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2022-03-03
L’ascesa di Zelensky tra gag, ville e oligarchi
Volodymyr Zelensky (Ansa)
Che fare il presidente dell’Ucraina fosse un mestiere difficile lo si sapeva, ma di certo quel 21 aprile 2019, giorno nel quale sconfisse il presidente in carica, Petro Poroshenko, con quasi il 73% dei suffragi contro il 25%, Volodymyr Zelensky, 44 anni, non si aspettava che le cose fossero così complicate. Attore, sceneggiatore e comico nato e cresciuto a Kryvyj Rih (Ucraina) in una famiglia d’origine ebraica e di madrelingua russa, si è laureato nel 2000 in giurisprudenza all’università economica nazionale di Kiev, ma non ha mai esercitato la professione perché, già nel 1997, lavorava come attore e sceneggiatore nello studio Kvartal 95 Club. La vita di Zelensky cambia radicalmente nel 2015, quando interpreta il ruolo del presidente ucraino nella serie televisiva Sluha Narodu (Servitore del popolo) dove incarna la parte di Vasyl Holoborodk, insegnante di storia che diventa quasi per caso (un po’ come accadrà a lui) un capo di Stato onesto e illuminato.
Il successo è clamoroso, la serie tv vincerà il World fest remi award (Usa, 2016), arriverà tra i primi quattro finalisti nella categoria dei film comici al Seoul international drama awards (Corea del Sud) e riceverà il premio Intermedia globe silver nella categoria serie tv di intrattenimento al World media film festival di Amburgo.
A quel punto Zelensky decide di capitalizzare il successo di Sluha Narodu tanto che nel marzo 2018 presenta un suo partito personale chiamato proprio Servitore del popolo. Poi, a sei mesi dalle elezioni presidenziali del 2019, Zelensky annuncia la sua candidatura, subito confortato dai favori del pubblico e dai sondaggi, nei quali vola. Così, nonostante non abbia alcuna esperienza in politica e non abbia amministrato nulla se non la sua piccola casa di produzione, grazie a una campagna elettorale nella quale il tema di fondo è lotta alla corruzione e al potere degli oligarchi, già al primo turno prende oltre 5,5 milioni di voti, nonostante i suoi avversari parlino di lui come di «un uomo totalmente inesperto» e di un «burattino filorusso». Altri lo dipingono come un burattino di quegli oligarchi che lui diceva di voler combattere, uno su tutti quel Dimitri Gerasimenko, arrivato in Italia e in particolare a Cantù per ridare lustro alla squadra di basket locale.
Ma che c’entrava l’ex attore diventato presidente con il magnate dell’acciaio che a Cantù farà solo disastri, tanto che lascerà la società nei guai nel 2019? A Cantù aveva sede l’immobiliare San Tommaso srl che dal 2015 era detenuta da una società cipriota, la Aldorante Limited, che aveva in dote come capitale sociale una lussuosa villa di 15 vani a Forte dei Marmi. E chi era l’amministratore unico dell’immobiliare che «aveva in pancia» la villa? Secondo un pool di giornalisti d’inchiesta denominato Slidstvo, altri non era che l’ucraino Ivan Bakanov, amico, socio e coordinatore della campagna elettorale di Zelensky.
E di chi era la società cipriota? Di Zelensky stesso, anche se dietro ai nomi e alle schermature societarie ci sono pochi dubbi che ci fosse il miliardario Igor Kolomoisky, già governatore di Dnipropetrovsk Oblast, che in tasca ha oltre a 1,36 miliardi di dollari di patrimonio (secondo Forbes) anche tre passaporti: ucraino, cipriota e israeliano. Il magnate, forte della sua enorme ricchezza, almeno dal 2015 si muoveva a tutto campo sullo scacchiere politico, tantoché ha mantenuto con la Russia di Putin rapporti intensi e a dir poco ambigui. Sulla solidità del rapporto con il presidente ucraino ci sono pochi dubbi visto che Kolomoisky è anche proprietario della tv che trasmetteva la serie Sluha Narodu con la quale Zelensky è diventato una star prima e presidente poi.
Sempre a proposito di ville da sogno, anche il presidente ucraino ne ha una, non a caso a Forte dei Marmi, zona amatissima dai miliardari russi, che ha acquistato nel 2019 e che è composta da 15 stanze, tra le quali sei camere da letto, piscina e giardino e che sarebbe stata pagata 4 milioni di euro, un fatto che ha fatto infuriare i suoi detrattori. Per tornare al politico il bilancio fino a qualche giorno fa non era brillantissimo e le sue doti di showman sono servite solo a nascondere in parte le molte pecche. All’inizio partì molto bene con l’apertura dei mercati agricoli, l’ampliamento dei servizi digitali nel Paese e la costruzione di nuove strade -una vera fissa di Zelensky, che ha più volte dichiarato di voler essere ricordato «come il presidente che ha finalmente ne ha costruite di buone».
A parte questo, a tre anni dall’elezione si è visto poco di quanto aveva promesso; la sua campagna «deoligarchia» con la quale voleva porre fine allo strapotere dei milionari è rimasta solo su carta e lo stesso vale per la lotta alla corruzione, tanto che, secondo Transparency International, l’Ucraina resta il terzo Paese più corrotto d’Europa, preceduto da Russia e Azerbaigian. Tutte cose che hanno ammaccato la sua figura, tanto che il 62% degli ucraini fino a qualche giorno fa non voleva che si ricandidasse. Poi però sono arrivate le bombe di Vladimir Putin.
La profezia americana sull’attacco ha nascosto il contro-colpo di Stato
Si comincia finalmente a capire per quale motivo le fonti americane hanno annunciato con grande clamore, intorno al 10 febbraio, la prossima «invasione russa dell’Ucraina». Si direbbe che, data a parte (era annunciata per il 16 febbraio), gli americani erano bene informati, anche se l’annuncio sembrava curioso (non si scoprono le carte in questo modo, rischiando l’errore). Lo scopo infatti non era quello di esibire l’efficienza della propria intelligence prevedendo le operazioni militari di questi giorni, ma quello di camuffarne preventivamente la natura, imprimendo a fuoco nell’opinione pubblica europea l’idea che la Russia avrebbe appunto «invaso» l’Ucraina e che sarebbe iniziata una «guerra» in Ucraina. Non era forse vero ? No, non era vero. Perché ciò che sta accadendo a Kiev e dintorni non è una guerra «contro l’Ucraina» (dal punto di vista russo non avrebbe senso): è piuttosto un contro-colpo di Stato, mirante a destabilizzare il sistema di potere insediato nel 2014 dal colpo di Stato organizzato allora dai Servizi americani. Un colpo di Stato coinvolge sempre gli apparati militari, muove mezzi e uomini, implica azioni di forza, e può apparire a sguardi annebbiati come qualcosa di «simile» a una guerra: ma non è una guerra in senso stretto, che presuppone sempre un nemico esterno (a meno che il colpo di Stato non degeneri in guerra civile, e si spera che non accada: Dio risparmi all’Ucraina una riedizione degli eventi narrati da Mikhail Bulgakov ne La guardia bianca).
Un giudizio lucido su quanto accade oggi a Kiev e dintorni presuppone insomma un giudizio altrettanto lucido sull’antefatto del 2014. Non si può giudicare aggressiva e insolente la mossa di un Paese assediato che cerca di allontanare la linea di fuoco. La mossa di Vladimir Putin - azzardata - è una sorta di vasta epurazione, ai danni non già della popolazione ucraina ma degli apparati di potere, confiscati con disinvolta arroganza dalla Superpotenza gendarme-del mondo.
Nel falsificare le carte in gioco attraverso il controllo ferreo dei media, o «dei cuori e delle menti», come ama dire con formula blasfema, la propaganda americana è però quasi imbattibile. È un’arma letale, e funziona così bene da indurre le folle europee a protestare nelle piazze contro una guerra che non è davvero tale e a temere che la «guerra» iniziata dall’Orso russo dilaghi e ci travolga. L’effetto della falsificazione è poderoso: vediamo masse di ucraini riempire le stazioni per darsi alla fuga, «profughi di guerra», qualche isolato carro armato di provenienza ignota, nuvole di fumo, filmati di bombardamenti presi dagli archivi. La «guerra» in Ucraina procede però in modo troppo strano per essere una vera guerra. E infatti non lo è.
Declassare la «guerra» a «contro-colpo di Stato» può sembrare una riflessione tranquillizzante, ma non è così. Perché la strategia dell’Impero in declino è palese: le operazioni militari in Ucraina devono apparire come l’invasione della Polonia nel ’39, come la vile aggressione a uno «Stato sovrano». Se la propaganda centra l’obiettivo, a quel punto la reductio ad Hitlerum, la «hitlerizzazione» di Putin sarà completa e l’Impero avrà le mani libere per portare il confronto sull’unico piano in cui forse è ancora in vantaggio: quello militare. Sarebbe essenziale che gli europei non cadessero nella trappola. Ma due anni di pandemia, e decenni di colonizzazione mentale, hanno dimostrato che ci cascano volentieri, alla grande.
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La carriera fulminea dell’ex comico divenuto presidente dell’Ucraina passa da una serie tv. Che poi darà il nome al suo partito. Delle promesse contro la corruzione e i magnati è rimasto poco. Ma le bombe stanno oscurando ricchezze e amicizie scomode.La profezia americana sull’attacco ha nascosto il contro-colpo di Stato. Joe Biden vuol cancellare il 2014 e far credere che Vladimir Putin si comporti come Adolf Hitler nel 1939. Lo speciale comprende due articoli.Che fare il presidente dell’Ucraina fosse un mestiere difficile lo si sapeva, ma di certo quel 21 aprile 2019, giorno nel quale sconfisse il presidente in carica, Petro Poroshenko, con quasi il 73% dei suffragi contro il 25%, Volodymyr Zelensky, 44 anni, non si aspettava che le cose fossero così complicate. Attore, sceneggiatore e comico nato e cresciuto a Kryvyj Rih (Ucraina) in una famiglia d’origine ebraica e di madrelingua russa, si è laureato nel 2000 in giurisprudenza all’università economica nazionale di Kiev, ma non ha mai esercitato la professione perché, già nel 1997, lavorava come attore e sceneggiatore nello studio Kvartal 95 Club. La vita di Zelensky cambia radicalmente nel 2015, quando interpreta il ruolo del presidente ucraino nella serie televisiva Sluha Narodu (Servitore del popolo) dove incarna la parte di Vasyl Holoborodk, insegnante di storia che diventa quasi per caso (un po’ come accadrà a lui) un capo di Stato onesto e illuminato.Il successo è clamoroso, la serie tv vincerà il World fest remi award (Usa, 2016), arriverà tra i primi quattro finalisti nella categoria dei film comici al Seoul international drama awards (Corea del Sud) e riceverà il premio Intermedia globe silver nella categoria serie tv di intrattenimento al World media film festival di Amburgo.A quel punto Zelensky decide di capitalizzare il successo di Sluha Narodu tanto che nel marzo 2018 presenta un suo partito personale chiamato proprio Servitore del popolo. Poi, a sei mesi dalle elezioni presidenziali del 2019, Zelensky annuncia la sua candidatura, subito confortato dai favori del pubblico e dai sondaggi, nei quali vola. Così, nonostante non abbia alcuna esperienza in politica e non abbia amministrato nulla se non la sua piccola casa di produzione, grazie a una campagna elettorale nella quale il tema di fondo è lotta alla corruzione e al potere degli oligarchi, già al primo turno prende oltre 5,5 milioni di voti, nonostante i suoi avversari parlino di lui come di «un uomo totalmente inesperto» e di un «burattino filorusso». Altri lo dipingono come un burattino di quegli oligarchi che lui diceva di voler combattere, uno su tutti quel Dimitri Gerasimenko, arrivato in Italia e in particolare a Cantù per ridare lustro alla squadra di basket locale. Ma che c’entrava l’ex attore diventato presidente con il magnate dell’acciaio che a Cantù farà solo disastri, tanto che lascerà la società nei guai nel 2019? A Cantù aveva sede l’immobiliare San Tommaso srl che dal 2015 era detenuta da una società cipriota, la Aldorante Limited, che aveva in dote come capitale sociale una lussuosa villa di 15 vani a Forte dei Marmi. E chi era l’amministratore unico dell’immobiliare che «aveva in pancia» la villa? Secondo un pool di giornalisti d’inchiesta denominato Slidstvo, altri non era che l’ucraino Ivan Bakanov, amico, socio e coordinatore della campagna elettorale di Zelensky.E di chi era la società cipriota? Di Zelensky stesso, anche se dietro ai nomi e alle schermature societarie ci sono pochi dubbi che ci fosse il miliardario Igor Kolomoisky, già governatore di Dnipropetrovsk Oblast, che in tasca ha oltre a 1,36 miliardi di dollari di patrimonio (secondo Forbes) anche tre passaporti: ucraino, cipriota e israeliano. Il magnate, forte della sua enorme ricchezza, almeno dal 2015 si muoveva a tutto campo sullo scacchiere politico, tantoché ha mantenuto con la Russia di Putin rapporti intensi e a dir poco ambigui. Sulla solidità del rapporto con il presidente ucraino ci sono pochi dubbi visto che Kolomoisky è anche proprietario della tv che trasmetteva la serie Sluha Narodu con la quale Zelensky è diventato una star prima e presidente poi. Sempre a proposito di ville da sogno, anche il presidente ucraino ne ha una, non a caso a Forte dei Marmi, zona amatissima dai miliardari russi, che ha acquistato nel 2019 e che è composta da 15 stanze, tra le quali sei camere da letto, piscina e giardino e che sarebbe stata pagata 4 milioni di euro, un fatto che ha fatto infuriare i suoi detrattori. Per tornare al politico il bilancio fino a qualche giorno fa non era brillantissimo e le sue doti di showman sono servite solo a nascondere in parte le molte pecche. All’inizio partì molto bene con l’apertura dei mercati agricoli, l’ampliamento dei servizi digitali nel Paese e la costruzione di nuove strade -una vera fissa di Zelensky, che ha più volte dichiarato di voler essere ricordato «come il presidente che ha finalmente ne ha costruite di buone». A parte questo, a tre anni dall’elezione si è visto poco di quanto aveva promesso; la sua campagna «deoligarchia» con la quale voleva porre fine allo strapotere dei milionari è rimasta solo su carta e lo stesso vale per la lotta alla corruzione, tanto che, secondo Transparency International, l’Ucraina resta il terzo Paese più corrotto d’Europa, preceduto da Russia e Azerbaigian. Tutte cose che hanno ammaccato la sua figura, tanto che il 62% degli ucraini fino a qualche giorno fa non voleva che si ricandidasse. Poi però sono arrivate le bombe di Vladimir Putin. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lascesa-di-zelensky-tra-gag-ville-e-oligarchi-2656828264.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-profezia-americana-sullattacco-ha-nascosto-il-contro-colpo-di-stato" data-post-id="2656828264" data-published-at="1646251936" data-use-pagination="False"> La profezia americana sull’attacco ha nascosto il contro-colpo di Stato Si comincia finalmente a capire per quale motivo le fonti americane hanno annunciato con grande clamore, intorno al 10 febbraio, la prossima «invasione russa dell’Ucraina». Si direbbe che, data a parte (era annunciata per il 16 febbraio), gli americani erano bene informati, anche se l’annuncio sembrava curioso (non si scoprono le carte in questo modo, rischiando l’errore). Lo scopo infatti non era quello di esibire l’efficienza della propria intelligence prevedendo le operazioni militari di questi giorni, ma quello di camuffarne preventivamente la natura, imprimendo a fuoco nell’opinione pubblica europea l’idea che la Russia avrebbe appunto «invaso» l’Ucraina e che sarebbe iniziata una «guerra» in Ucraina. Non era forse vero ? No, non era vero. Perché ciò che sta accadendo a Kiev e dintorni non è una guerra «contro l’Ucraina» (dal punto di vista russo non avrebbe senso): è piuttosto un contro-colpo di Stato, mirante a destabilizzare il sistema di potere insediato nel 2014 dal colpo di Stato organizzato allora dai Servizi americani. Un colpo di Stato coinvolge sempre gli apparati militari, muove mezzi e uomini, implica azioni di forza, e può apparire a sguardi annebbiati come qualcosa di «simile» a una guerra: ma non è una guerra in senso stretto, che presuppone sempre un nemico esterno (a meno che il colpo di Stato non degeneri in guerra civile, e si spera che non accada: Dio risparmi all’Ucraina una riedizione degli eventi narrati da Mikhail Bulgakov ne La guardia bianca). Un giudizio lucido su quanto accade oggi a Kiev e dintorni presuppone insomma un giudizio altrettanto lucido sull’antefatto del 2014. Non si può giudicare aggressiva e insolente la mossa di un Paese assediato che cerca di allontanare la linea di fuoco. La mossa di Vladimir Putin - azzardata - è una sorta di vasta epurazione, ai danni non già della popolazione ucraina ma degli apparati di potere, confiscati con disinvolta arroganza dalla Superpotenza gendarme-del mondo. Nel falsificare le carte in gioco attraverso il controllo ferreo dei media, o «dei cuori e delle menti», come ama dire con formula blasfema, la propaganda americana è però quasi imbattibile. È un’arma letale, e funziona così bene da indurre le folle europee a protestare nelle piazze contro una guerra che non è davvero tale e a temere che la «guerra» iniziata dall’Orso russo dilaghi e ci travolga. L’effetto della falsificazione è poderoso: vediamo masse di ucraini riempire le stazioni per darsi alla fuga, «profughi di guerra», qualche isolato carro armato di provenienza ignota, nuvole di fumo, filmati di bombardamenti presi dagli archivi. La «guerra» in Ucraina procede però in modo troppo strano per essere una vera guerra. E infatti non lo è. Declassare la «guerra» a «contro-colpo di Stato» può sembrare una riflessione tranquillizzante, ma non è così. Perché la strategia dell’Impero in declino è palese: le operazioni militari in Ucraina devono apparire come l’invasione della Polonia nel ’39, come la vile aggressione a uno «Stato sovrano». Se la propaganda centra l’obiettivo, a quel punto la reductio ad Hitlerum, la «hitlerizzazione» di Putin sarà completa e l’Impero avrà le mani libere per portare il confronto sull’unico piano in cui forse è ancora in vantaggio: quello militare. Sarebbe essenziale che gli europei non cadessero nella trappola. Ma due anni di pandemia, e decenni di colonizzazione mentale, hanno dimostrato che ci cascano volentieri, alla grande.
Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell'Oms (Ansa)
Ma guarda chi si rivede, Walter Ricciardi, docente di Igiene alla Cattolica, già consulente di Roberto Speranza durante il Covid. Pure lui partecipa al revival delle virostar di cui, sinceramente, nessuno sentiva il bisogno. E come praticamente tutti i suoi colleghi si comporta come nel tempo che fu, ripetendo a pappagallo le opinioni prevalenti non della scienza ma della politica. Ricciardi lamenta il fatto che gli Stati Uniti siano usciti dalla Organizzazione mondiale della sanità e punta il dito contro Donald Trump: «Le sue scelte sanitarie pesano sul mondo intero», dichiara. Da che pulpito, verrebbe da dire. Forse ce lo siamo dimenticati, ma a pontificare oggi sono gli stessi che scelsero i lockdown come misura dettata da «cieca disperazione» al tempo del Covid. Tanto basterebbe per capire quanto poco ci sia da fidarsi. Eppure sono ancora lì, i virologi in grande spolvero, a suonare la grancassa, a ripetere che ora vengono al pettine i disastri causati dalla fuoriuscita degli Usa. Con una Oms debole, insistono, succedono disastri.
In realtà, con il Covid i disastri sono accaduti per lo più grazie all’Organizzazione guidata dal prode Tedros, riconfermato al vertice dell’istituzione per mancanza di concorrenti. Giova ricordare che l’Oms non fu nemmeno in grado di indagare seriamente sull’origine del coronavirus in Cina per via degli smisurati conflitti d’interessi degli esperti che inviò sul campo. E questa fu solo una minima parte del problema. Giusto per restringere il campo alla sola Italia potremmo rammentare che cosa accadde con Francesco Zambon, il ricercatore che curò il primo e finora unico report sulla gestione nostrana della prima fase di pandemia: il suo lavoro fu censurato per non indispettire il governo italiano e lui fu costretto a dimettersi.
Ma anche se l’Oms non fosse stata - come è stata - responsabile di censure, ritardi, errori marchiani e stupidaggini in cattiva fede, ci sarebbe comunque da notare che ogni nazione si trovò a gestire la pandemia in modo diverso. Fu la politica a decidere su restrizioni, obblighi e vaccinazioni, non l’istituzione sanitaria. Infatti l’Italia applicò misure draconiane quasi peggiori di quelle cinesi, cosa che nessuno al mondo si sognò di imitare. Se ne deduce che è semplicemente ridicolo, ora, sostenere che l’hantavirus possa diffondersi a macchia d’olio perché l’Oms è in difficoltà causa assenza degli Stati Uniti. Primo perché le nazioni potrebbero serenamente accordarsi sulla gestione delle emergenze anche in assenza di un ente sovranazionale. Secondo perché da quell’ente finora non è giunto alcun beneficio.
Un esempio concreto lo fornisce proprio l’hantavirus. Per quale motivo, ci si domanda, dalla nave su cui è divampato il focolaio sono state fatte scendere delle persone? Che senso ha una scelta del genere? Se si verificano dei contagi, la cosa migliore da fare era semmai organizzare una quarantena a bordo. E invece no. I geni che hanno spinto per rinchiuderci in casa quando circolava una malattia respiratoria (e che in questo modo hanno probabilmente fatto aumentare contagi e morti) ora lasciano andare in giro gente che potrebbe ammalarsi e diffondere la malattia? A nessuno dell’Oms è venuto in mente di alzare il telefono e consigliare un comportamento diverso? Delle due l’una: o l’istituzione è inutile se non dannosa perché ha sbagliato a dare indicazioni, oppure ha dato i giusti consigli ma nessuno li ha seguiti, cosa che la rende ancora una volta inutile e dannosa.
Sono considerazioni banali, forse persino stupide. Ma non sembrano balenare nella mente di medici e cronisti che alimentano l’ansia sull’hantavirus e si comportano esattamente come si comportarono al tempo del Covid, anzi peggio perché ora sono recidivi. Costoro, di fatto, stanno usando l’hantavirus per spingere l’opinione pubblica a sostenere il delirante accordo pandemico globale dell’Oms, da cui l’Italia si è ritirata lo scorso anno. Benché teoricamente approvato, in realtà quel testo è ancora bloccato per una serie di divergenze sul cosiddetto allegato Pabs (Pathogen Access and Benefit-Sharing). Nuove discussioni in merito sono previste per luglio, e può darsi che la pratica sia rinviata al 2027. La psicosi da hantavirus giunge quasi a fagiuolo, perché consente di montare la panna sul tema e permette ai virofanatici di chiedere a gran voce che l’Italia ammetta di avere clamorosamente sbagliato a non sott oscrivere l’accordo.
Per carità, non stupisce. In fondo il circolino mediatico-sanitario è sempre lo stesso. E, Stati Uniti a parte, sono sempre gli stessi i poteri tragici che dominano l’Oms. I cui principali sostenitori sono la Fondazione Gates e Gavi Alliance, cioè la principale lobby globale a sostegno dei vaccini, che da tempo collabora con le maggiori case farmaceutiche e che è a sua volta partecipata da Gates (l’Italia, poco tempo fa, grazie ad Antonio Tajani ha deciso di versare a questa opera pia ben 250 milioni di euro). Alcune delle Big Pharma, guarda caso, hanno già guadagnato grazie alla nuova malattia. Secondo alcune fonti le azioni di Moderna sono cresciute notevolmente, con guadagni tra l’8% e il 16%, non appena si è saputo che l’azienda stava sviluppando un vaccino per l’hantavirus. È facile comprendere, dunque, perché in queste ore ci sia gente in giro che si dispera chiedendo che all’Oms sia dato più potere: qualcuno ci guadagna, gli altri sono i soliti gonzi.
Negativi gli italiani in isolamento. Schillaci ribadisce: «Nessun rischio»
Saranno tutti processati allo Spallanzani di Roma i campioni biologici dei quattro italiani attualmente in quarantena per aver viaggiato su un volo della Klm dove è salita, solo per pochi minuti, la donna poi deceduta a causa dell’Hantavirus contratto, probabilmente, nel fare birdwatching in una discarica argentina, con il marito, il primo a morire per l’infezione.
Il giovane marittimo italiano, residente in Calabria, ha smentito di avere sintomi sospetti. «Federico sta bene». Il prelievo che verrà fatto «dall’Asp di Reggio Calabria sarà poi inviato per essere processato allo Spallanzani», ha assicurato il sindaco di Villa San Giovanni, Giusy Caminiti, che ha sentito il venticinquenne al telefono. La procedura è quella contenuta nella circolare del ministero della Salute firmata lunedì sera che prevede, «anche in assenza di un chiaro collegamento epidemiologico noto con il focolaio della nave Mv Hondius o con casi confermati/probabili di infezione da virus Andes in aree endemiche», di considerare, «dopo attenta valutazione infettivologica, l’esecuzione di indagini diagnostiche specifiche nei pazienti con quadro clinico compatibile, o non altrimenti spiegabile, e risultato negativo agli accertamenti microbiologici routinari», per «favorire l’identificazione precoce di eventuali casi sporadici o secondari e ad assicurare la tempestiva attivazione delle misure di sanità pubblica previste». Intanto è negativo il test del sudafricano in isolamento in Veneto, come ha confermato Maria Rosaria Campitello, capo del dipartimento della Prevenzione del ministero della Salute. «Questo non significa che non si potrebbe un domani positivizzarsi», ha spiegato ieri a Rai Radio 1, «ma ci lascia ben sperare: è asintomatico e ha un test negativo». La situazione, in merito al virus, per il ministro della Salute, Orazio Schillaci, è di «assoluta tranquillità», attualmente «non c’è alcun pericolo», ha assicurato. La stessa Organizzazione mondiale della Sanità - informando che degli 11 casi sospetti (compresi i 3 deceduti) tra le 120 persone che hanno viaggiato nella nave focolaio dell’infezione e che sono sbarcate a Tenerife, nove sono risultati positivi all’Hantavirus - ribadisce, attraverso il direttore generale, Tedros Adhanom, che «il rischio per la salute globale è basso» e raccomanda la «quarantena fino al 21 giugno».
Nel frattempo, 12 membri dello staff di un ospedale olandese, che ha in cura un paziente positivo all’hantavirus evacuato dalla nave MV Hondius, sono finiti in isolamento a causa di procedure non correttamente seguite. All’ospedale militare Gómez Ulla di Madrid, è in quarantena uno dei croceristi spagnoli: risultato positivo all’hantavirus, è «attualmente asintomatico e in buone condizioni», ha dichiarato il ministero della Salute iberico aggiungendo che «i risultati definitivi saranno disponibili nelle prossime ore» e che gli altri 13 spagnoli sono risultati negativi. Dei cinque francesi che erano a bordo della nave, una donna è risultata positiva ad hantavirus «ed è attualmente in terapia intensiva in condizioni gravi», ha riferito la ministra francese della Salute, Stéphanie Rist, aggiungendo che «in totale in Francia sono stati individuati 22 casi di contatto». L’Agenzia europea del farmaco (Ema) sta «monitorando attivamente l’epidemia» in concerto con «il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc), che classifica il rischio per la popolazione generale in Europa come molto basso». In assenza di «trattamenti antivirali o vaccini autorizzati contro l’hantavirus», l’Ema «si tiene pronta a supportare lo sviluppo e la valutazione regolatoria di vaccini e terapie per gli hantavirus». Non sorprende che l’agenzia abbia «mappato i produttori di farmaci, in particolare antivirali, anticorpi monoclonali e vaccini contro gli hantavirus».
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Guido Bertolaso (Ansa)
Il nodo del protocollo (divulgato informalmente ai capigruppo di maggioranza regionale) è tutto politico e, prima di descriverne il contenuto per come è stato raccontato alla Verità da fonti vicine alla pratica, occorre citare alcune tappe della complessa vicenda. Il Consiglio lombardo infatti ha votato a fine 2024 una pregiudiziale di costituzionalità che stabiliva come la materia fosse di ambito nazionale, dunque non trattabile sul piano regionale. Nello stesso anno, però, un decreto firmato dalla Direzione generale welfare ha istituito un «tavolo regionale» (presieduto dall’ex presidente di Cassazione Giovanni Canzio) per lo studio e l’approfondimento dei temi posti in essere dalle sentenze della Consulta. Tra i compiti di questo tavolo, come spiegato su queste colonne l’anno scorso, c’è stata la stesura di una bozza di protocollo d’azione comune per tutte le Aziende socio sanitarie territoriali lombarde. Passaggio ora giunto al dunque, senza che la rappresentanza politica abbia avuto significativa voce in capitolo: da qui il nervosismo palese in Consiglio ieri, con i tre partiti principali di maggioranza che sono parsi quasi isolare Bertolaso e il governatore Attilio Fontana.
Ma cosa c’è nel protocollo atteso dalla firma finale per l’entrata in vigore? La carta, in modo eccentrico rispetto alla citata pregiudiziale di costituzionalità, «recepisce» le quattro sentenze della Consulta sul fine vita dal 2019 al 2025 e ne desume i vincoli derivanti per il sistema regionale. Dopo la premessa sulla necessità di presentare le cure palliative come prima soluzione a chi faccia richiesta di porre fine alle sue sofferenze, il protocollo stabilisce che la Regione sia tenuta a sottoporre l’eventuale richiesta di accedere alla «Mma» (Morte medicalmente assistita) a un Collegio di valutazione, composto da vari specialisti chiamati su base volontaria a stabilire se ci siano i requisiti tecnici fissati dalle pronunce della Consulta per presentare domanda di interruzione dei sostegni vitali. Viene inoltre spiegato come tale valutazione debba essere inoltrata al Comitato etico territorialmente competente, che si occupa di una ulteriore valutazione del procedimento, le cui conclusioni sono trasmesse alla persona richiedente.
La parte più delicata arriva qui: «Nelle more dell’adozione di una disciplina legislativa con portata generale», si legge nella bozza, «si ritiene che sia doveroso per il servizio sanitario regionale offrire una risposta che si faccia carico anche del percorso finale di esecuzione della Mma, non limitandosi alla fase della mera valutazione». È difficile non cogliere il peso tutto politico di una disposizione simile, certo non riducibile a dettaglio tecnico. E infatti il documento prosegue con le prescrizioni in caso di decisione di porre termine alla propria vita prese da persone ricoverate in strutture pubbliche. L’Azienda socio-sanitaria territoriale deve «individuare e rendere disponibile il luogo idoneo ad attuare la procedura», e garantire personale sanitario che, «pur non partecipando», curi «monitoraggio ed efficacia» dell’autosomministrazione del farmaco o della strumentazione letale. Viene specificato che il personale è chiamato a «fronteggiare eventuali complicanze tecniche durante l’atto», tra le quali probabilmente la sopravvivenza del soggetto. La partecipazione alla procedura di morte è su base volontaria e non può implicare un ruolo attivo del personale, e si conclude con le indicazioni per il certificato di decesso: «autosomministrazione» con modalità «suicidio».
La diffusione del protocollo, come detto, ha spiazzato la maggioranza: i consiglieri leghisti «prendono atto» della procedura avviata da Bertolaso notando come il tema non possa «essere affrontato con percorsi differenti da Regione a Regione». Matteo Forte, di Fdi, parla di vero e proprio «errore politico» che può portare a un «federalismo della morte», e pure Forza Italia con Jacopo Dozio definisce «gravi» le affermazioni sulla decisione di pubblicare le indicazioni sulla Mma», sia «da un punto di vista della dialettica democratica» sia «per i contenuti». Non male per essere stata «condivisa con la maggioranza», come aveva spiegato l’assessore.
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Edi Rama (Ansa)
«A tutti i giornalisti italiani e non solo che ci hanno contattato in merito a una citazione fuorviante riportata da un organo di stampa a seguito di un’intervista con il ministro degli Esteri albanese, vorrei ribadire, in modo chiaro e, spero, una volta per tutte, che il nostro protocollo con l’Italia è destinato a durare, fintanto che l’Italia lo vorrà». Insomma più chiaro di così non poteva essere. Il ministro degli Esteri albanese Ferit Hoxha in un’intervista a Euractiv, aveva detto: «L’accordo ha una durata di cinque anni e non sono sicuro che ci sarà un rinnovo», precisando: «Non ci sarà alcun rinnovo perché saremo membri dell’Ue». Parole che il Fatto quotidiano ha tradotto così: «L’Albania non ha intenzione di rinnovare l’intesa sui Cpr con l’Italia». Traduzione sulla quale le opposizioni hanno ricamato e speculato.
Pierfrancesco Majorino, responsabile Politiche migratorie del Pd ha commentato: «Il governo di Tirana ha assestato un colpo ulteriore ad un modello totalmente fallimentare confermando l’intenzione di non proseguire su quella strada, assolutamente folle e odiosa, oltre il 2029. Giorgia Meloni aveva spiegato che “fun-zio-ne-ran-no!”, e ancora una volta prendeva in giro gli italiani». Stessa linea tenuta da Avs che con Filiberto Zaratti, capogruppo di Avs in commissione Affari costituzionali della Camera, è uscita così: «Sono diventati il simbolo di una destra incapace di governare: anche l’Albania prende ora le distanze dai Cpr extraterritoriali, rendendo ufficiale un fallimento ampiamente preannunciato. Dovevano essere il modello per l’Unione europea, sono oggi l’imbarazzante testimonianza di accordi che hanno fatto spendere milioni al nostro Paese. Meloni ora si scusi per l’arroganza con cui hanno imposto questa follia».
Speculazione pura, come chiarito dal premier Edi Rama, e dall’incontro tra il ministro degli Interni albanese Besfort Lamallari, e il ministro degli Interni Matteo Piantedosi a Tirana, in cui ieri si sono rinnovati stima reciproca: «I due ministri si sono confrontati soprattutto sugli sviluppi futuri del protocollo Italia-Albania, anche in vista dell’entrata in vigore dei nuovi regolamenti europei in materia di migrazione e asilo, condividendo l’opportunità di proseguire sulla cooperazione avviata, che ha costituito un modello innovativo apprezzato dai principali Paesi europei, e che costituisce un elemento caratterizzante dell’amicizia tra i due Paesi», ha fatto sapere il Viminale.
L’analisi di quanto accaduto l’avevano già chiarita perfettamente alcuni esponenti di Fratelli d’Italia. Il capogruppo di Fdi alla Camera dei deputati, Galeazzo Bignami ha puntualizzato: «Le dichiarazioni del ministro degli Esteri albanese, su cui le opposizioni stanno montando le solite pretestuose polemiche, sono ovvie e scontate. È risaputo che nel 2030 l’Albania entrerà nell’Unione europea e quindi quel Protocollo che l’Italia aveva firmato con un Paese Terzo, quale è attualmente l’Albania, potrà divenire un accordo tra due Paesi ma stavolta appartenenti all’Unione europea. E tutto questo è confermato dalla presenza proprio a Tirana del ministro Piantedosi, che si è incontrato con il suo omologo albanese per lavorare sulla prosecuzione della collaborazione avviata». Così anche la deputata Sara Kelany, responsabile dipartimento immigrazione di Fdi: «Le dichiarazioni del ministro albanese sul protocollo Italia-Albania sono state strumentalizzate da parte della sinistra, il contenuto era evidente e sarebbe stato facilmente comprensibile se si fosse letto non solo il titolo». L’ennesima figuraccia della sinistra nell’ultimo di trovare argomenti per fare l’opposizione che sui temi in quattro anni ancora non è riuscita a creare.
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Nell’inchiesta di Pavia ci mancava solo l’accusa di sessismo tra magistrati. È messa nero su bianco nel verbale di assunzione di informazioni di Giulia Pezzino, l’ex pm (ha lasciato su propria richiesta l’ordinamento giudiziario nel febbraio 2025) che, insieme con l’ex procuratore di Pavia Mario Venditti, coordinò l’indagine del 2016-2017 su Andrea Sempio (poi chiusa con un’archiviazione). L’ex toga è stata sentita lo scorso 20 novembre a Brescia nell’ambito dell’inchiesta per corruzione avviata proprio per quell’archiviazione. E ha spiegato perché abbia lasciato l’ufficio giudiziario pavese con una motivazione che lascia sconcertati. I colleghi bresciani le hanno chiesto se, dopo l’addio a Pavia, avesse avuto contatti con Venditti, «magari in occasione della riapertura del caso» e la Pezzino ha risposto: «Ho interrotto i rapporti con lui nel 2018. Tra i motivi che mi hanno portata ad andarmene dalla Procura di Pavia vi era anche l’invidia dei colleghi per il rapporto fiduciario che si è creato con il dottor Venditti. Ero diventata una sorta di punto di riferimento, con cui si relazionava più frequentemente rispetto ad altri, come del resto ero stata per il procuratore Gustavo Cioppa, anche perché ero tra le più anziane». Ed eccoci al punto cruciale: «C’erano battutine e commenti anche di tipo sessista e questo era per me motivo di disagio». Voci malevole avevano riguardato anche una sua presunta relazione con un investigatore che lavorava in Procura. Ma su questa relazione i pm bresciani non le hanno chiesto chiarimenti. La Pezzino si è anche lamentata di non avere ricevuto solidarietà dal suo vecchio capo per quelle chiacchiere: «Ho interrotto i rapporti con Venditti perché, a fronte di questa situazione, lui non mi ha mai tutelata». Anche se, successivamente, i due si sarebbero incrociati in almeno un’occasione: «Dopo che sono andata in Procura minori a Milano, ricordo che ci siamo visti una volta per pranzo a Milano, ma ho capito che lui era interessato solo ad avvalersi del mio supporto in ambito professionale finché sono stata in Procura a Pavia». Accuse pesanti.
La donna non fa sconti neppure al suo vecchio procuratore: «Ho bloccato tutti i numeri anche di Cioppa perché dopo la pensione è andato a fare il consulente di Maroni (Roberto, ex governatore della Lombardia, ndr) in Regione e ritenevo inopportuno continuare a ricevere telefonate da lui».
Nel verbale la Pezzino ricorda che il procedimento era coassegnato a lei e a Venditti e sottolinea: «Non ho mai sottovalutato la rilevanza dell’indagine». Spiega anche di aver affidato le investigazioni all’aliquota di polizia giudiziaria dei carabinieri, la ormai tristemente nota Squadretta di Pavia, per evitare «ogni possibile fuga di notizie»: «Avevo necessità di massima sicurezza sulla serietà dell’attività, anche perché dieci anni prima le indagini erano state caratterizzate da rilevanti omissioni». Poi, però, dopo questo attacco, l’ex pm ammette quella che sembra essere stata una clamorosa lacuna nelle indagini. Domanda: «Avete acquisito anche gli atti d’indagine di Vigevano?». Risposta: «A mio ricordo no, perché gli uffici giudiziari erano stati chiusi e non era facile andare a recuperare gli atti ivi conservati». L’indagine che nel 2016 rimetteva in discussione il delitto di Garlasco (con Alberto Stasi già condannato in via definitiva) si è, dunque, sviluppata senza la previa acquisizione del fascicolo completo del procedimento originario.
Per fortuna della Pezzino, parte del materiale, però, sarebbe stata messa a disposizione dalla dottoressa Laura Barbaini della Procura generale: «Abbiamo acquisito tanta documentazione, ma ora non ricordo quale», ha riferito la testimone. Un altro passaggio interessante del verbale riguarda la richiesta di archiviazione e il mistero delle bozze finite nelle mani sbagliate. Pezzino spiega di avere predisposto personalmente l’istanza: «Ho poi condiviso il file della bozza con Venditti». Gli inquirenti bresciani la incalzano: «Risulta che qualcuno oltre al personale della sezione abbia avuto accesso agli atti? Perché emerge che Pappalardo (il maggiore Maurizio, alla sbarra a Pavia in tre diversi processi, ndr) avesse visionato gli atti». La risposta è netta: «Assolutamente no». I magistrati non sembrano convinti e le chiedono se lei o Venditti abbiano mai mostrato il fascicolo all’ufficiale in congedo. E la Pezzino ribadisce: «Escludo di avere dato accesso agli atti a Pappalardo perché non ne aveva motivo». A questo punto le viene mostrata «una nota manoscritta». L’ex pm spiega subito: «Non ho mai visto questo scritto». Quindi aggiunge: «Guardando la pagina successiva, riconosco la mia richiesta di archiviazione». A quanto risulta alla Verità, tale documento era presente nel fascicolo di Sempio presso il Nucleo informativo, all’epoca guidato da Pappalardo, del comando provinciale di Pavia. Continua la Pezzino: «Può darsi sia la mia bozza rivista dal dottor Venditti. Io gli avevo mandato il file». La testimone conferma di avere mandato la richiesta solo a Venditti e si mostra spiazzata per quella fuga di notizie: «Non so spiegarmela, io non ho dato la bozza a nessun altro». Nel verbale emerge anche il rapporto costante con l’avvocato Gian Luigi Tizzoni, legale della famiglia Poggi: «Mi sono confrontata varie volte con lui. […] Era per me normale condividere con lui i passi delle indagini».
Con il legale ci sarebbe stato anche uno scambio di atti: Tizzoni avrebbe avuto accesso a quelli nuovi e avrebbe fornito alla Procura vecchi documenti del processo contro Stasi. Dal verbale emergono anche altre criticità nella conduzione delle indagini. Per esempio scopriamo che il maresciallo Giuseppe Spoto «ha dichiarato» a Brescia che «non aveva curato con particolare attenzione l’ascolto delle intercettazioni e che Venditti gli aveva dato incarico di trascrivere in fretta per archiviare». Per questo gli inquirenti hanno chiesto alla Pezzino: «Come se lo spiega?». Risposta: «Mi sembra molto strano perché per me era un’indagine molto importante e di particolare delicatezza, in cui ho profuso ogni sforzo. Non nego che volevo chiarire velocemente le posizioni sia di Sempio, che era sotto i riflettori, sia di Stasi, anche per rispetto della famiglia Poggi». Alla Pezzino è stato domandato se avesse mai dato indicazioni al comandante della squadra di investigatori che conduceva le indagini, il luogotenente Silvio Sapone, di contattare, come è in effetti avvenuto, l’indagato Sempio. La risposta è categorica: «Non ricordo assolutamente di avere dato questo incarico». Quando la testimone viene a sapere che Sapone ha riferito di aver ricevuto proprio da lei l’ordine di chiamare Sempio per invitarlo in Procura, salvo poi revocare quella delega, replica decisa: «Escludo categoricamente di avere dato alcuna indicazione di convocare l’indagato per un contatto antecedente all’interrogatorio». E definisce «francamente inverosimile una dinamica del genere». I pm la mettono di fronte a un dato incontrovertibile: «Dai tabulati di Sempio ci risultano una ventina di contatti con Sapone». E la Pezzino sembra restare di stucco: «Se me l’avessero detto, avrei dato indicazione di dare atto dei contatti e di riferirne il motivo».
Nel frattempo la Procura generale di Milano, guidata da Francesca Nanni, sarebbe pronta a chiedere ulteriori atti ai pm di Pavia prima di decidere se presentare una richiesta di revisione della sentenza di condanna definitiva a 16 anni per Stasi. Al momento la Procura di Pavia ha inviato nel capoluogo meneghino solo la documentazione contestata a Sempio nel suo recente interrogatorio. I tempi per arrivare a una determinazione, nonostante la sollecitazione arrivata da Pavia, non saranno brevi, anche perché la Procura generale è febbrilmente impegnata a valutare la regolarità degli atti alla base della concessione della grazia a Nicole Minetti.
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