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2019-12-13
L’allarme degli (autentici) europeisti: «Fermatevi, il Mes destabilizza»
European Union
«Fermate la riforma del Meccanismo europeo di stabilità». La firma in calce all'accorato appello non è di qualche temerario parlamentare euroscettico, bensì quella di quattro autorevoli accademici, due dei quali membri della prestigiosa London school of economics. Non esattamente dunque quello che si potrebbe definire il tempio del sovranismo. Tanto per dare un'idea, tra i personaggi famosi che a vario titolo hanno calcato le sue aule troviamo l'ex premier e presidente della Commissione europea Romano Prodi, l'imprenditore George Soros, il filantropo David Rockefeller e ben 18 premi Nobel, tra cui Paul Krugman, Amartya Sen e Friedrich von Hayek. Gli autori del documento in questione sono il francese Shahin Valée, membro del German council on foreign relations e dottorando alla Lse, nonché consigliere economico dell'ex premier belga Herman van Rompuy e di Emmanuel Macron, ai tempi in cui questi era ministro dell'Economia; il belga Paul De Grauwe, professore di economia alla Lse; Jeremie Cohen-Setton, del Peterson institute for international economics; e il tedesco Sebastian Dullien, professore all'università Htw di Berlino e direttore dell'Istituto Imk.
«Senza dubbio la riforma è fortemente imperfetta e squilibrata», si legge nel testo pubblicato mercoledì sulla sezione del blog della Lse dedicata ai temi europei, «e la questione della riforma dell'area euro merita un'agenda più ampia e ambiziosa». Per questo motivo, scrivono i quattro, «i leader dell'Unione europea dovrebbero prendersi una pausa, fare un passo indietro e riprogettare la riforma». Le motivazioni di una richiesta così drastica sono spiegate nel dettaglio all'interno dell'articolo. Gli studiosi individuano tre problemi chiave nella stesura della revisione del Fondo salva Stati.
Primo: con questo passaggio il Mes rimarrebbe un'organizzazione intergovernativa, anziché trasformarsi in una vera e propria istituzione europea. Di conseguenza, «la sua governance sarebbe sotto il ricatto dei veti nazionali, le sue decisioni non potrebbero essere controllate dal Parlamento europeo, e i suoi poteri eroderebbero quelli della Commissione europea». Secondo, e forse più rilevante per il nostro Paese: la «capacità da parte del Mes di giocare un ruolo stabilizzatore grazie alla creazione di linee di credito precauzionali (Pccl) è stata indebolita dall'introduzione di una serie di criteri che rendono questo strumento di fatto inaccessibile a molti Stati». Non si parla solo dell'Italia. Diversi altri Paesi, a oggi, non rispondono ai requisiti per il ricorso agli aiuti: secondo un'analisi del think tank Bruegel, infatti, nel 2019 oltre all'Italia rimarrebbero fuori Belgio, Spagna, Francia, Cipro, Lettonia, Portogallo, Slovenia e Finlandia. «Insieme alla riforma delle Clausole di azione collettiva e al rafforzamento del ruolo del Mes nella ristrutturazione del debito, questi cambiamenti avrebbero probabilmente un effetto destabilizzante». Terzo e ultimo punto: quella che un po' da tutti viene considerata una conquista, ovvero il meccanismo di backstop per il Fondo di risoluzione unico delle banche, in realtà rimane vincolato al veto dei singoli parlamenti nazionali. E per effetto di questa limitazione il sistema tanto sbandierato dal premier, Giuseppe Conte («rafforza le risorse comuni messe a disposizione in caso di difficoltà temporanee di istituti di credito europei»), viene definito dagli studiosi una «paper tiger» (letteralmente una «tigre di carta», ndr), cioè un fuoco di paglia.
La pubblicazione di ieri rappresenta senza ombra di dubbio il contributo critico alla revisione del trattato del Mes più strutturato e autorevole partorito all'estero. Oltre ad avere il grande merito di rompere finalmente il muro di omertà che sembrava essersi sollevato oltreconfine intorno a questo tema. Come raccontato a suo tempo su queste stesse pagine, il primo sasso l'aveva lanciato a fine novembre lo stesso Shahin Vallée, uno degli autori del documento. «La riforma del trattato sul Mes non vale la carta su cui è scritto», aveva scritto su Twitter l'economista francese, «l'Eurogruppo e l'Eurosummit di dicembre dovrebbero rinviarne l'approvazione». Raggiunto dalla Verità, Vallée ha spiegato che «pur in presenza di una politicizzazione estrema della vicenda», il nostro Paese fa bene a protestare: «Concordo con il premier Conte sulla necessità di rafforzare la riforma nell'ottica di una cosiddetta “logica di pacchetto": la riforma del Mes, da sola, non funziona». Più debole, ma pur sempre valida, l'argomentazione di Matteo Salvini sul rischio della ristrutturazione del debito. Ma perché negli altri Paesi non se ne parla? «Magari si crede che questi temi siano secondari, o forse si preferisce procedere con la logica dei piccoli passi», ragiona con noi il francese. «Non vedo il sostegno unanime per una riforma tanto ambiziosa», gli ha risposto su Twitter Wolfgang Schmidt, sottosegretario di Olaf Scholz al ministero tedesco delle Finanze. «Stiamo mancando il bersaglio», gli ha risposto Vallée, «fate un passo indietro».
Draghi, un Super Mario ma pigro
Una leadership pigra, tanto pragmatismo e una calma serafica. Di Mario Draghi gli autori del libro L'artefice (Rizzoli), Jana Randow e Alessandro Speciale, parlano così, raccogliendo gli aneddoti e la storia degli otto anni di Super Mario alla guida della Banca centrale europea. Pagine serie, che tengono traccia del cammino duro e lastricato di decisioni cruciali prese a Francoforte per la difesa dell'Eurozona, ma con in filigrana un ritratto inedito, a volte addirittura intimo, di uno degli uomini più interessanti di quest'epoca.
Tra i classici di Draghi in Bce, c'è la sua teoria sulle persone, classificabili in quattro categorie: «intelligenti, meno intelligenti, attiviste e pigre», come ha spiegato Speciale alla Verità. «Secondo questa regola le persone che sono adatte ad avere il massimo del livello del comando sono quelle intelligenti e pigre», che «non siano in alcun modo iperattive e che non vogliano decidere tutto da sole», ma che si concentrino solo su poche cose chiare, delegando tutto il resto. Questa in sostanza la formula del successo targata Draghi, «molto diversa dal suo predecessore Jean Claude Trichet, che addirittura andava in giro a spegnere la luce la sera».
Il dibattito sul libro è avvenuto ieri a Roma, alla fondazione De Gasperi, in un incontro a porte chiuse con persone qualificate, tra cui docenti universitari, economisti, ricercatori, membri dell'ufficio studi del Parlamento, di Bankitalia, Cassa depositi e prestiti e del centro internazionale di Comunione e liberazione. A far da padrone di casa l'economista Domenico Lombardi, che ha ricordato l'impegno e l'equidistanza di Draghi nonostante abbia preso le redini della Bce in una fase assurdamente problematica, quando la crisi del debito si era allargata a macchia d'olio dalla Grecia allo Stivale, facendo tremare la tenuta stessa dell'euro. E poi il suo ormai famosissimo whatever it takes del 2012, quando decise di fare «tutto il necessario» per alzare il cartellino rosso sul muso degli speculatori che consideravano finita la moneta unica. Un'avventura ad alto tasso di adrenalina, che il governatore gestiva sempre con sangue freddo. «Gli unici che sono riusciti a fargli perdere le staffe sono stati Yanis Varoufakis, l'allora ministro delle Finanze nel primo governo Tsipras e il già ministro delle Finanze e attuale presidente del Bundestag, Wolfgang Schäuble», ha raccontato divertito Speciale. «Al primo, durante una riunione del luglio 2015, aveva chiesto di non rivelare nulla alla stampa di quanto si erano detti», e lo aveva fatto per il suo bene, quello del suo Paese, «ma Varoufakis non lo ascoltò e Draghi quella volta se la prese parecchio». Un'altra curiosità è legata allo stile delle riunioni: «Mai nessuna poteva durare più di un'ora e lui interveniva se vedeva che si stava perdendo il focus dell'argomento. Tutto quindi doveva essere nel segno della progettualità», con il ritmo tipico di chi ha studiato all'Mit, dove insegnano che il tempo è denaro. Infine lo scatto del campione, la giusta dose di umanità, quella che gli permetteva di risolvere problemi enormi e appesantiti da riti e burocrazie con una telefonata.
In tanti hanno parlato di un suo potere sotterraneo di guidare come burattini i politici, ma chi chiamava sul cellulare, almeno secondo l'autore, «non era Draghi, ma i ministri», che vedevano in lui il tipico «buon padre di famiglia», come si dice in economia.
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Quattro accademici della London school, tra cui Paul De Grauwe, fanno a pezzi il salva Stati: «Riforma squilibrata». Sotto accusa gli aiuti inaccessibili per molti Paesi e il potere di ricatto dei veti nazionali.Presentato ieri a Roma il libro che spiega i segreti della leadership dell'ex capo Bce. Famosa per i buoni rapporti con tutti. Con due sole eccezioni: Yanis Varoufakis e Wolfgang Schäuble.Lo speciale contiene due articoli«Fermate la riforma del Meccanismo europeo di stabilità». La firma in calce all'accorato appello non è di qualche temerario parlamentare euroscettico, bensì quella di quattro autorevoli accademici, due dei quali membri della prestigiosa London school of economics. Non esattamente dunque quello che si potrebbe definire il tempio del sovranismo. Tanto per dare un'idea, tra i personaggi famosi che a vario titolo hanno calcato le sue aule troviamo l'ex premier e presidente della Commissione europea Romano Prodi, l'imprenditore George Soros, il filantropo David Rockefeller e ben 18 premi Nobel, tra cui Paul Krugman, Amartya Sen e Friedrich von Hayek. Gli autori del documento in questione sono il francese Shahin Valée, membro del German council on foreign relations e dottorando alla Lse, nonché consigliere economico dell'ex premier belga Herman van Rompuy e di Emmanuel Macron, ai tempi in cui questi era ministro dell'Economia; il belga Paul De Grauwe, professore di economia alla Lse; Jeremie Cohen-Setton, del Peterson institute for international economics; e il tedesco Sebastian Dullien, professore all'università Htw di Berlino e direttore dell'Istituto Imk.«Senza dubbio la riforma è fortemente imperfetta e squilibrata», si legge nel testo pubblicato mercoledì sulla sezione del blog della Lse dedicata ai temi europei, «e la questione della riforma dell'area euro merita un'agenda più ampia e ambiziosa». Per questo motivo, scrivono i quattro, «i leader dell'Unione europea dovrebbero prendersi una pausa, fare un passo indietro e riprogettare la riforma». Le motivazioni di una richiesta così drastica sono spiegate nel dettaglio all'interno dell'articolo. Gli studiosi individuano tre problemi chiave nella stesura della revisione del Fondo salva Stati. Primo: con questo passaggio il Mes rimarrebbe un'organizzazione intergovernativa, anziché trasformarsi in una vera e propria istituzione europea. Di conseguenza, «la sua governance sarebbe sotto il ricatto dei veti nazionali, le sue decisioni non potrebbero essere controllate dal Parlamento europeo, e i suoi poteri eroderebbero quelli della Commissione europea». Secondo, e forse più rilevante per il nostro Paese: la «capacità da parte del Mes di giocare un ruolo stabilizzatore grazie alla creazione di linee di credito precauzionali (Pccl) è stata indebolita dall'introduzione di una serie di criteri che rendono questo strumento di fatto inaccessibile a molti Stati». Non si parla solo dell'Italia. Diversi altri Paesi, a oggi, non rispondono ai requisiti per il ricorso agli aiuti: secondo un'analisi del think tank Bruegel, infatti, nel 2019 oltre all'Italia rimarrebbero fuori Belgio, Spagna, Francia, Cipro, Lettonia, Portogallo, Slovenia e Finlandia. «Insieme alla riforma delle Clausole di azione collettiva e al rafforzamento del ruolo del Mes nella ristrutturazione del debito, questi cambiamenti avrebbero probabilmente un effetto destabilizzante». Terzo e ultimo punto: quella che un po' da tutti viene considerata una conquista, ovvero il meccanismo di backstop per il Fondo di risoluzione unico delle banche, in realtà rimane vincolato al veto dei singoli parlamenti nazionali. E per effetto di questa limitazione il sistema tanto sbandierato dal premier, Giuseppe Conte («rafforza le risorse comuni messe a disposizione in caso di difficoltà temporanee di istituti di credito europei»), viene definito dagli studiosi una «paper tiger» (letteralmente una «tigre di carta», ndr), cioè un fuoco di paglia. La pubblicazione di ieri rappresenta senza ombra di dubbio il contributo critico alla revisione del trattato del Mes più strutturato e autorevole partorito all'estero. Oltre ad avere il grande merito di rompere finalmente il muro di omertà che sembrava essersi sollevato oltreconfine intorno a questo tema. Come raccontato a suo tempo su queste stesse pagine, il primo sasso l'aveva lanciato a fine novembre lo stesso Shahin Vallée, uno degli autori del documento. «La riforma del trattato sul Mes non vale la carta su cui è scritto», aveva scritto su Twitter l'economista francese, «l'Eurogruppo e l'Eurosummit di dicembre dovrebbero rinviarne l'approvazione». Raggiunto dalla Verità, Vallée ha spiegato che «pur in presenza di una politicizzazione estrema della vicenda», il nostro Paese fa bene a protestare: «Concordo con il premier Conte sulla necessità di rafforzare la riforma nell'ottica di una cosiddetta “logica di pacchetto": la riforma del Mes, da sola, non funziona». Più debole, ma pur sempre valida, l'argomentazione di Matteo Salvini sul rischio della ristrutturazione del debito. Ma perché negli altri Paesi non se ne parla? «Magari si crede che questi temi siano secondari, o forse si preferisce procedere con la logica dei piccoli passi», ragiona con noi il francese. «Non vedo il sostegno unanime per una riforma tanto ambiziosa», gli ha risposto su Twitter Wolfgang Schmidt, sottosegretario di Olaf Scholz al ministero tedesco delle Finanze. «Stiamo mancando il bersaglio», gli ha risposto Vallée, «fate un passo indietro».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lallarme-degli-autentici-europeisti-fermatevi-il-mes-destabilizza-2641583016.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="draghi-un-super-mario-ma-pigro" data-post-id="2641583016" data-published-at="1778858647" data-use-pagination="False"> Draghi, un Super Mario ma pigro Una leadership pigra, tanto pragmatismo e una calma serafica. Di Mario Draghi gli autori del libro L'artefice (Rizzoli), Jana Randow e Alessandro Speciale, parlano così, raccogliendo gli aneddoti e la storia degli otto anni di Super Mario alla guida della Banca centrale europea. Pagine serie, che tengono traccia del cammino duro e lastricato di decisioni cruciali prese a Francoforte per la difesa dell'Eurozona, ma con in filigrana un ritratto inedito, a volte addirittura intimo, di uno degli uomini più interessanti di quest'epoca. Tra i classici di Draghi in Bce, c'è la sua teoria sulle persone, classificabili in quattro categorie: «intelligenti, meno intelligenti, attiviste e pigre», come ha spiegato Speciale alla Verità. «Secondo questa regola le persone che sono adatte ad avere il massimo del livello del comando sono quelle intelligenti e pigre», che «non siano in alcun modo iperattive e che non vogliano decidere tutto da sole», ma che si concentrino solo su poche cose chiare, delegando tutto il resto. Questa in sostanza la formula del successo targata Draghi, «molto diversa dal suo predecessore Jean Claude Trichet, che addirittura andava in giro a spegnere la luce la sera». Il dibattito sul libro è avvenuto ieri a Roma, alla fondazione De Gasperi, in un incontro a porte chiuse con persone qualificate, tra cui docenti universitari, economisti, ricercatori, membri dell'ufficio studi del Parlamento, di Bankitalia, Cassa depositi e prestiti e del centro internazionale di Comunione e liberazione. A far da padrone di casa l'economista Domenico Lombardi, che ha ricordato l'impegno e l'equidistanza di Draghi nonostante abbia preso le redini della Bce in una fase assurdamente problematica, quando la crisi del debito si era allargata a macchia d'olio dalla Grecia allo Stivale, facendo tremare la tenuta stessa dell'euro. E poi il suo ormai famosissimo whatever it takes del 2012, quando decise di fare «tutto il necessario» per alzare il cartellino rosso sul muso degli speculatori che consideravano finita la moneta unica. Un'avventura ad alto tasso di adrenalina, che il governatore gestiva sempre con sangue freddo. «Gli unici che sono riusciti a fargli perdere le staffe sono stati Yanis Varoufakis, l'allora ministro delle Finanze nel primo governo Tsipras e il già ministro delle Finanze e attuale presidente del Bundestag, Wolfgang Schäuble», ha raccontato divertito Speciale. «Al primo, durante una riunione del luglio 2015, aveva chiesto di non rivelare nulla alla stampa di quanto si erano detti», e lo aveva fatto per il suo bene, quello del suo Paese, «ma Varoufakis non lo ascoltò e Draghi quella volta se la prese parecchio». Un'altra curiosità è legata allo stile delle riunioni: «Mai nessuna poteva durare più di un'ora e lui interveniva se vedeva che si stava perdendo il focus dell'argomento. Tutto quindi doveva essere nel segno della progettualità», con il ritmo tipico di chi ha studiato all'Mit, dove insegnano che il tempo è denaro. Infine lo scatto del campione, la giusta dose di umanità, quella che gli permetteva di risolvere problemi enormi e appesantiti da riti e burocrazie con una telefonata. In tanti hanno parlato di un suo potere sotterraneo di guidare come burattini i politici, ma chi chiamava sul cellulare, almeno secondo l'autore, «non era Draghi, ma i ministri», che vedevano in lui il tipico «buon padre di famiglia», come si dice in economia.
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Nell’era della digitalizzazione e dell’Intelligenza artificiale, però, gli sprovveduti sono una platea molto più numerosa e facilmente aggirabile per la perfezione dell’inganno. Ieri vi abbiamo raccontato della truffa ai danni dei risparmiatori realizzata clonando la mia identità e immaginando uno scontro con il ceo di Intesa Sanpaolo negli studi di Porta a Porta. Nella trasmissione di Bruno Vespa avrei «sbugiardato» il banchiere cattivo, nella fattispecie Carlo Messina, e lanciato una piattaforma di trading online che, al contrario del sistema creditizio, avrebbe in cura i risparmi degli italiani e con un investimento minimo di 250 euro avrebbe assicurato una buona rendita.
Questa truffa - per la quale mi sto muovendo legalmente con il mio avvocato Eugenio Piccolo, anche a tutela del giornale - l’abbiamo raccontata perché ne avevamo trovato traccia in un banner pubblicitario inserito nella homepage di Repubblica (come da foto pubblicate). Cliccando si apriva l’articolo fake con la grafica di Repubblica altrettanto fake e le foto della finta trasmissione di Vespa. Ovviamente tutti i protagonisti sono all’oscuro: da me a Messina, da Vespa ai colleghi di Repubblica.
Abbiamo anche spiegato il meccanismo. Un’azienda anonima (nel mio caso la Url riporta a una certa «woodupp«) carica la sua pubblicità su uno o più network pubblicitari internazionali. Qui si tratta di MediaGo, di proprietà del colosso cinese Baidu, il secondo motore di ricerca dopo Google. In automatico MediaGo distribuisce su molti grandi siti italiani con cui ha accordi commerciali, inclusa Repubblica, attraverso aste in tempo reale (programmatic advertising) che «atterrano» sulla base del cliente meglio profilato. È il meccanismo con cui lavorano tutti i top player del settore. Repubblica non sceglie quella pubblicità: la riceve automaticamente. La redazione di Repubblica non sa nemmeno che qualcuno ha creato un articolo «come se fosse di Repubblica»: lo sa a segnalazione avvenuta. Però Repubblica incassa perché la raccolta pubblicitaria si contrae e la prende come tutti dai «predatori», i cosiddetti Ott, gli Over the Top (Amazon, Meta, Google…) che raccolgono tutto e smistano alle condizioni di mercato che vogliono. Nel calderone pubblicitario c’è tutto, anche le truffe che quand’anche non fossero create da loro, nei loro vettori viaggiano che è una bellezza, quindi indirettamente ci guadagnano. Perché questo è il far west del Capitalismo della sorveglianza, generato secondo la legge del più forte.
Lo stesso meccanismo distorto è la linfa dell’Intelligenza artificiale, la quale si sta imponendo esattamente replicando la pirateria delle Big Tech quando cominciarono a lavorare sui nostri dati senza avere il permesso di farlo.
Sì può fare qualcosa? Si deve, ma la classe dirigente è troppo impegnata a difendere se stessa. Alcuni mesi fa, Marina Berlusconi, nel ruolo di presidente di Mondadori, aveva lanciato un monito scrivendo una lettera al Corriere e pubblicando contemporaneamente tre titoli per i tipi della Silvio Berlusconi Editore, tre «pezzi» per capire le potenzialità e le minacce della nuova frontiera digitale: Careless People, Gente che se ne frega» (libro boicottato da Zuckerberg) di Sarah Wynn-Williams; La Repubblica tecnologica, di Alex Karp, ceo di Palantir, socio di Peter Thiel (quello delle lezioni sull’anticristo), e La Società Tecnologica», un libro del filosofo e teologo Jacques Ellul.
Vi riporto alcune riflessioni di Marina Berlusconi in quella lettera di presentazione. «Oggi le prime cinque Big Tech assieme - Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon - sono arrivate a superare il Pil dell’area euro. Ma attenzione: ridurre tutto ai valori economici non basta, il potere dei giganti della tecnologia va ben oltre. È un potere che rifiuta le regole, cioè la base di qualsiasi società davvero funzionante. Noi editori tradizionali paghiamo le tasse, rispettiamo le leggi, tuteliamo il diritto d’autore e i posti di lavoro - basti pensare che in Italia le piattaforme occupano appena un trentesimo dei lavoratori del settore. Eppure, quasi due terzi del mercato pubblicitario globale vengono inghiottiti dai colossi della Silicon Valley, che fanno esattamente il contrario: per dirla con il titolo del saggio firmato dalla ex-Meta Sarah Wynn-Williams, sono Careless People, “gente che se ne frega”. È concorrenza sleale bella e buona».
E ancora: «I giganti del Tech mettono sul piatto generosi finanziamenti e i dati di miliardi di persone […] Questi colossi non sono più solo aziende private, sono attori politici». Ha ragione!
Si può fare qualcosa, per contrastare questo mondo messo in piedi da predoni e pirati, di cui noi siamo vittime più o meno consapevoli? Sì. E lo dico al governo di centrodestra, al governo «sovranista»: mettete un tetto alla raccolta pubblicitaria di questi Ott, oppure obbligateli a destinare delle quote all’editoria che stanno uccidendo. Lo dice Marina Berlusconi, lo dice la Confindustria del settore col presidente Antonio Marano, lo dicono i grandi, i medi e i piccoli editori. Proprio discutendo di Careless People, Gente che se frega con il deputato di Forza Italia, Francesco Battistoni, riflettevamo che tutti siamo coinvolti, dalla politica alle università, dal giornalismo ai centri studi e persino alla Chiesa: è un tema di libertà, di sicurezza, di resistenza rispetto a questi nuovi Padroni. Che si credono dio.
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Ansa
Per Keir Starmer, già travolto dal disastroso risultato delle amministrative e dall’avanzata di Nigel Farage, si tratta probabilmente del momento più difficile da quando è arrivato a Downing Street. Anche perché Streeting non è un oppositore interno qualsiasi: appartiene, infatti, alla stessa ala moderata e «blairiana» del premier. E proprio per questo il suo attacco rischia di essere devastante.
Nella lunga lettera inviata a Starmer, l’ormai ex ministro della Sanità ha spiegato di avere «perso fiducia» nella sua leadership e, quindi, di non poter restare nel governo «per questione di principio e di onore». Non solo: «Dove servirebbe una visione, abbiamo il vuoto. Dove servirebbe una direzione, siamo alla deriva», ha scritto Streeting, attribuendo direttamente all’impopolarità dell’esecutivo le pesanti sconfitte subite dai laburisti in Inghilterra, Scozia e Galles. Ancora più clamoroso il passaggio finale della lettera: «È ormai chiaro che non sarai tu a guidare il Partito laburista alle prossime elezioni». Un necrologio anticipato.
Streeting, inoltre, ha attaccato duramente la gestione dell’immigrazione da parte del premier, citando polemicamente il controverso discorso sull’«isola di stranieri», con cui Starmer aveva inaugurato la linea dura del Labour (più a parole, invero, che nei fatti), nel tentativo di fermare l’emorragia di consensi verso Reform Uk. Secondo l’ex ministro, però, quella strategia avrebbe contribuito a lasciare il Paese «senza capire chi siamo e che cosa rappresentiamo davvero». In pratica, il premier è riuscito in un colpo solo a non sottrarre voti a Farage e ad alienarsi una parte della propria base progressista.
Per scalzare di Starmer, tuttavia, non basteranno le sole dimissioni dei ministri, seppur eccellenti. Le regole del partito, infatti, prevedono che, per candidarsi alla leadership, serve il sostegno del 20% dei deputati laburisti: oggi significa almeno 81 parlamentari. Solo dopo scatterebbe il voto degli iscritti e dei sindacati. Ed è proprio qui che iniziano i problemi dei possibili successori. Lo stesso Streeting, che presto dovrebbe annunciare formalmente la propria candidatura, ha sì acceso la miccia della rivolta interna, ma non sembra avere numeri sufficienti per conquistare davvero il partito: molti iscritti continuano a considerarlo troppo vicino alla stessa linea moderata che oggi viene contestata a Starmer.
Più insidiosa potrebbe rivelarsi, invece, la candidatura di Angela Rayner, ex vicepremier ed esponente dell’ala sindacale del Labour, appena scagionata nell’inchiesta fiscale che l’aveva costretta alle dimissioni lo scorso anno. Il vero e più credibile antagonista di Starmer, tuttavia, resta Andy Burnham, il popolarissimo sindaco di Manchester soprannominato «il re del Nord». Secondo diversi sondaggi interni, sarebbe proprio Burnham l’unico in grado di battere nettamente Starmer tra gli iscritti del partito. Il problema è che, per candidarsi, dovrebbe prima tornare ai Comuni attraverso un’elezione suppletiva, dato che attualmente non è deputato.
A Westminster, insomma, regna ancora la massima incertezza. Nessuno sa davvero se Starmer riuscirà a resistere o chi, eventualmente, riuscirà a prenderne il posto. Ma una cosa appare ormai chiara a tutti: la partita per il dopo-Starmer è ufficialmente iniziata.
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L’attività ha preso il via nel 2025 quando, a seguito di un ordinario controllo di polizia in mare, si è deciso di procedere velocemente ad una capillare ricognizione nei porti sardi. Nel mirino delle Fiamme gialle il fenomeno del cosiddetto flagging out, una strategia spesso utilizzata da italiani per aggirare il sistema fiscale nazionale con l’immatricolazione di yacht e navi da diporto in registri esteri. Questa pratica, mirata all'abbattimento di costi gestionali e assicurativi, viene frequentemente utilizzata per sottrarsi anche agli obblighi di trasparenza verso il fisco.
Il cuore dell'operazione è stata la verifica del rispetto della normativa sul monitoraggio fiscale, che impone ai residenti in Italia di dichiarare puntualmente, nel quadro denominato «RW» della dichiarazione dei redditi, il possesso di beni mobili registrati all'estero. In sostanza, l’omessa indicazione nella dichiarazione dei redditi del bene immatricolato in uno Stato estero costituisce una violazione finalizzata a nascondere al fisco la reale capacità contributiva ed è sanzionata dalle norme vigenti in misura proporzionale al valore del bene.
L’attività operativa svolta dalla Stazione Navale della Guardia di finanza di Cagliari ha assunto vaste proporzioni anche per la residenza fiscale dei proprietari delle barche da diporto. La meticolosa ricostruzione ha permesso di risalire ai soggetti omissivi nella dichiarazione dei redditi, distribuiti sull’intero territorio nazionale, tramite un'azione mirata da parte di diversi reparti del Corpo. Per perfezionare gli accertamenti, la Stazione Navale di Cagliari ha collaborato con i Reparti territoriali, in base alla residenza dei proprietari, tramite l’incrocio dei dati rilevati durante i riscontri diretti con le banche dati, per garantire la massima precisione nella ricostruzione delle posizioni fiscali.
I risultati finali delineano un quadro di eccezionale rilievo, individuando imbarcazioni e navi da diporto per un valore di mercato complessivo superiore ai 48 milioni di euro. Altrettanto significative le sanzioni amministrative contestate, che potranno raggiungere i 23 milioni di euro, in relazione al valore d’acquisto o di mercato dei beni non dichiarati.
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