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2019-12-13
L’allarme degli (autentici) europeisti: «Fermatevi, il Mes destabilizza»
European Union
«Fermate la riforma del Meccanismo europeo di stabilità». La firma in calce all'accorato appello non è di qualche temerario parlamentare euroscettico, bensì quella di quattro autorevoli accademici, due dei quali membri della prestigiosa London school of economics. Non esattamente dunque quello che si potrebbe definire il tempio del sovranismo. Tanto per dare un'idea, tra i personaggi famosi che a vario titolo hanno calcato le sue aule troviamo l'ex premier e presidente della Commissione europea Romano Prodi, l'imprenditore George Soros, il filantropo David Rockefeller e ben 18 premi Nobel, tra cui Paul Krugman, Amartya Sen e Friedrich von Hayek. Gli autori del documento in questione sono il francese Shahin Valée, membro del German council on foreign relations e dottorando alla Lse, nonché consigliere economico dell'ex premier belga Herman van Rompuy e di Emmanuel Macron, ai tempi in cui questi era ministro dell'Economia; il belga Paul De Grauwe, professore di economia alla Lse; Jeremie Cohen-Setton, del Peterson institute for international economics; e il tedesco Sebastian Dullien, professore all'università Htw di Berlino e direttore dell'Istituto Imk.
«Senza dubbio la riforma è fortemente imperfetta e squilibrata», si legge nel testo pubblicato mercoledì sulla sezione del blog della Lse dedicata ai temi europei, «e la questione della riforma dell'area euro merita un'agenda più ampia e ambiziosa». Per questo motivo, scrivono i quattro, «i leader dell'Unione europea dovrebbero prendersi una pausa, fare un passo indietro e riprogettare la riforma». Le motivazioni di una richiesta così drastica sono spiegate nel dettaglio all'interno dell'articolo. Gli studiosi individuano tre problemi chiave nella stesura della revisione del Fondo salva Stati.
Primo: con questo passaggio il Mes rimarrebbe un'organizzazione intergovernativa, anziché trasformarsi in una vera e propria istituzione europea. Di conseguenza, «la sua governance sarebbe sotto il ricatto dei veti nazionali, le sue decisioni non potrebbero essere controllate dal Parlamento europeo, e i suoi poteri eroderebbero quelli della Commissione europea». Secondo, e forse più rilevante per il nostro Paese: la «capacità da parte del Mes di giocare un ruolo stabilizzatore grazie alla creazione di linee di credito precauzionali (Pccl) è stata indebolita dall'introduzione di una serie di criteri che rendono questo strumento di fatto inaccessibile a molti Stati». Non si parla solo dell'Italia. Diversi altri Paesi, a oggi, non rispondono ai requisiti per il ricorso agli aiuti: secondo un'analisi del think tank Bruegel, infatti, nel 2019 oltre all'Italia rimarrebbero fuori Belgio, Spagna, Francia, Cipro, Lettonia, Portogallo, Slovenia e Finlandia. «Insieme alla riforma delle Clausole di azione collettiva e al rafforzamento del ruolo del Mes nella ristrutturazione del debito, questi cambiamenti avrebbero probabilmente un effetto destabilizzante». Terzo e ultimo punto: quella che un po' da tutti viene considerata una conquista, ovvero il meccanismo di backstop per il Fondo di risoluzione unico delle banche, in realtà rimane vincolato al veto dei singoli parlamenti nazionali. E per effetto di questa limitazione il sistema tanto sbandierato dal premier, Giuseppe Conte («rafforza le risorse comuni messe a disposizione in caso di difficoltà temporanee di istituti di credito europei»), viene definito dagli studiosi una «paper tiger» (letteralmente una «tigre di carta», ndr), cioè un fuoco di paglia.
La pubblicazione di ieri rappresenta senza ombra di dubbio il contributo critico alla revisione del trattato del Mes più strutturato e autorevole partorito all'estero. Oltre ad avere il grande merito di rompere finalmente il muro di omertà che sembrava essersi sollevato oltreconfine intorno a questo tema. Come raccontato a suo tempo su queste stesse pagine, il primo sasso l'aveva lanciato a fine novembre lo stesso Shahin Vallée, uno degli autori del documento. «La riforma del trattato sul Mes non vale la carta su cui è scritto», aveva scritto su Twitter l'economista francese, «l'Eurogruppo e l'Eurosummit di dicembre dovrebbero rinviarne l'approvazione». Raggiunto dalla Verità, Vallée ha spiegato che «pur in presenza di una politicizzazione estrema della vicenda», il nostro Paese fa bene a protestare: «Concordo con il premier Conte sulla necessità di rafforzare la riforma nell'ottica di una cosiddetta “logica di pacchetto": la riforma del Mes, da sola, non funziona». Più debole, ma pur sempre valida, l'argomentazione di Matteo Salvini sul rischio della ristrutturazione del debito. Ma perché negli altri Paesi non se ne parla? «Magari si crede che questi temi siano secondari, o forse si preferisce procedere con la logica dei piccoli passi», ragiona con noi il francese. «Non vedo il sostegno unanime per una riforma tanto ambiziosa», gli ha risposto su Twitter Wolfgang Schmidt, sottosegretario di Olaf Scholz al ministero tedesco delle Finanze. «Stiamo mancando il bersaglio», gli ha risposto Vallée, «fate un passo indietro».
Draghi, un Super Mario ma pigro
Una leadership pigra, tanto pragmatismo e una calma serafica. Di Mario Draghi gli autori del libro L'artefice (Rizzoli), Jana Randow e Alessandro Speciale, parlano così, raccogliendo gli aneddoti e la storia degli otto anni di Super Mario alla guida della Banca centrale europea. Pagine serie, che tengono traccia del cammino duro e lastricato di decisioni cruciali prese a Francoforte per la difesa dell'Eurozona, ma con in filigrana un ritratto inedito, a volte addirittura intimo, di uno degli uomini più interessanti di quest'epoca.
Tra i classici di Draghi in Bce, c'è la sua teoria sulle persone, classificabili in quattro categorie: «intelligenti, meno intelligenti, attiviste e pigre», come ha spiegato Speciale alla Verità. «Secondo questa regola le persone che sono adatte ad avere il massimo del livello del comando sono quelle intelligenti e pigre», che «non siano in alcun modo iperattive e che non vogliano decidere tutto da sole», ma che si concentrino solo su poche cose chiare, delegando tutto il resto. Questa in sostanza la formula del successo targata Draghi, «molto diversa dal suo predecessore Jean Claude Trichet, che addirittura andava in giro a spegnere la luce la sera».
Il dibattito sul libro è avvenuto ieri a Roma, alla fondazione De Gasperi, in un incontro a porte chiuse con persone qualificate, tra cui docenti universitari, economisti, ricercatori, membri dell'ufficio studi del Parlamento, di Bankitalia, Cassa depositi e prestiti e del centro internazionale di Comunione e liberazione. A far da padrone di casa l'economista Domenico Lombardi, che ha ricordato l'impegno e l'equidistanza di Draghi nonostante abbia preso le redini della Bce in una fase assurdamente problematica, quando la crisi del debito si era allargata a macchia d'olio dalla Grecia allo Stivale, facendo tremare la tenuta stessa dell'euro. E poi il suo ormai famosissimo whatever it takes del 2012, quando decise di fare «tutto il necessario» per alzare il cartellino rosso sul muso degli speculatori che consideravano finita la moneta unica. Un'avventura ad alto tasso di adrenalina, che il governatore gestiva sempre con sangue freddo. «Gli unici che sono riusciti a fargli perdere le staffe sono stati Yanis Varoufakis, l'allora ministro delle Finanze nel primo governo Tsipras e il già ministro delle Finanze e attuale presidente del Bundestag, Wolfgang Schäuble», ha raccontato divertito Speciale. «Al primo, durante una riunione del luglio 2015, aveva chiesto di non rivelare nulla alla stampa di quanto si erano detti», e lo aveva fatto per il suo bene, quello del suo Paese, «ma Varoufakis non lo ascoltò e Draghi quella volta se la prese parecchio». Un'altra curiosità è legata allo stile delle riunioni: «Mai nessuna poteva durare più di un'ora e lui interveniva se vedeva che si stava perdendo il focus dell'argomento. Tutto quindi doveva essere nel segno della progettualità», con il ritmo tipico di chi ha studiato all'Mit, dove insegnano che il tempo è denaro. Infine lo scatto del campione, la giusta dose di umanità, quella che gli permetteva di risolvere problemi enormi e appesantiti da riti e burocrazie con una telefonata.
In tanti hanno parlato di un suo potere sotterraneo di guidare come burattini i politici, ma chi chiamava sul cellulare, almeno secondo l'autore, «non era Draghi, ma i ministri», che vedevano in lui il tipico «buon padre di famiglia», come si dice in economia.
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Quattro accademici della London school, tra cui Paul De Grauwe, fanno a pezzi il salva Stati: «Riforma squilibrata». Sotto accusa gli aiuti inaccessibili per molti Paesi e il potere di ricatto dei veti nazionali.Presentato ieri a Roma il libro che spiega i segreti della leadership dell'ex capo Bce. Famosa per i buoni rapporti con tutti. Con due sole eccezioni: Yanis Varoufakis e Wolfgang Schäuble.Lo speciale contiene due articoli«Fermate la riforma del Meccanismo europeo di stabilità». La firma in calce all'accorato appello non è di qualche temerario parlamentare euroscettico, bensì quella di quattro autorevoli accademici, due dei quali membri della prestigiosa London school of economics. Non esattamente dunque quello che si potrebbe definire il tempio del sovranismo. Tanto per dare un'idea, tra i personaggi famosi che a vario titolo hanno calcato le sue aule troviamo l'ex premier e presidente della Commissione europea Romano Prodi, l'imprenditore George Soros, il filantropo David Rockefeller e ben 18 premi Nobel, tra cui Paul Krugman, Amartya Sen e Friedrich von Hayek. Gli autori del documento in questione sono il francese Shahin Valée, membro del German council on foreign relations e dottorando alla Lse, nonché consigliere economico dell'ex premier belga Herman van Rompuy e di Emmanuel Macron, ai tempi in cui questi era ministro dell'Economia; il belga Paul De Grauwe, professore di economia alla Lse; Jeremie Cohen-Setton, del Peterson institute for international economics; e il tedesco Sebastian Dullien, professore all'università Htw di Berlino e direttore dell'Istituto Imk.«Senza dubbio la riforma è fortemente imperfetta e squilibrata», si legge nel testo pubblicato mercoledì sulla sezione del blog della Lse dedicata ai temi europei, «e la questione della riforma dell'area euro merita un'agenda più ampia e ambiziosa». Per questo motivo, scrivono i quattro, «i leader dell'Unione europea dovrebbero prendersi una pausa, fare un passo indietro e riprogettare la riforma». Le motivazioni di una richiesta così drastica sono spiegate nel dettaglio all'interno dell'articolo. Gli studiosi individuano tre problemi chiave nella stesura della revisione del Fondo salva Stati. Primo: con questo passaggio il Mes rimarrebbe un'organizzazione intergovernativa, anziché trasformarsi in una vera e propria istituzione europea. Di conseguenza, «la sua governance sarebbe sotto il ricatto dei veti nazionali, le sue decisioni non potrebbero essere controllate dal Parlamento europeo, e i suoi poteri eroderebbero quelli della Commissione europea». Secondo, e forse più rilevante per il nostro Paese: la «capacità da parte del Mes di giocare un ruolo stabilizzatore grazie alla creazione di linee di credito precauzionali (Pccl) è stata indebolita dall'introduzione di una serie di criteri che rendono questo strumento di fatto inaccessibile a molti Stati». Non si parla solo dell'Italia. Diversi altri Paesi, a oggi, non rispondono ai requisiti per il ricorso agli aiuti: secondo un'analisi del think tank Bruegel, infatti, nel 2019 oltre all'Italia rimarrebbero fuori Belgio, Spagna, Francia, Cipro, Lettonia, Portogallo, Slovenia e Finlandia. «Insieme alla riforma delle Clausole di azione collettiva e al rafforzamento del ruolo del Mes nella ristrutturazione del debito, questi cambiamenti avrebbero probabilmente un effetto destabilizzante». Terzo e ultimo punto: quella che un po' da tutti viene considerata una conquista, ovvero il meccanismo di backstop per il Fondo di risoluzione unico delle banche, in realtà rimane vincolato al veto dei singoli parlamenti nazionali. E per effetto di questa limitazione il sistema tanto sbandierato dal premier, Giuseppe Conte («rafforza le risorse comuni messe a disposizione in caso di difficoltà temporanee di istituti di credito europei»), viene definito dagli studiosi una «paper tiger» (letteralmente una «tigre di carta», ndr), cioè un fuoco di paglia. La pubblicazione di ieri rappresenta senza ombra di dubbio il contributo critico alla revisione del trattato del Mes più strutturato e autorevole partorito all'estero. Oltre ad avere il grande merito di rompere finalmente il muro di omertà che sembrava essersi sollevato oltreconfine intorno a questo tema. Come raccontato a suo tempo su queste stesse pagine, il primo sasso l'aveva lanciato a fine novembre lo stesso Shahin Vallée, uno degli autori del documento. «La riforma del trattato sul Mes non vale la carta su cui è scritto», aveva scritto su Twitter l'economista francese, «l'Eurogruppo e l'Eurosummit di dicembre dovrebbero rinviarne l'approvazione». Raggiunto dalla Verità, Vallée ha spiegato che «pur in presenza di una politicizzazione estrema della vicenda», il nostro Paese fa bene a protestare: «Concordo con il premier Conte sulla necessità di rafforzare la riforma nell'ottica di una cosiddetta “logica di pacchetto": la riforma del Mes, da sola, non funziona». Più debole, ma pur sempre valida, l'argomentazione di Matteo Salvini sul rischio della ristrutturazione del debito. Ma perché negli altri Paesi non se ne parla? «Magari si crede che questi temi siano secondari, o forse si preferisce procedere con la logica dei piccoli passi», ragiona con noi il francese. «Non vedo il sostegno unanime per una riforma tanto ambiziosa», gli ha risposto su Twitter Wolfgang Schmidt, sottosegretario di Olaf Scholz al ministero tedesco delle Finanze. «Stiamo mancando il bersaglio», gli ha risposto Vallée, «fate un passo indietro».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lallarme-degli-autentici-europeisti-fermatevi-il-mes-destabilizza-2641583016.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="draghi-un-super-mario-ma-pigro" data-post-id="2641583016" data-published-at="1769715377" data-use-pagination="False"> Draghi, un Super Mario ma pigro Una leadership pigra, tanto pragmatismo e una calma serafica. Di Mario Draghi gli autori del libro L'artefice (Rizzoli), Jana Randow e Alessandro Speciale, parlano così, raccogliendo gli aneddoti e la storia degli otto anni di Super Mario alla guida della Banca centrale europea. Pagine serie, che tengono traccia del cammino duro e lastricato di decisioni cruciali prese a Francoforte per la difesa dell'Eurozona, ma con in filigrana un ritratto inedito, a volte addirittura intimo, di uno degli uomini più interessanti di quest'epoca. Tra i classici di Draghi in Bce, c'è la sua teoria sulle persone, classificabili in quattro categorie: «intelligenti, meno intelligenti, attiviste e pigre», come ha spiegato Speciale alla Verità. «Secondo questa regola le persone che sono adatte ad avere il massimo del livello del comando sono quelle intelligenti e pigre», che «non siano in alcun modo iperattive e che non vogliano decidere tutto da sole», ma che si concentrino solo su poche cose chiare, delegando tutto il resto. Questa in sostanza la formula del successo targata Draghi, «molto diversa dal suo predecessore Jean Claude Trichet, che addirittura andava in giro a spegnere la luce la sera». Il dibattito sul libro è avvenuto ieri a Roma, alla fondazione De Gasperi, in un incontro a porte chiuse con persone qualificate, tra cui docenti universitari, economisti, ricercatori, membri dell'ufficio studi del Parlamento, di Bankitalia, Cassa depositi e prestiti e del centro internazionale di Comunione e liberazione. A far da padrone di casa l'economista Domenico Lombardi, che ha ricordato l'impegno e l'equidistanza di Draghi nonostante abbia preso le redini della Bce in una fase assurdamente problematica, quando la crisi del debito si era allargata a macchia d'olio dalla Grecia allo Stivale, facendo tremare la tenuta stessa dell'euro. E poi il suo ormai famosissimo whatever it takes del 2012, quando decise di fare «tutto il necessario» per alzare il cartellino rosso sul muso degli speculatori che consideravano finita la moneta unica. Un'avventura ad alto tasso di adrenalina, che il governatore gestiva sempre con sangue freddo. «Gli unici che sono riusciti a fargli perdere le staffe sono stati Yanis Varoufakis, l'allora ministro delle Finanze nel primo governo Tsipras e il già ministro delle Finanze e attuale presidente del Bundestag, Wolfgang Schäuble», ha raccontato divertito Speciale. «Al primo, durante una riunione del luglio 2015, aveva chiesto di non rivelare nulla alla stampa di quanto si erano detti», e lo aveva fatto per il suo bene, quello del suo Paese, «ma Varoufakis non lo ascoltò e Draghi quella volta se la prese parecchio». Un'altra curiosità è legata allo stile delle riunioni: «Mai nessuna poteva durare più di un'ora e lui interveniva se vedeva che si stava perdendo il focus dell'argomento. Tutto quindi doveva essere nel segno della progettualità», con il ritmo tipico di chi ha studiato all'Mit, dove insegnano che il tempo è denaro. Infine lo scatto del campione, la giusta dose di umanità, quella che gli permetteva di risolvere problemi enormi e appesantiti da riti e burocrazie con una telefonata. In tanti hanno parlato di un suo potere sotterraneo di guidare come burattini i politici, ma chi chiamava sul cellulare, almeno secondo l'autore, «non era Draghi, ma i ministri», che vedevano in lui il tipico «buon padre di famiglia», come si dice in economia.
(IStock)
Don Chichì ha un’idea. «Tornare alle origini, a Cristo e ai suoi Apostoli che portavano alle genti sofferenti la parola consolatrice di Dio! Passare casa per casa, bussare a tutte le porte, interessarsi di tutti i problemi dei fedeli, intervenire attivamente dove è possibile. Trasformare il prete-burocrate in amico». Naturalmente l’idea di don Chichì, che poi è quella della Chiesa del post Concilio, fu un fiasco.
E rischia di esserlo ancora di più ora che la Cei - come si legge nel documento finale del suo consiglio permanente (quasi fosse la Cgil) - «ha demandato alla Presidenza la costituzione di gruppi di lavoro per lo studio di linee orientative e indicazioni per la riconfigurazione territoriale delle comunità parrocchiali e l’affido della partecipazione alla cura pastorale di una comunità a un diacono o un’altra persona non insignita del carattere sacerdotale o a una comunità di persone, e anche per lo studio degli aspetti teologici, antropologici e pastorali relativi all’accoglienza di persone omoaffettive e transgender».
Proviamo a tradurre il burocratese della Conferenza episcopale: nel documento si chiede che ogni comunità parrocchiale abbia un fedele, sia esso diacono o laico, che si possa occupare dell’inclusione di persone omosessuali o trans. Bene. Anzi, male: perché la Chiesa oggi pare interessata a tutto fuorché a far arrivare il maggior numero di anime possibili al Padreterno. Per cui parla di tutto - del clima, dei trans, della disoccupazione e del fatto che non esistono più le mezze stagioni - ma mai (o quasi) della fede. Eppure quello dovrebbe essere il cuore di tutto.
Giovanni Maria Vianney, il curato d’Ars, faceva una cosa molto semplice. Si alzava la mattina e si chiudeva nel confessionale, dove rimaneva per ore e ore. I fedeli accorrevano da ogni dove per dirgli i peccati che avevano commesso, certamente, ma pure le loro difficoltà. E lui ascoltava tutti e li assolveva nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Promettevano di non peccare più, ma poi ci ricadevano lo stesso. E allora indietro dal curato d’Ars, che non si muoveva mai da quell’inginocchiatoio di legno. Era, lui, un prete-prete. Non il prete amico di don Chichì, prototipo di tanti preti-amici che oggi sono vescovi e cardinali. Che hanno perso il centro e che a furia di cercare chi era lontano hanno perso chi si trovava più vicino. Basta entrare in una chiesa per rendersene conto. Non c’è più nessuno che prega. A volte qualche vecchina, come una sentinella solitaria, che sgrana il rosario. A volte qualcuno che chiede un miracolo per sé o per qualche caro.
La primavera del Concilio, come ha detto Paolo VI, si è rivelata un gelido inverno. Che ha ghiacciato le anime. E ora, per provare a portare qualcuno in chiesa, si punta ad aprirsi ulteriormente, a colpi di psicologia e sociologia. Ma ciò che serve davvero è qualcuno che parli fede. Qualcuno che parli meno di questo mondo e più dell’altro. C’è bisogno del Cristo dell’altare maggiore, che indica la via, e di preti come don Camillo, che abbiano mani come badili per rimetterti in carreggiata. E che siano in grado di scaldare il nostro vecchio cuore di marziani, come direbbe Giovannino Guareschi.
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(Ansa)
La riforma consta di otto articoli, sull’ultimo dei quali - «Disposizioni transitorie» - tornerò alla fine. Gli altri sette modificano gli articoli 87, 102, 104-107 e 110 della Costituzione. Sembrerebbe la modifica di sette articoli e infatti le lamentele del Comitato per il No esordiscono proprio così: «Questa legge modifica sette articoli della Costituzione». Il che, pur apparentemente vero, è sostanzialmente sonoramente falso e fuorviante. Il Comitato per il No esordisce manipolandovi col trasmettere il messaggio angoscioso che la riforma governativa stravolgerebbe la Costituzione. Una comunicazione levantina che da sola basterebbe a togliere ogni fiducia a chi invita a votare No.
La verità sostanziale è che si modificano solo due articoli, mentre gli altri sono solo adeguati per coerenza. Per esempio, visto che nei due veri articoli modificati si istituiscono due magistrature governate, ciascuna, dal proprio Consiglio superiore, l’articolo 87 - che attualmente recita: «Il presidente della Repubblica presiede il Csm» - diventa: «Il presidente della Repubblica presiede il Csm giudicante e il Csm requirente». Simili considerazioni valgono per gli articoli 102, 105, 106 e 110. Gli articoli veramente modificati sono il 104 e il 105. La riforma disciplina tre cose.
L’esordio dell’articolo 104 - «La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere» - diventa: «La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere ed è composta dai magistrati della carriera giudicante e della carriera requirente». È finalmente introdotta la separazione delle carriere: così come l’avvocato che vi difende non è collega del giudice che deve emettere sentenza, anche la pubblica accusa non lo sarà più. Ove l’articolo vecchio continua assegnando la presidenza dell’unico Csm al capo dello Stato, quello nuovo si adegua, istituisce due Csm e mantiene il capo dello Stato a presiederli entrambi. Ecco attuato il principio del giusto processo, in ottemperanza all’articolo 111 della Costituzione.
Secondo il vecchio articolo, gli altri componenti (attualmente 24) sono «eletti» per 2/3 dai magistrati e per 1/3 da una lista che il Parlamento compone tra professionisti di lungo corso del diritto. Nell’articolo modificato dalla riforma, la parola «eletti» è sostituita con le parole «estratti a sorte».
L’articolo 105 attuale recita: «Spettano al Csm le assunzioni, le assegnazioni e i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati». Il nuovo articolo 105 è molto più lungo, col primo comma quasi coincidente con l’intero articolo vecchio: «Spettano a ciascuno dei due Csm le assunzioni, le assegnazioni, i trasferimenti, le valutazioni di professionalità e i conferimenti di funzioni nei riguardi dei magistrati». Come si nota, le parole «le promozioni» sono sostituite con le parole «le valutazioni di professionalità e i conferimenti di funzioni»; e sono state soppresse le parole «provvedimenti disciplinari» del vecchio articolo. Cosa significa? Significa, intanto, che ove la vecchia legge parla solo di «promozioni», la nuova parla di «valutazioni di professionalità». Ora, non voglio qui rivangare la brillante carriera dei giudici che hanno distrutto la vita di Enzo Tortora, solo perché non voglio dare l’impressione che quella del caso Tortora sia l’eccezione che conferma una regola: temo che sia invece la regola. Ancora: a leggere l’attuale articolo 105, suona quanto mai bizzarro che eventuali provvedimenti disciplinari nei confronti di un magistrato siano affidati a coloro che quel medesimo magistrato ha eletto. E, infatti, come osservavo a mo’ di esempio, quelli coinvolti nel caso Tortora, lungi dal subire provvedimenti disciplinari, fecero invece brillante carriera. Nel resto del nuovo art. 105, la riforma istituisce allora un’Alta Corte disciplinare, composta da 15 giudici professionalmente qualificati: «Tre dei quali nominati dal presidente della Repubblica» e gli altri 12 sono, di nuovo, tutti estratti a sorte: sei sono della magistratura giudicante, tre della magistratura inquirente e tre da un elenco di professionisti di lungo corso del diritto nominati dal Parlamento. I membri dell’Alta Corte non possono essere membri di nessun Parlamento (regionale, nazionale o europeo) né possono esercitare professione di avvocato. Infine, chi è soggetto a provvedimenti dell’Alta Corte può impugnarli solo dinanzi alla medesima Corte e, in questo caso, essa giudica in assenza dei componenti che hanno concorso alla decisione impugnata.
La prima lamentela del Comitato per il No è che la riforma assoggetterebbe il Csm al governo e/o al Parlamento. Ora, ditemi voi, come possa mai accadere che, passando da un meccanismo elettivo a una estrazione a sorte, chicchessia possa meglio influenzare sull’esito finale. Anzi, l’estrazione a sorte tra i titolati a far parte dei due Csm o dell’Alta Corte è l’unica cosa che garantisce che la scelta dei componenti sia avvenuta senza alcuna influenza esterna. Allora, chi vi dice che la riforma introduce, rispetto alla vecchia legge, maggiore controllo del potere politico, vi sta manipolando, vi sta mentendo, e vi sta togliendo il potere di scegliere. Né è vero che gli scelti per votazione sono i più «bravi»: sono solo quelli che hanno avuto più voti.
Le «Disposizioni transitorie», poi, prevedono che le leggi sul Csm, sull’ordinamento giudiziario e sulla giurisdizione disciplinare siano adeguate entro un anno alla nuova norma costituzionale. Allora, non solo con la nuova legge l’ingerenza della politica sulla magistratura è ridotta, ma codesta presunta ingerenza non è di alcun beneficio all’attuale esecutivo, che sarà a scadenza a ridosso dell’entrata in vigore della riforma.
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Una seduta del Csm (Imagoeconomica)
Battute a parte, resta la notizia e cioè che ieri il Tar del Lazio ha dato torto ai criticoni: il referendum si terrà nella data fissata dal governo, quindi domenica 22 e lunedì 23 marzo. Per i giudici amministrativi le preoccupazioni del No non avevano senso, non c’era alcuna prevaricazione e soprattutto il tempo per informare i cittadini è assolutamente congruo. Del resto, lo stesso capo dello Stato Sergio Mattarella non aveva avuto problemi a firmare la delibera che fissava la data, alla quale si era giunti dopo una mediazione di equilibrio.
Pertanto non ci saranno sorprese: si va dritti sul 22 e il 23 marzo, nel senso che la decisione del governo, secondo il Tar, non è un atto «lesivo e illegittimo» e non «rappresenta di fatto l’espropriazione del diritto dei cittadini di raccogliere le firme». La decisione dei giudici amministrativi è tanto più importante se si pensa che è avvenuta con sentenza e non con ordinanza, il che - per dirla in soldoni - rafforza la stessa, poiché non si ferma al solo congelamento del ricorso (cioè la richiesta di sospensione cautelare) ma entra anche nel merito delle questioni sollevate dai 15 giuristi che avevano promosso l’iniziativa. Insomma il governo e il fronte del Sì vincono abbondantemente su tutta la linea.
Questo ci permette allora di riprendere quanto nei giorni scorsi Alessandro Sallusti aveva già scritto, illuminando un aspetto fondamentale. Perché - si domandava - così tanto affanno da parte dei promotori nel chiedere la sospensione cautelare rispetto alla data fissata dal governo? Perché chiedere il posticipo, denunciando lesioni di diritti a danno dei cittadini? Ecco, Sallusti ci indicava una ragione che alla luce della sentenza del Tar del Lazio si fa ancor più condivisibile. Al fronte del No, quello che sta raccontando di pm che verrebbero assoggettati al potere politico (da qui la campagna pubblicitaria nelle stazioni e non solo…), interesserebbe arrivare al rinnovo del Csm con le vecchie regole; perciò spingeva a posticipare il referendum: buttare la palla in tribuna e guadagnare tempo.
In effetti, quand’anche il referendum convalidasse la riforma del governo - come sembra dai recenti sondaggi - poi ci sarà bisogno dei decreti attuativi, cioè di quelle leggi che «fanno camminare» le buone intenzioni legislative. Una vittoria del Sì il 22 e il 23 marzo velocizzerebbe tali norme blindandole in un calendario favorevole al rinnovo del Csm secondo le nuove regole. Un posticipo del referendum avrebbe invece ritardato tali tabella di marcia. Ci sono dieci mesi circa per impostare il rinnovo del Csm che va a scadenza tra un anno: se tutto filerà liscio a quel punto avremo un Csm per i giudici e uno per i pm, con l’azzeramento dei giochi tra le correnti perché gli organi di autogoverno sarebbero compilati secondo il sorteggio.
Ritardare il referendum avrebbe vanificato questa operazione anche in caso di vittoria dei Sì perché le procedure di rinnovo sarebbero state fatte con le vecchie regole e quindi… Buonanotte ai suonatori. La decisone del Tar del Lazio - che ripeto è entrato nel merito delle questioni sollevate dai 15 giuristi promotori spazzandole via - dà indirettamente ulteriore smalto ai promotori del Sì e ci consentirà di entrare nel vivo della campagna al netto degli allarmismi creati ad arte. Questa riforma è un passo avanti in una ridefinizione della giustizia rimettendola su binari più consoni, facendo invece deragliare (con la procedura del sorteggio) il treno del correntismo togato. La riforma del Csm è il cuore della legge costituzionale su cui ci esprimeremo e - ora più che mai - siamo convinti che proprio per questo le anime più politicizzate stanno dicendo e facendo cose bizzarre, dai post del segretario alla richiesta di rinvio del referendum.
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Ecco #DimmiLaVerità del 29 gennaio 2026. Il grande esperto di geopolitica Daniele Ruvinetti rivela un dettaglio inedito della escalation Usa-Iran.