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2021-06-29
Dopo il caos vaccini, quello sul green pass
Vita quotidiana a Singapore (Getty Images)
A sentire le Cassandre, la variante delta ad agosto sarà responsabile del 90% dei contagi in Europa. In Italia, secondo l'Iss, è solo allo 0,72% e la situazione nei Paesi più colpiti non è catastrofica. In questo clima Sileri propone di rimodulare il green pass e alimenta il caos. Singapore intanto abbandona lo stato d'emergenza: «Con il virus si può convivere».Le stanno provando tutte, adesso agitano lo spauracchio della variante delta per tentare di convincere chi non vuole il vaccino o quanti pensano di saltare la seconda dose, perché hanno prenotato la vacanza al mare. A più di 15 mesi dall'inizio del primo lockdown, la strategia del terrore continua ad animare i virologi da talk show, il nostro ministero della Salute ma anche i giornaloni che ormai titolano e scrivono in automatico, terrorizzati che un po' di sana normalità li costringa a occuparsi di cose più utili per gli italiani. Abbiamo appena iniziato a godere del fine restrizioni, con il Paese bianco innevato, e subito ci hanno prospettato possibili zone rosse «per impedire la diffusione dei cluster», ha detto Franco Locatelli, coordinatore del Cts, qualora dovesse dilagare questa variante indiana, ribattezzata delta.
Ieri ci ha provato il sottosegretario alla Salute, Pierpaolo Sileri, a gelare l'entusiasmo dei vacanzieri. «È verosimile che la variante delta ci costringerà a rimodulare il green pass, rilasciandolo dopo la seconda dose di vaccino: ma è presto per dirlo, aspettiamo ancora i dati di una o due settimane», ha gufato il vice di Speranza. Tanti, soprattutto i giovani che avranno optato per il vaccino solo per potersi muovere in santa pace, che cosa possono pensare di questi continui dietrofront? La nuova mutazione del Covid, almeno il 10% di tutti i nuovi casi negli Stati Uniti, dal 9% al 10% in Francia, oltre il 60% nel Regno Unito (che ieri registrava 22.868 contagi, il numero più alto dallo scorso 30 gennaio ma solo tre decessi), viene presentata come un pericolo enorme. Poi vai e vedere i numeri in Italia e ti accorgi del voluto catastrofismo.
Partiamo dal terzo rapporto dell'Istituto superiore della sanità, in data 25 giugno. Si legge che l'inglese, o alfa, rimane la più diffusa in Italia con una percentuale del 74,9% sul numero di segnalazioni di casi di infezione causati da varianti, ed è stata riscontrata in 23.345 individui, mentre la delta e il suo sottotipo kappa rappresentano lo 0,72%, con 272 casi segnalati al sistema di sorveglianza. L'Iss fa presente che la mutazione della proteina Spike B.1.617.1/2 (questo è il nome del cluster filogenetico) che arriva dall'India «è stata introdotta di recente nel Sistema di sorveglianza integrato Covid-19», quindi è possibile che sul territorio italiano siano presenti più casi appartenenti a tale lignaggio. Sicuramente stanno aumentando nel nostro Paese, se il 19 maggio erano lo 0,02 delle varianti e lo 0,32% al 6 giugno, ma non basta per lanciare l'allarme di un'invasione indiana.
Lo scenario prospettato, invece, è di una delta che entro fine agosto sarà responsabile del 90% dei contagi in Europa. L'ha detto il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, si sgolano le Cassandre in camice bianco, mentre l'Ecdc si è limitato a descrivere alcuni scenari possibili, l'indiana che diventerà prevalente rispetto all'inglese, dopo aver detto chiaramente che «è attualmente molto bassa» la proporzione delle varianti delta e kappa nei Paesi Ue e dello spazio economico europeo. Gli esperti dell'agenzia, con sede a Stoccolma, riportano le stime del Regno Unito che indicano come la delta sia più trasmissibile del 40-60% rispetto all'alfa, e che «ci può essere un rischio più elevato di ospedalizzazione».
Riguardo ai ricoveri, l'Ecdc segnala che la percentuale è stata del 3,3% per pazienti di età compresa tra 40-49 anni ed è quasi raddoppiata con l'avanzare degli anni, raggiungendo il 25,3% per gli anziani della fascia 70-79 e il 36,2% per gli ultraottantenni. Altro che rischio per i giovani, come continuano a ripetere in Italia, non sono affatto una fascia più vulnerabile. Certo, stando alle dichiarazioni dell'Oms ogni variante avrebbe conseguenze catastrofiche. Lo diceva quando iniziò a circolare l'inglese, nel gennaio scorso: «Il nuovo ceppo potrebbe gradualmente sostituire altri», lanciò l'allarme il direttore europeo dell'agenzia, Hans Kluge. La diffusione spaventava anche perché il sequenziamento non era gestito allo stesso modo in tutti gli Stati e pure adesso questa è la maggiore preoccupazione, tant'è che l'Ecdc dichiara di «non essere in grado di valutare il rischio a livello nazionale, a causa di variazioni significative della capacità di rilevamento e strategie di sperimentazione tra i Paesi». Raccomanda la «sorveglianza genomica» delle varianti in circolazione, studiando la composizione genetica dei campioni virali ottenuti tramite tamponi, così pure l'emergere di nuove varianti. È necessario sequenziare il più possibile, mentre l'Italia ha contribuito solo con circa 20.000 genomi virali alla banca dati internazionale Gisaid.
Ci sono «anche altre varianti delta plus con altre mutazioni», ha detto mercoledì il governo indiano. L'Ecdc ricorda che finora solo pochi studi hanno esaminato l'efficacia dei vaccini Comirnaty e Vaxzevria contro la variante delta e che «le stime sull'efficacia del vaccino devono essere interpretate con cautela, perché è ancora limitato il tempo di monitoraggio dopo il completamento della vaccinazione». La domanda chiave rimane se i vaccini possono prevenire ricoveri e decessi. Al quotidiano The Telegraph, l'oggi ex ministro alla Sanità inglese, Matt Hancock, pochi giorni fa affermava che il legame tra casi e ricoveri è stato «troncato» ma «non completamente interrotto» dal siero anti Covid.
Singapore dice addio all’emergenza «Con il virus si dovrà convivere»
Addio agli obiettivi di trasmissione zero. Niente quarantena per i turisti. Chi è entrato in contatto con positivi non verrà isolato. Fine delle comunicazioni quotidiane sul numero dei casi giornalieri. Ma potrebbe essere necessario fare i test per entrare in un negozio o andare al lavoro.
È la «nuova normalità» di Singapore, uno dei Paesi che meglio ha contrastato il Covid-19 (36 morti in totale, 20-30 casi di positività registrati ogni giorno) e che in questi giorni ha deciso di cambiare radicalmente la gestione della pandemia. «Convivere con il Covid-19» è la sintesi del nuovo approccio di Singapore, che ha deciso di trattare il coronavirus come un'influenza, ossia come una malattia endemica, che si configura quando «l'agente responsabile è stabilmente presente e circola nella popolazione, manifestandosi con un numero di casi più o meno elevato ma uniformemente distribuito nel tempo», come spiegato l'Istituto superiore di sanità sul portale Epicentro.
«La cattiva notizia è che il Covid-19 potrebbe non scomparire mai. Quella buona è che è possibile vivere normalmente con esso in mezzo a noi», hanno scritto il ministro del Commercio, Gan Kim Yong, quello delle Finanze, Lawrence Wong, e quello della Salute, Ong Ye Kung, in un editoriale sullo Straits Times. «Significa che il virus continuerà a mutare, e quindi a sopravvivere nella nostra comunità».
I tre hanno avanzato la proposta alla task force interministeriale Covid-19 di Singapore. «Non possiamo sradicarla, ma possiamo trasformare la pandemia in qualcosa di molto meno aggressivo, come l'influenza o la varicella, e andare avanti con le nostre vite», hanno scritto, sottolineando l'importanza dei test rapidi e diffusi ovunque - aeroporti, porti, uffici, centri commerciali, ospedali e scuole - e della vaccinazione: Singapore dovrebbe raggiungere l'obiettivo di due terzi della popolazione completamente vaccinata entro i primi di agosto.
Singapore vuole riaprire e riaprirsi, riprendere i grandi eventi e far viaggiare il turismo. E per farlo i tre puntano anche su un netto cambio di passo nella comunicazione. Il numero di casi giornalieri di positività non verranno più diffusi. «Invece di monitorare il numero di contagi da Covid-19 ogni giorno, ci concentreremo sui risultati: quanti si ammalano gravemente, quanti sono in terapia intensiva, quanti hanno bisogno di ossigeno e di essere intubati, e così via», hanno spiegato.
La nuova strategia di Singapore ha suscitato molte curiosità dai Paesi vicini. Un esempio è l'Australia. Il sito News.com.au, di proprietà del magnate Rupert Murdoch, ha riportato la notizia sottolineato come la road map dello Stato che conta 5,7 milioni, poco più di Sidney, sia in netto contrasto con la strategia del governo di Canberra guidato da Scott Morrison, secondo cui aprire le frontiere pone un rischio enorme. «Una volta che lo fai entrare, non puoi farlo uscire», ha spiegato il primo ministro australiano. «Se seguiamo ciò che suggeriscono gli altri, dobbiamo accettare che ci siano 5.000 casi al giorno. Non credo che gli australiani sarebbero felici», ha aggiunto. Canberra, lavorando a «una tabella di marcia per andare verso una nuova normalità», ha spiegato ancora.
Poi quello che suona come un auspicio: «La storia ha dimostrato che ogni pandemia farà il suo corso». Ed è proprio in queste parole che sta la differenza tra la strategia di Singapore e quella dell'Australia, tra chi ha deciso di convivere con il Covid-19 e riaprire da una parte, e chi, dall'altra, aspetta.
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I dati dell'Iss e la situazione dei Paesi più colpiti non giustificano l'allarmismo. Sileri crea il panico sul green pass da rimodulare.Abbandonato l'obiettivo trasmissione zero. A Singapore il Covid verrà trattato come un'influenza.Lo speciale contiene due articoli.A sentire le Cassandre, la variante delta ad agosto sarà responsabile del 90% dei contagi in Europa. In Italia, secondo l'Iss, è solo allo 0,72% e la situazione nei Paesi più colpiti non è catastrofica. In questo clima Sileri propone di rimodulare il green pass e alimenta il caos. Singapore intanto abbandona lo stato d'emergenza: «Con il virus si può convivere».Le stanno provando tutte, adesso agitano lo spauracchio della variante delta per tentare di convincere chi non vuole il vaccino o quanti pensano di saltare la seconda dose, perché hanno prenotato la vacanza al mare. A più di 15 mesi dall'inizio del primo lockdown, la strategia del terrore continua ad animare i virologi da talk show, il nostro ministero della Salute ma anche i giornaloni che ormai titolano e scrivono in automatico, terrorizzati che un po' di sana normalità li costringa a occuparsi di cose più utili per gli italiani. Abbiamo appena iniziato a godere del fine restrizioni, con il Paese bianco innevato, e subito ci hanno prospettato possibili zone rosse «per impedire la diffusione dei cluster», ha detto Franco Locatelli, coordinatore del Cts, qualora dovesse dilagare questa variante indiana, ribattezzata delta. Ieri ci ha provato il sottosegretario alla Salute, Pierpaolo Sileri, a gelare l'entusiasmo dei vacanzieri. «È verosimile che la variante delta ci costringerà a rimodulare il green pass, rilasciandolo dopo la seconda dose di vaccino: ma è presto per dirlo, aspettiamo ancora i dati di una o due settimane», ha gufato il vice di Speranza. Tanti, soprattutto i giovani che avranno optato per il vaccino solo per potersi muovere in santa pace, che cosa possono pensare di questi continui dietrofront? La nuova mutazione del Covid, almeno il 10% di tutti i nuovi casi negli Stati Uniti, dal 9% al 10% in Francia, oltre il 60% nel Regno Unito (che ieri registrava 22.868 contagi, il numero più alto dallo scorso 30 gennaio ma solo tre decessi), viene presentata come un pericolo enorme. Poi vai e vedere i numeri in Italia e ti accorgi del voluto catastrofismo. Partiamo dal terzo rapporto dell'Istituto superiore della sanità, in data 25 giugno. Si legge che l'inglese, o alfa, rimane la più diffusa in Italia con una percentuale del 74,9% sul numero di segnalazioni di casi di infezione causati da varianti, ed è stata riscontrata in 23.345 individui, mentre la delta e il suo sottotipo kappa rappresentano lo 0,72%, con 272 casi segnalati al sistema di sorveglianza. L'Iss fa presente che la mutazione della proteina Spike B.1.617.1/2 (questo è il nome del cluster filogenetico) che arriva dall'India «è stata introdotta di recente nel Sistema di sorveglianza integrato Covid-19», quindi è possibile che sul territorio italiano siano presenti più casi appartenenti a tale lignaggio. Sicuramente stanno aumentando nel nostro Paese, se il 19 maggio erano lo 0,02 delle varianti e lo 0,32% al 6 giugno, ma non basta per lanciare l'allarme di un'invasione indiana. Lo scenario prospettato, invece, è di una delta che entro fine agosto sarà responsabile del 90% dei contagi in Europa. L'ha detto il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, si sgolano le Cassandre in camice bianco, mentre l'Ecdc si è limitato a descrivere alcuni scenari possibili, l'indiana che diventerà prevalente rispetto all'inglese, dopo aver detto chiaramente che «è attualmente molto bassa» la proporzione delle varianti delta e kappa nei Paesi Ue e dello spazio economico europeo. Gli esperti dell'agenzia, con sede a Stoccolma, riportano le stime del Regno Unito che indicano come la delta sia più trasmissibile del 40-60% rispetto all'alfa, e che «ci può essere un rischio più elevato di ospedalizzazione». Riguardo ai ricoveri, l'Ecdc segnala che la percentuale è stata del 3,3% per pazienti di età compresa tra 40-49 anni ed è quasi raddoppiata con l'avanzare degli anni, raggiungendo il 25,3% per gli anziani della fascia 70-79 e il 36,2% per gli ultraottantenni. Altro che rischio per i giovani, come continuano a ripetere in Italia, non sono affatto una fascia più vulnerabile. Certo, stando alle dichiarazioni dell'Oms ogni variante avrebbe conseguenze catastrofiche. Lo diceva quando iniziò a circolare l'inglese, nel gennaio scorso: «Il nuovo ceppo potrebbe gradualmente sostituire altri», lanciò l'allarme il direttore europeo dell'agenzia, Hans Kluge. La diffusione spaventava anche perché il sequenziamento non era gestito allo stesso modo in tutti gli Stati e pure adesso questa è la maggiore preoccupazione, tant'è che l'Ecdc dichiara di «non essere in grado di valutare il rischio a livello nazionale, a causa di variazioni significative della capacità di rilevamento e strategie di sperimentazione tra i Paesi». Raccomanda la «sorveglianza genomica» delle varianti in circolazione, studiando la composizione genetica dei campioni virali ottenuti tramite tamponi, così pure l'emergere di nuove varianti. È necessario sequenziare il più possibile, mentre l'Italia ha contribuito solo con circa 20.000 genomi virali alla banca dati internazionale Gisaid. Ci sono «anche altre varianti delta plus con altre mutazioni», ha detto mercoledì il governo indiano. L'Ecdc ricorda che finora solo pochi studi hanno esaminato l'efficacia dei vaccini Comirnaty e Vaxzevria contro la variante delta e che «le stime sull'efficacia del vaccino devono essere interpretate con cautela, perché è ancora limitato il tempo di monitoraggio dopo il completamento della vaccinazione». La domanda chiave rimane se i vaccini possono prevenire ricoveri e decessi. 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Ma potrebbe essere necessario fare i test per entrare in un negozio o andare al lavoro. È la «nuova normalità» di Singapore, uno dei Paesi che meglio ha contrastato il Covid-19 (36 morti in totale, 20-30 casi di positività registrati ogni giorno) e che in questi giorni ha deciso di cambiare radicalmente la gestione della pandemia. «Convivere con il Covid-19» è la sintesi del nuovo approccio di Singapore, che ha deciso di trattare il coronavirus come un'influenza, ossia come una malattia endemica, che si configura quando «l'agente responsabile è stabilmente presente e circola nella popolazione, manifestandosi con un numero di casi più o meno elevato ma uniformemente distribuito nel tempo», come spiegato l'Istituto superiore di sanità sul portale Epicentro. «La cattiva notizia è che il Covid-19 potrebbe non scomparire mai. Quella buona è che è possibile vivere normalmente con esso in mezzo a noi», hanno scritto il ministro del Commercio, Gan Kim Yong, quello delle Finanze, Lawrence Wong, e quello della Salute, Ong Ye Kung, in un editoriale sullo Straits Times. «Significa che il virus continuerà a mutare, e quindi a sopravvivere nella nostra comunità». I tre hanno avanzato la proposta alla task force interministeriale Covid-19 di Singapore. «Non possiamo sradicarla, ma possiamo trasformare la pandemia in qualcosa di molto meno aggressivo, come l'influenza o la varicella, e andare avanti con le nostre vite», hanno scritto, sottolineando l'importanza dei test rapidi e diffusi ovunque - aeroporti, porti, uffici, centri commerciali, ospedali e scuole - e della vaccinazione: Singapore dovrebbe raggiungere l'obiettivo di due terzi della popolazione completamente vaccinata entro i primi di agosto. Singapore vuole riaprire e riaprirsi, riprendere i grandi eventi e far viaggiare il turismo. E per farlo i tre puntano anche su un netto cambio di passo nella comunicazione. Il numero di casi giornalieri di positività non verranno più diffusi. «Invece di monitorare il numero di contagi da Covid-19 ogni giorno, ci concentreremo sui risultati: quanti si ammalano gravemente, quanti sono in terapia intensiva, quanti hanno bisogno di ossigeno e di essere intubati, e così via», hanno spiegato. La nuova strategia di Singapore ha suscitato molte curiosità dai Paesi vicini. Un esempio è l'Australia. Il sito News.com.au, di proprietà del magnate Rupert Murdoch, ha riportato la notizia sottolineato come la road map dello Stato che conta 5,7 milioni, poco più di Sidney, sia in netto contrasto con la strategia del governo di Canberra guidato da Scott Morrison, secondo cui aprire le frontiere pone un rischio enorme. «Una volta che lo fai entrare, non puoi farlo uscire», ha spiegato il primo ministro australiano. «Se seguiamo ciò che suggeriscono gli altri, dobbiamo accettare che ci siano 5.000 casi al giorno. Non credo che gli australiani sarebbero felici», ha aggiunto. Canberra, lavorando a «una tabella di marcia per andare verso una nuova normalità», ha spiegato ancora. Poi quello che suona come un auspicio: «La storia ha dimostrato che ogni pandemia farà il suo corso». Ed è proprio in queste parole che sta la differenza tra la strategia di Singapore e quella dell'Australia, tra chi ha deciso di convivere con il Covid-19 e riaprire da una parte, e chi, dall'altra, aspetta.
Donald Trump (Ansa)
Lo Stretto di Hormuz resta al centro delle preoccupazioni di Donald Trump. Ieri, durante un’intervista a Fox News, il presidente americano ha detto che, in caso di necessità, potrebbe inviare delle scorte armate a difesa delle navi nell’area. «Lo faremmo se necessario. Ma, sapete, speriamo che le cose vadano per il meglio. Vedremo cosa succederà», ha affermato. «Li colpiremo duramente la prossima settimana», ha aggiunto, esortando anche le navi mercantili a «tirare fuori le palle e ad attraversare» lo Stretto.
Nel corso dell’intervista, oltre dire che la guerra finirà «quando se lo sentirà nelle ossa», ha anche ammesso che sia difficile per il popolo iraniano rovesciare il regime khomeinista. «Penso davvero che sia un grosso ostacolo da superare per chi non possiede armi. Penso che sia un ostacolo molto grande... Accadrà, ma... forse non immediatamente», ha affermato, per poi aggiungere di ritenere che Vladimir Putin stia assistendo l’Iran nel conflitto. «Penso che forse stia aiutando l’Iran un po’, sì, immagino. E probabilmente lui pensa che noi stiamo aiutando l’Ucraina, giusto?». Più o meno nelle stesse ore, in un post su Truth, il presidente americano minacciava il regime khomeinista, scrivendo: «Abbiamo una potenza di fuoco senza pari, munizioni illimitate e un sacco di tempo: guardate cosa succederà oggi a queste canaglie squilibrate».
Sempre ieri, a intervenire sul conflitto in Iran è stato anche il capo del Pentagono, Pete Hegseth, secondo cui gli Stati Uniti stanno «decimando l’esercito del regime iraniano in modi mai visti prima». «L’Iran non ha difese aeree, l’Iran non ha un’aeronautica militare, l’Iran non ha una marina militare. I loro missili, i lanciatori di missili e i droni vengono distrutti o abbattuti», ha proseguito, sostenendo inoltre che Teheran non sarebbe ormai più in grado di realizzare missili balistici. Hegseth ha anche affermato che la nuova Guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, è «ferito e probabilmente sfigurato». Il capo del Pentagono ha infine ostentato ottimismo sulla situazione a Hormuz. «È una questione che stiamo affrontando, che abbiamo già affrontato, e non dovete preoccuparvi», ha detto.
A testimoniare la centralità del dossier, su Hormuz si è espresso anche il capo di Stato maggiore congiunto degli Stati Uniti, Dan Caine. «Si tratta di un contesto tatticamente complesso. Prima di pensare di effettuare qualsiasi operazione su larga scala in quella zona, vogliamo assicurarci di svolgere il lavoro in conformità con i nostri attuali obiettivi militari», ha dichiarato, mentre la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha seccamente bollato come «spazzatura» un articolo della Cnn secondo cui l’amministrazione Trump avrebbe sottovalutato l’eventualità che il regime di Teheran potesse chiudere Hormuz.
In questo quadro, sempre ieri, il Wall Street Journal riferiva che «il Pentagono sta inviando ulteriori marines e navi da guerra in Medio Oriente a seguito dell’intensificarsi degli attacchi iraniani nello Stretto di Hormuz». In totale, sarebbero pronti a partire per il Medio Oriente 2.200 marines, oltre a 10.000 intercettori. Più in generale, secondo The Hill, l’esitazione americana nasce dal fatto che, nello Stretto, le navi da guerra di Washington potrebbero essere oggetto di attacchi di droni e missili balistici iraniani. «La difficoltà nel proteggere le petroliere e le altre navi nello Stretto risiede nella sua strettezza. Nel punto più stretto, misura solo 21 miglia da costa a costa, lasciando alle imbarcazioni poco margine di manovra per evitare le mine piazzate dall’Iran o i missili e i razzi lanciati dalle rive», ha altresì sottolineato la testata.
Non è un mistero che i pasdaran puntino a far leva su Hormuz per mettere politicamente in difficoltà Trump. L’aumento del prezzo del petrolio ha già portato a un considerevole rincaro della benzina negli Stati Uniti, creando così una situazione assai scivolosa per il Partito repubblicano in vista delle elezioni di metà mandato, che si terranno a novembre. Tutto questo, mentre ieri, replicando a Hegseth, il segretario del Consiglio per la sicurezza nazionale iraniano (nonché ex comandante delle Guardie della rivoluzione), Ali Larijani, accusava la leadership americana di essere stata «sull’isola di Epstein». E così l’inquilino della Casa Bianca sta approntando delle contromosse: sbloccherà 172 milioni di barili delle riserve americane, attendendosi inoltre che le compagnie petrolifere nazionali aumentino la produzione. Tra l’altro, ieri, parlando con Fox News, Trump ha confermato di considerare una sospensione provvisoria del Jones Act: il che consentirebbe di diminuire i costi del trasporto di greggio tra porti statunitensi. È del resto sempre in quest’ottica che Washington ha allentato temporaneamente le sanzioni sul petrolio russo, irritando Volodymyr Zelensky e Friedrich Merz. Al contempo, il Dipartimento di Stato americano ha offerto fino a 10 milioni di dollari per chi fornisca informazioni sui vertici dei pasdaran: l’amministrazione Trump sa infatti bene che l’apparato delle Guardie della rivoluzione rappresenta il principale scoglio da affrontare. Nel frattempo, Centcom ha confermato che sei soldati americani sono morti a seguito dello schianto di un aereo cisterna in Iraq.
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Con uno dei colpi di teatro cui ha abituato l’economia globale, Donald Trump ha deciso di concedere una deroga di 30 giorni alle sanzioni sul petrolio russo rimasto bloccato in mare. In altre parole: per un mese quei carichi possono essere consegnati, venduti e scaricati. La licenza riguarda il greggio caricato su navi entro il 12 marzo e resterà valida fino alla mezzanotte dell’11 aprile (ora di Washington).
Nel tentativo di evitare dietrologie (Trump che corre in soccorso di Putin), il segretario al Tesoro, Scott Bessent, la presenta come una misura chirurgica: limitata e temporanea. Un balsamo per curare le lacerazione provocate dalla guerra. Della serie, con il petrolio sopra 100 dollari, qualcuno deve pur tirare il freno. E il freno, in questo caso, sono le petroliere russe. La disponibilità delle riserve strategiche non è servito a nulla. Se i governi intaccano il patrimonio d’emergenza, ha ragionato il mercato, vuol dire che la situazione è grave. Così Trump prova con i barili del Cremlino. Secondo l’inviato presidenziale di Mosca, Kirill Dmitriev, la deroga potrebbe sbloccare circa 100 milioni di barili di greggio al giorno. Una cifra enorme ma non risolutiva perché equivale alla produzione mondiale di un giorno. Una toppa. Resta il fatto che le rotte marine traboccano di petrolio in attesa di destinazione: 7,3 milioni di barili stoccati su piattaforme galleggianti e 148,6 milioni su navi in transito, secondo i dati citati da Reuters. E non finisce qui. Sulle piattaforme galleggianti ci sono anche 420.000 tonnellate di gasolio e diesel. Un parcheggio sul mare che sembra un’autostrada. Dentro questa geografia c’è anche la «flotta ombra». Secondo un rapporto del Center for strategic and international studies, Mosca dispone di 435 petroliere impegnate ad aggirare le sanzioni. Trasportano circa 3,7 milioni di barili al giorno, cioè il 65% del commercio marittimo di petrolio russo, generando tra 87 e 100 miliardi di dollari l’anno. Insomma, mentre l’Occidente discute di embargo, il barile di Mosca non ha smesso di navigare camuffandosi con le insegne pirata.
A trarre beneficio immediato dalla decisione americana saranno soprattutto i mercati asiatici. Del resto i grandi clienti di Mosca sono già Cina e India, che non hanno mai mostrato un entusiasmo particolare per le sanzioni occidentali.
Washington, tra l’altro, aveva già concesso una prima deroga il 5 marzo, consentendo proprio all’India di acquistare petrolio russo bloccato in mare.
Il messaggio è chiaro: quando il mercato si surriscalda, l’ideologia va messa da parte. La priorità è il prezzo della benzina.
Naturalmente a Bruxelles la mossa non è stata accolta con applausi. Anzi. Le critiche sono arrivate a raffica.
Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky , ha parlato di una decisione che frutterà alla Russia circa 10 miliardi di dollari. Sono risorse che alimenteranno la macchina bellica.
Il presidente francese, Emmanuel Macron, ha ricordato che la linea del G7 è sempre stata quella della «massima pressione economica» su Mosca. Traduzione: le sanzioni non si toccano.
Il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, si interroga, perfidamente, sulle ragioni che hanno spinto Washington a cambiare atteggiamento.
Il punto però è che i mercati energetici funzionano con parametri molto meno ideologici dei comunicati ufficiali.
Se il petrolio sale troppo, qualcuno aumenta l’offerta. Se l’offerta aumenta, il prezzo scende. È la legge aurea del mercato che resiste persino alla diplomazia europea.
Così mentre Bruxelles discute di coerenza strategica, il Brent sale e le Borse scendono. Il mercato, insomma, fa quello che ha sempre fatto: risponde ai barili, non alle dichiarazioni. C’è poi un piccolo paradosso che a Bruxelles si preferisce non sottolineare troppo. L’Europa chiede di mantenere le sanzioni contro Mosca, ma allo stesso tempo teme il prezzo dell’energia. Un equilibrio delicato: punire il petrolio russo senza far salire troppo le quotazioni mondiali- Una quadratura del cerchio che, finora, non è mai riuscita a nessuno. Trump ha scelto la via più semplice: sbloccare temporaneamente il greggio e raffreddare il mercato. Magari non è elegante dal punto di vista geopolitico, ma funziona dal punto di vista dei prezzi. Nel capitalismo energetico globale, come sanno bene i trader di Chicago e Singapore, alla fine conta soprattutto quello: il prezzo del barile. Il resto - indignazioni, comunicati, vertici straordinari - è solo rumore di fondo.
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Il ministro della Difesa Guido Crosetto (Ansa)
«L’ingiustificabile attacco a Erbil». Così lo definisce il premier Giorgia Meloni che si stringe ai francesi per la scomparsa del loro militare avvicina il governo italiano a quello di Parigi come non succedeva da tempo. «Alla sua famiglia e alle autorità francesi va la nostra vicinanza in questo momento di dolore» spiega la Meloni, rivolgendo «un pensiero di pronta guarigione agli altri militari feriti, nell’auspicio di un rapido e completo recupero. L’Italia, al fianco dei partner internazionali, inclusi i Paesi del Golfo maggiormente colpiti, resta fermamente impegnata nel promuovere un allentamento della tensione». E infine conclude: «Continueremo a lavorare con determinazione affinché la pace e la stabilità nella regione siano ristabilite».
Una morte che ha ferito l’Europa intera e su cui si è espresso anche il ministro della Difesa, Guido Crosetto, rivolgendosi all’omologo francese e alle sue forze armate. «A nome mio e di tutta la Difesa italiana esprimo vicinanza al ministro della Difesa francese e alle forze armate francesi per il grave attacco subito a Erbil». Poi aggiunto: «Alla famiglia del soldato caduto giungano il mio più sincero cordoglio e la mia solidarietà. Ai militari feriti, l’augurio di pronta e completa guarigione».
Crosetto, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, ha parlato dei rischi a cui vanno incontro i nostri soldati: «I nostri militari sanno sempre di correre rischi quando sono in missione. Sono militari. Lo erano anche prima e lo sono sempre. Ce ne accorgiamo solo quando accade qualcosa. Il rischio dipende da dove e per cosa le nostre forze sono dislocate. Per quanto riguarda Erbil, dove è stata attaccata una base della coalizione, avevamo già iniziato una riduzione del personale civile e militare. Una parte è stata spostata, 102 persone sono tornate in Italia, 75 in Giordania, per i restanti si sta organizzando uno spostamento via terra per tornare in Italia perché nell’intera zona non si può volare. Il mio primo assillo è la messa in sicurezza di tutti. Per le altre missioni è diverso»
Si riferisce al Libano, Crosetto: «Lì ci sono 1.300 persone, è in atto una valutazione costante per monitorare con l’autorità libanese, le Nazioni Unite e la controparte israeliana se esistono le condizioni per continuare la missione o no. È chiaro che una cosa è una missione di pace, altra la presenza in un territorio dove la guerra è in corso».
Su questo la politica si divide. «È assurdo che un governo che ha violato ripetutamente il diritto internazionale e commesso dei crimini contro il diritto internazionale si metta a dire quali missioni e quali no debbano poter proseguire», ha spiegato il segretario del Pd, Elly Schlein, commentando le parole dell’ambasciatore israeliano che ha sostenuto la necessità di chiudere la missione Unifil. «Il Libano ha preso delle posizioni importanti, anche nei scorsi giorni, e vanno sostenuti. Ma di nuovo, la risposta può essere che un Paese comincia ad attaccare e a invadere un territorio? Qui sta saltando il diritto internazionale. Ma se salta il diritto internazionale come vuole Donald Trump e come vuole Benjamin Netanyahu, vale solo la legge del più forte. E noi non lo possiamo accettare. Io per questo chiedo alla presidente Meloni di difendere il diritto internazionale. In linea con la storia del nostro Paese e di difendere quelle sedi multilaterali come l’Onu, perché l’Unifil è una missione che ha un mandato multilaterale dall’Onu, perché sono quelle dove prevale il dialogo tra i popoli e gli Stati, anziché l’uso della forza».
Più tecnica ma simile anche la posizione del generale Dino Tricarico, ex capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare e attualmente presidente della fondazione Icsa (Intelligence culture and strategic analysis). Per lui la presenza di Unifil in Libano «è importante, perché funge da elemento calmierante e distensivo». «Inoltre», ha aggiunto, «l’attuale comandante italiano, il generale Abagnara, è bravissimo, ha una profonda conoscenza dell’area ed è considerato da tutte le parti un abile negoziatore».
Per quanto riguarda i soldati italiani che si trovano nel Kurdistan iracheno, «non hanno nessuna mansione di combattimento. Il loro compito principale è quello di formare il personale locale. Lo stesso accade in Kuwait, dove si tratta di un compito di assistenza. Con queste tensioni che sono sfociate non ha senso rischiare. Prima vengono via e meglio è».
Intanto le opposizioni vanno in ordine sparso sui temi esteri. A sottolinearlo, ancora una volta, è il leader di Azione, Carlo Calenda. «Un campo largo chiamato Giuseppi» scrive spiegando: «Fatti. Le opposizioni chiedono di essere informate prontamente sulla guerra in Medio Oriente; il premier offre un tavolo di confronto in un formato più riservato a Palazzo Chigi, dopo essere stata in Parlamento; Conte dice no obbligando Schlein a seguirlo. Italia viva, che ci aveva chiesto di fare una mozione insieme su Iran, manda una nota incomprensibile dicendo che la pensa come il Pd che, però, fa ciò che decide Conte. Andate avanti con questo campo largo ma chiamatelo con il suo vero nome: Giuseppi». Infine aggiunge ironico: «Ps. Segnalo agli amici riformisti che il M5s si è astenuto su una mozione di condanna alla Russia per il reclutamento di mercenari africani. Così per gradire».
Ucciso in Iraq un militare francese. Ma Parigi non vuole fare ritorsioni
Un soldato francese è morto in un attacco lanciato da una milizia filo iraniana sulla base militare di Parigi a Erbil, nel nord dell’Iraq. La vittima era il sergente maggiore Arnaud Frion, aveva 42 anni, era sposato e padre di un figlio. Oltre a lui sono rimasti feriti altri sei militari. La dinamica dell’attacco che ha portato al decesso del sergente maggiore Frion è stata spiegata dal colonnello François-Xavier de la Chesnay, capo del 7° battaglione dei cacciatori alpini del quale faceva parte anche la vittima. «È morto dopo essere stato colpito da un drone Shahed», ha dichiarato il colonnello, aggiungendo anche che Frion era «il meglio che l’esercito potesse offrire. Era davvero un soldato eccellente, qualcuno di estremamente competente e molto, molto performante».
Il presidente francese Emmanuel Macron ha presentato, su X, «le più sentite condoglianze e la solidarietà della nazione» ai cari di Frion. Poi il leader transalpino ha definito «inaccettabile» l’attacco di droni contro la base francese dove si trovano le truppe di Parigi «impegnate nella lotta contro l’Isis dal 2015», la cui presenza in Iraq «rientra pienamente nel quadro della lotta al terrorismo». Macron ha concluso il suo messaggio ribadendo che «la guerra in Iran non può giustificare attacchi di questo tipo». Poco più tardi, nella conferenza stampa comune tenutasi alla fine dell’incontro bilaterale con Volodymyr Zelensky, il presidente francese ha ripetuto ancora il concetto: «La posizione della Francia è puramente difensiva», per questo Parigi «continuerà a mantenere il sangue freddo» e «a essere affidabile nei confronti dei nostri partner». Tutto questo per «proteggere i nostri concittadini e difendere i nostri interessi e la nostra sicurezza». La prima reazione del governo alla morte di Frion è arrivata dal ministro alla Parità, Aurore Bergé che, su Franceinfo, ha sottolineato l’importanza «di avere soldati presenti (nella zona di guerra, ndr) per garantire gli interessi nazionali francesi».
La contrarietà alla partecipazione della Francia al conflitto nel Golfo Persico è stata espressa praticamente da tutte le forze politiche, seppur con accenti diversi. Il leader della forza di estrema sinistra, La France Insoumise, Jean-Luc Mélenchon, ha scritto su X che «la guerra illegale scatenata da Donald Trump e Benjamin Netanyahu e la strategia iraniana di fomentare un conflitto regionale, se non addirittura globale, hanno mietuto le prime vittime francesi. Sei soldati francesi sono rimasti feriti e il sergente maggiore Arnaud Frion è morto». Poi, dopo aver espresso le proprie condoglianze, Mélenchon ha concluso: «Avvertiamo il governo: avanzando sui campi di battaglia, la Francia diventerebbe un bersaglio. Questa guerra non è nostra, ma i nostri morti sì. Basta!»
Sempre su X, la leader dei Verdi, Marine Tondelier, ha scritto che «la Francia ribadisce con chiarezza di non essere in guerra e di non stare aiutando gli Stati Uniti nelle loro operazioni militari. La nostra posizione è difensiva e questo significa che la Francia deve proteggere tutti i suoi soldati, diplomatici e personale vulnerabili agli attacchi».
A destra, il numero uno dei Républicains, Bruno Retailleau, ha rivolto il proprio omaggio al sergente maggiore e si è detto «orgoglioso» dei soldati francesi. Più politico l’intervento della fondatrice del Rassemblement national: Marine Le Pen
ha ricordato che la presenza francese in Iraq, si inserisce nel quadro della «coalizione internazionale contro il terrorismo islamista». Esprimendo il proprio cordoglio alla famiglia, ai suoi commilitoni e agli altri soldati feriti nell’attacco, Le Pen ha detto che «la Francia non può accettare che le proprie forze armate, che difendono e proteggono gli interessi (di Parigi, ndr) nella regione, siano attaccate».
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