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2022-03-03
L’ascesa di Zelensky tra gag, ville e oligarchi
Volodymyr Zelensky (Ansa)
Che fare il presidente dell’Ucraina fosse un mestiere difficile lo si sapeva, ma di certo quel 21 aprile 2019, giorno nel quale sconfisse il presidente in carica, Petro Poroshenko, con quasi il 73% dei suffragi contro il 25%, Volodymyr Zelensky, 44 anni, non si aspettava che le cose fossero così complicate. Attore, sceneggiatore e comico nato e cresciuto a Kryvyj Rih (Ucraina) in una famiglia d’origine ebraica e di madrelingua russa, si è laureato nel 2000 in giurisprudenza all’università economica nazionale di Kiev, ma non ha mai esercitato la professione perché, già nel 1997, lavorava come attore e sceneggiatore nello studio Kvartal 95 Club. La vita di Zelensky cambia radicalmente nel 2015, quando interpreta il ruolo del presidente ucraino nella serie televisiva Sluha Narodu (Servitore del popolo) dove incarna la parte di Vasyl Holoborodk, insegnante di storia che diventa quasi per caso (un po’ come accadrà a lui) un capo di Stato onesto e illuminato.
Il successo è clamoroso, la serie tv vincerà il World fest remi award (Usa, 2016), arriverà tra i primi quattro finalisti nella categoria dei film comici al Seoul international drama awards (Corea del Sud) e riceverà il premio Intermedia globe silver nella categoria serie tv di intrattenimento al World media film festival di Amburgo.
A quel punto Zelensky decide di capitalizzare il successo di Sluha Narodu tanto che nel marzo 2018 presenta un suo partito personale chiamato proprio Servitore del popolo. Poi, a sei mesi dalle elezioni presidenziali del 2019, Zelensky annuncia la sua candidatura, subito confortato dai favori del pubblico e dai sondaggi, nei quali vola. Così, nonostante non abbia alcuna esperienza in politica e non abbia amministrato nulla se non la sua piccola casa di produzione, grazie a una campagna elettorale nella quale il tema di fondo è lotta alla corruzione e al potere degli oligarchi, già al primo turno prende oltre 5,5 milioni di voti, nonostante i suoi avversari parlino di lui come di «un uomo totalmente inesperto» e di un «burattino filorusso». Altri lo dipingono come un burattino di quegli oligarchi che lui diceva di voler combattere, uno su tutti quel Dimitri Gerasimenko, arrivato in Italia e in particolare a Cantù per ridare lustro alla squadra di basket locale.
Ma che c’entrava l’ex attore diventato presidente con il magnate dell’acciaio che a Cantù farà solo disastri, tanto che lascerà la società nei guai nel 2019? A Cantù aveva sede l’immobiliare San Tommaso srl che dal 2015 era detenuta da una società cipriota, la Aldorante Limited, che aveva in dote come capitale sociale una lussuosa villa di 15 vani a Forte dei Marmi. E chi era l’amministratore unico dell’immobiliare che «aveva in pancia» la villa? Secondo un pool di giornalisti d’inchiesta denominato Slidstvo, altri non era che l’ucraino Ivan Bakanov, amico, socio e coordinatore della campagna elettorale di Zelensky.
E di chi era la società cipriota? Di Zelensky stesso, anche se dietro ai nomi e alle schermature societarie ci sono pochi dubbi che ci fosse il miliardario Igor Kolomoisky, già governatore di Dnipropetrovsk Oblast, che in tasca ha oltre a 1,36 miliardi di dollari di patrimonio (secondo Forbes) anche tre passaporti: ucraino, cipriota e israeliano. Il magnate, forte della sua enorme ricchezza, almeno dal 2015 si muoveva a tutto campo sullo scacchiere politico, tantoché ha mantenuto con la Russia di Putin rapporti intensi e a dir poco ambigui. Sulla solidità del rapporto con il presidente ucraino ci sono pochi dubbi visto che Kolomoisky è anche proprietario della tv che trasmetteva la serie Sluha Narodu con la quale Zelensky è diventato una star prima e presidente poi.
Sempre a proposito di ville da sogno, anche il presidente ucraino ne ha una, non a caso a Forte dei Marmi, zona amatissima dai miliardari russi, che ha acquistato nel 2019 e che è composta da 15 stanze, tra le quali sei camere da letto, piscina e giardino e che sarebbe stata pagata 4 milioni di euro, un fatto che ha fatto infuriare i suoi detrattori. Per tornare al politico il bilancio fino a qualche giorno fa non era brillantissimo e le sue doti di showman sono servite solo a nascondere in parte le molte pecche. All’inizio partì molto bene con l’apertura dei mercati agricoli, l’ampliamento dei servizi digitali nel Paese e la costruzione di nuove strade -una vera fissa di Zelensky, che ha più volte dichiarato di voler essere ricordato «come il presidente che ha finalmente ne ha costruite di buone».
A parte questo, a tre anni dall’elezione si è visto poco di quanto aveva promesso; la sua campagna «deoligarchia» con la quale voleva porre fine allo strapotere dei milionari è rimasta solo su carta e lo stesso vale per la lotta alla corruzione, tanto che, secondo Transparency International, l’Ucraina resta il terzo Paese più corrotto d’Europa, preceduto da Russia e Azerbaigian. Tutte cose che hanno ammaccato la sua figura, tanto che il 62% degli ucraini fino a qualche giorno fa non voleva che si ricandidasse. Poi però sono arrivate le bombe di Vladimir Putin.
La profezia americana sull’attacco ha nascosto il contro-colpo di Stato
Si comincia finalmente a capire per quale motivo le fonti americane hanno annunciato con grande clamore, intorno al 10 febbraio, la prossima «invasione russa dell’Ucraina». Si direbbe che, data a parte (era annunciata per il 16 febbraio), gli americani erano bene informati, anche se l’annuncio sembrava curioso (non si scoprono le carte in questo modo, rischiando l’errore). Lo scopo infatti non era quello di esibire l’efficienza della propria intelligence prevedendo le operazioni militari di questi giorni, ma quello di camuffarne preventivamente la natura, imprimendo a fuoco nell’opinione pubblica europea l’idea che la Russia avrebbe appunto «invaso» l’Ucraina e che sarebbe iniziata una «guerra» in Ucraina. Non era forse vero ? No, non era vero. Perché ciò che sta accadendo a Kiev e dintorni non è una guerra «contro l’Ucraina» (dal punto di vista russo non avrebbe senso): è piuttosto un contro-colpo di Stato, mirante a destabilizzare il sistema di potere insediato nel 2014 dal colpo di Stato organizzato allora dai Servizi americani. Un colpo di Stato coinvolge sempre gli apparati militari, muove mezzi e uomini, implica azioni di forza, e può apparire a sguardi annebbiati come qualcosa di «simile» a una guerra: ma non è una guerra in senso stretto, che presuppone sempre un nemico esterno (a meno che il colpo di Stato non degeneri in guerra civile, e si spera che non accada: Dio risparmi all’Ucraina una riedizione degli eventi narrati da Mikhail Bulgakov ne La guardia bianca).
Un giudizio lucido su quanto accade oggi a Kiev e dintorni presuppone insomma un giudizio altrettanto lucido sull’antefatto del 2014. Non si può giudicare aggressiva e insolente la mossa di un Paese assediato che cerca di allontanare la linea di fuoco. La mossa di Vladimir Putin - azzardata - è una sorta di vasta epurazione, ai danni non già della popolazione ucraina ma degli apparati di potere, confiscati con disinvolta arroganza dalla Superpotenza gendarme-del mondo.
Nel falsificare le carte in gioco attraverso il controllo ferreo dei media, o «dei cuori e delle menti», come ama dire con formula blasfema, la propaganda americana è però quasi imbattibile. È un’arma letale, e funziona così bene da indurre le folle europee a protestare nelle piazze contro una guerra che non è davvero tale e a temere che la «guerra» iniziata dall’Orso russo dilaghi e ci travolga. L’effetto della falsificazione è poderoso: vediamo masse di ucraini riempire le stazioni per darsi alla fuga, «profughi di guerra», qualche isolato carro armato di provenienza ignota, nuvole di fumo, filmati di bombardamenti presi dagli archivi. La «guerra» in Ucraina procede però in modo troppo strano per essere una vera guerra. E infatti non lo è.
Declassare la «guerra» a «contro-colpo di Stato» può sembrare una riflessione tranquillizzante, ma non è così. Perché la strategia dell’Impero in declino è palese: le operazioni militari in Ucraina devono apparire come l’invasione della Polonia nel ’39, come la vile aggressione a uno «Stato sovrano». Se la propaganda centra l’obiettivo, a quel punto la reductio ad Hitlerum, la «hitlerizzazione» di Putin sarà completa e l’Impero avrà le mani libere per portare il confronto sull’unico piano in cui forse è ancora in vantaggio: quello militare. Sarebbe essenziale che gli europei non cadessero nella trappola. Ma due anni di pandemia, e decenni di colonizzazione mentale, hanno dimostrato che ci cascano volentieri, alla grande.
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La carriera fulminea dell’ex comico divenuto presidente dell’Ucraina passa da una serie tv. Che poi darà il nome al suo partito. Delle promesse contro la corruzione e i magnati è rimasto poco. Ma le bombe stanno oscurando ricchezze e amicizie scomode.La profezia americana sull’attacco ha nascosto il contro-colpo di Stato. Joe Biden vuol cancellare il 2014 e far credere che Vladimir Putin si comporti come Adolf Hitler nel 1939. Lo speciale comprende due articoli.Che fare il presidente dell’Ucraina fosse un mestiere difficile lo si sapeva, ma di certo quel 21 aprile 2019, giorno nel quale sconfisse il presidente in carica, Petro Poroshenko, con quasi il 73% dei suffragi contro il 25%, Volodymyr Zelensky, 44 anni, non si aspettava che le cose fossero così complicate. Attore, sceneggiatore e comico nato e cresciuto a Kryvyj Rih (Ucraina) in una famiglia d’origine ebraica e di madrelingua russa, si è laureato nel 2000 in giurisprudenza all’università economica nazionale di Kiev, ma non ha mai esercitato la professione perché, già nel 1997, lavorava come attore e sceneggiatore nello studio Kvartal 95 Club. La vita di Zelensky cambia radicalmente nel 2015, quando interpreta il ruolo del presidente ucraino nella serie televisiva Sluha Narodu (Servitore del popolo) dove incarna la parte di Vasyl Holoborodk, insegnante di storia che diventa quasi per caso (un po’ come accadrà a lui) un capo di Stato onesto e illuminato.Il successo è clamoroso, la serie tv vincerà il World fest remi award (Usa, 2016), arriverà tra i primi quattro finalisti nella categoria dei film comici al Seoul international drama awards (Corea del Sud) e riceverà il premio Intermedia globe silver nella categoria serie tv di intrattenimento al World media film festival di Amburgo.A quel punto Zelensky decide di capitalizzare il successo di Sluha Narodu tanto che nel marzo 2018 presenta un suo partito personale chiamato proprio Servitore del popolo. Poi, a sei mesi dalle elezioni presidenziali del 2019, Zelensky annuncia la sua candidatura, subito confortato dai favori del pubblico e dai sondaggi, nei quali vola. Così, nonostante non abbia alcuna esperienza in politica e non abbia amministrato nulla se non la sua piccola casa di produzione, grazie a una campagna elettorale nella quale il tema di fondo è lotta alla corruzione e al potere degli oligarchi, già al primo turno prende oltre 5,5 milioni di voti, nonostante i suoi avversari parlino di lui come di «un uomo totalmente inesperto» e di un «burattino filorusso». Altri lo dipingono come un burattino di quegli oligarchi che lui diceva di voler combattere, uno su tutti quel Dimitri Gerasimenko, arrivato in Italia e in particolare a Cantù per ridare lustro alla squadra di basket locale. Ma che c’entrava l’ex attore diventato presidente con il magnate dell’acciaio che a Cantù farà solo disastri, tanto che lascerà la società nei guai nel 2019? A Cantù aveva sede l’immobiliare San Tommaso srl che dal 2015 era detenuta da una società cipriota, la Aldorante Limited, che aveva in dote come capitale sociale una lussuosa villa di 15 vani a Forte dei Marmi. E chi era l’amministratore unico dell’immobiliare che «aveva in pancia» la villa? Secondo un pool di giornalisti d’inchiesta denominato Slidstvo, altri non era che l’ucraino Ivan Bakanov, amico, socio e coordinatore della campagna elettorale di Zelensky.E di chi era la società cipriota? Di Zelensky stesso, anche se dietro ai nomi e alle schermature societarie ci sono pochi dubbi che ci fosse il miliardario Igor Kolomoisky, già governatore di Dnipropetrovsk Oblast, che in tasca ha oltre a 1,36 miliardi di dollari di patrimonio (secondo Forbes) anche tre passaporti: ucraino, cipriota e israeliano. Il magnate, forte della sua enorme ricchezza, almeno dal 2015 si muoveva a tutto campo sullo scacchiere politico, tantoché ha mantenuto con la Russia di Putin rapporti intensi e a dir poco ambigui. Sulla solidità del rapporto con il presidente ucraino ci sono pochi dubbi visto che Kolomoisky è anche proprietario della tv che trasmetteva la serie Sluha Narodu con la quale Zelensky è diventato una star prima e presidente poi. Sempre a proposito di ville da sogno, anche il presidente ucraino ne ha una, non a caso a Forte dei Marmi, zona amatissima dai miliardari russi, che ha acquistato nel 2019 e che è composta da 15 stanze, tra le quali sei camere da letto, piscina e giardino e che sarebbe stata pagata 4 milioni di euro, un fatto che ha fatto infuriare i suoi detrattori. Per tornare al politico il bilancio fino a qualche giorno fa non era brillantissimo e le sue doti di showman sono servite solo a nascondere in parte le molte pecche. All’inizio partì molto bene con l’apertura dei mercati agricoli, l’ampliamento dei servizi digitali nel Paese e la costruzione di nuove strade -una vera fissa di Zelensky, che ha più volte dichiarato di voler essere ricordato «come il presidente che ha finalmente ne ha costruite di buone». A parte questo, a tre anni dall’elezione si è visto poco di quanto aveva promesso; la sua campagna «deoligarchia» con la quale voleva porre fine allo strapotere dei milionari è rimasta solo su carta e lo stesso vale per la lotta alla corruzione, tanto che, secondo Transparency International, l’Ucraina resta il terzo Paese più corrotto d’Europa, preceduto da Russia e Azerbaigian. Tutte cose che hanno ammaccato la sua figura, tanto che il 62% degli ucraini fino a qualche giorno fa non voleva che si ricandidasse. 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Lo scopo infatti non era quello di esibire l’efficienza della propria intelligence prevedendo le operazioni militari di questi giorni, ma quello di camuffarne preventivamente la natura, imprimendo a fuoco nell’opinione pubblica europea l’idea che la Russia avrebbe appunto «invaso» l’Ucraina e che sarebbe iniziata una «guerra» in Ucraina. Non era forse vero ? No, non era vero. Perché ciò che sta accadendo a Kiev e dintorni non è una guerra «contro l’Ucraina» (dal punto di vista russo non avrebbe senso): è piuttosto un contro-colpo di Stato, mirante a destabilizzare il sistema di potere insediato nel 2014 dal colpo di Stato organizzato allora dai Servizi americani. Un colpo di Stato coinvolge sempre gli apparati militari, muove mezzi e uomini, implica azioni di forza, e può apparire a sguardi annebbiati come qualcosa di «simile» a una guerra: ma non è una guerra in senso stretto, che presuppone sempre un nemico esterno (a meno che il colpo di Stato non degeneri in guerra civile, e si spera che non accada: Dio risparmi all’Ucraina una riedizione degli eventi narrati da Mikhail Bulgakov ne La guardia bianca). Un giudizio lucido su quanto accade oggi a Kiev e dintorni presuppone insomma un giudizio altrettanto lucido sull’antefatto del 2014. Non si può giudicare aggressiva e insolente la mossa di un Paese assediato che cerca di allontanare la linea di fuoco. La mossa di Vladimir Putin - azzardata - è una sorta di vasta epurazione, ai danni non già della popolazione ucraina ma degli apparati di potere, confiscati con disinvolta arroganza dalla Superpotenza gendarme-del mondo. Nel falsificare le carte in gioco attraverso il controllo ferreo dei media, o «dei cuori e delle menti», come ama dire con formula blasfema, la propaganda americana è però quasi imbattibile. È un’arma letale, e funziona così bene da indurre le folle europee a protestare nelle piazze contro una guerra che non è davvero tale e a temere che la «guerra» iniziata dall’Orso russo dilaghi e ci travolga. L’effetto della falsificazione è poderoso: vediamo masse di ucraini riempire le stazioni per darsi alla fuga, «profughi di guerra», qualche isolato carro armato di provenienza ignota, nuvole di fumo, filmati di bombardamenti presi dagli archivi. La «guerra» in Ucraina procede però in modo troppo strano per essere una vera guerra. E infatti non lo è. Declassare la «guerra» a «contro-colpo di Stato» può sembrare una riflessione tranquillizzante, ma non è così. Perché la strategia dell’Impero in declino è palese: le operazioni militari in Ucraina devono apparire come l’invasione della Polonia nel ’39, come la vile aggressione a uno «Stato sovrano». Se la propaganda centra l’obiettivo, a quel punto la reductio ad Hitlerum, la «hitlerizzazione» di Putin sarà completa e l’Impero avrà le mani libere per portare il confronto sull’unico piano in cui forse è ancora in vantaggio: quello militare. Sarebbe essenziale che gli europei non cadessero nella trappola. Ma due anni di pandemia, e decenni di colonizzazione mentale, hanno dimostrato che ci cascano volentieri, alla grande.
iStock
Negli ultimi anni quelli che venivano considerati limiti strutturali della produzione additiva, ovvero la stampa 3D, applicata al settore degli armamenti sono stati progressivamente superati. Una tecnologia inizialmente confinata alla prototipazione e agli usi amatoriali si è trasformata in uno strumento sempre più diffuso, capace di incidere in modo concreto sulla progettazione e sulla realizzazione di armi. Oggi questi sistemi compaiono tanto nei teatri di guerra quanto in contesti criminali, segnando un passaggio destinato a influenzare profondamente gli equilibri della sicurezza globale. Dai fucili FGC-9 entrati negli arsenali delle milizie del Myanmar ai sequestri effettuati in Australia di pistole, caricatori e munizioni prodotti con stampanti domestiche, la diffusione della manifattura additiva ha coinvolto una pluralità di attori: gruppi criminali, organizzazioni estremiste e perfino eserciti regolari alle prese con vincoli nelle catene di approvvigionamento. In questo contesto la stampa 3D diventa uno strumento estremamente flessibile, utilizzato per aggirare i mercati tradizionali, aumentare la resilienza operativa o sopperire alla scarsità di risorse.
Come sottolinea Monalisa Hazarika, responsabile della comunicazione strategica e delle partnership presso lo Scrap Weapons Project della Soas University of London, la crescente diffusione di armi prodotte con tecnologie accessibili rappresenta una sfida significativa per i sistemi di controllo, soprattutto per la difficoltà di tracciarne produzione e circolazione. Il quadro che emerge è ormai chiaro: la produzione additiva non è più una curiosità marginale ma una realtà che si sta imponendo come fattore di trasformazione all’interno dell’architettura contemporanea della sicurezza. L’impatto è evidente nei processi produttivi. La disponibilità di progetti open source consente oggi di realizzare armi e componenti militari al di fuori delle filiere industriali tradizionali, accelerandone la diffusione e la disponibilità. Dal 2021 i sequestri sono aumentati in modo significativo mentre nei teatri di guerra si moltiplicano i test su telai per armi, munizioni per droni e sistemi di riparazione sul campo con l’obiettivo di ridurre i costi e migliorare l’efficienza operativa.
Rispetto al 2013 quando la pistola Liberator rappresentava poco più di una dimostrazione di fattibilità, il salto tecnologico appare evidente. Progetti come la carabina FGC-9 o la pistola Urutau segnano un’evoluzione sostanziale: possono essere costruiti senza componenti regolamentate e utilizzando stampanti 3D di uso comune e materiali facilmente reperibili. La FGC-9 introdotta nel 2020 è stata impiegata in Myanmar da diverse formazioni armate dimostrando come queste soluzioni possano compensare carenze logistiche in scenari di conflitto prolungato. Urutau è una pistola realizzata tramite stampa 3D ideata da un progettista brasiliano che opera sotto lo pseudonimo di Ze Carioca. Si tratta di un’arma semiautomatica calibro 9 mm, concepita per essere costruita con attrezzature essenziali. Il progetto è accompagnato da istruzioni dettagliate che illustrano non solo le fasi di assemblaggio, ma anche le modalità per mantenere riservato il processo produttivo.
Accanto alle armi leggere si sta sviluppando anche il tema delle munizioni prodotte tramite stampa 3D. Sebbene la ricerca accademica resti limitata il dibattito online è in piena espansione e suggerisce che l’innovazione in questo ambito procede spesso al di fuori dei circuiti ufficiali e dei controlli normativi rendendo più complesso qualsiasi tentativo di regolamentazione. Tuttavia, le conseguenze di questa evoluzione vanno ben oltre il perimetro delle armi leggere. La produzione additiva sta trovando un impiego sempre più diffuso anche nel settore dei droni, permettendo di realizzare su richiesta strutture, sistemi di sgancio e una vasta gamma di componenti. Questo approccio consente di abbattere i costi, eludere vincoli legati alle importazioni e garantire agli utilizzatori un livello di flessibilità senza precedenti. Quella che inizialmente era una sperimentazione sta rapidamente diventando una risorsa concreta nei conflitti contemporanei, ormai visibile su numerosi campi di battaglia.
In Ucraina, ad esempio, tecnici e reti di volontari stanno producendo parti e munizioni per droni sfruttando la stampa 3D. Studi recenti indicano che alette e sistemi stabilizzatori realizzati con questa tecnologia vengono applicati a granate o cariche esplosive sganciate da piccoli velivoli, aumentandone la precisione e l’efficacia operativa. Altri rapporti segnalano la realizzazione di droni come il Liberator-MK1 e MK2, piattaforme ad ala fissa con struttura stampata in 3D e rinforzata in fibra di vetro, capaci di trasportare fino a 1,5 chilogrammi di esplosivo e impiegate da gruppi ribelli in Myanmar. In Yemen, le milizie Houthi sono note per utilizzare la stampa 3D nella produzione di componenti per droni e missili. In questo contesto un recente rapporto delle Nazioni Unite ha evidenziato come Al-Shabaab, in Somalia, stia sperimentando l’impiego della manifattura additiva per adattare sistemi aerei senza pilota di tipo commerciale, ampliandone le capacità operative. L’utilizzo della stampa 3D si estende inoltre alla produzione di ordigni esplosivi, granate e altre munizioni. Diversi gruppi armati hanno iniziato a realizzare dispositivi utilizzando involucri, alette e stabilizzatori stampati in 3D. Tra i casi più noti figurano le cosiddette «bombe a caramella», contenitori prodotti con stampanti 3D e riempiti con esplosivi convenzionali e frammenti metallici; oppure munizioni modificate con elementi stabilizzanti realizzati digitalmente, oltre a basi e componenti per mortai. Oltre alle armi complete, la manifattura additiva viene impiegata anche per produrre accessori e parti di ricambio, tra cui caricatori per pistole e fucili, impugnature, castelli e dispositivi di conversione per armi automatiche. A questi si aggiungono soluzioni personalizzate, come piattaforme di atterraggio per droni o componenti destinati a sistemi più complessi, confermando come la stampa 3D stia progressivamente ridefinendo non solo la produzione, ma anche l’impiego degli strumenti militari contemporanei.
Ma quanto vale il mercato delle armi stampate in 3D? È difficile da quantificare con precisione perché si sviluppa in gran parte fuori dai circuiti ufficiali e sfugge alle tradizionali metriche economiche. A differenza dell’industria bellica convenzionale, non esistono grandi produttori, bilanci pubblici o flussi commerciali tracciabili. Tuttavia, è possibile delinearne una stima indiretta partendo dal settore più ampio della manifattura additiva, che a livello globale supera ormai i 20 miliardi di dollari e continua a crescere a ritmi sostenuti. All’interno di questo ecosistema, la componente legata alle armi rappresenta una quota marginale dal punto di vista finanziario, ma con un peso sproporzionato sul piano strategico. Il «valore» non risiede tanto nel fatturato quanto nella capacità di abbattere i costi di accesso alla produzione di armamenti. Con poche centinaia di euro per una stampante e materiali facilmente reperibili, è possibile realizzare componenti funzionali o intere armi rudimentali. In questo senso, il mercato delle armi 3D vale poco come volume economico, ma moltissimo come leva di trasformazione: sposta il baricentro dalla produzione industriale alla diffusione di conoscenza tecnica, rendendo la capacità di armarsi più accessibile, decentralizzata e difficilmente controllabile.
Pistole, taser e tirapugni. Crescono i sequestri in Italia
Dalla propaganda radicale diffusa online fino alle stanze degli adolescenti. Nel 2025 la diffusione delle armi realizzate con stampanti 3D in Italia segna un passaggio decisivo: non è più un fenomeno circoscritto a singoli ambienti estremisti, ma si estende alla criminalità diffusa, abbassando l’età dei protagonisti e ampliando i rischi per la sicurezza. Un caso emblematico arriva dall’Abruzzo. A Sant’Egidio alla Vibrata, in provincia di Teramo, un ragazzo di 17 anni è stato fermato il 13 aprile e collocato in una comunità su disposizione del giudice per le indagini preliminari del Tribunale per i minorenni dell’Aquila. Il provvedimento, richiesto dalla procura minorile, è stato eseguito dalla Digos di Teramo insieme a quella dell’Aquila. Il giovane è ritenuto gravemente indiziato di propaganda e istigazione a delinquere per motivi razziali, etnici e religiosi, oltre che di attività di addestramento con finalità terroristiche. Le indagini erano partite dall’attività sui social, dove il minorenne diffondeva contenuti legati al suprematismo e all’accelerazionismo, la teoria che invoca il collasso della società attraverso la violenza. Una perquisizione aveva portato al sequestro dei dispositivi informatici, all’interno dei quali gli investigatori hanno trovato un vasto archivio digitale: propaganda neonazista ed estremista, materiali di incitamento all’azione e istruzioni dettagliate per la costruzione di armi.
Tra i file figuravano manuali per realizzare armi da fuoco con stampanti 3D, guide operative sull’uso di coltelli e documenti che indicavano come colpire punti vitali del corpo umano per rendere più efficace un’aggressione. In alcune chat sarebbero emersi anche contenuti estremi, con riferimenti a pratiche violente e rituali contro individui considerati «inferiori», in un contesto ideologico fondato sulla supremazia razziale. Particolarmente rilevante è l’aspetto dell’autoaddestramento. Il giovane, che disponeva di una stampante 3D, conservava istruzioni per assemblare una pistola semiautomatica, indicazioni operative per preparare azioni violente ed eludere i controlli, oltre a tutorial per la realizzazione di componenti di armi calibro 9x19 mm. Tra il materiale sequestrato anche un video che illustrava nel dettaglio la costruzione di una bomba molotov.
Se questo episodio evidenzia il legame tra radicalizzazione e tecnologia, un altro fronte mostra come il fenomeno stia penetrando nella criminalità giovanile. A Verona, tre minorenni hanno allestito un laboratorio domestico in cui producevano tirapugni in fibra di carbonio e dispositivi elettrici simili a taser utilizzando stampanti 3D, con l’obiettivo di venderli. Non si tratta di armamenti militari, ma il segnale è chiaro: strumenti offensivi possono essere creati senza controlli, con costi ridotti e competenze facilmente reperibili online. È qui che si misura il vero cambiamento. Negli anni precedenti, i casi italiani erano legati a contesti più strutturati. Nel 2024, a Pescara, un giovane era stato arrestato mentre cercava di costruire una pistola interamente stampata in 3D, modello FGC-9, all’interno di circuiti estremisti. A Roma, poco dopo, un’altra indagine aveva evidenziato collegamenti tra suprematismo online e produzione di «ghost gun», armi prive di matricola e quindi non tracciabili. Nel 2025, invece, la produzione si frammenta. Meno armi complete e più componenti, accessori e strumenti alternativi: oggetti più semplici da realizzare, meno visibili e più difficili da intercettare. È una trasformazione coerente con la logica della stampa 3D, che consente di produrre singole parti aggirando controlli e normative.
A rendere il quadro ancora più complesso è la dimensione digitale. Online circolano migliaia di progetti scaricabili o condivisi in circuiti chiusi. Forum, chat criptate e piattaforme peer-to-peer funzionano come snodi di distribuzione. In questo contesto, la distanza tra curiosità tecnologica e illegalità si riduce drasticamente: un file può trasformarsi in un’arma in poche ore, senza bisogno di reti criminali tradizionali. Per le autorità, la sfida è duplice: da un lato la diffusione di armi senza matricola rende la tracciabilità estremamente difficile; dall’altro la produzione decentralizzata elimina i tradizionali punti di controllo. Non esistono più filiere da interrompere: la fabbricazione è invisibile e potenzialmente ovunque. Il rischio non è solo quantitativo ma qualitativo. La tecnologia sta trasformando l’accesso alle armi, rendendolo individuale e difficilmente controllabile. Il caso di Verona, con protagonisti adolescenti, rappresenta il segnale più inquietante: la stampa 3D esce dall’eccezionalità e diventa uno strumento alla portata di chiunque. Il 2025 segna così il passaggio definitivo dalla produzione clandestina, confinata a circuiti ristretti e organizzati, alla diffusione domestica su larga scala, accessibile anche a singoli individui senza particolari competenze tecniche. Una trasformazione estremamente silenziosa, che si sviluppa lontano dai riflettori e senza segnali immediatamente percepibili, ma destinata a incidere in modo profondo e duraturo sugli equilibri della sicurezza, rendendo sempre più complesso il lavoro di prevenzione e controllo da parte delle autorità nei prossimi anni.
Così l’arsenale si scarica dal Web
La fabbricazione di armi letali non passa più solo dalle officine clandestine della criminalità organizzata. Oggi l’arsenale si scarica dal web e si stampa in salotto. Il movimento denominato «3D2A» (3D Second Amendment) ha trasformato semplici file digitali in armi da fuoco funzionanti, utilizzando i social media come infrastruttura logistica e pubblicitaria. Non si tratta di prototipi rudimentali, ma di modelli capaci di sparare centinaia di colpi, sfuggendo a ogni tracciamento e metal detector. Su TikTok, nonostante i divieti, proliferano video che mostrano l’assemblaggio di pistole e carabine dai colori sgargianti: viola, verde acido, arancione. L’obiettivo è doppio: eludere i sistemi di moderazione automatica, che scambiano queste armi per giocattoli innocui, e creare un’estetica «pop» che attira una nuova generazione di utenti. Per aggirare la censura, i creatori utilizzano un codice specifico: scrivono «g0ns» o «w3ap0n» e usano hashtag come #3D2A o #FOSSCAD.
TikTok funge da enorme imbuto pubblicitario: il video virale serve a intercettare l’interesse dell’utente, che viene poi smistato, tramite link esterni, verso canali Telegram criptati o piattaforme video decentralizzate come Odysee, dove la censura è praticamente inesistente. Se TikTok è la vetrina, X (ex Twitter) e Reddit sono i centri di coordinamento tecnico. Su X, figure di spicco della community come «IvanTheTroll» postano aggiornamenti quotidiani sui test balistici e sui nuovi file messi in rete. Qui la narrazione è radicale: «Can’t stop the signal» («non potete fermare il segnale») è il motto di chi rivendica il diritto di stampare armi come forma estrema di libertà di parola.
Su Reddit, all’interno del forum r/fosscad, oltre 100.000 iscritti condividono dettagli tecnici che, fino a pochi anni fa, erano esclusivo appannaggio delle industrie di armi. Si discute di come trattare chimicamente l’acciaio per produrre canne rigate in casa (elettroerosione) e di quali polimeri, come il Pla rinforzato con fibra di carbonio, offrano la massima resistenza alle alte temperature e alle esplosioni. Il centro dell’arsenale digitale, però, è Odysee, una piattaforma basata su blockchain. Qui risiedono i canali di collettivi come The Gatalog e Deterrence Dispensed. È qui che è nata la FGC-9 (Fuck Gun Control 9mm), l’arma simbolo del movimento. La sua pericolosità risiede nel design: è stata progettata per non richiedere alcun pezzo d’arma regolamentato. Ogni componente può essere stampato in 3D o costruito con materiali acquistabili in ferramenta, come tubi idraulici e molle comuni.
L’efficacia di queste armi è uscita dalla teoria per entrare prepotentemente nella cronaca nera. In Italia, le recenti operazioni della Digos e della Polizia Postale, a Treviso e Napoli, hanno dimostrato che il fenomeno è già realtà: soggetti legati a diverse aree ideologiche o alla semplice criminalità comune sono stati trovati in possesso di file Cad pronti per la produzione. La sicurezza nazionale è sotto scacco, senza precedenti. Il reato è diventato immateriale: l’arma esiste come sequenza di dati fino a pochi istanti prima di essere materializzata. Mentre le autorità cercano di controllare la vendita fisica di armi, il mercato nero si è già spostato nella fibra ottica, rendendo ogni stampante 3D domestica una potenziale fabbrica d’armi illegale a costo zero.
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Ecco #DimmiLaVerità del 20 aprile 2026. Il deputato di Fdi Silvio Giovine ci parla dei finanziamenti di George Soros a esponenti di sinistra.
I progressisti hanno trovato una nuova iconcina: il sindaco di Genova, tra feste da ballo e accessori chic. Ora viene celebrata in ogni luogo, tanto che rischia perfino di bruciarsi.
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Secondo un dossier dell’intelligence occidentale consultato da Euractiv, il vero punto di forza dell’organizzazione sostenuta da Teheran non risiede soltanto nell’arsenale, ma nella capacità di alimentare un flusso costante di risorse economiche su scala globale. L’Unione europea classifica il braccio armato di Hezbollah come organizzazione terroristica, mentre diversi Paesi membri hanno esteso il bando all’intera struttura. Tuttavia, le misure restrittive non hanno impedito al gruppo di mantenere una rete finanziaria capillare, che si estende dal Medio Oriente all’Europa occidentale, fino ad arrivare alla Cina e all’Africa. Uno degli aspetti centrali riguarda il fabbisogno economico della milizia.
Gli analisti stimano che Hezbollah necessiti di circa 50 milioni di dollari al mese per sostenere le proprie attività. Una cifra che include non solo l’acquisto di armamenti e il pagamento dei combattenti, ma anche il finanziamento di un articolato sistema di welfare parallelo, destinato a sostenere le famiglie dei miliziani uccisi o feriti. Questo elemento contribuisce a rafforzare il consenso interno e a consolidare il controllo sociale nei territori sotto influenza del gruppo. Il principale finanziatore resta l’Iran. Dopo le operazioni militari israeliane avviate nel 2024, il sostegno economico di Teheran avrebbe registrato un’impennata significativa. Secondo le valutazioni riportate nel rapporto, nel solo 2025 Hezbollah avrebbe ricevuto quasi un miliardo di dollari dalla Repubblica islamica. Si tratta di fondi che derivano in larga parte dalla vendita di petrolio, in particolare verso la Cina, e che vengono successivamente trasferiti attraverso circuiti finanziari non ufficiali progettati per aggirare le sanzioni internazionali. Il meccanismo è complesso e stratificato. Una parte consistente dei flussi transiterebbe attraverso società di comodo registrate a Hong Kong, negli Emirati Arabi Uniti e in Turchia. Da qui, imprenditori libanesi legati alla rete di Hezbollah si occuperebbero di far confluire il denaro verso il Libano. Secondo quanto riportato da Euractiv, si tratterebbe di un sistema rodato, capace di adattarsi rapidamente ai controlli e alle restrizioni imposte a livello internazionale.
Tra le figure chiave individuate dagli analisti emerge un operatore noto come Hassan K., attivo nel commercio dell’oro tra Libano e Dubai. Il rapporto gli attribuisce un ruolo centrale nel trasferimento di centinaia di milioni di dollari verso Hezbollah, attraverso una combinazione di strumenti: uffici di cambio in Turchia, trasporto fisico di contanti tramite corrieri e utilizzo di rotte terrestri tra Siria e Libano. Proprio la Siria continua a rappresentare un crocevia fondamentale per i flussi finanziari, nonostante il mutato contesto politico seguito alla caduta del regime di Bashar al-Assad nel dicembre 2024. Alcune società locali, con il presunto supporto della banca centrale siriana, sarebbero ancora coinvolte nei trasferimenti di denaro. Allo stesso tempo, le nuove autorità di Damasco hanno cercato di prendere le distanze dal gruppo, arrivando a dichiarare di aver sventato un attentato attribuito a una cellula di Hezbollah nella capitale. La rete si estende ben oltre il Medio Oriente. Secondo le informazioni raccolte, donazioni provenienti dalla diaspora sciita e da ambienti simpatizzanti in Europa occidentale e in Africa, in particolare dalla Costa d’Avorio, continuerebbero ad alimentare le casse della milizia. Questi fondi verrebbero canalizzati attraverso intermediari legati agli stessi circuiti finanziari internazionali.
Un altro nome rilevante è quello di Mohamad Noureddine, già colpito da sanzioni statunitensi nel 2016 per il suo ruolo nel sostegno finanziario a Hezbollah. Arrestato nello stesso anno in Francia con accuse di riciclaggio, è stato successivamente rilasciato e rimpatriato in Libano. Nonostante il suo inserimento nella blacklist, secondo gli analisti continuerebbe a operare attraverso società di cambio, collaborando con strutture attive in Siria. Il sistema si regge anche su strumenti informali difficili da tracciare, come la rete «hawala». Questo metodo consente di trasferire denaro senza movimentazioni bancarie dirette, basandosi su una catena di intermediari che operano su base fiduciaria. In questo modo, Hezbollah riesce a collegare le proprie reti finanziarie in Libano con controparti in Turchia e negli Emirati Arabi Uniti, riducendo il rischio di intercettazioni.
Negli ultimi mesi, tuttavia, alcuni Paesi hanno intensificato le contromisure. Le autorità turche hanno rafforzato i controlli sui trasferimenti diretti verso il Libano, mentre negli Emirati Arabi Uniti è stata smantellata una rete di contrabbando di oro e contanti che, secondo le accuse, operava per conto della milizia. Un ruolo strategico resta quello di Abdallah Saifeddine, figura di primo piano di Hezbollah in Iran. Considerato uno dei principali responsabili della raccolta fondi, avrebbe supervisionato per anni attività finanziarie su scala globale, comprese operazioni legate al traffico di droga tra Sud America, Stati Uniti ed Europa. Nonostante questo profilo, avrebbe in passato mantenuto contatti con diplomatici europei, fungendo da interlocutore informale in alcune circostanze. Secondo quanto riferito da Euractiv, Saifeddine sarebbe inoltre coinvolto nei rapporti con istituzioni finanziarie cinesi e nella gestione degli interessi economici di Hezbollah nel Paese asiatico, confermando la dimensione globale della rete. Sul piano interno, il fulcro del sistema resta l’Associazione Al-Qard al-Hassan, istituto finanziario controllato dalla milizia e già sanzionato dagli Stati Uniti. Attraverso questa struttura, i fondi provenienti dall’estero vengono mescolati ai depositi dei clienti – prevalentemente appartenenti alla comunità sciita – e redistribuiti per finanziare stipendi, operazioni militari e acquisti di armamenti.
Gli analisti ritengono che la persistenza di questo sistema rappresenti un ostacolo significativo per la stabilizzazione del Libano. La presenza di un circuito finanziario parallelo mina la credibilità del settore bancario nazionale e complica gli sforzi per uscire dalla «lista grigia» del Gruppo d’azione finanziaria internazionale, rendendo più difficile attrarre investimenti e fondi per la ricostruzione. Nonostante le pressioni internazionali, il governo libanese non ha finora adottato misure decisive per smantellare questa rete, limitandosi a una posizione ambigua. Un atteggiamento che riflette le profonde divisioni interne e il peso politico che Hezbollah continua a esercitare nel Paese.
Nel frattempo, mentre i combattimenti proseguono lungo il confine con Israele, emerge con chiarezza un dato: la resilienza della milizia non dipende solo dalla capacità militare, ma soprattutto da un sistema finanziario globale, flessibile e difficilmente penetrabile. Un fattore che, secondo gli analisti, rischia di prolungare il conflitto e di rendere ancora più complesso qualsiasi tentativo di stabilizzazione nella regione.
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