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2022-03-03
L’ascesa di Zelensky tra gag, ville e oligarchi
Volodymyr Zelensky (Ansa)
Che fare il presidente dell’Ucraina fosse un mestiere difficile lo si sapeva, ma di certo quel 21 aprile 2019, giorno nel quale sconfisse il presidente in carica, Petro Poroshenko, con quasi il 73% dei suffragi contro il 25%, Volodymyr Zelensky, 44 anni, non si aspettava che le cose fossero così complicate. Attore, sceneggiatore e comico nato e cresciuto a Kryvyj Rih (Ucraina) in una famiglia d’origine ebraica e di madrelingua russa, si è laureato nel 2000 in giurisprudenza all’università economica nazionale di Kiev, ma non ha mai esercitato la professione perché, già nel 1997, lavorava come attore e sceneggiatore nello studio Kvartal 95 Club. La vita di Zelensky cambia radicalmente nel 2015, quando interpreta il ruolo del presidente ucraino nella serie televisiva Sluha Narodu (Servitore del popolo) dove incarna la parte di Vasyl Holoborodk, insegnante di storia che diventa quasi per caso (un po’ come accadrà a lui) un capo di Stato onesto e illuminato.
Il successo è clamoroso, la serie tv vincerà il World fest remi award (Usa, 2016), arriverà tra i primi quattro finalisti nella categoria dei film comici al Seoul international drama awards (Corea del Sud) e riceverà il premio Intermedia globe silver nella categoria serie tv di intrattenimento al World media film festival di Amburgo.
A quel punto Zelensky decide di capitalizzare il successo di Sluha Narodu tanto che nel marzo 2018 presenta un suo partito personale chiamato proprio Servitore del popolo. Poi, a sei mesi dalle elezioni presidenziali del 2019, Zelensky annuncia la sua candidatura, subito confortato dai favori del pubblico e dai sondaggi, nei quali vola. Così, nonostante non abbia alcuna esperienza in politica e non abbia amministrato nulla se non la sua piccola casa di produzione, grazie a una campagna elettorale nella quale il tema di fondo è lotta alla corruzione e al potere degli oligarchi, già al primo turno prende oltre 5,5 milioni di voti, nonostante i suoi avversari parlino di lui come di «un uomo totalmente inesperto» e di un «burattino filorusso». Altri lo dipingono come un burattino di quegli oligarchi che lui diceva di voler combattere, uno su tutti quel Dimitri Gerasimenko, arrivato in Italia e in particolare a Cantù per ridare lustro alla squadra di basket locale.
Ma che c’entrava l’ex attore diventato presidente con il magnate dell’acciaio che a Cantù farà solo disastri, tanto che lascerà la società nei guai nel 2019? A Cantù aveva sede l’immobiliare San Tommaso srl che dal 2015 era detenuta da una società cipriota, la Aldorante Limited, che aveva in dote come capitale sociale una lussuosa villa di 15 vani a Forte dei Marmi. E chi era l’amministratore unico dell’immobiliare che «aveva in pancia» la villa? Secondo un pool di giornalisti d’inchiesta denominato Slidstvo, altri non era che l’ucraino Ivan Bakanov, amico, socio e coordinatore della campagna elettorale di Zelensky.
E di chi era la società cipriota? Di Zelensky stesso, anche se dietro ai nomi e alle schermature societarie ci sono pochi dubbi che ci fosse il miliardario Igor Kolomoisky, già governatore di Dnipropetrovsk Oblast, che in tasca ha oltre a 1,36 miliardi di dollari di patrimonio (secondo Forbes) anche tre passaporti: ucraino, cipriota e israeliano. Il magnate, forte della sua enorme ricchezza, almeno dal 2015 si muoveva a tutto campo sullo scacchiere politico, tantoché ha mantenuto con la Russia di Putin rapporti intensi e a dir poco ambigui. Sulla solidità del rapporto con il presidente ucraino ci sono pochi dubbi visto che Kolomoisky è anche proprietario della tv che trasmetteva la serie Sluha Narodu con la quale Zelensky è diventato una star prima e presidente poi.
Sempre a proposito di ville da sogno, anche il presidente ucraino ne ha una, non a caso a Forte dei Marmi, zona amatissima dai miliardari russi, che ha acquistato nel 2019 e che è composta da 15 stanze, tra le quali sei camere da letto, piscina e giardino e che sarebbe stata pagata 4 milioni di euro, un fatto che ha fatto infuriare i suoi detrattori. Per tornare al politico il bilancio fino a qualche giorno fa non era brillantissimo e le sue doti di showman sono servite solo a nascondere in parte le molte pecche. All’inizio partì molto bene con l’apertura dei mercati agricoli, l’ampliamento dei servizi digitali nel Paese e la costruzione di nuove strade -una vera fissa di Zelensky, che ha più volte dichiarato di voler essere ricordato «come il presidente che ha finalmente ne ha costruite di buone».
A parte questo, a tre anni dall’elezione si è visto poco di quanto aveva promesso; la sua campagna «deoligarchia» con la quale voleva porre fine allo strapotere dei milionari è rimasta solo su carta e lo stesso vale per la lotta alla corruzione, tanto che, secondo Transparency International, l’Ucraina resta il terzo Paese più corrotto d’Europa, preceduto da Russia e Azerbaigian. Tutte cose che hanno ammaccato la sua figura, tanto che il 62% degli ucraini fino a qualche giorno fa non voleva che si ricandidasse. Poi però sono arrivate le bombe di Vladimir Putin.
La profezia americana sull’attacco ha nascosto il contro-colpo di Stato
Si comincia finalmente a capire per quale motivo le fonti americane hanno annunciato con grande clamore, intorno al 10 febbraio, la prossima «invasione russa dell’Ucraina». Si direbbe che, data a parte (era annunciata per il 16 febbraio), gli americani erano bene informati, anche se l’annuncio sembrava curioso (non si scoprono le carte in questo modo, rischiando l’errore). Lo scopo infatti non era quello di esibire l’efficienza della propria intelligence prevedendo le operazioni militari di questi giorni, ma quello di camuffarne preventivamente la natura, imprimendo a fuoco nell’opinione pubblica europea l’idea che la Russia avrebbe appunto «invaso» l’Ucraina e che sarebbe iniziata una «guerra» in Ucraina. Non era forse vero ? No, non era vero. Perché ciò che sta accadendo a Kiev e dintorni non è una guerra «contro l’Ucraina» (dal punto di vista russo non avrebbe senso): è piuttosto un contro-colpo di Stato, mirante a destabilizzare il sistema di potere insediato nel 2014 dal colpo di Stato organizzato allora dai Servizi americani. Un colpo di Stato coinvolge sempre gli apparati militari, muove mezzi e uomini, implica azioni di forza, e può apparire a sguardi annebbiati come qualcosa di «simile» a una guerra: ma non è una guerra in senso stretto, che presuppone sempre un nemico esterno (a meno che il colpo di Stato non degeneri in guerra civile, e si spera che non accada: Dio risparmi all’Ucraina una riedizione degli eventi narrati da Mikhail Bulgakov ne La guardia bianca).
Un giudizio lucido su quanto accade oggi a Kiev e dintorni presuppone insomma un giudizio altrettanto lucido sull’antefatto del 2014. Non si può giudicare aggressiva e insolente la mossa di un Paese assediato che cerca di allontanare la linea di fuoco. La mossa di Vladimir Putin - azzardata - è una sorta di vasta epurazione, ai danni non già della popolazione ucraina ma degli apparati di potere, confiscati con disinvolta arroganza dalla Superpotenza gendarme-del mondo.
Nel falsificare le carte in gioco attraverso il controllo ferreo dei media, o «dei cuori e delle menti», come ama dire con formula blasfema, la propaganda americana è però quasi imbattibile. È un’arma letale, e funziona così bene da indurre le folle europee a protestare nelle piazze contro una guerra che non è davvero tale e a temere che la «guerra» iniziata dall’Orso russo dilaghi e ci travolga. L’effetto della falsificazione è poderoso: vediamo masse di ucraini riempire le stazioni per darsi alla fuga, «profughi di guerra», qualche isolato carro armato di provenienza ignota, nuvole di fumo, filmati di bombardamenti presi dagli archivi. La «guerra» in Ucraina procede però in modo troppo strano per essere una vera guerra. E infatti non lo è.
Declassare la «guerra» a «contro-colpo di Stato» può sembrare una riflessione tranquillizzante, ma non è così. Perché la strategia dell’Impero in declino è palese: le operazioni militari in Ucraina devono apparire come l’invasione della Polonia nel ’39, come la vile aggressione a uno «Stato sovrano». Se la propaganda centra l’obiettivo, a quel punto la reductio ad Hitlerum, la «hitlerizzazione» di Putin sarà completa e l’Impero avrà le mani libere per portare il confronto sull’unico piano in cui forse è ancora in vantaggio: quello militare. Sarebbe essenziale che gli europei non cadessero nella trappola. Ma due anni di pandemia, e decenni di colonizzazione mentale, hanno dimostrato che ci cascano volentieri, alla grande.
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La carriera fulminea dell’ex comico divenuto presidente dell’Ucraina passa da una serie tv. Che poi darà il nome al suo partito. Delle promesse contro la corruzione e i magnati è rimasto poco. Ma le bombe stanno oscurando ricchezze e amicizie scomode.La profezia americana sull’attacco ha nascosto il contro-colpo di Stato. Joe Biden vuol cancellare il 2014 e far credere che Vladimir Putin si comporti come Adolf Hitler nel 1939. Lo speciale comprende due articoli.Che fare il presidente dell’Ucraina fosse un mestiere difficile lo si sapeva, ma di certo quel 21 aprile 2019, giorno nel quale sconfisse il presidente in carica, Petro Poroshenko, con quasi il 73% dei suffragi contro il 25%, Volodymyr Zelensky, 44 anni, non si aspettava che le cose fossero così complicate. Attore, sceneggiatore e comico nato e cresciuto a Kryvyj Rih (Ucraina) in una famiglia d’origine ebraica e di madrelingua russa, si è laureato nel 2000 in giurisprudenza all’università economica nazionale di Kiev, ma non ha mai esercitato la professione perché, già nel 1997, lavorava come attore e sceneggiatore nello studio Kvartal 95 Club. La vita di Zelensky cambia radicalmente nel 2015, quando interpreta il ruolo del presidente ucraino nella serie televisiva Sluha Narodu (Servitore del popolo) dove incarna la parte di Vasyl Holoborodk, insegnante di storia che diventa quasi per caso (un po’ come accadrà a lui) un capo di Stato onesto e illuminato.Il successo è clamoroso, la serie tv vincerà il World fest remi award (Usa, 2016), arriverà tra i primi quattro finalisti nella categoria dei film comici al Seoul international drama awards (Corea del Sud) e riceverà il premio Intermedia globe silver nella categoria serie tv di intrattenimento al World media film festival di Amburgo.A quel punto Zelensky decide di capitalizzare il successo di Sluha Narodu tanto che nel marzo 2018 presenta un suo partito personale chiamato proprio Servitore del popolo. Poi, a sei mesi dalle elezioni presidenziali del 2019, Zelensky annuncia la sua candidatura, subito confortato dai favori del pubblico e dai sondaggi, nei quali vola. Così, nonostante non abbia alcuna esperienza in politica e non abbia amministrato nulla se non la sua piccola casa di produzione, grazie a una campagna elettorale nella quale il tema di fondo è lotta alla corruzione e al potere degli oligarchi, già al primo turno prende oltre 5,5 milioni di voti, nonostante i suoi avversari parlino di lui come di «un uomo totalmente inesperto» e di un «burattino filorusso». Altri lo dipingono come un burattino di quegli oligarchi che lui diceva di voler combattere, uno su tutti quel Dimitri Gerasimenko, arrivato in Italia e in particolare a Cantù per ridare lustro alla squadra di basket locale. Ma che c’entrava l’ex attore diventato presidente con il magnate dell’acciaio che a Cantù farà solo disastri, tanto che lascerà la società nei guai nel 2019? A Cantù aveva sede l’immobiliare San Tommaso srl che dal 2015 era detenuta da una società cipriota, la Aldorante Limited, che aveva in dote come capitale sociale una lussuosa villa di 15 vani a Forte dei Marmi. E chi era l’amministratore unico dell’immobiliare che «aveva in pancia» la villa? Secondo un pool di giornalisti d’inchiesta denominato Slidstvo, altri non era che l’ucraino Ivan Bakanov, amico, socio e coordinatore della campagna elettorale di Zelensky.E di chi era la società cipriota? Di Zelensky stesso, anche se dietro ai nomi e alle schermature societarie ci sono pochi dubbi che ci fosse il miliardario Igor Kolomoisky, già governatore di Dnipropetrovsk Oblast, che in tasca ha oltre a 1,36 miliardi di dollari di patrimonio (secondo Forbes) anche tre passaporti: ucraino, cipriota e israeliano. Il magnate, forte della sua enorme ricchezza, almeno dal 2015 si muoveva a tutto campo sullo scacchiere politico, tantoché ha mantenuto con la Russia di Putin rapporti intensi e a dir poco ambigui. Sulla solidità del rapporto con il presidente ucraino ci sono pochi dubbi visto che Kolomoisky è anche proprietario della tv che trasmetteva la serie Sluha Narodu con la quale Zelensky è diventato una star prima e presidente poi. Sempre a proposito di ville da sogno, anche il presidente ucraino ne ha una, non a caso a Forte dei Marmi, zona amatissima dai miliardari russi, che ha acquistato nel 2019 e che è composta da 15 stanze, tra le quali sei camere da letto, piscina e giardino e che sarebbe stata pagata 4 milioni di euro, un fatto che ha fatto infuriare i suoi detrattori. Per tornare al politico il bilancio fino a qualche giorno fa non era brillantissimo e le sue doti di showman sono servite solo a nascondere in parte le molte pecche. All’inizio partì molto bene con l’apertura dei mercati agricoli, l’ampliamento dei servizi digitali nel Paese e la costruzione di nuove strade -una vera fissa di Zelensky, che ha più volte dichiarato di voler essere ricordato «come il presidente che ha finalmente ne ha costruite di buone». A parte questo, a tre anni dall’elezione si è visto poco di quanto aveva promesso; la sua campagna «deoligarchia» con la quale voleva porre fine allo strapotere dei milionari è rimasta solo su carta e lo stesso vale per la lotta alla corruzione, tanto che, secondo Transparency International, l’Ucraina resta il terzo Paese più corrotto d’Europa, preceduto da Russia e Azerbaigian. Tutte cose che hanno ammaccato la sua figura, tanto che il 62% degli ucraini fino a qualche giorno fa non voleva che si ricandidasse. Poi però sono arrivate le bombe di Vladimir Putin. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lascesa-di-zelensky-tra-gag-ville-e-oligarchi-2656828264.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-profezia-americana-sullattacco-ha-nascosto-il-contro-colpo-di-stato" data-post-id="2656828264" data-published-at="1646251936" data-use-pagination="False"> La profezia americana sull’attacco ha nascosto il contro-colpo di Stato Si comincia finalmente a capire per quale motivo le fonti americane hanno annunciato con grande clamore, intorno al 10 febbraio, la prossima «invasione russa dell’Ucraina». Si direbbe che, data a parte (era annunciata per il 16 febbraio), gli americani erano bene informati, anche se l’annuncio sembrava curioso (non si scoprono le carte in questo modo, rischiando l’errore). Lo scopo infatti non era quello di esibire l’efficienza della propria intelligence prevedendo le operazioni militari di questi giorni, ma quello di camuffarne preventivamente la natura, imprimendo a fuoco nell’opinione pubblica europea l’idea che la Russia avrebbe appunto «invaso» l’Ucraina e che sarebbe iniziata una «guerra» in Ucraina. Non era forse vero ? No, non era vero. Perché ciò che sta accadendo a Kiev e dintorni non è una guerra «contro l’Ucraina» (dal punto di vista russo non avrebbe senso): è piuttosto un contro-colpo di Stato, mirante a destabilizzare il sistema di potere insediato nel 2014 dal colpo di Stato organizzato allora dai Servizi americani. Un colpo di Stato coinvolge sempre gli apparati militari, muove mezzi e uomini, implica azioni di forza, e può apparire a sguardi annebbiati come qualcosa di «simile» a una guerra: ma non è una guerra in senso stretto, che presuppone sempre un nemico esterno (a meno che il colpo di Stato non degeneri in guerra civile, e si spera che non accada: Dio risparmi all’Ucraina una riedizione degli eventi narrati da Mikhail Bulgakov ne La guardia bianca). Un giudizio lucido su quanto accade oggi a Kiev e dintorni presuppone insomma un giudizio altrettanto lucido sull’antefatto del 2014. Non si può giudicare aggressiva e insolente la mossa di un Paese assediato che cerca di allontanare la linea di fuoco. La mossa di Vladimir Putin - azzardata - è una sorta di vasta epurazione, ai danni non già della popolazione ucraina ma degli apparati di potere, confiscati con disinvolta arroganza dalla Superpotenza gendarme-del mondo. Nel falsificare le carte in gioco attraverso il controllo ferreo dei media, o «dei cuori e delle menti», come ama dire con formula blasfema, la propaganda americana è però quasi imbattibile. È un’arma letale, e funziona così bene da indurre le folle europee a protestare nelle piazze contro una guerra che non è davvero tale e a temere che la «guerra» iniziata dall’Orso russo dilaghi e ci travolga. L’effetto della falsificazione è poderoso: vediamo masse di ucraini riempire le stazioni per darsi alla fuga, «profughi di guerra», qualche isolato carro armato di provenienza ignota, nuvole di fumo, filmati di bombardamenti presi dagli archivi. La «guerra» in Ucraina procede però in modo troppo strano per essere una vera guerra. E infatti non lo è. Declassare la «guerra» a «contro-colpo di Stato» può sembrare una riflessione tranquillizzante, ma non è così. Perché la strategia dell’Impero in declino è palese: le operazioni militari in Ucraina devono apparire come l’invasione della Polonia nel ’39, come la vile aggressione a uno «Stato sovrano». Se la propaganda centra l’obiettivo, a quel punto la reductio ad Hitlerum, la «hitlerizzazione» di Putin sarà completa e l’Impero avrà le mani libere per portare il confronto sull’unico piano in cui forse è ancora in vantaggio: quello militare. Sarebbe essenziale che gli europei non cadessero nella trappola. Ma due anni di pandemia, e decenni di colonizzazione mentale, hanno dimostrato che ci cascano volentieri, alla grande.
Christine Lagarde (Ansa)
Lagarde farà lo stesso errore di un altro francese? Quello commesso da Jean Claude Trichet che nel 2008, mentre l’economia globale tremava per la caduta di Lehman, alzò i tassi invece di lasciarli scivolare. Il dubbio resta perché alla fine il direttivo Bce ha partorito un comunicatino stampa vestito a festa.
Contiene un tocco di originalità, bello ed elegante come le spille della signora presidente. Prima di decidere di non decidere niente, il direttivo ha fatto un incontro illuminante. Un professore di difesa e affari militari è stato invitato alla sessione dei banchieri più potenti d’Europa per spiegare come funziona la guerra. Lagarde lo ha detto in conferenza stampa con la solennità di chi presenta un premio Nobel: «Abbiamo avuto un professore di difesa e affari militari che ci ha informato della situazione». Indispensabile che i governatori partissero «dalla base informativa migliore possibile».
Peccato che questo celebre esperto sappia esattamente quello che sanno tutti: poco e niente. L’unanimità sullo stop ai tassi è stata una folgorazione sulla via di Francoforte dopo aver sentito le previsione del super esperto? Ma il vero capolavoro arriva dopo, quando la Lagarde - forte dell’expertise militare appena assorbita - decide di fare un’altra digressione. Torna sul tema della transizione green che gli è caro. Ma un banchiere centrale non dovrebbe preoccuparsi di politica monetaria lasciando ai governi il resto?
«L’attuale crisi energetica sottolinea l’imperativo di ridurre ulteriormente la dipendenza dai combustibili fossili» ha dichiarato. Una comunicazione fatta con la stessa naturalezza con cui si potrebbe inserire una ricetta di cucina in un rapporto del Fmi. La Bce - il cui mandato riguarda la stabilità dei prezzi nell’Eurozona, non la salvezza del pianeta - approfitta della guerra per rilanciare la transizione green. Una predicazione cui, ormai, non crede più nessuno tranne i burocrati di Bruxelles e i loro simpatizzanti nelle torri d’avorio del sistema finanziario continentale. La stessa transizione che ha contribuito a rendere l’Europa così drammaticamente vulnerabile agli shock energetici di cui oggi la Lagarde si lamenta. È un po’ come se il piromane, dopo aver appiccato l’incendio, si intrattenesse amabilmente con i pompieri per spiegare la rischiosità dei fiammiferi.
Esondare dai compiti istituzionali, per la Lagarde, è ormai una seconda natura. Tante volte in passato ha trasformato la Bce in un laboratorio di politica climatica. Oggi, con una guerra alle porte e il petrolio che balla come un ubriaco nella notte, non perde occasione per ricordarci che i pannelli solari sono la sola salvezza.
Ma veniamo al sodo. La Bce fotografa uno scenario genuinamente inquietante. Lo shock energetico è reale, l’inflazione potrebbe rimbalzare, e i modelli dello staff parlano chiaro: nello scenario peggiore, con il barile a 145 dollari e il gas a 106 euro per megawattora, il Pil 2026 si ridurrebbe allo 0,4% e l’inflazione schizzerebbe al 4,4% nel 2026 e addirittura al 4,8% l’anno dopo. Numeri che rendono l’eventualità di un rialzo dei tassi entro fine anno tutt’altro che remota.
Lagarde lo sa. I mercati lo sanno. L’ipotesi di tagli - accarezzata per mesi come una promessa di tempi migliori - è ormai evaporata. Si parla, semmai, di una nuova stretta monetaria. Quando accadrà? Dipende. Da cosa? Dai dati.
Ed è qui che la presidente tira fuori il suo scudo verbale contro qualunque domanda scomoda: «Data-dependent». Siamo data-dependent. Le decisioni dipenderanno dai dati. Aspetteremo i dati. Analizzeremo i dati. I dati, i dati, i dati.
Viene spontanea una domanda: per leggere le statistiche serve davvero un euroburocrate superpagata? L’Istat le pubblica gratis. L’Eurostat pure. I futures sul petrolio si trovano su qualsiasi schermo di trading. I dati sull’inflazione escono ogni mese.
Lagarde ha concluso la conferenza stampa ricordando, con evidente soddisfazione, che «abbiamo imparato la lezione» del 2022, quando la Bce rimase colpevolmente ferma mentre l’inflazione correva al 6%. Stavolta, assicura, nessuna sorpresa. È certo. O quasi. Perché c’è una guerra, c’è un esperto militare che spiega l’ovvio, c’è una green transition da rilanciare e ci sono dati da attendere.
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Giorgia Meloni e Friedrich Merz (Ansa)
In Europa è battaglia dura sugli Ets, l’Emissions Trading System, il sistema di scambio delle quote di emissione di Co2, introdotto dall’Unione europea come uno dei principali strumenti di politica climatica per ridurre l’impatto ambientale delle attività industriali. L’Italia guida il fronte di chi intende abolirli. Insieme ad altri nove Paesi Austria, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Grecia, Ungheria, Polonia, Romania e Slovacchia, si chiede una «revisione approfondita» di questo strumento. L’obiettivo è quello di sollevare l’industria in questo momento così difficile. Di questo ha parlato Giorgia Meloni ieri prima del Consiglio Ue con il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, e il primo ministro belga Bart de Wever. La riunione si è concentrata sui temi urgenti: il conflitto in Medio Oriente e le sue conseguenze sul mercato globale delle fonti energetiche e sulle possibili iniziative da adottare rapidamente per contenere la spinta dei prezzi dell’energia. L’Italia spinge per l’abolizione degli Ets, ma in quest’incontro non è riuscita a trovare sponde. Sintonia invece in tema di semplificazione, mercato unico e investimenti.
«Chiediamo un intervento di sospensione, almeno per quanto riguarda gli aspetti legati all’energia elettrica», ha spiegato il ministro degli Esteri Antonio Tajani parlando con la stampa a Bruxelles. L’Europa però si è spaccata. Germania e Francia vorrebbero preservare lo strumento degli Ets. Il presidente francese Emmanuel Macron ha spiegato di voler tenere questo meccanismo perché, «consente di effettuare la transizione preservando la competitività e quindi di conciliare i nostri obiettivi di competitività e di clima». Tuttavia «nel contesto attuale», secondo il presidente francese bisogna «trovare flessibilità ed elasticità che consentano di rispondere alla crisi» ma anche «mantenere la struttura, la filosofia, l’approccio e non perdere di vista proprio ciò che è importante anche per gli europei». D’altronde il commissario all’Energia, Dan Jorgensen in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera ha spiegato di voler puntare su questo strumento anche lui e che all’ultimo Consiglio Energia la grande maggioranza dei Paesi membri era «favorevole a mantenere la rotta attuale». Ha spiegato di voler puntare ancora sulle rinnovabili perché «se vogliamo davvero porre fine alla nostra esposizione ai mercati globali volatili, la decarbonizzazione e una maggiore produzione interna di energia pulita rappresentano la strada migliore».
Sulla linea italiana si schiera il premier ceco Andrej Babis che entrando alla riunione del Consiglio europeo ha detto: «L’unica soluzione è rivedere il sistema Ets, è la soluzione più rapida» perché tutte le altre proposte dall’integrazione del mercato unico all’unione del mercato dei capitali, passando per autostrade energetiche e tecnologie, «richiederanno molto tempo. E l’unica che stiamo proponendo è esentare l’industria ad alta intensità energetica dal sistema Ets-1 dal sistema di quote» perché «è l’unica via». Babis, poi, spiegando che «l’industria ceca ha pagato 13 miliardi di euro per le quote Ets» ha ricordato il rapporto Draghi: «Diceva chiaramente che l’industria metallurgica e altre industrie stanno perdendo capacità. E naturalmente non sono competitive contro Cina e Stati Uniti». Per il premier spagnolo Pedro Sánchez invece «il sistema Ets è uno dei pilastri della politica climatica europea e mondiale. Noi siamo aperti ad una qualche riforma che possa adattarli a questa congiuntura, ma non certo ad un suo smantellamento. Anzi, va rafforzato» ha avvertito arrivando al Consiglio europeo.
Nella bozza finale delle conclusioni del Vertice Ue viene indicato che «i recenti picchi nei prezzi dei combustibili fossili importati dimostrano che la transizione energetica rimane la strategia più efficace per raggiungere l’autonomia strategica dell’Europa, rafforzare la resilienza, ridurre strutturalmente i prezzi dell’energia e fornire l’energia pulita, abbondante e prodotta internamente necessaria per alimentare l’economia del futuro». Insomma non si è trovata unità per sospendere il sistema Ets come ha chiesto l’Italia. Il messaggio che si vuole far passare è: abbiamo i mezzi per fronteggiare la crisi. Secondo quanto aveva già anticipato il presidente della Commissione Ursula von der Leyen la strategia è quella di ricorrere a contratti a lungo termine per disaccoppiare i prezzi dell’energia industriale dal mercato all’ingrosso e permettere aiuti di Stato per «fornire un sollievo immediato sui prezzi dell’elettricità ai settori ad alta intensità energetica più colpiti». Lo stesso è possibile per i costi del carbonio, per i quali gli Stati membri possono anche compensare fino all’80% dei costi indiretti. Ci sarà più flessibilità. Tuttavia quella degli aiuti pubblici è una scelta che mette gli Stati più indebitati in una posizione difficile e svantaggiosa: chi ha spazio di bilancio per agire può farlo, chi non ce l’ha (come l’Italia) non potrà avvalersene. Intanto sono chiaramente gli industriali a protestare per primi. «Chiediamo la sospensione dell’Ets e il nostro è un grido d’allarme» così Emanuele Orsini, in un punto stampa a Bruxelles.
Buttarsi a capofitto sulle rinnovabili rimane una strategia da kamikaze
Un vantaggio che esiste solo perché il rivale sta male non è un vantaggio, è una circostanza. La chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz e i bombardamenti sugli impianti di gas e petrolio nel Golfo Persico, in quanto gravi e straordinarie anomalie, rendono subito più costosi petrolio e gas. Ed ecco che le energie rinnovabili sembrano improvvisamente molto convenienti. «Sappiamo per certo che ci sono due cose che faranno abbassare i prezzi dell’energia in Europa: più rinnovabili il più velocemente possibile» ha detto due giorni fa Dan Jorgensen, commissario europeo per l’Energia.
Questa convenienza non nasce però da un cambiamento nei fondamentali energetici, bensì da una distorsione patologica del mercato. La convenienza relativa può migliorare, ma la condizione che la produce è eccezionale e temporanea. In condizioni normali i combustibili fossili rimangono imbattibili per densità energetica, trasportabilità, erogabilità e costo marginale di produzione. È su quel prezzo, non sul prezzo che emerge in tempo di guerra, che si costruiscono le politiche industriali. La normalità è un concetto statistico. Nonostante tutto, gas, petrolio e carbone rappresentano ancora la stragrande maggioranza dei consumi primari di energia, in tutto il mondo.
Nel periodo tra il 2010 e il 2020 il prezzo medio del gas sul mercato Ttf si è mantenuto generalmente stabile in un intervallo compreso tra 15 euro/MWh e 25 euro/MWh. Tanto è vero che per spingere le aziende a non utilizzare più il gas si è creato il mercato dell’Ets, che al prezzo del combustibile aggiunge una tassa al fine di rendere le fonti rinnovabili più competitive. Si tratta di una prima distorsione introdotta ex lege per orientare i consumi, con un fine politico.
È solo a seguito della turbativa nei rapporti con la Russia che i prezzi del gas in Europa si sono alzati a livelli straordinari. Così come oggi è una nuova guerra a provocare rialzi consistenti.
Si dirà che non si può ridurre la questione solo in termini di costi e che occorre rendersi indipendenti energeticamente. È un ragionamento corretto, ma attenzione alle illusioni ottiche. Se è vero che le fonti rinnovabili (che peraltro richiedono prima l’elettrificazione dei consumi energetici, altro passaggio epocale e costoso) non hanno necessità di combustibili, è altrettanto vero che le relative tecnologie e materiali sono un monopolio di fatto di un grande paese asiatico, la Cina. E sostituire la dipendenza dai combustibili fossili con una dipendenza dalle terre rare cinesi, per esempio, non appare un grosso passo avanti. Non è passato molto tempo da quando Pechino ha ridotto l’export di certi materiali mettendo in crisi gli obiettivi di sviluppo di fonti rinnovabili in Europa. Né da quando l’Unione europea, improvvisamente consapevole del vicolo cieco in cui si è infilata, ha emesso regolamenti per cercare di costruire in casa propria le filiere sui materiali critici. Senza riuscirvi ed essendone molto, molto lontana.
Le rinnovabili sono un complemento importante nell’ottica di una integrazione in un portafoglio equilibrato e diversificato di fonti energetiche. Ma non si può pensare di costruire un intero sistema energetico solo su quelle. Persino la Cina, indicata come pioniera nelle fonti rinnovabili, prevede ancora un quarto del suo consumo primario di energia al 2060 fatto da carbone, gas e petrolio, con il nucleare in grande evidenza.
Le fonti rinnovabili restano appesantite dai loro limiti strutturali, dalla producibilità ai costi di integrazione. Per forzare il cambio verso le rinnovabili serve mantenere un mercato del carbonio robusto, con prezzi alti della CO2, ma in un contesto di prezzi energetici alle stelle, un Ets costoso non produce transizione verde, bensì deindustrializzazione.
Una transizione forzata da un’emergenza geopolitica temporanea, che scambia la distorsione eccezionale per segnale strutturale, assomiglia più al panico che ad una visione strategica. Ciò di cui il sistema industriale ha bisogno adesso è energia abbondante che mantenga i prezzi bassi e permetta all’economia reale di respirare, poiché la scarsità energetica produce recessione, non transizione verso il green. Per molte applicazioni industriali l’elettrificazione dei consumi è impraticabile e il passaggio all’auto elettrica è in un costoso pantano da cui non si sa come uscire, se non forse con la riduzione della mobilità personale e il predominio industriale della Cina. Qualcuno ha detto, in questi giorni, che il sole non passa dallo Stretto di Hormuz. È vero, passa soprattutto da Pechino.
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Donald Trump (Ansa)
Invece la Casa Bianca ogni giorno si ritrova a dover alzare l’asticella della propaganda interna a corredo di un esibizionismo muscolare ben raffigurato da video e meme creati dalla Ia.
Ma ne valeva davvero la pena, dunque? Ad aver trascinato il famoso elefante nella stanza sono quegli stessi ambienti che avevano spinto Trump, a botte di endorsement, verso il bis alla Casa Bianca; è quella «destra» Maga per cui finalmente gli americani sarebbero arrivati prima di tutto il resto, inclusi i Paperoni delle banche d’affari, della finanza e di Big Tech. Cioè coloro che si stanno arricchendo a piene mani tra guerre, commesse militari, speculazioni. Persino le compagnie del Big Oil stanno incassando parecchi soldi a causa della volatilità dei prezzi, nonostante il rischio per gli investimenti in quelle stesse aree scenario di guerra. Al momento il gioco vale la candela.
Chi non ci guadagna invece è la platea dell’America first, la working class, soprattutto quegli operai bianchi «eroi» della Elegia americana di JD Vance, che non a caso è il più tiepido di tutti rispetto all’intervento armato. Chi resta fuori dai giochi è il ceto medio basso che sperava nel riscatto e che ora assiste al rifinanziamento dell’ennesima guerra in Medio Oriente.
Va detto che per il momento i sondaggi non puniscono Trump: la maggior parte dei repubblicani Maga approva la guerra in Iran nonostante in sia in contrasto con le promesse elettorali. Questo zoccolo però comincia a porsi le stesse domande dei «duri e puri»; si tratta di una narrazione scatenata dalle dimissioni di Joe Kent, ex capo del Centro antiterrorismo, e dalle parole di Tulsi Gabbard, numero uno dell’intelligence Usa, per i quali l’Iran non era una minaccia.
Poi c’è il pressing dei due ex presentatori di Fox News, Tucker Carlson e Megyn Kelly, con audience più alte dello share di molti canali tv tradizionali. Sono loro, dicevamo, ad aver infilato l’elefante nella stanza: ne valeva la pena? «È difficile dirlo, non sono stati gli Stati Uniti a prendere questa decisione. È stato Benjamin Netanyahu», ha detto Carlson riportando a galla le forti perplessità che negli ambienti Maga esistono rispetto allo strapotere del lobbismo israeliano nei gangli vitali del sistema Usa. E Carlson non è l’unico a tirare pesantemente in ballo Bibi; lo aveva fatto anche Joe Kent, nella lettera di dimissioni dal vertice del Centro per l’antiterrorismo americano: «L’Iran non rappresentava una minaccia imminente per il nostro Paese ed è chiaro che questa guerra è stata iniziata per la pressione di Israele e della sua potente lobby americana».
Non mancano poi coloro che all’interno del Senato hanno smosso le viscere dell’elettorato più radicale del mondo Maga, contribuendo a dar vita a discussioni che uniscono i puntini più delicati, dagli Epstein files allo strapotere delle Big Tech. Questioni che sono arrivate anche al Congresso, attraverso Thomas Massie e Rand Paul (ai quali vanno aggiunte Marjorie Taylor Greene, Lauren Boebert e Nancy Mace, già note per essere la spina nel fianco del presidente rispetto alle ombre legate al finanziere pedofilo); e nella comunità degli influencer con Nick Fuentes, il quale aveva recentemente recuperato alcuni passaggi dei discorsi del compianto Charlie Kirk sul gioco di Netanyahu in Medio Oriente.
Si torna così alla questione politica legata all’elefante nella stanza, a quel «ne valeva la pena». Al di là dello scontro appena nato all’interno della destra americana, non mancano contributi meno di pancia rispetto alle parole di Tucker Carlson sul ruolo egemone israeliano; uno di questi porta la firma di uno dei massimi conoscitori delle dinamiche persiane e mediorientali, Trita Parsi, il quale ha commentato l’ennesima eliminazione dei vertici del potere iraniano: «Israele sta cercando letteralmente di bloccare le vie di fuga di Trump. Larijani non era solo una figura chiave del regime, ma era anche favorevole ai colloqui con gli Stati Uniti. Gli israeliani vogliono che la guerra continui. Hanno lottato per oltre due decenni per spingere gli Stati Uniti a dichiarare una guerra su vasta scala all’Iran e, avendo finalmente raggiunto l’obiettivo, non vogliono che Trump interrompa il conflitto». A chi giova?
Al concetto di Super Sparta sicuramente. Al concetto di America First molto meno.
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