero nella trappola. Ma due anni di pandemia, e decenni di colonizzazione mentale, hanno dimostrato che ci cascano volentieri, alla grande.
Lo ha detto il premier all’uscita dal Municipio di Niscemi, parlando con i giornalisti: «A febbraio scorso abbiamo varato un decreto, poi convertito in legge ad aprile, per stanziare 150 milioni che avevano l’obiettivo della messa in sicurezza, degli indennizzi e della demolizione delle case. E domani portiamo in Consiglio dei ministri due diversi programmi: uno sulla messa in sicurezza del territorio e sulle opere infrastrutturali; un altro per quanto riguarda gli indennizzi per le famiglie che hanno perso la casa e anche tutto il tema delle demolizioni necessarie».
«Stiamo facendo la differenza rispetto al 1997», ha aggiunto il presidente del Consiglio, che prima di lasciare il comune siciliano ha incontrato in Comune una delegazione di sfollati.
Piero Portaluppi (Fondazione Portaluppi-FAI)
Nei grandi palazzi che hanno disegnato la storia abitativa della grande borghesia industriale della prima metà del secolo XX, sono talvolta i piccoli dettagli a svelare il carattere unico di Piero Portaluppi, uno dei massimi esponenti dell’architettura italiana tra gli anni Venti e gli Anni Cinquanta. Nei particolari poetici e sognanti, inseriti nel contesto dei capolavori più importanti dell’architettura borghese di Milano, è la sintesi di un’opera grandiosa e unica. Un’opera che ha firmato per sempre l’aspetto della capitale industriale d’Italia negli anni della massima espressione della borghesia industriale e allo stesso tempo intellettuale della città. Da oggi, a Villa Necchi Campiglio, sarà possibile rivivere l’opera del grande architetto grazie all’acquisizione da parte del Fondo per l’Ambiente Italiano del patrimonio archivistico proveniente dalla Fondazione Piero Portaluppi, gestita per decenni dai discendenti dell’architetto ed ora messa a disposizione del pubblico. Stiamo parlando di oltre 1.000 disegni autografi tra il 1909 e il 1967, di altrettante stampe fotografiche, appunti e schizzi, 15.000 cartoline oltre a 100 bobine di pellicola che fanno rivivere la storia dei grandi personaggi con cui Portaluppi si relazionava. E ancora, all’ultimo piano della residenza milanese che fu degli industriali Necchi, la ricostruzione fedele dello studio dell’architetto. Da quella scrivania particolare, battezzata «Omnibus» dal suo inventore, nacquero i progetti che cambiarono il volto della Milano che produceva e cresceva vertiginosamente all’inizio del XX secolo.
Piero Portaluppi era nato a Milano nel 1888, quando la città era nel vivo del progresso positivista delle scienze e dell'industria. Figlio di un ingegnere edile, si laurea al Politecnico nel 1910. Nel 1915 partecipando poco più tardi alla Grande Guerra come ufficiale nel Corpo del Genio. La carriera di architetto prese piede da quell’elemento che fece grande la Milano della «belle époque», l’elettricità. Nel 1913 sposa Lia Baglia, nipote dell’industriale elettrico Ettore Conti, che aprì le porte all’estro di Portaluppi affidandogli la realizzazione degli edifici di centrali idroelettriche come quelle ossolane di Verampio e Cadarese, caratterizzate dallo stile eclettico tipico della cultura architettonica industriale dell’epoca. Il carattere estremamente versatile di Portaluppi, rigoroso ma ironico allo stesso tempo (era autore di vignette e bozzetti satirici pubblicati su alcuni giornali), lo resero presto famoso tra la borghesia industriale più in vista del capoluogo lombardo.
Tra gli anni ’20 e gli anni ’40 Portaluppi viveva il momento di massimo successo professionale. Non solo come architetto, ma anche come urbanista, designato come membro insigne della commissione per il piano di sviluppo milanese. Tra le due guerre, nascono i progetti e le realizzazioni più importanti dell'architetto, tra cui la stessa Villa Necchi Campiglio, concepita con canoni che superavano il razionalismo dominante del ventennio con elementi caratteristici del modernismo, con un’attenzione particolare alla distribuzione degli spazi e all’importanza nei dettagli che resero unica la firma dell’architetto milanese. Per la grande borghesia realizza Palazzo Crespi, dimora della grande famiglia di industriali tessili e proprietari del «Corriere della Sera». Edificio monumentale per imponenza, è alleggerito dalle invenzioni e dalla creatività di Portaluppi, nelle geometrie delle scalinate a spirale, nelle nicchie, nei dettagli impreziositi da una scelta precisa dei materiali, funzionali alle forme. La casa degli Atellani fu anche la sua dimora. Originariamente palazzo storico risalente al Quattrocento (dove è custodita la famosa vigna di Leonardo da Vinci), viene riletto totalmente da Portaluppi nella distribuzione degli spazi e, ancora una volta, dà sfogo ad una creatività che superava le mode e gli stili canonici. L’ironia e la maestria si leggono bene nella facciata interna dell’edificio, dove l’architetto-proprietario realizza una sorta di neobarocco inserito armonicamente nel contesto della casa dell’epoca di Ludovico il Moro. Del periodo è anche il progetto del Planetario Ulrico Hoepli, donato alla città di Milano dall’editore, caratterizzato da elementi apertamente neoclassici come il pronao alleggeriti all’interno dalle decorazioni con scie di costellazioni e elementi geometrici. Quasi di fronte al Planetario, Portaluppi realizza per la borghesia milanese il palazzo della Società Buonarroti-Carpaccio-Giotto in corso Venezia, un edificio con pianta a «u» ispirato dallo stile Secessionista e caratterizzato da un imponente passaggio coperto da un grande arco a tutto sesto decorato al suo interno con elementi romboidali.
Nel dopoguerra, decadute totalmente le ipotesi di collaborazione con il regime fascista, Portaluppi rimase al centro del dibattito sul futuro architettonico di una Milano da ripensare assieme ai più grandi studi come BBPR e Giò Ponti, continuando l’attività di progettazione di palazzi e interni per la committenza alto borghese. Piero Portaluppi si ritira dalla docenza al Politecnico nel 1958, muore nella sua Milano il 6 luglio 1967.
Oggi, grazie alla Fondazione che porta il suo nome ed al Fondo per l’Ambiente Italiano, possiamo immaginare nuovamente il grande architetto al lavoro nel suo studio di via Morozzo della Rocca, fedelmente ricostruito nelle stanze all’ultimo piano di Villa Necchi Campiglio, tra i suoi capolavori più apprezzati nel mondo. A Milano, in via Mozart 14.
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